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Sul populismo

In e-mail il 28 Maggio 2017 dc:

Diffondo la bella precisazione di Franco Piperno sul concetto di populismo, su cui circolano immani bestialità… Nell’articolo, c’è un prezioso riferimento a Marx e ai narodniki (i populisti …), con brevi cenni ad alcune questioni assai cruciali che affronto nel mio recente libro: Il Sole non sorge più a Ovest. E mi fa molto piacere, poiché sono argomenti che, nella provincia italiana, sono quasi sempre «negletti e derisi».

Dino Erba

Sul populismo, ovvero della lotta per riappropriarsi di parole rubate dal nemico

di Franco Piperno

‘Populismo’ è uno di quei termini il cui uso mediatico ha finito col stravolgerne e mistificarne il significato originario. È una parola semanticamente frantumata, monca, perché privata della sua origine. Certo non è facile definire una parola d’uso comune – perché, a vero dire, può essere logicamente determinato, in modo coerente e completo, solo ciò che non ha storia, che risulta semanticamente povero, es. il triangolo rettangolo. Per i concetti del senso comune, ridondanti di significati, l’unico metodo adeguato è quello logico-storico: ricostruire la biografia di un’idea, di un evento, di una parola.

Ora, con ogni evidenza, il populismo è un movimento etico-politico che nasce nella seconda metà dell’Ottocento, più o meno contemporaneamente, nella Russia imperiale e negli Stati centro-occidentali degli USA. Qui ci limiteremo a ricordare per sommi capi il populismo russo – i narodniki – per via della influenza diretta e indiretta esercitata da questi ultimi sulla cultura europea e massimamente sul movimento operaio. Quanto al populismo americano, di gran lunga meno incisivo sul vecchio continente, basterà annotare, per le considerazioni che svilupperemo nel seguito, la sua origine economica-sociale: la lotta dei farmers contro lo sconvolgimento del mercato delle derrate agricole introdotto dalla rete ferroviaria.

Ma anche risalendo all’origine, non si riesce a sottrarsi ad una sostanziosa dose di indeterminazione: in russo la parola ‘populista’ ha uno spettro di significati che comprendono qualsiasi condotta etico-politica, da quella di un terrorista rivoluzionario a quella di un mite filantropo slavofilo. In verità, quel che rende l’indeterminazione irreversibile è l’assenza di eredi intellettuali capaci di richiamarsi al populismo e difenderne l’esperienza – il populismo è stato sconfitto e i vincitori hanno imposto, come d’uso, nei media e addirittura nei libri, l’accezione spregiativa del termine.

Perfino la relazione introduttiva a questo seminario partecipa del main stream mediatico – nel senso di assimilare al populismo le strategie e le condotte, spesso deprecabili, dei soggetti politici che agiscono sulla scena nazionale come su quella occidentale. Così il trasformismo, la demagogia, il qualunquismo, il parlamentarismo, il fallimento della rappresentanza; insomma le tare caratteristiche – ab initio, dalla unificazione della penisola – della vita morale e civile del nostro paese vengono attribuite all’onnivoro populismo, svuotando il termine di ogni potenza esplicativa, rendendolo una mera astrazione gergale, un frammento della chiacchiera pubblica, un coriandolo del «cielo della politica», dove il “buon senso” ha scacciato il senso comune. Viene in mente che, forse, la critica del modo di produzione capitalistico contemporaneo dovrebbe farsi carico, preliminarmente, di una resistenza alla degenerazione semantica, tornando all’origine, ricostituendo la memoria autentica del populismo, l’esperienza dei narodnki.

Per il pensiero critico, il populismo russo ha compiuto una grande impresa teoretica ha avuto un esito decisivo, ha comportato una rottura epistemologica nella ricerca di Marx, il Marx maturo, quello della Critica al programma di Gotha; e questo con ragione, perché i narodnki, al contrario dei socialdemocratici, rifuggono dalle utopie donchisciottesche, quelle che puntano ad una società socialista tramite la costruzione dell’uomo del futuro, homo novus; nei populisti russi pulsa una sorta di “immediatismo”: le condizioni materiali di produzione e i rapporti umani corrispondenti ad una società senza classi, più equa, esistono di già – anche se spesso in forma latente – nelle sterminate campagne russe: si tratta del modo di produzione asiatico, del comunismo primitivo dei contadini organizzati attorno al Mir, l’istituzione di democrazia diretta la cui invenzione collettiva affonda nella notte dei tempi, in epoche arcaiche.

L’incontro con i narodniki comporterà la svolta anti-socialdemocratica di Marx; e il successivo suo ripudio dello sviluppo storico concepito in termini deterministici e lineari – così come teorizzato nel primo libro del Capitale – sviluppo che dal feudalesimo portava al capitalismo e da lì, finalmente, al socialismo. Da questo punto di vista, la dottrina politica dei narodnki può apparire una sorta di anticipazione ottocentesca di quegli studi post-coloniali a noi contemporanei.

Conviene aggiungere che non bisogna confondere la grande trasformazione sociale in corso, lo smarrimento sentimentale che essa induce, con l’emergere nel senso comune del ‘populismo’ volgarmente inteso, questa regressione di destra o di sinistra che sia, dove una sorta di primitivismo culturale mescola il trasformismo al qualunquismo: in altri termini, alla radice di questa regressione che chiamiamo populismo non c’è, primariamente, la crisi dei partiti e della rappresentanza. Ciò che è in gioco è altro e di più. Viviamo in un tempo nel quale la parabola descritta dalla sostituzione della macchina intelligente al lavoro umano tocca il suo apice. Infatti, non è il processo di globalizzazione a provocare le strazianti doglie della governance capitalistica nonché della democrazia rappresentativa. Certo l’unificazione del mercato mondiale è ancora in corso ed è destinata ad affermarsi attraverso resistenze, arresti bruschi e perfino, in qualche caso, dei ritorni all’indietro, ad esempio il sovranismo.

E tuttavia, nel medio periodo, l’unificazione capitalistica del mercato mondiale va data come se fosse interamente compiuta. Questo vuol dire che la capacità di invadere nuovi mercati, essenziale per sfuggire alla trappola della saturazione produttiva, sarà quella di inventarli “ex novo”, consegnando le sorti del progresso alla innovazione forsennata di procedure e di prodotti. In altri termini, l’innovazione avviene a risparmio di lavoro umano, quindi sempre di più estranea e nemica della cooperazione lavorativa e in fatale dipendenza dalla applicazione, del tutto contro-intuitiva, della tecno-scienza alla produzione. Già oggi si è creata una «sproporzione enorme tra il tempo di lavoro impiegato e il suo prodotto, tra il lavoro salariato evaporato in astrazione alienante e la potenza della produzione che esso stesso sorveglia».

Il rifiuto del lavoro salariato da prassi sovversiva operaia ha subito un stravolgimento ed una successiva trasmutazione, riapparendo come uno dei dispositivi della governance capitalistica. Del resto, solo ieri, già era accaduto tutto questo ai cavalli: il loro numero si è contratto drasticamente – erano centinaia di milioni – con l’invenzione del motore a scoppio: così oggi l’automazione, la cosiddetta intelligenza artificiale, rende via via marginale il lavoro vivo e con esso quelle passioni tristi che sempre lo accompagnano. Come è avvenuto con i contadini, i salariati diverranno una modesta anzi insignificante frazione della popolazione attiva. E paradossalmente, padroni e sindacalisti, si affanneranno a inventare lavori, non già per ragioni produttive, dal momento che risultano in gran parte parassitari, ma per garantirsi il consenso ovvero per questioni di ordine pubblico.

Se questo è l’orizzonte degli eventi, se le cose stanno così, il pensiero critico deve abbandonare ogni ricerca di una classe, definita dalla centralità produttiva, alla quale affidare le sorti della rivoluzione, e ancor più lasciar cadere ogni prassi di gradualità nella trasformazione sociale, ogni residua tentazione di usare le istituzioni della rappresentanza, di prendere il potere per far del bene per forza, per compiere la rivoluzione tramite i dispositivi statuali.

I compiti davanti ai quali siamo gettati sono radicalmente diversi: per esempio, come usare questo immenso tempo già liberato dal lavoro salariato per svolgere un “lavoro attraente”, o meglio una attività gratificante, di auto-realizzazione, che racchiuda in sé il suo scopo, dove mezzo e fine finalmente si convertano l’uno nell’altro. Insomma, fare emergere le comunità elettive, i variegati modi di produzione di valori d’uso, spesso inconsapevoli, che dormono latenti nel capitalismo della tecno-scienza.

Forse conviene fare un passo indietro per meglio saltare: dare una torsione al seminario di giugno sul populismo per introdurre a ottobre un seminario sul comunismo.

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Lettera a Gad Lerner

In e-mail il 12 Maggio 2017 dc: era ora che qualcuno le cantasse chiare, anche se troppo educatamente, a quel venduto e traditore di giornalista “di sinistra”

Lettera a Gad Lerner

Carissimo Gad Lerner abbiamo visto la sua trasmissione “Operai” di domenica 7 maggio 2017, su Rai Play.

Sa, noi operai alla Fiat Melfi, oggi FCA, lavoriamo il sabato e la domenica notte, per cui il reportage in diretta non l’abbiamo potuto vedere e come noi anche tanti altri operai che lavorano nelle tante fabbriche dell’indotto.

Dopo la lettura di alcuni brani di Marx, facendo riferimento anche al tempo trascorso e al riposo della buonanima di quella vecchia talpa di Karl presso il cimitero Highgate a Londra, lei ha detto che “gli operai non se la passano molto bene”. Se avesse detto il contrario lì, proprio dove è sepolto Marx, lo avrebbe fatto sicuramente rivoltare nella tomba. Noi per primi sappiamo che “non ce la passiamo bene” e sappiamo che pochissimi non operai in questa società comprendono cosa questo concretamente significhi.

Vogliamo dire qualcosa affrontando solo la questione che riguarda la Fiat. Troppo lunga sarebbe la lettera per affrontare tutte le questioni, compresa quella dei tanti lavoratori sfruttati nella logistica.

Lei ha detto che l’operaio in alcuni ambienti non può essere considerato un uomo sfruttato, come è stato in passato ma un “uomo nuovo”, che oggi “ha a che fare con padroni magari gentili”. Sembra proprio che lo dica riferendosi agli ambienti Fiat.

Guardi, ci creda, magari bastasse la sua trasmissione a farci sentire “uomini nuovi”! Noi non ci sentiamo affatto “uomini nuovi”, molti di noi operai a 50 anni sono già consumati, affetti da malattie professionali.

Per avere la sensazione di avere “a che fare con padroni magari gentili”, come lei ha detto nella trasmissione, noi operai, che veniamo bastonati con provvedimenti disciplinari, repressione e licenziamenti, sappiamo bene cosa dovremmo fare: piegare la testa, produrre senza dire niente e magari farci consumare anche prima senza opporre nessuna resistenza a difesa della nostra salute.

Lei parla di padroni, molte volte sono “spesso invisibili”, in verità si fanno vedere rare volte, tanto cosa importa, c’è chi lavora per loro. Quando si fanno vedere è un teatrino, arrivano in fabbrica e tutto deve essere tirato a lucido. La fabbrica deve luccicare. Una presa per i fondelli. Sembra la visita a una caserma.

Questo “padrone invisibile”, quando non viene, manda gli amministratori delegati. Viene il voltastomaco, noi sgobbiamo e loro prendono un sacco di soldi.

Esiste una piramide di responsabili, dal direttore di fabbrica, ai Repo, ai Gestori Operativi, fino all’ultimo capetto che ne fa le veci, compresi i vigilanti, che nella sua trasmissione non si sono visti, e che fanno rispettare la legge del padrone e che come sentinelle o meglio secondini fanno sì che tutto proceda come stabilito. Noi siamo sotto e manteniamo col nostro lavoro tutti quanti!

E come lei ha detto dobbiamo “cambiare natura”, forse al padrone non basta neanche più avere lo schiavo, vuole il “servo”.

La mattina si chiama col telefono o con un sms “il servo” e dopo un’ora questi deve essere in fabbrica. E se non serve, scusi il gioco di parole, può rimanere a casa. Tanto adesso basta una telefonata. Appena la produzione si riduce viene buttato sul lastrico e licenziato. In tante fabbriche dell’indotto è già così. Contratti interinali, contratti a un mese, a quindici giorni, a una settimana, tutto a scadenza come lo yogurt, è tutto così precario.

Con le continue e rinnovate organizzazioni di lavoro, i pezzi saranno anche più comodi metterli e montarli, come ha fatto credere il padrone a lei, ma la produzione è aumentata, i tempi sono sempre più ridotti, e incollati alla linea bisogna rimanere.

Anche le pause hanno ridotto. Se lavori senza lamentarti per i tempi sempre più esigui, magari prendendo antinfiammatori e antidolorifici a 50 anni, in quel caso tutta la piramide di controllo non avrà da ridire e non sarà solo il padrone ad apparire gentile.

Hanno reso le postazioni di lavoro più comode, a detta loro ma, a fronte di operazioni semplificate, ci hanno aumentato a dismisura i ritmi e nessuno che non sia operaio può immaginare cosa significhi ripetere in continuazione, migliaia di volte in un giorno, sempre le stesse semplici operazioni, senza avere neanche la possibilità di andare in bagno al di fuori delle pause ridotte che ci sono concesse. Anche la mensa è stata messa a fine turno. Lavoriamo praticamente ininterrottamente senza avere il tempo di riposarci.

La fabbrica, lei saprà signor Lerner, è lo specchio della società e, come nella società, ci sono posti di lavoro più comodi e leggeri, ci sono quelli pesanti e che ti consumano prima.

Ci sono geometri, ingegneri e architetti, poi carpentieri, muratori e manovali, ovviamente gli ultimi più consumati e meno pagati.

C’è il funzionario del comune, fino all’ultimo impiegato, poi chi pulisce i bagni e chi lava a terra. Inutile dire che la differenza si può ben vedere, anche sui soldi che si prendono a fine mese.

Così è anche la fabbrica, l’abbiamo descritta prima, ci sono impiegati, lavoratori e operai. Gli operai sono quelli più sfruttati, sottopagati e consumati.

In fabbrica ovviamente si debbono fare i conti anche con l’opportunismo operaio, non solo con quello strato di aristocrazia operaia che milita nel sindacato. Operai che tentano, tramite il sindacato filo-padronale, di avere un posticino più leggero.

Lei è andato ad intervistare proprio due lavoratori con la tessera del sindacato Fismic, e conosciamo tanti come loro che, grazie a quella tessera in tasca, pensano di ottenere una postazione di lavoro più leggera e tranquilla. Uno dei due sembrerebbe, dalla sua pagina Facebook, anche simpatizzante di Salvini, certo non c’entra niente con la fabbrica ma qualcosa vorrà pur dire…

Vedrà che, se non l’avevano ottenuto prima un posticino tranquillo, con quei sorrisini e occhiolini al padrone otterranno a breve quel posto dopo aver fatto apparire la fabbrica quasi come un paradiso.

D’altronde molti pensano di farsi gli affari propri, esattamente come quando ci fu la famosa marcia dei 40mila, che poi così tanti non erano, in cui in tanti pensarono che stare sotto l’ascella del padrone li avrebbe beneficiati.

Basterebbe andare a chiedere a tanti di loro che fine hanno fatto. Interessante e istruttiva è quella intervista fatta a una lavoratrice che fece parte di quella famosa marcia https://www.youtube.com/watch?v=UAJmJLgzK8k . Quanti lavoratori pensarono di farsi gli affari propri in quell’occasione e adesso hanno figli e nipoti che sono precari, sottopagati e disoccupati.

Magari nelle prossime trasmissioni, visto che ne sono rimaste ancora parecchie e che siamo ancora alla prima puntata, faccia un salto alla Fiat di Pomigliano, presso il reparto-confino di Nola, dove gli operai che sono stati reintegrati dai giudici ancora non hanno varcato i cancelli della fabbrica perché la legge del padrone va oltre le sentenze dei giudici.

Magari faccia un salto anche a Melfi dove migliaia di operai vengono posti in cassa integrazione, fra cui quelli che hanno problemi di salute a causa dei ritmi di lavoro forsennati, mentre altri più giovani e freschi sono comandati a bacchetta e utilizzati quotidianamente.

Chieda dove si trova l’ex-Itca, dove sono stati deportati operai che non si assoggettavano e che non giravano la testa dall’altra parte quando la Fiat cercava di aumentare i ritmi di lavoro, subendo migliaia di provvedimenti disciplinari.

Se le resta tempo vada anche dagli operai dell’Innse di Milano, quelli della ex-Innocenti che sono da oltre un mese fuori ai cancelli a protestare contro licenziamenti e repressione.

Trovare difensori inaspettati, come ha detto lei nella figura del Papa, serve a poco o niente di fronte alla sete di profitti che i padroni hanno sempre di più. Magari potesse liberarci della nostra condizione di schiavi salariati chi predica da posti comodi e tranquilli!

I padroni hanno dimostrato che il loro sistema non va bene, se ne fregano delle prediche.

Da un lato miliardi di sfruttati, di donne e uomini che non riescono a sopravvivere, dall’altro lato uno strato di privilegiati. Sto parlando dei tempi di oggi e della condizione degli operai di oggi, non quella scritta e analizzata da Marx più di cento anni fa. O forse la situazione è la stessa e il problema della nostra liberazione dal lavoro sotto padrone si pone ancora?

E se guadagnarsi la vita significasse perderla?

In e-mail da Dino Erba l’11 Aprile 2017 dc. Per l’estrema importanza del suo contenuto pubblico l’articolo anche sul mio sito http://www.jadawin.info/ alla pagina “Politica e Società-14.2017 dc”

E se guadagnarsi la vita significasse perderla?

Intervento di Aline sulla critica radicale del lavoro

Paris, Place de la République, 4 maggio 2016

Quando molti soffrono perché non hanno un posto di lavoro o lottano per migliorare le condizioni ed il diritto al lavoro, non è certo facile venire a dire che siamo per la fine del lavoro, per la sua abolizione.

Pertanto voglio precisare da quale punto di vista sto parlando: provengo dal mondo operaio, mia madre prima era una prostituta, mio fratello è morto nella fabbrica AZF (non nell’esplosione) a 46 anni, mio padre, meccanico, è morto a 44 anni e mia madre, diventata parrucchiera, è morta a 62 anni, io sono la sola della mia famiglia, prima di mia figlia, ad aver studiato. Ed anch’io mi sono sentita coinvolta nella glorificazione delle lotte operaie prima di comprendere che chiedere più “potere d’acquisto” significa continuare a mantenere in buone condizioni la catena che lega i nostri piedi ed il nostro cuore!

In seguito, abbiamo cercato di distinguere fra il Lavoro (salariato o artigiano) e l’Attività. Per questo, abbiamo ripreso la definizione di Marx che ci dice che il lavoro è un’invenzione sociale che non è né naturale né trans-storica. Fino a prima della rivoluzione francese un giorno su tre era festa, anche per i contadini. Piccoli richiami storici, come per esempio quello che dopo la prima metà del 18° secolo il lavoro non è stato più un mezzo per soddisfare i bisogni ma è diventato un fine in sé.

Abbiamo perciò dimostrato che il lavoro è il cuore del capitalismo in quanto produce plusvalore a partire dal fatto che non paga all’operaio tutta la sua giornata lavorativa (lavoro non pagato, ovvero plus-lavoro ovvero lavoro astratto) ma soltanto una parte (lavoro concreto). Il lavoro astratto è quel dispendio di energia (la forza lavoro) che si spende nel tempo. Di qui il fatto che il contenuto del lavoro importa ben poco dal momento che è la forza-tempo che si traduce in denaro. Più i capitalisti riducono la parte che viene pagata in salario all’operaio (ed il costo che viene destinato alla sua sopravvivenza, la massa salariale) più il plusvalore aumenta con l’allungamento della giornata lavorativa e con l’abbassamento dei salari!

Cito Marx (ne L’Ideologia tedesca):

«I proletari devono abolire la loro condizione di esistenza, devono abolire il lavoro. È questo il motivo per cui si trovano in diretta opposizione allo Stato… devono rovesciare lo Stato»

Tutto questo lo si sente risuonare nelle nostre orecchie nel corso di “Nuit Debout”? Io non credo.

Oso anche fare una citazione da Il Capitale di Marx (20 anni di lavoro!):

«La natura non produce da una parte possessori di denaro o di merci e dall’altra puri e semplici possessori della propria forza lavorativa. Questo rapporto non è un rapporto risultante dalla storia naturale e neppure un rapporto sociale che sia comune a tutti i periodi della storia. Esso stesso è evidentemente il risultato d’uno svolgimento storico precedente, il prodotto di molti rivolgimenti economici, del tramonto di tutta una serie di formazioni piú antiche della produzione sociale. Il capitale si produce soltanto laddove il detentore dei mezzi di produzione e di sussistenza incontra sul mercato il lavoratore libero che viene a vendere la sua forza lavoro. Ciò che caratterizza l’epoca capitalista è perciò il fatto che la forza lavoro acquisisce per il lavoratore stesso la forma di una merce che gli appartiene, ed il suo lavoro, di conseguenza, acquisisce la forma di lavoro salariato».

È stato audace, ne convengo, ma se si è compreso questo non si può fare altro che andare verso la fine del lavoro salariato, e nel corso del dibattito sono state proposte delle tappe molto ricche (cooperative, comunità autonome, decrescita, eventualmente un salario universale, anche se questo non mette in discussione le categorie del capitalismo…)

Infine, concludo con le ultime pagine del «Manifesto contro il lavoro» della rivista Krisis (nota mia: non per niente ne ho fatto una pagina di questo blog e una del mio sito!), troppo lungo da leggere qui.

Ci saranno altri tre interventi nel fine settimana dell’8 maggio da parte del gruppo «Critique de la Valeur» che approfondiranno il mio intervento.

Aline

La lotta contro il lavoro è una lotta antipolitica

Dal momento che la fine del lavoro è anche la fine della politica, un movimento politico per il superamento del lavoro sarebbe solo una contraddizione in termini.

I nemici del lavoro portano avanti delle rivendicazioni nei confronti dello Stato, ma non sono un partito politico e non ne costituiranno mai uno. Il fine della politica può essere solo quello della conquista dell’apparato statale per perpetuare la società del lavoro. I nemici del lavoro perciò non vogliono impadronirsi delle leve del potere, bensì distruggerle. La loro lotta non è politica, è antipolitica. Dal momento che nell’era moderna lo Stato e la politica si confondono con il sistema coercitivo del lavoro, essi devono sparire insieme a quest’ultimo. Tutte le chiacchiere a proposito di una rinascita della politica non sono altro che il tentativo disperato di ricondurre la critica dell’orrore economico ad un azione statale positiva. Ma l’auto-organizzazione e l’auto-determinazione sono l’esatto opposto dello Stato e della politica. La conquista di liberi spazi socio-economici e culturali non avviene seguendo le strade tortuose della politica, strade gerarchiche o false, ma con la costituzione di una contro-società.

La libertà non consiste nel lasciarsi schiacciare dal mercato né dal farsi governare dallo Stato, ma nell’organizzare per conto nostro i rapporti sociali – senza l’intromissione di dispositivi alienati. Di conseguenza, i nemici del lavoro devono trovare nuove forme di movimento sociale e devono creare delle “teste di ponte” per riprodurre la vita al di là del lavoro. Si tratta di legare le forme di una pratica di contro-società al rifiuto offensivo del lavoro. I poteri dominanti possono benissimo considerarci dei pazzi perché vogliamo rompere con il loro irrazionale sistema coercitivo! Non abbiamo da perdere altro che la prospettiva di una catastrofe verso la quale ci stanno portando. Al di là del lavoro, c’è tutto un mondo da guadagnare.

Proletari di tutto il mondo, facciamola finita!

fonte:

Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

Nota mia: quest’ultimo discorso mi lascia perplesso. Non so, a questo punto, cosa si intenda nel Manifesto contro il lavoro, peraltro denso di concetti e affermazioni perentorie ed interessanti, per “politica”: per me viene scambiato il regime attuale di governo e amministrazione della società per la politica in quanto tale, e per me non è così.

Jàdawin di Atheia

Marx e l’omofobia

in e-mail il 24 Febbraio 2016 dc:

Marx e l’omofobia

È da poco trascorso (sotto silenzio) un anniversario storico estremamente importante: il 21 febbraio 1848 venne pubblicata a Londra la prima edizione del “Manifesto del Partito Comunista” di Karl Marx e Friedrich Engels.

Attuale più che mai. Oggi, in molti invocano il ritorno della Vecchia Talpa: “E quando la rivoluzione avrà condotto a termine questa seconda metà del suo lavoro preparatorio, l’Europa balzerà dal suo seggio e griderà: ben scavato, vecchia talpa!”. Colgo l’occasione per avanzare alcune riflessioni personali.

Il pensiero di Marx non esprime un dogma inviolabile, il vecchio barbuto di Treviri non aveva mica ragione su tutto. Altrimenti si rischia di farne un feticcio, arrecando un grave torto allo stesso Karl. Come fanno coloro che usano Marx come più gli fa comodo. Mi spiego meglio. Ad esempio, risulta che Marx fosse omofobo. Ma è normale. Era una persona dell’Ottocento.

In oltre un secolo e mezzo, la cosiddetta “morale” (anche quella borghese) è profondamente mutata. La concezione morale è uno degli aspetti più relativi, soggettivi e mutevoli di una società. La morale cambia secondo il costume (o malcostume) del tempo. Oggi i gay non si possono più additare con disprezzo o mettere alla berlina, come faceva (giusto per indicare un esempio) il PCI negli anni Cinquanta, con atteggiamenti di bigottismo ipocrita. Siffatto moralismo di segno vetero-stalinista appare fuori tempo massimo. In sostanza, temo convenga essere relativisti, anziché moralisti.

A dirla tutta, gli omofobi sono omosessuali repressi o latenti, secondo una teoria di Freud. Un dato è certo: l’omosessualità è una questione resa oramai neutrale, come il femminismo, da parte di un sistema che ingloba ed assimila tutto, omologa ogni istanza, disinnescando il carattere eversivo, di classe, di vertenze che potrebbero detonare fermenti rivoluzionari.

Inoltre, sfatiamo una favola metropolitana secondo cui Adolf Hitler sarebbe stato un omofilo ed avrebbe esaltato l’omosessualità. Basti vedere chi furono sterminati nei lager nazisti, oltre ad ebrei, slavi, zingari, comunisti, anarchici, disabili. Si potrebbe insistere con richiami storici alle antiche civiltà, in particolare al mondo greco-romano, laddove l’omosessualità e la bisessualità erano comportamenti non solo ammessi e tollerati dalla “morale” del tempo, bensì talmente diffusi da costituire la “normalità”. Non a caso, un novero assai vasto di celebri figure dell’antichità classica erano notoriamente gay o bisessuali: Socrate, Giulio Cesare, Achille e Patroclo, Alessandro Magno, gli imperatori Nerone e Adriano e numerosi altri ancora.

Mi pare che taluni abbiano le idee confuse. Accostare l’omosessualità ed il femminismo all’ideologia della morte e del decadentismo borghese non ha senso. Anche l’aborto, il diritto inalienabile ad abortire, non è comparabile ad un’ideologia decadente. Al contrario, si tratta di una conquista di civiltà e di progresso. Il controllo delle nascite è una politica estremamente sensata e pragmatica. Un semi-Stato socialista, ovverossia proletario, avrebbe il dovere di pianificare una seria politica rivolta al controllo demografico.

Inoltre, un buon comunista si schiera sempre dalla parte di chi soffre una discriminazione sociale. Come affermava “Che” Guevara. E l’omofobia indica precisamente una forma di oppressione o discriminazione sociale. Per cui vorrei spendere qualche parola a proposito del vetero-moralismo bigotto del PCI, rammentando l’ostracismo e l’ostilità che soffrì Pasolini, disprezzato ed emarginato a destra e manca. La morale è un dato relativo e mutevole, che varia secondo i costumi del momento. Marx ed Engels non avevano ragione su tutto. Altrimenti si corre il rischio di essere dogmatici.

Per contro, Rosa Luxemburg era assai più all’avanguardia dei succitati vecchietti e dello stesso Lenin. Né bisogna dimenticare Clara Zetkin, amica intima di Rosa. Due straordinarie figure femminili che forniscono dei fulgidi esempi di intelligenza, coraggio, coerenza, integrità morale ed intellettuale.

Lucio Garofalo

 

Il sole non sorge più a Ovest

in e-mail il 31 Gennaio 2017 dc:

Il Sole non sorge più a Ovest

Dino Erba e altri

Il sole non sorge più a Ovest

Significati e forme delle rivoluzioni al tempo della Grande Crisi

Riflettendo con Marx: razze, etnie, genere e l’immancabile sfruttamento operaio

All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2017, pagine 162.

Contributo € 15 (comprese le spese di spedizione)

Richiedere a: dinoerba48@gmail.com

Secondo un luogo comune molto diffuso, Marx sarebbe un teorico del progresso. Conseguenza o premessa di questo stereotipo è una concezione della storia unilineare, etnocentrica, o meglio eurocentrista, che è prevalsa tra molti di coloro che si professano marxisti, magari con pretese rivoluzionarie. Essa si fonda su una miope lettura di Marx, limitata ad alcuni passi del Manifesto del Partito Comunista e ad alcuni scritti di poco successivi. È un’interpretazione limitata nello spazio e nel tempo. È stata assolutamente fuorviante, poiché ha investito tutte le opere di Marx imponendo i medesimi criteri interpretativi etnocentrici, con le conseguenze deleterie che si sono viste per tutto il Novecento.

Quando il sole doveva sorgere a Ovest.

Alla luce delle passate esperienze rivoluzionarie e alla luce dei recenti sconvolgimenti sociali, ho sottoposto a critica il concetto di sviluppo delle forze produttive e la visione eurocentrista che ne è il presupposto.

I testi che ho raccolto in questo libro prendono lo spunto dal libro di Kevin B. Anderson sugli scritti «tardivi» di Marx, (1870-1883), riguardanti le società precapitalistiche, o meglio non occidentali, in merito a razza, etnicità, nazionalità e genere.

Sul filo di queste riflessioni gli scritti «tardivi» di Marx spostano l’asse della rivoluzione dalle metropoli dell’Occidente al Sud del Mondo. Sono le aree in cui il modo di produzione capitalistico ha incontrato molte resistenze, creando situazioni socio-economiche ibride, frutto di un capitalismo innestato (come accenna Engels a proposito della Russia) che ha fatto poi degenerare, atrofizzare e distorcere i modi di produzione preesistenti che via via esso incontrava. E non certo a causa di una presunta «arretratezza» che, invece, è stata il frutto marcio del «trapianto del capitalismo», anche se apparentemente il trapianto era andato a buon fine.

In un contesto economico-sociale mondiale che, in tutti i modi, cerca di respingerlo, il modo di produzione capitalistico costituisce un’eccezione, o meglio: un disgraziato accidente.

Oggi, nel Sud del Mondo, la fragilità dell’innesto balza in primo piano clamorosamente, immediatamente e violentemente, sotto i colpi dell’attuale crisi sistemica.

Solo in un secondo momento gli effetti della deflagrazione della periferia si ripercuoteranno (e in parte si stanno già ripercuotendo) sul centro, sull’Occidente,  con tempi e modalità differenti.

In Europa siamo agli inizi, ma già si intravvedono situazioni, come i flussi migratori, del tutto inedite che non possono essere affrontate con i criteri tipici della fase di sviluppo del modo di produzione capitalistico, sia quelli inerenti l’Ottocento sia quelli inerenti la Golden Age (o Les Trente Glorieuses), ovvero gli anni 1945-1975 di eccezionale espansione economica.

Il filo conduttore proposto consente di mettere a fuoco le tematiche insite nelle elaborazioni «tardive» di Marx, cercando di focalizzare aspetti che oggi sono di dirompente attualità, in primis etnia e genere, mentre sullo sfondo emerge, prepotente, l’esigenza della lotta senza quartiere contro il lavoro e contro la democrazia.

Mi auguro di essere riuscito a districarmi in un vero ginepraio, pratico e teorico.

Ho voluto includere contributi di altr* compagn* per allargare il confronto, cercando di vedere le cose da prospettive differenti.

Nel loro insieme tutti gli scritti proposti vogliono stimolare una riflessione, per poter approfondire, e chiarire (se possibile) le questioni più scottanti.

 

Alla ricerca del proletariato perduto. Le tante storie del comunismo italiano.

In e-mail il 18 Maggio 2016 dc:

Alla ricerca del proletariato perduto. Le tante storie del comunismo italiano.

Recentemente, sono stati pubblicati alcuni libri sul comunismo italiano che, sotto differenti profili, propongono una panoramica utile per capire e affrontare la storia del movimento comunista che in Italia, ebbe un’evoluzione e un’involuzione del tutto particolari.

Il comunismo italiano generò infatti una tendenza marxista rivoluzionaria (la cosiddetta Sinistra comunista «italiana») che, seppure in ambiti limitati, ha avuto un rilievo politico e teorico a livello internazionale[1]. Al tempo stesso, ha generato una tendenza nazional-popolare che si è proposta come alternativa sia al modello politico di matrice sovietica sia alla socialdemocrazia classica. Seppure implicitamente, questi libri sottendono le implicazioni che le specificità storiche e sociali italiane ebbero sulla nascita e gli sviluppi del movimento comunista, sia nella versione rivoluzionaria internazionalista sia in quella moderata nazional-popolare.

Le metamorfosi politiche, ovviamente, hanno coinvolto socialmente il proletariato, il cui ruolo, nel corso degli anni, veniva però sminuito e, alla fine, svaniva del tutto. Motivo per cui, le ricostruzioni storiche del movimento comunista italiano spesso perdono di vista il vero protagonista della storia. Cerchiamo di rintracciarlo.

Un esempio di concezione politologica della storia

[Rivoluzione Comunista], La fine del P.C.d’It. Il Congresso di Lione 1926, Vol. V, Edizioni L’Internazionale, Milano, 2015.

Il volume fa parte della Storia documentaria del comunismo italiano pubblicata degli internazionalisti di Rivoluzione Comunista. Dedicato a un nodo cruciale nella storia del comunismo italiano, il Terzo congresso del Partito comunista d’Italia (Lione, 1926), il volume è assai più ponderoso, rispetto ai quattro precedenti, le pagine sono 470. Raccoglie una gran mole di documenti, molti dei quali inediti o poco conosciuti, accompagnati da brevi note.

I documenti sono sicuramente interessanti, in quanto trattano un periodo estremamente denso di eventi di grande rilievo sia per l’Italia che per l’Unione Sovietica. In Italia il fascismo divenne regime; in Unione Sovietica si affermò la tesi di Stalin-Bucharin sulla possibilità del socialismo in un solo Paese.

Sono eventi politici che, a distanza di quasi un secolo, richiedono una contestualizzazione storico-sociale che spieghi in quali frangenti avvennero.  La spiegazione è invece del tutto assente. È un’assenza assai grave, tenendo conto che nella breve introduzione al volume (37 pp) ci sono anatemi perentori in merito a questioni tutt’altro che scontate (se non con il senno di poi, di cui son piene le fosse): questioni come appunto il «socialismo in un solo Paese», la «bolscevizzazione» dei partiti della Terza Internazionale, il fascismo e l’antifascismo, con tutti gli eventi di contorno. Dulcis in fundo, l’introduzione si conclude con la sentenza che a Lione si consumò la sconfitta del comunismo rivoluzionario a favore del nazional-comunismo di matrice stalinista.

Per inciso, tra le cause della sconfitta, viene annoverata la responsabilità politica della Sinistra comunista «italiana» che aveva in Amadeo Bordiga in suo punto di riferimento e, in generale, anche della corrente di opposizione di matrice trotzkista. Sono affermazioni pesanti che dovrebbero essere argomentate. E, soprattutto, tutti i giudizi espressi dovrebbero essere sostenuti da una pur breve definizione del periodo storico in cui quegli scontri politici avvennero. Altrimenti si cade in petizioni di principio che lasciano il tempo che trovano. Come devo tristemente constatare.

E devo infine constare che in questa esposizione è del tutto evanescente la lotta sociale, la lotta tra le classi, mentre prevale una concezione politologica della storia. Ovvero la «lotta delle idee». Stravagante visione per chi si richiama al marxismo. D’altro canto, analoga via hanno battuto i fratelli (coltelli) di Programma Comunista nella Storia della sinistra comunista da loro curata, con la parziale eccezione del Primo volume (1964), curato personalmente da Amadeo Bordiga[2].

Opera inutile? No, la raccolta propone un’apprezzabile documentazione, soprattutto dove il confronto politico mostra spunti analitici il cui approfondimento consentirebbe di dare dignità storiografica a studi che, altrimenti, non escono dalle secche della politologia. Ed è questo il lavoro che sarebbe da fare.

Le aberrazioni della politologia

Corrado Basile, L’«ottobre» tedesco del 1923 e il suo fallimento. La mancata estensione della rivoluzione in Occidente, Colibrì, Paderno Dugnano (Milano), 2016.

Il libro rilancia la tesi di Corrado Basile già avanzata in precedenza[3]. E già in precedenza, avevo evidenziato le aberrazioni politologiche insite in quella tesi, in particolare laddove Basile esaminava la risposta di Bordiga alla proposta di Karl Korsch (1926) di dar vita a una corrente internazionale di opposizione alla degenerazione del Komintern[4].

Questione cui fa cenno anche il libro di Rivoluzione Comunista (p. 348), esprimendo una valutazione critica analoga a quella di Basile.

Nella sua ricostruzione del cosiddetto «Ottobre tedesco» del 1923 Basile aveva posto i presupposti di una visione meramente politologica che sfocia nel (social) nazionalismo «rivoluzionario». Più recentemente, ho sottolineato come il suo tormentato iter politico fosse approdato all’antiamericanismo più becero, spacciato per antimperialismo, finendo nelle allegre schiere della brigata dei nostalgici di baffone e dei negazionisti olocaustici[5].

Sia ben chiaro che non faccio alcuna analogia tra le aberrazioni di Basile e l’ingenua ricostruzione che Rivoluzione Comunista fa di quel periodo (1926). Voglio solo denunciare i rischi di una simile impostazione storiografica, cui contrappongo l’esempio di Danilo Montaldi.

Un tentativo di concezione materialistica della politica

Danilo Montaldi, Saggio sulla politica comunista in Italia (1919-1970), Centro d’Iniziativa Luca Rossi (Milano) – Colibrì, Paderno Dugnano (Milano), 2016. Nuova Edizione[6].

Finalmente, dopo anni d’attesa, ecco la nuova edizione del prezioso saggio di Danilo Montaldi, corredata con note che ne accompagnano la lettura dopo i decenni trascorsi dalle questioni e dagli eventi affrontati.

Lo definisco «tentativo» in quanto la morte accidentale di Danilo (1975) interruppe la sua difficile impresa che, tra l’altro, si arresta al 1970, un anno alla soglia di eventi (il compromesso storico) che avrebbero portato allo scoperto la natura retriva del Partito comunista italiano di fronte alle prime tensioni sociali alimentate dall’incipiente crisi del modo di produzione capitalistico.

Ci sono gli inevitabili difetti di tutte le opere postume (se non incompiute) e, di conseguenza, la lettura non è sempre agevole. Ma è l’impresa stessa che è stata quanto mai impegnativa e le lettere incluse nella nuova edizione documentano le difficoltà incontrate.

Nel dipanare i momenti salienti del comunismo italiano, spesso, l’autore passa da un argomento all’altro, evocando episodi e persone che, quando scriveva, erano stati sommersi dalla coltre d’oblio della storia scritta dai vincitori. E, solo in seguito, sarebbero riemersi nelle successive ricostruzioni storiche, svolte anche grazie al fondamentale contributo e, soprattutto, grazie allo stimolo politico di Montaldi. E allora avrebbero riconquistato significato politico e validità storica.

La storia del comunismo italiano è strettamente intrecciata alle vicende della Russia sovietica, nelle cui circonvoluzioni bisogna trovare il bandolo della matassa. Pur affrontando problematiche politiche, Montaldi cerca sempre il contatto con la realtà sociale italiana che, nel corso di mezzo secolo, aveva subito notevoli mutamenti. L’«espe-rienza proletaria» è il filo conduttore attraverso cui egli intende mostrare come il sentimento anti-nazionale (se non internazionalista) maturato dai proletari italiani durante la Prima guerra mondiale e che animava lo spirito del Partito comunista d’Italia nel 1921, sarebbe stato riconvertito, o meglio costretto, nell’alveo nazionale (se non nazionalista), da Antonio Gramsci, con illusioni progressiste (se non rivoluzionarie), e da Palmiro Togliatti, in nome di una realpolitik squisitamente conservatrice.

Stalin fu complice, fu il pretesto, e non l’artefice dell’involuzione nazional-popolare, come spesso si dice. Fu questa metamorfosi maturata a Lione nel 1926 a creare le premesse del grande partito nazional-popolare che, pur cambiando pelle, è giunto fino ai giorni nostri, svolgendo sempre un ruolo di primo piano nell’amministrazione e nel governo del Bel Paese. Caso unico, nel panorama dei Partiti comunisti europei nati nell’ambito della Terza internazionale. E questo bel risultato, grazie a quel nazionalismo cui Basile attribuisce valenze rivoluzionarie.

Segnalo altri tre libri che sono meno significativi per la storia della Sinistra comunista italiana, ma che offrono interessanti spunti di riflessione per la storia del Partitone. E dei proletari …

Adriano Guerra, Comunismo e comunisti. Dalle «svolte» di Togliatti e Stalin del 1944 al crollo del comunismo democratico, Dedalo, Bari, 2005.

Non è recentissimo ed è un po’ cerchiobottista, ma la sua documentazione è assai utile per capire i rapporti che il Pci ebbe con Mosca. Certamente, furono rapporti difficili, ma anche nei momenti più caldi non ci fu una piatta subordinazione. Togliatti e il gruppo dirigente da lui forgiato (il partito «nuovo») seppero infatti trovare le soluzioni «creative» per stabilire un equilibrio con la «casa madre» che consentisse autonomia al partito italiano.

Il frutto di quella «creatività» fu la «via nazionale al socialismo», il cui percorso avvenne sempre all’insegna della massima prudenza (come dicono i preti). Queste esperienze contribuirono a creare i cauti equilibri politici, interni ed esterni, in cui si plasmò il partito nazional-popolare di Togliatti e di Berlinguer, «partito di lotta e di governo». Nonostante il profilo basso della sua azione politica, il Pci riuscì sempre a riassorbire il dissenso, anche di fronte a drammatici eventi (Ungheria, 1956) o a forti tensioni sociali (la contestazione studentesca e l’«autunno caldo» nel biennio 1968-1969). Ma prudenza e cauti equilibri finirono per ingabbiare in schemi politici obsoleti le dinamiche sociali scaturite dal boom economico. Il risultato furono ibridi compromessi, sulla pelle dei lavoratori del braccio e della mente.

Sull’altro versante, intanto, il partito concorrente, la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi, aveva vissuto una situazione analoga, dovendo fare i conti con la tutela Usa. Ne derivarono scelte politiche deteriori che distorsero il successivo sviluppo della società italiana. Contro le nefaste conseguenze delle ingerenze vatican-yankee, il Pci fece un’opposizione di facciata, tanto chiassosa quanto inconcludente[7], favorendo invece gli inciuci che furono la strisciante premessa del futuro compromesso storico, quello che Guerra chiama «comunismo democratico»! I frutti avvelenati si vedono oggi, con il Partito Democratico, in cui son confluite le anime dannate del Pci e della Dc[8].

Franco Andreucci, Da Gramsci a Occhetto. Nobiltà e miseria del PCI 1921-1991, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2014.

Nonostante contenga  una gran mole di informazioni e di riferimenti, il libro non ha citazioni bibliografiche, salvo rimandare il tutto alla vasta bibliografia finale. L’autore, benché sia uno «storico di professione», ha scelto un taglio  giornalistico, a tutto vantaggio di una lettura molto scorrevole. Penso che sia stata una scelta voluta, per esprimere giudizi spassionati sulle vicende  del comunismo italiano, senza dover fornire «pezze giustificative» a ogni piè sospinto.

L’autore è stato un «intellettuale organico» e ha vissuto a stretto contatto con gli ultimi 25 anni del Pci, ne ha studiato la storia e ha curato la pubblicazione delle opere del suo leader massimo. Inoltre, ebbe anche incarichi politici a livello istituzionale. Andreucci parla quindi con cognizione di causa e con un pizzico di comprensibile risentimento, soprattutto quando evoca un clima poco edificante di relazioni umane[9]. In realtà porta solo allo scoperto lati non troppo «oscuri», dopo che tanta acqua è passata sotto i ponti del Partitone.

Il libro è un drammatico affresco sociale di quel «popolo della sinistra» che, per settant’anni, affrontò grandi sacrifici, rischiando la vita in nome di un ideale. E questa è la Nobiltà.

I sacrifici potevano essere sorretti solo da grandi aspettative, da un sogno, il comunismo, che bisognava saper alimentare. Fu alimentato sfruttando il mito sovietico, e, aimè, quella realtà non era proprio il «paradiso in terra». Anzi, era un inferno. Nonostante ciò, la pillola veniva addolcita, per far accettare a operai e contadini scelte politiche fallimentari.

E tutte le volte che la disillusione subentrava bisognava saperla gestire, possibilmente a vantaggio del Partito. E, in questo, Togliatti & Co. furono maestri, trasformando le sconfitte in vittorie. E questa è la Miseria.

Miseria tanto più deprecabile quanto più il disastro sovietico divenne palese. In Italia, il sipario venne calato sullo spettacolo del comunismo .

Fu allora che i corifei delle menzogne divennero i più spietati accusatori della prospettiva stessa della rivoluzione e del comunismo[10].

I proletari poterono solo leccarsi le ferite. E non hanno ancora smesso.

Roberto Festorazzi, Rivoluzionari. Il secolo comunista raccontato da Gino Longo, Pietro Macchione Editore, Varese, 2016.

Gino (Luigi Libero) Longo è il figlio di Luigi, «vice capo amato» del Partito comunista italiano. Nel corso della sua lunga vita, è nato nel 1923, Gino Longo ha vissuto la parabola del movimento comunista internazionale di matrice sovietica e ne ha conosciuto molti esponenti. Nel 1991, dopo l’ultima (ma non ultima) metamorfosi del Partitone, ha posto fine alla sua lunga militanza, smettendo anche di votare, e ha stilato un memoriale di duemila pagine. Sono ricordi vissuti in presa diretta, conditi con qualche simpatico e pungente pettegolezzo. Roberto Festorazzi ne ha fatto una sintesi (solo 330 pagine), di piacevole e, per certi versi, sorprendente lettura. Molti episodi e molti leader sono ricondotti a dimensioni ben più piccole da quelle tramandate da un’agio-grafia ancora persistente. Ma soprattutto a sorprendere sono le opinioni del «vecchio marxista». Un esempio, per restare in argomento, è il giudizio sul congresso di Lione:

«Soltanto con il III Congresso di Lione del 1926, Gramsci scalzerà definitivamente Bordiga dalle posizioni di predominio, dentro il Pci, avviando quella pericolosa deriva verso l’imitazione dei modelli staliniani che minerà a fondo l’indipendenza e l’originalità del partito italiano». [p. 30]

E sempre per restare in argomento, altrettanto sorprendente è la valutazione della natura economica e sociale sovietica che Longo assimila al modo di produzione asiatico (dispotismo orientale), grazie all’ardito passaggio dall’antistatalismo di Karl Marx allo statalismo di Fedinand Lassalle, operato da Stalin.

Peccato che questi e altri eloquenti giudizi ci giungano fuori tempo massimo. Ma forse non è mai troppo tardi …

Dino Erba, Milano, 18 maggio 2015.

Di seguito, due piccole note che dovrebbero far riflettere i nostalgici del vecchio Pci.

La prima nota è un esempio dell’ardito trasformismo che brillò in occasione delle elezioni amministrative del 1956 e che preannunciò la cosiddetta operazione Milazzo, ovvero il sostegno all’elezione dell’ex DC Silvio Milazzo alla presidenza della Regione siciliana (1958) che vide il Pci e il Msi alleati «in nome dei superiori interessi dei siciliani».

Milazzo, espulso dalla Democrazia Cristiana, aveva dato vita all’Unione Siciliana Cristiano Sociale. Auspice dell’operazione (benedetta da Togliatti) fu Emanuele Macaluso che oggi fa il moralista.

La seconda nota mostra in modo inequivocabile il radicale sentimento antistatale di Karl Marx. Soprattutto, ci dice che il vecchio Karl qualificò «merda dello Stato» quella burocrazia che poi volle «costruire il socialismo» a proprio esclusivo vantaggio. E non solo in Russia … Ma questa è un’altra storia.

Entrambi gli articoletti sono tratti da: «il Programma Comunista», a. V, n. 12, 5-12 giugno 1956.

[1] Vedi il recente: Philippe Bourrinet, Internationalisme ou «national bolchevisme». Le deuxième congrès du Kapd (1er- 4 août 1920). Le «congrè des dècisions» èliminations du national-bolchevisme, Parti, Unions et IIIe Internaionale, Edizione a cura di Philippe Bourrinet, Parigi, 2014.
[2] [il programma comunista], Storia della sinistra comunista, Edizioni il programma comunista, Milano, 1964. Disponibile in: http://www.quinterna.org/.
[3] Victor Serge, Germania 1923. La rivoluzione mancata, Con un saggio introduttivo di Corrado Basile, In Appendice: Karl Radek, Paul Frölich, Arthur Moeller van der Bruck, Ernst Reventlow. Comunismo e movimento nazionale. Shlageter, un confronto, Graphos, Genova, 2003.
[4] Vedi: Dino Erba, Presentazione alla seconda edizione in: Dino Erba, Ottobre 1917 – Wall Street 1929. La Sinistra comunista italiana tra bolscevismo e radicalismo: la tendenza di Michelangelo Pappalardi, Quaderni di Pagine Marxiste, Milano, 2010 (2a ed.).
[5] Vedi: Dino Erba, Corrado  Basile alla Calusca: una brutta faccenda. I fascisti son sempre fascisti, anche se tinti di rosso, Milano, 23 marzo 2015.
[6] Con l’occasione, ricordo la relazione inedita di Arturo Peregalli presentata al Dibattito su Danilo Montaldi (Centro Sociale Scaldasole, Milano, 1 febbraio 1992), disponibile nel sito: http://www.avantibarbari.it/
[7] Vedi: Ermanno Rea, Mistero napoletano. Feltrinelli, Milano, 1995. Il libro è uno spaccato di proto iniciucio, foriero di grandi disastri, che provocò l’intervento risentito dell’ineffabile Giorgio Napolitano.
[8] A questo proposito, ricordo il recente: Massimo Teodori, Il vizietto cattocomunista. La vera anomalia italiana, Marsilio, Venezia, 2015.
[9] Una descrizione di quel bel clima in: Guido Morselli, Il comunista, Adelphi, Milano, 1976. Nel 1965, Morselli lo aveva ingenuamente proposto all’Einaudi, il direttore editoriale era  Italo Calvino che lo respinse con le motivazioni tipiche di un buon gesuita zdanoviano.
[10] Un esempio tra i tanti, Maria Antonietta Macciocchi che non smise mai di raccontar balle. Leggi una perla: Franco Andreucci, Da Gramsci a Occhetto, op. cit., p. 258.

Marx e la Russia

da Dino Erba, 7 Agosto 2014 dc (pubblicato anche sul sito www.jadawin.info , pagina “Politica e Società-11):

Marx e la Russia

Ovvero: che c’azzecca Marx con i bolscevichi?
Ettore Cinnella, L’altro Marx, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2014 dc, Pagine 180, € 15.

Da circa trent’anni, Ettore Cinnella dedica approfonditi studi al movimento rivoluzionario russo tra la fine dell’Ottocento e primi del Novecento; studi tra l’altro avvalorati dalla conoscenza della lingua e della cultura russa, che gli consente la consultazione di fonti originali.

Nell’ultimo decennio, ha pubblicato due libri sulla rivoluzione del 1917 e uno sulla rivoluzione del 1905[1]. Le premesse metodologiche erano state poste nel 1985, da un corposo saggio su Marx e la Russia[2], il cui filo conduttore viene ora sviluppato dal suo ultimo libro: L’altro Marx.

Sono 180 pagine di scorrevole e piacevole lettura, che fanno piazza pulita di molti (se non di tutti) luoghi comuni che hanno infestato il Novecento, in merito alla Russia e alla rivoluzione bolscevica. Le tesi avanzate si fondano su un’ampia documentazione in gran parte di fonte russa, non solo sconosciuta ma spesso volutamente ignorata in Italia. Nonostante questi notevoli pregi, non mi faccio illusioni: il libro avrà poca eco tra i fiacchi ripetitori di vecchie litanie sempre più stonate[3].

Non sono marxista!

Cinnella esamina il percorso intellettuale, politico e teorico di Marx in merito alla Russia, soffermandosi sull’ultimo decennio della sua vita, successivo alla Comune di Parigi, anni in cui l’interesse del red terror doctor per la Russia divenne quasi ossessivo. Aspetto che anche altri hanno messo in luce, senza tuttavia porre l’accento su alcuni passaggi teorici assai delicati[4].

Apparentemente, Marx operò una vera e propria rottura, non solo riguardo ai precedenti e severi (per non dire razzisti) giudizi sugli slavi, ma soprattutto rispetto alla centralità del movimento operaio europeo. Dogma, quest’ultimo, su cui giurano tutt’oggi gli eredi sciocchi di Marx. Questo dogma è frutto di una filosofia della storia di stampo hegeliano che Marx superò in parte già in gioventù (con gli scritti del 1844), senza tuttavia abbandonare una concezione teleologica, alimentata dall’ideologia progressista insita nel concetto stesso di sviluppo delle forze produttive, di cui il modo di produzione capitalistico sarebbe l’agente.

Sulla base di questi presupposti, Marx elaborò un’ipotesi rivoluzionaria il cui esito sarebbe stato il superamento dialettico (aufhebung) del modo di produzione capitalistico. Sul piano sociale, il superamento dialettico assumeva il significato di una rivoluzione (catarsi), di cui se ne sarebbe fatto carico il proletariato, costretto però a subire fino in fondo l’inferno capitalista, prima di conoscere le gioie del paradiso socialista. Con l’intermezzo del purgatorio, ovvero la fase di transizione.

Per quanto a lungo persistente, seppur sotto altre spoglie, la visione hegelo-cristiana di Marx finì per entrare in crisi e, quindi, per essere superata, proprio perché essa non costituì mai (dopo il 1844) un fondamento epistemologico di natura sistemica, entro cui obbligare gli eventi[5], anzi, se egli ebbe mai una  weltanshauung, la sottopose costantemente, e impietosamente, a una verifica basata sul materialismo storico (o meglio sulla critica dell’economia politica), che via via ne fece emergere i limiti. Mantenendo comunque viva l’originaria ipotesi rivoluzionaria e senza mai rinnegare il ruolo centrale degli operai, caso mai ne rivide la presunta «missione storica», di cui peraltro nessun operaio sano di mente si è mai fatto carico!

Un momento importante della maturazione teorico-politica di Marx, tra l’altro poco considerato, sono appunto gli anni dopo la Comune di Parigi, cui fece seguito lo scioglimento dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori (la cosiddetta Prima Internazionale), nel 1876, affrontati da Cinnella.

Giunti a questo punto, verrebbe da dire che «l’altro Marx» è quello inventato dai marxisti. Non per nulla, seppure ironicamente, Marx affermò: «Di una cosa sono sicuro, non sono marxista!».

Una nuova prospettiva

Nonostante la lunga depressione (1873-1893), ma forse proprio grazie a essa, i Paesi capitalistici di allora (Inghilterra, Francia, Germania, Belgio, Olanda e Usa) entrarono in una fase di espansione esterna, il colonialismo, e di riforme interne. Entrambi i fenomeni influenzarono il movimento operaio e contadino, il cui punto d’approdo politico fu la fondazione della Seconda Internazionale nel 1889. Eventualità in merito alla quale Marx aveva espresso molte perplessità, se non un’aperta opposizione. A parte alcuni giudizi espliciti[6], la Critica del Programma di Gotha del 1875, rivolta alla socialdemocrazia tedesca, evidenzia chiaramente le sue riserve sul movimento operaio organizzato dei Paesi capitalistici, riserve che, inevitabilmente, avrebbero connotato una nuova internazionale.

Fu sull’onda di questa presa di coscienza, che Marx rivolse la propria attenzione alla Russia e al movimento rivoluzionario russo, aprendo via via una nuova prospettiva non solo politica ma, soprattutto, teorica.

La lettera scomparsa

Episodio emblematico è la lettera che Marx indirizzò a Vera Zasulič dell’8 marzo 1881, in cui esponeva la sua nuova prospettiva. Essa suscitò un profondo shock che indusse la Zasulič e Plechanov, ormai approdati all’evoluzionismo kautskiano, a nascondere la lettera. Fu riesumata e pubblicata solo nel 1926, quando il disastro bolscevico era ormai irreversibile.

Se sotto il profilo politico la nuova prospettiva di Marx fu poi considerata una sorta di senile illazione, smentita dalla storia (dei vincitori), sotto il profilo teorico, essa non fu neppure presa in considerazione (che io sappia).

Questa prospettiva si fondava sulla comune agricola russa (l’obščina), di cui Marx nei primi anni Settanta sottolineava la grande vitalità che si sarebbe vista ancora quasi mezzo secolo dopo, durante e dopo la rivoluzione del 1917, e sarebbe sopravvissuta fino ai primi anni Trenta del Novecento, quanto fu disgregata dalla collettivizzazione forzata. Tuttavia, a mio avviso, l’impulso comunitario può sopravvivere, seppure sotto traccia, anche in altre formazioni socio-economiche in cui lo sviluppo del modo di produzione capitalistico ha avuto una genesi esogena, ovvero è stato «innestato», per usare l’espressione di Engels[7].

Quali ricadute teorico-politiche?

In breve, la nuova prospettiva di Marx ebbe conseguenze che così si possono sinterizzare.

Politicamente, essa dava credito al movimento populista, in aperto contrasto con quello che sarebbe stata la successiva vulgata pro-marxista di stampo prima socialdemocratico con Kautsky e poi bolscevico con Lenin e Stalin.

Teoricamente, essa rompeva la visione eurocentrica, fondata sullo sviluppo delle forze produttive, che condannava gli altri popoli a ripercorrere le vie dell’Europa occidentale, assegnando al modo di produzione capitalistico una funzione positiva, ancorché tragica[8], in cui prevale la logica cristiana della redenzione attraverso la passione.

Epistemologicamente, essa abbandonava le ultime scorie di determinismo, col netto rifiuto di ogni cedimento alla «fatalità storica», a favore di una più libera e fortuita interazione tra una determinata formazione socio-economica e i fattori esterni (concetto di milieu historique).

Tra le implicazioni della nuova prospettiva di Marx c’è la rivalutazione del comunismo primitivo[9], che liquida l’ideologia civilizzatrice e sviluppista, consustanziale al capitalismo, alla quale Marx oppone i modi di produzione autosufficienti (selfsustaining), i vantaggi dell’arretratezza economica, l’industrializzazione NON capitalista, la subordinazione della tecnica ai valori comunitari…

E oggi …

Come si vede, il libro di Cinnella pone una cruciale serie di spunti teorici che, finora, almeno in Italia, sono stati sostanzialmente negletti dai cosiddetti ambienti marxisti-rivoluzionari, su cui pesa l’ipoteca leninista[10]. Sono spunti che oggi assumono un significato politico scottante, di fronte a una crisi che sta drammaticamente mettendo in luce la débâcle del modo di produzione capitalistico. La soluzione non può certo venire da una stanca ripetizione di formule che nel corso del Novecento hanno mostrato la loro natura fallimentare, con conseguenze devastanti. Ma questa è un’altra storia… ancora tutta da scrivere.

Dino Erba, Milano, 3 agosto 2014.

 

[1] Ettore Cinnella: La rivoluzione russa, Storia Universale, Corriere della Sera, Milano, 2005. 1905. La vera rivoluzione russa, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2008. 1917. La Russia verso l’abisso, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2012.
[2] Ettore Cinnella, Marx e le prospettive della rivoluzione russa, «Rivista storica italiana», Fasc. II, Napoli, 1985.
[3] Esemplare la scomposta reazione di Pagine Marxiste alla mia recensione critica a: Lev Trotsky, I gangster di Stalin, Quaderni di Pagine Marxiste, Milano, 2014 [Vedi il mio: Si fa presto a dire Stalin! Un comodo capro espiatorio per coprire il nostro disastro].
[4] Una rapida esposizione delle questioni nel mio: Quale rivoluzione comunista oggi. Problemi scottanti del nostro movimento, All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2014.
[5] Da quanto mi risulta, la rivalutazione di un’analisi marxista fondata sulla ricerca empirica, in Italia, è stata abbozzata solo da Vincenzo Ferrari, Saggio introduttivo in: Paul Lafargue, Origine ed evoluzione della proprietà, Con saggi introduttivi di Eva Cantarella, Vincenzo Ferrari, Arturo Peregalli, Unicopli, Milano, 19832, p. 15.
[6] Vedi, per es. la risposta di Marx all’olandese Ferdinando Doamela Nieuwenhuis, citata in Ettore Cinnella, L’altro Marx, op. cit., p. 168.
[7] Alla luce di queste riflessioni, non sostengo più il giudizio che nel 2011 espressi riguardo alle primavere arabe, quando negai la natura tribale della società libica.
[8] Nonostante alcune tesi di fondo che non condivido assolutamente, ci sono interessanti osservazioni in: Hosea Jaffe, Era necessario il capitalismo?, Jaca Book, Milano, 2010.
[9] Questione assai ostica per gli asini, che finiscono per dire emerite asinerie, vedi: Dino Messina, Il vecchio Marx era un primitivo, «Corriere della Sera», 2 agosto 2014, p. 39.
[10] Insisto sulla peculiarità italiana, poiché all’estero l’alternativa è tra marxisti e stalinisti, con in mezzo la no man’s land trotskista che oscilla tra gli uni e gli altri. Per inciso, in Italia, nessuno si è peritato di tradurre Teodor Shanin.