Congresso mondiale delle famiglie: il Circo Barnum del regresso

Da MicroMega 25 Marzo 2019 dc:

Congresso mondiale delle famiglie: il Circo Barnum del regresso

di Adele Orioli

Si scrive Congresso mondiale delle famiglie si legge intolleranza e inciviltà. Molti occhi sono puntati su Verona dove per il prossimo fine settimana si terrà un apparentemente innocuo consesso dall’altrettanto apparentemente rassicurante titolo di Congresso mondiale delle famiglie, organizzato annualmente in varie parti del globo dall’Organizzazione mondiale per la famiglia (IOF), lobby cristiana statunitense sorta con il dichiarato scopo di “unire e dotare i leader di tutto il mondo di strumenti per promuovere la famiglia naturale come sola unità stabile e fondamentale della società”.

Dove per famiglia naturale, casomai ci fossero dubbi, è da intendersi esclusivamente “l’unione di un uomo e una donna in un’alleanza permanente suggellata col matrimonio” e dalla quale deriva evidentemente la netta condanna di tutto ciò che non ne sia pienamente conforme.

D’altronde la stessa nascita dell’Iof, consacrata a Praga nel 1997 con la prima edizione di questo Congresso, prometteva male: da una sinergia tra il white nationalism americano e il suo omologo russo, in particolare dalle prime elaborazioni di Allan Carlson, reganiano di ferro, Anatoly Antonov e Viktor Medkov che identificano nella rivoluzione sessuale e femminista la causa della crisi demografica occidentale, evidentemente non sono nati diamanti.

Le donne (bianche) non sono più le incubatrici di una volta, urge correre ai ripari e riunire sotto la stessa egida quante più lobbies e quanto più conservatrici (ultrà conservatori, per usare la definizione di Ulrika Karlsson, del Forum parlamentare europeo sulla popolazione e lo sviluppo) possibili. Detto fatto, e anche se con qualche interruzione e qualche battuta di arresto, grazie anche a ingenti donazioni, si mormora filogovernative russe, il Wfc è pronto a sfoderare la sua pletora di oscurantismi questa volta in salsa scaligera.

Va detto che per quanto la preminenza resti al fondamentalismo cristiano, spinte probabilmente dall’adagio del “il nemico del mio nemico è mio amico”, anche retrograde componenti di religione ebraica e islamica si sono man mano aggiunte al consesso, affinando le armi non solo propriamente retoriche contro tutto ciò che non sembra, o peggio che non vuole, corrispondere a una rigida visione omofoba, sessista e patriarcale dei rapporti socio affettivi. Iniziative brillanti come il pieno appoggio alla legge russa sulla propaganda gay del 2013 (più correttamente, Legge per lo scopo di proteggere i bambini dalle informazioni che promuovono la negazione dei valori tradizionali della famiglia) o della criminalizzazione dell’omosessualità in Uganda hanno fatto guadagnare al Wfc l’inserimento nella lista dei gruppi d’odio da parte delle maggiori associazioni a tutela dei diritti umani e lgbtq.

D’altronde basta buttare un veloce sguardo agli ospiti internazionali attesi dalla città di Giulietta per capire come tiri una brutta, bruttissima aria, e come il vento del cambiamento, per citare lo slogan scelto dallo stesso Wfc sia in realtà un miasma oscurantista e aberrante nella sua tranquilla sfacciataggine negazionista dei diritti umani.

Si va dal patriarca ortodosso Dimitri Smirnov (“chi sostiene l’aborto è un cannibale” e “l’omosessualità è contagiosa come la peste” tra i suoi aforismi migliori) a Igor Dodov, quel presidente della Moldavia che per festeggiare la suprema carica ha pensato bene di chiosare con un “Non ho mai promesso di essere il presidente degli omosessuali, avrebbero dovuto eleggere il loro presidente”. Dalla croata Zeljka Markic, promotrice del referendum che ha escluso nel suo Paese il matrimonio samesex e che preferirebbe dare un figlio ad un orfanotrofio piuttosto che a una coppia omosessuale, alla nigeriana Theresa Okafor che considera il preservativo “una trappola, esportata in Africa per soffocare la vita”.

Dalla parlamentare ugandese che sostiene la pena di morte per il reato di omosessualità allo stesso fondatore Carlson, che ringrazia i partecipanti “a questa crociata morale e sociale”, fino al presidente del Iof, Brian Brown, accanito sostenitore delle terapie riparative o di conversione.

Il Gotha del fondamentalismo integralista religioso, il Circo Barnum del regresso.

Ma ancora non si è detto delle illustri presenze nostrane. In prima fila la proctologa Silvana de Mari, quella che ritiene il sesso anale rito iniziatico al satanismo e che è stata condannata per diffamazione aggravata e continuata a mezzo stampa delle persone Lgbti. Non ultimo, il portavoce di Pro Vita, Alessandro Fiore casualmente figlio di quel Roberto leader di Forza Nuova.

Ma, soprattutto, gli esponenti istituzionali. E qui è uno dei veri nodi del problema, perché il Wfc è un problema. È lecito per uno Stato che si dice democratico, che si suppone laico o quantomeno pluralista, appoggiare istituzionalmente un gruppo che nega il diritto all’aborto e in generale all’autodeterminazione sessuale e riproduttiva, che fomenta l’odio, che pratica l’omofobia, che finanzia falsi studi per dimostrare la correlazione tra matrimonio egualitario e pedofilia o tra aborto e cancro al seno, che considera l’emancipazione femminile un danno sociale?

No, ovviamente. A meno che il suddetto Stato non sia il nostro.

E allora schieràti fra gli ospiti abbiamo il ministro dell’Interno Salvini, il ministro della famiglia rigorosamente al singolare Fontana, il ministro dell’Istruzione Bussetti.

E ormai quasi poco importa il ridicolo balletto dei patrocini: revocato ufficialmente quello della Presidenza del Consiglio, dopo peraltro migliaia di firme raccolte dalla petizione lanciata da All out e un coro non indifferente di polemiche, rimane quello del ministro senza portafoglio Fontana, quello della Regione Veneto, quello della Provincia di Verona e, in impulso di solidarietà, quello della regione Friuli Venezia Giulia (che, come ironicamente commentato sul web, d’ora in poi si chiamerà solo Friuli Venezia che in omaggio ai principi del Wfc Giulia è rimasta a casa a lavare i piatti).

Poco importa il pallido tentativo di smarcamento della componente gialla del governo bicolor, anche se va sottolineato che fra organizzatori e ospiti stiamo parlando di persone direttamente responsabili della severa negazione di diritti altrui, di discriminazioni e in taluni casi di vere e proprie persecuzioni. Un po’ troppo, per dei semplici sfigati come sostiene che siano un sottovalutante Di Maio.

Una passerella grondante odio e anche letteralmente sangue: nel mondo, più di dieci i Paesi che puniscono con la morte la blasfemia, un terzo del totale considera a vario titolo l’omosessualità un reato.

Persino la Chiesa Cattolica, dotata di un ottimo livello di equilibrio egoista, si è smarcata, a suo modo, dal Wfc tramite il segretario di stato vaticano Parolin, peraltro ospite della passata edizione. Preoccupati, dicono, dal rischio dell’uso strumentale di valori per obiettivi politici, condividono la sostanza ma non il metodo. E sulla sostanza, come smentirli? D’altronde tra un cannibale abortivo o un sicario alla Bergoglio tanta differenza non sembra in effetti passare. Sul metodo, diamo atto alle gerarchie ecclesiastiche, pontefice massimo in testa, di avere un utilizzo decisamente più raffinato della metafora e della parafrasi.

Tutto qui? No, per fortuna no. Perché c’è anche un’altra Verona e un’altra Italia. E per la prima volta al Wfc si opporrà una vera e propria sinergia di piazza tra associazioni e movimenti nazionali e internazionali, quell’insieme di società civile che l’oscurantismo non lo avalla e non lo accetta, che guarda avanti e non indietro, che è pronta per il rispetto e il riconoscimento delle differenze, che “naturale” considera l’autodeterminazione e non dogmi retrivi o visioni patriarcali della società.

L’Uaar e l’IPPFEN (International Planned Parenthood European Network) in collaborazione con Rebel Network insieme a una vastissima rete di associazioni e movimenti hanno organizzato un convegno per il 30 marzo, presso l’Accademia dell’agricoltura, lettere e scienze, uno spazio di riflessione comune che porterà poi al corteo previsto nel pomeriggio e organizzato dal collettivo femminista Nudm (Non Una Di Meno).

Ora più che mai è necessario coagulare le forze contro questo tornado oscurantista che seriamente rischia di minare diritti conquistati con fatica nel corso di anni se non secoli e diritti ancora lontani dall’essere pienamente riconosciuti e tutelati. Perché saremo anche a Verona, ma non restiamo al balcone.

Atto di terrorismo religioso in una scuola pubblica

In e-mail da Democrazia Atea il 15 Dicembre 2018 dc:

Atto di terrorismo religioso in una scuola pubblica

Al Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca

Al Direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Puglia

Al Direttore dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Bari

Al Dirigente scolastico del Polo Liceale Galileo Galilei di Monopoli

All’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza

Apprendiamo dalle cronache giornalistiche che, nel corso dell’ora di religione, è stato consentito ad una associazione fondamentalista cattolica di proiettare immagini che riproducevano interruzioni di gravidanza.

Se per terrorismo secolare si intende il compimento di azioni violente messe in atto per modificare la società, per terrorismo religioso si intende invece il compimento di atti quali strumenti di identificazione e appartenenza ad una organizzazione per affermarsi politicamente, e in questo caso la violenza diventa un dovere religioso.

La visione di immagini volte a criminalizzare un diritto come l’aborto è di sicuro un  terrorismo di matrice religiosa.

Sia ben chiaro che non si parla di violenza fisica ma psicologica che si manifesta con parole e atti tesi a opprimere e a orientare la volontà di altre persone, nel caso di specie, dei minori.

Le immagini proiettate hanno determinato di sicuro un impatto psichico volto a negare alla interruzione di gravidanza, nella percezione dei minori, la qualificazione che sia un diritto delle donne, così come riconosciuto nelle convenzioni internazionali europee e nelle legislazioni dei Paesi più progrediti.

Sappiamo che l’aborto non è riconosciuto come diritto nei Paesi africani e nei Paesi asiatici, ed è evidente che il modello legislativo delle associazioni come quella protagonista di questa squallida vicenda sia quello africano o asiatico, ma si dà il caso che il modello legislativo italiano si sia smarcato da oltre quarant’anni dalle prospettive anacronistiche di questi personaggi.

Orbene, è innegabile che l’associazione che ha messo in atto un simile scempio, con la complicità dell’insegnante di religione, attraverso questa barbara intrusione abbia usato la scuola non con finalità divulgativa, ma con la scientifica determinazione di strumentalizzare l’istituzione scolastica per finalità connesse al fondamentalismo religioso, al pari di qualsiasi scuola coranica o indù.

Poiché il fondamentalismo cattolico non è contemplato nelle scuole laiche della Repubblica italiana, e poiché le vittime sono state degli studenti minorenni, si chiede che sia avviata una indagine volta ad individuare premesse e risvolti di questa vicenda, ma soprattutto a disporre quanto necessario affinché in nessuna scuola italiana possano ripetersi simili violenze psichiche a danno delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi.

Carla Corsetti

Segretario nazionale di Democrazia Atea

Il problema degli omofobi è il senso della vita

Da Hic Rhodus 19 Ottobre 2018 dc:

Il problema degli omofobi è il senso della vita

di Claudio Bezzi

Abbiamo scritto e riscritto, su Hic Rhodus, a sostegno delle più ampie libertà personali anche nella sfera sessuale, a difesa di LGBT (inclusa la possibilità per coppie omosessuali di avere figli), sulla fecondazione assistita e, insomma, chi ci segue sa che siamo, su questo punto almeno, iperlibertari. Poiché non possiamo annoiare i lettori fino all’esasperazione su pochi temi e circoscritti, sia pure importanti, abbiamo ultimamente trascurato l’argomento a favore di altri, ma il manifesto dei provita ci consente di ritornare su una certa attualità. 1539690199-campagna-provita-facebookVorrei però trattare il tema sotto un profilo diverso. In precedenti post ho a sufficienza perorato la causa, per esempio, degli e delle omosessuali sotto un profilo politico; sostenendo che si tratta di diritti non già a una categoria (gli omosessuali) ma a delle persone. Trattando laicamente il tema è chiaro che tutte le minoranze religiose, etniche, sessuali, culturali, linguistiche eccetera, saranno sempre discriminate fintanto che le si tratta come tali, come “minoranze” con bisogni specifici. Se invece le immaginiamo come persone, ecco che i problemi assumono un volto diverso: in quanto persone, cittadini, hanno semplicemente tutti gli stessi diritti: di voto, di parola, di lavoro, di viaggio, di avere figli, di avere casa e, insomma, di provare a cercare la felicità nel modo più consono.

L’argomento sarebbe già chiaramente finito così se non fosse per un maledetto (oops, forse non era la parola da usare…) particolare: i fanatici provita, omofobi e compagnia danzante non sono laici ma – generalmente – cattolici. I cattolici pongono, avanti a tutto, il loro a-priori trascendente: Dio non vuole. Dio vuole l’amore fra uomo e donna al fine di popolare il mondo, il sesso serve per procreare se no è peccato e via tutta la dottrina già discussa in post di qualche anno fa. All’epoca eravamo rimasti con la domanda retorica: perché diavolo (oops, giuro che m’è scappata) non fanno quel che pare a loro (eterosessualmente, mettendo al mondo figli come conigli…) senza rompere l’anima (!) a chi vuole fare diversamente? Schermata 2018-10-17 alle 19.27.43Questa domanda oziosa circola anche sui social; per esempio su Facebook, proprio ora, è comparso questo vecchio cartello che dice pressapoco di amarci come siamo, facendo ciascuno ciò che meglio crede. Questa saggia posizione, molto laica, del consentire a tutti di vivere la vita da cattolici se si è cattolici, da vegani se si è vegani, da laici o da omosessuali se si è l’una o l’altra cosa, non funziona. E il guaio, il guaio vero, è che l’Italia non ha alcuna tradizione realmente liberale, e i cattolici riescono a usare gli strumenti della democrazia contro la maggioranza laica, e impedire la promulgazione di leggi libertarie.

Quindi: perché accade questo? Cosa importa al cattolico omofobo se io vado a letto con un uomo o con una donna, se offro il mio amore di coppia omosessuale a un bimbo o no? Questa offesa a Dio, che non compiono loro ma altre persone, estranee, perché dovrebbe riguardarli? Perché dovrebbe agitarli così tanto da investire energie, tempo, denaro, sforzi politici, mobilitazioni di massa, ingerenze ecclesiastiche, per impedire a me di fare ciò che loro sono liberissimi di non fare? Perché?

Perché lo vuole Dio? Ma io sarò già punito dal loro Dio…

Perché Dio vuole che loro agiscano contro di me? È così poco evangelico…

Forse è perché Dio ha un essenziale ruolo sociale: quello di esaltare il significato della vita umana. Dio, nel suo potere infinito, ha fatto Noi; si interessa a noi, vuole il nostro bene. Ci ha fatti a Sua immagine e somiglianza! Siamo veramente esseri straordinari per meritare questa ossessiva attenzione della divinità! La presenza di Dio è il segno della disperazione umana; la barriera all’assoluto annientatore. Cosa facciamo, noi miserabili e fragili animaletti spaventati, in questo enorme mondo minaccioso? Qual è il nostro scopo? E soprattutto, la domanda chiave: siamo sicuri che abbiamo uno scopo? La risposta è ovviamente “Sì” se credete in Dio. Lo scopo è Dio. L’uomo ha inventato Dio per trovare una ragione a se stesso, per dare un senso alla vita, per porre un argine all’assoluto vuoto cosmico della nostra effimera esistenza.

Ecco allora che i peccatori, certi tipi di peccatori, negando sfacciatamente Dio (la vita dei bambini, la maternità, ovvero la radice profonda dell’angoscia delle ragioni per le quali vivere) indicano scandalosamente che forse, forse, quantomeno per alcuni, non c’è questa ragione per vivere, se non nel vivere stesso. È questo scandalo che priva l’uomo del suo Dio, e quindi del senso alla sua vita, gettandolo nell’angoscia.

Il fanatico religioso vede vacillare se stesso, nella negazione di Dio, e non può permetterselo. Ecco la violenza di tante religioni sugli atei, sui dubbiosi, sugli umanisti, liberi pensatori, libertari… Gli omosessuali gridano non tanto la loro disubbidienza a Dio, ma la sua inutilità per trovare – come persone – una ragione di vita, uno scopo, ovvero l’accettazione che la vita, di scopi, non ne ha proprio.

E quindi creano una prigione di costrutti, una gabbia di regole, un sistema di precetti. Per compiacere quel Dio che dà senso alla vita si mangiano oppure no determinati cibi, si mutila oppure no qualche pezzo di corpo, si ritualizzano comportamenti fideistici che perdono qualunque significato mistico e resistono come rituale, come superstizione. E, soprattutto, si impedisce (o si cerca di impedire) agli altri di esprimere quella libertà laica che loro non posseggono.

Perle di sterco

In e-mail da Democrazia Atea il 10 Giugno 2018 dc:

Perle di sterco

“Ognuno può credere nel dio che vuole non è un problema di confessione religiosa, basta che quel dio parli al tuo cuore e alla tua anima e non mi imponga un modo di vivere incompatibile con i nostri diritti e le nostre libertà perché se per quel dio la donna vale meno dell’uomo non è il mio dio”.

Queste le parole pronunciate da Salvini durante un comizio.

Nelle sue intenzioni c’era ovviamente un attacco alla religione islamica ma, come gli è capitato in altre circostanze, senza esserne minimamente consapevole, pensa di poter richiamare il Principio di Laicità, che nemmeno conosce, solo per usarlo contro un’altra religione.

Non sa che nella sua religione cattolica la donna deve essere sottomessa all’uomo.

Non sa che nei testi sui quali giura ci sono parole infamanti e criminali contro le donne.

Non sa che i cosiddetti Padri della Chiesa negano alla donna ogni autonomia decisionale.

Non sa che la religione cattolica che professa si è organizzata affidando ad una gerarchia di soli maschi ogni rappresentanza e “mediazione trascendente” e che le donne sono escluse dalle cariche religiose.

Finge di non sapere che la religione che lui professa vorrebbe negare tutte le libertà della donna, dall’aborto alla sessualità consapevole, dal matrimonio alla genitorialità tra persone dello stesso sesso, cercando di imporre “un modo di vivere incompatibile con i nostri diritti e le nostre libertà”.

Salvini poi ha detto che ad alcune femministe, quelle che non incontrano i suoi gusti, il burqa starebbe anche bene, perché secondo lui, quando l’aspetto esteriore di una donna non incontra il compiacimento del maschio, la donna dovrebbe coprirsi.

Ciò che è grave, però, è che la pessima uscita di Salvini ha trovato un pubblico compiacente, perché è stata accompagnata dalle risate idiote delle donne che erano con lui sul palco, e dagli applausi di quelle sotto il palco.

I sistemi prostitutivi di Arcore avevano veicolato nella società una idea estesa di mercificazione della donna, tanto degradante quanto disumana.

Oggi quella mentalità si declina nel disprezzo per quelle donne che, per il loro aspetto, non incontrano i gusti sessuali del Ministro dell’interno.

Dobbiamo ringraziare il M5S se ha consentito che si istituzionalizzassero queste perle di sterco.

http://www.democrazia-atea.it

La famiglia innaturale (e gli equivoci del relativismo)

Da Hic Rhodus 24 Febbraio 2017 dc:

La famiglia innaturale (e gli equivoci del relativismo)

di Bezzicante

In questo post intendo precisare concetti importanti che ho trattato molte volte in maniera troppo essenziale (tutto sommato questo è solo un blog!). Prima di tutto parlerò di famiglia “naturale”, un concetto sciocco e sbagliato di cui si riempie la bocca la destra ottusa e la religione dogmatica. E probabilmente moltissimi altri semplicemente poco informati e radicati in pre-concetti senza basi scientifiche assunti come a priori per tradizione, comodità, artificio retorico e via discorrendo. Dovrò poi precisare qualcosa sul relativismo culturale, per ragioni che diverranno chiare leggendo. Il mio punto di vista è piuttosto noto ai lettori di HR per averlo esposto non poche volte:

Sulla famiglia rimando a La morte della famiglia, dove confrontavo la morale familiare della dottrina cattolica con la realtà sociologica che mostra famiglie problematiche, separate o addirittura violente (ora invece assumeremo una prospettiva antropologica che là mancava).

Del relativismo, oltre a utilizzarne il concetto qua e là, ho parlato specificatamente in Verità e relativismo a partire sostanzialmente dall’impossibilità di stabilire una verità assoluta. Il ‘relativismo’ era quindi inteso in forma minore, limitata, come antagonista positiva di una verità pretesa ma raggiunta solo come forzatura. Ora invece chiarirò meglio il concetto mostrandone dei necessari vincoli.

Perché abbia scritto un post unico dove trattare due questioni così importanti nasce casualmente dal coincidere di due fatti:

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Vi prego di non considerare il merito della questione posta dalla commentatrice, non ha importanza se siete d’accordo o no sulla questione figli; mi ha colpito l’accusa di relativismo cieco, di relativismo demagogico, che potrebbe finire coll’accettare qualunque cosa, anche sbagliata. Sbagliata; da che punto di vista? Ecco il nesso fra tutte le questioni poste fin qui a premessa: accetto qualunque forma di famiglia perché non esiste quella “naturale”, ma condanno l’infibulazione perché violentemente contraria ai principi della società in cui vivo. C’è una (apparente) contraddizione, e la devo sciogliere.

Partiamo dall’aggettivo naturale riferito alla famiglia. |Naturale| ha varie sfumature di significato, da “secondo natura” (chiamiamolo significato duro) a “spontaneo, non affettato” (significato morbido). Ebbene l’idea di una famiglia naturale di un uomo più una donna che hanno figli non ha giustificazione in alcuno dei due significati estremi segnalati. Neppure il primo, che può apparire il più ovvio e indiscutibile, per la semplice ragione che la famiglia è un concetto sociale, e non biologico. Ovvio quindi che per riprodursi serva lo spermatozoo maschile e l’ovulo femminile, come in tutti i mammiferi (e non solo) alla cui classe appartiene anche l’umanità, ma questo fatto biologico ha conseguenze sociali differenti nelle varie specie e, nell’uomo, differenze sociali e culturali differenti nel tempo e nello spazio. I lupi sono solitamente monogami per tutta la vita come molti altri animali di classi differenti; ma sono minoranze perché nel regno animale è assai più diffusa la poligamia, generalmente maschile ma a volte anche femminile (fonte). Alla natura non importa un fico secco degli eventuali drammi sentimentali degli individui di ciascuna specie; le interessa che siano messe in atto strategie riproduttive efficaci, che sono diverse a secondo delle abilità delle specie, delle condizioni naturali in cui vivono, dei vincoli biologici che hanno. La strategia riproduttiva della specie umana è simile a quella dei lupi: vivere in branco, accoppiarsi e dividersi il lavoro sociale: la donna partorisce, ha scarsa mobilità e quindi raccoglie cibo e alleva piccoli animali; l’uomo difende la femmina e la prole e va a caccia. Il gruppo si sostiene e difende i suoi membri.

Questa è la parte “naturale”, oltre la quale, e anzi sopra la quale, si sono eretti millenni di cultura, che è ciò che ci differenzia dalle altre specie (anche se elementi rudimentali che si potrebbero definire culturali sono stati registrati in alcuni mammiferi superiori). Il fatto di accoppiarsi per riprodursi non costituisce una “famiglia” ma risponde solo a necessità biologiche. Tant’è vero che ci sono molte ipotesi su cosa e come sia accaduto che da pura ricerca della femmina per copulare e riprodursi, la specie umana degli albori sia giunta a costruire un’elaborata sovrastruttura culturale, quindi simbolica, che nel caso in questione riguarda le parentele, inclusi i suoi obblighi e divieti (per esempio il divieto dell’incesto), mentre in altri ambiti riguarda religione, arte, linguaggio, manifattura e miriadi di altri comportamenti, ciascuno dei quali soggetto a norme, credenze, riti. Prendete il lemma ‘famiglia’ nell’Enciclopedia Treccani e vedrete che la definizione recita:

Istituzione fondamentale in ogni società umana, attraverso la quale la società stessa si riproduce e perpetua, sia sul piano biologico, sia su quello culturale. Le funzioni proprie della f. comprendono il soddisfacimento degli istinti sessuali e dell’affettività, la procreazione, l’allevamento, l’educazione e la socializzazione dei figli, la produzione e il consumo dei beni. Tuttavia, malgrado la sua universalità, la f. assume nei diversi contesti sociali e culturali una straordinaria varietà di forme, sì da rendere problematico individuare un tratto distintivo che la caratterizzi in ogni circostanza [evidenze mie].

Il fatto che la famiglia intesa come uomo + donna + loro figli sia la più diffusa ha ovviamente un significato non trascurabile, ma tale significato affonda nella storia dell’evoluzione della specie umana, nelle strategie relazionali e riproduttive che abbiamo in comune coi lupi (ma se volete cercare un’ipotesi antropologica estremamente più sofisticata e suggestiva leggete Il tabù dell’incesto di Fabio Ceccarelli; qualche vecchia copia si trova ancora on line, vi garantisco che non vi pentirete dell’acquisto). È solo il livello simbolico dell’uomo culturale che dà, a un certo punto, un significato alle relazioni di parentela, e quindi a quella relazione primaria che chiamiamo famiglia, organizzandola in forma assai differente da luogo a luogo, come racconta sommariamente anche Vincenzo Matera nell’articolo menzionato e linkato all’inizio di questo post.

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Come relativista – e ci avviamo al secondo argomento – sostengo che non c’è una famiglia superiore all’altra, che qualcuna è giusta e altre sbagliate. Tutte le bizzarre varianti citate da Matera sono parimenti “naturali” quanto la nostra o meglio, per essere chiari: tutte innaturali (= non secondo natura) ma piuttosto culturali e quindi sociali. In questo senso per me sono tutte accettabili nel loro contesto; non mi sognerei di fare come i missionari dell’Ottocento che obbligavano i selvaggi a coprire le vergogne, sposarsi cristianamente e vivere infelici. La conseguenza del mio ragionamento è che, evidentemente, ogni persona maggiorenne può accoppiarsi con chi crede, nei modi che reputa più soddisfacenti, adempiendo riti propiziatori oppure no. Tradotto: se (uomo) volete sposatevi in bianco con la vostra compagna di scuola va bene, se preferite sposatevi in nero col vostro compagno, oppure convivete, oppure restate single e cercate molteplicità di rapporti o altro ancora, va bene lo stesso, fate quello che vi pare perché l’amore è essenziale ma non codificabile. E che esistano leggi che impediscano questa completa libertà (fra adulti) mi sembra profondamente sbagliato.

Perché allora non sono altrettanto relativista con l’infibulazione? Anche qui si tratta di cultura e certamente posso essere relativista sotto il profilo della comprensione antropologica; vale a dire che posso dare un’interpretazione di questo meccanismo, capirne la funzione locale. Ma proprio questo tentativo di comprensione mi porta a vedere violenza, sopraffazione, intimidazione, sottomissione di genere. Non vedo amore. Non vedo necessità sociali se non quelle del dominio maschile e della paura verso la femmina e il suo corpo (di questa paura ho scritto QUI). Qui il relativismo si deve fermare per dare luogo a una scelta: o qualunque valore è lecito (la violenza dell’infibulazione perché in quei posti si fa da secoli, ma anche allora la violenza della pedofilia perché si è sempre praticata, ma anche l’uccisione di eretici perché, si capisce, ognuno ha diritto di dare risposta al proprio dio…) o qualche valore non lo è. Non lo è per noi, e in quel momento in cui lo concepiamo segnaliamo una differenza e, implicitamente, una superiorità. Ebbene sì. Una superiorità c’è fra chi ha cercato di salire sulla pianta della tolleranza e chi è rimasto nella savana della violenza. L’Occidente, con mille difficoltà e tuttora in maniera incerta, è incamminata nel sentiero dell’inclusione e dell’uguaglianza; abbiamo combattuto e siamo morti per secoli per arrivare agli incerti e parziali risultati di oggi, e un lungo cammino ancora ci attende. Ma, per esempio, il corpo non va violato; il minore non va torturato e abusato; le donne non devono subire violenza e cattività; lo straniero non deve essere considerato nemico; il povero e il malato vanno soccorsi; le opinioni vanno rispettate… L’infibulazione – che posso capire come studioso – è da combattere come cittadini liberi che vogliono garantire la libertà altrui dalla violenza. Ma allora anche il niqab (velo integrale) e il burkini stridono coi valori occidentali. Non feriscono il corpo, e moltissime musulmane dichiarano di indossarli per loro scelta, ma ci sono moltissime ragioni per credere che non sia così e molti autori musulmani non radicali che possono spiegare come il velo integrale sia esattamente una forma di costrizione, che diviene fatto culturale diffuso, utilizzato come strategia radicale e quindi da combattere (ne scrive molto e con competenza Sherif El Sebaie su Panorama e nel suo profilo Facebook).

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Il relativismo intelligente, in conclusione, dice a tutto ciò che riguarda comportamenti individuali o di gruppo consenzienti, liberi, che non danneggiano fisicamente, economicamente, socialmente e psicologicamente nessuna persona: vestirsi come a ciascuno pare, credere o non credere in una qualsiasi trascendenza, mangiare carne o essere vegani, far l’amore in tutti i modi e forme possibili, farsi seppellire dal prete o farsi cremare, decidere di porre fine alla propria vita se si vuole, cacciare e poetare. Il nostro relativismo arretra invece verso ogni violenza e sopraffazione specie e soprattutto se collettivamente sostenuta da ideologie, credenze, religioni che tendono ad annichilire la ragione critica, trasformando la violenza in tradizione, in volere di dio, in imposizione sociale.

Nota mia: vestirsi come a ciascuno pare proprio no, perché il velo, ad esempio, in tutte le sue fogge e varianti, cristiane o islamiche o indù, è chiaramente oppressione della donna in quanto concepita come immonda, peccatrice e tentatrice. No, caro Bezzicante, tutto il tuo ragionamento di cui sopra, condivisibile, si infrange proprio qui. E se poi vogliamo continuare, c’è il berretto girato, la cresta sulla testa, i tatuaggi dappertutto, le calze corte rifiutate ma sostituite dal fantasmino purchè non si veda: tutte forme di moda e di stupidità (e i due aspetti sono, spesso, equivalenti)

Jàdawin di Atheia

Il filosofo dolente e la ragnatela delle fallacie

Da Hic Rhodus https://ilsaltodirodi.com/ 27 Febbraio 2017 dc (con correzione mia della punteggiatura):

Il filosofo dolente e la ragnatela delle fallacie

di Bezzicante

Non si è ancora visto un filosofo / tollerare con pazienza il mal di denti, / per quanto prima scrivesse parole divine / e disprezzasse il caso e la sofferenza. (William Shakespeare, Molto rumore per nulla)

Ho letto per caso due testi divertenti di Diego Fusaro, filosofo che ha un blog su  il Fatto Quotidiano. I testi riguardano la cosiddetta teoria gender e i vari corollari (identità sessuale e via discorrendo), nel merito dei quali temi i nostri lettori sanno già benissimo come la pensiamo. Quello di cui voglio discutere qui, invece, è la retorica fusariana, vale a dire come ha sviluppato le sue tesi il Nostro. Tratterò quindi di linguaggio e logica, non di società, economia, sessualità e via discorrendo, e sarò un pochino lungo nell’articolazione del discorso perché vale veramente la pena studiare i meccanismi della comunicazione, l’arte del convincimento, l’uso di sillogismi ingannevoli e di fallacie logiche nascoste. È necessario che dichiari subito che non ho nulla contro Fusaro, che utilizzo solo come esempio alto di prosa ingannevole e di argomentazioni viziate da fallacie, quindi non discuterò nel merito ciò che afferma nei due post ma esclusivamente il modo in cui lo fa. I due testi – che ovviamente sarebbe utile leggere per comprendere le mie argomentazioni – sono questo (testo 1) e questo (testo 2).

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E comunque vi faccio un breve riassunto: nel testo 1 Fusaro tratta dell’eccessivo interesse verso i transgender, e sostiene che quella che lui chiama deregulation sessuale altro non è che un aspetto della mercificazione della sessualità indotta dal neoliberismo (ovvero sul versante culturale di ciò che il neoliberismo induce sul versante economico). Essendo stato criticato dai lettori, Fusaro torna sull’argomento nel testo 2, cercando di chiarire il medesimo punto di vista come “leggi del capitale” che vuole individui unisex perché manipolabili.

Perché il testo (1+2) non è convincente? Perché è condito di quelle stesse fallacie logiche che il Filosofo combatte (per esempio nella sua conclusione al testo 2), e che adesso cercherò di mostrare. Prendendo come pretesto una dichiarazione di Grillo bollata come omofoba, il Filosofo pone la domanda retorica fondamentale che poi si assume l’onere di argomentare. La domanda retorica è la seguente:

Perché l’ordine del discorso mediatico, televisivo, accademico e giornalistico ha scelto da tempo di santificare la figura del transgender? (testo 1)

Tutto ciò che segue (riassunto sopra) acquista rilievo solo e in quanto la domanda viene posta in questo modo. Se Fusaro non ponesse il problema in forma di asserzione presupposta (una delle fallacie logiche principali) non avrebbe avuto materia per occuparsi di sessualità e di gender, per capirsi: chi diavolo ha detto che “l’ordine del discorso mediatico” (che ordine sarebbe? Boh!) “ha scelto da tempo di santificare la figura del transgender”? Io leggo parecchi quotidiani ogni giorno, riviste, rapporti istituzionali, documenti pubblici, oltre ovviamente a tv e altro, ma non mi pare che si tratti così ossessivamente di transgender, né tantomeno che si sia tentato di “santificarlo” (altro uso retorico, in questo caso si chiama iperbole e consiste nell’esagerare un concetto per drammatizzarne – in questo caso – l’impatto sul lettore). L’incipit del Filosofo è quindi adatto a creare un’aspettativa nel lettore a partite da una premessa non discussa, un po’ come se io scrivessi: “Perché Fusaro, che pure si definisce “filosofo”, ignora completamente le fallacie logiche?”.

Immediatamente sotto la precedente domanda retorica il Filosofo anticipa la sua risposta:

Proprio come, sul côté [= in italiano: versante, lato] economico, il liberismo aspira ad abbattere il limite politico statale, così, sul versante sessuale, mira a dissolvere il concetto stesso di limite naturale, dissolvendo l’idea di una natura non risolta integralmente nella società e nella storia. Il mito neoliberistico del transnazionale si ridispone, nell’ambito della sessualità, nell’elogio mediatico permanente della figura del transgender, ossia di colui che ha varcato ogni confine, ogni limite e ogni frontiera naturale, ogni residuo della tradizione storica

Un’altra bellissima fallacia logica! Le prime due righe fanno riferimento a quella definita “falsa causa“: dato l’asserto A (il liberismo aspira ad abbattere il limite politico statale) e l’asserto B (precedente affermazione circa la santificazione del transgender), che godono – in maniera implicita nel ragionamento di Fusaro – di contemporaneità temporale, ecco allora che c’è una correlazione fra A e B, anzi una causalità A → B. Ma chi l’ha detto? Chi l’avrebbe dimostrato? In che maniera il liberismo sarebbe causa, sul “côté” sessuale, della transessualità? La formulazione retorica del Filosofo, come vedete, la dà per scontata, non la pone in discussione ma la asserisce costituendo, con ciò un a priori determinante. Attenzione che gli a priori uccidono sul nascere qualunque argomentazione: la religione, per esempio, costruisce impalcature argomentative tutte sostenute dall’aprioristica credenza in Dio (non sto discutendo l’esistenza di dio che, in quanto concetto trascendente, ovviamente è esonerato dalle logiche inferenziali umane, segnalo solo che senza l’a priori dell’esistenza di dio, tutte le conseguenze, inferno e paradiso, colpa e giudizio, etc. non avrebbero più senso), il razzismo si sostiene sull’idea aprioristica (non discussa, non argomentata e dimostrata, data come certezza ab ovo) dell’inferiorità di altre razze. L’a priori di Fusaro riguarda il nesso fra neoliberismo e tolleranza (anzi: santificazione) del gender.

(Nota mia: è ugualmente biasimevole l’uso di termini stranieri che i più non capiscono, sia da parte di Fusaro che di Bezzicante che lo critica. Per la stessa ragione non riproduco l’interessante illustrazione piena di testo, tutto in inglese!)

Tutto, assolutamente tutto ciò che segue nel testo di Fusaro, è una ripetizione di questo medesimo asserto, semmai con gustose invenzioni linguistiche:

Nel quadro del fiorire delle nuove categorie promosse dai gender studies, ove il transgender si pone come variante sessuale del migrante e il queer del precario (sempre testo 1).

O con citazioni completamente fuori luogo come Justine di De Sade:

Quello animante l’ideologia gender come teoria sessuale corrispondente alla precarizzazione delle identità coincide, dunque, con il sogno di De Sade, espresso nelle pagine della Nouvelle Justine (1797): “L’impossibilité d’outrager la nature est, selon moi, le plus grand supplice de l’homme”. In tale sogno si riflette il nichilismo della forma merce, con la sua segreta teleologia della violazione di tutto ciò che può essere violato e dell’oltrepassamento di ogni misura.

Ammesso che capiate il lessico inutilmente complicato del Filosofo, la citazione di Sade è fuori luogo e contraddittoria. A parte il piccolo errore di Fusaro nell’edizione del volume, Justine è una disperata e comica critica al moralismo borghese dell’epoca, alla religione anche “laica” di Voltaire, e al convenzionalismo imperante. Nulla a che fare col tema trattato di Fusaro ma, principalmente, è una citazione fuori luogo perché se fosse vera la tesi che è il neoliberismo la causa di tutto, non si capisce come De Sade possa essere pertinente essendo vissuto alla fine del diciottesimo secolo e avendo scritto – semmai criticando – contro la morale borghese, non neoliberista. Anche questo, comunque, è un vecchio trucco: come scrive Bauman, la filosofia moderna è più liquefatta che liquida e dobbiamo tenercela così com’è. Che poi Bauman abbia veramente scritto esattamente questa frase oppure no, in forma pertinente a quanto sto affermando o no, è lasciato alla cultura enciclopedica dei lettori e alla loro voglia imperiosa di andarsi a leggere Bauman e suoi esegeti.

Al Fusaro non sono piaciuti i commenti (lo capisco, alla sua età ero anch’io piuttosto permaloso) ed è tornato sull’argomento col testo 2. Dopo averne fatta una questione di Stato (non ho letto tutte le critiche, solo alcune e piuttosto civili, in ogni caso: chi scrive su un blog ne paga sempre lo scotto e non sta a lamentarsi), dopo una lunga lamentazione iniziale, il Filosofo cerca di argomentare e cade malamente sulla buccia dell’analisi storica chiedendosi (retoricamente, s’intende):

perché il capitalismo negli anni Cinquanta osannava la figura del padre di famiglia (spesso autoritario e maschilista) e oggi invece il nuovo modello diventa quello del transgender? Cosa è capitato? A quali mutamenti è andato incontro il quadro complessivo dei rapporti di forza e delle super-strutture del blocco storico capitalistico?

Fermo restando (come detto sopra) che non trovo da nessuna parte un “modello transgender”, e che è errato basare l’analisi su tali presupposti, è proprio l’analisi storica che mostra molteplici forme di sessualità e di relazioni affettive, e di famiglia, scorrendo i secoli e i luoghi (ne ho parlato da poco QUI). Queste forme di sessualità, che sono una sottospecie di relazione sociale, non sono necessariamente legate all’organizzazione economica, come sembra sostenere il Fusaro. Economia, relazioni sociali, linguaggio, arte etc. sono sottoinsiemi culturali strettamente legati fra loro e interdipendenti, e non soggiacciono imperativamente all’assetto economico, come un marxismo ingenuo può indurre a credere. La complessità delle relazioni fra quelli che ho sbrigativamente definito ‘sottoinsiemi’, che nel Marx originario costituivano la “sovrastruttura”, non subiscono passivamente la forza deterministica della “struttura” (economica) e, fra i due piani, esistono intense relazioni e retroazioni. Un tema che esorbita dall’oggetto di questo post e per il quale l’analisi storico-antropologica offre materiale empirico, concetti e testimonianze. Quindi è proprio l’analisi storica, che il Fusaro dichiara ma non sviluppa, che ci consente di dubitare delle sue tesi.

E che tesi sarebbero, al fin della tenzone? Queste:

La mia tesi è che nell’orizzonte globalistico della neutralizzazione del diritto alle differenze, si inscrive anche l’ideologia planetaria che oggi mira a cancellare la distinzione naturale tra maschio e femmina per imporre il nuovo profilo dell’individuo unisex che si determina secondo la sua volontà assoluta. Tale ideologia, espressione coerente della passione del medesimo, del neutro e dell’indifferenziato propria della mondializzazione, promette la liberazione degli individui e, in verità, promuove la loro integrale sussunzione sotto le leggi del capitale. Aspira a creare un nuovo modello umano unisex, infinitamente manipolabile, perché privo di un’identità che non sia quella di volta in volta stabilita dalla sfera della circolazione. (testo 2)

Ora: ammesso e non concesso che dopo tre riletture abbiate capito (bisogna avere pazienza, i veri filosofi parlano forbito), tutto si riduce a sostenere che l’ideologia transgender – presunta dominante (“ideologia planetaria”) – sia un imbroglio che spaccia libertà individuale per sussumere gli individui “sotto le leggi del capitale”, infinitamente manipolabili. C’è da spaventarsi. I transgender, che ci circondano a legioni senza che ce ne accorgiamo, sono i pupazzi del nuovo ordine mondialista e, posso supporre, ci minacciano. In che modo, con quale meccanismo, perché mai…? Non è dato sapere, un po’ come le scie chimiche, che nessuno è in grado di dire cosa siano ma sono sicuramente parte di un progetto malvagio. Il Nostro si fa ancor più del male chiarendo:

Prima il soggetto ideale del capitalismo autoritario e borghese era il padre di famiglia autoritario e repressivo. Ora diventa l’individuo transgender. Non più capitalismo disciplinare e repressivo, ma capitalismo dell’abbattimento di ogni limite e di ogni norma. Tutto diventa possibile per l’individuo, a patto che questi possa permetterselo economicamente

Ora è tutto chiaro: l’autoritario padre di famiglia dei tempi andati era funzionale alla borghesia perché si poteva permettere di essere repressivo gratuitamente. Invece l’individuo transgender è funzionale al neoliberismo contemporaneo perché abbatte ogni limite ma solo se può permetterselo. Questo brano è talmente pieno di contraddizioni logiche col pensiero fusariano che, ormai stanco, lascio a voi il piacere di proseguire l’analisi.

In conclusione: bene Fusaro che, comunque alimenta dibattito su temi importanti (ma non se la prenda se viene criticato, che diamine! Se non gli piace la critica sopprima il suo narcisismo e smetta di tenere un blog!). Ma attenzione, cari hicrhodusiani, al difficile e continuo esercizio critico. Se le dichiarazioni palesemente false sono facili da smascherare, assai più arduo è comprendere discorsi, semmai di fonte ritenuta autorevole, minate da figure retoriche e fallacie sottili che non è agevole riconoscere.

Che i post di Fusaro siano (legittime) sue opinioni assolutamente prive di riscontri, e per ciò stesse di alcun valore pratico (al di là dell’interesse di un lettore per il pensiero fusariano, ovvio) e, anzi, (attenzione!) sottilmente dogmatiche, permeate di ideologismo sui concetti giusti e sbagliati di famiglia e sessualità, su quelli di borghesia, capitalismo, neoliberismo, su quelli di libertà e diritto eccetera, ecco, tutto questo può sfuggire anche se finisce coll’essere, invece, l’argomento centrale.

Il tema vero è la proiezione di un insieme di asserti, ritenuti veri dall’autore, verso un pubblico che può esserne in parte suggestionato solo perché si perde nella ragnatela di un linguaggio circolare, solo apparentemente logico, dove fra una citazione e – “sul côté” linguistico – l’uso di parole difficili, falsi sillogismi e contorcimenti mentali si comprende solo la dichiarazione iniziale (in questo caso: la teoria del gender è male) e la si immagazzina come vera, o quanto meno plausibile, credibile, meritevole di fiducia, tanto più perché detta dal Filosofo.

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Marx e l’omofobia

in e-mail il 24 Febbraio 2016 dc:

Marx e l’omofobia

È da poco trascorso (sotto silenzio) un anniversario storico estremamente importante: il 21 febbraio 1848 venne pubblicata a Londra la prima edizione del “Manifesto del Partito Comunista” di Karl Marx e Friedrich Engels.

Attuale più che mai. Oggi, in molti invocano il ritorno della Vecchia Talpa: “E quando la rivoluzione avrà condotto a termine questa seconda metà del suo lavoro preparatorio, l’Europa balzerà dal suo seggio e griderà: ben scavato, vecchia talpa!”. Colgo l’occasione per avanzare alcune riflessioni personali.

Il pensiero di Marx non esprime un dogma inviolabile, il vecchio barbuto di Treviri non aveva mica ragione su tutto. Altrimenti si rischia di farne un feticcio, arrecando un grave torto allo stesso Karl. Come fanno coloro che usano Marx come più gli fa comodo. Mi spiego meglio. Ad esempio, risulta che Marx fosse omofobo. Ma è normale. Era una persona dell’Ottocento.

In oltre un secolo e mezzo, la cosiddetta “morale” (anche quella borghese) è profondamente mutata. La concezione morale è uno degli aspetti più relativi, soggettivi e mutevoli di una società. La morale cambia secondo il costume (o malcostume) del tempo. Oggi i gay non si possono più additare con disprezzo o mettere alla berlina, come faceva (giusto per indicare un esempio) il PCI negli anni Cinquanta, con atteggiamenti di bigottismo ipocrita. Siffatto moralismo di segno vetero-stalinista appare fuori tempo massimo. In sostanza, temo convenga essere relativisti, anziché moralisti.

A dirla tutta, gli omofobi sono omosessuali repressi o latenti, secondo una teoria di Freud. Un dato è certo: l’omosessualità è una questione resa oramai neutrale, come il femminismo, da parte di un sistema che ingloba ed assimila tutto, omologa ogni istanza, disinnescando il carattere eversivo, di classe, di vertenze che potrebbero detonare fermenti rivoluzionari.

Inoltre, sfatiamo una favola metropolitana secondo cui Adolf Hitler sarebbe stato un omofilo ed avrebbe esaltato l’omosessualità. Basti vedere chi furono sterminati nei lager nazisti, oltre ad ebrei, slavi, zingari, comunisti, anarchici, disabili. Si potrebbe insistere con richiami storici alle antiche civiltà, in particolare al mondo greco-romano, laddove l’omosessualità e la bisessualità erano comportamenti non solo ammessi e tollerati dalla “morale” del tempo, bensì talmente diffusi da costituire la “normalità”. Non a caso, un novero assai vasto di celebri figure dell’antichità classica erano notoriamente gay o bisessuali: Socrate, Giulio Cesare, Achille e Patroclo, Alessandro Magno, gli imperatori Nerone e Adriano e numerosi altri ancora.

Mi pare che taluni abbiano le idee confuse. Accostare l’omosessualità ed il femminismo all’ideologia della morte e del decadentismo borghese non ha senso. Anche l’aborto, il diritto inalienabile ad abortire, non è comparabile ad un’ideologia decadente. Al contrario, si tratta di una conquista di civiltà e di progresso. Il controllo delle nascite è una politica estremamente sensata e pragmatica. Un semi-Stato socialista, ovverossia proletario, avrebbe il dovere di pianificare una seria politica rivolta al controllo demografico.

Inoltre, un buon comunista si schiera sempre dalla parte di chi soffre una discriminazione sociale. Come affermava “Che” Guevara. E l’omofobia indica precisamente una forma di oppressione o discriminazione sociale. Per cui vorrei spendere qualche parola a proposito del vetero-moralismo bigotto del PCI, rammentando l’ostracismo e l’ostilità che soffrì Pasolini, disprezzato ed emarginato a destra e manca. La morale è un dato relativo e mutevole, che varia secondo i costumi del momento. Marx ed Engels non avevano ragione su tutto. Altrimenti si corre il rischio di essere dogmatici.

Per contro, Rosa Luxemburg era assai più all’avanguardia dei succitati vecchietti e dello stesso Lenin. Né bisogna dimenticare Clara Zetkin, amica intima di Rosa. Due straordinarie figure femminili che forniscono dei fulgidi esempi di intelligenza, coraggio, coerenza, integrità morale ed intellettuale.

Lucio Garofalo