La legittima difesa di Salvini

In e-mail il 7 Marzo 2019 dc:

La legittima difesa di Salvini

Contro la “legittima” difesa (dei padroni) di Salvini, rivendichiamo la legittima difesa dei lavoratori contro governo e padroni

 

Il Ministro degli Interni celebra la nuova legge sulla legittima difesa. Peggio dell’art.52 del codice penale Rocco-Mussolini del 1930. Quello riconosceva formalmente il principio della proporzionalità tra offesa e difesa, la nuova legge invece la abroga: la difesa è sempre legittima. Non è passata la proposta leghista di evitare persino l’indagine del magistrato. Ma il “sempre” serve a promettere l’assoluzione di chi spara e eventualmente uccide.

Colpisce lo scarto tra realtà ed effetto propagandistico della legge. Nella realtà i casi di legittima difesa sono pochissimi. Appena 2 nel 2016. Normalmente i relativi processi si chiudono con l’archiviazione da parte del magistrato. Dov’è dunque la strombazzata emergenza delle persecuzioni giudiziarie contro “i cittadini che si difendono”? Il vero effetto dell’annuncio della legge è un altro: da un lato assicurare a Salvini un tornaconto elettorale, che è la sua vera preoccupazione, dall’altro legittimare preventivamente chi uccide a tutela della proprietà, anche chi uccide per vendetta.

Un’esagerazione polemica? No, ed è Salvini che lo conferma. Il Ministro degli Interni, con telecamera al seguito, ha abbracciato un certo Angelo Peveri, vittima di un furto di gasolio, che ha sparato a freddo al ladro rumeno dopo averlo pestato e fatto inginocchiare. Neppure i suoi difensori avevano invocato la legittima difesa, è Salvini che l’ha rivendicata. Il messaggio è inequivocabile. La giustizia privata, l’esecuzione sul posto, sono benedetti dal Ministero degli Interni, contro ogni principio elementare di civiltà giuridica.

La proprietà è più importante della vita: questo è il sottotesto della nuova legge. Il decreto sicurezza ha trasformato il blocco stradale e il blocco delle merci in reato penale, contro i diritti di lotta dei lavoratori e a tutela dei proprietari.

Sempre a tutela dei proprietari si muove la nuova legge. Se lavoratori in lotta irrompono negli uffici aziendali della proprietà, o occupano gli stabilimenti, i padroni e le loro guardie private si sentiranno legittimati a far fuoco, magari a causa del “grave turbamento”?

Di certo la nuova legge, e soprattutto il nuovo Ministro degli Interni, possono coprire e incoraggiare le pratiche più reazionarie, anche al di là dei termini formali del dispositivo approvato.

L’aggressione compiuta ieri contro i facchini in sciopero dell’azienda Zara a Roma, da parte di quindici vigilantes armati di pistole elettriche e tubi di ferro, prova che non si tratta di fantascienza. I lavoratori occupavano il magazzino per chiedere stipendi arretrati e applicazione del contratto. I vigilantes sono intervenuti a tutela della proprietà, e su suo mandato. La nuova legge sarà usata e abusata proprio a difesa di questi metodi.

Lo Stato borghese che sgombera con le ruspe gli accampamenti di cartone dei migranti di San Ferdinando gettandoli su una strada è lo stesso che tutela i proprietari che li sfruttano per 12 ore a 2 euro all’ora.

È lo stesso Stato che tutela degrado ed emarginazione delle periferie metropolitane, brodo di coltura di criminalità e delinquenza.

Strizzare l’occhio al fai da te della giustizia privata è solo l’altra faccia dell’ingiustizia pubblica. L’ingiustizia di una società basata sullo sfruttamento, che sacrifica tutto alla legge del profitto. L’ordine pubblico che lo Stato difende è solo l’ordine di questa legge.

Contro questa legge, contro questo ordine, rivendichiamo la difesa legittima di tutti i lavoratori e lavoratrici, nelle loro lotte di resistenza, nel loro diritto alla rivoluzione.

Partito Comunista dei Lavoratori

Mutilazioni genitali femminili. Un orrore da combattere seriamente

da Hic Rhodus 6 Febbraio 2017 dc

Mutilazioni genitali femminili. Un orrore da combattere seriamente

6 Febbraio: Giornata internazionale contro le mutilazioni genitali femminili: una delle tante ricorrenze? Un’occasione rituale? Vogliamo credere di no. Anche se meno enfatizzata di altre ricorrenze in qualche modo conquistate all’opinione pubblica (e semmai al mercato) questa ci sembra più importante proprio perché più specifica. Non una generica giornata “per le donne” ma una in cui riflettere su un orrore specifico, primitivo, terribile, che segna una condanna irreversibile per circa tre milioni di bambine ogni anno, che si aggiungono ai 125 milioni di ragazze e donne che si stima abbiano già subito la mutilazione (fonte Unicef; riportiamo in fondo il testo intero di questa pagina Unicef, che ci sembra migliore di qualunque nostra sintesi).

Le pratiche mutilanti sono diverse e l’OMS le distingue in quattro tipi:

  • I TIPO, circoncisione: resezione del prepuzio clitorideo con o senza l’escissione di parte o dell’intera clitoride.
  • II TIPO, escissione: resezione del prepuzio e della clitoride insieme alla rimozione parziale o totale delle piccole labbra.
  • III TIPO, infibulazione (o circoncisione faraonica), la forma di mutilazione genitale tipica dei Paesi del Corno d’Africa: consiste nella escissione parziale o totale dei genitali esterni. I due lati della vulva vengono poi cuciti con una sutura o con spine, riducendo in tal modo la dimensione dell’orifizio della vulva e lasciando solo un piccolo passaggio nell’estremità inferiore, per l’emissione del flusso mestruale e dell’urina.
  • IV TIPO: include varie pratiche di manipolazione degli organi genitali femminili: piercing, pricking, incisione della clitoride e/o delle labbra, allungamento della clitoride e/o delle labbra, cauterizzazione per ustione della clitoride e dei tessuti circostanti, raschiatura dell’orifizio vaginale o taglio della vagina, introduzione di sostanze corrosive nella vagina per causare sanguinamento oppure immissione di erbe con lo scopo di restringere la vagina.

L’orrore prosegue con pratiche di defibulazione (taglio dell’infibulazione per riaprire la vulva cucita) e di reinfibulazione (ricucitura delle labbra precedentemente defibulate) che posso essere ripetute negli anni (fonte). Inutile purtroppo rammentare che nella maggior parte dei casi queste mutilazioni vengono inflitte senza anestesia e con strumenti inadeguati e non sterilizzati.

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La pratica è diffusissima anche in Europa, portata dai migranti come parte della loro cultura tradizionale. Stime non verificabili parlano di 500.000 donne mutilate e di 180.000 ragazze a rischio (fonte); e l’Italia, naturalmente, registra lo stesso fenomeno con una stima di 57.000 donne mutilate nel 2010 (fonte).

infibulazione1Ben consapevole dell’enorme differenza, sia in termini sociali e culturali che sanitari, vorrei ricordare che esiste anche la pratica delle mutilazioni genitali maschili. Generalmente si tratta dell’asportazione (parziale o totale) del prepuzio, ma esistono pratiche più estreme come l’esposizione dell’uretra esterna e lo schiacciamento di un testicolo (fonte). Anche limitandosi alla circoncisione, essa appare più “accettabile” perché praticata da popoli vicini e sentiti come culturalmente prossimi, come gli ebrei (per ragioni religiose, praticate anche da musulmani e alcune sette cristiane) e americani (è stupefacente la diffusione della pratica in America, considerata benefica sotto l’aspetto della salute, cosa assai mistificata o, nel migliore dei casi, non accertata; fonte). L’idea che per pregiudizi religiosi si impongano scelte irreversibili a neonati e minori mi sembra intollerabile (ne ho parlato diffusamente QUI); che in Occidente poi si pratichino mutilazioni genitali maschili neppure per un mandato diretto da dio, ma per presunte credenze pseudoscientifiche (quella sulla circoncisione, per esempio, è nata fortuitamente in un caso specifico e documentato, per tracimare poi in senso irresponsabilmente generalizzato) mi pare stupido, come stupide sono le considerazioni antiscientifiche degli antivaccinisti.

mutilacion-genital2Infine è assolutamente necessaria qualche parola sui limiti del relativismo culturale. Noi che siamo super-relativisti e cerchiamo di costruire ponti di comprensione verso l’alterità, la diversità, la novità, dobbiamo essere i primi anche a combattere il relativismo stupido, quello cioè incapace di distinguere, scegliere e decidere. Il relativismo assoluto e cieco, come una qualunque fede, porta direttamente nella notte buia in cui tutti i gatti appaiono bigi. Noi occidentali siamo portatori di determinati valori che abbiamo conquistato sanguinosamente negli ultimi quattro secoli di storia: la separazione fra Stato e Chiesa (e più in generale fra società civile e religione), i diritti individuali (alla salute, alla libertà, alle opinioni…), l’eguaglianza di genere (lungi dall’essere raggiunta, per carità, ma chiaramente inscritta nei valori liberali e democratici) e così via. Il nostro relativismo quindi può valere in assoluto come capacità di comprensione antropologica, ma deve essere orientato dai valori che abbiamo menzionato: l’infibulazione è una violenza inaccettabile, non ha alcuna ragione sanitaria ed è invece causa di gravi problemi di salute e psicologici delle bambine, è una forma evidente di sottolineatura violenta della subalternità femminile, non può essere accettata neppure come forzato e bizzarro richiamo a dogmi religiosi. A mio avviso ciò vale anche per la circoncisione, anche se gli aspetti sociali e sanitari in cui prevalentemente avviene non sono minimamente comparabili alle mutilazioni genitali femminili.

Risorse:

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Mutilazioni genitali femminili

(tratto dalla pagina Unicef http://www.unicef.it/doc/371/mutilazioni-genitali-femminili.htm)

Le mutilazioni genitali femminili (MGF) sono un fenomeno vasto e complesso,che include pratiche tradizionali che vanno dall’incisione all’asportazione, parziale o totale, dei genitali femminili esterni.

Bambine, ragazze e donne che le subiscono devono fare i conti con rischi gravi e irreversibili per la loro salute, oltre a pesanti conseguenze psicologiche.

Si stima che in nel mondo il numero di donne che convivono con una mutilazione genitale siano circa 125 milioni. Dati gli attuali trend demografici, possiamo calcolare che ogni anno circa tre milioni di bambine sotto i 15 anni si aggiungano a queste statistiche.

Gran parte delle ragazze e delle donne che subiscono queste pratiche si trovano in 29 Paesi africani, mentre una quota decisamente minore vive in Paesi a predominanza islamica dell’Asia.

In alcuni Stati del Corno d’Africa (Gibuti, Somalia, Eritrea) ma anche in Egitto e Guinea l’incidenza del fenomeno rimane altissima, toccando il 90% della popolazione femminile. In molti altri, invece, le mutilazioni riguardano una minoranza – fino ad arrivare a quote dell’1-4% in Paesi come Ghana, Togo, Zambia, Uganda, Camerun e Niger.

Si registrano casi di MGF anche in Europa, Australia, Canada e negli Stati Uniti, soprattutto fra gli immigrati provenienti dall’Africa e dall’Asia sud-occidentale: si tratta di episodi che avvengono nella più totale illegalità, e che quindi sono difficili da censire statisticamente.

Pregiudizi alla base delle MGF

Le mutilazioni genitali femminili (MGF) vengono praticate per una serie di motivazioni:

  • Ragioni sessuali: soggiogare o ridurre la sessualità femminile
  • Ragioni sociologiche: es. iniziazione delle adolescenti all’età adulta, integrazione sociale delle giovani, mantenimento della coesione nella comunità
  • Ragioni igieniche ed estetiche: in alcune culture, i genitali femminili sono considerati portatori di infezioni e osceni
  • Ragioni sanitarie: si pensa a volte che la mutilazione favorisca la fertilità della donna e la sopravvivenza del bambino
  • Ragioni religiose: molti credono che questa pratica sia prevista da testi religiosi (Corano)

Le MGF vengono praticate principalmente su bambine tra i 4 e i 14 anni di età. Tuttavia, in alcuni Paesi vengono operate bambine con meno di un anno di vita, come accade nel 44% dei casi in Eritrea e nel 29% dei casi nel Mali, o persino neonate di pochi giorni (Yemen).

Ad eseguire le mutilazioni sono essenzialmente donne: levatrici tradizionali o vere e proprie ostetriche.

Le MGF sono spesso considerate un servizio di elevato valore, da remunerare lautamente: lo status sociale e il reddito di chi le compie è direttamente connesso all’esito di questi interventi.

Una pratica da condannare senza mezzi termini

L’UNICEF considera le mutilazioni genitali femminili, in qualunque forma, una palese violazione dei diritti della donna.

Le MGF sono discriminatorie e violano il diritto delle bambine alla salute, alle pari opportunità, a essere tutelate da violenze, abusi, torture o trattamenti inumani, come prevedono tutti i principali strumenti del diritto internazionale.

Le ragazze che le subiscono sono private anche della capacità di decidere sulla propria salute riproduttiva.

Oltre che umilianti, le mutilazioni genitali sono estremamente dolorose. Le bambine che vi sono sottoposte possono morire per cause che vanno dallo shock emorragico (le perdite ematiche sono cospicue) a quello neurogenico (provocato dal dolore e dal trauma), all’infezione generalizzata (sepsi).

Per tutte, l’evento è un grave trauma: molte bambine entrano in uno stato di shock a causa dell’intenso dolore e del pianto irrefrenabile che segue.

Conseguenze di lungo periodo sono la formazione di ascessi, calcoli e cisti, la crescita abnorme del tessuto cicatriziale, infezioni e ostruzioni croniche del tratto urinario e della pelvi, forti dolori nelle mestruazioni e nei rapporti sessuali, maggiore vulnerabilità all’infezione da HIV/AIDS, epatite e altre malattie veicolate dal sangue, infertilità, incontinenza, maggiore rischio di mortalità materna per travaglio chiuso o emorragia al momento del parto.

No ad un nuova impresa di Libia!

dal Partito Comunista dei Lavoratori 16 Marzo 2016 dc:

No ad un nuova impresa di Libia!

È ora di dire basta alle guerre del capitalismo, alle guerre per i profitti di pochi pagate da tutti. Non un uomo, non un soldo, per la nuova impresa di Libia!

Solo la liberazione della società dal capitalismo e dall’imperialismo può dare una vera pace all’umanità. Solo una rivoluzione socialista può porre fine alle guerre.

Rullano i tamburi di una nuova impresa di Libia.

Il governo Renzi reclama la guida della missione internazionale.

L’Italia si appresta a tornare nella sua vecchia colonia, dove già inaugurò campi di concentramento e gas asfissianti contro la resistenza berbera al prezzo di 100.000 morti.

Dicono che l’obiettivo centrale dell’intervento è sconfiggere ISIS.

Mentono. L’obiettivo vero è la spartizione della Libia. È il controllo dei suoi giacimenti petroliferi, dentro una lotta spietata tra Francia e Italia, fra Total ed ENI.

Il capitalismo francese ha giocato di anticipo mandando truppe a Bengasi a sostegno del generale Haftar, per mettere le mani sui giacimenti petroliferi della Cirenaica. Tutta la stampa italiana chiede a Renzi di intervenire per non farsi scavalcare dai francesi e difendere gli interessi dell’ENI. Renzi teme di perdere voti infilandosi in una avventura. Ma non vuole perdere la faccia agli occhi di quel grande capitale tricolore che si è candidato a rappresentare in Italia e nel mondo. Per questo si è assicurato, per decreto (10 febbraio), il controllo diretto delle truppe speciali tramite i servizi segreti: un decreto che assegna loro, testualmente, “licenza di uccidere e impunità per i reati”.

Il governo Renzi taglia i fondi della sanità, minaccia le pensioni di reversibilità, abbatte i trasferimenti pubblici ai comuni e ai servizi, regala ai padroni continui tagli di tasse. Ma trova i soldi per prolungare la missione militare in Afghanistan, per mandare altri 500 soldati in Iraq, e ora per “la licenza di uccidere” in Libia. La chiamano “guerra al terrorismo”. Ma dopo vent’anni di cosiddette “guerre al terrorismo”, proprio il peggiore terrorismo fondamentalista conosce uno spaventoso sviluppo, con gravi conseguenze sulla sicurezza stessa di persone innocenti nelle città europee. “Le loro guerre, i nostri morti”, questo il bilancio. Mentre la fuga disperata dalle guerre di enormi masse umane viene respinta in Europa da muri, ruspe, fili spinati, e da un’ondata di odiosa xenofobia, al prezzo di nuove morti e nuove sofferenze. In una spirale senza fine.

È ora di dire basta alla guerra, alle guerre del capitalismo, alle guerre per i profitti di pochi pagate da tutti. Non un uomo, non un soldo, per la nuova impresa di Libia!

Solo la liberazione della società dal capitalismo e dall’imperialismo può dare una vera pace all’umanità. Solo una rivoluzione socialista può porre fine alle guerre.

Per questo lotta il Partito Comunista dei Lavoratori, l’unico partito della sinistra italiana che non ha mai appoggiato missioni militari.

Partito Comunista dei Lavoratori

Siamo in guerra!

In e-mail il 5 Marzo 2016 dc:

Siamo in guerra!

Sì, siamo in guerra.

Solo Renzi e Mattarella fanno finta di niente mentre armano aerei, usano decine di basi militari e tengono vertici di guerra.
Invece sì, siamo in guerra, una guerra che da anni ormai attraversa il medio oriente, l’Europa orientale, i mari cinesi, che è arrivata a Parigi e Londra.

La guerra e l’uso della forza militare sono oggi il principale strumento di politica internazionale. Interessi vari e diversi, protagonisti globali e potenze locali cozzano tra sé e travolgono quelle regioni in una spirale di lutti e sofferenze immani: gli interessi in gioco sono quelli delle classi dirigenti, petrolio, gas, vendita di armi, tratta di esseri umani.

L’Italia è impegnata da anni sia in conflitti gestiti dalla NATO – a guida USA – sia nelle avventure geopolitiche promosse in seno all’UE.
Adesso si profila un ulteriore intervento militare, ancora più pesante, con un possibile intervento in Libia sotto guida italiana.
I mostri evocati da queste politiche imperialiste stanno portando gli incubi della guerra anche nei nostri Paesi.

Il protagonismo neocoloniale francese è sicuramente connesso con gli attacchi subiti a Parigi e le piccole smanie del governo italiano potrebbero evocare analoghi disastri nelle nostre città; i “nostri” lutti non sono più importanti di quelli altrui, ma è bene che l’opinione pubblica si risvegli e sappia che anche il nostro governo sta portandoci la guerra in casa.

Mentre si preparano altre guerre, si continuano a tagliare le spese sociali, la sanità, la scuola, i servizi di ogni tipo, ma non le spese militari.
Solo per il mantenimento della basi NATO in Italia occorrono 50 MILIONI AL GIORNO.
La legge di stabilità 2015 prevede per l’anno venturo quasi 18 miliardi di spese militari, di cui oltre 5 miliardi per l’acquisito di nuovi armamenti.

E questo accade in tutti i Paesi della Unione Europea, che è pienamente investita dall’arco di crisi che va dall’Ucraina alla Siria: in ben 31 Paesi europei si stima in media un aumento delle spese militari nel 2016 pari all’8,3 per cento rispetto al 2015.

Come oppositori a queste politiche di guerra crediamo sia necessario denunciare:

  • l’impoverimento che queste scelte di guerra causano alle classi subalterne,
  • le politiche di riarmo sono anche di concentrazione di ricchezza e di smantellamento dei residui di welfare,
  • la militarizzazione della vita e dei territori,
  • la presenza di ordigni nucleari nelle basi di Ghedi e Aviano,
  • le armi atomiche sono presenti in Medio Oriente: Israele, Pakistan e Arabia Saudita le possiedono e quest’ultima ne minaccia l’uso, in una situazione di pericolosa estensione dei conflitti,
  • che l’esodo enorme verso l’Europa di tanti profughi è figlio diretto delle scelte politiche di guerra,
  • che l’emergenza, la paura, il caos sono strumenti per demolire anche quel poco che resta di una falsa democrazia liberale; un autoritarismo sempre più pervasivo sta diventando la norma in ogni luogo,
  • che esistono forme di resistenza e autogoverno che possono indicare una via per uscire dal disastro globale: dalle sinistre popolari arabe e palestinesi agli esempi del movimento curdo legato al PKK

12 Marzo manifestazione a Camp Darby (Pisa)

Assemblea Fiorentina contro la Guerra e la NATO

Come educare senza dogmi. Una guida per genitori atei e agnostici

Prima fonte: MicroMega http://temi.repubblica.it/micromega-online/ 14 Gennaio 2016 dc, pubblicato anche da Sestante il 18 Gennaio 2016 dc:

Come educare senza dogmi. Una guida per genitori atei e agnostici

di Cecilia M. Calamani (cronachelaiche.it)

«Mi batto per educare figli indipendenti, che ragionino in modo logico, svincolato dal dogma religioso». Con queste parole la blogger americana Deborah Mitchell spiega il perché del suo libro “Growing up godless”, tradotto e pubblicato in Italia dalla casa editrice Nessun Dogma con il titolo “Crescere figli senza dogmi”.

La domanda nasce a libro ancora chiuso: perché un’americana sente il bisogno di scrivere un libro su questo tema? Siamo talmente abituati allo stereotipo che dipinge gli Stati Uniti come il Paese della libertà per antonomasia che questo volume, una vera e propria guida per genitori atei e agnostici, fa un po’ effetto. Eppure la realtà, soprattutto in alcuni Stati – Mitchell è texana –, è ben diversa da come immaginiamo. E in effetti andando avanti nella lettura scopriamo una società chiusa e bigotta, ligia alle tradizioni e intollerante nei confronti del libero pensiero al punto di stigmatizzare con l’isolamento chi si professa ateo o agnostico. (nota mia: l’autore dell’articolo si stupisce, io e alcuni altri no, non abbiamo mai creduto in questo “stereotipo”, non abbiamo mai considerato in questo modo gli Usa…)

Come la stessa Mitchell riferisce, in Texas una delle prime domande che si fanno le persone quando si conoscono è quale chiesa frequentino. Il che stupisce poco se solo si legge cosa c’è scritto senza mezzi termini nella Carta costituzionale del Paese: «In questo Stato non verrà mai richiesto alcun test religioso per ricoprire un pubblico ufficio o una carica onorifica; né alcuno sarà mai escluso da una carica a motivo dei suoi sentimenti religiosi, purché ammetta l’esistenza di un Essere Supremo» (art. 1, par. 4). Ecco perché scegliere per i propri figli un’educazione libera dalla fede è un problema. Chi non crede per lo più si nasconde e segue i riti e le tradizioni della massa. Ed è quello che ha fatto anche Mitchell fino ai primi anni di vita dei suoi figli, quando ha deciso di uscire allo scoperto in famiglia e di aprire un blog, inizialmente dietro pseudonimo, per scrivere le sue esperienze di madre agnostica e confrontarsi con altri genitori nella sua stessa situazione.

Nel libro riporta la sua esperienza e anche quelle più significative delle persone con cui è venuta in contatto. Ne esce un prontuario per affrontare tutte le situazioni cui un genitore ateo o agnostico si trova di fronte quando vive in un ambiente che non ammette altri modi di essere se non quello scandito, nei valori così come nei tempi, dalla religione.

Il paragone con la situazione italiana, leggendo queste pagine scritte da un’occidentale, è d’obbligo. Se è vero che il nostro Paese è ancora molto poco secolarizzato e subisce una continua ingerenza da parte della Chiesa cattolica nella sfera legislativa (per tacere di quanto la foraggi finanziariamente), è anche vero che, almeno sulla carta, educare i figli al di fuori dei dettami religiosi è ormai un falso problema e lo dimostra la percentuale sempre più alta di ragazzi non battezzati o che disertano l’ora di religione a scuola.

Le difficoltà semmai riguardano il rapporto tra i nostri figli e le istituzioni scolastiche. Non solo è ancora previsto l’insegnamento della religione cattolica nell’orario curriculare, ma chi non se ne avvale – come già detto un numero sempre screscente di ragazzi – è costretto a girovagare per l’istituto, andare in altra classe o partecipare a uno dei rarissimi corsi alternativi allestiti nelle scuole per “raccogliere” gli studenti non credenti.

Potremmo poi parlare dei crocifissi ancora appesi nelle aule, delle recite natalizie che celebrano la nascita del figlio di dio (guarda caso spesso organizzate proprio dal docente di religione) o delle pagliacciate di certi amministratori leghisti che distribuiscono presepi nelle scuole del Nord, ma insomma il problema non è, o almeno non più, dichiarare in famiglia e al mondo di rifiutare le verità dogmatiche della fede.

Piuttosto, il punto è che una legislazione sempre più obsoleta non sta al passo con l’evoluzione culturale del Paese e la sperequazione dei diritti che ne consegue investe tutti i campi, istruzione inclusa. Diversa la situazione in Texas, dove la difficoltà di un’educazione laica per i propri figli è innanzitutto di origine sociale.

Ciò nonostante, il libro ci tocca da vicino sia perché gli Stati Uniti sono per noi un imprescindibile modello culturale di riferimento (nota mia: non certo per me!), sia perché focalizza bene alcuni aspetti che riguardano anche la nostra società. È innegabile che la fede religiosa faciliti il ruolo del genitore perché lo esime dall’onere di elaborare da sé risposte adeguate alle difficili domande dei figli.

Ad esempio, come spiegare a un bambino cosa significa morire senza farlo sprofondare nell’angoscia? Per un genitore credente è più semplice. Basta ricorrere al paradiso o all’aldilà attraverso una narrazione pronta all’uso che taciti (ma per quanto tempo?) i dubbi esistenziali del figlio e lo porti a credere in una vita in cielo dopo la morte. Tuttavia il ricorso alla religione deresponsabilizza il genitore, che si limita a ripetere quello che i propri genitori hanno ripetuto a lui senza aiutare lo sviluppo dell’autonomia di pensiero del figlio.

In questa delega alla fede poi c’è un ulteriore pericolo per la crescita consapevole e responsabile dei ragazzi e riguarda l’educazione sugli aspetti comportamentali. Mitchell lo descrive bene: «Ai bambini si insegna a essere buoni soltanto perché alla fine saranno ricompensati con la vita eterna, ma questo costituisce una debole base per la moralità, poiché si focalizza sul fare ciò che altri definiscono giusto agitando la carota di una ricompensa, e non sul fare ciò che ognuno considera giusto in base a un ragionamento. E, quel che è peggio, si può agire male più volte, visto che non poche religioni offrono il perdono mediante una serie di canti o preghiere».

Per dirla alla Margherita Hack, il non credente si comporta bene perché lo ritiene giusto, non perché spera in una ricompensa futura. Il che dà maggior vigore alle sue convinzioni morali.

Educare i figli al di fuori di comode verità prêt-à-porter è faticoso, sia chiaro, ma molto meno di quanto sembri. Spesso siamo noi, condizionati dal nostro vissuto culturale in un Paese in cui fino a trent’anni fa il cattolicesimo era religione di Stato, a proiettare sui nostri figli delle paure che loro neanche percepiscono perché liberi dai nostri preconcetti. Tuttavia, va anche detto che la libertà di pensiero è tra tutti il concetto più difficile da trasmettere perché si contrappone a quell’omologazione di massa – la religione ne è un esempio ma non l’unico – che rappresenta un comodo riparo soprattutto durante infanzia e adolescenza. Ma ne vale la pena.

Aiutare un figlio a costruire la propria strada invece di prenderla in prestito da chi dispensa verità predefinite lo rende più solido nei suoi valori e lo libera dal condizionamento ancestrale del peccato, una micidiale arma di ricatto che da millenni tiene in scacco coscienze e intelligenze.

Morale e religione non sono sinonimi e non è detto che vadano d’accordo. Nonostante la storia l’abbia dimostrato e la cronaca ce lo ricordi ogni giorno, il preconcetto che le vede strettamente collegate è duro a morire. Anche in Occidente.

No al raduno nazifascista europeo

Vedi il comunicato anche nella pagina “Comunicati e notizie”

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COMITATO PERMANENTE ANTIFASCISTA CONTRO IL TERRORISMO
PER LA DIFESA DELL’ORDINE REPUBBLICANO
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No al raduno nazifascista europeo

Il Comitato Permanente Antifascista contro il terrorismo per la difesa dell’ordine repubblicano manifesta la sua profonda preoccupazione per il convegno nazifascista europeo che dovrebbe svolgersi a Milano, domenica 24 gennaio 2016.

Ad esso parteciperebbero formazioni di matrice neofascista e antisemita come Forza Nuova, Alba Dorata, i tedeschi dell’NPD e British Unity.

Al pericoloso rifiorire di partiti e formazioni di estrema destra in Europa e nel nostro Paese si intrecciano, mescolandosi l’uno nell’altro, movimenti nazionalisti, xenofobi e razzisti che individuano, come è già avvenuto nel corso del Novecento, un nemico esterno su cui scaricare tutte le responsabilità e le frustrazioni del nostro tempo.

Non possiamo accettare che nell’imminenza del Giorno della Memoria si svolga a Milano un raduno che si pone apertamente in contrasto con i principi della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza e offende chi ha sacrificato la propria vita per la nostra libertà, combattendo nel corso della lotta di Liberazione o resistendo
nei lager nazisti.

Mentre chiediamo alle istituzioni e alle pubbliche autorità di intervenire con fermezza per impedire questo ulteriore gravissimo oltraggio a Milano, città Medaglia d’Oro della Resistenza, chiamiamo i cittadini e gli antifascisti a partecipare al presidio che si
terrà Domenica 24 gennaio 2016 a partire dalle ore 10 davanti alla Loggia dei Mercanti, luogo simbolo della Resistenza milanese.

Milano, 18 gennaio 2016

ASSOCIAZIONE NAZIONALE PARTIGIANI D’ITALIA

Comitato Provinciale di Milano
Via Federico Confalonieri 14 – 20124 Milano
Ente Morale – Decreto Luogotenenziale n. 224 del 5 aprile 1945 – C.F. 80156470157
Tel.: 0276023372 – 0276023373 – 0276020620
e-mail: anpi.milano@tiscali.it – web: http://anpimilano.com/

Femminicidi, l’orrore della lapidazione 

Sorgente: Femminicidi, l’orrore della lapidazione 

Da http://www.osservatorioafghanistan.org/ 10 Novembre 2015 dc