Archivi tag: Chiesa Cattolica

Luride zampe

In e-mail da Democrazia Atea il 12 Agosto 2018 dc:

Luride zampe

Ancora una volta la Chiesa Cattolica argentina mette le sue luride zampe sull’autodeterminazione delle donne.

Non abbiamo dimenticato le responsabilità della Chiesa Cattolica argentina all’epoca della dittatura di Videla, quando i prelati di Buenos Aires non si limitavano ad andare a braccetto con la giunta sanguinaria ma erano pronti ad assolvere dalle loro responsabilità i militari della Marina che gettavano in mare dagli aerei giovani civili innocenti, dopo averli torturati.

Né abbiamo dimenticato che i prelati argentini sono stati accusati di aver presenziato compiacenti alle torture dell’ESMA, e che la diocesi, di cui faceva parte anche il caro Bergoglio, non ha mai pronunciato parole di condanna contro la dittatura, ma è sempre stata in prima fila a pronunciare parole di condanna contro le donne che abortivano.

Non abbiamo dimenticato che il metodo di gettare in mare i giovani torturati, legati ad una pietra, è stato rivendicato dallo stesso vescovo di Buenos Aires che ha auspicato di applicarlo al Ministro della Salute il quale aveva manifestato una apertura verso la doverosa legalizzazione dell’aborto.

Dunque questi soggetti che hanno approvato torture ed esecuzioni, che hanno spalleggiato compiacenti la dittatura, sono gli stessi che si oppongono all’aborto.

Questi soggetti hanno determinato una ennesima frattura nella società influenzando la decisione del Senato argentino che ha respinto la legge sulla legalizzazione della interruzione volontaria di gravidanza.

A credere che il concepito abbia “diritti” e che sia già “vita” sono rimaste due categorie di persone: la casta dei pedofili clericali e gli imbecilli.

Carla Corsetti Segretario nazionale di Democrazia Atea e membro del coordinamento nazionale di Potere al Popolo

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Laicità come Costituzione vuole

In e-mail il 19 Giugno 2018 dc da Democrazia Atea:

Laicità come Costituzione vuole

In diversi Comuni cittadini esprimono dissenso sullo scampanio dei campanili parrocchiali.

Si tenga presente che vigono già norme per limitarne la eccessiva, ridondante emissione sonora.

Non si tratta, come di solito eccepito, di “tradizione”, peraltro tradizione corrispondente al periodo in cui il credo cattolico era divenuto religione dello Stato e quindi  obbligatoria, non più conciliabile con i principi Costituzionali del 1948.

Fu per questo che si pose tardivamente (1984) mano alla revisione del Concordato: fu sancita solo la facoltatività della scelta religiosa.

Restò obbligatoria in altro modo il finanziamento pubblico del clero ed attività complementari: la “congrua”, ovvero lo stipendio statale ai parroci, fu sostituito con l’8xMille, mentre per la riparazione o costruzione di chiese fu assegnato il 7% degli oneri di urbanizzazione, pagati dai cittadini per il ritiro di una concessione edilizia; questo 7% è erogato ogni anno dai Comuni alle diocesi, non alle parrocchie, che per il nuovo Diritto Canonico sono ora autonomi soggetti giuridici.

Sulla questione del “suono delle campane” sintetizzo l’esperienza  ultima di Massafra.

Ho inoltrato un esposto a Procura, Prefetto, Sindaco, Comando di Polizia Locale e Vescovo.

1) Il primo a rispondere è stato il dirigente di Polizia per lamentare la mancanza di apparecchio fonometrico;

2) poi L’Arpa di Taranto per riportare le normative vigenti ed i costi per il controllo (minimo € 636, 89) che il Comune avrebbe già assunto con determina dirigenziale.

3) il Vescovo per far differire l’inizio dello scampanio dalle ore 6,00 alle 7,00.

L ‘Arpa ha richiamato la circolare n.33 del 13 maggio 2002 della Conferenza Episcopale che affida alle Diocesi il compito di regolamentare le modalità di uso delle campane, nel rispetto del contesto sociale, senza arrecare disturbo.

La stessa CEI, dopo condanne e multe ai parroci, ha precisato che le emissioni sonore debbono avvenire “nei soli orari diurni, con breve durata dei rintocchi e moderata intensità” .

Il DPCM 14.11.97 precisa altresì: “-a: valgono stessi limiti per funzioni religiose, mentre tutte le manifestazioni assoggettate ad autorizzazioni da parte dei Comuni, come da regolamenti provinciali e regionali”.

L’Arpa richiama ancora decisioni della Cassazione Prima Sez.Pen. (n.443/2001 e n.2316/1998) per uso delle campane non “indiscriminato”, (cioè non “ad libitum”, ma “ad limitum”, n.d.r.).

Tribunale di Monza ha stabilito il limite di 40 rintocchi, mentre il Tribunale di Roma con provvedimento del  9 maggio 2011 ha disposto lo scampanio dalle 7,00 e per soli 20 secondi.

A Massafra invece, con riferimento alla pratica seguita dalle parrocchie di San Lorenzo e del Carmine, la prima si è adeguata all’orario di inizio, cioè dalle ore 7.00, con rintocchi ridotti da 200 a 150, con richiami ad una messa, a tre riprese: mezz’ora prima, un quarto d’ora prima, all’inizio del rito, una ridondante, non prevista procedura.

La seconda parrocchia rimane “autonoma” rispetto alle indicazioni del vescovo con scampanio dalle ore 6,00 che tanti reclami “caldi” da parte di fedeli confinanti ha provocato.

In più non manca, alle 21,00, un finale saluto musicale dal relativo operatore parrocchiale.

Il rispetto del principio costituzionale della laicità, cioè equidistanza dalle confessioni, parità, uguaglianza fra le varie concezioni della vita, filosofiche o culturali, senza preferenze o privilegi, potrà tutelare tutti da ogni futura presenza confessionale.

Giacomo Grippa

Referente di Democrazia Atea

Perle di sterco

In e-mail da Democrazia Atea il 10 Giugno 2018 dc:

Perle di sterco

“Ognuno può credere nel dio che vuole non è un problema di confessione religiosa, basta che quel dio parli al tuo cuore e alla tua anima e non mi imponga un modo di vivere incompatibile con i nostri diritti e le nostre libertà perché se per quel dio la donna vale meno dell’uomo non è il mio dio”.

Queste le parole pronunciate da Salvini durante un comizio.

Nelle sue intenzioni c’era ovviamente un attacco alla religione islamica ma, come gli è capitato in altre circostanze, senza esserne minimamente consapevole, pensa di poter richiamare il Principio di Laicità, che nemmeno conosce, solo per usarlo contro un’altra religione.

Non sa che nella sua religione cattolica la donna deve essere sottomessa all’uomo.

Non sa che nei testi sui quali giura ci sono parole infamanti e criminali contro le donne.

Non sa che i cosiddetti Padri della Chiesa negano alla donna ogni autonomia decisionale.

Non sa che la religione cattolica che professa si è organizzata affidando ad una gerarchia di soli maschi ogni rappresentanza e “mediazione trascendente” e che le donne sono escluse dalle cariche religiose.

Finge di non sapere che la religione che lui professa vorrebbe negare tutte le libertà della donna, dall’aborto alla sessualità consapevole, dal matrimonio alla genitorialità tra persone dello stesso sesso, cercando di imporre “un modo di vivere incompatibile con i nostri diritti e le nostre libertà”.

Salvini poi ha detto che ad alcune femministe, quelle che non incontrano i suoi gusti, il burqa starebbe anche bene, perché secondo lui, quando l’aspetto esteriore di una donna non incontra il compiacimento del maschio, la donna dovrebbe coprirsi.

Ciò che è grave, però, è che la pessima uscita di Salvini ha trovato un pubblico compiacente, perché è stata accompagnata dalle risate idiote delle donne che erano con lui sul palco, e dagli applausi di quelle sotto il palco.

I sistemi prostitutivi di Arcore avevano veicolato nella società una idea estesa di mercificazione della donna, tanto degradante quanto disumana.

Oggi quella mentalità si declina nel disprezzo per quelle donne che, per il loro aspetto, non incontrano i gusti sessuali del Ministro dell’interno.

Dobbiamo ringraziare il M5S se ha consentito che si istituzionalizzassero queste perle di sterco.

http://www.democrazia-atea.it

Il falso mito di bergoglio

Da La Bottega del Barbieri dell’11 Maggio 2018 dc:

In 15 per svelare “Il falso mito di Bergoglio”

Recensione di Francesco Troccoli a un importante libro fuori dal coro che vorrebbe il papa “un rivoluzionario”

Un libro sul papa, fuori dal coro. Non un altro colpo di grancassa (nella sempre più stonata e fiacca orchestra mediatica) assestato da vaticanisti amici di Bergoglio o editori cattolici. Non un libro scritto dall’incensatore di turno della presunta e mai agita “svolta” del pontefice in carica rispetto alla storia millenaria della sola monarchia assoluta ancora in vita sul pianeta Terra. E nemmeno un volume suddiviso in capitoli scritti con il proposito di pubblicare un libro. Tanto che gli autori sono ben quindici ed è doveroso ricordarli: Marcelo Figueras, Marco Marzano, Maria Gabriella Gatti, Federico Masini, Gianfranco De Simone, Cecilia M. Calamani, Raffaele Carcano, Adele Orioli, Domenico Fargnoli, Giovanni Del Missier, Giuseppe Benedetti, Elena Basso, Donatella Coccoli, Federico Tulli, Simona Maggiorelli.

«Il falso mito di Bergoglio» è infatti una raccolta di articoli pubblicati dal settimanale Left a partire dal 13 marzo 2013, giorno dell’ascesa del cardinale di Buenos Aires al trono di Pietro, e fino all’inizio del 2018. Un quinquennio dominato dalla narrazione del “Pontefice del cambiamento”, narrazione che solo in queste settimane sta forse giungendo al suo epilogo, anche grazie a inchieste puntuali che questo volume contiene e ai pochi libri coraggiosi dei quali questo volume non tralascia mai di parlare e i cui autori (a differenza per esempio di molti preti pedofili o dei loro insabbiatori) si sono meritati in qualche caso un processo penale in Vaticano. Sono ben 42 i pezzi che in 5 anni la rivista Left ha dedicato a vario titolo al pontefice e alla sua Chiesa, alle sue esternazioni, alle sue contraddizioni, alle conseguenze di decisioni solo apparentemente rivoluzionarie, amplificate da pubblici proclami e mai concretamente attuate.

Quarantadue articoli in cinque anni, fra loro saldati in un compendio come un libro scritto a posteriori forse non avrebbe saputo essere. A conti fatti, la media è di un articolo ogni quaranta giorni che, per chi crede all’utilità della statistica, si può scomporre nel passaggio da un articolo ogni due mesi nei primi quattro anni a quasi uno ogni due settimane a partire da marzo 2017, quando la rivista ha visto un avvicendamento al vertice che ha reso più tangibile le ragioni della sua attuale headline «l’unico giornale di sinistra». Come non essere d’accordo con questa dicitura quando – come osserva Marco Marzano nel pezzo del 14 ottobre 2017 – il quotidiano comunista (così si legge sotto la testata) il Manifesto si mette a distribuire in un volumetto i tre discorsi di un papa ultraconservatore, peronista, nemico acerrimo della marxista “teologia della Liberazione” sin dal principio della proficua carriera ecclesiastica nel proprio Paese natale prima, durante e dopo la dittatura? Contro di lui, che militò nella Guardia De Hierro (la quale nel 1976 propose una laurea honoris causa al genocida ammiraglio Massera) hanno puntato il dito anche le Madres De Plaza De Mayo e Horacio Verbitzky, che Marcelo Figueras nel suo articolo del 15 marzo 2014 definisce «il giornalista più serio e degno di stima in Argentina».

D’altronde, è proprio in Argentina che Bergoglio ha affinato le doti che gli hanno meritato l’intronizzazione. Quando nel 2005 monsignor Baseotto affermò che il ministro argentino pro-aborto avrebbe «meritato una pietra al collo e che fosse buttato in mare» richiamando alla memoria i voli della morte, Bergoglio si trovava ancora nel suo Paese; otto anni dopo, da Papa, fece sua quell’espressione, che doveva quindi averlo colpito, auspicando la stessa fine per gli evasori fiscali e i preti corrotti. La stampa italiana giubilò. Solo un esempio. A un Paese come l’Argentina e all’intero Sud America non si può del resto non rimanere legati: nel luglio 2015, in occasione del viaggio pastorale nel continente, Bergoglio chiese perdono per i crimini ai danni delle popolazioni indigene ma non spese una sola parola per i 102 cappellani militari che collaborarono ai crimini contro l’umanità commessi durante la dittatura nel suo Paese. Pensare che – a dimostrazione che persino nel clero le scelte personali contano – negli stessi anni e nel vicino Cile il vescovo di Santiago ingaggiava contro Pinochet una battaglia personale alla quale la storia tende oggi ad ascrivere il minore numero di desaparecidos in Cile rispetto all’Argentina.

Veniamo all’Italia. L’ingerenza di Bergoglio nella vita sociale e politica italiana, con incommensurabili danni alla laicità delle istituzioni, è stata una costante. Spesso le sentenze più fragorose sono state pronunciate a diecimila metri di quota, in business class (Alitalia, naturalmente). Left, di questa serie, non ha perso una puntata. Dall’attacco all’aborto («ogni bambino non nato ha il volto del Signore»), alla riduzione della scuola a “comunità educante” complementare alla famiglia di cristiana concezione con citazione del discusso don Milani (con tanto di lodi sulle parole del papa, ancora una volta da parte de il Manifesto, e per di più in uno stato di amnesia mass-mediatica collettiva sulla deficitaria o nulla attivazione delle alternative di legge all’ora di religione) e ancora all’invasione dello spazio radio-televisivo che – secondo le varie edizioni del «Rapporto su confessioni religiose e TV» di Critica Liberale – raggiunge punte del 96% con RaiNews al vertice della squalificante classifica sotto la direzione di Monica Maggioni durante il governo Renzi. In barba, naturalmente, all’esposto presentato dall’UAAR all’Agcom già nel 2014 sulla base di simili e precedenti dati.

E ancora l’attacco alla libertà di auto-realizzazione delle donne («siate madri, non zitelle»), alla comunità LGBT con la diffusione dello spettro della “Teoria del gender”, avvolto dal lenzuolo bucato della tolleranza: «Chi siamo noi per giudicare? Dobbiamo accompagnare bene, secondo quello che dice il catechismo». Peccato che quest’ultimo definisca i rapporti omosessuali «contrari alla legge naturale».

Che dire della chiamata planetaria a un immotivato e fallimentare evento giubilare, andato pressoché deserto, per il quale Renzi ha stanziato 159 milioni di euro. O dell’invito (di per sé condivisibilissimo) all’adozione dello “Ius soli” sul territorio della Repubblica ma non certo su quello dello Stato Vaticano e delle sue proprietà extraterritoriali, dove vige il requisito della «residenza stabile»; o degli scandali di matrice finanziaria legati all’irriformabile IOR e al fallimento di istituzioni sanitarie prestigiose come IDI e San Raffaele, o la distrazione dei fondi del Bambin Gesù per l’attico del cardinal Bertone?

Dulcis in fundo, questo libro parla anche del diavolo. Sì, perché secondo il papa – come ci spiega Federico Tulli (il maggior contributore del volume) – Belzebù è il vero responsabile del malaffare dello IOR e dell’Apsa, della pedofilia clericale, del “vatileaks” e delle guerre nel mondo. Bergoglio si dichiara così convinto che Satana esista che nel 2015 ammonisce (e atterrisce) i piccoli catechisti di San Michele Arcangelo: «State attenti, perché l’odio viene dal diavolo». E forse in pochi sanno che è stato sempre lui a firmare il decreto di riconoscimento giuridico dell’AIE, Associazione Internazionale Esorcisti, il 13 giugno 2014. I “professionisti” del demonio sono 400 nel mondo, di cui più della metà nella sola Italia. Ogni anno al Regina Apostolorum di Roma organizzano seminari e corsi di aggiornamento, ai quali partecipano, ahimè, anche magistrati e avvocati. Può così capitare, come è accaduto a Tulli, di sentire («con le mie orecchie» precisa il giornalista quasi sotto shock) professionisti accreditati presso un pubblico foro della Repubblica proporre di far firmare il «consenso informato» ai “posseduti” prima dell’esorcismo, o un magistrato dello Stato Italiano dichiarare di essere «uno strumento della giustizia nella mani di Dio».

Si potrebbe obiettare che ogni papa fa il “Papa”. Il vero problema è l’inerzia, quando non l’apologetica esaltazione, che permea ampi strati della società e dei media di fronte a tutto ciò. Nei suoi articoli, Left non manca di approfondire anche questo aspetto. Il matematico Odifreddi, intervistato nel libro da Simona Maggiorelli, già a novembre 2016 non risparmiava le sue critiche a Scalfari che Bergoglio «lo infila ovunque» (oggi sappiamo che Odifreddi, rimasto coerente con la linea di critica nei confronti del decano del giornalismo italiano, l’ha pagata con l’interruzione della collaborazione con la Repubblica) mentre Donatella Coccoli, a luglio 2017, compila con pazienza il lungo elenco dei cosiddetti “politici di sinistra” che rientrano a vario titolo nel novero degli estimatori del personaggio finora descritto: da Bertinotti al duo del Brancaccio Falcone-Montanari, fino a D’Alema, Bersani e Fassina. Politici di ieri, oggi e domani. Tutti ammaliati dal papa pauperista, «il parroco di campagna» che, ricorda Raffaele Carcano, è andato a trovare Marchionne ed Elkann. Tutti affascinati dalla “dottrina sociale” del pontefice che predica l’equità sociale mentre è a capo di una Chiesa che beneficia nella sola Italia di privilegi fiscali immensi (si pensi all’esenzione IMU per edifici di culto, che spesso tali non sono, e alla redistribuzione dell’otto per mille non assegnato dai contribuenti) e sfrutta il malconcio sistema contributivo italiano per pagare lautissime pensioni ai cappellani militari. Bergoglio, l'(ex?) militante nei gesuiti che – per dirla di nuovo con Odifreddi – sono quelli che «dicono la verità mentendo».

L’attuale pontefice ha dato consistenti e reiterate prove di abilità nell’immenso e tragico capitolo della pedofilia clericale (Tulli ci ha scritto due libri). Si potrebbe affermare che proprio per questo (assieme agli scandali finanziari) fu eletto e che per la stessa ragione il suo predecessore, incapace di fare fronte alle dimensioni globali del fenomeno, abdicò.

Nel 1990 la “Santa Sede” (virgolette mie, Jàdawin di Atheia) ratificò la Convenzione sui diritti dell’infanzia. Secondo l’ONU il Vaticano l’ha ripetutamente e palesemente violata.

Il J’accuse da Ginevra arriva proprio nel 2013 e diventa pubblico a inizio 2014. A centinaia di denunce di stupri pedofili commessi nel mondo da esponenti del clero, come Marcial Maciel Degollado (il fondatore dei Legionari di Cristo, protetto di Giovanni Paolo II, pontefice canonizzato da Bergoglio a tempo di record) non è mai stato dato alcun seguito, e la pratica del trasferimento dei preti da una parrocchia all’altra non solo non ha arginato il fenomeno ma ne ha consentito l’ulteriore diffusione. L’ONU ha richiesto anche che la pedofilia non sia trattata come un crimine contro la morale ma contro la persona (e di riflesso di non considerare più le vittime come correi dei loro carnefici, il che può comportare un’aberrante manipolazione delle verità processuali). Per tutta risposta, durante il regno di Bergoglio, un altro amico del “Santo” Giovanni Paolo II, ovvero Iozef Wesolowski, arrestato nel 2014 per pedofilia, muore da uomo libero il 27 agosto del 2015. Tommaso Dell’Era, intervistato poco dopo da Tulli, dichiara che la strategia vaticana è spesso allungare i tempi e lasciar morire i colpevoli, ormai anziani, di morte naturale. Il funerale del polacco viene concelebrato da 20 alte autorità ecclesiastiche fra cui l’elemosiniere di Bergoglio.

Con la pubblicazione dei libri Avarizia di Emiliano Fittipaldi e Via Crucis di Gianluigi Nuzzi continuano a emergere dettagli su quel sistema di potere. In un’intervista a Tulli, Nuzzi afferma che «in Vaticano arrestano di più le persone ritenute fonti che i pedofili». I due giornalisti rischiano 8 anni di carcere in Vaticano per aver pubblicato notizie vere, sul modello dell’inchiesta dei colleghi del team Spotlight di The Boston Globe nel 2002 (che invece a loro fruttò un premio Pulitzer). Se Bergoglio ha creato la «Pontificia commissione per la protezione dei minori» (che ha però solo funzione consultiva) è evidente l’inconsistenza della sua azione. Il membro laico Peter Saunders, accusatore del cardinale George Pell – ovvero l’insabbiatore seriale di almeno 280 casi in Australia sin dal 1996 – viene espulso e dichiara alla BBC che «il papa non ha fatto nulla per mettere fine agli abusi sui bambini». A maggio 2017 (riferisce Cecilia Calamani) dalla commissione se ne va di sua iniziativa un altro membro laico, Marie Collins. Il motivo? «La curia non collabora» .

Ma c’è di più, racconta di nuovo Tulli a giugno 2017: se Bergoglio nel 2015 aveva annunciato la creazione di un nuovo «Tribunale apostolico» con la stampa italiana che celebrava e diffondeva il proclama, a marzo 2017 il prefetto Muller precisa che «era solo un progetto». Eco mediatica della precisazione? Nessuna. La “tolleranza zero” tanto sbandierata da Bergoglio si dimostra priva di qualsiasi riscontro. Per l’ennesima volta.

Nel frattempo il sondaggio di «Rete L’Abuso» dimostra che la pubblica opinione ritiene le misure prese del tutto insufficienti e invoca la rimozione della prescrizione per questi reati.

Perché – è bene precisarlo – nemmeno Bergoglio, in linea con i predecessori, ha mosso un dito perché i clericali collaborino con la giustizia italiana, la quale ha invece l’obbligo di informare la Curia delle proprie indagini. Il sistema perfetto. Quando, ad agosto, Pell va a processo per pedofilia, sceglie come difensore un avvocato noto per aver rappresentato un capo della mafia australiana e un cadetto diciannovenne stragista. Lo stesso Pell che – val la pena ricordare – Bergoglio ha voluto sempre accanto a sé ai vertici della gerarchia di governo. A novembre 2017, con l’uscita di Peccato originale di Nuzzi, la pedofilia arriva a lambire le stanze del papa a Santa Marta, ovvero il Preseminario San Pio X (in quel Palazzo San Carlo che ospitava l’attico di Bertone): diversi minorenni sono stati violentati anche durante l’attuale pontificato, e un ex seminarista racconta tutto al vescovo Angelo Comastri.

La denuncia cade nel vuoto e due giorni dopo l’uscita del libro di Nuzzi il portavoce della Santa Sede smentisce con un tweet che il papa sapesse qualcosa della vicenda, nonostante un altro testimone sostenga di aver scritto una denuncia indirizzandola a Bergoglio in persona già a maggio dello stesso anno. In tema di pedofilia clericale, il 2017 si chiude con la mancata risposta del Vaticano all’ONU, che aveva richiesto entro il 1 settembre un aggiornamento sulle misure prese. Il libro di cui stiamo parlando non ci arriva cronologicamente ma oggi sappiamo che a febbraio 2018 la Rete L’Abuso ha trasmesso una diffida per condotte omissive al Consiglio dei Ministri, al Comitato Onu per i diritti del fanciullo e ad altre entità.

Se già da quanto fin qui esposto è innegabile il lavoro certosino svolto da Left in questi anni, bisogna concludere con una ulteriore nota di merito nei confronti di un giornalismo che non si è mai fermato alla cronaca ma ha sistematicamente cercato, com’è costume del settimanale, di approfondire scientificamente le cause dei fenomeni descritti, avvalendosi della consulenza degli esperti. Preziosi sono in tal senso i contributi degli psichiatri e in generale dei clinici, come Domenico Fargnoli, Giovanni Del Missier, Maria Gabriella Gatti, Gianfranco De Simone. Ricercatori che si spingono nell’analisi culturale, filosofica e clinica delle dinamiche collettive e individuali che sottendono il fatto di cronaca. Con risultati spesso sorprendenti, come nel caso della riflessione di De Simone sull’insospettabile e nefasta alleanza culturale fra religione cattolica e razionalismo, o il suo nesso fra l’ormai celebre e drammatica affermazione bergogliana «i bambini battezzati non sono la stessa cosa di quelli battezzati» e la concezione filosofica heideggeriana del “Dasein”, e ancora l’attenta analisi di Giovanni Del Missier sulle cause di patologia mentale grave che è presente negli stupratori di bambini, o il resoconto ben più che aneddotico da parte di Domenico Fargnoli sull’esperienza personale di Bergoglio, che a settembre 2017 dichiarò pubblicamente di essersi sottoposto a un percorso di psicoanalisi nel 1978-1979, ovvero gli anni in cui la psichiatria argentina fondò e propagò l’assioma dell’equivalenza fra malattia mentale e sovversione al potere, e infine l’illuminante spiegazione della neonatologa Maria Gabriella Gatti sulla dinamica dell’evoluzione fetale e della nascita alla luce della teoria di Massimo Fagioli, grazie a cui si pone una separazione netta fra biologia embrionale e fetale da una parte e vita neonatale dall’altra, assolvendo con formula piena le donne che, costrette ad abortire, non compiono alcun delitto.

«Il falso mito di Bergoglio» contiene tutto questo e molto altro. Un libro che raccoglie l’eredità di cinque anni di giornalismo sulla Chiesa Cattolica e sul suo massimo esponente. Left – «l’unico giornale di sinistra» – sembra davvero aver pubblicato «l’unico libro che dice la verità su Bergoglio».

«Il falso mito di Bergoglio»

EditorialeNovanta Srl

ISBN 9788894977042

224 pagine per 19,70 euro

Per acquisto: QUI

Da commistione a simbiosi

In e-mail da Democrazia Atea il 6 Novembre 2017 dc:

Da commistione a simbiosi

Fino al Medioevo la Chiesa, intesa unicamente come organismo religioso, esplicava il suo ruolo di guida per le questioni in materia di fede.

Si occupava delle interpretazioni dei testi religiosi, si occupava dei fedeli e delle regole morali da impartire, in sintesi si occupava della spiritualità.

Nel Medioevo è cominciata la metamorfosi e le questioni terrene, relative alla amministrazione politica, alla legislazione, al governo dei territori, questioni che fino ad allora erano appannaggio dei governi, sono cominciate ad entrare nelle mire della Chiesa che, forte di un patrimonio accumulato soprattutto con lasciti, pretendeva di incarnare anche il potere temporale insieme a quello spirituale.

Il Pontefice pretendeva, dunque, di esercitare sovranità piena con emanazione di leggi civili, con l’amministrazione della giustizia e con la difesa militare.

Lo Stato Pontificio ebbe secoli di dominio politico, condannando le popolazioni sottomesse ad un oscurantismo malvagio.

Le storture potere temporale furono criticate da Dante, da Machiavelli, da Guicciardini, per proseguire fino a Leopardi.

Il 1870 segnò una svolta storica e l’unità d’Italia si completò con la conquista dello Stato Pontificio.

Il potere temporale della Chiesa subì una regressione che durò fino al 1929 ovvero fino a quando il potere dittatoriale fascista cercò la sua legittimazione etica e la Chiesa Cattolica gliela offrì con evidente contropartita.

Il prezzo lo pagò l’Italia con la stipula dei Patti Lateranensi.

Da quel momento prese l’avvio una inesorabile infiltrazione del potere religioso nel potere politico, una costruzione lenta e capillare, compresa da pochi e osteggiata da pochissimi.

Dal 1929 in poi la Chiesa ha ripreso ad amministrare l’Italia, non più in modo diretto, ma usando la mediazione degli uomini dello Stato italiano, fedeli alla Chiesa.

Si mantenne tuttavia, per molti decenni, una parvenza di separazione.

Anche i politici più cattolici, come ad esempio De Gasperi, si posero nel rispetto del principio di laicità e nell’accortezza di mantenere separate le sfere di reciproca competenza.

Per arrivare fino a Rosy Bindi la quale, nel rivendicare il cattolicesimo in politica, si avventurò in diatribe linguistiche (o meglio semantiche) tra laicità e laicismo, utilizzando il secondo termine come se fosse una degenerazione del primo.

L’attacco al principio di laicità, attraverso i distinguo tra laicità e laicismo, fu reso facile perché la finalità evidente era proprio quella di fornire una giustificazione a chi voleva negarlo.

Il principio di laicità, per sua natura, non può avere graduazioni tra laicità e laicismo, o si accetta o si nega.

Tutte le battaglie di laicità vennero tacciate di laicismo, e il giochetto semantico raggiunse il suo obiettivo.

Scuola, lavoro, sanità, migrazione, niente in questi anni è stato lasciato al caso e il potere religioso ha dettato l’agenda politica delle questioni prioritarie per l’Italia.

La commistione tra potere religioso e potere politico si avvia al totalitarismo ideologico, i partiti politici sono arrivati finanche ad invocare il pontefice come loro capo politico.

La commistione oggi è diventata simbiosi sicchè accade che in questo rinnovato Medioevo un parroco, nella tornata amministrativa di questo novembre 2017, si è candidato, mentre il segretario del partito di Governo è andato a fare un comizio in chiesa.

E nessuno sembra comprendere che in tutto questo si è concretizzato un deficit democratico irreversibile.

Democrazia Atea denuncia la grave compromissione democratica sottesa a questi fenomeni, ed avvierà l’iter di richiesta di audizione alla Commissione europea per le libertà civili, posto che il Principio di laicità è il principio fondante delle democrazie europee, e in Italia non sanno più cosa sia.

http://www.democrazia-atea.it

Uno spettro si aggira per l’Europa, la teocrazia

Da Democrazia Atea in e-mail il 16 Luglio 2017 dc:

Uno spettro si aggira per l’Europa, la teocrazia

Anche Peter Gomez è caduto nella trappola gesuitica e anche lui propone, in un editoriale, il governo di Bergoglio, anche lui auspica una teocrazia.

L’apoteosi suicidaria della alternativa borghese approda anche per lui al governo della casta sacerdotale.

Gomez crede addirittura che Bergoglio voglia modificare la sua Chiesa e crede che quella massa di mantenuti milionari si stia effettivamente opponendo ad una fantomatica riforma della Chiesa che il loro capo mostra di volere attuare.

Sarebbe come credere che un generale in guerra voglia trasformare tutte le sue truppe in disertori.

È vero che l’etica di un popolo si modifica se si modificano le sue strutture religiose, ma è pur vero che l’etica dell’Italia è la sintesi perfetta dell’etica cattolica, e si stenta a credere che si auspichi addirittura una maggiore cattolicizzazione della società e delle istituzioni.

La struttura stessa dell’irresponsabilità individuale e politica degli italiani trae origine dall’”ego me absolvo”, dalla modalità assolutoria e perdonista che quella religione attua da secoli.

La cattolicizzazione delle istituzioni ha avuto, quali effetti tangibili, che la solidarietà sociale è stata sostituita con la cattolica carità, l’insegnamento critico e autonomo è stato sostituito con il nozionismo e con la catechizzazione cattolica, la morale collettiva è stata modellata attorno all’opportunismo, più o meno delinquenziale, che si nasconde dietro la maschera del moralismo cattolico, il diritto al lavoro è stato sostituito con la “concessione” o con la “raccomandazione”, ovvero con meccanismi verticistici attraverso i quali le tutele legislative non valgono quanto l’intercessione del santo del giorno.

La corruzione è parte strutturale della Chiesa Cattolica, è la modalità consolidata che garantisce l’irrinunciabile privilegio.

Bergoglio è stato abile nel coprire il piano organizzativo e di penetrazione nelle istituzioni, vero fulcro della teocratizzazione progressiva, con il piano, legittimo, della spiritualità, a tal punto che tutti, ottenebrati dal secondo, hanno addirittura negato l’esistenza del primo.

Ha fatto credere di voler combattere la pedofilia modificando il codice penale, ma si è guardato bene dal modificare il codice canonico, perché vuole mantenere a tutti i costi la protezione giudiziaria sui suoi pedofili, sa bene che il potere clericale ha il suo punto di forza nello stupro sistematico dei minori, la più potente arma per mantenere l’intera popolazione nel timore reverenziale verso la casta sacerdotale.

Del resto continuare a tenersi come stretto collaboratore Pell, sapendo già da due anni di cosa era accusato, vuol dire che Bergoglio non ha alcun imbarazzo nel frequentare chi è accusato di pedofilia e ha continuato a tenerselo nel suo più ristretto entourage, come se nulla fosse.

C’è un passaggio assai grave e preoccupante nell’editoriale di Gomez: “Pensate come sarebbe una repubblica dove chi sbaglia venisse perdonato, ma solo dopo aver ammesso e riparato il proprio errore.”

Gomez descrive il meccanismo del reato come se fosse quello del peccato, con la sequenza confessione-espiazione-perdono che, nella sua aspirazione ideale, dovrebbe sostituire quella del processo-condanna-riabilitazione.

Accettare la sovrapposizione reato=peccato reca in sé una pericolosissima degenerazione che ha visto nella teocratizzazione delle società l’accettazione della equazione successiva peccato=reato, per cui la mancata adesione alle regole morali della religione dominante comporta punizioni e restrizioni alla propria libertà, proprio come accadeva da noi con il tribunale dell’Inquisizione e come accade oggi nei Paesi islamici.

Insomma il medioevo dell’umanità.

Gomez dimentica che Bergoglio è un gesuita e che non farà mai ciò che dice, dimentica che è un reazionario che vuol far credere di essere progressista, dimentica che si è appropriato di un significante (Francesco) per modificare la struttura del significato (adesione alla povertà) perché il potere economico è l’unica strada possibile per mantenere in piedi la sua Chiesa, e dispone di una capacità comunicativa non comune per dare ad intendere il contrario.

Francesco De Sanctis ha descritto magistralmente il lavoro che hanno fatto i gesuiti di cui Bergoglio è senza dubbio l’esponente più rappresentativo che ci sia mai stato: “la morale gesuita è riuscita ad abbassare la morale del popolo, ad avvezzarlo all’ipocrisia, a contentarsi dell’apparenza, negligendo la sostanza”.

Da Peter Gomez ci aspettavamo maggior sostanza.

La politica dei santi della Chiesa Cattolica tra marketing e devozione

su Hic Rhodus  il 5 Settembre 2016 dc:

La politica dei santi della Chiesa Cattolica tra marketing e devozione

di Bezzicante

Ogni volta che cerco di approfondire concetti religiosi, cercando lumi ovviamente in accreditati siti cattolici, ne esco più confuso di prima, era già successo indagando il significato di ‘preghiera’ e ora sono d’accapo con ‘santità’.

Segno che io sono refrattario a capire questi concetti, oppure che questi concetti sono refrattari all’essere indagati. Comunque, leggendo qua e là, rilevo che la santità è

  • assomigliare a Gesù Cristo in tutto: pensieri, sentimenti, parole e azioni. L’essenza della santità è la carità (amare Dio sopra tutte le cose e il prossimo come se stessi), che modella tutte le virtù: umiltà, giustizia, laboriosità, castità, obbedienza, allegria… E’ una meta cui sono chiamati tutti i battezzati e che si raggiunge solo in Cielo, dopo “aver combattuto la buona battaglia”, per tutta la vita con l’aiuto di Dio (Opus Dei);
  • La santità, la pienezza della vita cristiana non consiste nel compiere imprese straordinarie, ma nell’unirsi a Cristo, nel vivere i suoi misteri, nel fare nostri i suoi atteggiamenti, i suoi pensieri, i suoi comportamenti (Araldi del Vangelo);
  • “Tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 40]. Tutti sono chiamati alla santità: “Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48) (Catechismo della Chiesa Cattolica).

Letto così, e capito come posso, la santità cristiana non sembra opera di eroi straordinari ma di umili servitori di una vita giusta all’insegna della carità, che per i cristiani è un altissimo e nobile sentimento (di più: è una virtù teologale) che riguarda l’amare

Dio sopra ogni cosa per se stesso, e il nostro prossimo come noi stessi per amore di Dio (Catechismo della Chiesa Cattolica, § 1822).

Poiché come idea astratta mi pare chiara, ma cosa significhi in pratica lo è molto meno, volgo il mio interesse alla logica domanda successiva: “chi sono i santi?” Per non fare un discorso troppo lungo mi affido alle parole di Papa Francesco:

“I santi non sono super uomini”. Papa Francesco lo ha ricordato prima della recita dell’Angelus dalla finestra del Palazzo Apostolico vaticano, proprio nella ricorrenza della festa di Ognissanti. “I santi non sono nati perfetti – ha sottolineato il Papa – sono come noi, come ognuno di noi, persone che prima di raggiungere la gloria del cielo hanno vissuto una vita normale, con gioie e dolori, fatiche e speranze”. La differenza con il resto dell’umanità consiste nel fatto che “quando hanno conosciuto l’amore di Dio, lo hanno seguito con tutto il cuore, senza condizioni o ipocrisie; hanno speso la loro vita al servizio degli altri, hanno sopportato sofferenze e avversità, senza odiare e rispondendo al male con il bene, diffondendo gioia e pace”. Proprio in tal senso, ha osservato Jorge Mario Bergoglio, “i santi sono uomini e donne che hanno la gioia nel cuore e la trasmettono agli altri”. Quindi, il Papa ha esortato che “essere santi non è un privilegio di pochi ma è una vocazione per tutti” (fonte: Avvenire.it).

Sono sicuro che per cattolici di fede sincera tutto questo non ha bisogno di molte altre spiegazioni perché sentono, capiscono col cuore, là dove un laicaccio come me, che utilizza principalmente la ragione, non può arrivare. Mi potrebbe andare anche bene così ma allora non capisco perché la Chiesa si affanni a proporre, anziché modelli di umiltà e carità normali (e credo ce ne siano non pochi per il mondo), figure tendenzialmente soprannaturali, eroiche, inimitabili. E a volte anche discutibili.

Nella realtà i santi sono persone in qualche modo straordinarie; se non altro perché riescono a far guarire miracolosamente qualche caso disperato. Ecco, questa è una delle cose più difficili da mandar giù: i santi sono praticamente tutti i battezzati che praticano una vita caritatevole, ma per considerarli Santi (notate la maiuscola) devono essere artefici di miracoli che, di regola, non riguardano il tramutare l’acqua in vino o il resuscitare i morti ma il guarire “inspiegabilmente” un malato grave (QUI un articolo che spiega come diventar santi, nel caso vogliate provarci). Vi invito a fare due chiacchiere col vostro medico di base: vi racconterà decide di guarigioni (e di morti) incomprensibili, dove l’incomprensibilità riguarda i limiti della pratica medica (che non è una scienza), i limiti della reale conoscenza delle condizioni dei pazienti, il contesto e mille fattori intervenienti in gran parte ignoti. Ogni giorno un sacco di persone muore per cause sconosciute e qualche altro po’ guarisce quando ormai lo si dava per spacciato.

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Ma al di là di questo aspetto che fa parte del folklore cattolico, quello che dovrebbe far riflettere di più ancora è l’eventuale eccezionalità della vita del santo.

Prendiamo Giovanni Paolo II, proclamato santo a furor di popolo (anzi: di papa boy) quando era ancora nel letto d’agonia: ah, indubbiamente è stato un gigante a livello storico! Papa in un momento molto particolare è stato interlocutore di rilievo dei Grandi della Terra, abile comunicatore, elemento di rottura dopo secoli di grigia curia romana. Ma basta questo per dire che è un Santo? O è diventato tale per accontentare un chiassoso popolo di fedeli? Le critiche all’operato terreno di Wojtyla non mancano (QUI quelle di Odifreddi, noto ateo blasfemo e quindi probabilmente poco attendibile per diversi lettori) e per esempio, a confronto con l’attuale azione di Papa Francesco, quella di Giovanni Paolo II è stata certamente una vita pirotecnica ma forse non proprio santissima. Critiche assai maggiori e ben circostanziate a Madre Teresa di Calcutta, proclamata santa il 4 Settembre. La sua vita è, per alcuni critici, molto più densa di zone buie di quanto una Santa potrebbe permettersi, e vi invito a leggere quanto scrive l’indiana Krithika Varaur oppure Adam Taylor sul Washington Post, che non sono Odifreddi ma, semplicemente, testimonianze terze.

Queste proclamazioni di santi, insomma, sono a mio avviso una grande operazione di marketing: seguono l’umore della folla devota (e spesso devozionista) per blandirla, scovano santi in paesi dove occorre far presa e radunare le fila dei credenti. Creano identità ispirando un certo modello di cristianità. Molte ragioni inducono a più di una perplessità ed è utile, a questo punto, capire le ragioni per le quali i protestanti rifiutano questa idea di santità. Poiché il testo è breve vi riproduco le quattro ragioni spiegate dal teologo valdese Paolo Ricca (fonte):

La chiesa non sa

“Ogni volta che le Chiesa canonizza una persona – qualunque essa sia – si arroga un diritto che non ha, svolge un compito che non le compete perché appartiene a Dio soltanto”, ha affermato Ricca. “La Chiesa non è padrona del cielo: può legiferare sulla terra, ma non in cielo”. Anche perché, ha precisato il teologo: “Il Regno è di Dio, non della Chiesa. Per di più Gesù ci ha avvertito che nel Regno ci saranno delle sorprese: “Molti primi saranno ultimi, e molti ultimi primi” (Matteo 19,30), cioè molti nostri giudizi saranno capovolti da Dio”.

Solo Dio conosce

La seconda ragione dell’avversione protestante per ogni tipo e rito di beatificazione, ha proseguito Ricca, “è che nessuno conosce il cuore dell’uomo, tranne Dio, e per questo Dio solo può giudicare le persone, sia i buoni che i malvagi. Noi giudichiamo in base a ciò che vediamo, Dio giudica in base a ciò che non si vede: il cuore non si vede”. Questo vuol dire che i santi non ci sono? No, sostiene Ricca, ci sono, “ma sono nascosti agli occhi degli uomini che, a differenza di Dio, non possono vedere il cuore”. E dunque, in una prospettiva evangelica, la verità è che “non sappiamo chi siamo e tanto meno lo sanno altri, compresi i tribunali incaricati di vagliare le cause di beatificazione. Solo Dio ci conosce – lui che in Cristo si è fatto nostro affinché potessimo diventare suoi”.

Cristo e i santi

Ma per il teologo valdese esiste anche un terzo motivo di avversione: “tutti questi santi e beati popolano non solo il cielo, ma anche l’anima dei fedeli togliendo spazio a Cristo e alla centralità che gli è dovuta”. Ricca ricorda che il Concilio di Trento ha stabilito “che i santi possono e devono essere “invocati”, ricorrendo “alle loro preghiere, al loro potere e aiuto per ottenere benefici da Dio”, mentre sono “dichiarati empi coloro che negano il dovere di invocare i santi”, cioè i protestanti”. Che dire di tutto ciò? “Qualunque sia il tipo di culto reso ai santi”, osserva il teologo, “la centralità di Cristo ne risulta menomata. È vero che egli non è dimenticato né ignorato e che in qualche modo è tenuto presente, ma non è in primo piano, e questo contraddice la natura stessa della fede cristiana”.

Comunione dei santi

Un ulteriore motivo dell’avversione protestante alle beatificazioni, citato da Paolo Ricca, è che il “culto dei santi” diffonde un’idea di “santità” fuorviante rispetto a quella del Nuovo Testamento dove sono “santi” tutti i credenti e “santo” è sinonimo di cristiano. I santi, cioè, non sono una categoria speciale, diversa dai semplici credenti. La Chiesa è tutta quanta “un sacerdozio santo”, “una gente santa” (I Pietro 2,5.9). E quando il Credo apostolico parla di “comunione dei santi”, intende appunto la Chiesa come comunione dei credenti, vivi e defunti. Ma una cosa è la “comunione dei santi”, un’altra completamente diversa è il “culto dei santi”. “Quello che la Scrittura autorizza e raccomanda è di seguire l’esempio dei testimoni di Cristo che ci hanno preceduto: “Imitate la loro fede” (Ebrei 13,7)”, conclude Ricca. “Quello che invece la Scrittura non autorizza in alcun modo, né esplicito né implicito, è il loro culto”.

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