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Perché siamo così cretini?

 

Perché siamo così cretini?

– Perché ci sono così tanti cretini?

Siamo così cretini per tanti motivi, troppi per elencarli tutti.

– Scegline uno.

– A caso o vuoi il mio preferito?

– La seconda.

– Non leggiamo. Siamo così cretini perché leggiamo poco o per niente.

– Chi lo dice?

– Quanto tempo hai?

– Tre minuti.

– Ok. Ci provo. Partiamo dai dati: nel 2016 il 57 % della popolazione non ha letto nemmeno un libro.

– Impossibile.

– Ah sì? Perché?

– Eh, perché qui siamo in due e se i tuoi dati fossero veri, uno di noi non avrebbe letto nemmeno un libro.

– Primo non sono i miei dati, ma dell’Istat. E secondo: quanto hai preso a Statistica?

– Ho fatto lettere, non c’era Statistica, e in ogni caso io non mi fido dei dati.

– Per forza non ti fidi: non solo non li puoi interpretare, ma nemmeno puoi capirli.

– Ma dai, nemmeno un libro, ti rendi conto? Secondo me c’è qualcosa che non va. Magari qualcuno vuole farci credere che si legga molto meno di quanto succeda in realtà. Potrebbe essere una montatura, o una notizia messa lì apposta dai midia.

– See certo, scie chimiche e big pharma. E comunque si dice media. È latino.

– Ma al TG dicono midia.

– Dicono anche che pagheremo le bollette di chi fa il furbo, ma non significa che tu ci debba credere.

– Torniamo ai libri? Secondo te è vero che un Italiano su due non ha letto un solo libro in tutto il 2016?

– Temo di sì, ma anche se non mi fidassi dei dati Istat (e mi fido) ci sono quelli Eurostat oltre a un paio di tera di ricerche consultabili online. Lasciando stare i dati, poi, c’è sempre quello che sentiamo, quello che ci raccontano, quello che vediamo online e offline. Quello che leggiamo sui social.

– Eh. E quindi?

– Quindi l’osservazione di come scriviamo mi porta a dire che NON leggiamo.

– Okay, e perché non leggiamo?

– Non leggiamo perché corriamo come cretini di qua e di là per comprare cose che non ci servono e che nemmeno ci piacciono e poi siamo così stanchi e vuoti da rincoglionirci sui social o davanti alla TV.

– Ma se tu nemmeno ce l’hai?

– Non è questo il punto.

– E qual è?

– È che non leggiamo perché ci raccontiamo di non avere tempo per farlo ma la verità è che non ne abbiamo voglia.

– Secondo te perché?

– Perché nessuno ce la fa venire.

– Pochi libri?

– Anzi, troppi. Più di un milione di nuovi titoli nel 2015, secondo GFK.

– Magari sono brutti.

– Non tutti ma parecchi e questa cosa mi fa pensare.

– A cosa?

– Non a “cosa”, ma al pensiero, a come pensiamo e il collegamento mi porta a quello che abbiamo letto a scuola, alla scuola in sé e ai suoi metodi, ai quattro libri che ci hanno imposto di leggere, a come siamo cresciuti, ai metodi che ci hanno formato, penso alla religione, alle ideologie, ai fanatismi.

– Aspetta. Religione? Cosa c’entra la religione con il pensiero?

– Chiedilo a Sigmund, rileggi Totem e tabù. E poi fai un salto a trovare Canetti, Elias, e chiedigli di parlarti della fenomenologia delle masse e poi vai a vedere cosa dice…

– No.

– No?

– No perché non ho tempo. Mi fai un riassunto?

– Eccone un’altra.

– Di cosa?

– Di risposta al perché – cito – ci siano così tanti cretini.

– Non ti seguo.

– Ti aiuto: fai una domanda ma non hai tempo per cercare la risposta e chiedi un riassunto.

– E dov’è il problema?

– Dappertutto. A partire dalla domanda. Hai chiesto “Perché ci sono così tanti cretini” e io ti ho risposto che siamo così cretini per una serie di ragioni.

– Ma è uguale.

– Nemmeno un po’. Nella prima formulazione, il postulante vede un problema e se ne allontana, la seconda risponde come parte del problema. Uno giudica, l’altro osserva.

– Cosa cambia?

– Più o meno tutto.

– Sei retorica.

– Più che altro provo a essere oggettiva, ma torniamo al riassunto.

– Dimmi. Che problemi hai con il riassunto?

– Il fatto che tu voglia un riassunto è il problema. Non approfondire è **il problema**, ed è esattamente quello che ci porta a condividere fake, a sputare sentenze per sentito dire, polemizzare su pagine che non abbiamo letto, ma solo fatto scorrere, a litigare e a farci venire mal di stomaco per cose che non conosciamo. In pratica commentiamo senza leggere. Ti ho risposto?

– Non credo.

– Ti faccio un riassunto?

😉

Contributo scritto per Hic Rhodus da Roberta Giulia Amidani.
Roberta Giulia Amidani fa il fantasma dal 2013. Insieme a un manipolo di penne, sfama il suo branco scrivendo libri senza (quasi) mai firmarli.

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Perché è corretto dare dell’ignorante

Sottoscrivo pienamente e pubblico contemporaneamente anche sul mio sito www.jadawin.info, su Hic Rhodus il 28 Giugno 2017 dc:

Perché è corretto dare dell’ignorante

di SignorSpok

Siamo talmente abituati ai benefici della civiltà da aver permesso a troppi di dimenticare da quanta conoscenza e disciplina essi dipendano. Si, la vita lunga, le cure mediche, l’acqua corrente, gli antibiotici, le auto, i viaggi intercontinentali, internet, la conoscenza disponibile gratis e persino i giochi sulle playstation: tutto questo è costato moltissimo alle migliori menti delle generazioni passate, ma sempre più persone non sanno o peggio combattono attivamente la conoscenza che gli permette di vivere, consentitemi l’espressione, molto al di sopra delle loro possibilità.

Per quale motivo? Perché la narrazione, ideologizzata e politicizzata, della realtà ha preso il posto della realtà stessa. Ce ne siamo occupati, en passant, 3 anni fa qui.

Da allora la situazione è molto peggiorata. I politici hanno spinto a fondo sulla ignoranza delle persone per presentare problemi (e non soluzioni) unicamente a fini di catturare un consenso ignorante (lo hanno fatto tutti, purtroppo, anche se ai vertici di questa pratica criminale ci sono M5S, Lega e partitini di estrema destra e sinistra). I cittadini hanno mostrato tutta la loro ignoranza (o mancanza di indignazione per l’ignoranza) nella vicenda dei vaccini. Si sono lette considerazioni fatte seriamente e lasciate pubbliche tali da far pensare che le persone che le hanno fatte dovrebbero, a tutela loro, ma soprattutto dei loro figli e della società, essere messe in condizioni di non nuocere a sè e agli altri (è recente un ottimo post di Burioni che pone le discussioni in proposito nella luce corretta, e un altro ottimo di MedBunker che tratta il tema delle bugie e della “libertà”).

Bene, è ora di dire esplicitamente che non esiste alcun diritto associato alla libertà di essere ignoranti. Ovvero, tu puoi essere ignorante a piacere, ma la conseguenza è che della tua opinione non si deve tener alcun conto, mai.

Non è democratico? C’è un problema. Ciò che è vero o falso non lo decide la gente, ma la scienza, con il metodo scientifico. Ci fosse una maggioranza schiacciante a decidere che la peste bubbonica rafforza il sistema immunitario, la peste bubbonica rimarrebbe una malattia spiacevolmente mortale. Ci fosse una maggioranza schiacciante che non capisce, o semplicemente nega (come oggi va di moda) i dati associati al cambiamento climatico, questa gente verrà lo stesso sgombrata da dove abita quando le conseguenze dello stesso devasteranno i luoghi dove abitano. Perché i fatti hanno la piacevolissima abitudine di fregarsene di quello che la gente CREDE: vanno avanti indifferenti nella loro realtà FISICA.

Veniamo dunque al punto centrale del problema. Esiste un diritto a fare del male agli altri e alla società nella quale si vive e della quale si godono i benefici perché si è ignoranti? Bene, la risposta è NO. Se sei ignorante, non hai alcun diritto di pensare che quello che ritieni giusto debba essere imposto agli altri, né che tu debba essere libero da vincoli per il fatto di godere di benefici che la tua ignoranza non comprende da dove vengano. Non si lede alcuna tua libertà semplicemente dandoti dell’ignorante: si enuncia un dato di fatto. È un orrendo residuo culturale della demagogia ideologica anni ’70 e decenni seguenti della sinistra, ripreso poi negli anni ’90 dalla destra e ora del M5S quello di disprezzare il sapere (i “professoroni”).

Dobbiamo quindi essere preda dei voleri di elite di “intellettuali” che non capiscono i bisogni della società civile (che orrore, magari borghesi)? E chi ci dice che faranno le cose giuste per noi? (questa domanda è deliziosa: suppone che “noi”, ignoranti, si sappia quali siano le cose giuste per “noi”, anzi si pretenda di imporle agli altri). Per finire, giustamente, come gli abitanti dell’isola di Pasqua: estinti. Molto interessante, anche nella sua conclusione, questo articolo di Jared Diamond).

C’è un modo sicuro per non essere preda di nessuno: studiare. Maggiore è la propria competenza, maggiore è la probabilità di capire, se non il sapere specialistico soggiacente ad una soluzione, l’evidenza della efficacia della soluzione e gli imbrogli evidenti presenti nelle “soluzioni alternative” (anche, qui, un termine vergognoso, coltivato dai giornalisti (una categoria tra le più ignoranti e prive di dignità: non esistono le “soluzioni alternative”, esistono risposte sbagliate, oppure opinioni non provate di una minoranza estrema di persone, senza alcuna dignità di rappresentanza equivalente o, infine, argomenti nei quali il dibattito scientifico è ancora aperto. Qualcuno, ovviamente non in Italia, comincia a porsi il problema).

Ma, si dirà, nessuno è in grado di avere conoscenza approfondita delle decine di materie necessarie per comprendere se un argomento è stato correttamente delineato dalla scienza. Questo è un punto centrale, quindi spendiamoci qualche parola. Proprio perché non si sta parlando di calcio (che sebbene sia uno sport non completamente banale, è oggetto di opinioni da parte di chiunque se ne occupi), gli argomenti davvero complessi sono fuori della portata di grandissima parte della popolazione. Questo significa che l’opinione di questa parte della popolazione non conta molto, anzi non conta affatto, ma NON significa che non si possano fare domande (una ottima iniziativa è quella del CICAP) ma attenzione: si deve essere in grado di riconoscere la validità delle prove, quindi, se un ignorante dice “per me queste non sono prove”, non esprime una opinione sensata, dice semplicemente che lui è troppo ignorante per capire anche il significato delle prove stesse. È una posizione, ahi lui, che va semplicemente ignorata, proprio al fine di proteggere lui stesso, e la società che lo mantiene in vita, dalla sua ignoranza.

Ma, si dirà, oggi le persone sono straordinariamente meno ignoranti del passato, grazie alla scuola dell’obbligo e alla percentuale dei laureati. Una considerazione così, senza pesarla, è molto pericolosa, per due motivi. Il primo è che il livello di conoscenze che oggi supporta il nostro livello di vita è straordinariamente più elevato che in passato (per fortuna), direi molto più elevato di quello medio molto stentatamente elargito dalla scuola post sessantottina, nella quale sono “todos caballeros”. Il secondo è che, grazie all’internet, ovvero proprio a una conquista della scienza, l’influenza degli ignoranti è enormemente aumentata, tanto che oggi spesso non sono gli ignoranti a dover giustificare la loro ignoranza, ma gli esperti a dover rispondere agli attacchi degli ignoranti.

Che i laureati abbiano poi le conoscenze adatte per discernere il vero dal falso in argomenti complessi è da dimostrare. La percentuale di laureati nella materie STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) è sempre stata molto bassa in Italia (una nazione dove ancora si fa la distinzione tra cultura e scienza, come se fosse possibile essere colti essendo delle perfette capre in scienze), all’interno di una situazione sociale dove i laureati tout court sono in larghissima minoranza rispetto ad equivalenti Paesi europei.

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Il futuro ci mostra un Paese inesistente dal punto di vista della comprensione e gestione dei fenomeni complessi, destinato quindi alla deriva, preda della disinformazione (la quale, attenzione, è molto ben gestita da gente molto preparata, volta ad usarla per i propri fini: un magnifico complotto):

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Cosa dobbiamo dedurne? Che è importante, sempre ed in ogni modo possibile, quando incontriamo un ignorante, fargli/le capire che lo è. “Lei è un ignorante” non è un insulto. È una necessaria forma di censura sociale, al fine di salvare la società stessa dai disastri che gli ignoranti vogliono. Non perché siano cattivi, proletari, sfortunati, onesti, etc.: perché sono ignoranti, e membri del più grande complotto contro la razza umana mai esistito. Essendo ignoranti, non sanno neppure questo.

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Noi ridiamo dei loro congiuntivi…

Da Hic Rhodus 28 Agosto 2017 dc:

Noi ridiamo dei loro congiuntivi. Loro intanto si preparano a darci il colpo di grazia.

di bezzicante

Se andate a cercare qualche recente sondaggio elettorale (con tutte le cautele che si devono avere per questi sondaggi) scoprirete che il Movimento 5 Stelle è dato – a seconda dei diversi Istituti – fra il 27 e il 28% delle dichiarazioni di voto. Lega al 14-15 e Fratelli d’Italia 4-5 (sondaggi fine luglio – primi di agosto). Se siete populisti di destra sarete contenti ma qui a Hic Rhodus non lo siamo e ci sentiamo depressi perché queste tre forze sono oltre il 45%. Direte: ma che calcoli fai? Mica si possono sommare! Perché no? La riflessione riguarda il caotico, reazionario e distruttivo populismo che minaccia seriamente l’Italia, e 45% a pochi mesi dalle elezioni significa essere a un soffio dal governo. Se la scelta – per Grillo, o Salvini – è fra allearsi o stare all’opposizione per altri 5 anni, onestamente cosa scegliereste? Abbiamo speso molti post, in passato, per argomentare come il M5S non sia affatto un terzo polo, ma una forza di destra, populista e fascistoide. Non desidero tornarci sopra ma, onestamente, se qualcuno fra i lettori ritiene che non sia vero (che siano di destra populista e fascistoide) è difficile che ci si possa intendere. Le affinità fra 5 Stelle e Lega sono molteplici; tante quante ne bastano per poter pensare di allearsi, e l’aggiunta poco significativa dei Fratelli di Meloni sarebbe rapidamente metabolizzata, nello pseudo-movimento di Grillo, con la solita “consultazione” farlocca. E’ altamente probabile che prima delle elezioni smentiscano, come Berlusconi e Renzi smentiranno di potersi alleare (proprio in funzione antigrillina), come Bersani e i Veri Giusti di sinistra smentiranno di essere più che disponibili ad appiccicarsi al PD per far fallire un eventuale suo governo e così via. Con l’ignobile proporzionale tutti giocheranno a dissimulare l’enorme propensione a fare qualsiasi alleanza per governare nell’ambito di non più di tre possibili schieramenti:

  1. tutta la destra contro tutta la sinistra (scenario poco probabile);
  2. la destra populista detta sopra contro la sinistra (PD+Bersani e i Veri Giusti, con FI in mezzo a fare il palo, scenario ancor meno probabile);
  3. la destra populista contro una specie di accrocco centrista FI+PD con esclusione della sinistra (su questo, invece, scommetterei).

Se i nostri lettori hanno voglia di farci un pensierino, considerando il sistema elettorale attuale e quello prevedibile se si decidono a riformarlo minimamente, credo che concorderanno che le soluzioni sono solo queste, e in particolare la n° 3.

Perché Salvini e Grillo devono, assolutamente, allearsi? Presto detto: Salvini, dopo la palude leghista lasciata da Bossi, ha velocemente riportato la Lega a livelli ragguardevoli, sia pure snaturando le idee (parola grossa…) delle origini; ma da molto tempo si è fermato lì. Salvini ha raccolto tutti gli ottusi sovranisti razzistelli ruttatori e non ha speranze di raggiungere altri risultati. Una logica intuitiva porta a capire come da qui in poi la Lega non possa che andare giù, anche perché Salvini non è l’unico a dire scemenze in TV e la concorrenza di Di Maio è feroce. Portare a una clamorosa vittoria la Ruspa, raggiungere una posizione di governo, poco che duri, confermerebbe la sua leadership a lungo, anche se il suo governo sarebbe destinato a durare pochissimo. Analogo problema per Grillo: a sua volta stupito che due anni (all’epoca delle politiche) di disastroso governo Raggi a Roma non abbia spazzato via il Movimento, non scalfito dallo scandalo della Groviera-Rousseau, dalle boiate della senatrice Lezzi, dal faccione ipocrita di Di Maio e, più in generale, della totale inanità della loro politica. Anche Grillo, che conosce bene il suo pubblico, sa che continuare con le stesse gag ancora a lungo non può aiutarlo, visto che – come la Lega – la sua base elettorale non cresce. Non cala, ma non cresce neppure. O cala l’asso e vince una mano, o anche per lui si profila un inglorioso declino. Le prossime politiche, insomma, sono quelle decisive, specie per movimenti rumorosi, che vivono di iperboli, sempre sulla denuncia emergenziale e dello scandalo del mondo. La partita da vincere è ora.

Quanto sopra è l’ipotesi di lavoro, l’argomento che possiamo utilizzare (in quanto peggiore scenario) per lavorare sul cosa fare. Non possiamo pensare di fare un granché in pochi mesi, ovviamente, anche se prima iniziamo meglio sarà. Che fare? Educato alla politica in epoche arcaiche sono abituato all’autocritica, e vorrei invitarvi tutti a farla assieme a me. Continuare a sfottere le grossolane topiche grilline e consolarsi di farlo fra amici di Facebook che ridono amaro assieme a noi non serve a nulla. Noi ridiamo, li additiamo come stupidi inemendabili, ma non serve a metterli in crisi, a fare vergognare qualcuno, a far discutere grillini intelligenti (ossimoro) e indurli a migrare in partiti diversi. Loro continuano a veleggiare su percentuali che insidiano quelle del PD e potrebbero affermarsi come primo partito in Italia. Inutile indignarsi per Salvini (ormai indignarsi è come farsi un caffettino fra amici: ciao, come va? Ci facciamo un’indignatina?) e pubblicarlo su Twitter per le sue affermazioni rutto-fasciste. Lui ci campa, con quelle, e ogni nostro Tweet lo ingrassa. Immaginate cosa sarebbe Salvini, fenomeno interamente mediatico, se nessuno più se lo filasse! Ecco: tutto inutile. Così come la dialettica politica è morta da vent’anni, anche la denuncia 2.0 ha perso ogni utilità destrutturante e controinformativa per divenire flusso omologante. Sissignori. Io e voi, che sbeffeggiamo Di Maio e buuamo Salvini, senz’altro fare, non cambiamo un ette nel loro potenziale e anzi contribuiamo al loro successo. E’ così; è triste ma è così. Ci sentiamo colti, e intelligenti, e saggi, e per bene; ma siamo una minoranza che lavora di fioretto, di sottili allusioni divertenti, di humor raffinato, di sarcasmo elitario che non serve a nulla. E loro intanto si preparano a governarci. Sai quanto rideremo, dopo.

L’esiguità del nostro gruppetto di narcisi democratici ve lo voglio mostrare con una piccola raffica di dati. Le percentuali che seguono sono ovviamente in grande parte sovrapposte, e non certamente da sommare. Comunque…

  • destra populista 46%;
  • popolazione con un quoziente di intelligente inferiore alla media: 50%;
  • il 59% ha come titolo di studio massimo la licenza media (2011);
  • il 58% non ha letto nemmeno un libro nell’anno precedente (2015);
  • il 56% non ha letto un quotidiano cartaceo e il 64% un quotidiano on line nei precedenti tre mesi (2016)
  • il 76,5% si informa dalla TV e il 43,7% da Facebook (??), ma fra i giovani sono il 71,1% (2015);
  • l’80% non è mai stato a teatro; il 67% mai stato a mostre e musei (2016).

Con un po’ di pazienza si possono trovare molti altri dati, semmai più omogenei, ma la mia pazienza è finita. E poi i dati, aridi, andrebbero approfonditi: poca scuola, ma brutta; molta tv, ma pessima; molti social, grandemente manipolatòri.

Non ho la minima idea di come comporre assieme tutti questi dati frammentari ma la sensazione finale è la seguente: le persone con una cultura almeno media (diciamo il diploma), un’intelligenza almeno media (diciamo oltre il quarto decile), che si informi con fonti differenziate e multiple ma non solo con la TV o Facebook, che leggano un paio di libri l’anno e vadano, ogni tanto, a una mostra, eccetera, non dovrebbero essere più del 30% di italiani. Ovviamente, in questo 30% c’è una bella fetta di istruiti stupidi, di lettori idioti, di frequentatori di mostre inconsapevoli, pareggiati da un analogo gruppo, nell’altro 70%, di scarsamente alfabetizzati intelligenti e consapevoli. Pari e patta. Diciamo che 30% è una buona base di partenza che troviamo trasversalmente un po’ in tutti i partiti; pochissimi nella destra populista e di più nel centro e nella sinistra non populista. Per favore non fatemi spiegare perché sia così certo che nella destra populista grillo-salvinista vi siano poche persone che rispondono ai nostri requisiti; se a questo punto della lettura avete ancora questo dubbio non ci stiamo capendo per nulla.

Fra gli scenari apocalittici che intravedo questi i più probabili:

  1. Waterloo: niente, annichiliti e frastornati non riusciremo neppure più a insistere. Perché farlo? Se vogliono il disastro, allora disastro sia, e muoia Sansone con tutti i filistei! Merde!
  2. Fort Alamo: ci chiudiamo nei nostri gruppi social, nei nostri blog, nei nostri circoli e aspettiamo la catastrofe; perché se loro vincono e vanno al governo non ci saranno ripresine e indicatorini di produzione industriale a reggere; niente Europa a salvarci; dentro il nostro fortino combatteremo con tutte le nostre munizioni fatte di argomenti, dati, fatti, dimostrazioni e, quando avremo finito la polvere da sparo, brandendo gli schioppi per le canne giù botte in testa, come Davy Crocket; quasi certo che sarà questo lo scenario più probabile vi ho dedicata la copertina.
  3. La Lunga Marcia: una lunga marcia di costruzione di idee, perché la tempesta sarà tremenda, ma ogni tempesta finirà, e un governo fascio-grillo-leghista non durerà più di due anni. E quando getteranno la spugna lasciando macerie e cadaveri, qualcuno deve prendere la bandiera e rimboccarsi le maniche. Qualcuno che ha smesso da un pezzo di ridere dei congiuntivi di Di Maio, e che sa che la ricostruzione sarà lunghissima, costerà lacrime e sangue, e nessuno disposto a ringraziarti. Poco fiducioso, ho dedicato a questa ipotesi la figura conclusiva.

Io sto preparando il mio zaino e mi alleno. Mi raccomando: portate solo l’indispensabile: buoni argomenti, buone idee, pochi preconcetti e una giusta quantità di apertura mentale.

Ci vediamo sui monti.

marcia

Repetita iuvant. Sugli errori nello scrivere e come risolverli

Da Hic Rhodus 19 Aprile 2017 dc:

Repetita iuvant. Sugli errori nello scrivere e come risolverli

di Michelasan

Gli italiani scrivono. Scrivono tanto, scrivono molto più di una volta, scrivono tutti. E purtroppo, scrivono male.

Sintassi approssimativa, che spesso compromette la comprensione di un testo, errori morfologici (tempi e modi verbali scorretti, pronomi sbagliati, uso ‘creativo’ degli avverbi) e gli onnipresenti, inossidabili e irriducibili errori d’ortografia: così diffusi, fastidiosi, esecrabili ed esecrati.

Si notano di più perché siamo in tanti a scrivere, e ciò che scriviamo ha più visibilità, oppure perché siamo mediamente più ignoranti e commettiamo più errori di un tempo? Di chi è colpa: della scuola o dei social media e della tecnologia digitale? E soprattutto: è possibile porvi rimedio? O conviene piuttosto rassegnarsi alla loro diffusione e sperare che le grammatiche li accolgano e li legittimino come inevitabili mutamenti linguistici?

Che la correttezza della lingua italiana scritta stia subendo una diffusa corrosione è sotto gli occhi di tutti, e da più parti si cerca di reagire: il manifesto dei 600 docenti universitari è solo l’ultimo dei disperati appelli che da più parti si lanciano per cercare di salvare la lingua italiana dallo scempio che ne fanno le nuove generazioni; e non solo loro: nel mirino ci sono sempre più giornalisti e speaker televisivi, politici e insegnanti, proprio coloro da cui ci aspetteremmo un esempio del corretto uso del nostro bel idioma.

tfi0hr6t01-bart-simpson-scrive-alla-lavagna-chi-e-causa-del-suo-mal-pianga-se-stesso_aPer quanto riguarda l’italiano parlato ci si batte per salvare il congiuntivo dall’estinzione, contro l’uso indiscriminato degli inglesismi, del ‘piuttosto che’ con valore disgiuntivo, e così via a difendere la nostra lingua dai quotidiani oltraggi che gli italiani perpetrano ai suoi danni; mentre sul fronte dell’italiano scritto (quando distinguiamo l’italiano scritto dal parlato, trattiamo di due lingue diverse) è l’ortografia che perde i pezzi: nessuno sa più scrivere un monosillabo accentato o una locuzione avverbiale o preposizionale corretti; i pò, i fù, gli apparte, i qual’è, le scielte e le coscenze si sprecano.

E tutto ciò è amplificato dal fatto che mai come oggi l’essere umano ‘scrive’. Nell’era digitale e dei social è enorme il numero di persone che hanno l’opportunità, oltre alla necessità, di scrivere, di esternare la propria opinione, o semplicemente di comunicare con altri esseri umani mediante la scrittura.

Diviene più evidente quindi anche l’errore ortografico; in Italia a metà del secolo scorso era ancora abbastanza diffuso l’analfabetismo (ancora nel 1981, dati del censimento della popolazione italiana, gli analfabeti erano il 3,5 %) (Tullio De Mauro, Guida all’uso delle parole, Editori Riuniti, 2003); l’obbligo scolastico si fermava alla licenza elementare (la scuola media diventa obbligatoria nel 1962) e alla maggioranza degli italiani adulti capitava rarissimamente di dover scrivere qualcosa; non sappiamo se con errori ortografici più o meno frequenti degli attuali, ma difficilmente il nostro scritto avrebbe avuto la visibilità che ottiene oggi.

Significativo è inoltre il fatto che la sanzione sociale dell’errore di ortografia sia una delle forme di riprovazione che meno tolleriamo, memori di vergogne e derisioni subite ai tempi della scuola. Non escludo un pizzico di desiderio di rivalsa in molti dei cosiddetti ‘grammar nazi’, desiderosi di calcare sulle teste altrui il cappello a cono ornato di orecchie d’asino che li terrorizzava da scolaretti. Come ricorda Luca Serianni a proposito dell’ortografia,

pur non rappresentando una delle abilità linguistiche fondamentali, espone chi non la domina a una forte sanzione sociale.

Le radici della disortografia diffusa vengono fatte risalire da molti all’utilizzo delle abbreviazioni negli sms, e tuttavia mi sento in dovere di scagionarle: ben vengano le abbreviazioni, invece, che hanno un passato glorioso che risale ai latini, ed il pregio di essere utilissime quando si prendono appunti oppure quando è richiesta rapidità di comunicazione. Anche se potremmo disquisire a lungo sulla reale necessità di rincorrere la velocità esasperata (e francamente ridicola se si considera il tempo risparmiato scrivendo ‘nn’ invece di ‘non’), le abbreviazioni vengono memorizzate come tali e possono tranquillamente sopravvivere affiancate alle parole scritte per esteso correttamente, senza influenzarle se non in modo marginale. Si tratta di un codice diverso, che solo per pigrizia e disattenzione viene utilizzato, da scolari poco attenti, anche nella produzione scritta scolastica così come da adulti frettolosi; questo codice viene percepito come tale e utilizzato nelle comunicazioni indipendentemente dalla lingua impiegata per scrivere un testo formale. Un esempio: le abbreviazioni più ricorrenti (tvtb, xké, cmq, xò, ecc.) quasi mai danno origine, quando scritte per esteso, agli errori di ortografia più diffusi.

errori-20La produzione della lingua scritta è la più complicata delle quattro abilità linguistiche (parlare, leggere, ascoltare e scrivere): si impara a scuola, e tuttavia le scuole elementari non sono sufficienti per sviluppare una competenza di scrittura adeguata alle molteplici esigenze della vita adulta. Ciò che noi scriviamo è frutto di abilità sviluppate mediante l’elaborazione personale di un procedimento di scrittura che si perfeziona nel corso della scuola dell’obbligo (che dura dieci anni). Si tratta di una competenza di difficile acquisizione, alla quale mi piacerebbe dedicare un altro articolo in futuro.

Ma se imparare a scrivere comprende l’uso corretto della sintassi e della grammatica in genere, credo sia utile trattare separatamente gli errori di ortografia da quelli morfosintattici, che sono ben più gravi e che spesso, come ho già detto, compromettono la comprensione stessa del testo prodotto. Imparare la corretta grafia delle parole avviene in modo relativamente semplice (se non vi sono problemi come ad esempio la dislessia, la cui incidenza tuttavia è abbastanza rara nella popolazione).

L’ortografia è legata al primo approccio con la lingua scritta e la si acquisisce nei primi anni della scuola elementare, addirittura già nella scuola dell’infanzia, per cui il rigore con cui gli insegnanti danno quello che potrei definire l’imprinting ortografico è fondamentale. Non è dunque trascurabile ciò che recentemente è emerso, in occasione del concorso per il reclutamento degli insegnanti, e cioè che nemmeno la metà dei candidati abbia superato le prove selettive: i nostri insegnanti (dato che chi non ha superato la prova continuerà comunque ad insegnare come supplente) sono ignoranti e commettono anch’essi errori di ortografia (Zecchi, Zunino e Stella per approfondire).

Fortunatamente però si imparano sempre nuovi vocaboli mano a mano che si diventa lettori più esperti. Sempre che lo si diventi. Perché è proprio la lettura la fonte primaria di apprendimento della corretta grafia di una lingua, e quanto maggiore è la frequenza di lettura di una parola, tanto più significativo sarà l’effetto sulla memoria. Nel bene e nel male, come vedremo.

Quindi gli errori di ortografia così diffusi potrebbero essere la spia della sempre più scarsa propensione alla lettura dell’italiano medio, realtà confermata dai dati sulle vendite di libri e quotidiani che sono in costante e preoccupante diminuzione (qui i dati ISTAT).

Tuttavia, per capire le origini del fenomeno della disortografia diffusa, credo sia utile focalizzare l’attenzione sulle nuove generazioni, soprattutto sugli adolescenti che stanno ancora frequentando la scuola e che quindi, a differenza degli adulti che possono essere vittime del noto fenomeno dell’analfabetismo di ritorno, sono ancora immersi in un mondo di sollecitazioni linguistiche molteplici, con la lettura come elemento decisivo; i libri, per gli alunni di una scuola secondaria inferiore o superiore, sono ancora il pane quotidiano. Inoltre è la fascia d’età tra gli 11 e i 14 anni quella in cui attualmente, su tutta la popolazione italiana, si legge di più (idem).

Perché dunque anche i ragazzini in età scolare commettono tutti quegli errori di ortografia che tanto deprechiamo negli adulti? Non sto analizzando la situazione degli alunni delle scuole elementari, poiché loro si trovano ancora nella fase di acquisizione, impegnati nei primi tentativi di riproduzione grafica e sintattica, in cui interferiscono altri fattori che possono compromettere la correttezza degli elaborati. E qui è basilare l’intervento correttivo dell’insegnante, argomento scabroso che riprenderò più avanti.

Parlo invece della fascia intermedia, degli adolescenti dagli 11 ai 14 anni, coloro i quali oltre ad aver già frequentato le aule scolastiche per cinque anni, cominciano anche ad attuare la riflessione sulla lingua, l’elaborazione più sofisticata di modelli di scrittura; ragazzi che interagiscono in differenti modalità di scrittura usufruendo di diverse fonti di acquisizione dei dati.

La mia ipotesi, avvalorata da una seppur limitata sperimentazione sul campo, è che ci siano almeno tre elementi decisivi e controproducenti per un uso corretto della lingua, quasi una serie di interferenze negli input linguistici.

c3d9d17a-2b96-11e4-bf0e-20cf300687d7_500_375Innanzitutto i libri, testi stampati soggetti ad un controllo ortografico abbastanza efficace (i refusi di stampa sono praticamente ininfluenti), che non sono più l’unica fonte dalla quale il cervello in formazione degli alunni acquisisce la forma delle parole, la loro corretta grafia, memorizzandola poi per gli usi futuri. Le applicazioni come whatsapp, la rete Internet, i social network, utilizzano la lingua scritta per comunicare, come mai prima d’ora. Ma chi scrive in rete o sui social producendo e facendo circolare questi testi? Praticamente tutti, sia che si tratti di produttori di testi esperti in grado di scrivere in un italiano corretto, sia che si tratti di altri ragazzini, oppure di adulti che trascurano la lingua, magari i cosiddetti analfabeti funzionali.

In secondo luogo: leggere non basta. Osservare le parole più e più volte durante la lettura di un testo non è sufficiente: la memorizzazione avviene quando alla visualizzazione segue il gesto della scrittura, ed è importante l’azione della mano che impugna lo strumento di scrittura. Gli scolari tuttavia scrivono sempre meno, digitano perlopiù, e quando lo fanno spesso usano lo stampatello minuscolo o maiuscolo che non ha la stessa efficacia del corsivo. Studi recenti confermano l’efficacia della scrittura a mano in corsivo per lo sviluppo delle funzioni cerebrali nei bambini: non è una buona idea abbandonare la scrittura manuale in corsivo, come hanno già fatto alcuni paesi nel mondo a causa del dilagare della scrittura su tastiera (approfondimenti QUI e QUI).

Un terzo aspetto da non sottovalutare riguarda il supporto sul quale le parole vengono visualizzate: si tratta di uno schermo luminoso, colorato, innegabilmente dall’impatto più significativo dal punto di vista mnemonico. Ed è di importanza fondamentale poiché se la comunicazione scritta è associata ad aspetti emozionali ed affettivi ciò rende la memorizzazione nettamente più efficace (alcune interessanti slide di corsi QUI).

Se poi volessimo analizzare la frequenza con cui il cervello legge una parola (memorizzandone la grafia), e se l’abbia incontrata più volte sulle pagine di un libro o su di uno schermo digitale, il conto è presto fatto: lo schermo digitale, soprattutto per quanto riguarda parole e locuzioni di uso più frequente, batte senz’altro il libro o altri supporti cartacei. È un problema di fonti, ed è evidente quindi come i ragazzi che stanno ancora acquisendo nuovi vocaboli da immagazzinare nella propria memoria a lungo termine, siano fortemente influenzati dalla scarsa qualità degli input: la scorrettezza ortografica degli scriventi, che sono altri ragazzini o adulti poco avvertiti, come già detto.

Non si spiegherebbe altrimenti come mai ci sia confusione negli alunni della scuola secondaria, così freschi nell’apprendimento della lingua eppure così soggetti a frequenti errori, senz’altro più di quanto ci si aspetterebbe.

Senza titolo2Esistono soluzioni o dobbiamo rassegnarci?

Naturalmente nell’opera di “rieducazione” la scuola ha un ruolo fondamentale, a cui tuttavia pare aver rinunciato da tempo. Mi spiego: come già accennato sopra, gli insegnanti, durante la fase di acquisizione e anche oltre, hanno il compito di correggere l’errore ed adottare tecniche in grado di cancellare l’informazione errata sostituendola con quella corretta. I segni rossi e blu sui quaderni dei bambini della scuola elementare e media hanno avuto da sempre questo scopo. Ma negli ultimi decenni hanno assunto una connotazione punitiva e proprio per questo sono stati abbandonati perché considerati deleteri per la crescita dell’autostima degli alunni, per la formazione di un carattere equilibrato nei bambini. Moltissimi insegnanti e genitori, sulla scorta delle idee diffuse dai grandi pedagoghi dell’era della libertà educativa (dall’americano dott. Spock all’italiano Marcello Bernardi), hanno confuso le punizioni con la sottolineatura dell’errore e conseguente correzione. Addirittura molti genitori, che abbracciano tesi di cui forse non hanno approfondito bene presupposti e conseguenze, in caso di difficoltà ortografiche e di disgrafia chiedono agli insegnanti (e in questo sono supportati da psicologi e logopedisti!) di non sottolineare gli errori ortografici dei figli. Il timore dei genitori è che il figlio, umiliato dal segno rosso sul proprio elaborato, acquisisca un senso di inadeguatezza che poi si ripercuoterebbe negativamente anche nei comportamenti della vita di relazione e nello svolgimento dei più diversi compiti quotidiani, compromettendone la crescita sana e serena.

Niente di più sbagliato, a mio parere: una cosa è l’errore ortografico, e la sua correzione, un’altra è il comportamento e la sanzione dello stesso, che può, se mal condotto, ottenere gli effetti di cui sopra così temuti. Tuttavia, anche se molti insegnanti sono consapevoli di questo malinteso di fondo, piuttosto che trovarsi a dover combattere battaglie perse in partenza con agguerriti genitori, timorosi che si leda la “libertà” dei figli di crescere liberi appunto, e quindi sani (binomio tutto da dimostrare, come ben sappiamo visti i disastri educativi delle ultime generazioni) hanno deciso di rinunciare ad evidenziare gli errori di ortografia considerandoli un male minore, tollerandoli e sperando che con il tempo si correggano da soli.

Cosa che tutta via non succederà mai, poiché il cervello non farà altro che consolidare l’errore ripetendolo ed immagazzinando la forma grafica scorretta.

errori-grammaticaliPerché dunque non rivalutare i vecchi metodi? Perché pur non conoscendo le funzionalità del nostro cervello come le conosciamo oggi grazie ai progressi delle neuroscienze, gli antichi maestri sapevano che repetita iuvant.

Che cosa meglio della scrittura ripetuta 20 o 30 volte di una parola consente di correggere l’errore e non ripeterlo in futuro?

Oggi noi conosciamo come il cervello crei una sorta di “solco” percorrendo più e più volte la strada lastricata dagli errori ortografici, ed è proprio per questo che bisogna correggere il percorso sbagliato con la ripetizione meccanica della parola corretta. È divertente un esperimento che sono solita fare con gli alunni in classe: il semplice dettato di un testo contenente un assortimento dei più frequenti sbagli. Segue la correzione e una pioggia di pessimi voti. Sì, proprio pessimi voti, perché nulla come le emozioni, positive o negative, aiutano il cervello a ricordare le esperienze. Quindi una bella sessione di lavoro in cui gli alunni (non importa se hanno 11 o 14 anni) devono scrivere 30 volte ciascuna parola, finalmente corretta. Lamentele e mormorii di disapprovazione per una pratica percepita come inutile ed antiquata, vengono rapidamente sostituite dallo stupore dato dall’esito di un successivo dettato, a sorpresa qualche tempo dopo, in cui gli errori precedenti sono stati sanati ed i voti sono ampiamente positivi.

Del resto non capita forse a tutti noi, a volte, un’indecisione sulla corretta grafia di un termine (anche in lingua straniera)? Capita. È normale, visto l’affollamento di dati cui siamo quotidianamente sottoposti e l’interferenza degli errori che sempre più spesso siamo costretti a leggere sugli scritti altrui. E che cosa si può fare per aiutare il nostro povero cervello, così carico di informazioni e a volte così stanco? Si scrivono entrambe le versioni sulle quali si è in dubbio e automaticamente il nostro cervello riconoscerà quella giusta per averla confrontata con il modello, contenuto nel magazzino di memoria personale, dove la corretta grafia è stata scolpita dalle innumerevoli volte in cui se ne è visualizzata la forma corretta.

Credetemi: la conferma di quanto sia potente l’input negativo quando viene reiterato innumerevoli volte (tanto quanto l’input positivo del resto) mi viene dopo una sessione di correzione degli elaborati dei miei alunni: dopo qualche decina di apparte, avvolte, fù, stò, pò e qual’è comincio ad avere dei dubbi anch’io…

Mutilazioni genitali femminili. Un orrore da combattere seriamente

da Hic Rhodus 6 Febbraio 2017 dc

Mutilazioni genitali femminili. Un orrore da combattere seriamente

6 Febbraio: Giornata internazionale contro le mutilazioni genitali femminili: una delle tante ricorrenze? Un’occasione rituale? Vogliamo credere di no. Anche se meno enfatizzata di altre ricorrenze in qualche modo conquistate all’opinione pubblica (e semmai al mercato) questa ci sembra più importante proprio perché più specifica. Non una generica giornata “per le donne” ma una in cui riflettere su un orrore specifico, primitivo, terribile, che segna una condanna irreversibile per circa tre milioni di bambine ogni anno, che si aggiungono ai 125 milioni di ragazze e donne che si stima abbiano già subito la mutilazione (fonte Unicef; riportiamo in fondo il testo intero di questa pagina Unicef, che ci sembra migliore di qualunque nostra sintesi).

Le pratiche mutilanti sono diverse e l’OMS le distingue in quattro tipi:

  • I TIPO, circoncisione: resezione del prepuzio clitorideo con o senza l’escissione di parte o dell’intera clitoride.
  • II TIPO, escissione: resezione del prepuzio e della clitoride insieme alla rimozione parziale o totale delle piccole labbra.
  • III TIPO, infibulazione (o circoncisione faraonica), la forma di mutilazione genitale tipica dei Paesi del Corno d’Africa: consiste nella escissione parziale o totale dei genitali esterni. I due lati della vulva vengono poi cuciti con una sutura o con spine, riducendo in tal modo la dimensione dell’orifizio della vulva e lasciando solo un piccolo passaggio nell’estremità inferiore, per l’emissione del flusso mestruale e dell’urina.
  • IV TIPO: include varie pratiche di manipolazione degli organi genitali femminili: piercing, pricking, incisione della clitoride e/o delle labbra, allungamento della clitoride e/o delle labbra, cauterizzazione per ustione della clitoride e dei tessuti circostanti, raschiatura dell’orifizio vaginale o taglio della vagina, introduzione di sostanze corrosive nella vagina per causare sanguinamento oppure immissione di erbe con lo scopo di restringere la vagina.

L’orrore prosegue con pratiche di defibulazione (taglio dell’infibulazione per riaprire la vulva cucita) e di reinfibulazione (ricucitura delle labbra precedentemente defibulate) che posso essere ripetute negli anni (fonte). Inutile purtroppo rammentare che nella maggior parte dei casi queste mutilazioni vengono inflitte senza anestesia e con strumenti inadeguati e non sterilizzati.

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La pratica è diffusissima anche in Europa, portata dai migranti come parte della loro cultura tradizionale. Stime non verificabili parlano di 500.000 donne mutilate e di 180.000 ragazze a rischio (fonte); e l’Italia, naturalmente, registra lo stesso fenomeno con una stima di 57.000 donne mutilate nel 2010 (fonte).

infibulazione1Ben consapevole dell’enorme differenza, sia in termini sociali e culturali che sanitari, vorrei ricordare che esiste anche la pratica delle mutilazioni genitali maschili. Generalmente si tratta dell’asportazione (parziale o totale) del prepuzio, ma esistono pratiche più estreme come l’esposizione dell’uretra esterna e lo schiacciamento di un testicolo (fonte). Anche limitandosi alla circoncisione, essa appare più “accettabile” perché praticata da popoli vicini e sentiti come culturalmente prossimi, come gli ebrei (per ragioni religiose, praticate anche da musulmani e alcune sette cristiane) e americani (è stupefacente la diffusione della pratica in America, considerata benefica sotto l’aspetto della salute, cosa assai mistificata o, nel migliore dei casi, non accertata; fonte). L’idea che per pregiudizi religiosi si impongano scelte irreversibili a neonati e minori mi sembra intollerabile (ne ho parlato diffusamente QUI); che in Occidente poi si pratichino mutilazioni genitali maschili neppure per un mandato diretto da dio, ma per presunte credenze pseudoscientifiche (quella sulla circoncisione, per esempio, è nata fortuitamente in un caso specifico e documentato, per tracimare poi in senso irresponsabilmente generalizzato) mi pare stupido, come stupide sono le considerazioni antiscientifiche degli antivaccinisti.

mutilacion-genital2Infine è assolutamente necessaria qualche parola sui limiti del relativismo culturale. Noi che siamo super-relativisti e cerchiamo di costruire ponti di comprensione verso l’alterità, la diversità, la novità, dobbiamo essere i primi anche a combattere il relativismo stupido, quello cioè incapace di distinguere, scegliere e decidere. Il relativismo assoluto e cieco, come una qualunque fede, porta direttamente nella notte buia in cui tutti i gatti appaiono bigi. Noi occidentali siamo portatori di determinati valori che abbiamo conquistato sanguinosamente negli ultimi quattro secoli di storia: la separazione fra Stato e Chiesa (e più in generale fra società civile e religione), i diritti individuali (alla salute, alla libertà, alle opinioni…), l’eguaglianza di genere (lungi dall’essere raggiunta, per carità, ma chiaramente inscritta nei valori liberali e democratici) e così via. Il nostro relativismo quindi può valere in assoluto come capacità di comprensione antropologica, ma deve essere orientato dai valori che abbiamo menzionato: l’infibulazione è una violenza inaccettabile, non ha alcuna ragione sanitaria ed è invece causa di gravi problemi di salute e psicologici delle bambine, è una forma evidente di sottolineatura violenta della subalternità femminile, non può essere accettata neppure come forzato e bizzarro richiamo a dogmi religiosi. A mio avviso ciò vale anche per la circoncisione, anche se gli aspetti sociali e sanitari in cui prevalentemente avviene non sono minimamente comparabili alle mutilazioni genitali femminili.

Risorse:

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Mutilazioni genitali femminili

(tratto dalla pagina Unicef http://www.unicef.it/doc/371/mutilazioni-genitali-femminili.htm)

Le mutilazioni genitali femminili (MGF) sono un fenomeno vasto e complesso,che include pratiche tradizionali che vanno dall’incisione all’asportazione, parziale o totale, dei genitali femminili esterni.

Bambine, ragazze e donne che le subiscono devono fare i conti con rischi gravi e irreversibili per la loro salute, oltre a pesanti conseguenze psicologiche.

Si stima che in nel mondo il numero di donne che convivono con una mutilazione genitale siano circa 125 milioni. Dati gli attuali trend demografici, possiamo calcolare che ogni anno circa tre milioni di bambine sotto i 15 anni si aggiungano a queste statistiche.

Gran parte delle ragazze e delle donne che subiscono queste pratiche si trovano in 29 Paesi africani, mentre una quota decisamente minore vive in Paesi a predominanza islamica dell’Asia.

In alcuni Stati del Corno d’Africa (Gibuti, Somalia, Eritrea) ma anche in Egitto e Guinea l’incidenza del fenomeno rimane altissima, toccando il 90% della popolazione femminile. In molti altri, invece, le mutilazioni riguardano una minoranza – fino ad arrivare a quote dell’1-4% in Paesi come Ghana, Togo, Zambia, Uganda, Camerun e Niger.

Si registrano casi di MGF anche in Europa, Australia, Canada e negli Stati Uniti, soprattutto fra gli immigrati provenienti dall’Africa e dall’Asia sud-occidentale: si tratta di episodi che avvengono nella più totale illegalità, e che quindi sono difficili da censire statisticamente.

Pregiudizi alla base delle MGF

Le mutilazioni genitali femminili (MGF) vengono praticate per una serie di motivazioni:

  • Ragioni sessuali: soggiogare o ridurre la sessualità femminile
  • Ragioni sociologiche: es. iniziazione delle adolescenti all’età adulta, integrazione sociale delle giovani, mantenimento della coesione nella comunità
  • Ragioni igieniche ed estetiche: in alcune culture, i genitali femminili sono considerati portatori di infezioni e osceni
  • Ragioni sanitarie: si pensa a volte che la mutilazione favorisca la fertilità della donna e la sopravvivenza del bambino
  • Ragioni religiose: molti credono che questa pratica sia prevista da testi religiosi (Corano)

Le MGF vengono praticate principalmente su bambine tra i 4 e i 14 anni di età. Tuttavia, in alcuni Paesi vengono operate bambine con meno di un anno di vita, come accade nel 44% dei casi in Eritrea e nel 29% dei casi nel Mali, o persino neonate di pochi giorni (Yemen).

Ad eseguire le mutilazioni sono essenzialmente donne: levatrici tradizionali o vere e proprie ostetriche.

Le MGF sono spesso considerate un servizio di elevato valore, da remunerare lautamente: lo status sociale e il reddito di chi le compie è direttamente connesso all’esito di questi interventi.

Una pratica da condannare senza mezzi termini

L’UNICEF considera le mutilazioni genitali femminili, in qualunque forma, una palese violazione dei diritti della donna.

Le MGF sono discriminatorie e violano il diritto delle bambine alla salute, alle pari opportunità, a essere tutelate da violenze, abusi, torture o trattamenti inumani, come prevedono tutti i principali strumenti del diritto internazionale.

Le ragazze che le subiscono sono private anche della capacità di decidere sulla propria salute riproduttiva.

Oltre che umilianti, le mutilazioni genitali sono estremamente dolorose. Le bambine che vi sono sottoposte possono morire per cause che vanno dallo shock emorragico (le perdite ematiche sono cospicue) a quello neurogenico (provocato dal dolore e dal trauma), all’infezione generalizzata (sepsi).

Per tutte, l’evento è un grave trauma: molte bambine entrano in uno stato di shock a causa dell’intenso dolore e del pianto irrefrenabile che segue.

Conseguenze di lungo periodo sono la formazione di ascessi, calcoli e cisti, la crescita abnorme del tessuto cicatriziale, infezioni e ostruzioni croniche del tratto urinario e della pelvi, forti dolori nelle mestruazioni e nei rapporti sessuali, maggiore vulnerabilità all’infezione da HIV/AIDS, epatite e altre malattie veicolate dal sangue, infertilità, incontinenza, maggiore rischio di mortalità materna per travaglio chiuso o emorragia al momento del parto.

Eduardo Galeano

Dalla newsletter del 20 Aprile 2015 dc di www.puntorossoblog.com (da me corretta oggi 24 Novembre 2015 dc di alcuni errori, in alcuni casi avventurosamente interpretando quanto scritto):

Eduardo Galeano

come metafora della cultura critica, necessaria ai movimenti antisistemici. Con alcune considerazioni finali sul ruolo del Forum Sociale Mondiale.

di Giorgio Riolo

Ci sono opere e persone che, al di là del valore intrinseco, grande o piccolo, non importa, svolgono un ruolo formidabile nel contesto storico in cui sorgono. Diventano metafore di un moto storico, di un cammino in corso.

Diciamo subito che il valore letterario e di contenuti degli scritti di Galeano era veramente grande. Fossero libri o i suoi tipici folgoranti pezzi giornalistici egli mostrava quale forza si può celare nella penna, se la si sa usare e a qual fine usarla.

Sciascia ricorreva a questa metafora della penna come spada, pensando al suo ruolo di scrittore e di intellettuale. Impensabilmente coincidente con quello che l’analfabeta bracciante siciliano riteneva a proposito del valore, dell’importanza della cosa scritta. Ma oggi con il minimalismo, la ciarlataneria chiassosa, le parole in libertà, in ogni dove (la falsa democrazia del Twitter, Facebook e minchiate varie), tutto ciò assume distanza, alterità omerica, biblica.

La cultura, la letteratura, la grande arte non cambiano il mondo, sicuramente. Ma è sacrosanto che esse contribuiscano a preparare, a invogliare, a spingere gli esseri umani a “desiderare” un altro mondo, a cambiare la propria vita e la vita quindi dei gruppi associati. L’antropologia culturale viene prima della politica, sostanzia la politica e la spinge in avanti. Non al contrario, come taluni bonzi si ostinano a pensare e a praticare. Il risultato necessario, di causa ed effetto, come il giorno segue alla notte, è inevitabilmente la malapolitica.

Molti della mia generazione, tra la fine degli anni sessanta e gli anni settanta, avevano come uno dei retroterra di formazione il cosiddetto terzomondismo, allora spesso declinato come visione manichea di bene e di male, dislocati spazialmente, centro e periferie, Nord e Sud, mondo sviluppato e mondo sottosviluppato (il terzo mondo) ecc. Poi immediatamente aggiornato, una volta considerato che la dinamica si riproduceva all’interno degli stessi centri sviluppati e all’interno delle periferie stesse (ricchi e poveri, padroni e salariati, classi dominanti e classi subalterne ecc.).

Ma una cosa è certa. Il terzomondismo costituiva allora la forma ingenua, ma fondamentale, indispensabile, del pensare che la storia dell’umanità è la globalizzazione-mondializzazione, accelerata in modo impressionante dal sorgere del capitalismo e dalla sua prorompente, irrefrenabile vocazione a espandersi e a occupare i quattro angoli del pianeta. Che il sistema è mondiale immediatamente e non per astrazione. Che occorreva il “pensiero planetario” (Ernesto Balducci) come grado minimo, come primissima base, per un discorso serio e sensato sul mondo. Che tutto cambia a misura della prospettiva con cui si guarda il mondo.

E così si cercava di sfuggire all’eurocentrismo, al colonizzatore e all’imperialista che era in noi (e molta sinistra questo non lo faceva) e si cercava di guardare il mondo “dal rovescio della storia” (Teologia della Liberazione). Di guardare con gli occhi dei popoli vessati, depredati, umiliati dal colonialismo prima e dall’imperialismo poi. Tutto cambia, ripetiamo.

Opere come “Le vene aperte dell’America Latina” del 1971, prima, e in seguito le tre parti di “Memoria del fuoco” (apparse tra il 1982 e il 1986), vennero ad aggiungersi al breviario minimo di questo pensiero planetario di cui avevamo bisogno, che avidamente cercavamo. Così come i tanti interventi, articoli e saggi, inconfondibili, che il fine letterato-intellettuale e attivista ci ha offerto fino alla fine dei suoi giorni.

Latinoamericano come prima sostanza e radice, come prima attenzione, come un entomologo che scruta il brulicare della propria gente, che scruta la microstoria, la vita quotidiana, i recessi della storia, così spesso trascurati, ma che sa collegare la sua prospettiva latinoamericana, la sua realtà, alla prospettiva mondiale. Che sa collegare la microstoria e la vita quotidiana alla macrostoria, alla politica, alle dinamiche più vaste. Alle lotte necessarie in America Latina e nel mondo. Poiché la concezione della penna come spada implica sempre mettersi in gioco, agire, collaborare con altri gruppi umani, con partiti, con gruppi, con movimenti sociali affinché qualcosa cambi. Altrimenti ci si limita a scrivere libri, ci si rifugia nel piccolo narcisismo dell’intellettuale, anche se raffinato.

Il ricordo, la perdita di Eduardo Galeano ci impone di fare alcune modeste, non peregrine, considerazioni sui movimenti antisistemici.

Altri hanno scritto e scriveranno molto e bene su di lui.

Recentemente, concluso il Fsm (Forum Sociale Mondiale) di Tunisi del 2015, Roberto Savio, un giornalista-saggista molto attivo nel movimento altermondialista, uno dei fondatori del Fsm, ha scritto un intervento critico, una sorta di bilancio dello stesso Fsm dopo 15 anni di esistenza. Di bilanci ne abbiamo fatti nel passato in vari scritti e interventi. Qui ripetiamo solo alcuni spunti.

Anche se con le sue parole, Savio riprende nel suo articolo la vecchia questione delle due anime del Fsm e quindi del movimento altermondialista. Da una parte, per utilizzare la metafora di un altro fondatore del Fsm, François Houtart, il Forum è una sorta di “Woodstock sociale” (il Fsm come “spazio aperto”, come luogo di ritrovo e di messa in comunicazione dei tanti attori mondiali contro il neoliberismo), dall’altra è una sorta di Internazionale in cui organizzarsi e in cui assumere direttive, vincolanti per gli stessi attori, per contrastare il neoliberismo e il capitalismo e le sue dinamiche, opprimenti popoli, ambiente, diritti ecc.

Queste due anime rimangono e condizionano e hanno condannato il Fsm nel tempo, dall’iniziale forza e rilevanza mondiali, fino al marzo 2003 (“la seconda potenza mondiale” secondo The New York Times e la retorica e metafisica di cui dicevo in un mio precedente articolo), alla attuale relativa irrilevanza. Come dice Samir Amin, le lotte decisive nel mondo ormai si svolgono fuori dal Fsm. Come afferma Savio, non c’è osmosi tra Fsm e mondo. Non è investita nel suo processo l’intera società civile globale. Alla quale appartengono, aggiunge Emir Sader, anche i partiti e le formazioni, partitiche e di movimento, sostanziate di materiale umano che lotta, pensa, si istruisce, agisce contro il sistema. Superando il rituale autoreferenziale dei Fsm, con i ripetitivi seminari, workshops, di edizione in edizione, mentre fuori nel mondo infuriano guerre, conflitti, crisi climatica, emergenze sociali, ambientali, democratiche ecc.

Savio incentra molto il suo discorso sul ruolo del Consiglio Internazionale del Fsm. Il suo ruolo si è ridotto a quello del “facilitatore” e non quello, indispensabile, che miri a creare visione e strategia. Che miri ad avere un minimo di “verticalità”, di organizzare, senza venir meno alla “orizzontalità” delle pratiche e delle procedure.

Aggiungo solo, rispetto al discorso di Savio, che molto ruolo nel Fsm e nel Consiglio Internazionale hanno le élite mondiali, spesso europee e Usa, ma non solo, che possono pagarsi viaggi e soggiorni, soprattutto organismi come Ong ecc., che dispongono di molti mezzi. I movimenti sociali di Asia, Africa e America Latina, ciascuno costituito da milioni, e non migliaia, di aderenti spesso non dispongono dei mezzi necessari, non dico per essere presenti al Consiglio Internazionale, ma anche semplicemente per inviare un delegato a partecipare a una qualche edizione del Fsm.

Un solo episodio, come testimonianza personale, per tornare a Galeano e per concludere.

Al Fsm di Porto Alegre 2005, il quinto della serie, un gruppo di 19 intellettuali, strettamente legati al movimento altermondialista, tra i quali Galeano, Saramago, Amin, Houtart, Ramonet, Savio, Walden Bello, Aminata Traorè, Perez Esquivel, Petrella, Wallerstein, Frei Betto e altri, firmarono un testo, passato come “Manifesto di Porto Alegre”, contenente alcune affermazioni di principio e l’indicazione di 12 punti come programma minimo del movimento altermondialista. Per prendere seriamente di petto la questione “un altro mondo è possibile”, oltre la retorica e l’autonarrazione gratificante di cui sopra. I punti erano semplici indicazioni di lavoro, non direttive del Consiglio Internazionale. Ma erano punti precisi.

La reazione di tanti, non tutti fortunatamente, piccoli leaderini di movimento, di Ong ecc., tra i quali molti italiani, autoreferenziali i più, è stata stizzita. Si trattava di discutere, magari di proporre variazioni, integrazioni e via dibattendo. Ma la cosa è stata interpretata come ingerenza, come violazione della Carta dei Principi del Fsm, come lesa maestà democratica e via movimentando.

È l’usuale invocazione della democrazia quando non si hanno argomenti veri, coerenti, e si elude la vera questione: come essere efficaci e antisistemici veramente. Non a parole, una volta raggiunta e superata la soglia iniziale della presa di coscienza, della cultura e del sapere del movimento, della delegittimazione del sistema, della sottrazione del consenso. Per tentare di cambiare veramente le cose.

E in ciò concorrono le parole e le idee, la penna appunto, come quella di Galeano, e la lotta quotidiana, la politica e il movimento contro le brutture del mondo, altrimenti chiamate neoliberismo, capitalismo, imperialismo, razzismo, sessismo ecc.

La difficile, faticosa, necessaria sintesi di sempre.

USA, al ristorante ordina per sbaglio un vino da 3750 dollari

USA, al ristorante ordina per sbaglio un vino da 3750 dollari – Yahoo Finanza Italia. L’articolo è di venerdì 7 Novembre 2014 dc.

La vicenda è interessante e curiosa di per sè, ma io mi vorrei soffermare su una questione linguistica, leggete qua:

“Lei ha indicato una bottiglia sul menu, ma non avevo con me gli occhiali. Le ho chiesto quanto costava e lei mi ha detto ‘Thirty-seven fifty‘”, che in inglese può essere inteso tanto come “Trentasette e cinquanta” quanto “Tremilasettecentocinquanta”.

No, non ci siamo. Che la lingua americana parlata sia spesso sconcertantemente becera e sguaiata si sà, e zeppa di abbreviazioni e modi di dire alquanto discutibili, ma normalmente 3750 si leggerebbe three thousand (tremila) seven hundred (settecento) and fifty (e cinquanta). Capisco che sia lungo da dire, ma con tutta la fantasia e immaginazione possibile NON E’ UMANAMENTE POSSIBILE che si pronunci, per far prima, come 37,50, e comunque anche questo importo sarebbe detto in modo errato, perché, se si volesse essere precisi, bisognerebbe specificare i centesimi, oppure dire “37 e mezzo dollaro”, thirty seven and half dollar.

Jàdawin di Atheia