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Perle di sterco

In e-mail da Democrazia Atea il 10 Giugno 2018 dc:

Perle di sterco

“Ognuno può credere nel dio che vuole non è un problema di confessione religiosa, basta che quel dio parli al tuo cuore e alla tua anima e non mi imponga un modo di vivere incompatibile con i nostri diritti e le nostre libertà perché se per quel dio la donna vale meno dell’uomo non è il mio dio”.

Queste le parole pronunciate da Salvini durante un comizio.

Nelle sue intenzioni c’era ovviamente un attacco alla religione islamica ma, come gli è capitato in altre circostanze, senza esserne minimamente consapevole, pensa di poter richiamare il Principio di Laicità, che nemmeno conosce, solo per usarlo contro un’altra religione.

Non sa che nella sua religione cattolica la donna deve essere sottomessa all’uomo.

Non sa che nei testi sui quali giura ci sono parole infamanti e criminali contro le donne.

Non sa che i cosiddetti Padri della Chiesa negano alla donna ogni autonomia decisionale.

Non sa che la religione cattolica che professa si è organizzata affidando ad una gerarchia di soli maschi ogni rappresentanza e “mediazione trascendente” e che le donne sono escluse dalle cariche religiose.

Finge di non sapere che la religione che lui professa vorrebbe negare tutte le libertà della donna, dall’aborto alla sessualità consapevole, dal matrimonio alla genitorialità tra persone dello stesso sesso, cercando di imporre “un modo di vivere incompatibile con i nostri diritti e le nostre libertà”.

Salvini poi ha detto che ad alcune femministe, quelle che non incontrano i suoi gusti, il burqa starebbe anche bene, perché secondo lui, quando l’aspetto esteriore di una donna non incontra il compiacimento del maschio, la donna dovrebbe coprirsi.

Ciò che è grave, però, è che la pessima uscita di Salvini ha trovato un pubblico compiacente, perché è stata accompagnata dalle risate idiote delle donne che erano con lui sul palco, e dagli applausi di quelle sotto il palco.

I sistemi prostitutivi di Arcore avevano veicolato nella società una idea estesa di mercificazione della donna, tanto degradante quanto disumana.

Oggi quella mentalità si declina nel disprezzo per quelle donne che, per il loro aspetto, non incontrano i gusti sessuali del Ministro dell’interno.

Dobbiamo ringraziare il M5S se ha consentito che si istituzionalizzassero queste perle di sterco.

http://www.democrazia-atea.it

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Io, di chi sono io?

Da Hic Rhodus 24 Aprile 2017 dc:

Io, di chi sono io?

di Bezzicante

Passata alla Camera la legge sul biotestamento. Ora andrà al Senato dove – posso scommettere – subirà variazioni dovendo così tornare alla Camera e, con un po’ di fortuna (a scanso di equivoci, sì, sono sarcastico), fra una cosa e l’altra, potrebbe anche finire la legislatura impedendo alla legge di vedere la luce. Una legge che, malgrado i cattolici à la Binetti si scaldino tanto, è una camomilla rispetto a una vera legge sull’eutanasia, o suicidio assistito. Con questa legge posso chiedere di interrompere le terapie se sono malato terminale; e il medico si può rifiutare di farlo. Per i credenti, immagino, sarà già uno scandalo questo, mentre per i laici stiamo parlando proprio del minimo, ancora insufficiente per dirci soddisfatti. E torniamo sempre allo stesso punto: il grande baratro culturale fra i tanti laici (e cattolici con un minimo di apertura mentale) e i pochi cattolici oltranzisti. Pochi. Perché tutti gli indicatori parlano di un’Italia ormai ampiamente secolarizzata in cui il peso politico dei cattolici è assolutamente sbilanciato. Sarà che abbiamo il Vaticano. Sarà che la Democrazia Cristiana non è mai morta. O più semplicemente che è più comodo, politicamente, non cavalcare i temi etici dalla parte della modernità.

Il punto chiave, da cui nasce questo dibattito fasullo, è stato ripreso anche nel titolo: di chi sono io? Se devo la mia vita a Dio, se vivo per rispondere ai Suoi precetti perché alla fine Suo sarà il giudizio, è inevitabile che non voglia sottrarmi al destino che Lui ha in serbo per me; che voglia vivere la vita così come Lui ha deciso per me, sofferenze incluse, perché Sua è la mia vita. Se Sua è la mia vita io non ne dispongo, non posso concluderla anzitempo, sottraendomi alla Sua volontà. Se invece la vita è mia, e sotto un principio di responsabilità voglio morire, per un motivo che riguarda solo me, la mia rappresentazione del mondo, la mia relazione col mondo, ebbene questa circostanza, questa volontà, sono unicamente mie. È noto che i valori non sono negoziabili: il cattolico non può rinunciare “un po’” alle sue convinzioni, accontentare “in parte” il suo Dio per venirmi incontro… e neppure io, laico, avrei intenzione di accettare una parte di cattolicesimo giusto per quieto vivere. Ognuno ha il sacrosanto (mai aggettivo fu più azzeccato) diritto di esprimere le proprie convinzioni e vivere in base esse, se ciò non impedisce agli altri di vivere bene.

Ed è qui che casca l’asino. Io non penso affatto di imporre ai cattolici l’eutanasia, se loro preferiscono vedere nella sofferenza della malattia la strada verso la santità. Perché mai i cattolici vogliono impormi la loro santità, da me negata, e obbligarmi a vivere secondo le loro coscienze? È esattamente questo che rende sbilanciato e ingiusto il dibattito: i cattolici oltranzisti (o, più in generale, chi difende questa idea) si rifanno a un’etica (in questo caso religiosa, come spesso accade) che non può essere dello Stato. Il punto chiave è semplicemente questo. Lo Stato (moderno, democratico, liberale, occidentale) non può avere etica, perché qualunque scelta etica sarebbe solo di alcuni, e non di tutti, e quindi sarebbe oppressiva per una parte dei suoi cittadini. Senza contare che l’etica cambia col tempo, nelle latitudini, rispetto alle circostanze e via discorrendo. Questi cattolici, quindi, accettano le regole dello stato democratico finché conviene a loro, poi usano gli strumenti che il medesimo stato offre (libertà di pensiero e di rappresentanza politica, innanzitutto) per affermare, e cercare di imporre, scelte etiche che fanno parte di un’altra ontologia, di un’altra provincia di significato, di un orizzonte culturale e valoriale affatto diverso.

Questi cattolici – e guardate che li capisco bene, specie quelli sinceri e non opportunisti – rispondono prima di tutto a Dio, poi alle leggi dello Stato. Ma le leggi di Dio (di quel dio) sono solo loro, mentre le leggi dello Stato sono di tutti, proprio perché laiche. I Testimoni di Geova non pretendono di imporre il rifiuto della trasfusione di sangue a tutti; gli ebrei non ci impongono di oziare il sabato; i vegani non impongono di evitare la carne; i liberali non pretendono di convertire per legge i socialisti. Le minoranze hanno tutte diritto di esistenza e convivenza in un ambiente armonico che le contempli tutte; questa si chiama inclusione. E l’inclusione ha senso, vita e sostanza in uno Stato plurale, tollerante e inclusivo, che accetta tutti ma senza fare prevalere nessuno. La Binetti (e tutti gli altri) si può dispiacere, e naturalmente è libera di biasimare (nel suo fòro interiore) chi la pensa diversamente; può anche scrivere meravigliosi articoli, e fare bellissime conferenze, nelle quali perorare il suo punto di vista, esattamente come l’Associazione Luca Coscioni ha diritto di sostenere la causa dell’eutanasia e cercare di fare proseliti. Quello che trovo inevitabile, ma fortemente irritante, è che Binetti, e tutti gli altri, siano rappresentanti del popolo che utilizzano una doppia appartenenza confliggente: sono parlamentari quando si votano questioni ordinarie, oppure quando occorre sostenere leggi favorevoli ai cattolici; e sono servi di Dio quando si tocca la dottrina cristiana che è, appunto, dei soli cristiani, e neppure di tutti.

Avanti quindi, ancora e ancora, per l’affermazione dei diritti civili che riguardano la visione etica di ogni singolo individuo; questioni personali e non negoziabili.

La mappa che riassume i principali post su temi analoghi:

 

Mappa 24 Ingombrante cattolicesimoEcco i link:

Il tema:

Vaticano:

Laicità dello Stato:

Ingerenze e provocazioni:

Il burkini non è un diritto umano

da Hic Rhodus 17 Agosto 2016 dc:

Il burkini non è un diritto umano

burkini-islam

Abbiamo da poco commentato la pretesa di imporre i propri simboli religiosi, con riferimento al velo e al rifiuto della stretta di mano femminile.

Il quel post ce la prendevamo in particolare con due atteggiamenti islamici ma siamo stati attenti a includere tutti i simboli di qualunque religione, incluso il crocifisso, per intenderci.

La nostra idea è che in una società inclusiva e pluralista e, soprattutto, laica, i simboli religiosi ostentati siano divisivi, stimolino la diffidenza, creino competizione e cattiva comprensione del prossimo, e non servono grandi studi sociologici per dimostrarlo.

Una società liberale e tollerante garantisce la libertà di culto a chiunque (inclusa la libertà di rifiutare qualunque culto) nella sfera privata, ma cerca di evitare l’ostentazione antagonista.

Per questo riteniamo che il velo integrale che copre il viso alle donne (tipo niqab e burka) non sia tollerabile, mentre l’hijab sì.

Ora è scoppiato il caso del burkini (costume da mare integrale) vietato a Cannes e in Corsica. Protestano le donne musulmane rivendicando la libertà di vestire come pare a loro ma sbagliano, almeno sul piano dialettico.

È naturale che ognuno vesta come gli pare: se io voglio attraversare il centro con un tutù rosa, le scarpe gialle e una farfalla di cartapesta come copricapo non me lo può impedire nessuno, e se per una qualche ragione mia moglie volesse stare in spiaggia con un costume integrale, ugualmente nessuno potrebbe avere da ridire. Ma le donne islamiche che indossano il burkini lo fanno in quanto islamiche, non per una scelta personale, estetica o igienica. Il burkini rappresenta un’ostentazione identitaria sovente imposta socialmente dal loro gruppo di appartenenza in nome di vaghi precetti semi-religiosi (che tali non sono, come chiarimmo a proposito del velo).

Il concetto non è “vesto come mi pare” bensì “vesto un simbolo religioso identitario e divisivo”. È una questione di motivazione e di contesto che fa la differenza, non il capo d’abbigliamento in sé.

Per difendere le ragioni delle donne musulmane Ikram Ben Aissa denuncia la limitazione alla libertà delle donne imposta a Cannes. L’Autrice dice anche alcune cose giuste, nel suo articolo, ma il cuore del suo ragionamento non è da me condivisibile quando scrive:

Che si vadano a formulare dei divieti fondati sull’idea che indossare un velo implichi un legame col fanatismo è un qualcosa d’inaccettabile.

Sì.

Ostentare il velo integrale (o il burkini) ha a che fare col fanatismo, non meno dell’ostentazione della croce per il cristiano che si segna tre volte prima di salire in treno.

Poiché è assolutamente chiaro che non si tratta di un precetto religioso obbligatorio (lo abbiamo argomentato nel già citato post sul velo) ed è noto che molte donne islamiche (in Paesi tolleranti) non sentono il bisogno di indossarlo, ne consegue che è una scelta individuale (soggetta a molte pressioni sociali) per dichiararsi, per distinguersi, per escludersi.

È esattamente questa scelta individuale così motivata che diviene inaccettabile.

Prosegue l’Autrice:

I cittadini dovrebbero sentirsi liberi d’indossare ciò che vogliono! Quand’è che i musulmani in Europa verranno rispettati e trattati da cittadini alla pari? Quand’è che la smetteremo di marginalizzare milioni di cittadini europei musulmani, e in particolar modo le donne?

L’esagerazione come strumento retorico è noto.

Dove sarebbero i milioni di cittadini europei musulmani marginalizzati?

I cittadini europei musulmani, come quelli buddisti, testimoni di Geova, induisti etc., vivono, lavorano, studiano esattamente come tutti gli altri, soggetti alle stesse regole, norme e leggi.

Anche regole e norme “sociali”, non quindi scritte nei codici. Il cittadino musulmano ha tutti i diritti di andare alla moschea, rispettare il ramadan e seguire un atteggiamento (femminile) fondato sulla modestia e la discrezione, ma credo che abbia meno diritti riguardo l’ostentazione, come detto, e ripeto che ciò vale per tutte le religioni (e per gli atei) inclusa la cristiana.

La cosa che più mi colpisce e incuriosisce, comunque, è questa impossibilità di capirsi. Ikram Ben Aissa crede fortemente che siano lesi i diritti umani delle donne islamiche

Pare che i diritti umani non siano più garantiti per tutti — quindi dovremo trovare un modo per guadagnarceli.

e non si compenetra minimamente nei valori europei che pure cita all’inizio del suo pezzo.

Non comprende, per esempio, che la libertà di tutti passa per delle limitazioni per ciascuno, nessuno può fare ciò che vuole in nome di presunti diritti: io amerei moltissimo restare nudo in spiaggia, ma so che non lo posso fare (se non in specifici luoghi deputati) perché sarebbe ritenuto offensivo e immorale da altri.

Ma non rivendico un “diritto umano” Schermata 2016-08-16 alle 12.41.01violato. Anche una commentatrice islamica, in coda al pezzo citato, litiga con un altro, italiano, scrivendo a stampatello “ci vestiamo come pare a noi e non dobbiamo rendere conto a voi. Pensate alle vostre donne che vanno in giro nude”.

Anche questo sfogo lascia intendere la barriera culturale voluta e difesa: c’è un “voi” che lasciate le donne nude (=immorali) e un “noi” che difendiamo la fede, la tradizione, la virtù (=giuste).

Ciò mostra l’ostentazione divisiva che si richiamava prima. Io ricordo bene di avere visto, in una spiaggia a sud della Turchia, in anni felici in cui Erdogan non era diventato il despota attuale, donne turche col velo nero integrale chiacchierare tranquillamente con amiche turche in bikini. Mi sembrò subito un bell’esempio di reciproca tolleranza e integrazione che, temo, sta finendo anche in Turchia. Com’è noto in diversi Paesi islamici particolarmente integralisti, però, sarebbe impossibile vedere una scena simile. Il velo è obbligatorio e i bikini non sono permessi neppure a occidentali. Ikram Ben Aissa rivendica il proprio “diritto umano” al burkina dimenticando i diritti umani basilari dei milioni di donne in Arabia Saudita e altri paradisi islamici.

Io credo, in conclusione, che il problema della reciproca comprensione sia a uno stadio ancora piuttosto arretrato.

La diffidenza occidentale, spessissimo immotivata, è alimentata dal repentino aumento degli immigrati, dai frequenti attentati terroristici e da mestatori nostrani che soffiano apposta sulla paura.

Ma una persona intelligente non può ignorare questi fattori. L’allarme sociale di questi anni rispetto al terrorismo islamico, ancorché esagerato non nasce per caso, e la sua matrice religiosa non può essere ignorata: come non capire, quindi, che ostentare il burkini appare a taluni come una provocazione? Come non capire che pretendere il presunto “diritto umano” di indossarlo si presta a critiche, ulteriore diffidenza, esasperazione, come la sparata di Picardo sul diritto alla poligamia.

Insomma, noi occidentali dovremmo certamente imparare a essere meno diffidenti e più tolleranti, ma l’Europa nasce da un profondo e doloroso processo di secolarizzazione, durato secoli e pagato sangue, che deve essere compreso da chi chiede di vivere qui, e qui viene accolto nel rispetto di tutti i diritti umani.

Montessori e Steiner: i due metodi educativi

Dal sito Mamma for Dummies 8 Marzo 2016 dc:

Montessori e Steiner: i due metodi educativi

Spesso mi chiedono ragguagli sul metodo Montessoriano o Steineriano (metodo Waldorf) e rimango basita su quanto io venga sopravvalutata!

Partendo dal presupposto che prima di essere Mamma conoscevo la Sig.ra Montessori, unicamente grazie alla linea di giochi Ikea, cercherò di riportare brevemente ciò che ho imparato documentandomi sul tema.

Innanzitutto sono due metodi pedagogici che fanno capo rispettivamente a Maria Montessori (1870-1952) e Rudolf Steiner (1861-1925).

Entrambi hanno avuto ruolo importantissimo per lo sviluppo dei sistemi educativi di tutto il mondo.

I due diversi approcci sono accomunati da diversi elementi. Entrambi considerano ciascun individuo come un “diamante grezzo”, ossia un essere già dotato di potenzialità, le quali devono essere semplicemente sviluppate.

Una visione innovativa per l’epoca in cui sono state sviluppate queste teorie pedagogiche e certamente in antitesi con la comune visione de bambino come una “pagina bianca” da rimpiere inculcando nozioni ed insegnamenti.

Montessori e Steiner erano entrambe convinti che lavorare sul bambino significhi creare i presupposti per la società futura. Entrambi gli approcci riconoscono un ruolo fondamentale all’arte come strumento per stimolare la creatività e l’intelligenza del bambino e pongono come principio primario la libertà del bambino.

Nel metodo Montessori:

    • l’insegnante ha un ruolo di mediatore tra il bambino e i suoi interessi: deve essere una guida silenziosa nelle nuove scoperte ed interazioni.
    • nelle Case de Bambini  (così chiamate le scuole di ispirazione montessoriana) solitamente i bambini imparano a leggere e a scrivere intorno ai 4/5 anni, lettere e numeri vengono introdotti già a tre anni attraverso materiale didattico apposito.
    • non vengono dati voti, anzi vengono addirittura considerati “nocivi”: viene spronata l’auto-correzione, si cerca di sviluppare una forte consapevolezza sui ciò che è giusto e ciò che è sbagliato
    • un’obiettivo fondamentale è l’autodisciplina dell’individuo e la sua indipendenza: già da più piccoli infatti vengono spronati a svolgere attività quotidiane da soli come vestirsi o lavarsi i denti..
    • i bambini godono di libertà di scelta delle attività da svolgere
    • i materiali montessoriani vengono presentati all’allievo dall’insegnante e devono essere utilizzati esclusivamente per lo scopo al quale sono destinati.
    • l’arredamento è a misura di bambino
    • l’attività sensoriale è molto importante come strumento di sviluppo dei sensi del bambino
    • viene sviluppato il lato creativo di ciascun bambino, ma mantenendo una netta distinzione tra realtà e immaginazione (mentre il metodo Steineriano ha un approccio marcatamente fiabesco)
    • sono fondamentali i materiali, individuati con cura dalla Montessori studiandone il  valore pedagogico. I bambini hanno libero accesso ai materiale, ma è l’insegnante che ha il compito di illustrarli al bambino.

i materiali a disposizione dei bambini inoltre sono di un tipo per ciascun “gioco” e ogni bambino può tenerlo per il tempo che vuole, perciò gli altri sono portati ad aspettare il proprio turno.

Nel metodo Steineriano ( scuola Waldorf):

  • il bambino ha libero accesso ai materiali di gioco, ma l’insegnante non interviene nè mostra come debbano essere utilizzati, anzi i bambini sono incoraggiati a manipolare i materiali e a trasformarli a piacimento in relazione alla propria fantasia
  • l’insegnante viene vissuto “alla vecchia maniera”: accompagna i bambini per tutto il percorso e ha la funzione di maestro di vita e modello di comportamento
  • la creatività è il centro dell’educazione del bambino:le attività svolte vanno dalla fabbricazione della carta, all’euritmia, alla recitazione, all‘apprendimento di uno strumento musicale. L’insegnamento di lettura e scrittura invece avviene verso i 7 anni, età in cui secondo Steiner il bambino è pronto per l’apprendimento
  • nella scuola Waldorf i genitori sono attivamente partecipi, grazie alle attività della scuola, a finanziamenti e a lavori manuali di vera e propria manutenzione degli spazi scolastici
  • il bambino al momento del gioco viene lasciato libero, in modo da favorire lo sviluppo della sua fantasia
  • I bambini seguono una routine precisa in modo da ricreare sicurezza all’interno delle proprie abitudini

Sul sito www.rudolfsteiner.it potete cercare la scuola più vicina a voi.

Purtroppo le strutture non sono moltissime, specialmente per chi, come me, non abita in città e spesso le rette sono anche particolarmente care, ma trovo comunque interessante approfondire la propria conoscenza di entrambi gli approcci anche per una riflessione sul sistema educativo dei propri figli.

No ad un nuova impresa di Libia!

dal Partito Comunista dei Lavoratori 16 Marzo 2016 dc:

No ad un nuova impresa di Libia!

È ora di dire basta alle guerre del capitalismo, alle guerre per i profitti di pochi pagate da tutti. Non un uomo, non un soldo, per la nuova impresa di Libia!

Solo la liberazione della società dal capitalismo e dall’imperialismo può dare una vera pace all’umanità. Solo una rivoluzione socialista può porre fine alle guerre.

Rullano i tamburi di una nuova impresa di Libia.

Il governo Renzi reclama la guida della missione internazionale.

L’Italia si appresta a tornare nella sua vecchia colonia, dove già inaugurò campi di concentramento e gas asfissianti contro la resistenza berbera al prezzo di 100.000 morti.

Dicono che l’obiettivo centrale dell’intervento è sconfiggere ISIS.

Mentono. L’obiettivo vero è la spartizione della Libia. È il controllo dei suoi giacimenti petroliferi, dentro una lotta spietata tra Francia e Italia, fra Total ed ENI.

Il capitalismo francese ha giocato di anticipo mandando truppe a Bengasi a sostegno del generale Haftar, per mettere le mani sui giacimenti petroliferi della Cirenaica. Tutta la stampa italiana chiede a Renzi di intervenire per non farsi scavalcare dai francesi e difendere gli interessi dell’ENI. Renzi teme di perdere voti infilandosi in una avventura. Ma non vuole perdere la faccia agli occhi di quel grande capitale tricolore che si è candidato a rappresentare in Italia e nel mondo. Per questo si è assicurato, per decreto (10 febbraio), il controllo diretto delle truppe speciali tramite i servizi segreti: un decreto che assegna loro, testualmente, “licenza di uccidere e impunità per i reati”.

Il governo Renzi taglia i fondi della sanità, minaccia le pensioni di reversibilità, abbatte i trasferimenti pubblici ai comuni e ai servizi, regala ai padroni continui tagli di tasse. Ma trova i soldi per prolungare la missione militare in Afghanistan, per mandare altri 500 soldati in Iraq, e ora per “la licenza di uccidere” in Libia. La chiamano “guerra al terrorismo”. Ma dopo vent’anni di cosiddette “guerre al terrorismo”, proprio il peggiore terrorismo fondamentalista conosce uno spaventoso sviluppo, con gravi conseguenze sulla sicurezza stessa di persone innocenti nelle città europee. “Le loro guerre, i nostri morti”, questo il bilancio. Mentre la fuga disperata dalle guerre di enormi masse umane viene respinta in Europa da muri, ruspe, fili spinati, e da un’ondata di odiosa xenofobia, al prezzo di nuove morti e nuove sofferenze. In una spirale senza fine.

È ora di dire basta alla guerra, alle guerre del capitalismo, alle guerre per i profitti di pochi pagate da tutti. Non un uomo, non un soldo, per la nuova impresa di Libia!

Solo la liberazione della società dal capitalismo e dall’imperialismo può dare una vera pace all’umanità. Solo una rivoluzione socialista può porre fine alle guerre.

Per questo lotta il Partito Comunista dei Lavoratori, l’unico partito della sinistra italiana che non ha mai appoggiato missioni militari.

Partito Comunista dei Lavoratori

Ansia per il futuro? Allora NON leggete cosa vi aspetta. 1 – Demografia, alimentazione, clima e guerre

Da Hic Rhodus 21 Marzo 2016 dc:

Ansia per il futuro? Allora NON leggete cosa vi aspetta. 1 – Demografia, alimentazione, clima e guerre

Astrologia a parte, che non interessa Hic Rhodus, c’è un serio filone di studi che cerca di prevedere il futuro. Una previsione probabilistica, ovviamente, basata sui dati disponibili al momento e loro proiezioni; una previsione quindi orientativa che nulla ha di deterministico. Si chiamano future studies(generalmente al plurale), sono praticati in numerose branche di studio (da fisici come da sociologi, per intenderci) e se digitate il termine su Google troverete moltissimi materiali che non ho intenzione di proporvi qui. Proverò invece a estrapolare una sorta di piccola sintesi di ipotesi di natura e peso differente (non tutte basate su studi accademici, non tutte parimenti accreditate anche se nessuna ripresa da fonti palesemente screditate e amatoriali). Il quadro complessivo che si delinea non è particolarmente rassicurante; lo riepilogherò alla fine.

Demografia

pil22Mi sembra necessario partire da qui: quanti saremo fra un po’ d’anni? Secondo studi ONUsaremo oltre 9 miliardi nel 2050; la metà di 9 miliardi saranno residenti in soli nove paesi: India, Pakistan, Nigeria, Etiopia, Stati Uniti, Repubblica Democratica del Congo (DRC), Tanzania, Cina e Bangladesh. Ma quel che più conta è che 8 di quei 9 miliardi risiederanno nei paesi più poveri, mentre il ricco Occidente resterà più o meno invariato come popolazione solo grazie alla massiccia immigrazione. Queste proiezioni ONU si basano sull’ipotesi di unadiminuzione globale della fertilità nei paesi in via di sviluppo; in caso contrario altro che 9 Miliardi! Alcune interessanti elaborazioni di questi dati le trovate QUI dove potrete osservare il ritmo forsennato del crescente sviluppo demografico; quando è nato il mio bisnonno in tutto il mondo erano un po’ più di 1,2 miliardi; quando sono nato io eravamo 2,5; quando è nato mio figlio circa 4,5; con mio nipote eravamo già oltre i 7 miliardi…

Alimentazione

Schermata 2016-03-05 alle 16.53.18Per nutrire quei 9 miliardi di individui occorrerà, nel 2050, il 60% in più di cibo rispetto al 2006 (fonte: World Resources Report;QUI una sintesi; QUI il rapporto completo); occorre quindi investire in un’agricoltura che, contrariamente all’attuale, eviti impatti ambientali. Attualmente il settore agricolo è responsabile del 24% della produzione di gas serra e per il 70% dello sfruttamento dell’acqua e delle falde (stessa fonte). È facile capire come l’aumento auspicato di produzione di cibo, ai livelli necessari, deve realizzarsi in maniere completamente differente da quelle attuali. Oltre a produrre cibo in maniera sostenibile diverrà fondamentale imparare a non sprecarlo. Attualmente un quarto di tutto il cibo prodotto al mondo viene sprecato (stessa fonte), particolarmente nel ricco Occidente ma massicciamente anche nell’Asia industrializzata.

Cambiamento climatico e produzione di cibo

Purtroppo per realizzare un’agricoltura sostenibile e sfamare tutti quanti occorre fare i conti col cambiamento climatico già gravemente compromesso, come abbiamo discusso su HR non molto tempo fa. Non si tratta solo di avere terreni coltivabili difesi dalla desertificazione con fonti d’acqua per l’irrigazione eccetera. Ma di economie di mercato che cambieranno in ragione della difficoltà a produrre quel cibo. Guardate per esempio questa figura (fonte: Oxfam):

Schermata 2016-03-05 alle 17.14.21

Il mais – fonte principale di nutrimento per ampie popolazioni del Sud America – potrebbe raddoppiare di prezzo in caso di scenario climatico negativo; il riso – altro elemento base per molte popolazioni asiatiche – fra il 40 e l’80%. Disuguaglianze alimentari, malnutrizione, mortalità infantile e molte altre sciagure continueranno insomma ad essere all’ordine del giorno.

Cambiamento climatico e migrazioni

Schermata 2016-03-05 alle 17.33.15Il problema del cambiamento climatico, sia in quanto a desertificazione di aree equatoriali sia come sommersione dalle acque a cause dello scioglimento dei ghiacci, agendo sulla possibilità di produrre cibo, alimenterà i flussi migratori. Le conseguenze dirette e indirette entro il 2100 potrebbero coinvolgere circa 500 milioni di persone (fonte: Focsiv); questi fenomeni sono poco considerati in Europa, dove affrontiamo migrazioni di altro tipo (prossimo paragrafo) e ignoriamo che dal 2008 al 2014, oltre 157 milioni di persone sono già state costrette a spostarsi per eventi meteorologici estremi (fonte: Internal Displacement Monitoring Centre).

Guerre e migrazioni

La violenza ha costretto alla migrazione 38 milioni di persone negli anni recenti; 11 solo nel 2014 (fonte: Internal Displacement Monitoring Centre). Su questo tema abbiamo pubblicato diversi articoli su HR che i lettori troveranno facilmente dove si sottolinea come il fenomeno non sia contingente e temporaneo ma destinato a durare per molto tempo. Schermata 2016-03-05 alle 17.50.04Considerate cheun serio studio delle Nazioni Unite considera – al netto dei flussi dovuti alla guerra e al terrorismo– che per contrastare il drammatico calo di natalità in Europa serviranno entro il 2050 oltre 47 milioni di immigrati, dei quali 12,5 solo in Italia, ma ci sono scenari peggiori (per esempio per mantenere l’equilibrio fra popolazione attiva e non attiva servirebbero addirittura 674 milioni di immigrati in tutta Europa). Vale a dire: per mantenere il nostro tenore di vita, assicurare produttività e PIL al Paese e pagare le pensioni di anzianità, saranno indispensabili, specialmente in Italia, milioni di lavoratori extracomunitari. Naturalmente non ci sono dati sui migranti che arriveranno a causa delle guerre future ma alcune riflessioni possiamo farle.

Le guerre nel futuro

Schermata 2016-03-05 alle 19.43.28Non ci saranno dati, certo, ma previsioni sì; possiamo facilmente immaginare i think tank militari impegnati a costruire scenari, ipotesi, tattiche e strategie per sconfiggere nemici e accaparrarsi risorse. Non ci sono proiezioni pubbliche sul futuro ma abbiamo però indicatori indiretti, per esempio la spesa militare che negli ultimi vent’anni è sempre cresciuta, nel mondo, arrivando alla cifra globale stimata di 1.776 miliardi di Euro nel 2014, pari al 2,3% del PIL mondiale (fonte: Iriad su dati Sipri). Dietro questo dato generale ci sono cambiamenti interessanti; per esempio gli Stati Uniti è notevolmente calata la spesa, cresciuta moltissimo in altri scenari di guerre attuali e (forse) future. Per esempio, del pericolo di un prossimo conflitto Cino-Giapponese abbiamo parlato da poco su HR.

Il cambiamento degli equilibri internazionali

Che il mondo stia cambiando è sotto gli occhi di tutti. Il Medio Oriente sta velocemente collassando e l’avanzata del Daesh e dei suoi affiliati sta cambiando parte dell’Africa. La Cina avanza pretese egemoniche nel Pacifico. Nei prossimi dieci anni dovremo cambiare più volte gli atlanti. Ma al di là delle modifiche dei confini a seguito di guerre, ci sono le già menzionate migrazioni a dare volti nuovi al mondo e – così chiuderemo il cerchio col primo paragrafo – i processi demografici che non fluiscono in maniera analoga in tutti i paesi. Per esempio quelli musulmani hanno tassi di fertilità notevolissimi e da qui al 2050 saranno sostanzialmente in numero analogo, nel mondo, a quello dei cristiani (fonte: Neodemos su dati Pew Research Center). Tutto questo sarebbe assolutamente indifferente se non fosse che i problemi nell’arcipelago musulmano sono ampi, crescenti e cruenti coinvolgendo violentemente il mondo occidentale (ne abbiamo parlato QUI).

Energia

Gli scenari fin qui delineati parlano di cambiamenti climatici che renderanno difficile un’agricoltura sostenibile capace di sfamare i miliardi che saremo. E di guerre. Una delle principali motivazioni delle guerre è l’acquisizione di fonti di energia. Anche se la necessità di carburanti fossili sta già diminuendo (fonte: World Energy Outlook) e continuerà a diminuire, a favore di energie alternative più pulite, la necessità di idrocarburi resterà impellente nei prossimi anni. Basti pensare che ancora oggi 1,2 miliardi di persone non hanno accesso all’elettricità, e che il 95% di costoro vivono nell’Africa subsahariana e in Asia (fonte). Per alcune di queste popolazioni, per esempio i cinesi e gli indiani, progresso e benessere significa ovviamente anche un’automobile, un condizionatore d’aria e altri simbolici strumenti di una vita più agiata che, in milioni di esemplari, impattano in maniera devastante sull’ambiente e sul consumo energetico. Uno studio prospettico di alcuni anni fa, definito “ottimistico” dal suo stesso autore, mostra un picco di consumo energetico che va esaurendosi in questi anni e che declinerà (ma non in maniera uguale in tutte le aree del mondo) fino al 2100:

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Fonte: Gian Paolo Beretta, World Energy Consumption and Resources: An Outlook for the Rest of the Century for the Rest of the Century

Ma risorsa – come abbiamo accennato trattando della produzione di cibo – è anche l’acqua; uno studio un po’ datato stimava che nel 2025 Schermata 2016-03-06 alle 09.40.08il 40% della popolazione mondiale vivrà in aree con problemi (da moderati a estremi) di insufficienza d’acqua, e che tale percentuale potrebbe salire al 60% combinando i dati dello sviluppo industriale, cambiamento climatico, etc. (fonte). L’OECD, proprio in ragione di questo quadro, sostiene progetti per un’agricoltura moderna capace di consumare meno acqua (fonte, anche della figura a fianco: OECD).

Riassumendo questa prima parte: la popolazione mondiale cresce a ritmi difficilmente sostenibili; i bisogni di cibo e acqua si moltiplicheranno ma, complici i cambiamenti climatici e l’industrializzazione, i terreni coltivabili, le risorse d’acqua e le fonti energetiche diverranno problematici. Ciò produrrà massicce migrazioni e potenziali scenari di guerra.

Vedremo nella seconda parte cosa accadrà (forse) nel futuro per altri importanti aspetti sociali.

Come educare senza dogmi. Una guida per genitori atei e agnostici

Prima fonte: MicroMega http://temi.repubblica.it/micromega-online/ 14 Gennaio 2016 dc, pubblicato anche da Sestante il 18 Gennaio 2016 dc:

Come educare senza dogmi. Una guida per genitori atei e agnostici

di Cecilia M. Calamani (cronachelaiche.it)

«Mi batto per educare figli indipendenti, che ragionino in modo logico, svincolato dal dogma religioso». Con queste parole la blogger americana Deborah Mitchell spiega il perché del suo libro “Growing up godless”, tradotto e pubblicato in Italia dalla casa editrice Nessun Dogma con il titolo “Crescere figli senza dogmi”.

La domanda nasce a libro ancora chiuso: perché un’americana sente il bisogno di scrivere un libro su questo tema? Siamo talmente abituati allo stereotipo che dipinge gli Stati Uniti come il Paese della libertà per antonomasia che questo volume, una vera e propria guida per genitori atei e agnostici, fa un po’ effetto. Eppure la realtà, soprattutto in alcuni Stati – Mitchell è texana –, è ben diversa da come immaginiamo. E in effetti andando avanti nella lettura scopriamo una società chiusa e bigotta, ligia alle tradizioni e intollerante nei confronti del libero pensiero al punto di stigmatizzare con l’isolamento chi si professa ateo o agnostico. (nota mia: l’autore dell’articolo si stupisce, io e alcuni altri no, non abbiamo mai creduto in questo “stereotipo”, non abbiamo mai considerato in questo modo gli Usa…)

Come la stessa Mitchell riferisce, in Texas una delle prime domande che si fanno le persone quando si conoscono è quale chiesa frequentino. Il che stupisce poco se solo si legge cosa c’è scritto senza mezzi termini nella Carta costituzionale del Paese: «In questo Stato non verrà mai richiesto alcun test religioso per ricoprire un pubblico ufficio o una carica onorifica; né alcuno sarà mai escluso da una carica a motivo dei suoi sentimenti religiosi, purché ammetta l’esistenza di un Essere Supremo» (art. 1, par. 4). Ecco perché scegliere per i propri figli un’educazione libera dalla fede è un problema. Chi non crede per lo più si nasconde e segue i riti e le tradizioni della massa. Ed è quello che ha fatto anche Mitchell fino ai primi anni di vita dei suoi figli, quando ha deciso di uscire allo scoperto in famiglia e di aprire un blog, inizialmente dietro pseudonimo, per scrivere le sue esperienze di madre agnostica e confrontarsi con altri genitori nella sua stessa situazione.

Nel libro riporta la sua esperienza e anche quelle più significative delle persone con cui è venuta in contatto. Ne esce un prontuario per affrontare tutte le situazioni cui un genitore ateo o agnostico si trova di fronte quando vive in un ambiente che non ammette altri modi di essere se non quello scandito, nei valori così come nei tempi, dalla religione.

Il paragone con la situazione italiana, leggendo queste pagine scritte da un’occidentale, è d’obbligo. Se è vero che il nostro Paese è ancora molto poco secolarizzato e subisce una continua ingerenza da parte della Chiesa cattolica nella sfera legislativa (per tacere di quanto la foraggi finanziariamente), è anche vero che, almeno sulla carta, educare i figli al di fuori dei dettami religiosi è ormai un falso problema e lo dimostra la percentuale sempre più alta di ragazzi non battezzati o che disertano l’ora di religione a scuola.

Le difficoltà semmai riguardano il rapporto tra i nostri figli e le istituzioni scolastiche. Non solo è ancora previsto l’insegnamento della religione cattolica nell’orario curriculare, ma chi non se ne avvale – come già detto un numero sempre screscente di ragazzi – è costretto a girovagare per l’istituto, andare in altra classe o partecipare a uno dei rarissimi corsi alternativi allestiti nelle scuole per “raccogliere” gli studenti non credenti.

Potremmo poi parlare dei crocifissi ancora appesi nelle aule, delle recite natalizie che celebrano la nascita del figlio di dio (guarda caso spesso organizzate proprio dal docente di religione) o delle pagliacciate di certi amministratori leghisti che distribuiscono presepi nelle scuole del Nord, ma insomma il problema non è, o almeno non più, dichiarare in famiglia e al mondo di rifiutare le verità dogmatiche della fede.

Piuttosto, il punto è che una legislazione sempre più obsoleta non sta al passo con l’evoluzione culturale del Paese e la sperequazione dei diritti che ne consegue investe tutti i campi, istruzione inclusa. Diversa la situazione in Texas, dove la difficoltà di un’educazione laica per i propri figli è innanzitutto di origine sociale.

Ciò nonostante, il libro ci tocca da vicino sia perché gli Stati Uniti sono per noi un imprescindibile modello culturale di riferimento (nota mia: non certo per me!), sia perché focalizza bene alcuni aspetti che riguardano anche la nostra società. È innegabile che la fede religiosa faciliti il ruolo del genitore perché lo esime dall’onere di elaborare da sé risposte adeguate alle difficili domande dei figli.

Ad esempio, come spiegare a un bambino cosa significa morire senza farlo sprofondare nell’angoscia? Per un genitore credente è più semplice. Basta ricorrere al paradiso o all’aldilà attraverso una narrazione pronta all’uso che taciti (ma per quanto tempo?) i dubbi esistenziali del figlio e lo porti a credere in una vita in cielo dopo la morte. Tuttavia il ricorso alla religione deresponsabilizza il genitore, che si limita a ripetere quello che i propri genitori hanno ripetuto a lui senza aiutare lo sviluppo dell’autonomia di pensiero del figlio.

In questa delega alla fede poi c’è un ulteriore pericolo per la crescita consapevole e responsabile dei ragazzi e riguarda l’educazione sugli aspetti comportamentali. Mitchell lo descrive bene: «Ai bambini si insegna a essere buoni soltanto perché alla fine saranno ricompensati con la vita eterna, ma questo costituisce una debole base per la moralità, poiché si focalizza sul fare ciò che altri definiscono giusto agitando la carota di una ricompensa, e non sul fare ciò che ognuno considera giusto in base a un ragionamento. E, quel che è peggio, si può agire male più volte, visto che non poche religioni offrono il perdono mediante una serie di canti o preghiere».

Per dirla alla Margherita Hack, il non credente si comporta bene perché lo ritiene giusto, non perché spera in una ricompensa futura. Il che dà maggior vigore alle sue convinzioni morali.

Educare i figli al di fuori di comode verità prêt-à-porter è faticoso, sia chiaro, ma molto meno di quanto sembri. Spesso siamo noi, condizionati dal nostro vissuto culturale in un Paese in cui fino a trent’anni fa il cattolicesimo era religione di Stato, a proiettare sui nostri figli delle paure che loro neanche percepiscono perché liberi dai nostri preconcetti. Tuttavia, va anche detto che la libertà di pensiero è tra tutti il concetto più difficile da trasmettere perché si contrappone a quell’omologazione di massa – la religione ne è un esempio ma non l’unico – che rappresenta un comodo riparo soprattutto durante infanzia e adolescenza. Ma ne vale la pena.

Aiutare un figlio a costruire la propria strada invece di prenderla in prestito da chi dispensa verità predefinite lo rende più solido nei suoi valori e lo libera dal condizionamento ancestrale del peccato, una micidiale arma di ricatto che da millenni tiene in scacco coscienze e intelligenze.

Morale e religione non sono sinonimi e non è detto che vadano d’accordo. Nonostante la storia l’abbia dimostrato e la cronaca ce lo ricordi ogni giorno, il preconcetto che le vede strettamente collegate è duro a morire. Anche in Occidente.