Pangborn


Pangborn

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Nato a New York nel 1909, Edgar Pangborn non è mai stato uno scrittore di fantascienza del tipo consueto, rimanendo un po’ appartato dal mondo dei fan e delle convention.

Nella sua carriera ha scritto romanzi storici e gialli, ma il suo esordio nella fantascienza risale al 1951 sulla rivista Galaxy. Negli anni successivi scrisse una mezza dozzina di racconti e due romanzi, A ovest del sole (1953) e Pianeti allo specchio (1954).

Verso il 1960, Pangborn iniziò un vasto progetto: una serie di opere ambientate in una stessa cornice futura. I primi episodi apparvero su rivista fra il 1962 e il 1964 e andarono poi a formare, insieme ad altro materiale inedito, la sua opera più famosa, cioè Davy, che venne pubblicato nel 1964 e l’anno successivo giunse in finale al Premio Hugo.

Davy seguirono altre opere ambientate nello stesso universo narrativo, Il giudizio di Eva (1966) e La compagnia della gloria (1975).

Pangborn è morto nel 1976.

Il primo romanzo di Pangborn che ho letto è stato Il giudizio di Eva, pubblicato, in Galassia, dalla gloriosa Casa Editrice La Tribuna di Piacenza.

Appassionato istintivamente dell’ambientazione catastrofica e post-atomica nella fantascienza, avendo letto le note editoriali non potei esimermi dall’acquistare il libro.

In un epoca in cui leggevo molto (almeno in riferimento alla media degli italiani…), questo libro lo divorai. La narrazione è pacata, senza toni forti o esagerazioni, la descrizione dei paesaggi è parimenti intensa a quella dei personaggi. Il tono è riflessivo e malinconico, ma mai triste.

Ecco la recensione di http://www.delosstore.it/collezionismo/scheda.php?id=15704

Nel panorama multiforme e multicolore della science fiction, Edgar Pangborn occupa una posizione particolare, di confine. Insieme a pochissimi altri, tra i quali è doveroso citare John Christopher e Kurt Vonnegut, Pangborn non si è mai preoccupato di centrare la propria opera sui fatti, ma sull’influenza che questi fatti ipotetici hanno sopra la natura umana.

Ciò che lo interessa è il divenire di una o più creature umane attraverso il divenire delle cose, che si risolve in una verifica allegorica di realtà immanenti. Se l’allegoria, secondo la migliore tradizione medievale, comporta come fase necessaria una “ricerca”, allora mai come in Pangborn merita la sua qualifica di allegoria moderna.

La ricerca compiuta dai personaggi di Pangborn è sempre duplice: fisica, realizzata attraverso luoghi e dimensioni inesplorati ed enigmatici, e spirituale, realizzata attraverso l’azione e soprattutto attraverso il pensiero.

Il risultato è sempre l’acquisizione, da parte degli esseri umani, di una migliore conoscenza di se stessi, e di una profonda libertà interiore. Come i lettori di fantascienza sanno benissimo da molti anni, e come la maggioranza del pubblico non ha ancora imparato, siamo letteralmente ad anni-luce di distanza dall’accezione comune della parola “fantascienza”, che per troppi è ancora sinonimo di puerili, balorde avventure tra mostri extraterrestri o spettri indigeni.

Aggiungiamo a questa tematica particolare una scrittura deliziosa, apparentemente caotica fino all’incoerenza, un ribollire di immagini afferrate al volo, inchiodate sulla carta e subito abbandonate per inseguire una visione più nuova e più splendente; una sete immensa, indomabile di libertà, il desiderio di frantumare i ceppi di ogni convenzione e di ogni costruzione tradizionale: questo è Edgar Pangborn.

In Italia, Pangborn venne introdotto quasi venti anni fa, dalla traduzione d’una sua operina fantasiosa e squisita, ‘Angel’s Egg’, che già nell’originale era stata vittima di uno stolido massacro, poiché il direttore della rivista in cui apparve rimase profondamente scandalizzato delle audacie, puramente stilistiche e sintattiche, che Pangborn si era concesso, e in nome d’un pedestre buon senso aveva sistematicamente falcidiato le espressioni più aeree e più incantevoli, sostituendole con altre secondo lui più comprensibili al pubblico.

La tendenza a conferire al povero pubblico una patente di idiozia che non merita costituisce, in tutto il mondo, parte della concezione paternalistica dei dispensatori di cultura ad ogni livello.

Oltre a un complicato, avventuroso ma tutt’altro che disprezzabile ‘Ad ovest del sole’, passato del tutto inosservato tra noi, di Pangborn è apparsa in Italia l’opera di più vasto respiro, ‘Davy l’eretico’. Con essa, ‘Il giudizio di Eva’ ha numerosissimi punti di contatto, ideologici e stilistici se non strutturali.

Non mi sembra il caso di condizionare il lettore con una esegesi di questo romanzo, fantastico e realista, intimista e avventuroso insieme; ‘Il giudizio di Eva’ è un mondo autentico, labile e concreto, che ogni lettore deve scoprire da sé: anche perché ogni lettore potrà riconoscersi in uno dei tre protagonisti, Kenneth, Ethan o Claudius, e attraverso le loro vicende e i loro pensieri potrà imparare a capire meglio se stesso.

Del suo libro più famoso, Davy l’eretico, ecco qui la recensione da http://www.fantascienza.com/magazine/libri/2617/ di Giuseppe Iannozzi

Con Davy l’Eretico, Edgar Pangborn ha regalato alla fantascienza alcune delle pagine più belle, profondamente poetiche e nobili della storia della SF.

La materia narrativa sotto l’abile penna di E. Pangborn diventa motivo di indagine psicologica e sociale del mondo, un mondo tribale che ha le sue regole e che sono quelle di una civiltà che ha visto la Terza Guerra Mondiale, una guerra atomica ovviamente, e che trova un barbaro sfogo alle sue insicurezze nel pregiudizio e nel razzismo, nella paura di confrontarsi con il prossimo, con la scienza e la cultura in genere.

Davy l’Eretico di E. Pangborn per certi versi ricorda un altro grande romanzo, The Incredible Tide di Alexander Key, ma il costrutto narrativo di Pangborn è ben più articolato e disciplinato di quello di Alexander Key: per Pangborn il conflitto atomico che ha ridotto l’umanità ad una condizione di semibarbarie è solo una scusa per affrontare a viso aperto le molteplici contraddizioni della società americana degli anni Sessanta e non solo un motivo per dar corpo ad una avventura sapientemente costruita.

Davy è un Eretico, è un giovane che nonostante la cultura che gli è stata inculcata non si arrende alla volgarità del suo tempo: Davy da subito comprende di essere diverso, che la sua vita è segnata dal libero arbitrio e che la sua strada è il mondo, un mondo che è tutto da conoscere e riscoprire.

Diventa ben presto un ateo, un onesto dongiovanni, un gentiluomo, un piccolo uomo coraggioso che non ha paura di esporsi nella società per dichiarare la sua diversità, la sua sete di conoscenza.

La Chiesa ha preso il controllo delle masse, ha rinnegato tutto quanto di buono e di cattivo il passato ha saputo produrre: la società è rozza, ha i suoi schiavi e pochi bennati che dettano legge insieme ai preti.

Tutto questo Davy non lo può accettare passivamente ma sa riconoscere anche che non può affrontare il suo tempo da solo: spinto dalla voglia di conoscere il mondo, di combatterlo con l’intelligenza, si spinge fino ai margini di un New England contaminato da personaggi picareschi, da aborti umani, i mu, da fiere assetate di sangue, e alla fine diventa un “eretico” perché è l’unico modo per essere un uomo libero.

Davy è un uomo di trent’anni quando noi lo conosciamo, ma fulminanti flashback lo riportano indietro con la memoria: si ricorda così di quando era poco più di un bambino, poi un adolescente, i primi amori, le prime delusioni, le prime lotte per sopravvivere…

Davy ricorda tutto senza ipocrisia, senza pateticità: non nega di aver nutrito dei sentimenti di paura nei confronti dei mu così come non nega le mille contraddizioni che lo hanno accompagnato e fatto maturare. Pangborn descrive il passaggio dall’adolescenza all’età adulta di Davy con rara efficacia: ogni personaggio tratteggiato da Pangborn ha una sua storia e la storia di Davy si mischia con perfetto sincronismo nel tessuto narrativo delle avventure dei personaggi incontrati sulla strada dall’Eretico.

In questo romanzo Pangborn non si scomoda a descrivere com’era il mondo prima della guerra atomica, non ci descrive macerie, non ci annoia con stupide rappresentazioni apocalittiche del conflitto mondiale, piuttosto ci descrive con brevi istantanee fotografiche il tempo che fu con una vaga incertezza sfumata di poesia filosofica, un tempo che è comunque impossibile recuperare.

Davy si rende conto che il tempo che fu, le sue meraviglie, i suoi orrori, non possono essere restaurati nel tempo di una generazione: ormai il mondo è qualcosa di barbaro, la morte è un fatto reale ed ineluttabile e la lotta per la sopravvivenza una necessità giornaliera.

Eppure Davy impara a scrivere l’inglese, impara ad ascoltare la sua gente e le storie che ricorda: è così che Davy comprende che l’umanità potrà forse risorgere fra mille anni, ma questa non potrà essere uguale a quella andata perduta.

Davy non sa come sarà la società quando lui non sarà più vivo, ma sa che la Terra non può essere piatta, sa che la religione è l’oppio per i poveri, sa che l’amore è l’unica medicina in grado di curare il suo crudele tempo: e Davy si adopera a dispensare amore fino alla fine, fino alla fine nonostante tutto.

The golden horn (A war of no consequence) di Edgar Pangborn è un romanzo perfetto che ha la profonda maturità del nostro Italo Calvino e la magia poetica-filosofica della letteratura non di genere.

Pangborn era un profondo conoscitore dell’animo umano e questo indaga nel suo romanzo, si può tranquillamente asserire che trattasi di un romanzo che non teme il tempo né il miglior William Golding.

È un vero peccato che Pangborn non abbia mai vinto un premio Hugo o Nebula: ma forse è stato meglio così, perché l’autore era un po’ un misantropo che si teneva lontano dai circoli letterari e che scriveva perché aveva da dire al mondo qualcosa di veramente importante, e lo ha dimostrato con questo romanzo, Davy l’Eretico, un autentico capolavoro stilistico e di contenuti che ci fa sembrare ridicoli molti autori moderni, contemporanei, che hanno ridotto la fantascienza a un vile contenitore di impossibili tragedie umane, futuri virtuali e effetti speciali letterari che non sono né carne né pesce ma solo fumo negli occhi dei lettori.

Davy l’Eretico è un romanzo che raccomando a chi ha ancora voglia di leggere qualcosa di serio e non di banale. L’edizione italiana di The golden horn (A war of no consequence) è nella bellissima traduzione di Viviana Viviani, che ha tradotto mirabilmente il capolavoro di Edgar Pangborn rispettandone la poesia e lo stile incisivo.

Da http://www.mondourania.com/urania/u621-640/urania639.htm la recensione della raccolta di tre racconti Dentelungo ed altri estranei, pubblicata su Urania le antologie, numero 639 del 3/3/1974 dc

Tutte le storie dell’americano Edgar Pangborn si svolgono sulla Terra, e precisamente negli Stati Uniti.

Ma in tutte (salvo che nel misterioso “Caso Ponsonby”) accanto ai personaggi umani ci sono degli “estranei”.

Questi estranei tuttavia, che vanno dal Dentelungo che rapisce la moglie di Harp Ryder, ai sorprendenti viaggiatori che si presentano a far benzina in una favolosa Chevrolet del 1937, questi estranei sono diversissimi dai normali extraterrestri della fantascienza tradizionale. Per cui sulle riviste americane specializzate si discute a non finire se i racconti di Pangborn siano propriamente fantascientifici o non piuttosto di “fantasy”.

La discussione è oziosa.

Come quelli di Edgar Poe, i racconti di Edgar Pangborn non hanno bisogno di una classificazione precisa: sono “straordinari”, e tanto basta.