Scordatevi la libertà che date per scontata

Da Hic Rhodus l’articolo del 25 Marzo 2020 dc:

Scordatevi la libertà che date per scontata

di Claudio Bezzi

L’articolo è incentrato sul corona virus e, soprattutto, sul dopo. Essendo molto lungo ed articolato, e con numerosi rimandi interni ed esterni, lo potete trovare per intero qui.

Di seguito riporterò solo la parte finale.


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Molti dei marchingegni che mi hanno tolto un pezzettino di libertà sono nati probabilmente per ottime ragioni: le telecamere per scoraggiare i ladri; la tracciabilità delle carte per combattere l’evasione; i controlli all’aeroporto per contrastare il terrorismo.

Altri sono stati elaborati, in mancanza di leggi e di reali possibilità di impedirlo, per imbrogliarci, o quanto meno per sedurci, subornarci, invogliarci a comperare un certo prodotto o – udite udite! – a votare un certo partito, e sappiamo ormai bene come esistano centrali eversive dedicate a questo (si legga sempre Ottonieri su questo punto).

È spaventoso: sappiamo che ci sono centrali eversive dedicate a questo, ma non possiamo farci nulla, salvo vedere folle manipolate in occasione di importanti appuntamenti politici. E poiché gli esiti di quegli appuntamenti politici si riverberano pesantemente sulle vite di tutti, mia inclusa, io mi irrito molto e ritengo di essere privato di alcune libertà fondamentali del mio essere cittadino.

Il progresso, in particolare tecnologico, ci ha dato con una mano il potere di controllare sempre più e meglio le azioni illegali, mentre con l’altra ci ha sottratto pezzi crescenti di libertà.

Il mondo distopico che ci attende, ben previsto dalla letteratura fantascientifica, è quello del controllo totale. Un bel microchip e nessuno potrà delinquere, perché saremo tutti, sempre, sotto l’occhio dell’autorità.

Chi, a questo punto, dovesse dire “ma io sono una persona onesta, non ho nulla da nascondere, ben venga il microchip”, è un agente inconsapevole del Grande Fratello prossimo venturo.

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L’aumento del controllo nasce come rincorsa dell’autorità al mantenimento di una funzione sempre più residuale: il Potere, così come conosciuto fino al Novecento, che si esprime con la gestione della concessione delle libertà, come scritto sopra.

Ti concedo la libertà d’impresa e ti impongo le tasse; poiché potresti non pagare le tasse ti controllo; poiché i controlli sono lunghi, complicati e colgono a caso nel mucchio, ti obbligo a procedure elettroniche che posso controllare, memorizzare, incrociare con altri dati.

Ti concedo la libertà di viaggiare, ma ci sono pericoli, potresti trasportare armi, droga o, in questi giorni (Nota mia: marzo 2020 dc), virus; allora ti obbligo a controlli sull’identità, sul carico, su cosa potresti portare illegalmente dentro il tuo corpo.

Ti concedo la libertà di produrre e commerciare, ma sotto una valanga di norme, restrizioni, vincoli, decreti, procedure sanitarie, procedure commerciali, procedure fiscali…

Oggi non esiste una sola libertà che non sia, nei fatti, monitorata e controllata come minimo, ristretta e condizionata sempre più.

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Quale risposta dare agli agenti del Grande Fratello che non trovano poi così spaventosa questa cosa?

La risposta è la disumanizzazione già in fase avanzata di realizzazione.

In un mondo prossimo venturo non avremo, forse, criminali, ma saremo automi totalmente omologati. Mangeremo le stesse cose, vedremo gli stessi programmi tv, andremo nelle stesse palestre a tenerci forma all’insegna degli stessi ideali di bellezza e salute.

Se non vedete il nesso, e vi sembra che io abbia compiuto un salto logico, cercherò di spiegarmi avanzando in un terreno forse azzardato ma che a me appare una semplice conseguenza logica: una volta che tutti saremo profilati, controllati, “costretti” alla legalità per come stabilita dall’autorità, non credete forse che sarà decisamente facile, facilissimo, imporre comportamenti convenienti sul lavoro, sulla cultura e l’istruzione, sulla forma di cittadinanza…? Ormai nella rete, completamente dipendenti da quelle medesime tecnologie che ci controllano, cosa sarebbe dei nostri diritti?

L’autorità (che sia il Partito Comunista Cinese, il congresso degli Stati Uniti o il presidente Putin al suo venticinquesimo mandato) troverà, nel controllo assoluto, la risposta all’ingovernabilità della complessità. La complessità sarà semplicemente abolita per legge, i cittadini saranno resi inermi e prevedibili, totalmente prevedibili.

6) Una strada senza uscita

Se ritenete che io sia andato troppo avanti con la fantasia, abbandonando la strada del rigore logico, vi mostro un chiaro esempio di ciò che stiamo diventando, perché c’è un bellissimo caso empirico contemporaneo: la Cina.

Grazie al controllo capillare della popolazione, al diffusissimo riconoscimento facciale, alle forze di polizia, a leggi repressive, al controllo dell’informazione, alla possibilità di mobilitare dall’oggi al domani mano d’opera e risorse (il famoso ospedale costruito in sette giorni…) e –  si badi bene, questo è fondamentale – grazie a uno straordinario consenso di massa, tradotto in disciplina e accettazione delle privazioni di libertà, grazie a tutto questo la Cina ha pagato un prezzo sostanzialmente limitato alla crisi del coronavirus mentre noi in Italia siamo in mezzo al guado, abbiamo già da giorni superato, in numero di vittime, la Cina e, quel che è peggio, non ne vediamo la fine.

Perché l’autorità è stata debole e timida sin dall’inizio, e ha progressivamente reso più rigide le norme di comportamento inseguendo il virus e l’indisciplina dei suoi cittadini, anziché prevenire. Perché noi siamo LIBERI, e un sacco di nostri amabili concittadini ritiene che essere liberi consista, innanzitutto, nel non farsi mettere i piedi sul collo da un Conte qualunque, da un Renzi qualunque, da un Di Maio qualunque, insomma: da un’autorità qualunque.

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Ed ecco il trade off (Nota mia: scelta? Perché ostinatamente scriverlo in inglese?).

Da un lato il virus non ci piace e ci uccide.

D’altro lato la risposta cinese ci fa orrore.

E così maciniamo morti, si deve sperare in miracoli (il caldo rallenterà il virus? Meno male che andiamo verso l’estate…), l’economia va a rotoli, l’Europa si sfascia, a New York fanno la fila per comperare armi, molto più utili del pane in tempo di crisi, insomma: assomiglia abbastanza a una piccola Apocalisse.

Vorrei segnalare che abbiamo in realtà solo tre, e non più di tre, soluzioni, ciascuna delle quali ben rappresentata da un caso storico contemporaneo:

• il timido inseguire la crisi, tipico delle società occidentali; da noi la libertà è sacra, e ne possiamo sacrificare piccoli pezzetti, un po’ alla volta, solo dopo l’evidenza della crisi, e sempre con incertezza, con limiti, con defezioni;

• il rigido intervento illiberale alla cinese, di cui sapete già;

• il laissez faire (Nota mia: lasciate fare) alla Putin, che sta con tutta evidenza fingendo che il virus non ci sia, o sia una sciocchezzuola; il coronavirus dilagherà, ammazzerà un bel po’ di persone (in prevalenza vecchi e malati, dopotutto non un grande danno, anzi…) ma non minerà le strutture fondamentali del Paese, la sua economia e, men che meno, la sua Autorità, che non avrà avuto necessità – come in Occidente – di avere un confronto difficile con la popolazione.

Se adesso riuscite a fare un ragionamento puramente logico e non emotivo, vedrete facilmente che il modello cinese ha funzionato alla grande; quello putiniano chissà, potrebbe anche essere un successo; mentre quello occidentale è sotto gli occhi di tutti: un disastro immane sotto ogni punto di vista: sanitario, economico, sociale, istituzionale.

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Attenzione perché adesso arriva la questione veramente centrale, alla quale è difficile rispondere col cuore, col fegato, con la pancia o con qualunque altra frattaglia.

La domanda che ora si pone è: cosa vogliamo, veramente, dalla vita?

Ricordate sopra l’esempio della sicurezza sociale: più controlli significano più sicurezza, ma meno libertà. Anche nel caso del coronavirus la questione si pone in maniera analoga: volete pochi contagiati e pochi morti? Occorreva da subito il pugno di ferro; vi fa orrore e preferite la libertà (e la responsabilità) individuale? Allora vi tenete i morti e il tracollo economico.

Occorre accettare il fatto che non c’è una via intermedia: salvezza del virus con libertà per tutti; no malavitosi in giro con libertà per tutti; no evasori fiscali con libertà per tutti… Chi fra voi è vecchio come me morirà prima di vedere chi avrà avuto ragione, ma i giovani saranno presi in pieno dal ciclone che si sta preparando e che arriverà in tempi brevissimi.

Questo ciclone si chiama tracollo delle democrazie occidentali nate dalle due rivoluzioni (Nota mia: una mi immagino sia la Rivoluzione Francese ma l’altra, qual’è? Quella sovietica? Non credo che l’autore pensi a quella…) e morte silenziosamente alla fine del Novecento. E con esse, evidentemente, il concetto di ‘libertà’ di cui stiamo trattando e molti altri collegati.

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C’è una considerazione ancora, importante.

La complessità non si può spegnere.

Le tecnologie non si possono spegnere, così come non si può spegnere il progresso, coi doni che ci porta assieme alle trappole che ci tende.

Non possiamo spegnere la globalizzazione, Internet, la WTO, la ricerca biologica, quella sull’intelligenza artificiale… Non possiamo spegnere l’inquinamento, non possiamo spegnere la sovrappopolazione, come non possiamo spegnere la stupidità dilagante.

Siamo tutti su un aereo in volo, il pilota è morto, la rotta ignota e quel che accadrà, che ci piaccia o no, accadrà.

La complessità, come ho già detto, non è governabile.

Una conseguenza di questa ingovernabilità è che il modello di governo vincente, fra i tre menzionati sopra, si affermerà comunque, indipendentemente da ciò che faremo.

E onestamente, se proprio devo dirlo, non scommetterei un euro sulla vittoria finale del modello democratico occidentale. Guardo con viva simpatia al modello putiniano, così amorale e cinico che – lo confesso – ben si attaglia al mio carattere; ma il famoso euro, alla fin fine, lo piazzerei sul modello cinese. Loro sono già al traguardo, hanno già vinto.

Sono autoritari e massimalisti? Chiedetelo a un cinese tipico, anche colto, e vedrete se trovano di che lamentarsi sul modo in cui Xi Jinping ha gestito la crisi.

E con questo vi saluto.

Italiani brava gente? Questa sì che sarebbe una novità!

Su Hic Rhodus il 13 Marzo 2020 dc:

Italiani brava gente? Questa sì che sarebbe una novità!

di Claudio Bezzi

Ben comprendendone la necessità positiva, e in parte apprezzando anche lo sforzo, non nego di stupirmi un pochino nella descrizione dell’italianità positiva, capace, vincente che ne danno Cerasa sul FoglioBergamini sul RiformistaSevergnini sul Corriere e altri.

Intanto: calma e gesso. Aspettiamo di veder passare una settimana, poi due, poi semmai tre, senza vedere benefici immediati (deve passare “la coda” dell’epidemia, quella degli infettati in questi giorni che si manifesteranno nei giorni a venire), e vedremo come si comporterà il paese. Vedremo le partite iva a spasso senza reddito, i baristi chiusi, le aziende in ginocchio, ma anche semplicemente la vicina di casa senza il parrucchiere, l’umarel senza lavori in corso da guardare, lo studente senza movida e il giovane rampante senza apericena. Vedremo cosa diranno, cosa faranno.

Squarci di interviste, filmati apparsi sui quotidiani, ma anche la mia semplice osservazione diretta, vanno tristemente ad aggiungersi alla grande fuga da Milano dei giorni scorsi, all’assalto ai supermercati, alla gente che continua ad ammucchiarsi ignara, a formare un quadro complessivo che a me pare confermare che no, per niente, gli italiani sono gli stessi inaffidabili di sempre.

A questo punto mi assale un dubbio: e se tutta la mia diffidenza sulle capacità degli italiani di essere ordinati, razionali, composti, fosse solo un mio enorme errore? Se fossimo un popolo stravagante, sì, sempre a un passo dal baratro, ma alla fine capace di quel colpo di reni che ci rende così speciali, così sublimi? Che bello essere italiani! E che si fottano in Europa, che mica ci hanno capiti! Noi, ora, ci caviamo fuori dall’impaccio con un esempio storico di civismo, mo vediamo cosa combineranno loro, visto che l’onda virale gli si sta scagliando addosso! Ecco: se mi fossi sempre sbagliato io? Un vecchio brontolone, un cinico fuori della realtà, ecco quello che sono! Uno che gioca a fare l’antitaliano fuori tempo, che se lo potevano permettere il buon Montanelli, Pasolini anche, forse Moravia, ma io…

E però – ve lo dico – un tarlo continua a rodermi. Possibile che un popolo così virtuoso (virtuoso solo alla fine, sì, in zona Cesarini e preso per bavero, ma al dunque virtuoso) abbia potuto esprimere una classe dirigente così assolutamente sotto la soglia della decenza? Possibile che il meraviglioso e maledetto Sud stia già col culo stretto temendo l’affollamento negli ospedali, che farebbe crollare in due e due quattro una Sanità cronicamente malandata e saccheggiata (da chi? Dai sabaudi?). Possibile che certi stronzi che non nomino con nome e cognome per non beccarmi una querela (non ho i soldi di Travaglio, io non posso permettermelo) possano andare in giro a dire cose orrende, spaventose, false, non solo senza essere denunciati ma ricevendo lodi, ricevendo soldi, accumulando fan? Come si conciliano questi estremi?

Insomma: l’ipotesi di una virtù italica che al dunque saprebbe emergere, mi pare scontrarsi con tutta la storia italica, almeno dal ‘900 a oggi, che in mille modi mi mostra particolarismo, egotismo, superficialità, piccole furbizie e ricerca della linea di comportamento civico meno faticosa possibile.

Sto cercando allora di riflettere, da sociologo, sulle interdipendenze fra sottosistemi (economico, sociale, culturale…) per cercare di capire se sia possibile essere, assieme, dei furbetti da strapazzo ma anche dei pazienti disposti a sacrifici; dei populisti gradassi ma anche dei generosi capaci di solidarietà; dei fanfaroni egocentrici ma anche cittadini con senso civico. 

Pensa che ti ripensa non trovo una sola teoria sociologica, antropologica, psicologico-sociale, in grado di confortarmi in questa visione positiva.

I valori che sottostanno al tipico carattere nazionale (narcisismo, egoismo, familismo…) sono totalmente contrari ai valori che sorreggono il buon comportamento civico (sacrificio, senso della comunità, responsabilità). A meno di non ricorrere a teorie psichiatriche quali il doppio legame di Bateson, che farebbe di noi un popolo non solo meraviglioso, ma anche completamente pazzo. Può essere…

Chi vivrà (è tristemente il caso di dirlo) vedrà. Il vostro stanco e cinico blogger promette solennemente che una volta passata questa crisi (qualche settimana come dice Conte? Qualche mese come suggeriscono le proiezioni matematiche?) verrà su queste pagine a lodare le meravigliose virtù dei suoi connazionali, se sarà stato il caso di lodarle, facendo una feroce autocritica e promettendo di migliorare il suo caratteraccio per il futuro. 

In caso contrario io – e il blog tutto – faremo il nostro usuale lavoro di riflessione e di critica, e non cercheremo di indorare la pillola con lodi immeritate a un popolo che da decenni non pare azzeccarne una.

Intanto, spero come voi,

#iorestoacasa

(In copertina: il vostro blogger guarda mestamente fuori della finestra, dovendo restare in casa. Foto scattata da lui medesimo) (Nota mia: foto omessa)

Quando il profitto confessa il proprio crimine

In e-mail il 14 Marzo 2020 dc:

Quando il profitto confessa il proprio crimine

Il coronavirus e la ricerca scientifica

Si è soliti dipingere il coronavirus come “il cigno nero”, l’evento catastrofico assolutamente imprevedibile che cambia il quadro d’insieme. È inesatto. Indubbiamente la nuova grave epidemia ha un impatto enorme su scala internazionale, ed in particolare in Italia. Ma era talmente poco imprevedibile che una parte della comunità scientifica aveva previsto la sua eventualità.

Sono diciotto anni infatti che imperversa una stessa famiglia di virus, con epidemie che si accendono, si spengono, si riaccendono, a seconda delle mutazioni del virus, senza che vengano rintracciate cure.

Prima la SARS del 2002/2003, poi la MERS del 2012 in Medio Oriente, ora il SARS-CoV-2 (Covid-19).

Già, ma perché non vengono rintracciate cure?

Lo spiega candidamente la Goldman Sachs in un rapporto del 10 aprile 2018, dal titolo “Rivoluzione del genoma”.

«Esistono terapie dei mali “non sostenibili per il business delle case farmaceutiche” Questo perché il giorno in cui si trova il rimedio definitivo […] il “pool” dei malati scende e i guadagni crollano.

L’esempio portato è quello dell’epatite C» (Il Fatto Quotidiano, 5 marzo). Scoperto il farmaco risolutivo, il numero dei malati crollò, e l’azienda che aveva investito nel farmaco, la Gilead Sciences, andò praticamente in rovina. «Il cancro è “meno rischioso”. Mancando cure risolutive “il pool dei malati resta stabile”: un vantaggio per Big Pharma» (FQ), conclude candidamente lo studio della Goldman.

Difficile essere più chiari. È la confessione di un crimine.

Così è andata per il coronavirus.

Dopo la fine dell’epidemia della SARS il virologo francese Bruno Canard e la sua equipe di ricercatori previde il ritorno dell’epidemia nella forma di una “SARS due”, a partire dalla diffusione della sua famiglia virale, la stessa del Covid-19. «Ma il nostro appello è rimasto inascoltato, le ricerche si sono fermate, e ora si vorrebbe trovare d’incanto vaccino e medicine per il coronavirus. Ma i programmi seri di ricerca non si improvvisano. Richiedono spesso un decennio» (Le Monde, 4 marzo).

Tutto chiaro.

In tutto il mondo la ricerca scientifica pubblica è stata tagliata, e appaltata alle case farmaceutiche. E la ricerca delle case farmaceutiche segue unicamente il profitto a breve, in contrasto col senso e coi tempi della ricerca scientifica. Non si poteva descrivere meglio la natura cinica del capitalismo. Una associazione a delinquere che non può essere riformata, può essere solo rovesciata.

Partito Comunista dei Lavoratori

Un virus ma non solo

In e-mail il 25 Febbraio 2020 dc:

Un virus ma non solo

Coronavirus: un fattore imprevedibile investe l’economia internazionale, la vita ordinaria di centinaia di milioni di esseri umani, la stessa società italiana.

L’immaginario collettivo e il discorso pubblico conoscono per questa via una improvvisa distrazione di segno, un cambio di vocabolario. Sembra che la stessa vita politica sia in qualche modo sospesa, ovunque rimpiazzata dalla emergenza virus.

Nel merito fioriscono interpretazioni discordanti, spesso opposte, nella stessa comunità scientifica, tra chi minimizza il fenomeno trattandolo alla stregua di una normale influenza, seppure più perniciosa, e chi invece giunge a paragonarlo alla spagnola del primo ‘900 (che fece, per inciso, decine di milioni di vittime).

Non saremo noi a improvvisare un giudizio clinico, non avendo le competenze scientifiche richieste. Vogliamo invece formulare prime considerazioni e proposte da un punto di vista di classe. Perché è vero che il virus non distingue le classi sociali, ma le risposte che si danno ad esso e le loro ricadute sono tutt’altro che socialmente neutre.

Una prima considerazione riguarda la percezione e rappresentazione pubblica del contagio, delle sue proporzioni, della sua progressività, della sua incidenza mortale.

Al netto delle diverse interpretazioni scientifiche, e della necessaria verifica del suo itinere, parliamo di un fenomeno ancora relativamente circoscritto su scala planetaria.

Il tasso di mortalità è in Cina attorno al 3%, e dell’1% fuori della Cina: un tasso sicuramente più alto di una normale influenza ma contenuto. Inoltre le vittime si concentrano nella fascia alta di età, in particolare tra persone molto anziane, già debilitate e/o immunodepresse. Come dire che l’effetto mortale sarà determinato da ritmo e raggio della propagazione del virus più che dalla sua potenza in quanto tale.

Vi sono stati e vi sono Paesi poveri semicoloniali, lontani dallo sguardo dei media d’occidente, segnati da fenomeni più devastanti relativamente al proprio territorio. È il caso dello Yemen, colpito dal colera, con una altissima mortalità infantile, o dell’Africa subsahariana dove nel solo 2001 l’AIDS fece oltre due milioni di morti.

Solo per dare l’ordine delle proporzioni.

Naturalmente non possiamo ad oggi valutare la portata del coronavirus, lo si potrà fare solo a bilancio.

Non sappiamo se le sue dimensioni finali saranno simili, o poco superiori, a quelle della Sars del 2003 (700 decessi nel mondo) o dell’Asiatica del 1957 (2 milioni di morti), o peggio ancora della terribile spagnola del 1918-1920.

Diciamo che la rappresentazione pubblica del fenomeno è oggi condizionata da due fattori, tra loro intrecciati, non strettamente clinici: la sua ricaduta potenziale sull’economia mondiale, già in fase di ulteriore rallentamento (netto calo della crescita USA, nuova possibile recessione in Giappone, calo della produzione industriale in Germania, Francia, Italia), e il fatto di essersi prodotto in Cina, prima potenza manifatturiera su scala globale, oggi minacciata come mai in precedenza da una regressione marcata del suo tasso di crescita, con effetti moltiplicati sul capitalismo internazionale.

La seconda considerazione attiene ai rimedi. La borghesia non sa bene come fronteggiare l’emergenza. Le stesse classi dominanti che hanno tagliato la spesa sanitaria per pagare il debito pubblico alle banche sono alle prese con gli effetti dell’austerità: dal taglio degli investimenti nella ricerca scientifica, totalmente appaltata all’industria farmaceutica, alla carenza ovunque di personale medico e paramedico oggi in Italia costretto, nelle zone interessate dal contagio, a turni di lavoro massacranti (oltre le 12 ore giornaliere).

Nulla più del coronavirus rende evidente l’irrazionalità della società borghese.

Crescono ovunque i bilanci militari, trainati dalla nuova grande corsa tra potenze imperialiste vecchie e nuove per la spartizione del mondo; cresce a dismisura il parassitismo del capitale finanziario, con migliaia di miliardi investiti dalle aziende nell’acquisto delle proprie azioni, per sostenerne il valore di borsa (mentre arretra la produzione reale e si distruggono i posti di lavoro).

In compenso nella sola Italia 9 milioni di persone non riescono ad accedere alle cure sanitarie, o perché non possono affrontarne le spese, o perché debbono aspettare un anno per una visita medica, o perché semplicemente l’ospedale del territorio è stato soppresso. Mentre i lavoratori e le lavoratrici della sanità pubblica si vedono negato persino il rinnovo del contratto, e quelli/e della sanità privata lo aspettano da ben 13 anni.

Oggi questa organizzazione capitalistica preposta alla distruzione ordinaria della sanità è incapace di fronteggiare un’emergenza straordinaria. E per questo ricorre di fatto a misure draconiane di ordine pubblico, sino a vietare ogni forma di manifestazione ben al di là dei territori contagiati. In una corsa panica tra governatori regionali e governo nazionale a cautelarsi da un possibile disastro, mentre le forze più reazionarie inzuppano in pane nel coronavirus per rilanciare pulsioni xenofobe e securitarie.

È necessario fronteggiare l’emergenza con ben altre misure: esame sanitario capillare di tutte le persone che possono essere entrate a contatto col virus; approntamento di nuovi presidi sanitari capaci di gestire sul territorio questo intervento straordinario; assunzione massiccia di nuovo personale medico e paramedico; investimento concentrato nella ricerca pubblica, scientifica e sanitaria; una patrimoniale straordinaria sulle grandi ricchezze per finanziare tali misure; nazionalizzazione dell’industria farmaceutica, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori.

A pagare il conto siano i capitalisti, gli azionisti, i banchieri, non i lavoratori e le lavoratrici!

 

Partito Comunista dei Lavoratori

Il “virus” della paura

In e-mail il 27 Febbraio 2020 dc:

Il “virus” della paura

di Lucio Garofalo

La paura è, com’è noto, una pulsione ancestrale del genere umano, è un impulso ferino ed irrazionale, preesistente ad ogni stadio della civiltà e a qualsiasi forma di cultura e di raziocinio, è un elemento insito nella stato di natura animale ed è riconducibile all’istinto più antico e primordiale di auto-conservazione della specie.

La paura discende da un sentimento più che naturale, ossia il terrore inconscio ed incontrollabile della morte. Perciò, la paura è una pena che si sconta e si vince vivendo.

Sin dai suoi lontani primordi, l’umanità ha imparato (per una necessità insopprimibile, e non per volontà) a convivere con lo sgomento destato dalla furia naturale e dalle sue terribili manifestazioni più frequenti: tuoni e fulmini, terremoti, eruzioni vulcaniche ed altri cataclismi.

Nel corso dei millenni della preistoria l’uomo ha provato ad esorcizzare la paura, cercando di interpretare i vari fenomeni fisici come eventi soprannaturali di origine divina.

In tal modo sono sorte le antiche religioni mitologiche che affondano le loro radici nei timori più ancestrali e remoti dell’umanità.

Ancor oggi, in un’epoca apparentemente soggiogata dal razionalismo e dal delirio/complesso di onnipotenza tecnicistica ed utilitaristica dell’uomo, la paura è un elemento costante della nostra esistenza. Essa assume innumerevoli manifestazioni, si insinua nei meandri più oscuri e reconditi dell’animo umano, come un “virus” subdolo e letale che genera più danni e iatture di qualsiasi morbo e di ogni epidemia infettiva.

È fuori discussione che la paura sia uno dei tratti più tipici e peculiari della natura animale che è insita nell’uomo, ma non dev’essere un’ossessione che non concede pace o tregua.

Eppure, la realtà che viviamo oggi è sempre più assillata da paure, a cominciare dalla paura di morire fino alla paura di vivere.

Non a caso, il triste e lugubre primato dei suicidi, in modo particolare tra le generazioni più giovani, è conteso dalle nazioni più opulente ed evolute dell’Occidente, il Giappone in testa.

Non a caso, le società vengono governate anche con il ricorso alla paura, e gli Stati più avanzati sul fronte tecnologico si avvalgono anche delle paure per esercitare una forma di controllo sociale sempre più esteso e capillare.

Non a caso, si vincono le elezioni politiche proprio “giocando” la carta dell’idiosincrasia o della fobia isterica verso qualcuno, un nemico, un diverso, da demonizzare ed agitare come uno spauracchio.

In primis, la “paura del comunismo”, che costituisce tuttora un’avversione ed un’inquietudine ossessiva della borghesia. Lo “spettro del comunismo”, dopo il fallimento del “comunismo reale”, dopo la caduta del muro di Berlino ed il tracollo dell’URSS, viene agitato assai più che in passato, proprio allo scopo di conquistare e di preservare il potere e l’ordine costituito.

In passato, in Italia venne importata dall’Estremo Oriente una nuova paura incarnata nel virus dell’Aviaria, meglio nota come “influenza dei polli”, che suscitò timori assai spropositati, infondati ed isterici, prefigurando vari scenari apocalittici addirittura di stragi “pandemiche”, paragonabili alle peggiori pestilenze dei secoli passati.

Invece, come si è verificato in altre occasioni, il panico si rivelò assai più pernicioso della stessa patologia “ornitologica”.

Che polli! I veri “polli” si rivelarono gli utenti e gli spettatori più sciocchi e passivi delle campagne di disinformazione di massa. L’aviaria si dimostrò essere una bufala. Già nel 1998/99 numerosi polli perirono a causa del contagio, ma i mass-media non ne parlarono e tutti continuarono a mangiare polli senza allarmismi di ordine sanitario.

Lo spavento suscitato dall’aviaria in anni successivi, mise in ginocchio un’intera economia agricola, contribuendo ad incrementare i già colossali profitti delle multinazionali farmaceutiche.

La vicenda conferma l’abnorme ruolo dei mass-media, la cui “influenza” è assai più deleteria di ogni virus influenzale.

Aveva pienamente ragione il ministro della propaganda nazista, Goebbels, quando affermava: “Una bugia, ripetuta continuamente, è accettata dalle masse popolari come una verità incontestabile”.

Negli anni ’80, il virus HIV (l’Aids) seminò un’enorme psicosi nel mondo occidentale, ma fu presto scongiurato, tuttavia ancor oggi rappresenta una delle principali malattie infettive in Africa e nel Sud del mondo, un morbo assai più letale della tubercolosi e della malaria, che provocano stermini di massa.

Mentre in Occidente il virus dell’AIDS è oramai debellato grazie ai risultati ottenuti sul versante della ricerca, nei Paesi del Terzo mondo esso uccide più di ogni altra malattia a causa degli esorbitanti costi dei vaccini, imposti dalle multinazionali farmaceutiche, che risultano potenti e totalitarie quanto lo sono le compagnie petrolifere e quelle legate all’industria bellica, per cui si configurano come i padroni assoluti ed incontrastati del nostro pianeta.

Nei secoli bui della storia, il terrore provocato dalla peste bubbonica causava più danni del morbo stesso. Ad esempio, nell’Europa medievale la paura degli untori era assai più nociva e deleteria della stessa peste che sterminava milioni di vite umane. Le testimonianze che ci hanno lasciato il Boccaccio ed il Manzoni nelle loro opere (Decameron e Storia della colonna infame) ci trasmettono degli insegnamenti assai preziosi. Ma, come spesso accade, la storia insegna, ma non ha scolari (cit. Antonio Gramsci).

Le vicende relative al nuovo virus, il Covid-19, meglio conosciuto come il Coronavirus, temo che confermino il fatto che la paura è assai più subdola e più perniciosa di qualsiasi morbo epidemico eppure, nel contempo, può rivelarsi lucrosa per chi, in modo cinico e spregiudicato, riesca a trarne profitto.

L’isteria collettiva generata dal nuovo virus, assai meno nocivo dell’influenza stagionale, è un fenomeno di proporzioni immani e spaventose.

La mia ipotesi, dettata dalle esperienze storiche, è che le attuali campagne mediatiche di allarmismo e di terrorismo psicologico di massa serviranno a giustificare e ad incentivare la corsa futura all’acquisto di milioni di dosi di vaccino ad un titolo preventivo e cautelativo, che farà la fortuna dei principali colossi farmaceutici multinazionali.

Omologati di merda!

Da Hic Rhodus, 30 Gennaio 2020 dc:

Omologati di merda!

di Claudio Bezzi

Ci dice l’Eurispes che Il 15,6% degli italiani nega la Shoah (nel 2004 era il 2,7%). E il 16,1% (era l′11,1% oltre quindici anni fa) ridimensiona la portata dell’Olocausto, sostenendo che avrebbe determinato un numero di vittime inferiore a quanto documentato dai libri di storia.

Ok. Perché i titoloni sui giornali? Non avrei saputo dire se la massa dei negazionisti o quasi-negazionisti fosse il 14,7, il 15,6 o qualcos’altro, ma che fosse una massa consistente era logico. In un’epoca in cui i complottisti delle scie chimiche fanno convegni in sedi istituzionali, i no-vax hanno ampio diritto di parola, i terrapiattisti impazzano, i terrorizzati dal coronavirus hanno crisi isteriche (ieri alla radio, da Nicoletti, una buona metà di ascoltatori in diretta temeva l’apocalisse, imputandola a misteriosi laboratori segreti di guerra batteriologica) e i pentadementi sono al governo, di cosa esattamente dovrei stupirmi?

Ma veramente credevate che il crollo dell’Impero Romano fosse stato causato dall’ennesima invasione barbarica che avrebbe soppiantato il più imponente e meglio organizzato esercito del mondo? Le cause furono interne, le lotte intestine, il cristianesimo, la crisi economica e sociale e via narrando. Ecco: noi stiamo assistendo a qualcosa di simile. Non serve mica un asteroide per distruggerci, né un virus della malora, o l’Isis. Fanno enormi più danni Netflix, Facebook, i selfie, il populismo, la sistematica distruzione della scuola, la democrazia impotente nell’epoca del globalismo, le ideologie che non si decidono a morire, il pensiero breve…

(P.S. Il titolo è una citazione cinematografica… lascio ai cinefili scoprire quale la fonte…)