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Delle cose bizzarre che Dio proibisce e della laicità dello Stato

Da Hic Rhodus  5 Agosto 2016 dc:

Delle cose bizzarre che Dio proibisce e della laicità dello Stato

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di Bezzicante

Permettetemi una dichiarazione preliminare, una sorta di excusatio non petita che chiunque abbia un po’ di dimestichezza con lo scrivere e il comunicare sa che non si deve fare, mai. In questo post tratterò comportamenti religiosi che contrastano col vivere in una comunità laica. La prima parte del post girerà intorno alla natura di questi comportamenti: sono veramente “religiosi”? Voglio dire: certe cose decisamente bizzarre le ha veramente volute Dio? Capite subito che il fatto stesso che io giudichi ‘bizzarri’ determinati comportamenti che, per taluni, sono sacri e vincolanti e oggetto dello sguardo divino mi colloca immediatamente fuori dalla capacità di comprenderli. Sono laico. Non solo credo nella necessità di uno stato laico e nella separazione fra fede e politica, fra chiesa e istituzioni ma, sostanzialmente, sono distante dal devozionismo, dalla fede, dal conseguente forte coinvolgimento emotivo dei credenti. Il mio linguaggio è un linguaggio differente, mi assumo le colpe dell’incomprensione. E questa era l’excusatio per la prima parte dell’articolo. La seconda parte, più breve, prescinde dalle mie incomprensioni e dalle vostre fedi; riguarda la pretesa, in uno stato laico occidentale, di tenere rigorosamente separate la sfera religiosa da quella politica per tutti, compresi gli immigrati e coloro che credono in altre religioni (differenti dalla cristiana) per i quali scatta spesso un meccanismo etnocentrico all’incontrario. Per timore di essere giudicati razzisti si concede di più, assai di più, di quanto la nostra tradizione laica chieda. E ora le premesse sono finite e potete leggervi l’articolo.

Ho già trattato a suo tempo la questione del velo islamico segnalando che l’obbligo a indossarlo, per le donne musulmane, non è una questione di religione ma di identità culturale sostanzialmente condizionata da una società misogina; in quel vecchio post ho utilizzato fonti islamiche per la prima affermazione (il velo non c’entra col Corano) e un’importante e ampia ricerca internazionale che fornisce evidenze sulla seconda (la diffusione del velo è correlata con la tolleranza e l’apertura della società di appartenenza). Di questioni analoghe ce ne sono in tutte le religioni, ciascuna delle quali sostiene che dio vuole che si mangino oppure no determinati cibi, ci si tagli oppure no il prepuzio, ci si comporti in determinati modi fra le lenzuola e via discorrendo. Un tratto evidente di ciò che viene definita ‘secolarizzazione’ (ne abbiamo parlato QUI) è l’abbandono di questi costrutti privi di aderenza con una fede religiosa piantata nel XXI secolo; si può continuare a credere in dio, con devozione e passione, rinunciando a credere che sia peccato mangiar carne il venerdì, per esempio. Ma la secolarizzazione è un processo che riguarda la modernità e il lento progredire delle idee attraverso i secoli. Non in tutto il mondo e non in tutte le religioni i percorsi sono stati simili, e parlare di secolarizzazione nelle aree islamiche più tradizionali è abbastanza sciocco (alcune ragioni le rammenta Galli della Loggia QUI).

Analoga alla questione del velo c’è una bizzarra ritrosia alla stretta di mano:

In una regione nel nord della Svizzera due studenti musulmani saranno obbligati a stringere la mano alle professoresse all’inizio e alla fine della lezione, come è tradizione nel Paese elvetico, ma in questo modo verranno meno ai dettami della loro religione che vieta i contatti fisici tra uomini e donne che non abbiano un legame di parentela (Fonte: Corriere della Sera; l’articolo illustra la sequela di polemiche suscitate da questa decisione).

Ho quindi percorso lo stesso procedimento utilizzato per il velo e sono andato a cercarmi fonti islamiche che mi illuminassero e ho trovato questa che dice che sì, è proprio vietato, a un uomo, stringere la mano a una donna che non gli appartenga (testuale), o che non sia una delle sue parenti “strette” (fonte). Questa prima fonte, eruditissima e ricca di riferimenti non cita mai il Corano ma solo seguaci illustri, giureconsulti, sceicchi devoti e così via: un po’ come se un cattolico citasse noti dottori della chiesa, teologi medioevali e simili. Idem altre fonti come QUESTA di donne musulmane (si cita la moglie del profeta e il Corano solo come fonte indiretta in merito alla modestia ed esemplarità – in generale – del comportamento femminile); così molteplici fonti italiane che riportano la medesima spiegazione e anche fonti inglesi… che riportano la medesima spiegazione (letteralmente! Evidentemente tutti traggono e traducono da una medesima centrale teologica): per esempio QUESTA che però (traducendo meglio l’originale) spiega come la fonte sia un’Hadith, parte della Sunna che, dopo il Corano, è un testo sacro per i musulmani. Non ve la voglio far lunga in questa prima parte dell’articolo, e arrivo alla conclusione. Diversamente dal velo, la stretta di mano sembra indubbiamente parte del contesto religioso islamico anche se – questo è importante – non è il Corano (ispirato da Dio in persona) ma la Sunna. Come un cattolico che affermi una verità religiosa non contenuta nel Vangelo ma nelle Lettere di Paolo. Ma forse sottilizzo troppo io…

A seconda del vostro livello di religiosità sarete portati a credere che certe prescrizioni siano aggiunte dall’apparato religioso che sempre circonda le fedi, aggiunte a volte infelici, non necessarie al rapporto vero e autentico con dio, oppure al contrario potreste ritenere che tutte queste diverse fonti siano comunque ispirate dalla divinità, quindi sacre e prescrittive. Comunque la pensiate, però, segnalo che ragionate su testi letterari, su dichiarazioni, testimonianze… vale a dire parole di uomini e donne (ispirate da dio?) e quindi interpretabili. Ed è la faccenda dell’interpretazione della parola umana che mi confonde: prendiamo per esempio la circoncisione: le principali tre religioni monoteiste attingono allo stesso testo sacro (la Genesi, 17: 10) per obbligare alla circoncisione (ebraismo), per praticarla ma senza un chiaro obbligo religioso (islam), per non praticarla affatto (cristiani, ma non i cristiani copti che invece la praticano). Quindi la Genesi, parola di Dio, è diversamente interpretata e praticata. Se interpretiamo la Sua parola, figuriamoci quella degli interpreti, dei commentatori e dei costruttori di sovrastrutture di mediazione con la divinità.

Tutto questo per dire che stabilire in maniera rigida, assoluta e indiscutibile che Dio, proprio Lui in persona, trovi offensivo che un uomo stringa la mano, come segno educato di saluto, a una donna che “non gli appartiene”, ecco: stabilire in maniera incontrovertibile che sia Dio a volerlo lo trovo alienante. Capisco che dio voglia l’amore e proibisca l’omicidio e accetto anche che voglia essere lodato e santificato, per carità, ma che pretenda un prepuzio in pagamento di un pegno o che trovi riprovevole una stretta di mano mi sembra quantomeno bizzarro.

Fine della prima parte.

La seconda parte di questo articolo cambia completamente registro e si interroga su come deve comportarsi una società liberale (con riferimento al caso svizzero sul quale abbiamo aperto). Vedo due possibilità:

  • possibilità n° 1: siamo liberali, quindi tolleranti, quindi inclusivi, quindi rispettiamo tutti; se siete musulmani e non volete stringere la mano alla professoressa, in quanto femmina che non vi appartiene, bene: avete ogni diritto a farlo anche all’interno della nostra società;
  • possibilità n° 2: siamo liberali, quindi tolleranti, quindi inclusivi, quindi (qui cambiamo la frase) rigettiamo comportamenti tesi all’esclusione (come sono tutti i simboli religiosi); se siete musulmani, o ebrei, o cattolici ciò riguarda la vostra sfera privata e non quella della convivenza pubblica.

Guarda caso si tratta delle due antitetiche posizioni assunte dalla corte UE in due distinti casi riguardanti il velo ma è questa seconda idea che informa correttamente il pensiero democratico liberale occidentale. È per questa ragione che dovrebbero essere banditi i simboli religiosi dagli uffici pubblici, che il velo integrale dovrebbe essere proibito, che la stretta di mano può essere rifiutata solo come oltraggio e non come ferma adesione a un precetto imperscrutabile.

Si dirà che in questo modo si calpestano i diritti di quei credenti. Li offendiamo imponendo i nostri valori laici. Vero. In caso contrario, però, sarebbero loro a imporre i loro valori religiosi. Non c’è via d’uscita: è un gioco che prevede un perdente, il religioso o il laico. Sotto un profilo logico ha poca importanza che il religioso sbianchi in volto, dia in escandescenze e si faccia prendere una sincope dall’obbligo di laicità, mentre il laico semmai fa spallucce e – in virtù della sua apertura mentale – se ne infischi del crocifisso a scuola e dei molteplici obblighi religiosi non richiesti. Sotto il profilo logico c’è un torto che viene commesso a danno di un cittadino, religioso o laico. Per questo sempre la logica suggerisce che in una società moderna deve vincere il primato della laicità. Se nel privato ogni cittadino ha diritto di credere in ciò che vuole, nella vita associata bisogna azzerare le differenze, i contrasti, le potenziali guerre di religione. Come cittadini, uguali doveri e diritti. Non qualche diritto in più per i cattolici, o per i musulmani o per i pastafariani (ed è questo il senso di una recente sentenza della Corte di giustizia UE).

Io credo veramente che stiamo sbagliando molto con i cittadini portatori di altre culture e valori. Siamo capaci di chiudere le frontiere allarmati dai flussi migratori, ma poi siamo così incerti da accettare comportamenti ostili da quei cittadini che brandiscono la fede come simbolo identitario negativo. Dire per esempio che le donne musulmane non devono portare il velo suona come xenofobia, islamofobia. Io credo onestamente che le donne islamiche non debbano portare il velo integrale (quindi: sì hijiab non integrale; no burqa o niqab); credo che se porgo la mano in segno di saluto (semmai non sapendo che per lei, donna musulmana, non è corretto) mi aspetto che la mano mi venga stretta; così come credo che la CEI non debba mettere bocca su alcuna legge dello Stato italiano, che il Concordato vada abolito e il crocifisso tolto dai luoghi pubblici. Credere nell’uguaglianza, quella dei diritti e della cittadinanza, significa rispettare tutte le religioni fino al confine, non superabile, della laicità inclusiva e universalista dello stato.

Credo anche che sia una questione di igiene mentale. O culturale. Se smettessimo tutti di ostentare identità assolute e non negoziabili come quella religiosa, saremmo tutti meno impauriti dai diversi. Cadrebbero molti pregiudizi e, vedendoci più uguali, daremmo tutti meno spazio alle imbecillità fondamentaliste.

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Ansia per il futuro? Allora NON leggete cosa vi aspetta. 2 – Lavoro e istituzioni, e una conclusione

Da Hic Rhodus 23 Marzo 2016 dc:

Ansia per il futuro? Allora NON leggete cosa vi aspetta. 2 – Lavoro e istituzioni, e una conclusione

Il lavoro

Schermata 2016-03-06 alle 09.59.51Che il lavoro stia cambiando è sotto gli occhi di tutti. E le tecnologie sono il più potente strumento di cambiamento del lavoro. Studi recenti indicano che il 47% della forza lavoro è a rischio imminente negli Stati Uniti a causa dell’automazione, e la penetrazione dei robot nell’industria e nei servizi è stata documentata abbastanza recentemente anche da HR (in due articoli, il primo QUI e il secondo QUI).

Una delle ricadute sociali di maggiore interesse di questa automazione è l’incremento delle disuguaglianze, in quanto il loro impatto sarà molto diverso in differenti aree del mondo: città tradizionalmente manifatturiere rischiano di soffrire un collasso del mercato locale del lavoro assai superiore a città dove l’automazione avrà meno impatti (uno studio per le città americane QUI, pp. 30-36). Schermata 2016-03-06 alle 10.11.44Naturalmente ci saranno nuovi lavori che rimpiazzeranno quelli persi (addirittura 98 milioni di europei fino al 2025, fonte OxfordMartin su dati Cedefop): l’ampio studio della OxfordMartin appena citato indica in oltre 4 milioni le figure professionali nella sanità necessarie negli Stati Uniti da qui al 2022, ci sono poi la green economy e diversi altri settori. Ma, come indica chiaramente lo stesso rapporto, le nuove occupazioni del futuro richiedono competenze elevate che non saranno sempre immediatamente disponibili risultando, conseguentemente, in un possibile deperimento delle potenzialità di sviluppo:

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Un problema chiave resta quindi il prodursi di gap occupazionali gravi dovuti al combinato disposto fra automazione da un lato e rapida possibilità di rimpiazzo di nuove professioni ad alta qualifica.

Ciascuno dei due corni del problema è a sua volta il prodotto di molteplici fattori (demografici, geopolitici, energetici, relativi all’obsolescenza di settori maturi, alle politiche nazionali e così via).

Un esempio chiaro di possibile scenario negativo l’offre la Cina in questi giorni: il governo cinese sta seriamente pensando di ricollocare almeno 6 milioni di lavoratori delle industrie zombie (acciaio, cemento, carbone) ormai improduttive e tenute in vita solo grazie a contributi statali (fonte). Ora, la Cina può ancora permettersi (ma per poco) di immaginare ricollocazioni, pensionamenti e sussidi per una tale massa di persone, evitando così tremende conseguenze sociali. Ma certamente non se lo può permettere l’Occidente. E lo sviluppo tecnologico in questi anni procede a ritmi più veloci di quelli naturali del ricambio generazionale: questo significa che le ragioni dell’economia (sviluppo, produzione, guadagno) si scontreranno con quelle della demografia e della formazione di masse imponenti di lavoratori.

Formazione

E allora diamo un’occhiata prospettica anche a questo tema, che con tutta evidenza diventerà cruciale per la vita di milioni di individui.

Innanzitutto l’Unione Europea – ben consapevole del problema – ha un occhio di riguardo su istruzione e formazione professionale, con programmi ad esse dedicate (fonte: Europarlamento): onestamente la “strategia Europa 2020”, per quanto encomiabile, non sembra all’altezza delle sfide tratteggiate sopra e in Italia – dove il problema è particolarmente acuto – il problema rimane insoluto malgrado le esplicite denunce.

Gli attuali percorsi di istruzione e formazione, infatti, non sembrano rispondere alle esigenze delle persone né a quelle delle imprese. Lo testimoniano i dati dell’indagine Excelsior che, tra le altre cose, denuncia il rischio della carenza di profili professionali adatti a rispondere alle esigenze del futuro del mercato del lavoro italiano.

Lo testimoniano anche i dati sugli abbandoni scolastici degli studenti italiani ancora lontani dai benchmark europei (19,3% in Italia contro l’obiettivo di Lisbona del 14,8%), nonché quelli su forme più o meno marcate di disadattamento scolastico. Dati che sollevano più di un sospetto sulla bassa attrattività per i giovani dei contenuti e delle modalità degli apprendimenti promossi nelle scuole, vuoi perché incapaci di comunicare con il destinatario vuoi perché spogliati di qualsiasi proiezione realistica sull’inserimento lavorativo. […] le proiezioni al 2020 sulla domanda e offerta di lavoro evidenziano che il nostro Paese rischia di farsi trovare impreparato ai prossimi cambiamenti del mercato del lavoro. Sul primo versante, la domanda di lavoro, le ricerche del Centro europeo per lo Sviluppo della Formazione Professionale (CEDEFOP) esprimono la chiara tendenza verso una economia della conoscenza e dei servizi, che avrà bisogno di lavoratori sempre più qualificati.

Nel 2020 l’economia europea domanderà il 31,5% di occupati con alti livelli di istruzione e qualificazione, il 50% con livelli intermedi mentre i posti di lavoro per i soggetti con bassi livelli di qualificazione crolleranno dal 33% del 1996 al 18,5%. (Fonte: Commissione di studio e di indirizzo sul futuro della formazione in Italia)

L’Italia sembra avere imboccato strade diverse, rinunciando a finanziare adeguatamente la ricerca, con un sistema scolastico molto peggiorato nel tempo che non prepara adeguatamente i giovani e con alti tassi di dispersione scolastica: il lettore interessato troverà molti articoli su questi temi qui su HR.

Istituzioni

Ed eccoci alla fine di un percorso. La formazione dei cittadini, capaci di adeguarsi alle esigenze del mercato evitando drammatiche disuguaglianze, è compito delle istituzioni pubbliche, come le politiche energetiche, come quelle rurali e molte altre di cui abbiamo parlato nella precedente puntata. Ma anche le istituzioni, in quanto “prodotto sociale”, evolvono, cambiano, si adattano e non sempre approdano alla migliore condizione per decidere al meglio, e tempestivamente, le politiche pubbliche necessaria per la propria comunità. Quello che occorre, nel terzo millennio, è un governo FLAT Schermata 2016-03-06 alle 11.21.31(Flatter, Agile, Streamlined, Tech-enabled, secondo la definizione del World Economic Forum nel suo documento The Future of Government). Questa idea propone una governance (ciò che viene sintetizzato sotto la prima parte della sigla FLAT) di tipo partecipativo che alcuni autori hanno già argomentatamente criticato come scarsamente possibile nel mondo complesso (ne abbiamo ampiamente parlato su HR).

Analoghe proposte (coinvolgimento dei cittadini, governo come semplice facilitatore nella distribuzione dei servizi, etc.) sono presenti nei rapporti di diversi think tank specie di area anglofona, per esempio in Future of Government di PWC) che vagheggia un “nuovo capitalismo” propositore di economie locali sostenibili, e in Gov2020: A Journey into the Future of Government di Deloitte e altri. Tutto molto ottimistico. L’evidenza mostra una storia assolutamente diversa, di scarsa possibilità reale di partecipazione dei cittadini, di predominio di gruppi di potere non sempre espliciti, di differenze irriducibili nelle forme di governo anche entro comunità retoricamente indicate come omogenee (per esempio entro l’Unione Europea) e, soprattutto, differenze al limite del conflitto fra Paesi “liberali”, Paesi “autoritari”, Paesi teocratici.

Queste ultime differenze sono altamente significative perché il futuro del mondo (controllo demografico, accesso alle risorse, riduzione delle disuguaglianze e tutto quanto visto fin qui) non può che essere armonico, concordato, guidato da una regia unica.  Impossibile progredire da soli, impossibile governare i processi in ambiti ristretti in un mondo che distribuisce i problemi e gli errori (le conseguenze delle guerre, le conseguenze dell’inquinamento, le conseguenze della povertà sono globali anche quando le cause sono locali). Ma, come detto, il potenziale fallimento dei vecchi governi occidentali di fronte alle veloci e imponenti sfide dei prossimi anni è sotto gli occhi di tutti.

Recentemente Akhilesh Pillalamarri, a partire da considerazioni sull’impossibile coniugazione fra democrazie liberali e teocrazie islamiste, si interroga sui possibili sviluppi di governi “vincenti” rispetto alle sfide di cui abbiamo parlato:

The problem with democracy in the long run is that it will always be hijacked by people with an agenda or special interests simply because it is impossible for hundreds of millions of people to directly participate in the government. Groups with money, power, or influence easily sway governmental policies by claiming to be doing the “will of the people.” This trend has become especially pronounced over the past few decades in countries as different as the United States and India. In a country with multiple interest groups and multiple cultures like India, it is very hard to get anything done without protests, despite best intentions. What is to be done when a country cannot experience good governance because individuals and groups within it hide behind the plutocratic shield of electoral democracy? There is an answer to this question from Asia, though it is much maligned in the West. It is a system of governance that avoids both the pitfalls of totalitarianism, North Korea style, and the dysfunctionalism seen in modern American politics. The concept of semi-liberal autocracy is not new nor is it unique to Asia — many 18th and 19th century Enlightenment European states were also organized on such lines. In short, this method of governance and development amounts to rule by an oligarchy that fills its ranks with technocrats or knowledgeable individuals that can dominate the system, whatever its formal constitutional structure: monarchy (Victorian Britain, Meiji Japan), aristocratic alliance (the United Arab Emirates, essentially), republic (the Founding Fathers of the United States), or a single-party state like China. Decisions are made and implemented at the highest level with relatively little outside interference but at the same time, people are free to go about their daily lives without the state constantly breathing down their necks. (Fonte: The Future of Government: What We Can Learn from Asia, “The Diplomat”, 19 Giugno 2015).(Nota mia: non trovo corretto l’inserimento di un testo non tradotto)

L’idea che il modello cinese – così poco conosciuto e molto ideologicamente equivocato – possa diventare un modello di efficacia democratica anche in Occidente è sostenuto da diversi commentatori, come per esempio Daniel A. Bell sull’AtlanticEric X. Li sul New York Times e altri. In questo momento non sto prendendo parte: ciò che sto riferendovi, in conclusione a questo paragrafo, è che ciò che servirebbe – così ben descritto idealisticamente dai primi think tank citati, auspicato dall’Unione Europea, eccetera – pare difficilmente raggiungibile, in tempi ragionevoli e con efficacia, dalle forme di governo occidentali basate su un concetto di democrazia liberale che aveva ragion d’essere – e possibilità di dispiegare i suoi effetti – nel secolo breve, come tale velocemente passato, e che immaginare nuove forme di democrazia guardando a come sviluppano altre forme di governo non è vietato, non è un tabù nella più acclamata delle democrazie liberali dell’Occidente. Discuterne, comunque la si pensi, è diventato urgente.

Tentiamo una conclusione

La conclusione a queste due puntate di sguardi veloci nel nostro possibile futuro dipende molto dal personale livello di ottimismo di ciascuno. Si possono cercare altre e diverse fonti, si può calcare la mano su questi fattori o su altri, ma è difficile sottrarsi all’idea di un imminente punto di svolta nella condizione umana.

Un numero enorme e crescente di individui che lotterà per l’accesso alle risorse, per l’acqua e il cibo, lottando contro condizioni climatiche sempre più avverse; migrazioni bibliche; cambiamenti dei confini nazionali; guerre. Ma anche sviluppo scientifico e tecnologico, miglioramento delle pratiche mediche, possibilità di vite più lunghe e interessanti… per alcuni. Non per tutti.

Comunque la pensiate credo il futuro riservi aspre disuguaglianze nel globo, sia fra Paesi diversi sia internamente ai Paesi (sul tema troverete diversi articoli qui su HR): le disuguaglianze potranno essere stemperate, se non risolte, solo con governi capaci di cambiare, adattarsi, integrarsi fra loro, anche immaginando forme differenti di governance, di accesso dei meritevoli alle cariche decisionali, di distribuzione delle risorse.

Questi cambiamenti, se mai ci saranno, serviranno presto, perché veloce sta arrivando il punto di non ritorno, e purtroppo è difficile immaginare di cambiare, tutti noi, nell’arco di questa generazione e della prossima, in maniera così epocale e condivisa. E, se volete, è questo il vero nocciolo del mio personale pessimismo.

La scuola di Barbiana

Da Lucio Garofalo il 12 Ottobre 2015 dc:

La scuola di Barbiana

Il motto più bello della scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani era: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia”.

Questa frase lancia un messaggio esplicito di impegno politico. Significa che, se una questione è discussa e sollevata in un ambito privato, come una conversazione da bar, in un luogo privo di sovranità decisionale, essa non assume alcun valore politico, per cui non sortisce esiti concreti ed efficaci per la collettività.

Viceversa, se l’istanza viene rivendicata in un contesto pubblico, in una sede collegiale deputata a prendere delle decisioni, insomma in un organismo democratico sovrano, in tal caso essa riveste un altro significato e rilievo ed esercita una maggiore forza di risoluzione politica.

Il dramma è costituito oggi dalla crisi di partecipazione democratica e dall’assenza di sovranità popolare. Ogni istituto politico-decisionale è riservato ad élites assai ristrette, detentrici esclusive della ricchezza economica e del potere politico. Ogni organo di democrazia rappresentativa è, di fatto, esautorato.

È proprio questa, oggi, la principale emergenza politica e sociale: la crisi o l’assenza di democrazia reale, di una politica partecipativa estesa alle masse popolari e alle classi subalterne.

Le esperienze partecipative vissute in un passato relativamente recente ci mostrano che non si tratta affatto di un’utopia astratta. Molto dipende dalla capacità e volontà di mobilitazione ed autogestione collegiale dei soggetti protagonisti della vita politica.

Se ciascuno di noi si rifugiasse nella sfera esistenziale privata sarebbe solamente un avaro egoista.

Eduardo Galeano

Dalla newsletter del 20 Aprile 2015 dc di www.puntorossoblog.com (da me corretta oggi 24 Novembre 2015 dc di alcuni errori, in alcuni casi avventurosamente interpretando quanto scritto):

Eduardo Galeano

come metafora della cultura critica, necessaria ai movimenti antisistemici. Con alcune considerazioni finali sul ruolo del Forum Sociale Mondiale.

di Giorgio Riolo

Ci sono opere e persone che, al di là del valore intrinseco, grande o piccolo, non importa, svolgono un ruolo formidabile nel contesto storico in cui sorgono. Diventano metafore di un moto storico, di un cammino in corso.

Diciamo subito che il valore letterario e di contenuti degli scritti di Galeano era veramente grande. Fossero libri o i suoi tipici folgoranti pezzi giornalistici egli mostrava quale forza si può celare nella penna, se la si sa usare e a qual fine usarla.

Sciascia ricorreva a questa metafora della penna come spada, pensando al suo ruolo di scrittore e di intellettuale. Impensabilmente coincidente con quello che l’analfabeta bracciante siciliano riteneva a proposito del valore, dell’importanza della cosa scritta. Ma oggi con il minimalismo, la ciarlataneria chiassosa, le parole in libertà, in ogni dove (la falsa democrazia del Twitter, Facebook e minchiate varie), tutto ciò assume distanza, alterità omerica, biblica.

La cultura, la letteratura, la grande arte non cambiano il mondo, sicuramente. Ma è sacrosanto che esse contribuiscano a preparare, a invogliare, a spingere gli esseri umani a “desiderare” un altro mondo, a cambiare la propria vita e la vita quindi dei gruppi associati. L’antropologia culturale viene prima della politica, sostanzia la politica e la spinge in avanti. Non al contrario, come taluni bonzi si ostinano a pensare e a praticare. Il risultato necessario, di causa ed effetto, come il giorno segue alla notte, è inevitabilmente la malapolitica.

Molti della mia generazione, tra la fine degli anni sessanta e gli anni settanta, avevano come uno dei retroterra di formazione il cosiddetto terzomondismo, allora spesso declinato come visione manichea di bene e di male, dislocati spazialmente, centro e periferie, Nord e Sud, mondo sviluppato e mondo sottosviluppato (il terzo mondo) ecc. Poi immediatamente aggiornato, una volta considerato che la dinamica si riproduceva all’interno degli stessi centri sviluppati e all’interno delle periferie stesse (ricchi e poveri, padroni e salariati, classi dominanti e classi subalterne ecc.).

Ma una cosa è certa. Il terzomondismo costituiva allora la forma ingenua, ma fondamentale, indispensabile, del pensare che la storia dell’umanità è la globalizzazione-mondializzazione, accelerata in modo impressionante dal sorgere del capitalismo e dalla sua prorompente, irrefrenabile vocazione a espandersi e a occupare i quattro angoli del pianeta. Che il sistema è mondiale immediatamente e non per astrazione. Che occorreva il “pensiero planetario” (Ernesto Balducci) come grado minimo, come primissima base, per un discorso serio e sensato sul mondo. Che tutto cambia a misura della prospettiva con cui si guarda il mondo.

E così si cercava di sfuggire all’eurocentrismo, al colonizzatore e all’imperialista che era in noi (e molta sinistra questo non lo faceva) e si cercava di guardare il mondo “dal rovescio della storia” (Teologia della Liberazione). Di guardare con gli occhi dei popoli vessati, depredati, umiliati dal colonialismo prima e dall’imperialismo poi. Tutto cambia, ripetiamo.

Opere come “Le vene aperte dell’America Latina” del 1971, prima, e in seguito le tre parti di “Memoria del fuoco” (apparse tra il 1982 e il 1986), vennero ad aggiungersi al breviario minimo di questo pensiero planetario di cui avevamo bisogno, che avidamente cercavamo. Così come i tanti interventi, articoli e saggi, inconfondibili, che il fine letterato-intellettuale e attivista ci ha offerto fino alla fine dei suoi giorni.

Latinoamericano come prima sostanza e radice, come prima attenzione, come un entomologo che scruta il brulicare della propria gente, che scruta la microstoria, la vita quotidiana, i recessi della storia, così spesso trascurati, ma che sa collegare la sua prospettiva latinoamericana, la sua realtà, alla prospettiva mondiale. Che sa collegare la microstoria e la vita quotidiana alla macrostoria, alla politica, alle dinamiche più vaste. Alle lotte necessarie in America Latina e nel mondo. Poiché la concezione della penna come spada implica sempre mettersi in gioco, agire, collaborare con altri gruppi umani, con partiti, con gruppi, con movimenti sociali affinché qualcosa cambi. Altrimenti ci si limita a scrivere libri, ci si rifugia nel piccolo narcisismo dell’intellettuale, anche se raffinato.

Il ricordo, la perdita di Eduardo Galeano ci impone di fare alcune modeste, non peregrine, considerazioni sui movimenti antisistemici.

Altri hanno scritto e scriveranno molto e bene su di lui.

Recentemente, concluso il Fsm (Forum Sociale Mondiale) di Tunisi del 2015, Roberto Savio, un giornalista-saggista molto attivo nel movimento altermondialista, uno dei fondatori del Fsm, ha scritto un intervento critico, una sorta di bilancio dello stesso Fsm dopo 15 anni di esistenza. Di bilanci ne abbiamo fatti nel passato in vari scritti e interventi. Qui ripetiamo solo alcuni spunti.

Anche se con le sue parole, Savio riprende nel suo articolo la vecchia questione delle due anime del Fsm e quindi del movimento altermondialista. Da una parte, per utilizzare la metafora di un altro fondatore del Fsm, François Houtart, il Forum è una sorta di “Woodstock sociale” (il Fsm come “spazio aperto”, come luogo di ritrovo e di messa in comunicazione dei tanti attori mondiali contro il neoliberismo), dall’altra è una sorta di Internazionale in cui organizzarsi e in cui assumere direttive, vincolanti per gli stessi attori, per contrastare il neoliberismo e il capitalismo e le sue dinamiche, opprimenti popoli, ambiente, diritti ecc.

Queste due anime rimangono e condizionano e hanno condannato il Fsm nel tempo, dall’iniziale forza e rilevanza mondiali, fino al marzo 2003 (“la seconda potenza mondiale” secondo The New York Times e la retorica e metafisica di cui dicevo in un mio precedente articolo), alla attuale relativa irrilevanza. Come dice Samir Amin, le lotte decisive nel mondo ormai si svolgono fuori dal Fsm. Come afferma Savio, non c’è osmosi tra Fsm e mondo. Non è investita nel suo processo l’intera società civile globale. Alla quale appartengono, aggiunge Emir Sader, anche i partiti e le formazioni, partitiche e di movimento, sostanziate di materiale umano che lotta, pensa, si istruisce, agisce contro il sistema. Superando il rituale autoreferenziale dei Fsm, con i ripetitivi seminari, workshops, di edizione in edizione, mentre fuori nel mondo infuriano guerre, conflitti, crisi climatica, emergenze sociali, ambientali, democratiche ecc.

Savio incentra molto il suo discorso sul ruolo del Consiglio Internazionale del Fsm. Il suo ruolo si è ridotto a quello del “facilitatore” e non quello, indispensabile, che miri a creare visione e strategia. Che miri ad avere un minimo di “verticalità”, di organizzare, senza venir meno alla “orizzontalità” delle pratiche e delle procedure.

Aggiungo solo, rispetto al discorso di Savio, che molto ruolo nel Fsm e nel Consiglio Internazionale hanno le élite mondiali, spesso europee e Usa, ma non solo, che possono pagarsi viaggi e soggiorni, soprattutto organismi come Ong ecc., che dispongono di molti mezzi. I movimenti sociali di Asia, Africa e America Latina, ciascuno costituito da milioni, e non migliaia, di aderenti spesso non dispongono dei mezzi necessari, non dico per essere presenti al Consiglio Internazionale, ma anche semplicemente per inviare un delegato a partecipare a una qualche edizione del Fsm.

Un solo episodio, come testimonianza personale, per tornare a Galeano e per concludere.

Al Fsm di Porto Alegre 2005, il quinto della serie, un gruppo di 19 intellettuali, strettamente legati al movimento altermondialista, tra i quali Galeano, Saramago, Amin, Houtart, Ramonet, Savio, Walden Bello, Aminata Traorè, Perez Esquivel, Petrella, Wallerstein, Frei Betto e altri, firmarono un testo, passato come “Manifesto di Porto Alegre”, contenente alcune affermazioni di principio e l’indicazione di 12 punti come programma minimo del movimento altermondialista. Per prendere seriamente di petto la questione “un altro mondo è possibile”, oltre la retorica e l’autonarrazione gratificante di cui sopra. I punti erano semplici indicazioni di lavoro, non direttive del Consiglio Internazionale. Ma erano punti precisi.

La reazione di tanti, non tutti fortunatamente, piccoli leaderini di movimento, di Ong ecc., tra i quali molti italiani, autoreferenziali i più, è stata stizzita. Si trattava di discutere, magari di proporre variazioni, integrazioni e via dibattendo. Ma la cosa è stata interpretata come ingerenza, come violazione della Carta dei Principi del Fsm, come lesa maestà democratica e via movimentando.

È l’usuale invocazione della democrazia quando non si hanno argomenti veri, coerenti, e si elude la vera questione: come essere efficaci e antisistemici veramente. Non a parole, una volta raggiunta e superata la soglia iniziale della presa di coscienza, della cultura e del sapere del movimento, della delegittimazione del sistema, della sottrazione del consenso. Per tentare di cambiare veramente le cose.

E in ciò concorrono le parole e le idee, la penna appunto, come quella di Galeano, e la lotta quotidiana, la politica e il movimento contro le brutture del mondo, altrimenti chiamate neoliberismo, capitalismo, imperialismo, razzismo, sessismo ecc.

La difficile, faticosa, necessaria sintesi di sempre.

Le pressioni USA sul governo italiano

da Lucio Manisco Considerazioni Inattuali n. 68, 31 Marzo 2015 dc:

Le pressioni USA sul governo italiano

L’assoluzione di Amanda Knox.

Secondo il “Guardian” un verdetto di colpevolezza e la richiesta di estradizione avrebbero posto a dura prova i rapporti diplomatici tra i due Paesi. Improbabile, data la comprovata arrendevolezza italiana di fronte ai sistematici rifiuti di Washington di rispettare il trattato bilaterale. “La faccia di un angelo”, il film inglese sull’assassinio di Meredith Kercher e i “guazzabugli” della giustizia italiana.

Ci sono state ripetute pressioni USA sulle autorità governative italiane per evitare un verdetto di colpevolezza a carico di Amanda Knox e l’inevitabile richiesta di estradizione della cittadina statunitense? Se cambiamo pro forma il termine “pressioni” in monitoraggi, intense consultazioni o scambi diplomatici tra i due governi la risposta non può non essere affermativa anche se non ha coinvolto direttamente la nostra magistratura, nota in tutto il mondo per la sua indipendenza e per il suo rigetto di qualsiasi condizionamento ambientale.

Del verdetto finale della Cassazione, in attesa delle motivazioni, si può solo parlare di convergenze parallele o più propriamente di coincidenze temporali, a giudicare almeno da quanto accaduto negli ultimi sette anni: quando ad esempio il magistrato della prima assoluzione a Perugia respinse con sdegno le accuse di essere stato influenzato o addirittura corrotto dal governo di Washington e dalla CIA (!?), accuse da lui attribuite a colleghi colpevolisti e invidiosi che poi gli rovinarono la carriera.

E che dire poi delle affermazioni di Michael Scadron, ex consulente legale del Dipartimento di Stato, che alla vigilia della soluzione finale del caso ha testualmente dichiarato: “Gli italiani faranno di tutto per evitare una richiesta di estradizione. Gli Stati Uniti impiegheranno ogni espediente ufficioso della diplomazia per scongiurare la possibilità di un ricorso all’estradizione”. Questa possibilità è stata invece evidenziata, sempre alla vigilia della chiusura del caso, dal quotidiano britannico The Guardian del 21 marzo: “Se l’Alta Corte Italiana ribadirà la colpevolezza della cittadina americana – recita il titolo – i rapporti diplomatici tra i due Paesi verranno messi a dura prova”.

Perché, secondo i corrispondenti da Roma e da Seattle del quotidiano, gli Stati Uniti saranno “tecnicamente” costretti a concedere l’estradizione, anche se poi gli stessi autori dell’articolo elencano le lunghe e dilatorie procedure prescritte prima di un’eventuale rispedizione in Italia della Knox: indagini ed esami della richiesta da parte del Dipartimento di Stato e da quello della giustizia, analisi processuale di un tribunale statunitense che potrebbe approvare o bocciare la richiesta, nel primo caso la decisione finale delegata ai poteri discrezionali del segretario di Stato John Kerry.

Non intendiamo in queste note schierarci con i colpevolisti o con gli innocentisti nel dibattito sulla Knox e sul coimputato Sollecito che ha beneficiato del verdetto assolutorio: intervistati negli ultimi due anni dalla CNN e dalla Fox News ci eravamo limitati ad osservare che in altri Paesi le giravolte, le prove a carico respinte e poi convalidate nei diversi gradi di giudizio, le otto sentenze di segno opposto e via dicendo, avrebbero portato al non luogo a procedere. Qui vogliamo occuparci unicamente del contesto giuridico internazionale in cui operano gli Stati Uniti d’America e della comprovata arrendevolezza italiana di fronte a qualsiasi istanza avanzata dal Grande Impero d’Occidente.

Questo è l’Impero che per i prevedibili ostacoli del diritto internazionale osservato dal Regno Unito delega al Governo Conservatore Svedese il compito di chiedere l’estradizione per presunti reati sessuali di Julian Assange, autore delle rivelazioni di Wikileaks (con destinazione finale Stati Uniti) e da più di due anni tutelato dall’immunità diplomatica nell’ambasciata londinese di un piccolo Paese coraggioso e indipendente, l’Ecuador.  Ed è lo stesso grande impero che alza il sipario di una nuova guerra fredda con la Federazione Russa perché Vladimir Putin ha concesso asilo politico ad Edward Snowden, il “whistleblower” della National Security Agency.

La verità è che gli Stati Uniti esigono ed ottengono quasi sempre estradizioni da governi subalterni e respingono o addirittura ignorano le richieste di estradizione di questi stessi governi soprattutto se i casi sono clamorosi e se l’osservanza dei trattati potrebbe apparire come un cedimento della più grande potenza mondiale.

Il caso Knox è uno di questi casi clamorosi con la maggior parte dell’opinione pubblica americana convinta della sua innocenza o comunque della necessità di sottrarla alla giustizia italiana. Per una minoranza altrettanto agguerrita “Foxyknoxy” era ed è una furbastra e per giunta una maniaca sessuale capace di tutto.

Sul merito della sottomissione italiana ai diktat di Washington il caso più madornale e scandaloso, per fortuna risolto a buon fine da un intervento in extremis di un’altra Corte di Cassazione, è stato quello di Pietro Venezia, reo-confesso dell’assassinio di un esattore delle tasse in Florida e fuggito in Italia nel 1994. Se fosse stato estradato sarebbe finito certamente sulla sedia elettrica. La perentoria richiesta USA di estradizione era accompagnata da una vaga promessa statale di non applicare la pena capitale.

Forte del mandato costituzionale che proibisce il trasferimento di un cittadino italiano o straniero residente in Italia in un Paese dove i suoi reati siano punibili sul patibolo diversi senatori e deputati, tra i quali chi scrive queste note, incalzarono il Governo a respingere la richiesta di Washington. L’allora presidente del consiglio Lamberto Dini con decreto ministeriale non solo accolse la richiesta, ma la rese immediatamente esecutiva. Solo un intervento d’urgenza dell’Alta Corte portò i carabinieri sull’aereo su cui era stato portato ed affidato a due sceriffi della Dade County in Florida il Pietro Venezia, poi processato e condannato a 22 anni da un tribunale di Taranto per il grave reato da lui perpetrato su suolo americano.

Sorvoliamo sul caso Baraldini, condannata negli Stati Uniti a ventidue anni di carcere (poi raddoppiati per non aver collaborato con lo FBI) per concorso nell’evasione incruenta della attivista afroamericana Joanne Chesimard (Assata Shakur) dal carcere femminile di Clinton nel New Jersey. Per dieci anni gli Stati Uniti hanno respinto le caute ed ossequiose richieste italiane – alcune annunziate ma mai inoltrate – perché venisse applicata al suo caso la convenzione di Strasburgo che permette lo sconto della pena nel Paese natale. Solo l’intervento del Guardasigilli comunista Oliviero Diliberto nel Governo D’Alema portò al suo rimpatrio con l’accettazione di condizioni così severe e disumane che violavano la Costituzione della Repubblica.

I due casi più recenti sono quelli dell’ottantenne Giuseppe Lo Porto, ammalato di cancro, arrestato ed estradato in due settimane dalla richiesta di Washington, quello dell’ex deputato di Forza Italia Massimo Romagnoli che nel febbraio del corrente anno è stato prontamente estradato e rinchiuso nel Correctional Center di Manhattan, malgrado una sentenza a suo favore emessa da un tribunale olandese e senza che le autorità italiane gli dessero il tempo di appellarsi ai tribunali del suo Paese natale.

Questa settiman un film del regista inglese Michael Winterbottom dal titolo “La faccia di un angelo” è in distribuzione nelle sale cinematografiche londinesi: la faccia dell’angelo non è quella di Amanda Knox, ma l’altra, oscurata dai mass media italiani, della vera protagonista del caso, la giovane vittima inglese Meredith Kercher, assassinata, secondo la magistratura italiana, da fantasmi senza nome in un appartamento di Perugia più di sette anni fa. Il film ricostruisce i “guazzabugli” della giustizia nostrana. Degli stessi “guazzabugli” si è occupato oggi su “Il fatto quotidiano” Gian Carlo Caselli la cui argentea chioma ad ogni sua apparizione sembra sia stata affidata alle amorevoli cure di un Vidal Sassoon. L’ex magistrato, famoso per aver condotto l’istruttoria del processo a Giulio Andreotti che ha permesso all’illustre uomo politico di uscire indenne da qualsiasi condanna per evidenti collusioni con la mafia dal 1981 in poi, ha bistrattato come si deve i giudici del caso Knox ma, alla pari dei giornali e delle televisioni nazionali, non ha fatto menzione alcuna – magari per negarne l’esistenza – delle interferenze del Governo USA nella gestione della cosa pubblica e della giustizia in questa nostra sventurata Repubblica.

Lucio Manisco
www.luciomanisco.eu

Sulla controversa questione del “diritto di anonimato sul web”

Sulla controversa questione del “diritto di anonimato sul web”

di Lucio Garofalo

16 Maggio 2013 dc

Detesto la saccenteria, l’arroganza, la supponenza dei numerosi “soloni” della politica, sparsi a livello locale e nazionale. I quali pretendono di impartire lezioni dall’alto, predicando bene e razzolando male, in alcuni casi predicando male e razzolando peggio.

Essi ignorano, tra le altre cose, che il diritto all’anonimato è una peculiarità caratteristica della comunicazione tramite il web, una prerogativa lecita ed intrinseca alla natura stessa di Internet, che è una rete virtuale indubbiamente anarcoide, ma è evidente che costoro non amano, né tollerano la libertà quando questa viene esercitata realmente. Anzi la temono e la osteggiano, viste anche le inclinazioni politiche di alcuni di essi, simpatie manifestate apertamente a favore di un partito ipocrita e rinnegato come il Pd, “democratico” solo di nome, ma autoritario ed antidemocratico nei fatti. Un partito che non è più inquadrabile nemmeno nell’area del “centro-sinistra”. Un tempo si sarebbe definito “socialdemocratico” in riferimento al PCI, ma era tutta un’altra storia.

Costoro, i “soloni della democrazia”, esibiscono forse il “coraggio” di mettere nome e cognome per firmare i propri post e commenti, ma poi non hanno il coraggio che conta effettivamente, vale a dire l’onestà intellettuale di raccontare la verità nella sua interezza, mentre ne rappresentano solamente una frazione che, guarda caso, fornisce sempre la versione più comoda e conveniente rispetto al proprio interesse “particulare”.

Personalmente non ho mai avuto problemi a metterci la faccia, non è mia abitudine ripararmi dietro l’anonimato. Oltretutto c’è chi si dissimula in modo abile anche dietro la propria immagine reale o dietro parole sottoscritte con il proprio nome e il cognome.

Inoltre, la vita reale non è certamente meno fittizia o meno ipocrita di quella virtuale.

Invece, a proposito di “verità”, si sa che la verità assoluta non appartiene a questo mondo, ma può esisterne solo un’interpretazione parziale e limitata, che è sempre una versione più o meno soggettiva e relativa. Eppure si preferisce raccontare soltanto la versione che conviene maggiormente ai propri scopi. L’onestà ed il coraggio intellettuale dovrebbero spingere ad aggiornare e completare il più possibile l’analisi, la conoscenza e la rappresentazione della realtà, a prescindere dagli interessi egoistici di una fazione.

Sarà probabilmente un mio limite personale, ma francamente non riesco a capire questo bisogno di conoscere l’identità di chi scrive, che a mio avviso esprime un falso problema.

Che l’identità sia reale o virtuale poco importa, visto che in molti casi l’identità di una persona coincide con l’essere ugualmente fittizia e camuffata, anche quando appare autentica. Basti pensare al celebre romanzo di Luigi Pirandello, “Uno, nessuno e centomila”, in cui emerge la consapevolezza che l’identità di un uomo non è una, bensì molteplice, che la realtà non è oggettiva in quanto si perde nel relativismo.

Dunque, il punto cruciale è ciò che uno dice, non chi lo dice. A tale riguardo mi viene in mente Pasquino, la famosa “statua parlante” di Roma, una figura caratteristica della città eterna. Nella Roma papalina, ai piedi della statua dell’imperatore Marco Aurelio, anonimi autori appendevano nottetempo dei foglietti contenenti versi satirici mordaci e dissacranti, rivolti contro i rappresentanti del potere dell’epoca. Questi epigrammi satirici erano le famose “pasquinate”, che interpretavano il malumore e l’avversione popolare contro la corruzione e l’arroganza del potere temporale dei papi. Dopo la caduta dello Stato Pontificio, avvenuta in seguito alla presa di Roma nel 1870, si estinse anche la produzione satirica contro il governo del papa-re. Ovviamente, la citazione della figura letteraria di Pasquino non è casuale, in quanto rappresenta tuttora il simbolo allegorico di un sentimento popolare beffardo e sarcastico che mette alla berlina ogni potere, uno spirito satireggiante ed anarchico che si esprime nei versi pungenti scritti da anonimi autori che incarnano il comune sentire del popolo di Roma.

Sempre a proposito di citazioni letterarie mi viene in mente Trilussa, pseudonimo di Carlo Alberto Salustri, più esattamente l’anagramma del cognome. Gli esempi da citare in tal senso sarebbero numerosi, dal momento che la storia della letteratura è zeppa di autori che si sono avvalsi intenzionalmente di pseudonimi o nomi d’arte. Eppure, nessuno di questi grandi scrittori è ricordato per la sua vera identità, bensì per le opere.

Il programma “neodemocristiano” di Monti

Il programma “neodemocristiano” di Monti

di Lucio Garofalo

Una volta i colpi di Stato li organizzavano ufficialmente i colonnelli, non a caso si chiamavano (giustamente) “golpe militari”. Oggi li ispirano e li eseguono direttamente i banchieri e i tecnocrati della finanza, affiancati anche da generali, emissari della Confindustria e referenti del Vaticano, ma ipocritamente sono definiti “governi tecnici”.

Non si tratta di analisi dietrologiche o complottiste, ma è la semplice presa d’atto di quanto accade sotto i nostri occhi. Nella migliore delle ipotesi, persino in Parlamento, si osa discutere di “sospensione della democrazia”. Ad insinuare simili accuse, che si preferisce liquidare molto comodamente come “farneticazioni ossessive”, non sono pericolosi sovversivi o bolscevichi, ma giornalisti prezzolati e burocrati al servizio dell’apparato berlusconiano, nonché alti funzionari di partito organicamente inseriti nei Palazzi del potere che agiscono da anni all’interno delle istituzioni rappresentative.

Viceversa, sorprende (ma non troppo) che esponenti storici del cosiddetto “centro-sinistra”, i quali fingevano di schierarsi all’opposizione e azzardavano ogni ingegnosa costruzione dialettica, parlando apertamente (non a torto) di “regime” e di “emergenza democratica” per criticare l’atteggiamento arrogante e semi-dispotico assunto da Berlusconi, oggi non hanno battuto ciglio e non hanno proferito verbo per denunciare l’intervento destabilizzante (poiché trattasi di eversione in piena regola) attuato per rovesciare il “sultanato” di Berlusconi (che non va assolutamente rimpianto) e insediare un esecutivo “tecnico” che si preannuncia più sinistro e funesto del governo precedente.

Il caricaturista Vauro ha recentemente disegnato una vignetta, pubblicata sul Manifesto, in cui un personaggio domanda: “E la democrazia?”, mentre un altro risponde: “L’hanno pignorata le banche!”. Una sintesi geniale e perfetta di quanto è accaduto nella realtà.

Anzitutto, la squadra del neonato governo concentra una serie di figure legate a doppio filo con i poteri forti che da sempre condizionano il destino del nostro Paese: le principali banche (UniCredit, Banca Intesa, Mediobanca e altri grossi istituti di credito), la Confindustria, il Vaticano, i vertici militari e la Nato. Tali poteri sono compresi e rappresentati nel governo presieduto da Monti, in cui figurano numerosi portavoce della Confindustria e del sistema economico dominante, ammiragli, esperti bocconiani e docenti di altre università private, fiduciari delle gerarchie ecclesiastiche e così via.

Il loro compito sarà essenzialmente tecnico-esecutivo, ossia tradurre in provvedimenti immediati le direttive politiche dettate dai vertici della BCE, la cui linea è sposata dalle più forti lobbies e istituzioni economiche mondiali, dal Fondo Monetario Internazionale ai centri più o meno occulti dell’establishment bancario e finanziario sovranazionale. Si potrebbe azzardare che Mario Monti è l’esecutore di un piano di commissariamento del governo italiano, il cui mandante è esattamente Mario Draghi alla guida della BCE. Da un governo composto da fascisti, piduisti, mafiosi e puttanieri, con a capo il satrapo e satiro di Arcore, autodefinitosi “premier a tempo perso”, si è passati direttamente ad un esecutivo formato da banchieri, autorità militari, tecnici confindustriali e referenti della curia pontificia. E’ quanto meno arduo e imbarazzante scegliere il “meno peggio”.

La concretizzazione dei punti politici prescritti dall’alto al governo del nostro Paese, da parte di quei soggetti che sono l’espressione e l’emanazione diretta delle oligarchie finanziarie di cui la BCE costituisce il supremo vertice istituzionale, detto in parole semplici ma veritiere, comporterà una vera e propria macelleria sociale, il massacro dei diritti democratici e sindacali, di quelle tutele sociali che hanno garantito finora il mondo del lavoro in Italia, o almeno una parte consistente di esso. Parlare, dunque, di “lacrime e sangue” potrebbe sembrare addirittura un eufemismo. Il professor Monti ha esplicitamente annunciato un piano di “sacrifici” accompagnati (a chiacchiere) da principi di “equità”. E’ facile presumere che incasseremo solo i sacrifici, senza equità.

Dalle enunciazioni programmatiche ancora piuttosto ambigue, vaghe e generiche, a tal punto che Monti è stato definito “democristiano”,  si evince una palese mancanza di rottura rispetto alla linea seguita dal precedente governo. Al contrario, si ravvisa un intimo legame di continuità con la politica adottata da Berlusconi e dai suoi ministri anzitutto sul fronte economico-sociale, in particolare sul tema dell’istruzione scolastica.

Non è un caso che, nel discorso di insediamento ufficiale, il professor Mario Monti abbia esplicitamente accennato all’istituto dell’INVALSI, individuato e indicato come il criterio alla base di un presunto meccanismo “meritocratico” da introdurre nel mondo della scuola italiana per determinare la carriera economica e professionale degli insegnanti.

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