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Luride zampe

In e-mail da Democrazia Atea il 12 Agosto 2018 dc:

Luride zampe

Ancora una volta la Chiesa Cattolica argentina mette le sue luride zampe sull’autodeterminazione delle donne.

Non abbiamo dimenticato le responsabilità della Chiesa Cattolica argentina all’epoca della dittatura di Videla, quando i prelati di Buenos Aires non si limitavano ad andare a braccetto con la giunta sanguinaria ma erano pronti ad assolvere dalle loro responsabilità i militari della Marina che gettavano in mare dagli aerei giovani civili innocenti, dopo averli torturati.

Né abbiamo dimenticato che i prelati argentini sono stati accusati di aver presenziato compiacenti alle torture dell’ESMA, e che la diocesi, di cui faceva parte anche il caro Bergoglio, non ha mai pronunciato parole di condanna contro la dittatura, ma è sempre stata in prima fila a pronunciare parole di condanna contro le donne che abortivano.

Non abbiamo dimenticato che il metodo di gettare in mare i giovani torturati, legati ad una pietra, è stato rivendicato dallo stesso vescovo di Buenos Aires che ha auspicato di applicarlo al Ministro della Salute il quale aveva manifestato una apertura verso la doverosa legalizzazione dell’aborto.

Dunque questi soggetti che hanno approvato torture ed esecuzioni, che hanno spalleggiato compiacenti la dittatura, sono gli stessi che si oppongono all’aborto.

Questi soggetti hanno determinato una ennesima frattura nella società influenzando la decisione del Senato argentino che ha respinto la legge sulla legalizzazione della interruzione volontaria di gravidanza.

A credere che il concepito abbia “diritti” e che sia già “vita” sono rimaste due categorie di persone: la casta dei pedofili clericali e gli imbecilli.

Carla Corsetti Segretario nazionale di Democrazia Atea e membro del coordinamento nazionale di Potere al Popolo

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Perle di sterco

In e-mail da Democrazia Atea il 10 Giugno 2018 dc:

Perle di sterco

“Ognuno può credere nel dio che vuole non è un problema di confessione religiosa, basta che quel dio parli al tuo cuore e alla tua anima e non mi imponga un modo di vivere incompatibile con i nostri diritti e le nostre libertà perché se per quel dio la donna vale meno dell’uomo non è il mio dio”.

Queste le parole pronunciate da Salvini durante un comizio.

Nelle sue intenzioni c’era ovviamente un attacco alla religione islamica ma, come gli è capitato in altre circostanze, senza esserne minimamente consapevole, pensa di poter richiamare il Principio di Laicità, che nemmeno conosce, solo per usarlo contro un’altra religione.

Non sa che nella sua religione cattolica la donna deve essere sottomessa all’uomo.

Non sa che nei testi sui quali giura ci sono parole infamanti e criminali contro le donne.

Non sa che i cosiddetti Padri della Chiesa negano alla donna ogni autonomia decisionale.

Non sa che la religione cattolica che professa si è organizzata affidando ad una gerarchia di soli maschi ogni rappresentanza e “mediazione trascendente” e che le donne sono escluse dalle cariche religiose.

Finge di non sapere che la religione che lui professa vorrebbe negare tutte le libertà della donna, dall’aborto alla sessualità consapevole, dal matrimonio alla genitorialità tra persone dello stesso sesso, cercando di imporre “un modo di vivere incompatibile con i nostri diritti e le nostre libertà”.

Salvini poi ha detto che ad alcune femministe, quelle che non incontrano i suoi gusti, il burqa starebbe anche bene, perché secondo lui, quando l’aspetto esteriore di una donna non incontra il compiacimento del maschio, la donna dovrebbe coprirsi.

Ciò che è grave, però, è che la pessima uscita di Salvini ha trovato un pubblico compiacente, perché è stata accompagnata dalle risate idiote delle donne che erano con lui sul palco, e dagli applausi di quelle sotto il palco.

I sistemi prostitutivi di Arcore avevano veicolato nella società una idea estesa di mercificazione della donna, tanto degradante quanto disumana.

Oggi quella mentalità si declina nel disprezzo per quelle donne che, per il loro aspetto, non incontrano i gusti sessuali del Ministro dell’interno.

Dobbiamo ringraziare il M5S se ha consentito che si istituzionalizzassero queste perle di sterco.

http://www.democrazia-atea.it

Marx e l’omofobia

in e-mail il 24 Febbraio 2016 dc:

Marx e l’omofobia

È da poco trascorso (sotto silenzio) un anniversario storico estremamente importante: il 21 febbraio 1848 venne pubblicata a Londra la prima edizione del “Manifesto del Partito Comunista” di Karl Marx e Friedrich Engels.

Attuale più che mai. Oggi, in molti invocano il ritorno della Vecchia Talpa: “E quando la rivoluzione avrà condotto a termine questa seconda metà del suo lavoro preparatorio, l’Europa balzerà dal suo seggio e griderà: ben scavato, vecchia talpa!”. Colgo l’occasione per avanzare alcune riflessioni personali.

Il pensiero di Marx non esprime un dogma inviolabile, il vecchio barbuto di Treviri non aveva mica ragione su tutto. Altrimenti si rischia di farne un feticcio, arrecando un grave torto allo stesso Karl. Come fanno coloro che usano Marx come più gli fa comodo. Mi spiego meglio. Ad esempio, risulta che Marx fosse omofobo. Ma è normale. Era una persona dell’Ottocento.

In oltre un secolo e mezzo, la cosiddetta “morale” (anche quella borghese) è profondamente mutata. La concezione morale è uno degli aspetti più relativi, soggettivi e mutevoli di una società. La morale cambia secondo il costume (o malcostume) del tempo. Oggi i gay non si possono più additare con disprezzo o mettere alla berlina, come faceva (giusto per indicare un esempio) il PCI negli anni Cinquanta, con atteggiamenti di bigottismo ipocrita. Siffatto moralismo di segno vetero-stalinista appare fuori tempo massimo. In sostanza, temo convenga essere relativisti, anziché moralisti.

A dirla tutta, gli omofobi sono omosessuali repressi o latenti, secondo una teoria di Freud. Un dato è certo: l’omosessualità è una questione resa oramai neutrale, come il femminismo, da parte di un sistema che ingloba ed assimila tutto, omologa ogni istanza, disinnescando il carattere eversivo, di classe, di vertenze che potrebbero detonare fermenti rivoluzionari.

Inoltre, sfatiamo una favola metropolitana secondo cui Adolf Hitler sarebbe stato un omofilo ed avrebbe esaltato l’omosessualità. Basti vedere chi furono sterminati nei lager nazisti, oltre ad ebrei, slavi, zingari, comunisti, anarchici, disabili. Si potrebbe insistere con richiami storici alle antiche civiltà, in particolare al mondo greco-romano, laddove l’omosessualità e la bisessualità erano comportamenti non solo ammessi e tollerati dalla “morale” del tempo, bensì talmente diffusi da costituire la “normalità”. Non a caso, un novero assai vasto di celebri figure dell’antichità classica erano notoriamente gay o bisessuali: Socrate, Giulio Cesare, Achille e Patroclo, Alessandro Magno, gli imperatori Nerone e Adriano e numerosi altri ancora.

Mi pare che taluni abbiano le idee confuse. Accostare l’omosessualità ed il femminismo all’ideologia della morte e del decadentismo borghese non ha senso. Anche l’aborto, il diritto inalienabile ad abortire, non è comparabile ad un’ideologia decadente. Al contrario, si tratta di una conquista di civiltà e di progresso. Il controllo delle nascite è una politica estremamente sensata e pragmatica. Un semi-Stato socialista, ovverossia proletario, avrebbe il dovere di pianificare una seria politica rivolta al controllo demografico.

Inoltre, un buon comunista si schiera sempre dalla parte di chi soffre una discriminazione sociale. Come affermava “Che” Guevara. E l’omofobia indica precisamente una forma di oppressione o discriminazione sociale. Per cui vorrei spendere qualche parola a proposito del vetero-moralismo bigotto del PCI, rammentando l’ostracismo e l’ostilità che soffrì Pasolini, disprezzato ed emarginato a destra e manca. La morale è un dato relativo e mutevole, che varia secondo i costumi del momento. Marx ed Engels non avevano ragione su tutto. Altrimenti si corre il rischio di essere dogmatici.

Per contro, Rosa Luxemburg era assai più all’avanguardia dei succitati vecchietti e dello stesso Lenin. Né bisogna dimenticare Clara Zetkin, amica intima di Rosa. Due straordinarie figure femminili che forniscono dei fulgidi esempi di intelligenza, coraggio, coerenza, integrità morale ed intellettuale.

Lucio Garofalo

 

Baruffe in sacrestia

da Dino Erna il 19 Febbraio 2016 dc:

Baruffe in sacrestia

Unioni civili e sacralità della famiglia

L’attuale dibattito parlamentare sulle unioni civili, per quanto acceso, maschera lo spirito conservatore di entrambi i contendenti. Nessuno mette un dubbio la sacralità della famiglia.  La differenza verte tra:

– la visione tradizionalista, legata al modello di famiglia che ha il suo pilastro nella Chiesa cattolica romana;

– la visione laicista che, proponendo una modello di famiglia flessibile, prende atto dei mutamenti intercorsi nelle relazioni sentimentali.

In realtà, con questa soluzione, i laicisti cercano solo di salvare un’istitu-zione superata e di fatto inesistente. Oggi, in Italia, la famiglia sta vivendo uno stato di profonda crisi ancor più incancrenito da lacci e lacciuoli che sono frutto della connivenza tra preti e governo. A ben vedere, la famiglia resta in vita solo grazie a iniezioni di vitamine ideologiche (ovvero palle), con l’unico scopo di supplire alle carenze di un welfare state sempre più anemico, dandogli un contributo essenziale con la cosiddetta «sussidiarietà», tanto cara ai cattolici.

Prendere atto di questa situazione, vorrebbe dire mettere in discussione il presupposto della famiglia: la proprietà privata, ovvero il sacro fondamento della società borghese. E questo è un tabù neppure da sfiorare a livello di ipotesi utopica. Questione che affronterò appena mi sarà possibile, tornando al vecchio Marx.

Ora, mi soffermo su controversie assai più terra terra, cercando di capire come mai la faccenda si sia impantanata in una bega tanto meschina e retriva.

Una tradizione familista e bigotta

È chiara la natura reazionaria del fronte avverso alle unioni civili. Meno chiara è la natura sagrestana del fronte favorevole che ha il suo pilastro nel Partito Democratico, un partito che ha ereditato quanto di peggio c’era in fatto di inciuci (trasformismo) nel fu Partito comunista italiano di Palmiro Togliatti e nella fu Democrazia cristiana di Alcide De Gasperi. Neppure a farlo apposta, la promotrice della legge, Monica Cirinnà, proviene da un’altra parrocchia, laicista (gli ex verdi dell’ex laicista Francesco Rutelli).

Anche i bambini sanno che la Democrazia cristiana di Alcide De Gasperi era legata a filo doppio al Vaticano. Mentre molti adulti (ingenui) pensano che il Partito comunista italiano di Palmiro Togliatti fosse un partito laicista e progressista, moderatamente, ben inteso. Errore!

Sono molti i fattori che contribuirono a spingere i nazional-comunisti nelle braccia del familismo più retrivo. In primis, il «partito nuovo» di Togliatti accolse cani e porci, dagli ex fascisti ai cattocomunisti, tutta gente quindi poco sensibile, se non contraria, a una visione laicista della famiglia.

Ma c’è di peggio. Il Migliore, come veniva chiamato Togliatti dai suoi fidi, pensava di essere un fine politico, un furbacchione … E molti lo considerano tale ancor oggi. Nella tattica dell’unità nazionale, il governo con la DC, volle essere più realista del re, per tenere in piedi una situazione del tutto contingente e precaria, come i fatti dimostrarono. Pensava che votando l’articolo 7 della Costituzione (il Concordato) si potesse assicurare una lunga permanenza al governo. Era il 25 marzo 1947. Dopo due mesi, 1° giugno 1947, De Gasperi scaricò Pci e Psi. E il Pci fu relegato all’opposizione (convection ad exludendum), da cui non ne uscì più, nonostante le avances del «compromesso storico» lanciate da Enrico Berlinguer a metà degli anni Settanta.

Trasformismo di corto respiro

Il Migliore pensava che fosse una momentanea battuta d’arresto. E non volle rimuovere le radici della cultura familista che, ormai, erano state piantate in profondità, grazie anche al contributo della sua consorte morganatica la mai abbastanza deprecata Leonilde Iotti. Quando sorse la possibilità di introdurre il divorzio,  sulla rivista teorica del partito, «Rinascita», la Nilde scriveva:

«Riguardo all’indissolubilità del matrimonio, consideriamo inopportuno porla in discussione, soprattutto per le considerazioni già svolte circa la necessità del rafforzamento dell’istituto familiare».

All’imperante familismo di marca cattolica il fu comunista Umberto Terracini cercò di apportare un po’ di salsa classista. In un comizio, di fronte agli operai di Terni, sostenne che il divorzio era «roba da ricchi», un lusso borghese non destinato ai proletari.

Dalle dichiarazioni ufficiali il veleno familista veniva iniettato nei sentimenti popolari con una stile ipocrita, degno di «Famiglia Cristiana» di quegli anni. Ci pensavano «Vie Nuove», il settimanale popolare, voce ufficiosa del partito, diretto da Luigi Longo, e «Noi donne», giornale dell’Unione donne italiane, emanazione del Pci. Alla rubrica Scrivete di voi a Michela, una lettrice di Catanzaro scriveva che il marito la tradiva e chiedeva: «Come posso fare? Cercarmi anch’io un altro legame o restare fedele a mio marito?» Ed ecco la risposta:

«Sii gentile con tuo marito, preparagli sem-pre una buona cucina, non fargli mancare gli abiti puliti e stirati, fargli sapere che intendi svolgere un’attività qualsiasi per sentirti occupata, mostrati intelligente, e comprensiva. Sono sicura che i rapporti con tuo marito miglioreranno».

È un esempio tra i tanti di un clima che pervadeva non solo i militanti ma anche molti intellettuali più o meno vicini al Pci, poeti e scrittori come Alfonso Gatto e Renata Viganò cadevano nella medesima retorica da sacrestia.

Ancor più rigide erano le chiusure riguardo all’aborto. Il riferimento era la gioiosa vita sovietica, regolata da una normativa non altrettanto «gioiosa», sorvolando che, all’indomani della Rivoluzione dell’ottobre 1917, era stata varata una legislazione assai avanzata in tema di divorzio, aborto e, in generale, di uguaglianza tra i sessi, favorendo le donne.

I panni sporchi si lavano in famiglia

La strisciante pruderie piccolo borghese dell’élite nazionalcomunista non escludeva l’aborto per salvare le apparenze. Quando fu eletta all’Assemblea Costituente (2 giugno 1946) Teresa Mattei era in attesa di un figlio il cui padre era già coniugato. A questo proposito Teresa ricorda:

«Togliatti voleva farmi abortire per timore dello scandalo, ma quel figlio io lo volevo … Dissi a Togliatti “Le ragazze madri in Parlamento non sono rappresentate, dunque le rappresento io”».

Decisione coraggiosa che però non avrebbe scalfito l’ipocrisia bacchettona del Pci, di cui abbiamo icastiche descrizioni nelle pagine di Guido Morselli e di Ermanno Rea.

Ci sarebbe anche da ridere. Purtroppo la crociata contro divorzio e aborto avrebbe aggravato ancor di più le tragedie familiari causate dal grande flusso migratorio che colpì il Mezzogiorno d’Italia a metà degli anni Cinquanta. Ma anche di fronte a questo disastro, la nomenclatura nazional comunista restò cieca e sorda.

Finalmente, nel 1966, il divorzio venne introdotto anche in Italia, per iniziativa del liberale Antonio Baslini e del socialista Loris Fortuna, sull’onda della campagna sostenuta dal Partito Radicale e dal settimanale scandalistico «Abc».

Cautela, prudenza, sempre un passo indietro

E quando, nel 1974, i clerico-fascisti cercarono di abrogare la legge il Pci di Berlinguer scelse la cautela, non volendo turbare le prime avances del compromesso storico con la DC, e senza neppure intuire quando bolliva nella società italiana. Il movimento contro l’abrogazione, con iniziative in gran parte spontanee, affrontò preti e squadristi, riportando un netto successo che sfiorò il 60% dei voti. DC e Pci restarono di palta.

I tempi erano più che maturi anche per una legge che consentisse l’aborto. Dopo un po’ di turbolenze, e qualche compromesso, entrò in vigore nel 1978.

Da allora molta acqua è passata sotto i ponti ma in Italia i tempi del diritto e della politica si sono fermati in Vaticano. I laicisti d’antan si son fatti vecchi e timorosi del buon dio. Mentre l’Irlanda, una volta roccaforte dell’oscurantismo clericale, grazie al referendum del 22 maggio 2015 è il primo Paese al mondo a introdurre nella Costituzione il matrimonio tra persone dello stesso sesso. In Italia c’è poco da stare allegri.

Col background clerical-trasformista cui ho accennato ci ritroviamo con le anime belle che, millantando «casi di coscienza», calano le braghe favorendo compromessi deteriori con le lobbies dell’assistenza clerical-privatistica, dal nido al hospice

Dino Erba, Milano 18 febbraio 2015.

194, prove di sharia cattolica

194, prove di sharia cattolica Libero Pensiero n.ro 68 Giugno 2014 dc

La guerra alle donne

La guerra alle donne, di Camilla Baresani, giugno 2012 dc

Rai papista? Protestiamo

martedì 13 aprile 2010 dc sul quotidiano Metro, pagina 14 “lettere e opinioni”, rubrica “Opinione” di Mariano Sabatini, e sul sito http://www.metronews.it (qui la rubrica si chiama “L’opinione”….)

Rai papista? Protestiamo

Viviamo una profonda contrapposizione tra società civile e Chiesa. E se è vero come è vero che il Papa è uomo tra gli uomini, dovrebbe essere naturale potersi esprimere – anche duramente – sulle scelte politiche della Chiesa, sulle malversazioni e i crimini dei suoi prìncipi-cardinali-vescovi-eccetera. Ci sembra invece di essere stati cooptati nel festival del doppiopesismo, in cui una Rai papista si è nominata giudice supremo: allontana i vaticanisti meno asserviti, radia uno scrittore polemico, sovrabbonda (come tutta la tv) di preti catodici schiumanti risentimento contro le famiglie di fatto, l’aborto, l’omosessualità che sarebbe contro natura perché non finalizzata alla procreazione.

Cecchi Paone ha fatto notare dalla D’Urso ad un talebano in clergyman che anche il sacerdozio non è finalizzato alla procreazione…. Dello stesso parere la novantenne Tullia Zevi, già presidente delle comunità ebraiche, che si interroga sul senso del celibato dei preti, terreno di coltura delle perversioni. Ci piacerebbe vivere in una nazione diversa, dove se un cardinale si permette di orientare il voto alla vigilia delle elezioni regionali, un ateo o un cattolico critico possano sentirsi liberi di manifestare dissenso, possano spazzar via l’oscurantismo medievale che vorrebbe impedirci di  assumere una pillola abortiva, altrove da anni facilmente disponibile. Tutto questo non è affatto scontato, ahimè. Prima di progettare l’espatrio, proviamo ad alzare la voce.

L’articolo è ovviamente condivisibile, del tutto ributtante l’unico commento che finora compare sul sito a nome di Vincenzo

Jàdawin di Atheia