Sulla scritta “Fontana assassino”. Conferenza stampa mercoledì 20 maggio.

In e-mail il 19 Maggio 2020 dc:

Sulla scritta “Fontana assassino”. Conferenza stampa mercoledì 20 maggio.

 

Agli organi di informazione

Mercoledì 20 maggio alle h. 12 è convocata una conferenza stampa tramite piattaforma Zoom. È invitata la stampa. Per l’accesso richiedere le credenziali via mail (specificando nome, cognome e testata) a carc@riseup.net

Di seguito il comunicato di indizione.

Milano, 19 maggio 2020

In questi giorni i media riportano la notizia dell’apertura di un’inchiesta per la scritta apparsa su un muro di Milano che esprimeva un concetto semplice, chiaro: “Fontana assassino”. Sgomberiamo il campo da possibili fraintendimenti: per Fontana si intende Attilio Fontana, il Presidente della Regione Lombardia.

Siamo consapevoli che un messaggio tanto esplicito, benché traduca i sentimenti di parte consistente dei 12 milioni di cittadini lombardi, possa arrecare disturbo a chi cerca di nascondere le responsabilità e sia indigesto a chi è abituato alla politica della retorica, dell’ipocrisia, dell’omertà e della conciliazione. Ma siamo in una situazione in cui da conciliare non c’è niente, in cui i fatti hanno messo a nudo la montagna di ipocrisia e correità esistente nel governo centrale, nei governi e istituzioni regionali, nella Confindustria, nelle istituzioni finanziarie e affaristiche, nei partiti di governo e di “opposizione”.

Oggi chi promuove la conciliazione con una classe dirigente parassitaria, invischiata nei traffici, nelle speculazioni, nel malaffare di ogni tipo e in ogni ambito è complice, parte del problema, non un’alternativa.

Vogliamo precisare alcune questioni per essere certi che il contenuto di quella scritta e il suo valore, simbolico e pratico, siano effettivamente chiari e non interpretabili.

  1. A fine aprile la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo ed epidemia colposa per la gestione delle RSA in Lombardia. Il reato di epidemia colposa riconduce agli effetti di una strage. Per essere chiari: un omicida è responsabile di un omicidio. Ma 15mila morti non sono responsabilità di un omicida, sono responsabilità di un’organizzazione criminale, che ha una sua struttura e un vertice di comando. Questa è la giusta dimensione delle cose. La Procura di Milano non l’ha scritto sui muri, ma sugli atti dell’inchiesta.

Sono indagati i vertici del Pio albergo Trivulzio. Atto dovuto. Ma chi ha la responsabilità politica della gestione delle RSA? Chi ha emesso l’ordinanza dell’8 marzo che spediva a ricovero nelle RSA gli anziani ancora infetti dal virus? Da chi è arrivato l’ordine (o, se ordine non è stato, di certo il benestare ai comportamenti della Direzione ha un profilo di complicità e consenso) di perseguitare i lavoratori che denunciavano la situazione? Suvvia, non siate ipocriti: Regione Lombardia. E Attilio Fontana, è il suo “governatore”, come ama definirsi quando gli fa comodo.

La scritta sul muro ha quindi un evidente limite: ridimensiona, del tutto involontariamente, la portata delle responsabilità di Fontana.

Vogliamo considerare, a consolidamento di questo ragionamento, che

– è in corso una petizione per il commissariamento della Regione Lombardia,

– è in corso una campagna per le dimissioni di Fontana e Gallera e il resto della Giunta Regionale,

– sono state presentate varie denunce per l’inadeguatezza nel rifornimento di DPI agli operatori sanitari,

– ci sono ben più che ombre rispetto alla decisione di non ricorrere all’uso dell’ospedale di Legnano, ma di costruirne uno nuovo in Fiera a costi – sia passato l’eufemismo – spropositati anziché usare quei soldi (21 milioni di euro) in modo utile,

– ha sollevato ben più che indignazione il non avere dichiarato Nembro e Alzano “zona rossa” giocando a fare lo scaricabarile con Conte.

Una domanda retorica: si tratta di iniziative basate sul pregiudizio? Sul “piano politico antilombardo” o “antiLega”? Chi le promuove è convinto che Fontana, Gallera, la Giunta si siano comportati da bricconcelli? Oppure c’è un’ampia fetta di popolazione, organismi politici e sindacali, di categoria, di società civile che ha riconosciuto delle chiare responsabilità? Responsabilità rispetto a cosa? Non giocate con le parole! Diffusione del contagio, omesse cure, speculazioni, abbandono dei malati, morti. Il risultato è una strage. 

Un incompetente qualunque si sarebbe dimesso. Ma 1. quali interessi e quali motivi spingono Fontana, invece, a rivendicare tutto? 2. perché dovremmo sopportare in silenzio?

Se ci fosse una giustizia degna di questo nome, Fontana e soci sarebbero stati immediatamente cacciati dai posti di governo e poi processati. Ma la “giustizia” è fatta per colpire i ladri di polli e multare i vecchietti che escono di casa senza permesso dell’Autorità.

I ricchi e i potenti continuano a gozzovigliare, i politici a farsi la campagna elettorale (in piena strage, Gallera si è pure proposto come candidato a sindaco di Milano) sulla pelle di migliaia di morti. Questi sono i fatti.

  1. Quella scritta sul muro, oltre che ridimensionare la portata delle responsabilità di Fontana, ha un altro limite. Sintetizza in modo unilaterale e quasi escludente quelle responsabilità. È vero che non sono solo di Fontana. Ma anche di Gallera, della giunta regionale tutta, dei dirigenti della sanità posizionati dalla Lega e Forza Italia come si posizionano le pedine su una scacchiera per giocare la grande partita della spartizione dei soldi pubblici fra i gestori privati della sanità. Sono anche di chi è venuto prima e oggi fa il verginello: da Formigoni a Maroni. E sono, inevitabilmente, del governo, che è troppo invischiato o sottomesso a questo sistema di potere. E del PD. Sì del PD che cogestisce gli affari della sanità lombarda, mentre in altre regioni – Emilia Romagna, Marche, Toscana, Lazio – è a capo della banda che ha smantellato la sanità pubblica. Lo ha ammesso con coraggio e onestà anche Carmela Rozza in un messaggio giusto a fine aprile. E lo dimostrano i ripugnanti balletti sulla commissione di inchiesta regionale. Il PD chiede a Fontana di istituire la commissione di inchiesta. Come si chiama a casa vostra un simile atteggiamento? Loro lo chiamano “responsabilità” e “rispetto delle regole democratiche”, ma ci vuole un impegnativo esercizio di travisamento della realtà per non chiamarla “complicità”, che va ben oltre gli attestati di solidarietà – ad esempio di Sala – che sono arrivati a Fontana per la scritta. Nel nostro paese, quando si vuole insabbiare qualcosa, si istituisce una “commissione di inchiesta”.
  2. Quindi sì, abbiamo sbagliato, siamo stati moderati definendo solo assassino Fontana, siamo stati unilaterali nello scrivere solo Fontana. Ma è una scritta su un muro, non I Promessi Sposi. Faremo di meglio in futuro.
  3. Veniamo alla ventilata inchiesta della Procura di Milano, della Sezione antiterrorismo. Se l’apertura dell’inchiesta è una notizia vera, questo non fa altro che confermare ancora una volta come vengono utilizzati la giustizia e gli apparati investigativi: non per indagare e colpire chi commette crimini e stragi contro la popolazione, ma gli oppositori politici.

Siamo ben pronti e disponibili a rispondere politicamente delle affermazioni che facciamo e faremo in modo, anzi, che esse possano essere anche più chiare, esplicite e ricorrenti.

Per come stanno le cose, un tribunale è il luogo adatto per Fontana e soci. Auspichiamo, pertanto, che la Procura di Milano voglia essere solerte, come lo è per una scritta su un muro e quando si tratta di colpire lavoratori e oppositori politici, con le inchieste per la strage nelle RSA, per il giro di fondi dell’ospedale in Fiera, per le speculazioni sul prezzo dei tamponi, ecc. Di norma invece è lenta e clemente verso i padroni, i ricchi e i “potenti”: le inchieste contro di loro finiscono spesso nelle sabbie mobili dei tempi della giustizia…

Per quanto riguarda noi, non abbiamo intenzione di scusarci né di difenderci in modo particolare. Politicamente, eticamente, umanamente non ne abbiamo bisogno. Tecnicamente l’eventuale processo a nostro carico sarà occasione per dare voce alle testimonianze, che qualcuno fa finta di non conoscere, delle persone che sono state malate, a casa, senza cure e senza diagnosi per settimane. Di chi ancora non sa se è stato malato o se è guarito. Di chi non ha potuto avere neanche la visita del medico di base. Di chi ha rimediato un provvedimento disciplinare o il licenziamento per aver denunciato la situazione negli ospedali e nelle RSA.

Sì, faremo un bel processo. Ma non siamo gli accusati. Noi, assieme ai famigliari degli anziani uccisi nelle RSA, agli infermieri licenziati o sanzionati perché denunciano, ai sindacalisti colpiti, ai cittadini privati di DPI, siamo gli accusatori.

  1. Per completare il quadro è bene specificare subito che violeremo ogni dispositivo di condanna che sarà eventualmente comminato a nostro carico in quell’eventuale processo. Non pagheremo multe, non rispetteremo restrizioni della libertà individuale, non metteremo firme in caserma, non adempiremo a lavori socialmente utili… Non saremo i carcerieri né gli esattori di noi stessi per conto dello Stato.

Anzi, in caso di condanna andremo – e i giornalisti sono convocati fin da oggi – ordinatamente ma risolutamente, a bussare al carcere di Bollate: il carcere è l’unico modo per farci espiare “la colpa”. Bisogna che qualcuno si prenda la responsabilità di mettere in carcere dei comunisti per una scritta che afferma la verità (benché parziale), che esercitano l’articolo 21 della Costituzione.

Pretendiamo di essere tradotti a Bollate, lo stesso carcere da cui Formigoni è uscito con beneficio dei domiciliari dovendo scontare 5 anni e 10 mesi per corruzione. Corruzione nella sanità. È stato precursore e mentore di Fontana. È uno stragista come lui. Anche lui impunito.

  1. C’è un piano politico dietro la scritta? Certo. Siamo comunisti, siamo e saremo sempre e comunque dalla parte della classe operaia e delle masse popolari. Rispondiamo ad esse delle nostre azioni. Il piano politico che promuoviamo e perseguiamo è cacciare i Fontana, i Gallera e i loro soci in affari e in politica (quale sia il loro partito di appartenenza) e farli sostituire dalla parte sana e organizzata delle masse popolari che sta mostrando che può prendere in mano la gestione delle aziende e dei quartieri, delle città, delle regioni e dell’intero paese. Farla finita con il sistema dei Fontana, dei Gallera e dei loro soci che siedono al governo nazionale e costituire un governo di emergenza popolare con persone che godono della fiducia delle organizzazioni operaie e popolari, costituendo quello che abbiamo chiamato Governo di Blocco Popolare.

Ci rivolgiamo agli operai, ai lavoratori, alle casalinghe, agli studenti, ai pensionati, alle Partite IVA, ai precari e a tutte quelle persone che per vivere hanno bisogno di lavorare, coloro che per la loro appartenenza di classe sono stati duramente colpite da questa crisi sanitaria, economica e sociale. Sono loro che hanno dimostrato con forte senso di responsabilità e solidarietà di poter gestire l’emergenza autorganizzandosi. Pensiamo agli operai che hanno scioperato alla FCA, alla Whirlpool, alla Piaggio, alla Electrolux e nella logistica, ad esempio, imponendo la chiusura di gran parte delle attività produttive e oggi vigilano sulle condizioni di sicurezza.

Partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza – per il Comunismo (CARC)

Via Tanaro, 7 – 20128 Milano – Tel/Fax 02.26306454

e-mail: carc@riseup.net – sito: www.carc.it

Un virus ma non solo

In e-mail il 25 Febbraio 2020 dc:

Un virus ma non solo

Coronavirus: un fattore imprevedibile investe l’economia internazionale, la vita ordinaria di centinaia di milioni di esseri umani, la stessa società italiana.

L’immaginario collettivo e il discorso pubblico conoscono per questa via una improvvisa distrazione di segno, un cambio di vocabolario. Sembra che la stessa vita politica sia in qualche modo sospesa, ovunque rimpiazzata dalla emergenza virus.

Nel merito fioriscono interpretazioni discordanti, spesso opposte, nella stessa comunità scientifica, tra chi minimizza il fenomeno trattandolo alla stregua di una normale influenza, seppure più perniciosa, e chi invece giunge a paragonarlo alla spagnola del primo ‘900 (che fece, per inciso, decine di milioni di vittime).

Non saremo noi a improvvisare un giudizio clinico, non avendo le competenze scientifiche richieste. Vogliamo invece formulare prime considerazioni e proposte da un punto di vista di classe. Perché è vero che il virus non distingue le classi sociali, ma le risposte che si danno ad esso e le loro ricadute sono tutt’altro che socialmente neutre.

Una prima considerazione riguarda la percezione e rappresentazione pubblica del contagio, delle sue proporzioni, della sua progressività, della sua incidenza mortale.

Al netto delle diverse interpretazioni scientifiche, e della necessaria verifica del suo itinere, parliamo di un fenomeno ancora relativamente circoscritto su scala planetaria.

Il tasso di mortalità è in Cina attorno al 3%, e dell’1% fuori della Cina: un tasso sicuramente più alto di una normale influenza ma contenuto. Inoltre le vittime si concentrano nella fascia alta di età, in particolare tra persone molto anziane, già debilitate e/o immunodepresse. Come dire che l’effetto mortale sarà determinato da ritmo e raggio della propagazione del virus più che dalla sua potenza in quanto tale.

Vi sono stati e vi sono Paesi poveri semicoloniali, lontani dallo sguardo dei media d’occidente, segnati da fenomeni più devastanti relativamente al proprio territorio. È il caso dello Yemen, colpito dal colera, con una altissima mortalità infantile, o dell’Africa subsahariana dove nel solo 2001 l’AIDS fece oltre due milioni di morti.

Solo per dare l’ordine delle proporzioni.

Naturalmente non possiamo ad oggi valutare la portata del coronavirus, lo si potrà fare solo a bilancio.

Non sappiamo se le sue dimensioni finali saranno simili, o poco superiori, a quelle della Sars del 2003 (700 decessi nel mondo) o dell’Asiatica del 1957 (2 milioni di morti), o peggio ancora della terribile spagnola del 1918-1920.

Diciamo che la rappresentazione pubblica del fenomeno è oggi condizionata da due fattori, tra loro intrecciati, non strettamente clinici: la sua ricaduta potenziale sull’economia mondiale, già in fase di ulteriore rallentamento (netto calo della crescita USA, nuova possibile recessione in Giappone, calo della produzione industriale in Germania, Francia, Italia), e il fatto di essersi prodotto in Cina, prima potenza manifatturiera su scala globale, oggi minacciata come mai in precedenza da una regressione marcata del suo tasso di crescita, con effetti moltiplicati sul capitalismo internazionale.

La seconda considerazione attiene ai rimedi. La borghesia non sa bene come fronteggiare l’emergenza. Le stesse classi dominanti che hanno tagliato la spesa sanitaria per pagare il debito pubblico alle banche sono alle prese con gli effetti dell’austerità: dal taglio degli investimenti nella ricerca scientifica, totalmente appaltata all’industria farmaceutica, alla carenza ovunque di personale medico e paramedico oggi in Italia costretto, nelle zone interessate dal contagio, a turni di lavoro massacranti (oltre le 12 ore giornaliere).

Nulla più del coronavirus rende evidente l’irrazionalità della società borghese.

Crescono ovunque i bilanci militari, trainati dalla nuova grande corsa tra potenze imperialiste vecchie e nuove per la spartizione del mondo; cresce a dismisura il parassitismo del capitale finanziario, con migliaia di miliardi investiti dalle aziende nell’acquisto delle proprie azioni, per sostenerne il valore di borsa (mentre arretra la produzione reale e si distruggono i posti di lavoro).

In compenso nella sola Italia 9 milioni di persone non riescono ad accedere alle cure sanitarie, o perché non possono affrontarne le spese, o perché debbono aspettare un anno per una visita medica, o perché semplicemente l’ospedale del territorio è stato soppresso. Mentre i lavoratori e le lavoratrici della sanità pubblica si vedono negato persino il rinnovo del contratto, e quelli/e della sanità privata lo aspettano da ben 13 anni.

Oggi questa organizzazione capitalistica preposta alla distruzione ordinaria della sanità è incapace di fronteggiare un’emergenza straordinaria. E per questo ricorre di fatto a misure draconiane di ordine pubblico, sino a vietare ogni forma di manifestazione ben al di là dei territori contagiati. In una corsa panica tra governatori regionali e governo nazionale a cautelarsi da un possibile disastro, mentre le forze più reazionarie inzuppano in pane nel coronavirus per rilanciare pulsioni xenofobe e securitarie.

È necessario fronteggiare l’emergenza con ben altre misure: esame sanitario capillare di tutte le persone che possono essere entrate a contatto col virus; approntamento di nuovi presidi sanitari capaci di gestire sul territorio questo intervento straordinario; assunzione massiccia di nuovo personale medico e paramedico; investimento concentrato nella ricerca pubblica, scientifica e sanitaria; una patrimoniale straordinaria sulle grandi ricchezze per finanziare tali misure; nazionalizzazione dell’industria farmaceutica, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori.

A pagare il conto siano i capitalisti, gli azionisti, i banchieri, non i lavoratori e le lavoratrici!

 

Partito Comunista dei Lavoratori

Il “virus” della paura

In e-mail il 27 Febbraio 2020 dc:

Il “virus” della paura

di Lucio Garofalo

La paura è, com’è noto, una pulsione ancestrale del genere umano, è un impulso ferino ed irrazionale, preesistente ad ogni stadio della civiltà e a qualsiasi forma di cultura e di raziocinio, è un elemento insito nella stato di natura animale ed è riconducibile all’istinto più antico e primordiale di auto-conservazione della specie.

La paura discende da un sentimento più che naturale, ossia il terrore inconscio ed incontrollabile della morte. Perciò, la paura è una pena che si sconta e si vince vivendo.

Sin dai suoi lontani primordi, l’umanità ha imparato (per una necessità insopprimibile, e non per volontà) a convivere con lo sgomento destato dalla furia naturale e dalle sue terribili manifestazioni più frequenti: tuoni e fulmini, terremoti, eruzioni vulcaniche ed altri cataclismi.

Nel corso dei millenni della preistoria l’uomo ha provato ad esorcizzare la paura, cercando di interpretare i vari fenomeni fisici come eventi soprannaturali di origine divina.

In tal modo sono sorte le antiche religioni mitologiche che affondano le loro radici nei timori più ancestrali e remoti dell’umanità.

Ancor oggi, in un’epoca apparentemente soggiogata dal razionalismo e dal delirio/complesso di onnipotenza tecnicistica ed utilitaristica dell’uomo, la paura è un elemento costante della nostra esistenza. Essa assume innumerevoli manifestazioni, si insinua nei meandri più oscuri e reconditi dell’animo umano, come un “virus” subdolo e letale che genera più danni e iatture di qualsiasi morbo e di ogni epidemia infettiva.

È fuori discussione che la paura sia uno dei tratti più tipici e peculiari della natura animale che è insita nell’uomo, ma non dev’essere un’ossessione che non concede pace o tregua.

Eppure, la realtà che viviamo oggi è sempre più assillata da paure, a cominciare dalla paura di morire fino alla paura di vivere.

Non a caso, il triste e lugubre primato dei suicidi, in modo particolare tra le generazioni più giovani, è conteso dalle nazioni più opulente ed evolute dell’Occidente, il Giappone in testa.

Non a caso, le società vengono governate anche con il ricorso alla paura, e gli Stati più avanzati sul fronte tecnologico si avvalgono anche delle paure per esercitare una forma di controllo sociale sempre più esteso e capillare.

Non a caso, si vincono le elezioni politiche proprio “giocando” la carta dell’idiosincrasia o della fobia isterica verso qualcuno, un nemico, un diverso, da demonizzare ed agitare come uno spauracchio.

In primis, la “paura del comunismo”, che costituisce tuttora un’avversione ed un’inquietudine ossessiva della borghesia. Lo “spettro del comunismo”, dopo il fallimento del “comunismo reale”, dopo la caduta del muro di Berlino ed il tracollo dell’URSS, viene agitato assai più che in passato, proprio allo scopo di conquistare e di preservare il potere e l’ordine costituito.

In passato, in Italia venne importata dall’Estremo Oriente una nuova paura incarnata nel virus dell’Aviaria, meglio nota come “influenza dei polli”, che suscitò timori assai spropositati, infondati ed isterici, prefigurando vari scenari apocalittici addirittura di stragi “pandemiche”, paragonabili alle peggiori pestilenze dei secoli passati.

Invece, come si è verificato in altre occasioni, il panico si rivelò assai più pernicioso della stessa patologia “ornitologica”.

Che polli! I veri “polli” si rivelarono gli utenti e gli spettatori più sciocchi e passivi delle campagne di disinformazione di massa. L’aviaria si dimostrò essere una bufala. Già nel 1998/99 numerosi polli perirono a causa del contagio, ma i mass-media non ne parlarono e tutti continuarono a mangiare polli senza allarmismi di ordine sanitario.

Lo spavento suscitato dall’aviaria in anni successivi, mise in ginocchio un’intera economia agricola, contribuendo ad incrementare i già colossali profitti delle multinazionali farmaceutiche.

La vicenda conferma l’abnorme ruolo dei mass-media, la cui “influenza” è assai più deleteria di ogni virus influenzale.

Aveva pienamente ragione il ministro della propaganda nazista, Goebbels, quando affermava: “Una bugia, ripetuta continuamente, è accettata dalle masse popolari come una verità incontestabile”.

Negli anni ’80, il virus HIV (l’Aids) seminò un’enorme psicosi nel mondo occidentale, ma fu presto scongiurato, tuttavia ancor oggi rappresenta una delle principali malattie infettive in Africa e nel Sud del mondo, un morbo assai più letale della tubercolosi e della malaria, che provocano stermini di massa.

Mentre in Occidente il virus dell’AIDS è oramai debellato grazie ai risultati ottenuti sul versante della ricerca, nei Paesi del Terzo mondo esso uccide più di ogni altra malattia a causa degli esorbitanti costi dei vaccini, imposti dalle multinazionali farmaceutiche, che risultano potenti e totalitarie quanto lo sono le compagnie petrolifere e quelle legate all’industria bellica, per cui si configurano come i padroni assoluti ed incontrastati del nostro pianeta.

Nei secoli bui della storia, il terrore provocato dalla peste bubbonica causava più danni del morbo stesso. Ad esempio, nell’Europa medievale la paura degli untori era assai più nociva e deleteria della stessa peste che sterminava milioni di vite umane. Le testimonianze che ci hanno lasciato il Boccaccio ed il Manzoni nelle loro opere (Decameron e Storia della colonna infame) ci trasmettono degli insegnamenti assai preziosi. Ma, come spesso accade, la storia insegna, ma non ha scolari (cit. Antonio Gramsci).

Le vicende relative al nuovo virus, il Covid-19, meglio conosciuto come il Coronavirus, temo che confermino il fatto che la paura è assai più subdola e più perniciosa di qualsiasi morbo epidemico eppure, nel contempo, può rivelarsi lucrosa per chi, in modo cinico e spregiudicato, riesca a trarne profitto.

L’isteria collettiva generata dal nuovo virus, assai meno nocivo dell’influenza stagionale, è un fenomeno di proporzioni immani e spaventose.

La mia ipotesi, dettata dalle esperienze storiche, è che le attuali campagne mediatiche di allarmismo e di terrorismo psicologico di massa serviranno a giustificare e ad incentivare la corsa futura all’acquisto di milioni di dosi di vaccino ad un titolo preventivo e cautelativo, che farà la fortuna dei principali colossi farmaceutici multinazionali.