Il Matriarcato


Il Matriarcato

La società attuale, pressoché in tutto il mondo con poche eccezioni in alcune popolazioni, ha come forma organizzativa il patriarcato.

È inutile dire, se si è almeno un poco progressisti, quanto ci sia di negativo, deleterio, malvagio e anche criminale in tale forma organizzativa della società. Taluni hanno voluto vedere, in base a teorie, prove e testimonianze su cui la “scienza ufficiale” si pronuncia in modo contradditorio e per lo più in negativo, in un passato piuttosto remoto l’esistenza di una prima forma organizzativa molto diversa, ovvero il matriarcato. Molti di coloro che ne parlano lo fanno in modo positivo o addirittura mistico. Anche gran parte delle femministe lo hanno fatto e lo fanno.

Ci sono anche, però, alcuni psicanalisti, che sembrano affetti da una sindrome antifemminile, che ne parlano come la causa di tutti i mali dell’umanità.

L’argomento mi ha sempre interessato e, dal momento che non sono un esperto neanche in questo, creo questa pagina nell’ottobre del 2013 dc inserendo alcune dei più interessanti contributi presenti nel web.

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Dal sito Armonie http://www.women.it il 18 Settembre 2013 dc:

Peggy Sanday ha scritto questo articolo su “The Oxford Encyclopedia of Women in World History” Enciclopedia Oxford delle Donne nella Storia del Mondo

Matriarcato

Il ruolo del matriarcato nella storia delle donne è stato oscurato dagli stereotipi utilizzati nella teoria sociale occidentale maschile che riguardano la natura del potere. Verso la fine del XIX secolo il concetto di matriarcato ha giocato un ruolo importante nel dibattito sui presunti livelli di evoluzione delle società: da quelli “primitivi” del governo femminile ai “più avanzati” governi maschili. Alla fine del XX  secolo questa definizione di matriarcato è stata respinta a favore di una approccio comparativo su basi etnografiche, che ha permesso una comprensione meno marcata  della logica della responsabilità dei generi in alcune società specifiche. All’inizio del XXI secolo, questo nuovo approccio ha costituito la base da cui ha  preso avvio il fiorente campo degli studi matriarcali.

Da un concetto di matriarcato pensato come semplice stato pre-patriarcale evoluto e riferito a società incentrate sulle donne, si è passati a quello di società fondate su un principio di equilibrio di genere e di economia del dono.

Questa nuova definizione riflette una filosofia sociale materna verso una cultura globale che persegue la pace e sottolinea l’importanza di prendersi cura dei giovani, degli anziani, degli ammalati e dei poveri.

Storia della Definizione del Matriarcato

Storicamente la parola “matriarcato” si è evoluta dall’antico uso delle parole “matriarca” e “patriarca” che  indicavano il capo (donna o uomo) di una famiglia o di una tribù: gli anziani o le anziane di potere di una famiglia o di un gruppo.

Gli antenati del popolo ebraico sono i tre patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe e le quattro matriarche Sara, Rebecca, Rachele e Leah. Abramo, il cui  nome in ebraico signica “padre di tanti”, è il primo dei grandi patriarchi biblici e il fondatore dell’antica nazione ebraica. Il nome “Sara” ha lo stesso significato nel capitolo 17 della Genesi, quando Dio dice ad Abramo che sua moglie Sara “ diventerà nazioni e re di popoli nasceranno da lei”  (Genesis 17:15-16).

La parola “matriarcato”  è stata utilizzata nel XIX  secolo per significare “governo delle donne nella famiglia e nella società agli albori della società umana”. Questa  evoluzione del concetto è  in parte una reazione alla credenza diffusa di quel tempo secondo la quale la dominazione maschile era all’origine della società umana. Il fondamento concettuale del matriarcato è stato posto da alcuni evoluzionisti del XIX secolo:  Johann Jakob Bachofen, con  Das Mutterrecht ( 1861 ), Lewis Henry Morgan, con League of the Ho-dé-sau-nee, o Iroquois ( 1851 ), e John McLennan  con Primitive Marriage (1865 ). Sebbene questi autori non utilizzassero il termine specifico “matriarcato”, la loro caratterizzazione della prima società umana con termini come Mutterrecht (legge o diritto della madre), “discendente in linea femminile,” and “gynecocracy”, ginecocrazia, hanno preparato la strada alla definizione di matriarcato come immagine speculare del patriarcato. Bachofen equipara ad esempio Mutterrecht a ginecocrazia, probabilmente  perchè riteneva che nessuna società avrebbe potuto sviluppare usi e costumi orientati alle donne se  non fossero state le donne a  governarla. Opuure, ha forse subito l’influsso di fonti greche antiche che  facevano talvolta riferimento al “governo della donna” nel descrivere usi e costumi orientati al femminile.

Il concetto  di  progressione evolutiva dalle forme sociali materne a quelle  paterne rimane ancora oggi un tema centrale  nel dibattito sul matriarcato.    Il libro più citato al riguardo è  quello di Friedrich Engels,  Ursprung der Familie, des Privateigentums, und des Staats. Attingendo fortemente da Bachofen, Morgan, e McLennan, Engels  argomenta che la transizione dalle società dei primati a quelle umane  con strutture sociali più antiche avvenne  grazie al valore sociale della solidarietà femminile, che trascendeva la competitività sessuale e la gelosia, legate alla  presunta pratica comune del matrimonio di gruppo. In questo tipo di matrimonio si riteneva che la discendenza dovesse essere rintracciata secondo il lignaggio femminile perchè solo la madre del bambino era conosciuta. Il debito di  Engels verso i suoi predecessori si riflette  nell’ uso che fa del termine Mutterrecht , come pure nel suo modello della presunta progressione dal materno al paterno, in cui parla di  “sconfitta storica del sesso femminile” allorché  gli uomini “presero il comando della casa”.  Engels non usa  il termine “matriarcato” anche se Mutterrecht è molto vicino.

Matriarcato: Donne Minangkabau con bambini.

I Minangkabau  costituiscono la più grande società matrilineare al mondo.

Cortesia di  Peggy Reeves Sanday

La prima analisi estesa sul matriarcato è apparsa in un articolo poco conosciuto pubblicato nel 1896 dall’antropologo  Edward Burnett Tylor, “The Matriarchal Family System”, in cui si discute “della storia e del significato del grande e antico sistema materno” (p. 82). Secondo  Tylor, quando  McLennan mise in evidenza l’antico sistema materno descrivendo la relazione tra matrimonio di gruppo e discendenza femminile, diede luogo a una grande controversia tra gli studiosi poichè la sua teoria rovesciava la “visione patriarcale accettata” , definita da Henry Maine nel  Ancient Law (1861) un postulato del sistema primordiale del potere paterno. Tylor notò inoltre che, come Bachofen e Morgan, McLennan “proponeva  un insieme di materiali riguardanti popoli antichi e moderni che erano soliti  tracciare la loro discendenza non attraverso il lineaggio del padre ma attraverso quello della madre”

Presentando il sistema familiare dei  Minangkabau – Sumatra Occidentale, Indonesia – come un modello prototipale di matriarcato, Tylor cita il lavoro di un funzionario coloniale olandese, che nel 1871 descrive la donna anziana come il centro della vita nell’abitazione comune dei Minangkabau. Secondo Tylor l’abitazione comune, che può essere occupata da più di cento persone, “forma una sa-mandeio motherhood”, “un insieme di madri” (p. 86)

Malgrado la vivace descrizione di quello che Taylor definisce una serie di  sistemi familiari “matriarcali” in varie parti del mondo, egli rifiuta il termine “matriarcale” sulla base del fatto che pur essendo questo un “miglioramento di definizioni precedenti dà troppo per scontato che le donne governino la famiglia”. Egli lo sostituì con il termine “famiglia materna” perché il “potere effettivo” era più nelle mani dei fratelli e degli zii da parte di madre (p. 90). Questa conclusione non è però confermata da nessuna delle osservazioni effettuate nel XX secolo sui Minangkabau, come quelle ad esempio di Franz von Benda-Beckmann , Keebet von Benda-Beckmann , Evelyn Blackwood e Peggy Reeves Sanday. Ossia, come in molte società matrilineari le madri e i fratelli  Minangkabau condividano il potere e siano responsabili di ambiti differenti nel governo della famiglia e della società.

L’inizio del XX secolo ha visto la scomparsa del termine “matriarcato” sia in ambito antropologico che sociologico, effetti entrambi  della tendenza a confonderlo esclusivamente con “dominazione femminile” e dell’esaurirsi del paradigma evoluzionista. All’inizio degli anni ‘20, l’antropologo inglese William Halse Rivers (1864-1922 ) a proposito della questione “diritto della madre e diritto del padre” – a cui fa anche riferimento come matriarcato e patriarcato – rivendica il fatto che “questi termini inappropriati stanno rapidamente uscendo dall’uso a causa del generale riconoscimento che non esiste la questione del governo delle donne nella maggioranza degli Stati a cui il nome matriarcato può essere applicato”. Sebbene Rivers concordi nell’abbandonare questo termine in Inghilterra e negli StatiUniti, fa notare tuttavia che sarebbe stato sbagliato tornare alla dottrina di Maine della priorità del diritto del padre. Secondo  Rivers la teoria di Maine era “ancora più insostenibile” di quanto non fossero le asserzioni che riguardavano la priorità del diritto della madre (p. 98). Rifiutando il modello degli stadi evolutivi del XIX secolo, Rivers propone l’uso di descrizioni etnografiche particolaristiche in cui le istituzioni sono trattate non come un semplice risultato di un semplice processo evolutivo ma come la conseguenza di mescolanze e interazioni.

Questo approccio particolaristico circa il dibattito sul matriarcato verrà ripreso dagli antropologi solo più tardi nel xx secolo, grazie agli studi etnografici di  Peggy Reeve Sanday sui Minangkabau, che  rivisitano la definizione del termine “matriarcato” in base allo studio del sistema dei costumi a cui i Minangkabau fanno riferimento come “adat matriarchaat”, “costumi matriarcali”. Sebbene i Minangkabau abbiano adottato molto probabilmente il termine “matriarcato” dai loro colonizzatori olandesi, Sanday si rese conto che l’espressione significava molto di più di una discendenza matrilineare e di una famiglia incentrata sulle donne. “Adat matriarchaat”, anche detto  “adat ibu” (legge consuetudinaria delle donne) fa riferimento a un sistema di simboli e a una serie di pratiche cerimoniali legati al ciclo della vita che collocano le donne anziane al centro sociale, emozionale, estetico, politico ed economico della vita quotidiana insieme ai loro fratelli. Quando svolgono le loro funzioni cerimoniali si fa riferimento alle donne anziane come bundo kanduang. Il titolo significa “la nostra stessa madre” e si riferisce all’antenata comune di ogni clan, come pure alla propria madre biologica. È lo stesso titolo storico e mitico con cui ci si riferiva alla regina madre dei Minangkabau, che si pensava fosse vissuta nel XIV secolo. Un dramma popolare in forma cantata narra il mito dello Stato di Minangkabau e delle gesta di quella regina e dei suoi figli che insieme si adoperarono per sostenere la legge adat, che garantisce alla discendenza matrilineare lo status di legge divina.

Il materno conferisce un‘autorità sovrana nella logica di genere dei  Minangkabau. Esercitare il potere tramite la forza o adottare un atteggiamento di dominio da parte degli uomini o delle donne èincompatibile con l’ethos dei Minangkabau, per il quale fondamentale è la politesse e il mantenimento di relazioni pacifiche. Sanday conclude basandosi sul potere predicating dei simboli materni e sulla natura incentrata sul femminile di molta della vita pubblica del villaggio “e che è ormai da tempo necessario ripensare alla definizione occidentale di matriarcato”.

Ridefinendo il Matriarcato

Nel ridefinire il matriarcato Sanday fa notare che nelle società il cui fondamento sociale è forgiato dai principi matriarcali, l’attenzione deve essere spostata dal potere coercitivo verso la forza di persuasione della tradizione. In queste società, sia uomini che donne ricoprono ruoli di leadership ed esercitano la loro influenza sostenendo la tradizione. Una studiosa irochese, Barbara Alice Mann, nella sua analisi sull’influenza della sovranità femminile nella società irochese, ne presenta un esempio. Come i  Minangkabau, anche gli Irochesi hanno un nome  speciale per definire le autorevoli donne anziane.

Il Matriarcato non è un sistema di governo familiare o sociale connesso esclusivamente al dominio del ruolo femminile. Il Matriarcato è un sistema sociale bilanciato in cui entrambi i sessi giocano ruoli chiave che si fondano sui principi sociali materni. Come le originatrici simboliche, le donne, nel ruolo di madri e di donne anziane, sono quelle che svolgono le pratiche che legittimano e rigenerano, o meglio, per usare un termine più vicino a un approccio etnografico, coltivano e nutrono l’ordine sociale. Sulla base di questa definizione il contesto etnografico di un matriarcato “nuovamente definito” non riflette un potere femminile sui soggetti, o un potere femminile finalizzato a sottomettere, ma una responsabilità femminile (tramite i ruoli di madri e donne anziane) di coniugare/intrecciare e rigenerare i legami sociali qui ed ora, nel futuro e nell’aldilà, attraverso la loro leadership nel sostenere la tradizione.

La tradizione determina le regole della leadership appropriata  e tesse i legami sociali tramite l’economia del dono. Un potere concepito in tal modo è in equilibrio, nel senso che è diffuso tra coloro che lavorano in partnership per sostenere le pratiche e le regole sociali. Ci sono molti esempi ben descritti di società matri-centriche, come i Minangkabau e gli Irochesi. Si possono inoltre menzionare gli Zapotechi del Messico e i Mosuo della Cina sud occidentale..

In queste società la logica di genere può essere sia prevalentemente matricentrica, come nel caso dei Minangkabau, o impostata su una dimensione complementare e diarchica, in cui la “madre originale” è associata con la figura mitica maschile che opera insieme a quella femminile, come nel caso degli Irochesi. In entrambi i casi le donne e gli uomini lavorano come partners, benché in diverse sfere. Esempi di società matriarcali con logiche di genere complementari sono i Tuareg del Sahara e del Sahel, i Kabili del Nord Africa, gli abitanti delle isole Trobriand del Pacifico, e i Lahu della China sud occidentale.

Equilibrio di genere e Pace nelle Società Matriarcali

Gli uomini e le donne condividono le responsabilità in tutte le società. La questione da porre riguarda il grado e la simmetria o equilibrio di questa condivisione. Riane Eisler ne Il calice e la spada (1987 ) e Marija Gimbutas , The Civilization of the Goddess: the world of old Europe (1991), fanno notare che esiste un’etica di equilibrio di genere e di pace nelle società con valori materni.

Il lavoro sul dono svolto da Genevieve Vaughan in Per-donare-una critica feminista dello scambio (1997) suggerisce che l’equilibrio è ispirato e mantenuto tramite valori che motivano il donare, funzionando da collante per i legami sociali. Nel suo ampio lavoro sulla logica sociale del dono in relazione allo scambio, Vaughan distingue tra la logica transitiva del dono e la logica intransitiva del dare per ricevere un equivalente. Secondo Vaughan, “l’agenda maschile nel patriarcato impone degli obiettivi che sono consoni con il mercato e opposti al dono/pratica materna” (p. 55). Come attraverso il dono supremo della maternità le generazioni si legano le une alle altre, il dare e ricevere doni intreccia la rete delle relazioni sociali.

All’inizio del XXI secolo vi è stata un’ esplosione di interesse verso il matriarcato che ha portato allo sviluppo del campo dei nuovi studi matriarcali, iniziati dalla filosofa femminista Heide Goettner-Abendroth, cui si deve anche il Primo Congresso di Studi Matriarcali tenutosi in Lussemburgo nel  2003. Come Sanday, Goettner-Abendroth sottolinea che il matriarcato non è parallelo al patriarcato e fa notare che la radice greca “archè”significa sia ‘dominio’ che ‘inizio” (p. 3). Diversamente da  Sanday, Goettner-Abendroth colloca la sua visione del matriarcato in uno schema evoluzionista universale rivendicando il fatto che le religioni originarie dell’umanità erano indiscutibilmente matriarcali.

Ciò che emerge in questo nuovi studi è l’impegno sia di ricercare sia di agire congiuntamente a donne indigene per lavorare insieme verso una cultura globale che rappresenti valori matriarcali. In un mondo che corre chiaramente verso l’estinzione attraverso la violenza settaria e il degrado ambientale, promuovere i valori matriacali di pace, partnership, equilibrio e rispetto per la differenza è una risposta civile a un mondo litigioso che si sta frantumando.

Bibliografia

Benda-Beckmann, Franz von , and Keebet von Benda-Beckmann. “Struggles over communal property rights and law in Minangkabau, West Sumatra.” Working Paper 64, Max Planck Institute for Social Anthropology, 2004. _ HYPERLINK “http://www.eth.mpg.de/pubs/wps/pdf/mpi-eth-working-paper-0064.pdf” \t “_blank” _http://www.eth.mpg.de/pubs/wps/pdf/mpi-eth-working-paper-0064.pdf_.

Blackwood, Evelyn. Webs of Power: Women, kin, and community in a Sumatran Village. Lanham, Md.: Rowman and Littlefield, 2000.

Eisler, Riane. The Chalice and the Blade: Our History, Our Future. San Francisco: Harper and Row, 1987.

Gimbutas, Marija. The Civilization of the Goddess: the world of old Europe. Edited by Joan Marler. San Francisco: Harper San Francisco, 1991.

GÃttner-Abendroth, Heide. The Goddess and Her Heroes. Translated by Lilian Friedberg. 10th ed. Stow, Mass.: Anthony, 1995.

Mann, Barbara Alice. Iroquoian Women: The Gantowisas. New York: Lang, 2000.

Rivers, W. H. R. Social Organization. New York: Alfred A. Knopf, 1924.

Sanday, Peggy Reeves. Women at the Center: Life in a Modern Matriarchy. Ithaca, N.Y.: Cornell University Press, 2002.

Tylor, Edward Burnett. “The Matriarchal Family System.” Nineteenth Century 40 (1896): pp.81-96.

Vaughan, Genevieve. For-giving: a feminist criticism of exchange. Austin, Tex.: Plain View Press, 1997.

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Dalla voce Matriarcato di Wikipedia, l’enciclopedia libera http://it.wikipedia.org/wiki/Matriarcato, 18 settembre 2013 dc ore 11.00

Matriarcato

Il matriarcato (dal latino mater (madre) e dalla radice greca archein (essere a capo, comandare), che indica il comando, detenuto dalla matriarca) è una forma di organizzazione sociale alternativa al patriarcato.

Cenni storici

L’archeologia certo fornisce buon saggio dell’antichità dei culti femminili: sono davvero numerose le cosiddette Veneri preistoriche ossia semplici statuette (anche in forma di bétili o di rocce lavorate) databili ad almeno 15.000 anni fa; queste raffigurazioni, laddove prive di una caratterizzazione di sesso, riproducono comunque archetipi di fertilità (seni e fianchi enfatizzati), e molte epoche le separano dalle prime raffigurazioni maschili. Si tratta dunque quasi certamente di segni femminili, sebbene (almeno in qualche caso) ne sia un po’ meno certa l’effettiva adibizione ad oggetti di culto.

Si noti, ad ogni modo, che queste pur affascinanti teorie non sono unanimemente condivise, ed anzi sono vigorosamente contestate sul punto dell’asserito nesso fra le raffigurazioni spiritualiste e monumentali femminili e la supposta supremazia politico-economica: nulla infatti conforta con rigorosa scientificità la suggerita correlazione. La presenza di simbologia femminile, cioè, non sarebbe in sé sufficiente ad indicare una prevalenza delle donne sugli uomini. La polemica ha peraltro debordato dall’ambito scientifico per riversarsi anche su contrapposizioni ideologiche, acuite nel Novecento dallo sviluppo del femminismo e dalle reazioni a questo contrarie.

Nella mitologia greca, si ebbe con il mito delle amazzoni un emblematico esempio di società matriacale. Studiando la mitologia si reputa anche in Grecia la presenza di una società matriarcale prima dell’arrivo degli Achei. I riti religiosi indicavano un’autonomia della donna a rimanere in gravidanza e quindi a generare la vita, la paternità non veniva tenuta in nessun conto.

Altri recenti studi nelle scienze sociali, hanno sostenuto l’ipotesi del matriarcato come reale forma di governo delle comunità umane primitive partendo dal fatto che nella storia comparata delle religioni risultano divinità femminili molto importanti, con culti relativi come quelli delle Dee Madri, anche personalizzate in dee come (Astarte, Tanit, Cibele, ecc..). Tali culti erano diffusi specialmente nel Mar Mediterraneo centro-orientale, e la grande madre simbolicamente era identificata con la terra che porta frutti. Tale ipotesi è collocata in tempi più antichi di quelli in cui si è istituita l’agricoltura (che ha portato il patriarcato) e da riferirsi alle epoche della sussistenza per “caccia e raccolta”, con la seconda costituente la fonte principale delle derrate alimentari. Tesi ipotesi è stata sostenuta ad esempio dall’antropologo spagnolo Pepe Rodriguez.

L’organizzazione sociale matriarcale

Il matriarcato è una tipologia di società storica abbastanza rara, con qualche reale esempio attuale. Il matriarcato non va confuso con la matrilinearità, per la quale le linee ereditarie si seguono in via muliebre. Ciò è molto diffuso nelle società primitive, in quanto la madre è sempre sicura e il padre no, per cui l’opportunità sociale che la filiazione faccia riferimento almeno ad un genitore certo per poter costiture una linea ereditaria.

Il matriarcato è una forma di governo nella quale il potere politico-economico, nell’ambito di una data comunità, è demandato alla madre più anziana della comunità stessa e, per estensione, alle donne di tale società.

Secondo alcuni, a partire dalle ipotesi avanzate da Johann Jakob Bachofen nel suo saggio Il matriarcato del 1856, il matriarcato fu l’organizzazione originale dell’umanità, e solo successivamente questa venne sostituita dal patriarcato.

Tali tesi ritengono reale il matriarcato in epoca neolitica, riconoscendo l’esistenza di un capo supremo donna e in generale delle donne come capi-famiglia. All’uomo sarebbero state demandate le funzioni pratiche di sussistenza (approvvigionamento, caccia – funzioni “esterne” all’aggregato sociale, alla caverna), alla donna si sarebbe invece delegata l’organizzazione sociale (“funzione interna”).

Le ipotesi, formulate col metodo deduttivo su un’esigua base d’indagine, si articolano poi di molte corollarie teorizzazioni, ma sostanzialmente pensano alla possibilità di nuclei associati preistorici denotati da una figura femminile stabile nel centro geografico di aggregazione del nucleo sociale, mentre il maschio avrebbe avuto funzioni cercatorie, esplorative e all’occorrenza di difesa. Per la presenza costante in situ la donna avrebbe avuto dunque diretto e continuo contatto con l’essenziale economia e dunque avrebbe di fatto gestito il potere: ipotesi possibile, ma poco convincente. Molto di più lo è quella che motiva il primato della donna e la sua gestione del potere economico-politico con l’enorme prestigio che le derivava dal fatto di essere considerata unica procreatrice dei membri del gruppo, prestigio che le fu tolto solo dalla scoperta della paternità.

La confederazione irochese, unione di alcune nazioni indiane americane, presenta nei suoi fondamenti costituzionali diversi tratti indicanti un’organizzazione matriarcale, o sessualmente paritaria[1] [2][3][4].

L’etnografo Bronislaw Malinowski, dalla London School of Economics, ha vissuto tra gli aborigeni delle isole Trobriand (Melanesia occidentale) e ha studiato la loro società nel 1914-1918, definendola matriarcale e matrilineare[5] Studiando diverse tribù del Pacifico occidentale e utilizzando il metodo del confronto, Malinowski ha dato conferme di un’idea di Lewis Morgan che il matriarcato fosse pratica comune in molte società tribali. Le popolazioni delle isole Trobriand mantengono questa struttura Ci sono ancora oggi alte società che continuano a mantenere le caratteristiche matriarcale come la Tuareg, Irochese, il Minangkabau in Indonesia o in alcune popolazioni come quelle delle isole Comore, l’indiano Kerala, i Khasi [6], abitanti dalle montagne Khasi e i Jaintia dello Stato autonomo Meghalaya nel nord-est dell’India.

Altre accezioni

  • Fraseologicamente, per matriarcato si intende a volte, estensivamente, una sorta di “governo delle donne”, sebbene per una siffatta figura sia più appropriato parlare di ginecocrazia.[7]
  • Alternativamente, il termine è usato a significare una centralità, e talvolta un comando esclusivo, della donna nella gestione decisionale e finanziaria del nucleo familiare, ciò che effettivamente si è riscontrato in molte comunità rurali, anche in Italia.
  • In etologia, il termine matriarca indica la femminina dominante. Ad esempio, in una società (matriarcale) di elefanti, la matriarca è la femmina più anziana.

Note

  1. ^ Jacobs, Renée E., Iroquois Great Law of Peace and the United States Constitution: How the Founding Fathers Ignored the Clan Mothers, in American Indian Law Review, vol. 16, no. 2, pp. 497-531, esp. pp. 498-509/506–507 ( author 1991).
  2. ^ Carr, L., The Social and Political Position of Women Among the Huron-Iroquois Tribes, Report of the Peabody Museum of American Archaeology, p. 223 (1884)
  3. ^ Stella Tamang, Indigenous Affairs 1-2/04 p46.
  4. ^ Six Nations Women’s Traditional Council Fire Report to CEDAW p2.
  5. ^ “Argonauts Of The Western Pacific”
  6. ^ http://www.universalis.fr/encyclopedie/T232317/KHASI.htm encyclopedie – Khasi
  7. ^ Cf. Treccani Portale online.

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Dal sito International Academy Hagia , 12 Settembre 2013 dc:

Matriarcato

I matriarcati non sono l’immagine speculare dei patriarcati come vuole il pregiudizio comune, nel senso che in essi sono le donne a dominare sugli uomini. I matriarcati sono invece delle società che mettono al centro le madri, e che si basano sui valori materni: la cura, il nutrimento, il supporto reciproco, l’attitudine a creare pace cioè l’atteggiamento materno in senso generale. Questi valori valgono per tutti, per le madri e le non-madri, per le donne e ugualmente per gli uomini.

I matriarcati si basano consapevolmente sui valori materni e sul lavoro materno. Siccome questi valori sono alla base di ogni società, i matriarcati sono più realistici delle società patriarcali. Sono orientati fondamentalmente verso i bisogni. Le loro regole mirano alla soddisfazione delle necessità di tutte le persone. In questa maniera il “mothering” (l’essere madre e l’atteggiamento materno) vienetrasformato da un fatto biologico in un modello culturale. Questo modello rispecchia molto meglio la condizione umana rispetto al modello di maternità inteso e abusato dai patriarcati.

La struttura profonda della società matriarcale (definizione strutturale)

Nelle società matriarcali “eguaglianza” non significa la livellazione delle differenze. Le differenze naturali che esistono tra i generi e tra le generazioni vengono rispettate e onorate, ma non vengono mai utilizzate per creare delle gerarchie come si usa fare nei patriarcati. I generi e le generazioni differenti hanno una loro propria dignità. Attraverso sfere di lavoro e d’azione complementari si creano riferimenti reciproci tra i generi e le generazioni che garantiscono un’azione in comune. Perciò le società matriarcali, nonostante tutte le differenze, si possono definire più precisamente come delle società d’uguaglianza complementare o di “equivalenza” in cui viene prestata molta attenzione alla conservazione dell’equilibrio sociale.

Questo si può osservare a tutti i livelli della società:

    a livello economico,

    a livello sociale,

    a livello politico,

    a livello culturale.

A livello economico, i matriarcati sono spesso ma non sempre società agricole. Esistono anche delle società matriarcali basate sull’allevamento di bestiame e società matriarcali urbane. Le tecnologie agricole che svilupparono andavano dalla semplice orticoltura all’agricoltura con l’aratro fino ai complessi sistemi d’irrigazione delle prime culture urbane di tutto il mondo.

Si pratica l’economia di sussistenza con indipendenza locale o regionale. Il terreno e le case sono di proprietà del clan nel senso del diritto d’uso; proprietà privata e pretese territoriali sono sconosciute. Le donne dispongono pienamente dei beni essenziali, campi, case e cibo, mentre la matriarca funge da amministratrice del tesoro del clan.

I beni circolano secondo un sistema che corrisponde alle linee di discendenza e ai modelli di matrimonio. Questo sistema circolatorio impedisce che i beni siano accumulati da un clan specifico o da una specifica persona. L’ideale è la distribuzione e non l’accumulazione. Ogni vantaggio o svantaggio che riguarda l’acquisizione di beni, è mediato da regole sociali. Per esempio nelle frequenti feste dei villaggi o dei quartieri, i clan più abbienti sono obbligati ad invitare tutti gli abitanti per diminuire in questa maniera drasticamente la loro ricchezza. In compenso guadagnano “onore”, cioè prestigio sociale. In questo senso l’economia del clan e del villaggio si basa sulla circolazione di doni.

A livello economico i matriarcati si contraddistinguono per la loro perfetta reciprocità e per questo li definisco come società di reciprocità basate sull’economia del dono.

A livello sociale, le società matriarcali sono basate sull’unione di clan estesi. La gente vive insieme in grandi clan che sono formati secondo principi di matrilinearità. Il nome del clan e tutti i titoli delle posizioni sociali e politiche derivano dalla linea materna. Tale matriclan consiste come minimo di tre generazioni di donne: la madre del clan e le sue sorelle, le loro figlie e le loro nipoti e gli uomini in linea diretta di parentela con loro: i fratelli della madre del clan, i figli e i nipoti della madre del clan e delle sue sorelle.

Il matriclan vive nella grande casa del clan, che alloggia dalle 10 alle 1000 persone, secondo la grandezza e lo stile architettonico. Le donne ci vivono permanentemente, perché le figlie e le nipoti, quando si sposano, non lasciano mai la casa del clan materno. Viene detta matrilocalità.

Anche i giovani maschi del clan, quando si sposano o mantengono una relazione amorosa, non lasciano la casa della madre. Si recano semplicemente nella casa vicina dove vivono le mogli o le loro amate e ritornano la mattina nella casa della madre. Questa forma molto aperta di matrimonio viene detta visiting marriage.

I bambini sono in relazione di parentela solo con la madre e il suo clan di cui portano anche il nome. Un uomo matriarcale non considera “suoi” i bambini della moglie o dell’amante dato che non condividono lo stesso nome del clan. Tuttavia, un uomo matriarcale è in stretta relazione di parentela e di responsabilità con i bambini di sua sorella: le sue e i suoi nipoti con i quali condivide il nome del clan. La paternità biologica non è conosciuta o non ha nessuna importanza. Non è un valore sociale. Gli uomini nel matriarcato si prendono cura dei nipoti, maschi e femmine, in una sorta di paternità sociale.

I clan matriarcali si relazionano tra loro attraverso complessi modelli di matrimonio che creano una rete di linee di parentela che lega tutti gli elementi del villaggio in maniera più o meno stretta. Questa parentela rappresenta un sistema di mutuo sostegno che fa riferimento a delle regole fisse. Inoltre, donne e uomini possono scegliere liberamente le loro relazioni amorose; dal punto di vista sessuale uomini e donne vivono una grande libertà.

Il risultato è una società non gerarchica ma egualitaria che si intende come un grande clan con mutui obblighi di sostegno. Per questo chiamo i matriarcati a livello sociale società di discendenza in linea femminile.

A livello politico, persino il processo che porta alle decisioni politiche è organizzato secondo le linee di discendenza matriarcale. Le decisioni vengono prese esclusivamente secondo il principio del consenso vale a dire l’unanimità.

Gli uomini e le donne si radunano in assemblea nella casa del clan, dove vengono discussi gli affari domestici. Non è escluso nessun membro della casa, i bambini ottengono all’età di 13 anni il pieno diritto di voto. Lo stesso succede per il villaggio: se si devono discutere questioni che riguardano l’intero villaggio, i delegati di ogni casa del clan si radunano nell’assemblea del villaggio. Questi delegati che discutono le questioni non saranno poi coloro che prenderanno le decisioni ma la loro funzione è unicamente quella di portare dei pareri; si scambiano le informazioni sulle decisioni prese nelle singole case dei clan. I delegati sostengono il sistema di comunicazione del villaggio e se nell’assemblea si vede che non c’è accordo, tornano a discutere ancora le questioni nelle rispettive case dei clan per poi tornare nel consiglio del villaggio. In questo modo, il consenso nel villaggio si raggiunge passo dopo passo.

La gente che vive in una data regione prende le decisioni nello stesso modo: le decisioni dei villaggi e delle città vengono coordinate dai delegati eletti che si scambiano le informazioni nell’assemblea regionale. Anche in questo caso i delegati fanno avanti e indietro tra l’assemblea regionale e quella del villaggio finché la regione non trovi una decisione basata sul consenso di tutte le case dei clan di tutti i villaggi.

È impossibile che in una tale società si creino gerarchie o classi o anche solo dei dislivelli di potere tra i generi e le generazioni. Le minorità non vengono marginalizzate da decisioni basate sulla maggioranza perché le decisioni politiche vengono prese attraverso “una democrazia dal basso”.

A livello politico chiamo per questo i matriarcati società egualitarie basate sul consenso.

A livello culturale, queste società non sono caratterizzate da “religione primitiva”, “animismo” o “riti di fertilità”. Questi termini non solo sono dispregiativi ma anche errati perché nascondono che i sistemi religiosi e la visione del mondo di queste culture sono complessi.

La concezione fondamentale, che le popolazioni matriarcali hanno del cosmo e della vita, si basa sulla fede nella rinascita. Come nel cosmo e sulla terra vedono il ritorno di tutto così intendono anche l’esistenza umana nei cicli della vita, della morte e della rinascita. È l’idea della rinascita in senso molto concreto: tutti i membri di un clan rinasceranno, da una donna del loro clan nella casa del loro clan. In questo senso i bambini sono considerati le antenate e gli antenati del clan e per questo sono sacri. Le donne sono molto rispettate, non solo come creatrici della vita e come nutrici ma in particolar modo come coloro che garantiscono la rinascita e hanno quindi il potere di trasformare la morte in vita.

Le popolazioni matriarcali hanno adottato questo concetto dal mondo naturale in cui vivono perché la terra è la Grande Madre che garantisce rinascita e nutrimento a tutti gli esseri. Essa è una dea primordiale, l’altra è la dea cosmica come creatrice dell’universo. Perché anche nel cielo si vede lo stesso ciclo di andata e ritorno: tutti i corpi celesti sorgono e tramontano ciclicamente e dopo ogni tramonto sorgono nuovamente. Il cielo e la terra rappresentano insieme “il mondo” nel quale gli essere umani hanno la loro collocazione. Il mondo è divino femminile. La concezione matriarcale del divino è quindi immanente e non trascendente. Tutto è divino, la creatura più piccola e la stella più grande, ogni donna e ogni uomo. L’intera visione del mondo dei popoli matriarcali è strutturata in modo non dualistico. Il loro concetto di mondo manca del dualismo patriarcale che separa “uomo” e “natura”, “spirito” e “natura” o “società” e “natura” e che ha portato alla svalutazione e allo sfruttamento della natura come mera “risorsa”.

Nelle loro feste che seguono il ciclo delle stagioni e altri ritmi della natura, celebrano il mondo divino in tutte le sue forme dal più grande al più piccolo. Ma anche nella quotidianità ogni gesto pratico come la semina, la raccolta, la preparazione del cibo o la tessitura è un rito pieno di significato. Siccome tutto nel mondo è divino, le culture matriarcali non conoscono la distinzione tra sacro e profano.

A livello culturale chiamo i matriarcati società sacrali o culture della Dea.

Letture d’approfondimento:

Sulle concrete società matriarcali del presente

Heide GöttnerAbendroth: Das Matriarchat II,1: Stammesgesellschaften in Ostasien,  Indonesien, Ozeanien

Das Matriarchat II,2: Stammesgesellschaften in Amerika, Indien, Afrika

Kohlhammer, Stuttgart 1991/1999 e 2000

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Dal sito Cronologia http://cronologia.leonardo.it, 18 Settembre 2013 dc:

C’era una volta il matriarcato?

Il matriarcato che incubo

CONTESE STORICHE – Una domanda che periodicamente affiora

dall’inconscio del maschio timoroso di perdere l’antico potere

di Franco Gianola

Matriarcato. Ginecocrazia. Ovvero la donna al potere. È esistito? Ritornerà? Una freccia di angoscia piantata nell’inconscio del maschio. Se ne parla, si polemizza da millenni sotto la spinta di miti (ma anche di deduzioni storiche) certamente nati nel profondo della sfera emozionale della società patriarcale. La contesa continua ai giorni nostri. Il matriarcato esisterebbe negli Stati Uniti, secondo qualche interpretazione maschile locale evidentemente nata da una situazione fobico-ossessiva che distorce le capacità di giudizio. In realtà la celebre “Momma” americana, (protagonista del fumetto satirico creato dal cartoonist americano Mel Lazarus), che “tenta” di esercitare il potere sui figli adulti senza riuscire a scalfire la sublime indifferenza di questi, calati in una cultura moderno-patriarcale, dimostra l’illusorietà della tesi.

Certamente la donna americana ha diritto di protestare, di fare le grandi battaglie femministe o altro ma il potere reale si limita a fare il muro di gomma, con qualche fastidio, come i figli di “Momma”, e a pilotare strumentalmente la società femminile nelle situazioni chiave del momento elettorale.

Niente matriarcato, quindi, visto che il termine significa potere delle madri potere indica un diritto fondato sulla proprietà delle decisioni politiche, economiche, sociali. Le first-lady degli Usa (le mogli dei presidenti) sorridono con ammirazione-adorazione al loro eroe (che possono anche rimbrottare, col dovuto rispetto), hanno il potere di pubblicizzare le sue crociate più o meno rovinose; le altre fanno le segretarie, le vice di vario tipo e classe, il braccio destro, le cuoche, le pedagoghe, le ricercatrici e altro ma quasi sempre in ruoli secondari… insomma, anche qui, come in tutte le altre parti del mondo, si potrebbe canticchiare, rovesciandolo, il verso della famosa e vecchia canzone, uomo, tutto si fa per te.

È sempre esistito, nella storia dell’umanità, questo stato di subordinazione della donna o c’è stato un tempo in cui lei, la madre, ha tenuto in pugno tutti i livelli di potere? Leggende, miti e ricerche storiche (queste ultime spesso viziate dalla soggettivizzazione) portano verso una risposta che propende per la seconda ipotesi. Gli esempi che vengono dalla profondità del tempo e da analisi recenti, sono innegabilmente suggestivi… e questo ci invita a fare una passeggiata a ritroso nella storia.

Cominciamo da uno studio del missionario americano Asher Wright (vissuto fra gli Irochesi Seneca dal 1831 al 1875 osservandone a fondo le consuetudini), il quale ricorda che…

“… per ciò che concerne le loro famiglie al tempo in cui essi abitavano ancora le antiche case lunghe (amministrazioni comunistiche di più famiglie) prevaleva quivi sempre un clan, cosicché le donne prendevano i loro uomini dagli altri clan… Abitualmente la parte femminile dominava la casa… le provviste erano comuni ma guai al disgraziato marito o amante troppo pigro o maldestro nel portare la sua parte alla provvista comune. Qualunque fosse il numero dei figli o delle cose da lui personalmente possedute nella casa, in qualsiasi momento poteva aspettarsi l’ordine di far fagotto e di andarsene. Ed egli non poteva tentare di resistere, la vita gli era resa impossibile, e non poteva far altro che tornare al proprio clan, in altre parole andare a cercare un nuovo matrimonio in un altro clan, cosa che il più spesso accadeva. Le donne erano, nei clan , e del resto dovunque, la grande potenza. All’occasione esse non esitavano a deporre un capo e degradarlo a guerriero comune”.

Ne L’origine della famiglia il filosofo tedesco Friedrich Engels nota che i resoconti dei viaggiatori e dei missionari, riguardanti la mola eccessiva di lavoro svolto dalle donne tra i selvaggi e i barbari, non sono affatto in contraddizione con quanto è stato detto. La divisione del lavoro tra i due sessi è condizionata da cause del tutto diverse dalla posizione della donna nella società. Popoli presso i quali le donne debbono lavorare molto di più di quanto non spetti loro secondo la nostra idea, hanno per il sesso femminile una stima spesso molto più profonda che non i moderni europei.

E infatti ognuno di noi oggi può rendersi conto che la “signora” della società civile, circondata di omaggi apparenti ed estraniata da ogni effettivo lavoro, ha una posizione sociale infinitamente più bassa della donna primitiva, che lavorava duramente ma era considerata presso il suo popolo come una vera signora (lady, frowa, frau hanno il significato di padrona) ed era tale anche per il suo carattere.

Ma torniamo al modello di vita delle tribù irochesi che è quello che si avvicina, dal punto di vista antropologico, al concetto di matriarcato.

Dagli studi del gesuita Lafitau, fatti nel 1724, e dai lavori seguenti non risulta che nelle sei nazioni che raggruppano il popolo irochese le donne vengano trattate con particolari riguardi, ma è certo che godono di diritti e poteri di rado eguagliati nella storia nota e provata.

In questa collettività la regola della filiazione passa attraverso le donne e la residenza è matrilocale, cioè sono mariti e figli che vivono in casa della donna – e con tutti i mariti e figli appartenenti alla gens – casa sulla quale governa la “matrona”.

La matrona dirige anche il lavoro agricolo femminile che si svolge in comune sui terreni collettivi di proprietà delle donne della famiglia, distribuisce personalmente il cibo cotto dividendolo fra i nuclei familiari, gli ospiti e i membri del Consiglio.

L’importanza di queste donne è tale che esse fanno parte del Consiglio degli Anziani della Nazione (che ha come unica istanza superiore il Gran Consiglio delle Sei Nazioni Irochesi). La loro opinione è affidata a un maschio ma la voce di questi non può essere ignorata perché la matrona ha – per legge – diritto di veto per quanto riguarda le decisioni su eventuali guerre. Se la donna non ritiene opportuno o giusto il progetto di guerra e gli uomini tendono a ignorare la sua opposizione, ha la possibilità di bloccare ogni operazione bellica semplicemente vietando alla collettività femminile di fornire ai guerrieri le scorte di cibo indispensabili nei lunghi viaggi di spostamento verso il luogo degli scontri e durante le cacce al nemico.

L’antropologa Judith Brown mette in evidenza, in un suo lavoro del 1970, che le matrone irochesi dovevano la loro condizione privilegiata al fatto di controllare l’organizzazione economica della tribù (a loro spettava anche il diritto di ridistribuire il prodotto della caccia del maschio), la qual cosa è possibile, considerata la struttura sociale martrilineare propizia, perché la principale attività produttiva della donna, cioè l’agricoltura con la zappa, non è incompatibile con la possibilità di occuparsi de bambini. La Brown sottolinea inoltre che vi sono soltanto tre tipi di attività economiche che consentono questo “cumulo” di incombenze: la raccolta, l’agricoltura con la zappa e il commercio tradizionale.

Un altro esempio dell’autorità della donna in determinati momenti storici –il termine autorità è certamente più aderente alla realtà dei fatti di quello di potere – ci viene anche dall’epoca in cui visse il Profeta fondatore della religione musulmana. A quel tempo, presso le tribù nomadi sia israelite che arabe, la tenda (ciuppah) è proprietà assoluta della donna, tanto che questa viene definita “padrona della tenda” o “padrona della casa”. In genere l’uomo non possiede un rifugio e questa consuetudine lo mette qualche volta in situazioni non proprio piacevoli, simile a quella vissuta da Maometto che, dopo aver litigato con tutte le sue mogli, viene cacciato dalla ciuppah senza tanti complimenti e costretto a dormire sotto le stelle come un saccopelista ante-litteram.

La collettività femminile si rivela struttura portante della società primitiva anche in uno studio condotto sugli Hopi, una comunità di indiani Pueblo che dal VI secolo vive nella zona del piccolo Colorado, in Arizona. Quando l’esploratore spagnolo Francisco Colorado li scoprì nel 540, essi vivevano nello stesso tipo di abitazioni usate all’origine della loro storia, divisi in gruppi di circa trecento persone per un totale approssimativo di tremilacinquecento individui. Le notizie più dettagliate sulla vita di questo popolo vengono soprattutto dalle osservazioni fatte sul grande agglomerato di Oraibi, che si è sciolto alla fine del secolo scorso (vedi Uwe Wesel, “Il mito del matriarcato”, Saggiatore 1985).

Riporta Wesel che, come tutti i Pueblo, gli Hopi sono agricoltori e vivono principalmente di mais. Solo di tanto in tanto vanno collettivamente a caccia di conigli. La loro società si fonda sul lignaggio matrilineare e la comunità, che produce e consuma in comune, costituisce la “famiglia allargata” (a residenza matrilocale) formata dalla donna e dal marito, dalle figlie sposate e dai loro mariti, dalle figlie e dai figli non sposati e dai bambini delle figlie. Appare chiaro che la situazione della donna è particolarmente favorevole perché, anche dopo la costituzione della coppia, rimane nell’ambito della propria cerchia familiare. Di conseguenza il legame con il marito non è particolarmente forte mentre è molto sentito il rapporto con la madre, i fratelli e le sorelle.

In questa situazione, il maschio acquisito dal gruppo resta isolato e, in molti casi, vittima di una certa provvisorietà che prende dimensione nel suo licenziamento quando ha esaurito la funzione di inseminatore. I figli, ovviamente, restano alla madre. Tuttavia, prima di ricevere l’eventuale benservito, egli ha l’obbligo di lavorare nei campi della famiglia della moglie, dato che la coltivazione della terra è compito base degli uomini. Le donne si sono riservate il governo della casa, la custodia e l’educazione dei figli, la preparazione del mais. Attività, quest’ultima, piuttosto complicata e faticosa, se fatta individualmente, ma di facile esecuzione con il sistema del lavoro collettivo adottato dalle Hopi.

“La posizione relativamente debole dell’uomo – riferisce Wesel sulla base dei documenti da lui consultati – è dimostrata dalla frequente critica cui il suo lavoro viene spesso sottoposto nella famiglia della donna. Ed è una delle cause delle frequenti separazioni. A Oraibi la percentuale delle separazioni era del 34 per cento. Alice Schlegel, che ha studiato da vicino gli Hopi, afferma che essi sono un caso esemplare per quanto riguarda la posizione favorevole delle donne: in altre parole né il marito né il fratello dominano la donna. Non il fratello, perché quando egli si sposa lascia il proprio nucleo familiare per trasferirsi presso quello della moglie dove, come il marito della propria sorella, è a sua volta trattato da straniero e relativamente isolato. Questo fattore, unito alla forte solidarietà fra le donne (confermata dal lavoro collettivo di macinazione del mais) e all’idea che campi e case appartengono alle donne, ha determinato presso gli Hopi un ordinamento sociale estremamente favorevole al mondo femminile, in atto fin dai tempi remoti”.

Dagli esempi citati finora vediamo che matrilinearità e matrilocalità producono un sistema matriarcale, ossia una società nella quale il centro, il punto focale, è costituito dalla donna: ma questo non significa che il potere le appartenga, che abbia la possibilità di decidere globalmente sugli orientamenti della vita sociale. Lo dimostra il fatto che soltanto gli uomini possono diventare gli anziani del villaggio e quindi portavoce del villaggio: su questa nomina le donne non hanno alcuna voce in capitolo. Se l’anziano gode di una posizione estremamente autorevole – s’intende che questa autorevolezza non gli permette di rivoluzionare un sistema sociale, organizzativo e produttivo consacrato dall’esperienza empirica – e anche di privilegi legati al culto, più robusta ancora è la funzione del capo-villaggio, in genere giovane e perciò più duraturo, che viene nominato dal suo predecessore. Anche il capo-villaggio concentra la sua attività nella gestione dei vari culti, settore nel quale le donne hanno scarso accesso (vi sono anche dei culti femminili ma vengono tenuti in scarsa considerazione).

Questa divisione di ruoli non mette in condizioni di inferiorità la donna, visto che praticamente il potere economico è nelle sue mani. Ma non va sottovalutata l’importanza che deriva dalla detenzione dell’autorità religiosa, strumento di grande forza suggestiva, e perciò potenziale strumento di potere.

A questo punto, dopo aver riflettuto sui due modelli sociali descritti, lettrici e lettori saranno ancora in preda al dubbio sollevato dalla domanda iniziale: “Il matriarcato è esistito?”.

Gli storici e gli antropologi – quelli seri, s’intende, che si attengono scrupolosamente al metodo scientifico che richiede prove provate con la massima rigorosità – rispondono con un deciso no. Se ci si attiene ai fatti reali rinvenuti nella storia e alla definizione dell’English Oxford Dictionary dà del termine matriarca identificando questa figura nella donna che ha lo status corrispondente a quello del patriarca, in tutti i sensi della parola, non si può certamente sostenere che nella storia vi sia traccia di istituzioni nelle quali la donna abbia detenuto – oltre a quello familiare – il potere sociale, politico e statuale così come lo detiene l’uomo nell’ambito del patriarcato.

Dunque no, il matriarcato non esiste. Anche se i ricercatori e gli antropologi dell’Ottocento (valga per tutti Joahann Jakob Bachofen, lo scienziato tedesco autore, fra l’altro, de Il potere femminile) hanno scritto fiumi di parole per dimostrare il contrario.

Eppure questa idea del matriarcato è un fantasma costantemente presente nella cultura maschile. Appare molto spesso nella letteratura impegnata come nella novellistica o altra letteratura d’evasione. L’idea della donna al potere e del potere della donna sconvolge e terrorizza gli scrittori protocristiani e li porta a scrivere lunghe e deliranti elucubrazioni sui poteri malefici della donna, presa nella sua singolarità, e della società femminile. Perché dunque questa ossessione, questo incubo, ricorrente nei secoli, per una situazione mai esistita? C’è dietro forse l’inconscia paura nei confronti della donna, questo “altro”, questo misterioso, complesso essere che il maschio primitivo si trova accanto. Un essere il quale – senza che l’homo erectus riesca a spiegarsene la ragione – riesce magicamente a far uscire dal suo corpo un’altra creatura vivente fatta a sua immagine e somiglianza, un essere che ad ogni luna perde sangue da una misteriosa ferita eppure non muore. Un essere misterioso come la Grande Madre Terra, anch’essa dotata di una forza inspiegabile e vitale. Un essere che può ridurre l’uomo in una condizione totalmente subalterna?

Un’interessante risposta ci viene dall’antropologa Ida Magli.

“L’itinerario affettivo e psicologico seguito da Bachofen, e sulla sua scia dagli altri assertori del matriarcato, è di grande importanza proprio per queste contraddizioni e va analizzato con cura perché dischiude via via a chi lo osserva meravigliosi e significativi orizzonti su ciò che rappresenta la femminilità nell’inconscio maschile: visioni, immagini, desideri, timori, sogni, angosce, speranze dalle quali è scaturita, con una corrispondenza che affascina e sgomenta, l’immensa costruzione culturale, il castello simbolico nel quale la donna è racchiusa a fondamento e garanzia dell’Artefice maschio. Sfilano così, dinanzi agli occhi stupiti e ammirati di chi legge, associazioni illuminanti e straordinarie, quali solo la ferrea razionalità dell’inconscio può suggerire, e si proietta attraverso l’opera di un Bachgofen, di uno Schmidt, di un Briffault, l’immagine femminile che gli uomini accarezzano e sedimentano dentro di sé e che si rispecchia nella cultura: un’immagine oscura e luminosa, chiara e ambigua, tenera e crudele, protettiva e pericolosa, debole e potente, portatrice di vita e di morte”.

“Si nota chiaramente in questo quadro” afferma ancora Ida Magli in Matriarcato e potere delle donne (Feltrinelli 1982), “come i caratteri della femminilità, nell’attività, fantasmatica dell’uomo, si associno sempre, malgrado la loro apparente grandezza, a elementi negativi, nefasti. Per Bachofen il numero due è femminile, perché allude al dualismo originario, ma esso diventa perfetto soltanto nell’era del padre, della mascolinità, elevandosi alla perfetta armonia del “tre”.

“Infatti, continua implacabile la Magli, il principio tellurico religioso è femminile, ma materiale e inferiore, mentre quello superiore, cosmico, si realizza con il principio della luce, che è maschile… la donna è la terra, ma la terra è una forza materiale, mentre l’uomo è il principio spirituale, per cui il diritto materno caratterizza uno stadio dell’umanità la cui concezione religiosa individua nella materia, ossia nella terra, la sede più certa della forza materiale. Il diritto della terra quindi è un diritto sanguinario e feroce che non conosce altra sanzione che la morte; esso caratterizza un’epoca triste, opprimente, selvaggia, l’epoca in cui l’aspetto delle Erinni, immagini femminili della morte, è quello di una schiera grondante di tanto sangue che esse stesse ne sono sazie”.

Le connessioni che Bachofen individua fra la mitologia, simbolismo, religioni e immagini femminili della cultura sono così suggestive e racchiudono una tale verità maschile, che basterebbero da sole a testimoniare del fatto che le strutture culturali sono opera del maschio, proiezione esclusiva della sua visione del mondo. Ed è questa verità, al tempo stesso psicologica e culturale per l’inestricabile interazione che esiste fra l’inconscio e cultura, che ha impedito agli antropologi di accorgersi di quanto fossero fantasiose e irreali le loro descrizioni del Regno delle Donne.

Potremmo dire a questo punto, arrivando paradossalmente a conclusioni opposte a quelle della professoressa Magli dopo essere ricorsi alla sua peraltro esatta e affilata analisi, che il matriarcato esiste. Esiste in quanto è nel conscio e nell’inconscio del maschio, dell’intera società maschile. E’ solo idea, idea ossessiva per l’esattezza, ma le idee, consce o inconsce che siano, pilotano il comportamento sociale. Se questa idea, chiusa nell’archivio storico dell’inconscio collettivo maschile, non viene riportata alla luce e analizzata, il matriarcato, o, se si preferisce, la paura del matriarcato, continuerà ad esistere. Continuerà ad esistere quella paura della donna – perché questa idea altro non è – che rende affollati gli studi degli psicanalisti.

Una paura che viene da lontano, dai territori della mitologia dove prendevano corpo terrori, problematiche e simbologie espresse dall’uomo diventato padrone dell’immaginifico.

L’uomo, il maschio storico, teme continuamente di perdere il potere, e questo timore lo esprime attraverso tutti i suoi mezzi i comunicazione, dalla letteratura, all’arte, alla musica. Per questo egli immagina che la dama di Ragnell risponda, quando re Artù le chiede quale sia il desiderio femminile contemporaneamente più sublime e più abbietto:

“Sire, c’è una sola cosa in cima ad ogni nostro pensiero che tu adesso devi conoscere: noi desideriamo sull’uomo, più che su tutte le cose del mondo, avere imperio”.

Questa paura trapela anche dalle pagine dell’Antropologia pragmatica (1798) scritta da quel grande pensatore tedesco che fu Immanuel Kant. Disquisendo sulla sete di potere il filosofo afferma che “per quel che riguarda l’arte di dominare direttamente, come, per esempio, quella della donna per mezzo dell’amore verso di sé che essa ispira nell’uomo, per asservirlo ai propri fini, essa non è compresa sotto questo titolo, perché non comporta nessuna violenza, ma sa dominare i suoi soggetti col proprio fascino. Non che il sesso femminile, nella nostra specie, sia privo dell’inclinazione a dominare quello maschile (il contrario è vero) ma esso per il suo scopo di dominio non si serve del medesimo mezzo di cui si serve l’uomo, cioè non del privilegio della forza (che qui si sottintende nel termine dominare) ma di quello dell’attrattiva, che include in sé un’inclinazione dell’altra parte a lasciarsi dominare”.

Il fantasma alberga anche nella mente del più grande poeta tedesco, Wolfgang von Goethe (1749-1832), che nel primo atto del Faust fa dire a un personaggio:

“Le madri! E’ sempre come se mi colpisse un fulmine. Che cos’è questa parola che non mi piace sentire?”

Ma torniamo ora alla ricerca delle origini dell’idea di matriarcato (che ispira reverenziale timore) verso tempi molto più lontani, all’età della pietra, nella quale l’archeologia è andata a strappare testimonianze che permettono di sostenere abbastanza solidamente la convinzione che ai primordi della storia la dimensione donna abbia avuto nella vita del maschio un ruolo dominante.

In questo periodo lungo circa 25mila anni, troviamo che l’immagine scultorea, sia che provenga da Willendorf, nella Bassa Austria, dove venne trovata la famosa Venere, o dalle caverne di Laussel in Francia, o da altri posti, ha sempre fattezze femminili. Altri reperti con queste indicative caratteristiche sono stati portati alla luce nelle steppe russe, nella valle dell’Indo, nell’Asia centrale e nel bacino Mediterraneo. Rappresentano la più antica forma d’arte e le prove archeologiche più ricorrenti sul mondo antico. Fra questi muti testimoni di pietra la figura maschile appare rarissimamente o è del tutto inesistente.

Queste figurine femminili sono stranamente attraenti.

“Personalmente sono sempre rimasto particolarmente colpito dalla cosiddetta Venere di Willendorf”, scrive Wolfgang Lederer (psichiatra e psicanalista viennese che si è trasferito negli Stati Uniti nel 1983), in Ginofobia (Feltrinelli 1973). “In effetti non era proprio una tipica bellezza, neanche per la Vienna fra le due guerre, dove le rotondità erano più apprezzate che nell’America odierna. Nessuna delle gaie signore amanti della buona tavola… aveva la stessa massa adiposa o se ne avvicinava anche lontanamente. Ma nessuna di loro aveva la medesima compostezza. Nell’inclinazione della testa, dalla accuratamente pettinata, nelle braccia graziose gentilmente ripiegata sugli smisurati seni penduli mi sembrava di scorgere un’espressione di sereno orgoglio; nei rotoli increspati di grasso sopra la pancia e i fianchi, nelle natiche e cosce enormi, una forte determinazione; in quell’atteggiamento completamente assorto, un grande senso di sicurezza”.

“Fra tutte le statue che ho visto”, osserva Lederer, “mi è sembrata l’unica capace di stare in qualunque luogo: imperturbabile, distaccata. Non ha bisogno di volto: tutto quello che conta in questo mondo non sembra stare attorno, ma dentro di lei”.

Di queste statuette ne esistono diverse e sono analoghe. Hanno in comune la nudità, le elaborate pettinature, gli ornamenti, l’enfatizzazione delle dimensioni delle fonti della vita ossia il seno e la zona pubico-genitale. Alle volte si ricorre alla stilizzazione, come nelle Cicladi e in Anatolia, con la quale la figura femminile viene sintetizzata in un basamento rialzato scolpito nel marmo. Ma comunque tutte le immagini, siano stilizzate siano realistiche al massimo, esprimono con estrema potenza la stessa interiorità e autosufficienza.

Queste donne erano dee, afferma con sicurezza lo studioso, e per un arco di tempo cinque volte più lungo di un’epoca storica – e molto più a lungo di qualsiasi altra divinità – sono state le sole ad essere venerate.

E’ da notare, per capire l’idea di potenza femminile che viene introiettata dal maschio, che in genere queste figure non hanno piedi: sono di terra e piantate nella terra, fermate nell’atto di sorgere: è la nascita dalla grande matrice, matrici a loro volta. Questi simulacri venivano adorati nelle caverne naturali o nelle fessure della terra, o in caverne costruite dall’uomo che erano templi bui ottenuti ammassando le une sulle altre enormi lastre di pietra (caverne, buio, anfratti sono chiari simbolismi con i quali il maschio primitivo esprime la sua tremante reverenza nei confronti del mistero della nascita, quel mistero custodito nel corpo di questa sua compagna che ha un potere tanto più grande del suo).

Il potere di generare, di nutrire, di popolare il mondo identifica la donna con la terra, con la quale ha in comune sia il potere di generare sia l’imprevedibilità catastrofica che fa parte del ciclo di momenti evolutivi ma che l’uomo definisce con il termine crudeltà. La Terra dunque, con tutta la sua potenza, è il femminile, l’origine, il principio dell’umanità, la Grande Dea dalla quale discende ogni cosa.

“Certo questa è una costruzione maschile” come afferma Ida Magli (e con lei Simone di Beauvoir ed altre autrici di indubbio valore). Ma a questo punto sorge una legittima domanda: perché l’uomo non ha messo sé – già in quei lontani tempi – al centro dell’universo nel ruolo del Grande Dio fecondo, custode dei grandi misteri?

MATRIARCATO, CHE INCUBO…

Nella mitologia dell’antico mondo greco troviamo le figure di dei potenti, bellicosi, capricciosi, libertini, litigiosi, vanitosi, caratterizzati da comportamenti infantili o adolescenziali, nei quali il maschio ha riprodotto, inconsciamente o no, il proprio modo di vivere la vita. Ma all’inizio di questa progenie che è uscita dalla retta via egli colloca la Grande Madre, la Grande Dea. Dal Caos primordiale nasceinfatti Gea, la Grande Madre Terra la quale partorisce, senza bisogno di connubio alcuno Urano (il cielo), Ponto (il mare) ed Eros, (cioè l’amore creatore della vita).

Col tempo a Gea vengano dati caratteri meglio definiti e diventa così la madre di tutti gli esseri viventi e, insieme, del mondo sotterraneo nel quale essi, compiuto il loro ciclo, vanno a finire.

L’incubo del matriarcato viene espresso anche nel mito delle Amazzoni (nell’immagine sopra) nel quale accanto al potere, alla forza magica, appare anche la crudeltà, primo segno di una trasformazione del timore in vero e proprio terrore. Le Amazzoni costituivano una popolazione residente in uno stato della regione del fiume Termodonte, sulla costa meridionale del Mar Nero. Erano governate da regine (la più grande delle quali fu Pentesilea) e il potere era interamente in mano loro; gli uomini erano ridotti al rango di schiavi, considerati soltanto come riproduttori e resi inabili all’uso delle armi, uso riservato alle sole donne che, per poter meglio maneggiare l’arco, sottoponevano al taglio di uno o di ambedue i seni (da qui il nome: a-mazos, senza seno). Secondo la leggenda queste donne, a parto avvenuto, uccidevano (o accecavano, secondo altre versioni) i figli maschi.

Eva Cantarella, docente di diritto romano all’università di Parma, ricorda il meno noto mito delle Lemnie. Queste avevano dei mariti “ma avendo offeso Afrodite, erano state punite dalla dea: colpite da un terribile cattivo odore (dysosmia) erano state rifiutate dai loro uomini, rifugiatisi tra le braccia di giovani e più piacevoli schiave tracie. Le Lemnie allora, per vendicarsi, avevano sgozzato tutti maschi dell’isola, e da quel momento Lemno era diventata una comunità di sole donne, governata dalla vergine Ipsifile. Un giorno, però sulla nave Argo era arrivato Giasone ed era stata la fine del potere femminile. Gli Argonauti si erano uniti alle Lemnie (il cui cattivo odore era scomparso nel momento in cui avevano accolto gli uomini); Giasone aveva sposato la regina Ipsifile…” (da L’ambiguo malanno – Editori Riuniti).

Ma vediamo di leggere con un minimo di attenzione i fatti, avverte l’autrice. Innanzitutto sia le Amazzoni che le Lemnie erano donne crudelissime, le Lemnie addirittura selvagge al punto i divorare “carne cruda”. Sia le Amazzoni sia le Lemnie, inoltre, erano comunità di sole donne: in nessuno dei due racconti, quindi, le donne regnano su una società normalmente composta di uomini e donne. E per di più, se il regno delle Amazzoni è indeterminato nel tempo, quello delle Lemnie è ristretto a un periodo per così dire patologico della vita del gruppo e come tale destinato a sparire non appena, con gli uomini, si presenta la possibilità di tornare alla normalità.

“Anziché rappresentare un momento di potere matriarcale”, commenta la Cantarella, “questi miti sembrano insomma voler esorcizzare l’idea di un eventuale potere femminile. E di recente, del resto, sono stati oggetto di interpretazioni ben diverse da quella ottocentesca, che su di esse fondava una ricostruzione storica. Il mito delle Amazzoni in particolare è stato letto come la rappresentazione mostruosa, fatta dai greci, di un mondo barbaro e selvaggio, opposto alla cultura: non a caso, quindi, composto da sole donne”.

Il mito delle Amazzoni sembra essere quello più suggestivo, fra quelli elaborati dalla fantasia dell’uomo, proprio perché è il più estremizzato e il più esemplare. Tale è la sua efficacia e la sua ricorrenza nelle citazioni storiche da sfiorare la possibilità di assurgere alla dignità di momento storico reale. Man mano che il tempo passa il mito si arricchisce, le deduzioni, che scaturiscono da flebili indizi rinvenuti nei territori studiati dall’archeologia vengono portate nelle discussioni come elementi a sostegno della causa di santificazione storica.

A questo proposito Lederer fa notare che recentemente è stata fatta l’ipotesi che il nome Amazzoni derivi dall’armeno e significhi Donna-Luna. La definizione deriverebbe dal fatto che queste donne sarebbero state sacerdotesse armate dalla Dea Madre, che porta la Luna come emblema. Secondo questa nuova ipotesi le Amazzoni si impadronirono di gran parte dell’Asia Minore e del Nord Africa e fondarono le città di Efeso, Smirne, Cirene e diverse altre.

La loro regina Lisippe stabilì che anche agli uomini toccasse sbrigare le faccende domestiche mentre le donne combattevano e governavano. Venivano perciò fratturate le braccia e le gambe ai bambini perché non fossero poi in grado di viaggiare e battersi in guerra. Queste donne “anormali” non rispettavano né giustizia né pudore ma erano stupende guerriere e per prime usarono la cavalleria (la zona d’origine delle Amazzoni, le steppe della Russia meridionale, era ed è regione di cavalli). Secondo una delle versioni venute ad arricchire la leggenda le Amazzoni delle montagne del Caucaso si sarebbero accordate con un popolo maschio confinante, i gargarensi, per ritrovarsi ogni primavera sulla sommità della montagna che separava i due territori e trascorrere due mesi assieme, abbandonandosi a promiscui amplessi nel cuore della notte.

Non appena un’Amazzone si rendeva conto di essere incinta faceva ritorno al proprio territorio per rientrare nella sua casa. Dopo il parto tra i piccoli nati veniva fatta la selezione: le femmine diventavano amazzoni ed educate all’esercizio del potere e delle armi, i maschi venivano affidati ai gargarensi – e questa è un’altra delle ipotesi, in contrasto con la precedente – i quali, non potendo stabilire con esattezza la paternità, non facevano altro che distribuire i piccoli a caso nelle varie capanne.

In quest’ultima e più estesa versione del mito traspare più chiaramente, attraverso nuovi e più precisi particolari, la proiezione della paura dell’uomo sulla figura femminile, una paura che ingloba il timore dell’abbandono, della sopraffazione e del conseguente annullamento.

Il fatto che le Amazzoni vivessero senza il maschio dopo averlo strumentalizzato, e reso impotente in senso lato, è indicativo. I greci ne hanno una paura folle e i loro racconti dicono che queste terribili femmine “lottano contro gli uomini, uccidono gli uomini, sono divoratrici di carne, avide di guerra”.

Paura spiegabile se si considera il fatto che – sempre ricordando che siamo sul territorio della deduzione storica – a quell’epoca le Amazzoni disponevano di una cavalleria che travolgeva i nemici con furiose e fulminee cariche dall’effetto devastante mentre i greci combattevano ancora appiedati: non solo, si pensa che questo popolo di donne conoscesse già il ferro e le sue applicazioni belliche mentre i greci erano ancora fermi al bronzo. Immaginabili gli effetti di una battaglia in queste condizioni di netta inferiorità. Dalla leggenda – o c’è un filo di verità? – si evince che i diversi nemici quando combattevano contro le Amazzoni dovevano affrontare non solo l’avversione biologica e inconscia a battersi contro le donne, ma dovevano fare i conti anche con la propria profonda paura della castrazione. Probabilmente a causa delle esperienze con le Amazzoni –osserva Bernice Schultz Engle in Le Amazzoni e l’antica Grecia – “gli uomini greci sembrano aver perennemente paura di essere sopraffatti e di perdere i propri privilegi ad opera delle donne. Le donne, d’altra parte, dimostravano grande crudeltà nei confronti degli uomini ma anche nei riguardi dei bambini”.

Quest’ultima annotazione sulla crudeltà delle donne può essere spiegata come una forma di vendetta obliqua nei confronti dell’uomo greco che aveva praticamente ridotto in schiavitù la donna riducendola al rango di sottoproletaria priva di diritti civili.

Dov’è dunque, a prescindere dalla mitologia, la radice di questa protostoria che manda ai posteri l’idea della donna come detentrice del potere?

Secondo Lewis Mumford, autore de La città della storia (Editrice Etas Kompass), nell’antica società neolitica, prima dell’introduzione dei cereali, l’egemonia della donna è assoluta. Il sesso s’identifica allora con il potere. E questa non è soltanto un’immagine poetica intensificata dalla libidine… il contributo femminile all’educazione dei bimbi e alla cura delle piante aveva trasformato l’esistenza ansiosa, preoccupata e apprensiva del primitivo in una vita di previsione ragionate, con sufficienti garanzie di continuità e non più interamente soggetta a forze superiori alle capacità di controllo dell’uomo… la donna neolitica aveva tante ragioni di essere fiera del proprio contributo quante ne ha quella dell’epoca nucleare di tremare per il destino del proprio mondo e dei propri figli.

Le parole “casa” e “madre” si inscrivono in ogni fase dell’agricoltura neolitica e inoltre nei nuovi villaggi, grazie alle fondamenta delle case e delle tombe. E’ la donna che maneggia il foraterra e gli altri strumenti primitivi per smuovere il terreno; e lei che si occupa dell’orto e compie quei capolavori di selezione e di incrocio che trasformano specie selvatiche in varietà domestiche prolifiche nutrientissime. Dominato dalla donna, il periodo neolitico è soprattutto un’epoca di recipienti: un’età di utensili di pietra e di terracotta, di vasi, giare, tini, cisterne, bidoni, fienili, granai e case e di grandi involucri collettivi come i canali di irrigazione o i villaggi.

Mentre l’uomo caccia, sviluppando sempre più la sua forza muscolare nel confronto con animali più forti e affinando il suo cervello unidirezionalmente, la donna si confronta con una serie di problemi connessi in mille modi alla conservazione della vita oltre che alla “produzione” di questa.

Anche il villaggio, quindi, è fondamentalmente una sua creazione, essendo un rifugio collettivo per proteggere e allevare i figli, conservare le scorte, garantire un sereno riposo al gruppo. Qui la femmina contribuisce a prolungare il periodo dell’infanzia e dei giochi sereni dal quale dipende tanta parte della vita successiva dell’uomo e della prole in genere. La presenza della donna si fa sentire in ogni componente del villaggio, comprese le strutture fisiche, con quei recinti protettivi il cui significato simbolico è stato ora rilevato, con molto ritardo, dalla psicoanalisi. Sicurezza, ricettività, bisogno di protezione, educazione: tutte queste funzioni riguardano la donna e assumono un’importanza fondamentale.

Casa e villaggio, e in un secondo tempo anche le città, sono in gran parte opera femminili. Questa naturalmente può apparire una suggestiva ma arbitraria ipotesi psicoanalitica ma la teoria viene confermata dagli antichi egizi che nei due geroglifici indicanti “casa” e “città” inglobavano anche il significato “madre”, per esprimere il parallelismo della funzione individuale e collettiva. La teoria è confermata ancora dal fatto che le strutture più primitive (case, stanze, tombe) sono rotonde e convesse come la copia originaria, descritta dalla mitologia greca, che viene modellata sul seno di Afrodite.

Quando ha inizio la “lotta di classe” che capovolge la situazione e porta l’uomo al potere e dà inizio all’epoca del patriarcato che ridurrà la donna in posizione più o meno subordinata?

I primi segni indicativi li ritroviamo come sempre, nelle varie mitologie. Restiamo nell’ambito di quella greca. Ne “Le Eumenidi” Eschilo narra che Oreste, figlio di Clitennestra rea di aver assassinato il marito Agamennone, vendica la morte del padre uccidendo la madre. Accusato dalle Erinni – che simboleggiano il matriarcato in dissoluzione – egli si difende:

“Quando mia madre era in vita perché non siete discese in Terra a perseguitare e scacciare lei?

Rispondono Le Erinni che l’uomo ucciso da Clitennestra non le era consanguineo.

“E io allora” risponde Oreste, “sono legato a mia madre per vincoli di sangue?”

“Assassino sei difatti. Come avrebbe ella potuto altrimenti portarti e curarti sotto il suo cuore? Rinneghi forse l’intimo sangue di tua madre?”

Per risolvere la vicenda Oreste chiede soccorso ad Apollo, che rappresenta il nascente sistema patriarcale. Il Dio risponde:

“Nella mia risposta ti dirò il vero. La madre non è genitrice di quel che si dice figlio suo, bensì soltanto la depositaria tutelare del seme appena piantato e destinato a germogliare. Genitore è colui che la cavalca. invece, estranea, preserva il seme dell’estraneo, quando nessun dio s’intrometta. Ti Elladarò la prova di quanto ti ho spiegato. Può esservi un padre anche senza una madre. Ecco la testimone vivente, figlia di Zeus Olimpio, colei che mai fu accolta nelle tenebre di un grembo, figlia che pure mai nessuna dea avrebbe potuto dare alla luce…

La figlia alla quale fa riferimento Apollo è Atena, nata dalla testa di Giove, già adulta, piena di forza e armata di tutto punto (elmo, asta, scudo ed egida) pronta a difendere il padre dai suoi nemici sia con le armi sia con la propria saggezza, la prudenza, l’accortezza, sue doti speciali. (Ma da questa nascita ci si rende conto come l’immaginazione dell’uomo continui a trovare enormi difficoltà nel tentativo di liberarsi dal culto del femminile e quindi del proprio stato di subordinazione).

L’inizio del sistema patriarcale, nelle varie mitologie, non è databile perché il momento è direttamente connesso agli inizi e ai tempi di sviluppo delle varie culture locali. Vediamo comunque che il matriarcato viene sottoposto ad assalti sempre più violenti man mano che il tempo trascorre e l’uomo scopre che può usare la propria forza, impiegare la stessa violenza che usa nella vittoriosa lotta contro gli animali, per strappare il potere dalle mani della donna.

Uno di questi assalti viene ricordato nella lontana storia degli Ona, una popolazione della Terra del Fuoco estinta nel 1925 dopo essersi ridotta a una sessantina di individui. Si narra che i maschi Ona, dopo essere vissuti troppo a lungo nel terrore e in completa soggezione nei confronti delle loro donne e della capacità magica femminile di compiere i più diversi “prodigi”, siano arrivati a elaborare, per affrancarsi da questo dominio, un piano che li avrebbe emancipati definitivamente. Il piano era simile a quello pensato alcuni decenni orsono da Adolf Hitler per risolvere la cosiddetta “questione ebraica” : contemplava la “soluzione finale”, lo sterminio totale dell’odiato nemico. Sulla base di questa idea gli Ona uccisero tutte le donne dotate di “poteri magici”, cioè tutte le donne adulte, per organizzare poi una società “magica” di soli uomini. Dopo questa “rivoluzione” le donne giovanissime (inesperte per quanto riguardava l’esercizio della magia e del potere e quindi per questo risparmiate dal bagno di sangue) si sottomisero automaticamente al potere maschile.

Anche nella cultura della Grecia antica, la donna viene ridotta in un ruolo del tutto subalterno, praticamente in semi-schiavitù, anche se il mezzo che porta a questo cambiamento di ruoli non è costituito dal massacro ma da una legislazione ad hoc.

Il maschio ha vinto, apparentemente non ha più paura della donna, anzi, la disprezza profondamente, violentemente (tanto violentemente da destare il sospetto che quella paura sia ancora conficcata nel profondo della sua anima). Esiodo, il primo poeta della Grecia neo-patriarcale, così scrive:

“Colui che si affida a una donna si affida a un ladro”

Aristotele, mostro sacro della filosofia del tempo, esprime l’opinione comune quando afferma che la donna è donna in virtù di un difetto e quindi deve vivere rinchiusa nel focolare e subordinata all’uomo.

“Lo schiavo è completamente privo della libertà di deliberare; la donna la possiede ma in modo debole e inefficace”.

Il povero Platone, collega di Aristotele, viene travolto dalla beffe del solforico commediografo Aristofane quando osa proporre di immettere un consiglio di matrone nell’amministrazione della cosa pubblica e di dare un’educazione libera alle ragazze. Le idee di Aristofane sulla condizione femminile appaiono chiare quando nella “Lisistrata” la famosa commedia rappresentata nel 411 avanti Cristo, alla moglie che interroga il marito sugli affari pubblici dà questa risposta:

“Non ti riguarda. Taci o ti prendo a schiaffi. Tessi la tua tela”.

Viene spontaneo ricordare che questo tipo di risposta non era ancora uscito dal costume odierno, almeno non del tutto.

Non è da meno Pitagora, un altro dei grandi della scienza greco-antica, che interviene con tutto il peso della sua autorità di fisico-matematico-filosofo.

“C’è un principio buono”, dice solennemente, “che ha creato l’ordine, la luce e l’uomo, e un principio cattivo che la creato il caos, le tenebre e la donna”.

Nell’epoca romana la donna riesce a recuperare dignità e libertà, ma sempre entro i limiti di una società dominata interamente dal maschio. Ha nelle sue mani il governo della casa, l’educazione dei figli, ha il diritto di uscire e di esprimere opinioni, presiede il lavoro degli schiavi, può recarsi alle feste e a teatro, per la strada i passanti, siano uomini di semplice grado o consoli e littori, le cedono rispettosamente il passo. Tuttavia, pur avendo conquistato diritti ancor più consistenti nel corso del tempo, anche la donna romana, inchiodata dal giure al concetto della “fragilitas” resta sempre sottomessa al volere del “paterfamilias“.

Ma l’attacco durissimo – che esprime un ritorno di paura più grave di altri viene dal porto-cristianesimo, un attacco che vede la figura della dona demonizzata in modo esasperato, violento a tal punto da lasciarci profondamente perplessi considerati i presupposti di mitezza e di rispetto umano contenuto nella predicazione di Cristo.

San Paolo si dimostra ferocemente antifemminista, prescrive alle donne umiltà, contegno, totale subordinazione all’uomo. Egli afferma con solennità: “L’uomo non è stato tratto dalla donna ma la donna dall’uomo: e l’uomo non è stato creato per la donna ma la donna per l’uomo”. E perché non ci siano equivoci ribadisce: “Come la Chiesa è sottomessa al Cristo, così le donne siano sottomesse in ogni cosa al marito”.

Quinto settimo Tertulliano, che prima della conversione al cristianesimo passa attraverso un’educazione classica e diventa un giurista di valore, scaglia contro la “maledetta femmina” arringhe feroci. Un esempio:

“Donna, tu sei la porta del diavolo. Tu hai persuaso colui che la donna non osava affrontare. Per colpa tua il figlio di Dio ha dovuto morire; dovrai andartene sempre vestita di stracci luttuosi”.

Dal canto suo Sant’Ambrogio tuona, armato di una logica quantomeno discutibile:

“Adamo è stato condotto al peccato da Eva e non Eva da Adamo. È giusto che la donna accolga come padrone chi ha indotto a peccare”.

San Giovanni Crisostomo iperbolizza:

“Fra tutte le belve non se ne trova una più nociva della donna”.

L’attacco misogino raggiunge il vertice massimo con Sant’Agostino, che impiega tutta la sua autorità per ottenere l’annullamento dei “mostri“:

“La donna è una bestia che non è né ferma né stabile… È nutrice di cattiveria ed è il cominciamento di tutte le piaghe, e trova la via e il sentiero gli ogni malvagità”.

Nei “Soliloquia”, composti attorno al 387, il dottore della Chiesa (che in passato si era goduto una vita amorosa piuttosto vivace dalla quale aveva avuto anche un figlio) scrive che “non c’è nulla che io debba fuggire più del talamo coniugale, niente getta più scompiglio nella mente dell’uomo delle lusinghe della donna, e del contatto dei corpi senza il quale la sposa non si lascia possedere”. Travolto dalla sua ginecofobia il santo parla con orrore persino del sublime momento della nascita, il momento più poetico della natura: “Iter urinam et faeces nascimur”.

L’esito di questa “crociata” contro il mondo femminile è vittorioso. Per un periodo la donna vive in modo quasi abbietto. Ma a poco a poco riconquista terreno. Il suo potere è trasversale, obliquo, dissimulato, “rispettoso” del principio di sovranità del maschio, ma all’osservatore obiettivo si rivela in tutta la sua importanza e la carica positiva, vitale. Quando il Medioevo esce dal suo periodo più buio lo storico può constatare che mentre il patriarca si dà alla soluzione dei problemi di vario tipo (da quello economico a quello territoriale fino a giungere al conflitto religioso) ricorrendo alla guerra, a massacri e crudeltà di ogni genere, la donna svolge nuovamente con il suo millenario senso della realtà – il “senso della vita” – il ruolo di pilota di quella comunità che il “prode Anselmo” ha abbandonato a se stessa.

Chiede con garbata provocazione Eileen Power, grande medievalista, docente di storia economica alla London School of Economics.

“Nel tempo che il signore passava alla corte o in guerra, chi si occupava del castello e glielo restituiva al suo ritorno con le mura riparate, il lavoro dei campi eseguito e le questioni giuridiche risolte? E se il signore cadeva prigioniero, chi raccoglieva il riscatto, cavando ogni soldo possibile dalla proprietà, annoiando gli arcivescovi con le suppliche, vendendo l’argenteria di famiglia? E quando disgraziatamente il signore veniva ucciso, chi si faceva esecutrice del testamento e ne cresceva i figli?”

“La risposta a tutte queste domande fa rilevare la Power, “in nove casi su dieci è: sua moglie. Essa doveva essere pronta a prendere ll suo posto in ogni momento, fosse la regina reggente o un’oscura gentildonna del Norfolk… La signora doveva essere esperta nelle finezze del comando e della legge medievale nel caso prevaricasse sui diritti del signore: doveva conoscere tutto dell’arte di condurre delle terre in proprietà in modo da controllare il balivo (il balivo era un funzionario di nomina regia, a capo di una circoscrizione territoriale, che avrebbe potuto commettere, ai danni dei feudatari, il reato che oggi viene definito interessi privati in atti d’ufficio n.d.r.) e doveva conoscere il suo mestiere di padrona di casa ed essere capace di pianificare le spese con accortezza” (Da Donne del Medioevo – Ed. Jaca Book).

Ottime “matriarche” – le virgolette sono obbligatorie visto che non si trattava di un potere totale, ma va messo in evidenza che queste donne finivano per avere di fatto potere assoluto sui membri della famiglia e dell’azienda, maschi compresi – furono le vedove degli artigiani e commercianti inglesi che, specialmente a Londra, si trovarono a gestire gli affari dei mariti (come consentiva il regolamento delle corporazioni).

Racconta Elione Power, che per condurre affari di una certa importanza “occorreva un non piccolo bagaglio di conoscenze e abilità. Nel 1370 Alice, ultima moglie di John di Horsford, reclamò davanti alla sede delle corporazioni di Londra la proprietà di una metà di una nave… che era stata dichiarata dal balivo di Billingsgate proprietà di qualcun altro. Fornì prova del suo titolo e la corte ordinò che le venissericonosciuta la proprietà. Alla vedova di un altr mercante, Margaret Russel di Coventry, fu rubata merce per il valore di 800 sterline da certi tipi di Santander in Spagna e ottenne lettere potenti per l’autorizzazione a prendersi beni appartenenti a spagnoli in misura tale da indennizzarsi; sembrò in seguito che lei si fosse presa più del dovuto e gli spagnoli la querelarono a loro volta”.

Senza voler stabilire primati che potrebbero apparire non gradevoli, corre obbligo di sottolineare che la ricerca che ha seguito con attenzione la storia della donna ha dimostrato che questa ha gestito, e gestisce, il potere, con capacità, sagacia e accortezza tali da dimostrare il suo pieno diritto a governare la società ed a partecipare al suo sviluppo in ogni settore e livello su un piano di perfetta parità con l’uomo.

Il Rinascimento italiano, che è un’epoca nella quale l’individualismo domina beneficamente, è il momento favorevole al fiorire di personalità forti, senza distinzione di sesso.

E proprio in questo periodo si ha una dimostrazione delle grandi capacità della donna di competere con l’uomo e di tenergli testa e, più spesso di quanto piaccia all’uomo, di batterlo. In questo arco di tempo emergono sovrane che sanno reggere più o meno grandi stati o feudi con accortezza, equilibrio e sanno dare prova di un acume politico e diplomatico ammirevole: troviamo nome come quelli di Giovanna d’Aragona, Isabella d’Este, Giovanna di Napoli. Ci sono donne che sanno prendere in mano le armi come gli uomini: la moglie di Girolamo Riario lotta per la libertà di Forlì; IppolitaFioramenti comanda le truppe del duca di Milano e durante l’assedio di Pavia guida sugli spalti una compagnia di donne; i Senesi, per difendere la loro città contro Monteluco, hanno l’aiuto di tre schiere formate da tremila donne ciascuna, e al comando di ogni gruppo c’è una donna.

Altre donne dimostrano grandissimo talento nel campo della cultura: basti citare la poetessa Gaspara Stampa e Vittoria Colonna, anche lei poetessa, amica di Michelangelo Buonarroti che spesso dipende dal suo consiglio. Non dimentichiamo inoltre le milioni di donne che, da posizioni meno evidenti ma non meno importanti, hanno dato in tutti i tempi un contributo determinante ai problemi della vita quotidiana, alle grandi rivoluzioni come quella cristiana (nei circhi romani molte erano le donne che venivano martirizzate e date in pasto alle belve), ai grandi movimenti per diritti civili (quante sono state le donne uccise durante la battaglia che esse hanno fatto per la conquista del voto e della parità dimostrando una incredibile forza d’animo?).

Che dire poi dei grandi e suggestivi nomi come quelli di Elisabetta d’Inghilterra, Isabella la Cattolica, Caterina di Russia, Cristina di Svezia, regine di grande personalità e grandi matriarche che governano con eccezionale abilità una società in tutto e per tutto patriarcale? Una incongruenza? Certamente.

Ma una incongruenza dalla quale si può trarre la previsione, quanto vicina o quanto lontana è difficile dirlo, di una conquista del potere da parte della donna. O di una riconquista.

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Dal sito Brigantino-Il Portale del Sud-Il sito del Pensiero Meridiano http://www.ilportaledelsud.org , 23 Settembre 2013 dc

Dal Matriarcato al Patriarcato

Viaggio attraverso il Mito e il Teatro Tragico Greco

di Rosa Casano Del Puglia

Fin dal Paleolitico, l’insopprimibile esigenza umana di ricercare un “Principio”, che desse ragione del mondo, del mistero della vita… ebbe come esito la creazione di un archetipo “femminino”, una divinità onnipotente, onnisciente che crea da se stessa, una Grande Madre, dea senza volto simbolo della terra, della fertilità della donna e dei campi, dell’eterna palingenesi del ciclo delle stagioni.

Raffigurata con simboli radicati profondamente nell’inconscio collettivo, la Grande Madre ha ispirato la realizzazione di numerosissimi manufatti: “le Veneri del Paleolitico”, rinvenute in tutta Europa, preziose testimonianze di un passato dell’umanità inconcepibilmente remoto. La dea è raffigurata quasi sempre gravida, i tratti iconografici ne enfatizzano gli attributi sessuali, a volere sottolineare quel potere che solo a lei appartiene: dare la vita.

Probabilmente il culto della Grande Madre nacque in società che sentivano un mistico senso di appartenenza alla natura, e dove mentre gli uomini si dedicavano alla caccia, le donne raccoglievano frutti, radici, piante commestibili per sfamare la comunità, acquisendo con l’esperienza una serie di conoscenze su luoghi, tempi e modalità di crescita di alcune piante (il riso, il grano) sui loro poteri curativi o velenosi, tramandando così da madre in figlia quelle conoscenze che poi diventarono patrimonio comune del gruppo.

A partire dal Paleolitico tutti i popoli mediterranei hanno lasciato tracce del culto della Grande Madre, considerata, nell’arco di questi millenni, partenogenica, capace di generare la vita da se stessa. La Grande Madre è Signora dello spazio nella sua totalità cielo –terra –acque (il dio maschile proprio delle società patriarcali sarà solo Signore del Cielo), Signora del Tempo, presiede infatti, al ciclo della nascita – vita – morte –rinascita, Tessitrice, quindi, della vita vegetale ed umana. (Ancora oggi chiamiamo “tessuti” una parte fondamentale del corpo umano. Omero chiama le dee greche del fato “klotes” vale a dire filatrici.) Più tardi, nel Neolitico, con la scoperta fondamentale dell’apporto maschile nella creazione della vita si assiste ad una rivoluzione epocale, testimoniata dalla comparsa del dio della vegetazione: “il paredro” della grande dea, dio maschile che nasce e muore annualmente. Siamo attorno al V millennio, in quest’epoca si comincia a celebrare con veri e propri riti la nascita e la morte umana e vegetale. Proprio nei Misteri eleusini, sicuramente il culto misterico più affascinante dell’antichità, attestato nelle fonti del VII secolo, ma la cui fondazione si può fare risalire al XV sec, al periodo minoico –miceneo, il “paredro”, quel dio maschile, spirito della vegetazione e dio stagionale era destinato ad essere sacrificato, per cedere il posto, l’anno successivo, ad un dio più giovane.

Dunque col passare dei millenni, in età neolitica, la Grande Madre si trasforma, si accompagna al suo “paredro”e assume valenze simboliche nuove, adattandosi alle esigenze dei gruppi umani divenuti ormai stanziali. Ora, La troviamo rappresentata o come le precedenti Veneri paleolitiche, o più spesso con tratti iconografici nuovi come Signora degli animali,, delle Tenebre, della Luce, del Giorno, dei leoni etc. In Asia Minore è “Potnia Theron” (nell’Iliade, Artemide viene chiamata Signora delle belve, XXI, vv. 470 ss), in Frigia è Cybele, per gli Etruschi era Uni etc. Nel Mediterraneo è soprattutto la civiltà cretese a mostrare un legame strettissimo tra la dea e la terra; Creta, infatti, già nel VII millennio, era abitata da agricoltori che, anche se usavano ancora aratri di pietra, conoscevano la coltura dei cereali, introdotta, più tardi, nel resto della Grecia da Demetra, dea delle messi figlia della cretese Rhea.

Ma qual è il significato del compagno stagionale della Grande Madre il “paredro”? Il termine paredro significa “che siede accanto”; nell’antica Grecia, indicava il coadiutore degli arconti. Nella dimensione religiosa l’abbiamo ritrovato come un dio minore destinato al sacrifico, ma quello che più interessa, in questa sede, è il paradigma sociologico e sotto questo profilo, illustri studiosi quali Bachofen, Neumann, Schreiber ed altri ancora concordano nel ravvisare nel binomio Grande Madre – Paredro quel lungo periodo della storia dell’umanità, durante il quale si verificano i primi scontri, che col passare dei millenni e con le invasioni di popoli indoeuropei, segnarono la fine delle società matrilineari.

Bachofen, storico svizzero, analizzando le culture tribali ginecocratiche e diversi miti greci ha formulato l’ipotesi che un momento reale della storia dell’Occidente, identificabile nel Paleolitico, sarebbe stato caratterizzato da un’organizzazione sociale matriarcale, nell’ambito della quale alle donne sarebbe spettato il potere familiare, politico e religioso.

Questa tesi, condivisa tra l’altro da autorevoli storici ed archeologi, ha trovato conferme, oltre che in numerosi rinvenimenti archeologici, nella lettura, in chiave sociologica, dei miti e del teatro tragico greco. I miti non possono in alcun modo essere riconducibili ad un mondo fantastico, essendo per certi versi storia, nel senso che rappresentano il patrimonio di valori, le idee che i nostri lontani antenati avevano del loro passato; “i miti sono un adombramento della storia”, scriveva G. B. Vico.

Stando a queste fonti dirette e indirette, pare che la frattura tra matriarcato e patriarcato vada ricercata tra il 3500 e il 2500 e sia stata causata da massicce invasioni di popoli indoeuropei giunti dall’est, in seguito alle quali le società matriarcali, tipiche delle società agricole, furono soppiantate da una cultura di tipo maschile basata sulla guerra, sulla caccia e su un’economia predatoria. La cultura indoeuropea, già nel V millennio, nella zona del Volga presentava la fisionomia di una società patriarcale, fatta di guerrieri e interessata più alla caccia e alla guerra come attività economica di predazione che all’agricoltura. Nel II millennio quella cultura dilagò nell’Europa danubiana, nel vicino Oriente, nell’area dell’Egeo. Parti, Medi, Achei, Persiani, Dori adoravano dei maschi violenti e litigiosi, la Grande Dea fu soppiantata da un dio maschile rimanendo come sua consorte o molto più spesso assumendo i caratteri negativi delle Furie, delle Arpie, delle Meduse. Nella penisola ellenica, quel massiccio movimento migratorio avverrà tra il 2000 e il 1000 a.C., quelle genti indicate come indoeuropei o indoarii sconvolgeranno gli insediamenti millenari e cancelleranno, almeno in superficie, civiltà antichissime.

Alle migrazioni dei popoli indoeuropei, bisogna aggiungere che con l’avvento dell’agricoltura praticata dagli uomini, il ruolo della donna si restringe sempre più, così col tempo la troveremo impegnata solo nell’ambiente domestico, nella cura dei figli. Sicuramente anche l’incremento della popolazione ebbe un peso notevole, conducendo ad una più consistente domanda di generi alimentari e alla conseguente necessità di coltivare campi lontani dai villaggi, difficilmente raggiungibili dalle donne impegnate nella gestione della famiglia o del gruppo; cos’ le donne furono costrette a cedere all’uomo la gestione delle attività produttive. Fu questo un primo passo verso la loro millenaria sottomissione.

Il passaggio dalle società ginecocratiche a quelle fallocratiche si svolse in un lungo arco di tempo e non fu privo di momenti drammatici e di autentici scontri armati. Tracce di queste lotte di potere si riscontrano nei miti delle Amazzoni, nelle Argonautiche di Apollonio Rodio, nel teatro di Eschilo e in altre fonti ancora.

I Miti

Le Amazzoni

Nelle antiche fonti greche le Amazzoni sono donne guerriere, guidate da una regina. La loro patria di origine si sarebbe trovata sulla costa meridionale del mar Nero. Si trattava di una società matriarcale dalla quale gli uomini erano esclusi o secondo altre fonti costretti a vivere in schiavitù, e nella quale tutte le attività principali erano riservate alle donne che governavano lo stato, maneggiavano le armi, combattevano a piedi o a cavallo con lance, archi, spade per difendere il loro territorio. Si legge ancora, che ogni anno le donne in primavera andavano nei paesi vicini per farsi ingravidare. Secondo un’altra versione del mito, si trattava di donne Sciite, che avevano ucciso o cacciato i loro uomini dai quali erano maltrattate. In verità tanti sono i miti che hanno come protagoniste le Amazzoni, più significativo, al nostro scopo, è quello che tratta della nona fatica di Ercole, questi si sarebbe recato in Scizia per impadronirsi della cintura della regina delle Amazzoni, Ippolita, e portarla ad Argo per regalarla ad Era.

In questa spedizione l’eroe greco, accompagnato da Teseo, avrebbe rapito una principessa amazzone, Antiope, della quale si era innamorato. Per vendicare il rapimento le Amazzoni marciarono contro Atene, qui si scatenò una grande battaglia, le Amazzoni furono sconfitte e costrette a ritirarsi su una collina, che fu poi chiamata Aeropago (la collina di Ares). La vittoria di Teseo, nell’antica Grecia, veniva celebrata dalla propaganda patriottica come la prima volta in cui gli ateniesi avevano respinto gli stranieri. Secondo alcuni interpreti del mito, le Amazzoni sono la precisa traccia di uno stato sociale e religioso pre–ellenico, contemporaneo all’epoca nella quale il culto della grande Dea, nella Russia meridionale ed in Anatolia, si era sviluppato come matriarcato, con aspetti precisi di tipo militare e politico. Le Amazzoni sarebbero pertanto fedelissime guardie del corpo della Grande Madre anatolica.

Le Argonautiche – La “Couvade”

Nelle Argonautiche, Apollonio Rodio riferisce un’usanza dei Tibareni, popolo conosciuto dagli Argonauti durante il loro viaggio in Colchide. Una loro strana consuetudine consisteva nel simulare la maternità attraverso la “couvade”: gli uomini fingevano di essere madri, simulando le doglie del parto; la finalità era quella di impadronirsi del potere attraverso la maternità, che in ultima analisi aveva portato ad una divinizzazione della donna adombrata nel culto della Grande Dea Madre. Ecco cosa scrive A. Rodio: “Qui, quando le donne partoriscono figli ai mariti / sono essi, i mariti, che si mettono a letto e che gemono, / con il capo bendato, e le donne provvedono al cibo/per loro e preparano i bagni rituali del parto” (Arg, vv 1011-1014).

mappamediterraneo-antica

Secondo lo storico Bachofen, presso i Tibareni, a prevalere nella contesa sarebbero stati gli uomini che avrebbero imposto nuove regole, fondate sul principio della paternità e su una religiosità maschile: sulla natura prevale la lo spirito, sulla terra il cielo, sulla luna il sole, sulla notte il giorno. Tutto questo porterà al superamento dell’accettazione passiva delle leggi della natura, al rispetto delle leggi umane, al predominio del pensiero razionale, all’obbedienza al principio d’autorità. Non è un passaggio breve né indolore, i miti lo riportano come un contrasto tra il principio paterno e quello materno, la vittoria del primo è chiarissima nel teatro tragico greco, in particolare nella trilogia di Eschilo: L’Orestea.

La lotta tra Matriarcato e Patriarcato nell’Orestea di Eschilo

La genesi del Teatro Tragico Greco

L’origine della tragedia greca è una questione ancora oggi dibattuta, alcuni studiosi sostengono che il teatro tragico greco, le cui prime rappresentazioni risalgono al 535 / 533 a. C., sia stato fin dall’inizio strettamente connesso al culto di Dioniso, le cui solennità ricorrevano 3 volte l’anno, in periodo invernale. Sicuramente si trattava di rituali propri di una civiltà essenzialmente agricola, che considerava Dioniso patrono della fertilità dei campi. Ma Dioniso, questo dio, che abita ancora le nostre coscienze, era anche il dio delle orge, dei misteri, insomma un dio che simboleggiava uno spazio psicologico, etico, sociale, religioso, luogo di “coincidentia oppositorum”, di conflittualità irriducibile e lacerante da cui avrebbe tratto origine il teatro tragico greco.

Creazione massima del genio attico, la tragedia era una rappresentazione della realtà in tutti i suoi aspetti, da qui la necessità di leggerla calandola nel suo tempo e di recuperare anche quella dimensione mitologica che, in tempi ancor più remoti, abitava l’immaginario collettivo e a cui spesso gli autori attingono prescindendo dalla loro stessa intenzionalità. Perché, in fondo, la tragedia greca rispecchia, in chiave mitologica, i problemi relativi alla società pre–ellenica.

Della funzione catartica della tragedia si era già occupato Aristotele, ma dovremo aspettare il 1871, anno che vede la pubblicazione dell’opera di Nietzsche: “La nascita della tragedia”, perché si aprano nuovi orizzonti relativi alla genesi del teatro tragico greco. Il filosofo tedesco opera infatti, una distinzione tra spirito apollineo e spirito dionisiaco, il primo proprio del sogno si traduce in immagini di compostezza e si esprime nelle arti figurative, il secondo proprio dell’ebbrezza attiene alle pulsioni sotterranee dell’inconscio, si esprime nella musica. Il senso del tragico scaturisce, per Nietzsche, da questa conflittualità irriducibile, lacerante presente in tutti gli aspetti della vita e delle vicende rappresentate nel teatro greco. Così il mito di Dioniso, il dio dal doppio volto, il dio della “coincidentiaoppositorum” costituirà il punto di partenza per un dibattito tra umano e divino, tra androcrazia e ruolo della donna, tra leggi della natura e leggi della polis, mondo aristocratico e civiltà borghese in sostanza tra una serie infinita di antinomie grazie alle quali la coscienza tragica dal mondo rarefatto delle saghe eroiche si cala nella realtà concreta del presente.

Altre tesi, elaborate di recente contestano la genesi dionisiaca del teatro tragico greco, fondando la loro analisi sul significato del termine “tragedia” che vorrebbe dire “canto del capro” o “canto per il capro” alludendo o alle maschere caprine che indossavano i coreuti o al fatto che il capro sarebbe stato un premio nelle gare sonore o la vittima di un sacrifico.

Qualche altra informazione, in merito alla nascita della tragedia greca, ci perviene da Erodoto il quale scrive che Clistene, nemico degli abitanti di Argo avrebbe voluto eliminare dalla sua città il culto di Adrasto eroe argivo, onorato con cori tragici riferentesi alle sue dolorose vicende. Erodoto racconta della vittoria di Clistene e della abolizione del culto di Adrasto. Pare che le vicende dolorose di Adrasto si adattassero bene al contenuto luttuoso della tragedia, che in questo modo attingerebbe non al culto di Dioniso ma a quello dell’antico epos eroico, insomma Dioniso sarebbe un intruso, il vero protagonista del dramma tragico sarebbe un eroe. Ma quale eroe?

Il noto antropologo J. G. Frazer, nel suo Ramo d’oro, scrive di popolazioni primitive nella cui religiosità aveva un peso notevole il culto degli antenati e degli eroi, culto che è presente anche in Grecia, tant’è che nelle tragedie greche i coreuti erano soliti evocare il “tragos” cioè lo spirito di un eroe defunto.

E ancora in Grecia, come in tutte le altre comunità agricole, i cicli delle stagioni si aprivano e chiudevano con rituali religiosi che avevano come protagonista il “Re Sacro” o dio del grano, che provvedeva alla fertilità della terra e degli armenti e che veniva sacrificato annualmente o quando le sue energie venivano meno. Lo si ritrova sempre associato a una dea, sotto cui si cela l’antichissima divinità mediterranea la Grande Madre, rispetto alla quale il dio del grano viveva in posizione subalterna. È chiaro, a questo punto, che dietro il dio del grano o Dioniso o Adrasto si cela una divinità ancora più antica: il “Paredro” della Grande Dea, destinato a morire. Lo spirito tragico del teatro greco, deriverebbe, secondo la scuola antropologica dal dissidio tra religiosità mediterranea, che rimanda ad una società agricola matriarcale e religiosità olimpica importata dagli Indoeuropei, di tipo patriarcale che identificava il suo dio supremo col “Padre del cielo luminoso”. Uno scontro di civiltà sarebbe dunque alla base della nascita della tragedia greca.

Trilogia di Eschilo – excursus

Ripercorriamo le tappe che portarono dalla ginecocrazia alla fallocrazia, attraverso la trilogia di Eschilo: Orestea. L’opera si compone di tre tragedie: Agamennone, Coefore, Eumenidi. In ogni tragedia, Eschilo affronta, in chiave mitologica, un determinato momento di quell’iter che porterà alla società patriarcale, così nell’Agamennone ritroviamo i riti propri del matriarcato, nelle Coefore il drammatico momento di scontro tra le due civiltà, nelle Eumenidi il trionfo della società patriarcale.

L’Agamennone – l’intreccio

“Clitemnestra, sposa di Agamennone, in assenza di costui, impegnato nella guerra di Troia, ha governato il paese come un re, si è scelta un compagno Egisto, col quale complotta di uccidere, al suo ritorno, Agamennone. Ritornato quest’ultimo, porta con sé la profetessa Cassandra che gli predice, come poi avverrà, il suo assassinio per mano della moglie che lo colpirà mortalmente con un colpo di ascia”.

A Creta, prima dell’irruzione dei Micenei, che importarono dei guerrieri, era profondamente radicato il culto della Grande Madre, la Potnia Theron, che, a differenza della Grande Madre anatolica più che Signora della vegetazione, era vissuta come Signora degli animali, la si ritrova spesso accompagnata dal suo paredro: il Signore dei tori, suoi simboli sacri erano le corna taurine o le doppie asce, che ritroviamo spesso nei fregi e nelle decorazioni dei palazzi.

  1. Understeinerritiene di poter identificare in Clitemnestra la Potnia, mentre in Agamennone la figura del paredro destinato a morire. A conferma di questa ipotesi è il fatto che l’assassinio del re avviene con la sacra “labrys” e si consuma nella vasca da bagno, riferimento ai riti di purificazione che precedevano la morte della vittima. Il toro è la vittima sacrificale per eccellenza, in esso si potrebbe incarnare la figura del paredro. A conferma di questa ipotesi, sono i versi che Eschilo mette in bocca a Cassandra, mentre fa la profezia: “Ahi, ahi Dalla vacca/ allontana il toro / fra i pepli lo afferra, con l’arnese dalle corna nere /colpisce” (vv 125/128) Il toro è Agamennone, la vacca è Clitemnestra che sta per colpirlo con le corna, ovvero il “labrys” più volte raffigurato come l’attributo della dea cretese: la minoica Potnia, dominatrice del mondo animale e quindi del suo paredro maschio, il signore dei tori. Il sacrificio del dio-toro –Agamennone rientra nelle categorie delle morti rituali del dio della vegetazione, ed esprime il conflitto tra mondo pre–ellenico che sta scomparendo e mondo indoeuropeo impersonato da Oreste (nella seconda tragedia della trilogia). È significativo anche che Cassandra, nel delirio che precede la sua morte, veda uccidere non il re ma un toro, vittima per eccellenza del sacrificio.

Coefore

Nelle Coefore (portatrici di doni), Eschilo narra del ritorno in patria di Oreste, figlio di Agamennone, che per ordine di Apollo e incitato dalla sorella Elettra, vendica il padre uccidendo la madre ed Egisto, suo amante. Per questo delitto Oreste sarà perseguitato dalle Erinni, antichissime dee, figlie di Gea, che in origine difendevano i diritti della madre e tormentavano chi non rispettava il potere materno.

Eumenidi

La tragedia si apre con la fuga di Oreste che, inseguito dalla Erinni, si sposta dal tempio di Apollo, che lo aveva spinto al matricidio, a quello di Atena dea della “saggezza e della sapienza”. Questa interviene, fondando il tribunale dell’Aeropago, per tentare di ricomporre la lite, e invitando Oreste a discolparsi. La parità dei voti espressi dai giurati, per decisione di Atena, porta all’assoluzione del matricida. Atena placa la furia delle Erinni, a cui garantisce onori eterni, e assegna loro il compito di proteggere Atene dalle discordie civili. Le Erinni accettano diventando “benevole” e trasformandosi in Eumenidi. È questa trasformazione che indica il passaggio da un’epoca in cui prevale il diritto materno a un’altra in cui prevale quello paterno. Apollo che ha difeso il matricida Oreste adduce una prova sconcertante: “È accanto a noi presente/un testimone, la figlia dell’ olimpo Zeus, / che non è stata nutrita nelle tenebre di un grembo, / ma quale dea saprebbe creare un simile germoglio.” (vv 663-666).

Conclusioni

Pare che il momento di frattura tra le società ginecocratiche e quelle fallocratiche, conseguente alle migrazioni di popoli indoeuropei, si collochi tra il 3500 e il 2500 a.C.

Il primo documento giuridico nel quale si trova istituzionalizzata l’inferiorità della condizione femminile è un atto legislativo del re Urukagina 2352/2342 a. C. circa, nel quale il sovrano, volendo riportare sulla terra l’ordine voluto dagli dei, vieta alle vedove di risposarsi e prevede che le donne irrispettose o disobbedienti nei confronti degli uomini siano sfigurate.

Altro documento, databile tra il 1796 e il 1750 a.C., proveniente dalla Mesopotamia, è il Codice di Hammurabi, composto da 282 leggi di cui 75 riguardano il matrimonio, la posizione e gli obblighi sessuali delle donne. Questo scritto sarà la base di partenza per la legge ebraica che arriverà a sancire la completa proprietà della donna da parte dell’uomo.

Al 1205 circa, risale un documento di Gueda Lagash, dove si legge che le donne, se provenienti da famiglie povere, possono essere avviate alla prostituzione commerciale per saldare i debiti della famiglia,, se provenienti da famiglie nobili sono considerate merce di scambio per alleanze e matrimoni. In breve le donne diventano strumenti di cui la famiglia dispone a pieno titolo e i loro servizi sessuali parte fondamentale delle loro prestazioni lavorative.

L’affermazione delle società patriarcali, avvenuta tra il 3500 e il 2500, si può considerare una lunga autentica rivoluzione in conseguenza di quei radicali mutamenti che investirono non solo la sfera religiosa, ma la società nel suo insieme. Attorno al 3000 a. C. infatti, cominciò a imporsi una figura divina maschile, che lentamente soppiantò la Grande Dea a favore di un dio maschile creando le basi per la subordinazione della donna all’uomo.

Sicuramente la forza impetuosa e devastante che accompagnò quella nuova visione della vita e del mondo, meglio si radicò e si accrebbe con l’avvento dell’Ebraismo in cui si riscontrano precise tracce di fallocrazia.

L’ebraismo e la casta sacerdotale ebraica, in tempi meno remoti rispetto alle invasioni dei popoli indoeuropei, contribuirono in maniera determinante nell’affermazione delle società patriarcali. Il dio ebraico non è la Grande Madre di tutti, è un dio che parla all’uomo e solo con lui stringe un patto dandogli in dono la fertilità e il possesso della terra, quella terra che la Grande Madre aveva dato a tutti: “Voglio dare a te e alla tua progenie questa terra, dal fiume d’Egitto fino al grande fiume Eufrate”. La donna è esclusa dal patto tra l’uomo e Dio e dal quel momento in poi sarà ora demonizzata ora vissuta come un “essere inferiore”.

“La donna e la dea hanno perso la loro autonomia, la loro importanza e il loro potere praticamente allo stesso tempo, vittime di un mondo che cambia, dove gli uomini si sono rafforzati grazie al controllo dei mezzi di produzione, della guerra e della cultura, divenendo gli unici detentori e guardiani della proprietà privata, della paternità, del pensiero, e insomma, dello stesso diritto alla vita” [1].

Bibliografia

  1. Rangoni, Il culto del femminile nella storia,Xenia.
  2. Rodriguez, Dio è nato donna, Roma, 2000.
  3. French,Gli antichi e la natura, Genova 1999.

A.A. V.V., Le Grandi Madri, a cura di G. Gallino Milano 1989.

J.J. Bachofen, Il matriarcato, ricerca sulla ginecocrazia nel mondo antico nei suoi aspetti religiosi e giuridici, Torino 1988.

Nota

[1] P. Rodriguez, Dio è nato donna, Roma 2000, pag 22/23

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Dal sito “Empatia” http://www.empatiadonne.it  25 Settembre 2013 dc:

Le ragioni del Matriarcato

di Elena Bevini

Il matriarcato ha una storia millenaria alle spalle anche se, in una società patriarcale come la nostra, ci ritroviamo a parlare di ciò con una gamma molto ristretta di documentazione, sulla quale purtroppo sono state fatte molte speculazioni.

Quando parliamo di matriarcato i più si soffermano solo a una semplice definizione: potere della madre, invece, se si compie uno studio più approfondito, si scopre una storia e una cultura molto interessante, che tutti, soprattutto le donne, dovrebbero conoscere.

CARATTERISTICHE:

Una società matriarcale si basa sull’agricoltura e comprende sia tecniche appartenenti al paleolitico sia tecniche complesse di coltivazione. La donna ha il potere sulla terra, sull’amministrazione delle ricchezze e sugli alimenti. Le ricchezze non si accumulano mai sotto una famiglia sola, poiché c’è la suddivisione dei beni e la compensazione economica; inoltre in alcune occasioni festive i clan più ricchi devono privarsi di parte della loro ricchezza in cambio però di onore e prestigio sociale.

LA FAMIGLIA:

La società è divisa in grandi gruppi famigliari chiamati clan (fino a 100 persone), i cui nomi vengono presi da quello della madre. I giovani che si sposano non devono allontanarsi dalla casa della madre, al massimo possono andare nel clan confinante. Gli uomini non vivono con le mogli, ma sono ospiti delle loro case in certe ore della giornata. I figli portano il nome della madre e quindi non sono “propri” del padre, ma possono essere “propri degli uomini” tali i figli delle loro sorelle che hanno lo stesso nome loro. Le donne hanno il potere di tenere i beni e amministrare il sostentamento del clan. L’aumento di popolazione è fortemente controllato, non si hanno mai forti aumenti, anche perché tutto dipende dall’ampiezza del territorio. All’interno della famiglia le questioni private le decidono uomini e donne di comune accordo. Per le decisioni tra clan si riuniscono le matriarche oppure esse mandano uomini come messaggeri a rappresentarle.

SOCIETÀ:

In una società matriarcale non esistono le gerarchie, non sussistono rapporti di forza tra clan. Non esiste la rivendicazione o la proprietà privata o le minoranze nei confronti di maggioranze schiaccianti o il contrario.

FEDE:

I componenti del clan hanno la fede nella reincarnazione; ognuno è convinto che dopo la morte sarà riportato in vita da una delle donne del clan. I bambini quindi sono visti come reincarnazione degli antenati. Non esiste la visione patriarcale dualistica spirito-natura, per cui non vedono la natura solo come una risorsa da sfruttare. Tutto è divino, anche la terra, non esiste la visione morale del bene e del male che deve essere escluso dalla società e nessun sesso considera l’altro inferiore, maligno o poco dotato.

NASCITA e INVASIONI:

In Italia il matriarcato nasce in Sardegna, in epoca etrusca, creato da popoli provenienti soprattutto dall’Asia e dall’Africa che per, diverse ragioni (oltre al clima anche le invasioni della società patriarcale) hanno dovuto in seguito emigrare in posti isolati del pianeta. In Sardegna, essendo l’isola un territorio al sicuro da possibili invasioni, il matriarcato ha avuto forte espansione, soprattutto nel neolitico, con la costruzione di navi, nuove tecniche di lavorazione, costruzione di utensili, nuove arti.

Oggi esistono pochissime società matriarcali, che rischiano di scomparire totalmente causa la cultura e gli etnocidi. Le poche società sopravvissute sono in India, Asia orientale, Africa, America centrale e del nord.

Tutti territori fuori dall’Europa, continente con maggior intolleranza sia da un punto di vista religioso sia da un punto di vista politico-culturale. Infatti con l’avvento delle grandi e sanguinose guerre di colonizzazione, le persecuzioni, l’intolleranza del cattolicesimo e la sua espansione, le innovazioni tecnologiche e le distruzioni ambientali, le società matriarcali sono state costrette ad estinguersi  o a rifugiarsi in territori fuori dal mondo, come le montagne, le foreste, le isole o i deserti.

RIFIUTO DEL MATRIARCATO:

La società patriarcale ha sempre esorcizzato l’idea di una società matriarcale, di una forma di comando “al femminile”, sin dall’antichità, da cui scaturiscono miti e leggende come quella delle Amazzoni o delle Lemnie, società di donne che appunto per questo motivo hanno caratteristiche mostruose, selvagge, che avevano una forza magica misteriosa, erano crudeli, uccidevano gli uomini dopo la riproduzione e uccidevano anche i figli maschi. Le Lemnie inoltre divoravano carne cruda e tornavano alla “normalità solamente tornando a vivere con gli uomini”.

DIFFERENZE COL PATRIARCATO:

Al contrario, il patriarcato è sempre vissuto come società dell’accumulo di ricchezze, dei pochi che comandano la moltitudine, dello sfruttamento incontrollato della natura, di corruzione, e sin dall’inizio della civiltà sono vissuti sulla concezione del più forte fisicamente che sottometteva il debole, e ciò ha avuto conseguenze come la totale sottomissione della donna, la creazione di ceti sociali molto distanti tra loro economicamente, la schiavitù, il razzismo (indiani, ebrei, neri africani).

CONCLUSIONI:

Se il matriarcato, il potere delle donne, esiste, allora bisogna rivisitare le concezioni anche odierne del patriarcato che partono da caratteristiche “naturalmente femminili” e di “rispetto dei ruoli” e prendere in considerazione i nostri valori indiscussi che adesso però possono anche essere messi in discussione.

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Dal sito Università delle Donne, a suo volta ricavato dal sito Fuorispazio, 1 ottobre 2013 dc:

Viaggio nella Sardegna matriarcale:
dee, deinas, janas, fadas, donni di fuora

di Rosanna Fiocchetto

Le origini del nostro matriarcato vanno ricercate in Sardegna, culla della più antica civiltà italiana. La crearono alcuni “popoli del mare” pelasgici provenienti dall’Asia, dall’area egeo-cretese, dal Tassili africano, dall’Iberia e dalla Celtia. Essi furono costretti ad emigrare dai vari epicentri territoriali per varie cause, ormai accertate dalle ricerche scientifiche e dalle rilevazioni satellitari: disastri naturali (tra cui il biblico diluvio universale, generato dall’onda d’urto di un asteroide che si abbattè sulla terra, il terremoto/maremoto che sconvolse l’area minoica, e la desertificazione sahariana) e le aggressioni delle prime orde patriarcali indoeuropee. Si tratta di quei mitici “giganti” (la parola viene dal greco e significa “figli della Madre Terra”) che si dispersero nel Mediterraneo diffondendovi il culto della terra e delle acque, il megalitismo, la metallurgia e la cultura matrilineare.”Due popoli, discendenti degli antichi giganti, vennero ad occupare in epoche diverse le regioni fertili, ospitali e ancora poco abitate della penisola italiana: i Sardi e poi gli Etruschi” (1). La grandezza (1900 km. di coste), la centralità e la difendibilità della Sardegna ne fecero in epoca post-diluviana un rifugio privilegiato. Dalla miscela etnica sarda si sviluppò una civiltà propulsiva, tutt’altro che chiusa: “dall’isola salparono navi che, per prime, crearono una rete di comunicazioni con la penisola, portandovi tecniche avanzate, arti, conoscenze e una visione magica e metafisica della vita” (2).

La civiltà matriarcale ha avuto in terra sarda uno sviluppo e una persistenza eccezionali, ancora scarsamente conosciuti. I ritrovamenti archeologici, relativamente recenti, ne hanno messa in evidenza la sorprendente dimensione soprattutto nel Neolitico e nell’Eneolitico (6.000 – 1.500 a.C). Tuttavia la sacralità del principio femminile si è conservata anche nei periodi successivi. Durante l’età fenicia si è intrecciata al culto della dea Tanit e, durante la colonizzazione punico-romana, al culto di Demetra/Cerere. Inoltre, malgrado le persecuzioni dell’integralismo cristiano, è stata tramandata fino alle soglie dell’età cosiddetta moderna da una magica rete di donni di fuora che, soprattutto nelle zone interne, hanno contribuito al fenomeno antropologico del “matriarcato barbaricino”.

Ne ho ripercorso le tracce insieme a Petra Bialas, che da anni si ispira nelle sue ceramiche e sculture alle raffigurazioni delle dee pre-patriarcali; e che è stata una compagna ideale in un suggestivo viaggio-pellegrinaggio tra mare e monti, villaggi neolitici abbandonati, remoti santuari, musei, pozzi sacri, necropoli, nuraghi e luoghi carichi di energie psicofisiche (3). Queste tracce, del resto, non sono difficili da trovare: sono quasi ovunque, numerosissime e abbastanza intatte. I siti preistorici anteriori alla fase nuragica sinora scoperti sono oltre 120 e si condensano prevalentemente sul lato ovest e nel centro dell’isola, tranne quelli di Orgosolo, Oliena, Dorgali, Baunei e San Vito, ubicati a est. Sono caratterizzati dal megalitismo: dolmen, circoli di grandi pietre, betili e menhir con i seni, con dee graffite, con doppie spirali. Ma anche da insediamenti in superficie o necropoli ipogeiche scavati nella roccia calcarea: le domus de Janas, o “case delle fate”. Esse variano dalle piccole domus isolate, simili aille cavità naturali dei “tafoni” scolpiti dal vento, alle decine di ambienti decorati delle necropoli di Su Crucifissu Mannu, S.Andrea Priu di Bonorva (III millennio a.C.), o Anghelu Ruju presso Alghero. I rilievi planimetrici degli ipogei mostrano che essi hanno una forma a utero, a uovo o a corpo di dea.

La parola Jana è comune in tutto il Mediterraneo: è la dea Jaune nei paesi Baschi, l’etrusca Uni, le romane Juno e Diana, la cretesLe società matriarcali tuttora esistenti le trovi sull’isola di Sumatra, in Indonesia è il popolo dei Minangkabau, con tre milioni di membri. Nelle minuscole isole coralline di San Blas, di fronte alle coste del Panama in America centrale, abitano gli indiani Cuna, un gruppo matriarcale. Sulle isole della Melanesia, nel Pacifico, vive il popolo dei Trobriander, anch’esso matriarcale.

Nel deserto del Sahara, i nomadi berberi Imazighen, altrimenti, conosciuti come “tuareg”, sono sopravvissuti in condizioni estreme come popolo matriarcale di pastori.
Le tribù matriarcali dell’America hanno cercato riparo dai conquistatori nelle grandi foreste pluviali, dove sono riuscite a sopravvivere. È questo il caso degli Arawak, sparsi un po’ ovunque nelle foreste. Nelle foreste pluviali dell’Africa centrale vivono ancora oggi numerose tribù matriarcali, prime fra tutte quelle dei Bemba e dei Luapula.

Particolarmente numerose sono inoltre le società matriarcali distribuite nelle aree montane: ne sono un esempio i classici matriarcati dei Khasi e dei Garo, sulle montagne del Khasi nel Bengala e nell’India orientale, nonché diverse piccole etnie sull’Himalaya, negli Stati di Ladakh, Bhutan, Nepal e Tibet. Nelle interminabili catene montuose dell’Asia orientale si trovano ancora alcuni popoli tipicamente matriarcali, quali i Mosuo dello Yunnan, nella Cina sud-occidentale, e molti altri che lo sono stati fino a poco tempo fa, come per esempio i Naxi. Le montagne di Atlante, nel Nord Africa, hanno offerto riparo all’antico gruppo matriarcale dei berberi. Anche nel deserto del Sahara sono soprattutto i monti (come l’Ahaggar, l’Alr Tassili-n-Ajjer, l’Adrar des Iforas) a dare asilo ai cosiddetti “tuareg”.

Ben più vasto rispetto all’insieme delle società matriarcali tuttora esistenti è invece il numero di residui o tracce di antichi matriarcati che sono presenti in abbondanza in tutti i continenti. Ciò riguarda anche l’Europa e i territori proprio di fronte a casa nostra. Si tratta delle costruzioni di pietra sparse nell’intera Europa della cultura megalitica, che fungono da testimonianze architettoniche e, ancor più, sociologiche dell’importante posizione occupata ancora oggi dalle donne in queste aree. Tracce religiose del matriarcato europeo di un tempo sono contenute in gran quantità nei miti e nelle leggende, nelle tradizioni e nelle usanze. Anche nel nostro continente i resti abbondano soprattutto sulle montagne, poiché queste furono le più importanti terre in cui avevano trovato rifugio le portatrici e i portatori della cultura matriarcale. Degna di nota a tale riguardo è la grande catena delle Alpi con le sue molteplici cime ma anche i Pirenei e la foresta bavarese, dove i monti si congiungevano a grandi foreste impenetrabili, a creare una vasta zona protetta protesa fino alla Boemia.

Nonostante l’apparato aggressivo di potere e dominio, i patriarcati non sono stati in grado di annientare la struttura sociale e la cultura dei matriarcati, siano stati questi ultimi società nascoste o apertamente vissute. Oggi questo modello sociale continua a riaffiorare in superficie.
A livello culturale queste società non sono caratterizzate dai “culti di fertilità”. E ciò può forse far pensare semplicisticamente all’assenza di un sistema religioso complesso. Il concetto fondamentale di cosmo e della vita stessa proprio dei membri di una società matriarcale
e la fede che essi esprimono attraverso numerosi riti, miti e tradizioni spirituali è la convinzione nella rinascita.

Non si tratta qui della nozione astratta di trasmigrazione delle anime che in seguito sarebbe emersa in seno all’induismo e al buddismo, ma di un’idea di reincarnazione intesa.in termini molto concreti: il membro di ciascun clan sa che, dopo la sua morte, nascerà dal grembo di una delle donne del suo clan, nella stessa abitazione del clan, nello stesso villaggio.
Ogni defunto ritorna nello stesso clan nelle vesti di un bambino. Nelle società matriarcali vi è un grande rispetto per la donna, poiché è la donna a garantire la rinascita.

È la donna che rinnova e perpetua la vita del clan. Questo concetto sta alla base della visione matriarcale della vita. Si tratta di un concetto che le popolazioni matriarcali hanno elaborato sulla base dell’osservazione della natura. Ogni anno in natura si susseguono i cicli della crescita, della fioritura, dell’avvizzimento e di nuovo della rinascita della vegetazione. Le popolazioni matriarcali credono che ogni pianta che in autunno avvizzisce tornerà a vivere in primavera. Perciò, la Terra è la Grande Madre che assicura la rinascita a tutti e che a tutti dà nutrimento.
Lo stesso continuo ritorno si osserva anche in cielo: Tutti i corpi celesti sorgono, tramontano e risorgono, ogni giorno e ogni notte. Queste popolazioni percepiscono il cosmo come la Grande Dea del Firmamento e della Creazione, impegnata in una creazione continua, dalla quale scaturisce l’ordine del tempo. È questa Dea a generare tutti gli astri a oriente e a tracciarne il cammino nel cielo; è lei, con il suo potere, ad accompagnarli alla morte a occidente.

Un bell’esempio di idea matriarcale di cosmo è quello offerto dalla dea egizia Nut, la Dea del Cielo, che ogni mattina genera suo figlio Re, il sole, e che ogni notte lo divora, per riportarlo a nuova vita il mattino successivo. Nel cosmo e sulla terra le popolazioni matriarcali osservano questo ciclo di vita, morte e rinascita. Esse riconoscono lo stesso ciclo nella vita umana, in base al principio matriarcale dell’unione tra macro e microcosmo.

L’esistenza umana non è diversa dai cicli della natura, bensì è soggetta alle stesse regole. Il concetto di natura e di mondo umano è privo della mentalità dualistica patriarcale, che separa lo “spirito” e la “natura” o la “società” e la “natura”.e Iune, la Ioni asiatica. In molte domus de Janas del V e IV millennio a.C., ma anche altrove, sono state trovate in grandi quantità statuine di divinità femminili in argilla, alabastro, calcarenite, caolinite, marmo, osso o arenaria quarzosa. Le più antiche sono quelle tondeggianti della cultura di Bonu Ighinu (Mara), di Su Cungiau de Marcu (Decimoputzu), Cuccurru S’Arriu (Cabras), Su Anzu (Narbolia) e Polu (Meana Sardo). La statuetta stetopigia di S’Adde (Macomer) è simile agli idoli ritrovati in Anatolia e nel nord Europa. Nella cultura di Ozieri del IV millennio a.C. le figure diventano piatte e stilizzate in forma di T, con la parte inferiore a cono. Tra le dee, soprannominate “cicladiche” per la loro impressionante somiglianza con altre rinvenute nelle isole Cicladi, spicca la grande immagine della “Signora Bianca” di Turrigu, Senorbì. Suggestiva e poetica è la semplicità delle dee “a traforo”, ricavate da sottili lastrine marmoree. Moltissime le dee con le braccia aperte a croce, fino alla minuscola dea-uccello di mezzo centimetro recuperata a Ploaghe, esposta nel Museo Sanna di Sassari dietro ad una grossa lente di ingrandimento. Le affinità con analoghi reperti in altri luoghi distanti migliaia di chilometri dimostrano che la cultura matriarcale era basata su un linguaggio omogeneo diffuso in tutto il mondo, come ha affermato l’archeologa Marija Gimbutas (4).

La manifattura di queste dee prosegue per tutta l’età del rame, su preziose lamine dorate. E continuerà nell’espressione simbolica, sia pure de-contestualizzata, attraverso i secoli. In filo diretto con il Neolitico esistono ancora oggi persone, in Barbagia, che mettono nella bara dei congiunti morti sa pipiedda o sa pizzinedda, una piccola dea confezionata con la tela bianca o con la cera. Oppure, anche in altre zone, è abituale l’usanza di intrecciare con striscioline di foglie di palma sa mura, ovvero la Moira, la dea che decreta il destino, per regalarla durante la Domenica delle Palme.

Il culto della Grande Madre è protagonista anche in un singolare episodio del megalitismo sardo: il santuario preistorico di Monte d’Accoddi presso Porto Torres (2.700 a.C.), una piramide a ziggurath che avvalora in modo inequivocabile l’ipotesi della matrice etnica orientale. Altri sorprendenti risultati della “strana barbarie sarda” (Deledda) sono le Tombe dei Giganti, costruite con enormi lastre di pietra disposte a semicerchio secondo un preciso schema di riferimento astronomico, e collegate con un lungo corpo a galleria retrostante. Bio-architetture con un isolamento a intercapedine, erano orientate verso la Croce del Sud (allora visibile anche dall’emisfero boreale) ed erette in corrispondenza di falde acquifere e di forti flussi magnetici; la stele verticale d’ingresso è conficcata nel punto di maggiore potenza. Venivano utilizzate a scopo terapeutico con il procedimento dell’incubazione: chi era afflitto da epilessia, disturbi del sistema nervoso e traumi psichici vi dormiva per cinque giorni e guariva con una vera e propria cura del sonno, indotto dalle sacerdotesse con particolari sostanze soporifere e con sistemi ipnotici.

Affascinanti produzioni dell’architettura megalitica sono i pozzi sacri, come quello di Santa Cristina a Paulilatino (Oristano) del primo millennio avanti Cristo, tagliato con inaudita precisione nella pietra basaltica. Si entra in contatto con il potere taumaturgico delle acque sotterranee scendendo una scala triangolare di 25 gradini che porta al pozzo circolare. Qui una camera alta 7 metri è sovrastata da un oculo attraverso il quale la luce della luna magnetizza lo specchio d’acqua. Ogni 18 anni e sei mesi (l’ultima volta il 24 dicembre 1988) la luna scende esattamente in perpendicolare nel suo tempio; ma vi torna in modo meno evidente ogni anno durante il plenilunio invernale, rendendo così possibile la misurazione del mese lunare. Il triangolo dell’ingresso è circondato da un recinto interno a forma di toppa di chiave (un triangolo accostato a un cerchio, che è anche il simbolo della dea Tanit), e da un altro recinto esterno ellittico. Si tratta di un organismo a stretto contatto con la natura, concepito come un orologio solare e lunare insieme, che segnalava i solstizi e gli equinozi mediante la scala e l’oculo del pozzo. Ai margini di esso, sono ubicate capanne circolari abitabili e un grande ambiente collettivo di riunione a cerchio, con una panca continua per sedersi addossata alle pareti di pietre incastrate a secco.

I nuraghi sono una presenza costante nel panorama sardo. Ne sono stati inventariati oltre settemila, costruiti dal 1.800 al 500 a.C. Probabilmente il loro nome deriva dall’antico sumeronur-aghs, fiamma ardente: sulle loro sommità si accendeva il fuoco per fini rituali, ma anche a scopo di segnalazione. Da ogni nuraghe se ne vedevano almeno altri due, il che assicurava una efficacissima rete di comunicazione visiva e sonora, basata sulla triplicità. Alcuni, come quelli del complesso Su Nuraxi di Barumini (1.500 a.C.), sono integrati da un pozzo e circondati da abitazioni circolari. Prima di diventare le fortezze dei guerrieri Shardana, furono i templi astronomici di popolazioni pacifiche: nel solstizio d’estate il sole illumina la cella interna formando un potente cerchio di luce. La loro imponente struttura, a camere sovrapposte o laterali, accentrava energie magnetiche dal sottosuolo, ed era anch’essa un luogo di pratiche sacre e terapeutiche.

Presso i nuraghi ci si riuniva, si giurava, si facevano oracoli, si celebrava la luna e si dormiva per curarsi, come nelle Tombe dei Giganti. E nei villaggi nuragici, come quello di Serra Orrios con le sue settanta capanne, la presenza sacrale dell’acqua, insieme all’energia del fuoco, è una costante. A Barumini una donna ci ha raccontato una curiosa leggenda riguardante Eleonora d’Arborea, la sovrana legislatrice che nel 1392 compilò la Carta de Logu (un codice di giustizia che, tra l’altro, prevedeva sanzioni durissime per gli stupratori). Sembra che Eleonora, percorrendo un passaggio segreto sotterraneo, si recasse spesso nell’antica zona sacra di Su Nuraxi, che allora era interamente nascosta dalla terra, e dove si svolgeva la trebbiatura del grano.

I fenici arrivarono sulle coste sarde intorno al 1.000 a.C. e si stabilirono soprattutto lungo il versante occidentale. Fondarono i loro primi insediamenti permanenti (Cagliari, Nora, Sulci, Tharros, Bithia) tra la fine del IX e l’VIII secolo a.C., e in seguito si integrarono nella colonizzazione cartaginese (510 a.C.). Alla Tanit fenicia, la “nutrix”, erano dedicati i “tophet”, siti a cielo aperto recintati con muretti dove si seppellivano i bambini nati morti oppure deceduti entro sei mesi dalla nascita, insieme a piccoli animali.

Sono luoghi commoventi che i Romani invasori, e conquistatori dal 238 a.C. al 476 d.C., cercarono di infangare nello stesso modo in cui screditarono i druidi celtici, cioè inventando la menzogna di sanguinosi sacrifici infantili alla dea – smentita dalla presenza di embrioni. Nel “tophet” di Monte Sirai presso Carbonia (IV-II sec. a.C.) sono affiorate stele di dee che stringono al petto un fiore di loto, e un’altra con Tanit-Astarte che indossa la maschera contro gli spiriti maligni e il tamburello per le danze funebri: un motivo che si ritrova anche in parecchie statuine bruciaincensi di piccole dimensioni. A Nora venne costruito un grande tempio di Tanit (IV-II secolo a.C.). Ma il ritrovamento forse più singolare della fase fenicio-punica è quello del santuario di Bithia (Domusolemaria): decine di figurine votive in argilla che indicano la parte del corpo malata, plasmate durante l’ipnosi terapeutica indotta dalle bithiae (letteralmente: donne con le pupille doppie), le sacerdotesse-sciamane del tempio.

Infine risalgono all’epoca romana – che costruisce radi insediamenti sparsi su tutta l’isola, in funzione di controllo – numerose statuine di Demetra/Cerere a schema cruciforme, oppure con fiaccola e porcellino. Sono generalmente bruciaincensi in argilla, prodotti con un’iconografia molto simile sin dalla fase punica (di cultura greca), dal 500 a.C. al 100 a.C. (5).

Le tradizioni sarde e le sue leggende, che furono studiate con attenzione dalla grande scrittrice Grazia Deledda, sono strettamente legate alle radici matriarcali. Gioca in esse un ruolo fondamentale lo sciamanesimo femminile risalente al periodo neolitico. Fino alla prima metà del Novecento, le deinas continuarono ad essere “veggenti stimate e temute allo stesso tempo” (6). Chiamate anche videmortos per la loro capacità di comunicare con i defunti, si iscrivono nella genealogia delle janas, le sacerdotesse che non potevano appartenere ai comuni mortali, ma solo a se stesse. Si racconta che, quando las fadas (le fate) del Monte Oe scendevano a mezzanotte a ballare nella piazza del paese, se qualche uomo cercava di toccarle veniva schiacciato da una maledizione: Ancu ti tocchet sa musca maghedda! (“Che tu sia punto dalla mosca maghedda!”, un insetto letale). Il loro corredo magico comprendeva lo specchio, il setaccio o vaglio, il velo, gli arnesi da tessitura e naturalmente le erbe, gli unguenti e le sostanze che favorivano la trance, tra cui il giusquiamo, la belladonna, la datura, l’olio di ginepro, l’ Orrosa ‘e cogas (Rosa delle streghe), la peonia e il fungo Amanita muscaria (in dialetto, “allucinato” si dice tuttora muscau).

I loro poteri erano il dominio del fuoco, il contatto con gli spiriti, l’oracolo, la capacità di visione a distanza e di guarigione, l’estasi e la trance (andare in calazonis), il volo magico. Queste pratiche, esercitate apertamente ancora nei primi secoli del cristianesimo, non cessarono mai del tutto e sopravvissero sotterraneamente anche ai 767 processi intentati dell’Inquisizione tra il 1562 e il 1688, l’80% dei quali riguardavano “fattucchiere e sortileghe”. Le più perseguitate furono le streghe di Castel Aragonese (oggi Castelsardo); gli inquisitori individuarono come luogo del sabba la misteriosa località della piana del Coghinas, dove attualmente si trovano le terme di Casteldoria.

Alla repressione cristiana resistè tenacemente anche l’antichissimo culto lunare di Diana, di cui si trovano vistose tracce nella toponomastica dell’isola (Lunamatrona, Nuraghe Luna, Cala Luna, Monte Luna, Monte Diana, etc.). Nel mondo romano Diana Lucina fu ufficialmente onorata fino al IV secolo dopo Cristo con la solenne processione notturna del 13 agosto, fatta da donne che tenevano in mano una torcia. Durante il medioevo, la venerazione della dea venne ripetutamente investita dagli anatemi della Chiesa e demonizzata.

Ma Artemide-Diana, in realtà, era una figura protettrice: “puniva coloro che violentavano le vergini e si macchiavano di ogni altra sopraffazione, così come puniva coloro che esercitavano la caccia in modo selvaggio, effettuando una distruzione senza limiti. Anche i cuccioli, al pari dei bambini, erano sotto la sua protezione e dovevano essere risparmiati” (7). La dea assisteva le partorienti e le balie, presiedeva alla crescita di ogni genere. Veniva invocata fino a una cinquantina di anni fa in filastrocche che si ripetevano quasi invariate in numerosi paesi della Sardegna centrale. Le ragazze le recitavano sedute in cerchio e battendo le mani, oppure in girotondo ad occhi chiusi, dopo aver guardato la luna: Luna luna, paraluna, paristella / ses sa bella de muntanna… Luna luna, porchedda luna / porchedda ispana, sette funtanas / sette chilivros, appiccamilos / sutta sa mesa, luna Teresa, / Teresa luna, dammi fortuna. E tuttora, nella Bassa Gallura, si saluta la luna nuova con l’esclamazione Luna miraculosa, dammi la grazia di l’anima.

Tra le donni di fuora che appartengono alle leggende popolari c’è la gioviana, un genio tutelare femminile che si presenta nelle case la notte del giovedì quando le donne si attardano a filare, per aiutarle; la vampiresca coga o sùrbile, frutto della criminalizzazione cristiana, ma percepita anche come una Nemesi che impone la giustizia; le panas o pantamas, spiriti di donne morte di parto che durante la notte si recano lungo i corsi d’acqua; la Saggia Sibilla che abita con altre janas nella grotta del Carmelo presso Ozieri, e alla quale la tradizione orale attribuisce il segreto della lievitazione del pane e l’invenzione dei fermenti lattici; le fadas che vivono nei nuraghi e tessono la buona e la cattiva sorte con un telaio d’oro (8).

Ma, al di là dei racconti leggendari, le ultime depositarie di un sapere antichissimo hanno costituito sino a pochi decenni fa una presenza e una realtà molto diffusa tra la popolazione sarda. Non accettavano denaro, solo prodotti in natura. Abili erboriste, le orassionarjas guarivano anche con formule magiche dette verbos e usavano tre grani di sale per scacciare il malocchio. Le anziane accabadòras (dal fenicio “hacab”, mettere fine) accompagnavano nel trapasso della morte e abbreviavano le dolorose agonie, oppure dopo le esequie si recavano al cimitero per “chiudere la casa”, girando tre volte la punta di una grossa chiave sulla tomba. Tre donne (una giovanissima, una matura e una vecchia) svolgevano insieme un rituale terapeutico contro le febbri perniciose recandosi ad un trivio, togliendosi una pianella e tracciando a terra con essa cerchi e croci. E anche attualmente esistono deinas che praticano la cosiddetta “medicina dello spavento” a chi è oppresso da incubi o ossessioni, oppure adottano la gestualità lustrale dell’acqua gettata dietro le spalle.

Passata dagli antichi splendori ad un destino di “eterna colonia” sfruttata e maltrattata la Sardegna ha mantenuto il suo profumo, emanato coralmente dalla vegetazione dell’isola che ancora sopravvive alla criminale violenza degli incendi, e pazientemente si ricrea: mirto, cisto, tamerici, zafferano, euforbia, fiordaliso spinoso, fichi d’india, peonie selvagge, gigli di sabbia, rosmarino, fillirea, ginepro, oleandro, boschi di querce da sughero, lentischi, eucalipti, pini, corbezzoli, ulivi e olivastri. Non sono svanite neanche la fierezza e la forza delle donne che la abitano, così come non sono state cancellate nel quotidiano contemporaneo le immagini delle dee, ancora riprodotte con naturalezza e orgoglio nelle manifatture di oreficeria o sull’etichetta di un vino. Non a caso, in questa regione le cooperative femminili in qualsiasi settore sono una realtà diffusissima e abituale: la presenza degli uomini nel lavoro, mi ha spiegato concisamente una ragazza con un fermo sguardo da jana, non è indispensabile.

Note:
(1) Cfr. Giovanni Feo, “Prima degli Etruschi – I miti della Grande Dea e dei Giganti alle origini della civiltà in Italia”, Stampa Alternativa, Viterbo 2001.
(2) Feo, op.cit., p.21.
(3) Ringrazio Petra in particolare per avermi spinto a spericolate escursioni che non avrei mai fatto da sola e per avermi salvato la vita almeno un paio di volte, trattenendomi dal precipitare in qualche voragine che non avevo visto.
(4) Cfr. Marija Gimbutas, “The Language of the Goddess”, 1989; in italiano “Il linguaggio della dea – Mito e culto della Dea Madre nell’Europa neolitica”, Longanesi, Milano 1990.
(5) Tutte le statuine delle dee e gli altri reperti citati sono visibili nei musei sardi, principalmente nel Museo Archeologico di Cagliari e nel Museo G.Sanna di Sassari.
(6) Dolores Turchi, “Lo sciamanesimo in Sardegna”, Newton Compton, Roma 2001, p.15.
(7) Turchi, op.cit., p.80.
(8) Su tutte queste figure di donni di fuora, cfr. l’analisi di Turchi, op.cit.

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Dal sito dell’Associazione Culturale Exatic Venus, 8 Ottobre 2013 dc:

Il matriarcato

Per matriarcato s’intende un potere politico o economico che, nell’ambito di una comunità, è demandato alla madre più anziana. Molti studi hanno ipotizzato che il matriarcato possa essere stata la forma di governo delle comunità umane primitive. Ciò soprattutto in considerazione dei vari culti delle Dee Madri diffusi specialmente nel Mar Mediterraneo centro-orientale, e quindi della prevalenza del femminile nella spiritualità e nella monumentalità. Si suppone dunque, a questo proposito, che all’uomo spettassero le funzioni pratiche di sussistenza, mentre alle donne l’organizzazione sociale e la vita spirituale.

Nonostante su queste teorie vi siano delle controversie, sorte dall’impossibilità di provare la reale esistenza del matriarcato come vera e propria istituzione, resta comunque innegabile la centralità del femminile nei culti, nei misteri e nelle adorazioni di carattere religioso.

Ma non ci interessa dimostrare la supremazia economico-politica della donna in epoca arcaica, bensì di rilevare quelle che sono le caratteristiche di un periodo in cui dominava un tipo di “coscienza matriarcale” dalla quale si sviluppa l’intera storia della coscienza umana. In questa direzione Neumann afferma che “il matriarcato non è da considerarsi solo come dominio dell’archetipo della Grande Madre, ma anche come una situazione psichica totale nella quale l’inconscio e la femminilità dominano, mentre la coscienza e la maschilità non sono ancora pervenute all’autonomia e all’indipendenza”.

Nel matriarcato prevale un tipo di coscienza primordiale femminile che fa sì che nella donna regnino l’istintualità, il senso di sacralità del proprio corpo, della natura, un magico mistero femminile che anticamente era simboleggiato dalla Luna.

In quell’epoca remota, la dimensione femminile poteva esprimere liberamente la propria natura in modo incontaminato, vivendo il proprio ruolo di donna e soprattutto di sacerdotessa, conformemente all’archetipo femminile, senza limitazioni o prevaricazioni di sorta. In questo contesto, caratterizzato dal culto della Grande Madre o Dea, che veniva venerata in ogni aspetto della natura e della vita, la natura stessa e la donna erano considerate sacre e inviolabili. La Dea veniva continuamente celebrata attraverso riti, culti della fertilità, orge sessuali, feste di primavera ad essa consacrati. La sessualità aveva pertanto un carattere sacro ed era considerata la più evidente manifestazione della Dea nel corpo e nell’anima delle donne. L’eros rappresentava dunque una forza magica estremamente potente, in quanto causa della generazione dell’universo e della realtà in tutte le sue manifestazioni.

La ierogamia, cioè l’unione sacra tra il maschile e il femminile, assumeva allora un’enorme importanza e portava a sentire all’interno del proprio essere, attraverso la congiunzione di due principi opposti, il potere, nel contempo fecondativo e generativo, dello stato androginale, considerato il modo di essere in assoluto più sublime e divino.

La scrittrice Ada d’Ares ipotizza che “quest’epoca fu caratterizzata da una profonda solidarietà tra le donne, da un senso di comunione e di uguaglianza nell’armonia, nella gioia e nella libertà” in cui era assente ogni “manifestazione personalistica e individualistica di gelosia o di un rapporto univoco con un certo uomo piuttosto che con un altro”.

Si suppone inoltre che nelle antiche società matrilineari non esistesse nemmeno la concezione del possesso dei figli, che erano considerati i figli dell’intero gruppo o dell’intera tribù.

Probabilmente anche le ricchezze e le fonti di sostentamento naturali appartenevano a tutto il gruppo sociale, di cui le anziane e venerabili sacerdotesse erano il gruppo dominante: il potere decisionale che esse detenevano si basava unicamente sulla loro sacralità, ovvero sul loro potere di avere un magico rapporto con il mondo divino.

Come abbiamo già affermato, in questo mondo essenzialmente femminile predomina la Luna, il cui crescere, decrescere e ritornare fu per l’umanità antica il più impressionante di tutti i fenomeni celesti. Come simbolo della figura celeste crescente e sempre in mutamento, la Luna è Signora archetipica delle acque, dell’umidità e della vegetazione, cioè di tutto ciò che vive  e cresce. È inoltre Signora della vita psico-biologica e perciò del femminile nella sua essenza archetipica, il cui rappresentante umano è la donna terrena.

In ogni esperienza essenziale della sua esistenza il femminile si riconosce legato alla luna e identico ad essa, dipendente e ad essa congiunto. Il rapporto del femminile con la luna si rispecchia nel rapporto di quest’ultima con la terra e con la vita. Ma più interessante è il significato spirituale che la luna assume nella coscienza matriarcale: l’ispirazione e l’intuizione sono l’espressione del potere spirituale dell’inconscio, del mondo notturno femminile, nel quale la sua oscurità si illumina improvvisamente per ispirazione. L’archetipo lunare rappresenta dunque la quintessenza della coscienza matriarcale.

La consonanza e l’accordo che esiste tra la donna e la luna ha, nella sua dipendenza dal ritmo, dai cicli e dalle fasi crescenti e decrescenti, qualcosa di fortemente musicale. Ed è per questo che la  musica e la danza assumono un ruolo molto importante nell’atteggiamento  e nella formazione della donna dominata dalla coscienza matriarcale, e nell’accordo fra Io, femminile e spirito terrestre che lo determina.

Le donne anticamente erano sacerdotesse e sciamane. Lo sciamanesimo e altre manifestazioni simili, fino alla profezia, erano prevalentemente passivi, la loro attività era più che altro un “ricevere” e non un agire volontario. Fin dai primordi infatti, alla donna è proprio, per natura, l’atteggiamento fondamentale ricettivo-inglobante. Nella coscienza matriarcale, lo stesso atto di “capire”, a differenza della coscienza patriarcale, in cui il conoscere consiste in un processo intellettuale, significa “concepire”. Le cose da comprendere devono dapprima penetrare nella coscienza come un atto di fecondazione e di concepimento, dopodiché “affiorano”. Il conoscere è un conoscere vitale che un tempo era oggetto dei misteri e della religione, e che appartiene al campo della saggezza e non della scienza. In questo caso la coscienza ha sede nel cuore e non nella testa.

La luna è anche Signora del processo creativo, che si svolge non sotto i raggi cocenti del sole, ma nella fredda luce riflessa della luna: la notte e non il giorno è il tempo della procreazione. Ad essa appartengono l’oscurità e il silenzio, il segreto, il tacere e l’essere velati. Anche la bevanda e la pillola dell’immortalità, il sapere supremo, l’illuminazione e l’estasi sono i frutti rilucenti dell’albero lunare, del mutamento nella crescita.

Tutte le antiche divinità femminili erano dunque molto probabilmente ipostasi diverse della Dea lunare, considerata il simbolo di un modo d’essere femminile divino, archetipo che ancora domina la coscienza femminile. Tutti gli antichi misteri ad essa dedicati erano preclusi agli uomini e le donne stesse che vi partecipavano dovevano sottoporsi a dei riti d’iniziazione attraverso i quali dimostrare di esserne degne.

Tali misteri, che avevano lo scopo di promuovere una profonda trasformazione interiore che permettesse il ricongiungimento con la Dea, avvenivano sicuramente in situazioni  e atmosfere magiche, d’incanto, d’intimità, di libertà, di eros sacro e armonia. Erano momenti in cui la donna entrava in contatto con la parte più profonda ed essenziale del proprio essere e, attraverso un processo alchemico che si compiva per mezzo di specifici rituali, recuperava la propria essenza divina diventando essa stessa una Dea.

Nei secoli il matriarcato e la coscienza matriarcale sono stati soffocati e soppiantati dal dominio  patriarcale che si è imposto su tutti gli aspetti della vita, compreso quello spirituale. Basti pensare alle nuove religioni che negli ultimi due millenni si sono imposte in occidente, in cui le Dee non compaiono perché sostituite da divinità maschili o dall’idea di un unico Dio-Padre, mentre le donne sono state relegate, nelle religioni pagane, a ruoli di poca rilevanza, come ad esempio le antiche Vestali, oppure estromesse dalle gerarchie ecclesiastiche, nelle grandi religioni monoteistiche. Di più, nella cultura patriarcale la donna, repressa nella sua natura istintiva, libera, sensuale, è diventata il simbolo del peccato, la seduttrice, la tentatrice, colei che circuisce l’uomo e lo spinge all’errore e alla caduta allontanandolo da Dio.

È vero che la totalità è raggiungibile solo tramite un’unificazione degli opposti, maschile-femminile, coscienza patriarcale-coscienza matriarcale, sole-luna, che conduce a una sorta di completamento. Per questo concludiamo con un racconto ebraico che racconta che all’inizio della creazione il sole e la luna erano della stessa grandezza, ma che successivamente la luna rimpicciolì e il sole divenne la stella dominante. Dio promise allora alla luna: “Un giorno tu sarai nuovamente grande come il sole e la luce della luna sarà come la luce del sole”.

Bibliografia:

D’Ares Ada, Alla ricerca della Luna, Edizioni della Terra di Mezzo, Milano,1997
Neumann Erich, La psicologia del femminile, Astrolabio-Ubaldini Editore, Roma, 1975

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Dal sito Le voltapagina, 10 Ottobre 2013 dc:

Matriarcato come assenza di gerarchia
civiltà femminili/ginocrazia

di Marisa Distefano

La parola “matriarcato” ha sempre provocato infinite diatribe e polemiche. Noi qui non ce ne occuperemo. Dovremmo invece compiere lo sforzo di immaginare la parola “matriarcato” non come una sorta di “patriarcato femminile”, ma piuttosto come un termine indicante società ginocratiche o civiltà femminili in cui il potere non si manifestasse nelle forme strutturate e rigidamente gerarchizzate proprie delle società patriarcali, ma sotto forma di riti che celebravano il culto della “Grande Madre” (Madre Terra, madre Cielo/ Luna/ Notte, ecc.)

L’Archetipo della Grande Madre

L’analisi degli archetipi, la descrizione del loro farsi visibili attraverso i riti ed i miti dell’umanità è compito della psicologia analitica. Chi non abbia esperito direttamente, attraverso la propria psico-analisi, la realtà archetipica, troverà assai difficile la comprensione teorica e pratica degli archetipi, questi potenti signori che, alimentando il flusso straripante dell’inconscio collettivo, sotterraneamente governano la nostra vita.

La psicoanalisi, quando parla di “immagine primordiale” o di “archetipo della Grande Madre”, non si riferisce a una entità concretamente esistente nello spazio e nel tempo, ma ad una immagine interiore che agisce nella psiche umana. Questo fenomeno psichico ha la sua espressione simbolica nelle raffigurazioni della Grande Dea Femminile nell’arte e nei miti di tutto il mondo.

L’emergere di tale archetipo e la sua attività possono essere osservati nel corso di tutta la storia umana: nei riti, nei miti e nei simboli dell’umanità primitiva, così come nei sogni nelle fantasie e nelle raffigurazioni creative di persone sane e malate del nostro tempo (come risulta evidente in tanti disegni e dipinti di schizofrenici).

La divinità maschile (“Dio”) che attualmente domina in tutte le grandi religioni monoteiste e patriarcali è solo una trasformazione recente ( 3000 a.C.) del culto della Dea che ha caratterizzato la civiltà matriarcale/ femminile durante un ben più lungo periodo – documentato dal 30.000 a.C. fino a circa il 1500 a.C.

La Dea preistorica, nei suoi diversi aspetti, esprime una cultura omogenea, pacifica, creativa e di grande sintonia con la natura. In questa lunghissima “civiltà della Vulva” non c’è quasi traccia di figure maschili: le decine di migliaia di ritrovamenti archeologici effettuati in tutto il mondo sono prevalentemente simboli e statuine femminili ed animali.

Del resto, anche le moderne ricerche biologiche sul genoma umano hanno dimostrato che il DNA femminile (cromosoma X) risale ad oltre 143.000 anni fa, ed è quindi di quasi centomila anni più antico di quello maschile (cromosoma Y), comparso sul nostro pianeta circa 59.000 anni fa.

Oggi, riteniamo certo che il patriarcato – schema pressoché universale della società umana – si fonda su due scoperte essenziali dell’antichità: la successione piuttosto recente dell’agricoltura maschile (con l’aratro) a quella femminile (con la marra) e, più tardi, la sconvolgente scoperta del ruolo maschile nel processo della fecondazione. La degradazione dell’antica sovrana ha inizio con la scoperta della paternità.

Prima di questa certezza biologica, né il possesso delle tecniche agricole, né, poi, quello della terra portarono alla caduta totale del potere e della venerazione del sesso femminile, considerato sacro.

In questo percorso dalla sovranità alla caduta del Femminile lo studio delle tecniche e dei miti ci fa da guida: “…Ishtar e Cibele, Demetra e Cerere, Afrodite, Venere e Freya non sono che delle personificazioni tarde delle antiche dee della terra la cui fecondità produceva la fertilità dei campi. Il sesso di queste divinità rivela che, in origine, l’agricoltura e la donna erano strettamente legate. Quando l’agricoltura diventò l’occupazione principale dell’umanità, le dee della vegetazione regnarono senza concorrenti. La maggior parte dei primi dei appartengono al sesso femminile; la promozione di divinità maschili allo stesso rango fu senza dubbio il riflesso, fra le divinità, della vittoria del patriarcato”. (Will Durant Storia della Civiltà: l’Oriente Mondadori ed.).

Abbiamo, dunque, una ricchissima teogonia femminile con cui confrontarci: chi negli anni ’80 parlava di “miseria femminile” mettendo l’accento sull’assenza di un mondo simbolico di riferimento per le donne, rispetto al mondo maschile, ricco dei simboli che – nei secoli – si è costruito, certo dimenticava di guardare a
quel mondo di miti, simboli ed archetipi che tuttora fecondano l’inconscio collettivo e vivono dentro ognuna di noi.

Vediamone alcuni più significativi:

…Io canterò la Terra, Madre universale dalle solide basi Antenata venerabile che nutre sul suolo. Tutto ciò che esiste… È a Te che spetta dare ai mortali la Vita e riprenderla loro…(inno omerico);

…La” Madre dei Canti”, la madre di tutto il nostro seme, in principio ci generò. Essa è la madre di ogni razza umana……È la madre dei tuoni, dei fiumi, degli alberi, di ogni sorta di cose. È la madre dei canti e delle danze, dei frutti e dei fratelli maggiori. Essa è la madre degli animali, l’unica, quella della Via Lattea…….
È la madre delle piogge, l’unica che abbiamo. Lei sola è la madre delle cose, lei sola!…(canto degli Indios Kagaba, Colombia)

LA LUNA

Artemide; Astarte; Ishtar; Iside; Ecate; Cibele; Demetra; …
…In principio la Luna era fusa col Sole, costituiva col sole una “sinarchia”, la “Barca Solare”.
Spiritualmente la Luna era uguale al Sole; i due principii si opponevano come due poli del tutto equivalenti…
Ma sopraggiunge la grande catastrofe cosmica, la Luna si scinde dal Sole,(“….e Dio separò la luce dalle tenebre…e pose i luminari maggiori in cielo….” ) e si definisce nel suo isolato dominio notturno dando inizio all’ “Involuzione Cosmica,” prima fase della “Caduta”…

L’analogia si ripercuote sull’Uomo Cosmico, dove il Maschile – Sole si scinde dal Femminile – Luna, in un fronteggiarsi di Luce – Tenebra, Giorno – Notte, opposto e complementare. È il drammatico evento della scissione dell’individuo unitario, dell’Uno originario: dal primo Adamo fu tolta e distinta la prima Eva, il maschile si stacca dal femminile…….

MITO DI ISHTAR – Babilonia

…Ishtar, dea lunare, regnava tutto l’anno e la sua azione rendeva fertile la terra.
Essa aveva un assoluto potere sulle cose viventi. Tammuz, suo figlio, personificava tutta la vegetazione terrestre. Al momento della pubertà, Tammuz diventa il virile amante della madre lunare che si abbandona al profondo amplesso notturno. Tuttavia, proprio Ishtar, col passare degli anni, condanna a morte Tammuz e così, al volgere del solstizio estivo, Tammuz muore….La madre lunare prende il lutto per un mese, profondendosi in lamenti e digiuni. Finché non intraprende – con le sue donne – il viaggio verso gli Inferi, nel regno del Non – Ritorno, per liberare il figlio…

(mistero edipico, regressione autodistruttiva, trionfo della nostalgia. L’abbraccio fra Luna e figlio nel buio notturno/ viaggio a ritroso nelle acque amniotiche, Calore del corpo materno, sogno fusionale, perenne infanzia…)

Ishtar passa attraverso gli Inferi e, man mano, viene privata dei suoi gioielli e, con essi, perde totalmente le
forze; e mentre essa è agli Inferi, sulla Terra si abbatte la disperazione: animali e uomini non possono più moltiplicarsi né desiderano più l’amore. Solo col ritorno di Ishtar sulla Terra, la fertilità ritorna, rigogliosa… ( R. Sicuteri: Astrologia e Mito – Astrolabio)

MITO DI DEMETRA E PERSEFONE

“…Persefone viene tenuta riparata dalla madre in una caverna difesa da due serpi. Ha tre sorelle: Psiche, Atena e Artemide ed il giorno in cui le sue tre sorelle raccolgono con lei il rosso papavero per festeggiare le sue prime mestruazioni Ade, il dio degli Inferi, la rapisce e la porta sottoterra, provocando la grande ira di Demetra:”

“…Ebbene, se questo dev’essere il naturale destino delle fanciulle, che perisca tutta l’umanità! Che non vi siano più raccolti, né semi, né frumento, se questa bambina non mi viene restituita!…”

Vediamo qui la prima scissione fra il Femminile – terra – vita: Demetra ed il Femminile – terra – tomba : Persefone ed anche il primo conflitto fra una società ginocratica, ad agricoltura femminile ed il nascente patriarcato.

…..Ma il dio Sole, maschio e patriarcale, sembra giustificare il rapimento: “….Perché lamentarsi del destino naturale delle giovani di abbandonare la casa della madre, perdere la verginità e fare figli?” Ma Demetra è irremovibile: Persefone resterà sterile e così i campi e tutta la terra… (non è stato ancora scoperto il processo della paternità).

Alla fine il compromesso e l’accordo: Persefone trascorrerà sei mesi sulla terra con la madre e sei mesi con Ade (significato immediato: la vegetazione è sotterranea per circa sei mesi dell’anno e visibile gli altri sei). Ma anche: l’Uomo e la Donna concludono un contratto che suddivide la gestione della terra sostentatrice, come il sole e la luna/Demetra, dividono il tempo in due e regneranno insieme sulle prime civiltà urbane, agricole e pastorali: è l’esordio del semi – patriarcato. Il destino di Persefone pesa, poi, anche sulla sorte che le sue sorelle scelgono per sé:

Psiche decide di subire la legge solare, amerà Amore, ma si vedrà imposte le stesse tenebre che Ade ha imposto a Persefone.

Atena si vota al celibato, rinasce dal cervello di Zeus (invidia del parto) e diventa una“donna superiore, ”intellettuale e sovrana, incaricata di importanti missioni sociali come la coltura dell’ulivo e l’osservanza dei patti: Atena è la “donna emancipata,” il tipo di donna – alibi che fa onore alla società patriarcale e da essa accortamente destinata a rimanere minoranza.

Artemide è, al contrario, una sovversiva ed una solitaria: diversamente dalla sorella sfugge gli onori della città e nasconde nei boschi la sua libertà da amazzone, portando come diadema un quarto di luna (che non è più la sfera del mondo posata sulla fronte di Iside, incoronata di frumento) corre a caccia nei boschi alla testa delle sue ninfe ed in Tracia diventa “Cotito” la patrona dei maschi omosessuali. Lei stessa, lesbica, ama la ninfa Callisto, fonda popolazioni di Amazzoni che le renderanno omaggio dalle foreste celtiche fino alle rive del fiume scita e lei, la donna che non ha marito, porta alle donne gli insegnamenti dell’ostetricia, della pratica medicinale con le piante e la conoscenza dei veleni vegetali di cui si ricorda Medea… (F. D’Eaubonne, Le Donne prima del Patriarcato – Felina ed.)

STORIA DI NEITH, LA CREATRICE – Egitto

Neith (Nut), la Notte, la dea uraniana, la dea – cielo, madre di tutti gli dei, rappresenta in tutto il suo splendore la Madre Originaria, quella che:

“…..Dava vita agli dei ed agli uomini, ella era……quella che all’inizio dell’universo aveva fatto uscire Aton dal Nulla, colei che era quando nient’altro esisteva ed aveva creato ciò che esiste dopo essere nata ella stessa….”

Nella sua forma primitiva, Neith ricorda quella Montagna – Madre il cui culto era onorato a Creta ed ispirò l’oracolo di Dodona e che fa dire ad illustri studiosi che …”siamo in presenza di un culto che tende al monoteismo e che dà il primo posto ad una religione femminile.” Cosa che, fra l’altro, smentisce il pregiudizio secondo cui il monoteismo compare con il patriarcato semita degli Ebrei.

Neith, nella sua forma notturna, è considerata, fin dalla IV dinastia, ora madre ora figlia di Rà poiché la notte succede al giorno ed il giorno alla notte.
È lei il potere sovrano che dirige ogni forma di vita e di morte. Eterna, è la creatrice di sé stessa “…personificante fin dai tempi più remoti il principio femminile creatore della sua propria esistenza; è la prima e più antica forma di monoteismo, Iside (che con Neith, a volte, è identificata) non è che il volto umano di questa onnipotenza, come Cristo è l’incarnazione di Dio – Padre.

Poi la metamorfosi…Neith passa dallo stato di Volta Celeste a quello di Vacca Sacra:

Nù, il Nulla, prega Neith di prendere Rà sulle sue spalle per soccorrere la sua estrema vecchiaia.“…
Neith rispose: E come, Nù, padre mio?”
Ma obbedì docilmente. Si trasformò in vacca e pose la maestà di Rà sulla sua schiena. E dopo questo contratto di alleanza, che lo riconciliò con gli uomini superstiti, il grande Rà ritornò verso la Vacca Celeste per salire sulla sua groppa. Allora Neith si alzò sulle quattro zampe e si inarcò come una volta, ma il troppo peso la piegò e domandò di essere sorretta. Rà, a questo punto, disse: “…Sù, figlio mio, mettiti
sotto mia figlia Neith per sorreggerla affinchè possa portarmi. Mantienila sulla tua testa e sii il suo pastore!…”. Sù obbedì e Neith fu rassicurata. Essa rappresenta la volta celeste e l’universo ebbe finalmente il cielo da dove Rà, il dio onnipotente, si occupò di organizzare quel nuovo mondo che, dalla groppa della vacca, scopriva smisuratamente ingrandito. Stabilì la propria residenza in due luoghi, il Campo delle Erbe prima ed il Campo del Riposo poi”. (Marguerite Divin, Racconti e leggende dell’antico Egitto, ed. S.A.I.E ).

Niente può simboleggiare più chiaramente il passaggio dall’antica ginocrazia al patriarcato, dal vecchio monoteismo di principio femminile al culto maschile.
Coloro che adesso decidono e comandano sono il Padre e il Figlio. Il Nulla, padre di tutte le cose, colui che
“era prima che vi fosse niente”, dà ordini a Neith, la Notte, che <docile > li esegue e quando si piega sotto il peso del dio solare Figlio – Padre, è il figlio di lui che la sostiene e diventa il suo “pastore“.
Da cosmo celeste è diventata animale, animale sacro, certo, ma sottomesso al pantheon degli dei maschi!
Nel Testo delle Piramidi, Rà ha “deposto nel corpo di Nut il seme che doveva germogliare in lei”. E il Faraone si chiama “toro del Cielo” perché è l’incarnazione del maschio dominatore, della virilità, della forza. Dunque, si tratta proprio di un patriarcato.

STORIA DI ISIDE

“…Inizialmente Iside non era una dea ma solo la serva del più grande dei Faraoni, Rà, l’uomo – dio. Ogni mattina, Rà saliva sulla barca solare che, a mezzogiorno, lo portava ad un’altra imbarcazione che, a sua volta, al crepuscolo lo portava alla Regione degli Inferi.

Lungo la strada si vedeva sbarrare il cammino da Apopi, il grande serpente che provoca le eclissi di sole e allora bisognava battere le mani, dire le preghiere e suonare una musica assordante come per spaventare i coccodrilli del Nilo. E Apopi, ferito dai raggi del dio dorato, si coricava di nuovo in fondo agli abissi.

Questo avveniva quando Rà abitava ancora sulla Terra ed era sottoposto alle leggi dell’invecchiamento, come ogni forma vivente.

E quando giunse al declino, carico del peso degli anni, Iside, che aspettava la sua ora, si alzò nell’ombra. Con la saliva che colava dalla bocca del vecchio dio impastò un po’ di terra a immagine della Serpe Sacra, l’animò con il suo soffio e recitò la formula magica che dà la vita. Quindi le fece mordere Rà al tallone.

Qualche tempo dopo venne a guarirlo con tutta la sua scienza di dottoressa sapiente. Ma per riuscirci bisognava, secondo le alte leggi della Conoscenza, pronunciare il nome del malato. E Rà, che porta tanti nomi, in realtà ne ha uno solo, onnipotente e segreto, che contiene l’essenza stessa del suo Essere.

Saperlo e dirlo equivale a possedere il suo potere (…non pronunciare il nome di Dio invano!….)

Rà, vinto, lo rivelò a Iside che gli diede, sì, la salute ma divenne, con questo stratagemma, dea ed onnipotente…”

In questo mito si ritrovano parecchie eredità che, dall’Egitto, passeranno al Mosaismo giudaico: la perfidia femminile, la serpe sua complice ed il segreto sacro del nome divino che non deve essere pronunciato.

Il dato significativo che emerge, a questo punto, sembra questo: il patriarcato nascente cerca di screditare il Diritto delle Madri, cioè il vecchio potere di Neith e della grande dea agraria Iside.

In seguito, l’invenzione della marra e dell’aratro saranno una prerogativa di Osiride, che lascia alla
Moglie – Sorella il solo dominio delle erbe medicinali.*

L’identificazione di Apopi con Pitone, il serpente matriarcale, e di Rà con l’Apollo asiatico, il dio della vendetta che vince Apopi senza poterla distruggere, è pure fuori dubbio.

Quando, poi, Rà diventa definitivamente dio, lascia la Terra e stabilisce la sua residenza, contemporaneamente, in due domini, gli stessi che rappresentano i due poli della ginocrazia: il Campo delle Erbe( fertilità ) e il Campo del Riposo (morte ) ….!

Sebbene il suo pantheon sia andato rapidamente maschilizzandosi, il culto della Dea – Madre è rimasto, più a lungo che in qualsiasi altra cultura, il perno della civiltà egiziana ed il suo fascino si protrae per tutto il periodo del semi – patriarcato, esercitando una interazione continua con la struttura economica e sociale di origine agraria dell’Egitto.

Iside, in particolare, godette di una straordinaria devozione: essa può essere assimilata a tutte le dee egiziane, come è chiaro dall’appellativo di “dea dagli innumerevoli nomi”.

È la personalità di Iside che viene onorata e celebrata a preferenza delle divinità maschili, in Egitto ed in tutti i Paesi che subiscono l’influenza culturale egiziana, sino a Roma.

“….La vittoria senza precedenti del culto isiaco sull’opposizione ufficiale e il suo persistere nei primi tre secoli dell’era cristiana testimoniano la profonda e sincera emozione religiosa che tale devozione suscitava nei fedeli”.

Il culto aveva come scopo di domare la carne per ottenere delle percezioni spirituali più chiare. Questa idea era talvolta poco apprezzata dai mariti che temevano l’avvicinarsi dei “puri dies”, i giorni in cui le loro mogli, per prepararsi ai riti di Iside, andavano a dormire sole su casti letti…

La personalità di Iside aveva una diffusione universale in tutti i centri importanti del vasto impero romano e, soprattutto le donne, trovavano in questa giovane e graziosa regina e madre un oggetto di devozione mistica che soddisfaceva i loro bisogni religiosi più di ogni altra figura sacra….”  (E. O. James: Le culte de la déesse – Mère, Payot Ed. )

Ora, i “bisogni religiosi” potevano anche essere una formula di comodo: le donne, ormai sconfitte dell’era patriarcale, si impossessavano di ciò che era rimasto del culto della Dea – Madre per poter esercitare, anche se periodicamente ed in modo effimero, la libera gestione del proprio corpo e, in parte, della natalità, che una volta erano loro dominio assoluto.

Le due storie di Iside e di Demetra concordano, concludendosi entrambi con la trasmissione dei poteri agrari, messaggio molto più chiaro nel mito greco che in quello egiziano: gli uomini si impadroniscono della fertilità – fecondità.

Il patriarcato nasce con la scoperta del mistero della procreazione: Iside, infatti, con il suo potere divino è riuscita a riunire tutti i resti dello sfortunato corpo di Osiride, tranne uno, il fallo.

La sua potenza, dunque, fallisce nel mettere al mondo, da sola, un maschio.

Come mai, allora, in Egitto, i diritti delle donne vengono rispettati fino ad un’epoca tarda, la loro libertà sessuale è quasi assoluta, la loro possibilità di fare carriera è quasi unica fra le società dell’antichità?

Diodoro Siculo sostiene che il contratto del matrimonio egiziano esige l’obbedienza del marito alla moglie.
I beni si trasmettevano per discendenza femminile ed anche in epoca tarda il marito cedeva alla moglie, per
contratto di matrimonio, tutti i suoi beni ed i redditi futuri. Lo scriba Satni, di Menfi, si vede rispondere dalla bella che ha chiesto in sposa: “…Io non sono una schiava! Fai firmare ai tuoi figli un contratto secondo cui non possano avanzare pretese sui miei beni!

Uno dei documenti più antichi in proposito è il testamento di una certa Neb – sent che lascia la sua terra ai figli, risalente alla III dinastia.

IL SEMIPATRIARCATO – LA CADUTA

Le donne egiziane si servivano senza ipocrisia non solo della loro libertà sessuale, ma anche della potenza economica data loro dalla legislazione. L’iniziativa amorosa era una loro prerogativa come si riscontra in tante lettere e poesie d’amore indirizzate ad uomini e firmate da donne. È lei a offrire il matrimonio:
“…O mio bell’amico, desidero diventare tua moglie e la padrona dei tuoi beni!” (Briffault: The Mothers)

Come tra gli Ionii e i Cretesi, la donna egiziana circola libera, senza accompagnatori, e mostra il suo corpo nudo; come tra gli Etruschi, partecipa ai banchetti e alle danze e gode di libertà sessuale; come fra i Celti sceglie il marito; come tra i Cretesi, si dedica ad ogni sorta di attività lucrativa e conserva spesso una funzione sacra in tutto ciò che riguarda i funerali e i riti di fertilità e onora due grandi dee: Neith e Iside, che rappresentano aspetti diversi e complementari della Grande Dea, la sua doppia proiezione nei cieli. La giurisdizione la favorisce sino ad un’epoca avanzata.

Sotto Dario la sorella maggiore è ancora la tutrice legale in caso di morte dei genitori: è quello che Will Durant definisce un “matriarcato attenuato”;*

*esemplare la storia di Amten, vissuta ne 3000 circa a.C. che è, approssimativamente, il periodo in cui si instaurò il patriarcato nel mondo antico. Figlia di scriba, poi scriba essa stessa e redattrice di ministero, percorse tutte le tappe della carriera, diventando governatore di provincia, poi nomarca e morì onorata come generale e “comandante delle Porte di Occidente”.

L’obiezione più frequente è che faraoni e sacerdoti, cioè il potere supremo, siano uomini. Ma l’Egitto non si può definire una ginocrazia. La Dea è una figura dominante in Siria, in Mesopotamia, in Anatolia e nel bacino Egeo, ma non in Egitto.

Il suo diritto, fino ai Tolomei, è incontestabilmente matriarcale a tutti i livelli, tranne quello, più alto di tutti, del regno che, per la precisione, viene collocato fuori dal sociale in quanto appartenente al sacro (a parte il regno eccezionale di una Faraona, Hatshepsut, della XVIII dinastia ). Il mito di Osiride, subito associato al culto solare, porta direttamente al Faraone inteso come incarnazione umana di Horus, figlio postumo del sole e della fertilità. “…Di conseguenza, il re doveva la sua divinità e il suo statuto agli dei che incarnava e che erano tutti maschi” (E.O.James ).

Il Faraone, dunque, rappresenta l’ordine invertito del suo tempo e del suo spazio, e quest’ordine è tanto femminista quanto quello giudaico – cristiano sarà misogino e ginofobo!

UN’ECCEZIONE: HATSHEPSUT

Hatshepsut, che il padre chiamò sul trono accanto a sé, regnò dal 1501 al 1479 a.C.

Riuscì a regnare facendosi redigere una biografia agiografica che la proclamava figlia di Amon – Rà, il quale si sarebbe presentato a sua madre “in una nuvola di luce e di profumo” per annunciarle l’incarnazione – per suo intervento – di una fanciulla che doveva far risplendere il prestigio di Ammone sulla Terra.

Ci voleva questo intervento diretto del dio nel processo della procreazione per rendere la principessa uguale ai suoi predecessori reali. Neanche la condivisione del trono con il Faraone – padre poteva sostituire questo diritto divino da cui proveniva quella monarchia che faceva di ogni sovrano un “figlio di Horus” ipso facto, senza bisogno che luce e profumo accompagnassero una tale Annunciazione. Occorreva l’intervento del soprannaturale per rimuovere l’ostacolo del suo sesso di donna nel regno più femminista della terra!

Che Hatshepsut sia stata uno dei più grandi nomi della regalità egiziana, che in ventidue anni di regno abbia riparato i danni inflitti al suo popolo dai re Hyksos, che abbia saputo conquistare i mercati delle Indie e dell’Estremo Oriente, aprendo così la via delle spezie e delle perle ai suoi successori sono fatti noti e comprovati storicamente. Hatshepsut – poi – fu la più grande, ma non la sola a regnare in Egitto: ricordiamo Amenardis (sacerdotessa e principessa), Shepenapt III e la figlia di questa, Nitokris.

È anche interessante sottolineare che, dalla XVIII dinastia in poi, l’appellativo di “sposa di Dio” viene dato alle regine tebane che diventano sacerdotesse supreme di Amon – Rà, mentre le principesse reali assumono una dignità superiore a quella rivestita da tutte le altre in precedenza.

E ciò avviene in un periodo che va dal 1545 al 1310 a.C., cioè molto dopo la dominazione degli Hyksos (1800 – 1600 a.C.) che con la loro influenza fallocratica degradano la posizione delle donne e accelerano l’evoluzione del semi – patriarcato verso quel patriarcato assoluto portato dai conquistatori greci e dai Tolomei.

Tutto avviene come se le possibilità delle donne di accedere al trono ed all’altare costituissero un vaso comunicante con la posizione civile ed economica delle donne comuni. A partire dal regno di Hatshepsut l’Egitto perde, poco alla volta, il suo carattere così originale di semi – patriarcato (o di “matriarcato attenuato” ) per somigliare sempre più alle altre culture storiche dei maschi, in cui le donne sono assoggettate alla legge del Padre ma vi sfuggono se appartengono all’élite delle famiglie reali e della Chiesa.

Ora, che cosa ha prodotto la doppia evoluzione – regressione dell’Egiziana relativamente al trono ed alla cittadinanza?

La prima società egiziana predinastica è totalmente agraria e integrata con l’allevamento; l’irrigazione è primitiva, ma è già una società relativamente prospera, grazie alle piene del Nilo e le comunità sono ad impostazione ginocratica (come dimostrano le tante immagini della Grande Dea, la ceramica, l’assenza di santuari ed anche le strutture giuridiche e sociali nell’Egitto delle dinastie).

Mentre nelle varie società compaiono innovazioni che mettono in forse gli assetti fra i sessi (le necropoli, le strade, la metallurgia, ecc.), pace e isolamento protessero in modo eccezionale le strutture culturali femminili egiziane; mentre nelle altre civiltà antiche la comparsa delle classi sociali e la necessità della guerra finiscono per comprometterle più o meno rapidamente.

Qui, al contrario, le classi sociali –  pur dentro ad un sistema di caste – godono di una specie di democrazia di base che tiene ad una ripartizione abbastanza equa di questa prosperità.

Per fronteggiare, poi, il pericolo politico di una rivalità interna fra le Due Terre vi era, come fattore essenziale di unità, l’esistenza di un sovrano unico, detentore di due corone (=Iside con le due serpi sul capo).

Intanto eventi fondamentali (l’affermarsi dell’aratro, il progressivo dominio sul Nilo e la scoperta della paternità) guideranno il passaggio ad un semi – patriarcato prima e ad un pieno patriarcato poi, segnato emblematicamente dall’innovazione dell’eretico Faraone Akhenaton che instaurò un monoteismo maschile: il culto solare di Aton.

La testimonianza forse più significativa di questo passaggio dalla ginocrazia al patriarcato la troviamo ne LE EUMENIDI.

Nelle “Eumenidi“ di Eschilo i due principi del diritto materno e del diritto paterno sono rappresentati dalle Erinni e da Apollo/Atena. Oreste uccide la madre per vendicare il padre. Ora, chi vale di più il padre o la madre? Atena istituisce il tribunale: le Erinni sostengono l’accusa contro il matricida, Apollo ne assume la difesa, i concittadini di Oreste sono chiamati a decidere.

Le Erinni parteggiano per Clitennestra e si appellano al diritto materno, Apollo difende Agamennone e sostiene il diritto paterno:

ERINNI: …Fu lui, l’indovino, che ti guidò ad uccidere tua madre?………
ORESTE: …..La vergogna di due colpe ella aveva sopra di sé.
Come? chiarisci bene ai giudici questo.
Uccidendo il marito, uccise mio padre.
Ma tu vivi, e lei si liberò della colpa morendo.
E perché lei, quando ancora era viva, tunon la perseguitasti?
Non era dello stesso suo sangue l’uomo che uccise.
E sono io dello stesso sangue di mia madre?
E come ti nutrì ella, sciagurato, dentro il suo ventre?
Tu rinneghi il dolce sangue della madre?

Le Erinni non hanno punito il delitto di Clitennestra: risulta evidente che esse ignorano il diritto del padre e del marito. Esse conoscono solo il diritto della madre, il diritto del sangue materno, e avanzano le loro pretese sul matricida in forza dell’antico diritto e dell’antico costume.

Apollo, invece, ha imposto a Oreste il matricidio per vendicare il padre, perché questa è la volontà di Zeus, ed anche ora lo difende dalle Erinni, contrapponendo il diritto paterno al diritto materno ed affermando la preminenza del primo:

“….Non è la madre la generatrice del figlio, bensì è la nutrice del feto in lei seminato. Generatore è chi getta il seme …..la madre è ospite che accoglie e custodisce il germoglio. Padre uno può essere anche senza madre. Qui stesso ne è testimone la figlia di Zeus Olimpio (Atena ) che non fu allevata nel buio di un grembo materno; è tale rampollo quale nessuna dea avrebbe potuto generare!…”

Le Erinni protestano:

“…..Tu hai distrutto gli antichi ordinamenti del mondo, ingannando col vino le vecchie dee……”

Ma saranno sconfitte: i giudici votano, i voti sono pari ma Atena interviene:

“…Io voto in favore di Oreste. Madre che mi abbia generato io non l’ho. Il mio cuore, esclusi i legami nuziali, è tutto per l’uomo. Io sono solamente del padre. Il destino di una donna omicida del proprio sposo non m’importa: lo sposo m’importa custode del focolare domestico. La vittoria sarà di Oreste, anche se uguale il numero dei voti…”

Oreste viene assolto dal tribunale. È questo il nuovo diritto dei nuovi dei. Apollo viene celebrato come “distruttore delle antiche Moire, distruttore delle antiche divinità”.

Fremendo per l’ira, la schiera divina delle figlie senza prole della Notte vuole rifugiarsi nelle profondità della terra, isterilire i campi ed i frutti del corpo, ma Atena riesce a guadagnarle alla sua causa ed a riconciliarle con il nuovo diritto:

“…..E tu, dalla gloriosa tua sede, presso la dimora di Eretteo, vedrai processioni di uomini, processioni di donne, venirti ad offrire onori e doni quanti da altre genti non potrai mai avere…….”

A questo punto, finiscono con l’accettare di avere la propria sede e di svolgere la loro funzione accanto a Pallade: esse, le dee primigenie, trasformate in potenze propiziatrici della pace e della tranquillità e custodi dei legami familiari, d’ora in poi amate e venerate dalle fanciulle, prepareranno loro le gioie del matrimonio.

Una schiera di fanciulle e anziane madri riconducono le riconquistate patrone del paese nel loro regno, giù nell’Ade.

Moira e Zeus cooperano lietamente alle fortune del popolo ateniese. Si conclude così la lotta fra il diritto materno ed il nuovo diritto paterno: l’antico costume viene eliminato e un nuovo principio ne prende il posto. Il legame privilegiato fra il figlio e la madre viene spezzato – Gea e Crono / Rea e Giove, ma anche con la figlia: da Demetra e Persefone si passa a Zeus e Atena – e l’uomo si colloca accanto alla donna in posizione giuridicamente superiore.

E ancora:

La collina di Ares, che viene designata, per sempre, da Atena come il luogo dove siederà il tribunale per i delitti di sangue e dove, con Clitennestra, soccombe l’antico Diritto Femminile, è la stessa località dove già le Amazzoni posero il loro accampamento quando combatterono contro Teseo e la sua città.

Le Amazzoni rappresentavano la più perfetta realizzazione del diritto femminile; Teseo, invece, fonda il suo nuovo Stato sul principio opposto. È con la lotta fra i due principi e la vittoria di Teseo sulle Amazzoni che ha inizio la storia di Atene, la storia della “ civiltà occidentale“ la nostra storia…

Il materiale è liberamente tratto da:
-Roberto Sicuteri: Astrologia e Mito-Ed. Astrolabio
-Eric Neumann: La Grande Madre-Ed. Astrolabio
-Françoise D’Eaubonne: Le Donne Prima del Patriarcato–Ed. Felina
-Johann Jakob Bachofen: Il Potere Femminile–Ed. Il Saggiatore-Studio
-Luisella Veroli: Prima di Eva–Viaggio alle Origini dell’Eros–Ass. cult. “Melusine”

***

Dal blog Solleviamoci , 15 ottobre 2013 dc:

Matriarcato, esiste ancora?

di Franco Rossi

Le società matriarcali tuttora esistenti le trovi sull’isola di Sumatra, in Indonesia è il popolo dei Minangkabau, con tre milioni di membri. Nelle minuscole isole coralline di San Blas, di fronte alle coste del Panama in America centrale, abitano gli indiani Cuna, un gruppo matriarcale. Sulle isole della Melanesia, nel Pacifico, vive il popolo dei Trobriander, anch’esso matriarcale.

Nel deserto del Sahara, i nomadi berberi Imazighen, altrimenti, conosciuti come “tuareg”, sono sopravvissuti in condizioni estreme come popolo matriarcale di pastori.
Le tribù matriarcali dell’America hanno cercato riparo dai conquistatori nelle grandi foreste pluviali, dove sono riuscite a sopravvivere. È questo il caso degli Arawak, sparsi un po’ ovunque nelle foreste. Nelle foreste pluviali dell’Africa centrale vivono ancora oggi numerose tribù matriarcali, prime fra tutte quelle dei Bemba e dei Luapula.

Particolarmente numerose sono inoltre le società matriarcali distribuite nelle aree montane: ne sono un esempio i classici matriarcati dei Khasi e dei Garo, sulle montagne del Khasi nel Bengala e nell’India orientale, nonché diverse piccole etnie sull’Himalaya, negli Stati di Ladakh, Bhutan, Nepal e Tibet. Nelle interminabili catene montuose dell’Asia orientale si trovano ancora alcuni popoli tipicamente matriarcali, quali i Mosuo dello Yunnan, nella Cina sud-occidentale, e molti altri che lo sono stati fino a poco tempo fa, come per esempio i Naxi. Le montagne di Atlante, nel Nord Africa, hanno offerto riparo all’antico gruppo matriarcale dei berberi. Anche nel deserto del Sahara sono soprattutto i monti (come l’Ahaggar, l’Alr Tassili-n-Ajjer, l’Adrar des Iforas) a dare asilo ai cosiddetti “tuareg”.

Ben più vasto rispetto all’insieme delle società matriarcali tuttora esistenti è invece il numero di residui o tracce di antichi matriarcati che sono presenti in abbondanza in tutti i continenti. Ciò riguarda anche l’Europa e i territori proprio di fronte a casa nostra. Si tratta delle costruzioni di pietra sparse nell’intera Europa della cultura megalitica, che fungono da testimonianze architettoniche e, ancor più, sociologiche dell’importante posizione occupata ancora oggi dalle donne in queste aree. Tracce religiose del matriarcato europeo di un tempo sono contenute in gran quantità nei miti e nelle leggende, nelle tradizioni e nelle usanze. Anche nel nostro continente i resti abbondano soprattutto sulle montagne, poiché queste furono le più importanti terre in cui avevano trovato rifugio le portatrici e i portatori della cultura matriarcale. Degna di nota a tale riguardo è la grande catena delle Alpi con le sue molteplici cime ma anche i Pirenei e la foresta bavarese, dove i monti si congiungevano a grandi foreste impenetrabili, a creare una vasta zona protetta protesa fino alla Boemia.

Nonostante l’apparato aggressivo di potere e dominio, i patriarcati non sono stati in grado di annientare la struttura sociale e la cultura dei matriarcati, siano stati questi ultimi società nascoste o apertamente vissute. Oggi questo modello sociale continua a riaffiorare in superficie.

A livello culturale queste società non sono caratterizzate dai “culti di fertilità”. E ciò può forse far pensare semplicisticamente all’assenza di un sistema religioso complesso. Il concetto fondamentale di cosmo e della vita stessa proprio dei membri di una società matriarcale e la fede che essi esprimono attraverso numerosi riti, miti e tradizioni spirituali è la convinzione nella rinascita.

Non si tratta qui della nozione astratta di trasmigrazione delle anime che in seguito sarebbe emersa in seno all’induismo e al buddismo, ma di un’idea di reincarnazione intesa.in termini molto concreti: il membro di ciascun clan sa che, dopo la sua morte, nascerà dal grembo di una delle donne del suo clan, nella stessa abitazione del clan, nello stesso villaggio.
Ogni defunto ritorna nello stesso clan nelle vesti di un bambino. Nelle società matriarcali vi è un grande rispetto per la donna, poiché è la donna a garantire la rinascita.

È la donna che rinnova e perpetua la vita del clan. Questo concetto sta alla base della visione matriarcale della vita. Si tratta di un concetto che le popolazioni matriarcali hanno elaborato sulla base dell’osservazione della natura. Ogni anno in natura si susseguono i cicli della crescita, della fioritura, dell’avvizzimento e di nuovo della rinascita della vegetazione. Le popolazioni matriarcali credono che ogni pianta che in autunno avvizzisce tornerà a vivere in primavera. Perciò, la Terra è la Grande Madre che assicura la rinascita a tutti e che a tutti dà nutrimento.

Lo stesso continuo ritorno si osserva anche in cielo: Tutti i corpi celesti sorgono, tramontano e risorgono, ogni giorno e ogni notte. Queste popolazioni percepiscono il cosmo come la Grande Dea del Firmamento e della Creazione, impegnata in una creazione continua, dalla quale scaturisce l’ordine del tempo. È questa Dea a generare tutti gli astri a oriente e a tracciarne il cammino nel cielo; è lei, con il suo potere, ad accompagnarli alla morte a occidente.

Un bell’esempio di idea matriarcale di cosmo è quello offerto dalla dea egizia Nut, la Dea del Cielo, che ogni mattina genera suo figlio Re, il sole, e che ogni notte lo divora, per riportarlo a nuova vita il mattino successivo. Nel cosmo e sulla terra le popolazioni matriarcali osservano questo ciclo di vita, morte e rinascita. Esse riconoscono lo stesso ciclo nella vita umana, in base al principio matriarcale dell’unione tra macro e microcosmo.

L’esistenza umana non è diversa dai cicli della natura, bensì è soggetta alle stesse regole. Il concetto di natura e di mondo umano è privo della mentalità dualistica patriarcale, che separa lo “spirito” e la “natura” o la “società” e la “natura”.

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