Io vi accuso

Condiviso in WhatsApp il 21 Novembre 2020 dc:

Io vi accuso

di Marco Galice

Barbara D’Urso, Maria De Filippi, Alfonso Signorini, Alessia Marcuzzi e tutta la schiera della vostra bolgia infernale… io vi accuso.

Vi accuso di essere tra i principali responsabili del decadimento culturale del nostro Paese, del suo imbarbarimento sociale, della sua corruzione e corrosione morale, della destabilizzazione mentale delle nuove generazioni, dell’impoverimento etico dei nostri giovani, della distorsione educativa dei nostri ragazzi.

Voi, con la vostra televisione trash, i vostri programmi spazzatura, i vostri pseudo spettacoli artefatti, falsi, ingannevoli, meschini, avete contribuito in prima persona e senza scrupoli al Decadentismo del terzo millennio che stavolta, purtroppo, non porta con sé alcun valore ma solo il nulla cosmico.

Siete complici e consapevoli promotori di quel perverso processo mediatico che ha inculcato la convinzione di una realizzazione di sé stessi basata esclusivamente sull’apparenza, sull’ostentazione della fama, del successo e della bellezza, sulla costante ricerca dell’applauso, sull’approvazione del pubblico, sulla costruzione di ciò che gli altri vogliono e non di ciò che siamo.

Questo è il vostro mondo, questo è ciò che da anni vomitate dai vostri studi televisivi.

Avete sdoganato la maleducazione, l’ignoranza, la povertà morale e culturale come modelli di relazioni e riconoscimento sociale, perché i vostri programmi abbondano con il vostro consenso di cafoni, ignoranti e maleducati. Avete regalato fama e trasformato in modelli da imitare personaggi che non hanno valori, non hanno cultura, non hanno alcuno spessore morale.

Rappresentate l’umiliazione dei laureati, la mortificazione di chi studia, di chi investe tempo e risorse nella cultura, di chi frustrato abbandona infine l’Italia perché la ribalta e l’attenzione sono per i teatranti dei vostri programmi.

Parlo da insegnante, che vede i propri alunni emulare esasperatamente gli atteggiamenti di boria, di falsità, di apparenza, di provocazione, di ostentazione, di maleducazione che diffondono i personaggi della vostra televisione; che vede replicare nelle proprie aule le stesse tristi e squallide dinamiche da reality, nella convinzione che sia questo e solo questo il modo di relazionarsi con i propri coetanei e di guadagnarsi la loro accettazione e la loro stima; che vede lo smarrimento, la paura, l’isolamento negli occhi di quei ragazzi che invece non si adeguano, non cedono alla seduzione di questo orribile mondo, ma per questo vengono ripagati con l’emarginazione e la derisione.

Ho visto nei miei anni di insegnamento prima con perplessità, poi con preoccupazione, ora con terrore centinaia di alunni comportarsi come replicanti degli imbarazzanti personaggi che popolano le vostre trasmissioni, per cercare di essere come loro. E provo orrore per il compiacimento che trasudano le vostre conduzioni al cospetto di certi personaggi.

Io vi accuso, dunque, perché di tutto ciò siete responsabili in prima persona.

Spero nella vostra fine professionale e nella vostra estinzione mediatica, perché solo queste potranno essere le giuste pene per gli irreparabili danni causati al Paese.

Sommosse e complotti

In e-mail il 28 Ottobre 2020 dc:

Sommosse e complotti.

Quando le acque si agitano, gli stronzi vengono a galla.

Ma stronzi restano.

di Dino Erba, Milano, 28 Ottobre 2020 dc

IL «QUASI» LOCKDOWN PROCLAMATO DAL GOVERNO CONTE (DPCM, 25/10/2020) ha suscitato un prevedibile malcontento sociale che, in modo più o meno vivace, ha scaldato numerose città. Le proteste arrivano in Italia con qualche ritardo rispetto ad altri Paese, vicini e lontani. Soprattutto negli USA che le anime belle nostrane avevano decantato.

In Italia, molti politicanti e pennivendoli, schierati sia col governo sia con l’opposizione, pensavano che fosse possibile tener sotto controllo l’incipiente malcontento, orientandolo a proprio favore. E invece, il malcontento, diventato sommossa, si sta rivelando poco controllabile.

I più scalmanati, ovviamente, sono i politicanti e i pennivendoli governativi che si son messi a sbraitare contro i «violenti», invocando l’intervento repressivo delle forze dell’ordine: il braccio armato della legge! Le opposizioni sono apparentemente più moderate, nel timore di perdere credito e simpatie negli ambienti in cui vorrebbero pescare consensi. In poche parole, una reazione bipartisan.

LA TEORIA DEL COMPLOTTO

Le reazioni forcaiole contro i cosiddetti «violenti» affondano le loro radici nella teoria del complotto, di cui ho già avuto occasione di occuparmi [Spie & Barbe finte. La concezione poliziesca della storia, 30 novembre 2014]. In sostanza, è una teoria truffaldina che ha le gambe corte. Vive solo sugli incubi della classe dominante. Incubi che hanno informato tutti i provvedimenti governativi, da quando il Covid 19 dilaga. La loro risposta: l’esercito nelle strade!

Ma non è bastato: nelle strade le sommosse sono scoppiate lo stesso.
E allora, politicanti e i pennivendoli hanno parlato di provocatori, sovversivi, fascisti, camorristi, centri sociali, pregiudicati, ultras, baby teppisti, «professionisti della violenza» (sic)… facendo di ogni erba un fascio.

Ora, non escludo che fossero presenti fascisti, camorra e mala vita. Quando le acque si agitano, gli stronzi vengono a galla. Ma a portarli a galla sono politicanti e pennivendoli, di sinistra e di destra.

Ragioniamo a bocce ferme.

Discutibile è la presenza fascista, con Giorgia Meloni che dialoga col governo «rosso giallo». Sembra che, a Milano, i fascisti abbiano fatto da «servizio d’ordine» per evitare il saccheggio dei negozi (vedi: https://www.ilmes- saggero.it/italia/dpcm_scontri_e_proteste_arresti_a_mi- lano_e_torino_news_oggi-5548998.html).

A Milano la protesta aveva come obiettivo primario Palazzo Lombardia, dove governa il leghista Fontana col forzista Gallera. Pacifico il presidio a Palazzo Marino, dove amministra l’insulso pidiota Sala.

Tanto per rinfrescare la memoria, vediamo chi amministra città e regioni toccate dalle manifestazioni.
– Torino, sindaca è la pentastellata Appendino e governatore è il leghista Cirio.
– Trieste (si parla di migliaia di dimostranti), sindaco è il forzista Di Piazza e governatore è il leghista Fedriga.
– Roma, sindaca è la pentastellata Raggi e governatore è il pidiota Zingaretti.
– Napoli, sindaco è l’eclettico De Magistris, governatore è il cabarettista De Luca.
– Catania, sindaco è il fratello italiano Pogliese, governatore è il filo fratello italiano Musumeci.

Situazioni analoghe troviamo in altre città e regioni, dove ci sono state e ci saranno proteste.

Come si vede, nelle proteste la destra (neo)fascista (Fd’I), leghista o forzista c’entra come i cavoli a merenda. In alcune occasioni (come a Milano), ha svolto funzioni di contenimento, in altre c’erano, probabilmente, «schegge impazzite» (forse Casa Pound e Forza Nuova, peraltro parlamentaristi), che non mancano mai.

Veniamo alla presenza di camorra e mala vita. A che pro? Camorra e, in genere, mala vita preferiscono condurre i loro affari all’ombra, senza destare attenzione. La loro presenza è puramente accidentale. Vedremo poi perché, anche se marginale, questa presenza ci sia. Domanda che ci porta al cuore della questione, per poter definire la natura delle proteste in corso attualmente in Italia.

CHI PROTESTA?

A un osservatore distratto, la composizione sociale delle proteste sembrerebbe piccolo borghese: piccoli imprenditori del commercio, soprattutto titolari di bar e ristoranti o di altre attività penalizzate dal DPCM del 25 ottobre. Connotazione superficiale che non spiega assolutamente una presenza attiva particolarmente eterogenea, essenzialmente giovanile. Tra l’altro, tale connotazione enfatizza il ruolo dei ceti medi.

Poveri untorelli!

Sappiamo che i ceti medi italiani sono assai ridondanti. Ridondanza favorita dalla classe dirigente italiana poiché, da oltre un secolo, sui ceti medi essa ha costruito l’asse dei propri assetti politici, in base all’evoluzione economico-sociale del Bel Paese [vedi il mio recente: DINO ERBA, Le vecchie e le nuove classi medie all’epoca della crisi del capitale, All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2020].

SOMMOSSE & COMPLOTTI
QUANDO LE ACQUE SI AGITANO, GLI STRONZI VENGONO A GALLA MA STRONZI RESTANO

Nonostante la batosta del crash del 2008, i ceti medi si sono rigenerati grazie alla bolla turistica che si è gonfiata con l’Expo 2015. E che il Covid 19 ha fatto scoppiare, provocando le attuali tensioni. Al contempo, è stata esasperata la competitività delle piccole aziende rivolte all’export, col risultato di ridurre all’osso i costi di produzione, limando all’osso gli investimenti produttivi (macchinari) e accrescendo lo sfruttamento operaio. Anche in questo caso il Covid 19 ha disastrato le vie dell’export.


Quindi, bolla turistica ed esasperazione dell’export, con il loro vasto indotto, sono alla base delle attuali tensioni sociali. A latere, c’è l’esercito dei lavoratori in proprio (imprese individuali): tassisti, ambulanti, idraulici, elettricisti… Ma questa spiegazione resta solo al primo livello della questione. Approfondendo, vediamo che nelle piccole imprese spesso si crea un rapporto clientelare tra padrone e lavoratore, con poche luci e molte ombre. Rapporto clientelare che assolutamente non c’è quando il padrone è una grande impresa, come nel caso dei riders di Uber Eats.

Il rapporto clientelare ha indotto molti lavoratori a unirsi alle proteste dei loro padroni. Ma, sulla piazza, si sta consumando una scissione che vede i lavoratori «incendiare» e i padroni «spegnere».

I padroni chiedono i «ristori», i cui costi ricadranno inevitabilmente sui lavoratori dipendenti (in servizio o meno) e sui pensionati.

Le proteste sono poi occasione di incontro con emigrati precarissimi delle periferie o senza dimora. E pregiudicati… Ma quale proletario ha la fedina penale pulita? In sostanza, in piazza ci sono i senza risorse di Marx o i «motherfucker» di Noi non abbiamo patria (Sta per finire il tempo della lotta in guanti bianchi).

Qualcuno ha obbiettato che le attuali proteste sono tardive e che, in precedenza, non si erano unite agli scioperi degli operai delle fabbriche e della logistica, i più determinati. La risposta è semplice: nelle fabbriche come nei centri logistici l’aggregazione è immediata. Altrettanto non avviene nel pulviscolo delle piccole imprese commerciali e produttive.
Siamo solo all’inizio. E incombe l’alternativa tra morire di Covid o morire di fame, di cancro, di infarto … o di lavoro.

Pandemic. Come funziona il complottismo

Su Hic Rhodus il 7 Agosto 2020 dc:

Pandemic. Come funziona il complottismo

di Claudio Bezzi

L’articolata ostilità contro le misure imposte dai governi per il contenimento del Covid 19 assume un arco veramente ampio di forme. Non tutta questa ostilità è complottista, naturalmente, almeno non in forma eclatante e specifica, anche se germi complottisti possono essere rintracciati abbastanza facilmente in “ostili” semplicemente inconsapevoli, perché si innestano su bufale e complotti precedenti, per esempio quello sui vaccini, quello sul nuovo ordine mondiale e via discorrendo, che in forma nebulizzata sono arrivati un po’ a tutti, mescolandosi con mezze notizie, mezze bufale, notizie vere ma male interpretate, ignoranza pura e semplice e così via.

E anche nell’alveo del complottismo c’è complotto e complotto.

In tema di pandemia probabilmente la teoria complottista più elaborata e interessante, e anche la più diffusa e pericolosa, è quella proposta da Judy Mikovits, una biochimica, addirittura direttrice di un importante istituto di medicina molecolale americano (poi licenziata), screditata in tutta la comunità scientifica per studi fasulli di stampo anti vaccinista (notizie tratte da Wikipedia USA). La Mikovits, che vive ormai una vita piuttosto movimentata e controversa, è ovviamente una campionessa internazionale del complottismo antivaccinista, ed è tornata sulla cresta dell’onda per la sua teoria relativa al Covid 19, che lei ha sintetizzato in un video ancora – ahimé – rintracciabile in rete, nonché in un libro (non metto i link volutamente).

La teoria complottista della Mikovits viene chiamata Plandemic, ed è un bellissimo caso di studio per capire come funziona il complottismo.

Primo. C’è uno scienziato disgraziato a monte: esattamente come per l’antivaccinismo, dove a monte per esempio della (falsa) relazione fra vaccini e autismo troviamo un medico inglese, Wakefield, che pubblicò i risultati di una ricerca falsa (come poi lui stesso confessò) per dimostrare una correlazione che invece non c’era (QUI tutta la storia del rapporto fra vaccini e antivaccinismo).

L’articolo di Wakefield fu ritirato (l’aveva pubblicato nientedimeno che Lancet), lui fu radiato dall’ordine dei medici, ma niente: gli antivaccinisti pensano che quella relazione ci sia e – suppongo – che Wakefield sia un martire. La biografia della Mikovits sembra la fotocopia: ricerche addomesticate, smentite, articolo pubblicato (su Science) e ritirato, lei licenziata. Ma non solo è una paladina, no: è attualmente in sella al movimento complottista e il suo video ha totalizzato oltre 8 milioni di click (che, sia chiaro, son soldi).

Secondo. Il complotto affonda le radici in un passato difficile da controllare: per esempio Mikovits e complottisti affermano che all’inizio del ‘900 

John D. Rockefeller, acquistò una società farmaceutica tedesca che in seguito avrebbe aiutato Hitler ad implementare la sua visione basata sull’eugenetica, producendo prodotti chimici e veleni per la guerra. Rockefeller voleva eliminare i concorrenti della medicina occidentale, così ha presentato una relazione al Congresso affermando che c’erano troppi medici e scuole di medicina in America, e che tutte le modalità di guarigione naturale erano ciarlatanerie non scientifiche.

Rockefeller ha chiesto la standardizzazione dell’educazione medica, quindi solo la sua organizzazione poteva concedere la licenza per le scuole di medicina negli Stati Uniti. E così iniziò la pratica delle droghe immunosoppressive, sintetiche e tossiche. Una volta che le persone sono diventate dipendenti da questo nuovo sistema e dalle droghe che esso fornisce, il sistema si è trasformato in un programma a pagamento, creando clienti a vita per i Rockefeller. (fonte)

Ovviamente, se avete un po’ di tempo da spendere, potrete notare come ci sia un frullato di mezze verità, dilatate fantasiosamente in modo plausibile per creare gli antefatti necessari per spiegare il presente. La fabbrica tedesca in questione era la IG_Farben, che produsse effettivamente anche il famigerato Zyklon-B, e a cavallo fra le due guerre fondò una holding americana. Rockfeller non c’entra un piffero, senonché la sua banca partecipava a tale holding con un suo membro nel direttivo.

Vale la pena dire che ci fu un continuo intreccio fra questa fabbrica (che non realizzava solo veleni per Hitler) e aziende americane, e che dopo la guerra la IG Farben fu smembrata e ora i vari pezzi si chiamano Agfa, Bayer, BASF.

In merito a Rockefeller c’è del vero; il suo filantropismo sanitario, che fu notevolissimo agli inizi del secolo scorso, aveva anche una motivazione utilitarista: avere operai sani per l’opera di industrializzazione del Sud degli States, o nuovi mercati fuori dagli USA (importanti programmi furono finanziati in Cina, Filippine e America Latina).

È vero anche che Rockefeller finanziò largamente l’educazione professionale in tema di sanità pubblica (1 milione di dollari dell’epoca alla Johns Hopkins fra il 1916 e il 1922). Come scrive Richard Brown nell’articolo Public Health in Imperialism: Early Rockefeller Programs at Home and Abroad, “American Journal of Public Health”, vol. 66, n. 9, 1976 (QUI il pdf)

Nel mentre favoriva [la fondazione Rockefeller] un miglioramento economico in America ed Europa, era anche una forza insidiosa che lavorava a discapito delle persone che apparentemente stava aiutando. Secondo l’ideologia comunque prevalente all’epoca […]  la salute è stata definita come la capacità di lavorare e l’aumento della produttività delle popolazioni erano la misura del successo dei programmi di sanità pubblica.

Insomma: in questa approfondita analisi, certamente scritta con un punto di vista critico sul capitalismo sfruttatore, Rockefeller viene dipinto come un filantropo interessato, forse cinico, ma non come un tale che – attraverso il suo potere – infila droghe tossiche negli organismi dei terrestri per renderli schiavi.

Per raccattare queste informazioni, e per insistere un pochino per cercare il malvagio ruolo di Rockefeller nella somministrazione di droghe immunodepressive, ho impiegato un paio d’ore di tempo, districandomi fra siti americani e cercando di distinguere fra quelli complottisti e di junk news, e siti seri.

È stata comunque una discreta fatica e non ho trovato nulla (cercando meglio, forse…). Ecco allora che la Mikovits – che indubbiamente ha moltissimi strumenti più di me per districarsi anche tecnicamente in questo mondo – produce un falso clamoroso a partire da una somma di mezze verità in parte note al grande pubblico americano (dire Rockefeller in America è un po’ come dire Agnelli in Italia, salvo che la dinastia dei primi ancora sopravvive e quella degli Agnelli è sostanzialmente evaporata). Chi va a controllare? Chi si prende la briga di ricostruire, verificare, e capire che la Mikovits ha semplicemente messo la sua pietra angolare sulla quale edificare il complotto?

Terzo. Tutto l’ambaradan è tecnicamente o scientificamente complesso: in tutti i complotti ci sono complesse questioni scientifiche non alla portata della media dei cittadini; secondo il complotto che afferma che non siamo mai stati sulla Luna, la prova schiacciante è l’insuperabilità delle fasce di Van Allen (QUI il debunk); secondo gli antivaccinisti ci sono velenosissimi metalli pesanti (QUI il debunk) etc.

Naturalmente chi non è astrofisico nel primo caso e medico nel secondo non ne capisce nulla, e si deve fidare del parere di “esperti”. Purtroppo, come vediamo, ci sono anche scienziati e ricercatori infidi, che tradiscono impunemente ogni etica scientifica e professionale, e quelli, pur essendo un’infima minoranza screditata internazionalmente, sono portati ad esempio dai complottisti che non credono in nulla alla maggioranza scientifica e, anzi, credono che quest’ultima faccia parte del complotto.

Quarto. Il Potere è oscuro e malefico per definizione: se hai un animo complottista, sei certo che tutto ciò che accade è una macchinazione del Potere, del fantomatico Deep State che ha disegni oscuri per dominare il mondo; così la Mikovits, che dichiara che il virus pandemico è uscito dai laboratori americani di Fort Detrick. Così come l’11 settembre è una cospirazione della CIA, gli Illuminati o il Grande Ordine Mondiale che bramano il potere…

Qui, ovviamente, non c’è ricerca su Google che tenga. Se il virus fosse sfuggito da Fort Detrick, o da un laboratorio di Wuhan – come preferisce dire Trump – non credo che qualcuno possa saperlo salvo una ristrettissima cerchia di militari e Trump stesso. In questo caso specifico, comunque, abbiamo commenti autorevoli che dichiarano che il Covid 19 non è un virus costruito in laboratorio. Per chi – fra i pur intelligenti lettori di HR – avesse qualche dubbio, se non altro per la potente macchina propagandistica di Trump e Pompeo, riporto solo un passaggio di un articolo completo riportato su Valigia Blu:

Gli esperti concordano nel sostenere che lo scenario più attendibile è quello dell’origine naturale del virus anche se potrebbe esserci l’eventualità che non riusciremo mai a tracciare l’intera catena di trasmissione, riporta Live Science. La tesi della realizzazione in laboratorio del virus e che SARS-CoV-2 sia stato geneticamente modificato è priva di fondamento mentre, al momento, non è possibile escludere con certezza l’ipotesi che gli scienziati cinesi stessero studiando un coronavirus naturale che poi è fuoriuscito dal laboratorio, per quanto tale scenario sia tutto da verificare. 

Quindi: origine cinese, non americana, naturale e non artificiale. Ma che importa? Fort Detrick era già nelle mire dei complottisti che ruotano attorno a un altro eroe del complotto, Michel Chossudovsky in quanto, come vedemmo a suo tempo discutendo delle scie chimiche, i complottisti citano sempre grandi referenze che, a guardare, sono tutte interne al loro ambiente; una rinforza l’altra.

Quinto e ultimo. È tutta una questione di libertà, no? Tutti questi incroci intricati hanno una base necessaria nella paura dei cittadini come climax (contro il Potere oscuro, contro il virus, contro qualunque cosa) e nelle generica richiesta di libertà come anticlimax.

I complottisti, con le loro astruse teorie, stanno semplicemente cercando di difendersi dal mondo complesso dal quale si sentono dominati senza capirlo; la paura del presente e del futuro, la sensazione di non contare nulla, di essere agìti da forze esterne…

E allora – quando ci si accorge di essere in tanti (come i 15.000 di Berlino pochi giorni fa) – si va a reclamare, per esempio, più libertà. Poiché è tutto un complotto, e i numeri che ci danno sui morti sono falsi, e tutte le altre balle assortite, allora io rivendico la mia indipendenza, penso con la mia testa (così loro assicurano) e mi ribello. E questa ribellione cospirazionista non deve farci ridere neppure un po’, perché è una quantità immane di energia psichica, di capitale sociale, di relazioni che vanno sprecate. È la paura che li muove, è il senso di impotenza e, con loro e sopra di loro, la spregiudicatezza di cinici burattinai che sanno come manipolarli.

Oggi contro il Covid 19. E domani?

Chi non salta negativo è! È!

Su Hic Rhodus il 12 Giugno 2020 dc:

Chi non salta negativo è! È!

di Claudio Bezzi

Senza fare nomi, diciamo che svariate decine di anni fa (ho un’età che mi consente di misurare il passato in decenni, pensa te…) mi sono lasciato convincere da amici a fare un’esperienza di marketing multilivello. Quelle cose per cui vendi prodotti a gente che vende prodotti ad altra gente, a alla fine tu guadagni anche dalle loro vendite, e da quelle dei loro “sottoposti”, in una catena assolutamente legale e funzionante (ce ne sono di truffaldine, state attenti; questa di cui vi parlo io, notissima e diffusa in tutto il mondo è invece correttissima sotto tutti i profili, e guadagnai anche qualche soldino).

Questa organizzazione si basava sulla costante motivazione di ogni elemento della piramide che doveva vendere e trovare nuovi venditori, e in maniera molto americana faceva incontri settimanali, mensili e uno importantissimo, annuale, che all’epoca si teneva addirittura in una località straniera (adesso non so). Non c’era obbligo di partecipazione ma, insomma, se volevi scalare posizioni dovevi farlo. E io lo feci; c’erano degli amici, era un’esperienza nuova, perché no? Autobus dalla mia città zeppa di persone, lungo viaggio allegro tipo gita scolastica, arrivo, e a un certo punto raduno ufficiale, assieme ai partecipanti di decine di altre città italiane, in un maxi tendone dove ci saranno state diverse migliaia di persone. Nell’attesa dei big che ci dovevano concionare e motivare, il vocìo fu interrotto da una qualche figura di secondo piano che dal palco, dopo avere fatto alcune comunicazioni di servizio, si mise a saltellare urlando, ritmicamente: “Chi non salta negativo è – è”. Usano più queste cose? Immaginatevi un assembramento davvero imponente di persone tutte a saltare ritmicamente scandendo, con la voce di mille voci “CHI-NON-SALTA-NEGA-TIVO-È-È”. Prima saltano in piedi i 1.000 più addestrati e proni, poi dopo qualche istante altri 1.000, un po’ più vergognosi ma arrendevoli, poi via via tutti, ma proprio tutti, si mettono a saltare nel tendone scandendo

CHI-NON-SALTA-NEGA-TIVO-È-È

E tutti guardano me.

Perché io resto seduto sulla mia panca, con un sorriso tiratissimo in volto, guardando anche i miei stessi amici, al mio tavolo, che si sono arresi e saltano, e scandiscono, e mi guardano.

Il tempo si ferma. Tutti saltano, migliaia di occhi mi guardano, e io sono quello negativo, quello che rovina la festa, il Giona, e non smettono, e non smettono, e il senso d’oppressione tremendo che provai lo ricordo benissimo. C’è una forza psichica imponente in una massa urlante all’unisono, un magnete ipnotico che ti attrae e ti svuota, non riesci più a pensare se non i pensieri della folla. Anzi: IL pensiero, perché la massa ha un solo pensiero per volta, e quel pensiero ti pervade, ti percuote. O pensi anche tu quel medesimo pensiero o, semplicemente, stai male.

Lo ricordo come un interessantissimo esperimento sociologico. Poi finì, ricordo pochissimo di quel che si fece e si disse, tornammo a casa giocando a carte sull’autobus e facendo credere a un compagno di viaggio che aveva straordinari poteri telepatici e niente, dopo poco mi stancai della cosa e abbandonai quell’organizzazione. Dopotutto non era il mio mestiere. Ho amici che lo fanno ancora, e ci campano…

Credo che pochi abbiano sperimentato quella forza terribile. O che siano, comunque, riusciti a mantenersi lucidi e a viverla anche se terribile, e anzi in quanto terribile. Io che partecipai, in anni gloriosi e tragici, a manifestazioni di piazza, contestazioni, occupazioni e quelle cose che si facevano negli anni ’70, non ho affatto memoria di una potenza simile. Si andava ai cortei (chi ci andava), o alle manifestazioni di piazza (anche recenti, le sardine per esempio) con uno spirito enormemente più libero. Con la forza di un’ideologia, o con l’allegria di una comunità, o con la convinzione di una qualche logica, ma non con il cervello totalmente svuotato di ogni idea e pieno solo di una cosa: essere la massa. Non con la massa, non nella massa. Essere massa; pensare massa; urlare massa; guardare massa.

Immagino che si sentisse così la folla sotto il balcone di Piazza Venezia all’annuncio della dichiarazione della guerra. Si sente così la folla – non importa se di minor consistenza – che lincia rabbiosamente il presunto reo. Qualcosa di simile è il panico collettivo, quando arriva il terremoto e tutti all’unisono ci alziamo dalle poltrone del teatro, o dello stadio, e ci calpestiamo bestialmente accecati dalla sola volontà di fuggire.

Adesso distacchiamoci da situazioni estreme, o particolari. Senza questa così totale sospensione della volontà, con una possibile (ma limitata) possibilità di scegliere fra alcune opzioni, con un residuo di lucidità, quest’uomo-massa ha da tempo invaso le cronache fomentando un oscuro fenomeno secondario: i leader (in senso lato) vedono la massa e desiderano cavalcarla, illudendosi di poterla possedere, e quindi la sobillano, cercano di sedurla, di indirizzarla, e ne finiscono il più delle volte rivoltati come calzini. Però la stessa interlocuzione ha offerto una legittimità alle atrocità della massa, fosse anche solo un’atrocità di pensiero. La massa viene considerata soggetto, semmai anche nella critica, e diventa addirittura interlocutrice del Potere. E se anche quella massa è minoranza numerica, così legittimata diventa arrogante, pretende, e il Potere non sa cosa fare se non concedere. Perché con la massa urlante non si argomenta, non si discute, non si negozia. Non ci si può nemmeno provare.

Adesso considerate sotto questa luce ciò che accade nel mondo, e in Italia, e nelle nostra città. Dalle reazioni al virus alla lotta contro le malefatte di un commerciante vissuto quattro secoli fa, al revisionismo iconoclasta, al rapido mutare del rapporto fra i sessi (non in senso di una maggiore uguaglianza, ma di una forma esteriore di discorso vuoto e fanatico), alle diverse facce del populismo, ai capipopolo d’élite (quelli che mobilitano milioni di sguardi) a quelli straccioni che ci provano nel loro piccolo, semmai urlando un po’ di più. Guardate il passeggio nel corso principale, la gente al mare, al supermercato. Leggete i post su Facebook in gruppi lontani dal vostro pensiero, avventuratevi in quelle zone oscure. Leggete i commenti ai blog e agli articoli di quei giornali che – per ovvie ragioni di traffico – concedono spazio ai lettori. Guardate un talk show, guardate uno di quegli spettacoli dove il pubblico “partecipa”. Guardate gli ultimi sondaggi e provate a parlare, al bar sotto casa, di distanziamento sociale, caporalato e sfruttamento degli immigrati. Provate a dire “Colao”, tanto per vedere l’effetto che fa. Osservate che provvedimenti prende o non prende questo governo, quali diritti sono invocati e pretesi, con quali motivi e forme. 

E ripetete, tutti in coro:

CHI-NON-SALTA-NEGA-TIVO-È-È

L’argomentazione, cribbio!

Su Hic Rhodus l’1 Giugno (La Crusca può dire quello che vuole, io lo scrivo così!) 2020 dc:

L’argomentazione, cribbio!

di Claudio Bezzi

Siamo spettacolosamente inadatti alla comunicazione complessa. Credo che il linguaggio si sia sviluppato, nell’uomo, per cose tipo “Tigre-con-denti-a-sciabola, scappa!”, o “Tu raccogli erba io scuoio capriolo” o il sempreverde “Dare soldi, vedere cammello”. Perché quando qualcuno poi replica “Ma sei sicuro fosse proprio una tigre coi denti a sciabola?”, o “Vacci tu a cogliere l’erba che io non ne ho voglia”, si apre un ginepraio di discussioni in cui le parole, anziché strumenti di spiegazione e chiarimento, entrano in gioco come elementi che producono nuova confusione e incertezza.

Fortunatamente abbiamo da poco pubblicato la nostra Mappa 30 – Guida pratica al pensiero dove abbiamo necessariamente incluso una discreta bibliografia hicrhodusiana sul linguaggio e come funziona, così i lettori interessati possono andare là a cercare approfondimenti. Anzi, questo post, tutto sommato, è da aggiungere a quanto già indicato nella Mappa 30.

Reduce da alcuni consueti incontri con ragionamenti errati (sì, certo, dal mio punto di vista), ne faccio qui un breve riepilogo, a favore di quei quattro lettori che non si disperano nel solipsismo linguistico.

1) Gli asserti non sono argomenti: ovviamente questo (che in effetti è esso stesso un asserto) è il principe dei “ragionamenti” errati, proprio perché non è un ragionamento. Gli asserti sono mattoni fondamentali della costruzione del pensiero e del linguaggio, nonché elementi caratterizzanti il metodo scientifico. Un asserto è una dichiarazione che viene costruita combinando concetti in modo semanticamente adeguato, cioè in modo che la proposizione abbia un significato. “Hic Rhodus è un blog” è un asserto, così come “Hic Rhodus è un blog che cerca di unire il rigore della documentazione proposta con una scrittura per quanto possibile divulgativa”.

In entrambi i casi nulla viene spiegato, ma solo dichiarato. Gli asserti sono fondamentali nella comunicazione quotidiana, e sono talmente comuni e utili che una gran parte di nostri interlocutori non si accorge che asserire senza spiegare i presupposti degli asserti, induce ad affermare verità indimostrate.

Per esempio: “Hic Rhodus è il miglior blog italiano” è un asserto, formulato in maniera corretta, ma include una “verità” diversa dai due precedenti, perché introduce delle categorie di valore sulle quali nulla si dice: ‘migliore’ in che senso, sotto quale profilo? ‘Migliore’ di tutti? Come si è stimato tale primato?

A parte il comunicare quotidiano, che qui non ci interessa, la politica, il giornalismo, i virologi in TV e la filosofia di Diego Fusaro, sono infarcite di asserti non argomentati che nell’economia del discorso vengono intesi come veri.

Naturalmente il virologo in TV non può tenere una lezione di due ore per spiegare a noi profani le caratteristiche del Covid 19, alla luce di ricerche recenti da lui lette, per potere, alla fine, giungere a determinate conclusioni; in questo caso, quindi, acconsentiamo all’assertività del virologo (in TV, non al convegno scientifico) e ci fidiamo del fatto che dietro quegli asserti ci siano comunque complesse argomentazioni, che semplicemente ci vengono risparmiate.

Questa nostra fiducia è ingenua, naturalmente, ma al momento fermiamoci. La stessa fiducia, anziché ingenua diventa sciocca quando la lasciamo ai politici o ai giornalisti o a Fusaro, ma non vorrei andare oltre spiegando i perché, visto che li troverete in altri articoli di Hic Rhodus.

2) La reazione all’oggetto è una specie perniciosa di fallacia logica: anche se abbiamo già trattato le fallacie logiche nella citata Mappa 30, vorrei segnalare questa specifica, assai insidiosa, peraltro, anche nelle scienze sociali applicate. Se io scrivessi, per esempio: “La magistratura italiana è affetta da una pericolosa deriva populista” (è un asserto) sarei tenuto ad argomentare o, in caso contrario, otterrei un assenso a priori da chi già di suo pensa quel medesimo asserto, e un dissenso altrettanto a priori da chi ha maturato per conto suo pensieri differenti.

Gli asserti sono in realtà invalutabili (se costruiti nel rispetto della logica linguistica); se io non spiego in lungo e in largo il perché di quella frase, non potete sapere se realmente collima oppure no col vostro pensiero sullo stesso argomento. Facciamo un passo avanti: se io dovessi scrivere: “Come sostiene anche Zingaretti, la Magistratura bla bla…”, ecco allora che scatterebbe, in molti lettori, il senso di appartenenza, oppure il semplice pre-giudizio (positivo o negativo) su Zingaretti, del tipo “Io stimo Zingaretti, e se lui dice questo immagino abbia delle buone ragioni, quindi concordo con lui”; mi piacerebbe imbrogliarvi un po’, attorno a un tavolo e con un buon bicchiere di vino, portandovi a concordare su frasi di questo genere e poi, solo dopo, dirvi: “Vi ho fregati! Questa frase l’ha detta Berlusconi, Cicchitto, Salvini, …” e vedere la faccia che fate. Perché molte delle cose che diciamo vengono accettate o rifiutate non perché valutate nel merito, ma perché collegate a un fattore terzo accettato o rifiutato. Se quella frase sulla Magistratura (adeguatamente argomentata) è corretta e giustificabile, allora lo è a prescindere da chi l’ha detta, sia che si tratti di Claudio Bezzi, di Zingaretti o di Salvini (certo, semmai si può aprire un’altra discussione sul perché abbia sentito il bisogno di citare Zingaretti o Salvini, ma si tratterebbe comunque di un’altra discussione).

3) La maledetta ideologia. La madre di tutti gli errori e gli orrori del nostro pensare è l’ideologia, intesa qui in senso negativo. È la sclerotizzazione della reazione all’oggetto, ma in forme tortuose e complicate; l’ideologia è l’elaborata costruzione di argomentazioni quasi tutte corrette e logiche, basate però su alcuni a priori indimostrati, o falsi; l’ideologia mostra quindi un’architettura avvincente – a patto di non scavare a fondo – e solitamente salvifica, morale, finalistica. L’ideologia fa sentire forti di un pensiero pensato da altri, altrove, semmai in un’altra epoca, e ipostatizzato e a volte sacralizzato per l’eternità. Tutto questo artificio vale, ovviamente, per le grandi ideologie, tutte le religioni, per esempio (scusate se da blasfemo quale sono, per spicciare il discorso, includo le religioni nelle grandi ideologie), il comunismo e il fascismo, sono splendidi esempi di ideologie ampie, articolate, capaci di affascinare moltitudini. Poi ci sono le ideologie abbozzate, spezzoni, simulacri, ideologie prêt-à-porter buone da indossare al momento giusto, tanto per esserci e testimoniare il proprio nulla: sovranismo, nazionalismo, razzismo non sono, in sé, delle ideologie, ma fungono alla bisogna quando sono esibite da numerose persone, tutte assieme, per meschine necessità di un nascondiglio.

4) Infine un grande classico: l’omologazione. L’omologazione è il pensiero di massa, è la voce della moltitudine alla quale ci accodiamo per trovare protezione. Spesso inconsapevolmente, e questo è sociologicamente interessantissimo: pensarla tutti alla stessa maniera credendo, veramente, di proporre un pensiero autonomo e originale. L’omologazione è un cardine imprescindibile della tenuta della società nel suo insieme, che non può sopportare un numero eccessivo di anarchici, bizzarri, bastiancontrari, pena il suo collasso. E quindi – per isole, insiemi, “province di significato” – ecco i salviniani lepenisti mio capitano tutti irregimentati dietro il Truce, i renziani che hanno capito tutto e salveranno la Patria dietro il loro leader come un sol uomo, i populisti antivaccinisti contro i microchip sotto pelle che andranno ad aprire il Parlamento come una scatoletta e vaffanculo, e così via per tribù, perché la contemporaneità consente la compresenza di omologazioni apparentemente differenti ma, nella sostanza, affini come meccanismi psicologici, culturali e sociali e tutti, indistintamente, fucine di uomini massificati e senza capacità di pensiero critico.

Ecco, cari lettori, questi quatto pilastri del pensiero ristretto e sbagliato sono comode scorciatoie quando parliamo di sport (anzi, qui sono d’obbligo!), sono modi veloci per discutere del più e del meno in treno con uno sconosciuto, e stanno alla base della comunicazione strumentale e immediatamente operativa (da “Buono questo spezzatino” a “Fate la raccolta differenziata”). E sembrano andare bene per Facebook e Twitter, sì, certo, ma già su questi social accade che mcluhanamente il medium sia il messaggio, vale a dire: scriverlo su una piattaforma che inchioda quell’asserto e lo fissa per l’eternità, rendendolo disponibile (ed equivocabile) a centinaia, migliaia, milioni di persone (pensate ai tweet di Trump), cambia sostanzialmente tutto. Ecco perché i social, ecco perché la televisione, ecco perché i quotidiani (meno) posso davvero essere strumenti spaventosi di omologazione, veicolazione del consenso, diffusione di stereotipie.

Quindi, almeno tentare – nelle giuste occasioni di discussione politica e filosofica e sociologica – di non asserire banalmente bensì argomentare; di evitare le reazioni all’oggetto (mostrando ancor più di sapere argomentare, e non essere distratti da fattori disturbanti); rifuggite ogni ideologia incominciando col riconoscere gli a priori che condizionano il vostro pensiero, e quindi metterli in discussione e diffidarne; e infine, certo, sempre, ma sempre, e come sempre, fate lo sforzo di un pensiero critico e indipendente, ancorché errato. Insomma: non omologatevi!

Il virus populista

Da Hic Rhodus 15 Maggio 2020 dc:

Il virus populista

di Claudio Bezzi

Una bella intervista a Flavia Perina. Oggi c’è bisogno di ricordare tutto, perché tutto si consuma troppo in fretta: Flavia Perina è stata direttrice del Secolo d’Italia (storico quotidiano di destra) e deputata all’epoca di Gianfranco Fini. Donna di destra vera, una che la destra l’ha praticata e vissuta. Ma una destra lontana anni luce da quella di Meloni e – peggio – Salvini, una destra con delle prospettive, dei valori, delle idee e, specialmente, delle idee non populiste. Vi riporto alcuni brani della sua intervista:

Ci sorprendiamo giustamente per le posizioni di Guido Crosetto, Fabio Rampelli, Francesco Storace [che hanno difeso Silvia Romano – NdR] perché la destra ha sempre ostentato su questi fatti un’alta dose di cattivismo: è un sentimento che non corrisponde al suo dna, ma in genere gli attuali leader giudicano utile assecondare le pulsioni estremiste del loro “popolo”. Da tempo hanno rinunciato all’opera pedagogica che, in tempi passati, la destra considerava fra i suoi doveri anche nei confronti del suo elettorato.

Ancora:

Credo che la destra di oggi si trovi abbastanza bene nel ghetto [populista], intesa come area di opposizione radicale, opposizione “di sistema”. Pensano che quel tipo di isolamento e di “alterità” porti consensi. E che quindi debba assecondare il tipo di elettorato che apprezza il rifiuto di ogni contaminazione e dialogo, sempre percepito come intelligenza col nemico.

E infine, lucidamente:

Siamo un Paese anomalo, siamo un Paese dove hanno vinto le formule populiste. Una destra sul modello di quello tedesco o francese è inimmaginabile. Come è difficilissimo trovare lo spazio per un altro tipo di sinistra, o di centro. La chiave di questo Paese è la competizione populista.

Flavia Perina descrive, credo con dolore e disillusione, quello che un testimone di sinistra potrebbe dire della sinistra italiana e comunque quello che da anni cerchiamo di dire qui su Hic Rhodus: uno strato di polvere populista si è sovrapposto alla destra, alla sinistra, alla politica e alla società in generale.

Ne abbiamo parlato moltissimo, ma ultimamente abbiamo cercato di fare una sintesi in questo trittico:

Riprendo il tema solo per un paio di aggiunte. Innanzitutto mi fa piacere vedere che anche da destra una donna colta e intelligente veda questa catastrofe; implicitamente sto facendo un po’ di autocritica: avevo degli evidenti pregiudizi, e questo è sempre un male.

In secondo luogo noto, osservo, constato che questo male politico oscuro, questa polvere sottile del pensiero eversivo, questo virus dell’impossibilità di pensare e agire razionalmente, sta espandendosi in realtà ovunque.. Nel pensiero moderato e liberale; nelle osservazioni casuali di amici intelligenti; in diversi luoghi del pensiero della sinistra; nei commenti di fior fiore di intellettuali…

Allora diffido. Il concetto di |populismo| potrebbe essere diventato troppo vago e impreciso per definire questa deriva che non è solo politica, ma anche culturale, morale, sociale.

In senso stretto, |populismo| è un

atteggiamento ideologico che, sulla base di principî e programmi genericamente ispirati al socialismo, esalta in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi. Con significato più recente, e con riferimento al mondo latino-americano, in partic. all’Argentina del tempo di J. D. Perón (v. peronismo), forma di prassi politica, tipica di paesi in via di rapido sviluppo dall’economia agricola a quella industriale, caratterizzata da un rapporto diretto tra un capo carismatico e le masse popolari, con il consenso dei ceti borghesi e capitalistici che possono così più agevolmente controllare e far progredire i processi di industrializzazione. In ambito artistico e letterario, rappresentazione idealizzata del popolo, considerato come modello etico e sociale (Vocabolario Treccani).

È in questo medesimo senso, o comunque molto simile, che il concetto di populismo è stato utilizzato su questo blog, e che ho utilizzato nel libro Uscire dal Novecento per battere Salvini.

Quindi: demagogico ruolo assegnato al popolo (democrazia diretta, uno vale uno… tutto il programma dei grillini dell’epoca d’oro); rapporto diretto tra capo carismatico e popolo (Grillo, soprattutto Salvini fino al Papeete); rappresentazione idealizzata del popolo (che si “indigna”, che straparla su qualunque cosa, che ha diritti e mai doveri…).

Su questa base, non costituiscono aggiunte indebite alcune caratterizzazioni contemporanee e specifiche; molte riguardano la comunicazione populista: ipersemplificazione, falsificazione, denigrazione dell’avversario; altre hanno a che fare con alcune conseguenze ideologiche: sovranismo, nazionalismo, antieuropeismo.

E così via come periodicamente scritto su questo blog (riferirsi ai link già proposti).

Eppure c’è forse qualcos’altro. Per meglio dire: ognuno di questi tratti ha conseguenze. I tratti culturali, sociali e personologici non sono mai statici, immutabili: hanno conseguenze, producono altre forme di relazione e pensiero, mutano, si adattano all’ambiente… proprio come i virus!

Allora vi propongo una piccola mappa di ciò che si è sempre chiamato ‘populismo’, che in questo blog abbiamo sempre trattato come tale, che Flavia Perina – nell’intervista – definisce tale, alla luce però del suo attuale allargarsi, dilagare, occupare altri ambiti… E per farlo non tratteremo delle conseguenze ultime del populismo, ma delle sue proprietà costitutive; per capirci: l’antieuropeismo non è un tratto costitutivo del populismo, ma una conseguenza di una connotazione particolare del nazionalismo, un’esaltazione del “noi”, una sopravvalutazione dell’importanza della propria tribù; infine, del particolarismo.

In questo senso quelli che mi sembrano i tratti fondamentali del populismo contemporaneo, e quelli derivati, di secondo e terzo livello, sono i seguenti:

Tratti costitutivi di base del populismo Tratti conseguenti Elementi ultimi visibili, comportamenti e atteggiamenti finali
Egotismo Egoismo, edonismo, particolarismo, sopravvalutazione di sé. Xenofobia, razzismo, maschilismo, nazionalismo, antieuropeismo.
Incultura Ignoranza, credulità, ipersemplificazione dei problemi. Antiscientismo, antivaccinismo, incapacità di programmare e valutare il proprio operato.
Familismo Diffidenza, paternalismo, clientelismo, asservimento. Nepotismo (per esempio in politica), partigianeria, continua guerra fredda civile, ricerca di privilegi e diritti di gruppo.
Convenzionalismo Bigotteria, perbenismo formale, adesione stereotipata ai cliché linguistici e culturali. Omologazione del pensiero, diffidenza verso gli intellettuali critici (inclusi i politici avversi e i giornalisti indipendenti); rifiuto della diversità.

Non è necessario possedere tutte queste caratteristiche per meritarsi il titolo di ‘populista’. Averne più di una, o addirittura averle tutte, ci porta a ragionare sui “gradi di populismo”. Proviamo:

  1. hai uno di questi tratti importanti (prima colonna di sinistra) o due o tre di quelli di secondo o terzo livello; per esempio: sei paternalista, incline ai cliché, e un filino egotico: propongo di considerarlo un populismo di primo livello, negativo comunque, ma non inconciliabile con buone altre caratteristiche; Renzi ne è un mirabile esempio: è europeista, liberale, con spiccate doti critiche, ma è un egocentrico, partigiano e non brillantissimo nella valutazione del proprio operato;
  2. hai più di un tratto costitutivo, e/o diversi di quelli secondari: sei un populista a tutto tondo, un populista semmai in giacca e cravatta ma populista resti, uno di secondo livello; per esempio Conte: si rivolge direttamente al popolo italiano con fare paternalista, ma non riesce a fare sintesi nel proprio governo, traccheggia indeciso nelle decisioni che deve prendere e non ne vede con lucidità le conseguenze;
  3. hai tre o quattro tratti costitutivi e, di conseguenza, una pletora di quelli susseguenti; sei un pericoloso populista di terzo livello, hai tendenze eversive e anti-istituzionali; per non fare, come esempio perfetto, quello di Salvini, diciamo che la stragrande maggioranza dei 5 Stelle si colloca qui.

Le sfumature, i punteggi intermedi, e la collocazione di tutti gli altri, vedete voi, qui era solo un primissimo esercizio per capirci.

C’è anche un punteggio zero, ovviamente: quello di chi pensa criticamente, di chi fa politica con assennatezza e senza tornaconti personali, chi si informa in modo ampio e cerca di valutare ciò che capisce del mondo, semmai sbagliando (non essere populisti non significa non sbagliare; diciamo che temo non esista uno zero perfetto, in quanto al tasso di populismo presente in ciascuno di noi, ma uno zero-virgola-qualcosa è già un grandissimo risultato).

Il popolo italiano è, in grande maggioranza fra il livello 2 e il 3. Una conseguenza più volte segnalata su questo blog è che le preferenze elettorali di questi concittadini si spostano ma entro confini di populismo conclamato o grave; oggi la Lega è in calo ma la Meloni è in crescita; ricresce anche un po’ il M5S. Questa ampia platea di grave populismo, anche perché poco critica, segue il Salvini del Papeete finché spara dichiarazioni a raffica, poi in parte lo abbandona per la Meloni, o per Di Maio, ma ridate un microfono al capo leghista e questi italiani torneranno a seguirlo abbandonando i precedenti.

Non ha molta importanza. Non ci deve importare un fico secco se in un dato momento ha più consenso la Lega, Fratelli d’Italia o il Movimento 5 Stelle; sono piccole varianti dello stesso fenomeno devastante per la nostra democrazia.

E al centro? E a sinistra? Anche qui seguendo Flavia Perina e quanto più volte scritto da Hic Rhodus, in queste diverse aree politiche si assiste, con ritmi e modalità meno eclatanti, al fenomeno di penetrazione del virus populista.

Qui occorre guardare in faccia la realtà anche se vi può addolorare: andate oltre le etichette: chi si auto-definisce “di sinistra” (o “liberale”, “socialista”, quel che vi pare) non è necessariamente immune al virus. Sono i fatti, le parole, i comportamenti, che possono testimoniare una vera lucidità di pensiero, o se l’inquinamento populista, con uno o più dei suoi tratti, non abbia incominciato a produrre i suoi effetti.

Lascio giudicare ai lettori, anche perché la mia idea in merito, altre volte espressa, è piuttosto sconfortata.

Il “buco nero” della scuola italiana

In e-mail il 5 Luglio 2020 dc:

Il “buco nero” della scuola italiana

di Lucio Garofalo

Propongo qui una mia riflessione che potrebbe risultare scomoda ed invisa agli occhi miopi dei benpensanti e dei farisei, adusi al più comodo riparo del conformismo e del perbenismo.

Parto da una sorta di provocazione: il bullismo emotivo e psicologico attuato dagli insegnanti è un fenomeno assai diffuso, quanto lo è il bullismo tra gli adolescenti.

Tale premessa mi serve a chiarire quale sia il livello di degrado morale in cui si è oramai ridotta la scuola italiana.

Mi vorrei soffermare su alcuni aspetti in base ai quali ho preso atto che il segmento più buio, cinico e detestabile dal punto di vista umano, è la scuola secondaria di 1° grado. Si tratta di una valutazione soggettiva, relativa a vicende che non posso riferire, per non scatenare reazioni di sdegno ed irritazione in chi ha la coda di paglia chilometrica.

Una collega di scuola secondaria mi ha confidato una serie di elementi preziosi e rivelatori, poiché hanno rafforzato i miei convincimenti maturati nel corso della mia carriera professionale. Una buona percentuale degli insegnanti di questo ordine di scolarità (non so dire se in buona o in mala fede) tende ad ottenere risultati esattamente antitetici a quelli attesi o desiderati dalla loro funzione: il rigetto verso la scuola e lo studio, l’avversione per i libri e la cultura.

Fatta eccezione per quei rarissimi e virtuosi esempi di colleghi provvisti di qualità empatiche. L’empatia è quella dote preziosa, direi indispensabile per chi si accinga ad intraprendere la difficile professione dell’insegnamento.

Questa riflessione non è inficiata da umori negativi, né da fattori emotivi, come si potrebbe insinuare piuttosto facilmente e molto malignamente. Io sono convinto che il segmento della scuola secondaria di primo grado sia una sorta di “buco nero” nella scuola del nostro Paese. Ricordo che, in un recente passato, sono assurti alla ribalta della cronaca episodi più o meno gravi e frequenti, di vero e proprio bullismo, se non di teppismo scolastico.

Ricordo notizie di docenti aggrediti persino dagli studenti, o dai loro genitori. E vari episodi di bullismo tra gli adolescenti.

Tuttavia, non si parla mai dei casi in cui il bullismo, di tipo psicologico, è esercitato dagli insegnanti. Piaccia o meno ai colleghi ed alle colleghe, è un dato di realtà. Ognuno di noi ha avuto un passato, forse turbolento ed irrequieto, relativo all’adolescenza, ha vissuto le crisi ed i turbamenti di tale stagione della vita. L’adolescenza è la fase esistenziale più difficile e più delicata, poiché è attraversata da inquietudini, ansie, sofferenze e disagi interiori, che sono amplificati da una consapevolezza non ancora matura. È un’età segnata da ribellioni e da gesti di disobbedienza, in cui si tende a contestare in modo istintivo, assoluto ed irrazionale, direi fisiologicamente, l’autorità incarnata dagli adulti, genitori e docenti.

Lungi da me l’intenzione di giustificare in alcun modo quei ragazzi che aggrediscono i loro docenti. Simili gesti sono solo da deprecare in modo netto e perentorio. Ma, nel contempo, sono da biasimare anche i docenti che si rendono artefici e colpevoli di atti di violenza psichica sistematica, azioni vili ed ingiustificate, nei confronti dei loro studenti.

Mi riferisco ai soggetti più timidi, verso cui è facile “sfogare” le proprie frustrazioni. Sono docenti con inclinazioni perfide e sadiche, proclivi ad infierire con un duro accanimento verso gli alunni più fragili e vulnerabili. Io stesso ho avuto la sventura di imbattermi in simili esemplari, specie nella secondaria di primo grado.

Che piaccia o meno ai colleghi ed alle colleghe, è una realtà innegabile, che ho riscontrato personalmente.

Trieste, 13 luglio: una maldestra sceneggiata

Inoltrato in e-mail il 21 Luglio 2020 dc:

Trieste, 13 luglio: una maldestra sceneggiata

MANO NELLA MANO, I DUE PRESIDENTI HANNO VOLUTO METTERE UNA PIETRA su vecchie beghe che, periodicamente, turbano i rapporti tra comunità italiana e comunità slovena, in una zona di confine, nevralgica per gli scambi di merci e lavoratori.

Recentemente, le beghe le aveva riaccese l’ex presidente Giorgio Napolitano quando, nel Giorno del ricordo [il 9 febbraio 2012], enfatizzò il vittimismo italiano, colpevolizzando, implicitamente, gli slavi (sloveni e croati), nei massacri delle foibe.

Il 13 luglio, il presidente italiano Mattarella e il presidente sloveno Pahor sono ricorsi al furbo espediente di far ricadere la colpa sui passasti regimi: il fascismo italiano e il titismo (comunismo) iugoslavo (di cui la Slovenia era parte integrante).

L’occasione è stata offerta dal centenario dell’incendio del Narodni Dom, la Casa del Popolo della comunità slovena, per opera dei fascisti, senza dire che le squadracce nere erano protette da soldati, carabinieri e guardie regie, con il consenso del governo liberale di Giolitti.

Contestualmente, sono stati riabilitati come antifascisti – e non più come TERRORISTI –: Ferdo Bidovec, Fran Marušič, Zvonimir Miloš, Alojz Valenčič, condannati a morte dal Tribunale Speciale e fucilati il 6 settembre 1930.

In realtà. i quattro fucilati erano militanti del TIGR (acronimo di: Trieste, Istria, Gorizia, Rivoluzione, o altre variazioni sul tema. Vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/TIGR), orga- nizzazione irredentista sloveno-croata. Che fossero del TIGR non è un mistero, è detto chiaramente nel titolo di un recente articolo: PIERO TALANDINI, «I fucilati del Tigr riabilitati». Pahor accende la polemica, «Il Piccolo», 2 luglio 2020, p. 20.

I quattro patrioti sloveni furono fucilati a Basovizza dove, appunto, davanti alla foiba si è consumato il clou della sceneggiata italo-slovena. Con la moltiplicazione dei cadaveri infoibati, come fece Nostro Signore Gesù Cristo, con i pani e i pesci!

«Dopo i 400 infoibati quotati nel 1945 dal CLN giuliano, scesi a una decina in base alle esplorazioni effettuate dagli angloamericani, dopo le centinaia quotate dal vicesindaco di Trieste Paolo Polidori [leghista, ndr] nel 2017, la visita del presidente della Slovenia Borut Pahor al monumento alla presunta “foiba” di Basovizza hanno fatto schizzare le quotazioni a duemila infoibati secondo il “Corriere della Sera”» [vedi: https://www.facebook.com/pages/category/Journalist/Claudia-Cernigoi-154067661976583/].

A parte i pacchiani incidenti di percorso, l’espediente furbetto mostra la corda a partire dal suo stesso presupposto, che vorrebbe spalmare le responsabilità su entrambe le comunità/nazionalità. Nascondendo, maldestramente, l’esclusivo ruolo vessatorio che ebbe il nazionalismo italiano. Fin dall’inizio della Grande Guerra (dicembre 1915), quando il governo Salandra decise di deportare le popolazioni delle terre «redente», ovvero i giuliani.

Furono deportate migliaia di famiglie. Come documenta l’intervento parlamentare del deputato comunista Giuseppe Tuntar, pronunciato il 21 luglio 1921, e pubblicato col titolo: Il Martirio del Proletariato nella Venezia Giulia [Libreria Editrice del Partito Comunista d’Italia, 1921, disponibile in rete: https://www.international-communist-party.org/comunism/Comuni70.htm#Archivio].

In quel clima di esasperato sciovinismo i fascisti inaugurarono la turpe consuetudine di infoibare gli avversari, soprattutto se slavi. E quelli che reagivano finivano davanti ai plotoni di esecuzione italiani: su 31 condanne a morte, 26 colpirono patrioti sloveni e croati.

Sulla tribolata storia delle foibe, ho pubblicato l’opuscolo: Nella linea di faglia tra Est e Ovest. Venezia Giulia, Istria e Dalmazia: alle radici della violenza nazionalista [Milano, 2012].

Dino Erba, Milano, 14 luglio 2020.

Recovery fund. La svolta europea e il portafoglio dei salariati

In e-mail il 24 Luglio 2020 dc:

Recovery fund. La svolta europea e il portafoglio dei salariati

23 Luglio 2020

Il fatto nuovo c’è, ed è rilevante. La più grande crisi capitalistica del dopoguerra ha spinto gli imperialismi europei a una parziale gestione comune del debito pubblico, cioè all’emissione di titoli continentali coperti dal bilancio comunitario. I famosi Eurobond, a lungo evocati da ambienti borghesi liberali e riformisti, hanno visto di fatto la luce.

Il valore complessivo dei titoli emessi, secondo i diversi programmi previsti (Sure , Bei, Recovery Fund), corrisponde a una cifra imponente. Superiore in termini di incidenza percentuale sul Pil europeo del piano Marshall del 1948/1951 (ben il 5% del Pil continentale).

La spartizione della somma ricavata dalla loro collocazione sul mercato è direttamente proporzionale all’impatto della crisi sulle diverse economie nazionali. Italia, Spagna, Francia, sono dunque le prime beneficiarie.

La suddivisione interna tra prestiti e sussidi (a fondo perduto) varia anch’essa in rapporto alla portata della recessione annunciata. Per l’Italia è pertanto prevista una destinazione di risorse obiettivamente consistente.

Il significato politico dell’accordo è chiaro: il capitalismo tedesco ha accettato quella soluzione di parziale mutualizzazione del debito (futuro) che aveva rigorosamente respinto come impossibile per decenni. Lo ha fatto per timore che il crollo di Italia e Spagna potesse trascinare in rovina l’economia tedesca, profondamente integrata con quella italiana a partire dal settore centrale dell’automotive, e precipitare così la disgregazione del mercato europeo.

Inoltre ha sicuramente giocato un ruolo centrale l’asse della Germania con la Francia, di cui Berlino non può privarsi. Un salto verso l’Europa capitalista “federale”? No. La gestione comune del nuovo indebitamento pubblico è stata concordata dal Consiglio Europeo, dunque dai capi di governo nazionali. Il Consiglio Europeo avrà un ruolo importante nel controllo della destinazione delle risorse pattuite.

Il complesso meccanismo previsto, per quanto non preveda il diritto di veto, garantisce gli interessi dei vari Stati capitalisti dentro un faticoso equilibrio, fonte di possibili contenziosi.

I parlamenti nazionali, incluso quello olandese, dovranno ratificare l’accordo intervenuto, come fosse una modifica del Trattato.

Basterebbe il no di un Parlamento per far saltare l’accordo.

Il blocco dei capitalismi nordici (Svezia, Olanda, Danimarca), insieme all’Austria, eserciterà una funzione di freno, e ha consentito l’accordo solo grazie all’ottenimento del taglio dei propri contributi al bilancio continentale. Il cosiddetto blocco di Visegrad, a partire da Ungheria e Polonia, mercanteggia l’avallo dell’accordo con la preservazione dei propri regimi reazionari, in un quadro di negoziato permanente.

Occorre dunque prudenza nel misurare portata e prospettive del Recovery Fund. Una svolta è avvenuta. Al tempo stesso non è ancora consolidata, né è irreversibile.

Il punto vero, tuttavia, è un altro: una svolta nelle relazioni capitalistiche non è affatto una svolta per il portafoglio dei lavoratori. Tutt’altro.

UNA GIGANTESCA OPERAZIONE A DEBITO L’intera operazione del Recovery Fund, come quella di Sure e Bei, è a debito. L’Unione degli Stati capitalisti vende titoli continentali sul mercato finanziario. Chi li comprerà? I cosiddetti investitori istituzionali: banche, fondi, compagnie di assicurazione.

Dunque l’Unione degli Stati capitalisti accumula un proprio debito nei confronti del capitale finanziario, con l’impegno a ripagarlo coi dovuti interessi. Con quali risorse lo ripagherà? Con quelle del bilancio comunitario, di cui dispone la Commissione Europea.

Ma il bilancio comunitario è estremamente ridotto (l’1% del Pil continentale) ed oltretutto ha visto dopo la Brexit e prima della pandemia un ulteriore restringimento.

Dunque per soddisfare i creditori, cioè gli acquirenti dei titoli, occorre espandere le risorse di bilancio disponibili. Si può farlo in due modi: applicando nuove imposte continentali e/o aumentando i versamenti statali al bilancio europeo. L’Italia si è impegnata ad esempio ad accrescere di 50 miliardi il proprio versamento, così altri Paesi.

Come finanziano gli Stati nazionali, a loro volta, questi accrescimenti di spesa? O attraverso la fiscalità generale, che grava ovunque sui lavoratori salariati, o/e tagliando le spese sociali a danno prevalentemente della popolazione povera.

Dunque, il primo dato certo dell’indebitamento europeo è che verrà scaricato sul portafoglio dei lavoratori.

E non è che il primo aspetto.

A CHI ANDRANNO I SOLDI? Una volta che la UE ha venduto i nuovi titoli continentali sul mercato finanziario, coprendoli con risorse prese da salari e spese sociali, distribuisce il ricavato ai diversi Paesi secondo il criterio prima indicato, parte in prestiti, parte a fondo perduto. Ma a chi andranno concretamente questi soldi? In buona misura a imprese e banche, colpite dalla recessione. Gli Stati nazionali hanno già varato per proprio conto grandi operazioni di finanziamento dei capitalisti attraverso l’apposizione di garanzie pubbliche al credito bancario.

Ora il Recovery Fund interviene sullo stesso tracciato, sotto forma del “sostegno alla competitività delle imprese” e della “sostenibilità del credito”. Gli stessi investimenti green, infrastrutturali e in digitalizzazione sono di fatto trasferimenti alle imprese sotto forma di incentivi, sussidi, detassazioni. Un affidamento al mercato, che come l’esperienza insegna non promette alcuna svolta né sul terreno ambientale né su quello sociale. La novità è che parte di questa elargizione non dovrà essere rimborsata. Si tratta di regalia pura, senza accrescimento del debito pubblico. Peraltro, già il solo annuncio della nuova pioggia di miliardi in arrivo ha coperto una ulteriore detassazione dei capitali.

In Italia è stata tagliata in piena pandemia la prima tranche dell’IRAP (4 miliardi) che oggi finanzia la sanità. Confindustria chiede in queste ore che la prossima legge di stabilità cancelli definitivamente la tassa (13,4 miliardi complessivi). Lo stesso ordine del giorno, in varie forme, viene posto in Francia e in Spagna. Ovunque i soldi europei finanziano la detassazione dei padronati nazionali, tutti in corsa gli uni contro gli altri per la massimizzazione dei propri profitti.

Non solo. Per poter ridurre i contributi di Olanda, Svezia, Danimarca e Austria al bilancio europeo, e al tempo stesso allargare quest’ultimo, il Consiglio Europeo ha tagliato 9,4 miliardi di spese sanitarie e 7 miliardi per la ricerca. Il primo biglietto da visita del Recovery Fund lo pagano la sanità pubblica e la ricerca medica. E ciò in presenza della più grande pandemia del dopoguerra.

LE “RIFORME” AL SERVIZIO DI CHI?

A sua volta, questa destinazione ai capitalisti dei diversi Paesi di quanto ricavato dalla vendita dei titoli europei ai gruppi capitalisti è condizionata dal varo delle famigerate “riforme”.

Le “riforme” hanno il marchio di sempre: liberalizzazione del mercato, flessibilizzazione del lavoro, e soprattutto piani di rientro credibili dal debito pubblico. Il debito pubblico di ogni Paese è cresciuto enormemente per le spese legate alla pandemia, il soccorso pubblico a imprese e banche, la precipitazione della recessione. Non volendo tassare i capitalisti ed anzi volendo continuare a detassarli, i governi borghesi sono ricorsi ben prima del Recovery fund a nuovo deficit e nuovo debito. Cioè hanno emesso propri titoli pubblici, ordinari o straordinari, per venderli sul mercato finanziario. Li hanno comprati banche nazionali, compagnie di assicurazione, e la BCE. Una BCE che oggi continua a finanziare massicciamente innanzitutto l’Italia, comprando i suoi titoli, ben al di là della quota detenuta in BCE da Bankitalia.

Questa enorme crescita del debito pubblico sovrano è una mina vagante per l’economia mondiale ed europea. Occorrono dunque piani di rientro. Nel 2020 ovviamente è impossibile, dal 2021 è inevitabile, pena la fuga degli investitori, la minaccia di crack, l’impennata dei tassi di interesse.

Come avvengono i piani di rientro? Consolidando il cosiddetto avanzo primario, cioè il rapporto tra entrate e uscite al netto dei tassi di interesse. Significa che ogni anno i tagli dovranno essere superiori al prelievo fiscale. Punto.

Non a caso l’avanzo primario è una costante delle leggi di bilancio in Italia negli ultimi vent’anni. Il ministro del Tesoro Gualtieri ha assicurato che manterrà questo «percorso virtuoso». È la garanzia offerta dall’Italia ai propri creditori, banche italiane in testa e BCE. La piena preservazione della Legge Fornero, la cancellazione della elemosina di quota 100, sono già nella partita di scambio.

Nessun pranzo è gratis, come dicono i padroni. Tranne per i padroni.

NÉ EUROPEISTI NÉ SOVRANISTI. SEMPLICEMENTE COMUNISTI

Qual è dunque l’indicazione di fondo che emerge dal nuovo accordo europeo? L’Unione Europea, stretta nella morsa tra USA e Cina, preserva la propria esistenza attraverso una gigantesca operazione a debito, che si somma al crescente indebitamento pubblico di tutti gli Stati nazionali. La montagna del debito, nazionale ed europeo, poggia sulla schiena di centinaia di milioni di lavoratori salariati del vecchio continente.

C’è un solo modo di liberarsene: rovesciare la classe dei capitalisti, a partire dai capitalisti di casa nostra. È possibile recuperando l’autonomia della classe lavoratrice contro gli europeisti borghesi e contro i sovranisti reazionari.

La linea divisoria non è tra Unione Europea e Indipendenza Nazionale.

È tra i capitalisti, italiani ed europei, e i salariati di ogni Paese. L’abolizione del debito pubblico verso il capitale finanziario, la nazionalizzazione delle banche, vanno posti all’ordine del giorno nei programmi di mobilitazione della classe lavoratrice, in ogni Paese e su scala continentale, legandoli alle battaglie per la ripartizione del lavoro (30 ore pagate 40), di riorganizzazione ecologica della produzione, di un investimento massiccio nel sistema sanitario e nell’istruzione, pagata dai grandi patrimoni, rendite, profitti.

La crisi la paghi chi l’ha provocata, non chi l’ha subita.

Partito Comunista dei Lavoratori

Sulla scritta “Fontana assassino”. Conferenza stampa mercoledì 20 maggio.

In e-mail il 19 Maggio 2020 dc:

Sulla scritta “Fontana assassino”. Conferenza stampa mercoledì 20 maggio.

 

Agli organi di informazione

Mercoledì 20 maggio alle h. 12 è convocata una conferenza stampa tramite piattaforma Zoom. È invitata la stampa. Per l’accesso richiedere le credenziali via mail (specificando nome, cognome e testata) a carc@riseup.net

Di seguito il comunicato di indizione.

Milano, 19 maggio 2020

In questi giorni i media riportano la notizia dell’apertura di un’inchiesta per la scritta apparsa su un muro di Milano che esprimeva un concetto semplice, chiaro: “Fontana assassino”. Sgomberiamo il campo da possibili fraintendimenti: per Fontana si intende Attilio Fontana, il Presidente della Regione Lombardia.

Siamo consapevoli che un messaggio tanto esplicito, benché traduca i sentimenti di parte consistente dei 12 milioni di cittadini lombardi, possa arrecare disturbo a chi cerca di nascondere le responsabilità e sia indigesto a chi è abituato alla politica della retorica, dell’ipocrisia, dell’omertà e della conciliazione. Ma siamo in una situazione in cui da conciliare non c’è niente, in cui i fatti hanno messo a nudo la montagna di ipocrisia e correità esistente nel governo centrale, nei governi e istituzioni regionali, nella Confindustria, nelle istituzioni finanziarie e affaristiche, nei partiti di governo e di “opposizione”.

Oggi chi promuove la conciliazione con una classe dirigente parassitaria, invischiata nei traffici, nelle speculazioni, nel malaffare di ogni tipo e in ogni ambito è complice, parte del problema, non un’alternativa.

Vogliamo precisare alcune questioni per essere certi che il contenuto di quella scritta e il suo valore, simbolico e pratico, siano effettivamente chiari e non interpretabili.

  1. A fine aprile la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo ed epidemia colposa per la gestione delle RSA in Lombardia. Il reato di epidemia colposa riconduce agli effetti di una strage. Per essere chiari: un omicida è responsabile di un omicidio. Ma 15mila morti non sono responsabilità di un omicida, sono responsabilità di un’organizzazione criminale, che ha una sua struttura e un vertice di comando. Questa è la giusta dimensione delle cose. La Procura di Milano non l’ha scritto sui muri, ma sugli atti dell’inchiesta.

Sono indagati i vertici del Pio albergo Trivulzio. Atto dovuto. Ma chi ha la responsabilità politica della gestione delle RSA? Chi ha emesso l’ordinanza dell’8 marzo che spediva a ricovero nelle RSA gli anziani ancora infetti dal virus? Da chi è arrivato l’ordine (o, se ordine non è stato, di certo il benestare ai comportamenti della Direzione ha un profilo di complicità e consenso) di perseguitare i lavoratori che denunciavano la situazione? Suvvia, non siate ipocriti: Regione Lombardia. E Attilio Fontana, è il suo “governatore”, come ama definirsi quando gli fa comodo.

La scritta sul muro ha quindi un evidente limite: ridimensiona, del tutto involontariamente, la portata delle responsabilità di Fontana.

Vogliamo considerare, a consolidamento di questo ragionamento, che

– è in corso una petizione per il commissariamento della Regione Lombardia,

– è in corso una campagna per le dimissioni di Fontana e Gallera e il resto della Giunta Regionale,

– sono state presentate varie denunce per l’inadeguatezza nel rifornimento di DPI agli operatori sanitari,

– ci sono ben più che ombre rispetto alla decisione di non ricorrere all’uso dell’ospedale di Legnano, ma di costruirne uno nuovo in Fiera a costi – sia passato l’eufemismo – spropositati anziché usare quei soldi (21 milioni di euro) in modo utile,

– ha sollevato ben più che indignazione il non avere dichiarato Nembro e Alzano “zona rossa” giocando a fare lo scaricabarile con Conte.

Una domanda retorica: si tratta di iniziative basate sul pregiudizio? Sul “piano politico antilombardo” o “antiLega”? Chi le promuove è convinto che Fontana, Gallera, la Giunta si siano comportati da bricconcelli? Oppure c’è un’ampia fetta di popolazione, organismi politici e sindacali, di categoria, di società civile che ha riconosciuto delle chiare responsabilità? Responsabilità rispetto a cosa? Non giocate con le parole! Diffusione del contagio, omesse cure, speculazioni, abbandono dei malati, morti. Il risultato è una strage. 

Un incompetente qualunque si sarebbe dimesso. Ma 1. quali interessi e quali motivi spingono Fontana, invece, a rivendicare tutto? 2. perché dovremmo sopportare in silenzio?

Se ci fosse una giustizia degna di questo nome, Fontana e soci sarebbero stati immediatamente cacciati dai posti di governo e poi processati. Ma la “giustizia” è fatta per colpire i ladri di polli e multare i vecchietti che escono di casa senza permesso dell’Autorità.

I ricchi e i potenti continuano a gozzovigliare, i politici a farsi la campagna elettorale (in piena strage, Gallera si è pure proposto come candidato a sindaco di Milano) sulla pelle di migliaia di morti. Questi sono i fatti.

  1. Quella scritta sul muro, oltre che ridimensionare la portata delle responsabilità di Fontana, ha un altro limite. Sintetizza in modo unilaterale e quasi escludente quelle responsabilità. È vero che non sono solo di Fontana. Ma anche di Gallera, della giunta regionale tutta, dei dirigenti della sanità posizionati dalla Lega e Forza Italia come si posizionano le pedine su una scacchiera per giocare la grande partita della spartizione dei soldi pubblici fra i gestori privati della sanità. Sono anche di chi è venuto prima e oggi fa il verginello: da Formigoni a Maroni. E sono, inevitabilmente, del governo, che è troppo invischiato o sottomesso a questo sistema di potere. E del PD. Sì del PD che cogestisce gli affari della sanità lombarda, mentre in altre regioni – Emilia Romagna, Marche, Toscana, Lazio – è a capo della banda che ha smantellato la sanità pubblica. Lo ha ammesso con coraggio e onestà anche Carmela Rozza in un messaggio giusto a fine aprile. E lo dimostrano i ripugnanti balletti sulla commissione di inchiesta regionale. Il PD chiede a Fontana di istituire la commissione di inchiesta. Come si chiama a casa vostra un simile atteggiamento? Loro lo chiamano “responsabilità” e “rispetto delle regole democratiche”, ma ci vuole un impegnativo esercizio di travisamento della realtà per non chiamarla “complicità”, che va ben oltre gli attestati di solidarietà – ad esempio di Sala – che sono arrivati a Fontana per la scritta. Nel nostro paese, quando si vuole insabbiare qualcosa, si istituisce una “commissione di inchiesta”.
  2. Quindi sì, abbiamo sbagliato, siamo stati moderati definendo solo assassino Fontana, siamo stati unilaterali nello scrivere solo Fontana. Ma è una scritta su un muro, non I Promessi Sposi. Faremo di meglio in futuro.
  3. Veniamo alla ventilata inchiesta della Procura di Milano, della Sezione antiterrorismo. Se l’apertura dell’inchiesta è una notizia vera, questo non fa altro che confermare ancora una volta come vengono utilizzati la giustizia e gli apparati investigativi: non per indagare e colpire chi commette crimini e stragi contro la popolazione, ma gli oppositori politici.

Siamo ben pronti e disponibili a rispondere politicamente delle affermazioni che facciamo e faremo in modo, anzi, che esse possano essere anche più chiare, esplicite e ricorrenti.

Per come stanno le cose, un tribunale è il luogo adatto per Fontana e soci. Auspichiamo, pertanto, che la Procura di Milano voglia essere solerte, come lo è per una scritta su un muro e quando si tratta di colpire lavoratori e oppositori politici, con le inchieste per la strage nelle RSA, per il giro di fondi dell’ospedale in Fiera, per le speculazioni sul prezzo dei tamponi, ecc. Di norma invece è lenta e clemente verso i padroni, i ricchi e i “potenti”: le inchieste contro di loro finiscono spesso nelle sabbie mobili dei tempi della giustizia…

Per quanto riguarda noi, non abbiamo intenzione di scusarci né di difenderci in modo particolare. Politicamente, eticamente, umanamente non ne abbiamo bisogno. Tecnicamente l’eventuale processo a nostro carico sarà occasione per dare voce alle testimonianze, che qualcuno fa finta di non conoscere, delle persone che sono state malate, a casa, senza cure e senza diagnosi per settimane. Di chi ancora non sa se è stato malato o se è guarito. Di chi non ha potuto avere neanche la visita del medico di base. Di chi ha rimediato un provvedimento disciplinare o il licenziamento per aver denunciato la situazione negli ospedali e nelle RSA.

Sì, faremo un bel processo. Ma non siamo gli accusati. Noi, assieme ai famigliari degli anziani uccisi nelle RSA, agli infermieri licenziati o sanzionati perché denunciano, ai sindacalisti colpiti, ai cittadini privati di DPI, siamo gli accusatori.

  1. Per completare il quadro è bene specificare subito che violeremo ogni dispositivo di condanna che sarà eventualmente comminato a nostro carico in quell’eventuale processo. Non pagheremo multe, non rispetteremo restrizioni della libertà individuale, non metteremo firme in caserma, non adempiremo a lavori socialmente utili… Non saremo i carcerieri né gli esattori di noi stessi per conto dello Stato.

Anzi, in caso di condanna andremo – e i giornalisti sono convocati fin da oggi – ordinatamente ma risolutamente, a bussare al carcere di Bollate: il carcere è l’unico modo per farci espiare “la colpa”. Bisogna che qualcuno si prenda la responsabilità di mettere in carcere dei comunisti per una scritta che afferma la verità (benché parziale), che esercitano l’articolo 21 della Costituzione.

Pretendiamo di essere tradotti a Bollate, lo stesso carcere da cui Formigoni è uscito con beneficio dei domiciliari dovendo scontare 5 anni e 10 mesi per corruzione. Corruzione nella sanità. È stato precursore e mentore di Fontana. È uno stragista come lui. Anche lui impunito.

  1. C’è un piano politico dietro la scritta? Certo. Siamo comunisti, siamo e saremo sempre e comunque dalla parte della classe operaia e delle masse popolari. Rispondiamo ad esse delle nostre azioni. Il piano politico che promuoviamo e perseguiamo è cacciare i Fontana, i Gallera e i loro soci in affari e in politica (quale sia il loro partito di appartenenza) e farli sostituire dalla parte sana e organizzata delle masse popolari che sta mostrando che può prendere in mano la gestione delle aziende e dei quartieri, delle città, delle regioni e dell’intero paese. Farla finita con il sistema dei Fontana, dei Gallera e dei loro soci che siedono al governo nazionale e costituire un governo di emergenza popolare con persone che godono della fiducia delle organizzazioni operaie e popolari, costituendo quello che abbiamo chiamato Governo di Blocco Popolare.

Ci rivolgiamo agli operai, ai lavoratori, alle casalinghe, agli studenti, ai pensionati, alle Partite IVA, ai precari e a tutte quelle persone che per vivere hanno bisogno di lavorare, coloro che per la loro appartenenza di classe sono stati duramente colpite da questa crisi sanitaria, economica e sociale. Sono loro che hanno dimostrato con forte senso di responsabilità e solidarietà di poter gestire l’emergenza autorganizzandosi. Pensiamo agli operai che hanno scioperato alla FCA, alla Whirlpool, alla Piaggio, alla Electrolux e nella logistica, ad esempio, imponendo la chiusura di gran parte delle attività produttive e oggi vigilano sulle condizioni di sicurezza.

Partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza – per il Comunismo (CARC)

Via Tanaro, 7 – 20128 Milano – Tel/Fax 02.26306454

e-mail: carc@riseup.net – sito: www.carc.it

25 aprile senza tricolori

Da un’e-mail ricevuta da www.arivista.org A rivista anarchica il 25 Aprile 2020 dc:

25 aprile senza tricolori

Fin dagli inizi, subito dopo la nascita del movimento fascista (1919), il movimento anarchico si è opposto con fermezza alle prime scorrerie, violenze, assalti alle case del popolo, invitando i lavoratori e la gente in genere alla resistenza. E poi l’opposizione alla progressiva legittimazione del fascismo da parte dello Stato democratico, la denuncia delle connivenze tra forze dell’ordine e squadracce fasciste. E con l’instaurarsi del regime, insieme alle altre componenti della sinistra, gli anarchici conoscono carcere, confino, esilio.

Significativa la presenza di tante/i libertari italiani in Spagna, nella stagione rivoluzionaria del 1936/1937, mentre in Germania e negli altri Paesi, poi occupati dai nazisti, la nostra presenza è stata una costante. Oltre un centinaio gli anarchici italiani internati nei lager nazisti. A Ventoténe, nei primi anni ’40, gli anarchici erano per numero la seconda comunità politica, dopo quella comunista.

Oggi, nel ricordare la partecipazione anarchica alla lotta antifascista in tutte le sue fasi e ovunque nel mondo, ci sembra importante valorizzare – nel comune impegno antifascista – la specificità delle aspirazioni libertarie e rivoluzionarie.

La nostra resistenza prosegue oggi anche nella critica alla gestione della ”lotta” alla pandemia basata per tanta parte sull’accentuazione del controllo statale, a livelli mai avvenuti finora.

Ci sono forze politiche e persone che non sollevano alcun dubbio e accettano passivamente tutto quello che il potere oggi impone alla società e ai singoli.

Cittadini del mondo come ci sentiamo, non possiamo riconoscerci, nemmeno di questi tempi, nei tricolori che sventolano numerosi. “Nostra patria è il mondo intero, nostra legge la libertà”, recitava una canzone anarchica dell’800, per noi valida anche oggi.

L’internazionalismo è per noi un valore fondante.

Siamo cittadini responsabili, lo siamo sempre stati. Riteniamo nostro compito segnalare quando si oltrepassano i limiti della necessità e si impongono visioni “scientifiche” e comportamenti autoritari che, a nostro avviso, poco hanno a che fare con la ”tutela della salute pubblica” – di cui i governi si sono in genere assai poco interessati – e molto con l’esercizio sfrenato del potere.

Per leggere “Gli anarchici contro il fascismo” (da “A” 20, aprile 1973)  CLICCA QUI

Per leggere il dossier “Gli anarchici italiani deportati in Germania durante il Secondo conflitto mondiale”, a cura di Franco Bertolucci, (da “A” 415, aprile 2017)  CLICCA QUI

Più siamo peggio è

Nel numero 442 aprile 2020 dc di A-rivista anarchica, all’interno del Dossier Clima, c’è questa interessante intervista, che ripropongo, sul tema a me molto caro (e che mi fa tremendamente incazzare da sempre) della sovrappopolazione:

Più siamo peggio è

intervista di Carlotta Pedrazzini a Luca Mercalli

Perché, quando ci occupiamo di crisi ambientale, è importante parlare anche di controllo delle nascite? Lo abbiamo chiesto a Luca Mercalli, climatologo, divulgatore scientifico, presidente della Società Meteorologica Italiana.

In un sistema chiuso nessuna specie può crescere all’infinito senza creare danni irreversibili all’ambiente in cui è inserita e a se stessa. Nemmeno quella umana.

Eppure parlare di controllo delle nascite in relazione alla crisi climatica e ambientale è considerato un tabù, non solo negli ambienti religiosi e di destra.

Anche la sinistra non ha mai voluto occuparsi seriamente della questione per non entrare in conflitto con la chiesa, lasciando la battaglia per il controllo delle nascite a una minoranza più radicale e anarchica, che la porta avanti da oltre un secolo.

Certo sarebbe scorretto pensare di fronteggiare il cambiamento climatico concentrandosi solo sulla demografia: il controllo delle nascite non sostituisce la critica all’attuale sistema economico e sociale generatore di diseguaglianze e inquinamento, ma questo non può farci tralasciare il tema dell’impossibilità di una crescita infinita, anche della popolazione.

Carlotta – Che relazione c’è tra crescita demografica e crisi ambientale?

Luca – Tutti noi consumiamo risorse e, in una società sempre più tecnologica, ogni persona consuma sempre più energia, beni, materie. Dunque al di là dell’emotività, dei tabù sociali e religiosi di cui possiamo caricare il problema demografico, se ci concentriamo su parametri fisici non c’è nulla da fare: il mondo ha una capacità limitata di rifornirci (di materie prime, di energia, ecc.) e di assorbire i nostri rifiuti, che diventano sempre più complessi.

Quello dell’uso delle risorse non rinnovabili e dei rifiuti non biodegradabili è un problema a lungo termine.

In passato ci sono stati momenti di crisi locali di sovrappopolazione, con relativi problemi alimentari o anche sanitari, ma gli effetti non ricadevano sulle spalle delle generazioni future – pensiamo alla Londra del Seicento, una città sovrappopolata con problemi nella gestione dei rifiuti, che erano organici e biodegradabili e dunque non producevano effetti a lungo termine.

Oggi invece è tutto cambiato, abbiamo materiali complessi, chimica di sintesi, tutto un insieme di prodotti di scarto che sono tossici e che generano lasciti a lungo termine, per secoli, per millenni.

Anche per quanto riguarda il cambiamento climatico, il danno che stiamo facendo oggi è a lunghissimo termine. Il problema odierno è quello dell’irreversibilità delle alterazioni che provochiamo. Se non ci fosse il problema dell’irreversibilità, la questione non sarebbe così pressante, invece lo diventa perché tutti i danni fatti a partire dalla rivoluzione industriale si sono trasformati in problemi globali a lungo termine che andranno a toccare il funzionamento dei processi futuri del pianeta per un periodo indeterminato, per secoli e millenni, compromettendo la vita di tutte le generazioni future.

Come si risponde, da un punto di vista ambientale, a chi parla di crisi demografica e di necessità di fare più figli per sostenere l’attuale sistema economico e sociale?

C’è chi oggi invoca l’aumento della natalità pensando, ad esempio, alle pensioni, senza riflettere sul fatto che le risorse sono finite.

Ma se il sistema pensionistico, così com’è impostato, ha funzionato bene fino a un certo punto e adesso non si sostiene più, possiamo cambiarlo.

È più facile cambiare il sistema pensionistico piuttosto che le leggi della termodinamica, eppure questa cosa non riusciamo a capirla. Le leggi fisiche, a differenza dei sistemi pensionistici, sono invarianti, sono così da miliardi di anni e non cambiano secondo i desideri umani; come diceva Leopardi nel Dialogo della natura e di un islandese: “Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo”. Chi non si avvede? La natura, il complesso delle leggi fisiche, chimiche, biologiche che funzionano da miliardi di anni su questo pianeta. Ritengo che sia assurdo voler rimettere in moto la natalità quando si ferma, come in Italia, perché se ciò accade significa che si è raggiunto un equilibrio.

A dire il vero in Italia, anche se la natalità è rallentata, non si è comunque raggiunto un equilibrio, perché si vive molto al di sopra delle proprie possibilità in termini di risorse, che infatti vengono prelevate da altri Paesi del mondo.

Se dovessero vivere utilizzando le risorse del loro territorio, le persone che oggi abitano in Italia, 61 milioni di persone, avrebbero un tenore di vita peggiore di quello degli anni ‘30, perché la terra a disposizione non basta a produrre il cibo che consumano e l’energia che utilizzano.

Alla fine quello che conta, quando si affronta questo argomento, sono i numeri, la quantità di risorse, per questo è necessario il controllo delle nascite; queste cose erano già state dette e scritte più di quarant’anni fa, ma ci si è sempre approcciati all’argomento con un modo scostante e offensivo e il risultato è che oggi siamo ancora fermi qui.

Il concetto è trovare quello che gli ecologi, da oltre 50 anni, chiamano la “giusta capacità di carico”, ossia quel numero di persone che possono stare su un territorio – o, per estensione globale, sull’intero pianeta – vivendo bene e senza creare danni al territorio stesso. Farlo è utile e non va inteso come qualcosa di ideologico, ma di fisico; quel limite, infatti, può essere calcolato, perché ognuno di noi usa una certa quantità di energia, di cibo, di terreno, di legno, di pesce degli oceani, produce una certa quantità di rifiuti.

I tre indicatori a cui guardare quando si affronta questo tema sono: risorse disponibili, numero di esseri umani e livello di vita di questi esseri umani.

È giusto rendere il mondo più sostenibile con l’economia circolare, facendosi aiutare dalla tecnologia, ma dobbiamo tenere conto che se si vuole stare bene e assicurare a tutti un alto livello di benessere, dovremmo essere 2 miliardi. Invece siamo 8.

Perché? Chi ci ordina di continuare a essere sempre di più?

Ovviamente la questione non è ridurre la popolazione attuale, ci tengo a sottolinearlo, ma fermarsi al momento giusto, non continuare a crescere in maniera esponenziale.

IL PERICOLO DI UNA DERIVA AUTORITARIA

Carlotta – Chi si occupa di aborto e di controllo delle nascite spesso viene accusato di voler limitare la libertà delle donne, la loro scelta di maternità. Lo stesso succede a chi mette in relazione aumento demografico e crisi ambientale. Cosa rispondi a chi ritiene che sottolineare la correlazione tra aumento demografico e crisi climatica significa auspicare politiche autoritarie e lesive della libertà delle donne, come le politiche del figlio unico in Cina, ad esempio?

Luca – Dico che è vero il contrario. È proprio nei Paesi in cui si verificano esplosioni demografiche che la libertà delle donne è limitata.

Nelle società patriarcali africane, ad esempio, la donna fa tanti figli anche se non li vuole.

Ci sono persone che dicono che il controllo delle nascite è una limitazione della libertà delle donne, quando invece le donne che fanno tanti figli molto spesso sono quelle che non hanno la libertà di scegliere.

Cominciamo a fare in modo che queste donne abbiano la libertà di scegliere; in tutti i Paesi in cui questo è stato fatto la natalità è sempre scesa.

Se non inizieremo a mettere in relazione l’aumento demografico e la crisi ambientale, le disposizioni autoritarie arriveranno sicuramente.

Lo dimostra l’attuale emergenza sanitaria legata al coronavirus. Non si stanno forse prendendo misure autoritarie? Però le persone con la strizza stanno zitte e le accettano, accettano che si blindino paesi e che si metta la polizia alle porte, ma ci rendiamo conto che si tratta di un coprifuoco che non si vedeva dal 1945?

Qualcuno, per caso, ha sollevato il problema della libertà? Quando i problemi ambientali diventeranno pari a quelli oggi percepiti per il coronavirus o peggio, verranno fatte scelte autoritarie.

Al contrario, la riduzione della popolazione raggiunta attraverso l’educazione sessuale è una disposizione democratica. Fare semplicemente educazione familiare e sessuale, e riconoscere alle donne il ruolo che meritano nella società, risolverebbe la questione.

Carlotta – Visto che nessuna specie, inclusa quella umana, può crescere in maniera illimitata all’interno di un sistema chiuso, è chiaro che dietro alla negazione che fare molti figli influisca sull’ambiente ci siano, di fatto, dei pregiudizi di tipo politico e religioso: politico perché non si vuole che la donna si sottragga all’unico ruolo previsto per lei nella società: il ruolo di madre; religioso perché parlare di controllo delle nascite significa parlare di contraccezione, di aborto, di sessualità libera, significa slegare il sesso dalla procreazione.

Luca – Assolutamente sì, si tratta di temi che frequento di meno perché solitamente mi occupo della parte fisica della questione, ma mi portano a dire che se non apriamo una seria discussione priva di pregiudizi, non potremo risolvere un problema così complesso.

La soluzione non ce l’ha nessuno, e io non voglio certo mettermi nella situazione di dire “so come risolvere, vi do la soluzione”. Mi limito a esporre il problema, la soluzione poi la dobbiamo trovare insieme.

Ci dovrà essere un colossale sforzo scientifico e umanistico, dove tutta la conoscenza che abbiamo dovrà essere messa a disposizione.

Quindi parliamo, affrontiamo l’argomento, perché se non lo facciamo continueremo a vivere nel problema. Se non parliamo, non troveremo certo le soluzioni.

In ultimo, ci tengo a dare qualche consiglio bibliografico: vorrei segnalare il libro di Alan Weisman, Conto alla rovescia (Einaudi 2014), un testo molto interessante proprio sul tema della sovrappopolazione, e i miei due libri Non c’è più tempo (Einaudi 2018) e Il clima che cambia (BUR 2019).

Carlotta Pedrazzini

Scordatevi la libertà che date per scontata

Da Hic Rhodus l’articolo del 25 Marzo 2020 dc:

Scordatevi la libertà che date per scontata

di Claudio Bezzi

L’articolo è incentrato sul corona virus e, soprattutto, sul dopo. Essendo molto lungo ed articolato, e con numerosi rimandi interni ed esterni, lo potete trovare per intero qui.

Di seguito riporterò solo la parte finale.


***

Molti dei marchingegni che mi hanno tolto un pezzettino di libertà sono nati probabilmente per ottime ragioni: le telecamere per scoraggiare i ladri; la tracciabilità delle carte per combattere l’evasione; i controlli all’aeroporto per contrastare il terrorismo.

Altri sono stati elaborati, in mancanza di leggi e di reali possibilità di impedirlo, per imbrogliarci, o quanto meno per sedurci, subornarci, invogliarci a comperare un certo prodotto o – udite udite! – a votare un certo partito, e sappiamo ormai bene come esistano centrali eversive dedicate a questo (si legga sempre Ottonieri su questo punto).

È spaventoso: sappiamo che ci sono centrali eversive dedicate a questo, ma non possiamo farci nulla, salvo vedere folle manipolate in occasione di importanti appuntamenti politici. E poiché gli esiti di quegli appuntamenti politici si riverberano pesantemente sulle vite di tutti, mia inclusa, io mi irrito molto e ritengo di essere privato di alcune libertà fondamentali del mio essere cittadino.

Il progresso, in particolare tecnologico, ci ha dato con una mano il potere di controllare sempre più e meglio le azioni illegali, mentre con l’altra ci ha sottratto pezzi crescenti di libertà.

Il mondo distopico che ci attende, ben previsto dalla letteratura fantascientifica, è quello del controllo totale. Un bel microchip e nessuno potrà delinquere, perché saremo tutti, sempre, sotto l’occhio dell’autorità.

Chi, a questo punto, dovesse dire “ma io sono una persona onesta, non ho nulla da nascondere, ben venga il microchip”, è un agente inconsapevole del Grande Fratello prossimo venturo.

***

L’aumento del controllo nasce come rincorsa dell’autorità al mantenimento di una funzione sempre più residuale: il Potere, così come conosciuto fino al Novecento, che si esprime con la gestione della concessione delle libertà, come scritto sopra.

Ti concedo la libertà d’impresa e ti impongo le tasse; poiché potresti non pagare le tasse ti controllo; poiché i controlli sono lunghi, complicati e colgono a caso nel mucchio, ti obbligo a procedure elettroniche che posso controllare, memorizzare, incrociare con altri dati.

Ti concedo la libertà di viaggiare, ma ci sono pericoli, potresti trasportare armi, droga o, in questi giorni (Nota mia: marzo 2020 dc), virus; allora ti obbligo a controlli sull’identità, sul carico, su cosa potresti portare illegalmente dentro il tuo corpo.

Ti concedo la libertà di produrre e commerciare, ma sotto una valanga di norme, restrizioni, vincoli, decreti, procedure sanitarie, procedure commerciali, procedure fiscali…

Oggi non esiste una sola libertà che non sia, nei fatti, monitorata e controllata come minimo, ristretta e condizionata sempre più.

***

Quale risposta dare agli agenti del Grande Fratello che non trovano poi così spaventosa questa cosa?

La risposta è la disumanizzazione già in fase avanzata di realizzazione.

In un mondo prossimo venturo non avremo, forse, criminali, ma saremo automi totalmente omologati. Mangeremo le stesse cose, vedremo gli stessi programmi tv, andremo nelle stesse palestre a tenerci forma all’insegna degli stessi ideali di bellezza e salute.

Se non vedete il nesso, e vi sembra che io abbia compiuto un salto logico, cercherò di spiegarmi avanzando in un terreno forse azzardato ma che a me appare una semplice conseguenza logica: una volta che tutti saremo profilati, controllati, “costretti” alla legalità per come stabilita dall’autorità, non credete forse che sarà decisamente facile, facilissimo, imporre comportamenti convenienti sul lavoro, sulla cultura e l’istruzione, sulla forma di cittadinanza…? Ormai nella rete, completamente dipendenti da quelle medesime tecnologie che ci controllano, cosa sarebbe dei nostri diritti?

L’autorità (che sia il Partito Comunista Cinese, il congresso degli Stati Uniti o il presidente Putin al suo venticinquesimo mandato) troverà, nel controllo assoluto, la risposta all’ingovernabilità della complessità. La complessità sarà semplicemente abolita per legge, i cittadini saranno resi inermi e prevedibili, totalmente prevedibili.

6) Una strada senza uscita

Se ritenete che io sia andato troppo avanti con la fantasia, abbandonando la strada del rigore logico, vi mostro un chiaro esempio di ciò che stiamo diventando, perché c’è un bellissimo caso empirico contemporaneo: la Cina.

Grazie al controllo capillare della popolazione, al diffusissimo riconoscimento facciale, alle forze di polizia, a leggi repressive, al controllo dell’informazione, alla possibilità di mobilitare dall’oggi al domani mano d’opera e risorse (il famoso ospedale costruito in sette giorni…) e –  si badi bene, questo è fondamentale – grazie a uno straordinario consenso di massa, tradotto in disciplina e accettazione delle privazioni di libertà, grazie a tutto questo la Cina ha pagato un prezzo sostanzialmente limitato alla crisi del coronavirus mentre noi in Italia siamo in mezzo al guado, abbiamo già da giorni superato, in numero di vittime, la Cina e, quel che è peggio, non ne vediamo la fine.

Perché l’autorità è stata debole e timida sin dall’inizio, e ha progressivamente reso più rigide le norme di comportamento inseguendo il virus e l’indisciplina dei suoi cittadini, anziché prevenire. Perché noi siamo LIBERI, e un sacco di nostri amabili concittadini ritiene che essere liberi consista, innanzitutto, nel non farsi mettere i piedi sul collo da un Conte qualunque, da un Renzi qualunque, da un Di Maio qualunque, insomma: da un’autorità qualunque.

***
Ed ecco il trade off (Nota mia: scelta? Perché ostinatamente scriverlo in inglese?).

Da un lato il virus non ci piace e ci uccide.

D’altro lato la risposta cinese ci fa orrore.

E così maciniamo morti, si deve sperare in miracoli (il caldo rallenterà il virus? Meno male che andiamo verso l’estate…), l’economia va a rotoli, l’Europa si sfascia, a New York fanno la fila per comperare armi, molto più utili del pane in tempo di crisi, insomma: assomiglia abbastanza a una piccola Apocalisse.

Vorrei segnalare che abbiamo in realtà solo tre, e non più di tre, soluzioni, ciascuna delle quali ben rappresentata da un caso storico contemporaneo:

• il timido inseguire la crisi, tipico delle società occidentali; da noi la libertà è sacra, e ne possiamo sacrificare piccoli pezzetti, un po’ alla volta, solo dopo l’evidenza della crisi, e sempre con incertezza, con limiti, con defezioni;

• il rigido intervento illiberale alla cinese, di cui sapete già;

• il laissez faire (Nota mia: lasciate fare) alla Putin, che sta con tutta evidenza fingendo che il virus non ci sia, o sia una sciocchezzuola; il coronavirus dilagherà, ammazzerà un bel po’ di persone (in prevalenza vecchi e malati, dopotutto non un grande danno, anzi…) ma non minerà le strutture fondamentali del Paese, la sua economia e, men che meno, la sua Autorità, che non avrà avuto necessità – come in Occidente – di avere un confronto difficile con la popolazione.

Se adesso riuscite a fare un ragionamento puramente logico e non emotivo, vedrete facilmente che il modello cinese ha funzionato alla grande; quello putiniano chissà, potrebbe anche essere un successo; mentre quello occidentale è sotto gli occhi di tutti: un disastro immane sotto ogni punto di vista: sanitario, economico, sociale, istituzionale.

***

Attenzione perché adesso arriva la questione veramente centrale, alla quale è difficile rispondere col cuore, col fegato, con la pancia o con qualunque altra frattaglia.

La domanda che ora si pone è: cosa vogliamo, veramente, dalla vita?

Ricordate sopra l’esempio della sicurezza sociale: più controlli significano più sicurezza, ma meno libertà. Anche nel caso del coronavirus la questione si pone in maniera analoga: volete pochi contagiati e pochi morti? Occorreva da subito il pugno di ferro; vi fa orrore e preferite la libertà (e la responsabilità) individuale? Allora vi tenete i morti e il tracollo economico.

Occorre accettare il fatto che non c’è una via intermedia: salvezza del virus con libertà per tutti; no malavitosi in giro con libertà per tutti; no evasori fiscali con libertà per tutti… Chi fra voi è vecchio come me morirà prima di vedere chi avrà avuto ragione, ma i giovani saranno presi in pieno dal ciclone che si sta preparando e che arriverà in tempi brevissimi.

Questo ciclone si chiama tracollo delle democrazie occidentali nate dalle due rivoluzioni (Nota mia: una mi immagino sia la Rivoluzione Francese ma l’altra, qual’è? Quella sovietica? Non credo che l’autore pensi a quella…) e morte silenziosamente alla fine del Novecento. E con esse, evidentemente, il concetto di ‘libertà’ di cui stiamo trattando e molti altri collegati.

***

C’è una considerazione ancora, importante.

La complessità non si può spegnere.

Le tecnologie non si possono spegnere, così come non si può spegnere il progresso, coi doni che ci porta assieme alle trappole che ci tende.

Non possiamo spegnere la globalizzazione, Internet, la WTO, la ricerca biologica, quella sull’intelligenza artificiale… Non possiamo spegnere l’inquinamento, non possiamo spegnere la sovrappopolazione, come non possiamo spegnere la stupidità dilagante.

Siamo tutti su un aereo in volo, il pilota è morto, la rotta ignota e quel che accadrà, che ci piaccia o no, accadrà.

La complessità, come ho già detto, non è governabile.

Una conseguenza di questa ingovernabilità è che il modello di governo vincente, fra i tre menzionati sopra, si affermerà comunque, indipendentemente da ciò che faremo.

E onestamente, se proprio devo dirlo, non scommetterei un euro sulla vittoria finale del modello democratico occidentale. Guardo con viva simpatia al modello putiniano, così amorale e cinico che – lo confesso – ben si attaglia al mio carattere; ma il famoso euro, alla fin fine, lo piazzerei sul modello cinese. Loro sono già al traguardo, hanno già vinto.

Sono autoritari e massimalisti? Chiedetelo a un cinese tipico, anche colto, e vedrete se trovano di che lamentarsi sul modo in cui Xi Jinping ha gestito la crisi.

E con questo vi saluto.

Italiani brava gente? Questa sì che sarebbe una novità!

Su Hic Rhodus il 13 Marzo 2020 dc:

Italiani brava gente? Questa sì che sarebbe una novità!

di Claudio Bezzi

Ben comprendendone la necessità positiva, e in parte apprezzando anche lo sforzo, non nego di stupirmi un pochino nella descrizione dell’italianità positiva, capace, vincente che ne danno Cerasa sul FoglioBergamini sul RiformistaSevergnini sul Corriere e altri.

Intanto: calma e gesso. Aspettiamo di veder passare una settimana, poi due, poi semmai tre, senza vedere benefici immediati (deve passare “la coda” dell’epidemia, quella degli infettati in questi giorni che si manifesteranno nei giorni a venire), e vedremo come si comporterà il paese. Vedremo le partite iva a spasso senza reddito, i baristi chiusi, le aziende in ginocchio, ma anche semplicemente la vicina di casa senza il parrucchiere, l’umarel senza lavori in corso da guardare, lo studente senza movida e il giovane rampante senza apericena. Vedremo cosa diranno, cosa faranno.

Squarci di interviste, filmati apparsi sui quotidiani, ma anche la mia semplice osservazione diretta, vanno tristemente ad aggiungersi alla grande fuga da Milano dei giorni scorsi, all’assalto ai supermercati, alla gente che continua ad ammucchiarsi ignara, a formare un quadro complessivo che a me pare confermare che no, per niente, gli italiani sono gli stessi inaffidabili di sempre.

A questo punto mi assale un dubbio: e se tutta la mia diffidenza sulle capacità degli italiani di essere ordinati, razionali, composti, fosse solo un mio enorme errore? Se fossimo un popolo stravagante, sì, sempre a un passo dal baratro, ma alla fine capace di quel colpo di reni che ci rende così speciali, così sublimi? Che bello essere italiani! E che si fottano in Europa, che mica ci hanno capiti! Noi, ora, ci caviamo fuori dall’impaccio con un esempio storico di civismo, mo vediamo cosa combineranno loro, visto che l’onda virale gli si sta scagliando addosso! Ecco: se mi fossi sempre sbagliato io? Un vecchio brontolone, un cinico fuori della realtà, ecco quello che sono! Uno che gioca a fare l’antitaliano fuori tempo, che se lo potevano permettere il buon Montanelli, Pasolini anche, forse Moravia, ma io…

E però – ve lo dico – un tarlo continua a rodermi. Possibile che un popolo così virtuoso (virtuoso solo alla fine, sì, in zona Cesarini e preso per bavero, ma al dunque virtuoso) abbia potuto esprimere una classe dirigente così assolutamente sotto la soglia della decenza? Possibile che il meraviglioso e maledetto Sud stia già col culo stretto temendo l’affollamento negli ospedali, che farebbe crollare in due e due quattro una Sanità cronicamente malandata e saccheggiata (da chi? Dai sabaudi?). Possibile che certi stronzi che non nomino con nome e cognome per non beccarmi una querela (non ho i soldi di Travaglio, io non posso permettermelo) possano andare in giro a dire cose orrende, spaventose, false, non solo senza essere denunciati ma ricevendo lodi, ricevendo soldi, accumulando fan? Come si conciliano questi estremi?

Insomma: l’ipotesi di una virtù italica che al dunque saprebbe emergere, mi pare scontrarsi con tutta la storia italica, almeno dal ‘900 a oggi, che in mille modi mi mostra particolarismo, egotismo, superficialità, piccole furbizie e ricerca della linea di comportamento civico meno faticosa possibile.

Sto cercando allora di riflettere, da sociologo, sulle interdipendenze fra sottosistemi (economico, sociale, culturale…) per cercare di capire se sia possibile essere, assieme, dei furbetti da strapazzo ma anche dei pazienti disposti a sacrifici; dei populisti gradassi ma anche dei generosi capaci di solidarietà; dei fanfaroni egocentrici ma anche cittadini con senso civico. 

Pensa che ti ripensa non trovo una sola teoria sociologica, antropologica, psicologico-sociale, in grado di confortarmi in questa visione positiva.

I valori che sottostanno al tipico carattere nazionale (narcisismo, egoismo, familismo…) sono totalmente contrari ai valori che sorreggono il buon comportamento civico (sacrificio, senso della comunità, responsabilità). A meno di non ricorrere a teorie psichiatriche quali il doppio legame di Bateson, che farebbe di noi un popolo non solo meraviglioso, ma anche completamente pazzo. Può essere…

Chi vivrà (è tristemente il caso di dirlo) vedrà. Il vostro stanco e cinico blogger promette solennemente che una volta passata questa crisi (qualche settimana come dice Conte? Qualche mese come suggeriscono le proiezioni matematiche?) verrà su queste pagine a lodare le meravigliose virtù dei suoi connazionali, se sarà stato il caso di lodarle, facendo una feroce autocritica e promettendo di migliorare il suo caratteraccio per il futuro. 

In caso contrario io – e il blog tutto – faremo il nostro usuale lavoro di riflessione e di critica, e non cercheremo di indorare la pillola con lodi immeritate a un popolo che da decenni non pare azzeccarne una.

Intanto, spero come voi,

#iorestoacasa

(In copertina: il vostro blogger guarda mestamente fuori della finestra, dovendo restare in casa. Foto scattata da lui medesimo) (Nota mia: foto omessa)

Quando il profitto confessa il proprio crimine

In e-mail il 14 Marzo 2020 dc:

Quando il profitto confessa il proprio crimine

Il coronavirus e la ricerca scientifica

Si è soliti dipingere il coronavirus come “il cigno nero”, l’evento catastrofico assolutamente imprevedibile che cambia il quadro d’insieme. È inesatto. Indubbiamente la nuova grave epidemia ha un impatto enorme su scala internazionale, ed in particolare in Italia. Ma era talmente poco imprevedibile che una parte della comunità scientifica aveva previsto la sua eventualità.

Sono diciotto anni infatti che imperversa una stessa famiglia di virus, con epidemie che si accendono, si spengono, si riaccendono, a seconda delle mutazioni del virus, senza che vengano rintracciate cure.

Prima la SARS del 2002/2003, poi la MERS del 2012 in Medio Oriente, ora il SARS-CoV-2 (Covid-19).

Già, ma perché non vengono rintracciate cure?

Lo spiega candidamente la Goldman Sachs in un rapporto del 10 aprile 2018, dal titolo “Rivoluzione del genoma”.

«Esistono terapie dei mali “non sostenibili per il business delle case farmaceutiche” Questo perché il giorno in cui si trova il rimedio definitivo […] il “pool” dei malati scende e i guadagni crollano.

L’esempio portato è quello dell’epatite C» (Il Fatto Quotidiano, 5 marzo). Scoperto il farmaco risolutivo, il numero dei malati crollò, e l’azienda che aveva investito nel farmaco, la Gilead Sciences, andò praticamente in rovina. «Il cancro è “meno rischioso”. Mancando cure risolutive “il pool dei malati resta stabile”: un vantaggio per Big Pharma» (FQ), conclude candidamente lo studio della Goldman.

Difficile essere più chiari. È la confessione di un crimine.

Così è andata per il coronavirus.

Dopo la fine dell’epidemia della SARS il virologo francese Bruno Canard e la sua equipe di ricercatori previde il ritorno dell’epidemia nella forma di una “SARS due”, a partire dalla diffusione della sua famiglia virale, la stessa del Covid-19. «Ma il nostro appello è rimasto inascoltato, le ricerche si sono fermate, e ora si vorrebbe trovare d’incanto vaccino e medicine per il coronavirus. Ma i programmi seri di ricerca non si improvvisano. Richiedono spesso un decennio» (Le Monde, 4 marzo).

Tutto chiaro.

In tutto il mondo la ricerca scientifica pubblica è stata tagliata, e appaltata alle case farmaceutiche. E la ricerca delle case farmaceutiche segue unicamente il profitto a breve, in contrasto col senso e coi tempi della ricerca scientifica. Non si poteva descrivere meglio la natura cinica del capitalismo. Una associazione a delinquere che non può essere riformata, può essere solo rovesciata.

Partito Comunista dei Lavoratori

Un virus ma non solo

In e-mail il 25 Febbraio 2020 dc:

Un virus ma non solo

Coronavirus: un fattore imprevedibile investe l’economia internazionale, la vita ordinaria di centinaia di milioni di esseri umani, la stessa società italiana.

L’immaginario collettivo e il discorso pubblico conoscono per questa via una improvvisa distrazione di segno, un cambio di vocabolario. Sembra che la stessa vita politica sia in qualche modo sospesa, ovunque rimpiazzata dalla emergenza virus.

Nel merito fioriscono interpretazioni discordanti, spesso opposte, nella stessa comunità scientifica, tra chi minimizza il fenomeno trattandolo alla stregua di una normale influenza, seppure più perniciosa, e chi invece giunge a paragonarlo alla spagnola del primo ‘900 (che fece, per inciso, decine di milioni di vittime).

Non saremo noi a improvvisare un giudizio clinico, non avendo le competenze scientifiche richieste. Vogliamo invece formulare prime considerazioni e proposte da un punto di vista di classe. Perché è vero che il virus non distingue le classi sociali, ma le risposte che si danno ad esso e le loro ricadute sono tutt’altro che socialmente neutre.

Una prima considerazione riguarda la percezione e rappresentazione pubblica del contagio, delle sue proporzioni, della sua progressività, della sua incidenza mortale.

Al netto delle diverse interpretazioni scientifiche, e della necessaria verifica del suo itinere, parliamo di un fenomeno ancora relativamente circoscritto su scala planetaria.

Il tasso di mortalità è in Cina attorno al 3%, e dell’1% fuori della Cina: un tasso sicuramente più alto di una normale influenza ma contenuto. Inoltre le vittime si concentrano nella fascia alta di età, in particolare tra persone molto anziane, già debilitate e/o immunodepresse. Come dire che l’effetto mortale sarà determinato da ritmo e raggio della propagazione del virus più che dalla sua potenza in quanto tale.

Vi sono stati e vi sono Paesi poveri semicoloniali, lontani dallo sguardo dei media d’occidente, segnati da fenomeni più devastanti relativamente al proprio territorio. È il caso dello Yemen, colpito dal colera, con una altissima mortalità infantile, o dell’Africa subsahariana dove nel solo 2001 l’AIDS fece oltre due milioni di morti.

Solo per dare l’ordine delle proporzioni.

Naturalmente non possiamo ad oggi valutare la portata del coronavirus, lo si potrà fare solo a bilancio.

Non sappiamo se le sue dimensioni finali saranno simili, o poco superiori, a quelle della Sars del 2003 (700 decessi nel mondo) o dell’Asiatica del 1957 (2 milioni di morti), o peggio ancora della terribile spagnola del 1918-1920.

Diciamo che la rappresentazione pubblica del fenomeno è oggi condizionata da due fattori, tra loro intrecciati, non strettamente clinici: la sua ricaduta potenziale sull’economia mondiale, già in fase di ulteriore rallentamento (netto calo della crescita USA, nuova possibile recessione in Giappone, calo della produzione industriale in Germania, Francia, Italia), e il fatto di essersi prodotto in Cina, prima potenza manifatturiera su scala globale, oggi minacciata come mai in precedenza da una regressione marcata del suo tasso di crescita, con effetti moltiplicati sul capitalismo internazionale.

La seconda considerazione attiene ai rimedi. La borghesia non sa bene come fronteggiare l’emergenza. Le stesse classi dominanti che hanno tagliato la spesa sanitaria per pagare il debito pubblico alle banche sono alle prese con gli effetti dell’austerità: dal taglio degli investimenti nella ricerca scientifica, totalmente appaltata all’industria farmaceutica, alla carenza ovunque di personale medico e paramedico oggi in Italia costretto, nelle zone interessate dal contagio, a turni di lavoro massacranti (oltre le 12 ore giornaliere).

Nulla più del coronavirus rende evidente l’irrazionalità della società borghese.

Crescono ovunque i bilanci militari, trainati dalla nuova grande corsa tra potenze imperialiste vecchie e nuove per la spartizione del mondo; cresce a dismisura il parassitismo del capitale finanziario, con migliaia di miliardi investiti dalle aziende nell’acquisto delle proprie azioni, per sostenerne il valore di borsa (mentre arretra la produzione reale e si distruggono i posti di lavoro).

In compenso nella sola Italia 9 milioni di persone non riescono ad accedere alle cure sanitarie, o perché non possono affrontarne le spese, o perché debbono aspettare un anno per una visita medica, o perché semplicemente l’ospedale del territorio è stato soppresso. Mentre i lavoratori e le lavoratrici della sanità pubblica si vedono negato persino il rinnovo del contratto, e quelli/e della sanità privata lo aspettano da ben 13 anni.

Oggi questa organizzazione capitalistica preposta alla distruzione ordinaria della sanità è incapace di fronteggiare un’emergenza straordinaria. E per questo ricorre di fatto a misure draconiane di ordine pubblico, sino a vietare ogni forma di manifestazione ben al di là dei territori contagiati. In una corsa panica tra governatori regionali e governo nazionale a cautelarsi da un possibile disastro, mentre le forze più reazionarie inzuppano in pane nel coronavirus per rilanciare pulsioni xenofobe e securitarie.

È necessario fronteggiare l’emergenza con ben altre misure: esame sanitario capillare di tutte le persone che possono essere entrate a contatto col virus; approntamento di nuovi presidi sanitari capaci di gestire sul territorio questo intervento straordinario; assunzione massiccia di nuovo personale medico e paramedico; investimento concentrato nella ricerca pubblica, scientifica e sanitaria; una patrimoniale straordinaria sulle grandi ricchezze per finanziare tali misure; nazionalizzazione dell’industria farmaceutica, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori.

A pagare il conto siano i capitalisti, gli azionisti, i banchieri, non i lavoratori e le lavoratrici!

 

Partito Comunista dei Lavoratori

Il “virus” della paura

In e-mail il 27 Febbraio 2020 dc:

Il “virus” della paura

di Lucio Garofalo

La paura è, com’è noto, una pulsione ancestrale del genere umano, è un impulso ferino ed irrazionale, preesistente ad ogni stadio della civiltà e a qualsiasi forma di cultura e di raziocinio, è un elemento insito nella stato di natura animale ed è riconducibile all’istinto più antico e primordiale di auto-conservazione della specie.

La paura discende da un sentimento più che naturale, ossia il terrore inconscio ed incontrollabile della morte. Perciò, la paura è una pena che si sconta e si vince vivendo.

Sin dai suoi lontani primordi, l’umanità ha imparato (per una necessità insopprimibile, e non per volontà) a convivere con lo sgomento destato dalla furia naturale e dalle sue terribili manifestazioni più frequenti: tuoni e fulmini, terremoti, eruzioni vulcaniche ed altri cataclismi.

Nel corso dei millenni della preistoria l’uomo ha provato ad esorcizzare la paura, cercando di interpretare i vari fenomeni fisici come eventi soprannaturali di origine divina.

In tal modo sono sorte le antiche religioni mitologiche che affondano le loro radici nei timori più ancestrali e remoti dell’umanità.

Ancor oggi, in un’epoca apparentemente soggiogata dal razionalismo e dal delirio/complesso di onnipotenza tecnicistica ed utilitaristica dell’uomo, la paura è un elemento costante della nostra esistenza. Essa assume innumerevoli manifestazioni, si insinua nei meandri più oscuri e reconditi dell’animo umano, come un “virus” subdolo e letale che genera più danni e iatture di qualsiasi morbo e di ogni epidemia infettiva.

È fuori discussione che la paura sia uno dei tratti più tipici e peculiari della natura animale che è insita nell’uomo, ma non dev’essere un’ossessione che non concede pace o tregua.

Eppure, la realtà che viviamo oggi è sempre più assillata da paure, a cominciare dalla paura di morire fino alla paura di vivere.

Non a caso, il triste e lugubre primato dei suicidi, in modo particolare tra le generazioni più giovani, è conteso dalle nazioni più opulente ed evolute dell’Occidente, il Giappone in testa.

Non a caso, le società vengono governate anche con il ricorso alla paura, e gli Stati più avanzati sul fronte tecnologico si avvalgono anche delle paure per esercitare una forma di controllo sociale sempre più esteso e capillare.

Non a caso, si vincono le elezioni politiche proprio “giocando” la carta dell’idiosincrasia o della fobia isterica verso qualcuno, un nemico, un diverso, da demonizzare ed agitare come uno spauracchio.

In primis, la “paura del comunismo”, che costituisce tuttora un’avversione ed un’inquietudine ossessiva della borghesia. Lo “spettro del comunismo”, dopo il fallimento del “comunismo reale”, dopo la caduta del muro di Berlino ed il tracollo dell’URSS, viene agitato assai più che in passato, proprio allo scopo di conquistare e di preservare il potere e l’ordine costituito.

In passato, in Italia venne importata dall’Estremo Oriente una nuova paura incarnata nel virus dell’Aviaria, meglio nota come “influenza dei polli”, che suscitò timori assai spropositati, infondati ed isterici, prefigurando vari scenari apocalittici addirittura di stragi “pandemiche”, paragonabili alle peggiori pestilenze dei secoli passati.

Invece, come si è verificato in altre occasioni, il panico si rivelò assai più pernicioso della stessa patologia “ornitologica”.

Che polli! I veri “polli” si rivelarono gli utenti e gli spettatori più sciocchi e passivi delle campagne di disinformazione di massa. L’aviaria si dimostrò essere una bufala. Già nel 1998/99 numerosi polli perirono a causa del contagio, ma i mass-media non ne parlarono e tutti continuarono a mangiare polli senza allarmismi di ordine sanitario.

Lo spavento suscitato dall’aviaria in anni successivi, mise in ginocchio un’intera economia agricola, contribuendo ad incrementare i già colossali profitti delle multinazionali farmaceutiche.

La vicenda conferma l’abnorme ruolo dei mass-media, la cui “influenza” è assai più deleteria di ogni virus influenzale.

Aveva pienamente ragione il ministro della propaganda nazista, Goebbels, quando affermava: “Una bugia, ripetuta continuamente, è accettata dalle masse popolari come una verità incontestabile”.

Negli anni ’80, il virus HIV (l’Aids) seminò un’enorme psicosi nel mondo occidentale, ma fu presto scongiurato, tuttavia ancor oggi rappresenta una delle principali malattie infettive in Africa e nel Sud del mondo, un morbo assai più letale della tubercolosi e della malaria, che provocano stermini di massa.

Mentre in Occidente il virus dell’AIDS è oramai debellato grazie ai risultati ottenuti sul versante della ricerca, nei Paesi del Terzo mondo esso uccide più di ogni altra malattia a causa degli esorbitanti costi dei vaccini, imposti dalle multinazionali farmaceutiche, che risultano potenti e totalitarie quanto lo sono le compagnie petrolifere e quelle legate all’industria bellica, per cui si configurano come i padroni assoluti ed incontrastati del nostro pianeta.

Nei secoli bui della storia, il terrore provocato dalla peste bubbonica causava più danni del morbo stesso. Ad esempio, nell’Europa medievale la paura degli untori era assai più nociva e deleteria della stessa peste che sterminava milioni di vite umane. Le testimonianze che ci hanno lasciato il Boccaccio ed il Manzoni nelle loro opere (Decameron e Storia della colonna infame) ci trasmettono degli insegnamenti assai preziosi. Ma, come spesso accade, la storia insegna, ma non ha scolari (cit. Antonio Gramsci).

Le vicende relative al nuovo virus, il Covid-19, meglio conosciuto come il Coronavirus, temo che confermino il fatto che la paura è assai più subdola e più perniciosa di qualsiasi morbo epidemico eppure, nel contempo, può rivelarsi lucrosa per chi, in modo cinico e spregiudicato, riesca a trarne profitto.

L’isteria collettiva generata dal nuovo virus, assai meno nocivo dell’influenza stagionale, è un fenomeno di proporzioni immani e spaventose.

La mia ipotesi, dettata dalle esperienze storiche, è che le attuali campagne mediatiche di allarmismo e di terrorismo psicologico di massa serviranno a giustificare e ad incentivare la corsa futura all’acquisto di milioni di dosi di vaccino ad un titolo preventivo e cautelativo, che farà la fortuna dei principali colossi farmaceutici multinazionali.

Solidarietà ai compagni Mattia e Cleanto Donadel. Il dissenso non si arresta!

In e-mail il 12 Febbraio 2020 dc:

Solidarietà ai compagni Mattia e Cleanto Donadel. Il dissenso non si arresta!

La sezione “Pietro Tresso” di Venezia del Partito Comunista dei Lavoratori esprime la propria totale vicinanza e solidarietà al compagno Mattia Donadel, esponente del comitato “Opzione Zero”, e a suo padre, il compagno Cleanto Donadel, fatti oggetto del violento intervento repressivo di Polizia Locale e, soprattutto, Carabinieri, a seguito delle proteste che hanno avuto luogo durante il consiglio comunale svoltosi lunedì 10 gennaio a Mira, in cui si discuteva del progetto di ampliamento dell’inceneritore di Fusina, con la presenza del direttore di Veritas Razzini.

Mattia Donadel, da sempre attivista per i diritti sociali e a difesa dell’ambiente, sempre da una posizione di classe, nella seduta del consiglio comunale di Mira era presente come relatore da parte del comitato “Opzione Zero” per esporre il punto di vista ambientalista contro la scellerata decisione di Veritas di ampliare l’inceneritore di Fusina.

Durante la sessione del consiglio comunale è nata una protesta da parte degli attivisti del comitato, e il richiamo all’ordine impartito dal presidente del consiglio comunale Giorgio Zappalori, segretario del PD di Mira, ha fatto sì che il compagno Mattia fosse portato fuori con la forza dalla sala consiliare dalla Polizia Locale, per poi essere ammanettato dai Carabinieri, messo in stato di fermo e condotto in caserma per essere rilasciato solo a tarda notte, dopo essere stato denunciato assieme all’anziano padre.

Mattia è stato accusato di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale e interruzione di servizio pubblico.

Come ben sappiamo, il dissenso dà sempre fastidio, e quando il dissenso si trasforma in protesta organizzata la soluzione la si trova con l’utilizzo della forza repressiva. In questo caso le istituzioni borghesi hanno dimostrato a tutti di essere meri strumenti al servizio del capitale e del profitto: Veritas può tranquillamente spadroneggiare e a nessuno deve poter venire in mente di intralciare i progetti aziendali.

La salute della popolazione è chiaramente l’ultima delle preoccupazioni per le aziende e le istituzioni, e la verità può tranquillamente essere imbavagliata (o, in questo caso, ammanettata).

Il Partito Comunista dei Lavoratori, nel confermare il proprio sostegno al compagno Mattia e a suo padre Cleanto, oltre che a tutto il comitato “Opzione Zero”, continuerà a sostenere la lotta della popolazione del veneziano contro l’ampliamento dell’inceneritore e a denunciare l’assurdità delle rassicurazioni di Veritas che da un lato intende investire milioni di euro per quel progetto, e dall’altro dichiara che non saranno incrementati i volumi di materiale incenerito.

Emerge con forza la necessità di porre Veritas sotto il diretto controllo dei lavoratori, e che sia immediatamente costituita una commissione popolare di controllo.

Partito Comunista dei Lavoratori – sezione di Venezia “Pietro Tresso”

Omologati di merda!

Da Hic Rhodus, 30 Gennaio 2020 dc:

Omologati di merda!

di Claudio Bezzi

Ci dice l’Eurispes che Il 15,6% degli italiani nega la Shoah (nel 2004 era il 2,7%). E il 16,1% (era l′11,1% oltre quindici anni fa) ridimensiona la portata dell’Olocausto, sostenendo che avrebbe determinato un numero di vittime inferiore a quanto documentato dai libri di storia.

Ok. Perché i titoloni sui giornali? Non avrei saputo dire se la massa dei negazionisti o quasi-negazionisti fosse il 14,7, il 15,6 o qualcos’altro, ma che fosse una massa consistente era logico. In un’epoca in cui i complottisti delle scie chimiche fanno convegni in sedi istituzionali, i no-vax hanno ampio diritto di parola, i terrapiattisti impazzano, i terrorizzati dal coronavirus hanno crisi isteriche (ieri alla radio, da Nicoletti, una buona metà di ascoltatori in diretta temeva l’apocalisse, imputandola a misteriosi laboratori segreti di guerra batteriologica) e i pentadementi sono al governo, di cosa esattamente dovrei stupirmi?

Ma veramente credevate che il crollo dell’Impero Romano fosse stato causato dall’ennesima invasione barbarica che avrebbe soppiantato il più imponente e meglio organizzato esercito del mondo? Le cause furono interne, le lotte intestine, il cristianesimo, la crisi economica e sociale e via narrando. Ecco: noi stiamo assistendo a qualcosa di simile. Non serve mica un asteroide per distruggerci, né un virus della malora, o l’Isis. Fanno enormi più danni Netflix, Facebook, i selfie, il populismo, la sistematica distruzione della scuola, la democrazia impotente nell’epoca del globalismo, le ideologie che non si decidono a morire, il pensiero breve…

(P.S. Il titolo è una citazione cinematografica… lascio ai cinefili scoprire quale la fonte…)

Voto ai sedicenni? Anche NO

Da Hic Rhodus, 30 Settembre 2019 dc:

Voto ai sedicenni? Anche NO

di Claudio Bezzi

Per la serie “Una boiata al giorno”, per distrarre il popolo che si annoia, si sta blaterando di dare il voto ai 16enni, che se fossero quelli del primo Novecento si potrebbe anche discutere, mentre questi del nuovo millennio non sanno mettere due parole in fila e non sono informati su nulla, grazie a una scuola fallimentare e a genitori più bambocci di loro (eccezioni lodevoli a parte, quali i lettori di questo pregevole blog).

Io faccio una modesta proposta alternativa: voto solo ai 40enni, purché lavorino e paghino le tasse, che abbiano fatto almeno un paio di viaggi all’estero, che sappiano italiano (lo Ius Culturae, cazzo!) e inglese e che manifestino espressamente il desiderio di partecipare attivamente alla vita politica iscrivendosi in apposite liste, previo superamento di un esame di educazione civica (qualche nozione di Costituzione, sapete, per non dire per esempio che “Conte non l’ha eletto nessuno”).

(Nota mia: sul fatto che sappiano l’italiano – e non solo per il voto! –  sono ovviamente non solo d’accordo, ma fanaticamente d’accordo! Ma sull’inglese no: sono infatti contrario al colonialismo linguistico dell’inglese di cui siamo succubi un po’ in tutto il mondo, e sono da sempre per l’utilizzo, idealmente in tutto il pianeta, di una lingua creata o adottata apposta:che sia l’esperanto, o una neolingua, o l’elfico di Tolkien o la lingua Klingor mi è sostanzialmente indifferente, purché sia facile da apprendere e facile da usare, e che sia insegnata ovunque come seconda lingua. Purtroppo, un sogno irrealizzabile…)