Archivi tag: oppressione della donna

Perle di sterco

In e-mail da Democrazia Atea il 10 Giugno 2018 dc:

Perle di sterco

“Ognuno può credere nel dio che vuole non è un problema di confessione religiosa, basta che quel dio parli al tuo cuore e alla tua anima e non mi imponga un modo di vivere incompatibile con i nostri diritti e le nostre libertà perché se per quel dio la donna vale meno dell’uomo non è il mio dio”.

Queste le parole pronunciate da Salvini durante un comizio.

Nelle sue intenzioni c’era ovviamente un attacco alla religione islamica ma, come gli è capitato in altre circostanze, senza esserne minimamente consapevole, pensa di poter richiamare il Principio di Laicità, che nemmeno conosce, solo per usarlo contro un’altra religione.

Non sa che nella sua religione cattolica la donna deve essere sottomessa all’uomo.

Non sa che nei testi sui quali giura ci sono parole infamanti e criminali contro le donne.

Non sa che i cosiddetti Padri della Chiesa negano alla donna ogni autonomia decisionale.

Non sa che la religione cattolica che professa si è organizzata affidando ad una gerarchia di soli maschi ogni rappresentanza e “mediazione trascendente” e che le donne sono escluse dalle cariche religiose.

Finge di non sapere che la religione che lui professa vorrebbe negare tutte le libertà della donna, dall’aborto alla sessualità consapevole, dal matrimonio alla genitorialità tra persone dello stesso sesso, cercando di imporre “un modo di vivere incompatibile con i nostri diritti e le nostre libertà”.

Salvini poi ha detto che ad alcune femministe, quelle che non incontrano i suoi gusti, il burqa starebbe anche bene, perché secondo lui, quando l’aspetto esteriore di una donna non incontra il compiacimento del maschio, la donna dovrebbe coprirsi.

Ciò che è grave, però, è che la pessima uscita di Salvini ha trovato un pubblico compiacente, perché è stata accompagnata dalle risate idiote delle donne che erano con lui sul palco, e dagli applausi di quelle sotto il palco.

I sistemi prostitutivi di Arcore avevano veicolato nella società una idea estesa di mercificazione della donna, tanto degradante quanto disumana.

Oggi quella mentalità si declina nel disprezzo per quelle donne che, per il loro aspetto, non incontrano i gusti sessuali del Ministro dell’interno.

Dobbiamo ringraziare il M5S se ha consentito che si istituzionalizzassero queste perle di sterco.

http://www.democrazia-atea.it

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La famiglia innaturale (e gli equivoci del relativismo)

Da Hic Rhodus 24 Febbraio 2017 dc:

La famiglia innaturale (e gli equivoci del relativismo)

di Bezzicante

In questo post intendo precisare concetti importanti che ho trattato molte volte in maniera troppo essenziale (tutto sommato questo è solo un blog!). Prima di tutto parlerò di famiglia “naturale”, un concetto sciocco e sbagliato di cui si riempie la bocca la destra ottusa e la religione dogmatica. E probabilmente moltissimi altri semplicemente poco informati e radicati in pre-concetti senza basi scientifiche assunti come a priori per tradizione, comodità, artificio retorico e via discorrendo. Dovrò poi precisare qualcosa sul relativismo culturale, per ragioni che diverranno chiare leggendo. Il mio punto di vista è piuttosto noto ai lettori di HR per averlo esposto non poche volte:

Sulla famiglia rimando a La morte della famiglia, dove confrontavo la morale familiare della dottrina cattolica con la realtà sociologica che mostra famiglie problematiche, separate o addirittura violente (ora invece assumeremo una prospettiva antropologica che là mancava).

Del relativismo, oltre a utilizzarne il concetto qua e là, ho parlato specificatamente in Verità e relativismo a partire sostanzialmente dall’impossibilità di stabilire una verità assoluta. Il ‘relativismo’ era quindi inteso in forma minore, limitata, come antagonista positiva di una verità pretesa ma raggiunta solo come forzatura. Ora invece chiarirò meglio il concetto mostrandone dei necessari vincoli.

Perché abbia scritto un post unico dove trattare due questioni così importanti nasce casualmente dal coincidere di due fatti:

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Vi prego di non considerare il merito della questione posta dalla commentatrice, non ha importanza se siete d’accordo o no sulla questione figli; mi ha colpito l’accusa di relativismo cieco, di relativismo demagogico, che potrebbe finire coll’accettare qualunque cosa, anche sbagliata. Sbagliata; da che punto di vista? Ecco il nesso fra tutte le questioni poste fin qui a premessa: accetto qualunque forma di famiglia perché non esiste quella “naturale”, ma condanno l’infibulazione perché violentemente contraria ai principi della società in cui vivo. C’è una (apparente) contraddizione, e la devo sciogliere.

Partiamo dall’aggettivo naturale riferito alla famiglia. |Naturale| ha varie sfumature di significato, da “secondo natura” (chiamiamolo significato duro) a “spontaneo, non affettato” (significato morbido). Ebbene l’idea di una famiglia naturale di un uomo più una donna che hanno figli non ha giustificazione in alcuno dei due significati estremi segnalati. Neppure il primo, che può apparire il più ovvio e indiscutibile, per la semplice ragione che la famiglia è un concetto sociale, e non biologico. Ovvio quindi che per riprodursi serva lo spermatozoo maschile e l’ovulo femminile, come in tutti i mammiferi (e non solo) alla cui classe appartiene anche l’umanità, ma questo fatto biologico ha conseguenze sociali differenti nelle varie specie e, nell’uomo, differenze sociali e culturali differenti nel tempo e nello spazio. I lupi sono solitamente monogami per tutta la vita come molti altri animali di classi differenti; ma sono minoranze perché nel regno animale è assai più diffusa la poligamia, generalmente maschile ma a volte anche femminile (fonte). Alla natura non importa un fico secco degli eventuali drammi sentimentali degli individui di ciascuna specie; le interessa che siano messe in atto strategie riproduttive efficaci, che sono diverse a secondo delle abilità delle specie, delle condizioni naturali in cui vivono, dei vincoli biologici che hanno. La strategia riproduttiva della specie umana è simile a quella dei lupi: vivere in branco, accoppiarsi e dividersi il lavoro sociale: la donna partorisce, ha scarsa mobilità e quindi raccoglie cibo e alleva piccoli animali; l’uomo difende la femmina e la prole e va a caccia. Il gruppo si sostiene e difende i suoi membri.

Questa è la parte “naturale”, oltre la quale, e anzi sopra la quale, si sono eretti millenni di cultura, che è ciò che ci differenzia dalle altre specie (anche se elementi rudimentali che si potrebbero definire culturali sono stati registrati in alcuni mammiferi superiori). Il fatto di accoppiarsi per riprodursi non costituisce una “famiglia” ma risponde solo a necessità biologiche. Tant’è vero che ci sono molte ipotesi su cosa e come sia accaduto che da pura ricerca della femmina per copulare e riprodursi, la specie umana degli albori sia giunta a costruire un’elaborata sovrastruttura culturale, quindi simbolica, che nel caso in questione riguarda le parentele, inclusi i suoi obblighi e divieti (per esempio il divieto dell’incesto), mentre in altri ambiti riguarda religione, arte, linguaggio, manifattura e miriadi di altri comportamenti, ciascuno dei quali soggetto a norme, credenze, riti. Prendete il lemma ‘famiglia’ nell’Enciclopedia Treccani e vedrete che la definizione recita:

Istituzione fondamentale in ogni società umana, attraverso la quale la società stessa si riproduce e perpetua, sia sul piano biologico, sia su quello culturale. Le funzioni proprie della f. comprendono il soddisfacimento degli istinti sessuali e dell’affettività, la procreazione, l’allevamento, l’educazione e la socializzazione dei figli, la produzione e il consumo dei beni. Tuttavia, malgrado la sua universalità, la f. assume nei diversi contesti sociali e culturali una straordinaria varietà di forme, sì da rendere problematico individuare un tratto distintivo che la caratterizzi in ogni circostanza [evidenze mie].

Il fatto che la famiglia intesa come uomo + donna + loro figli sia la più diffusa ha ovviamente un significato non trascurabile, ma tale significato affonda nella storia dell’evoluzione della specie umana, nelle strategie relazionali e riproduttive che abbiamo in comune coi lupi (ma se volete cercare un’ipotesi antropologica estremamente più sofisticata e suggestiva leggete Il tabù dell’incesto di Fabio Ceccarelli; qualche vecchia copia si trova ancora on line, vi garantisco che non vi pentirete dell’acquisto). È solo il livello simbolico dell’uomo culturale che dà, a un certo punto, un significato alle relazioni di parentela, e quindi a quella relazione primaria che chiamiamo famiglia, organizzandola in forma assai differente da luogo a luogo, come racconta sommariamente anche Vincenzo Matera nell’articolo menzionato e linkato all’inizio di questo post.

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Come relativista – e ci avviamo al secondo argomento – sostengo che non c’è una famiglia superiore all’altra, che qualcuna è giusta e altre sbagliate. Tutte le bizzarre varianti citate da Matera sono parimenti “naturali” quanto la nostra o meglio, per essere chiari: tutte innaturali (= non secondo natura) ma piuttosto culturali e quindi sociali. In questo senso per me sono tutte accettabili nel loro contesto; non mi sognerei di fare come i missionari dell’Ottocento che obbligavano i selvaggi a coprire le vergogne, sposarsi cristianamente e vivere infelici. La conseguenza del mio ragionamento è che, evidentemente, ogni persona maggiorenne può accoppiarsi con chi crede, nei modi che reputa più soddisfacenti, adempiendo riti propiziatori oppure no. Tradotto: se (uomo) volete sposatevi in bianco con la vostra compagna di scuola va bene, se preferite sposatevi in nero col vostro compagno, oppure convivete, oppure restate single e cercate molteplicità di rapporti o altro ancora, va bene lo stesso, fate quello che vi pare perché l’amore è essenziale ma non codificabile. E che esistano leggi che impediscano questa completa libertà (fra adulti) mi sembra profondamente sbagliato.

Perché allora non sono altrettanto relativista con l’infibulazione? Anche qui si tratta di cultura e certamente posso essere relativista sotto il profilo della comprensione antropologica; vale a dire che posso dare un’interpretazione di questo meccanismo, capirne la funzione locale. Ma proprio questo tentativo di comprensione mi porta a vedere violenza, sopraffazione, intimidazione, sottomissione di genere. Non vedo amore. Non vedo necessità sociali se non quelle del dominio maschile e della paura verso la femmina e il suo corpo (di questa paura ho scritto QUI). Qui il relativismo si deve fermare per dare luogo a una scelta: o qualunque valore è lecito (la violenza dell’infibulazione perché in quei posti si fa da secoli, ma anche allora la violenza della pedofilia perché si è sempre praticata, ma anche l’uccisione di eretici perché, si capisce, ognuno ha diritto di dare risposta al proprio dio…) o qualche valore non lo è. Non lo è per noi, e in quel momento in cui lo concepiamo segnaliamo una differenza e, implicitamente, una superiorità. Ebbene sì. Una superiorità c’è fra chi ha cercato di salire sulla pianta della tolleranza e chi è rimasto nella savana della violenza. L’Occidente, con mille difficoltà e tuttora in maniera incerta, è incamminata nel sentiero dell’inclusione e dell’uguaglianza; abbiamo combattuto e siamo morti per secoli per arrivare agli incerti e parziali risultati di oggi, e un lungo cammino ancora ci attende. Ma, per esempio, il corpo non va violato; il minore non va torturato e abusato; le donne non devono subire violenza e cattività; lo straniero non deve essere considerato nemico; il povero e il malato vanno soccorsi; le opinioni vanno rispettate… L’infibulazione – che posso capire come studioso – è da combattere come cittadini liberi che vogliono garantire la libertà altrui dalla violenza. Ma allora anche il niqab (velo integrale) e il burkini stridono coi valori occidentali. Non feriscono il corpo, e moltissime musulmane dichiarano di indossarli per loro scelta, ma ci sono moltissime ragioni per credere che non sia così e molti autori musulmani non radicali che possono spiegare come il velo integrale sia esattamente una forma di costrizione, che diviene fatto culturale diffuso, utilizzato come strategia radicale e quindi da combattere (ne scrive molto e con competenza Sherif El Sebaie su Panorama e nel suo profilo Facebook).

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Il relativismo intelligente, in conclusione, dice a tutto ciò che riguarda comportamenti individuali o di gruppo consenzienti, liberi, che non danneggiano fisicamente, economicamente, socialmente e psicologicamente nessuna persona: vestirsi come a ciascuno pare, credere o non credere in una qualsiasi trascendenza, mangiare carne o essere vegani, far l’amore in tutti i modi e forme possibili, farsi seppellire dal prete o farsi cremare, decidere di porre fine alla propria vita se si vuole, cacciare e poetare. Il nostro relativismo arretra invece verso ogni violenza e sopraffazione specie e soprattutto se collettivamente sostenuta da ideologie, credenze, religioni che tendono ad annichilire la ragione critica, trasformando la violenza in tradizione, in volere di dio, in imposizione sociale.

Nota mia: vestirsi come a ciascuno pare proprio no, perché il velo, ad esempio, in tutte le sue fogge e varianti, cristiane o islamiche o indù, è chiaramente oppressione della donna in quanto concepita come immonda, peccatrice e tentatrice. No, caro Bezzicante, tutto il tuo ragionamento di cui sopra, condivisibile, si infrange proprio qui. E se poi vogliamo continuare, c’è il berretto girato, la cresta sulla testa, i tatuaggi dappertutto, le calze corte rifiutate ma sostituite dal fantasmino purchè non si veda: tutte forme di moda e di stupidità (e i due aspetti sono, spesso, equivalenti)

Jàdawin di Atheia

Femminicidi, l’orrore della lapidazione 

Sorgente: Femminicidi, l’orrore della lapidazione 

Da http://www.osservatorioafghanistan.org/ 10 Novembre 2015 dc

La guerra alle donne

La guerra alle donne, di Camilla Baresani, giugno 2012 dc

Quando la famiglia uccide le donne

da Cronache Laiche 8 ottobre 2012 dc:

Quando la famiglia uccide le donne

di Belinda Malaspina

Il femminicidio è un crimine. Ma è anche un problema sociale e culturale, frutto dell’imposizione di un solo modello di convivenza considerato più lecito di altri.

Secondo dati del Telefono Rosa, le donne uccise in Italia dall’inizio dell’anno, confermando un pericoloso trend, sono a oggi 98, la stragrande maggioranza delle quali cadute per mano del partner.

Praticamente un giorno sì e uno no, una donna perde la vita in casa propria, talvolta sotto gli occhi dei figli, spesso dopo un litigio con il compagno/marito/amante. Insomma un uomo. Una violenza sorprendente per un motivo principale: perché maturata in famiglia. La famosa famiglia di cui tanto si parla: quella tradizionale costituita da un uomo, una donna e dei bambini, un focolare che ai nostri tempi ha preso a bruciare un po’ troppo.

La famiglia del terzo millennio vira su cupi toni splatter ed è tutto un fiorire di presepi impazziti, di mulini bianchi travolti dalla furia omicida, di padri che ritornano padroni della vita altrui. E della propria: molti di essi, dopo o di fronte all’efferato femminicidio, cercano e talora trovano la morte anche per se stessi.

Queste famiglie dark, devastate dalla violenza, ci interpellano come zombie che ritornano a mettere in discussione i buoni e bei discorsi che le gerarchie ecclesiastiche vanno facendo sulla solidità dei legami eterosessuali e del nucleo famigliare tradizionale, ormai ridotto a un colabrodo sotto gli occhi foderati di prosciutto di chi non vuole vedere.
Un fenomeno inquietante.

Ma ciò che inquieta di più è l’ottusità di chi continua a evocare la famiglia tradizionale come contrapposizione benefica e morigerata all’imperante leggerezza di costumi della società contemporanea, popolata di genitori omosessuali, di uomini e donne che prima di mettere al mondo un figlio considerano altri fattori oltre a quello, mi si passi il termine, vaticano, e di coppie di conviventi per amore e non per forza che oggi, piaccia o no, rimangono evidentemente più protette dalla escalation di violenza domestica che colpisce le brave famiglie all’antica.

Non ha senso invocare, come fa la Mussolini, «condanne esemplari». Prima bisogna togliere l’affettato di cui sopra dagli occhi di chi non vuol vedere il fallimento della famiglia a tutti i costi.

La contraccezione

12 Maggio 2012 dc

La contraccezione

LA CONTRACCEZIONE

La contraccezione in Italia ha percentuali da terzo mondo. Il 50% delle donne italiane non utilizza contraccettivi.

La contraccezione d’emergenza ha dati allarmanti anche perché non trova risposta nella sanità: nell’81% dei casi i medici si rifiutano di prescrivere “la pillola del giorno dopo” e invocano la “clausola di coscienza”.

E’ indecente sapere che la privatizzazione della sanità pubblica italiana si è, di fatto, trasformata in una sanità cattolica.

Quasi la totalità degli amministratori hanno abbandonato i progetti di risanamento degli ospedali pubblici esistenti per finanziare ospedali privati cattolici.

Sono queste decisioni che tolgono ogni speranza di affermazione e di tutela della laicità in Italia.
Continuiamo ad assistere allo spettacolo impietoso di formazioni politiche asservite agli interessi affaristici delle organizzazioni cattoliche.

In questi ospedali di stampo religioso tutti i ginecologi sono obiettori di coscienza, non viene prescritta la pillola abortiva, viene negata l’assistenza sanitaria alle donne che decideranno di interrompere la gravidanza e non sarà prescritta la pillola del giorno dopo.

Mi chiedo: perché i medici che hanno problemi a conciliare la professione con la loro religione si specializzano in ginecologia?

Perché non si specializzano in oculistica o in ortopedia?

Democrazia Atea non accetta che l’obiezione di coscienza possa costituire un limite alla libertà di coscienza, soprattutto nella sanità.

Carla Corsetti
Segretario nazionale di Democrazia Atea
http://www.democrazia-atea.it

Rassegna CISDA all’Oberdan

In e-mail il 17 Aprile 2011 dc:

Rassegna CISDA all’Oberdan

Il CISDA Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afgane ha organizzato una rassegna di film

“UNA SOTTILE STRISCIA DI FUTURO LE DONNE AFGHANE RACCONTANO”

Rassegna di film e documentari inediti sulle donne afghane che si terrà presso la

Cineteca Oberdan di Milano V.le Vittorio Veneto 2 angolo P.zza Oberdan

da giovedì 28 aprile a domenica 1 maggio

PROGRAMMA

GIOVEDI’ 28 APRILE ore 21

Sguardo da un granello di sabbia
(M. Nanji, 80’) ingl. e dari sott. it.

VENERDI’ 29 APRILE ore 19

Una speranza per l’Afghanistan

(I. Pound, 16’) ingl. e dari sott. it.

Nemici della felicità

(E. Mulvad, 58’) ingl. e dari sott. it.

SABATO 30 APRILE ore 17

Viaggio a Kandahar

(M. Makhmalbaf, 85’)

DOMENICA 1 MAGGIO ore 19

Ripensando l’Afghanistan

(R. Greenwald, 12’) ingl. e dari sott. it.

Boccioli di rabbia. Dieci giorni con RAWA

(M. Guberti, 53’) ingl. dari sott. it.