La storia insegna ma non ha scolari

In e-mail il 28 Agosto 2019 dc:

La storia insegna ma non ha scolari

di Lucio Garofalo

La caduta del governo giallo-verde, al di là delle simpatie e delle opinioni politiche di ciascuno di noi, non è da salutare con troppo entusiasmo poiché, in questo momento, non esiste un’alternativa politica valida, tanto meno funzionale agli interessi delle classi lavoratrici.

In qualche misura si è replicato il copione delle manovre che nel 2011 fecero cadere il governo Berlusconi, favorendo l’ascesa di Monti a Palazzo Chigi. Con le conseguenze nefaste che ben sappiamo: su tutte, cito la “riforma Fornero” e otto anni (!) di austerity.

Politiche che hanno generato in Italia oltre 5 milioni di poveri assoluti.

Ed è sempre l’austerity il “modello” di politica economica alla base delle privatizzazioni e dei disastri (anzi, delle stragi) come il crollo del viadotto di Genova del 14 agosto 2018. La linea perseguita dal governo Monti e dai vari governi targati PD (soprattutto Renzi) è stata costellata da una sequela di costrizioni e ricatti dettati dall’alto per imporre, nel modo più tassativo, quelle controriforme ostili ed impopolari sofferte in Italia negli ultimi anni.

Il solo fatto che il governo giallo-verde non sia stato succube dei diktat di Bruxelles e della BCE è certo da ritenersi un segnale incoraggiante, nella misura in cui si è interrotta la politica decennale e mortifera dell’austerity che ha imperversato negli ultimi tempi.

È questo il modo più corretto e realistico di ragionare e di analizzare i fatti nella loro cruda e nuda realtà, e non secondo i nostri più intimi desideri, né in base alle nostre aspettative o simpatie personali. Almeno ciò è l’approccio più serio e ponderato per quei comunisti più sinceri e coerenti, e non faziosi, né dogmatici.

Invece, per i fantocci e i clown “sinistrati”, che non si degnano di leggere la realtà con una lente di sincerità intellettuale, bensì la deformano a proprio piacimento, il discorso è diverso.

Ai “compagnucci” che sbraitano contro il “mostro leghista” mi permetto di ricordare che “governi tecnici” imposti dalla Troika (in uno stile alla Monti) sarebbero più deleteri di un governo con Salvini. Un’eventuale “sterzata a destra” si traduce nei contenuti e nelle priorità trascritte nell’agenda politica, e non nei simboli di partito. Altrimenti, mi si risponda come mai le peggiori politiche di tipo socio-economico degli ultimi anni sono state realizzate sotto l’egida di quei partiti che, almeno in teoria, e cioè verbalmente, si dichiarano “di sinistra”.

Credo che i simboli e le etichette formali non contino più delle azioni concrete e dei fatti, in politica come in altre dimensioni e in altri settori della vita sociale. Mi riferisco non solo al PD di Renzi e Gentiloni, oggi di Zingaretti, bensì anche ai governi presieduti da Prodi (nel 1996 e 2006), appoggiati da Rifondazione ai tempi di Fausto Bertinotti.

Purtroppo, si sa che: “la storia insegna, ma non ha scolari”, come ci spiegava Gramsci.

Zingaretti e le illusioni di sinistra sul PD

In e-mail il 10 Marzo 2019 dc:

Zingaretti e le illusioni di sinistra sul PD

L’incoronazione di Luca Zingaretti a nuovo segretario del PD è stata celebrata da tanta stampa liberale, la Repubblica in testa, come il segno di una svolta attesa. Un settore significativo della borghesia liberale, rimasta orfana di una rappresentanza politica diretta, saluta con entusiasmo una possibile ripresa del PD. È la speranza del ritorno al “normale” bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra, che rimpiazzi l’attuale governo dei parvenu e ripristini l’agognata alternanza, il pendolo che per vent’anni ha incardinato in Italia il corso delle politiche borghesi di austerità.

 

È una via che non appare in discesa. Le destre (diversamente) reazionarie che governano l’Italia hanno ancora un capitale di consenso complessivamente maggioritario, grazie al tappeto che i governi del PD hanno loro offerto. E il vento europeo non promette nulla di buono. Tuttavia è vero che la crisi del blocco sociale del M5S e il capovolgimento dei rapporti di forza nella maggioranza possono minare la tenuta politica del governo, tanto più a fronte di un compito temerario: varare una legge di stabilità zavorrata in partenza da 23 miliardi per le clausole Iva sullo sfondo di una possibile recessione economica.

Quale alternativa di governo in caso di frana dell’attuale esecutivo? Questo è l’interrogativo che la borghesia liberale si pone. La speranza di una rinascita del PD si pone in questo orizzonte.

Ma cosa c’entra tutto questo con la sinistra?

Una parte di popolo della sinistra appare risucchiata dall’illusione di ritorno nel PD. Un tempo fu l’illusione per Bersani, dopo la stagione liberal di Veltroni. Oggi è l’illusione per Zingaretti, dopo (e contro) la stagione del renzismo.

Ogni volta si cerca nel PD il volto amico di una possibile sinistra rediviva, ma ogni volta si prende una inevitabile facciata. La natura politica e sociale di un partito non dipende dal nome del segretario, ma dalle sue relazioni materiali con le classi sociali e la loro lotta.

Certo, la fisionomia del gruppo dirigente non è irrilevante, e sicuramente il renzismo ha incarnato, coi suoi tratti populisti e bonapartisti di consorteria di provincia, un corso politico particolarmente reazionario del partito.

Ma quel corso politico potè farsi strada nel PD grazie alla natura borghese del partito, ai suoi legami organici col capitale, alla sua vocazione antioperaia.

Questa natura cambia forse con Zingaretti segretario? No. Cambia il corso politico del partito, subentra una gestione più collegiale e meno pirotecnica, si confeziona un’immagine pubblica meno respingente e più attenta in apparenza alle ragioni sociali; ma il cambio d’abito di stagione non cambia la natura del partito che l’indossa. E i primi fatti lo documentano eloquentemente.

Il primo atto di Nicola Zingaretti è stato osannare il TAV. Il secondo è stato applaudire al manifesto europeo di Macron. Non si tratta di scelte casuali. Il nuovo segretario del PD ha voluto segnalare al capitale italiano ed europeo che il partito non ha cambiato la propria ragione sociale: ha voluto assicurare la borghesia che può ancora affidarsi al PD.

Del resto: Gentiloni presidente del PD mette un timbro inconfondibile di continuità, non meno del sostegno a Zingaretti dell’area Franceschini e di Minniti, o del corteggiamento di Calenda. Lo stesso programma del nuovo segretario ne fa fede: nessuna revisione delle misure antioperaie del renzismo (l’articolo 18 resta soppresso), nessuna revisione delle politiche di Minniti sull’immigrazione, a parte il richiamo rituale ai valori democratici e progressisti.

Sarebbe questa… la svolta?

Certo, Luca Zingaretti non è così ingenuo da ripercorrere i sentieri suicidi di Bersani. Se dopo le europee il governo Conte cadrà non offrirà (probabilmente) i voti del PD a un nuovo governo Monti chiamato a varare lacrime e sangue, né spenderà precocemente la carta incauta di un’apertura al M5S. Chiederà probabilmente elezioni politiche, proverà a rilanciare il PD, rifare i suoi gruppi parlamentari (oggi prevalentemente renziani), ricostruire un campo di centrosinistra con chi a sinistra gli farà da stampella.

Con quale obiettivo?

Quello di sempre: riconquistare il governo del capitalismo italiano, amministrare i suoi interessi, riverniciare il tutto con un po’ di salsa progressista. Con chi governare lo vedrà in base agli equilibri del nuovo Parlamento, e senza escludere nessuna soluzione, neppure quella di un governo con il M5S.

Il movimento operaio e le sue ragioni sociali non hanno nulla da spartire col PD, oggi come ieri.

La demarcazione dal PD di un campo di classe dei lavoratori e delle lavoratrici resta una necessità inaggirabile, che l’esperienza dei fatti confermerà ogni giorno, contro ogni illusione.

Partito Comunista dei Lavoratori

Una legge truffa per i lavoratori e le lavoratrici

In e-mail il 3 Gennaio 2019 dc:

Una legge truffa per i lavoratori e le lavoratrici

2 Gennaio 2019

Ora che la Legge di stabilità è stata approvata, possiamo aggiungere alle considerazioni già espresse un giudizio d’insieme. Doveva essere “la manovra del popolo”, è invece una legge truffa.

La Legge Fornero rimane, con la sola parentesi di tre anni della cosiddetta “quota 100” (che quota 100 non è per via del vincolo dei 38/62 anni). Una parentesi che sarà finanziata in parte, oltretutto, dal blocco parziale dell’indicizzazione delle pensioni, voluto proprio dal governo Monti-Fornero. Peraltro moltissimi lavoratori e (soprattutto) lavoratrici interessati saranno esclusi persino dalla “parentesi”, per via del numero insufficiente dei contributi maturati o, di fatto, per la penalizzazione legata al minor numero dei contributi stessi.

Il cosiddetto reddito di cittadinanza, che attende ancora il decreto attuativo, assomiglia sempre più a un incentivo all’assunzione rivolto alle imprese. Lo stesso quotidiano di Confindustria ha commentato con compiacimento: «Le imprese entrano a pieno titolo nell’operazione reddito di cittadinanza. Il reddito di cittadinanza inizia ad avere sempre più la veste di vera politica attiva» (Il Sole 24 Ore, 28 dicembre 2018). Siamo al punto che persino Matteo Renzi, sulle colonne di Corriere della Sera, ha rivendicato la versione annunciata del reddito di cittadinanza come continuità degli incentivi del Jobs act.

Ma soprattutto il punto è: chi paga? Per poter sventolare sotto elezioni il drappo di due bandiere-elemosina e al tempo stesso mediare con la UE e rispettare il Fiscal compact – cioè il patto col capitale finanziario – i due imbroglioni Di Maio e Salvini hanno fatto l’operazione più semplice. Hanno spostato il carico di spesa sul 2020 e il 2021 con una gigantesca clausola di salvaguardia sull’Iva: 23 miliardi sul 2020 e 28,8 miliardi sul 2021.

Le elemosine sdrucite di oggi sono messe sul conto futuro dei “beneficiari” attraverso un aumento massiccio delle imposte indirette ammazza-salari o attraverso un taglio corrispondente delle spese sociali. Semplicemente, ai “beneficiari” questo non viene detto. A loro si comunica la «svolta storica», l’«abolizione della povertà», l’«orgoglio ritrovato dell’Italia» e altre idiozie spazzatura.

Peraltro, l’anticipo del conto è già in parte scritto, nero su bianco, nella manovra approvata.

La scuola subisce un taglio triennale di 4 miliardi, dal taglio al sostegno al taglio dell’edilizia scolastica.

Le privatizzazioni e dismissioni di beni pubblici previste sul solo 2019 ammontano a 19 miliardi, mentre nello stesso anno diminuiscono in assoluto gli investimenti pubblici.

Le assunzioni vengono bloccate nel 2019 in larga parte della pubblica amministrazione, con la mancata sostituzione di chi andrà in pensione e una pesante ricaduta su servizi già collassati, in particolare nella sanità.

Vengono sbloccate le tasse locali, con un via libera ai Comuni per nuovi rincari di Irpef, Imu, Tasi.

Si tagliano verticalmente, com’è noto, le spese per l’assistenza e l’integrazione dei migranti (dai famosi 35 euro vengono decurtati da 18 a 24 su affitto, pasti, biancheria, formazione).

All’altro capo della società le cose vanno diversamente.

Le imprese incassano la deducibilità dell’Imu sui capannoni al 40% (Di Maio puntava al 50%), l’ulteriore abbattimento della tassa sugli utili reinvestiti, anche in contratti a termine, dal 24% al 15% (Ires), la riduzione del 32% dei contributi per gli “infortuni” sul lavoro (Inail), la liberalizzazione degli appalti senza gara entro i 150.000 euro.

Le piccole imprese e i liberi professionisti incassano la flat tax al 15% sul fatturato sino ai 65000 euro nel 2019, e sino ai 100000 nel 2020.

Le banche e le assicurazioni che pagano un obolo triennale di 5 miliardi, prevedibilmente scaricato sui conti correnti e sulla clientela, intascano i 70 miliardi ordinari di soli interessi annui sul debito pubblico, per di più prevedibilmente maggiorati, di due miliardi, per via dell’aumento intervenuto dello spread (divario del tasso d’interesse tra titoli pubblici italiani e tedeschi) e della fine del Quantitative Easing della BCE.

Quanto ai salariati pubblici e privati, continueranno a reggere sulle proprie spalle l’intero edificio della società borghese.

Nulla muterà per loro.

Continueranno a pagare l’80% del carico fiscale.

Continueranno a subire la vacanza contrattuale nel settore pubblico.

Continueranno a subire il Jobs act di Renzi, rimasto intatto in tutti gli aspetti essenziali, a partire dall’abolizione dell’articolo 18.

Continueranno a subire il precariato (il famoso decreto dignità che doveva “abolirlo” ha esteso l’uso dei contratti a termine dal 20% al 30% dell’organico aziendale).

Continueranno a lavorare nei giorni festivi nella grande distribuzione e nel commercio, visto che la promessa di cancellarli è rimasta tale.

Mentre sotto la pressione delle Regioni a guida leghista, Veneto in testa, il governo ha avviato un progetto di autonomie regionali che tratterrà al Nord il grosso del residuo fiscale a scapito del Mezzogiorno, e mirerà a differenziare prestazioni e condizioni giuridiche e contrattuali del lavoro su basi territoriale. Un colpo frontale ai lavoratori e alle lavoratrici di tutta Italia.

Sino a quando? Sino a quando non si produrrà una grande ribellione sociale, di classe e di massa, che ponga l’interrogativo su quale classe governerà l’Italia: se i padroni o i lavoratori.

Partito Comunista dei Lavoratori

Lo sciopero del 16 giugno: uno scandalo!

In e-mail il 17 Giugno 2017 dc:

Lo sciopero del 16 giugno: uno scandalo! Rimpe le uova nel paniere a padroni, politicanti e sindacalisti di regime

Il 16 giugno, lo sciopero dei lavoratori dei trasporti (aeroportuali, portuali, ferrovie, autoferrotranvieri, logistica e autostrade) ha avuto un esito complessivamente buono, ove più ove meno (sotto, un breve resoconto). Sicuramente, il successo è stato maggiore alle aspettative dei promotori, alcuni sindacati di base (Cub Trasporti, Sgb, SiCobas, con l’adesione del SolCobas e, in parte, dell’Usb). Nel successo ha pesato il grande malcontento dei lavoratori che, solo a stento, la triade Cgil-Cisl-Uil ha potuto contenere in alcune situazioni dove pesa invece il loro ruolo clientelare. Quindi, non sono in questione le tessere sindacali, bensì è in questione l’unità di lotta dei lavoratori, un’unità trasversale che si sta generalizzando. E spaventa sindacalisti e politicanti di regime.

Lo sciopero è stato proclamato contro l’incombente privatizzazione del trasporto pubblico, in particolare il trasporto di passeggeri (urbano e ferroviario). Il trasporto è tra i pochi settori che vantano ancora una prevalente partecipazione dello Stato o delle amministrazioni locali. E fa gola alle multinazionali del trasporto privato, nonché ai lupi della finanza. Il governo Gentiloni sta facendo di tutto per regalare a costoro questa gallina dalle uova d’oro. Dando un calcio in culo ai lavoratori del settore e agli «utenti» del servizio.

Le male conseguenze della privatizzazione ricadranno infatti su TUTTI: i lavoratori del settore saranno sottoposti a peggiori condizioni di lavoro, i passeggeri, i pendolari in primis, dovranno ingoiare maggiori disagi e tariffe più alte.

La posta in gioco è alta, e spiega l’acido livore scatenato dallo sciopero tra politicanti e sindacalisti, con in testa Renzi, Del Rio, Furlan. E questo livore nonostante lo sciopero si sia svolto nel completo rispetto delle «regole» (sotto, commenti a caldo).

Lor signori, le «regole» le dettano ma le rispettano finché conviene loro. O vi sono costretti.

Sappiamo per brutta esperienza che, tra le conseguenze delle privatizzazioni, c’è la flessibilizzazione del lavoro: l’outsourcing, l’esternalizzazione, ovvero il lavoro in appalto. Un altro bell’affare, dove si sono buttate le cooperative che il lavoro lo gestiscono con criteri mafiosi e con la connivenza della triade Cgil-Cisl-Uil, come si è visto nella logistica e le lotte dei facchini.

Di fronte a questa prospettiva, fa piacere che allo sciopero abbiano partecipato molti facchini, in particolare a Modena e a Piacenza, che affrontano tutt’oggi le gioie del lavoro in appalto [vedi: Si Cobas Lavoratori Autorganizzati].

E fa piacere che a Milano siano scese in piazza (del Duomo!) anche le cameriere di alcuni grandi alberghi, anch’esse sottoposte a condizioni di lavoro schiavistiche, gestite dalle solite cooperative [vedi: SOL Cobas – Sindacato degli Operai in Lotta Cobas].
Un vento nuovo comincia a soffiare. Il vento caldo delle lotte.
Dino Erba, Milano, 17 giugno 2017.

Resoconto

A Roma chiusa la metropolitana, la linea ferroviaria Roma-Lido e la linea urbana Roma-Viterbo. Funziona invece, ma con forti riduzioni di corse la Termini-Centocelle. Sospese le limitazioni al traffico nella ztl centrale. Particolari disagi al traffico nel quadrante sud della Capitale a causa di alcuni incidenti. La situazione all’aeroporto di Fiumicino è regolare perché, in vista dello sciopero indetto da alcuni sindacati autonomi, Alitalia, “per limitare i disagi”, ha preventivamente cancellato oppure anticipato o posticipato l’orario di partenza di alcuni voli, informando peraltro per tempo i passeggeri delle modifiche attuate.

A Milano, secondo quanto riferito dall’Atm, le linee metropolitane 1, 2 e 3 dovrebbero continuare a funzionare, mentre la 5 sul sito della municipalizzata risulta interrotta. La situazione nelle stazioni è di affollamento, ma non si segnalano problemi di rilievo, probabilmente anche grazie all’utenza parzialmente diminuita per la fine delle scuole.

Caos a Venezia con Piazzale Roma invaso dalle auto di chi è costretto per ragioni di lavoro a raggiungere con questo mezzo il centro storico, presi d’assalto i taxi.

A Torino, invece, oggi il trasporto pubblico funziona regolarmente: uno sciopero è in calendario per il 6 luglio.

Disagi contenuti a Napoli. La protesta, indetta da alcune single sindacali minori, non coinvolge l’Anm, che gestisce bus, funicolari e il Metrò linea 1, né l’Eav, da cui dipendono le ferrovie Cumana, Circumvesuviana e Circumflegrea. Sciopero in corso, invece, sulla linea 2 del Metrò, gestita da Trenitalia.

Il Gruppo FS ha confermato il regolare funzionamento delle Frecce Rosse.

Lievi disagi solo per i voli in Puglia a causa dello sciopero di 24 ore del trasporto pubblico. I bus dell’Amtab a Bari circolano regolarmente.

Pochi disagi anche a Palermo: nell’azienda degli autobus del capoluogo, l’Amat, sono 230 su 1700 gli autisti che hanno incrociato le braccia. Un bilancio delle corse soppresse sarà disponibile solo dalle 14, ma al momento il traffico non sembra risentire particolarmente dell’astensione. Qualche difficoltà si è registrata nei voli.

[http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Sciopero-trasporti-disagi-in-molte-citta-4289c56c-38c8-4e91-9bbe-8c982cd91c57.html]

Commenti a caldo …

Il gangster Renzi contro lo sciopero

Dopo lo sciopero riuscito del 16 giugno, la rabbia del capo del partito dei padroni, Pd, è esplosa. Per Renzi il diritto allo sciopero va regolamentato. Cioè per il gangster Renzi il diritto di sciopero va eliminato. Per Renzi vanno bene solo le processioni organizzate il sabato e la domenica. Processioni rigorosamente fuori dall’orario di lavoro.

Durante i 1000 giorni in cui il gangster ha fatto tutto ciò che poteva a favore dei padroni, si è dimenticato del diritto di sciopero. In questi anni sono state fatte leggi e leggine contro lo sciopero.  Nessuna legge può fermare i lavoratori stanchi di subire la miseria in cui li costringono i padroni. Renzi siamo solo all’inizio.

 [Un lavoratore – da Operai Contro]

Allora fatemi capire: lo sciopero una volta era uno strumento di lotta in mano ai lavoratori (in Italia, altrove lo è ancora), oggi è regolamentato da leggi fatte dal governo, oggi è diventato uno strumento dei governi e dei padroni, ho sentito la signora a capo della Cisl criticare lo sciopero di oggi dei trasporti, ho sentito un uomo del governo (commissione di garanzia: Giuseppe Santoro Passarelli – vedi http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Sciopero-trasporti-disagi-in-molte-citta-4289c56c-38c8-4e91-9bbe-8c982cd91c57.html) affermare che in Francia ad esempio non c’è una legge sullo sciopero, quando hanno provato a farla c’è stato uno sciopero a oltranza (“selvaggio”, si dice qui) e l’hanno respinta, “ma qui da noi non è possibile” ha aggiunto con convinzione. Beh, in effetti ha ragione lui, non appare proprio possibile. Perché ci siamo fatti portare via tutto, perfino l’unico prezioso strumento di lotta dei lavoratori. Pensiamoci però un momento. Ribaltare tutta questa situazione, invece, è ancora e sempre possibile. Basta volerlo. E farlo. [Silvia Ferbi]

La catena di (sant)’Antonio della sinistra riformista

In e-mail l’11 Giusgno 2017 dc:

La catena di (sant)’Antonio della sinistra riformista

La crisi politica e la sinistra italiana

10 Giugno 2017

sinistrati

È in scena un nuovo passaggio della crisi politica, con ripetute convulsioni e capovolgimenti di fronte.

Il 21 maggio Renzi e Berlusconi sembravano aver concluso uno scambio politico vincente: Renzi concede a Berlusconi una legge elettorale a impianto proporzionale con soglia di sbarramento al 5%, dando la possibilità al Cavaliere di sganciarsi dall’abbraccio della Lega e di correre liberamente per un proprio ritorno di governo (con Renzi); Berlusconi concede a Renzi il semaforo verde per elezioni politiche anticipate, che eviterebbero al fiorentino le spine avvelenate della prossima legge di stabilità, da delegare al prossimo governo dopo il voto. Entrambi interessati, Renzi e Berlusconi, a una legge elettorale che garantiva il pieno controllo delle segreterie su candidature ed eletti.

Attorno a questo patto scattava la improvvisa convergenza di Lega e M5S. La prima libera di giocare in tempi brevi la partita di incasso della recente stagione lepenista, prima che possa disperdersi. Il secondo interessato a capitalizzare l’assenza di ogni premio elettorale di coalizione per giocarsi direttamente il testa a testa col PD , offrendo per di più a Grillo e Casaleggio la selezione dei propri nominati.

Questo patto Renzi-Grillo-Berlusconi-Salvini giungeva a prenotare pubblicamente non solo le elezioni in autunno, ma la data stessa del voto (il 24 settembre), mettendo la presidenza della Repubblica di fronte al fatto compiuto di un accordo apparentemente blindato dall’80% del Parlamento.

Ma le quattro gambe non hanno retto. Le contraddizioni interne a M5S e PD, unite al mal di pancia trasversale di settori parlamentari contrari alla legge elettorale e/o al voto anticipato, hanno prodotto alla Camera un incidente letale al momento del voto sugli emendamenti. Il PD si è rapidamente sfilato annunciando la “morte” della legge e attribuendo la responsabilità al M5S. Il M5S ha gridato al “tradimento” del PD. La verità è che quanto avvenuto misura l’estrema fragilità del patto politico e dei suoi principali contraenti.

LA CRISI POLITICA DI FRONTE A UN NUOVO BIVIO

Ora la crisi politica è di fronte a un nuovo bivio che interroga innanzitutto il PD. Insistere nella richiesta delle elezioni a settembre o accettare il decorso della conclusione della legislatura? Entrambe le vie sono impervie.

Insistere sul voto a settembre significa o riprendere rapidamente la tela del patto saltato provando a ricomporre l’accordo a quattro sulla legge elettorale proporzionale, oppure dichiarare il fallimento definitivo di ogni ipotesi di nuova legge elettorale, sancire la fine del governo Gentiloni, e puntare sul voto anticipato col Consultellum. Soluzioni molto difficili. La prima, sostenuta da Berlusconi, sconta il logoramento dei rapporti politici tra PD e M5S, oltretutto entrambi sfibrati da quanto avvenuto. La seconda richiede di uniformare i sistemi di voto tra Camera e Senato, possibile solo attraverso una legge e non per decreto (data l’indisponibilità di Mattarella). Ma quale legge, con quale maggioranza, e in quali tempi? Il gioco dell’oca riporta le bocce al punto di partenza.

Accettare il decorso di fine legislatura è l’opzione sostenuta dal capitale finanziario, da Confindustria, dalla grande stampa borghese e soprattutto dalla presidenza della Repubblica: tutti interessati a mettere al sicuro la prossima legge di stabilità e ad evitare complicazioni sui mercati. Ma il governo Gentiloni è in grado di reggere la navigazione della propria fragile maggioranza, pesantemente minata dallo scontro avvenuto tra PD e suoi alleati (Alfano e MDP) e attesa dal salto a ostacoli di ogni prova parlamentare (voucher, ius soli, biotestamento e soprattutto legge di stabilità)?

Verificheremo gli sviluppi. Ma quanto è avvenuto misura una volta di più le particolarità della crisi italiana. Il crollo del vecchio bipolarismo non è stato rimpiazzato da un nuovo equilibrio politico. Tutto procede al buio. La crisi di governabilità delle relazioni politiche è il portato fisiologico di questo fatto.

IL GIOCO DELLE MASCHERE A SINISTRA. L’INGANNO DEL 18 GIUGNO

In compenso, al di là del suo epilogo, la vicenda dell’ultimo mese ha rappresentato una formidabile cartina di tornasole della realtà della sinistra italiana, mostrando il volto scoperto di tutti i suoi attori. Lungo il piano inclinato di una infinita catena di sant’Antonio, in un’autentica commedia dell’arte.

Il primo attore di scena è Campo Progressista di Giuliano Pisapia.
Testimonial del Sì al referendum istituzionale, Pisapia ha sperato sino all’ultimo in un accordo col PD di Renzi. E Renzi aveva investito inizialmente sulla figura di Pisapia e sulla possibile coalizione con Campo Progressista per prevenire la scissione del PD e chiuderle lo spazio politico. Ma dopo la sconfitta del 4 dicembre e dopo la scissione, quel ruolo diventava inutile e ingombrante. Ingenerosamente scaricato da Renzi, Pisapia sogna ora il rifacimento del “vero centrosinistra”, con la benedizione di tutti i padri putativi dell’Ulivo (Prodi, Veltroni, Letta) e con la sponsorizzazione di Repubblica. La sua preoccupazione principale sembra quella di indossare i panni (impossibili) di un nuovo Prodi per federare sinistra e PD. Cioè per coalizzarsi con… Renzi nel prossimo Parlamento. La repulsione ostentata verso la sinistra cosiddetta radicale è il pegno della sua fedeltà (postuma) al renzismo. L’imbarco sul proprio carro del personale borghese liberale o di estrazione cattolica è la ricerca di un attestato di affidabilità presso i salotti democratici del capitale.

MDP è il secondo attore.
Minacciati nella loro stessa sopravvivenza politica e istituzionale, Bersani e D’Alema sanno bene che la soglia del 5% è tutt’altro che scontata. Per questo chiedono a Pisapia di evitare ostracismi a sinistra, in particolare verso Sinistra Italiana. C’è bisogno di caricare tutti sul medesimo carro: “una sola lista a sinistra” è la loro parola d’ordine. “Unità, unità, unità”! L’iniziativa del 18 giugno, formalmente promossa da Falcone e Montanari (in realtà da D’Alema) vuole offrire a questa campagna unitaria una coreografia civica e “popolare”. Il tutto per fare cosa? Per sbarcare nel prossimo Parlamento e «chiedere al PD di scegliere tra MDP e Berlusconi», come ha detto Bersani. In altre parole, per fare una coalizione di governo col PD. Cioè con Renzi. C’è forse da meravigliarsi, visto che Bersani e i suoi hanno votato le politiche antioperaie di Renzi (inclusa l’abolizione dell’articolo 18) e si presentano oggi come i migliori tutori del governo Gentiloni?

Sinistra Italiana è il terzo attore.
La sua massima aspirazione è evitare di essere esclusa dal carro, e rimanere appiedata. Il congresso fondativo di SI aveva formalmente celebrato l’alternatività a Renzi e al renzismo. Di più: aveva sentenziato «la fine del vecchio centrosinistra». Ma era solo il tentativo di difendere lo spazio politico e contrattuale del proprio fortino dalle insidie concorrenziali del nuovo MDP. Ora la campagna di Nicola Fratoianni impugna la bandiera dell’”unica lista a sinistra”. Ossia del blocco con Bersani e Pisapia, aspiranti rifacitori dell’eterno centrosinistra. La manifestazione del 18 giugno serve a riequilibrare il rapporto di forze con Pisapia, a rimuovere le sue resistenze, a sancire la legittimità della presenza di SI nel grande accordo unitario. Lo stesso sostegno di SI alla legge elettorale di Renzi-Berlusconi-Grillo-Salvini, incluso lo sbarramento del 5%, è indicativa: siccome c’è lo sbarramento sarà più facile essere imbarcati a bordo. Ci si può meravigliare se si considera che i gruppi dirigenti di Sinistra Italiana, già coinvolti nei governi Prodi, già in blocco col PD di Bersani, sono gli stessi che tuttora governano diverse regioni col PD di Renzi, con tanto di tagli a sanità e servizi?

Rifondazione Comunista è il quarto attore.
Il suo congresso aveva rivendicato solennemente la fine di ogni ambiguità circa i rapporti col PD e il centrosinistra («liberista e antipopolare»). Il nuovo segretario Maurizio Acerbo aveva formalmente rivendicato sulle colonne de Il Fatto il rifiuto di ogni subordinazione «a Pisapia e D’Alema» nel nome di una sinistra finalmente alternativa. Ma ora Acerbo e l’ex ministro Ferrero figurano tra i primi firmatari dell’appello unitario del 18 giugno per una unica lista della sinistra. Cioè, se le parole hanno un senso, per una lista con Pisapia e Bersani. Gli stessi che rivendicano la prospettiva della coalizione di governo col PD nel prossimo Parlamento. Sotto le vesti truccate di “una lista civica, democratica e costituzionale”, anche il PRC, alla coda di SI, prova dunque a inserirsi nel grande cartello unitario dell’aborrito centrosinistra? Certo, un partito che titola il proprio congresso con la parola “rivoluzione” nel mentre sostiene il governo Tsipras, nuovo governo della troika in Grecia, non merita davvero un attestato di affidabilità.

PER UN PARTITO INDIPENDENTE DEI LAVORATORI

Ora il fallimento del patto tra Renzi e Berlusconi sulla legge elettorale concordata può disfare la tela del grande accordo a sinistra. E magari diversi attori in commedia riprenderanno ognuno la propria maschera. Ma non si può rimuovere la lezione di fondo dell’esperienza avvenuta. Non siamo in presenza di “politiche sbagliate”, per quanto recidive, e di “errori”, per quanto ripetuti. Siamo in presenza di gruppi dirigenti della sinistra italiana la cui unica vera ambizione è la propria salvezza o ricollocazione istituzionale, nel grande gioco della democrazia borghese, nella prospettiva del governo del capitalismo.

La classe lavoratrice, a partire dalla sua avanguardia, ha bisogno di costruire il proprio partito indipendente. Sul solo terreno possibile: quello anticapitalista e rivoluzionario.

Partito Comunista dei Lavoratori

Tanto rumore per nulla

in e-mail il 12 Gennaio 2017 dc:

Tanto rumore per nulla

Che fine ha fatto il No Sociale?

A un mese dalla strepitosa vittoria del No al referendum costituzionale, sembra che nulla sia cambiato. Renzi, uscito dalla porta, è subito rientrato dalla finestra, con le sembianze di Gentiloni. Il nuovo governo ha solo fatto un piccolo maquilagge.

Come prima? No, più di prima!

In alcuni casi, il cambio di poltrona serve a tamponare le falle della gestione precedente. Per esempio, all’istruzione, dove l’ex sindacalista Valeria Fedeli è chiamata a rimediare al valzer delle cattedre, causato dalla buona scuola di Valeria Giannini.

In altri, ci sono da affrontare problemi più spinosi, come il crescente flusso di profughi, demonizzati con la scusa del terrorismo. Per questo, agli interni, c’è Marco Minniti che ha riesumato i Cie, i Centri di identificazione ed espulsione, istituiti nel 2008 dal governo Berlusconi con la legge Bossi-Fini. Veri e propri lager, il cui unico scopo è creare paura e malessere tra profughi e migranti, per dissuaderli dal venire in Italia.

Al lavoro resta Giuliano Poletti. Deve solo fare qualche piccolo ritocco indolore al JobsAct, attenuando il ricorso sfrenato ai voucher che si sono rivelati un comodo espediente per coprire il lavoro nero. Corollario dell’imperante lavoro precario.

Con le nubi che si stanno addensando all’orizzonte politico, i vuoti di potere sono pericolosi. Motivo per cui, nel fronte del NO, si è presto frantumata l’opposizione parlamentare al governo Renzi. A destra e a sinistra. Ed è sempre più flebile la voce di coloro che chiedono le elezioni anticipate. Di fronte a Pil depresso, baraonda bancaria, licenziamenti dilaganti, calamità naturali, profughi in arrivo, e con credibilità politica in caduta libera, tra i partiti dell’opposizione è prevalso un prudente «buon senso» che, magari, potrà dare qualche vantaggio. Con le elezioni anticipate, invece, c’è il rischio di trovarsi con un pugno di mosche.

Nel gioco al massacro tra partiti, sta naufragando anche il Movimento 5 Stelle, ultima spiaggia della democrazia parlamentare italiana.

Ma questi sono problemi loro. Vediamo cosa succede nel fronte sociale, nel fronte delle lotte. Che invece ci riguarda.

Se Atene piange, Sparta non ride

In queste circostanze, il No sociale ha mostrato tutta la sua deleteria sostanza. Finita la kermesse elettoralistica, si è visto chiaramente che il No sociale portava solo acqua al mulino di una presunta opposizione parlamentare di sinistra. Peggio, poiché alla prova dei fatti, quel mulino macina a vuoto, stante l’ignavia della sinistra parlamentare. Dopo la «vittoria» del 4 dicembre, quella sinistra non è stata in grado di (o non ha voluto?) prendere la ben che minima iniziativa!

Ben più gravi sono le conseguenze nei confronti delle lotte proletarie, nei posti di lavoro, nei quartieri e nelle piazze. L’adesione al No sociale ha prodotto una deviazione politica che si è tradotta in un arretramento per buona parte del sindacalismo di base (la Cub di Tiboni in primis, con al seguito Sgb ecc.). Eccezioni meritorie il SolCobas e poche altre sigle, tra cui una parte dell’Usi-Ait.

Particolarmente sconcertante è stata la posizione del SiCobas che, dopo il delitto padronale di Piacenza (14 settembre), si è messo al carro dell’Usb. Ovvero al carro di un sindacato che, come è noto, è la longa manus di quella composita diaspora di nostalgici del fu Pci (cascami di Rifondazione & Co.), di cui ripropongono la medesima logica politica, senza capire che oggi è fuori tempo massimo. E può fare solo danni.

Lo stesso è avvenuto con alcune realtà politiche, anche di ben diverso orientamento. Realtà che, pur con una presenza assai più modesta, nelle situazioni di lotta erano comunque riuscite a conquistarsi spazi, a volte significativi. Dopo la capriola referendaria, dovranno faticare per recuperare il terreno perduto. Per ora, qualcuno si sta arrampicando sugli specchi per dare un significato alle sue scelte dissennate.

Del referendum istituzionale, non ce ne poteva frega di meno. Era l’occasione ideale per una forte astensione che solo dei collusi e degli sciocchi hanno voluto ostacolare.

Che dire? All’origine di questa balorda vicenda, c’è quella strategia politica che vuole separare la lotta economica dalla lotta politica e che, oggi più mai, ci porta in un vicolo cieco. Sempre più tetro.

È una strategia che rivela il disprezzo per l’autonomia politica e teorica dei proletari, da parte di coloro che pretendono di averne la rappresentanza politica.

Certo, l’Italia è un paese cattolico, dove siamo abituati ad affidarci alla provvidenza, e a raccomandarci a qualche santo in paradiso, per evitare la fatica di assumerci le nostre responsabilità. Ma fino a quando?

Seguendo questa strada, mai si uscirà dall’in-ferno del capitale.

Dino Erba, Milano, 12 gennaio 2017.

C’è chi dice Si. C’è chi dice NO. C’ è chi dice Organizzazione Autonoma!

In e-mail il 29 Novembre 2016 dc (non do un giudizio sui gruppi che firmano il documento), originale qui:

C’è chi dice Si. C’è chi dice NO. C’ è chi dice Organizzazione Autonoma!

Pubblichiamo alcune riflessioni frutto di tre dibattiti sviluppati fra compagne e compagni comunisti a Roma e Viterbo nel mese di novembre 2016.

L’avvicinarsi dell’oramai fatidica giornata referendaria del 4 dicembre va intensificando il dibattito nell’opinione pubblica e negli ambienti militanti e moltiplicando le prese di posizione sui temi della riforma costituzionale proposta dal governo Renzi. I partecipanti alla sfida elettorale stanno caricando l’ennesima chiamata al voto referendario di significati e valenze (riformiste o difensive) che nulla hanno a che vedere con le reali motivazioni alla base della modifica costituzionale e del sistema di voto.

L’estremo trasversalismo dei due schieramenti del si e del no, mascherato dallo “scontro” tra riformatori moderni e difensori amanti della “costituzione più bella del mondo”, esprime invece una aspra lotta tra chi continua a sostenere il processo di integrazione europea e chi si dice favorevole al mantenimento dello status quo, ancora legato a logiche nazionali e clientelari.

 Insomma, comunque vada, lor signori padroni e servitori cascano in piedi, scaricando crisi e riforme contro di noi.

La Costituzione del ’46: il compromesso della borghesia post fascista.

La Costituzione, lungi dal rappresentare uno strumento di difesa della classe lavoratrice o addirittura un’arma da utilizzare per un’offensiva rivoluzionaria, fu dalla sua promulgazione la fonte principale di legittimazione della nuova classe dirigente ascesa al potere e il canale di riciclaggio di forze sociali ed economiche che del fascismo avevano costituito il nerbo del consenso (forze armate, Chiesa e gruppi padronali).

I rapporti di forza creati dalla Resistenza costrinsero i padri costituenti ad acrobazie per rassicurare le classi lavoratrici sulla presunta neutralità dello Stato repubblicano. E se è vero che i provvedimenti più efficaci per garantire sulla carta tale neutralità entrarono in funzione solo dopo decenni, sin da subito le più rilevanti scelte strategiche della nuova classe dirigente furono fatte in ossequio dei dettati costituzionali.

La Repubblica fondata sul lavoro riconosceva di fatto il primato delle forze produttive e non intaccava un sistema di relazioni industriali che, rimanendo rigidamente gerarchico e sbilanciato a favore del padronato, inaugurava la stagione più difficile per la classe lavoratrice, costituzionalmente impossibilitata a dispiegare quel patrimonio di lotta di classe che la stagione della Resistenza aveva comunque rilanciato.

Tra la fine degli anni ’40 e gli anni ’50, in nome del primato del “lavoro”, ovvero della produzione industriale, fu costituzionalmente garantita l’azione di contenimento delle spinte operaie causate dalla repressione interna alla fabbrica da parte dei padroni e da quella dello Stato, nonché da forze sindacali intimamente connesse ai partiti e alla logica dei bassi salari, tutti protagonisti consapevoli della distruzione ambientale e della tragedia dell’emigrazione operaia. La riforma agraria del governo De Gasperi pose fine al movimento di occupazione delle terre e significò la consacrazione costituzionale della piccola proprietà privata e del modello rurale maschile e cattolico.

E di fronte alla nuova composizione operaia e al ciclo di lotte degli anni ’60, le soluzioni eversive di Stato, la violenza stragista e le tentazioni golpiste mostrarono quanto l’involucro costituzionale divenisse superfluo quando non in grado di mantenere i rapporti sociali ed economici in termini favorevoli ai padroni.

E di fronte all’offensiva rivoluzionaria delle avanguardie e delle masse maschili e femminili coscienti negli anni ’70, la  corporazione politica si compattò in nome della costituzione e per conto della costituzione. Lo stesso Pci si autolegittimò tra le sfere dello stato militare e tra gli uffici riservati e reclamò assieme a gran parte dei sinceri democratici la feroce repressione “antiterrorista”, bloccando in maniera apparentemente definitiva il processo di autonomia e di potere operaio e il movimento femminista rivoluzionario.

E di fronte alle sfide internazionali seguite alla caduta del blocco sovietico, anche il presunto ripudio della guerra, sin dal 1949 sacrificato sull’altare dell’adesione all’alleanza militare NATO, produsse solo un fiorire di formule convenzionali (guerra umanitaria, missione di pace) a copertura della fondamentale sostanza guerrafondaia di ogni Stato borghese e di ogni blocco imperialista.

La Costituzione servì in effetti come arma nelle mani del potere, per legittimare in termini politici e giuridici la subalternità dei lavoratori e delle donne e la persecuzione dei rivoluzionari e delle rivoluzionarie. E non lo fece per colpa di una malcelata strumentalizzazione da parte del gruppo di potere che governò l’Italia nel secondo dopoguerra (la DC) ma perché era costitutivamente intesa a rendere più efficace lo sviluppo capitalista. Perché costitutivamente intesa a collocare  tale processo di sviluppo dentro la sfera di mercato occidentale. Perché costitutivamente borghese.

I motivi del sì, una riforma funzionale.

 I promotori, dopo aver inopinatamente indicato nel referendum una sorta di plebiscito per rafforzare un governo privo della “normale” legittimazione del voto, hanno fatto poi ricorso a una serie di argomenti populisti per spiegare i motivi della scelta di modificare una parte della Costituzione. La riduzione dei costi della politica, lo snellimento delle procedure legislative, la “maggiore partecipazione dei cittadini” (sic!), la valorizzazione delle autonomie sono tutte prese per i fondelli che nascondono i reali motivi esogeni che sono alla base dell’avventura referendaria.

È  bene ricordare che essa nasce non come risposta a specifici mali italiani, ma perché coerente con i disegni di ridefinizione degli Stati nazionali dettati a livello europeo. Il processo di concentrazione continentale politica, monetaria e industriale che risponde al nome di Unione europea, processo per noi irreversibile nonostante i conati reazionari dei sovranisti, impone il riadeguamento delle forme statuali e delle costituzioni che le dettano, piegandole alle esigenze del capitalismo europeo.

In assenza di un movimento di lavoratori e lavoratrici cosciente e di profilo internazionale le costituzioni “progressiste” diventano inutili e obsolete, perché non servono più ad assorbire conflitti deboli e sconnessi (nonostante le profezie dei “nostri amici”) e risultano troppo lente e costose a fronte della velocità richiesta dai cicli attuali di estrazione di profitto.

 Il superamento della costituzione del 1948 infatti, è già avvenuto attraverso l’introduzione di meccanismi finanziari, strumenti legislativi e pratiche di governo che ne hanno” de facto” modificato la struttura e l’indizione del referendum non è -come si vuol far credere- né una gentile concessione del governo Renzi, né il frutto di una mobilitazione popolare, bensì di una clausola prevista dalla Costituzione dato che in Parlamento non si è raggiunta la maggioranza dei due terzi necessaria per approvare la riforma. Altrimenti non staremmo nemmeno a discutere.

 In una formula, la riforma costituzionale vuole consacrare il processo già in atto, finalizzato a rendere più facile, economico e veloce prendere le decisioni di merda che comunque la classe dirigente ha preso, prende e continuerà a prendere.

I motivi del no, declinato a piacimento.

 Seguendo il dibattito sul referendum, balza agli occhi come il variegato fronte del no, che svaria da raggruppamenti politici che preferiamo non citare, fino a gran parte del movimento antagonista, individuino nella possibile caduta di Renzi il motivo principale della loro propaganda referendaria. Se dal punto di vista dei raggruppamenti politici tale visione è certamente comprensibile, meno chiari risultano i moventi del “no sociale”, del “no costituente” o del “no operaio”, anch’essi precipitati nella visione personalistica della politica che tanto piace al giornalismo attuale.

 Si dice che le ragioni del no rappresenterebbero dal punto di vista tecnico un vantaggio per i lavoratori, favoriti da contrappesi istituzionali. Già facciamo fatica a individuare nella storia dell’Italia repubblicana momenti in cui tali contrappesi fossero realmente serviti alla classe lavoratrice; già prendiamo atto di come tali contrappesi siano allo stato attuale svuotati di senso, logica ed efficacia dal compiuto processo di internazionalizzazione del capitale e dalla costruzione di un blocco di potere europeo.

Ci sembra poi veramente difficile comprendere perché le ragioni del no siano tecnicamente più vicine agli interessi dei lavoratori. Se andiamo a studiare la riforma proposta, l’istituto referendario, che tanta parte di movimento e di sinistra radicale hanno sempre individuato come un terreno praticabile e preferibile di democrazia diretta, riesce addirittura rafforzato, sacrificando, in finale, solo un’istituzione di regia memoria (Senato) che, al pari, per esempio, dell’arma dei carabinieri, rappresenta nel panorama politico internazionale un’anomalia tutta italiana, una vestigia di tempi passati e, per fortuna, sepolti dalla storia.

Ci risulta altresì complicato comprendere come un rafforzamento dell’esecutivo, tendenza peraltro già in atto in diversi Paesi d’Europa tramite provvedimenti eccezionali e decretazione d’urgenza, significhi ineluttabilmente un peggioramento per i lavoratori, a meno di non magnificare virtù taumaturgiche di parlamenti che da sempre sono luoghi deputati a legiferare in funzione del capitalismo e, al massimo, servono in certi casi da ostacolo non in virtù di meccanismi di rappresentanza, bensì a causa di rapporti di forza sociali ed economici più favorevoli ai lavoratori e costruiti all’esterno della sfera statale.

Ci risulta infine inaccettabile che a causa del desiderio di attaccare il processo di funzionalizzazione e centralizzazione del potere continentale si giunga a difendere di fatto una realtà infame come lo Stato-Nazione, individuandolo come bastione contro la rapacità dell’imperialismo europeo, soprattutto di marca tedesca. La forma dello Stato-Nazione non solo, come detto, ci sembra superato in termini politici ed economici, ma è stato combattuto per decenni da quelle stesse forze che il fronte del no aspira a “rappresentare”. Tale atteggiamento contraddittorio e ambiguo da ogni punto di vista giunge oggettivamente a porsi a fianco a forze “sovraniste”, se non peggio, che, molto più coerentemente, perseguono il consenso e sfruttano il risentimento popolare per indirizzarlo a una visione di dominio nazionale e identitario.

 Il problema, al nocciolo, non può quindi essere tecnico. Non può essere un problema di Europa, non può essere un problema di svolta autoritaria. Il problema è politico e ha due facce: Renzi e il movimento stesso.

 Si dice che Renzi stia perdendo consenso, che stia alla frutta, che esista un variegato blocco popolare più o meno distinto e sicuramente maggioritario antirenziano da conquistare magicamente alle ragioni del movimento e delle campagne ambientali e sociali che esistono ma che stentano, secondo tale visione, a farsi conoscere al di là dei soliti canali militanti.

Non è certo la prima volta che ad autunno le truppe del Movimento cominciano ad agitarsi per qualche “grande evento” capace di catalizzare l’attenzione, evidentemente incapaci (o forse non desiderosi) di provare a imporre e valorizzare una propria agenda di lotta. La logica da “grande evento”, così osteggiata quando si tratta di un evento capitalista, sembra in effetti da contrastare solo fino a un certo punto, ovvero fino a quando non garantisca visibilità e pubblicità alla propria autorappresentazione.

Probabilmente tutti i compagni e tutte le compagne sanno bene che una scheda in un’urna referendaria non può modificare o fermare processi che trovano nel mercato mondiale la propria storica sedimentazione e nelle istituzioni dei blocchi continentali le proprie sedi vincolanti per gli stati. Ma si lasciano comunque affascinare dal mito di una “comunità dei movimenti” e di quello delle “mille piazze” che appaiono come soluzioni adatte a liberarsi di quei fantasmi che infestano le menti e agitano le notti delle individualità che compongono l’antagonismo attuale: isolamento, marginalità e invisibilità.

 È un problema antico, certamente impossibile da evitare, che sin dagli albori del movimento rivoluzionario ha determinato scelte e revisioni di consolidati patrimoni teorici, magari mai smentiti dalla realtà dei fatti, ma spesso giudicati dalle soggettività “impazienti” come limiti all’allargamento e all’affermazione della propria opzione sociale. Eppure è un problema che la partecipazione a ogni referendum e, soprattutto, a questo referendum non fa altro che aggravare, destinando, al netto delle scelte opportuniste, l’inquietudine che anima le pur sincere coscienze di molti compagni e molte compagne a naufragare sugli scogli della poltiglia mediatica e della retorica politicista.

 Proprio nel momento storico-politico in cui grandi masse, la maggioranza dei cittadini italiani ed europei, perdono fiducia nell’istituto truffaldino del suffragio universale, rendendo il “partito dell’astensione” il primo partito, ci si mette a rincorrere tornate elettoralistiche o a mettersi al soldo di qualche magistrato-sindaco o di qualche finto partigiano.

Sinceramente la partecipazione del movimento antagonista alla sfida referendaria di dicembre ci sembra il punto più basso mai raggiunto  in termini di autonomia della classe e dei movimenti stessi, in termini di prospettiva reale e politica di cambiamento, in termini di proposta di ricomposizione delle lavoratrici e dei lavoratori, in termini di adeguamento del dibattito militante, in termini di salvaguardia del patrimonio di lotte sociali ed economiche, in termini di scissione dal pantano della politica, di chiarezza delle proprie identità e delle proprie proposte.

 L’idea di rilanciare cicli di lotte e di entusiasmo a partire da “grandi eventi” ha mostrato la sua inefficacia in decine e decine di occasioni. Al contrario, alti momenti di rivolta e insurrezione, pure se avvenuti in occasione di crisi istituzionali, sono riusciti più “forti” perché erano il risultato di un clima di conflittualità militante diffusa, oggi pressoché del tutto assente.

 Quella al referendum, anche quando non  mossa da moventi di opportunismo, anche quando non esprima il tentativo di ricondurre all’ovile elettorale, è quindi una partecipazione politica e militante insipiente, vecchia, stanca. Uno spreco di energie. Non appassionante e non produttivo.

Uscire dall’impasse

L’attuale scarnificazione dei rapporti sociali ha rivelato apertamente il carattere brutale, assassino e nocivo del modello di produzione capitalista. Il capitalismo stesso si va giovando della necessità, a causa delle sofferenze finanziarie, e della possibilità, a causa dell’assenza di conflitto reale, di fare a meno degli strumenti tradizionali di mediazione tra capitale e lavoro. La crisi dello Stato democratico non corrisponde a una crisi del dominio reale del Capitale, che, snellendo l’apparato burocratico, distruggendo il Welfare State, accorpando unità amministrative, riducendo i costi del lavoro, procede a concentrare il potere politico ed economico e tenta di rilanciare il profitto.

Il nostro problema non è quello di arginare tale riadeguamento capitalista, a meno di non destinare la nostra azione a una battaglia di retroguardia e di conservazione di un sistema preesistente che abbiamo fino ad oggi combattuto. Come Marx giudicava più conveniente per la rivoluzione la “libertà di commercio” rispetto ai protezionismi, così i rivoluzionari romani a inizi del ‘900 non rimpiangevano lo Stato pontificio, sebbene la Chiesa costituisse un freno alla speculazione capitalista nella Capitale.

E’ chiaro quindi che un intervento autonomo e di classe in questa situazione, più che attardarsi nell’utopico sogno di salvare una vecchia signora decrepita (la Costituzione) dovrebbe stare nel “movimento reale che supera lo stato di cose presenti”, cioè sfruttare le opportunità che, seppure con rapporti di forza sfavorevoli, si pongono nel corso della lotta tra le classi. E oggi queste opportunità si chiamano diffusione del modo di produzione capitalista all’intero pianeta con conseguente rottura dei confini tra generi, contaminazione migratoria e concentrazione metropolitana del proletariato.

Partecipare al referendum costituzionale non è un errore solo in termini di strategia. Ma anche in termini di un presunto interesse tattico. Sostenere che la scadenza referendaria rappresenti una opportunità da cogliere, è un segno di debolezza perché indice di una scelta subalterna allo scontro interno al sistema dei partiti sul terreno del parlamentarismo. L’agenda dei movimenti sembra ancora una volta influenzata da logiche istituzionali, tanto più se si considera l’apertura di credito riservata da ampi settori di movimento alle giunte “anomale” che governano Roma, Torino e Napoli.

 Che si tratti del governo delle città o di quello del Paese ci sembra che – in questa fase – l’agire e il pensare dei movimenti esista solo in quanto riflesso delle contraddizioni del Potere, che non si dia capacità autonoma di elaborazione ed iniziativa per tutte quelle aspirazioni/necessità di vasti settori sociali che pure esprimono una domanda politica.

 Ritenere residuali le battaglie nelle scuole, sul lavoro, in difesa dell’ambiente, sulla casa può anche paradossalmente essere giusto, ma solo se ci si interroga sull’assenza della capacità di costruire organizzazione autonoma a partire da tali lotte. Questo referendum non è evidentemente vicino ai problemi della classe cui si ritiene di appartenere, ma solo a quelli dei leader che di tale classe si ritengono i rappresentanti. È questo il ceto con il quale si pensa di ricostruire il tessuto connettivo della classe?

Dal punto di vista teorico occorre cogliere nella semplificazione dei meccanismi burocratici e nella velocizzazione istituzionale che il referendum potrebbe sancire a dicembre, ma che saranno eventualmente realizzate sotto altre forme e in altri momenti, anche senza il burattino Renzi, la nostra urgenza di riadeguare una pratica e una teoria di lavoro militante che mostra ogni giorno drammaticamente la sua insufficienza e la sua autoreferenzialità.

Certamente il lento processo molecolare di ricostruzione di un terreno propizio alla lotta di classe, necessario per sedimentare processi di autorganizzazione, è lento, talvolta noioso e quasi sempre faticoso, scandito più da denunce penali e provvedimenti amministrativi che da risultati felici e brillanti.

Dal punto di vista pratico occorre ribadire che, nonostante le difficoltà e le asperità, solo lo stimolo e la valorizzazione delle lotte e della capacità di autorganizzazione della classe lavoratrice, nonché la capacità di sedimentare, coordinare e collegare i risultati acquisiti in mesi e anni di “scavo della talpa” dentro un processo di organizzazione autonoma, fuori e contro la Democrazia e i suoi istituti e per abolire lo stato di cose presenti,  possono rilanciare un’opzione concreta di comunismo e di libertà.

Comitato di Lotta Quadraro

Centro Sociale I Pò

Assemblea per l’Autorganizzazione

Iskra Roma

Comitato di lotta Studenti, Lavoratori e Disoccupati Viterbo e Civita Castellana