Scordatevi la libertà che date per scontata

Da Hic Rhodus l’articolo del 25 Marzo 2020 dc:

Scordatevi la libertà che date per scontata

di Claudio Bezzi

L’articolo è incentrato sul corona virus e, soprattutto, sul dopo. Essendo molto lungo ed articolato, e con numerosi rimandi interni ed esterni, lo potete trovare per intero qui.

Di seguito riporterò solo la parte finale.


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Molti dei marchingegni che mi hanno tolto un pezzettino di libertà sono nati probabilmente per ottime ragioni: le telecamere per scoraggiare i ladri; la tracciabilità delle carte per combattere l’evasione; i controlli all’aeroporto per contrastare il terrorismo.

Altri sono stati elaborati, in mancanza di leggi e di reali possibilità di impedirlo, per imbrogliarci, o quanto meno per sedurci, subornarci, invogliarci a comperare un certo prodotto o – udite udite! – a votare un certo partito, e sappiamo ormai bene come esistano centrali eversive dedicate a questo (si legga sempre Ottonieri su questo punto).

È spaventoso: sappiamo che ci sono centrali eversive dedicate a questo, ma non possiamo farci nulla, salvo vedere folle manipolate in occasione di importanti appuntamenti politici. E poiché gli esiti di quegli appuntamenti politici si riverberano pesantemente sulle vite di tutti, mia inclusa, io mi irrito molto e ritengo di essere privato di alcune libertà fondamentali del mio essere cittadino.

Il progresso, in particolare tecnologico, ci ha dato con una mano il potere di controllare sempre più e meglio le azioni illegali, mentre con l’altra ci ha sottratto pezzi crescenti di libertà.

Il mondo distopico che ci attende, ben previsto dalla letteratura fantascientifica, è quello del controllo totale. Un bel microchip e nessuno potrà delinquere, perché saremo tutti, sempre, sotto l’occhio dell’autorità.

Chi, a questo punto, dovesse dire “ma io sono una persona onesta, non ho nulla da nascondere, ben venga il microchip”, è un agente inconsapevole del Grande Fratello prossimo venturo.

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L’aumento del controllo nasce come rincorsa dell’autorità al mantenimento di una funzione sempre più residuale: il Potere, così come conosciuto fino al Novecento, che si esprime con la gestione della concessione delle libertà, come scritto sopra.

Ti concedo la libertà d’impresa e ti impongo le tasse; poiché potresti non pagare le tasse ti controllo; poiché i controlli sono lunghi, complicati e colgono a caso nel mucchio, ti obbligo a procedure elettroniche che posso controllare, memorizzare, incrociare con altri dati.

Ti concedo la libertà di viaggiare, ma ci sono pericoli, potresti trasportare armi, droga o, in questi giorni (Nota mia: marzo 2020 dc), virus; allora ti obbligo a controlli sull’identità, sul carico, su cosa potresti portare illegalmente dentro il tuo corpo.

Ti concedo la libertà di produrre e commerciare, ma sotto una valanga di norme, restrizioni, vincoli, decreti, procedure sanitarie, procedure commerciali, procedure fiscali…

Oggi non esiste una sola libertà che non sia, nei fatti, monitorata e controllata come minimo, ristretta e condizionata sempre più.

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Quale risposta dare agli agenti del Grande Fratello che non trovano poi così spaventosa questa cosa?

La risposta è la disumanizzazione già in fase avanzata di realizzazione.

In un mondo prossimo venturo non avremo, forse, criminali, ma saremo automi totalmente omologati. Mangeremo le stesse cose, vedremo gli stessi programmi tv, andremo nelle stesse palestre a tenerci forma all’insegna degli stessi ideali di bellezza e salute.

Se non vedete il nesso, e vi sembra che io abbia compiuto un salto logico, cercherò di spiegarmi avanzando in un terreno forse azzardato ma che a me appare una semplice conseguenza logica: una volta che tutti saremo profilati, controllati, “costretti” alla legalità per come stabilita dall’autorità, non credete forse che sarà decisamente facile, facilissimo, imporre comportamenti convenienti sul lavoro, sulla cultura e l’istruzione, sulla forma di cittadinanza…? Ormai nella rete, completamente dipendenti da quelle medesime tecnologie che ci controllano, cosa sarebbe dei nostri diritti?

L’autorità (che sia il Partito Comunista Cinese, il congresso degli Stati Uniti o il presidente Putin al suo venticinquesimo mandato) troverà, nel controllo assoluto, la risposta all’ingovernabilità della complessità. La complessità sarà semplicemente abolita per legge, i cittadini saranno resi inermi e prevedibili, totalmente prevedibili.

6) Una strada senza uscita

Se ritenete che io sia andato troppo avanti con la fantasia, abbandonando la strada del rigore logico, vi mostro un chiaro esempio di ciò che stiamo diventando, perché c’è un bellissimo caso empirico contemporaneo: la Cina.

Grazie al controllo capillare della popolazione, al diffusissimo riconoscimento facciale, alle forze di polizia, a leggi repressive, al controllo dell’informazione, alla possibilità di mobilitare dall’oggi al domani mano d’opera e risorse (il famoso ospedale costruito in sette giorni…) e –  si badi bene, questo è fondamentale – grazie a uno straordinario consenso di massa, tradotto in disciplina e accettazione delle privazioni di libertà, grazie a tutto questo la Cina ha pagato un prezzo sostanzialmente limitato alla crisi del coronavirus mentre noi in Italia siamo in mezzo al guado, abbiamo già da giorni superato, in numero di vittime, la Cina e, quel che è peggio, non ne vediamo la fine.

Perché l’autorità è stata debole e timida sin dall’inizio, e ha progressivamente reso più rigide le norme di comportamento inseguendo il virus e l’indisciplina dei suoi cittadini, anziché prevenire. Perché noi siamo LIBERI, e un sacco di nostri amabili concittadini ritiene che essere liberi consista, innanzitutto, nel non farsi mettere i piedi sul collo da un Conte qualunque, da un Renzi qualunque, da un Di Maio qualunque, insomma: da un’autorità qualunque.

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Ed ecco il trade off (Nota mia: scelta? Perché ostinatamente scriverlo in inglese?).

Da un lato il virus non ci piace e ci uccide.

D’altro lato la risposta cinese ci fa orrore.

E così maciniamo morti, si deve sperare in miracoli (il caldo rallenterà il virus? Meno male che andiamo verso l’estate…), l’economia va a rotoli, l’Europa si sfascia, a New York fanno la fila per comperare armi, molto più utili del pane in tempo di crisi, insomma: assomiglia abbastanza a una piccola Apocalisse.

Vorrei segnalare che abbiamo in realtà solo tre, e non più di tre, soluzioni, ciascuna delle quali ben rappresentata da un caso storico contemporaneo:

• il timido inseguire la crisi, tipico delle società occidentali; da noi la libertà è sacra, e ne possiamo sacrificare piccoli pezzetti, un po’ alla volta, solo dopo l’evidenza della crisi, e sempre con incertezza, con limiti, con defezioni;

• il rigido intervento illiberale alla cinese, di cui sapete già;

• il laissez faire (Nota mia: lasciate fare) alla Putin, che sta con tutta evidenza fingendo che il virus non ci sia, o sia una sciocchezzuola; il coronavirus dilagherà, ammazzerà un bel po’ di persone (in prevalenza vecchi e malati, dopotutto non un grande danno, anzi…) ma non minerà le strutture fondamentali del Paese, la sua economia e, men che meno, la sua Autorità, che non avrà avuto necessità – come in Occidente – di avere un confronto difficile con la popolazione.

Se adesso riuscite a fare un ragionamento puramente logico e non emotivo, vedrete facilmente che il modello cinese ha funzionato alla grande; quello putiniano chissà, potrebbe anche essere un successo; mentre quello occidentale è sotto gli occhi di tutti: un disastro immane sotto ogni punto di vista: sanitario, economico, sociale, istituzionale.

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Attenzione perché adesso arriva la questione veramente centrale, alla quale è difficile rispondere col cuore, col fegato, con la pancia o con qualunque altra frattaglia.

La domanda che ora si pone è: cosa vogliamo, veramente, dalla vita?

Ricordate sopra l’esempio della sicurezza sociale: più controlli significano più sicurezza, ma meno libertà. Anche nel caso del coronavirus la questione si pone in maniera analoga: volete pochi contagiati e pochi morti? Occorreva da subito il pugno di ferro; vi fa orrore e preferite la libertà (e la responsabilità) individuale? Allora vi tenete i morti e il tracollo economico.

Occorre accettare il fatto che non c’è una via intermedia: salvezza del virus con libertà per tutti; no malavitosi in giro con libertà per tutti; no evasori fiscali con libertà per tutti… Chi fra voi è vecchio come me morirà prima di vedere chi avrà avuto ragione, ma i giovani saranno presi in pieno dal ciclone che si sta preparando e che arriverà in tempi brevissimi.

Questo ciclone si chiama tracollo delle democrazie occidentali nate dalle due rivoluzioni (Nota mia: una mi immagino sia la Rivoluzione Francese ma l’altra, qual’è? Quella sovietica? Non credo che l’autore pensi a quella…) e morte silenziosamente alla fine del Novecento. E con esse, evidentemente, il concetto di ‘libertà’ di cui stiamo trattando e molti altri collegati.

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C’è una considerazione ancora, importante.

La complessità non si può spegnere.

Le tecnologie non si possono spegnere, così come non si può spegnere il progresso, coi doni che ci porta assieme alle trappole che ci tende.

Non possiamo spegnere la globalizzazione, Internet, la WTO, la ricerca biologica, quella sull’intelligenza artificiale… Non possiamo spegnere l’inquinamento, non possiamo spegnere la sovrappopolazione, come non possiamo spegnere la stupidità dilagante.

Siamo tutti su un aereo in volo, il pilota è morto, la rotta ignota e quel che accadrà, che ci piaccia o no, accadrà.

La complessità, come ho già detto, non è governabile.

Una conseguenza di questa ingovernabilità è che il modello di governo vincente, fra i tre menzionati sopra, si affermerà comunque, indipendentemente da ciò che faremo.

E onestamente, se proprio devo dirlo, non scommetterei un euro sulla vittoria finale del modello democratico occidentale. Guardo con viva simpatia al modello putiniano, così amorale e cinico che – lo confesso – ben si attaglia al mio carattere; ma il famoso euro, alla fin fine, lo piazzerei sul modello cinese. Loro sono già al traguardo, hanno già vinto.

Sono autoritari e massimalisti? Chiedetelo a un cinese tipico, anche colto, e vedrete se trovano di che lamentarsi sul modo in cui Xi Jinping ha gestito la crisi.

E con questo vi saluto.

Il sole non sorge più a Ovest

in e-mail il 31 Gennaio 2017 dc:

Il Sole non sorge più a Ovest

Dino Erba e altri

Il sole non sorge più a Ovest

Significati e forme delle rivoluzioni al tempo della Grande Crisi

Riflettendo con Marx: razze, etnie, genere e l’immancabile sfruttamento operaio

All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2017, pagine 162.

Contributo € 15 (comprese le spese di spedizione)

Richiedere a: dinoerba48@gmail.com

Secondo un luogo comune molto diffuso, Marx sarebbe un teorico del progresso. Conseguenza o premessa di questo stereotipo è una concezione della storia unilineare, etnocentrica, o meglio eurocentrista, che è prevalsa tra molti di coloro che si professano marxisti, magari con pretese rivoluzionarie. Essa si fonda su una miope lettura di Marx, limitata ad alcuni passi del Manifesto del Partito Comunista e ad alcuni scritti di poco successivi. È un’interpretazione limitata nello spazio e nel tempo. È stata assolutamente fuorviante, poiché ha investito tutte le opere di Marx imponendo i medesimi criteri interpretativi etnocentrici, con le conseguenze deleterie che si sono viste per tutto il Novecento.

Quando il sole doveva sorgere a Ovest.

Alla luce delle passate esperienze rivoluzionarie e alla luce dei recenti sconvolgimenti sociali, ho sottoposto a critica il concetto di sviluppo delle forze produttive e la visione eurocentrista che ne è il presupposto.

I testi che ho raccolto in questo libro prendono lo spunto dal libro di Kevin B. Anderson sugli scritti «tardivi» di Marx, (1870-1883), riguardanti le società precapitalistiche, o meglio non occidentali, in merito a razza, etnicità, nazionalità e genere.

Sul filo di queste riflessioni gli scritti «tardivi» di Marx spostano l’asse della rivoluzione dalle metropoli dell’Occidente al Sud del Mondo. Sono le aree in cui il modo di produzione capitalistico ha incontrato molte resistenze, creando situazioni socio-economiche ibride, frutto di un capitalismo innestato (come accenna Engels a proposito della Russia) che ha fatto poi degenerare, atrofizzare e distorcere i modi di produzione preesistenti che via via esso incontrava. E non certo a causa di una presunta «arretratezza» che, invece, è stata il frutto marcio del «trapianto del capitalismo», anche se apparentemente il trapianto era andato a buon fine.

In un contesto economico-sociale mondiale che, in tutti i modi, cerca di respingerlo, il modo di produzione capitalistico costituisce un’eccezione, o meglio: un disgraziato accidente.

Oggi, nel Sud del Mondo, la fragilità dell’innesto balza in primo piano clamorosamente, immediatamente e violentemente, sotto i colpi dell’attuale crisi sistemica.

Solo in un secondo momento gli effetti della deflagrazione della periferia si ripercuoteranno (e in parte si stanno già ripercuotendo) sul centro, sull’Occidente,  con tempi e modalità differenti.

In Europa siamo agli inizi, ma già si intravvedono situazioni, come i flussi migratori, del tutto inedite che non possono essere affrontate con i criteri tipici della fase di sviluppo del modo di produzione capitalistico, sia quelli inerenti l’Ottocento sia quelli inerenti la Golden Age (o Les Trente Glorieuses), ovvero gli anni 1945-1975 di eccezionale espansione economica.

Il filo conduttore proposto consente di mettere a fuoco le tematiche insite nelle elaborazioni «tardive» di Marx, cercando di focalizzare aspetti che oggi sono di dirompente attualità, in primis etnia e genere, mentre sullo sfondo emerge, prepotente, l’esigenza della lotta senza quartiere contro il lavoro e contro la democrazia.

Mi auguro di essere riuscito a districarmi in un vero ginepraio, pratico e teorico.

Ho voluto includere contributi di altr* compagn* per allargare il confronto, cercando di vedere le cose da prospettive differenti.

Nel loro insieme tutti gli scritti proposti vogliono stimolare una riflessione, per poter approfondire, e chiarire (se possibile) le questioni più scottanti.

 

Il silenzio tra la vita e la morte

da Il Fatto Quotidiano di giovedì 2 dicembre 2010 dc

(correzione ortografica di Jàdawin di Atheia)

Mario e gli altri

Il silenzio tra la vita e la morte

di Marco Politi

Nell’estrema sobrietà del suo gesto Mario Monicelli ci ha consegnato un interrogativo doppio sulla vita e sulla morte.

Qual è la sostanza della prima, che la rende degna di essere continuata? Qual è il significato della scelta di affrontare la seconda, volontariamente, precedendo il doloroso disfacimento del corpo?

“I morti parlano”, diceva Arthur Schnitzler per indicare che il loro apparente assentarsi costituiva un segno presente per i sopravvissuti. Monicelli, con quel volto scavato segnato dalla barba, così simile al bronzo di un filosofo greco, non lascia dietro di sé un “fatto di cronaca”, ma una questione su cui misurarsi.

La grande assente

LA MORTE è la grande assente dello stile di vita contemporaneo. L’immagine del morente circondato dai suoi cari, cui rivolge l’ultima parola e dai quali riceve l’accompagnamento per il trapasso, appartiene al passato.

Scomparsa è la famiglia allargata. Ma, soprattutto, il trend vitalistico della società attuale rimuove ferocemente il morire.

La morte non si deve vedere tranne quando appare sugli schermi televisivi come elemento di eccitazione circense. La morte va allontanata e nascosta nelle stanze di ospedale. Chi è al tramonto viene affidato alla badante, quasi sempre straniera, a maggior ragione simbolo di provenienza da un altro mondo. Chi è morente è ospedalizzato.

Ma poi un Monicelli, con la ricchezza della sua vita, della sua opera, del suo pungente irridere tutto e tutti, si presenta una sera nelle nostre case e costringe tutti a interrogarsi.

Da Tien an men a Eluana

LA PRIMA domanda è: di chi è la vita. Ricordo nel 1989 che i giovani dissidenti cinesi recandosi alla piazza Tien an men per l’ultima fiammata di manifestazioni, destinate a concludersi nel sangue, portavano intorno alle tempie una fascia rossa con scritte, che chiedevano perdono ai genitori perché mettevano a rischio la vita.

Li vedevo seguire una carriola, con l’organetto che suonava l’Internazionale, e dinanzi alla battaglia decisiva loro non dimenticavano che la vita era stata un dono ricevuto.

Per il credente la vita è un dono di Dio, sacro.

E in nome di questa sacralità accetterà di bere sino alla fine il calice della sofferenza. Per il filosofo, che ha il suo orizzonte etico nell’immanenza, la vita è un miracolo o (come per Leopardi) una sventura, di cui non può che decidere il soggetto. Non si può immeschinire la questione in contese di bande faziose, in un raffazzonato addobbarsi di livree guelfe o ghibelline come i tristi urlatori berlusconiani, che la sera della morte di Eluana Englaro ulularono in Parlamento “assassini”.

Sulla soglia della morte, dove il passo è sospeso verso “là”, ci si può soltanto fermare rispettando la coscienza di chi sta per scegliere.

Alcuni punti fermi si possono, però, intravvedere. Non esistono vite non degne di essere vissute.

Ogni corpo e ogni psiche martoriati dalla sorte – quale che sia – hanno il diritto di essere seguiti e assistiti. Per questo meritano rispetto le suore misericordine di Como, che per quattordici anni si sono prese cura amorevole di Eluana sperando contro ogni speranza.

Ma non esiste neanche Parlamento, chiesa o tribunale che   possa decidere sulla persona, quando valuta della propria vita. Solo io posso decidere cosa è degno per me. Soltanto la coscienza del singolo individuo può valutare il senso o il nonsenso di un accanimento terapeutico o il peso di una spirale di trattamenti dolorosi e alla fine inutili. È ciò che Eluana aveva ben presente. Tenere in vita con la spada della legge è altrettanto crudele che toglierla.

È insensato contrapporre artificialmente un “partito della vita” e un “partito della morte”. Sono finti partiti.

Esistono solo la vita e la morte. E la grandezza o la disperazione del momento della scelta. Poiché scelta e coscienza sono inalienabili, non ha senso pretendere di etichettare le scelte in superiori o sbagliate. Seneca, che affronta la morte per preservare la sua libertà, non è inferiore a san Cipriano, che affronta i carnefici per non rinnegare il suo Dio. Coraggioso è Welby, che non teme di staccare il sondino. Coraggiosa è Daniela Martini, affetta da Sla, che il suo paese in Valdarno ha adottato per sostenerla nella battaglia contro la malattia.

Entrambi vanno aiutati, entrambi vanno sostenuti e accompagnati nel cammino che sentono di fare.

Una comunità da coinvolgere

IL LORO destino, tuttavia, ci coinvolge. Non basta affermare farisaicamente la libertà dell’individuo, abbandonandolo al suo destino.

Mary Ann Glendon, già presidente dell’Accademia delle Scienze pontificia (che riunisce notoriamente scienziati credenti e atei), sostiene che il grande nodo del crescente invecchiamento della popolazione in Occidente è di evitare di “spingere” gli anziani a desiderare la morte come soluzione più facile.

Sarebbe la morte indotta, un misfatto ipocrita dei sistemi che premiano solo l’efficienza.

Nessuno va lasciato solo, nessuno va lasciato disperato. Vita e morte devono tornare a diventare un evento della comunità, un fatto di noi tutti, se non vogliamo che il liberismo finanziario che ha già causato le catastrofi sociali sotto l’occhio di tutti, si saldi ad un darwinismo liberista, in cui l’iniezione si sostituisce semplicemente al salto nel burrone. A tutti, nelle loro scelte, è giusto stare accanto.

L’altro giorno, quando, silenziosamente, Mario Monicelli ha fatto irruzione nelle nostre esistenze, moltissimi a Roma e altrove hanno provato per un attimo l’inquietudine di questi pensieri. A lui e a tanti sconosciuti dobbiamo dare una risposta.