Ateoagnosticismo


Ateoagnosticismo

In questa pagina ho inserito alcuni sostanziosi contributi “teorici” su ateismo e agnosticismo. Tutti sono invitati a partecipare.


Maggio 2008 dc: rendo disponibile, sotto Licenza Creative Commons la cui spiegazione è nel testo, il libro di Fritz Mautner L’ateismo e la sua storia in occidente, qui in formato .pdf mauthner-storia-ateismo-1


Ho ricevuto in e-mail dall’autore Daniele Burgio, nel Luglio 2015 dc, questo scritto, che pubblico pur non trovandomi d’accordo con esso: le religioni, tutte e senza eccezioni, sono il cancro dell’umanità, a prescindere da avvenimenti e situazioni nelle quali alcuni dei loro seguaci possano essere stati, più o meno consapevolmente, “di sinistra”, “rivoluzionari”, “comunisti”:

Ratzinger o fra Dolcino?

L’effetto di sdoppiamento nelle religioni occidentali

PREFAZIONE

Gesù di Nazareth, il “primo socialista”.

Le comunità politico-religiose degli esseni e di Qumran, basate entrambe su un modo di vita e di produzione collettivistico.

Amos e Isaia, profeti “rossi” dell’Antico Testamento.

Fra Dolcino e T. Muntzer, rivoluzionari comunisti e cristiani.

Le organizzazioni “eretiche” cristiane, dagli eroici marcioniti agli anabattisti rivoluzionari della Comune di Munster, con la loro scelta di campo allo stesso tempo comunista e religiosa.

I cristiani per il socialismo, il cristiano-marxista Chavez, Boff e la teologia della liberazione, il socialismo indigeno di Evo Morales, ecc.

Pratiche plurimillenarie e proteiformi, concrete ed innegabili, su cui il materialismo storico “classico” si è confrontato e rapportato solo di sfuggita e con un certo imbarazzo, mentre invece esse richiedono sia un processo accurato di analisi che un criterio generale d’interpretazione e di comprensione, in grado di spiegare perché – a determinate condizioni – la religione si sia potuta e si possa tuttora trasformare in positiva, liberatoria e sovversiva “anfetamina dei popoli”.

Anche Engels, nella sua  notevole opera “La guerra dei contadini in Germania”, riconobbe che l’azione del religioso, credente  cristiano e rivoluzionario Thomas Muntzer era ispirato da principi- guida che come minimo si avvicinavano al comunismo, ma purtroppo da tale fatto innegabile, indiscutibile e testardo non derivò le necessarie conseguenze teoriche.

Risulta ormai necessario modificare una parte consistente dell’ormai consolidata analisi marxista sulla pratica religiosa, presa nella globalità: del resto “il vero è l’intero”, rilevava  Hegel nella sua geniale “Fenomenologia dello Spirito”.1

Riteniamo ancora valido il nucleo fondamentale della valutazione espressa dal marxismo “classico” sia rispetto alla genesi della religione, da intendersi come il prodotto dell’azione umana (l’uomo ha creato le divinità, e non viceversa), che soprattutto per quanto riguarda la funzione concreta di “oppio dei popoli” svolta via via dalla religione in una sua particolare versione, quella fornita dagli apparati ecclesiastici collegati strettamente al potere politico e agli organi statali, a partire dalla teocrazia sumera (3700 a.C.) fino ad arrivare all’attuale gerarchia vaticana.

Ma il nucleo non è tutto, e se già nell’introduzione alla sua “Critica della filosofia del diritto di Hegel”  Marx scrisse giustamente che “l’uomo crea la religione e non la religione l’uomo”, rilevando anche che la religione “è l’oppio dei popoli”, aggiunse anche che essa rappresenta “l’espressione della miseria effettiva e la protesta contro questa miseria effettiva”, e cioè il “sospiro della creatura  oppressa”.

Oppio dei popoli, e allo stesso tempo “protesta contro la miseria”: una polarità di opposti molto interessante, ma poco studiata e compresa.

Della tradizionale concezione materialista rispetto alla religione molto bisogna conservare, a nostro avviso, ma quasi altrettanto bisogna modificare: per tanto si propongono quattordici tesi generali su questo tema, che formano l’ossatura fondamentale di questo libro.

1 Nella sua accezione più ampia, le concezioni e le pratiche umane religiose esistono ormai da almeno centomila anni ed a partire dal comunismo primitivo del medio paleolitico, molto prima cioè della comparsa delle società di classe; esse inoltre sussistevano dopo il 1917 e si riproducono tuttora nel socialismo industriale/post-industriale, e continueranno a riprodursi con tutta probabilità anche nel futuro comunismo sviluppato (“a ciascuno secondo i suoi bisogni”), almeno per un lungo periodo.

L’organo principale del partito comunista cinese, Il Quotidiano del Popolo, a questo proposito ha notato lucidamente nel giugno 2011 che la “religione può anche esistere per un lungo periodo all’interno di una società socialista”, invitando inoltre i marxisti cinesi a rispettare e riconoscere “tale esistenza oggettiva” della pratica religiosa.2

2 Come fenomeno di massa, la ragione della vitalità passata, presente e futura della pratica religiosa è che essa risponde nella sua matrice originaria (parzialmente modificatasi nel corso degli ultimi 100.000 anni) ad un bisogno collettivo e profondo del genere umano, quella di dare un senso e una risposta al problema della morte. A nostro avviso nel futuro la religione scomparirà  come fenomeno di massa solo se gli esseri umani riusciranno a diventare potenzialmente immortali, con la creazione di una super-genetica e di un processo di autotrasformazione oggi quasi inimmaginabile.

3 Le prime divinità create dall’uomo, a partire almeno da 30.000 anni fa, furono di natura femminile e risultarono perfettamente compatibili con i rapporti di produzione  collettivistici, egemoni nel medio paleolitico: la religione connessa alla divinità nacque pertanto “rossa” (sul piano sociopolitico) e donna, mantenendo tale matrice per più di 20.000 anni.

4 La pratica religiosa rimase una “bella signora in rosso” anche durante gran parte del periodo neolitico e calcolitico (9000-3900 a.C.), segnato dalla nascita dell’agricoltura, allevamento, artigianato specializzato, dei primi centri urbani e della fusione del rame: le religioni del neolitico rimasero quasi sempre di matrice femminile (Gerico, Catal Hujuk, Ubaid, ecc) e perfettamente inserite/compatibili con rapporti di produzione collettivistici, ancora dominanti nella netta maggioranza delle società umane di quella lunga fase storica.

5 Tuttavia, proprio nel periodo neolitico-calcolitico, tra le popolazioni nomado-pastorizie si affermò una diversa forma di religione, patriarcale-classista, basata principalmente su divinità maschili e sul culto della violenza, compatibile a sua volta con nuove società protoclassiste fondate sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Dopo il 9000 a.C., la religione si “sdoppiò” come sottoprodotto di notevole peso dell’effetto di sdoppiamento, su cui  si ritornerà in seguito.

6 Anche dopo la progressiva affermazione della società classista, prima in Eurasia ed in seguito nel resto del pianeta, i testi sacri delle principali religioni mondiali sorte dopo il 1000 a.C. rimasero “sdoppiati” al loro interno. Essi infatti contenevano una parte, più o meno centrale a seconda dei casi, di matrice classista (o interpretabile facilmente in tal senso) e tesa a difendere i rapporti di produzione classisti vigenti ed egemoni nelle loro zone di origine, ma allo stesso tempo anche un’altra ed alternativa sezione, che sosteneva invece la giustizia sociale ed era impregnata di un’ostilità più o meno aperto verso i ricchi, manifestando simultaneamente una preferenza per relazioni di produzione/distribuzione fraterne, cooperative e di tipo collettivistico.

Come aveva notato giustamente Ernst Bloch, “la Bibbia è insieme “il testo dei sacerdoti e di quelli che si sono sempre opposti a loro”, mentre l’insofferenza (“mormorazione”)  contro ogni schiavitù e oppressione è il filo rosso segreto che l’attraversa tutta, nonostante le manipolazioni e le contraffazioni”.

Nel 1968 il grande Ernst Bloch, nel suo splendido libro intitolato “Ateismo nel cristianesimo”, sottolineò il “mormorare” sovversivo ed anticlassista contenuto in molti passi della Bibbia, contrapposti a tanti altri in cui in essa invece si “scodinzola” e si esaltano le strutture classiste, le guerre e la violenza, notando che “nella Bibbia si trovano già adombrate due tipologie: c’è la plasticità di chi non fa altro che scodinzolare verso l’alto e c’è, invece la fierezza di chi recalcitra sotto il pungolo quasi sapesse che esso non ha ragion d’essere e tanto meno di continuare ad essere, senza dubbio il mormorare può anche risultare arrogante e stupido, ma in ogni caso è sempre più umano dello scodinzolare. E tanto più spesso tale mormorazione ha avuto ragione dell’impulso, tanto meno stupida è risultata di quanto non possa essere gradita ai signori”.3

7 Proprio la parte “rossa” e filocollettivistica dei testi sacri ha costituito la fonte di legittimazione principale, dal 1000 a.C. fino ai nostri giorni, per tutta una serie variegata di eresie e di movimenti politico-sociali scontratisi via via in Occidente (e non solo) con i rapporti di produzione/distribuzione (e politici) classisti, dominanti ed egemoni in gran parte del globo durante gli ultimi millenni di storia del genere umano.

Abbastanza frequentemente, negli ultimi tremila anni e fino al nostro terzo millennio (Hugo Chavez, Evo Morales, ecc), la religione ed il messaggio religioso dei testi sacri –utilizzato in modo selettivo – ha costituito “l’anfetamina dei popoli” ed una fonte carsica di ribellione collettiva contro le ingiustizie sociali e politiche, tipiche delle società classiste.

8 Tutta una serie di organizzazioni di matrice religiosa, anche dopo il 3700 a.C., ha via via creato delle comunità socioproduttive alternative, al cui interno vigevano principalmente dei rapporti di produzione/distribuzione collettivistici (nazirei/esseni, prime comunità benedettine, comune di Tabor nella zona ceca del 1420-1430, comunità anabattiste in Europa e Stati Uniti, ecc.): una “linea rossa” collocata agli antipodi del processo di accumulazione di ricchezze (ivi compresi schiavi e servi della gleba) portato in prima persona avanti negli ultimi millenni dalle religioni dominanti nelle società classiste.

9 Gli apparati burocratico-religiosi ed i vertici politico-religiosi delle principali organizzazioni ecclesiastiche occidentali, a partire dal Vaticano e dalla gerarchia cattolica dopo il 311-313 d.C., hanno a loro volta utilizzato in modo mirato i loro testi sacri selezionandone e utilizzandone essenzialmente la parte “nera” e filoclassista, e mettendo invece sotto silenzio la parte “sovversiva”, per sostenere più o meno direttamente i rapporti di produzione classisti (asiatici o schiavistici, feudali o capitalistici) e le ricchezze/proprietà via via accumulate anche dalla casta religiosa nelle società di classe. Trasformando pertanto la religione nell’“oppio dei popoli” descritto da Marx, in modo assolutamente corretto rispetto ad una particolare forma storica di pratica religiosa, risultata egemone in Occidente durante gli ultimi millenni.

10 L’interconnessione e la lotta tra la “linea nera”  e quella “rossa” ha costituito un segmento significativo dell’esperienza religiosa in terra occidentale, sia sul piano culturale che sotto l’aspetto pratico (roghi di eretici, Inquisizione, libri proibiti, scomuniche papali, ecc).

11 Il fenomeno religioso risulta pertanto elastico e plasmabile nei suoi mutevoli rapporti con le due principali forme di relazioni socioproduttive, e cioè potenzialmente/concretamente compatibile sia con rapporti di produzione collettivistici che classisti, sia con movimenti comunisti che con forze politico-sociali filo classiste: rappresenta una sorta di “strumento multiuso”, sia nella sfera politica che in quella economico-sociale, di pratica intermodale che convive ed attraversa modi di produzione diversi (comunismo primitivo, schiavismo, ecc).

12 La religione rappresenta allo stesso tempo un elemento strutturale dell’Homo Sapiens, in quanto risponde ai suoi bisogni profondi (relazione con la morte, innanzitutto), ma anche ed allo stesso tempo una sovrastruttura, in quanto si modifica profondamente con la trasformazione delle forze produttive e dei rapporti di produzione, con l’atteggiamento espresso in materia religiosa dalle diverse classi sociali (dopo il 3700 a.C.), ecc; fa parte della sovrastruttura, ma anche della “sottostruttura umana” descritta da S. Timpanaro, come la fame e la sete. Una “sottostruttura” modificata via via dalla praxis umana, e nella quale rientra a pieno titolo anche la coscienza collettiva della morte individuale, propria ed altrui, acquisita dalla nostra specie almeno a partire dal 100.000 a.C. con l’inizio (sicuro) delle sepolture rituali dei defunti da parte di alcuni clan paleolitici.

13  Anche la storia dello scetticismo in campo religioso (ateismo/deismo/agnosticismo) dimostra come esso a sua volta si sia ugualmente “sdoppiato” e diviso al suo interno rispetto alle scelte di campo  di tipo socioproduttivo e politico.

A fianco di un egemone ateismo comunista e filocollettivistico, si è infatti riprodotto anche un ateismo classista (filo-feudale e filo-borghese) ed una forte “linea nera” all’interno del pensiero laico-scettico. Da Teodoro di Cirene (quarto secolo a.C.) fino ad arrivare a Nietzsche ed ai suoi emuli, si è sviluppata anche una particolare forma di ateismo che, più o meno apertamente, ha sostenuto i rapporti di produzione e distribuzione basati sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, affiancandosi a modo suo sotto questo aspetto decisivo all’azione filo classista  svolta parallelamente dagli apparati e vertici ecclesiastici.4

14 Seppur per motivi perfettamente comprensibili (l’ateismo dei “padri fondatori” Marx ed Engels, il giustificato disprezzo per il costoso e parassitario apparato ecclesiastico “cristiano”, l’iperlegittima ostilità per la scelta di campo filoclassista compiuta dai vertici “cristiani”, da Costantino fino ai nostri giorni, ecc.), il movimento comunista con la sua settaria e non selettiva scelta ateista ha fatto un grande regalo alla borghesia mondiale.

Prima di passare al tentativo di mostrare la validità delle “quattordici tesi”, alcune premesse indispensabili. Chi scrive sono atei non praticanti, che riconoscono l’importanza della pratica religiosa per gran parte del genere umano passato (dal 100.000 a.C., come minimo) e presente, oltre al peso e rilevanza che assume anche per gran parte degli atei la dura “contraddizione-morte”; ovviamente simpatizziamo con la “linea rossa” all’interno del fenomeno religioso a partire da Mosè della fuga degli schiavi ebrei, da Amos e Isaia fino ad arrivare alla contemporanea Teologia della Liberazione, al bolivarismo cristiano di Chavez in Venezuela e di Morales in Bolivia, ecc.

In seconda battuta va sottolineato come il “pianeta religione” sia troppo esteso per essere analizzato nel suo insieme: pertanto ci si limiterà al solo esame del solo occidente, America post-colombiana inclusa, comprendendo al suo interno l’esperienza religiosa di matrice ebraica sia per il suo indiscutibile collegamento con il mondo/pensiero cristiano che per la costante presenza di comunità ebraiche nel mondo occidentale, durante gli ultimi 2500 anni.

Per un processo di selezione inevitabile, l’esperienza religiosa via via sviluppatasi in Russia e nel Caucaso nell’ultimo millennio non verrà inserita nel presente libro, come del resto quelle (estremamente interessanti ed illuminanti) formatesi nel mondo arabo-islamico, in India e nel sub-continente cinese, in Africa e nell’America pre-colombiana: aree  geopolitiche nelle quali in ogni caso la “linea rossa” dimostrò carsicamente una notevole vitalità.

Basti pensare che uno dei grandi “veleni” della vita, secondo quasi tutte le scuole buddiste, consiste proprio nell’avidità e nella ricerca di beni materiali; oppure che Lao-Tzu, grande pensatore di quel taoismo cinese che dopo alcuni secoli aggiunse una matrice religiosa a quella originaria, di tipo filosofica, esaltò sia la condizione della pace perenne che un utopica condizione umana originaria, contraddistinta dall’assenza di stato/autorità e dall’eguaglianza totale tra tutti gli uomini.

Per quanto riguarda i criteri fondamentali utilizzabili al fine di individuare la “linea rossa” in campo religioso, essa si è rivelata nel corso degli ultimi tre millenni principalmente attraverso il bisogno di fraternità, uguaglianza e cooperazione multilaterale fra gli esseri umani, in una parola attraverso il desiderio di comunismo, quasi sempre di matrice ascetica e livellatrice, espresso sia dai principali esponenti della “linea rossa” che dall’insieme dei loro seguaci/fedeli.

Le forme di pratica socioproduttiva e/o politico-sociale che ha assunto in Occidente questo sogno collettivo di “amore ed uguaglianza” sono state molteplici e differenziate, a secondo delle diverse situazioni storiche e fasi temporali. Tra di esse le principali risultano:
l’attesa collettiva di un apocalisse divina, di un intervento liberatorio della divinità capace di distruggere l’ingiustizia sociale ed i rapporti di produzione classisti, creando parallelamente un nuovo modo di vivere e nuove, splendide e fraterne relazioni tra gli esseri umani;
il ripudio individuale/collettivo del processo di accumulazione di ricchezze, attraverso la messa in comune dei beni all’interno delle comunità religiose di appartenenza ed una scelta ascetica-egualitaria;
l’azione rivoluzionaria di massa di matrice allo stesso tempo collettivistica e religiosa (comunità di Qumran, Dolcino, ecc);
la creazione di comunità socioproduttive allo stesso tempo collettivistiche e religiose (esseni, Moravi, ecc);
la combinazione, mutevole e variegata a secondo delle condizioni storiche, delle quattro tipologie di praxis religiosa-alternativa sopra indicate.

Una “linea rossa” socioreligiosa mutevole e proteiforme, con grandi lati positivi ma non priva di seri limiti, soggettivi ed oggettivi.

Oltre all’ascetismo egualitario ed al rigetto della sessualità che la contraddistinse quasi sempre, almeno dal 1000 a.C. fino al 1880-1890, la tendenza collettivistica di matrice religiosa ha costituito quasi sempre durante i tre millenni in via di esame una forma minoritaria (molto spesso iperminoritaria, a causa delle persecuzioni a cui è andata via via incontro) sul piano quantitativo e rispetto alla globalità dei credenti nel mondo occidentale, anche comprendendo al suo interno pensatori e teologi che (come il vescovo Ambrogio di Milano, Giovanni Crisostomo, ecc) coniugarono simultaneamente, nella loro elaborazione teorica, elementi e spunti tipici sia della “linea rossa” che di quella “nera”.

In secondo luogo va sottolineato come non vi fu una seria forma di contaminazione tra marxismo e “linea rossa” religiosa. Come ha notato E. Hobsbawm, il comunismo di matrice religiosa non risulta certo una delle fonti, neanche secondarie, di ispirazione del pensiero marxiano: ma questa verità indiscutibile ed elementare va in ogni caso collegata ad un secondo e non irrilevante spunto analitico, e cioè che “i numerosi esempi storici di comunità cristiane comuniste” confermavano almeno “un’aspirazione al comunismo già esistente” (Hobsbawm) molto prima di Marx e del moderno socialismo scientifico, un bisogno collettivo noto a Marx ed Engels.

“Nemmeno i numerosi esempi storici di comunità cristiane comuniste – indipendentemente dai diversi gradi di conoscenza che di esse si aveva – possono essere indicati tra gli ispiratori delle moderne idee socialiste e comuniste. Non è chiaro in quale misura le più antiche fra esse (come i discendenti degli anabattisti del secolo XVI) fossero note ai più. E’ certo comunque che il giovane Engels, menzionando diverse comunità di questo tipo per dimostrare la praticabilità del comunismo, si limitò a esempi relativamente recenti: gli shakers (che egli considerava “le prime persone che in America e nel mondo in generale hanno fatto nascere una società sulla base della comunità dei beni”), i “rappiti” e i “separatisti”. Nella misura in cui essi erano conosciuti, confermavano soprattutto un’aspirazione al comunismo già esistente, piuttosto che essere alle origini di simili ideali”.5

Va infine rilevato come “l’effetto di sdoppiamento” via via sviluppatosi in campo religioso, all’interno dell’area occidentale e più in generale su scala planetaria, costituisca “solo” uno dei numerosi sottoprodotti e ricadute concrete della plurimillenaria dinamica socioproduttiva (e sociopolitica) sviluppatasi dopo il 9000 a.C., con la genesi concreta dell’“era del surplus” (costante ed accumulabile) apertasi dopo il 9000 a.C. in Eurasia (area siro-palestinese ed anatolica, Gerico dell’8500 a.C., ecc) e l’inizio di un mega-trend socio produttivo, che si è cercato di sintetizzare e comprendere attraverso la teoria dell’effetto di sdoppiamento.

Fermo restando che il tema è già stato sviluppato nel libro “ I rapporti di forza”, a cui si rimanda (cap. 6/7/8), qualche osservazione preliminare sullo schema teorico che sorregge questo libro.6
Secondo la concezione tradizionale ed “ortodossa” del materialismo storico rispetto alla storia universale, quest’ultima può essere paragonata ad una grande e lunga strada a senso unico, anche se composta da alcune diramazioni secondarie che in seguito si ricollegano al sentiero principale, oltre che da una serie di vicoli ciechi che vengono abbandonati, più o meno rapidamente.

In questa prospettiva storica, la “grande strada” è formata nella sua essenza da vari segmenti interconnessi, seppur ben distinti tra loro (comunismo primitivo/comunitarismo del paleolitico, nella preistoria della nostra specie; fase del modo di produzione asiatico; periodo schiavistico; fase feudale; epoca capitalistica e, infine, socialismo/comunismo), ma essa era ed è considerata tuttora un tracciato  predeterminato, almeno in ultima istanza: qualunque “viaggiatore” e società potevano/possono anche prendere delle “scorciatoie” ma alla fine, volenti o nolenti, erano /sono costretti a rientrare nel sentiero di marcia principale e nelle sue variegate, ma obbligate tappe di percorso.

In base ai dati storici allora a conoscenza di Marx ed Engels, fino al 1883-95, questa era probabilmente l’unica visione complessiva del processo di sviluppo della storia universale che poteva essere (genialmente) elaborata a quel tempo ma, proprio dopo il 1883-95, tutta una serie di nuove scoperte ed avvenimenti storici portano a preferire una diversa concezione generale della dinamica del genere umano.

Immaginiamoci una “grande strada” che, dopo un lunghissimo segmento (fase paleolitica e mesolitica) di scorrimento, si trovi di fronte improvvisamente ad un “grande bivio” e ad una gigantesca biforcazione: da tale bivio partono e si diramano due diverse ed alternative strade, che conducono a mete assai dissimili, senza alcun obbligo a priori per i “viaggiatori” (a causa del Fato/forze produttive) di scegliere l’una o l’altra.

Ma non basta. Non solo non vi è più una sola strada obbligata di percorso, ma – a determinate condizioni e pagando determinati “pedaggi”- qualunque  “viaggiatore” e qualunque società umana possono trasferirsi nell’altro tracciato, alternativo a quello selezionato in precedenza, cambiando pertanto radicalmente le proprie condizioni materiali di “viaggio” nell’autobus che stanno utilizzando con altri passeggeri: la scelta iniziale di partenza “al bivio”, giusta o sbagliata, risulta sempre reversibile in tutte e due le direzioni di marcia, in meglio o anche in peggio.

Fuor di metafora, la concezione che proponiamo ritiene che subito dopo il 9000 a.C., ben undici millenni fa nell’Eurasia del periodo neolitico, con la scoperta dell’agricoltura, allevamento e artigianato specializzato, si sia creato e riprodotto costantemente fino ai nostri giorni un “grande bivio”, da cui si sono diramate due “strade”, due linee e due tendenze socioproduttive di matrice alternativa, l’una di tipo comunitario-collettivistico e l’altra di natura classista, fondata invece sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Pertanto dopo il 9000 a.C. e fino ai nostri giorni, nell’era del surplus, non sussiste alcun determinismo storico, ma altresì un campo di potenzialità oggettive (sviluppo delle forze produttive e creazione/riproduzione ininterrotta di un plusprodotto accumulabile… l’era del surplus) su cui si possono innestare, e si innestano poi concretamente e realmente delle prassi sociali contrapposte, volte a condividere in modo fraterno mezzi di produzione/ricchezza/surplus o, viceversa, a fare in modo che essi vadano sotto il controllo e possesso di una minoranza del genere umano, in entrambi i casi con immediate ricadute anche sulla sfera politico-sociale delle diverse società.

Detto in altri termini, a parità di sviluppo qualitativo delle forze produttive e già formatisi elementi cardine quali agricoltura/allevamento/surplus costante, fin dal 9000 a.C. per arrivare ai nostri giorni era possibile che si sviluppasse sia l’egemonia di rapporti di produzione collettivistici, che quella alternativa di matrice classista: un effetto di sdoppiamento nel quale nulla era/è tuttora scritto a priori, nei libri mastri della Storia.

Situazione di “sdoppiamento”, potenziale/reale, valida nel 9000 avanti Cristo ma anche nel 2010 della nostra era, valida nell’8999 a.C., ma anche nel prossimo anno e nei prossimi decenni: uno stato di sdoppiamento ed un’alternativa radicale nei rapporti di produzione possibili e praticabili sul piano storico, che da undici millenni esclude a priori qualunque forma di determinismo storico e di metafisica basata sul “progresso inevitabile” del genere umano.

Certo, qualunque regressione ad uno stadio paleolitico basato sulla caccia/raccolta di cibo era ed è tuttora impedita proprio da quel processo di sviluppo qualitativo delle forze produttive, da quell’“era del surplus” costante/accumulabile che determina il sorgere e la riproduzione ininterrotta dell’effetto di sdoppiamento. Ma a parte questo “dettaglio” non trascurabile, negli ultimi undici millenni il corso della storia universale è diventato decisamente multilineare, composto com’è dal “bivio”e dalle due “strade” alternative in campo socioproduttivo e politico, la cui logica ed essenza più profonda risultano essere l’antideterminismo e l’emersione costante di un campo di potenzialità alternative, nel quale la pratica collettiva degli uomini del passato, presente (noi stessi…) e del futuro assume un ruolo decisivo, sotto tutti gli aspetti.7

Prima di esaminare la storia contraddittoria delle religioni formatesi via via nel mondo occidentale, dal 1000 a.C. fino ai nostri giorni, serve e diventa indispensabile aprire un processo preliminare di focalizzazione sia  sulla genesi ed evoluzione del rapporto creatosi tra genere umano e “sfera sacra” che sull’effetto di sdoppiamento.

1-G. W. F. Hegel, “Fenomenologia dello Spirito”, p. 35, ed. Einaudi
2-“Why CPC can unite religious believers”, in english.peopledaily.com.cn, 8 giugno 2011
3-E. Bloch, “Ateismo nel cristianesimo”, p. 66, ed. Feltrinelli
4-G. Minois, “Storia dell’ateismo”, pp. 45-46, Editori Riuniti
5-E. Hobsbawm, in “Storia del marxismo”, vol. primo, p. 6, ed. Einaudi
6-R. Sidoli, “I rapporti di forza”, cap. 6-7-8, in http://www.robertosidoli.net
7-C. Preve e R. Sidoli, “Logica della storia e comunismo novecentesco”,  pp. 9-10, ed. Petite Plaisance


Da Ateismo, Dizionario filosofico a cura di M. Rosenthal e P. Judin, Politliteratura, Mosca 1963: a livello teorico nulla da eccepire:

Ateismo militante

“L’ateismo cerca di chiarire le fonti e le cause della nascita e dell’esistenza delle religioni, critica le dottrine religiose dal punto di vista di una visione scientifica del mondo, spiega il ruolo della religione nella società e studia le modalità per il superamento dei pregiudizi religiosi…

L’ateismo marxista è *militante*. Esso critica la religione da ogni punto di vista e in ogni epoca storica, indicando le vie e i mezzi per la sua *sconfitta definitiva*.

L’ateismo marxista ha dimostrato che la sconfitta totale della religione è diventata possibile soltanto a seguito della distruzione delle radici sociali di questa nel corso dell’edificazione comunista”.


Dall’insospettabile sito San Tommaso D’Aquino il Doctor Angelicus http://digilander.libero.it/avemaria78/tommaso/fabro.htm  questo interessante scritto (giugno 2011 dc):

I fondamenti dell’ateismo marxista

di Cornelio Fabro

Evidentemente fra comunismo e ateismo, nella pura esigenza formale che questi due termini comportano, non c’è assoluta  solidarietà di principio: il comunismo indica un certo tipo di teoria sociale sull’acquisto e distribuzione dei beni materiali in funzione del lavoro umano; l’ateismo è l’atteggiamento che prende l’uomo circa l’ammissione di un Principio assoluto dell’universo e della storia dell’uomo. Anche storicamente si sono avuti delle forme o concezioni comuniste della vita (Platone, certe sette platonico-pitagoriche e gnostiche, alcune eresie medievali, Fourier…) nelle quali il collettivismo dei beni materiali è piuttosto richiesto da un teologismo che intende la fraternità umana in Dio nel suo significato più immediato di «comunità» come « comunione v integrale.

E l’ateismo d’altronde è stato più spesso, come il materialismo che ne è la più frequente matrice, la filosofìa degli aristocratici della cultura e dei detentori della finanza: un fenomeno quindi di « saturità » o se si vuole, d’insensibilità spirituale ch’è tipicamente capitalistico. Ciò non toglie nulla alla tesi di Max Weber che il capitalismo moderno sia un prodotto del Protestantesimo ovvero della dissociazione operata dal principio della Riforma fra coscienza pratica e coscienza teoretica: prima di Max Weber lo stesso Kierkegaard aveva osservato che il proletariato moderno era una derivazione diretta della concezione protestantica della vita secondo la quale l’uomo, assicurato il suo conto con Dio con la sola fides poteva a suo agio ingolfarsi nei piaceri e negli affari di questa vita.

L’ateismo marxista ha visto in questa dissociazione di comunismo e ateismo un’incongruenza in cui sta il doloroso equivoco che proprio il principio della libertà del ceto degli sfruttati, appartenga invece agli sfruttatori, i ricchi e i padroni, i quali lasciano la religione ai paria della vita per abbrutirli nella soggezione con la minaccia d’inesistenti pene nell’altra vita o col falso miraggio di un’eterna felicità in un fantastico aldilà.

L’ateismo significa perciò, nell’ideologia marxista, non tanto la polemica diretta contro la Teologia e la Rivelazione divina quanto lo svuotamento del senso ontologico che può avere la coscienza umana come rapporto verso la trascendenza: in questo senso, e così lo intendono di solito i dottrinari del marxismo, l’ateismo marxista è l’unica conclusione logica della filosofia moderna e particolarmente dell’Idealismo trascendentale di Hegel anche se Hegel per suo conto questa conclusione non l’ha proposta ovvero l’ha accortamente mascherata (è noto che l’hegelismo fu subito accusato di ateismo!).

L’ateismo procede principalmente da due posizioni ideologiche che intaccano i due attributi fondamentali di Dio, la spiritualità e la personalità con la sua distinzione dal finito. Così il materialismo di tutti Ì tempi, dalla sua prima affermazione teoretica nell’atomismo di Democrito alle raffinate posizioni dell’Illuminismo francese, considera lo spirito come uno pseudo-concetto e chiude inesorabilmente l’esistenza umana nel cerchio della temporalità. Il panteismo si presenta invece come fautore dell’assoluto e dell’eterno e tutto riporta all’unità suprema dell’essere: ma la realtà di quest’assoluto è immanente ai suoi modi e alle sue forme o piuttosto queste svaniscono in esso.

Dio non è una Persona che viva la sua vita suprema, ma è ridotto al punto di riferimento di quell’assoluto teoretico o deontologico di cui ha bisogno la coscienza umana per affermare i suoi valori: Dio è la realtà del finito che sarebbe mera parvenza se non si rapportasse all’assoluto, ma anche l’assoluto nulla è fuori dei suoi modi o forme.

Potremmo quasi dire che nel panteismo metafisico di Spinoza, come in quello trascendentale degli Idealisti, il mondo non ha verità fuori di Dio e Dio non ha realtà fuori del mondo della natura e della storia. All’ateismo meta- fisico di Spinoza spetta d’aver operato la riduzione dell’essere nella forma d’immanenza quiescente, per cosi dire, conchiudendo dentro l’appello della soggettività cartesiana, l’aspirazione del materialismo stoico della filosofia classica.

All’ateismo dell’idealismo tedesco e specialmente hegeliano spetta d’aver resa presente tale immanenza di Dio in ogni punto e momento del finito, muovendosi coi movimenti stessi del finito (dialettica trascendentale) come risoluzione definitiva dello “io penso”. Che lo “orizzonte teoretico” dell’ateismo marxista sia da vedere nell’influenza combinata di Spinoza-Hegel, mediata dall’autocoscienza kantiana, è un punto su cui i marxisti teorici insistono di continuo e che i loro avversar! dovrebbero prendere in seria considerazione se non vogliono colpir l’aria, come spesso avviene, con le loro facili diatribe.

Una volta ch’è prospettato su questo suo sfondo storico-dottrinale, l’ateismo marxista può anche rappresentare uno sforzo di coerenza e di sincerità per uscire dall’equivoco di una situazione in cui altri si ostinano a permanere contro la logica dei principi. Così oggi non abbiamo soltanto forme di marxismo in lotta fra loro sul piano politico, benché professino l’identico materialismo storico e quindi l’ateismo dichiarato (socialismo dì sinistra come di destra, trotzkismo, ecc.), ma gli stessi partiti più direttamente impegnati ad avversare il collettivismo sociale marxista, come i partiti liberali, repubblicani… dei più vari indirizzi o ignorano o avversano direttamente la necessità del momento teologico per la situazione e la soluzione dell’essere dell’uomo.

E, bisogna riconoscere, dal punto di vista strettamente teoretico, i marxisti contro simili avversari hanno facilmente buon gioco e non sarebbe troppo esigere un po’ di coerenza dai “chierici” della cultura, fìn quando si è ancora in tempo. La lezione che il marxismo consequenziario sta dando all’umanità e la minaccia ch’esso alimenta nella vita internazionale dovrebbe aprire gli occhi sui reali motivi di un disagio che diventa sempre più insopportabile e che fa spesso sospettare se gli avversarI del marxismo non alimentino la loro opposizione dalla sfrenata cupidigia per godere in pienezza quella vita terrena di cui i marxisti affermano, almeno in linea di principio, che tutti gli uomini devono essere partecipi in virtù dell’identica comune natura.

Mi limiterò a toccare i tre momenti decisivi dell’ateismo marxista: Hegel, Feuerbach, Marx, che a un secolo di distanza rappresentano ancora i momenti cruciali del dramma che attraversiamo e da cui forse dipenderà la sorte di questo povero genere umano per molti secoli.

L’episodio più clamoroso dell’ateismo nel pensiero moderno è stata la Atheismusstreit in cui fu coinvolto lo stesso Fichte nel 1798-99 ma che fu dovuta principalmente a Karl Forberg suo amico e collaboratore del « Philosophisches Journal » che Fichte dirigeva assieme al Niethammer.

Il Forberg vi aveva pubblicato nel 1798 un ampio articolo su Lo sviluppo  del concetto di religione, nel quale, ribadendo l’impossibilità della ragion teoretica di attingere l’assoluto ontologico, presentava la sfera dei valori umani, della moralità e del dovere, come unica e concreta istanza della  “religione dell’uomo la quale perciò poteva ben dirsi una religione senza Dio”. Dell’esistenza di Dio, osserva Forberg, non abbiamo nessuna evidenza ne dall’esperienza ne dalla speculazione; l’esistenza del male, che si manifesta dovunque, mostra nel mondo la presenza del diavolo piuttosto che quella di Dio.

Cade così la “teoria del sentimento” (Jacobi) come  valore probativo dell’argomento teleologico kantiano perché allo stato attuale del mondo, sia fisico come morale, Satana non ha minor diritto alla presidenza dell’universo di quanto non ne abbia Dio! Unica fonte della religione resta allora la coscienza morale (Gesinnung) intesa come e il “desiderio del buon cuore per il trionfo del bene”, un desiderio ch’è fede o fiducia (Glaube) nell’ordine morale e che non è una mera e vuota chimera (eine blosse und leere Schimare) ma speranza implicita già nell’aspirazione per un ordine etico del cosmo. La religione pertanto altro non è che «fede nel valore della buona causa, così come la irreligione non è che disperazione per la buona causa: esiste un governo morale del mondo, ed una divinità che governa il mondo secondo leggi morali».

Questa divinità non ha affatto un senso ontologico ma soltanto deontologico, in quanto rappresenta il senso e lo scopo dell’agire umano, il punto di riferimento ideale che da senso all’attività pratica: così si è potuto giustamente vedere nella posizione del Forberg un’anticipazione della filosofia dello «Als ob» di Vahinger. Moralismo puro senza residui metafisici o, se piace, umanesimo assoluto come lo rivendicherà Feuerbach dopo l’ubriacatura dell’idealismo hegeliano. Quel che importa rilevare dall’episodio della Atheismusstreit è la disarticolazione della moralità dalla metafisica e quindi dalla teologia.

In Hegel questa scissione o incompiutezza della coscienza filosofica sembra comporsi nella superiore unità della speculazione in cui etica e metafisica, filosofia e teologia s’incontrano e si fondono nell’identico cammino e “risultato” ch’è lo Spirito. Compito della considerazione filosofica è essenzialmente quello di eliminare l’accidentale, il mero molteplice e l’accadere esteriore, per  “entrare” nell’universale, nel necessario, nell’Uno assoluto.

Quindi per Hegel la posizione di Kant va rovesciata; non solo è possibile conoscere Dio, ma la conoscenza di Dio è la sostanza stessa del sapere filosofico e corrisponde al precetto stesso della Sacra Scrittura quando ordina non solo di amare Iddio ma anche di conoscerlo. Una nozione generica di Dio, come Provvidenza del mondo, osserva Hegel, può bastare per la coscienza ingenua…: parimenti volerlo confinare a principio ordinatore della natura materiale, è relegare Dio nella sfera che meno gli è propria, quella dell’aconcettualità e restringere la ragione a ciò che non è divino, che è limitato e finito, alle bazzecole dell’empiria.

Ma l’uomo, proclama Hegel, sente anche la necessità superiore di avere una a domenica della vita in cui si elevi al di sopra delle faccende feriali, occupandosi del vero e recandoselo alla coscienza. E così se il nome di Dio non dev’essere qualcosa di vuoto, dobbiamo riconoscere che Dio è benevolo ossia comunicativo. Perché se nelle antiche concezioni dei Greci Dio è presentato come invidioso, Aristotele ha detto che i poeti mentiscono molto e che a Dio non può attribuire invidia e infatti per quanto Dio partecipi di sé, nulla può perdere come non perde una fiamma quando un’altra viene accesa da essa.

Il “medio” in cui Dio si manifesta non può essere che il pensiero: quanti hanno posto che la coscienza attinge Dio con l’intuizione e col sentimento, ovvero (secondo la terminologia hegeliana) nella sfera dell’immediatezza, abbassano Dio e la coscienza dell’uomo insieme : l’uomo infatti si eleva al di sopra dell’animale precisamente in virtù della ragione che domina il sentimento, e l’animale non ha nessuna religione. Pertanto, conclude Hegel, quando Dio si rivela a lui, lo fa essenzialmente in quanto è pensante: Dio è l’essere in sé e per sé eterno, e ciò ch’è in sé e per sé universale è oggetto del pensiero, non del sentimento, dove non può trovarsi che come risonanza e derivazione dalla ragione e sotto la vigilanza della ragione, che altrimenti si cadrebbe nella soggettività dell’arbitrio e del libito.

Ed eccoci alla dichiarazione finale che sembra uscita dalla penna di uno degli apologeti dei primi secoli del Cristianesimo: “Nella religione cristiana Dio si è rivelato, ha cioè concesso agli uomini di conoscere la sua natura in modo di non essere più qualcosa di chiuso, di segreto… E’ divenuto manifesto quel che sia la natura di Dio, Se si dice: ‘Non sappiamo nulla di Dio’… la religione cristiana diventa qualcosa di superfluo, di tardivo, di decadente. “

Nella religione cristiana si sa che cosa sia Dio… La religione cristiana è quella che ha manifestato agli uomini la natura e l’essenza di Dio. Così noi. come cristiani, sappiamo ciò ch’è Dio. Esso non è più ora una realtà sconosciuta: se continuiamo ad affermarlo, non siamo più cristiani. La religione cristiana esige umiltà, di cui già parlammo, e cioè quella che consiste nell’attingere la conoscenza di Dio non da sé, ma dalla sapienza e conoscenza divina. I cristiani sono, così, iniziati ai misteri di Dio; e in tal modo ci è data la chiave per intendere la storia del mondo.., (perché) Dio non vuole avere per figli degli animi angusti e delle teste vuote, ma esige che lo si conosca; vuole figli il cui spirito sia povero di sé ma ricco della conoscenza di lui, e i quali pongano ogni valore in tale conoscenza”.

Tutto questo sembrerebbe pacifico se Hegel non si affrettasse a precisare che l’ambito proprio per la conoscenza del divino e quindi del compimento del rapporto dell’uomo a Dio, non è propriamente la religione e la fede, ma la filosofia e la storia del mondo. La fede infatti si arresta all’immediato e non va oltre la sfera dell’intuizione da cui trae le immagini per rappresentarsi la natura di Dio, per es. che Dio è Padre, Figlio, che il Padre « genera » il Figlio, oppure che Dio si adira, che si pente…, o che all’inizio della storia umana si trova la disobbedienza del primo Uomo per avere mangiato il frutto proibito di un certo albero, ecc… Tutto questo non è che simbolo e allegoria, che resta al di qua del vero pensiero e in cui perciò l’unione con l’Assoluto è adombrata non realizzata, Hegel ne trae la conseguenza che la religione è essenzialmente legata a tali immagini, prese nella loro immediata significazione, e che perciò la religione non può costituire . lo stadio definitivo dell’umana coscienza ne la conoscenza vera della natura di Dio, ma soltanto un’immagine umbratile e approssimativa.

Soltanto la filosofia presenta la divinità nella pura forma della suprema universalità e concretezza del reale come concetto puro e identità assoluta con se stesso: si sa che nella graduazione hegeliana della vita dello Spirito la Religione occupa il posto di mezzo fra l’Arte che è direttamente legata alle immagini sensibili della realtà spazio-temporale e la pura idealità della Filosofia, perché la Religione conserva ancora la dualità in seno al reale (creatura e creatore, finito e infinito, bene e male…) ed esprime Soggetto nel medio della rappresentazione.

Nel “sistema” dell’Idealismo oggettivo di Hegel (a cui basta accennare dato lo scopo elementare della nostra disamina), il puro concetto di’ Dio ch’è oggetto della speculazione, è senz’altro il “risultato” ovvero  il termine logico della “mediazione” (Vermittlung} del pensiero.

E qui Hegel rimanda all’esposizione che nella grande Logica fa del processo della mediazione. Ridotto al nocciolo e in termini un po’ accessibili, esso si può riassumere nei punti seguenti: i) L’assoluto ovvero Dio va concepito come movimento e processo, come l’unità dinamica cioè dialettica dei contrari. 2) Questa unità è espressa dalla stessa Ragione umana in quanto essa esprime l’oggettività assoluta ovvero l’identità suprema di forma e contenuto e » risolve » in sé le sfere opposte della Natura (spazio) e dello Spinto (tempo), 3) Dio è quindi il Concetto in quanto esso è la totalità del divenire dell’essere e delle sue forme ovvero (in termini hegeliani) esso è il « risultato • della mediazione del finito, la sua positività e necessità. Quindi non meraviglia più la dichiarazione di Hegel : “A questo modo Dio è anche il finito, ed io così sono l’Infinito. Dio ritorna a sé nello Io come in quel che toglie se stesso come finito ed è Dio soltanto come questo ritorno. Senza mondo Dio non è Dio”. Mentre la Religione considera l’Assoluto ch’è Dio dal punto di vista della coscienza (e quindi come dualità nella rappresentazione), la Filosofia lo determina come l’unità assoluta dei contrari, Idea, che non si rapporta che a se stessa.

Venendo perciò a toccare in concreto l’accusa di ateismo che spesso si fa alla Filosofia, Hegel non la trova più fondata di quella di panteismo: per la prima, nella Filosofia c’è troppo poco di Dio, per la seconda ce n’è troppo assai. Egli osserva che l’accusa di ateismo presuppone una rappresentazione determinata di un Dio pieno di contenuto e dipende dal fatto che il pensiero rappresentativo non trova più nei concetti filosofici le forme peculiari alle quali esso è legato (perché esse son proprie della sfera inferiore della rappresentazione da cui la Filosofia si è invece liberata).

Perché la Filosofia esprime la verità nella sua forma assoluta in cui perciò la forma inferiore (della rappresentazione, cioè della religione) è tolta (aufgehoben) e insieme conservata nella sua verità: cioè la Filosofia può ben riconoscere le sue proprie forme nelle categorie del modo religioso di rappresentare e per tal guisa riconoscere il suo proprio contenuto e rendergli giustizia. Ma l’inverso non ha luogo (cioè nel rapporto della Religione verso la Filosofia); giacché «il modo religioso di rappresentare non applica a se stesso la critica del pensiero e non comprende se stesso, però nella sua immediatezza esclude gli altri modi».

Anche la “recente” accusa di panteismo di cui è oggetto la filosofia non sembra a Hegel più fondata, perché essa tradisce la povertà della teologia che prende per unica fonte di conoscenza il sentimento soggettivo e nega la conoscenza della natura di Dio che testa qualcosa d’indeterminato che può essere indicato in qualsiasi cosa, come nelle scimmie della religione indiana, nel bove della egiziana, ecc.

La cosiddetta a “elevazione della Filosofia al punto di vista puramente speculativo del puro Concetto”, proclamata da Hegel, è quindi soltanto apparente, perché Hegel lavora all’ombra della teologia che poi vuoi superare e così tutto svapora nel vuoto, e la natura e l’uomo; la natura, perché la sua verità e realtà sensibile è ridotta a concetto, e l’uomo, in quanto la sua realtà è pensata unicamente nella forma dell’universale storico vestito di attributi teologici.

Basta perciò demolire la sovrastruttura teologica e l’hegelismo cade sgonfiato delle sue pretese metafisiche e il suo Umanesimo “masqué” si mostra nella immediatezza dei suoi rapporti naturali e sensibili. La dialettica non è automovimento dello Spirito assoluto, ma pro-cesso d’interazione fra la coscienza umana, nella sua concretezza dei suoi fenomeni vitali e sociali, con la natura e di ogni singolo con gli altri sin. Ecco la riforma quindi della dialettica hegeliana, il ritorno dalla sfera dell’astrazione del concetto a quella della concretezza della vita.

Hegel ha constatato che ogni ente finito presenta per il pensiero un “limite” e quindi si presenta come una negatività: di qui la necessità di raggiungere una superiore positività in cui esprimere la verità per sé. Ma questo limite, osserva Feuerbach, è la stessa natura che circonda l’uomo che le metafisiche idealiste — come prima il Cristianesimo — hanno misconosciuta nella sua autentica positività. Hegel, una volta abbandonata la realtà della natura, non la può più riguadagnare e finisce nel vuoto delle astrazioni .

La filosofia hegeliana perciò, in quanto è l’espressione speculativa della  teologia cristiana, si risolve come questa in una “mitologia” e cade con essa. Perciò Feuerbach precisa: “L’essenza del Cristianesimo è l’essenza dell’uomo, ma dell’uomo che conosce la natura, la materia, i corpi, il suo corpo, soltanto come un limite, una negazione della sua essenza, e perciò nel superamento (Aufhebung) di questo limite od almeno — poiché l’uomo non si può liberare dalla natura — dalla trasformazione di questa natura che corrisponda a questo ideale… pone il suo più alto scopo e natura.

La limitatezza, la deficienza, la non-verità del Cristianesimo, anche come filosofia cristiana, è di non aver conosciuto la vera natura dell’uomo. Poiché io sono contro il Cristianesimo nella misura in cui sono per la natura dell’uomo: nego il Cristianesimo nella misura in cui affermo la natura”. Com’è che nasce allora la religione? Così: “L’esistenza e l’oggettività di Dio altro non è che la natura la quale, dopo che lì ha uccisi [gli idealisti, gli spiritualisti, i teisti…], li perseguita come ombra, come spettro, una volta che l’oggettività astratta è stata presa originariamente e essenzialmente come divinità”.

Com’è che l’uomo arriva a questo a capovolgimento (Umkehrung) di fondarsi sulla fede nell’oggettività di Dio così che la natura è ridotta a un fantasma, a uno spettro? È a causa della “separazione” (Trennung}, risponde Feuerbach, che l’uomo pone fra l’uomo e la natura, così che arriva alla concezione di un Dio disumano e di una natura disumana.

Allora “la natura, che non sia oggetto dell’uomo o della coscienza. è ora senz’altro la cosa in sé kantiana, un astratto senza realtà, ma appunto nella natura fa naufragio (scheiert) l’idealismo. La scienza ci porta, almeno nella sua situazione attuale, necessariamente ad un punto dove le condizioni dell’esistenza umana non sono ancor date, quando la natura, cioè la terra, non era ancor oggetto di un occhio o di una coscienza umana, quando la natura era un’essenza assolutamente non-umana. Ed è con l’esistenza dell’uomo che la natura prende il suo senso”. Perciò le contraddizioni non sono inerenti alla filosofia come tale, ma derivano dal primo falso passo di cercare la spiegazione della natura fuori della natura e dell’uomo, indipendentemente dalla natura.

Feuerbach poteva perciò riassumere la sua critica costruttiva alla filosofia hegeliana con la formula: La teologia è antropologia (Die Teleologie ist Anthropologie). Cioè quel che noi chiamiamo Dio non è altro che l’essenza umana divinizzata o assolutizzata e la storia delle religioni si riduce in sostanza alla storia della umanità e così abbiamo tante religioni quanti sono i popoli: ecco il primo principio. E mentre le divinità delle religioni politeistiche si fermarono al gruppo etnico ipostatizzando lo spirito nazionale, il Cristianesimo divenne cosmopolita e poté concepire Dio come l’umanità divinizzata.

Secondo principio: c’è però una realtà indipendente dall’uomo da cui l’uomo dipende, ed è la Natura. Così quel che finora si pensava dell’uomo in assoluto e si attribuiva alla religione, si riduce a antropologia e a fisiologia: l’uomo ha il suo essere, nasce, vive e muore a seconda dei suoi rapporti con la natura ovvero dei rapporti che il suo corpo può esercitare con le forze della natura. A questo mode l’antitesi di teismo-ateismo risulta priva di senso in quanto, una volta che il termine « teismo risulta  vuoto di un proprio contenuto e mera estrapolazione che l’uomo fa della sua natura, anche il termine ateismo » non può significare alcunché, se non in quanto come negazione di una negazione esprime la positività della riconquista di se stesso che l’uomo fa con la critica della religione e alla -filosofia speculativa, responsabile della estraneazione (Entusserung, Entfremdung) dell’uomo stesso- Qui già si annunzia il marxismo nel suo nucleo di  “realismo”.

Per Feuerbach questa «risoluzione della religione», questa discesa della filosofia dall’Olimpo dell’astrazione fittizia, è un atto di onestà e di sincerità contro l’ipocrisia dei “sistemi” dell’Idealismo, responsabili fra l’altro di aver snaturato la religione stessa in quel ch’essa può dire di schietto per l’uomo ingenuo.

L’essenza quindi di tali filosofie è un ateismo ancora più sopraffino del suo, ateismo ipocrita e disumano in quanto tradisce ogni legittima aspirazione di bene e felicità dell’uomo, perché l’idealismo ha posto il supremo scopo dell’uomo nella politica strappandogli ogni speranza alla felicità.

Si deve invece proclamare un Umanesimo concreto in cui l’uomo attua se stesso così che la sua vita corrisponda ai]a sua natura. Il posto dell’Idea in cui l’Idealismo hegeliano faceva svaporare il Dio della teologia è preso dalla “Natura”: è da essa unicamente che l’uomo dipende e ad essa si rapporta il “sentimento” di dipendenza a cui  le filosofie idealiste riducono la religione. Quindi:

  1. Il sentimento di dipendenza è il fondamento della religione.
  2. L’oggetto originario di questo sentimento di dipendenza è la Natura.
  3. La Natura allora è il primo oggetto della religione. Il sentimento di dipendenza, celebrato da Schleiermacher come l’essenza della religione, è pertanto l’unico vero nome e concetto universale, afferma Feuerbach, per indicare e spiegare la ragione psicologica ovvero soggettiva della religione ed in esso si riassumono tutti gli altri sentimenti.

La posizione di Feuerbach chiude il ciclo dei grandi sistemi di filosofia della religione dell’Ottocento, con la negazione dell’essenza stessa dello  “homo religiosus ” e ciò in virtù dell’antropologismo implicito nel “cogito” cartesiano e mascherato dal pensiero puro dell’Idealismo oggettivo. Ormai, conclude Feuerbach, il processo della dissoluzione del sacro è consumato: “La filosofia precedente cade nel periodo del tramonto del Cristianesimo della sua negazione del medesimo ma che voleva insieme figurare come la posizione.

La filosofia hegeliana nascondeva la negazione del Cristianesimo sotto la contraddizione di rappresentazione e pensiero: cioè lo negava mentre lo affermava, sotto la contraddizione di un Cristianesimo incipiente e uno compiuto… Il Cristianesimo in realtà è negato, negato nello spirito e nel cuore, nella scienza e nella vita, nell’arte e nell’industria: è negato in radice, senza remissione, irrevocabilmente, poiché gli uomini si sono appropriati ciò ch’è vero, umano, antisacro (das Antihelige), così che al Cristianesimo è stata tolta ogni forza di opposizione…”.

Prima la negazione del Cristianesimo era incosciente, ora è divenuta cosciente, voluta, direttamente intesa: essa apre una nuova epoca, la necessità di una nuova filosofia libera, non più cristiana ma decisamente anticristiana, La filosofia prende così il posto della religione, ma una filosofia “toto genere” diversa dalla filosofia precedente: questa era filosofia pura, non religione, senza religione, mentre la nuova filosofìa dev’essere essa la religione dell’umanità.

E perché non manchi nulla ai presupposti feuerbachiani del marxismo, il Nostro precisa subito il contenuto di questa nuova religione identica alla filosofia: “Al posto della fede c’è l’incredulità, al posto della Bibbia la Ragione, al posto della religione e della Chiesa la politica, al posto del ciclo la terra, della preghiera il lavoro, dell’inferno l’indigenza materiale e al posto del cristiano l’uomo…: la politica dev’essere la nostra religione “.

Tutto questo cambio di orientamento della coscienza dell’uomo dall’orizzonte fittizio in cui prima si muoveva al suo orizzonte reale, questa proclamazione del primato della politica (affermata del resto dalla Filosofia  del Diritto e dalla Filosofia della Storia dell’ultimo Hegel), suggerisce a Feuerbach l’espressione definitiva (ein offizielles Prizip). Nella sua formulazione negativa esso non è altro che l’Ateismo vale a dire l’abbandono di un Dio diverso dall’uomo “.

Come il Protestantesimo ha dissolto il Cattolicesimo e la filosofia idealista ha fatto svaporare il Cristianesimo protestante, così il nuovo Umanesimo ha riportato definitivamente l’uomo a se stesso al di qua di ogni mito sia teologico come speculativo: ora abbiamo quel che Feuerbach chiama lo “uomo assoluto”, ch’è l’uomo inteso come elemento operante nello Stato. Perciò l’ateismo di cui si parla è «ateismo pratico».

Marx non ha fatto mistero su quel che la fondazione teoretica del comunismo scientifico deve all’opera di Feuerbach: egli si è assunto espressamente il compito di rivendicare dal silenzio a cui l’invidia meschina di alcuni e il livore degli altri 1’avevano condannato, salvo poi a sfruttarlo sottomano: “È da Feuerbach che data la critica positiva e naturalistica. Quanto più silenziosa, tanto più sicura, profonda, vasta e duratura è l’efficacia degli scritti di Feuerbach, i soli scritti, dopo la Fenomenologia e la Logica di Hegel, in cui si contenga una vera rivoluzione teoretica”.

 È Marx, ai primi passi della sua revisione critica della dialettica hegeliana, avanza lo spunto critico contro la superficialità dei cosiddetti e teologi critici che non hanno avvertito la contraddizione di pretendere di far della teologia all’interno di un sistema come l’hegeliano che deve almeno ispirare l’esigenza dell’assoluta indipendenza della ragione: questa teologia da strapazzo non fa che esagerare il difetto di quella posizione di trascendenza metafisica che Feuerbach aveva definitivamente criticata in Hegel. La teologia, sentenzia Marx, rimane oggi come sempre il luogo putrido della filosofia la dissoluzione della filosofia, il suo processo di putrefazione e, per conto suo, s’impegna di dare alle scoperte di Feuerbach tutto l’approfondimento critico di cui esse sono suscettibili.

L’originalità di Marx, come si è visto in altra occasione, è nella dialettizzazione della realtà umana sensibile scoperta da Feuerbach, nella interpretazione dialettica del rapporto fra l’uomo e la realtà sensibile in funzione del lavoro umano: è così che il comunismo scientifico trasforma completamente il comunismo volgare (Proudhon, Fourier, St. Simon…), come lo chiama Marx in quanto esso non si preoccupa che di negare la proprietà privata e sopprime ovunque la personalità dell’uomo fino a patrocinare la comunanza delle donne, un comunismo quindi che alla fine non è altro che l’espressione conseguente della proprietà privata la quale precisamente è tale negazione.

E Marx nota con forza e non senza un certo pathos di umanità: «L’ invidia universale che si organizza in una forza, non è altro che la forma mascherata in cui si presenta l’invidia cosi da trovare la sua soddisfazione soltanto in un altro La concezione di ogni proprietà privata come tale è per lo meno rivolta contro la proprietà privata più ricca come invidia e tendenza al livellamento così che queste formano persino l’essenza della concorrenza».

Quel che Marx condanna nel comunismo rozzo è la sua concezione piatta e egoista dell’esistenza che lo pone a un livello inferiore della stessa proprietà privata dimostrando così come sia vuota e vana la sua soppressione della proprietà privata. A questo comunismo manca il concetto di uomo come a “natura generica” da cui il comunismo scientifico attinge la sua positività teoretica e l’efficacia sociale: rileva i difetti della proprietà privata ma non li supera, prospetta la reintegrazione ovvero il ritorno dell’uomo a se stesso, come superamento della autoestraneazione dell’Io umano ma senza cogliere l’essenza positiva della proprietà privata e quella stessa del bisogno umano come tale.

Il comunismo scientifico invece comporta il superamento o negazione positivo della proprietà privata intesa come autoestraneazione dell’uomo e quindi come appropriazione effettiva dell’essenza dell’uomo mediante e per l’uomo, perciò come ritorno per sé come essere sociale, ritorno completo, cosciente e attuato dentro tutta la ricchezza dello sviluppo precedente.

Questa socialità positiva in cui avviene il superamento (Aufhebung) della proprietà, è lo scopo a cui tende l’umanesimo feuerbachiano, la vera risoluzione dell’antagonismo tra la natura e l’uomo, tra l’uomo l’uomo, della lotta fra essenza e esistenza, tra l’oggettivazione e l’autoaffermazione, tra la libertà e la necessità, tra l’individuo e il genere: brevemente, è l’unica soluzione dell’enigma della storia.

La soppressione della proprietà privata non deve perciò essere un fenomeno di risentimento, ma l’espressione della riconquista dell’essere originale dell’uomo che nella proprietà privata aveva invece patito la sua “estraneazione” : questa proprietà privata, immediatamente sensibile, è la espressione materiale sensibile della vita umana estraniata. Di tale estraneazione fanno parte o ne sono la conseguenza, per Marx, la religione, la famiglia, lo Stato. Il diritto, la morale, la scienza, l’arte, ecc. Pertanto la soppressione positiva della proprietà privata in quanto appropriazione della vita umana, è perciò la soppressione positiva di ogni estraneazione, e quindi il ritorno dell’uomo, dalla religione, famiglia, Stato, ecc., alla sua esistenza umana cioè sociale.

Mentre l’estraneazione causata dalla religione si compie soltanto nella sfera dell’interiorità umana ovvero della coscienza, l’estraneazione economica riguarda la vita reale, e perciò — conclude Marx — la sua soppressione deve abbracciare ambedue i lati.

Quindi (ed eccoci al punto!) il comunismo comincia subito con l’ateismo (Owen) : soltanto che l’ateismo che non si concreta sul piano sociale resta un’astratta filantropia, inoperante. Come allora l’essere dell’uomo non è l’idealità astratta  ma si attua nella sfera della natura come sensibilità, come la sua natura è tutta nella socialità, cosi l’essenza umana della natura esiste soltanto per l’uomo sociale, perché soltanto nella società la natura esiste come vincolo per l’uomo con l’uomo.

La società è dunque l’unità essenziale, giunta al proprio compimento, dell’uomo con la natura, la vera risurrezione della natura, il naturalismo compiuto dell’uomo e l’umanesimo compiuto della natura. La dialettica astratta dell’hegelismo si fa dialettica concreta di uomo e natura, di singolo e società: soltanto così pensiero ed essere, benché in sé distinti, nello stesso tempo sono uniti l’uno all’altro. È inutile per il nostro argomento seguire il neofita Marx dei Manoscritti giovanili nella sua naturalizzazione e socializzazione dell’essere dell’uomo, mistificato dalla dialettica hegeliana e dalle precedenti metafisiche come dalle religioni.

Nella risoluzione sociale dell’essere dell’uomo svaniscono tutte le opposizioni in cui si sono dibattute le filosofie e le religioni, nate tutte dall’equivoco che l’essere dell’uomo sia un astratto (metafisica): mentre esso è nella concretezza dell’agire, nella pratica, nella socialità reale, nel lavoro umano come processo della origine stessa dell’uomo.

Non il divenire del pensiero ma il divenire .del lavoro forma l’essere dell’uomo ed è così che si spiega tutta la cosiddetta storia del mondo come il divenire della natura per l’uomo (mediante il lavoro). L’ateismo non è quindi più un atteggiamento polemico ma una constatazione della situazione dell’uomo, già trovata da Feuerbach e ora fondata nella sua genesi originaria.

L’esistenza di un Essere trascendente fuori della natura e dell’uomo è ormai inintelligibile, cade fuori di ogni posizione dell’essere: Dal momento che la essenzialità dell’uomo e della natura è diventata praticamente sensibile, in quanto l’uomo per l’uomo come esistenza della natura, e la natura per l’uomo come esistenza dell’uomo è diventato un rapporto pratico, sensibile, intuibile; il problema allora di un’essenza estranea, di una essenza superiore alla natura e all’uomo, un problema quindi che comporta l’ammissione della inessenzialità della natura e dell’uomo, è divenuto praticamente impossibile. “L’ateismo, come negazione di questa inessenzialità non ha più alcun senso, poiché l’ateismo è una negazione di Dio e pone, per via di questa negazione l’esistenza dell’uomo”.

Ma il socialismo non ha bisogno di formulazioni metafisiche, non abbisogna più di tali espedienti, di tale  mediazione, dice Marx. Esso comincia dalla coscienza teoreticamente e praticamente sensibile dell’uomo e della natura nella loro essenzialità. Non c’è più bisogno d’indugiare sulla negazione della religione. Il socialismo è un’autocoscienza positiva dell’uomo, non più mediata dalla soppressione della religione, nella stessa guisa che la vita reale è la realtà positiva dell’uomo, non più mediata dalla soppressione della proprietà privata, dal comunismo. Il comunismo è, in quanto negazione della negazione, l’affermazione, perciò è il momento reale e necessario per il prossimo svolgimento storico, dell’emancipazione della natura umana: è la struttura necessaria ed è principio animatore del prossimo futuro, ma il comunismo non è come tale lo scopo dello sviluppo dell’uomo, la forma della società umana “.

L’esegesi di quest’ultima posizione dei rapporti fra comunismo e società umana forma ancora argomento di ricerca e di opposizione fra gli stessi partiti marxisti, ma sull’ateismo come posizione di principio essi tutti (socialisti e comunisti) si accordano e nel preciso senso affermato da Feuerbach-Marx. I Manoscritti giovanili ci hanno dato la struttura teorica della negazione marxista ch’è originale in quanto scaturisce dal suo assunto di dialettismo materialistico-storico, dalla fusione cioè del naturalismo di Feuerbach (contenuto dell’essere dell’uomo) e del dialettismo di Hegel (processo di sintesi dei contrari nel divenire).


Pubblico, in sintesi, alcune statistiche dal sito dell’UAAR www.uaar.it

Religioni nel mondo

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RELIGIONI NEL MONDO

Vi sono due opinioni comuni da sfatare: che la fede sia patrimonio della quasi totalità del genere umano, e che la religione cattolica sia la religione nettamente predominante. Non è così.

Un essere umano su cinque non crede in nessuna religione: se a questi aggiungiamo i non praticanti e i praticanti non consenzienti di religioni imposte, si arriva quasi a un 50 per cento di persone che regolano la propria esistenza prescindendo da dogmi e dottrine.

Quanto alle singole credenze, la frammentazione è incredibile ed è figlia, come è facile constatare, più di particolari eredità storico-politiche che di una libera e ponderata scelta dell’individuo: valga per tutti l’esempio dell’America Latina, «fortino» della religione cattolica, prodotto della colonizzazione ispano-portoghese e della conversione forzata dei nativi.

Non esistono statistiche convergenti: la fede, contrariamente a quanto affermano i vari leader religiosi, ha una dimensione individuale e come tale non sempre facilmente identificabile. Inoltre le varie confessioni tendono a «barare» sulle cifre reali dei propri fedeli.

In questa sede diamo i dati percentuali tratti da una fonte cristiana (2001 World Christian Trends), sicuramente non sospettabile di simpatie verso atei e agnostici.

Cristiani(*) 1.999.563.838 33,0%
Musulmani(**) 1.188.242.789 19,6%
Atei e non religiosi 918.248.462 15,2%
Induisti 549.583.323 9,1%
Seguaci delle religioni cinesi 384.806.732 6,4%
Buddhisti 359.981.757 5,9%
Seguaci delle religioni etniche 228.366.515 3,8%
Seguaci delle nuove religioni 102.356.297 1,7%
Sikh 23.258.412 0,4%
Ebrei 14.434.039 0,2
Seguaci dello spiritismo 12.333.735 0,2%
Altri 273.873.101 4,5%
TOTALE 6.055.049.000 100,0%
(*)di cui:
Cattolici 1.057.328.093 17,5%
Protestanti 342.001.605 5,6%
Ortodossi 215.128.717 3,6%
Anglicani 79.649.642 1,3%
Altri 305.455.781 5,0%
(**)di cui:
Sunniti 1.002.542.801 16,3%
Sciiti 170.100.000 2,8%
Altri 15.599.988 0,2%

CATTOLICI NEL MONDO

È relativamente semplice illustrare i numeri dei cattolici sul pianeta: metà vivono nel continente americano, un quarto in Europa, un quarto nel resto del mondo.

Secondo l’annuario statistico della Chiesa i cattolici sono poco più di un miliardo, pari al 17% della popolazione mondiale: tale cifra è però assolutamente inverosimile, basata com’è sul numero dei battezzati.

In termini relativi, la nazione più cattolica è San Marino: secondo il Vaticano il 100% della sua popolazione sarebbe cattolico. In realtà già il calendario atlante De Agostini dà la percentuale nella piccola repubblica al 95 per cento: una chiara riprova di come le cifre vengano costantemente manipolate.

In termini assoluti, ecco invece la top ten (dati 1997, fonte Annuario statistico della Chiesa, da Limes 1/2000):

BRASILE                           126.944.000

MESSICO                            79.603.000

ITALIA                                56.258.000

STATI UNITI                      54.603.000

FILIPPINE                          49.492.000

FRANCIA                            47.440.000

SPAGNA                              37.770.000

POLONIA                            36.085.000

GERMANIA                        29.209.000

ARGENTINA                       29.156.000

ATEI NEL MONDO

Stimati tra i cento e i quattrocento milioni di persone, gli atei dichiarati sono ancora più difficilmente enumerabili: nessuno più che un ateo dà a questa concezione un atteggiamento individuale. Generalmente le statistiche li computano insieme agli agnostici, agli scettici, agli indifferenti, a coloro che più semplicemente non si riconoscono in nessuna religione (e in questo caso il totale può arrivare al miliardo e mezzo di persone).

Inoltre, la cifra è subordinata alla mancanza di statistiche precise riguardanti la Cina, il Paese più popoloso del mondo. Qui l’ateismo si mischia al confucianesimo e al taoismo (più sistemi etici che religioni, peraltro privi di credenze in entità soprannaturali), a loro volta contaminati da elementi buddisti.

Questo, in un Paese che già diversi secoli prima dell’avvento del comunismo era famoso per far scaturire discussioni sull’ateismo dei suoi abitanti (vedi, ad esempio, Matteo Ricci e Voltaire).

In questa sede presentiamo un’elaborazione dei dati contenuti in un’altra fonte non sospetta di simpatie per l’ateismo, ovvero i Quaderni della Chiesa che soffre – Rapporto 2002 sulla libertà religiosa nel mondo. Questa pubblicazione presenta i dati complessivi dei cristiani Paese per Paese e, laddove siano stati ritenuti significativi, anche i dati concernenti gli «agnostici» (sotto la cui denominazione sono stati evidentemente raggruppati i dati concernenti anche gli atei e i non religiosi), presentati per ben 69 nazioni.

Alcune considerazioni:

  • l’influenza del comunismo si fa sentire: 3 dei primi 5 Paesi in termini percentuali hanno ancora un regime di questo tipo
  • il crollo dei regimi comunisti in molti altri Paesi non ha però provocato un crollo della miscredenza a favore della religione, anzi: in alcuni Stati il dato è addirittura in aumento
  • l’Italia si piazza più che bene, se si considera che ha «in casa» il Vaticano. O, forse, proprio per quello!

RELIGIONI IN ITALIA

Anche per l’Italia si pone lo stesso problema di calcolo.

Secondo il Vaticano nel 1997 56.258.000 italiani erano cattolici, pari al 98% della popolazione: una percentuale da classico della fantascienza (smentita, come abbiamo visto, dalle statistiche redatte a opera di alcune sue organizzazioni).

In realtà la cifra è, come al solito, gonfiata dal metodo di calcolo della Chiesa. Secondo l’ennesima fonte cattolica (in questo caso lo studio Il fenomeno religioso oggi, pubblicato dalla Pontificia Università Urbiniana) i cattolici sarebbero meno dell’80%, seguiti da un 18% di atei.

LINK

Inseriamo a questo punto alcuni link ad alcuni siti Internet dedicati all’argomento, in modo che ognuno possa formarsi una propria opinione.

Ultimo aggiornamento: 13 gennaio 2007


Dopo le feste…un ragionamento sempre valido

Avete “santificato” il Natale?

Avete passato un buon “santo” Natale? Siete stati buoni? Avete santificato la ricorrenza? Bene, se lo avete fatto allora, per un altro anno, potete ritornare ad essere quello siete normalmente: ipocriti, pigri, violenti, rissosi, viziosi, ignoranti, calcio-dipendenti, bigotti, ignoranti della realtà ma informatissimi sulla squadra del cuore, e via di questo passo.

Potete stare tranquilli: se vi comporterete così il Paradiso è vostro! Continuate pure in questo modo e divertitevi come vi pare: questa vostra democratica, pluralista, servizievole, disponibile, multietnica, cristiana e cattolicissima società vi garantisce la vita eternama non mettetela in discussione e, soprattutto, non cambiatela!


Ricevo da Lucio Garofalo in e-mail il 7 Gennaio 2010 dc questo interessante scritto personale:

Resto ateo, grazie a dio e…a Paolo VI

Pochi giorni fa sono convolato felicemente a nozze, celebrate in chiesa con il rito misto.

Qualcuno mi ha chiesto, in modo provocatorio: “Un comunista che si sposa in chiesa?”.

Per tale ragione ritengo giusto ed opportuno esporre le mie ragioni, provando a precisare la mia posizione rispetto alla scelta compiuta. Ebbene, chiarisco immediatamente che il sottoscritto si è sposato in chiesa in qualità di ateo dichiarato.

Infatti, io e la mia consorte abbiamo deciso e concordato con il parroco la formula del rito misto, la quale prevede la possibilità di contrarre matrimonio tra membri della chiesa cattolica apostolica romana ed esponenti di diverse confessioni religiose, non cattolici oppure non credenti ed atei come il sottoscritto, che siano battezzati o meno.

In pratica il sottoscritto non ha partecipato ai vari momenti del rito cattolico, astenendosi dal recitare le preghiere e le formule di culto, astenendosi soprattutto dalla liturgia eucaristica celebrata al termine della cerimonia: ad esempio, nel pronunciare le formule tipiche del matrimonio cattolico, il sottoscritto non ha mai menzionato dio.

Per i cristiani il rito del matrimonio misto non rappresenta, sul versante della diversità religiosa, un atto impossibile. Tale soluzione matrimoniale è prevista dal diritto canonico, ma probabilmente nelle nostre zone non è stata applicata in modo frequente.

Il 31 marzo 1970 il pontefice Paolo VI scrisse “Matrimonia Mixta”, una lettera apostolica redatta in forma di “Motu Proprio”, ossia assunta di “propria iniziativa” dal papa. In questo testo sono state impartite le norme relative ai matrimoni misti. Tale lettera, altrimenti nota come Dispensa Paolina, è estremamente importante e significativa per comprendere i notevoli progressi, a tratti persino rivoluzionari, compiuti dalla dottrina cattolica e dal codice del diritto canonico nell’ambito specifico del matrimonio.

Dunque, sebbene sembri che mi sia parzialmente piegato, chiedendo la celebrazione di una formula mista che mi riconosca come ateo e non credente, in realtà la mia scelta è stata quella di un “compromesso” compiuto per amore verso mia moglie e mio figlio.

Per quanto concerne la procedura da seguire, occorre anzitutto rendere esplicita al sacerdote la propria eventuale posizione di credente in un’altra fede, o di ateo, e concordare la celebrazione di un rito matrimoniale misto. Per ciò che attiene alla cerimonia religiosa, in effetti non cambia nulla, tranne il fatto che la parte di fede diversa, o non credente, si astiene dal partecipare alle fasi della liturgia cattolica, alle preghiere e soprattutto al momento dell’eucarestia. Comunque confesso che, malgrado io sia un ateo, durante la celebrazione del matrimonio mi sono emozionato ugualmente.

Ma perché sono ateo? E soprattutto, perché resto ateo, grazie a dio?

Proverò a rispondere brevemente a questo interrogativo, se possibile senza complicare troppo il ragionamento, che è essenzialmente di ordine teorico e filosofico.

La mia adesione alle posizioni dell’ateismo convinto e praticante, direi quasi fondamentalista (per usare una sorta di ossimoro concettuale), deriva anzitutto da una riflessione “astratta” molto semplice e chiara, che si spiega e si comprende facilmente.

In teoria, se dio non esistesse tanto meglio, vuol dire che avrebbe ragione chi lo rinnega. Ma anche se dio esistesse, il discorso logico non muterebbe di una virgola in quanto:

1) se dio è onnipotente, come asseriscono i suoi vescovi e rappresentanti in terra o le sacre scritture, perché non interviene per eliminare la violenza e il dolore?

2) se invece dio non è onnipotente e non può fare assolutamente nulla contro il male insito nel mondo, allora è come se dio non esistesse, è un essere inutile, una sorta di soprammobile neanche tanto bello da vedere, dato che è invisibile;

3) la terza ipotesi, la più accreditata dalla dottrina ufficiale della chiesa e pure dagli atei, si basa sulla teoria formulata da Sant’Agostino, uno dei padri spirituali della chiesa cattolica apostolica romana, ossia che dio ha concesso all’uomo il dono del libero arbitrio, vale a dire la libertà di pensare ed agire assumendosi le proprie responsabilità, dunque anche la possibilità e la capacità di negare dio.

Sulla base di tali premesse teoriche, forse oltremodo semplificate, si evince chiaramente il percorso filosofico e razionale che mi ha condotto verso un approdo di tipo ateistico, così come discende pure un sentimento di sincera gratitudine verso dio, in quanto mi ha concesso il prezioso dono del libero arbitrio, grazie al quale sono (appunto) ateo.

Insomma resto ateo, pur essendomi sposato in chiesa. Una simile scelta non equivale ad un gesto di incoerenza, come è fin troppo facile obiettare, in quanto le mie convinzioni non sono minimamente scalfite da un rito nuziale celebrato dal sacerdote sull’altare.

Lucio Garofalo


Dal supplemento Salute di la Repubblica di fine 2008 la scienza mette la parola fine anche alle fantasie di pre-morte a cui credenti, bigotti e ingenui vari hanno fatto ricorso per dimostrare l’esistenza di un altro mondo oltre questo:

Quell’attimo ai confini della morte

Prende il via in questi giorni uno studio coordinato dall’inglese Sam Parnia su 1500 “sopravvissuti”

di Johann Rossi Mason

Sino a qualche decennio fa le esperienze fatte in situazioni critiche ai confini tra la vita e la morte facevano parte del paranormale. Sino a che non sono state raccolte, catalogate e studiate con una certa regolarità. E proprio in questi giorni prenderà il via uno studio coordinato da Sam Parnia della Southampton Univesity (Gran Bretagna), esperto della coscienza in situazioni di morte clinica, che permette di capire meglio cosa significa arrivare ad un passo dalla morte e, come descrivono quelli che lo hanno provato, “tornare indietro”.

Spiega Parnia: “La morte non è un momento preciso, ma un processo in divenire in cui le varie funzioni cessano progressivamente. Nei prossimi tre anni studieremo 1500 soggetti sopravvissuti a un arresto cardiaco per indagare se abbiano avuto esperienze “fuori dal corpo” o di “pre-morte” chiamate NDE, ossia Near Death Experience”.

Intanto ecco cosa si sa di questo fenomeno. Molte persone che hanno avuto un incidente grave, un arresto cardiaco o comunque eventi che li hanno portati ad un passo dalla morte, riferiscono un’esperienza in cui la coscienza si è staccata dal corpo, ha fluttuato in una dimensione ultraterrena, abbia ad esempio attraversato un tunnel buio o un ponte di luce, avuto visioni celesti o incontri con persone significative o con il divino.

In Italia se ne occupa, tra gli altri, Fulvia Cariglia, coordinatrice del Congresso di Studi delle Esperienze di Confine che si tiene ogni anno a (San) Marino, insieme ad un gruppo di esperti che si occupano di ricerche su questa singolare esperienza. “Le NDE”, spiega, “sono ricorsi di un’esperienza psichica vissuta in genere in una situazione molto prossima alla morte, qualunque ne sia la causa. Il ricordo poi affiora spontaneo. I contenuti sono sensazioni di perdita del corpo, di viaggiare o galleggiare in un tunnel alla fine del quale si va incontro ad una luce intensa, che abbraccia ogni cosa con una sensazione di pace, di gioia”.

“Non sappiamo cosa avviene nel cervello di questi soggetti” dice ancora Cariglia, “forse la carenza di ossigeno nel cervello può avere un ruolo importante” e aggiunge: “L’elettroencefalogramma non mostra nulla di anomalo. Alcuni autori riferiscono che si verifica dal 40 al 48 per cento di chi abbia una condizione di perdita di coscienza con rianimazione. Nel 4 per cento dei casi il contenuto della NDE è inquietante, colmo di elementi terrifici e viene vissuto come un incubo da dimenticare: in questo caso il soggetto non vuole raccontarla e per questo ci rende molto difficile studiarla”, conclude Cariglia.

Classificazione delle Near Death Experience (correzioni mie in rosso)
Tipologia Contenuti
Esperienze a massima espressività cognitiva Maggiore consapevolezza sia di sé sia del mondo esternoaumentata qualità o quantità dei cinque sensi,sensazione di trovarsi in un tunnel
Esperienze a massima espressività affettiva Sentimenti di pace e piacerechiarezza interiore,consapevolezza gioiosa di essere parte del mondo intero,accellerazione del tempo, memoria panoramica della vita già vissuta, riassunto della propria vita in un tasso di tempo ridottissimo, preveggenza e capacità di conoscere anticipatamente il futuro
Esperienze a massima espressività trascendentale Superamento dei confini del proprio Io, sensazione di uscita dal proprio corpo ossia Out of Body Experience (OBE), visione di una luce brillanteincontro con una entità mistica o con parenti defuntisuperamento di un punto di non ritornoingresso in un altro mondo

Scala Greyson per le valutazioni

Per Bruce Greyson per parlare di NDE bisogna raggiungere il valore si sette della scala di valutazione che porta il suo nome, riconosciuta come uno degli strumenti più utili per gli studi clinici di questo fenomeno.

Le fasi di una NDE:

  • Perdita del corpo
  • La visione del corpo come esterno
  • Movimento nel tunnel
  • Rassegna di ricordi
  • Percezione di una luce sfolgorante
  • Incontro con elementi umani o svrumani
  • Richiamo nella vita terrena
  • Ricordo dell’esperienza passata

Bambini

Anche i bambini che abbiano subito grandi traumi possono raccontare esperienze significative di NDE, ovvero di “pre-morte”. Per i più piccoli se ne deduce l’esistenza da elementi indiretti come incubi, disegni e accenni a elementi che non esistono nella realtà come le “persone luminose”. Manca invece nei piccoli la “visione panoramica” delle esperienze di vita a causa della mancanza di un concetto strutturato di passato.


Dall’ottimo sito, appena scoperto oggi 27 Aprile 2009 dc, DonZauker.it (La messa è finita. Levatevi dai coglioni) http://www.donzauker.it/ la prima stesura http://www.donzauker.it/2008/04/28/civil-war/ , e di seguito l’aggiornamento http://www.donzauker.it/2008/05/14/manifesto-di-intenti-2/

Manifesto (o Manifestino)

della mancanza di rispetto verso la Chiesa Cattolica

Dal nostro amico e collega Federico Maria Sardelli, riceviamo, pubblichiamo e sottoscriviamo:

28 Aprile 2008

L’evoluzione dell’uomo ha permesso alcune fondamentali acquisizioni: il principio di non contraddizione, la penicillina, la democrazia, il rispetto per il pensiero altrui. Questo rispetto viene giustamente esteso a tutto ciò che non è puro pensiero ma anche credenza, spiritualità e ciò che questi concetti di sfuggente definizione producono in campo etico: riti religiosi, manifestazioni devozionali, etc. Bene: oggi, anno 2008 dell’era post-tecnologica e informatica, a più di due secoli dall’Illuminismo ed a quasi un secolo dalla teoria della relatività, la Chiesa Cattolica continua le sue incursioni contro la razionalità, l’evoluzionismo, la ricerca scientifica, la medicina curativa e palliativa e molti altri baluardi della nostra debole maturità umana.

Per contro, la Chiesa Cattolica, propugna con vigore e in modo invadente il suo modello di civiltà: l’obbedienza acritica verso una dottrina ed una tradizione forgiata a suon di concilî rissosi, papi sanguinarî e persecuzioni inquisitorie, l’ingerenza nell’etica individuale e sociale, la pressione costante sui governi – segnatamente quello italiano ma in principio quelli di tutto il mondo – affinché modellino le proprie leggi sulla base dei dettami cattolici, la condanna di ogni etica diversa da quella cattolica e la pretesa di fungere da unico paradigma di comportamento non soltanto per gli adepti di quella sétta ma per tutti gli esseri del mondo.

A complemento di questa protervia dottrinale vi è una pratica religiosa troglodita e barbara fatta di riti necrofili e pacchiani, come l’ostensione del cadavere di Francesco Forgione, l’agitazione di ampolle contenenti il falso sangue di un morto, il cencio dipinto in epoca medievale con la pessima riproduzione dell’impronta di Gesù, le lacrimazioni di statue di gesso, riti che sarebbero del tutto risibili se non fossero accompagnati dalla frode (la maschera di silicone sul volto del cappuccino, il falso storico-chimico della sindone e del sangue liquefatto, etc) e deliberatamente vòlti al profitto economico, oltreché al plagio ed alla soggezione degli ignoranti.

L’universalità dei mezzi di comunicazione e la forza che la Chiesa Cattolica esercita su di essi rende la moltiplicazione di questi riti, divieti, sentenze e prescrizioni del tutto assillante ed invadente nei confronti di quell’enorme parte della civiltà umana che non vi crede. Questo è il punto: la Chiesa Cattolica ed i suoi adepti difendono questa congerie di riti e superstizioni appellandosi al rispetto che si deve verso la religione e verso la sensibilità religiosa dei credenti. Di fatto questo limite è infinito, non potendosi sondare quale sia il punto oltre cui la «sensibilità religiosa» di una certa persona si ritenga urtata.

La civiltà dell’Illuminismo, del libero pensiero e della democrazia ha portato a maturare il rispetto verso le idee e le idee religiose dei singoli, estendendo il principio della difesa della libertà di pensiero anche a coloro che per secoli hanno fatto del settarismo e della persecuzione il principale mezzo di propaganda della loro dottrina.

Oggi il libero pensiero, la libera ricerca scientifica, la libertà di scelta morale dei singoli è costantemente ostacolata, criticata e negata dalla chiesa Cattolica con l’opera di capillare propaganda portata avanti dal suo capo. Di fronte ai continui attacchi verso i principî che ci hanno permesso di uscire dalla barbarie dei secoli passati e dalla soggezione di una dottrina opprimente e involutiva, è necessario che gli uomini razionali difendano il loro patrimonio di cultura e di evoluzione, così come è necessario alla fragile democrazia difendersi dalle insidie del sempre rinascente totalitarismo.

È per questo urgente motivo che, d’ora in avanti, non porteremo più rispetto verso la «sensibilità religiosa» di chi ci propone sfacciatamente l’adorazione di cadaveri o parti di essi, di chi propugna l’accanimento terapeutico sui decerebrati, di chi condanna l’uso della pillola del giorno dopo, di chi si oppone all’uso dell’aborto anche per fini terapeutici, di chi promuove la continuazione del dolore come mezzo di dominio sulle coscienze, di chi sentenzia giornalmente sopra a materie di normale amministrazione socio-politica e privata come le unioni civili, le pratiche sessuali, etc. Non gli porteremo alcun rispetto, perché il loro pensiero costituisce un danno ed una involuzione per la società.

Per di più, il principio di rispetto verso le idee e convinzioni altrui dev’essere reciproco: non si capisce perché la Chiesa Cattolica debba giornalmente infrangere questo principio offendendo la sensibilità e la razionalità di tutti coloro che non si riconoscono parte di essa, proponendo loro argomenti, dettami e comportamenti che offendono la logica e la ragione. Gli uomini razionali, eticamente maturi e pacifici hanno dunque tutto il diritto di risentirsi e considerarsi offesi di fronte a queste continue incursioni.

È per questo principio che, al puro scopo di autodifesa, sospendiamo ogni forma di rispetto verso la Chiesa Cattolica, avendo come unico limite quello delineato del codice civile e penale. Tutti i riti, le affermazioni e le azioni della Chiesa Cattolica che risulteranno contrarie alla logica, alla ragione, al buon gusto e ad un’etica laica matura ed evoluta, saranno pertanto fatto oggetto di scherno, riso e mancanza di rispetto. Sarà dunque lecito al laico ed all’uomo razionale non solo criticare, ma anche prendere a pernacchie l’apparizione di un santo fra le macchie di una padella o quei miracoli dove si ringrazia perché non sono morti proprio tutti. Ciò che offende la ragione non sarà più rispettato.

Concetti come «fede», »sensibilità» e «spiritualità» non potranno più costituire una copertura ed una patente d’impunità per tutto ciò che di illogico, ripugnante, antistorico, antiscientifico e laicamente immorale propugna la Chiesa Cattolica.

Federico M. Sardelli

Da parte loro, i Paguri aggiungono come oggetti di scherno e mancanza di rispetto anche i canali – di qualsiasi natura essi siano – completamente asserviti alla diffusione, la propaganda e la difesa della Chiesa Cattolica, primi fra tutti i TG.

Manifesto d’intenti

14 Maggio 2008 dc

Per tutti quelli che leggendo il manifestino di F.M. Sardelli si sono sentiti in dovere di aggiungere: “Sì, ma questo rispetto non lo meritano neanche le altre religioni, non solamente quella cattolica.” ripubblichiamo il manifesto di intenti con il quale abbiamo inaugurato il nostro sito, 6 mesi fa.

Voi,

i cristiani, gli ebrei, i musulmani, i buddisti, gli scintoisti, gli avventisti, i panteisti, i testimoni di questo e di quello, i satanisti, i guru, i maghi, le streghe, i santoni, quelli che tagliano la pelle del pistolino ai bambini, quelli che cuciono la passerina alle bambine, quelli che pregano ginocchioni, quelli che pregano a quattro zampe, quelli che pregano su una gamba sola, quelli che non mangiano questo e quello, quelli che si segnano con la destra, quelli che si segnano con la sinistra, quelli che si votano al Diavolo, perché delusi da Dio, quelli che pregano per far piovere, quelli che pregano per vincere al lotto, quelli che pregano perché non sia Aids, quelli che si cibano del loro Dio fatto a rondelle, quelli che non pisciano mai controvento, quelli che fanno l’elemosina per guadagnarsi il cielo, quelli che lapidano il capro espiatorio, quelli che sgozzano le pecore, quelli che credono di sopravvivere nei loro figli, quelli che credono di sopravvivere nelle loro opere, quelli che non vogliono discendere dalla scimmia, quelli che benedicono gli eserciti, quelli che benedicono le battute di caccia, quelli che cominceranno a vivere dopo la morte…

Tutti voi,

che non potete vivere senza un Papà Natale e senza un Padre castigatore.

Tutti voi,

che non potete sopportare di non essere altro che vermi di terra con un cervello.

Tutti voi,

che vi siete fabbricati un dio “perfetto” e “buono” tanto stupido, tanto meschino, tanto sanguinario, tanto geloso, tanto avido di lodi quanto il più stupido, il più meschino, il più sanguinario, il più geloso, il più avido di lodi tra voi.

Voi, oh, tutti voi

NON ROMPETECI I COGLIONI!

Fate i vostri salamelecchi nella vostra capanna, chiudete bene la porta e soprattutto non corrompete i nostri ragazzi.

Non rompeteci i coglioni, cani!

François Cavanna


Da Resistenza Laica www.resistenzalaica.it , prima pubblicazione 26 Novembre 2007 dc, link diretto http://www.resistenzalaica.it/index.php?option=com_content&task=view&id=647&Itemid=1 (link non più attivi per il termine dell’esperienza di Resistenza Laica)

L’Universo senza Dio

Eros Cococcetta – resistenzalaica@gmail.com lunedì 26 novembre 2007 dc

La prova che Dio non esiste c’è: è il principio di conservazione dell’energia e della materia. È un principio molto noto in fisica, ma che, stranamente, è stato sempre annullato o, quantomeno, enormemente sottovalutato.

Secondo questo vero e proprio fondamento della fisica, costantemente dimostrato da tutti gli esperimenti, nulla si crea e nulla e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma.

In estrema sintesi il principio di conservazione si può così riassumere: nel 1772 Lavoisier dimostrò sperimentalmente che la materia non può essere creata o distrutta, ma solo trasformata. Nel 1850 Faraday scoprì, analogamente, che lo stesso principio valeva anche per l’energia. Tuttavia, fino ai primi anni del Novecento, tutti pensavano che la materia e l’energia fossero due mondi assolutamente separati e senza alcun punto di contatto; questo fino al 1905, quando un giovane fisico tedesco, Albert Einstein, scoprì, con la celeberrima equazione E = mc², che l’energia e la massa (materia) sono i due aspetti che può assumere la realtà fisica (essendo, in effetti, la materia una forma di energia).

Quindi, il principio in esame divenne quello della conservazione della massa-energia: ciò che resta sempre costante sul nostro piccolo pianeta e nell’universo è la somma di massa ed energia, e l’una si trasforma continuamente nell’altra e viceversa. A livello macroscopico il caso classico è l’energia solare (trasformazione della materia in energia); a livello subatomico (fisica quantistica) l’urto di fotoni genera continuamente coppia di particelle e antiparticelle, di diverso tipo in base all’energia dei fotoni (elettrone-positrone, quark-antiquark, ecc.), come pure l’urto di tali coppie genera fotoni.

Non si tratta di speculazioni filosofiche, ma di fenomeni fisici reali provati sperimentalmente con un elevatissimo grado di accuratezza, come si verifica costantemente negli acceleratori di particelle.

Nulla si perde (nel senso della sparizione-annullamento) e nulla si crea, ma tutto si trasforma. Il principio di conservazione implica che nulla è stato creato e quindi che l’universo è del tutto autosufficiente: un eterno divenire della realtà fisica (materia-energia) che non ha mai avuto origine e non avrà mai fine. Un Universo infinito composto da mondi innumerabili che mutano incessantemente (Giordano Bruno).

Non è Dio che ha creato l’uomo, ma l’uomo che ha creato Dio (Ludwig Feuerbach), per dare una risposta a questioni che in passato non poteva comprendere e che, per tale motivo, sono state di esclusivo appannaggio della religione (che ha sempre ostacolato la scienza) e della filosofia, che, salvo pochi casi, è andata quasi sempre a braccetto con la religione.

Ma ora non è più così, perché ormai le vere risposte ci vengono dalla scienza. L’importante è non negarle e, possibilmente, portarle all’attenzione della collettività.


Da Diario del 27 Luglio 2007, recensione:

Fate un festival ogni sera in casa vostra leggendo Spinoza

Opere di Spinoza, a cura di Filippo Mignini, traduzione di Filippo Mignini e Omero Proietti, Mondadori, pagine 1.885, 55 euro

Sputa su questa tomba! Qui giace Spinoza. Ma insieme vi sia sotterrata la sua parola, sicché la peste delle anime non continui a mietere vittime». Questo i pii cristiani invitavano a fare, disgustati e atterriti dal cattivo maestro Spinoza, e aizzati da una banda che annoverava menti eccelse come Arnauld e più ancora Leibniz; ma erano già stati anticipati dai pii ebrei ortodossi della sinagoga di Amsterdam, i Senores do Mahamad: «Su decreto degli angeli e su ordine dei santi, noi scomunichiamo, espelliamo, malediciamo e danniamo Baruch de Espinoza, col consenso di Dio, e col consenso dell’intera santa congregazione. Sia maledetto di giorno e maledetto di notte, maledetto quando si sdraia e maledetto quando si alza. Il Signore non lo risparmierà…».

Cosa aveva detto Spinoza per essere tanto sgradito? In sintesi estrema aveva sostenuto: Che Dio è il Mondo e il Mondo è Dio; che Dio non è antropomorfo e nel Mondo non c’è un Fine: la mucca non è stata fatta per essere mangiata dall’uomo come sostiene il Genesi; Che Bene e Male esistono solo agli occhi dell’uomo che chiama bene ciò che fa bene a lui e male ciò che fa male a lui, ma che per Dio sono la stessa cosa; Che anche l’assassino, lo stupratore, la mosca, la spazzatura, la puttana, sono Dio, o, almeno, che anche essi sono parte di Dio: dell’infinita Sostanza che è Dio; Che Dio non ama nessuno né ascolta le preghiere di nessuno, e non è libero: nemmeno di volere o non volere qualcosa: Dio fa solo quello che deve fare, è costretto a fare quello che fa dall’ordine geometrico che lui stesso è, e non potrebbe fare diversamente; Che la volontà umana non è libera, ma si  muove in un reticolo di necessità sempre già date; Che tutto ciò che è contenuto nelle Sacre Scritture, Vangeli compresi e miracoli inclusi, è una sciocchezza: a eccezione della «teoria» dell’Amore  predicata da Cristo e di pochissime altre briciole; Che il potere religioso è funesto per la libertà democratica e individuale delle coscienze, e va abolito; Che le passioni non sono un accidente dell’uomo ma sono l’uomo stesso, e non vanno represse ma regolate; Che molare lenti per occhiali o farsi sostenere economicamente da un mecenate e scrivere o dire solo quello che si pensa essere vero, fosse più nobile che fare il professore universitario dicendo menzogne o tacendo verità al servizio del potere di turno; e via di questo passo.

Ce n’era abbastanza per fare di Spinoza un reietto universale? Si direbbe proprio di sì: e motivi per pensarlo se ne troveranno in abbondanza nell’edizione delle Opere di Spinoza curata da Filippo Mignini per la collana i Meridiani: un’edizione imponente, che vede finalmente raccolto tutto Spinoza in un volume solo, agile, ben tradotto, organizzato con chiarezza e annotato con cura. Ma questa non è una recensione, quanto piuttosto un invito alla lettura del «mostro»: a partire per esempio da quel Trattato teologico-politico che farebbe certo bene agli ignoranti di vario genere e colore che ci governano, e fingono di scannarsi tra loro per le «idee» e i «principi», ma non sanno cosa mai sia un’idea chiara e distinta; e finendo con l’Etica: consigliabile agli spacciatori di etiche ed etichette, quelli pronti a ogni angolo di via mediatico a dire agli altri che devono fare qualcosa che loro sono esenti dal dover fare.

E poi, solo dopo essersi inebriati del gelido vino di concetti ed essere sprofondati nelle spirali da vertigine di scolii e definizioni e c.v.d. del folle geometra mentale che ha scritto l’Etica, si potrebbe anche provare a leggere Spinoza più liberamente, criticandolo a fondo e seriamente: per esempio, sul concetto di Necessità. Si fanno i festival di filosofia, ma chi non ama il mediatico, si faccia un festival in casa: ogni sera legga due pagine di Spinoza, le faccia leggere a qualche amico, e una volta al mese si riunisca con i diversi lettori per discuterne, possibilmente degustando quei piaceri che Baruch non demonizzava né deificava. Il risultato? Beh, quello sarà una sorpresa…

Giuseppe Montesano


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citando il nome dell’autore e riportando questa scritta.

Perché mi riesce impossibile credere nell’esistenza di Dio

Saggio di Luigi Tosti (*)

(*) Il giudice Tosti chiese, difendendo la Costituzione italiana e la Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo, la rimozione dei crocifissi dai luoghi pubblici.

E’ bene premettere che credere nell’esistenza della balena e credere nell’esistenza di Dio non è la stessa cosa. Chi crede nella balena lo fa perché l’esistenza fisica del cetaceo è stata materialmente accertata e documentata e, inoltre, può essere riscontrata da chiunque lo voglia, viaggiando per mare o visitando acquari e/o musei di storia naturale.

Chi crede in Dio, invece, non lo fa perché l’esistenza fisica di Dio sia stata acclarata da qualcuno e possa essere, all’occorrenza, riscontrata da chi lo voglia: in realtà l’esistenza di Dio è stata (e viene tuttora) supposta per fornire la giustificazione “logica” dell’esistenza del Creato, cioè dell’Universo. Si tratta di un’esigenza che è scaturita nel momento in cui l’uomo ha raggiunto l’autocoscienza, cioè la consapevolezza di “esistere” e di essere immerso in un universo che “esisteva”.

La propria “esistenza” non è stata percepita dall’uomo (né lo è tuttora) come ferma, illimitata e immutevole, ma in senso diametralmente opposto. In altre parole l’uomo ha la consapevolezza di nascere, prima, dai propri genitori, poi di crescere e, alla fine, di dover morire, e nel suo convincimento tutto questo avviene in un ciclo causale (cioè di causa-effetto) che si consuma nel tempo: se io esisto, lo devo al fatto che sono stato generato dai miei genitori i quali, a loro volta, sono stati generati dai loro genitori; e così via, a ritroso nel tempo.

Anche l’esistenza dell’universo è stata percepita (e viene percepita) come mutevole e limitata. Infatti tutto si muove, si trasforma e cambia: prima vi è una realtà, poi ve n’è un’altra e, infine, domani ve ne sarà un’altra ancora. Orbene, la consapevolezza che l’esistenza propria e dell’universo fosse necessariamente correlata col tempo ha indotto l’uomo (e tutt’ora lo induce) ad ipotizzare un “inizio” e a porsi, dunque, questa fatidica domanda: “chi mai ha creato l’uomo e il mondo?”.

In altri termini, se l’esistenza dell’universo non è ferma, ma si è svolta nel passato, si svolge nel presente e si svolgerà nel futuro, è sembrato lecito (e tutt’ora lo sembra) chiedersi quando essa sia iniziata e, altresì, quando essa finirà.

Ebbene, la risposta primordiale a questa domanda è stata quella di ipotizzare che l’inizio del mondo e di tutti gli esseri viventi fosse da attribuire ad un atto creativo di un Essere soprannaturale e immortale (quindi pre-esistente), capace appunto di creare dal nulla la materia e gli esseri viventi e ad ipotizzare, poi, che vi dovesse essere anche la “fine” dell’universo (creato). L’attributo principale ed essenziale che è stato (e che tuttora viene) appioppato a Dio, dunque, è quello di “creatore” dell’universo.

D’altra parte, se Dio non fosse un essere creatore, egli si troverebbe -come essere esistente- sullo stesso piano dell’universo. In altri termini, ipotizzare un Dio che “esiste”, ma che “non ha creato nulla”, è perfettamente inutile, dal momento che “anche” l’universo “esiste” e “non ha creato nulla”.

Tuttavia, la supposizione dell’esistenza di un Dio-creatore, oltre che assolutamente inconcludente sotto il profilo logico, si rivela del tutto incompatibile con una delle leggi fisiche fondamentali, quella secondo cui “in natura nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si trasforma”: legge fisica dalla quale si deve trarre anche il necessario corollario che il tempo, inteso come “inizio” (o creazione) e “fine” (o annichilimento) della materia (e quindi dell’universo), in realtà non esiste.

La legge fisica in questione afferma, infatti, che se brucio un foglio di carta non ho in realtà distrutto un bel nulla, ma ho soltanto trasformato quel foglio di carta in calore e cenere. Il calore e la cenere corrispondono perfettamente, infatti, alla stessa materia che è stata coinvolta, all’inizio, in quel processo di trasformazione.

Alla stessa stregua, l’esplosione di una bomba atomica non determina l’annichilimento di un solo atomo, bensì la trasformazione di materia in energia: un processo, questo, che può essere invertito, dal momento che l’energia può essere trasformata in materia. Il corollario che scaturisce dalla legge fisica che in natura nulla si crea e nulla si distrugge è che il “tempo” (inteso come “inizio” (o creazione) e “fine” (o annichilimento) della materia) non esiste nella realtà fisica, ma è solo una rappresentazione convenzionale della nostra mente, necessaria per misurare il movimento della materia, cioè le sue continue trasformazioni.

Così, ad esempio, quando si dice che “è trascorso un anno”, non si fa reale riferimento al trascorrere effettivo della “entità” “tempo”, quasi si trattasse di un punto (presente) che si muove verso il futuro lungo una retta, lasciando dietro di sé la scia del passato, ma si afferma soltanto che la terra ha fatto un giro attorno al sole. Quando si dice che “occorrono venti anni perché un bambino diventi uomo”, si fa un’affermazione scorretta, perché non è il tempo che fa crescere e maturare un bambino, ma sono le sostanze alimentari che egli ha assunto -e che l’organismo ha assimilato- che gli consentono di svilupparsi sino a quel punto.

Se quel bambino avesse omesso di alimentarsi in quei venti anni (cioè in quei venti giri della terra attorno al sole), sicuramente non sarebbe divenuto uomo, ma si sarebbe trasformato in uno scheletrino. E che il tempo sia soltanto un modo convenzionale per misurare il movimento della materia (organica o inorganica che sia) non può essere contestato, dal momento che la velocità del “movimento” della materia influisce sulla misurazione del tempo, rendendolo “relativo”.

Un giorno terrestre dura le attuali 24 ore dell’orologio (anch’esso creato dall’uomo con meccanismi che “si muovono” per misurarlo) solo perché correlato all’attuale velocità di rotazione della terra. Se questa velocità raddoppiasse, però, il giorno durerebbe 12 ore dell’attuale “velocità di movimento” delle lancette dell’orologio.

Dalla diretta correlazione tempo-movimento deriva il necessario corollario che, se tutta la materia -dagli atomi all’universo- fosse completamente immobile (ivi compresa l’elaborazione dei pensieri da parte del nostro cervello), non si potrebbe neppure avere l’idea del tempo come attualmente la percepiamo: ogni attimo, infatti, sarebbe perfettamente eguale a quello precedente e a quello successivo, essendo tutto perfettamente eguale nel cosiddetto “passato”, nel cosiddetto “presente” e nel cosiddetto “futuro”.

Da queste considerazioni logiche discende che l’universo di cui facciamo parte non è minimamente influenzato dal “tempo” che, in realtà, non esiste: ciò che realmente esiste è soltanto la continua ed incessante trasformazione della materia, ma questa “trasformazione” -che è la caratteristica intrinseca e peculiare della materia stessa- non ha mai determinato la distruzione -cioè l’annichilimento- di un solo atomo!

Per poter dimostrare che il tempo (inteso come inizio, trascorrere e fine dell’universo) esiste realmente, bisognerebbe dimostrare che è possibile creare o annichilire una pur minima porzione di materia: questa possibilità, però, cozza con la realtà della fisica e, dunque, si profila del tutto irrazionale e inammissibile.

Solo se qualcuno riuscisse a dimostrare che è possibile annichilire un solo atomo (e non, semplicemente, trasformare l’atomo in energia o viceversa), si potrà ipotizzare la tesi del “creazionismo”, cioè che vi possa essere stato un “momento in cui è stata creata, dal nulla, la materia”, e, conseguenzialmente, che “il tempo esiste come entità”, cioè come entità che consente ad un Dio, già esistente, di creare ciò che prima non esisteva e magari, poi, di distruggerla.

Questa eventualità, tuttavia, è categoricamente esclusa dalla legge fisica che governa la natura, sicché si può tranquillamente affermare che è fisicamente impossibile che un solo atomo della materia dell’universo possa essere stato creato o possa essere distrutto da chicchessia, ivi incluso Dio.

In conclusione: è assolutamente incompatibile con la realtà fisica ipotizzare che l’universo possa essere stato “creato” (o possa essere annichilito) da chicchessia: caduta l’ipotesi del “creazionismo”, cade necessariamente l’ipotesi del Dio-creatore. Pertanto, alla domanda “chi ha creato l’universo” si può fornire una sola risposta: “Nessuno”.

E il perché di questa risposta univoca è assai semplice: “Perché la domanda si fonda, in realtà, su un postulato falso, dal momento che le leggi fisiche escludono che vi sia la possibilità di creare materia: non è dunque possibile identificare l’autore di un’azione che è impossibile compiere”.

Le stesse considerazioni varrebbero per qualsiasi altra domanda che si fondasse su postulati altrettanto falsi. Ad esempio, alla domanda “Chi è che fa volare le balene nel cielo?” solo gli “Iddioti” (neologismo che mi permetto di mutuare dal matematico prof. Piergiorgio Odifreddi) potrebbero scervellarsi per cercare di fornire le generalità di “Colui che fa volare le balene”; i sani di mente, al contrario, risponderebbero senza alcuna esitazione: “Nessuno!” E la giustificazione di tanta certezza risiede anche qui nel fatto che la domanda si fonda su un postulato falso, dal momento che le leggi fisiche escludono che vi sia la possibilità che le balene volino nel cielo, sicché non è possibile identificare l’autore di un’azione che è impossibile compiere.

Queste conclusioni non possono essere invalidate dalla teoria del Big Bang: si può infatti tranquillamente affermare -al di là della validità o meno di questa teoria- che l’universo attualmente esistente è esattamente identico a quello esistente al momento del Big Bang.

La teoria del Big Bang, in effetti, non fa altro che ipotizzare l’esplosione di una quantità immane di materia che si era precedente addensata sino a raggiungere una massa volumetrica piccolissima. Questa esplosione avrebbe poi determinato il lancio e l’espansione della materia nello spazio e lo sviluppo di energia, analogamente a quanto avviene nell’esplosione di una stella supernova. Il Big Bang non prova però nulla, né tantomeno prova che “l’universo esiste da tot miliardi di anni”, come alcuni affermano, lasciando quasi supporre che, prima di quell’evento, l’universo… non esistesse!

In realtà il Big Bang nient’altro è se non uno degli infiniti eventi trasformativi della materia -presumibilmente ricorrente- che riguarda quella porzione di universo infinito che noi possiamo indagare. All’attuale espansione dell’universo per noi visibile, infatti, potrebbe seguire una contrazione sino a generare un nuovo big bang: e così via di seguito, sino all’infinito. Né si può ipotizzare che la cosiddetta “vita” sia una prerogativa esclusiva del pianeta Terra e che essa si sia formata soltanto qualche miliardo di anni fa.

La constatazione che la materia si trasforma incessantemente deve indurre, semmai, ad ipotizzare l’esatto contrario, e cioè che la materia ha la capacità di trasformarsi da forme inorganiche a forme organiche, e viceversa: e questo in qualsiasi punto dell’universo e in qualsiasi momento. Questa incessante trasformazione -per nient’affatto influenzata dal “tempo”- non è a senso unico, cioè proiettata nel futuro, bensì ciclica: si può ragionevolmente affermare che tutto ciò che è accaduto accadrà di nuovo.

Se vi è vita sulla terra, vi è stata vita e vi sarà vita anche in altri infiniti pianeti: qualsiasi trasformazione, infatti, avviene senza il minimo “dispendio” di materia e di energia, cioè senza che venga annichilito un solo atomo, sicché l’Universo si manifesta come una macchina eterna ed illimitata, che non ha bisogno di Dio per funzionare e il cui bilancio tra energia e materia è sempre in pareggio. D’altra parte, la tesi del Dio-creatore si rivela come un modo surrettizio e inconcludente di rispondere alla domanda “chi ha creato il mondo?”.

Nel momento in cui, infatti, si identifica in Dio l’Essere che avrebbe “creato” l’universo in un certo istante, si deve necessariamente ipotizzare che quel Dio già esistesse e non abbia mai avuto un “inizio” ed una “fine”: in caso contrario, infatti, questo Dio-creatore avrebbe le stesse caratteristiche che si attribuiscono all’universo-creato. Ma allora sorge spontanea un domanda: che senso ha ipotizzare l’esistenza di un Essere (Dio), che non avrebbe mai avuto inizio e non avrà mai una fine, per giustificare l’esistenza di un altro Essere (l’Universo) che -sino a prova contraria- non ha mai anch’esso avuto un inizio e non avrà mai una fine?

In altre parole, se il Dio-creatore esisteva già prima della creazione dell’universo, come si può negare che egli avesse la stessa identica prerogativa che compete all’attuale Universo, cioè quella dell’ “esistenza”? E per quale motivo, allora, sarebbe necessario -per giustificare l’ “esistenza” dell’Universo- ipotizzare l’esistenza di un Dio-creatore, e non sarebbe invece necessario ipotizzare l’esistenza di un altro Essere-creatore, per giustificare l’esistenza del Dio che ha creato l’Universo?

Come si vede, la “soluzione” del Dio-creatore, congetturata per giustificare l’esistenza dell’universo, non risolve un bel nulla ma, al contrario, fa sorgere la necessità di congetturare l’esistenza di una catena infinita di altri Dei-creatori, per giustificare l’esistenza di ciascuno di essi! Tanto vale, allora, affermare che l’Universo -che abbiamo sotto gli occhi e della cui esistenza siamo certi- c’è sempre stato e sempre ci sarà, come peraltro ci insegna e ci attesta in modo inconfutabile la fondamentale legge fisica secondo cui è assolutamente impossibile, in natura, creare o distruggere una pur infinitesimale porzione di materia.

Luigi Tosti
tosti.luigi@alice.it
mobile (omissis)


Dal sito Nuovi Mondi Media http://www.nuovimondimedia.com , nella rubrica Cultura e Storia

10 miti – e verità – sull’ateismo

di Sam Harris (The Los Angeles Times) (La parte scritta in rosso è mia, a penna di Jàdawin)

Spesso gli atei vengono visti come intolleranti, immorali, depressi, ciechi di fronte alla bellezza della natura e dogmaticamente insensibili all’evidenza del soprannaturale. Diventa importante allora, considerato come non di rado essi finiscono per essere gli individui più accorti e scientificamente acculturati di ogni società, ridimensionare i miti che impediscono loro di giocare un ruolo più attivo nei dibattiti nazionali

Alcuni studi indicano come il termine “ateismo” negli Stati Uniti abbia acquisito oggi più che mai una connotazione dispregiativa; ad esempio, essere atei negli Usa attualmente rappresenta un perfetto impedimento a chi vuol far carriera in politica (in misura persino maggiore rispetto agli ostacoli che incontrano i neri, i musulmani e gli omosessuali). Secondo un recente sondaggio condotto dal settimanale Newsweek, solo il 37% degli americani voterebbe per un Presidente ateo.

Spesso gli atei vengono visti come intolleranti, immorali, depressi, ciechi di fronte alla bellezza della natura e dogmaticamente insensibili all’evidenza del soprannaturale.

Perfino John Locke, uno dei grandi patriarchi dell’Illuminismo, credeva che l’ateismo fosse “non tollerabile”, perché, ribadiva, “le promesse, gli accordi solenni, i giuramenti, in sostanza tutto ciò su cui si fondano le società, non hanno presa su un ateo”.

Questo più di trecento anni fa. Ma oggi, negli Stati Uniti, poco sembra essere cambiato. L’87% dei cittadini Usa sostiene “senza ombra di dubbio” l’esistenza di Dio; solo un 10% scarso si definisce ateo, e vede la propria reputazione deteriorarsi sempre più.

Tuttavia, considerato come non di rado gli atei finiscono per essere gli individui più accorti e scientificamente acculturati di ogni società, diventa importante ridimensionare i miti che impediscono loro di giocare un ruolo più attivo nei dibattiti nazionali.

1) Gli atei credono che la vita non abbia significato.

Al contrario, spesso sono i religiosi a preoccuparsi che la vita non abbia senso e a immaginare che essa possa essere redenta solo con la promessa della felicità eterna oltre la tomba. Gli atei tendono a considerare la vita un bene prezioso, a ritenerla impregnata di contenuti reali e degna di essere vissuta fino in fondo. I nostri rapporti con coloro a cui teniamo sono importanti ora, la nostra stima in merito non deve essere condizionata da chissà quale giudizio futuro. Gli atei reputano questa paura del non-significato… insignificante.

2) L’ateismo è responsabile dei più efferati crimini nella storia dell’umanità.

I fedeli sovente sostengono che le atrocità di Hitler, Stalin, Mao e Pol Pot sono state l’inevitabile conseguenza della non-fede. Tuttavia, la questione non è lo scetticismo di fascismo e comunismo nei confronti della religione; il problema è che essi alle religioni sono fin troppo simili. Tali regimi vivono di dogmi, e sostanzialmente venerano personalità in modo analogo ai culti religiosi. Auschwitz, i gulag e i campi di sterminio in generale non sono stati la conseguenza dell’abbandono delle verità di fede da parte degli esseri umani, bensì dimostrazioni di una politica, razziale e nazionalistica follia dogmatica. Non è mai esistita nella storia umana una società che abbia sofferto perché la sua gente è diventata troppo ragionevole.

3) L’ateismo è dogmatico

Gli ebrei, i cristiani e i musulmani sostengono che i loro testi sacri sono talmente preveggenti dei bisogni dell’umanità che è impossibile non siano stati scritti sotto la guida di una divinità onnisciente. Ateo è semplicemente chi ha considerato questa tesi, ha letto le scritture e ha trovato quanto di cui sopra ridicolo. Rifiutare i dogmi religiosi ingiustificati non significa per forza essere miscredenti. Lo storico Stephen Henry Roberts (1901-71) in un’occasione dichiarò: “Affermo che siamo entrambi atei. Solo abbiamo un’idea diversa del divino. Quando capirai perché rigetti tutte le altre possibilità divinità, realizzerai perché io non riconosco le tue”.

4) Gli atei credono che tutto nell’universo sia nato per caso.

Nessuno sa perché dall’universo sia nata la razza umana. Infatti, non è ancora completamente chiaro a cosa ci si riferisca quando si parla di “inizio” o di “creazione” dell’universo, dal momento che questi concetti chiamano in causa la nozione di tempo, e qui si sta discutendo dell’origine della stessa dimensione spazio-temporale. L’idea secondo cui gli atei credono che ogni cosa sia casuale è nata fra l’altro come critica alle teorie di Darwin. Come Richard Dawkins spiega nel suo ottimo libro, “The God Delusion”, ciò rappresenta un totale fraintendimento della tesi evoluzionista. Sebbene non abbiamo conoscenza esatta della struttura chimica primordiale della Terra, sappiamo che la diversità e la complessità che osserviamo oggi nel mondo non sono il prodotto di casualità. L’evoluzione è una combinazione di mutazioni impreviste e selezione naturale. Darwin coniò l’espressione “selezione naturale” per analogia con la “selezione artificiale” degli allevatori di bestiame. In entrambi i casi, il processo selettivo esercita un preciso effetto non casuale sullo sviluppo di ogni specie.

5) L’ateismo non ha rapporti con la scienza.

Nonostante sia possibile contemporaneamente essere scienziati e credere in Dio – come sembra sia successo in alcuni casi – è indubbio che il pensiero scientifico tende a erodere, piuttosto che sostenere, la fede religiosa. Prendiamo ad esempio la popolazione statunitense: numerosi sondaggi mostrano come circa il 90% degli intervistati creda in un Dio personale; il 93% dei membri della National Academy of Sciences, al contrario, non vi crede. Poche altre discipline divergono dalla religione come la scienza.

6) Gli atei sono arroganti.

Quando gli scienziati non sanno qualcosa – ad esempio come dall’universo è nato il genere umano o come le prime molecole autoreplicanti si sono formate – lo ammettono. Pretendere di conoscere ciò che non si conosce è una grave responsabilità nella scienza. Ed è la linfa vitale delle religioni. Uno dei monumentali paradossi delle religioni è quello incarnato dalla frequenza con cui le persone di fede si autocelebrano per la propria umiltà, mentre sostengono di conoscere nozioni di cosmologia, chimica e biologia che nessun scienziato conosce. Quando prendono in considerazione questioni sulla natura del cosmo e altre analoghe, gli atei separano i fatti dalle opinioni. Questa non è arroganza, piuttosto onestà intellettuale.

7) Gli atei rifiutano l’esperienza spirituale. (Continuo a non capire perché si usino questi termini – spirito e spirituale – per manifestazioni e sentimenti tangibili della personalità umana….)

Non esiste nulla che impedisca a un ateo di provare amore, estasi, abbandono, meraviglia; gli atei sanno apprezzare queste esperienze e le ricercano di continuo. Ciò che gli atei evitano è, in base a queste stesse esperienze, rendersi protagonisti di ingiustificate (e ingiustificabili) rivendicazioni sulla natura della realtà. Non c’è dubbio che alcuni cristiani abbiano trasformato in meglio la propria vita leggendo la Bibbia e pregando Gesù. Questo cosa prova? Prova che alcune discipline fondate sul rigore e sul rispetto di determinati codici comportamentali possono aver un notevole effetto sulla mente umana. Le esperienze positive dei cristiani consentono di dire che Gesù è l’unico salvatore dell’umanità? Neanche lontanamente – perché gli hindù, i buddisti, i musulmani e persino gli atei provano le stesse esperienze di cui sopra. Infatti, non c’è un cristiano sulla Terra che sia certo che Gesù avesse la barba, o che fosse nato da una vergine o che fosse resuscitato. Non è questa la tipologia di asserzioni che che l’esperienza spirituale può autenticare.

8) Gli atei credono che non ci sia nulla al di là della vita e della ragione umane.

Gli atei, contrariamente ai religiosi, sono liberi di riconoscere i limiti dell’intelletto. È ovvio che gli uomini non comprendano appieno l’universo; ma è ancora più ovvio che né la Bibbia né il Corano riflettono di ciò le migliori interpretazioni. Noi non sappiamo se da qualche parte nel cosmo esistano forme complesse di vita, ma questo non significa escluderne la possibilità. Se così fosse, altrove potrebbero essersi sviluppate determinate conoscenze delle leggi della natura più sofisticate delle nostre. Gli atei sono liberamente in grado di considerare questa possibilità. Inoltre, possono convenire che nel caso esistessero brillanti extraterrestri, i contenuti di Bibbia e Corano ad essi potrebbero risultare ancor meno toccanti di quanto non lo siano per gli esseri umani atei. Secondo gli atei, dunque, le religioni banalizzano completamente le reale bellezza e l’immensità dell’universo.

9) Gli atei ignorano il fatto che la religione è estremamente benefica per le società.

Coloro che enfatizzano gli effetti positivi della religione non sembrano capire che questi stessi effetti falliscono nel dimostrare la verità delle dottrine religiose. Per questo esistono espressioni come “pio desiderio” o “auto-inganno”. Esiste una profonda distinzione tra una delusione consolante e la verità vera e propria. In ogni caso, sui buoni effetti di una religione si può dibattere. In molti casi, sembra proprio che i dogmi religiosi forniscano alle persone cattive ragioni per comportarsi bene, quando in realtà le buone ragioni sarebbero disponibili. Chiedete a voi stessi cosa è più morale: aiutare i poveri in modo disinteressato, o farlo perché il creatore dell’universo vuole che lo facciate, perché vi premierà per averlo fatto o vi punirà per non averlo fatto?

10) L’ateismo non fornisce basi morali.

Se una persona non capisce di per sé che la crudeltà è sbagliata, non lo capirà leggendo la Bibbia o il Corano; questi testi, infatti, esplodono di agiografie della crudeltà, sia terrena sia divina. Non costruiamo la nostra moralità dalla religione. Decidiamo cosa è giusto ricorrendo a istituzioni morali estremamente radicate in noi stessi e ridefinite da millenni di pensieri e riflessioni sulle cause e le possibilità della felicità umana. Negli anni abbiamo conosciuto notevoli progressi morali, e questi non li abbiamo realizzati perché abbiamo letto la Bibbia o il Corano con più attenzione. Entrambe le scritture condonano la schiavitù, mentre ogni essere umano civilizzato sa che essa è abominevole. Qualsiasi buona cosa contenuta nelle scritture – come la “Golden Rule” – può essere apprezzata per la sua saggezza etica, senza necessariamente dover credere che sia stata tramandata a noi dal creatore dell’universo.

Sam Harris è l’autore del Best Seller del New York Times “The End of Faith: Religion, Terror, and the Future of Reason”, pubblicato in Italia da Nuovi Mondi Media con il titolo La fine della fede – Religione, terrore e il futuro della ragione. Laureato in Filosofia alla Stanford University, per oltre vent’anni Sam Harris ha studiato le tradizioni religiose occidentali e orientali, e diverse discipline contemplative. Harris ha conseguito anche un dottorato in neuroscienze. La sua opera ha acceso un aspro dibattito su diversi organi di informazione, tra cui il New York Times, il Los Angeles Times, il San Francisco Chronicle, l’Economist, il Guardian, il New Scientist e molti altri. Sam Harris vive a New York City.

Fonte: The Los Angeles Times
Traduzione a cura di Luca Donigaglia per Nuovi Mondi Media


Ateoagnostici famosi

comunque: famosi non credenti, famosi atei, famosi agnostici, famosi scettici, famosi miscredenti, famosi senzadio, famosi increduli…

dal sito dell’UAAR, con le stesse premesse. I link dei nomi sono alle corrispondenti voci di Wikipedia

lista dal sito UAAR alla data del 21 Dicembre 2007 dc, note aggiornate alla data del 7 Giugno 2010 dc

Di mio ho aggiunto questo simbolo Ø accanto ai nomi di persone su cui avrei diverse riserve, per diversi motivi. E su alcuni ho qualche dubbio che siano non credenti, o perlomeno che lo siano ancora. Nelle note numerate in fondo all’elenco cerco, a poco a poco, di spiegare perché queste persone non mi convincono, o non mi piacciono affatto.

A

B

C

D

E

F

G

H

I

J

K

L

M

N

O

P

R

S

T

U

V

W

Y

Z

Note:

Ø1 – Piero Angela: lodevole, e notevole, la sua produzione libraria, documentaristica e televisiva per divulgare la scienza. Sulla religione, però, non si è mai scoperto (almeno che io mi ricordi) e non è dato dunque sapere come la pensi. Si sa invece che, come Margherita Hack e Franco Pacini, è convinto che gli extraterrestri NON POSSONO essere giunti fino al nostro pianeta perché NOI TERRESTRI non abbiamo mezzi di propulsione sufficienti a farci giungere al pianeta più vicino a noi in tempi ragionevoli. Lascio a voi cogliere il senso altamente scientifico e razionale di tale ragionamento. Piero Angela, inoltre, è co-autore, con Lorenzo Pinna, del libro “Perché dobbiamo fare più figli”, e già solo il titolo, in questo mondo (Italia compresa) sovrappopolato, meriterebbe un nutrito lancio di pomodori in avanzato stato di decomposizione.

Ø2 – Corrado Augias: ecco un altro ateo devoto, che ammira Gesù Cristo come l’uomo che ha cambiato il mondo, che bolla le teorie che negano la sua esistenza come senza senso senza neanche confutarle, che riconosce una funzione alla religione, e via delirando. È stato lui che, conducendo una trasmissione in cui era ospite Roberto Vacca, fece al suo ospite una domanda sull’astrologia. Questi, giustamente, iniziò affermando che la prima responsabile della credenza negli oroscopi era proprio la RAI, che ospitava maghi, astrologhi, imbonitori e via dicendo. Cosa fece il nostro ateo Augias, campione di razionalità e membro, come Piero Angela, del CICAP? Redarguì Roberto Vacca ricordandogli che era ospite in RAI e che doveva stare attento a cosa diceva, quindi era come dire “stati attento a come parli che non ti invitiamo più”. In una trasmissione sul nazismo, poi, ha superato se stesso male informando lo spettatore: ha detto che la svastica originariamente era sinistrosa, ovvero con gli uncini orientati a sinistra, e che Hitler l’avrebbe capovolta, per chissà quale bieco intenditmento, facendola diventare destrorsa, ovvero con gli uncini orientati a destra. In realtà entrambe le versioni hanno le stesse antichissime origini ed hanno diverso orientamento per ragioni che evidentemte neanche Augias si immagina. In questo caso lui, o chi gli ha preparato la trasmissioni, non si sono documentati a sufficienza e hanno tramesso la loro ignoranza come il suo contrario.

Ogni ulteriore commento mi sembra superfluo.

Ø3 – Carmelo Bene: un uomo dall’ego smisurato, con una altissima concezione di sé, capace di recitare citando sé stesso e talmente sopra le righe da sfidare la pazienza di chiunque. Per lui esiste solo lui, tutti gli altri sono solo poveri imbecilli. C’è da scommettere che il suo ateismo altro non sia che un modo di andare contro, e che non sia autentico. È ovvio che è una mia sensazione…

Ø4 – Enrico Berlinguer: il politico diviso tra la nascita aristocratica e la guida del PCI, il leader che cambiò linea al suo partito parecchie volte, che inventò l’aberrante teoria del compromesso storico, a cui presto si accodarono diversi leader “comunisti” europei. Fu l’uomo che, col suo partito appena sdoganato al governo (solo appoggio esterno, sia chiaro) ma non ancora del tutto, fu per l’intransigenza nel caso Moro per dimostrare fermezza da vero statista. Proseguì poi nell’opera di demolizione di quel che restava di comunismo nel PCI, superato in questo solo da Occhetto. E, paradossalmente, fu solo la sua morte durante un comizio a portare il PCI primo, per una volta sola, alle elezioni. Un segno di immaturità e non certo di consapevolezza politica da parte degli elettori.

Ø5 – Bernardo Bertolucci: un borghese che ha creduto, o voluto, essere di sinistra, forse addirittura comunista, a volte cadendo nel ridicolo. Come nel monumentale film Novecento, con caratteri tagliati a fette grosse e una delle paradossali scene finali in cui un’improbabile moltitudine di contadini comunisti, dopo la Liberazione, tira fuori da chissà dove e stende nell’aia una enorme bandiera rossa!

Ø6 – Se Claudio Bisio è ateo di certo questo non traspare né nei suoi ruoli comici né nel suo ruolo di presentatore, tantomeno nella pubblicità televisiva alle Pagine Gialle, in cui gigioneggia col dovuto rispetto con due frati francescani.

Ø7 – Leonid Breznev: non so a che titolo sia nell’elenco. Se l’Unione Sovietica di quegli anni fosse stata veramente un Paese comunista, e non il suo contrario orrendo e mostruoso, dovrebbe essere sintomatico che, perlomeno a quei livelli, un dirigente comunista dovesse essere OBBLIGATORIAMENTE ateo. Se invece in quel Paese non ci fosse stato il comunismo sorprenderebbe molto meno, ma allora l’autore dell’elenco dovrebbe essere tortzkista….

Ø8 – Massimo Cacciari ateo? Ma lasciamo perdere, lasciamo proprio perdere! I suoi rivoltanti contorcimenti intellettuali per andare incontro a credenti e Chiesa hanno dell’incredibile….

Ø9 – Fidel Castro: non ho letto certo le sue opere né ascoltato gli interminabili discorsi alle masse cubane, ma ho la netta sensazione che nulla di ateismo vi si possa trovare. Lo avrà detto al Grande Bastardo, quando lo è venuto a trovare a Cuba, che lui è ateo? Ora si capisce perché poi ha ordinato qualche milione di bibbie al Vaticano….

Ø10 – Moni Ovadia. In una trasmissione di RAI 3 del 6 giugno 2010 dc, intervistato dalla conduttrice, Moni Ovadia ha avuto modo di dire, più di una volta, che non è credente e che frequenta una sinagoga di Milano per ragioni di radici etniche. Due cose però non mi convincono: perché ha usato un’espressione del tipo “Grazie a Dio” parlando di sua madre (o suo padre, non ricordo bene)? Io sono ateo e mi comporto di conseguenza anche nel linguaggio, perché tale coerenza non l’adotta anche lui? Ovadia porta sempre in testa un copricapo circolare: non so il termine ebraico, ma quel copricapo ha un significato religioso, non etnico: perché lo indossa?

 

 

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