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Vaticano S.p.A.: populismo papalino e capitalismo ecclesiastico

Comunicato dal Partito Comunista dei Lavoratori, 3 Novembre 2015 dc

Vaticano S.p.A.: populismo papalino e capitalismo ecclesiastico

papi

L’arresto dell’”economo del Papa” Vallejo Balda da parte della Gendarmeria vaticana con l’accusa di “divulgazione di notizie riservate” rivela la lotta interna ai sacri palazzi di Oltretevere. L’intero commentario della stampa borghese parla dell’eroica lotta di “Santo Padre Francesco” per “ripulire il Vaticano” e della sorda resistenza degli ambienti vaticani a questa operazione di pulizia. Ma i conti non tornano, e anche la logica ha i suoi diritti.

Balda viene arrestato, su diretto mandato del Papa, per aver reso pubbliche delle informazioni riservate sulle sterminate proprietà vaticane, sulla continuità dei traffici IOR, sulla amministrazione truffaldina dei fondi pubblici e degli oboli privati da parte della macchina statale pontificia.

L’arresto è scattato solo dopo la notizia della uscita imminente di due libri dedicati alle rivelazioni.

Domanda: perché il Vaticano pretende che le informazioni sul suo stato patrimoniale e sulla sua gestione debbano restare “riservate”? Non era stata annunciata l’operazione trasparenza? Perché si ricorre addirittura all’arresto (con la minaccia di 8 anni di carcere) del responsabile, reale o presunto, delle rivelazioni? Perché si minaccia, come già in passato, di chiedere il blocco delle pubblicazioni editoriali annunciate?

La stampa borghese tace su questi interrogativi elementari. Ha paura anche solo a formularli. Si diffonde in pagine e pagine di retroscena, più o meno scandalistici, sulla figura di Balda e della sua collaboratrice, e sulle motivazioni interessate delle rivelazioni fatte (vendetta per una nomina mancata).

Ma sul contenuto delle rivelazioni, e soprattutto sulla ragione delle pretese censorie del Vaticano, nessun commento. Anzi, là dove si balbetta qualcosa, si ripete a pappagallo, per paura di sbagliare, la velina ufficiale vaticana: «Un tentativo di infangare l’azione di rinnovamento condotta da Papa», ecc ecc. Amen. Ma come? Un’azione di “pulizia” e “rinnovamento morale” non dovrebbe denunciare i mercimoni affaristici della macchina vaticana anziché arrestare chi li rivela?

UN PAPA PERONISTA A CACCIA DI CONSENSO. IL POPULISMO ECCLESIASTICO COME LEVA DI POTERE

La verità è più semplice, in una cornice più complicata e generale.

Papa Francesco, come ogni Papa, è il monarca assoluto di uno Stato teocratico che in tutto il mondo è parte organica del capitalismo, con possedimenti finanziari e immobiliari giganteschi. Come ogni Stato capitalista, ma con una presenza mondiale ineguagliabile, lo Stato Vaticano è attraversato da guerre per bande e cordate in lotta per il potere.

La novità dell’attuale Papa Bergoglio – non a caso di estrazione peronista – è che egli tenta di coprire la realtà dello Stato Vaticano con la promozione di un’immagine pubblica misericordiosa, attenta alla condizione dei poveri, meno dottrinaria, più comunicativa nei confronti del senso comune popolare.

Siamo in presenza di un Papa “populista”, mirato alla conquista del consenso pubblico, che fa leva sul consenso pubblico per accrescere il proprio potere assoluto nella Chiesa: modificando a proprio vantaggio i rapporti di forza con la Curia romana, con la Conferenza Episcopale, con la Segreteria di Stato vaticana, e più in generale con l’insieme delle strutture tradizionali dirette e indirette dell’istituzione ecclesiastica. Il braccio di ferro sotterraneo nel recente Sinodo è la cartina di tornasole della lotta in corso.

Un Papa dunque più “democratico”, più rispettoso della laicità dello Stato? Al contrario. Il Papa populista usa la propria ritrovata credibilità pubblica per allargare oltre misura il raggio d’intervento della propria Chiesa.

Ricerca e ottiene pubblica udienza presso le camere congiunte del Parlamento italiano, presso il Parlamento europeo, presso lo stesso Congresso americano, per avere su di sé i riflettori del mondo, carpire nuovi consensi e dunque maggiore forza politica.

Si fa diretto protagonista sulla scena internazionale intervenendo come intermediario del negoziato tra USA e Cuba per la restaurazione del capitalismo a Cuba; e persino del negoziato tra Stato colombiano e FARC per la loro integrazione nel capitalismo colombiano.

Promuove una politica di “pacificazione” ecumenica con le altre Chiese e autorità religiose (ebraiche, greche ortodosse, islamiche…) per allargare la propria influenza presso le basi di massa delle altre fedi, e dunque estendere il proprio peso politico internazionale.

Infine invade Roma con un Giubileo di venti milioni annunciati di fedeli, pretendendo dallo Stato e dal Comune di Roma una rapida funzione di servizio, pagata con risorse pubbliche: anche per questo scarica il sindaco delle nozze gay, a favore di un commissario prefettizio in grado di amministrare la grande torta del nuovo business capitolino e di lustrare a dovere l’immagine pubblica del Papa nell’anno della Misericordia.

Nel frattempo attiva tutti i canali di interlocuzione possibili col mondo laico, dalle telefonate con Scalfari sino all’incredibile lettera di riconoscimento… al consigliere romano Alzetta (detto Tarzan): cercando dal primo lo sdoganamento della cultura laica, e dal secondo forse un’attenzione di riguardo alle proprietà vaticane nella gestione dell’occupazione delle case a Roma.

Un Papa, dunque, “totale”, pervasivo di ogni campo a 360 gradi, proiettato quotidianamente nella sfera temporale come mai in precedenza, determinato a risollevare la forza della Chiesa ad ogni latitudine istituzionale, dopo anni di crisi e decadenza della sua pubblica credibilità (corruzione, pedofilia, crimini dello IOR…).

LA REALTÀ DEL CAPITALISMO ECCLESIASTICO CHE BERGOGLIO VORREBBE COPRIRE

Ecco allora il perché della reazione poliziesca del Pontefice “misericordioso” alle rivelazioni di un prelato infedele. Perché proprio quelle rivelazioni mostrano lo scarto abnorme tra l’immagine pauperistica della Chiesa che il Papa populista vuole accreditare, e la intatta miseria morale della Chiesa reale, quale parte inseparabile del capitalismo italiano e mondiale.

La Chiesa che detiene quasi 5 miliardi in sole proprietà immobiliari, spesso facendosele valutare “un euro” per evadere il fisco.

Che fa 60 milioni ogni anno vendendo benzina, sigarette, vestiti pregiati a basso costo, attraverso 41.000 tessere a raccomandati vip e amici degli amici nella sola città di Roma.

Che imbosca i 380 milioni annui dell’Obolo di San Pietro, destinandoli a ben altri usi dalla “carità evangelica”.

Che truffa sull’8 per mille con la complicità dello Stato italiano, come confessa la stessa Corte dei Conti.

Che, contro la sbandierata moralizzazione, continua a proteggere attraverso lo IOR i conti bancari di grandi costruttori coinvolti nella ristrutturazione a prezzi stracciati di proprietà vaticane.

Per citare solamente alcune anticipazioni pubbliche delle rivelazioni annunciate.

Qualcuno si può stupire se il populista Papa Francesco si sente minacciato dalla verità e preferisce arrestarla? Il solo aspetto comico è che gli autori dei libri incriminati invece di rivendicare le proprie rivelazioni come demistificazione del nuovo corso papalino e denunciare le minacce ricevute, si affrettano a presentare il proprio lavoro “come un aiuto fornito al Santo Padre” (Nuzzi). La potenza del nuovo Pontefice strappa reverenze insospettabili.

La sinistra riformista italiana, anch’essa succube del nuovo Pontificato (perché succube dell’ordine capitalista), si chiude non a caso in un ermetico silenzio di fronte alle nuove rivelazioni. Vendola e Ferrero non si sono forse sperticati per due anni nel lodare Papa Francesco come campione della lotta al “liberismo” e nuova autorità morale di riferimento, coprendo su tutta la linea il nuovo corso populista del papato? La “nuova cosa rossa” in gestazione cerca la benedizione del Papa. Avallando le sue mistificazioni tra i lavoratori.

Il PCL, in quanto partito di classe e anticapitalista, rilancerà una forte campagna pubblica anticlericale ed antipapalina, in occasione del Giubileo e delle elezioni comunali a Roma. E chiama tutte le organizzazioni del movimento operaio e tutte le associazioni coerentemente laiche ad una azione comune di controinformazione e denuncia su questo terreno elementare.

Partito Comunista dei Lavoratori

Laicità e Laicismo, Politica e Società

Il Senato di Vaticalia

Da Democrazia Atea il 25 Maggio 2015 dc:

Il Senato di Vaticalia

Ministri del PD, raccogliendo l’eredità della destra berlusconiana e interpretandola con maggior disprezzo per le classi lavoratrici, non perdono occasione per mostrare insofferenza contro le organizzazioni sindacali.

Eppure in tema di politiche del lavoro i sindacati dovrebbero essere interlocutori privilegiati.

In sintonia con l’insofferenza dei Ministri verso i sindacati, il Senato della Repubblica italiana si è adeguato.

Dovendo raccogliere pareri qualificati in tema di reddito minimo garantito, in audizione ha convocato tale Bregantini, in arte arcivescovo.

Costui, pur sapendo di far parte di una casta di mantenuti, pur sapendo di essere inserito in una struttura parassitaria che si alimenta con il prelievo fiscale degli italiani, pur sapendo di essere una sanguisuga inutile alla vita, si è pure preso il lusso di dire che il reddito minimo garantito è una forma di assistenzialismo negativo.

Uno che per mestiere campa sulle spalle degli altri esprime giudizi contro una misura di sostegno alla dignità umana sollecitata da una Direttiva europea già dal 2002.

È insopportabile sapere che il Senato, per assumere una qualsiasi iniziativa legislativa, possa aver consultato un ministro di uno Stato extracomunitario.

L’anomalia del Vaticano, comunque, non sta solo nel fatto che è uno Stato formato solo da maschi, ma anche che in quel sistema malato nessuno lavora, non c’è alcuna realtà produttiva, eppure i cittadini del Vaticano hanno un reddito pro capite di 407.000,00 euro l’anno.

Dal pulpito della sua ricchezza di mantenuto Bregantini si è espresso negativamente contro una misura economica che ha come finalità il mantenimento della dignità sociale.

Del resto quando il loro capo parla di Chiesa povera intende una comunità di fedeli poveri, non di certo la povertà dei mediatori mercificati della spiritualità.

Bregantini è andato in Senato a dire che è preferibile una società di poveri privati della dignità e che il reddito minimo garantito intralcia l’influenza che la pretaglia ha sulla società, posto che una società cui è tutelata la dignità potrebbe affrancarsi dallo sfruttamento clericale.

I senatori che lo hanno ascoltato, del resto, per arrivare a programmare una simile audizione, devono essere stati ispirati davvero da un rigurgito di imbecillità.

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Comunione e discriminazione

Da Democrazia Atea il 10 Maggio 2015 dc:

Comunione e discriminazione

Erano molte le religioni primitive, soprattutto nell’antica Grecia, nelle quali si praticava la teofagia, intesa come consumo rituale di cibo considerato parte stessa della divinità.

La teofagia non è altro che la metamorfosi religiosa simbolica della antropofagia.

Nell’età contemporanea è presente ancora in molti culti, tra i quali quello cattolico, nel quale prende il nome comune di “comunione”.

In Italia è sempre più frequente che il predetto rituale di teofagia costituisca motivo di discriminazione nei confronti di coloro che non lo praticano.

È anche accaduto che alcune maestre di scuola elementare in Toscana, ritenendo di fare cosa gradita al loro dio, abbiano discriminato nella loro classe i bambini esonerati dal rituale teofago facendo regali solo a coloro che invece lo praticavano.

Le riforme scolastiche che il PD sta imponendo al Paese vanno nella direzione della scuola confessionalistica che è l’esatto contrario della scuola pubblica e laica.

Ad oggi, però, questa deriva non si è ancora compiuta e possiamo ancora affermare che le maestre che premiano i rituali teofagici in classe sono responsabili, quantomeno sotto il profilo risarcitorio, di atti di discriminazione.

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Cronaca, Politica e Società

Le pressioni USA sul governo italiano

da Lucio Manisco Considerazioni Inattuali n. 68, 31 Marzo 2015 dc:

Le pressioni USA sul governo italiano

L’assoluzione di Amanda Knox.

Secondo il “Guardian” un verdetto di colpevolezza e la richiesta di estradizione avrebbero posto a dura prova i rapporti diplomatici tra i due Paesi. Improbabile, data la comprovata arrendevolezza italiana di fronte ai sistematici rifiuti di Washington di rispettare il trattato bilaterale. “La faccia di un angelo”, il film inglese sull’assassinio di Meredith Kercher e i “guazzabugli” della giustizia italiana.

Ci sono state ripetute pressioni USA sulle autorità governative italiane per evitare un verdetto di colpevolezza a carico di Amanda Knox e l’inevitabile richiesta di estradizione della cittadina statunitense? Se cambiamo pro forma il termine “pressioni” in monitoraggi, intense consultazioni o scambi diplomatici tra i due governi la risposta non può non essere affermativa anche se non ha coinvolto direttamente la nostra magistratura, nota in tutto il mondo per la sua indipendenza e per il suo rigetto di qualsiasi condizionamento ambientale.

Del verdetto finale della Cassazione, in attesa delle motivazioni, si può solo parlare di convergenze parallele o più propriamente di coincidenze temporali, a giudicare almeno da quanto accaduto negli ultimi sette anni: quando ad esempio il magistrato della prima assoluzione a Perugia respinse con sdegno le accuse di essere stato influenzato o addirittura corrotto dal governo di Washington e dalla CIA (!?), accuse da lui attribuite a colleghi colpevolisti e invidiosi che poi gli rovinarono la carriera.

E che dire poi delle affermazioni di Michael Scadron, ex consulente legale del Dipartimento di Stato, che alla vigilia della soluzione finale del caso ha testualmente dichiarato: “Gli italiani faranno di tutto per evitare una richiesta di estradizione. Gli Stati Uniti impiegheranno ogni espediente ufficioso della diplomazia per scongiurare la possibilità di un ricorso all’estradizione”. Questa possibilità è stata invece evidenziata, sempre alla vigilia della chiusura del caso, dal quotidiano britannico The Guardian del 21 marzo: “Se l’Alta Corte Italiana ribadirà la colpevolezza della cittadina americana – recita il titolo – i rapporti diplomatici tra i due Paesi verranno messi a dura prova”.

Perché, secondo i corrispondenti da Roma e da Seattle del quotidiano, gli Stati Uniti saranno “tecnicamente” costretti a concedere l’estradizione, anche se poi gli stessi autori dell’articolo elencano le lunghe e dilatorie procedure prescritte prima di un’eventuale rispedizione in Italia della Knox: indagini ed esami della richiesta da parte del Dipartimento di Stato e da quello della giustizia, analisi processuale di un tribunale statunitense che potrebbe approvare o bocciare la richiesta, nel primo caso la decisione finale delegata ai poteri discrezionali del segretario di Stato John Kerry.

Non intendiamo in queste note schierarci con i colpevolisti o con gli innocentisti nel dibattito sulla Knox e sul coimputato Sollecito che ha beneficiato del verdetto assolutorio: intervistati negli ultimi due anni dalla CNN e dalla Fox News ci eravamo limitati ad osservare che in altri Paesi le giravolte, le prove a carico respinte e poi convalidate nei diversi gradi di giudizio, le otto sentenze di segno opposto e via dicendo, avrebbero portato al non luogo a procedere. Qui vogliamo occuparci unicamente del contesto giuridico internazionale in cui operano gli Stati Uniti d’America e della comprovata arrendevolezza italiana di fronte a qualsiasi istanza avanzata dal Grande Impero d’Occidente.

Questo è l’Impero che per i prevedibili ostacoli del diritto internazionale osservato dal Regno Unito delega al Governo Conservatore Svedese il compito di chiedere l’estradizione per presunti reati sessuali di Julian Assange, autore delle rivelazioni di Wikileaks (con destinazione finale Stati Uniti) e da più di due anni tutelato dall’immunità diplomatica nell’ambasciata londinese di un piccolo Paese coraggioso e indipendente, l’Ecuador.  Ed è lo stesso grande impero che alza il sipario di una nuova guerra fredda con la Federazione Russa perché Vladimir Putin ha concesso asilo politico ad Edward Snowden, il “whistleblower” della National Security Agency.

La verità è che gli Stati Uniti esigono ed ottengono quasi sempre estradizioni da governi subalterni e respingono o addirittura ignorano le richieste di estradizione di questi stessi governi soprattutto se i casi sono clamorosi e se l’osservanza dei trattati potrebbe apparire come un cedimento della più grande potenza mondiale.

Il caso Knox è uno di questi casi clamorosi con la maggior parte dell’opinione pubblica americana convinta della sua innocenza o comunque della necessità di sottrarla alla giustizia italiana. Per una minoranza altrettanto agguerrita “Foxyknoxy” era ed è una furbastra e per giunta una maniaca sessuale capace di tutto.

Sul merito della sottomissione italiana ai diktat di Washington il caso più madornale e scandaloso, per fortuna risolto a buon fine da un intervento in extremis di un’altra Corte di Cassazione, è stato quello di Pietro Venezia, reo-confesso dell’assassinio di un esattore delle tasse in Florida e fuggito in Italia nel 1994. Se fosse stato estradato sarebbe finito certamente sulla sedia elettrica. La perentoria richiesta USA di estradizione era accompagnata da una vaga promessa statale di non applicare la pena capitale.

Forte del mandato costituzionale che proibisce il trasferimento di un cittadino italiano o straniero residente in Italia in un Paese dove i suoi reati siano punibili sul patibolo diversi senatori e deputati, tra i quali chi scrive queste note, incalzarono il Governo a respingere la richiesta di Washington. L’allora presidente del consiglio Lamberto Dini con decreto ministeriale non solo accolse la richiesta, ma la rese immediatamente esecutiva. Solo un intervento d’urgenza dell’Alta Corte portò i carabinieri sull’aereo su cui era stato portato ed affidato a due sceriffi della Dade County in Florida il Pietro Venezia, poi processato e condannato a 22 anni da un tribunale di Taranto per il grave reato da lui perpetrato su suolo americano.

Sorvoliamo sul caso Baraldini, condannata negli Stati Uniti a ventidue anni di carcere (poi raddoppiati per non aver collaborato con lo FBI) per concorso nell’evasione incruenta della attivista afroamericana Joanne Chesimard (Assata Shakur) dal carcere femminile di Clinton nel New Jersey. Per dieci anni gli Stati Uniti hanno respinto le caute ed ossequiose richieste italiane – alcune annunziate ma mai inoltrate – perché venisse applicata al suo caso la convenzione di Strasburgo che permette lo sconto della pena nel Paese natale. Solo l’intervento del Guardasigilli comunista Oliviero Diliberto nel Governo D’Alema portò al suo rimpatrio con l’accettazione di condizioni così severe e disumane che violavano la Costituzione della Repubblica.

I due casi più recenti sono quelli dell’ottantenne Giuseppe Lo Porto, ammalato di cancro, arrestato ed estradato in due settimane dalla richiesta di Washington, quello dell’ex deputato di Forza Italia Massimo Romagnoli che nel febbraio del corrente anno è stato prontamente estradato e rinchiuso nel Correctional Center di Manhattan, malgrado una sentenza a suo favore emessa da un tribunale olandese e senza che le autorità italiane gli dessero il tempo di appellarsi ai tribunali del suo Paese natale.

Questa settiman un film del regista inglese Michael Winterbottom dal titolo “La faccia di un angelo” è in distribuzione nelle sale cinematografiche londinesi: la faccia dell’angelo non è quella di Amanda Knox, ma l’altra, oscurata dai mass media italiani, della vera protagonista del caso, la giovane vittima inglese Meredith Kercher, assassinata, secondo la magistratura italiana, da fantasmi senza nome in un appartamento di Perugia più di sette anni fa. Il film ricostruisce i “guazzabugli” della giustizia nostrana. Degli stessi “guazzabugli” si è occupato oggi su “Il fatto quotidiano” Gian Carlo Caselli la cui argentea chioma ad ogni sua apparizione sembra sia stata affidata alle amorevoli cure di un Vidal Sassoon. L’ex magistrato, famoso per aver condotto l’istruttoria del processo a Giulio Andreotti che ha permesso all’illustre uomo politico di uscire indenne da qualsiasi condanna per evidenti collusioni con la mafia dal 1981 in poi, ha bistrattato come si deve i giudici del caso Knox ma, alla pari dei giornali e delle televisioni nazionali, non ha fatto menzione alcuna – magari per negarne l’esistenza – delle interferenze del Governo USA nella gestione della cosa pubblica e della giustizia in questa nostra sventurata Repubblica.

Lucio Manisco
www.luciomanisco.eu

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L’analfabetismo digitale di Telecom Italia | Italians

L’analfabetismo digitale di Telecom Italia. Lettera al blog Italians di Beppe Severgnini su Corriere.it 9 ottobre 2014 dc http://italians.corriere.it/2014/10/09/lanalfabetismo-digitale-di-telecom-italia/

Caro Severgnini, impressionante l’analfabetismo digitale di Telecom Italia. Prendiamo ad esempio il sito web Area Clienti Business, alias Impresa Semplice, alias 191: esso è degno di quelli che si vedevano del 1995. Da molti mesi vi ho richiesto la spedizione della bolletta online, ma il sito dice che non è così: la relativa opzione è impostata a “NO”, e non è modificabile. Il mio conto risulta “non domiciliato” mentre in realtà lo è. Questi e altri errori non possono essere comunicati a nessuno (e infatti Telecom non li sistema da mesi). Se segnalate la cosa al 191, vi dicono che non hanno alcuna competenza circa il sito. Per comunicare con loro via email occorre dapprima compilare un modulo, da inviare via fax (!!!) insieme a una fotocopia del documento di identità (illecito ai sensi del Dlgs 196/2003). Devo aggiungere altro? Dove andrà l’Italia, se anche le grandi imprese sono baracconi?

Marzia Brunoro

la risposta di Beppe Severgnini:

Santo cielo… Speriamo che ITALIANS riesca a fare il miracolo, ma non ci scommetterei.

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Laique e Laico

da Democrazia Atea www.democrazia-atea.it 30 Luglio 2014 dc:

Laique e Laico

Alcuni linguisti dicono che la lingua è l’uso che se ne fa, ovvero l’uso che ne fa nel quotidiano la maggioranza della gente che parla quella lingua.
 
In Francia con il termine laïque la maggioranza dei francesi intende comunemente “colui che esige la separazione tra lo Stato e le religioni”.
 
Tuttavia, in Italia, con il termine laico la maggioranza degli italiani, nell’uso quotidiano che fa di tale termine, intende “cattolico non chierico”.
 
Laico, in Italia, per esempio, è l’inserviente del convento.
 
Può quindi accadere che un candido laicista, sentito che un italiano si dichiara laico, gli chieda: “Allora anche tu vuoi la netta separazione tra lo Stato e le religioni?”
 
E che poi, con la bocca aperta e gli occhi strabuzzati, si senta rispondere: “Ma manco per niente, io voglio che noi cattolici continuiamo ad avere tutti i privilegi che abbiamo, anzi, se possibile dovremmo rimarcare anche di più il fatto che l’Italia è cattolica, gli altri possono al massimo essere tollerati, specie ora che arrivano tutti questi pericolosi alieni.”
 
Ah …
 
È vero che la Corte Costituzionale ha statuito il supremo principio costituzionale di laicità dello Stato, ma nel farlo ha usato la formula “Supremo Principio di laicità o non-confessionalità”.
 
Ed è quel “o non-confessionalità” che marca la differenza tra la competenza linguistica dei giudici della Corte Costituzionale e il candido laicista.
 
Se in italiano volete dire laïque senza ingenerare equivoci sorrisi di assenso nell’interlocutore cattolico, dovete usare non-confessionale.
 
Allora vedrete che il “laico” ci terrà subito a rimarcare che lui è cattolico e giammai non-confessionale.
 
Laïque (colui che esige la separazione tra lo Stato e le religioni) è falso amico di “laico” (cattolico non chierico), è invece sinonimo inequivocabile di non-confessionale (colui che esige la separazione tra lo Stato e le religioni).
 
In questo caso, evitare i falsi amici è semplice e redditizio. Perché insistete con la traduzione letterale?
 
Fiorenzo Nacciariti

Politica e Società

Cacciare Formigoni e la sua cricca!

da Su la testa L’altra Lombardia www.laltralombardia.it 11 Ottobre 2012 dc:

Cacciare Formigoni e la sua cricca!

Lunedì 15 ottobre ore 20.30 TUTTI A MILANO sotto il Palazzo Lombardia per
SGOMBERARE Formigoni e la sua giunta!

Da anni denunciamo gli intrecci criminosi fra le politiche del centro-destra e la criminalità organizzata (n’drangheta in particolare). L’ultimo arresto dell’assessore Zambetti per aver comprato voti da un clan della n’drangheta conferma quanto sia infiltrata dal malaffare l’attuale giunta lombarda e una parte del Consiglio regionale. Ben 14 fra assessori e consiglieri regionali sono stati o arrestati, o inquisiti o indagati.

Si può affermare che è presente nell’ente regione Lombardia una vera e propria associazione a
delinquere.

Formigoni (Comunione e Liberazione) e la sua cricca al governo da quasi 20 anni ha occupato in modo capillare tutti i luoghi di potere e sottopotere, collocando amici di partito, parenti e servi a vario titolo. Il tutto nella quasi totale mancanza di opposizione politica e sindacale.

Sono aumentati i privilegi dei dirigenti della regione (quasi tutti di Comunione e Liberazione e in gran parte inadeguati) e sono sensibilmente peggiorate le condizioni dei lavoratori dell’ente.

La sanità lombarda è diventata un feudo di Formigoni e della lega. I Tickets sanitari sono sensibibilmente aumentati. La qualità delle cure sanitarie non è migliorata. Si sono privilegiate le strutture sanitarie private-convenzionate che hanno succhiato milioni di euro ai cittadini (vedi scandalo dell’ospedale S. Raffaele e della fondazione Maugeri). La rete dei trasporti dei lavoratori pendolari è pessima.

La corruzione è il dato preponderante di questa giunta di centro-destra che non tiene vergogna e copre la sua inadeguatezza e incapacità con l’arroganza volgare del suo presidente e dei suoi servi sciocchi. Formigoni e “compagnia” non vogliono mollare l’osso perché ci sono in gioco interessi milionari legati all’Expo 2015 e alle attività legate allo smaltimento dei rifiuti e dell’amianto in particolare.

Ora BASTA, solo la mobilitazione dei lavoratori e dei cittadini può determinare e accelerare la cacciata di Formigoni e della sua cricca di fedelissimi. L’opposizione istituzionale non è sufficiente senza una costante mobilitazione di massa che ripristini in regione Lombardia almeno il minimo delle regole istituzionali.

Giorgio Riboldi

SU LA TESTA l’altra Lombardia

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Politica e Società

La sovranità nella bancarotta del capitalismo

La sovranità nella bancarotta del capitalismo

di Lucio Garofalo

Si parla ormai abitualmente (e impropriamente) di “debito sovrano”. Ma non c’è nulla di più errato e fuorviante del concetto di “debito sovrano”, coniato non a caso in un momento storico in cui gli Stati nazionali hanno ceduto totalmente la loro sovranità e autonomia decisionale di fronte all’arroganza e allo strapotere dei mercati finanziari.

In un’assurda e perversa catena di domino, i bilanci degli Stati più esposti al debito pubblico sono a turno travolti e assorbiti nel dissesto finanziario, coinvolgendo le altre nazioni, per cui risulta sempre più complicato adottare le politiche di “austerità” che mirano ad intensificare oltremisura la pressione fiscale e ad inasprire l’offensiva contro le tutele sociali del mondo del lavoro, al fine di sottrarre ingenti risorse dirottate verso il capitale bancario e finanziario, poiché una simile prospettiva comporta la dissoluzione definitiva di ogni intesa sociale, causando e autorizzando la sollevazione del popolo.

Papandreu ha dovuto sottomettersi alle costrizioni delle oligarchie finanziarie e revocare il referendum appena poche ore dopo l’annuncio. Papandreou non è Lenin e non serviva una mente eccezionale per capirlo. Diversamente da Papandreou, Lenin avrebbe promosso il referendum dichiarando l’insolvenza del debito pubblico del suo Paese. D’altronde è esattamente ciò che fece nel 1917: denunciò il debito pubblico dell’impero zarista e promulgò un decreto che fece tremare il mondo, azzerando l’enorme debito accumulato dalla Russia nei confronti delle potenze occidentali. Invece Papandreou non ha affrontato la sfida, temendo che un default della Grecia avrebbe risucchiato nel baratro finanziario l’intera Europa: ha preferito demolire la democrazia piuttosto che contrastare ed eliminare l’accerchiamento usuraio del proprio popolo da parte del capitale finanziario. L’entità del debito pubblico greco è assai modesta, ma sufficiente a rompere i rapporti di forza vigenti negli assetti della finanza capitalista internazionale.

Salvare la Grecia è un’impresa già ardua per gli equilibri politici europei, ma salvare un mondo sull’orlo della bancarotta è un’impresa praticamente impossibile. In un sistema globale in cui si agita lo spauracchio della crisi e si pretende di usare l’arma del ricatto finanziario per costringere gli Stati nazionali a compiere scelte inique e impopolari, ogni governo rischia di trasformarsi in una mostruosa tirannide esercitata in nome delle banche, un abietto strumento di rapina ed estorsione che annienta ogni elemento di sovranità popolare. Solo pochi mesi fa la maggioranza degli Italiani non sapeva nemmeno che esistesse il Fondo Monetario Internazionale, mentre oggi lo scopre improvvisamente a tutela del Paese. Anche dopo l’imminente cacciata di Berlusconi il rapporto stretto con il FMI vincolerà l’azione dei futuri esecutivi nazionali. Nei periodi di assenza di credibilità e sovranità della politica, le tecnocrazie finanziarie hanno imposto direttamente i loro fiduciari alla guida di governi detti impropriamente “tecnici”. E’ già avvenuto in Italia negli anni ’90 con Ciampi, Dini, Amato. Accadrà di nuovo con Monti.

Chiudo con un episodio salito recentemente alla ribalta della cronaca, destando un certo scalpore: un negozio di gadget elettronici, situato nel centro di Roma, è stato assalito da un’enorme ressa di clienti attirati dall’offerta di prezzi stracciati. La notizia è la classica eccezione che conferma la regola, la riprova del delirio allucinante del capitalismo, una testimonianza ulteriore che certifica l’aberrazione consumistica di massa, una droga che procura demenza e assuefazione: chi non consuma, sprofonda in una crisi d’astinenza.

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La Waterloo di Telecom si realizza nominando un idiota a direttore generale

Ricevo da un gruppo di lavoratori Telecom il 14 Marzo 2011 e pubblico:

La Waterloo di Telecom si realizza nominando un idiota a direttore generale

Luca Luciani, questo ignobile individuo, già in carriera in Telecom Italia, si era reso ridicolo mesi fa quando il video di una sua arringa ai collaboratori, già di per sé, per i toni, il suo scopo, il linguaggio, i contenuti e l’atteggiamento adottato vergognosa non solo per i colleghi ma per l’umanità intera, finì su Youtube, su parecchi siti e in molte e-mail, nonché fornendo lo spunto per numerose vignette,  documentando la crassa ignoranza di questo losco personaggio che, per ben due volte, aveva citato la battaglia di Waterloo come il grande capolavoro di Napoleone.

Dopo il ridicolo suscitato la Telecom lo aveva spedito in Brasile a dirigere una delle consociate. Si sperava di non vederlo più e, invece, la nostra azienda ha superato la sua già notevole faccia tosta, arroganza ed idiozia nominandolo direttore generale perché, dicono alcuni quotidiani, avrebbe “fatto bene in Brasile”.

Non vogliamo dilungarci a spiegare perché questo individuo non lo sopportiamo proprio: potete farvene un’idea leggendo questo articolo su Blogosfere

http://economiaefinanza.blogosfere.it/2008/04/waterloo-come-esempio-per-telecom-secondo-il-manager-luca-luciani-molto-rassicurante.html

e vedendo questo video su Youtube

http://www.youtube.com/watch?v=3T-z2V9xhgo

E non pare neanche onesto: fresca fresca la notizia di indagine a suo carico, insieme all’altro bel elemento di Riccardo (e non Carlo, come scritto nell’articolo più sotto linkato) Ruggiero, esponente di spicco della Banda Larga

articolo

Un gruppo di lavoratori Telecom

 

 

 

Ateoagnosticismo, Politica e Società

Bus atei a Genova…come volevasi dimostrare…

Bus atei a Genova…come volevasi dimostrare…

13 Gennaio 2009 dc, da Libero www.libero.it (in rosso i miei commenti e le correzioni):

Bus atei a Genova

“Dio non esiste”. Dopo Londra, Washington e Barcellona anche nella città ligure due mezzi di trasporto pubblico diffonderanno il messaggio lanciato dall’Unione atei. Come se fosse un detersivo. Ti sembra corretto? Non si tratta di un detersivo, ovviamente, come gli sciocchi giornalisti vogliono insinuare, e la risposta è, sembra ombra di dubbio, SÍ

Bus atei a Genova-Fotomontaggio

Atei di tutto il mondo, unitevi. Nell’era della velocità, del just in time, anche l’ateismo sente il fiato della modernità. Dopo la Spagna, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e l’Australia sbarcano a Genova i “bus atei”. L’affondo sembra indirizzato proprio al cardinale Bagnasco, capo dei vescovi italiani, la cui sede è, guarda caso, proprio Genova. «La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno» è la scritta che si potrà leggere sulla parte posteriore di due bus che dal 4 febbraio gireranno nel capoluogo ligure.

L’insolita iniziativa è firmata Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (Uaas) (riescono pure a sbagliare una sigla così facile). Ora l’ateismo si “diffonde” come un qualsiasi messaggio pubblicitario. «La campagna è una specie di sfida atea in casa di Bagnasco – ha dichiarato Raffaele Carcano, segretario generale Uaar -. Dopo le polemiche sul gay pride di Genova, reo di essere stato fissato per il 13 giugno, giorno del Corpus Domini, e dopo le parole di Bagnasco per ostacolare lo svolgimento della manifestazione, dopo le frequenti uscite del cardinale in materia di scienza, diritti, riproduzione, l`Uaar ha deciso di riprendersi un po` di par condicio. E di fare pubblicità all`incredulità».

Intervistato sull’iniziativa il sacerdote don Andrea Gallo ha commentato che “è interessante, stimola altri a meditare, a riflettere e a rispondere senza offese o insulti. A chi la propone risponderei così: Dio esiste, ma non sei tu. Rilassati, cerchiamolo insieme tra gli ultimi, lo dico anche a me stesso”.

Proprio ieri è partita a Barcellona la campagna del “bus ateo”, che dopo la Gran Bretagna arriva anche in Spagna. I bus delle due linee metropolitane della capitale catalana, 14 e 41, recheranno cartelloni con la scritta “Probabilmente Dio non esiste. Smettila di preoccuparti e goditi la vita”. L’iniziativa, già annunciata la scorsa settimana, dovrebbe giungere presto anche a Madrid ed è finanziata dall’Unione degli atei e liberi pensatori della Catalogna, che ha già raccolto 15.550 euro per questa campagna. La curiosa iniziativa non mancherà di accendere discussioni e dibattiti.

Un modo giusto di difendere le proprie idee o una carnevalata mediatica? Che sia una guerra persa quella intrapresa dagli atei se l’uomo più potente del pianeta, il nuovo presidente degli Stati Uniti Barack Obama invocherà il nome di Dio durante il giuramento del 20 gennaio? Non necessariamente. Alcuni gruppi di atei hanno intentato un’azione legale presso un tribunale federale per bloccare qualsiasi riferimento alla fede durante le cerimonie inaugurali. Tu, che ne dici? (Non perdete tempo nel leggere i commenti inseriti nel sito: per la maggior parte non ne vale, come al solito, la pena…)

Siccome però siamo un Paese del cazzo, andiamo a vedere come è proseguita la vicenda:

15 Gennaio 2009 dc, da http://www.repubblica.it

Genova, la discussione teologica divide le sigle sindacali dell’azienda di trasporto pubblico
Polemica a distanza tra il sindaco Vincenzi e il presidente dei senatori di An Gasparri

Ateo-bus, la rivolta degli autisti

“No alla scritta, obiezione di guida”

di Donatella Alfonso

GENOVA – Contro “l’ateobus” arrivano gli obiettori di guida, pardon di coscienza. Il sindacato confederale Faisa-Cisal, che conta 900 iscritti tra i 1700 autisti dell’Amt, l’azienda di trasporto pubblico di Genova, è pronto a sostenere i lavoratori che, facendo riferimento alle proprie convinzioni religiose e di coscienza, rifiutassero di mettersi alla guida dei due bus che, almeno nelle intenzioni dell’Uaar, l’unione degli atei, agnostici e razionalisti, dovrebbero percorrere le strade di Genova dal 4 febbraio e per un mese intero, portando sulle fiancate lo slogan “La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno”.

“Alcuni colleghi hanno espresso dei dubbi, ma come sindacato ci sembra fuori luogo una scritta del genere, che tocca le coscienze non solo dei cattolici. Perciò se qualcuno si rifiuterà di salire su questo bus, noi lo appoggeremo” spiega Mauro Nolaschi, segretario ligure della Faisa.  Io che sono anti-milanista mi aspetto altrettanta solidarietà alla mia decisione di non salire sui treni della metropolitana milanese interamente dedicati al Milan! Decisione a cui mi attengo di fatto quando viaggio da solo….

La discussione teologica divide le sigle sindacali in maniera bipartisan: non solo la Cgil, ma anche l’Ugl, alzano le spalle. “Ci sono problemi concreti dei lavoratori e del mondo, di cui occuparsi” ribatte gelido Guido Fassio della Filt Cgil (bravo compagno!, complimenti!), mentre Serafino Carloni dell’Ugl la butta sul pragmatico: la pubblicità porta soldi all’azienda, e questo servirà anche al personale (e questo almeno è pragmatico, e se ne infischia di altri aspetti).

Bruno Sessarego, presidente di Amt, obietta: “Nei regolamenti aziendali non c’è traccia dell’obiezione di coscienza. Potremo riformularli, ma per il momento non abbiamo preso alcuna decisione. Aspettiamo anche che la concessionaria di pubblicità veda i bozzetti della campagna, lunedì prossimo: saranno loro, in base al codice di autodisciplina pubblicitaria, a dire se sia accettabile o meno”.

Dal canto suo Marta Vincenzi, sindaco a capo di una coalizione di centrosinistra, conferma: nessuna censura. “La linea del Comune di Genova è difendere democrazia e laicità in una città con una forte presenza della Chiesa e di personalità intelligenti come il cardinale Bagnasco; non il laicismo (oh, brava, finalmente ti sei scoperta!). La pubblicità degli atei è senza dubbio una provocazione, ma non è riferita a nessuna religione particolare, né Cristo, né Buddha, né Allah. Perciò è importante difendere la libertà di espressione (e qui un colpo al cerchio ed uno alla botte…ma senza imporsi e lasciando decidere alla concessionaria di pubblicità, praticamente lavandosene le mani); noi lo facciamo ospitando il Papa e dicendo sì anche al Gay Pride come alla costruzione della moschea”.

E a Maurizio Gasparri, presidente dei senatori di An che l’aveva attaccata, ribatte: “Regalerei volentieri a Gasparri una piccola biblioteca sulla filosofia di base, mentre il regalo più grande che può farmi lui è non intervenire nella vita sociale di Genova. Non spetta a me dire sì o no ai bus con la pubblicità degli atei, ma neppure censurare chi non offende nessuno”.

Dura replica di Gasparri, che forse teme un “lancio” di libri filosofici: “Non accetto le minacce della Vincenzi e le comunico che presto mi recherò a Genova per esprimere l’indignazione della gran parte degli italiani per questa pessima iniziativa che lei cerca di difendere con argomentazioni pseudo filosofiche scadenti come la sue persona” (il fascista arrogante di sempre, offensivo e volgare, si svela ad ogni occasione). E mentre tace ancora il cardinale Bagnasco in pellegrinaggio a Fatima, il segretario generale dell’Uaar Raffaele Carcano gongola. “Abbiamo raggiunto quasi 8000 euro di donazioni, il costo della campagna; pensiamo di estenderla. Se verrà bloccata, ci dovranno spiegare perché si può dire che Dio esiste e non il contrario…”.(Non te lo spiegano, caro Carcano, usano altre argomentazioni…..)

Ed ecco come è andata a finire, solamente due giorni dopo:

17 Gennaio 2009 dc da http://www.repubblica.it

Stop agli ateo-bus Slogan offensivi esulta la Chiesa

GENOVA – L’ Ateo-bus resta in rimessa: la concessionaria di pubblicità accoglie il pressante invito della Curia e per le strade di Genova non viaggeranno mezzi pubblici “provocatori”. Ecco un altro esempio di servilismo ed opportunismo vergognosi. Nello stesso giorno l’amministrazione comunale della città decide di concedere la sponsorizzazione al Gay Pride nazionale anche se chiede agli organizzatori di spostare la data, già fissata in coincidenza del Corpus Domini. E, tra le motivazioni, il sindaco Marta Vincenzi spara una carta a sorpresa: «Non vorremmo dover imporre ai gay cattolici una scelta dirompente tra il Pride e la processione».

Giornata campale, tra sesso e fede, per il capoluogo ligure. Al mattino è Fabrizio Du Chene, amministratore delegato della IGP, concessionaria della pubblicità sui mezzi pubblici genovesi (e su quelli di tutta Italia) a chiudere il primo capitolo, quello degli ateo-bus (“La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno”): «Ci sono due articoli del codice di autodisciplina che rendono impossibile la campagna: l’articolo 10 – la pubblicità non deve essere offensiva E non lo è affatto!– e l’ articolo 46 – le campagne sociali non devono ledere gli interessi di alcuno Dimostrateci, imbecilli, in che modo vengono lesi gli interessi della Chiesa e dei cattolici!. Non si tratta di seguire, o meno, le indicazioni della Chiesa ma no, figuriamoci, e chi lo ha mai pensato!: noi ci muoviamo autonomamente e applichiamo sempre il nostro codice. Succede per la pornografia, succede anche in questo caso. E poi, francamente, mi pare che l’ Unione atei abbia raggiunto il suo obiettivo. E senza spendere un euro».

È un no definitivo? «La decisione è questa – risponde l’ Igp – e costituisce anche un precedente: noi operiamo in tutta Italia, siamo soliti darci delle regole e rispettarle». Tace il presidente della Cei (e arcivescovo di Genova) Angelo Bagnasco – in viaggio da Fatima – ma gongola monsignor Marco Granara, rettore del Santuario della Guardia: «Una minoranza di quaranta persone ha tenuto sveglia l’ intera nazione su un tema che, in fondo, non è loro» Si dimentica, il subumano, che secondo le stesse statistiche della Chiesa Cattolica gli ateoagnostici in Italia sono calcolati dai 9 ai 14 milioni: saranno 40 gli attivisti dell’UAAR di Genova, ma rappresentano idealmente tutti gli atei-agnostici, anche quelli silenziosi ed indifferenti. L’ Uaar, attraverso il suo segretario generale, Raffaele Carcano, ribatte: «Biancheria intima e villaggi vacanze sì, ma guai a chiedere uno spazio pubblicitario per dire che Dio non esiste. In questo Paese non c’è spazio per dichiararsi atei, pena la censura». Qualcosa, invece, potrebbe cambiare sul Gay Pride. Assicurato il patrocinio culturale del Comune alla manifestazione, il sindaco Marta Vincenzi ha chiesto agli organizzatori un incontro urgente, la prossima settimana. «I problemi, nel caso di una sovrapposizione con il Corpus Domini, sono notevoli – ragiona il sindaco – Esistono problemi logistici, esiste una questione di vigili urbani (non ne abbiamo abbastanza per tutelare entrambe le manifestazioni contemporaneamente) e non vorremmo provocare problemi di coscienza nei gay cattolici». A sorpresa i gay dimostrano una disponibilità totale, anche all’ipotesi di cambiare data: «Lo abbiamo detto dall’ inizio, la nostra disponibilità a discutere di tutte le questioni organizzative (percorso, disponibilità delle piazze, supporto tecnico, la stessa data) è completa. Tutto il movimento LGBTQI (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuati) punta ad arrivare, quanto prima, a una decisione condivisa. Per il sindaco è la doppia dimostrazione che «Genova è una città aperta: l’Uaar ha ottenuto una straordinaria pubblicità (sì, e che se ne fa?), con gli organizzatori del Pride c’è un confronto aperto e alla luce del sole, nel rispetto di tutti». Alla faccia del rispetto!

MICHELA BOMPANI RAFFAELE NIRI