Il governo del banchiere taumaturgo

Il governo del banchiere taumaturgo

In e-mail il 15 Febbraio 2021 dc:

Il governo del banchiere taumaturgo

di Michele Castaldo

Non solo i racconti delle religioni, ma anche la storia laica è ricca di personaggi raccontati in modo mitologico, in genere dopo la loro morte, anzi nella stragrande maggioranza dei casi dopo che da moltissimi anni avevano abbandonato la grigia terra. Nel caso di Mario Draghi, ancora in vita, è già un mito, ovvero l’uomo dei miracoli in economia. E chi se no poteva essere chiamato a governare un paese in crisi? Sicché le speranze superano la fantasia e nel personaggio si ripongono le certezze di uscire dalla crisi e di riprendere il cammino fulgido del capitalismo italiano. Dunque da destra, da centro e da sinistra, tutti concordi nell’applaudire finalmente l’uomo giusto, quello che ci salverà dalla pandemia del Covid-19 con la vaccinazione di massa e ci rilancerà come paese nella nuova fase economica, politica, sociale, culturale e ambientale. Insomma un nuovo mondo di un nuovo benessere.

L’uomo giusto, al posto giusto, nel momento giusto.

Il tentativo di queste note è quello di cercare di ragionare con freddezza evitando stupidi proclami. Ce n’è già troppi in giro che vi si dedicano.

Partiamo da un primo dato di fatto: il banchiere Mario Draghi è stato chiamato (da Mattarella o dai grandi gruppi dell’economia?) perché, come dice il filosofo Cacciari, la politica ha fallito. Il che è vero, ma siamo alla constatazione del fatto, non alla sua spiegazione. Allora dovremmo cercare di spiegare perché la politica ha fallito. Se in meno di tre anni cadono due strani governi di segno “opposto” vuol dire che c’è qualcosa di grosso che si muove nelle viscere della terra che sobbalza poi in superficie.

Renzi, che aveva voluto e si era adoperato perché nascesse il governo Conte.2 di segno opposto al Conte.1, si scinde dal Pd e dopo che per alcuni mesi ha pungolato il nuovo esecutivo a aumentare il passo – perché la crisi è grave – annuncia il ritiro degli esponenti di Italia Viva dalla compagine governativa. È matto il Matteo o c’è di mezzo qualcosa di grosso? Come sempre, se il dito indica la luna, i fessi guardano il dito. In realtà Renzi era ed è la punta dell’iceberg di necessità oggettive del capitalismo italiano che andavano affrontate di petto e con coraggio. Altrimenti detto: tutto il can can sul Recovery Fund e Recovery Plan si deve sintetizzare in questa semplice domanda: in che modo devono essere distribuite le risorse del nuovo debito che la Bce concede all’Italia per aiutarla a uscire dalla doppia crisi, della pandemia Covid-19 e dell’economia? Tutto il resto sono parole da intrattenitori dei talk show che avvolgono in fumisterie misteriose una cosa semplice da capire, perché il popolo meno capisce e più è possibile prenderlo per i fondelli; una legge antica quanto è antico il mondo.

Non per fare dietrologia, o, peggio ancora, andare alla ricerca di complotti e complottisti, ma solo per informare il lettore di queste note, che il 26 gennaio si dimette Conte.2 e il 28 gennaio, edito da Solferino-Corriere della sera, viene pubblicato un testo molto piccante di un autore di tutto rispetto, Roger Abravanel, il cui titolo dovrebbe far rizzare i capelli ai moderni democratici: Aristocrazia 2.0. Un libro che si fa leggere allegramente, perché l’autore non ha remore, non si nasconde, non usa le mezze frasi dei mestieranti della politica o dei filosofi da strapazzo, ma chiama le cose per nome. Un libro che mette in guardia una certa quota dell’establishment italiano da seri rischi, perché zavorrato dal familismo e da valori tradizionali. Il che sembra aver ispirato Matteo Renzi nella sua azione degli ultimi anni e additato dai mediocri equilibristi della democrazia parlamentare come uno che ribalta il tavolo.

Il propugnatore di una moderna classe di aristocratici la dice chiara: il post-Covid colpirà le piccole imprese e le grandi sfrutteranno meglio l’economia della conoscenza. Ecco la posta in palio, ecco perché viene chiamato Mario Draghi a dirigere un’operazione economica e politica per conto del capitale italiano nei confronti della valanga della concorrenza asiatica che si approssima. E Matteo Renzi ben si presta a un’operazione di prospettiva strategica, altro che chiacchiere. Pertanto la domanda è: com’è possibile che il governo della repubblica sia appeso a un personaggio che conta il 2% nei sondaggi? È da falsi ingenui di costruttori di “moderni” sistemi rappresentativi. La risposta è semplice: la forza delle leggi dell’economia sovrasta di gran lunga la volontà di chi si propone di tarpare ad esse le ali, in modo particolare in una fase di grave crisi dell’insieme del modo di produzione capitalistico, come in questo momento. Questa è la verità nuda e cruda.

Che l’Italia, sul piano politico, ovvero della rappresentatività delle varie necessità economiche e sociali, fosse una baraonda lo abbiamo potuto verificare sì nei momenti più acuti della crisi pandemica del 2020 e tuttora in corso, ma dovremmo anche avere la decenza di dire che la confusione tra il governo centrale e le varie regioni ha origine nella cosiddetta distribuzione dei poteri e delle autonomie. In un momento di grandi difficoltà, il buon senso consiglierebbe di centralizzare tutto e di organizzare in modo piramidale ogni iniziativa. E se l’italianizzato R. Abravanel nel suo libro indica la Cina piuttosto che l’Italia, come modello da seguire in certi frangenti gravosi, e quello attuale certamente lo è, tutto gli si può rimproverare meno che di essere un idealista comunista.

Col rischio di scandalizzare una certa sinistra ipocrita e meschina, andrebbe detto che nel 2016 Renzi tentò il colpo gobbo col referendum sul «combinato disposto» di ridurre il peso delle autonomie regionali per avocare allo Stato centrale le decisioni più importanti sul piano economico e su quello delle opere pubbliche, e rendere più funzionali alcune strutture burocratiche che la nuova fase di crisi richiedeva. Premesso che in campo non c’era un movimento reale di mobilitazione di massa che si opponesse all’iniziativa renziana, confluirono nel No politico al referendum tanto la destra sovranista quanto la sinistra, anche quella cosiddetta estrema, in nome della democrazia rappresentativa e delle autonomie regionali. A distanza di qualche anno, qualche domanda andrebbe posta. Ma il popolo politico metabolizza tutto con grande celerità. Poi però la borghesia italica messa alle strette, per la famosa valanga che avanza, mette da parte la baraonda dei politici e chiama a scendere in campo, e fare il lavoro sporco, direttamente chi di economia se ne intende e sa come manovrare senza scrupolo le vere leve del potere, cioè quello economico.

Non ci si meravigli, peraltro, se nella formazione del nuovo governo della Repubblica compaiono ancora più politici che tecnici: saranno i politici ad obbedire ai tecnici e non viceversa, in quanto sono i tecnici che devono dirigere la barca in una certa direzione. Ma perché? Perché – dice Abravanel – «il capitalismo di Stato italiano dovrà attuare una grande trasformazione nell’era del post-Covid ».

Ma perché? Perché – dice il moderno aristocratico Abravanel – « il capitalismo di Stato italiano dovrà attuare una grande trasformazione nell’era del post-Covid ».

Dalla lettura del testo che sto citando emerge con chiarezza la necessità di uno sforzo ulteriore, un vero e proprio colpo di reni per contrastare la concorrenza – la famosa valanga asiatica – in Occidente, e per quel che da vicino ci riguarda, in Italia, senza precedenti. Non a caso si criticano le baronie universitarie e i salotti del capitalismo familista. L’autore di Aristocrazia 2.0 suona la sveglia per un capitalismo impigrito e zavorrato che alla lunga rischia di fare la fine dell’Argentina. Dunque, detto in modo brutale, certe pere cotte alla Conte.1 e Conte.2, non servono. Tanto meno servono certe prediche domenicali contro la selezione « darwiniana » della specie, che si impone come una assoluta necessità in questa fase. Sicché « I docenti che strombazzano a destra e a manca la diseguaglianza difendono un modello d’istruzione tipico di quelle società medioevali, pensato per chi non deve guadagnarsi da vivere grazie all’istruzione, ma studia per hobby e per fare bella figura nella società, tanto il lavoro non è necessario per produrre ricchezza perché la posizione o la ricchezza si ereditano », leggiamo a p. 210.

È certamente difficile digerire un linguaggio crudo come questo, che disegna certamente uno spaccato richiamando «il 6 politico, gli studenti fuori corso e i Mario Capanna alla Statale di Milano». È una rottura epocale dovuta alla pressione delle leggi oggettive del capitale che si innalzano verso un nuovo ciclo concorrenziale a una potenza superiore. Un ciclo nel quale invocare Spinoza per un diritto eguale o una fervida democrazia fra gli uomini equivale e perdere tempo. Abravanel, con la chiamata alla guerra per la costituzione di una nuova classe aristocratica che si ponga come missione, attraverso la ricchezza individuale, di produrre un nuovo sviluppo per l’umanità, in realtà chiama alla guerra tutte le classi sociali che il modo di produzione capitalistico ha sin qui prodotto per un nuovo balzo in avanti, una ristrutturazione “rivoluzionaria” al suo interno. L’idea che l’insieme del modo di produzione possa viaggiare dritto verso la catastrofe non lo sfiora minimamente.

Più di un autore occidentalizzato, come per esempio Parag Khanna, di origine indiana, oltre al nostro italianizzato Abravanel, ci invita a guardare all’Asia per come riesce a preparare la sua classe dirigente, la sua burocrazia, le sue istituzioni e la sua attività imprenditoriale, e in modo particolare ci indica l’isola-città di Singapore come esempio da seguire. Addirittura, ci viene riferito che «I più impegnati a studiare il modello meritocratico di Singapore sono stati i cinesi che da vent’anni vedono come obiettivo della loro burocrazia la crescita economica del Paese diventata il motore di una profonda meritocrazia nel settore pubblico cinese che riscopre i valori degli antichi mandarini». Chissà cosa penseranno certi orfani del maoismo che guardano ancora alla Cina come possibile modello del comunismo.

A certe esortazioni a fare come Singapore, almeno per quel che ci riguarda, si potrebbe facilmente aggiungere che l’Occidente ha fatto talmente schifo col suo liberismo, grazie ai super-profitti del colonialismo, che i popoli asiatici una volta conquistata la possibilità di uno sviluppo autoctono cercano di capitalizzare al meglio le proprie risorse.

Il dottor Abravanel ne ha per tutti e in modo particolare per quelle strutture, come le università, che dovrebbero formare, in una fase come quella attuale, l’Aristocrazia 2.0. «Forse con l’unica eccezione della Bocconi (privata), il sistema delle università pubbliche italiane, anche quello delle migliori, si è chiamato fuori” dalla corsa per la leadership intellettuale dei paesi avanzati. […] Hanno abbandonato la competizione per l’eccellenza. La classifica QS del 2020 dimostra che tra le prime cento non c’è nessuna italiana. La prima a comparire, il Politecnico di Milano, è al numero 149 ».

Insomma il quadro è chiaro, l’eccellenza universitaria dovrebbe avere queste caratteristiche: «I laureati al MIT hanno creato aziende come Intel, Qualcomm, Akamai, Bose, Raytheon, Dropbox con un fatturato stimato in 3 mila miliardi di dollari e tre milioni di high value jobs; studenti come Bill Gates e Mark Zuckerberg che hanno fondato Microsoft e Facebook». Dunque l’università italiana va ristrutturata da cima a fondo e lo deve fare in funzione di una nuova aristocrazia che faccia da volano per l’economia italiana chiamata ad affrontare una sfida epocale.

Non vogliamo intrattenere oltre il dovuto il lettore su questo argomento, i cui capisaldi sono chiari come la luce del sole, ma soltanto evidenziare il fatto che negli Usa, il Paese che viene citato come esempio per le sue università, Harvard e Oxford, giusto per dirne qualcuna cui guardare, bene, proprio in quel Paese, nel 2020, cioè in piena pandemia, si sono verificati fatti di un certo rilievo storico, anche se solo apparentemente di segno opposto, come le rivolte per l’uccisione di G. Floyd e l’occupazione di Capitol Hill da parte degli elettori di Trump, originati però dagli stessi fattori, cioè dalla crisi economica di sistema che ha ispirato il libro di Massimo Gaggi dal titolo Crack America. E c’è stato chi ha identificato le ragioni di quel crack in una causa precisa: nel blocco dell’ascensore sociale denunciato da Michel Sandel nel suo saggio The Tiranny of Merit (La tirannia del merito) che ancor prima di essere pubblicato in Italia (lo sarà nel prossimo aprile 2021 per la Feltrinelli) il nostro Abravanel ha già criticato in modo frontale per riaffermare che non esistono alternative a una legge naturale come quella della selezione darwiniana della specie umana, dunque avanti tutta con la costituzione anche in Italia di una moderna aristocrazia in missione storica per un nuovo sviluppo dell’economia, in vista di una sfida globale.

Vorremmo essere chiari su un punto qualificante: ogni tesi, la più razionale che possa sembrare, cammina sempre sul filo del rasoio e se viene assolutizzata presenta sempre i rischi di scivolare da una parte o dall’altra. A dimostrazione di non avere preconcetti riguardo alla tesi di Abravanel sulla meritocrazia, diciamo che in astratto essa è preferibile rispetto al clientelismo e alle raccomandazioni. Ma non avremmo risolto il problema, perché lavorare per merito o far carriera per lo stesso motivo, in una società di liberi e uguali in cui dovesse vigere il principio comunitario, non ci sarebbe nulla da obiettare, il merito si dimostrerebbe nei fatti. Ma viviamo da alcuni secoli in rapporti sociali dove vige il principio dell’accumulazione e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, un principio che in partenza costituisce perciò il fattore discriminante di un uomo nei confronti del suo simile. Sicché il merito non si misura in astratto, ma commisurato a quella funzione prestabilita di meccanismi oggettivi per l’accumulazione e lo sfruttamento. In simili rapporti ha buon gioco la posizione di chi sostiene che l’applicazione della legge del merito è la più sana e corretta che si possa applicare nei rapporti sociali. Una “correttezza” – come dice lo stesso Abravanel – che va bene per la destra, in funzione dell’accumulazione capitalistica, e va bene alla sinistra perché esalta il merito, dunque l’eguaglianza del diritto eguale, di fronte alla discriminazione della raccomandazione e della corruzione.

Senza nasconderci dietro il dito, la tesi del filosofo Michael Sandel, che compare chiara e netta nell’intervista rilasciata a Corriere della sera del 6 dicembre 2020, è: « Ma i mercati non sono neutri. La cosa preoccupante è che ad essi, e ai loro valori, abbiamo delegato la responsabilità di risolvere le questioni morali. Infatti, se ne vedono le conseguenze sul dibattito pubblico, sempre più impoverito e in realtà scevro di temi etici. Abbiamo smarrito la capacità di avviare un dibattito etico a livello pubblico. Uno degli scopi di questo libro era quello di incoraggiare, di ispirare un dibattito».

Si tratta di una posizione teorica debole, incapace cioè di affondare il bisturi alla radice del male per estirparlo, e per questa ragione ha buon gioco Abravanel nel criticarla, semplicemente perché la forza delle leggi dell’economia e dei rapporti impersonali dei ruoli dell’attuale sistema sociale non possono essere affrontati con l’arma della morale. Lo stesso Sandel dopo aver criticato la sinistra americana per aver accettato e fatto proprio il principio del merito, arriva alla conclusione che « La reazione populista degli ultimi anni è stata una rivolta contro la tirannia del merito, così come è stata vissuta da chi si sente umiliato dalla meritocrazia e da questo intero progetto politico», figurarsi di fronte all’ipotesi dell’Aristocrazia 2.0 di Abravanel.

Ma resta il punto fermo: la questione non è merito sì merito no, ma la funzione del rapporto dell’uomo con i mezzi di produzione in funzione dell’accumulazione di capitale si o no. Questa è la questione che si comincia finalmente e seriamente a porre in questa fase storica. E che sia gravida di scenari preoccupanti lo dimostra ancora una volta proprio l’autore che stiamo esaminando, che paventa un pericolo Argentina per l’Italia: « I mercati stanno accettando che aumenti, come aumenterà il debito di altri Paesi (il nostro di più), e il Recovery Fund è una garanzia almeno nell’immediato, ma se il Paese non inizia a rendere credibile una vera inversione di tendenza sulla crescita, ferma da quarant’anni, non saremo debitori credibili e il default con controllo dei capitali dello “scenario Argentina” diventerà sempre più probabile (p.275) ».

Ora, chi sia stato o chi sia Mario Draghi non ci interessa un bel niente, perché le forze impersonali del capitale e dei riflessi sui meccanismi sociali si imporranno anche a lui come si sono imposte alla necessità di chiamarlo alla Bce prima e a dirigere l’attuale governo oggi. Non a caso la Lega sovranista e salviniana si è subito adeguata al nuovo ruolo, pronta ad applicare la massima ciceroniana: ubi bene ibi patria (Nota mia: dove sto bene li è la mia patria). Se l’Europa ci finanzia, viva l’Europa. E pazienza – saranno costretti a dire Georgetti e suoi seguaci – se a farne le spese saranno piccole aziende o aziende in difficoltà, perché la crisi pandemico-economica seleziona e non tutti potranno allo stesso modo sopravvivere, anzi mors tua vita mea. Un concetto che Ferruccio De Bortoli va ripetendo continuamente: la pandemia farà chiudere un bel po’ di aziende.

Stesso discorso per quanto riguarda personaggi della portata di Roberto Cingolani, il fisico posto al Ministero per la Transizione Ecologica come bandierina del nuovo corso, che il M5S metterà al petto come trofeo per il sostegno a questo governo. Contenti loro, attratti nella rete governativa del nuovo salvatore della patria, felici noi. Attenzione bene, però, che la campana suona proprio per un settore specifico di elettori 5Stelle, cioè di giovani diplomati e laureati che hanno riposto grandi speranze nel voto al grillismo e ai governi cui stanno partecipando e che pagheranno un prezzo molto alto perché la digitalizzazione, come sostiene Abravanel, è più selettiva che mai (e serviranno ancor meno i 30 e lode rilasciati nel sud italiano), anzi proprio con essa si dovrà procedere per riuscire a formare dei manager rampanti e aristocratici in funzione di una imprenditoria capace di reggere alla valanga in arrivo.

Per quanto riguarda l’ambientalismo la nostra diffidenza non è riferita al personaggio e tanto per essere chiari diciamo che a fine febbraio del 2020 un nome altisonante come Carlo Rovelli, anche lui fisico su Corriere della sera scriveva: « Il valore del Green Deal europeo è centrato sull’idea di trasformare la sfida ambientale in opportunità anche economica. Non è presentato come limite alla crescita ma come una nuova strategia di crescita ». Eravamo allora alle prime notizie che giungevano da Wuhan e l’emerito scienziato si avventurava in una nuova proposta per una nuova crescita dell’economia. Dopo poco più di un mese lo stesso scienziato pubblicava sempre su Corriere della sera (del 2 aprile) un articolo al cui cospetto l’urlo di Munch avrebbe fatto la figura dell’oca giuliva.

Leggiamo solo qualche passaggio «La realtà forse più difficile da accettare è che quello che sta succedendo non è colpa di nessuno. Non è come la guerra, scatenata dalla follia di noi umani. […] Ma la realtà è che questo disastro non ha colpevoli. […] siamo nelle mani della natura, che a volte ci riempie di regali, a volte ci maltratta brutalmente, con sovrana indifferenza».

Ma lo stesso Rovelli solo un mese prima scriveva: «L’emergenza ambientale è grave. Abbiamo già cominciato a subirne avvisaglie con danni ingenti e morti causati da ondate di calore, mega-incendi, inondazioni in regioni costiere, siccità, problemi per la pesca, uragani, riduzione delle risorse idriche, e altro. Ma i dati indicano che la situazione si aggraverà». Di chi la colpa? Di nessuno, risponde Rovelli. Evidentemente c’è qualcosa che non va.

Ma non è finita, perché se fino a un mese prima pensava che la scienza potesse creare nuove opportunità di crescita dell’economia, ora scrive: « Ma mai come adesso vediamo che la scienza non sa, ovviamente, risolvere tutti i problemi ».

Per concludere diciamo che il mondo capitalistico occidentale da alcuni anni si sta avvitando su sé stesso continuando a indebitarsi e scommette continuamente sulla possibilità di una nuova ripresa economica. L’Italia non fa eccezione, anzi è stretta nella morsa non solo di concorrenti asiatici spietati, ma anche dei paesi europei che sono al contempo alleati e concorrenti, e degli stessi Usa che la dovrebbero “proteggere”. Sicché il nuovo debito del Recovery Plan, che non è un nuovo piano Marshall come dicono gli imbonitori di professione, si presenta come una scure sull’insieme dell’economia italiana per due motivi: primo perché si tratta di una coperta fin troppo corta per poter coprire tutte le necessità dei settori sociali coinvolti nella crisi economica e in quella pandemica; e secondo motivo perché per pagare il nuovo debito in assenza di una robusta ripresa economica saranno dolori.

Non vorremmo apparire profeti di sventura, ma vediamo troppe spie rosse lampeggiare che ci dicono che il modo di produzione capitalistico è arrivato a un punto dove non è più possibile fare “miracoli”, perché il paradiso è diventato piccolo ed è pieno di santi che implorano il padreterno, che ormai è vecchio, stanco, stufo e anche rincoglionito e non sa più a chi dare retta, tanto è vero che sono in difficoltà anche i banchieri di Dio. Farà eccezione Mario Draghi? Sognare non costa niente e illudersi ancor meno. Gli Usa solo un anno fa pensavano di aver sistemato una questione internazionale con l’Iran con l’uccisione di Soleimani e si sono ritrovati con una destabilizzazione interna di un certo interesse storico. L’ondata arriverà inevitabilmente anche in Europa e l’Italia è certamente fra le prime candidate.

In ultimo una nota su Alessandro Di Battista.

Riccardo Cocciante negli anni ’70 cantava: «povero diavolo, che pena mi fai». Si, i personaggi del M5S fanno pena. E chi si erge da padreterno per condannarli sbaglia e non di poco, perché non ha la forza e la capacità di affrontare una questione molto complicata che sta sotto la tragedia di una generazione tradita da un sistema sociale che l’aveva illusa, contro cui si è scagliata rabbiosamente, così come poteva, illudendosi, da dilettante allo sbaraglio, che pensa di cambiare il mondo. Tutti i nuovi movimenti sociali nascono con le stesse caratteristiche, quelle di spaccare il mondo se riescono a prendere le redini in mano, poi le prendono e vengono imbrigliati dai meccanismi del modo di produzione capitalistico. Il M5S non poteva fare eccezione, era un movimento composito e come tale doveva – alla prova delle dure leggi dell’economia – sbriciolarsi, non morire.

Ad Alessandro Di Battista va riconosciuto un solo merito, quello di aver denunciato, attraverso il libricino Politicamente scorretto, la forza di ingabbiamento delle stanze ovattate del potere politico e istituzionale. Lui però non sa che quel potere obbedisce agli ordini di leggi potenti come quelle del capitale. Questo è il suo limite. Un limite che può essere perdonato ad un giovane digiuno di teoria, di storia e di filosofia, che si presenta come ribelle, ma non a vecchi marpioni alla Grillo, abituato a rasentare in mille modi il potere economico e dunque anche a conoscere il potere politico. E se si pone come argine ai movimenti di piazza, come il Beppe andava continuamente ripetendo, è reazionario. E chi all’estrema sinistra si era illuso di cavalcare e utilizzare il M5S è servito. La decenza consiglierebbe il silenzio, ma chi ha le mani infarinate non riesce a tacere. Difatti Di Maio, il più scaltro e coerente di tutti gli altri, non tace, mentre Grillo inneggia al grillismo di Draghi. Poi ci sono gli illusi cresciuti alla scuola di Indro Montanelli che si appellano ai giudici, alle leggi e alla Costituzione e frignano per la caduta di Conte.2 dopo aver sostenuto vergognosamente il Conte.1 con Salvini ministro degli Interni.

Mentre Cocciante canta ancora: «Povero diavolo che pena mi fai, e quando a letto lui – il capitale – ti chiederà di più, glielo concederai perché tu fai così, come sai fingere se ti fa comodo! ».

 

Il governo neo-democristiano di Mario Draghi

In e-mail il 15 Febbraio 2021 dc:

Il governo neo-democristiano di Mario Draghi

di Lucio Garofalo

Ricordo che i golpe, un tempo, venivano attuati dai militari, oggi li ispirano i grandi banchieri e i tecnocrati dell’alta finanza, emissari della Confindustria ed alti referenti del Vaticano.

Tuttavia, in modo ipocrita li chiamano “governi tecnici”. Lungi da me l”intenzione di formulare un’analisi dietrologica: qui mi limito ad una presa d’atto, ad una mera constatazione di quanto è accaduto sotto i nostri occhi nell’ultimo mese.

Ad insinuare dubbi non sono i “perfidi bolscevichi” ed i “sovversivi rossi”, bensì pennivendoli al servizio degli apparati di potere, alti funzionari organicamente inseriti nei Palazzi del potere da anni. Viceversa, stupisce (non più di tanto) che i soggetti di un fantomatico e vago “centro-sinistra”, in cui si riconoscono oggi il PD, il M5S e vari “cespuglietti”, non abbiano mai battuto ciglio, né proferito verbo, per denunciare, né per stigmatizzare una congiura di palazzo in piena regola, che è stata orchestrata da elementi politici che fanno capo al potere economico sovranazionale ed “anonimo”, vale a dire il capitalismo cosmopolita, che non è più tanto occulto ed agisce in modo eversivo.

Una trama in cui il doppiogiochista Renzi ha fornito il ruolo dell’ariete di sfondamento, per rovesciare Conte e insediare un nuovo esecutivo, di tipo “tecnico”, che dai nominativi di alcuni ministri “riesumati” alla stregua del dottor Frankenstein (Brunetta e Gelmini, giusto per citare un paio di nomi che ci fanno rabbrividire), si preannuncia già tetro e sinistro.

Mi viene in mente una vignetta disegnata da Vauro ai tempi del governo Monti, che apparve su il Manifesto, in cui un tizio chiedeva: “E la democrazia?”, e un altro rispondeva: “L’hanno pignorata le banche!”. È una sintesi geniale di quanto è accaduto ancora nella realtà odierna.

Anzitutto, la squadra del neonato esecutivo Draghi concentra una serie di figure legate a doppio filo con i poteri forti e tradizionali, che da anni condizionano il triste destino del nostro Paese: le banche d’affari, la Confindustria, il Vaticano, i vertici militari. Tali poteri sono rappresentati nel governo Draghi in modo completo, usando il vecchio “manuale Cencelli”.

Infatti, figurano vari portavoce della Confindustria e dei poteri economici di regime, bocconiani, nonché docenti di università private, più alcuni fiduciari delle alte gerarchie ecclesiastiche, ed infine vecchi arnesi del berlusconismo,che credevamo, in modo ingenuo, che fossero ben riposti in una soffitta, e via discorrendo.

Il loro compito sarà di ordine prettamente tecnico-esecutivo, più che politico, in quanto dovranno tradurre in atti ed in provvedimenti di legge immediati le direttive dettate dai vertici del mondo confindustriale: si tratta di una linea politica sposata in pieno dalle più alte istituzioni globali, come il FMI e tutto l’establishment al completo, bancario e finanziario, di tipo sovranazionale.

Si potrebbe azzardare l’ipotesi che Draghi sia solo l’esecutore di un “disegno” di commissariamento del governo del nostro Paese.

Si è passati ad un tipo di esecutivo in cui figurano i referenti delle grandi banche d’affari, i “tecnici” confindustriali ed i referenti della curia pontificia, nonché lo “stato maggiore” berlusconiano. È arduo scegliere il “meno peggio” in un calderone pieno di personaggi a dir poco discutibili, di cui già abbiamo sperimentato le “capacità”: ricordo solo l’operato del già citato Brunetta.

L’esecuzione dei principali punti programmatici, prescritti dall’alto al governo del nostro Paese, da parte dei soggetti che in vari modi costituiscono l’emanazione più diretta delle più alte oligarchie del mondo finanziario, comporterà forse ulteriori violazioni dei diritti e principi di tipo democratico e sindacale, ovvero delle residue tutele sociali che ancora hanno garantito il mondo del lavoro nei comparti della Scuola e Pubblica Amministrazione in Italia.

È assai lecito paventare il rischio che incasseremo ulteriori sacrifici in quanto lavoratori. Dalle enunciazioni ancora piuttosto vaghe e generiche, direi ambigue, a tal punto che Mario Draghi si potrebbe ribattezzare come “democristiano”, si evince una palese assenza di rottura rispetto alla linea seguita dai governi negli ultimi lustri. Al contrario, si coglie una linea di aperta continuità con la politica adottata in passato da diversi governi sul fronte economico-sociale, e in particolare sul tema dell’istruzione scolastica e della Pubblica Amministrazione.

Il Mago, il Genio e il vaso di Pandora

Da Hic Rhodus, 5 Febbraio 2021 dc:

Il Mago, il Genio e il vaso di Pandora

di Ottonieri

Il momento è arrivato: il disegno di Renzi, come ha scritto qui Claudio Bezzi, è giunto a compimento, con la designazione di Mario Draghi come Presidente del Consiglio. Renzi, da spregiudicato pokerista, ha puntato tutte le (nostre) fiches sperando in un en plein che faccia saltare il banco, e, mentre la ruota della roulette ancora gira, è difficile capire quale sarà l’esito di questo azzardo.

Al momento della nascita del governo giallo-verde, avevo preso spunto da un articolo che avvicinava la narrazione politica ai modelli letterari basati sull’uso degli archetipi per chiedermi: Fare politica contro la propria narrazione: chi ci rimetterà di più? . In quell’occasione, osservavo che il governo Conte-bis obbligava quasi tutti gli attori politici a “recitare” una parte contraddittoria con il loro Storytelling naturale, tranne Renzi, che però per restare fedele al “suo” archetipo narrativo, il Mago, avrebbe dovuto sorprendere, giocare il tutto per tutto, fare la parte del governo e dell’opposizione allo stesso tempo, per rubare il palcoscenico ai suoi antagonisti (cioè a tutti, per natura di Renzi).

Un anno e mezzo dopo, e purtroppo dopo anche una terribile e tuttora aperta contabilità di malati e morti, le parti non sono molto cambiate: Il M5S e il PD hanno continuato a svolgere un ruolo stridente con i loro modelli archetipali (rispettivamente, il Ribelle e il Saggio), e lo stesso Salvini, che due anni fa sembrava inarrestabile, ha completamente perso l’iniziativa politica, anche lui tradendo il suo archetipo di Eroe guerriero. In questa situazione, Renzi ha visto l’occasione per fare, appunto, l’en plein, spiazzando tutti, riducendo ulteriormente lo spazio politico della Lega (vai a dire agli imprenditori lombardi che Draghi non va bene…), frantumando definitivamente il M5S e paralizzando il PD che, con la gestione Zingaretti, onestamente si era già ampiamente paralizzato da solo. Tutto questo chiamando in causa il Genio, l’unico uomo di cui nessuno oserà (per ora) mettere in dubbio la competenza, ma di cui non c’è da temere la concorrenza politica perché, e la storia italiana lo dimostra, i tecnici, anche di altissimo rilievo, servono per togliere le castagne dal fuoco finché i politici non si sentono abbastanza sicuri da rituffare le mani nel sacco delle castagne stesse.

Un azzardo? Enorme. La situazione complessiva del paese, la fragilità di ogni possibile maggioranza parlamentare, la complessità dei piani che occorrerà mettere a punto e realizzare per spendere i soldi del Recovery Fund, la dipendenza dell’Italia dai partner europei, dagli USA di Biden, dalla Cina e persino dalle multinazionali, sono tutti fattori di estrema incertezza. Un governo Draghi potrebbe cadere in qualsiasi momento, e un governo Draghi composto di persone serie e competenti non potrebbe che entrare in tensione con il M5S, che serietà e competenza non sa neanche dove siano di casa, e che quindi prima o poi dovrà per forza ritirare il suo, oggi ancora dubbio, appoggio a Draghi, pena diventare il partito dell’establishment tanto quanto l’odiatissimo PD.

Ma in questo azzardo Renzi non rischia nulla, per la buona ragione che non ha alcun capitale politico. La sua rappresentanza parlamentare è stata eletta con i voti del PD, voti che Italia Viva oggi non prenderebbe mai; lui, personalmente, è intollerabile per la grandissima maggioranza degli elettori, e lo sono altrettanto i suoi collaboratori più visibili; la sua squadra di fedelissimi ha una statura mediocrissima, e non ha molte altre virtù oltre l’obbedienza. Renzi, paradossalmente, al tavolo della roulette non rischia del suo; si gioca la nostra salute, il nostro benessere, la nostra pace sociale, in una parola il nostro futuro. Se la scommessa su Draghi fallirà, a pagare saremo noi cittadini. Insomma, Renzi per evocare il Genio Mario Draghi anziché la lampada di Aladino ha fatto ricorso al vaso di Pandora, con tutto quel che ne potrà conseguire, se SuperMario non riuscirà a domarne i cattivi genii.

In conclusione, e con questo rispondo indirettamente anche all’amico Claudio, non facciamoci ingannare dall’ennesimo gioco di prestigio di Matteo Renzi: quella banconota che sta tagliuzzando assicurandoci che la ricomporrà miracolosamente ce l’ha sfilata dal portafogli, dove in ogni caso sarà difficile che la faccia tornare: appena distoglieremo gli occhi, se la ficcherà in tasca.

Pfizer, AstraZeneca, Moderna…la vaccinazione di massa ostaggio del profitto

In e-mail il 30 Gennaio 2021 dc:

Pfizer, AstraZeneca, Moderna… la vaccinazione di massa ostaggio del profitto

29 Gennaio 2021

Il mercato e la concorrenza imperialistica non fanno eccezione per la produzione e la distribuzione di vaccini, e quindi per le vaccinazioni. Di fronte alla più grande pandemia degli ultimi cento anni, la vita dell’umanità è ridotta a variabile dipendente del profitto.

La campagna europea per la vaccinazione di massa era partita con grande squillo di trombe. Non era e non è solamente una campagna propagandista tesa a celebrare il volto umanitario dell’Unione Europea di fronte al contagio. Era ed è anche un investimento strategico nella ripresa economica del capitalismo continentale dopo la grande recessione del 2020, un investimento decisivo sul terreno della competizione mondiale con l’imperialismo USA e l’imperialismo cinese.

Ma il diavolo fa le pentole dimenticandosi dei coperchi. I colossi capitalistici della farmaceutica, gli uni contro gli altri armati, hanno prima incassato le regalie pubbliche dei rispettivi Stati e ora tagliano la produzione del vaccino. È il caso dell’americana Pfizer, poi dell’anglo-svedese AstraZeneca, infine dell’americana Moderna.

L’obiettivo è tanto cinico quanto semplice: sfruttare il proprio peso monopolista per alzare i prezzi pattuiti, vendere i vaccini a clienti più compiacenti (magari perché più ricchi o più ricattabili), privilegiare i propri Stati nazionali di riferimento, usare in ogni caso senza pudore la segretezza dei contratti stipulati con UE, a tutela dei propri brevetti e dei relativi affari.

I governi imperialisti della UE e la loro Commissione protestano ora per le mancate consegne, e “chiedono” ai colossi farmaceutici di poter “pubblicare” i contratti. Il fatto stesso di dover chiedere ad azionisti privati il permesso di pubblicare contratti che riguardano l’interesse pubblico dell’umanità è già di per sé indicativo della natura della società capitalista. Oltretutto le case farmaceutiche hanno buon gioco nel rivendicare il sacro diritto della concorrenza a tutela dei propri brevetti: è la legge del mercato, bellezza! Quella stessa legge che i governi capitalisti di tutto il mondo invocano ogni giorno per giustificare la compressione dei salari, i licenziamenti di massa, la distruzione dei diritti, il taglio delle spese sociali… Si tratta dell’interesse mondiale dei capitalisti a continuare a scannarsi tra di loro sul mercato mondiale prendendo in ostaggio i propri salariati e arruolandoli nelle proprie guerre.

Ora l’esigenza di ripresa dell’economia capitalistica mondiale richiederebbe una gigantesca e rapida produzione di massa dei vaccini su scala planetaria. Ma la concorrenza sul mercato dei diversi Stati o poli imperialisti si riflette sui processi di vaccinazione, i loro tempi e le loro forme. Anche la vaccinazione è diseguale e combinata, come l’anarchia del capitalismo mondiale. Pfizer e Moderna privilegiano il proprio imperialismo USA, impegnato innanzitutto a contrastare la Cina. AstraZeneca tutela in primo luogo l’imperialismo inglese, impegnato nella complessa gestione della Brexit. Gli imperialismi continentali europei arrancano in salita sgomitando tra loro, in inferiorità di mezzi. Si pensi solo che l’Unione Europea ha previsto per il piano di vaccinazione due miliardi e settecento milioni, gli USA ne hanno investito diciotto. La disparità di potenza si occupa a modo suo della salute.

E ora? La Commissione Europea si divide sul da farsi, a seconda degli interessi nazionali in gioco. L’Italia minaccia ricorsi legali contro Pfizer e AstraZeneca. I governi nordici, a partire dalla Svezia, rimproverano alla Commissione di essersi mossa in ritardo e difendono i diritti contrattuali dei colossi. Germania e Francia dal canto loro si affidano alle soluzioni di outsourcing delle case farmaceutiche, auspicando liberi accordi tra interessi privati foraggiati da nuovi aiuti pubblici, come quello che vede la francese Sanofi produrre insieme a Pfizer e BioNTech (tedesca) 125 milioni di dosi del farmaco.

L’unico elemento certo è che di fronte alla più grande pandemia degli ultimi cento anni, la vita dell’umanità è ridotta a variabile dipendente del profitto, mentre le spese militari aumentano vertiginosamente a tutte le latitudini del mondo, assieme al volume d’affari delle Borse. Nel mondo dell’intelligenza artificiale e dei miracoli della scienza, la vita umana resta segnata dalla legge della giungla. «Genio tecnico e idiozia sociale», così Trotsky definì il capitalismo alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Una caratterizzazione perfetta anche per l’oggi.

La vaccinazione di massa, rapida e universalmente disponibile, è un’esigenza primaria dell’umanità.

Via il segreto commerciale sui contratti stipulati fra gli Stati e le case farmaceutiche: tutti hanno diritto di conoscere ciò che riguarda la loro vita!

Via i brevetti a tutela dei profitti: le conquiste della scienza medica vanno subito messe al servizio di tutto il genere umano!

Nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori dell’industria farmaceutica, in ogni Paese e su scala mondiale, per sviluppare una produzione di massa pianificata dei vaccini e la loro distribuzione sull’intero pianeta in base ai bisogni di tutti e di tutte!

Liberare l’umanità del capitalismo è più che mai oggi una esigenza morale e vitale.

La lotta per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, che riorganizzi la società da cima a fondo, si ripropone ovunque, oggi più di ieri, come l’unica vera soluzione alternativa.

Il socialismo è il solo ordine nuovo; la rivoluzione l’unica via per realizzarlo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Accolta Petizione per San Siro in Commissione Ue

In e-mail il 28 Gennaio 2021 dc:

Accolta Petizione per San Siro in Commissione Ue

Buonissime notizie ! 

 
È stata accettata – con votazione unanime – la procedura d’urgenza per la Petizione a sostegno della ristrutturazione dello stadio Meazza a San Siro da parte della Commissione Europea.

La discussione in Parlamento potrebbe essere calendarizzata già per marzo o aprile.

La Petizione “In difesa dello stadio pubblico Meazza a San Siro” era stata inoltrata dal Comitato Coordinamento San Siro alla Commissione Europea in dicembre ed era anche stata richiesta di una procedura d’urgenza, richiesta presentata dall’europarlamentare Eleonora Evi.

È davvero una buona notizia. E ancor più perché è stata una votazione unanime: dimostrazione che – come abbiamo sempre sostenuto – la questione Stadio San Siro non è solo una storia di un quartiere e nemmeno di una sola città, bensì una questione internazionale. 
Lo stadio Meazza a San Siro come dimostrato si può ristrutturare e ammodernare alla grande, mantenendo però le sue caratteristiche iconiche. In questo modo non c’è necessità di costruire un nuovo stadio e distruggere il verde esistente.


Come ricorderete la nostra Petizione si basa su tre pilastri: il valore storico e architettonico, l’importanza antropologica e la rilevanza paesaggistica di uno stadio che si può ristrutturare.

In particolare chiede:
● Salvaguardia di una area pubblica di 5 ettari di verde profondo con alberi ad alto fusto
● Stop ad una speculazione finanziaria di società estere
● L’arresto di un’enorme cementificazione con forte impatto ambientale
● Conservazione dell’identità del quartiere
● Partecipazione alle scelte urbanistiche della città e l’ascolto dei pareri cittadini, le cui proposte di progetti alternativi non sono state presi in considerazione
● Riconoscimento dei diritti dei cittadini



Quanto sopra, anche in considerazione del fatto che si tratta di:
● Opera pubblica di proprietà del Comune di Milano
● Affittata a società estere
● Società estere che vorrebbero abbattere un bene pubblico dello Stato italiano

La petizione si oppone alla proposta da parte di investitori privati esteri di un’enorme speculazione immobiliare a danno di un bene pubblico con edificazione, oltre a grattacieli, centro commerciale, centro congressi, hotel sopra la suddetta area verde, anche un nuovo stadio con abbattimento dell’esistente.

Speriamo che la notizia abbia risalto sui media (è stato diffuso un comunicato a oltre 200 giornalisti).

Oltre a ciò alcune altre notizie :

“Sua altezza … La Galleria Panoramica” https://www.facebook.com/groups/www.coordinamentosansiro.it/permalink/1034339603719564/

Gli ingegneri Riccardo Aceti e Nicola Magistretti hanno depositato in Comune il loro progetto di ristrutturazione dello stadio esistente:

https://www.facebook.com/groups/www.coordinamentosansiro.it/permalink/1033620403791484/

https://www.facebook.com/groups/www.coordinamentosansiro.it/permalink/1034386447048213/

https://www.facebook.com/groups/www.coordinamentosansiro.it/permalink/1032221440598047/

Progetto nuovo stadio – tutto quello che vorrebbero costruire nell’area di San Siro. Il verde ?… di superficie!
https://www.facebook.com/groups/www.coordinamentosansiro.it/permalink/1035989180221273/

Anche un rapper ama San Siro
https://www.facebook.com/groups/www.coordinamentosansiro.it/permalink/1034229293730595/

Torna Moratti?

https://www.fcinternews.it/in-primo-piano/i-la-repubblica-i-interspac-il-progetto-torna-in-auge-vogliamo-anche-moratti-l-ex-patron-li-ascoltero-358953

Persino gli inglesi …
https://www.facebook.com/groups/www.coordinamentosansiro.it/permalink/1029665907520267/

È di questi giorni per altro la certificazione di idoneità dello stadio Meazza per altri 10 anni – per il decennio 2020-2030 – superando i recenti collaudi.

Dagli ultimi sondaggi emerge che ora 2 cittadini su 3 vedono il progetto Nuovo stadio come inutile e addirittura dannoso. Il sondaggio rileva un ribaltamento di visione rispetto a un semestre fa. E ciò fa ben sperare circa i prossimi sviluppi.

https://www.facebook.com/groups/www.coordinamentosansiro.it/permalink/1029689594184565/

Ora abbiamo anche un video “emozionale” per il nostro amato stadio, grazie al lavoro del nostro amico e sostenitore Lorenzo che ringrazio ancora.

https://www.facebook.com/1021899463/videos/10222451641092785/

ricordiamo di firmare e far firmare

https://www.change.org/p/ristrutturare-il-meazza-si-pu%C3%B2-e-conviene-lo-stadio-%C3%A8-solo-la-punta-di-un-iceberg-con-esso-in-arrivo-tonnellate-di-cemento-alla-faccia-della-milano-green-we-will-restructure-the-meazza-and-will-also-save-from-the-cementing-of-san-siro-hippodrome?utm_source=share_petition&utm_medium=custom_url&recruited_by_id=87f5cbd0-66dd-0130-d1c9-3c764e049c4f

Comitato Coordinamento San Siro

www.coordinamentosansiro.it

info@coordinamentosansiro.it

Rifondazione: oscurata nostra pagina Facebook

In e-mail il 15 Gennaio 2021 dc:

Rifondazione: oscurata nostra pagina Facebook

Oscurata nostra pagina Facebook che parla di mafie. Interrogazione in Senato e denuncia.

Venerdì 15 gennaio Facebook ha oscurato,senza alcuna motivazione o preavviso, la pagina della nostra federazione di Venezia. Un atto decisamente illiberale, una censura intollerabile. Chi segue le nostre pagine sa che noi le usiamo per diffondere contenuti assolutamente legittimi con la massima correttezza senza mai trascendere nei plebeismi molto diffusi nei social.

Il fatto diventa ancora più grave perché l’oscuramento della nostra pagina è avvenuto  alla vigilia di una nostra conferenza Web, “Le mani sul litorale”, organizzata dalla federazione di Venezia per denunciare e discutere delle infiltrazioni della criminalità organizzata nel Veneto Orientale e delle complicità politiche che la hanno permessa.

La conferenza si è tenuta  comunque nella pagina della federazione di Padova di Rifondazione Comunista ed è stata un successo per partecipazione e qualità dei contenuti del dibattito. Il lavoro volontario e l’attivismo generoso delle nostre compagne e compagni ci ha permesso di superare il tentativo di costringerci al silenzio.

In ogni caso siamo assolutamente intenzionati a fare luce su questa vicenda. Vogliamo sapere perché la nostra pagina è stata oscurata, da chi è venuta la richiesta, e le procedure seguite, in questo caso come in altri, da Facebook.

In questi giorni la senatrice Paola Nugnes presenterà in Senato una interrogazione su quanto accaduto. La Federazione di Venezia farà una denuncia alle autorità di Polizia perché sia fatta chiarezza. Andiamo avanti senza farci togliere la parola o intimorire da nessuno.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale
Paolo Benvegnu, segretario regionale
Renato Panciera, segretario Federazione di Venezia
Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea 

Coronavirus, un volo dell’angelo esistenziale e politico

In e-mail il 13 Aprile 2020 dc, pubblico colpevolmente in ritardo il 15 Dicembre 2020 dc:

Coronavirus, un volo dell’angelo esistenziale e politico

Abbiamo messo a disposizione sul nostro sito la traduzione di un articolo di Quentin Hardy. A questo link si può scaricare l’articolo:
https://www.nautilus-autoproduzioni.org/corona-virus-il-volo-dellangelo/

«Finalmente, dopo settant’anni di boom economico e tre secoli di maratona, l’umanità rallenta la sua corsa frenetica.»

La rapidissima progressione del Covid-19 ci mette tutti in una situazione senza precedenti. Lo shock è planetario e quasi sincronizzato. Colpisce tutte le aree della società: salute, società, politica, economia. Cambia il modo di abitare, amare, vivere e sopravvivere, lavorare, parlarsi, morire ed essere sepolti. Più che mai, il mondo vacilla sulle sue basi.



Il nostro indirizzo è:
NAUTILUS AUTOPRODUZIONI
C.P. 1311
Torino, TO 10100
Italy

Siamo ignari di essere sudditi

Dal sito La Bottega dei Barbieri 25 Novembre 2020 dc:

Siamo ignari di essere sudditi

Intervista a Marco D’Eramo dopo l’uscita del libro «Dominio»

di Daniele Barbieri (*)

MarcoDeramo-Dominio

Fra tante guerre, aperte e sotterranee, la più importante degli ultimi 50 anni è stata resa invisibile. È quella dei padroni contro i sudditi. Lo aveva rivendicato 14 anni fa uno degli uomini più ricchi del mondo, Warren Buffett: «certo che c’è guerra di classe, ma è la mia classe, che la sta conducendo e stiamo vincendo».

Di questa vittoria storica ragiona Marco D’Eramo in Dominio appena uscito da Feltrinelli. Dopo aver scritto per anni sul quotidiano il Manifesto ora D’Eramo collbora con Micromega e con New Left Review. Alcuni suoi libri – come Il maiale e il grattacielo (appena ristampato) o Il selfie del mondo sono ormai classici.

«Una guerra ideologica totale» al punto che la Troika, non contenta di avere imposto lacrime e sangue alla Grecia, decise perfino «la forma delle pagnotte». La distruzione del Welfare viene chiamata «riforme strutturali». I ricchi ne parlano senza ritrosia «mentre noi – scrive D’Eramo – solo a nominare questa guerra ci vergogniamo e siamo subito sospettati di estremismo».

«Tutto avviene alla luce del sole». Il neoliberismo non complotta ma conquista le menti. Ma qualche segretuccio, per esempio sulle Fondazioni, fa comodo?

«Non ci sono segreti: il nuovo modo di nascondere è sommergerti di notizie e tu non distingui più fra informazioni pertinenti e non pertinenti. Che il Nobel dell’economia non sia un Nobel è risaputo però non lo sa nessuno. Il ruolo delle fondazioni è stato descritto decine di volte in libri, riviste importanti, autorevoli quotidiani. Le stesse fondazioni se ne sono sempre vantate pubblicamente. Fa ridere la vecchia Unione Sovietica che aveva paura delle fotocopiatrici! I nostri hanno capito che per rendere innocuo un messaggio basta sommergerlo con il rumore di fondo di altri milioni di messaggi».

Parole nuove e altre vietate (o travisate), il trionfo dell’eufemismo. È anche uno scontro sui linguaggi?

«La guerra delle idee è sempre uno scontro di linguaggi. Negli Usa per secoli è stato lecito dire negro, poi è diventato indicibile e si usava nero, ma anche questo è diventato maleducato e si è usato afroamericano e adesso nella nuova destra torna negro. Guarda Trump che usa la parola antifa(-scista) come un insulto, mentre nel dopoguerra era quasi obbligatorio dichiararsi antifa. Quando Voltaire e gli Illuministi riuscirono a imporre l’idea che il Medioevo erano i secoli bui e loro la luce avevano già vinto. Oppure: la guerra delle idee è a chi si appropria del nuovo; quando un filosofo riesce ad appropriarsi dell’etichetta di “nuovo filosofo” relega gli altri nel vecchiume. Certo che la lotta delle idee è una guerra sulle parole. Può essere anche insidiosa. Il nostro sistema sanitario è passato dalle Unità sanitarie locali alle Aziende sanitarie locali».

I neoliberisti si muovono «col denaro dello Stato» contro tutto ciò che è pubblico. È il paradosso più grande?

«Usare le risorse dell’avversario contro di lui è uno dei più antichi insegnamenti nell’arte della guerra, per esempio in Sun Zu, ed è la base di arti marziali come il judo. No, il paradosso più inquietante è che in nome della libertà ci rendono servi e in nome del privato aboliscono la privacy. È il conio di una neolingua alla Orwell: quando un’innovazione ti è presentata come smart (smartphone, smart-home) sta pur sicuro che ti stanno fregando. Guarda lo smartwork di cui tanto si ciancia: la prima forma di sfruttamento protocapitalista era il lavoro a domicilio delle filatrici».

Accenni che con le misure anti-Covid è in atto «un colossale esperimento di ingegneria sociale». Puoi chiarire?

«Non era mai successo che due miliardi di persone contemporaneamente fossero messe agli arresti domiciliari volontari e lo accettassero. Si è mai visto un esperimento sociale con due miliardi di cavie? Sono sicuro che i ricercatori di mezzo mondo, dal Pentagono a Novosibirsk all’università di Beijing, stanno studiando quel che succede: quanto a lungo saranno accettate le restrizioni? In che modalità? Con quali strumenti? Sono tutti dati preziosi per i prossimi studi comportamentali».

L’Italia (per dire un Paese) non potrà mai risanare il debito. E nessuno chiederà agli Usa di farlo. Debito e credito come armi: se esistessero ancora forze di sinistra cosa dovrebbero fare?

«Quando un partito che si dice progressista non fa parola del problema di ristrutturare il debito, gatta ci cova: vuole dire che ha già deposto le armi e accettato per sé un ruolo subalterno e ausiliare a quei poteri a cui afferma di opporsi».

Ricordi che «gli Usa dominano il mondo con la forza militare» e poi aggiungi: «non sto dicendo che l’impero Usa è pessimo», nella Storia vi fu di peggio. Se il 4 novembre Trump perdesse ma cercasse di restare lì ti sembra credibile che il capitalismo Usa vada verso una mini-guerra interna?

«Uno degli errori della sinistra è sempre sottovalutare gli avversari, in particolare degli Usa che in un solo secolo hanno conquistato il mondo militarmente ed economicamente ma anche conquistato l’immaginario mondiale, imposto lingua e sistema giuridico, controllato le reti e lo spazio. E noi continuiamo a vedere questi dirigenti americani come rozzi giovialoni un po’ ingenui! Trump sarà quello che è, ma dietro di lui, come dimostro nel libro, c’è fior fiore di intelligentsia di destra: infatti lui ha realizzato molto più di altri celebrati alfieri della reazione quali Reagan e Bush Jr».

Il post scriptum si intitola «In nome del padre, del figlio e del conto corrente» e spieghi benissimo il vecchio/nuovo ruolo delle religioni. Però su Bergoglio neanche una parola. Lo consideri un’anomalia o è solo un bluff?

«No, lo considero transitorio. Comunque in America latina il cattolicesimo è il grande perdente e i pentecostali sono i trionfatori. E io guardo al connubio Bolsonaro-pentecostali in Brasile e al patto d’acciaio Trump-Christian conservatives negli Usa».

Parli da subito di marines (che studiano l’ideologia) e poi del commercio che non esiste senza guerra. Però scrivi poco sulla nuova corsa al riarmo e sull’uso sempre più frequente di armi mostruose. Dai per scontato che tutti sappiano?

«Delle armi, della corsa agli armamenti parlano tutti ma è uno degli argomenti più innocui che vi siano: nessuna manifestazione pacifista negli ultimi 70 anni è mai servita a qualcosa. Per una buona ragione: senza le armi non si può dominare, ma non si domina solo con le armi. In un momento di disgelo Urss e Usa decisero di fare uno scambio di esposizioni di tecnologia. I sovietici mandarono a New York il solito armamentario di missilistica, Gagarin, cagnetta Laika, centrali nucleari, dighe. Gli Usa mandarono a Mosca una cucina attrezzata (di frullatore, spremiarance, tostapane, frigorifero, congelatore, lavastoviglie): da far sbavare qualunque massaia sovietica. Questa è l’egemonia: gli Usa hanno vinto la guerra fredda soprattutto perché dietro la cortina di ferro tutti sognavano America, un po’ come gli albanesi che venendo qui credevano l’Italia fosse quella mostrata dalla tv».

(*) pubblicato la settimana passata sul settimanale «Left»

Omioddio! Sono un ordoliberista-mandrakista

Un interessante articolo su Hic Rhodus, pubblicato il 31 Marzo 2017 dc:

Omioddio! Sono un ordoliberista-mandrakista

di Claudio Bezzi

Le etichette mi uccidono. Non ne trovo una che mi si attagli con soddisfazione. Per esempio: sono ateo, agnostico, libero pensatore, umanista, laico, cattolico a mia insaputa o cosa? Boh? Sono vegano, vegetariano, salutista, diversamente onnivoro, animalista, consapevole, antispecista o solo preda di mode effimere? Ah, saperlo! Ogni etichetta delimita in maniera apparentemente precisa un oggetto, o una persona o un suo comportamento, ma in realtà ha sempre confini vaghi, frastagliati, cangianti e, specialmente, molto diversamente interpretabili. Se poi passiamo alla politica, campo di guerra fredda civile permanente, occorre evitare attentamente e con assoluta fermezza qualunque etichetta, perché poi sei segnato per tutta la vita e qualunque cosa dici viene interpretata alla luce dell’etichetta affibbiata.

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Marco Pannella: di sinistra? Di destra?

Prima di andare avanti, alcune importanti dichiarazioni in merito all’autore di questo post. Bezzicante non è iscritto ad alcun partito; in effetti, epoche geologiche fa fui iscritto a due differenti partiti (in epoche diverse, ovviamente), molto diversi, e simpatizzante attivo di un terzo. Sono passati quarant’anni dall’ultimo, quindi rubricherei questi remoti eventi come errori di gioventù e la chiudiamo lì. Non ho neppure tessere di associazioni, fondazioni, circoli, logge, club e bocciofile, con eccezioni di una sola associazione culturale totalmente apolitica con soci di tutte le appartenenze. Questo accade perché sono un pochino indisciplinato e anarchico, tutte le consorterie mi sembrano strette e poco disponibili al mio vagare col pensiero, e mi piace pensare con la mia testa a costo di sbagliare un bel po’. Tutto quello che scrivo su Hic Rhodus (ma questo accade anche agli altri autori) è genuino frutto del mio pensiero che presumo libero, per quanto possa essere libero un pensiero calato in un contesto, in una società, in una rete complessa di relazioni, con radici nella propria esperienza, credo, valori e via discorrendo. Ovvio che ho le mie idee, le mie convinzioni e le mie preferenze politiche; vado a votare, e scelgo un partito, ma non sono di quel partito che ho votato. Semmai vi sembra un grave difetto, ma io ho votato, negli anni, per tutti i partiti dell’arco che va dal centro moderato alla sinistra, assumendomi ogni volta l’onere di ragionare su programma, candidati, opportunità e scenari politici, e anche compiendo un percorso interiore che mi ha fatto oscillare, nell’arco di decenni, da una certa area a un’altra, e ritorno. È questo che mi fa sentire libero. Non il fatto di avere ragione, che non posso essere certo di averla, ma il fatto di sentirmi libero di pensare e decidere, e cambiare oppure no, e criticare allegramente chi a mio avviso sbaglia, che sia del “mio” partito (nel senso dell’ultimo che ho votato) o di una parte avversa. E se siete lettori di Hic Rhodus potete intuire quali parti mi piacciano di più o di meno, ma certamente avrete letto critiche per ciascun partito, dall’estrema sinistra all’estrema destra, senza eccezioni.

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Giorgio Gaber: di sinistra? Di Destra?

Tutto ciò premesso, forzando questa mia antipatia per le etichette, mi domando chi sono, o cosa sono… Mi potreste dire che non siete così interessati alle mie appartenenze incasinate, lo so, ma insisto. Insisto perché, se riesco a classificarmi, potrei riuscire a farlo per altri, avendo trovato il metodo; potrei così capire, fra le altre cose, se Renzi è così a destra come dice Bersani, se D’Alema è sul serio così a sinistra come dice lui, se Grillo è più o meno fascista di Salvini e altre interessanti questioni che semplificherebbero il mio pensiero. Sempre per rendere un servizio migliore ai lettori di HR, naturalmente. Come lo troviamo questo metodo? Non c’è un “metro politico” definitivo; non c’è una bilancia della purezza ideologica, né un recipiente con le tacche per verificare il tasso di verità che ci riempie. Abbiamo solo concetti, definizioni, argomentazioni, disquisizioni. E controargomentazioni, repliche, interpretazioni, esegesi e contraddittori. Insomma (e questo dobbiamo stamparcelo bene in mente) non esiste alcun criterio per definire oggettivamente l’appartenenza politica (né etica, religiosa, artistica, filosofica…) restando solo un possibile uso pragmatico di termini convenzionali che riescono a dare idee più o meno vaghe, raramente precise, utili al più per un primo inquadramento generale, che è poi l’obiettivo più frequente.

Procediamo quindi per tentativi ed errori. Sono più a sinistra di Meloni e più a destra di Ferrero. Fin qui era facile. Ritengo di essere enormemente più a sinistra di Bersani e D’Alema, ma ho la profonda convinzione che loro pensino di essere molto più a sinistra di me. Oops…

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Mario Segni: di sinistra? Di destra?

Loro pensano che essere “di sinistra” significhi, per esempio, aiutare ad ogni costo le classi disagiate, anche spendendo danaro pubblico in attività improduttive, e ritengono – così io immagino – che desiderare meno intervento dello stato sia “liberista”. Io mi informo e scopro che liberismo è una parolaccia (avete notato quanti esponenti di sinistra parlano – spregiativamente – di liberismo, da un po’ di tempo?). I liberisti vogliono che lo Stato proprio non si impicci perché il mercato si regolerebbe da sé in un processo virtuoso che finirebbe coll’aiutare anche i disoccupati che otterrebbero lavoro e i poveracci che riceverebbero reddito. Ma poiché da qualche decennio il liberismo, o quello che si suppone essere liberismo, sta facendo strame di diritti e uguaglianze, effettivamente io proprio non voglio essere un liberista seguace di Friedman. Io sono assolutamente convinto che la società debba propendere verso l’uguaglianza (una parola chiave dell’essere di sinistra, questo lo so per certo), ma ritengo ci siano altri modi, oltre a quello di spendere denaro pubblico, per consentire, assieme, sviluppo dell’impresa ed uguaglianza, ricchezza e diritti, merito e libertà. E non vengo a scoprire che questa idea si chiama ordoliberalismo? Una scuola di pensiero che viene schifata alla grande da sinistra (quella vera, intendo) come raccontato, en passant, QUI.

Eppure non mi sembra “di sinistra” negare la libertà di impresa, se si garantisce equità e controllo sugli eccessi, per favorire semmai una spesa incontrollata che grava sempre più come un macigno sui nostri figli e nipoti; non mi sembra “equo” placare la serrata (non lo sciopero, per favore, ma la serrata) dei tassinari da parte di un governo di centro-sinistra (Gentiloni premier, Delrio ministro, del PD, no?) mantenendo un sistema che è una sentina fetida, impedendo l’arrivo della modernità rappresentata da Uber, non osservando il pessimo servizio taxi che penalizza utenti e turisti; e cosa ci sarebbe “di sinistra” nella lotta senza quartiere a una riforma seria del mercato del lavoro che garantisce i garantiti e ignora totalmente giovani e precari (sì, parliamo di Jobs Act); ed è egualitario un sistema, che non si riesce ad abbattere, che getta oneri, tasse e incertezze nel privato e tutela una minoranza di lazzaroni del pubblico? O non si tratterà anche qui di stare in corporazioni forti, serbatoi di voti per i politici e di consenso per i sindacati? Ed evitare accuratamente il merito in molteplici settori strategici, uno per tutti l’istruzione? Il merito è forse di destra?

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Susanna Camusso: di sinistra?

Ma il merito va valutato e la scuola dice no-no-no (non apriamo una polemica; se si volesse fare una seria e imparziale valutazione si potrebbe benissimo). E via discorrendo. Queste cose le dicono e le scrivono da anni i liberali democratici come Alesina e Giavazzi ma, udite udite!, anche marxisti come Gennaro Migliore, che non sarà un professore e che ha la disgrazia di militare nel PD dopo un passato rifondarolo ma, insomma, non per questo deve riceve l’aggettivazione di Kautsky e non si devono considerare con rispetto le sue posizioni. Bertinotti può andarvi meglio? Volete Sanders? Siete sicuri che Bernie Sanders sia proprio proprio “socialista” (no, non lo è proprio proprio, leggete QUI), come alcuni frettolosi commentatori nostrani hanno creduto? Volete Tsipras o saltiamo direttamente a Castro?

Insomma: molti idoli di sinistra non sono, o non sono stati, così nobili e puri come Ferrero e Fratoianni. Molti liberali, diversamente ( = in modo diverso, a partire da visioni diverse) si sono posti il problema e hanno cercato soluzioni al dilemma: sviluppo con uguaglianza. Tutto questo per dire che se andate in giro ad appiccicare etichette potreste scoprire che il mondo è più variegato e articolato delle etichette che avete in mano. Ciò non significa affatto che non ci sia una destra e una sinistra. Ci sono ed è importante riconoscerle, ne ho parlato QUI, ma con tre avvertenze: la prima, che occorre ammodernare le definizioni, perché quelle del Novecento sono ormai logore; la seconda, che servono come cornici generali che hanno molteplici e complesse variazioni, e quindi attenzione; la terza, che spesso confondiamo ‘destra’ e ‘sinistra’ con altri concetti, in parte semanticamente coestesi, come per esempio ‘conservatore’ e ‘progressista’ ma anche ‘conservatore’ e ‘riformista’, per non parlare di termini che ognuno usa come gli pare come ‘democratico’, ‘liberale’, etc. Per capirsi: Bersani, citato sopra, sarà pure “di sinistra” sotto un certo profilo, e anche un “democratico”, ci mancherebbe, ma certamente non è un “riformista” né un “progressista”. Questo ci fa capire che non esiste più un continuum lineare come nel ‘900 (Fig. 1) ma una complessità di intrecci, posizioni solo in parte sovrapponibili come in Fig. 2 (evidentemente solo indicativa):

destra sinistra.jpg

Io navigo da qualche parte nella zona rosa-arancio-arancino chiaro. A domanda rispondo “Sì, sono di sinistra”, ma non di questo e quel tipo bensì di quello e quell’altro, e anzi sono un pochino (ma poco poco) anche di quelli là con una spruzzata di quell’altro là. A questo punto volete ancora darmi un’etichetta? Ma sì, allora, chiamatemi ordoliberista se volete, che mi importa! Le etichette non sono un problema mio. Ma, vi prego, considerate anche la mia prerogativa di insofferenza e insubordinazione, così poco liberaliste! Il desiderio di uscire dagli schemi e di essere pronto alla critica, se non altro in senso storicista-marxista. Posso definirmi mandrakista? Me lo permettete? Va bene, andata: sono un ordoliberista-mandrakista. E non parliamone più.

Grazie.

Io vi accuso

Condiviso in WhatsApp il 21 Novembre 2020 dc:

Io vi accuso

di Marco Galice

Barbara D’Urso, Maria De Filippi, Alfonso Signorini, Alessia Marcuzzi e tutta la schiera della vostra bolgia infernale… io vi accuso.

Vi accuso di essere tra i principali responsabili del decadimento culturale del nostro Paese, del suo imbarbarimento sociale, della sua corruzione e corrosione morale, della destabilizzazione mentale delle nuove generazioni, dell’impoverimento etico dei nostri giovani, della distorsione educativa dei nostri ragazzi.

Voi, con la vostra televisione trash, i vostri programmi spazzatura, i vostri pseudo spettacoli artefatti, falsi, ingannevoli, meschini, avete contribuito in prima persona e senza scrupoli al Decadentismo del terzo millennio che stavolta, purtroppo, non porta con sé alcun valore ma solo il nulla cosmico.

Siete complici e consapevoli promotori di quel perverso processo mediatico che ha inculcato la convinzione di una realizzazione di sé stessi basata esclusivamente sull’apparenza, sull’ostentazione della fama, del successo e della bellezza, sulla costante ricerca dell’applauso, sull’approvazione del pubblico, sulla costruzione di ciò che gli altri vogliono e non di ciò che siamo.

Questo è il vostro mondo, questo è ciò che da anni vomitate dai vostri studi televisivi.

Avete sdoganato la maleducazione, l’ignoranza, la povertà morale e culturale come modelli di relazioni e riconoscimento sociale, perché i vostri programmi abbondano con il vostro consenso di cafoni, ignoranti e maleducati. Avete regalato fama e trasformato in modelli da imitare personaggi che non hanno valori, non hanno cultura, non hanno alcuno spessore morale.

Rappresentate l’umiliazione dei laureati, la mortificazione di chi studia, di chi investe tempo e risorse nella cultura, di chi frustrato abbandona infine l’Italia perché la ribalta e l’attenzione sono per i teatranti dei vostri programmi.

Parlo da insegnante, che vede i propri alunni emulare esasperatamente gli atteggiamenti di boria, di falsità, di apparenza, di provocazione, di ostentazione, di maleducazione che diffondono i personaggi della vostra televisione; che vede replicare nelle proprie aule le stesse tristi e squallide dinamiche da reality, nella convinzione che sia questo e solo questo il modo di relazionarsi con i propri coetanei e di guadagnarsi la loro accettazione e la loro stima; che vede lo smarrimento, la paura, l’isolamento negli occhi di quei ragazzi che invece non si adeguano, non cedono alla seduzione di questo orribile mondo, ma per questo vengono ripagati con l’emarginazione e la derisione.

Ho visto nei miei anni di insegnamento prima con perplessità, poi con preoccupazione, ora con terrore centinaia di alunni comportarsi come replicanti degli imbarazzanti personaggi che popolano le vostre trasmissioni, per cercare di essere come loro. E provo orrore per il compiacimento che trasudano le vostre conduzioni al cospetto di certi personaggi.

Io vi accuso, dunque, perché di tutto ciò siete responsabili in prima persona.

Spero nella vostra fine professionale e nella vostra estinzione mediatica, perché solo queste potranno essere le giuste pene per gli irreparabili danni causati al Paese.

Sommosse e complotti

In e-mail il 28 Ottobre 2020 dc:

Sommosse e complotti.

Quando le acque si agitano, gli stronzi vengono a galla.

Ma stronzi restano.

di Dino Erba, Milano, 28 Ottobre 2020 dc

IL «QUASI» LOCKDOWN PROCLAMATO DAL GOVERNO CONTE (DPCM, 25/10/2020) ha suscitato un prevedibile malcontento sociale che, in modo più o meno vivace, ha scaldato numerose città. Le proteste arrivano in Italia con qualche ritardo rispetto ad altri Paese, vicini e lontani. Soprattutto negli USA che le anime belle nostrane avevano decantato.

In Italia, molti politicanti e pennivendoli, schierati sia col governo sia con l’opposizione, pensavano che fosse possibile tener sotto controllo l’incipiente malcontento, orientandolo a proprio favore. E invece, il malcontento, diventato sommossa, si sta rivelando poco controllabile.

I più scalmanati, ovviamente, sono i politicanti e i pennivendoli governativi che si son messi a sbraitare contro i «violenti», invocando l’intervento repressivo delle forze dell’ordine: il braccio armato della legge! Le opposizioni sono apparentemente più moderate, nel timore di perdere credito e simpatie negli ambienti in cui vorrebbero pescare consensi. In poche parole, una reazione bipartisan.

LA TEORIA DEL COMPLOTTO

Le reazioni forcaiole contro i cosiddetti «violenti» affondano le loro radici nella teoria del complotto, di cui ho già avuto occasione di occuparmi [Spie & Barbe finte. La concezione poliziesca della storia, 30 novembre 2014]. In sostanza, è una teoria truffaldina che ha le gambe corte. Vive solo sugli incubi della classe dominante. Incubi che hanno informato tutti i provvedimenti governativi, da quando il Covid 19 dilaga. La loro risposta: l’esercito nelle strade!

Ma non è bastato: nelle strade le sommosse sono scoppiate lo stesso.
E allora, politicanti e i pennivendoli hanno parlato di provocatori, sovversivi, fascisti, camorristi, centri sociali, pregiudicati, ultras, baby teppisti, «professionisti della violenza» (sic)… facendo di ogni erba un fascio.

Ora, non escludo che fossero presenti fascisti, camorra e mala vita. Quando le acque si agitano, gli stronzi vengono a galla. Ma a portarli a galla sono politicanti e pennivendoli, di sinistra e di destra.

Ragioniamo a bocce ferme.

Discutibile è la presenza fascista, con Giorgia Meloni che dialoga col governo «rosso giallo». Sembra che, a Milano, i fascisti abbiano fatto da «servizio d’ordine» per evitare il saccheggio dei negozi (vedi: https://www.ilmes- saggero.it/italia/dpcm_scontri_e_proteste_arresti_a_mi- lano_e_torino_news_oggi-5548998.html).

A Milano la protesta aveva come obiettivo primario Palazzo Lombardia, dove governa il leghista Fontana col forzista Gallera. Pacifico il presidio a Palazzo Marino, dove amministra l’insulso pidiota Sala.

Tanto per rinfrescare la memoria, vediamo chi amministra città e regioni toccate dalle manifestazioni.
– Torino, sindaca è la pentastellata Appendino e governatore è il leghista Cirio.
– Trieste (si parla di migliaia di dimostranti), sindaco è il forzista Di Piazza e governatore è il leghista Fedriga.
– Roma, sindaca è la pentastellata Raggi e governatore è il pidiota Zingaretti.
– Napoli, sindaco è l’eclettico De Magistris, governatore è il cabarettista De Luca.
– Catania, sindaco è il fratello italiano Pogliese, governatore è il filo fratello italiano Musumeci.

Situazioni analoghe troviamo in altre città e regioni, dove ci sono state e ci saranno proteste.

Come si vede, nelle proteste la destra (neo)fascista (Fd’I), leghista o forzista c’entra come i cavoli a merenda. In alcune occasioni (come a Milano), ha svolto funzioni di contenimento, in altre c’erano, probabilmente, «schegge impazzite» (forse Casa Pound e Forza Nuova, peraltro parlamentaristi), che non mancano mai.

Veniamo alla presenza di camorra e mala vita. A che pro? Camorra e, in genere, mala vita preferiscono condurre i loro affari all’ombra, senza destare attenzione. La loro presenza è puramente accidentale. Vedremo poi perché, anche se marginale, questa presenza ci sia. Domanda che ci porta al cuore della questione, per poter definire la natura delle proteste in corso attualmente in Italia.

CHI PROTESTA?

A un osservatore distratto, la composizione sociale delle proteste sembrerebbe piccolo borghese: piccoli imprenditori del commercio, soprattutto titolari di bar e ristoranti o di altre attività penalizzate dal DPCM del 25 ottobre. Connotazione superficiale che non spiega assolutamente una presenza attiva particolarmente eterogenea, essenzialmente giovanile. Tra l’altro, tale connotazione enfatizza il ruolo dei ceti medi.

Poveri untorelli!

Sappiamo che i ceti medi italiani sono assai ridondanti. Ridondanza favorita dalla classe dirigente italiana poiché, da oltre un secolo, sui ceti medi essa ha costruito l’asse dei propri assetti politici, in base all’evoluzione economico-sociale del Bel Paese [vedi il mio recente: DINO ERBA, Le vecchie e le nuove classi medie all’epoca della crisi del capitale, All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2020].

SOMMOSSE & COMPLOTTI
QUANDO LE ACQUE SI AGITANO, GLI STRONZI VENGONO A GALLA MA STRONZI RESTANO

Nonostante la batosta del crash del 2008, i ceti medi si sono rigenerati grazie alla bolla turistica che si è gonfiata con l’Expo 2015. E che il Covid 19 ha fatto scoppiare, provocando le attuali tensioni. Al contempo, è stata esasperata la competitività delle piccole aziende rivolte all’export, col risultato di ridurre all’osso i costi di produzione, limando all’osso gli investimenti produttivi (macchinari) e accrescendo lo sfruttamento operaio. Anche in questo caso il Covid 19 ha disastrato le vie dell’export.


Quindi, bolla turistica ed esasperazione dell’export, con il loro vasto indotto, sono alla base delle attuali tensioni sociali. A latere, c’è l’esercito dei lavoratori in proprio (imprese individuali): tassisti, ambulanti, idraulici, elettricisti… Ma questa spiegazione resta solo al primo livello della questione. Approfondendo, vediamo che nelle piccole imprese spesso si crea un rapporto clientelare tra padrone e lavoratore, con poche luci e molte ombre. Rapporto clientelare che assolutamente non c’è quando il padrone è una grande impresa, come nel caso dei riders di Uber Eats.

Il rapporto clientelare ha indotto molti lavoratori a unirsi alle proteste dei loro padroni. Ma, sulla piazza, si sta consumando una scissione che vede i lavoratori «incendiare» e i padroni «spegnere».

I padroni chiedono i «ristori», i cui costi ricadranno inevitabilmente sui lavoratori dipendenti (in servizio o meno) e sui pensionati.

Le proteste sono poi occasione di incontro con emigrati precarissimi delle periferie o senza dimora. E pregiudicati… Ma quale proletario ha la fedina penale pulita? In sostanza, in piazza ci sono i senza risorse di Marx o i «motherfucker» di Noi non abbiamo patria (Sta per finire il tempo della lotta in guanti bianchi).

Qualcuno ha obbiettato che le attuali proteste sono tardive e che, in precedenza, non si erano unite agli scioperi degli operai delle fabbriche e della logistica, i più determinati. La risposta è semplice: nelle fabbriche come nei centri logistici l’aggregazione è immediata. Altrettanto non avviene nel pulviscolo delle piccole imprese commerciali e produttive.
Siamo solo all’inizio. E incombe l’alternativa tra morire di Covid o morire di fame, di cancro, di infarto … o di lavoro.

Pandemic. Come funziona il complottismo

Su Hic Rhodus il 7 Agosto 2020 dc:

Pandemic. Come funziona il complottismo

di Claudio Bezzi

L’articolata ostilità contro le misure imposte dai governi per il contenimento del Covid 19 assume un arco veramente ampio di forme. Non tutta questa ostilità è complottista, naturalmente, almeno non in forma eclatante e specifica, anche se germi complottisti possono essere rintracciati abbastanza facilmente in “ostili” semplicemente inconsapevoli, perché si innestano su bufale e complotti precedenti, per esempio quello sui vaccini, quello sul nuovo ordine mondiale e via discorrendo, che in forma nebulizzata sono arrivati un po’ a tutti, mescolandosi con mezze notizie, mezze bufale, notizie vere ma male interpretate, ignoranza pura e semplice e così via.

E anche nell’alveo del complottismo c’è complotto e complotto.

In tema di pandemia probabilmente la teoria complottista più elaborata e interessante, e anche la più diffusa e pericolosa, è quella proposta da Judy Mikovits, una biochimica, addirittura direttrice di un importante istituto di medicina molecolale americano (poi licenziata), screditata in tutta la comunità scientifica per studi fasulli di stampo anti vaccinista (notizie tratte da Wikipedia USA). La Mikovits, che vive ormai una vita piuttosto movimentata e controversa, è ovviamente una campionessa internazionale del complottismo antivaccinista, ed è tornata sulla cresta dell’onda per la sua teoria relativa al Covid 19, che lei ha sintetizzato in un video ancora – ahimé – rintracciabile in rete, nonché in un libro (non metto i link volutamente).

La teoria complottista della Mikovits viene chiamata Plandemic, ed è un bellissimo caso di studio per capire come funziona il complottismo.

Primo. C’è uno scienziato disgraziato a monte: esattamente come per l’antivaccinismo, dove a monte per esempio della (falsa) relazione fra vaccini e autismo troviamo un medico inglese, Wakefield, che pubblicò i risultati di una ricerca falsa (come poi lui stesso confessò) per dimostrare una correlazione che invece non c’era (QUI tutta la storia del rapporto fra vaccini e antivaccinismo).

L’articolo di Wakefield fu ritirato (l’aveva pubblicato nientedimeno che Lancet), lui fu radiato dall’ordine dei medici, ma niente: gli antivaccinisti pensano che quella relazione ci sia e – suppongo – che Wakefield sia un martire. La biografia della Mikovits sembra la fotocopia: ricerche addomesticate, smentite, articolo pubblicato (su Science) e ritirato, lei licenziata. Ma non solo è una paladina, no: è attualmente in sella al movimento complottista e il suo video ha totalizzato oltre 8 milioni di click (che, sia chiaro, son soldi).

Secondo. Il complotto affonda le radici in un passato difficile da controllare: per esempio Mikovits e complottisti affermano che all’inizio del ‘900 

John D. Rockefeller, acquistò una società farmaceutica tedesca che in seguito avrebbe aiutato Hitler ad implementare la sua visione basata sull’eugenetica, producendo prodotti chimici e veleni per la guerra. Rockefeller voleva eliminare i concorrenti della medicina occidentale, così ha presentato una relazione al Congresso affermando che c’erano troppi medici e scuole di medicina in America, e che tutte le modalità di guarigione naturale erano ciarlatanerie non scientifiche.

Rockefeller ha chiesto la standardizzazione dell’educazione medica, quindi solo la sua organizzazione poteva concedere la licenza per le scuole di medicina negli Stati Uniti. E così iniziò la pratica delle droghe immunosoppressive, sintetiche e tossiche. Una volta che le persone sono diventate dipendenti da questo nuovo sistema e dalle droghe che esso fornisce, il sistema si è trasformato in un programma a pagamento, creando clienti a vita per i Rockefeller. (fonte)

Ovviamente, se avete un po’ di tempo da spendere, potrete notare come ci sia un frullato di mezze verità, dilatate fantasiosamente in modo plausibile per creare gli antefatti necessari per spiegare il presente. La fabbrica tedesca in questione era la IG_Farben, che produsse effettivamente anche il famigerato Zyklon-B, e a cavallo fra le due guerre fondò una holding americana. Rockfeller non c’entra un piffero, senonché la sua banca partecipava a tale holding con un suo membro nel direttivo.

Vale la pena dire che ci fu un continuo intreccio fra questa fabbrica (che non realizzava solo veleni per Hitler) e aziende americane, e che dopo la guerra la IG Farben fu smembrata e ora i vari pezzi si chiamano Agfa, Bayer, BASF.

In merito a Rockefeller c’è del vero; il suo filantropismo sanitario, che fu notevolissimo agli inizi del secolo scorso, aveva anche una motivazione utilitarista: avere operai sani per l’opera di industrializzazione del Sud degli States, o nuovi mercati fuori dagli USA (importanti programmi furono finanziati in Cina, Filippine e America Latina).

È vero anche che Rockefeller finanziò largamente l’educazione professionale in tema di sanità pubblica (1 milione di dollari dell’epoca alla Johns Hopkins fra il 1916 e il 1922). Come scrive Richard Brown nell’articolo Public Health in Imperialism: Early Rockefeller Programs at Home and Abroad, “American Journal of Public Health”, vol. 66, n. 9, 1976 (QUI il pdf)

Nel mentre favoriva [la fondazione Rockefeller] un miglioramento economico in America ed Europa, era anche una forza insidiosa che lavorava a discapito delle persone che apparentemente stava aiutando. Secondo l’ideologia comunque prevalente all’epoca […]  la salute è stata definita come la capacità di lavorare e l’aumento della produttività delle popolazioni erano la misura del successo dei programmi di sanità pubblica.

Insomma: in questa approfondita analisi, certamente scritta con un punto di vista critico sul capitalismo sfruttatore, Rockefeller viene dipinto come un filantropo interessato, forse cinico, ma non come un tale che – attraverso il suo potere – infila droghe tossiche negli organismi dei terrestri per renderli schiavi.

Per raccattare queste informazioni, e per insistere un pochino per cercare il malvagio ruolo di Rockefeller nella somministrazione di droghe immunodepressive, ho impiegato un paio d’ore di tempo, districandomi fra siti americani e cercando di distinguere fra quelli complottisti e di junk news, e siti seri.

È stata comunque una discreta fatica e non ho trovato nulla (cercando meglio, forse…). Ecco allora che la Mikovits – che indubbiamente ha moltissimi strumenti più di me per districarsi anche tecnicamente in questo mondo – produce un falso clamoroso a partire da una somma di mezze verità in parte note al grande pubblico americano (dire Rockefeller in America è un po’ come dire Agnelli in Italia, salvo che la dinastia dei primi ancora sopravvive e quella degli Agnelli è sostanzialmente evaporata). Chi va a controllare? Chi si prende la briga di ricostruire, verificare, e capire che la Mikovits ha semplicemente messo la sua pietra angolare sulla quale edificare il complotto?

Terzo. Tutto l’ambaradan è tecnicamente o scientificamente complesso: in tutti i complotti ci sono complesse questioni scientifiche non alla portata della media dei cittadini; secondo il complotto che afferma che non siamo mai stati sulla Luna, la prova schiacciante è l’insuperabilità delle fasce di Van Allen (QUI il debunk); secondo gli antivaccinisti ci sono velenosissimi metalli pesanti (QUI il debunk) etc.

Naturalmente chi non è astrofisico nel primo caso e medico nel secondo non ne capisce nulla, e si deve fidare del parere di “esperti”. Purtroppo, come vediamo, ci sono anche scienziati e ricercatori infidi, che tradiscono impunemente ogni etica scientifica e professionale, e quelli, pur essendo un’infima minoranza screditata internazionalmente, sono portati ad esempio dai complottisti che non credono in nulla alla maggioranza scientifica e, anzi, credono che quest’ultima faccia parte del complotto.

Quarto. Il Potere è oscuro e malefico per definizione: se hai un animo complottista, sei certo che tutto ciò che accade è una macchinazione del Potere, del fantomatico Deep State che ha disegni oscuri per dominare il mondo; così la Mikovits, che dichiara che il virus pandemico è uscito dai laboratori americani di Fort Detrick. Così come l’11 settembre è una cospirazione della CIA, gli Illuminati o il Grande Ordine Mondiale che bramano il potere…

Qui, ovviamente, non c’è ricerca su Google che tenga. Se il virus fosse sfuggito da Fort Detrick, o da un laboratorio di Wuhan – come preferisce dire Trump – non credo che qualcuno possa saperlo salvo una ristrettissima cerchia di militari e Trump stesso. In questo caso specifico, comunque, abbiamo commenti autorevoli che dichiarano che il Covid 19 non è un virus costruito in laboratorio. Per chi – fra i pur intelligenti lettori di HR – avesse qualche dubbio, se non altro per la potente macchina propagandistica di Trump e Pompeo, riporto solo un passaggio di un articolo completo riportato su Valigia Blu:

Gli esperti concordano nel sostenere che lo scenario più attendibile è quello dell’origine naturale del virus anche se potrebbe esserci l’eventualità che non riusciremo mai a tracciare l’intera catena di trasmissione, riporta Live Science. La tesi della realizzazione in laboratorio del virus e che SARS-CoV-2 sia stato geneticamente modificato è priva di fondamento mentre, al momento, non è possibile escludere con certezza l’ipotesi che gli scienziati cinesi stessero studiando un coronavirus naturale che poi è fuoriuscito dal laboratorio, per quanto tale scenario sia tutto da verificare. 

Quindi: origine cinese, non americana, naturale e non artificiale. Ma che importa? Fort Detrick era già nelle mire dei complottisti che ruotano attorno a un altro eroe del complotto, Michel Chossudovsky in quanto, come vedemmo a suo tempo discutendo delle scie chimiche, i complottisti citano sempre grandi referenze che, a guardare, sono tutte interne al loro ambiente; una rinforza l’altra.

Quinto e ultimo. È tutta una questione di libertà, no? Tutti questi incroci intricati hanno una base necessaria nella paura dei cittadini come climax (contro il Potere oscuro, contro il virus, contro qualunque cosa) e nelle generica richiesta di libertà come anticlimax.

I complottisti, con le loro astruse teorie, stanno semplicemente cercando di difendersi dal mondo complesso dal quale si sentono dominati senza capirlo; la paura del presente e del futuro, la sensazione di non contare nulla, di essere agìti da forze esterne…

E allora – quando ci si accorge di essere in tanti (come i 15.000 di Berlino pochi giorni fa) – si va a reclamare, per esempio, più libertà. Poiché è tutto un complotto, e i numeri che ci danno sui morti sono falsi, e tutte le altre balle assortite, allora io rivendico la mia indipendenza, penso con la mia testa (così loro assicurano) e mi ribello. E questa ribellione cospirazionista non deve farci ridere neppure un po’, perché è una quantità immane di energia psichica, di capitale sociale, di relazioni che vanno sprecate. È la paura che li muove, è il senso di impotenza e, con loro e sopra di loro, la spregiudicatezza di cinici burattinai che sanno come manipolarli.

Oggi contro il Covid 19. E domani?

Chi non salta negativo è! È!

Su Hic Rhodus il 12 Giugno 2020 dc:

Chi non salta negativo è! È!

di Claudio Bezzi

Senza fare nomi, diciamo che svariate decine di anni fa (ho un’età che mi consente di misurare il passato in decenni, pensa te…) mi sono lasciato convincere da amici a fare un’esperienza di marketing multilivello. Quelle cose per cui vendi prodotti a gente che vende prodotti ad altra gente, a alla fine tu guadagni anche dalle loro vendite, e da quelle dei loro “sottoposti”, in una catena assolutamente legale e funzionante (ce ne sono di truffaldine, state attenti; questa di cui vi parlo io, notissima e diffusa in tutto il mondo è invece correttissima sotto tutti i profili, e guadagnai anche qualche soldino).

Questa organizzazione si basava sulla costante motivazione di ogni elemento della piramide che doveva vendere e trovare nuovi venditori, e in maniera molto americana faceva incontri settimanali, mensili e uno importantissimo, annuale, che all’epoca si teneva addirittura in una località straniera (adesso non so). Non c’era obbligo di partecipazione ma, insomma, se volevi scalare posizioni dovevi farlo. E io lo feci; c’erano degli amici, era un’esperienza nuova, perché no? Autobus dalla mia città zeppa di persone, lungo viaggio allegro tipo gita scolastica, arrivo, e a un certo punto raduno ufficiale, assieme ai partecipanti di decine di altre città italiane, in un maxi tendone dove ci saranno state diverse migliaia di persone. Nell’attesa dei big che ci dovevano concionare e motivare, il vocìo fu interrotto da una qualche figura di secondo piano che dal palco, dopo avere fatto alcune comunicazioni di servizio, si mise a saltellare urlando, ritmicamente: “Chi non salta negativo è – è”. Usano più queste cose? Immaginatevi un assembramento davvero imponente di persone tutte a saltare ritmicamente scandendo, con la voce di mille voci “CHI-NON-SALTA-NEGA-TIVO-È-È”. Prima saltano in piedi i 1.000 più addestrati e proni, poi dopo qualche istante altri 1.000, un po’ più vergognosi ma arrendevoli, poi via via tutti, ma proprio tutti, si mettono a saltare nel tendone scandendo

CHI-NON-SALTA-NEGA-TIVO-È-È

E tutti guardano me.

Perché io resto seduto sulla mia panca, con un sorriso tiratissimo in volto, guardando anche i miei stessi amici, al mio tavolo, che si sono arresi e saltano, e scandiscono, e mi guardano.

Il tempo si ferma. Tutti saltano, migliaia di occhi mi guardano, e io sono quello negativo, quello che rovina la festa, il Giona, e non smettono, e non smettono, e il senso d’oppressione tremendo che provai lo ricordo benissimo. C’è una forza psichica imponente in una massa urlante all’unisono, un magnete ipnotico che ti attrae e ti svuota, non riesci più a pensare se non i pensieri della folla. Anzi: IL pensiero, perché la massa ha un solo pensiero per volta, e quel pensiero ti pervade, ti percuote. O pensi anche tu quel medesimo pensiero o, semplicemente, stai male.

Lo ricordo come un interessantissimo esperimento sociologico. Poi finì, ricordo pochissimo di quel che si fece e si disse, tornammo a casa giocando a carte sull’autobus e facendo credere a un compagno di viaggio che aveva straordinari poteri telepatici e niente, dopo poco mi stancai della cosa e abbandonai quell’organizzazione. Dopotutto non era il mio mestiere. Ho amici che lo fanno ancora, e ci campano…

Credo che pochi abbiano sperimentato quella forza terribile. O che siano, comunque, riusciti a mantenersi lucidi e a viverla anche se terribile, e anzi in quanto terribile. Io che partecipai, in anni gloriosi e tragici, a manifestazioni di piazza, contestazioni, occupazioni e quelle cose che si facevano negli anni ’70, non ho affatto memoria di una potenza simile. Si andava ai cortei (chi ci andava), o alle manifestazioni di piazza (anche recenti, le sardine per esempio) con uno spirito enormemente più libero. Con la forza di un’ideologia, o con l’allegria di una comunità, o con la convinzione di una qualche logica, ma non con il cervello totalmente svuotato di ogni idea e pieno solo di una cosa: essere la massa. Non con la massa, non nella massa. Essere massa; pensare massa; urlare massa; guardare massa.

Immagino che si sentisse così la folla sotto il balcone di Piazza Venezia all’annuncio della dichiarazione della guerra. Si sente così la folla – non importa se di minor consistenza – che lincia rabbiosamente il presunto reo. Qualcosa di simile è il panico collettivo, quando arriva il terremoto e tutti all’unisono ci alziamo dalle poltrone del teatro, o dello stadio, e ci calpestiamo bestialmente accecati dalla sola volontà di fuggire.

Adesso distacchiamoci da situazioni estreme, o particolari. Senza questa così totale sospensione della volontà, con una possibile (ma limitata) possibilità di scegliere fra alcune opzioni, con un residuo di lucidità, quest’uomo-massa ha da tempo invaso le cronache fomentando un oscuro fenomeno secondario: i leader (in senso lato) vedono la massa e desiderano cavalcarla, illudendosi di poterla possedere, e quindi la sobillano, cercano di sedurla, di indirizzarla, e ne finiscono il più delle volte rivoltati come calzini. Però la stessa interlocuzione ha offerto una legittimità alle atrocità della massa, fosse anche solo un’atrocità di pensiero. La massa viene considerata soggetto, semmai anche nella critica, e diventa addirittura interlocutrice del Potere. E se anche quella massa è minoranza numerica, così legittimata diventa arrogante, pretende, e il Potere non sa cosa fare se non concedere. Perché con la massa urlante non si argomenta, non si discute, non si negozia. Non ci si può nemmeno provare.

Adesso considerate sotto questa luce ciò che accade nel mondo, e in Italia, e nelle nostra città. Dalle reazioni al virus alla lotta contro le malefatte di un commerciante vissuto quattro secoli fa, al revisionismo iconoclasta, al rapido mutare del rapporto fra i sessi (non in senso di una maggiore uguaglianza, ma di una forma esteriore di discorso vuoto e fanatico), alle diverse facce del populismo, ai capipopolo d’élite (quelli che mobilitano milioni di sguardi) a quelli straccioni che ci provano nel loro piccolo, semmai urlando un po’ di più. Guardate il passeggio nel corso principale, la gente al mare, al supermercato. Leggete i post su Facebook in gruppi lontani dal vostro pensiero, avventuratevi in quelle zone oscure. Leggete i commenti ai blog e agli articoli di quei giornali che – per ovvie ragioni di traffico – concedono spazio ai lettori. Guardate un talk show, guardate uno di quegli spettacoli dove il pubblico “partecipa”. Guardate gli ultimi sondaggi e provate a parlare, al bar sotto casa, di distanziamento sociale, caporalato e sfruttamento degli immigrati. Provate a dire “Colao”, tanto per vedere l’effetto che fa. Osservate che provvedimenti prende o non prende questo governo, quali diritti sono invocati e pretesi, con quali motivi e forme. 

E ripetete, tutti in coro:

CHI-NON-SALTA-NEGA-TIVO-È-È

L’argomentazione, cribbio!

Su Hic Rhodus l’1 Giugno (La Crusca può dire quello che vuole, io lo scrivo così!) 2020 dc:

L’argomentazione, cribbio!

di Claudio Bezzi

Siamo spettacolosamente inadatti alla comunicazione complessa. Credo che il linguaggio si sia sviluppato, nell’uomo, per cose tipo “Tigre-con-denti-a-sciabola, scappa!”, o “Tu raccogli erba io scuoio capriolo” o il sempreverde “Dare soldi, vedere cammello”. Perché quando qualcuno poi replica “Ma sei sicuro fosse proprio una tigre coi denti a sciabola?”, o “Vacci tu a cogliere l’erba che io non ne ho voglia”, si apre un ginepraio di discussioni in cui le parole, anziché strumenti di spiegazione e chiarimento, entrano in gioco come elementi che producono nuova confusione e incertezza.

Fortunatamente abbiamo da poco pubblicato la nostra Mappa 30 – Guida pratica al pensiero dove abbiamo necessariamente incluso una discreta bibliografia hicrhodusiana sul linguaggio e come funziona, così i lettori interessati possono andare là a cercare approfondimenti. Anzi, questo post, tutto sommato, è da aggiungere a quanto già indicato nella Mappa 30.

Reduce da alcuni consueti incontri con ragionamenti errati (sì, certo, dal mio punto di vista), ne faccio qui un breve riepilogo, a favore di quei quattro lettori che non si disperano nel solipsismo linguistico.

1) Gli asserti non sono argomenti: ovviamente questo (che in effetti è esso stesso un asserto) è il principe dei “ragionamenti” errati, proprio perché non è un ragionamento. Gli asserti sono mattoni fondamentali della costruzione del pensiero e del linguaggio, nonché elementi caratterizzanti il metodo scientifico. Un asserto è una dichiarazione che viene costruita combinando concetti in modo semanticamente adeguato, cioè in modo che la proposizione abbia un significato. “Hic Rhodus è un blog” è un asserto, così come “Hic Rhodus è un blog che cerca di unire il rigore della documentazione proposta con una scrittura per quanto possibile divulgativa”.

In entrambi i casi nulla viene spiegato, ma solo dichiarato. Gli asserti sono fondamentali nella comunicazione quotidiana, e sono talmente comuni e utili che una gran parte di nostri interlocutori non si accorge che asserire senza spiegare i presupposti degli asserti, induce ad affermare verità indimostrate.

Per esempio: “Hic Rhodus è il miglior blog italiano” è un asserto, formulato in maniera corretta, ma include una “verità” diversa dai due precedenti, perché introduce delle categorie di valore sulle quali nulla si dice: ‘migliore’ in che senso, sotto quale profilo? ‘Migliore’ di tutti? Come si è stimato tale primato?

A parte il comunicare quotidiano, che qui non ci interessa, la politica, il giornalismo, i virologi in TV e la filosofia di Diego Fusaro, sono infarcite di asserti non argomentati che nell’economia del discorso vengono intesi come veri.

Naturalmente il virologo in TV non può tenere una lezione di due ore per spiegare a noi profani le caratteristiche del Covid 19, alla luce di ricerche recenti da lui lette, per potere, alla fine, giungere a determinate conclusioni; in questo caso, quindi, acconsentiamo all’assertività del virologo (in TV, non al convegno scientifico) e ci fidiamo del fatto che dietro quegli asserti ci siano comunque complesse argomentazioni, che semplicemente ci vengono risparmiate.

Questa nostra fiducia è ingenua, naturalmente, ma al momento fermiamoci. La stessa fiducia, anziché ingenua diventa sciocca quando la lasciamo ai politici o ai giornalisti o a Fusaro, ma non vorrei andare oltre spiegando i perché, visto che li troverete in altri articoli di Hic Rhodus.

2) La reazione all’oggetto è una specie perniciosa di fallacia logica: anche se abbiamo già trattato le fallacie logiche nella citata Mappa 30, vorrei segnalare questa specifica, assai insidiosa, peraltro, anche nelle scienze sociali applicate. Se io scrivessi, per esempio: “La magistratura italiana è affetta da una pericolosa deriva populista” (è un asserto) sarei tenuto ad argomentare o, in caso contrario, otterrei un assenso a priori da chi già di suo pensa quel medesimo asserto, e un dissenso altrettanto a priori da chi ha maturato per conto suo pensieri differenti.

Gli asserti sono in realtà invalutabili (se costruiti nel rispetto della logica linguistica); se io non spiego in lungo e in largo il perché di quella frase, non potete sapere se realmente collima oppure no col vostro pensiero sullo stesso argomento. Facciamo un passo avanti: se io dovessi scrivere: “Come sostiene anche Zingaretti, la Magistratura bla bla…”, ecco allora che scatterebbe, in molti lettori, il senso di appartenenza, oppure il semplice pre-giudizio (positivo o negativo) su Zingaretti, del tipo “Io stimo Zingaretti, e se lui dice questo immagino abbia delle buone ragioni, quindi concordo con lui”; mi piacerebbe imbrogliarvi un po’, attorno a un tavolo e con un buon bicchiere di vino, portandovi a concordare su frasi di questo genere e poi, solo dopo, dirvi: “Vi ho fregati! Questa frase l’ha detta Berlusconi, Cicchitto, Salvini, …” e vedere la faccia che fate. Perché molte delle cose che diciamo vengono accettate o rifiutate non perché valutate nel merito, ma perché collegate a un fattore terzo accettato o rifiutato. Se quella frase sulla Magistratura (adeguatamente argomentata) è corretta e giustificabile, allora lo è a prescindere da chi l’ha detta, sia che si tratti di Claudio Bezzi, di Zingaretti o di Salvini (certo, semmai si può aprire un’altra discussione sul perché abbia sentito il bisogno di citare Zingaretti o Salvini, ma si tratterebbe comunque di un’altra discussione).

3) La maledetta ideologia. La madre di tutti gli errori e gli orrori del nostro pensare è l’ideologia, intesa qui in senso negativo. È la sclerotizzazione della reazione all’oggetto, ma in forme tortuose e complicate; l’ideologia è l’elaborata costruzione di argomentazioni quasi tutte corrette e logiche, basate però su alcuni a priori indimostrati, o falsi; l’ideologia mostra quindi un’architettura avvincente – a patto di non scavare a fondo – e solitamente salvifica, morale, finalistica. L’ideologia fa sentire forti di un pensiero pensato da altri, altrove, semmai in un’altra epoca, e ipostatizzato e a volte sacralizzato per l’eternità. Tutto questo artificio vale, ovviamente, per le grandi ideologie, tutte le religioni, per esempio (scusate se da blasfemo quale sono, per spicciare il discorso, includo le religioni nelle grandi ideologie), il comunismo e il fascismo, sono splendidi esempi di ideologie ampie, articolate, capaci di affascinare moltitudini. Poi ci sono le ideologie abbozzate, spezzoni, simulacri, ideologie prêt-à-porter buone da indossare al momento giusto, tanto per esserci e testimoniare il proprio nulla: sovranismo, nazionalismo, razzismo non sono, in sé, delle ideologie, ma fungono alla bisogna quando sono esibite da numerose persone, tutte assieme, per meschine necessità di un nascondiglio.

4) Infine un grande classico: l’omologazione. L’omologazione è il pensiero di massa, è la voce della moltitudine alla quale ci accodiamo per trovare protezione. Spesso inconsapevolmente, e questo è sociologicamente interessantissimo: pensarla tutti alla stessa maniera credendo, veramente, di proporre un pensiero autonomo e originale. L’omologazione è un cardine imprescindibile della tenuta della società nel suo insieme, che non può sopportare un numero eccessivo di anarchici, bizzarri, bastiancontrari, pena il suo collasso. E quindi – per isole, insiemi, “province di significato” – ecco i salviniani lepenisti mio capitano tutti irregimentati dietro il Truce, i renziani che hanno capito tutto e salveranno la Patria dietro il loro leader come un sol uomo, i populisti antivaccinisti contro i microchip sotto pelle che andranno ad aprire il Parlamento come una scatoletta e vaffanculo, e così via per tribù, perché la contemporaneità consente la compresenza di omologazioni apparentemente differenti ma, nella sostanza, affini come meccanismi psicologici, culturali e sociali e tutti, indistintamente, fucine di uomini massificati e senza capacità di pensiero critico.

Ecco, cari lettori, questi quatto pilastri del pensiero ristretto e sbagliato sono comode scorciatoie quando parliamo di sport (anzi, qui sono d’obbligo!), sono modi veloci per discutere del più e del meno in treno con uno sconosciuto, e stanno alla base della comunicazione strumentale e immediatamente operativa (da “Buono questo spezzatino” a “Fate la raccolta differenziata”). E sembrano andare bene per Facebook e Twitter, sì, certo, ma già su questi social accade che mcluhanamente il medium sia il messaggio, vale a dire: scriverlo su una piattaforma che inchioda quell’asserto e lo fissa per l’eternità, rendendolo disponibile (ed equivocabile) a centinaia, migliaia, milioni di persone (pensate ai tweet di Trump), cambia sostanzialmente tutto. Ecco perché i social, ecco perché la televisione, ecco perché i quotidiani (meno) posso davvero essere strumenti spaventosi di omologazione, veicolazione del consenso, diffusione di stereotipie.

Quindi, almeno tentare – nelle giuste occasioni di discussione politica e filosofica e sociologica – di non asserire banalmente bensì argomentare; di evitare le reazioni all’oggetto (mostrando ancor più di sapere argomentare, e non essere distratti da fattori disturbanti); rifuggite ogni ideologia incominciando col riconoscere gli a priori che condizionano il vostro pensiero, e quindi metterli in discussione e diffidarne; e infine, certo, sempre, ma sempre, e come sempre, fate lo sforzo di un pensiero critico e indipendente, ancorché errato. Insomma: non omologatevi!

Il virus populista

Da Hic Rhodus 15 Maggio 2020 dc:

Il virus populista

di Claudio Bezzi

Una bella intervista a Flavia Perina. Oggi c’è bisogno di ricordare tutto, perché tutto si consuma troppo in fretta: Flavia Perina è stata direttrice del Secolo d’Italia (storico quotidiano di destra) e deputata all’epoca di Gianfranco Fini. Donna di destra vera, una che la destra l’ha praticata e vissuta. Ma una destra lontana anni luce da quella di Meloni e – peggio – Salvini, una destra con delle prospettive, dei valori, delle idee e, specialmente, delle idee non populiste. Vi riporto alcuni brani della sua intervista:

Ci sorprendiamo giustamente per le posizioni di Guido Crosetto, Fabio Rampelli, Francesco Storace [che hanno difeso Silvia Romano – NdR] perché la destra ha sempre ostentato su questi fatti un’alta dose di cattivismo: è un sentimento che non corrisponde al suo dna, ma in genere gli attuali leader giudicano utile assecondare le pulsioni estremiste del loro “popolo”. Da tempo hanno rinunciato all’opera pedagogica che, in tempi passati, la destra considerava fra i suoi doveri anche nei confronti del suo elettorato.

Ancora:

Credo che la destra di oggi si trovi abbastanza bene nel ghetto [populista], intesa come area di opposizione radicale, opposizione “di sistema”. Pensano che quel tipo di isolamento e di “alterità” porti consensi. E che quindi debba assecondare il tipo di elettorato che apprezza il rifiuto di ogni contaminazione e dialogo, sempre percepito come intelligenza col nemico.

E infine, lucidamente:

Siamo un Paese anomalo, siamo un Paese dove hanno vinto le formule populiste. Una destra sul modello di quello tedesco o francese è inimmaginabile. Come è difficilissimo trovare lo spazio per un altro tipo di sinistra, o di centro. La chiave di questo Paese è la competizione populista.

Flavia Perina descrive, credo con dolore e disillusione, quello che un testimone di sinistra potrebbe dire della sinistra italiana e comunque quello che da anni cerchiamo di dire qui su Hic Rhodus: uno strato di polvere populista si è sovrapposto alla destra, alla sinistra, alla politica e alla società in generale.

Ne abbiamo parlato moltissimo, ma ultimamente abbiamo cercato di fare una sintesi in questo trittico:

Riprendo il tema solo per un paio di aggiunte. Innanzitutto mi fa piacere vedere che anche da destra una donna colta e intelligente veda questa catastrofe; implicitamente sto facendo un po’ di autocritica: avevo degli evidenti pregiudizi, e questo è sempre un male.

In secondo luogo noto, osservo, constato che questo male politico oscuro, questa polvere sottile del pensiero eversivo, questo virus dell’impossibilità di pensare e agire razionalmente, sta espandendosi in realtà ovunque.. Nel pensiero moderato e liberale; nelle osservazioni casuali di amici intelligenti; in diversi luoghi del pensiero della sinistra; nei commenti di fior fiore di intellettuali…

Allora diffido. Il concetto di |populismo| potrebbe essere diventato troppo vago e impreciso per definire questa deriva che non è solo politica, ma anche culturale, morale, sociale.

In senso stretto, |populismo| è un

atteggiamento ideologico che, sulla base di principî e programmi genericamente ispirati al socialismo, esalta in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi. Con significato più recente, e con riferimento al mondo latino-americano, in partic. all’Argentina del tempo di J. D. Perón (v. peronismo), forma di prassi politica, tipica di paesi in via di rapido sviluppo dall’economia agricola a quella industriale, caratterizzata da un rapporto diretto tra un capo carismatico e le masse popolari, con il consenso dei ceti borghesi e capitalistici che possono così più agevolmente controllare e far progredire i processi di industrializzazione. In ambito artistico e letterario, rappresentazione idealizzata del popolo, considerato come modello etico e sociale (Vocabolario Treccani).

È in questo medesimo senso, o comunque molto simile, che il concetto di populismo è stato utilizzato su questo blog, e che ho utilizzato nel libro Uscire dal Novecento per battere Salvini.

Quindi: demagogico ruolo assegnato al popolo (democrazia diretta, uno vale uno… tutto il programma dei grillini dell’epoca d’oro); rapporto diretto tra capo carismatico e popolo (Grillo, soprattutto Salvini fino al Papeete); rappresentazione idealizzata del popolo (che si “indigna”, che straparla su qualunque cosa, che ha diritti e mai doveri…).

Su questa base, non costituiscono aggiunte indebite alcune caratterizzazioni contemporanee e specifiche; molte riguardano la comunicazione populista: ipersemplificazione, falsificazione, denigrazione dell’avversario; altre hanno a che fare con alcune conseguenze ideologiche: sovranismo, nazionalismo, antieuropeismo.

E così via come periodicamente scritto su questo blog (riferirsi ai link già proposti).

Eppure c’è forse qualcos’altro. Per meglio dire: ognuno di questi tratti ha conseguenze. I tratti culturali, sociali e personologici non sono mai statici, immutabili: hanno conseguenze, producono altre forme di relazione e pensiero, mutano, si adattano all’ambiente… proprio come i virus!

Allora vi propongo una piccola mappa di ciò che si è sempre chiamato ‘populismo’, che in questo blog abbiamo sempre trattato come tale, che Flavia Perina – nell’intervista – definisce tale, alla luce però del suo attuale allargarsi, dilagare, occupare altri ambiti… E per farlo non tratteremo delle conseguenze ultime del populismo, ma delle sue proprietà costitutive; per capirci: l’antieuropeismo non è un tratto costitutivo del populismo, ma una conseguenza di una connotazione particolare del nazionalismo, un’esaltazione del “noi”, una sopravvalutazione dell’importanza della propria tribù; infine, del particolarismo.

In questo senso quelli che mi sembrano i tratti fondamentali del populismo contemporaneo, e quelli derivati, di secondo e terzo livello, sono i seguenti:

Tratti costitutivi di base del populismo Tratti conseguenti Elementi ultimi visibili, comportamenti e atteggiamenti finali
Egotismo Egoismo, edonismo, particolarismo, sopravvalutazione di sé. Xenofobia, razzismo, maschilismo, nazionalismo, antieuropeismo.
Incultura Ignoranza, credulità, ipersemplificazione dei problemi. Antiscientismo, antivaccinismo, incapacità di programmare e valutare il proprio operato.
Familismo Diffidenza, paternalismo, clientelismo, asservimento. Nepotismo (per esempio in politica), partigianeria, continua guerra fredda civile, ricerca di privilegi e diritti di gruppo.
Convenzionalismo Bigotteria, perbenismo formale, adesione stereotipata ai cliché linguistici e culturali. Omologazione del pensiero, diffidenza verso gli intellettuali critici (inclusi i politici avversi e i giornalisti indipendenti); rifiuto della diversità.

Non è necessario possedere tutte queste caratteristiche per meritarsi il titolo di ‘populista’. Averne più di una, o addirittura averle tutte, ci porta a ragionare sui “gradi di populismo”. Proviamo:

  1. hai uno di questi tratti importanti (prima colonna di sinistra) o due o tre di quelli di secondo o terzo livello; per esempio: sei paternalista, incline ai cliché, e un filino egotico: propongo di considerarlo un populismo di primo livello, negativo comunque, ma non inconciliabile con buone altre caratteristiche; Renzi ne è un mirabile esempio: è europeista, liberale, con spiccate doti critiche, ma è un egocentrico, partigiano e non brillantissimo nella valutazione del proprio operato;
  2. hai più di un tratto costitutivo, e/o diversi di quelli secondari: sei un populista a tutto tondo, un populista semmai in giacca e cravatta ma populista resti, uno di secondo livello; per esempio Conte: si rivolge direttamente al popolo italiano con fare paternalista, ma non riesce a fare sintesi nel proprio governo, traccheggia indeciso nelle decisioni che deve prendere e non ne vede con lucidità le conseguenze;
  3. hai tre o quattro tratti costitutivi e, di conseguenza, una pletora di quelli susseguenti; sei un pericoloso populista di terzo livello, hai tendenze eversive e anti-istituzionali; per non fare, come esempio perfetto, quello di Salvini, diciamo che la stragrande maggioranza dei 5 Stelle si colloca qui.

Le sfumature, i punteggi intermedi, e la collocazione di tutti gli altri, vedete voi, qui era solo un primissimo esercizio per capirci.

C’è anche un punteggio zero, ovviamente: quello di chi pensa criticamente, di chi fa politica con assennatezza e senza tornaconti personali, chi si informa in modo ampio e cerca di valutare ciò che capisce del mondo, semmai sbagliando (non essere populisti non significa non sbagliare; diciamo che temo non esista uno zero perfetto, in quanto al tasso di populismo presente in ciascuno di noi, ma uno zero-virgola-qualcosa è già un grandissimo risultato).

Il popolo italiano è, in grande maggioranza fra il livello 2 e il 3. Una conseguenza più volte segnalata su questo blog è che le preferenze elettorali di questi concittadini si spostano ma entro confini di populismo conclamato o grave; oggi la Lega è in calo ma la Meloni è in crescita; ricresce anche un po’ il M5S. Questa ampia platea di grave populismo, anche perché poco critica, segue il Salvini del Papeete finché spara dichiarazioni a raffica, poi in parte lo abbandona per la Meloni, o per Di Maio, ma ridate un microfono al capo leghista e questi italiani torneranno a seguirlo abbandonando i precedenti.

Non ha molta importanza. Non ci deve importare un fico secco se in un dato momento ha più consenso la Lega, Fratelli d’Italia o il Movimento 5 Stelle; sono piccole varianti dello stesso fenomeno devastante per la nostra democrazia.

E al centro? E a sinistra? Anche qui seguendo Flavia Perina e quanto più volte scritto da Hic Rhodus, in queste diverse aree politiche si assiste, con ritmi e modalità meno eclatanti, al fenomeno di penetrazione del virus populista.

Qui occorre guardare in faccia la realtà anche se vi può addolorare: andate oltre le etichette: chi si auto-definisce “di sinistra” (o “liberale”, “socialista”, quel che vi pare) non è necessariamente immune al virus. Sono i fatti, le parole, i comportamenti, che possono testimoniare una vera lucidità di pensiero, o se l’inquinamento populista, con uno o più dei suoi tratti, non abbia incominciato a produrre i suoi effetti.

Lascio giudicare ai lettori, anche perché la mia idea in merito, altre volte espressa, è piuttosto sconfortata.

Il “buco nero” della scuola italiana

In e-mail il 5 Luglio 2020 dc:

Il “buco nero” della scuola italiana

di Lucio Garofalo

Propongo qui una mia riflessione che potrebbe risultare scomoda ed invisa agli occhi miopi dei benpensanti e dei farisei, adusi al più comodo riparo del conformismo e del perbenismo.

Parto da una sorta di provocazione: il bullismo emotivo e psicologico attuato dagli insegnanti è un fenomeno assai diffuso, quanto lo è il bullismo tra gli adolescenti.

Tale premessa mi serve a chiarire quale sia il livello di degrado morale in cui si è oramai ridotta la scuola italiana.

Mi vorrei soffermare su alcuni aspetti in base ai quali ho preso atto che il segmento più buio, cinico e detestabile dal punto di vista umano, è la scuola secondaria di 1° grado. Si tratta di una valutazione soggettiva, relativa a vicende che non posso riferire, per non scatenare reazioni di sdegno ed irritazione in chi ha la coda di paglia chilometrica.

Una collega di scuola secondaria mi ha confidato una serie di elementi preziosi e rivelatori, poiché hanno rafforzato i miei convincimenti maturati nel corso della mia carriera professionale. Una buona percentuale degli insegnanti di questo ordine di scolarità (non so dire se in buona o in mala fede) tende ad ottenere risultati esattamente antitetici a quelli attesi o desiderati dalla loro funzione: il rigetto verso la scuola e lo studio, l’avversione per i libri e la cultura.

Fatta eccezione per quei rarissimi e virtuosi esempi di colleghi provvisti di qualità empatiche. L’empatia è quella dote preziosa, direi indispensabile per chi si accinga ad intraprendere la difficile professione dell’insegnamento.

Questa riflessione non è inficiata da umori negativi, né da fattori emotivi, come si potrebbe insinuare piuttosto facilmente e molto malignamente. Io sono convinto che il segmento della scuola secondaria di primo grado sia una sorta di “buco nero” nella scuola del nostro Paese. Ricordo che, in un recente passato, sono assurti alla ribalta della cronaca episodi più o meno gravi e frequenti, di vero e proprio bullismo, se non di teppismo scolastico.

Ricordo notizie di docenti aggrediti persino dagli studenti, o dai loro genitori. E vari episodi di bullismo tra gli adolescenti.

Tuttavia, non si parla mai dei casi in cui il bullismo, di tipo psicologico, è esercitato dagli insegnanti. Piaccia o meno ai colleghi ed alle colleghe, è un dato di realtà. Ognuno di noi ha avuto un passato, forse turbolento ed irrequieto, relativo all’adolescenza, ha vissuto le crisi ed i turbamenti di tale stagione della vita. L’adolescenza è la fase esistenziale più difficile e più delicata, poiché è attraversata da inquietudini, ansie, sofferenze e disagi interiori, che sono amplificati da una consapevolezza non ancora matura. È un’età segnata da ribellioni e da gesti di disobbedienza, in cui si tende a contestare in modo istintivo, assoluto ed irrazionale, direi fisiologicamente, l’autorità incarnata dagli adulti, genitori e docenti.

Lungi da me l’intenzione di giustificare in alcun modo quei ragazzi che aggrediscono i loro docenti. Simili gesti sono solo da deprecare in modo netto e perentorio. Ma, nel contempo, sono da biasimare anche i docenti che si rendono artefici e colpevoli di atti di violenza psichica sistematica, azioni vili ed ingiustificate, nei confronti dei loro studenti.

Mi riferisco ai soggetti più timidi, verso cui è facile “sfogare” le proprie frustrazioni. Sono docenti con inclinazioni perfide e sadiche, proclivi ad infierire con un duro accanimento verso gli alunni più fragili e vulnerabili. Io stesso ho avuto la sventura di imbattermi in simili esemplari, specie nella secondaria di primo grado.

Che piaccia o meno ai colleghi ed alle colleghe, è una realtà innegabile, che ho riscontrato personalmente.

Trieste, 13 luglio: una maldestra sceneggiata

Inoltrato in e-mail il 21 Luglio 2020 dc:

Trieste, 13 luglio: una maldestra sceneggiata

MANO NELLA MANO, I DUE PRESIDENTI HANNO VOLUTO METTERE UNA PIETRA su vecchie beghe che, periodicamente, turbano i rapporti tra comunità italiana e comunità slovena, in una zona di confine, nevralgica per gli scambi di merci e lavoratori.

Recentemente, le beghe le aveva riaccese l’ex presidente Giorgio Napolitano quando, nel Giorno del ricordo [il 9 febbraio 2012], enfatizzò il vittimismo italiano, colpevolizzando, implicitamente, gli slavi (sloveni e croati), nei massacri delle foibe.

Il 13 luglio, il presidente italiano Mattarella e il presidente sloveno Pahor sono ricorsi al furbo espediente di far ricadere la colpa sui passasti regimi: il fascismo italiano e il titismo (comunismo) iugoslavo (di cui la Slovenia era parte integrante).

L’occasione è stata offerta dal centenario dell’incendio del Narodni Dom, la Casa del Popolo della comunità slovena, per opera dei fascisti, senza dire che le squadracce nere erano protette da soldati, carabinieri e guardie regie, con il consenso del governo liberale di Giolitti.

Contestualmente, sono stati riabilitati come antifascisti – e non più come TERRORISTI –: Ferdo Bidovec, Fran Marušič, Zvonimir Miloš, Alojz Valenčič, condannati a morte dal Tribunale Speciale e fucilati il 6 settembre 1930.

In realtà. i quattro fucilati erano militanti del TIGR (acronimo di: Trieste, Istria, Gorizia, Rivoluzione, o altre variazioni sul tema. Vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/TIGR), orga- nizzazione irredentista sloveno-croata. Che fossero del TIGR non è un mistero, è detto chiaramente nel titolo di un recente articolo: PIERO TALANDINI, «I fucilati del Tigr riabilitati». Pahor accende la polemica, «Il Piccolo», 2 luglio 2020, p. 20.

I quattro patrioti sloveni furono fucilati a Basovizza dove, appunto, davanti alla foiba si è consumato il clou della sceneggiata italo-slovena. Con la moltiplicazione dei cadaveri infoibati, come fece Nostro Signore Gesù Cristo, con i pani e i pesci!

«Dopo i 400 infoibati quotati nel 1945 dal CLN giuliano, scesi a una decina in base alle esplorazioni effettuate dagli angloamericani, dopo le centinaia quotate dal vicesindaco di Trieste Paolo Polidori [leghista, ndr] nel 2017, la visita del presidente della Slovenia Borut Pahor al monumento alla presunta “foiba” di Basovizza hanno fatto schizzare le quotazioni a duemila infoibati secondo il “Corriere della Sera”» [vedi: https://www.facebook.com/pages/category/Journalist/Claudia-Cernigoi-154067661976583/].

A parte i pacchiani incidenti di percorso, l’espediente furbetto mostra la corda a partire dal suo stesso presupposto, che vorrebbe spalmare le responsabilità su entrambe le comunità/nazionalità. Nascondendo, maldestramente, l’esclusivo ruolo vessatorio che ebbe il nazionalismo italiano. Fin dall’inizio della Grande Guerra (dicembre 1915), quando il governo Salandra decise di deportare le popolazioni delle terre «redente», ovvero i giuliani.

Furono deportate migliaia di famiglie. Come documenta l’intervento parlamentare del deputato comunista Giuseppe Tuntar, pronunciato il 21 luglio 1921, e pubblicato col titolo: Il Martirio del Proletariato nella Venezia Giulia [Libreria Editrice del Partito Comunista d’Italia, 1921, disponibile in rete: https://www.international-communist-party.org/comunism/Comuni70.htm#Archivio].

In quel clima di esasperato sciovinismo i fascisti inaugurarono la turpe consuetudine di infoibare gli avversari, soprattutto se slavi. E quelli che reagivano finivano davanti ai plotoni di esecuzione italiani: su 31 condanne a morte, 26 colpirono patrioti sloveni e croati.

Sulla tribolata storia delle foibe, ho pubblicato l’opuscolo: Nella linea di faglia tra Est e Ovest. Venezia Giulia, Istria e Dalmazia: alle radici della violenza nazionalista [Milano, 2012].

Dino Erba, Milano, 14 luglio 2020.

Recovery fund. La svolta europea e il portafoglio dei salariati

In e-mail il 24 Luglio 2020 dc:

Recovery fund. La svolta europea e il portafoglio dei salariati

23 Luglio 2020

Il fatto nuovo c’è, ed è rilevante. La più grande crisi capitalistica del dopoguerra ha spinto gli imperialismi europei a una parziale gestione comune del debito pubblico, cioè all’emissione di titoli continentali coperti dal bilancio comunitario. I famosi Eurobond, a lungo evocati da ambienti borghesi liberali e riformisti, hanno visto di fatto la luce.

Il valore complessivo dei titoli emessi, secondo i diversi programmi previsti (Sure , Bei, Recovery Fund), corrisponde a una cifra imponente. Superiore in termini di incidenza percentuale sul Pil europeo del piano Marshall del 1948/1951 (ben il 5% del Pil continentale).

La spartizione della somma ricavata dalla loro collocazione sul mercato è direttamente proporzionale all’impatto della crisi sulle diverse economie nazionali. Italia, Spagna, Francia, sono dunque le prime beneficiarie.

La suddivisione interna tra prestiti e sussidi (a fondo perduto) varia anch’essa in rapporto alla portata della recessione annunciata. Per l’Italia è pertanto prevista una destinazione di risorse obiettivamente consistente.

Il significato politico dell’accordo è chiaro: il capitalismo tedesco ha accettato quella soluzione di parziale mutualizzazione del debito (futuro) che aveva rigorosamente respinto come impossibile per decenni. Lo ha fatto per timore che il crollo di Italia e Spagna potesse trascinare in rovina l’economia tedesca, profondamente integrata con quella italiana a partire dal settore centrale dell’automotive, e precipitare così la disgregazione del mercato europeo.

Inoltre ha sicuramente giocato un ruolo centrale l’asse della Germania con la Francia, di cui Berlino non può privarsi. Un salto verso l’Europa capitalista “federale”? No. La gestione comune del nuovo indebitamento pubblico è stata concordata dal Consiglio Europeo, dunque dai capi di governo nazionali. Il Consiglio Europeo avrà un ruolo importante nel controllo della destinazione delle risorse pattuite.

Il complesso meccanismo previsto, per quanto non preveda il diritto di veto, garantisce gli interessi dei vari Stati capitalisti dentro un faticoso equilibrio, fonte di possibili contenziosi.

I parlamenti nazionali, incluso quello olandese, dovranno ratificare l’accordo intervenuto, come fosse una modifica del Trattato.

Basterebbe il no di un Parlamento per far saltare l’accordo.

Il blocco dei capitalismi nordici (Svezia, Olanda, Danimarca), insieme all’Austria, eserciterà una funzione di freno, e ha consentito l’accordo solo grazie all’ottenimento del taglio dei propri contributi al bilancio continentale. Il cosiddetto blocco di Visegrad, a partire da Ungheria e Polonia, mercanteggia l’avallo dell’accordo con la preservazione dei propri regimi reazionari, in un quadro di negoziato permanente.

Occorre dunque prudenza nel misurare portata e prospettive del Recovery Fund. Una svolta è avvenuta. Al tempo stesso non è ancora consolidata, né è irreversibile.

Il punto vero, tuttavia, è un altro: una svolta nelle relazioni capitalistiche non è affatto una svolta per il portafoglio dei lavoratori. Tutt’altro.

UNA GIGANTESCA OPERAZIONE A DEBITO L’intera operazione del Recovery Fund, come quella di Sure e Bei, è a debito. L’Unione degli Stati capitalisti vende titoli continentali sul mercato finanziario. Chi li comprerà? I cosiddetti investitori istituzionali: banche, fondi, compagnie di assicurazione.

Dunque l’Unione degli Stati capitalisti accumula un proprio debito nei confronti del capitale finanziario, con l’impegno a ripagarlo coi dovuti interessi. Con quali risorse lo ripagherà? Con quelle del bilancio comunitario, di cui dispone la Commissione Europea.

Ma il bilancio comunitario è estremamente ridotto (l’1% del Pil continentale) ed oltretutto ha visto dopo la Brexit e prima della pandemia un ulteriore restringimento.

Dunque per soddisfare i creditori, cioè gli acquirenti dei titoli, occorre espandere le risorse di bilancio disponibili. Si può farlo in due modi: applicando nuove imposte continentali e/o aumentando i versamenti statali al bilancio europeo. L’Italia si è impegnata ad esempio ad accrescere di 50 miliardi il proprio versamento, così altri Paesi.

Come finanziano gli Stati nazionali, a loro volta, questi accrescimenti di spesa? O attraverso la fiscalità generale, che grava ovunque sui lavoratori salariati, o/e tagliando le spese sociali a danno prevalentemente della popolazione povera.

Dunque, il primo dato certo dell’indebitamento europeo è che verrà scaricato sul portafoglio dei lavoratori.

E non è che il primo aspetto.

A CHI ANDRANNO I SOLDI? Una volta che la UE ha venduto i nuovi titoli continentali sul mercato finanziario, coprendoli con risorse prese da salari e spese sociali, distribuisce il ricavato ai diversi Paesi secondo il criterio prima indicato, parte in prestiti, parte a fondo perduto. Ma a chi andranno concretamente questi soldi? In buona misura a imprese e banche, colpite dalla recessione. Gli Stati nazionali hanno già varato per proprio conto grandi operazioni di finanziamento dei capitalisti attraverso l’apposizione di garanzie pubbliche al credito bancario.

Ora il Recovery Fund interviene sullo stesso tracciato, sotto forma del “sostegno alla competitività delle imprese” e della “sostenibilità del credito”. Gli stessi investimenti green, infrastrutturali e in digitalizzazione sono di fatto trasferimenti alle imprese sotto forma di incentivi, sussidi, detassazioni. Un affidamento al mercato, che come l’esperienza insegna non promette alcuna svolta né sul terreno ambientale né su quello sociale. La novità è che parte di questa elargizione non dovrà essere rimborsata. Si tratta di regalia pura, senza accrescimento del debito pubblico. Peraltro, già il solo annuncio della nuova pioggia di miliardi in arrivo ha coperto una ulteriore detassazione dei capitali.

In Italia è stata tagliata in piena pandemia la prima tranche dell’IRAP (4 miliardi) che oggi finanzia la sanità. Confindustria chiede in queste ore che la prossima legge di stabilità cancelli definitivamente la tassa (13,4 miliardi complessivi). Lo stesso ordine del giorno, in varie forme, viene posto in Francia e in Spagna. Ovunque i soldi europei finanziano la detassazione dei padronati nazionali, tutti in corsa gli uni contro gli altri per la massimizzazione dei propri profitti.

Non solo. Per poter ridurre i contributi di Olanda, Svezia, Danimarca e Austria al bilancio europeo, e al tempo stesso allargare quest’ultimo, il Consiglio Europeo ha tagliato 9,4 miliardi di spese sanitarie e 7 miliardi per la ricerca. Il primo biglietto da visita del Recovery Fund lo pagano la sanità pubblica e la ricerca medica. E ciò in presenza della più grande pandemia del dopoguerra.

LE “RIFORME” AL SERVIZIO DI CHI?

A sua volta, questa destinazione ai capitalisti dei diversi Paesi di quanto ricavato dalla vendita dei titoli europei ai gruppi capitalisti è condizionata dal varo delle famigerate “riforme”.

Le “riforme” hanno il marchio di sempre: liberalizzazione del mercato, flessibilizzazione del lavoro, e soprattutto piani di rientro credibili dal debito pubblico. Il debito pubblico di ogni Paese è cresciuto enormemente per le spese legate alla pandemia, il soccorso pubblico a imprese e banche, la precipitazione della recessione. Non volendo tassare i capitalisti ed anzi volendo continuare a detassarli, i governi borghesi sono ricorsi ben prima del Recovery fund a nuovo deficit e nuovo debito. Cioè hanno emesso propri titoli pubblici, ordinari o straordinari, per venderli sul mercato finanziario. Li hanno comprati banche nazionali, compagnie di assicurazione, e la BCE. Una BCE che oggi continua a finanziare massicciamente innanzitutto l’Italia, comprando i suoi titoli, ben al di là della quota detenuta in BCE da Bankitalia.

Questa enorme crescita del debito pubblico sovrano è una mina vagante per l’economia mondiale ed europea. Occorrono dunque piani di rientro. Nel 2020 ovviamente è impossibile, dal 2021 è inevitabile, pena la fuga degli investitori, la minaccia di crack, l’impennata dei tassi di interesse.

Come avvengono i piani di rientro? Consolidando il cosiddetto avanzo primario, cioè il rapporto tra entrate e uscite al netto dei tassi di interesse. Significa che ogni anno i tagli dovranno essere superiori al prelievo fiscale. Punto.

Non a caso l’avanzo primario è una costante delle leggi di bilancio in Italia negli ultimi vent’anni. Il ministro del Tesoro Gualtieri ha assicurato che manterrà questo «percorso virtuoso». È la garanzia offerta dall’Italia ai propri creditori, banche italiane in testa e BCE. La piena preservazione della Legge Fornero, la cancellazione della elemosina di quota 100, sono già nella partita di scambio.

Nessun pranzo è gratis, come dicono i padroni. Tranne per i padroni.

NÉ EUROPEISTI NÉ SOVRANISTI. SEMPLICEMENTE COMUNISTI

Qual è dunque l’indicazione di fondo che emerge dal nuovo accordo europeo? L’Unione Europea, stretta nella morsa tra USA e Cina, preserva la propria esistenza attraverso una gigantesca operazione a debito, che si somma al crescente indebitamento pubblico di tutti gli Stati nazionali. La montagna del debito, nazionale ed europeo, poggia sulla schiena di centinaia di milioni di lavoratori salariati del vecchio continente.

C’è un solo modo di liberarsene: rovesciare la classe dei capitalisti, a partire dai capitalisti di casa nostra. È possibile recuperando l’autonomia della classe lavoratrice contro gli europeisti borghesi e contro i sovranisti reazionari.

La linea divisoria non è tra Unione Europea e Indipendenza Nazionale.

È tra i capitalisti, italiani ed europei, e i salariati di ogni Paese. L’abolizione del debito pubblico verso il capitale finanziario, la nazionalizzazione delle banche, vanno posti all’ordine del giorno nei programmi di mobilitazione della classe lavoratrice, in ogni Paese e su scala continentale, legandoli alle battaglie per la ripartizione del lavoro (30 ore pagate 40), di riorganizzazione ecologica della produzione, di un investimento massiccio nel sistema sanitario e nell’istruzione, pagata dai grandi patrimoni, rendite, profitti.

La crisi la paghi chi l’ha provocata, non chi l’ha subita.

Partito Comunista dei Lavoratori

Sulla scritta “Fontana assassino”. Conferenza stampa mercoledì 20 maggio.

In e-mail il 19 Maggio 2020 dc:

Sulla scritta “Fontana assassino”. Conferenza stampa mercoledì 20 maggio.

 

Agli organi di informazione

Mercoledì 20 maggio alle h. 12 è convocata una conferenza stampa tramite piattaforma Zoom. È invitata la stampa. Per l’accesso richiedere le credenziali via mail (specificando nome, cognome e testata) a carc@riseup.net

Di seguito il comunicato di indizione.

Milano, 19 maggio 2020

In questi giorni i media riportano la notizia dell’apertura di un’inchiesta per la scritta apparsa su un muro di Milano che esprimeva un concetto semplice, chiaro: “Fontana assassino”. Sgomberiamo il campo da possibili fraintendimenti: per Fontana si intende Attilio Fontana, il Presidente della Regione Lombardia.

Siamo consapevoli che un messaggio tanto esplicito, benché traduca i sentimenti di parte consistente dei 12 milioni di cittadini lombardi, possa arrecare disturbo a chi cerca di nascondere le responsabilità e sia indigesto a chi è abituato alla politica della retorica, dell’ipocrisia, dell’omertà e della conciliazione. Ma siamo in una situazione in cui da conciliare non c’è niente, in cui i fatti hanno messo a nudo la montagna di ipocrisia e correità esistente nel governo centrale, nei governi e istituzioni regionali, nella Confindustria, nelle istituzioni finanziarie e affaristiche, nei partiti di governo e di “opposizione”.

Oggi chi promuove la conciliazione con una classe dirigente parassitaria, invischiata nei traffici, nelle speculazioni, nel malaffare di ogni tipo e in ogni ambito è complice, parte del problema, non un’alternativa.

Vogliamo precisare alcune questioni per essere certi che il contenuto di quella scritta e il suo valore, simbolico e pratico, siano effettivamente chiari e non interpretabili.

  1. A fine aprile la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo ed epidemia colposa per la gestione delle RSA in Lombardia. Il reato di epidemia colposa riconduce agli effetti di una strage. Per essere chiari: un omicida è responsabile di un omicidio. Ma 15mila morti non sono responsabilità di un omicida, sono responsabilità di un’organizzazione criminale, che ha una sua struttura e un vertice di comando. Questa è la giusta dimensione delle cose. La Procura di Milano non l’ha scritto sui muri, ma sugli atti dell’inchiesta.

Sono indagati i vertici del Pio albergo Trivulzio. Atto dovuto. Ma chi ha la responsabilità politica della gestione delle RSA? Chi ha emesso l’ordinanza dell’8 marzo che spediva a ricovero nelle RSA gli anziani ancora infetti dal virus? Da chi è arrivato l’ordine (o, se ordine non è stato, di certo il benestare ai comportamenti della Direzione ha un profilo di complicità e consenso) di perseguitare i lavoratori che denunciavano la situazione? Suvvia, non siate ipocriti: Regione Lombardia. E Attilio Fontana, è il suo “governatore”, come ama definirsi quando gli fa comodo.

La scritta sul muro ha quindi un evidente limite: ridimensiona, del tutto involontariamente, la portata delle responsabilità di Fontana.

Vogliamo considerare, a consolidamento di questo ragionamento, che

– è in corso una petizione per il commissariamento della Regione Lombardia,

– è in corso una campagna per le dimissioni di Fontana e Gallera e il resto della Giunta Regionale,

– sono state presentate varie denunce per l’inadeguatezza nel rifornimento di DPI agli operatori sanitari,

– ci sono ben più che ombre rispetto alla decisione di non ricorrere all’uso dell’ospedale di Legnano, ma di costruirne uno nuovo in Fiera a costi – sia passato l’eufemismo – spropositati anziché usare quei soldi (21 milioni di euro) in modo utile,

– ha sollevato ben più che indignazione il non avere dichiarato Nembro e Alzano “zona rossa” giocando a fare lo scaricabarile con Conte.

Una domanda retorica: si tratta di iniziative basate sul pregiudizio? Sul “piano politico antilombardo” o “antiLega”? Chi le promuove è convinto che Fontana, Gallera, la Giunta si siano comportati da bricconcelli? Oppure c’è un’ampia fetta di popolazione, organismi politici e sindacali, di categoria, di società civile che ha riconosciuto delle chiare responsabilità? Responsabilità rispetto a cosa? Non giocate con le parole! Diffusione del contagio, omesse cure, speculazioni, abbandono dei malati, morti. Il risultato è una strage. 

Un incompetente qualunque si sarebbe dimesso. Ma 1. quali interessi e quali motivi spingono Fontana, invece, a rivendicare tutto? 2. perché dovremmo sopportare in silenzio?

Se ci fosse una giustizia degna di questo nome, Fontana e soci sarebbero stati immediatamente cacciati dai posti di governo e poi processati. Ma la “giustizia” è fatta per colpire i ladri di polli e multare i vecchietti che escono di casa senza permesso dell’Autorità.

I ricchi e i potenti continuano a gozzovigliare, i politici a farsi la campagna elettorale (in piena strage, Gallera si è pure proposto come candidato a sindaco di Milano) sulla pelle di migliaia di morti. Questi sono i fatti.

  1. Quella scritta sul muro, oltre che ridimensionare la portata delle responsabilità di Fontana, ha un altro limite. Sintetizza in modo unilaterale e quasi escludente quelle responsabilità. È vero che non sono solo di Fontana. Ma anche di Gallera, della giunta regionale tutta, dei dirigenti della sanità posizionati dalla Lega e Forza Italia come si posizionano le pedine su una scacchiera per giocare la grande partita della spartizione dei soldi pubblici fra i gestori privati della sanità. Sono anche di chi è venuto prima e oggi fa il verginello: da Formigoni a Maroni. E sono, inevitabilmente, del governo, che è troppo invischiato o sottomesso a questo sistema di potere. E del PD. Sì del PD che cogestisce gli affari della sanità lombarda, mentre in altre regioni – Emilia Romagna, Marche, Toscana, Lazio – è a capo della banda che ha smantellato la sanità pubblica. Lo ha ammesso con coraggio e onestà anche Carmela Rozza in un messaggio giusto a fine aprile. E lo dimostrano i ripugnanti balletti sulla commissione di inchiesta regionale. Il PD chiede a Fontana di istituire la commissione di inchiesta. Come si chiama a casa vostra un simile atteggiamento? Loro lo chiamano “responsabilità” e “rispetto delle regole democratiche”, ma ci vuole un impegnativo esercizio di travisamento della realtà per non chiamarla “complicità”, che va ben oltre gli attestati di solidarietà – ad esempio di Sala – che sono arrivati a Fontana per la scritta. Nel nostro paese, quando si vuole insabbiare qualcosa, si istituisce una “commissione di inchiesta”.
  2. Quindi sì, abbiamo sbagliato, siamo stati moderati definendo solo assassino Fontana, siamo stati unilaterali nello scrivere solo Fontana. Ma è una scritta su un muro, non I Promessi Sposi. Faremo di meglio in futuro.
  3. Veniamo alla ventilata inchiesta della Procura di Milano, della Sezione antiterrorismo. Se l’apertura dell’inchiesta è una notizia vera, questo non fa altro che confermare ancora una volta come vengono utilizzati la giustizia e gli apparati investigativi: non per indagare e colpire chi commette crimini e stragi contro la popolazione, ma gli oppositori politici.

Siamo ben pronti e disponibili a rispondere politicamente delle affermazioni che facciamo e faremo in modo, anzi, che esse possano essere anche più chiare, esplicite e ricorrenti.

Per come stanno le cose, un tribunale è il luogo adatto per Fontana e soci. Auspichiamo, pertanto, che la Procura di Milano voglia essere solerte, come lo è per una scritta su un muro e quando si tratta di colpire lavoratori e oppositori politici, con le inchieste per la strage nelle RSA, per il giro di fondi dell’ospedale in Fiera, per le speculazioni sul prezzo dei tamponi, ecc. Di norma invece è lenta e clemente verso i padroni, i ricchi e i “potenti”: le inchieste contro di loro finiscono spesso nelle sabbie mobili dei tempi della giustizia…

Per quanto riguarda noi, non abbiamo intenzione di scusarci né di difenderci in modo particolare. Politicamente, eticamente, umanamente non ne abbiamo bisogno. Tecnicamente l’eventuale processo a nostro carico sarà occasione per dare voce alle testimonianze, che qualcuno fa finta di non conoscere, delle persone che sono state malate, a casa, senza cure e senza diagnosi per settimane. Di chi ancora non sa se è stato malato o se è guarito. Di chi non ha potuto avere neanche la visita del medico di base. Di chi ha rimediato un provvedimento disciplinare o il licenziamento per aver denunciato la situazione negli ospedali e nelle RSA.

Sì, faremo un bel processo. Ma non siamo gli accusati. Noi, assieme ai famigliari degli anziani uccisi nelle RSA, agli infermieri licenziati o sanzionati perché denunciano, ai sindacalisti colpiti, ai cittadini privati di DPI, siamo gli accusatori.

  1. Per completare il quadro è bene specificare subito che violeremo ogni dispositivo di condanna che sarà eventualmente comminato a nostro carico in quell’eventuale processo. Non pagheremo multe, non rispetteremo restrizioni della libertà individuale, non metteremo firme in caserma, non adempiremo a lavori socialmente utili… Non saremo i carcerieri né gli esattori di noi stessi per conto dello Stato.

Anzi, in caso di condanna andremo – e i giornalisti sono convocati fin da oggi – ordinatamente ma risolutamente, a bussare al carcere di Bollate: il carcere è l’unico modo per farci espiare “la colpa”. Bisogna che qualcuno si prenda la responsabilità di mettere in carcere dei comunisti per una scritta che afferma la verità (benché parziale), che esercitano l’articolo 21 della Costituzione.

Pretendiamo di essere tradotti a Bollate, lo stesso carcere da cui Formigoni è uscito con beneficio dei domiciliari dovendo scontare 5 anni e 10 mesi per corruzione. Corruzione nella sanità. È stato precursore e mentore di Fontana. È uno stragista come lui. Anche lui impunito.

  1. C’è un piano politico dietro la scritta? Certo. Siamo comunisti, siamo e saremo sempre e comunque dalla parte della classe operaia e delle masse popolari. Rispondiamo ad esse delle nostre azioni. Il piano politico che promuoviamo e perseguiamo è cacciare i Fontana, i Gallera e i loro soci in affari e in politica (quale sia il loro partito di appartenenza) e farli sostituire dalla parte sana e organizzata delle masse popolari che sta mostrando che può prendere in mano la gestione delle aziende e dei quartieri, delle città, delle regioni e dell’intero paese. Farla finita con il sistema dei Fontana, dei Gallera e dei loro soci che siedono al governo nazionale e costituire un governo di emergenza popolare con persone che godono della fiducia delle organizzazioni operaie e popolari, costituendo quello che abbiamo chiamato Governo di Blocco Popolare.

Ci rivolgiamo agli operai, ai lavoratori, alle casalinghe, agli studenti, ai pensionati, alle Partite IVA, ai precari e a tutte quelle persone che per vivere hanno bisogno di lavorare, coloro che per la loro appartenenza di classe sono stati duramente colpite da questa crisi sanitaria, economica e sociale. Sono loro che hanno dimostrato con forte senso di responsabilità e solidarietà di poter gestire l’emergenza autorganizzandosi. Pensiamo agli operai che hanno scioperato alla FCA, alla Whirlpool, alla Piaggio, alla Electrolux e nella logistica, ad esempio, imponendo la chiusura di gran parte delle attività produttive e oggi vigilano sulle condizioni di sicurezza.

Partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza – per il Comunismo (CARC)

Via Tanaro, 7 – 20128 Milano – Tel/Fax 02.26306454

e-mail: carc@riseup.net – sito: www.carc.it

25 aprile senza tricolori

Da un’e-mail ricevuta da www.arivista.org A rivista anarchica il 25 Aprile 2020 dc:

25 aprile senza tricolori

Fin dagli inizi, subito dopo la nascita del movimento fascista (1919), il movimento anarchico si è opposto con fermezza alle prime scorrerie, violenze, assalti alle case del popolo, invitando i lavoratori e la gente in genere alla resistenza. E poi l’opposizione alla progressiva legittimazione del fascismo da parte dello Stato democratico, la denuncia delle connivenze tra forze dell’ordine e squadracce fasciste. E con l’instaurarsi del regime, insieme alle altre componenti della sinistra, gli anarchici conoscono carcere, confino, esilio.

Significativa la presenza di tante/i libertari italiani in Spagna, nella stagione rivoluzionaria del 1936/1937, mentre in Germania e negli altri Paesi, poi occupati dai nazisti, la nostra presenza è stata una costante. Oltre un centinaio gli anarchici italiani internati nei lager nazisti. A Ventoténe, nei primi anni ’40, gli anarchici erano per numero la seconda comunità politica, dopo quella comunista.

Oggi, nel ricordare la partecipazione anarchica alla lotta antifascista in tutte le sue fasi e ovunque nel mondo, ci sembra importante valorizzare – nel comune impegno antifascista – la specificità delle aspirazioni libertarie e rivoluzionarie.

La nostra resistenza prosegue oggi anche nella critica alla gestione della ”lotta” alla pandemia basata per tanta parte sull’accentuazione del controllo statale, a livelli mai avvenuti finora.

Ci sono forze politiche e persone che non sollevano alcun dubbio e accettano passivamente tutto quello che il potere oggi impone alla società e ai singoli.

Cittadini del mondo come ci sentiamo, non possiamo riconoscerci, nemmeno di questi tempi, nei tricolori che sventolano numerosi. “Nostra patria è il mondo intero, nostra legge la libertà”, recitava una canzone anarchica dell’800, per noi valida anche oggi.

L’internazionalismo è per noi un valore fondante.

Siamo cittadini responsabili, lo siamo sempre stati. Riteniamo nostro compito segnalare quando si oltrepassano i limiti della necessità e si impongono visioni “scientifiche” e comportamenti autoritari che, a nostro avviso, poco hanno a che fare con la ”tutela della salute pubblica” – di cui i governi si sono in genere assai poco interessati – e molto con l’esercizio sfrenato del potere.

Per leggere “Gli anarchici contro il fascismo” (da “A” 20, aprile 1973)  CLICCA QUI

Per leggere il dossier “Gli anarchici italiani deportati in Germania durante il Secondo conflitto mondiale”, a cura di Franco Bertolucci, (da “A” 415, aprile 2017)  CLICCA QUI