Ansia per il futuro? Allora NON leggete cosa vi aspetta. 1 – Demografia, alimentazione, clima e guerre

Da Hic Rhodus 21 Marzo 2016 dc:

Ansia per il futuro? Allora NON leggete cosa vi aspetta. 1 – Demografia, alimentazione, clima e guerre

Astrologia a parte, che non interessa Hic Rhodus, c’è un serio filone di studi che cerca di prevedere il futuro. Una previsione probabilistica, ovviamente, basata sui dati disponibili al momento e loro proiezioni; una previsione quindi orientativa che nulla ha di deterministico. Si chiamano future studies(generalmente al plurale), sono praticati in numerose branche di studio (da fisici come da sociologi, per intenderci) e se digitate il termine su Google troverete moltissimi materiali che non ho intenzione di proporvi qui. Proverò invece a estrapolare una sorta di piccola sintesi di ipotesi di natura e peso differente (non tutte basate su studi accademici, non tutte parimenti accreditate anche se nessuna ripresa da fonti palesemente screditate e amatoriali). Il quadro complessivo che si delinea non è particolarmente rassicurante; lo riepilogherò alla fine.

Demografia

pil22Mi sembra necessario partire da qui: quanti saremo fra un po’ d’anni? Secondo studi ONUsaremo oltre 9 miliardi nel 2050; la metà di 9 miliardi saranno residenti in soli nove paesi: India, Pakistan, Nigeria, Etiopia, Stati Uniti, Repubblica Democratica del Congo (DRC), Tanzania, Cina e Bangladesh. Ma quel che più conta è che 8 di quei 9 miliardi risiederanno nei paesi più poveri, mentre il ricco Occidente resterà più o meno invariato come popolazione solo grazie alla massiccia immigrazione. Queste proiezioni ONU si basano sull’ipotesi di unadiminuzione globale della fertilità nei paesi in via di sviluppo; in caso contrario altro che 9 Miliardi! Alcune interessanti elaborazioni di questi dati le trovate QUI dove potrete osservare il ritmo forsennato del crescente sviluppo demografico; quando è nato il mio bisnonno in tutto il mondo erano un po’ più di 1,2 miliardi; quando sono nato io eravamo 2,5; quando è nato mio figlio circa 4,5; con mio nipote eravamo già oltre i 7 miliardi…

Alimentazione

Schermata 2016-03-05 alle 16.53.18Per nutrire quei 9 miliardi di individui occorrerà, nel 2050, il 60% in più di cibo rispetto al 2006 (fonte: World Resources Report;QUI una sintesi; QUI il rapporto completo); occorre quindi investire in un’agricoltura che, contrariamente all’attuale, eviti impatti ambientali. Attualmente il settore agricolo è responsabile del 24% della produzione di gas serra e per il 70% dello sfruttamento dell’acqua e delle falde (stessa fonte). È facile capire come l’aumento auspicato di produzione di cibo, ai livelli necessari, deve realizzarsi in maniere completamente differente da quelle attuali. Oltre a produrre cibo in maniera sostenibile diverrà fondamentale imparare a non sprecarlo. Attualmente un quarto di tutto il cibo prodotto al mondo viene sprecato (stessa fonte), particolarmente nel ricco Occidente ma massicciamente anche nell’Asia industrializzata.

Cambiamento climatico e produzione di cibo

Purtroppo per realizzare un’agricoltura sostenibile e sfamare tutti quanti occorre fare i conti col cambiamento climatico già gravemente compromesso, come abbiamo discusso su HR non molto tempo fa. Non si tratta solo di avere terreni coltivabili difesi dalla desertificazione con fonti d’acqua per l’irrigazione eccetera. Ma di economie di mercato che cambieranno in ragione della difficoltà a produrre quel cibo. Guardate per esempio questa figura (fonte: Oxfam):

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Il mais – fonte principale di nutrimento per ampie popolazioni del Sud America – potrebbe raddoppiare di prezzo in caso di scenario climatico negativo; il riso – altro elemento base per molte popolazioni asiatiche – fra il 40 e l’80%. Disuguaglianze alimentari, malnutrizione, mortalità infantile e molte altre sciagure continueranno insomma ad essere all’ordine del giorno.

Cambiamento climatico e migrazioni

Schermata 2016-03-05 alle 17.33.15Il problema del cambiamento climatico, sia in quanto a desertificazione di aree equatoriali sia come sommersione dalle acque a cause dello scioglimento dei ghiacci, agendo sulla possibilità di produrre cibo, alimenterà i flussi migratori. Le conseguenze dirette e indirette entro il 2100 potrebbero coinvolgere circa 500 milioni di persone (fonte: Focsiv); questi fenomeni sono poco considerati in Europa, dove affrontiamo migrazioni di altro tipo (prossimo paragrafo) e ignoriamo che dal 2008 al 2014, oltre 157 milioni di persone sono già state costrette a spostarsi per eventi meteorologici estremi (fonte: Internal Displacement Monitoring Centre).

Guerre e migrazioni

La violenza ha costretto alla migrazione 38 milioni di persone negli anni recenti; 11 solo nel 2014 (fonte: Internal Displacement Monitoring Centre). Su questo tema abbiamo pubblicato diversi articoli su HR che i lettori troveranno facilmente dove si sottolinea come il fenomeno non sia contingente e temporaneo ma destinato a durare per molto tempo. Schermata 2016-03-05 alle 17.50.04Considerate cheun serio studio delle Nazioni Unite considera – al netto dei flussi dovuti alla guerra e al terrorismo– che per contrastare il drammatico calo di natalità in Europa serviranno entro il 2050 oltre 47 milioni di immigrati, dei quali 12,5 solo in Italia, ma ci sono scenari peggiori (per esempio per mantenere l’equilibrio fra popolazione attiva e non attiva servirebbero addirittura 674 milioni di immigrati in tutta Europa). Vale a dire: per mantenere il nostro tenore di vita, assicurare produttività e PIL al Paese e pagare le pensioni di anzianità, saranno indispensabili, specialmente in Italia, milioni di lavoratori extracomunitari. Naturalmente non ci sono dati sui migranti che arriveranno a causa delle guerre future ma alcune riflessioni possiamo farle.

Le guerre nel futuro

Schermata 2016-03-05 alle 19.43.28Non ci saranno dati, certo, ma previsioni sì; possiamo facilmente immaginare i think tank militari impegnati a costruire scenari, ipotesi, tattiche e strategie per sconfiggere nemici e accaparrarsi risorse. Non ci sono proiezioni pubbliche sul futuro ma abbiamo però indicatori indiretti, per esempio la spesa militare che negli ultimi vent’anni è sempre cresciuta, nel mondo, arrivando alla cifra globale stimata di 1.776 miliardi di Euro nel 2014, pari al 2,3% del PIL mondiale (fonte: Iriad su dati Sipri). Dietro questo dato generale ci sono cambiamenti interessanti; per esempio gli Stati Uniti è notevolmente calata la spesa, cresciuta moltissimo in altri scenari di guerre attuali e (forse) future. Per esempio, del pericolo di un prossimo conflitto Cino-Giapponese abbiamo parlato da poco su HR.

Il cambiamento degli equilibri internazionali

Che il mondo stia cambiando è sotto gli occhi di tutti. Il Medio Oriente sta velocemente collassando e l’avanzata del Daesh e dei suoi affiliati sta cambiando parte dell’Africa. La Cina avanza pretese egemoniche nel Pacifico. Nei prossimi dieci anni dovremo cambiare più volte gli atlanti. Ma al di là delle modifiche dei confini a seguito di guerre, ci sono le già menzionate migrazioni a dare volti nuovi al mondo e – così chiuderemo il cerchio col primo paragrafo – i processi demografici che non fluiscono in maniera analoga in tutti i paesi. Per esempio quelli musulmani hanno tassi di fertilità notevolissimi e da qui al 2050 saranno sostanzialmente in numero analogo, nel mondo, a quello dei cristiani (fonte: Neodemos su dati Pew Research Center). Tutto questo sarebbe assolutamente indifferente se non fosse che i problemi nell’arcipelago musulmano sono ampi, crescenti e cruenti coinvolgendo violentemente il mondo occidentale (ne abbiamo parlato QUI).

Energia

Gli scenari fin qui delineati parlano di cambiamenti climatici che renderanno difficile un’agricoltura sostenibile capace di sfamare i miliardi che saremo. E di guerre. Una delle principali motivazioni delle guerre è l’acquisizione di fonti di energia. Anche se la necessità di carburanti fossili sta già diminuendo (fonte: World Energy Outlook) e continuerà a diminuire, a favore di energie alternative più pulite, la necessità di idrocarburi resterà impellente nei prossimi anni. Basti pensare che ancora oggi 1,2 miliardi di persone non hanno accesso all’elettricità, e che il 95% di costoro vivono nell’Africa subsahariana e in Asia (fonte). Per alcune di queste popolazioni, per esempio i cinesi e gli indiani, progresso e benessere significa ovviamente anche un’automobile, un condizionatore d’aria e altri simbolici strumenti di una vita più agiata che, in milioni di esemplari, impattano in maniera devastante sull’ambiente e sul consumo energetico. Uno studio prospettico di alcuni anni fa, definito “ottimistico” dal suo stesso autore, mostra un picco di consumo energetico che va esaurendosi in questi anni e che declinerà (ma non in maniera uguale in tutte le aree del mondo) fino al 2100:

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Fonte: Gian Paolo Beretta, World Energy Consumption and Resources: An Outlook for the Rest of the Century for the Rest of the Century

Ma risorsa – come abbiamo accennato trattando della produzione di cibo – è anche l’acqua; uno studio un po’ datato stimava che nel 2025 Schermata 2016-03-06 alle 09.40.08il 40% della popolazione mondiale vivrà in aree con problemi (da moderati a estremi) di insufficienza d’acqua, e che tale percentuale potrebbe salire al 60% combinando i dati dello sviluppo industriale, cambiamento climatico, etc. (fonte). L’OECD, proprio in ragione di questo quadro, sostiene progetti per un’agricoltura moderna capace di consumare meno acqua (fonte, anche della figura a fianco: OECD).

Riassumendo questa prima parte: la popolazione mondiale cresce a ritmi difficilmente sostenibili; i bisogni di cibo e acqua si moltiplicheranno ma, complici i cambiamenti climatici e l’industrializzazione, i terreni coltivabili, le risorse d’acqua e le fonti energetiche diverranno problematici. Ciò produrrà massicce migrazioni e potenziali scenari di guerra.

Vedremo nella seconda parte cosa accadrà (forse) nel futuro per altri importanti aspetti sociali.

Sovrappopolazione e procreazione irresponsabile

La sovrappopolazione e la procreazione

 irresponsabile sono un problema gravissimo in

 tutto il mondo. Anche in Italia…!

Il Laboratorio Eudemonia, da tempo decisamente attivo sulla questione demografica, mi ha inviato in e-mail il 21 Maggio 2004 questo appello rivolto ai “leader progressisti”.

Alla cortese attenzione dei Leader Progressisti,

e di quanti stanno leggendo in questo momento.
Gentili Signore, gentili Signori,

vi presento i miei migliori riguardi.

Apprezzo molto la vostra serietà nell’affrontare questioni e problemi di grande peso, e così pure il vostro modo pacato e sereno di confrontarvi in politica.

 

Per questo motivo mi permetto oggi di richiedere la vostra attenzione, poiché percepisco quanto voi possiate essere le persone giuste cui comunicare la urgente necessità di un epocale cambiamento di rotta nella condotta delle nostre società.

Da ogni dove, continuamente, si susseguono invocazioni allo sviluppo economico e tecnologico. Paesi, le cui economie sono le più avanzate nel mondo ed hanno già conquistato enormi ricchezze, continuano a perseguire ad ogni costo un ulteriore sviluppo. Uomini di governo, capi di stato, persone mature, spesso anziane, che in ogni caso dovrebbero saggiamente invitare alla prudenza, alla calma, alla moderazione, spingono interi popoli ad una continua, sfrenata, nei fatti disastrosa, corsa per la supremazia economica e tecnologica.

Ogni rapporto umano all’interno delle società sta venendo distrutto, e perfino le persone più pacifiche e per loro originaria virtù più disinteressate, quelle che mai avrebbero guardato ad alcuno in maniera avida, vengono istigate e condotte da ogni persona al potere a trasformarsi in rapaci individui, in aspra competizione l’un contro l’altro, lanciati in una caccia senza tregua fino all’ultimo cliente, ed inevitabilmente condotti, per l’alto livello di aggressività della competizione stessa, a dimenticare ogni legge, etica e morale.

Un intero pianeta è sottoposto a continua, incessante opera di saccheggio, e l’ecosfera, l’ambiente dove la vita ci era stata permessa finora in maniera relativamente agevole, sta per subire trasformazioni tali, a detta anche di autorevoli ed indubitabili voci, non ultima quella del Pentagono USA, da poterci presto far ripiombare nel più buio degli evi, un tempo in cui la parola sopravvivenza riacquisterebbe ruolo e significato di primo piano.

E tutto questo mentre l’elevata densità demografica, unita all’elevato sviluppo economico ed all’elevato livello tecnologico, crescente ormai in maniera esponenziale, sta conducendo gli esseri umani, per eccesso di energia, a disgregare sempre più il tessuto delle loro società, e, come fossero  molecole di un gas compresso all’interno di un ristretto recipiente messo sul fuoco per generare una esplosione, ad assumere sempre più le caratteristiche dei componenti di una miscela altamente esplosiva.

Perché tutto questo?

La ragione autentica non va sicuramente cercata in un anelito verso la migliore qualità della vita, qualità che è già drasticamente ridotta, la vita stessa essendo messa a repentaglio dai ritmi frenetici cui è costretto l’essere umano e dallo scempio del mondo naturale. Ne possiamo trovare tale ragione nel fatto che nei Paesi più sviluppati vi siano ancora delle persone povere. Questo non lo si deve certo all’insufficiente livello di sviluppo economico raggiunto, bensì ad una mancata equa ridistribuzione del lavoro, e dei redditi che ne derivano, tra tutti i componenti della società.

E possiamo forse trovare la ragione autentica della sconsiderata pulsione ad uno sviluppo ad oltranza nel puro desiderio di portare il benessere nei Paesi non ancora sviluppati? Semmai nel reperimento di mano d’opera a costo pressoché nullo, nell’apertura di nuovi mercati, e nello sfruttamento di nuovi territori, per permettere ai già tanto ricchi di arricchire ancor più.

Ed ancora possiamo mai credere per davvero che esista la possibilità di uno “sviluppo sostenibile”, così come attualmente concepito, dove le variabili da sviluppare siano sempre e solo quelle demografiche, economiche, e tecnologiche? E’ una bella invenzione, certo, ma buona solo per i gonzi. Se i Paesi ancora in via di sviluppo bene faranno ad uscire come meglio potranno dalle loro presenti condizioni, in un modo si spera più dignitoso ed evoluto del nostro, ben diverso dovrà essere il nostro sviluppo futuro.

Noi, popoli ipersviluppati, abbiamo ricchezze a sufficienza per permetterci, e quindi abbiamo il dovere, di decidere una tregua per mettere ben a fuoco, ragionando con onestà, la vera ragione, l’unico motivo davvero valido della nostra sfrenata corsa allo sviluppo, ponendo finalmente bene in chiaro così il più antico, tuttora irrisolto, maestoso problema delle nostre società, e quindi concentrarci su tale problema e trovargli la più appropriata, la più giusta e definitiva delle soluzioni.

Esiste, in verità, una ragione realmente valida che ci ha condotto finora lungo la strada di uno sviluppo demografico/economico/tecnologico ad ogni costo. Questa ragione consiste nel fatto che occorre scongiurare il pericolo reale di una invasione, forse dapprima solo commerciale, e di una successiva sopraffazione totale del proprio Paese da parte di qualsiasi altro Paese del mondo che sia in grado di crescere più velocemente e di acquisire maggiori capacità. Si tratta di un pericolo concreto, che spiega perfettamente perché i Governi continuino caparbiamente a perseguire una crescita di stampo tradizionale ben oltre il limite che sarebbe consigliabile. Si tratta di una minaccia che va affrontata con il massimo impegno, cominciando col dichiarare apertamente, continuamente e diffusamente la tragica realtà delle cose umane, e prendendo quindi i dovuti provvedimenti.

Piuttosto che continuare a perseguire una crescita cieca dell’economia, della tecnologia, della popolazione, un tipo di sviluppo che condotto così come avviene oggi, obbedendo alle sole ragioni della difesa e dell’espansione, non può che finire in danno per ognuno dei popoli di questo Pianeta, i Paesi già abbondantemente sviluppati hanno il dovere di abbandonare i vecchi comportamenti fatui ed impulsivi tipici di un essere adolescente, e di cercare e scoprire i comportamenti più pregni e riflessivi di un essere ormai cresciuto e divenuto quindi maturo.

I Governi di tali Paesi hanno innanzitutto il dovere di concentrare le proprie energie nella stipulazione di patti indissolubili tra le nazioni, patti che ci conducano ad una pace di concezione e livello di molto superiori a quella che finora abbiamo potuto immaginare e perseguire. Tali patti dovranno necessariamente comprendere norme di autocontenimento economico e tecnologico. Occorre adoprarsi affinché ogni Paese, di concerto, si doti di mezzi costituzionali per autodisciplinarsi in modo da mantenere entro livelli moderati ciò che altrimenti, inevitabilmente, condurrebbe ad uno straripamento massiccio, fosse anche solo commerciale o culturale, nei territori altrui. Occorre istituire apposite norme e commissioni internazionali che stabiliscano i livelli dei vari tipi di sviluppo raggiungibili da ogni Paese e con obiettività tengano sotto controllo i livelli raggiunti. Perché la pace, così come oggi concepita, non è più sufficiente ed occorre immaginare i modi per raggiungere una pace più profonda, più solida e tenace.

Contemporaneamente dobbiamo tutti prendere coscienza ed accettare il fatto che le popolazioni dei nostri Paesi sono numericamente eccessive tanto per le risorse disponibili nei nostri rispettivi territori quanto per semplici ma vitali ragioni di spazio, le aree disponibili non permettendo più già oggi, al presente grado di sviluppo economico e tecnologico, interazioni sane sia all’interno della società, tra gli individui, sia verso l’esterno, con l’ambiente naturale, certamente essendo destinate a peggiorare oltremodo col raggiungere di livelli ancora più elevati di sviluppo. Dobbiamo quindi attendere che le popolazioni decrescano per il naturale ciclo della vita e lasciare che esse ritornino a densità ottimali da stabilire in base alle risorse disponibili localmente ed al livello di sviluppo che desidereremo mantenere. In tal modo, disciplinandoci noi, riusciremo forse ad evitare che a ridurre le popolazioni siano invece le guerre, le epidemie e le calamità.

Ma il nostro generale, comune maggiore impegno deve essere uno sviluppo interiore, una evoluzione profonda di noi stessi e delle nostre organizzazioni, con questo intendendo la ristrutturazione della forma mentale dell’individuo ed organizzativa della società in un modo che, attraverso la libera circolazione delle idee nei cervelli e delle persone nelle strutture sociali, oggi essendo invece bloccate entrambe le architetture, possa diffondersi una obiettività, una onestà intellettuale, un realismo, e così pure un’ampiezza ed una organicità della visione cui non potrà che seguire una complessiva capacità di analisi e di efficace interazione sociale, tale che ogni problema, dal più piccolo al più grande, addirittura mastodontico, planetario, sia condotto a piena, subitanea e definitiva soluzione, con totale soddisfazione di ogni singolo componente delle nostre società. Perché noi stessi siamo all’origine dei nostri problemi e solo noi, evolvendo, potremo trovar loro soluzione.

Occorre riflettere sul fatto che il progresso di cui abbiamo bisogno oggi somiglia molto alla seconda fase di un processo bipolare, come ad esempio il respiro. Dopo una lunga, lunghissima fase di inspirazione, dopo aver inglobato nella nostra società ricchezze a non finire, scoprendo, creando, inventando, costruendo, in un vortice crescente di attività di ogni tipo e valore, spesso positive ma molte volte anche negative, ora dobbiamo impegnarci in una accurata fase di espirazione, durante la quale poter espellere tutte le tossine e le nocività cui in precedenza, per la fame e l’urgenza, non abbiamo badato, ma anche ciò che oramai ha esaurito il suo apporto nutritivo e va infine abbandonato. Questo va fatto, se desideriamo avere la possibilità di un ulteriore respiro.

E queste sono le vere, più importanti sfide della nostra epoca: sulla base di più convinti, decisi, risoluti accordi di pace, sulla base di adeguate norme di autocontenimento, sulla base di una evoluzione individuale e sociale verrà deciso il nostro destino. Così facendo, senza patire la minima sofferenza se non quella, irrisoria, del nostro stupido fanciullesco orgoglio che ancora ostacola il cambiamento e la presa di più mature decisioni, al contrario godendone e gioendone ampiamente, potremo tutti vincere definitivamente la corsa allo sviluppo.

Signore, signori, oggi scelte convenzionali ci farebbero andar dritto lì dove la realtà devia e ci getterebbero fuori strada, nel precipizio. E così pure, se cercassimo di riparare la macchina sociale mentre è in piena marcia falliremmo clamorosamente, solo l’organismo sano potendo sviluppare se stesso senza veder crescere anche il suo male.

I tempi eccezionali in cui ci troviamo a vivere richiedono scelte altrettanto eccezionali. Perché l’umanità possa superare indenne questo tempo, occorrono persone in grado di fare tali coraggiose scelte.

Voi, ve la sentite?

Col mio miglior saluto,

Danilo D’Antonio

 

 

 

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Laboratorio Eudemonia

 

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Lettera ai Leader # Versione 1.0.6 # 21-05-35