Economia, Politica e Società

Lettera a Gad Lerner

In e-mail il 12 Maggio 2017 dc: era ora che qualcuno le cantasse chiare, anche se troppo educatamente, a quel venduto e traditore di giornalista “di sinistra”

Lettera a Gad Lerner

Carissimo Gad Lerner abbiamo visto la sua trasmissione “Operai” di domenica 7 maggio 2017, su Rai Play.

Sa, noi operai alla Fiat Melfi, oggi FCA, lavoriamo il sabato e la domenica notte, per cui il reportage in diretta non l’abbiamo potuto vedere e come noi anche tanti altri operai che lavorano nelle tante fabbriche dell’indotto.

Dopo la lettura di alcuni brani di Marx, facendo riferimento anche al tempo trascorso e al riposo della buonanima di quella vecchia talpa di Karl presso il cimitero Highgate a Londra, lei ha detto che “gli operai non se la passano molto bene”. Se avesse detto il contrario lì, proprio dove è sepolto Marx, lo avrebbe fatto sicuramente rivoltare nella tomba. Noi per primi sappiamo che “non ce la passiamo bene” e sappiamo che pochissimi non operai in questa società comprendono cosa questo concretamente significhi.

Vogliamo dire qualcosa affrontando solo la questione che riguarda la Fiat. Troppo lunga sarebbe la lettera per affrontare tutte le questioni, compresa quella dei tanti lavoratori sfruttati nella logistica.

Lei ha detto che l’operaio in alcuni ambienti non può essere considerato un uomo sfruttato, come è stato in passato ma un “uomo nuovo”, che oggi “ha a che fare con padroni magari gentili”. Sembra proprio che lo dica riferendosi agli ambienti Fiat.

Guardi, ci creda, magari bastasse la sua trasmissione a farci sentire “uomini nuovi”! Noi non ci sentiamo affatto “uomini nuovi”, molti di noi operai a 50 anni sono già consumati, affetti da malattie professionali.

Per avere la sensazione di avere “a che fare con padroni magari gentili”, come lei ha detto nella trasmissione, noi operai, che veniamo bastonati con provvedimenti disciplinari, repressione e licenziamenti, sappiamo bene cosa dovremmo fare: piegare la testa, produrre senza dire niente e magari farci consumare anche prima senza opporre nessuna resistenza a difesa della nostra salute.

Lei parla di padroni, molte volte sono “spesso invisibili”, in verità si fanno vedere rare volte, tanto cosa importa, c’è chi lavora per loro. Quando si fanno vedere è un teatrino, arrivano in fabbrica e tutto deve essere tirato a lucido. La fabbrica deve luccicare. Una presa per i fondelli. Sembra la visita a una caserma.

Questo “padrone invisibile”, quando non viene, manda gli amministratori delegati. Viene il voltastomaco, noi sgobbiamo e loro prendono un sacco di soldi.

Esiste una piramide di responsabili, dal direttore di fabbrica, ai Repo, ai Gestori Operativi, fino all’ultimo capetto che ne fa le veci, compresi i vigilanti, che nella sua trasmissione non si sono visti, e che fanno rispettare la legge del padrone e che come sentinelle o meglio secondini fanno sì che tutto proceda come stabilito. Noi siamo sotto e manteniamo col nostro lavoro tutti quanti!

E come lei ha detto dobbiamo “cambiare natura”, forse al padrone non basta neanche più avere lo schiavo, vuole il “servo”.

La mattina si chiama col telefono o con un sms “il servo” e dopo un’ora questi deve essere in fabbrica. E se non serve, scusi il gioco di parole, può rimanere a casa. Tanto adesso basta una telefonata. Appena la produzione si riduce viene buttato sul lastrico e licenziato. In tante fabbriche dell’indotto è già così. Contratti interinali, contratti a un mese, a quindici giorni, a una settimana, tutto a scadenza come lo yogurt, è tutto così precario.

Con le continue e rinnovate organizzazioni di lavoro, i pezzi saranno anche più comodi metterli e montarli, come ha fatto credere il padrone a lei, ma la produzione è aumentata, i tempi sono sempre più ridotti, e incollati alla linea bisogna rimanere.

Anche le pause hanno ridotto. Se lavori senza lamentarti per i tempi sempre più esigui, magari prendendo antinfiammatori e antidolorifici a 50 anni, in quel caso tutta la piramide di controllo non avrà da ridire e non sarà solo il padrone ad apparire gentile.

Hanno reso le postazioni di lavoro più comode, a detta loro ma, a fronte di operazioni semplificate, ci hanno aumentato a dismisura i ritmi e nessuno che non sia operaio può immaginare cosa significhi ripetere in continuazione, migliaia di volte in un giorno, sempre le stesse semplici operazioni, senza avere neanche la possibilità di andare in bagno al di fuori delle pause ridotte che ci sono concesse. Anche la mensa è stata messa a fine turno. Lavoriamo praticamente ininterrottamente senza avere il tempo di riposarci.

La fabbrica, lei saprà signor Lerner, è lo specchio della società e, come nella società, ci sono posti di lavoro più comodi e leggeri, ci sono quelli pesanti e che ti consumano prima.

Ci sono geometri, ingegneri e architetti, poi carpentieri, muratori e manovali, ovviamente gli ultimi più consumati e meno pagati.

C’è il funzionario del comune, fino all’ultimo impiegato, poi chi pulisce i bagni e chi lava a terra. Inutile dire che la differenza si può ben vedere, anche sui soldi che si prendono a fine mese.

Così è anche la fabbrica, l’abbiamo descritta prima, ci sono impiegati, lavoratori e operai. Gli operai sono quelli più sfruttati, sottopagati e consumati.

In fabbrica ovviamente si debbono fare i conti anche con l’opportunismo operaio, non solo con quello strato di aristocrazia operaia che milita nel sindacato. Operai che tentano, tramite il sindacato filo-padronale, di avere un posticino più leggero.

Lei è andato ad intervistare proprio due lavoratori con la tessera del sindacato Fismic, e conosciamo tanti come loro che, grazie a quella tessera in tasca, pensano di ottenere una postazione di lavoro più leggera e tranquilla. Uno dei due sembrerebbe, dalla sua pagina Facebook, anche simpatizzante di Salvini, certo non c’entra niente con la fabbrica ma qualcosa vorrà pur dire…

Vedrà che, se non l’avevano ottenuto prima un posticino tranquillo, con quei sorrisini e occhiolini al padrone otterranno a breve quel posto dopo aver fatto apparire la fabbrica quasi come un paradiso.

D’altronde molti pensano di farsi gli affari propri, esattamente come quando ci fu la famosa marcia dei 40mila, che poi così tanti non erano, in cui in tanti pensarono che stare sotto l’ascella del padrone li avrebbe beneficiati.

Basterebbe andare a chiedere a tanti di loro che fine hanno fatto. Interessante e istruttiva è quella intervista fatta a una lavoratrice che fece parte di quella famosa marcia https://www.youtube.com/watch?v=UAJmJLgzK8k . Quanti lavoratori pensarono di farsi gli affari propri in quell’occasione e adesso hanno figli e nipoti che sono precari, sottopagati e disoccupati.

Magari nelle prossime trasmissioni, visto che ne sono rimaste ancora parecchie e che siamo ancora alla prima puntata, faccia un salto alla Fiat di Pomigliano, presso il reparto-confino di Nola, dove gli operai che sono stati reintegrati dai giudici ancora non hanno varcato i cancelli della fabbrica perché la legge del padrone va oltre le sentenze dei giudici.

Magari faccia un salto anche a Melfi dove migliaia di operai vengono posti in cassa integrazione, fra cui quelli che hanno problemi di salute a causa dei ritmi di lavoro forsennati, mentre altri più giovani e freschi sono comandati a bacchetta e utilizzati quotidianamente.

Chieda dove si trova l’ex-Itca, dove sono stati deportati operai che non si assoggettavano e che non giravano la testa dall’altra parte quando la Fiat cercava di aumentare i ritmi di lavoro, subendo migliaia di provvedimenti disciplinari.

Se le resta tempo vada anche dagli operai dell’Innse di Milano, quelli della ex-Innocenti che sono da oltre un mese fuori ai cancelli a protestare contro licenziamenti e repressione.

Trovare difensori inaspettati, come ha detto lei nella figura del Papa, serve a poco o niente di fronte alla sete di profitti che i padroni hanno sempre di più. Magari potesse liberarci della nostra condizione di schiavi salariati chi predica da posti comodi e tranquilli!

I padroni hanno dimostrato che il loro sistema non va bene, se ne fregano delle prediche.

Da un lato miliardi di sfruttati, di donne e uomini che non riescono a sopravvivere, dall’altro lato uno strato di privilegiati. Sto parlando dei tempi di oggi e della condizione degli operai di oggi, non quella scritta e analizzata da Marx più di cento anni fa. O forse la situazione è la stessa e il problema della nostra liberazione dal lavoro sotto padrone si pone ancora?

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Economia, Politica e Società

E se guadagnarsi la vita significasse perderla?

In e-mail da Dino Erba l’11 Aprile 2017 dc. Per l’estrema importanza del suo contenuto pubblico l’articolo anche sul mio sito http://www.jadawin.info/ alla pagina “Politica e Società-14.2017 dc”

E se guadagnarsi la vita significasse perderla?

Intervento di Aline sulla critica radicale del lavoro

Paris, Place de la République, 4 maggio 2016

Quando molti soffrono perché non hanno un posto di lavoro o lottano per migliorare le condizioni ed il diritto al lavoro, non è certo facile venire a dire che siamo per la fine del lavoro, per la sua abolizione.

Pertanto voglio precisare da quale punto di vista sto parlando: provengo dal mondo operaio, mia madre prima era una prostituta, mio fratello è morto nella fabbrica AZF (non nell’esplosione) a 46 anni, mio padre, meccanico, è morto a 44 anni e mia madre, diventata parrucchiera, è morta a 62 anni, io sono la sola della mia famiglia, prima di mia figlia, ad aver studiato. Ed anch’io mi sono sentita coinvolta nella glorificazione delle lotte operaie prima di comprendere che chiedere più “potere d’acquisto” significa continuare a mantenere in buone condizioni la catena che lega i nostri piedi ed il nostro cuore!

In seguito, abbiamo cercato di distinguere fra il Lavoro (salariato o artigiano) e l’Attività. Per questo, abbiamo ripreso la definizione di Marx che ci dice che il lavoro è un’invenzione sociale che non è né naturale né trans-storica. Fino a prima della rivoluzione francese un giorno su tre era festa, anche per i contadini. Piccoli richiami storici, come per esempio quello che dopo la prima metà del 18° secolo il lavoro non è stato più un mezzo per soddisfare i bisogni ma è diventato un fine in sé.

Abbiamo perciò dimostrato che il lavoro è il cuore del capitalismo in quanto produce plusvalore a partire dal fatto che non paga all’operaio tutta la sua giornata lavorativa (lavoro non pagato, ovvero plus-lavoro ovvero lavoro astratto) ma soltanto una parte (lavoro concreto). Il lavoro astratto è quel dispendio di energia (la forza lavoro) che si spende nel tempo. Di qui il fatto che il contenuto del lavoro importa ben poco dal momento che è la forza-tempo che si traduce in denaro. Più i capitalisti riducono la parte che viene pagata in salario all’operaio (ed il costo che viene destinato alla sua sopravvivenza, la massa salariale) più il plusvalore aumenta con l’allungamento della giornata lavorativa e con l’abbassamento dei salari!

Cito Marx (ne L’Ideologia tedesca):

«I proletari devono abolire la loro condizione di esistenza, devono abolire il lavoro. È questo il motivo per cui si trovano in diretta opposizione allo Stato… devono rovesciare lo Stato»

Tutto questo lo si sente risuonare nelle nostre orecchie nel corso di “Nuit Debout”? Io non credo.

Oso anche fare una citazione da Il Capitale di Marx (20 anni di lavoro!):

«La natura non produce da una parte possessori di denaro o di merci e dall’altra puri e semplici possessori della propria forza lavorativa. Questo rapporto non è un rapporto risultante dalla storia naturale e neppure un rapporto sociale che sia comune a tutti i periodi della storia. Esso stesso è evidentemente il risultato d’uno svolgimento storico precedente, il prodotto di molti rivolgimenti economici, del tramonto di tutta una serie di formazioni piú antiche della produzione sociale. Il capitale si produce soltanto laddove il detentore dei mezzi di produzione e di sussistenza incontra sul mercato il lavoratore libero che viene a vendere la sua forza lavoro. Ciò che caratterizza l’epoca capitalista è perciò il fatto che la forza lavoro acquisisce per il lavoratore stesso la forma di una merce che gli appartiene, ed il suo lavoro, di conseguenza, acquisisce la forma di lavoro salariato».

È stato audace, ne convengo, ma se si è compreso questo non si può fare altro che andare verso la fine del lavoro salariato, e nel corso del dibattito sono state proposte delle tappe molto ricche (cooperative, comunità autonome, decrescita, eventualmente un salario universale, anche se questo non mette in discussione le categorie del capitalismo…)

Infine, concludo con le ultime pagine del «Manifesto contro il lavoro» della rivista Krisis (nota mia: non per niente ne ho fatto una pagina di questo blog e una del mio sito!), troppo lungo da leggere qui.

Ci saranno altri tre interventi nel fine settimana dell’8 maggio da parte del gruppo «Critique de la Valeur» che approfondiranno il mio intervento.

Aline

La lotta contro il lavoro è una lotta antipolitica

Dal momento che la fine del lavoro è anche la fine della politica, un movimento politico per il superamento del lavoro sarebbe solo una contraddizione in termini.

I nemici del lavoro portano avanti delle rivendicazioni nei confronti dello Stato, ma non sono un partito politico e non ne costituiranno mai uno. Il fine della politica può essere solo quello della conquista dell’apparato statale per perpetuare la società del lavoro. I nemici del lavoro perciò non vogliono impadronirsi delle leve del potere, bensì distruggerle. La loro lotta non è politica, è antipolitica. Dal momento che nell’era moderna lo Stato e la politica si confondono con il sistema coercitivo del lavoro, essi devono sparire insieme a quest’ultimo. Tutte le chiacchiere a proposito di una rinascita della politica non sono altro che il tentativo disperato di ricondurre la critica dell’orrore economico ad un azione statale positiva. Ma l’auto-organizzazione e l’auto-determinazione sono l’esatto opposto dello Stato e della politica. La conquista di liberi spazi socio-economici e culturali non avviene seguendo le strade tortuose della politica, strade gerarchiche o false, ma con la costituzione di una contro-società.

La libertà non consiste nel lasciarsi schiacciare dal mercato né dal farsi governare dallo Stato, ma nell’organizzare per conto nostro i rapporti sociali – senza l’intromissione di dispositivi alienati. Di conseguenza, i nemici del lavoro devono trovare nuove forme di movimento sociale e devono creare delle “teste di ponte” per riprodurre la vita al di là del lavoro. Si tratta di legare le forme di una pratica di contro-società al rifiuto offensivo del lavoro. I poteri dominanti possono benissimo considerarci dei pazzi perché vogliamo rompere con il loro irrazionale sistema coercitivo! Non abbiamo da perdere altro che la prospettiva di una catastrofe verso la quale ci stanno portando. Al di là del lavoro, c’è tutto un mondo da guadagnare.

Proletari di tutto il mondo, facciamola finita!

fonte:

Critique de la valeur-dissociation. Repenser une théorie critique du capitalisme

Nota mia: quest’ultimo discorso mi lascia perplesso. Non so, a questo punto, cosa si intenda nel Manifesto contro il lavoro, peraltro denso di concetti e affermazioni perentorie ed interessanti, per “politica”: per me viene scambiato il regime attuale di governo e amministrazione della società per la politica in quanto tale, e per me non è così.

Jàdawin di Atheia

Cronaca, Economia, Politica e Società

Pacho, un esempio da non seguire

in e-mail il 9 Gennaio 2017 dc

Pacho, un esempio da non seguire

Sabato 7 gennaio 2017, Eduardo Dellagiovanna (Pacho), un compagno argentino esule politico in Italia dalla fine degli anni 70, ha deciso di morire sparandosi un colpo di pistola nella sua abitazione nel centro di Brescia. Prima di spararsi, Pacho ha inviato via e-mail una lettera a Radio Onda d’Urto e ad alcuni altri amici e amiche (vedi allegato).

È una lettera struggente che ci invita a una profonda e impietosa riflessione.

Pacho era un esule argentino, con un passato peculiare, ma la sua vicenda è simile a quella di molti di noi. E ci riguarda.

La sua morte di è certamente dovuta alle spietate leggi del capitale che, in Italia, sono impersonate dalla signora Fornero & Co.

A questo tragico evento, un sostanziale contributo l’ha anche dato l’IDEOLOGIA DEL LAVORO, un’ideologia dissennata che lega la nostra esistenza al lavoro: senza lavoro non abbiamo diritto di esistere. Chi non lavora NON MANGIA, ovvero muore.

Da quando è scoppiata la crisi (2007), i suicidi dei senza lavoro sono in costante aumento (vedi lo studio dell’Università di Zurigo pubblicato su «Lancet Psychiatry», vol. 2, n. 3, marzo 2015).

È troppo bello, per lorsignori che vorrebbero vederci uscire di scena in punta di piedi, ricorrendo al suicidio, per non turbare la loro società di merda con la vergognosa presenza dei senza lavoro.

Dovrebbe essere ormai chiaro, se non chiarissimo, che tutte le lotte che in questi anni hanno richiesto il LAVORO hanno prodotto solo un crescente peggioramento delle nostre condizioni di lavoro e di vita, generando NUOVA DISOCCUPAZIONE.  E GRANDE SOLITUDINE.

Per uscire da questo desolante destino, non chiediamo il lavoro, PRETENDIAMO il SALARIO GARANTITO, che consenta di far fronte alle nostre esigenze di vita.

E perché la nostra sia un vita veramente dignitosa, rifiutiamo le elemosine del reddito di cittadinanza, reddito di base, ecc. Questi sono solo espedienti per rendere sopportabile, e controllare, la miseria crescente che bussa alle nostre porte.

Non chiedere, riprendere il maltolto.

  1. e., Milano, 9 gennaio 2017.

La lettera di Pacho.

ALL’AUTORITA’ LEGALE CHE CORRISPONDA:

Un giorno (veramente oggi è 07 Gennaio 2017), incominciai a scrivere quello che penso e da qualche maniera vivo da tanto tempo, anni per essere sincero (e faro il tentativo di spiegarlo, provando ad essere sintetico).

Mi permetto, per evitare interpretazione equivoche, di farlo nella mia madrelingua, dove meglio posso  raccontarvi le mie ragioni, anche se non è facile in queste circostanze .Vi chiedo di trovare un interprete o traduttore, Grazie.

Io, Eduardo Dellagiovanna ( più conosciuto con il soprannome “Pacho” dagli amici) sto per compiere 66 anni (il 30/01/2017); dal Gennaio 2015 tra ferie, permessi retribuiti, cassa Integrazione etc. non sto più lavorando. Impossibile proseguire con le collaborazioni esterne (personalmente “collaboratore della Provincia di Brescia nel settore Trasporto pubblico” tramite Cooperativa Sociale, per la legislazione e i tagli di bilancio politici, per tanto disoccupato “ufficiale” dal Giugno 2015 e riscuoto un sussidio di disoccupazione (INPS-Naspi) che terminerà ad Aprile o Giugno del 2017 non lo so esattamente (oggi non mi interessa più); quindi dopo oltre 34 anni di contributi pensionistici allo stato italiano, con le nuove disposizioni legali in materia (grazie sig.ra Fornero!), io resterei 18 mesi senza la possibilità economica di sopravvivere, dato che non avrei entrate fino al momento in cui la legge mi permetterebbe di percepire una pensione.

La mia possibilità reale di poter trovare un’occupazione oggi in Italia, per “arrivare all’età del pensionamento” è così poco probabile come vincere una lotteria senza possedere il numero vincente.

L’ultimo sussidio che ho ricevuto (il 14/12/2016) è stato di 599,00 euro; come potrete immaginare, è totalmente insufficiente. Quando iniziai a riceverlo era di 880 euro (anche se il mio stipendio sfiorava i 1.300 mensili e già mi costava arrivare alla fine del mese, però pagavo tutte le fatture.

Ho letto su Facebook (non so se sia vero) dichiarazioni di un ministro Italiano che con 350,99 euro si può vivere dignitosamente, lo stesso che dichiarò che i giovani andassero all’estero (questo è verità perchè ha ritrattato pubblicamente), senza commenti…., in tal caso provi lui, che mi risulta incassi qualcosa come 10.000 euro mensili, a spiegarmi come faccio io a pagare 380,00 euro di affitto più luce, gas, acqua, telefono, prestito bancario -180,00 mensile- e mangiare per sopravvivere?, gran sorete…mi piacerebbe pubblicare le mie riflessioni-condizioni di vita (per lo meno queste che condivido con milioni di persone in questo paese e nel mondo) ma credo che mi censurerebbero su Facebook; soltanto per vedere quanti “likes” riceverei…e, naturalmente, che mi risponda anche se io non potrò leggere (la sua risposta) perchè per me sarà “time over”…

Se a questa situazione aggiungo il mio stato fisico (la cardiopatia e il tumore alla corda vocale) il mio stato psicologico; la mia separazione e posteriore divorzio nel 1997 (?) la mia lenta ma certa dipendenza dall’alcohol (vino per essere chiaro e al tabacco 25/30 sigarette al giorno) la malattia della mia compagna nel 2006 che è terminata con la sua morte quando aveva compiuto 44 anni di vita (2009), l’infarto risolto con 3 by-pass nel 2010; il suicidio della mia seconda ex-moglie in quello stesso anno, il tumore e operazione del carcinoma nella mia corda vocale nel 2013, la disoccupazione…. credo che la conclusione (mi riferisco alla mia azione) era e sarà evidente, l’unica possibile. Forse l’ho cercata con altri mezzi ma è un cammino molto lento per le mie necessità attuali.

Dopo tutto, cosa mi resta?, che io perda amici stretti e sinceri?; ho perso la mia autostima e ciò ha provocato che il mio istinto di sopravvivenza (eros, crolli davanti al mio thanatos), di conservazione scarseggi; quando mi sveglio, ciò che mi spinge ad alzarmi è la mia vescica piena…e l’appetito dei miei gatti.

Psicologicamente, la mancanza di soluzioni possibili e/o reali mi angoscia e deprime. Ha chiamato la mia banca (o la finanziaria) perchè devo due rate del prestito (saranno 3 il 27/01/2017), le bollette che mi arrivano e confesso, non sono cifre esose (chissà per un politico o un occupato sia differente, ma per me 1.000 o 1.00.000 fa lo stesso: qualunque cifra NON POSSO PAGARLA). Semplicemente perchè non l’ho.

Perdonate l’analisi superficiale e ripetitiva del sistema e cause… ma in quest’ ultimo momento ragiono con i gomiti.

Non ho più voglia di vivere nè incentivi per farlo;la questione sta peggiorando non da giorno a giorno, ma da ora in ora.

Dovrei faremi una visita medica oculistica (è dieci anni che non lo faccio, vedo malissimo!) ma; non ho denaro.

Dovrei consultare un dentista (ho vari elementi in auto-espulsione per non parlare dell’igiene dentale) ma; non ho denaro.

Dovrei rinnovare il mio porto d’armi, il passaporto, il vestiario, etc. non ho denaro.

Le fatture già arrivate che dovrei cancellare a Gennaio 2017 (per non parlare di quelle scadute) ma; non ho denaro per saldarle..

Questa è la mia vita oggi in un paese “democratico” (con una costituzione bellissima e disapplicata) dove un parlamentare (destra-centro-sinistra?) -in 1 mese guadagna quanto io non guadagno in 1 anno (ll NASPI non contempla neppure una tredicesima!) e la sopportazione di questa realtà, situazione (non solo in Italia) diventa per mè troppo pesante. Politiche e sistema di governo decidono come devo morire, se di fame o di debiti; mi hanno tolto l’illusione che la vita anche se difficile è bella; non sopravvivo con il sorriso di un bambino o la bellezza di un tramonto /albeggiare; questo sistema mi impone che se non pago e/o non produco, non servo, per tanto scompaio.

Confesso, non mi hanno vinto i militari argentini, ma adesso non ne posso più. Ho sottostimato il nemico (sistema), non lo credevo, non lo immaginavo tanto inumano e feroce ( como direbbe Galeano). In ogni modo non rinnego assolutamente tutta la mia vita militante in Sudamerica. In Italia ho militato per anni in solidarietà e cooperazione internazionale, ho conosciuto la generosità umana di tanti italiani e non solo, ma generosità reale.

Devo chiedere “aiuto” al municipio?, non credo che sia corretto, la mia esperienza di vita per dirlo in qualche maniera (capitemi, non è un momento in cui penso serenamente per esprimere idee e sentimenti): credo che corretto sia che ciò che mangio e consumo, devo guadagnarmelo!.

Possibilità attuali in Italia nella mia situazione di guadagnarmelo: nessuna!!!

Mi dispiace per quegli amici sinceri che mi circondano; non li nomino per timore a non menzionarli tutti e anche alla proprietaria di questa casa, la dottoressa A.V. alla quale devo 7 mesi di affitto non saldato, realmente non se lo merita ma non sono in condizioni di pagare, semplicemente non ho il denaro nè possibilità di averlo.

Chiedo, (neppure so a chi farlo) immagino ai Servizi Sociali del Municipio della Città di Brescia dove vivo e risiedo, dato che sono indigente e non ho familiari in Italia, di essere cremato nel modo più laico, semplice e rapido possibile, al tempo stesso ripeto, mi piacerebbe che i miei gatti non siano sacrificati.

Nessuno mi ha suggerito questa soluzione; è il sistema vigente e la mia impotenza che mi produce ciò che mi porta a prendere questa mia decisione, l’unica possibile. Questo è tutto, sicuramente i miei amici si incaricheranno di dare comunicazione ai miei parenti che ancora ho in Argentina.

Chiedo a tutti, sinceramente scusa per i problemi reali e burocratici che credo (polizia, pompieri, amici destinatari di questo messaggio, etc.)

Dovranno entrare dalla via e utilizzare qualcosa per tagliare la catenella di sicurezza della porta d’ingresso (1° piano, porta a destra -vetri e sbarre, unica), la seconda possibilità è dalla via, la finestra grande all’altezza del balcone del mio vicino che lascerò aperta. Non voglio lasciare un arma alla mercè di qualunque persona che entri nel mio domicilio. Nella cassaforte (aperta, troverete le munizioni).

 (Recordatevi della mia richiesta per i miei meravigliosi gatti anche se sarà difficile e soprattutto che non li separino dopo 10 anni di vita in comune tra di loro ).

Eduardo (Pacho) Dellagiovanna. – Vicolo del Moro, 15 – primo piano – Città di Brescia (Centro Storico). Per aprire il portone d’ingresso dalla via, dovrete disturbare qualche vicino.

P.S. 1.: Ieri mi ha chiamato la banca: per il 27/12 avrei dovuto pagare 360,00 euro e, è arrivata la fattura dell’energia elettrica e del gas: 108 e qualcosa euro…non li ho.

Mi restano (oggi 06/01/2017) sul mio C/C meno di 1,85 cent di euro e nel portafoglio niente, ho potuto fumare grazie alla generosità di Elizabetta ieri, al pranzo di Beppe e 50,00 euro che mi ha lasciato Gigio la settimana scorsa….più i pranzi pagati da Livio.

Come si potrà apprezzare, non ho scritto questo in un solo giorno, è quasi come un diario.

Termino con un haiku del meraviglioso scrittore uruguaiano Mario Benedetti:

Dopo tutto

la morte è solo un sintomo,

del fatto che ci è stata una vita…

P.S. 2: PiChiedo scusa per lo stato della casa (pulizia, ordine, etc.), como immaginerete, è da tempo ciò che meno mi preoccupa.

Condividete questo ultimo messaggio (se volete) con chi considerate gli possa interessare o cancellatelo.

Ancora grazie e chau a tutti. Oggi 07/01/2017. . .

Pacho.

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Ansia per il futuro? Allora NON leggete cosa vi aspetta. 2 – Lavoro e istituzioni, e una conclusione

Da Hic Rhodus 23 Marzo 2016 dc:

Ansia per il futuro? Allora NON leggete cosa vi aspetta. 2 – Lavoro e istituzioni, e una conclusione

Il lavoro

Schermata 2016-03-06 alle 09.59.51Che il lavoro stia cambiando è sotto gli occhi di tutti. E le tecnologie sono il più potente strumento di cambiamento del lavoro. Studi recenti indicano che il 47% della forza lavoro è a rischio imminente negli Stati Uniti a causa dell’automazione, e la penetrazione dei robot nell’industria e nei servizi è stata documentata abbastanza recentemente anche da HR (in due articoli, il primo QUI e il secondo QUI).

Una delle ricadute sociali di maggiore interesse di questa automazione è l’incremento delle disuguaglianze, in quanto il loro impatto sarà molto diverso in differenti aree del mondo: città tradizionalmente manifatturiere rischiano di soffrire un collasso del mercato locale del lavoro assai superiore a città dove l’automazione avrà meno impatti (uno studio per le città americane QUI, pp. 30-36). Schermata 2016-03-06 alle 10.11.44Naturalmente ci saranno nuovi lavori che rimpiazzeranno quelli persi (addirittura 98 milioni di europei fino al 2025, fonte OxfordMartin su dati Cedefop): l’ampio studio della OxfordMartin appena citato indica in oltre 4 milioni le figure professionali nella sanità necessarie negli Stati Uniti da qui al 2022, ci sono poi la green economy e diversi altri settori. Ma, come indica chiaramente lo stesso rapporto, le nuove occupazioni del futuro richiedono competenze elevate che non saranno sempre immediatamente disponibili risultando, conseguentemente, in un possibile deperimento delle potenzialità di sviluppo:

Schermata 2016-03-06 alle 10.32.37

Un problema chiave resta quindi il prodursi di gap occupazionali gravi dovuti al combinato disposto fra automazione da un lato e rapida possibilità di rimpiazzo di nuove professioni ad alta qualifica.

Ciascuno dei due corni del problema è a sua volta il prodotto di molteplici fattori (demografici, geopolitici, energetici, relativi all’obsolescenza di settori maturi, alle politiche nazionali e così via).

Un esempio chiaro di possibile scenario negativo l’offre la Cina in questi giorni: il governo cinese sta seriamente pensando di ricollocare almeno 6 milioni di lavoratori delle industrie zombie (acciaio, cemento, carbone) ormai improduttive e tenute in vita solo grazie a contributi statali (fonte). Ora, la Cina può ancora permettersi (ma per poco) di immaginare ricollocazioni, pensionamenti e sussidi per una tale massa di persone, evitando così tremende conseguenze sociali. Ma certamente non se lo può permettere l’Occidente. E lo sviluppo tecnologico in questi anni procede a ritmi più veloci di quelli naturali del ricambio generazionale: questo significa che le ragioni dell’economia (sviluppo, produzione, guadagno) si scontreranno con quelle della demografia e della formazione di masse imponenti di lavoratori.

Formazione

E allora diamo un’occhiata prospettica anche a questo tema, che con tutta evidenza diventerà cruciale per la vita di milioni di individui.

Innanzitutto l’Unione Europea – ben consapevole del problema – ha un occhio di riguardo su istruzione e formazione professionale, con programmi ad esse dedicate (fonte: Europarlamento): onestamente la “strategia Europa 2020”, per quanto encomiabile, non sembra all’altezza delle sfide tratteggiate sopra e in Italia – dove il problema è particolarmente acuto – il problema rimane insoluto malgrado le esplicite denunce.

Gli attuali percorsi di istruzione e formazione, infatti, non sembrano rispondere alle esigenze delle persone né a quelle delle imprese. Lo testimoniano i dati dell’indagine Excelsior che, tra le altre cose, denuncia il rischio della carenza di profili professionali adatti a rispondere alle esigenze del futuro del mercato del lavoro italiano.

Lo testimoniano anche i dati sugli abbandoni scolastici degli studenti italiani ancora lontani dai benchmark europei (19,3% in Italia contro l’obiettivo di Lisbona del 14,8%), nonché quelli su forme più o meno marcate di disadattamento scolastico. Dati che sollevano più di un sospetto sulla bassa attrattività per i giovani dei contenuti e delle modalità degli apprendimenti promossi nelle scuole, vuoi perché incapaci di comunicare con il destinatario vuoi perché spogliati di qualsiasi proiezione realistica sull’inserimento lavorativo. […] le proiezioni al 2020 sulla domanda e offerta di lavoro evidenziano che il nostro Paese rischia di farsi trovare impreparato ai prossimi cambiamenti del mercato del lavoro. Sul primo versante, la domanda di lavoro, le ricerche del Centro europeo per lo Sviluppo della Formazione Professionale (CEDEFOP) esprimono la chiara tendenza verso una economia della conoscenza e dei servizi, che avrà bisogno di lavoratori sempre più qualificati.

Nel 2020 l’economia europea domanderà il 31,5% di occupati con alti livelli di istruzione e qualificazione, il 50% con livelli intermedi mentre i posti di lavoro per i soggetti con bassi livelli di qualificazione crolleranno dal 33% del 1996 al 18,5%. (Fonte: Commissione di studio e di indirizzo sul futuro della formazione in Italia)

L’Italia sembra avere imboccato strade diverse, rinunciando a finanziare adeguatamente la ricerca, con un sistema scolastico molto peggiorato nel tempo che non prepara adeguatamente i giovani e con alti tassi di dispersione scolastica: il lettore interessato troverà molti articoli su questi temi qui su HR.

Istituzioni

Ed eccoci alla fine di un percorso. La formazione dei cittadini, capaci di adeguarsi alle esigenze del mercato evitando drammatiche disuguaglianze, è compito delle istituzioni pubbliche, come le politiche energetiche, come quelle rurali e molte altre di cui abbiamo parlato nella precedente puntata. Ma anche le istituzioni, in quanto “prodotto sociale”, evolvono, cambiano, si adattano e non sempre approdano alla migliore condizione per decidere al meglio, e tempestivamente, le politiche pubbliche necessaria per la propria comunità. Quello che occorre, nel terzo millennio, è un governo FLAT Schermata 2016-03-06 alle 11.21.31(Flatter, Agile, Streamlined, Tech-enabled, secondo la definizione del World Economic Forum nel suo documento The Future of Government). Questa idea propone una governance (ciò che viene sintetizzato sotto la prima parte della sigla FLAT) di tipo partecipativo che alcuni autori hanno già argomentatamente criticato come scarsamente possibile nel mondo complesso (ne abbiamo ampiamente parlato su HR).

Analoghe proposte (coinvolgimento dei cittadini, governo come semplice facilitatore nella distribuzione dei servizi, etc.) sono presenti nei rapporti di diversi think tank specie di area anglofona, per esempio in Future of Government di PWC) che vagheggia un “nuovo capitalismo” propositore di economie locali sostenibili, e in Gov2020: A Journey into the Future of Government di Deloitte e altri. Tutto molto ottimistico. L’evidenza mostra una storia assolutamente diversa, di scarsa possibilità reale di partecipazione dei cittadini, di predominio di gruppi di potere non sempre espliciti, di differenze irriducibili nelle forme di governo anche entro comunità retoricamente indicate come omogenee (per esempio entro l’Unione Europea) e, soprattutto, differenze al limite del conflitto fra Paesi “liberali”, Paesi “autoritari”, Paesi teocratici.

Queste ultime differenze sono altamente significative perché il futuro del mondo (controllo demografico, accesso alle risorse, riduzione delle disuguaglianze e tutto quanto visto fin qui) non può che essere armonico, concordato, guidato da una regia unica.  Impossibile progredire da soli, impossibile governare i processi in ambiti ristretti in un mondo che distribuisce i problemi e gli errori (le conseguenze delle guerre, le conseguenze dell’inquinamento, le conseguenze della povertà sono globali anche quando le cause sono locali). Ma, come detto, il potenziale fallimento dei vecchi governi occidentali di fronte alle veloci e imponenti sfide dei prossimi anni è sotto gli occhi di tutti.

Recentemente Akhilesh Pillalamarri, a partire da considerazioni sull’impossibile coniugazione fra democrazie liberali e teocrazie islamiste, si interroga sui possibili sviluppi di governi “vincenti” rispetto alle sfide di cui abbiamo parlato:

The problem with democracy in the long run is that it will always be hijacked by people with an agenda or special interests simply because it is impossible for hundreds of millions of people to directly participate in the government. Groups with money, power, or influence easily sway governmental policies by claiming to be doing the “will of the people.” This trend has become especially pronounced over the past few decades in countries as different as the United States and India. In a country with multiple interest groups and multiple cultures like India, it is very hard to get anything done without protests, despite best intentions. What is to be done when a country cannot experience good governance because individuals and groups within it hide behind the plutocratic shield of electoral democracy? There is an answer to this question from Asia, though it is much maligned in the West. It is a system of governance that avoids both the pitfalls of totalitarianism, North Korea style, and the dysfunctionalism seen in modern American politics. The concept of semi-liberal autocracy is not new nor is it unique to Asia — many 18th and 19th century Enlightenment European states were also organized on such lines. In short, this method of governance and development amounts to rule by an oligarchy that fills its ranks with technocrats or knowledgeable individuals that can dominate the system, whatever its formal constitutional structure: monarchy (Victorian Britain, Meiji Japan), aristocratic alliance (the United Arab Emirates, essentially), republic (the Founding Fathers of the United States), or a single-party state like China. Decisions are made and implemented at the highest level with relatively little outside interference but at the same time, people are free to go about their daily lives without the state constantly breathing down their necks. (Fonte: The Future of Government: What We Can Learn from Asia, “The Diplomat”, 19 Giugno 2015).(Nota mia: non trovo corretto l’inserimento di un testo non tradotto)

L’idea che il modello cinese – così poco conosciuto e molto ideologicamente equivocato – possa diventare un modello di efficacia democratica anche in Occidente è sostenuto da diversi commentatori, come per esempio Daniel A. Bell sull’AtlanticEric X. Li sul New York Times e altri. In questo momento non sto prendendo parte: ciò che sto riferendovi, in conclusione a questo paragrafo, è che ciò che servirebbe – così ben descritto idealisticamente dai primi think tank citati, auspicato dall’Unione Europea, eccetera – pare difficilmente raggiungibile, in tempi ragionevoli e con efficacia, dalle forme di governo occidentali basate su un concetto di democrazia liberale che aveva ragion d’essere – e possibilità di dispiegare i suoi effetti – nel secolo breve, come tale velocemente passato, e che immaginare nuove forme di democrazia guardando a come sviluppano altre forme di governo non è vietato, non è un tabù nella più acclamata delle democrazie liberali dell’Occidente. Discuterne, comunque la si pensi, è diventato urgente.

Tentiamo una conclusione

La conclusione a queste due puntate di sguardi veloci nel nostro possibile futuro dipende molto dal personale livello di ottimismo di ciascuno. Si possono cercare altre e diverse fonti, si può calcare la mano su questi fattori o su altri, ma è difficile sottrarsi all’idea di un imminente punto di svolta nella condizione umana.

Un numero enorme e crescente di individui che lotterà per l’accesso alle risorse, per l’acqua e il cibo, lottando contro condizioni climatiche sempre più avverse; migrazioni bibliche; cambiamenti dei confini nazionali; guerre. Ma anche sviluppo scientifico e tecnologico, miglioramento delle pratiche mediche, possibilità di vite più lunghe e interessanti… per alcuni. Non per tutti.

Comunque la pensiate credo il futuro riservi aspre disuguaglianze nel globo, sia fra Paesi diversi sia internamente ai Paesi (sul tema troverete diversi articoli qui su HR): le disuguaglianze potranno essere stemperate, se non risolte, solo con governi capaci di cambiare, adattarsi, integrarsi fra loro, anche immaginando forme differenti di governance, di accesso dei meritevoli alle cariche decisionali, di distribuzione delle risorse.

Questi cambiamenti, se mai ci saranno, serviranno presto, perché veloce sta arrivando il punto di non ritorno, e purtroppo è difficile immaginare di cambiare, tutti noi, nell’arco di questa generazione e della prossima, in maniera così epocale e condivisa. E, se volete, è questo il vero nocciolo del mio personale pessimismo.

Economia, Politica e Società

Quando tutto il lavoro lo faranno le macchine, noi come passeremo il tempo?

Sorgente: Quando tutto il lavoro lo faranno le macchine, noi come passeremo il tempo? 31 Agosto 2015 dc.

Interessante articolo, a parte la citazione di testi in inglese senza traduzione e un’affermazione circa i “peggiori comunisti”

Jàdawin di Atheia

Economia, Politica e Società

Qualche verità scomoda sui dati del mercato del lavoro « Hic Rhodus

Sorgente: Qualche verità scomoda sui dati del mercato del lavoro « Hic Rhodus 2 Settembre 2015 dc

Cultura, Economia, Politica e Società

Eduardo Galeano

Dalla newsletter del 20 Aprile 2015 dc di www.puntorossoblog.com (da me corretta oggi 24 Novembre 2015 dc di alcuni errori, in alcuni casi avventurosamente interpretando quanto scritto):

Eduardo Galeano

come metafora della cultura critica, necessaria ai movimenti antisistemici. Con alcune considerazioni finali sul ruolo del Forum Sociale Mondiale.

di Giorgio Riolo

Ci sono opere e persone che, al di là del valore intrinseco, grande o piccolo, non importa, svolgono un ruolo formidabile nel contesto storico in cui sorgono. Diventano metafore di un moto storico, di un cammino in corso.

Diciamo subito che il valore letterario e di contenuti degli scritti di Galeano era veramente grande. Fossero libri o i suoi tipici folgoranti pezzi giornalistici egli mostrava quale forza si può celare nella penna, se la si sa usare e a qual fine usarla.

Sciascia ricorreva a questa metafora della penna come spada, pensando al suo ruolo di scrittore e di intellettuale. Impensabilmente coincidente con quello che l’analfabeta bracciante siciliano riteneva a proposito del valore, dell’importanza della cosa scritta. Ma oggi con il minimalismo, la ciarlataneria chiassosa, le parole in libertà, in ogni dove (la falsa democrazia del Twitter, Facebook e minchiate varie), tutto ciò assume distanza, alterità omerica, biblica.

La cultura, la letteratura, la grande arte non cambiano il mondo, sicuramente. Ma è sacrosanto che esse contribuiscano a preparare, a invogliare, a spingere gli esseri umani a “desiderare” un altro mondo, a cambiare la propria vita e la vita quindi dei gruppi associati. L’antropologia culturale viene prima della politica, sostanzia la politica e la spinge in avanti. Non al contrario, come taluni bonzi si ostinano a pensare e a praticare. Il risultato necessario, di causa ed effetto, come il giorno segue alla notte, è inevitabilmente la malapolitica.

Molti della mia generazione, tra la fine degli anni sessanta e gli anni settanta, avevano come uno dei retroterra di formazione il cosiddetto terzomondismo, allora spesso declinato come visione manichea di bene e di male, dislocati spazialmente, centro e periferie, Nord e Sud, mondo sviluppato e mondo sottosviluppato (il terzo mondo) ecc. Poi immediatamente aggiornato, una volta considerato che la dinamica si riproduceva all’interno degli stessi centri sviluppati e all’interno delle periferie stesse (ricchi e poveri, padroni e salariati, classi dominanti e classi subalterne ecc.).

Ma una cosa è certa. Il terzomondismo costituiva allora la forma ingenua, ma fondamentale, indispensabile, del pensare che la storia dell’umanità è la globalizzazione-mondializzazione, accelerata in modo impressionante dal sorgere del capitalismo e dalla sua prorompente, irrefrenabile vocazione a espandersi e a occupare i quattro angoli del pianeta. Che il sistema è mondiale immediatamente e non per astrazione. Che occorreva il “pensiero planetario” (Ernesto Balducci) come grado minimo, come primissima base, per un discorso serio e sensato sul mondo. Che tutto cambia a misura della prospettiva con cui si guarda il mondo.

E così si cercava di sfuggire all’eurocentrismo, al colonizzatore e all’imperialista che era in noi (e molta sinistra questo non lo faceva) e si cercava di guardare il mondo “dal rovescio della storia” (Teologia della Liberazione). Di guardare con gli occhi dei popoli vessati, depredati, umiliati dal colonialismo prima e dall’imperialismo poi. Tutto cambia, ripetiamo.

Opere come “Le vene aperte dell’America Latina” del 1971, prima, e in seguito le tre parti di “Memoria del fuoco” (apparse tra il 1982 e il 1986), vennero ad aggiungersi al breviario minimo di questo pensiero planetario di cui avevamo bisogno, che avidamente cercavamo. Così come i tanti interventi, articoli e saggi, inconfondibili, che il fine letterato-intellettuale e attivista ci ha offerto fino alla fine dei suoi giorni.

Latinoamericano come prima sostanza e radice, come prima attenzione, come un entomologo che scruta il brulicare della propria gente, che scruta la microstoria, la vita quotidiana, i recessi della storia, così spesso trascurati, ma che sa collegare la sua prospettiva latinoamericana, la sua realtà, alla prospettiva mondiale. Che sa collegare la microstoria e la vita quotidiana alla macrostoria, alla politica, alle dinamiche più vaste. Alle lotte necessarie in America Latina e nel mondo. Poiché la concezione della penna come spada implica sempre mettersi in gioco, agire, collaborare con altri gruppi umani, con partiti, con gruppi, con movimenti sociali affinché qualcosa cambi. Altrimenti ci si limita a scrivere libri, ci si rifugia nel piccolo narcisismo dell’intellettuale, anche se raffinato.

Il ricordo, la perdita di Eduardo Galeano ci impone di fare alcune modeste, non peregrine, considerazioni sui movimenti antisistemici.

Altri hanno scritto e scriveranno molto e bene su di lui.

Recentemente, concluso il Fsm (Forum Sociale Mondiale) di Tunisi del 2015, Roberto Savio, un giornalista-saggista molto attivo nel movimento altermondialista, uno dei fondatori del Fsm, ha scritto un intervento critico, una sorta di bilancio dello stesso Fsm dopo 15 anni di esistenza. Di bilanci ne abbiamo fatti nel passato in vari scritti e interventi. Qui ripetiamo solo alcuni spunti.

Anche se con le sue parole, Savio riprende nel suo articolo la vecchia questione delle due anime del Fsm e quindi del movimento altermondialista. Da una parte, per utilizzare la metafora di un altro fondatore del Fsm, François Houtart, il Forum è una sorta di “Woodstock sociale” (il Fsm come “spazio aperto”, come luogo di ritrovo e di messa in comunicazione dei tanti attori mondiali contro il neoliberismo), dall’altra è una sorta di Internazionale in cui organizzarsi e in cui assumere direttive, vincolanti per gli stessi attori, per contrastare il neoliberismo e il capitalismo e le sue dinamiche, opprimenti popoli, ambiente, diritti ecc.

Queste due anime rimangono e condizionano e hanno condannato il Fsm nel tempo, dall’iniziale forza e rilevanza mondiali, fino al marzo 2003 (“la seconda potenza mondiale” secondo The New York Times e la retorica e metafisica di cui dicevo in un mio precedente articolo), alla attuale relativa irrilevanza. Come dice Samir Amin, le lotte decisive nel mondo ormai si svolgono fuori dal Fsm. Come afferma Savio, non c’è osmosi tra Fsm e mondo. Non è investita nel suo processo l’intera società civile globale. Alla quale appartengono, aggiunge Emir Sader, anche i partiti e le formazioni, partitiche e di movimento, sostanziate di materiale umano che lotta, pensa, si istruisce, agisce contro il sistema. Superando il rituale autoreferenziale dei Fsm, con i ripetitivi seminari, workshops, di edizione in edizione, mentre fuori nel mondo infuriano guerre, conflitti, crisi climatica, emergenze sociali, ambientali, democratiche ecc.

Savio incentra molto il suo discorso sul ruolo del Consiglio Internazionale del Fsm. Il suo ruolo si è ridotto a quello del “facilitatore” e non quello, indispensabile, che miri a creare visione e strategia. Che miri ad avere un minimo di “verticalità”, di organizzare, senza venir meno alla “orizzontalità” delle pratiche e delle procedure.

Aggiungo solo, rispetto al discorso di Savio, che molto ruolo nel Fsm e nel Consiglio Internazionale hanno le élite mondiali, spesso europee e Usa, ma non solo, che possono pagarsi viaggi e soggiorni, soprattutto organismi come Ong ecc., che dispongono di molti mezzi. I movimenti sociali di Asia, Africa e America Latina, ciascuno costituito da milioni, e non migliaia, di aderenti spesso non dispongono dei mezzi necessari, non dico per essere presenti al Consiglio Internazionale, ma anche semplicemente per inviare un delegato a partecipare a una qualche edizione del Fsm.

Un solo episodio, come testimonianza personale, per tornare a Galeano e per concludere.

Al Fsm di Porto Alegre 2005, il quinto della serie, un gruppo di 19 intellettuali, strettamente legati al movimento altermondialista, tra i quali Galeano, Saramago, Amin, Houtart, Ramonet, Savio, Walden Bello, Aminata Traorè, Perez Esquivel, Petrella, Wallerstein, Frei Betto e altri, firmarono un testo, passato come “Manifesto di Porto Alegre”, contenente alcune affermazioni di principio e l’indicazione di 12 punti come programma minimo del movimento altermondialista. Per prendere seriamente di petto la questione “un altro mondo è possibile”, oltre la retorica e l’autonarrazione gratificante di cui sopra. I punti erano semplici indicazioni di lavoro, non direttive del Consiglio Internazionale. Ma erano punti precisi.

La reazione di tanti, non tutti fortunatamente, piccoli leaderini di movimento, di Ong ecc., tra i quali molti italiani, autoreferenziali i più, è stata stizzita. Si trattava di discutere, magari di proporre variazioni, integrazioni e via dibattendo. Ma la cosa è stata interpretata come ingerenza, come violazione della Carta dei Principi del Fsm, come lesa maestà democratica e via movimentando.

È l’usuale invocazione della democrazia quando non si hanno argomenti veri, coerenti, e si elude la vera questione: come essere efficaci e antisistemici veramente. Non a parole, una volta raggiunta e superata la soglia iniziale della presa di coscienza, della cultura e del sapere del movimento, della delegittimazione del sistema, della sottrazione del consenso. Per tentare di cambiare veramente le cose.

E in ciò concorrono le parole e le idee, la penna appunto, come quella di Galeano, e la lotta quotidiana, la politica e il movimento contro le brutture del mondo, altrimenti chiamate neoliberismo, capitalismo, imperialismo, razzismo, sessismo ecc.

La difficile, faticosa, necessaria sintesi di sempre.

Economia, Politica e Società

A volte ritornano…

di Dino Erba, 14 Luglio 2014 dc

A volte ritornano…

Delocalizzazioni, un altro mito che crolla (ma gli imbecilli restano!)

FINALMENTE, ANCHE IL CORRIERONE ha scoperto il reshoring, ovvero il rientro delle imprese italiane delocalizzate in Paesi «emergenti», in particolare la Cina (1). Il fenomeno del reshoring è ormai massiccio – è in corso almeno dal 2008 – e riguarda oltre all’Italia i principali Paesi industrializzati, a partire da USA e Ger- mania (2).

Le delocalizzazioni avevano dato la stura alle chiacchiere di molti sinistri cialtroni.

Incapaci di vedere oltre la punta del proprio naso, costoro cianciarono di nuovi orizzonti per il capitalismo, ipotizzando che alla crisi in Occidente corrispondesse lo sviluppo in Oriente. Sorvolo sull’incongruenza di tale ipotesi…

Le delocalizzazioni furono stimolate da motivi molto contingenti (e di meschino orizzonte): bassi salari, assoluta flessibilità del lavoro e favorevoli condizioni normative, soprattutto in campo fiscale. In poche parole: molto sfruttamento e poche tasse.

Ma non è tutto oro ciò che luccica. Il capitale pretende l’oro vero.

Passato il primo entusiasmo, saltarono fuori le magagne: le infrastrutture, dai trasporti alle telecomunicazioni, sono del tutto carenti. Magari c’è anche da far i conti con le mafie locali … Bisogna poi considerare la qualità del lavoro, o meglio il know-h0w, che non si improvvisa dall’oggi al domani, è il frutto di decenni, se non di secoli, di una diffusa attività industriale.

Last but not least, le produzioni che le imprese italiane hanno delocalizzate, per es. in Cina, sono in gran parte destinate a tornare in Patria o in Paesi occidentali, dove si trovano a competere con merci analoghe prodotte dalle industrie cinesi, altrettanto a basso costo e altrettanto scadenti. Venuto meno l’originario differenziale competitivo, il gioco non vale la candela. Tanto più che le recenti «riforme» del lavoro hanno notevolmente abbassato i costi di produzione anche in Italia e nei Paesi di vecchia industrializzazione. Mantenendo, e spesso implementando, tutti i vantaggi acquisiti in termini di know-h0w.

Non solo. Alla base del reshoring c’è un altro fattore altrettanto importante, se non di più.

L’attuale crisi del modo di produzione capitalistico sta sconvolgendo tutti gli assetti di economia politica che, nel corso del Novecento, si erano faticosamente stabiliti nei Paesi capitalisti degni di questo nome (il cosiddetto modello keynesiano- fordista). Attualmente il furioso abbattimento dei costi di produzione, che vede prevalere l’estorsione di plusvalore assoluto rispetto al plusvalore relativo, è accompagnato da una crescente polarizzazione della ricchezza (indice di Gini), cui corrisponde, per «legge» di mercato, la predominanza delle merci di lusso, la cui produzione non può certo essere delocalizzata in aree poco affidabili.

LA CINA NON REPLICA L’INGHILTERRA

Per quanto riguarda la critica dell’economia politica (cui è sempre bene attenersi), il reshoring conferma che la «Cina non replica l’Inghilterra», come affermò e sostenne Silvio Serino, in tempi non sospetti (3). Prima che la crisi del modo di produzione capitalistico scoppiasse con tutto il suo impeto (autunno 2008), nonostante i sintomi fossero ormai evidenti, i soliti apologeti del capitale non solo contestavano l’eventualità di una crisi, ma prospettavano per il capitalismo un radioso futuro, ancorché turbolento, grazie al decollo dei cosiddetti BRICS, ovvero i Paesi capitalisti emergenti (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica).

Ancor prima che la dura realtà balzasse agli onori della cronaca ho avuto occasione di descrivere le acque tempestose in cui navigano i BRICS (per inciso, mi rifiuto di annoverare la Russia tra i possibili Paesi emergenti!).

Queste considerazioni conducono a una questione assai cruciale, con la quale sarebbe op- portuno confrontarsi: il capitalismo cresciuto in serra calda genera mostri. Su cui mi soffermo, seppur brevemente, nel mio Quale rivoluzione comunista oggi (4).

Offenbach, 14 luglio 2014.

1 DARIO DI VICO, In Cina non trovano la qualità e le fabbriche tornano in Italia, «Corriere della Sera», 5 luglio 2014.

2 Vedi CLASH CITY WORKERS, Dove sono i nostri. Lavoro, classe e movimenti nell’Italia della crisi, La Casa Usher, Lucca, 2014, p. 35.

3 SILVIO SERINO, La Cina non replica l’Inghilterra, in AA. VV., Pericolo giallo o tigre di carta. Perché la Cina ci interessa, Atti del Convegno, Torino, Cascina Marchesa, 27 ottobre 2007, PonSinMor, Gassino (Torino), 2008.

4 DINO ERBA, Quale rivoluzione comunista oggi. Problemi scottanti del nostro movimento, All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2014, p. 11.

Politica e Società, Varie: attualità, costume, stampa etc

I francesi saranno pagati per andare in bici al lavoro – Repubblica.it

I francesi saranno pagati per andare in bici al lavoro – Repubblica.it. 10 Marzo 2014 dc. Proprio come da noi!

Politica e Società

Manifesto contro il lavoro

Sono venuto a conoscenza di questo importante articolo perché segnalatomi da un compagno, inserito nel blog Nutopia, a hippie dream il30 Aprile 2013 dc, in realtà l’articolo compare, in italiano, (originariamente?) nel sito/blog in lingua tedesca Krisis fin dal 31 Dicembre 1999 dc:

Manifesto contro il lavoro

1. IL DOMINIO DEL LAVORO MORTO

Un cadavere domina la società: il cadavere del lavoro. Tutte le potenze del pianeta si sono alleate per difendere questo dominio: il Papa e la Banca mondiale, Tony Blair e Joerg Haider, D’Alema e Berlusconi, sindacati e imprenditori, ecologisti tedeschi e socialisti francesi. Tutti costoro conoscono soltanto una parola d’ordine: lavoro, lavoro, lavoro!

“Ognuno deve poter vivere del proprio lavoro: questo è il principio enunciato. Da questo discende che la condizione per poter vivere è il lavoro, e che non esiste il diritto di vivere se non si adempie a tale condizione”.

Johann Gottlieb Fichte, Fondamenti del diritto naturale secondo i principi della dottrina della scienza, 1797

Chi non ha ancora del tutto disimparato a pensare, si rende facilmente conto che questa posizione è del tutto infondata. Infatti la società dominata dal lavoro non sta vivendo una crisi passeggera, ma si scontra con i suoi limiti assoluti. In seguito alla rivoluzione microelettronica, la produzione di ricchezza si è sempre più separata dall’utilizzo di forza-lavoro umana, e in una misura tale che fino a pochi decenni fa era immaginabile soltanto nei romanzi di fantascienza. Nessuno può seriamente affermare che questo processo possa fermarsi o addirittura essere invertito. La vendita della merce “forza-lavoro” sarà nel ventunesimo secolo tanto ricca di prospettive quanto nel ventesimo la vendita di diligenze. Ma chi in questa società non riesce a vendere la sua forza-lavoro è considerato “superfluo” e finisce nelle discariche sociali.

Chi non lavora non mangia! Questo cinico principio è tutt’oggi in vigore, e anzi oggi più che mai proprio perchè sta diventando del tutto obsoleto. E’ assurdo: mai la società era stata, fino a questo punto, una società del lavoro come in quest’epoca in cui il lavoro è stato reso superfluo. Proprio nel momento della sua morte, il lavoro getta la maschera e si rivela come una potenza totalitaria, che non tollera nessun altro dio al di fuori di se. Il lavoro determina il modo di pensare ed agire fin nelle minime circostanze della vita quotidiana e nei più intimi recessi della psiche. Non ci si ferma dinanzi ad alcuno sforzo pur di allungare artificialmente la vita all’idolo “lavoro”. L’ossessiva richiesta di “occupazione” offre la giustificazione per accelerare ancora, se possibile, la distruzione delle condizioni naturali della vita, di cui tuttavia si è da tempo consapevoli. Gli ultimi ostacoli alla totale commercializzazione di ogni relazione sociale possono essere spazzati via senza remore se c’è in vista qualche misero “posto di lavoro”. E l’idea che è meglio avere un lavoro “qualsiasi” piuttosto che non averne nessuno è ormai diventata un articolo di fede richiesto a tutti.

Quanto più è evidente che la società del lavoro è veramente giunta alla fine, tanto più violentemente questa viene rimossa dalla coscienza collettiva. Per quanto siano diversi i metodi della rimozione, hanno pur sempre un denominatore comune: il dato di fatto, valido globalmente, che il lavoro si sta rivelando un irrazionale fine in sè, ormai obsoleto, viene ridefinito, con ostinazione maniacale, come il fallimento di individui, imprese o “siti produttivi”. Il limite obiettivo del lavoro deve apparire come un problema soggettivo degli esclusi.

Se per gli uni la disoccupazione è il prodotto di pretese eccessive, di scarso impegno e scarsa flessibilità, gli altri rimproverano ai “loro” manager e politici incapacità, corruzione, avidità o tradimento del “sito produttivo”. (E in fin dei conti sono tutti d’accordo con l’ex-presidente tedesco Roman Herzog: occorre che, per così dire, una “scossa” attraversi il Paese, come se si trattasse di dare nuovi stimoli a una squadra di calcio o nuove motivazioni a un gruppuscolo politico. Tutti devono “in qualche modo” remare più forte, anche se da tempo non ci sono più remi, tutti devono darsi da fare, anche se non c’è più niente da fare, e ci si può dedicare ormai soltanto ad attività insensate). Il sottinteso di questa cattiva novella non si presta ad equivoci: chi nonostante tutto non gode del favore dell’idolo “lavoro” se la deve prendere con sè stesso, e può essere espulso o escluso senza scrupoli di coscienza.

La stessa legge del sacrificio umano vige su scala planetaria. Un Paese dopo l’altro viene maciullato negli ingranaggi del totalitarismo economico e fornisce così sempre quell’unica prova: ha peccato contro le cosiddette leggi di mercato. Chi non “si adatta” senza condizioni, e senza tener conto delle perdite, al corso cieco della concorrenza totale, è punito dalla logica del profitto. Le promesse di oggi sono i falliti di domani. Gli psicotici dell’economia al potere non si lasciano però impressionare nella loro bizzarra concezione del mondo. I tre quarti della popolazione mondiale sono già stati più o meno dichiarati fuori corso. Crolla un “sito

produttivo” dopo l’altro. Dopo i disastrati “Paesi in via di sviluppo” del Sud del mondo, e dopo il capitalismo di Stato a Est, gli studenti-modello di economia di mercato in Estremo Oriente sono a loro volta scomparsi nell’Ade economico. Anche in Europa si sta diffondendo da tempo il panico sociale. I cavalieri dalla trista figura nella politica e nel management continuano però, se possibile ancora più ostinatamente, la loro crociata nel nome del dio “lavoro”.
2. LA SOCIETA’ DELL’APARTHEID NEOLIBERISTA

“Il truffatore aveva distrutto il lavoro, ma si era preso il salario di un lavoratore; ora deve lavorare senza salario, ma lavorando immaginare perfino nella sua cella quali benedizioni siano il successo e il profitto. […] Con il lavoro forzato deve essere educato al lavoro secondo morale come a un libero atto personale”

Wilhelm Heinrich Riehl, Il lavoro tedesco, 1861

Una società basata sull’astrazione irrazionale “Lavoro” sviluppa necessariamente una tendenza all’apartheid sociale, quando la vendita riuscita della merce “forza-lavoro” da regola diventa l’eccezione. Tutte le frazioni del “campo del lavoro”, che comprende tutti i partiti, hanno da tempo accettato silenziosamente questa logica e danno man forte. Esse non mettono più in discussione se settori della popolazione sempre più ampi debbano essere spinti ai margini ed esclusi da ogni partecipazione alla vita sociale, ma soltanto come questa selezione debba essere imposta, con le buone o soprattutto con le cattive.

La frazione neoliberista affida questo sporco lavoro socialdarwinista alla “mano invisibile” del mercato. Le reti di sicurezza sociale vengono smantellate proprio per marginalizzare, il più possibile senza clamore, tutti coloro che non riescono a tenere il passo con la concorrenza. E’ riconosciuto come essere umano soltanto chi appartiene alla ilare Fratellanza dei vincitori della globalizzazione. Come se fosse la cosa più ovvia del mondo, tutte le risorse del pianeta sono usurpate dalla macchina autoreferenziale del capitalismo. Se poi non sono più mobilizzabili con profitto, devono rimanere inutilizzate, anche se vicino a queste risorse intere popolazioni sono ridotte alla fame.

Di questa fastidiosa “immondizia umana” sono chiamate a occuparsi la polizia, le sette che promettono la salvezza nella religione, la Mafia e le mense dei poveri. Negli Stati Uniti, e nella maggior parte degli Stati dell’ Europa centrale, sono ormai rinchiuse in carcere più persone che in qualsiasi normale dittatura militare. E nell’America latina vengono uccisi ogni giorno più “ragazzi di strada” e altri poveri dagli squadroni della morte, in nome dell’economia di mercato, che oppositori ai tempi della più feroce repressione politica. Ormai ai reietti resta soltanto una funzione sociale: quella dell’esempio deterrente. Il loro destino deve pungolare sempre di più tutti quelli che si trovano ancora in corsa nel “gioco dei quattro cantoni” della società del lavoro a combattere per gli ultimi posti, e tenere in movimento frenetico perfino la massa dei perdenti, affinchè non passi loro nemmeno per la testa di ribellarsi contro queste insolenti pretese.

Eppure, anche a prezzo del sacrificio di sè, il “Mondo nuovo” dell’economia totalitaria di mercato prevede per i più soltanto un posto come uomini-ombra in un’economia-ombra. Devono offrire i loro umili servizi come lavoratori a buon mercato, e schiavi democratici della “società dei servizi”, ai vincitori della globalizzazione. I nuovi “lavoratori poveri” possono pulire le scarpe ai businessmen rimasti su piazza, vendere loro degli hamburger contaminati, o fare la guardia ai loro centri commerciali. E chi ha portato il suo cervello all’ammasso, può nel frattempo sognare l’ascesa a imprenditore miliardario.

Nei paesi anglosassoni, questo mondo dell’orrore è già una realtà per milioni di persone, e tanto più nel Terzo mondo e in Europa orientale; e anche a Eurolandia sono decisi a recuperare in fretta le posizioni perdute. I giornali economici, del resto, non fanno più un mistero di come si rappresentino il futuro ideale del lavoro: i bambini, che agli incroci ultrainquinati delle strade puliscono i vetri delle auto, sono il luminoso modello di “iniziativa imprenditoriale” verso il quale sono pregati di orientarsi i disoccupati data l’odierna mancanza di “prestatori di servizi”. “Il modello dominante del futuro è l’individuo come imprenditore della sua forza-lavoro e responsabile della sua sussistenza”, scrive la “Commissione per i problemi del futuro della Baviera e della Sassonia”. E aggiunge: “La domanda di semplici servizi alla persona aumenta tanto più quanto più diminuisce il loro costo, e quindi quanto meno guadagnano i prestatori di servizi”. Se in questo mondo esistesse ancora fra gli uomini l’autostima, questa frase dovrebbe scatenare una rivolta sociale. In un mondo di bestie da soma addomesticate susciterà solo un assenso sconsolato.
3. L’APARTHEID DEL NUOVO STATO SOCIALE

“Un lavoro qualsiasi è meglio di nessun lavoro”

Bill Clinton, 1998, Antonio Fazio, 1999 e Emma Bonino, 2000

“Nessun lavoro è così duro come non lavorare”

Slogan di un manifesto dell’ufficio di coordinamento federale delle iniziative per i disoccupati in Germania, 1998

Le frazioni anti-neoliberiste all’interno del “campo del lavoro” – che comprende tutta la società – possono anche non fare salti di gioia per questa prospettiva, ma proprio per loro è fuori discussione che un uomo senza lavoro non è un uomo. Sono fissate nostalgicamente sul periodo del dopoguerra caratterizzato dal lavoro fordista di massa, e non hanno in mente nient’altro che far rivivere quell’età, ormai passata, della società del lavoro. Lo Stato deve intervenire quando il mercato non funziona più. Bisogna continuare a simulare la presunta normalità della società del lavoro, grazie a “programmi per l’occupazione”, a interventi a favore dei siti produttivi, all’indebitamento e ad altre misure politiche. Questo statalismo del lavoro, ripreso svogliatamente, non ha la minima possibilità di riuscire, ma resta il punto di riferimento ideologico per ampi strati della popolazione minacciati dal degrado. E proprio a causa della sua irrealizzabilità, la prassi che ne risulta è tutt’altro che emancipatrice.

La metamorfosi ideologica del lavoro come “bene raro” nel primo diritto del cittadino esclude di conseguenza tutti i non-cittadini. La logica di selezione sociale non viene dunque messa in discussione, ma soltanto diversamente definita: la battaglia per la sopravvivenza individuale deve essere resa meno spietata grazie a criteri etnico-nazionalistici. L’anima popolare, che nel perverso amore per il lavoro si ritrova, ancora una volta, in una comunità di popolo, grida dal profondo del cuore: “Lo sgobbo italiano agli italiani!”. Il populismo di destra grida ai quattro venti questa sua conclusione. La sua critica alla società della concorrenza, alla fine, significa soltanto la pulizia etnica nelle zone, sempre più ristrette, della ricchezza capitalistica.

Il nazionalismo moderato, d’impronta socialdemocratica o verde, accetta invece i lavoratori da tempo immigrati come indigeni, e vuole addirittura concedere loro la cittadinanza, se fanno la riverenza e si comportano bene, oltre naturalmente a essere inoffensivi al cento per cento. Tuttavia in tal modo può essere ancora meglio legittimata e ancora più silenziosamente messa in pratica l’accentuata esclusione dai confini dei profughi provenienti da Sud e da Est – naturalmente sempre nascosta dietro una valanga di parole come “umanità” e “civiltà”. La caccia all’uomo contro i “clandestini”, che si vogliono impadronire di soppiatto dei posti di lavoro nostrani, non deve lasciare, se possibile, odiose tracce di sangue o di incendi sul suolo nazionale. Per questo esistono la polizia di confine e gli Stati-cuscinetto di Schengenlandia, che sbrigano tutto secondo la legge e il diritto, magari tenendosi lontani dalle telecamere.

La simulazione statale del lavoro è violenta e repressiva di per se, ed è l ‘espressione della volontà incondizionata di tenere ancora in piedi con tutti i mezzi il dominio dell’idolo “lavoro” anche dopo la sua morte. Questo fanatismo della burocrazia del lavoro non lascia in pace neppure – nelle nicchie residuali, e del resto già pietosamente minuscole, dello Stato sociale demolito – gli esclusi, i disoccupati, i disperati e tutti coloro che il lavoro lo rifiutano a ragione. Essi vengono trascinati dagli operatori sociali, e dagli agenti di intermediazione del lavoro, sotto la luce delle lampade da interrogatorio dello Stato, e costretti a una pubblica genuflessione di fronte al trono del cadavere dominante.

Se di fronte a un tribunale di solito vale la regola “in dubio pro reo”, in questo caso l’onere della prova si è rovesciato. Se in futuro non vogliono vivere d’aria o dell’amore cristiano per il prossimo, allora gli esclusi devono accettare qualsiasi lavoro, anche il più sozzo e il più servile, e qualsiasi “misura per l’occupazione”, per quanto assurda, allo scopo di dimostrare la loro disponibilità incondizionata al lavoro. E’ del tutto indifferente se ciò che viene loro dato da fare abbia un senso, sia pur minimo, o se rientri nella categoria dell’assurdità pura e semplice. L’ importante è che rimangano in continuo movimento, affinchè non dimentichino mai secondo quali principi deve consumarsi la loro esistenza.

Prima gli uomini lavoravano per guadagnare denaro. Oggi lo Stato non si tira indietro di fronte ad alcuna spesa purchè centinaia di migliaia di persone simulino il lavoro scomparso in astrusi “stages” e “periodi di formazione”, e si tengano pronti per “posti di lavoro” che però non avranno mai. “Misure” sempre nuove e sempre più stupide vengono inventate soltanto per tenere viva l’illusione che la macchina sociale del lavoro, la quale ora gira a vuoto, possa continuare a girare per l’eternità. Quanto meno ha senso l’obbligo al lavoro, tanto più brutalmente si fa entrare in testa alle persone che chi non lavora non mangia.

Da questo punto di vista, il “New Labour”, e i suoi imitatori sparsi in tutto il mondo, si rivelano perfettamente compatibili con il modello neoliberista della selezione sociale. Grazie alla simulazione dell’ “occupazione”, e al miraggio di un futuro positivo per la società del lavoro, si crea la legittimazione morale a procedere in modo ancora più determinato contro i disoccupati e quelli che rifiutano di lavorare. Nello stesso tempo, le agevolazioni fiscali e le cosiddette “gabbie salariali” abbassano ancora di più il costo del lavoro. E così si favorisce con tutti i mezzi possibili il già fiorente settore del lavoro sottopagato e dei “lavoratori poveri”.

La cosiddetta politica attiva per il lavoro, secondo il modello del “New Labour”, non risparmia neppure i malati cronici e le ragazze-madri con bambini in tenera età. Chi riceve il sostegno dello Stato viene liberato dalla morsa della burocrazia soltanto all’obitorio. L’unica ragione di questa invadenza sta nello scoraggiare il maggior numero possibile di persone dal formulare qualsiasi pretesa nei confronti dello Stato, e di mostrare agli esclusi strumenti di tortura così ripugnanti, da far apparire al confronto una pacchia ogni sia pur miserevole lavoro.

Ufficialmente, lo Stato paternalista agita la frusta sempre e soltanto per amore, e con l’obiettivo di inculcare ai suoi figli “renitenti al lavoro” dei princìpi perchè si facciano strada nella vita. In realtà, le misure “pedagogiche” hanno l’unico ed esclusivo fine di far uscire a bastonate i postulanti da casa. (E quale altro senso dovrebbe avere costringere i disoccupati a raccogliere gli asparagi nei campi, come accade da qualche tempo in Germania? Questi non fanno altro che sostituire i lavoratori stagionali polacchi, i quali accettano un salario da fame soltanto perchè, grazie al cambio favorevole del marco, lo trasformano in un compenso accettabile nel loro Paese. Ma con una misura del genere non si viene in aiuto alle persone costrette a fare simili lavori, nè si apre loro la sia pur minima “prospettiva di lavoro”. E anche per i coltivatori di asparagi, i lavoratori specializzati e i laureati demotivati di cui viene fatto loro grazioso dono non sono altro che una fonte di problemi senza fine. Ma quando, dopo dodici ore di lavoro sul suolo della patria tedesca, all’ improvviso l’idea, davvero grandiosa, di aprire per disperazione un chiosco per la vendita di whrstel non si presenta più al disoccupato in una luce tanto negativa, allora la “spinta alla flessibilità” di origine neobritannica ha prodotto i suoi effetti desiderati.)
4. INASPRIMENTO E SMENTITA DELLA RELIGIONE DEL LAVORO

“Per quanto possa essere volgare e consacrato alla dea Mammona, il lavoro è comunque sempre in rapporto con la Natura. Già soltanto il desiderio di effettuare un lavoro ci guida sempre di più verso la verità e verso le leggi e i precetti della Natura, che sono la verità”.

Thomas Carlyle, Lavorare e non disperare, 1843

Il nuovo fanatismo del lavoro, con il quale questa società reagisce alla morte del suo idolo, è la logica prosecuzione e lo stadio finale di una lunga storia. Dall’epoca della Riforma, tutte le forze propulsive della modernizzazione occidentale hanno predicato la sacralità del lavoro. Soprattutto negli ultimi 150 anni, tutte le teorie sociali e le correnti politiche sono state addirittura possedute dall’idea del lavoro. Socialisti e conservatori, democratici e fascisti si sono combattuti fino all’ultimo sangue, ma per quanto fossero nemici mortali hanno sacrificato insieme all’ idolo “lavoro”. Il verso dell’Inno dei lavoratori dell’Internazionale si legge: “Non c’è posto per gli oziosi”, ha trovato un’eco macabra nell’iscrizione “Il lavoro rende liberi” sopra l’ingresso del lager di Auschwitz. Poi le democrazie pluralistiche del dopoguerra hanno ancora di più fatto solenne giuramento di difendere l’eterna dittatura del lavoro. Perfino la costituzione della cattolicissima Baviera insegna ai cittadini, proprio nel solco della tradizione che viene da Lutero: “Il lavoro è la fonte del benessere del popolo, e si trova sotto la particolare protezione dello Stato”, e il primo articolo della Costituzione dell’Italia, culla del cattolicesimo, recita: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. Alla fine del ventesimo secolo, tutti i contrasti ideologici sono praticamente svaniti nell’aria. In vita è rimasto lo spietato dogma comune che il lavoro è la caratteristica naturale dell’uomo.

Oggi è la società del lavoro stessa a smentire questo dogma. I sacerdoti della religione del lavoro hanno sempre predicato che l’uomo sarebbe, secondo la sua presunta natura, un “animal laborans”. Anzi, diventerebbe un uomo soltanto nel momento in cui, come un tempo Prometeo, sottomette la natura alla sua volontà e si realizza nei propri prodotti. Questo mito del conquistatore del mondo, del demiurgo è certo sempre stato una beffa in rapporto al carattere del moderno processo lavorativo, ma nell’età dei capitalisti inventori come Siemens o Edison, e delle loro corporazioni di lavoratori specializzati, può ancora aver avuto un substrato reale. Ma nel frattempo questo atteggiamento è diventato completamente assurda.

Chi oggi si pone ancora delle domande sul contenuto, il senso e il fine del suo lavoro, impazzisce – o diventa un fattore di disturbo per il funzionamento tautologico della macchina sociale. L’ “homo faber”, orgoglioso del suo lavoro, che prendeva ancora sul serio, sia pure con i suoi limiti quello che faceva, è superato come una macchina da scrivere. L’ ingranaggio deve andare avanti a tutti i costi, e basta. A conferire un senso al meccanismo sono deputati il settore pubblicità, e veri e propri eserciti di animatori e psicologi d’impresa, consulenti d’immagine e trafficanti di droga. Laddove si chiacchiera continuamente di motivazione e creatività, c’è da stare sicuri che non se ne vede l’ombra, o tutt’al più come un autoinganno. Perciò le capacità di autosuggestionarsi, presentarsi e fingere di essere competenti sono considerate tra le virtù principali di manager e lavoratori specializzati, star dei media e contabili, insegnanti e posteggiatori.

Anche l’affermazione che il lavoro è un’eterna necessità imposta agli uomini dalla natura è stata irrimediabilmente screditata dalla crisi della società del lavoro. Da secoli si predica che occorre sacrificare all’idolo del lavoro, se non altro perchè i bisogni non possono essere soddisfatti senza il lavoro e il sudore dell’uomo. E il fine dell’intera organizzazione del lavoro sarebbe proprio la soddisfazione dei bisogni. Se fosse così, una critica del lavoro sarebbe tanto assurda quanto una critica della forza di gravità. Ma com’è possibile allora che una vera “legge della natura” entri in crisi o addirittura scompaia? I portavoce del “campo del lavoro nella società”, dalla iperefficiente donna in carriera neoliberista, al sindacalista ex-trinariciuto, sono a corto di argomenti con la loro presunta natura del lavoro. Come vogliono spiegare, altrimenti, che oggi i tre quarti dell’umanità sprofondano nella miseria perchè la società del lavoro non ha più bisogno del loro lavoro?

Oggi non pesa più sulle spalle degli esclusi la maledizione veterotestamentaria: “Ti guadagnerai il pane con il sudore della fronte”, ma una nuova e ancora più spietata dannazione: “Non mangerai perchè il tuo sudore è superfluo e invendibile”. E questa sarebbe una legge naturale? Non è altro che un principio sociale irrazionale, che sembra una costrizione naturale perchè per secoli ha distrutto e sottomesso ogni altra forma di relazioni sociali, imponendosi come assoluto. E’ la “legge di natura” di una società che si considera “razionale” al cento per cento, ma che in realtà segue soltanto la razionalità del suo idolo del lavoro, e che è pronta a sacrificare ai “vincoli” che questo le impone anche l’ultimo barlume di umanità che le resta.
5. IL LAVORO E’ UN PRINCIPIO COSTRITTIVO SOCIALE

“Perciò l’operaio solo fuori dal lavoro si sente presso di sè; e si sente fuori di sè nel lavoro. E’ a casa propria se non lavora, e se lavora non è a casa propria. Il suo lavoro quindi non è volontario, ma costretto, è un lavoro forzato. Non è quindi il soddisfacimento di un bisogno, ma è soltanto un mezzo per soddisfare bisogni estranei. La sua estraneità si rivela chiaramente nel fatto che non appena viene a mancare la coazione fisica o qualsiasi altra coazione, il lavoro viene fuggito come la peste”.

Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici, 1844

Il lavoro non va in alcun modo identificato con il fatto che gli uomini modificano la natura e hanno relazioni l’uno con l’altro. Fino a quando gli uomini esisteranno, essi produrranno vestiti, nutrimento e molte altre cose, alleveranno i loro figli, scriveranno libri, discuteranno, si dedicheranno al giardinaggio, faranno musica e altro ancora. Ciò è banale e va da se. Non è invece scontato che la semplice attività umana, il puro “dispendio di forza-lavoro”, di cui non si tiene in alcuna considerazione il contenuto, e che è totalmente indipendente dai bisogni e dalla volontà degli interessati, venga elevata a un principio astratto che domina le relazioni sociali.

Nelle antiche società agrarie esistevano molteplici forme di dominio e di dipendenza personale, ma non la dittatura dell’astrazione “lavoro”. Le attività nel processo di trasformazione della natura e nelle relazioni sociali non erano certo autonome, ma neppure sottomesse a un astratto “impiego di forza-lavoro”, ed erano piuttosto inserite in un complesso sistema di regole basato su prescrizioni religiose, tradizioni sociali e culturali con obbligazioni reciproche. Ogni attività aveva il suo particolare tempo e il suo particolare luogo; non esisteva alcuna forma di attività astrattamente universale.

Fu proprio il moderno sistema produttore di merci, con il suo fine in sè dell’incessante trasformazione dell’energia umana in denaro, che fece nascere una particolare sfera, “separata” da qualsiasi altra relazione, astratta da ogni contenuto, quella del cosiddetto lavoro – una sfera di attività eterodiretta, incondizionata, irrelata, meccanica, separata dal resto del tessuto sociale, una sfera che obbedisce a un’astratta razionalità finalistica “aziendale” al di là dei bisogni. In questa sfera separata dalla vita, il tempo cessa di essere tempo vissuto, profondamente sentito; diventa una semplice materia prima, che deve essere utilizzata nel modo migliore: “il tempo è denaro”. Si calcola ogni secondo, ogni visita al bagno diventa un contrattempo, ogni chiacchierata un delitto contro il fine autonomizzato della produzione. Laddove si lavora, si può soltanto impiegare energia astratta. La vita si vive altrove – o non si vive affatto, perchè il ritmo del lavoro impone ovunque la sua legge. Già i bambini vengono allevati a rispettare i tempi al secondo, perchè diventino un giorno “efficienti”. La vacanza serve soltanto alla riproduzione della “forza-lavoro”. E perfino quando si mangia, si festeggia e in Venereis in qualche parte del cervello il cronometro continua a scandire il tempo.

Nella sfera del lavoro non conta che cosa si fa, ma che si faccia qualcosa, dal momento che il lavoro è un fine in sè, proprio perchè realizza la valorizzazione del capitale – l’infinita moltiplicazione del denaro grazie al denaro stesso. Il lavoro è la forma di attività di questa assurda tautologia. Soltanto per questo scopo, e non per ragioni oggettivo, i prodotti sono prodotti in quanto merci. Infatti soltanto in questa forma rappresentano l’astrazione “denaro”. In questo consiste il meccanismo di quella macchina sociale autonomizzata, di cui l’umanità moderna è prigioniera.

E proprio per questo il contenuto della produzione è indifferente tanto quanto l’uso delle cose prodotte, e le loro conseguenze sociali e naturali. Che si costruiscano case o si producano mine antiuomo, che si stampino libri o si coltivino pomodori transgenici, che in conseguenza di ciò uomini si ammalino o l’aria sia inquinata o che “soltanto” il buon gusto vada a farsi friggere – tutto questo non importa niente, purchè, in un modo o nell’altro, la merce si trasformi in denaro e il denaro in nuovo lavoro. Che la merce richieda un uso concreto, foss’anche distruttivo, è per la razionalità imprenditoriale un dettaglio trascurabile, visto che il prodotto vale soltanto in quanto portatore di lavoro passato, cioè di “lavoro morto”.

L’accumulo di “lavoro morto” come capitale, rappresentato nella forma-denaro, è l’unico “senso” che conosce il moderno sistema di produzione dei beni. “Lavoro morto”? Un’assurdità metafisica! Si, ma una metafisica diventata realtà concreta, un’assurdità “oggettivata” che tiene questa società in una morsa d’acciaio. Nell’eterno comprare e vendere, gli uomini non sono in rapporto di scambio reciproco come esseri coscienti che vivono in società, ma come automi sociali che eseguono soltanto il fine a se stesso loro prestabilito.
6. LAVORO E CAPITALE SONO LE DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA

“Il lavoro ha sempre di più dalla sua tutta la buona coscienza: l’ inclinazione alla gioia si chiama già “bisogno di ricreazione” e comincia a vergognarsi di se stessa. “E’ un dovere verso la nostra salute”, si dice, quando si è sorpresi durante una gita in campagna. Anzi, si potrebbe ben presto andare così lontano da non cedere all’inclinazione alla vita contemplativa (vale a dire all’andare a passeggio, con pensieri e amici), senza disprezzare se stessi e senza cattiva coscienza”.

Friedrich Nietzsche, La Gaia Scienza, 1882.

La sinistra politica ha sempre venerato il lavoro con particolare zelo. Non soltanto ha elevato il lavoro a essenza dell’uomo, ma ne ha anche fatto, in maniera mistificante, il presunto principio opposto a quello del capitale. Per la sinistra lo scandalo non era il lavoro, ma soltanto il suo sfruttamento da parte del capitale. Perciò, il programma di tutti i “Partiti dei lavoratori” fu sempre la “liberazione del lavoro”, e non la “liberazione dal lavoro”. La contrapposizione sociale tra capitale e lavoro è però soltanto la contrapposizione di diversi (anche se diversamente potenti) interessi all’interno del fine tautologico del capitalismo. La lotta di classe fu la forma nella quale questi interessi contrapposti si scontrarono sul comune terreno sociale del sistema produttore di merci. Fu un elemento interno alla dinamica di valorizzazione del capitale. Non importa se la battaglia fu combattuta per i salari, i diritti, le condizioni di lavoro o i posti di lavoro; il suo cieco presupposto rimase sempre il dominio del lavoro con i suoi irrazionali principi.

Dal punto di vista del lavoro, il contenuto qualitativo della produzione è altrettanto trascurabile quanto dal punto di vista del capitale. Quel che interessa, è unicamente la possibilità di vendere nella maniera ottimale la forza-lavoro. Non è in gioco la determinazione comune del senso e del fine del proprio fare. Se mai c’è stata la speranza di poter realizzare una simile autodeterminazione della produzione nelle forme del sistema produttore di merci, le “forze lavorative” si sono tolte questa illusione dalla testa da gran tempo. Ormai si tratta soltanto di “posti di lavoro”, di “occupazione”, e già questi concetti dimostrano il carattere di fine a se stesso tipico dell’intera baracca, e lo stato di minorità degli interessati.

Che cosa si produce, a quale scopo e con quali conseguenze, è in fin dei conti altrettanto indifferente per il venditore del bene forza-lavoro quanto per il suo acquirente. I lavoratori delle centrali nucleari e degli impianti chimici protestano più di tutti gli altri quando si vogliono disinnescare le loro bombe a orologeria. Gli “occupati” di Volkswagen, Ford o Fiat sono i più fanatici sostenitori del programma di suicidio automobilistico. Ciò non accade semplicemente perchè essi si devono obbligatoriamente vendere per “avere il diritto” di vivere, ma perchè si identificano effettivamente con la loro limitata esistenza. Sociologi, sindacalisti, parroci e altri teologi di mestiere della “questione sociale” vedono in tutto ciò una prova del valore etico del lavoro. Il lavoro forma la personalità, dicono. A ragione. Il fatto è che forma la personalità di zombie della produzione di merci, che non riescono più a immaginarsi una vita al di fuori del loro amatissimo sgobbo, al quale loro stessi, giorno dopo giorno, sacrificano tutto.

Ma se la classe lavoratrice, in quanto classe lavoratrice, non è mai stata l’antagonista del capitale nè il soggetto dell’emancipazione umana, i capitalisti e i manager, da parte loro, non governano la società in base a una maligna volontà soggettiva di sfruttare gli altri. Nel corso della storia, nessuna casta dominante ha mai condotto una vita così dipendente e misera come quella dei manager, sempre sotto pressione, di Microsoft, Daimler-Chrysler o Sony. Qualsiasi feudatario medievale avrebbe profondamente disprezzato queste persone. Infatti, mentre essi potevano abbandonarsi all’ozio e dissipare, più o meno orgiasticamente, le loro ricchezze, le élites della società del lavoro non possono concedersi nessuna pausa. Usciti dal “gabbio”, sanno soltanto ridiventare infantili; l’ozio, il piacere della conoscenza e il godimento dei sensi sono loro tanto estranei quanto al loro materiale umano. Essi stessi non sono altro che schiavi dell’ idolo “lavoro”, semplici élites funzionali all’irrazionale fine in sè della società.

L’idolo dominante sa come imporre il suo volere senza soggetto grazie alla “costrizione silenziosa” della concorrenza, alla quale anche i potenti devono piegarsi, soprattutto se gestiscono centinaia di fabbriche e spostano da un punto all’altro del pianeta somme astronomiche. Se non lo fanno vengono messi da parte senza tanti complimenti, proprio come succede alla “forza-lavoro” in sovrappiù. Ma è proprio la loro condizione di irresponsabilità a rendere i funzionari del capitale tanto pericolosi, non la loro volontà soggettiva di sfruttare. Meno di chiunque altro essi possono interrogarsi sul senso e sulle conseguenze della loro continua attività, nè si possono permettere di avere sentimenti e di nutrire riserve. Per questo chiamano realismo devastare il mondo, imbruttire le città e far precipitare nella povertà gli uomini in mezzo alle ricchezze.
7. IL LAVORO E’ DOMINIO PATRIARCALE

“L’umanità ha dovuto sottoporsi a un trattamento spaventoso, perchè nascesse e si consolidasse il Sè, il carattere identico, pratico, virile dell’uomo, e qualcosa di tutto ciò si ripete in ogni infanzia”.

Max Horkheimer/Theodor Adorno, “Dialettica dell’illuminismo”

Sebbene la logica del lavoro e della sua trasformazione in denaro vi tenda, non tutti gli ambiti sociali e tutte le attività necessarie si lasciano rinchiudere in questa sfera del tempo astratto. Perciò, insieme con la sfera “separata” del lavoro è nata, in un certo qual modo come il suo rovescio, anche la sfera della famiglia e dell’intimità.

In questo settore, definito come “femminile”, restano quelle numerose e ricorrenti attività della vita quotidiana che non si lasciano, o soltanto eccezionalmente, trasformare in denaro: dal fare le pulizie al cucinare, passando per l’educazione dei bambini e la cura degli anziani, fino al “lavoro amoroso” della tipica casalinga, che accudisce il suo marito lavoratore, spremuto come un limone, e gli fa “fare il pieno di sentimenti”. La sfera dell’intimità, come rovescio del lavoro, viene perciò trasfigurata dall’ideologia della famiglia borghese come il rifugio della “vita

autentica” – anche se per lo più diventa invece un inferno entro quattro mura. Si tratta appunto non di una sfera della vera vita, degna di essere vissuta, ma di una altrettanto limitata e ridotta forma dell’esistenza, cui viene soltanto invertito il segno. Questa sfera è in sè stessa un prodotto del lavoro, certo da questo separata, e tuttavia esistente soltanto in rapporto con il lavoro. Senza lo spazio sociale separato delle attività “femminili”, la società del lavoro non avrebbe mai potuto funzionare. Questo spazio è il suo silenzioso presupposto e nello stesso tempo il suo risultato specifico.

Ciò vale anche per gli stereotipi sessuali, che si sono generalizzati durante lo sviluppo del sistema produttore di merci. Non a caso, l’immagine della donna come essere naturale e istintivo, irrazionale ed emotivo è diventata un pregiudizio universale soltanto insieme a quella del maschio lavoratore e creatore di cultura, razionale e padrone di se. E non a caso, l’autoaddestramento dell’uomo bianco alle esigenze del lavoro e della sua gestione degli uomini affidata allo Stato è andato di pari passo con una rabbiosa e secolare “caccia alle streghe”. Anche l’appropriazione del mondo basata sulle scienze naturali, che ebbe contemporaneamente inizio, fu contaminata alla radice dal fine tautologico della società del lavoro e dalle sue attribuzioni sessuali. In questo modo, l’uomo bianco, per poter funzionare senza attriti, si spogliò di ogni sentimento e di ogni bisogno emotivo, i quali rappresentano, nel regno del lavoro, fattori di disturbo.

Nel ventesimo secolo, specialmente nelle democrazie fordiste del dopoguerra, le donne furono inserite in maniera crescente nel sistema del lavoro. Ma il risultato fu soltanto una coscienza femminile schizofrenica. Da una parte, infatti, il farsi largo delle donne nella sfera del lavoro non poteva portare a nessuna liberazione, ma soltanto alla stessa sottomissione all’idolo del lavoro come per gli uomini. D’altra parte, la struttura della “scissione” rimase intatta, e così anche la sfera delle attività definite come “femminili”, al di fuori del lavoro ufficiale. In questa maniera, le donne sono state caricate di un peso doppio e sottoposte nello stesso tempo a imperativi sociali del tutto contraddittori. All’interno della sfera del lavoro, esse rimangono fino ad oggi confinate prevalentemente in posizioni sottopagate e subalterne.

Questa situazione non cambierà combattendo una battaglia, conforme al sistema, per quote riservate alle donne, e per maggiori chances concesse alla carriera femminile. La pietosa visione borghese di una “conciliazione di lavoro e famiglia” lascia totalmente intatta la divisione in sfere del sistema produttore di merci, e quindi la “scissione” sessuale. Per la maggioranza delle donne questa prospettiva è invivibile, per una minoranza di donne “abbienti” diventa una perfida posizione di vantaggio nell’ apartheid sociale, nella misura in cui possono delegare le faccende di casa e la cura dei figli a dipendenti (donne, “naturalmente”) malpagate.

Nella società nel suo complesso, la sfera della cosiddetta vita privata e familiare, santificata dall’ideologia borghese, viene in verità sempre più svuotata e degradata, perchè l’usurpazione ad opera della società del lavoro richiede ormai l’intera persona, il sacrificio totale, mobilità e flessibilità sugli orari. Il patriarcato non viene abolito, ma si imbarbarisce nella crisi inconfessata della società del lavoro. Nella stessa misura in cui il sistema produttore di merci va in pezzi, le donne vengono rese responsabili della sopravvivenza su tutti i piani, mentre il mondo “maschile” allunga fittiziamente la vita alle categorie della società del lavoro.
8. IL LAVORO E’ L’ATTIVITA’ DI CHI SI TROVA IN UNA SITUAZIONE DI MINORITA’

Non soltanto nella realtà dei fatti, ma anche da un punto di vista concettuale, si può dimostrare l’identità di lavoro e minorità. Fino a pochi secoli fa, gli uomini erano del tutto consapevoli del rapporto fra lavoro e costrizione sociale. Nella maggior parte delle lingue europee il concetto di “lavoro” si riferisce originariamente soltanto all’attività di un essere umano dipendente, del sottoposto, del servo o dello schiavo. Il verbo italiano “lavorare” viene da “laborare”, che in latino significava “vacillare sotto un peso gravoso”, e indicava in generale la sofferenza e la fatica dello schiavo. Nell’area linguistica germanica la parola “Arbeit” designa la fatica di un bambino rimasto orfano, e perciò diventato servo della gleba. Le parole romaniche “travail”, “trabajo” derivano dal latino “tripalium”, una specie di giogo che fu inventato per torturare e punire gli schiavi ed altre persone non libere. Nell’espressione tedesca “il giogo del lavoro”, risuona un’eco di quel passato.

Dunque il “lavoro” non è affatto, come dimostra l’etimologia della parola, un sinonimo per un’attività umana autodeterminata, ma rinvia a un destino sociale infelice. E’ l’attività di coloro i quali hanno perso la loro libertà. L’estensione del lavoro a tutti i componenti della società non è perciò nient’altro che la generalizzazione di una dipendenza servile, e il moderno culto del lavoro non è altro che la trasposizione a un livello quasi religioso di questo stato.

Si è riusciti a rimuovere questo rapporto, e a interiorizzarne le pretese sociali, perchè la generalizzazione del lavoro è andata di pari passo con la sua “oggettivazione” tramite il moderno sistema produttore di merci: la maggior parte degli uomini, in effetti, non è più sottoposta all’arbitrio di un signore in carne e ossa. La dipendenza sociale è diventata un rapporto astratto all’interno del sistema, e proprio per questo totalizzante. E’ percepibile dappertutto e proprio per questo così difficile da cogliere. Laddove ognuno è servo, ognuno è anche padrone – è il proprio mercante di schiavi e il proprio sorvegliante. E tutti obbediscono all’invisibile

“idolo” del sistema, al “grande Fratello” dell’accumulazione di capitale, che li ha mandati sotto il “tripalium”.
9. LA SANGUINOSA AFFERMAZIONE DEL LAVORO

“Il Barbaro è pigro, e si distingue dall’uomo istruito per il fatto che se ne sta lì a rimuginare apaticamente; infatti la formazione pratica consiste appunto nell’abitudine e nell’avere bisogno di un’occupazione”.

Georg W.F. Hegel, Lineamenti di filosofia del Diritto, 1821

“In fondo, […] si sente oggi che il lavoro come tale costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidità, del desiderio d’indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità d’energia nervosa, e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, al sognare, al preoccuparsi, all’ amare, all’odiare”.

Friedrich Nietzsche, Aurora, 1881

La storia della modernità è la storia dell’imposizione del lavoro, che ha lasciato sull’intero pianeta una lunga scia di desolazione e di orrori. Infatti la sfacciata richiesta di sprecare la maggior parte dell’energia vitale per un fine tautologico, deciso da altri, non è stata sempre a tal punto interiorizzata come oggi. Ci sono voluti diversi secoli di violenza aperta su larga scala per far entrare, letteralmente a forza di torture, gli uomini al servizio incondizionato dell’idolo “lavoro”.

All’inizio non ci fu l’espansione delle relazioni di mercato, come “portatrice di benessere”, ma l’insaziabile fame di denaro degli apparati statali assolutistici, che dovevano finanziare le macchine militari dell’ inizio dell’era moderna. Soltanto attraverso l’interesse di questi apparati, che per la prima volta nella storia strinsero l’intera società nella morsa della burocrazia, si accelerò lo sviluppo del capitale finanziario e mercantile al di là delle tradizionali relazioni commerciali. Soltanto in questo modo il denaro diventò un motivo sociale decisivo, e il “lavoro” un’ esigenza sociale decisiva, senza riguardo per i bisogni.

La maggior parte degli uomini non si è dedicata spontaneamente alla produzione per mercati anonimi, e dunque alla generale economia monetaria, ma perchè l’avidità degli Stati assolutistici monetarizzò le tasse e contemporaneamente le aumentò in maniera esorbitante. Non per se stessa la maggior parte degli uomini dovette “guadagnare soldi”, ma per lo Stato proto-moderno militarizzato e le sue armi da fuoco, la sua logistica e la sua burocrazia. Così, e non diversamente, è venuto al mondo l’assurdo fine in sè della valorizzazione del capitale, e quindi del lavoro.

Presto le imposte e i tributi non bastarono più. I burocrati assolutistici e gli amministratori del capitalismo finanziario si dettero allora a organizzare direttamente e con la forza gli esseri umani, come materia prima di una macchina sociale per trasformare lavoro in denaro. Il modus vivendi tradizionale delle popolazioni fu distrutto; non perchè queste popolazioni si fossero spontaneamente e autonomamente “sviluppate”, ma perchè dovevano servire da materiale umano per far funzionare la macchina della valorizzazione ormai messa in moto. Gli uomini furono scacciati con la forza delle armi dai loro campi, per far posto alle greggi per i lanifici. Antichi diritti, come quello di cacciare, pescare e raccogliere legna nei boschi, furono aboliti. E quando le masse impoverite si misero a vagare nella campagna rubando e mendicando, furono rinchiuse in case di lavoro e manifatture, dove furono torturate con i primi macchinari, e fu loro imposta a bastonate una coscienza da schiavi, docili come animali da lavoro.

Ma anche questa trasformazione graduale dei loro sudditi nella materia prima dell’idolo “lavoro”, creatore di denaro, non bastava ancora ai mostruosi Stati assolutistici. Questi estesero le loro pretese anche ad altri continenti. La colonizzazione interna dell’Europa andò di pari passo con quella esterna, inizialmente nelle due Americhe, e in regioni dell’ Africa. Qui gli aguzzini del lavoro misero da parte definitivamente ogni remora. In spedizioni, fino ad allora senza precedenti, di rapina, distruzione e sterminio si scagliarono sui nuovi mondi appena “scoperti”, tanto più che le vittime locali non erano neppure considerate come esseri umani. Le potenze europee divoratrici di uomini definirono, agli albori della società del lavoro, le culture soggiogate come composte da “selvaggi” e cannibali.

E così si sentirono legittimate a sterminarli o a renderli schiavi a milioni. La vera e propria schiavitù nell’economia coloniale, basata sulle piantagioni e sullo sfruttamento delle materie prime, che superò nelle sue dimensioni perfino l’utilizzazione di schiavi nell’antichità, appartiene ai crimini sui quali è fondato il sistema produttore di merci. Qui, per la prima volta, fu praticato in grande stile l’”annientamento per mezzo del lavoro”. Questa fu la seconda fondazione della società del lavoro. L’uomo bianco, già segnato dall’autodisciplina, potè sfogare l’odio di se stesso e il suo complesso di inferiorità sui “selvaggi”. Come fece anche nei confronti della “donna”, li considerava esseri vicini alla natura e primitivi, a metà strada fra l’animale e l’uomo. Immanuel Kant ipotizzò acutamente che i babbuini sarebbero in grado di parlare, se soltanto lo volessero, ma che non lo facevano soltanto perchè temevano di essere messi a lavorare.

Questo grottesco ragionamento getta una luce rivelatrice sull’illuminismo. L’etica repressiva del lavoro, che si richiamava, nella sua versione originaria protestante, alla grazia di Dio, e, a partire dall’illuminismo, alla legge naturale, fu mascherata da “missione civilizzatrice”. In questo senso, la cultura è una sottomissione spontanea al lavoro; e il lavoro è bianco, maschile e “occidentale”. Il contrario, e cioè la natura, non-umana, informe e senza cultura, è femminile, di colore e “esotica”, e quindi da sottomettere alla costrizione. In una parola, l’ “universalismo” della società del lavoro è contraddistinto alla radice dal razzismo. L’astrazione universale “lavoro” si può sempre e solo definire con la delimitazione da tutto ciò che non ne fa parte.

Non furono i pacifici mercanti delle antiche vie del commercio i precursori della moderna borghesia, che in fin dei conti fu l’erede dell’assolutismo. Furono piuttosto i “condottieri” dei soldati di ventura agli inizi dell’era moderna, i direttori delle case di lavoro, gli esattori, i sorveglianti di schiavi e altri tagliagola a costituire il terreno sociale fertile per l’ “imprenditoria” moderna. Le rivoluzioni borghesi del diciottesimo e diciannovesimo secolo non ebbero niente a che fare con l’emancipazione sociale; esse rovesciarono semplicemente i rapporti di forza all’interno del sistema coercitivo esistente, liberarono le istituzioni della società del lavoro da interessi dinastici ormai antiquati, e rappresentarono un passo ulteriore verso la loro oggettivazione e spersonalizzazione. Fu la gloriosa Rivoluzione francese a proclamare con particolare fervore il dovere del lavoro, e a introdurre nuove case di correzione per mezzo del lavoro con una “legge per l’abolizione della mendicità”.

Questo fu l’esatto contrario di ciò che si proponevano i movimenti di ribellione sociale, che divamparono ai margini delle rivoluzioni borghesi senza fondersi con esse. Già molto tempo prima c’erano state delle forme affatto particolari di resistenza e di renitenza, di cui la storiografia ufficiale della società del lavoro e della modernizzazione non ha mai tenuto il debito conto. I produttori delle antiche società agrarie, che non si erano mai completamente rassegnati neanche ai rapporti di dominio feudale, avevano ancora meno intenzione di rassegnarsi a farsi trasformare in “classe lavoratrice” in un sistema loro estraneo. Dalle guerre contadine del Quattrocento e Cinquecento, fino alle sollevazioni dei movimenti denunciati in seguito come “luddisti” in Inghilterra, e alla rivolta dei tessitori del 1844 in Slesia, si snoda una lunga catena di accanite battaglie combattute per resistere al lavoro. L’imposizione della società del lavoro, e una guerra civile, a volte aperta, a volte latente, furono nel corso dei secoli le due facce della stessa medaglia.

Le antiche società agrarie erano tutt’altro che paradisiache. Ma la spaventosa coercizione esercitata dall’irrompente società del lavoro, fu vissuta dalla maggioranza soltanto come un peggioramento e come un’ “età della disperazione”. In effetti, nonostante la ristrettezza dei rapporti, gli uomini avevano ancora qualcosa da perdere. Ciò che, nella falsa coscienza del mondo moderno, appare come l’oscurità e il tormento di un Medioevo inventato, erano in realtà gli orrori della propria storia. Nelle culture pre- e non-capitalististiche, dentro e fuori l’Europa, sia la durata quotidiana sia quella annuale dell’attività produttiva erano di gran lunga più ridotte perfino di quelle degli odierni “occupati” in fabbrica e in ufficio. E questa produzione non era affatto così concentrata come lo è nella società del lavoro, ma era caratterizzata da una spiccata cultura dell ‘ozio e da una relativa “lentezza”. Fatta eccezione per le catastrofi naturali, i bisogni materiali di base erano assicurati per i più molto meglio che durante lunghi periodi della storia della modernizzazione – e anche meglio che nei ghetti dell’orrore dell’odierno mondo in crisi. Inoltre il potere non era così presente nella vita di ciascuno come nell’odierna società burocratizzata del lavoro.

Perciò la resistenza al lavoro potè essere vinta soltanto manu militari. Fino ad oggi gli ideologi della società del lavoro hanno fatto finta di non vedere che la cultura dei produttori pre-moderni non fu “sviluppata”, ma estinta nel proprio sangue. Gli illuminati democratici del lavoro di oggi amano attribuire tutte queste mostruosità alle “condizioni pre-democratiche” di un passato con il quale essi non hanno più niente a che fare. Non vogliono prendere atto del fatto che la storia terroristica dei primordi della modernità svela proditoriamente anche l’essenza dell’odierna società del lavoro. L’amministrazione burocratica del lavoro, e la gestione degli uomini da parte dello Stato nelle democrazie industriali, non sono mai riuscite a nascondere la loro origine coloniale e assolutistica. L’ amministrazione repressiva degli uomini in nome dell’idolo “lavoro”, nella sua forma oggettivata di un sistema impersonale, si è anzi ancora estesa e ora abbraccia tutti gli ambiti della vita.

Proprio oggi, nell’agonia del lavoro, si sente nuovamente la morsa ferrea della burocrazia come nel periodo iniziale della società del lavoro. Nell’organizzazione dell’apartheid sociale e nell’inutile tentativo di esorcizzare la crisi per mezzo di una schiavitù democratica di Stato, la gestione del lavoro si rivela essere il sistema coercitivo che è sempre stato. Allo stesso modo, lo spirito maligno coloniale fa di nuovo capolino nel commissariamento, affidato al Fondo monetario internazionale, dei già numerosi Paesi periferici in bancarotta. Dopo la morte del suo idolo, la società del lavoro ritorna, da ogni punto di vista, ai metodi già usati per il suo crimine fondatore: ma anche questi non la potranno salvare.
10. IL MOVIMENTO DEI LAVORATORI FU UN MOVIMENTO PER IL LAVORO

“Il lavoro deve tenere lo scettro, deve essere servo soltanto chi ozioso se ne sta, il lavoro dove governare il mondo perchè soltanto il lavoro fa girare il mondo”

Friedrich Stampfer, In onore del lavoro, 1903

Il classico movimento dei lavoratori, che iniziò la sua ascesa soltanto dopo la sconfitta delle antiche rivolte sociali, non combattè più contro le imposizioni del lavoro, ma sviluppò addirittura un’iperidentificazione con ciò che sembrava ineluttabile. Quel che importava erano soltanto i “diritti” e i miglioramenti all’interno della società del lavoro, i cui vincoli erano già stati profondamente interiorizzati. Invece di criticare radicalmente, come un irrazionale fine tautologico, la trasformazione di energia umana in denaro, il movimento dei lavoratori assunse in prima persona il “punto di vista del lavoro” e concepì la valorizzazione come un dato di fatto positivo e neutrale.

Così, a modo suo, il movimento dei lavoratori continuò la tradizione dell’ assolutismo, del protestantesimo e dell’illuminismo borghese. L’infelicità del lavoro divenne il falso orgoglio del lavoro, che ridefinì come un “diritto umano” la propria trasformazione in materiale umano, a disposizione del moderno idolo. Gli iloti addomesticati del lavoro rigirarono ideologicamente la frittata, e svilupparono uno zelo missionario, nel reclamare da una parte il “diritto al lavoro” e dall’altra il “dovere del lavoro per tutti”. La borghesia non fu combattuta in quanto titolare di funzioni nella società del lavoro, ma al contrario insultata con l’epiteto di “parassita” proprio in nome del lavoro. Tutti i membri della società, senza eccezioni, dovevano essere reclutati negli “eserciti del lavoro”.

E così lo stesso movimento dei lavoratori divenne un battistrada della società del lavoro capitalistica. Fu il movimento dei lavoratori a imporre, contro gli ottusi borghesi, nel diciannovesimo e all’inizio del ventesimo secolo, i livelli ulteriori di depersonalizzazione nello sviluppo del lavoro, come un secolo prima la borghesia aveva avuto in eredità il sistema assolutistico. E questo fu possibile soltanto perchè i partiti dei lavoratori e i sindacati avevano avuto, nella loro adorazione del dio lavoro, una relazione positiva anche con l’apparato statale e con le istituzioni della gestione repressiva del lavoro, che non volevano più abolire, ma occupare loro stessi, in una sorta di “lunga marcia attraverso le istituzioni”. In tal modo ripresero, proprio come aveva fatto in precedenza la borghesia, la tradizione burocratica dell’amministrazione d’ uomini nella società del lavoro, cominciata nell’età dell’assolutismo.

L’ideologia di una generalizzazione sociale del lavoro richiedeva però anche un nuovo sistema politico. Al posto della suddivisione in ceti con differenti “diritti” politici (per esempio il diritto di voto censitario) nella società dove il lavoro si era imposto solo in parte, dovette farsi strada la generale uguaglianza democratica nello “Stato del lavoro” compiuto. E le irregolarità nel funzionamento della macchina della valorizzazione, non appena questa determinò l’intera vita sociale, dovettero essere appianate con lo “Stato sociale”. E anche di questo processo il movimento dei lavoratori offrì il modello. Con il nome di “socialdemocrazia” diventò il più grande “movimento dei cittadini” della storia, che però si rivelò soltanto un autoinganno. Infatti in democrazia tutto è trattabile, tranne i vincoli della società del lavoro, che invece sono presupposti come un assioma. Ciò di cui si può discutere, sono soltanto le modalità e le forme che prendono questi vincoli. C’è sempre e soltanto la scelta tra Pronto e Dixan, tra peste e colera, tra volgarità e stupidità, tra Kohl e Schr`der, tra D’Alema e Berlusconi.

La democrazia della società del lavoro è il più perfido sistema di dominio della storia: un sistema dell’autorepressione. Perciò questa democrazia non organizza mai la libera autodeterminazione dei componenti della società riguardo alle risorse comuni, ma soltanto la forma giuridica che regola i rapporti fra le monadi lavoratrici, separate socialmente l’una dall’altra, che si devono vendere sui mercati del lavoro. La democrazia è il contrario della libertà. E così necessariamente i democratici uomini da lavoro finiscono per dividersi in amministratori e amministrati, in imprenditori e dipendenti, in élites funzionali e materiale umano. I partiti politici, anzi proprio i partiti dei lavoratori, rispecchiano fedelmente questa relazione nella loro struttura. Leader e militanti, vip e popolino, cordate e simpatizzanti, tutte queste suddivisioni rimandano a un rapporto che non ha niente a che fare con un dibattito aperto e la ricerca di soluzioni. E’ una parte integrale della logica del sistema il fatto che le stesse élites siano meri funzionari dell’idolo “lavoro” e esecutori delle sue cieche deliberazioni.

Almeno da quello nazista in poi, tutti i partiti sono partiti dei lavoratori e nello stesso tempo del capitale. Nelle “società in via di sviluppo” dell’Est e del Sud, il movimento dei lavoratori si trasformò nel partito del terrore di Stato, che organizzò la modernizzazione; a Ovest si trasformò in un sistema di “partiti popolari” con programmi intercambiabili e leaders d’immagine per i media. La lotta di classe è finita perchè la società del lavoro è finita. Le classi si dimostrano essere categorie funzionali sociali di un sistema feticistico comune, nella stessa misura in cui questo sistema si esaurisce. Quando socialdemocratici, verdi ed ex-comunisti si fanno avanti nella gestione della crisi e sviluppano programmi repressivi particolarmente infami, allora dimostrano di non essere altro che i legittimi eredi di un movimento dei lavoratori, che non ha mai voluto altro che lavoro a qualsiasi prezzo.
11. LA CRISI DEL LAVORO

“Il principio morale fondamentale è il diritto dell’essere umano al suo lavoro. […] A mio parere non esiste nulla di più rivoltante di una vita oziosa. Nessuno di noi ne ha diritto. Nella civiltà non c’è posto per gli oziosi.”

Henry Ford

“Il capitale è esso stesso la contraddizione in processo, [per il fatto] che esso interviene come elemento perturbatore nel processo di riduzione del tempo di lavoro a un minimo mentre d’altro canto pone il tempo di lavoro come unica misura e fonte della ricchezza. […] Per un verso chiama in vita tutte le potenze della scienza e della natura, come della combinazione sociale e del traffico sociale, allo scopo di rendere indipendente (relativamente) la creazione della ricchezza dal tempo di lavoro in essa impiegato. Per l’altro verso vuole misurare con il tempo di lavoro le gigantesche forze sociali così create e relegarle nei limiti che sono richiesti per conservare come valore il valore già creato”.

Karl Marx, Elementi per una critica dell’economia politica, 1857-58

Dopo la Seconda guerra mondiale, e per un breve periodo storico, potè sembrare che la società del lavoro si fosse consolidata nelle industrie fordiste in un sistema di “perenne prosperità”, nel quale l’insopportabile fine a se stesso potesse essere soddisfatto in maniera duratura, grazie al consumo di massa e allo Stato sociale. A prescindere dal fatto che questa è stata sempre un’idea da ilota democratico, e che si riferiva per di più soltanto a una piccola minoranza della popolazione mondiale, essa doveva rivelarsi sbagliata anche al centro del sistema. Con la terza rivoluzione industriale della microelettronica il lavoro si scontra con il suo limite storico assoluto.

Che questo limite dovesse essere raggiunto prima o poi, era prevedibile da un punto di vista logico. Infatti, il sistema di produzione di beni soffre fin dalla nascita di un’irrisolvibile contraddizione interna. Da una parte vive dell’assorbimento in massa di energia umana, tramite l’impiego di forza-lavoro, nel suo apparato, e quanta più ne assorbe meglio è. D’altra parte però la legge della concorrenza fra le imprese costringe ad aumentare permanentemente la produttivtà, e la forza-lavoro umana viene sostituita con il capitale fisso ottenuto grazie al progresso scientifico.

Questa contraddizione interna fu già la causa profonda di tutte le crisi precedenti, come quella devastante dell’economia mondiale del 1929-33. Tuttavia le crisi si sono sempre potute superare tramite un meccanismo di compensazione: a un livello di volta in volta più elevato di produttività, e dopo un periodo di incubazione, è sempre stato assorbito, in termini assoluti, più lavoro, grazie all’espansione dei mercati a nuove fasce di consumatori, di quanto ne fosse cancellato razionalizzando la produzione. L’ impiego di forza-lavoro per unità di prodotto è diminuito, ma in termini assoluti si è prodotto di più, e in una misura tale che questa diminuzione potesse essere ipercompensata. Fin quando dunque le innovazioni nei prodotti sono state più importanti delle innovazioni nei processi di produzione, la contraddizione interna del sistema potè essere tradotta in un movimento espansivo.

L’esempio storico per eccellenza è l’automobile: grazie alla catena di montaggio e ad altre tecniche della razionalizzazione basata sulla “scienza del lavoro” (dapprima nella fabbrica di automobili di Henry Ford a Detroit), la durata del lavoro per produrre un’automobile si ridusse a un minimo. Nello stesso tempo, però, il lavoro venne tremendamente intensificato, e dunque nello stesso periodo di tempo la materia umana fu spremuta in misura molto maggiore. Soprattutto grazie alla diminuzione di prezzo che ne derivò, l’automobile, che fino a quel momento era stato un prodotto di lusso per le classi superiori, potè entrare a far parte dei beni di consumo di massa.

In questo modo, nonostante la produzione razionalizzata alla catena di montaggio nella seconda rivoluzione industriale del “fordismo”, fu soddisfatto l’appetito insaziabile di energia umana che ha l’idolo”lavoro” a un livello più alto. Nello stesso tempo, l’automobile è un esempio incisivo del carattere distruttivo del modo di produrre e di consumare nella società del lavoro altamente sviluppata. Nell’interesse del trasporto individuale di massa e della produzione di massa di automobili, i paesaggi vengono asfaltati e imbruttiti, l’ambiente viene inquinato, e si accetta cinicamente che sulle strade del mondo di anno in anno si combatta una terza guerra mondiale non dichiarata, con milioni di morti e di feriti.

Nella terza rivoluzione industriale della microelettronica viene meno il meccanismo, valido fino ad allora, della compensazione tramite l’espansione. Certo, anche grazie alla microelettronica molti prodotti sono più a buon mercato, e ne vengono creati altri (soprattutto nel settore dei media). Ma per la prima volta la velocità dell’innovazione nei processi è superiore a quella dell’innovazione nei prodotti. Per la prima volta il lavoro che viene cancellato con la razionalizzazione è maggiore di quello che può essere riassorbito grazie all’espansione dei mercati. Nella continuazione logica del processo di razionalizzazione, la robotica elettronica sostituisce l’ energia umana, oppure sono le nuove tecnologie della comunicazione a rendere il lavoro superfluo. Interi settori del montaggio, della produzione, del marketing, dello stoccaggio, della distribuzione e persino del management scompaiono. Per la prima volta, l’idolo “lavoro” si mette, involontariamente, ma durevolmente, a razioni da fame per molto tempo. Ma così provocherà la propria morte da solo.

Essendo la società democratica del lavoro un sistema autoreferenziale d’impiego di forza-lavoro, all’interno delle sue forme non è possibile un passaggio alla riduzione generalizzata dell’orario di lavoro. La razionalità d’impresa esige che, da una parte, masse sempre più ampie restino “disoccupate” in maniera duratura e così siano tagliate fuori dalla riproduzione della loro vita in termini immanenti al sistema, mentre dall’ altra un numero sempre più striminzito di “occupati” sia aizzato sempre più freneticamente a lavorare e a fornire prestazioni sempre più efficienti. Perfino nei centri capitalistici, al centro della ricchezza, fanno il loro ritorno la povertà e la fame, mezzi di produzione e campi coltivabili giacciono inutilizzati in grandi quantità, abitazioni e edifici pubblici restano vuoti ovunque, mentre cresce incessantemente il numero dei senzatetto.

Il capitalismo diventa l’affare globale di una minoranza. L’idolo “lavoro” in agonia è ormai costretto dal bisogno a mangiare se stesso. Alla ricerca di quel che di lavoro-nutrimento è rimasto, il capitale fa saltare i confini delle economie nazionali e si globalizza in una concorrenza nomadica sulla localizzazione degli investimenti. Intere regioni del mondo vengono tagliate fuori dai flussi globali di merci e capitali. Con un’ondata storicamente senza pari di fusioni e “scalate ostili”, i conglomerati si armano per l’ ultima battaglia dell’economia d’impresa. Nazioni e Stati disorganizzati implodono, le popolazioni spinte alla pazzia dalla concorrenza per sopravvivere si avventano l’una contro l’altra in guerre etniche per bande.
12. LA FINE DELLA POLITICA

La crisi del lavoro implica necessariamente la crisi dello Stato, e quindi della politica. In linea di principio, lo Stato moderno deve la sua carriera al fatto che il sistema produttore di merci ha bisogno di un’istanza sovraordinata che garantisca il quadro di riferimento della concorrenza, i princìpi giuridici e i presupposti generali della valorizzazione, inclusi anche gli apparati repressivi, nel caso che la materia umana dovesse mai diventare disobbediente e opporsi al sistema. Nella sua forma pienamente matura di una democrazia di massa, lo Stato dovette assumere nel ventesimo secolo, in misura crescente, anche compiti socioeconomici: ne fanno parte non soltanto il sistema di sicurezza sociale, ma anche l’istruzione, l’ assistenza sanitaria, le reti di trasporto e comunicazione, infrastrutture di ogni tipo, che sono diventate indispensabili per il funzionamento della società del lavoro industrialmente sviluppata, ma che di per se non possono essere organizzate secondo un principio di valorizzazione imprenditoriale. Infatti, queste infrastrutture devono restare a disposizione della società intera in maniera duratura e completa, e dunque non possono seguire il gioco della domanda e dell’offerta.

Ma poichè lo Stato non è un’unità autonoma di valorizzazione e perciò non può trasformare da solo lavoro in denaro, deve prelevare denaro dal reale processo di valorizzazione, per finanziare le sue attività. Se si esaurisce la valorizzazione, si esauriscono anche le finanze dello Stato. Il presunto sovrano della società si rivela come totalmente dipendente nei confronti della cieca e feticistica economia della società del lavoro. Può anche proclamare leggi a suo piacimento; se le forze produttive crescono oltre il sistema del lavoro, il diritto positivo dello Stato, che si può riferire sempre e soltanto a soggetti del lavoro, gira a vuoto.

Con una sempre crescente disoccupazione di massa, si assottigliano le entrate dello Stato derivanti dalla tassazione dei redditi da lavoro. Le reti di sicurezza sociale si strappano non appena si raggiunge una massa critica di “esuberi”, che può essere nutrita capitalisticamente soltanto con una ridistribuzione di redditi monetari. Con il rapido processo di concentrazione del capitale nella crisi, processo che va oltre i confini delle economie nazionali, si volatilizzano anche le entrate dello Stato derivanti dalla tassazione dei profitti. I conglomerati transnazionali costringono gli Stati che sono in concorrenza per ricevere investimenti a un dumping fiscale, sociale ed ecologico.

Ed è proprio questa evoluzione che trasforma lo Stato in un semplice amministratore delle crisi. Quanto più esso si avvicina a una situazione di emergenza finanziaria, tanto più si riduce al suo nocciolo repressivo. Le infrastrutture vengono adattate ai bisogni del capitale transnazionale. Come un tempo nei territori coloniali, la logistica sociale si limita sempre di più a pochi centri economici, mentre il resto va in rovina. Si privatizza tutto quello che si può privatizzare, anche se così si esclude un numero sempre crescente di persone dalle più elementari prestazioni di assistenza. Laddove la valorizzazione del capitale si concentra su sempre più ristrette isole di mercato mondiale, non è più importante un’assistenza estesa a tutta la popolazione.

Finchè non si toccano settori direttamente rilevanti da un punto di vista economico, non ha nessuna importanza se i treni viaggino o se le lettere arrivino. L’istruzione diventa un privilegio dei vincitori della globalizzazione. La cultura spirituale, artistica e teoretica deve seguire il criterio di redditività e deperisce. L’assistenza sanitaria diventa non più finanziabile e si sbriciola in un sistema classistico. Dapprima furtivamente e a bassa voce, poi alla luce del sole, viene proclamata la legge dell’eutanasia sociale: poichè sei povero e “in esubero”, devi morire prima.

Mentre tutte le conoscenze, le capacità e i mezzi della medicina, dell’ istruzione, della cultura e delle infrastrutture generali abbondano, vengono tenute sotto chiave, smobilitate e demolite secondo l’irrazionale legge della società del lavoro, oggettivata nella “riserva di finanziabilità”, – proprio come i mezzi di produzione industriali e agrari che non sono più “redditizi”. Oltre alla simulazione repressiva del lavoro tramite forme di lavoro sottopagato, e alla riduzione di tutte le prestazioni, lo Stato democratico trasformato in sistema dell’apartheid non ha più nulla da offrire ai suoi ex-cittadini lavoratori. In uno stadio ulteriore, l’ amministrazione dello Stato si sgretola completamente. Gli apparati dello Stato si imbarbariscono, diventando una cleptocrazia corrotta, l’esercito si trasforma in un insieme di bande mafiose da guerra, la polizia una combriccola di briganti di strada.

Nessuna politica al mondo può fermare o addirittura invertire questa evoluzione. Infatti la politica è per sua natura riferita allo Stato, e quindi rimane senza fondamento se lo Stato viene a mancare. L’”intervento politico” sui rapporti sociali, questa parola d’ordine dalla sinistra democratica, si rende ogni giorno più ridicola. Oltre alla repressione senza fine, alla demolizione della civiltà e all’aiuto concesso al “terrore dell’ economia”, non c’è più modo di “intervenire”. Poichè il fine a se stesso della società del lavoro è presupposto assiomaticamente, per la crisi del lavoro non può esserci alcuna regolazione politico-democratica. La fine del lavoro diventa anche la fine della politica.
13. LA SIMULAZIONE DELLA SOCIETA’ DEL LAVORO NEL CAPITALISMO DA CASINO’.

“Non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande fonte di ricchezza, il tempo di lavoro cessa e deve cessare di essere la misura, e quindi il valore di scambio cessa e deve cessare di essere la misura del valore d’uso. […] Con ciò la produzione basata sul valore di scambio crolla, e il processo produttivo materiale immediato viene a perdere esso stesso la forma della miseria e dell’antagonismo”,

Karl Marx, “Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica”, 1857-58

La coscienza sociale dominante mente sistematicamente a se stessa sulla reale condizione della società del lavoro. Le regioni disastrate vengono scomunicate ideologicamente, le statistiche del mercato del lavoro spudoratamente falsificate, le forme della miseria spariscono nelle simulazioni dei mass media. Anzi, la simulazione è la caratteristica principale del capitalismo in crisi. Questo vale anche per l’economia. Se fino ad ora sembra, almeno nei Paesi-chiave occidentali, che il capitale possa accumularsi anche senza lavoro, e la pura forma del denaro privo di sostanza garantire, moltiplicandosi, l’ulteriore valorizzazione del valore, allora questa apparenza è dovuta a un processo simulativo dei mercati finanziari. Specularmente alla simulazione del lavoro tramite misure coercitive dell’amministrazione democratica del lavoro, si è formata una simulazione della valorizzazione del capitale, grazie allo sganciamento speculativo del sistema creditizio e dei mercati azionari dall’economia reale.

L’utilizzo di lavoro presente viene sostituito con una scommessa sull’ utilizzo di lavoro futuro, che però non si realizzerà mai. Si tratta, in una certa misura, di un’accumulazione di capitale in un “futuro anteriore” del tutto fittizio. Il capitale monetario, che non può più essere reinvestito con profitto nell’economia reale, e perciò non può più assorbire lavoro, deve maggiormente rifugiarsi nei mercati finanziari.

Già la fase fordista di valorizzazione all’epoca del “miracolo economico”, dopo la Seconda guerra mondiale, non era più completamente autosufficiente. Lo Stato si indebitò in una misura fino ad allora sconosciuta, molto al di là di quel che gli permettevano le sue entrate fiscali, perchè le condizioni generali della società del lavoro non erano più finanziabili diversamente. Lo Stato ipotecò dunque le sue future entrate reali. In questo modo si creò da una parte per il capitale monetario “in eccedenza” una possibilità d’investimento finanziario – si prestò denaro allo Stato in cambio del pagamento d’interessi. Quest’ultimo pagò gli interessi con nuovi crediti, e reimmise immediatamente il denaro avuto in prestito nel ciclo economico. Così finanziò, da un lato, le spese sociali e gli investimenti per le infrastrutture, creando una domanda che in senso capitalistico era artificiale, perchè non coperta da alcun utilizzo produttivo di forza-lavoro. Così il boom fordista fu prolungato oltre la sua reale portata, attingendo la società del lavoro al proprio futuro.

Questo elemento simulativo del processo di valorizzazione, apparentemente ancora intatto, trovò i suoi limiti insieme con l’indebitamento dello Stato. Le “crisi debitorie” degli Stati, non soltanto nel Terzo mondo, ma anche nel cuore del capitalismo, non permisero più un’ulteriore espansione su tale strada. Questa fu la base obiettiva per il trionfo della deregulation neo-liberista, che, secondo i proclami ideologici, sarebbe dovuta andare di pari passo con una drastica diminuzione della quota dello Stato nel prodotto interno. In realtà, la deregulation e l’abbattimento delle spese sociali vengono compensate dai costi della crisi, fosse anche nella forma dei costi della repressione e della simulazione. In molti Paesi, la quota dello Stato in questo modo addirittura aumenta.

Ma non è più possibile simulare l’ulteriore accumulazione di capitale con l’indebitamento dello Stato. Perciò la creazione aggiuntiva di capitale fittizio si concentrò negli anni ’80 sui mercati azionari, dove l’importante non sono più i dividendi, la quota di profitto ottenuta grazie alla produzione reale, ma sono l’utile di scambio e l’aumento speculativo del valore del titolo di proprietà, fino ad ordini di grandezza astronomici. Il rapporto fra economia reale e i movimenti speculativi dei mercati finanziari si è rovesciato. La crescita speculativa dei titoli non anticipa più l’ espansione economica reale, ma al contrario, il rialzo dovuto alla creazione fittizia di valore simula un’accumulazione reale, che già da tempo non esiste più.

L’idolo “lavoro” è clinicamente morto, ma viene tenuto in vita artificialmente grazie all’espansione, apparentemente autonoma, dei mercati finanziari. Molte aziende industriali fanno profitti che non derivano più dalla produzione e dalla vendita di beni reali, che sono da tempo diventate attività in perdita, ma dalla partecipazione di una “scaltra” divisione finanziaria alla speculazione sui titoli e sulle valute. Gli Stati mettono a bilancio entrate che non derivano più dalle tasse o dall’assunzione di crediti, ma dalla frenetica partecipazione dell’amministrazione finanziaria ai mercati speculativi. E i bilanci privati, le cui entrate reali, basate sui salari, diminuiscono drammaticamente, si permettono ancora un alto livello di consumi contando sui guadagni in borsa. Nasce dunque una nuova forma di domanda artificiale, che poi, da parte sua, comporta una reale produzione, e reali entrate fiscali dello Stato “senza terreno sotto i piedi”.

In questo modo, la crisi economica mondiale viene differita grazie al processo speculativo. Ma poichè l’aumento fittizio di valore dei titoli di proprietà può essere soltanto l’anticipazione di una futura e reale utilizzazione di lavoro (in una misura altrettanto astronomica), che però non arriverà mai più, dopo un certo periodo di incubazione il bubbone truffaldino, quale è nei fatti, dovrà scoppiare. Il crollo dei “mercati emergenti” in Asia, America latina e Europa orientale è stato soltanto un primo assaggio. E’ soltanto una questione di tempo, e anche i mercati finanziari dei centri capitalistici, negli Stati Uniti, nell’Unione europea e in Giappone collasseranno.

Nella coscienza feticistica della società del lavoro questo nesso viene percepito in maniera totalmente distorta, anche e soprattutto dai tradizionali “critici del capitalismo” di destra e di sinistra. Fissati sul fantasma del lavoro, nobilitato fino a diventare una positiva, astorica condizione di esistenza, essi confondono sistematicamente causa ed effetto. Il provvisorio rinvio della crisi, dovuto all’espansione speculativa dei mercati finanziari appare allora, tutt’al contrario, come la presunta causa della crisi. I “cattivi speculatori”, come si dice più o meno nel panico, avrebbero distrutto tutta la bella società del lavoro, perchè, tanto per divertirsi e fare un po’ di casino, avrebbero giocato d’azzardo con il “buon denaro”, di cui “ce n’è abbastanza”, invece di investirlo, come si deve e senza grilli per la testa, in meravigliosi “posti di lavoro”, in modo che un ‘umanità di iloti pazzi per il lavoro potesse continuare ad essere “pienamente occupata”.

Queste persone, semplicemente, non vogliono comprendere che non è affatto stata la speculazione a bloccare gli investimenti sull’economia reale, ma che questi non sono più redditizi a causa della terza rivoluzione industriale, e che il decollo speculativo è soltanto un sintomo di questa situazione. Il denaro, che sembra circolare in quantità apparentemente inesauribili, non è più da tempo, perfino in senso capitalistico, denaro “buono”, ma soltanto “aria calda”, con la quale è stata gonfiata la bolla speculativa. Ogni tentativo di pungere questa bolla con progetti di tassazione di vario tipo come la “tassa Tobin”, per dirottare nuovamente il capitale finanziario su presunte “reali” attività economiche, che creano lavoro, potrebbe finire soltanto per far scoppiare più rapidamente la bolla.

Invece di capire che noi tutti siamo sempre meno redditizi, e che quindi lo stesso criterio della redditività, con tutti i suoi presupposti nella società del lavoro, deve essere considerato obsoleto, si preferisce demonizzare “gli speculatori” – non è un caso che questa immagine negativa e banale sia comune a radicali di destra e a autonomi, a bravi funzionari sindacali e a nostalgici keynesiani, a teologi sociali e a conduttori di talk-show, e soprattutto a tutti gli apostoli dell’ “onesto lavoro”. Pochissimi si rendono conto che da questa posizione a una ripresa in grande stile del delirio antisemita il passo è breve. L’evocazione del capitale reale “produttivo”, di sangue nazionale, contro il “rapace” capitale internazionale-”ebraico”, minaccia di essere l’ultima parola della sinistra pro-lavoro, intellettualmente disorientata. Ma è già l’ultima parola della destra pro-lavoro, schiettamente razzista, antisemita e antiamericana.
14. IL LAVORO NON SI PUO’ DEFINIRE DIVERSAMENTE

“Accanto al benessere materiale, possono far crescere anche il benessere immateriale semplici servizi che hanno un rapporto diretto con la persona. Così la sensazione di agio dei clienti può aumentare, se prestatori di servizi tolgono loro il peso dei lavori di casa. Nello stesso tempo aumenta la sensazione di agio dei prestatori di servizi, se cresce la loro autostima grazie all’attività. Prestare un servizio semplice, con un rapporto diretto con un’altra persona, ha sulla psiche un effetto migliore dell’essere disoccupato”.

Rapporto della Commissione sulle prospettive per il futuro dei liberi Stati di Baviera e Sassonia, 1997

“Tieni ferma la conoscenza che si conferma nel lavoro, perchè la natura stessa la conferma e dice ad essa “si”. In effetti, tu non hai nessun’altra conoscenza, se non quella che hai acquisito con il lavoro, tutto il resto è soltanto un’ipotesi del sapere”.

Thomas Carlyle, Lavorare e non disperare, 1843

Dopo secoli di ammaestramento, l’uomo moderno non è più in grado, puramente e semplicemente, d’immaginarsi una vita al di là del lavoro. In quanto principio assoluto, il lavoro domina non soltanto la sfera dell’economia in senso stretto, ma penetra nell’intera esistenza sociale, fino a toccare i minimi dettagli della vita quotidiana e dell’esistenza privata. Perfino il “tempo libero”, che è già dal significato letterale un concetto carcerario, serve da tempo a “smaltire” beni, e provvedere così al loro indispensabile smercio.

Ma addirittura al di là del dovere interiorizzato del consumo come fine a se stesso, l’ombra del lavoro si stende sull’individuo moderno anche oltre l ‘ufficio e la fabbrica. Non appena si alza dalla poltrona e smette di guardare la televisione diventando attivo, ogni suo agire si trasforma subito in una specie di lavoro. Il fanatico del jogging sostituisce il marcatempo con il cronometro, nella palestra da fitness in cromo lucido lo sgobbo vive la sua resurrezione postmoderna, e i vacanzieri si sciroppano chilometri e chilometri nella loro vettura come se dovessero farsi lo stesso percorso annuale di un camionista. Perfino le scopate si conformano ai canoni scientifici della sessuologia, e ai criteri concorrenziali delle panzane da talk-show.

Se re Mida aveva ancora vissuto come una maledizione il fatto che tutto quello che toccava si trasformasse in oro, oggi il suo moderno compagno di sventura è già oltre questo stadio. L’uomo da lavoro non nota neppure più, che a causa dell’adeguamento al modello del lavoro ogni attività perde la sua particolare qualità sensibile e diventa indifferente. Al contrario: soltanto grazie a quest’adattamento all’indifferenza del mondo delle merci, egli conferisce un senso, una giustificazione e un’importanza sociale a un’ attività. Per esempio, con un sentimento come il lutto il soggetto lavorante non sa farci gran che; la trasformazione del lutto in un “lavoro di elaborazione del lutto”, invece, riporta questo corpo emotivo estraneo a una dimensione nota, in modo da poter comunicare con le persone che hanno lo stesso problema. E perfino esperienze come il sognare, il discutere con un essere umano amato e il rapporto con i bambini, vengono privati di realtà e banalizzati diventando così un “lavoro sul sogno”, un “lavoro sulla relazione” e un “lavoro educativo”. Sempre, quando vuole insistere sulla serietà del suo agire, l’uomo moderno ha sulle labbra la parola “lavoro”.

L’imperialismo del lavoro si riflette dunque nell’uso linguistico quotidiano. Non solo siamo abituati a usare la parola “lavoro” in maniera inflazionistica, ma anche su due livelli di significato completamente diversi. Da tempo ormai, il termine “lavoro” non designa più soltanto (come sarebbe giusto) la forma di attività capitalistica nella fatica tautologica, ma questo concetto è addirittura diventato un sinonimo per ogni sforzo diretto a realizzare un obiettivo, facendo così perdere le sue tracce.

Questa imprecisione concettuale spiana la strada a una critica della società del lavoro tanto riguardosa quanto banale, che si realizza partendo da presupposti rovesciati, e cioè dall’imperialismo del lavoro, inteso in senso positivo. Alla società del lavoro viene rimproverato proprio di non dominare ancora a sufficienza la vita con la sua forma di attività, perchè comprenderebbe il concetto di “lavoro” “in maniera troppo limitata”, scomunicando cioè moralisticamente il “lavoro per se stessi” o l’”iniziativa personale non retribuita” (lavori di casa, aiuto ai vicini, ecc.), e farebbe valere come “vero” lavoro soltanto il lavoro retribuito con criteri di mercato. Una nuova valutazione e un allargamento del concetto di lavoro dovrebbe eliminare questa fissazione unilaterale, e le gerarchie che ne conseguono.

Questo pensiero non vuole dunque l’emancipazione dai vincoli dominanti, ma piuttosto un’aggiustatina semantica. La crisi innegabile della società del lavoro deve essere risolta facendo sì che la coscienza sociale elevi “veramente” forme di attività finora considerate inferiori all’aristocrazia del lavoro accanto alla sfera di produzione capitalistica. Ma l’inferiorità di queste attività non è semplicemente il risultato di una determinata visione ideologica, bensì appartiene alla struttura di base del sistema produttore di merci, e non la si può superare con ben intenzionate ridefinizioni morali.

In una società che è dominata dalla produzione di merci come fine in sè, può valere come ricchezza vera e propria soltanto ciò che è rappresentabile in forma monetarizzata. Il concetto di lavoro che ne deriva influenza certo sovranamente tutte le altre sfere, ma solo negativamente, nella misura in cui segnala quanto queste siano da esso dipendenti. Così, le sfere esterne alla produzione di merci restano nell’ombra della sfera di produzione capitalistica, perchè non rientrano nell’astratta logica imprenditoriale di risparmio di tempo – anche e proprio quando sono necessarie alla vita come il settore d’attività, separato e definito come “femminile”, dei lavori casalinghi, della dedizione personale, ecc.

Un allargamento moralizzante del concetto di lavoro, invece della sua critica radicale, non soltanto nasconde il vero imperialismo sociale dell’ economia produttrice di merci, ma si inserisce perfettamente nelle strategie autoritarie della gestione della crisi da parte dello Stato. La richiesta, avanzata dagli anni ’70 in poi, di “riconoscere” anche il “lavoro casalingo” e le attività del “terzo settore” come lavoro a pieno titolo, puntava inizialmente a ottenere trasferimenti di risorse finanziarie provenienti dallo Stato. Ma lo Stato in crisi rovescia la frittata, e mobilizza l’impeto morale di questa richiesta nel senso del famigerato “principio di sussidiarietà” proprio contro le sue speranze materiali.

Il panegirico dedicato al “volontariato” e all’”iniziativa civica” non consiste nell’autorizzazione a pescare nelle alquanto vuote casse statali, ma diventa un alibi per la ritirata sociale dello Stato, per i programmi di lavoro obbligato in via di realizzazione e per il meschino tentativo di scaricare il peso della crisi principalmente sulle donne. Le istituzioni sociali ufficiali vengono meno ai loro obblighi con l’appello a “noi tutti”, tanto gentile quanto a buon mercato, a voler cortesemente d’ora in poi combattere con autonome iniziative private contro la miseria, sia quella propria, sia quella altrui, e rinunciare a fare richieste materiali. Così i salti mortali nella definizione del concetto, comunque sempre santificato, di lavoro, che vengono intesi a torto come un programma di emancipazione, spalancano la porta al tentativo dello Stato di compiere il superamento del lavoro salariato, con l’abolizione del salario e il mantenimento del lavoro nella terra bruciata dell’economia di mercato. Involontariamente si dimostra così che l’emancipazione sociale oggi non può avere come contenuto la ridefinizione del lavoro, ma soltanto la consapevole svalorizzazione del lavoro.
15. LA CRISI DEL CONFLITTO FRA GLI INTERESSI

“Si è rivelato che in conseguenza delle inesorabili leggi della natura umana alcuni esseri umani saranno soggetti alla miseria. Queste sono le persone infelici, alle quali nella grande lotteria della vita non è toccato un biglietto vincente”.

Thomas Robert Malthus

Per quanto si tenti ancora di rimuoverla e tabuizzarla, la fondamentale crisi del lavoro contraddistingue oggi ogni conflitto sociale. Il passaggio da una società dell’integrazione di massa a un ordine basato sulla selezione e sull’apartheid, non ha portato a un nuovo round nella vecchia lotta di classe fra capitale e lavoro, ma a una crisi categoriale della stessa “lotta tra opposti interessi” immanente al sistema. Già all’epoca della prosperità, dopo la Seconda guerra mondiale, l’antica enfasi sulla lotta di classe si era attenuata. Ma non perchè il soggetto rivoluzionario “in se” era stato “integrato”, corrompendolo con un discutibile benessere, e grazie a manipolazioni e intrighi, ma perchè, all’inverso, nello stadio di sviluppo fordistico era venuta alla luce la logica identità di capitale e lavoro, come categorie sociali funzionali a una comune forma feticistica sociale. Il desiderio, immanente al sistema, di vendere il bene forza-lavoro alle migliori condizioni possibili perse ogni spinta trascendente.

Se, fino agli anni ’70, si era ancora trattato di strappare la partecipazione di una fascia, il più possibile estesa, della popolazione ai frutti velenosi della società del lavoro, ora questo stesso impulso si è esaurito per le nuove condizioni della crisi dovuta alla terza rivoluzione industriale. Soltanto finchè la società del lavoro si espanse, fu possibile combattere su larga scala la battaglia degli interessi fra le sue categorie sociali funzionali. Ma nella stessa misura in cui viene meno la base comune, gli interessi immanenti al sistema non possono più essere sintetizzati a un livello sociale complessivo. Si verifica invece una generale desolidarizzazione. I lavoratori salariati disertano i sindacati, i manager disertano le associazioni imprenditoriali. Ognuno per se e il dio “sistema capitalista” contro tutti: quell’individualizzazione che è sulla bocca di tutti, non è altro che un ulteriore sintomo della crisi della società del lavoro.

Per quanto possano ancora essere aggregati interessi individuali, questo accade soltanto in un ordine di grandezza micro-economico. Infatti nella stessa misura in cui – vero scherno verso la liberazione sociale – è finito per diventare addirittura un privilegio farsi rovinare la vita in omaggio alle logiche aziendali, la rappresentanza degli interessi della merce forza-lavoro degenera nella spietata politica lobbystica di segmenti sociali sempre più ridotti. Chi accetta la logica del lavoro, deve accettare ora anche la logica dell’apartheid. Ormai, si tratta soltanto di assicurare alla propria limitata clientela la vendibilità della propria pelle a spese di tutte le altre. Le maestranze e i consigli di fabbrica, ormai da tempo, non trovano più il loro vero avversario nel management della loro impresa, bensì nei dipendenti delle imprese e dei “siti produttivi” concorrenti, non importa se nelle vicinanze o in Estremo Oriente. E quando si pone la domanda su chi, alla prossima ondata di razionalizzazione aziendale, sarà la vittima, anche il reparto vicino e il collega a fianco diventano nemici.

La desolidarizzazione radicale non riguarda soltanto il confronto fra imprenditori e sindacati. Poichè proprio nella crisi della società del lavoro tutte le categorie funzionali si aggrappano ancora più fanaticamente alla logica che a questa è inerente, e cioè che ogni benessere umano non può essere altro che il sotto-prodotto di una valorizzazione redditizia, il principio dello scaricabarile domina tutti i conflitti di interesse. Tutte le lobbies conoscono le regole del gioco e agiscono di conseguenza. Ogni lira che guadagna l’altra clientela, è una lira persa per la propria. Ogni taglio all’altro lembo della rete sociale aumenta le possibilità di strappare un’ultima proroga per se. I pensionati diventano l’avversario naturale di tutti i contribuenti, il malato diventa il nemico di tutti gli assicurati e l’immigrato diventa il bersaglio dell’odio di tutti gli indigeni impazziti.

Si esaurisce così irrversibilmente il progetto di voler usare il conflitto fra gli interessi, immanente al sistema, come leva per l’emancipazione sociale. E così la sinistra classica è arrivata al capolinea. Una rinascita della critica radicale al capitalismo presuppone la rottura con la categoria del lavoro. Soltanto quando si stabilirà un nuovo fine dell’emancipazione sociale al di là del lavoro e delle categorie feticistiche che ne derivano (valore, merce, denaro, Stato, forma giuridica, nazione, democrazia, ecc.), sarà possibile una ri-solidarizzazione ad alto livello e su scala sociale complessiva. E soltanto in questa prospettiva possono essere ri-aggregate anche delle battaglie di difesa, immanenti al sistema, contro la logica della lobbizzazione e dell’individualizzazione; comunque in un rapporto non più positivo, ma soltanto di negazione strategica, con le categorie dominanti.

Fino ad ora, la sinistra esita a rompere con la categoria del lavoro. Essa minimizza i vincoli del sistema, riducendoli a semplice ideologia, e la logica della crisi, riducendola al semplice progetto politico delle classi “dominanti”. Invece di una rottura categoriale, si fa strada una nostalgia socialdemocratica e keynesiana. La sinistra non tende a creare una nuova, concreta universalità, per una società che vada oltre il lavoro astratto e la forma monetaria, ma tenta di aggrapparsi spasmodicamente alla vecchia, astratta universalità dell’interesse immanente al sistema. Tuttavia questi tentativi restano di per sè astratti, e non possono più integrare alcun movimento di massa, perchè chiudono gli occhi davanti alle reali circostanze della crisi.

Tutto ciò vale in particolar modo per la richiesta di un salario di cittadinanza o di un reddito minimo garantito. Invece di collegare concrete battaglie sociali, di resistenza contro determinate misure del regime dell’ apartheid, con un programma generale contro il lavoro, questa richiesta punta a mettere in piedi una falsa universalità della critica sociale, che da ogni punto di vista resta astratta, immanente al sistema e impotente. Non si può superare con questi palliativi la concorrenza sociale dovuta alla crisi. Si presuppone, ignari, che la società del lavoro globale continui a funzionare in eterno, perchè da dove arriverebbe il denaro necessario per finanziare questo reddito di base garantito dallo Stato, se non da processi riusciti di valorizzazione? Chi vuole costruire su tali “dividendi sociali” (e già l’espressione dice tutto), deve, nello stesso tempo ma tacitamente, presupporre una posizione privilegiata del “proprio” Paese nella concorrenza globale. Infatti, soltanto la vittoria nella guerra mondiale dei mercati permetterebbe transitoriamente di mantenere alcuni milioni di commensali “superflui” a casa propria, naturalmente escludendo tutti gli uomini senza il passaporto giusti.

I riformatori fai-da-te, che propongono il reddito di cittadinanza, ignorano da ogni punto di vista la struttura capitalistica della forma monetaria. In fin dei conti, a loro importa soltanto di salvare, tra il soggetto capitalistico del lavoro e quello del consumo di merci, almeno quest’ultimo. Invece di mettere in discussione il modo di vivere capitalistico, il mondo deve continuare a essere seppellito, nonostante la crisi del lavoro, sotto valanghe di catorci puzzolenti, odiosi blocchi di cemento e carcasse di paccottiglia, e tutto purchè gli uomini conservino l’ unica, miserevole libertà che essi possono ancora immaginarsi: la libertà di scelta davanti ai banconi del supermercato.

Ma perfino questa prospettiva triste e limitata non è altro che un’ illusione. I suoi sostenitori di sinistra, e i suoi teorici analfabeti, hanno dimenticato che il consumo capitalistico di merci non serve mai semplicemente alla soddisfazione di bisogni, ma non può essere altro che una funzione del movimento di valorizzazione. Se non si può più vendere la forza-lavoro, perfino bisogni elementari vengono considerati come pretese sfacciate e esagerate, che devono essere ridotte al minimo. E il reddito di cittadinanza sarà un mezzo per arrivare proprio a questo risultato, in quanto strumento di riduzione dei costi per lo Stato, e in quanto versione miserevole dei sussidi sociali, che prende il posto del sistema di protezione sociale ormai al collasso. In questo senso Milton Friedman, figura di punta del neo-liberismo, ha originariamente sviluppato il progetto del reddito minimo, prima che una sinistra in disarmo lo scoprisse come presunta àncora di salvezza. E con questo contenuto tale progetto diventerà realtà – o non lo diventerà mai.
16. IL SUPERAMENTO DEL LAVORO

“Il ‘lavoro’ è per sua essenza l’attività non-libera, inumana, asociale; esso è condizionato dalla proprietà privata e la crea a sua volta. L’ abolizione della proprietà privata diventa dunque realtà solo quando è concepita come abolizione del ‘lavoro’ “.

Karl Marx, Sul saggio di Friedrich List “Il sistema nazionale dell’economia politica”, 1845

La rottura con la categoria del “lavoro” non troverà delle parti sociali pronte e obiettivemente determinate come ne trovava il conflitto fra gli interessi immanenti al sistema. Si tratta di una rottura con la legalità falsamente oggettiva di una “seconda natura”, dunque non di un’altra realizzazione quasi automatica, ma di una coscienza che nega – un rifiuto e una ribellione che non hanno dietro di se una qualsiasi “legge della storia” . Il punto di partenza non può essere un nuovo principio astratto generale, ma soltanto il disgusto di fronte alla propria esistenza come soggetto del lavoro e della concorrenza, e il rifiuto di continuare a funzionare così a un livello sempre più misero.

Nonostante la sua predominanza assoluta, al lavoro non è mai riuscito di cancellare completamente l’opposizione ai vincoli da esso stabiliti. Accanto a tutti i fondamentalismi repressivi e alla mania di concorrenza della selezione sociale, esiste anche un potenziale di protesta e di resistenza. Il disagio nel capitalismo è massicciamente presente, ma relegato nei bassifondi sociopsichici. Non viene chiamato alla luce. Perciò c’è bisogno di un nuovo spazio di libertà mentale, affinchè l’impensabile possa diventare pensabile. Bisogna spezzare il monopolio tenuto dal “campo del lavoro” sull’interpretazione del mondo. Alla critica teorica del lavoro spetta in quest’azione il ruolo di catalizzatrice. Essa ha il dovere di attaccare frontalmente i divieti di pensiero dominanti, e di esprimere tanto chiaramente quanto apertamente quel che nessuno ha il coraggio di sapere, e che tuttavia molti percepiscono confusamente: la società del lavoro è giunta alla sua fine. E non esiste la sia pur minima ragione di prendere il lutto per la sua dipartita.

Soltanto la critica del lavoro, espressamente formulata, e un dibattito teoretico adeguato, possono creare quella nuova contro-opinione pubblica, la quale rappresenta il presupposto irrinunciabile per la costituzione di un concreto movimento sociale contro il lavoro. Le controversie interne al “campo del lavoro” si sono esaurite e diventano sempre più assurde. Tanto più urgente è allora ridefinire i contorni del conflitto sociale, lungo i quali si può formare un’Alleanza contro il lavoro.

E’ opportuno perciò chiarire a grandi linee quali obiettivi siano possibili per un mondo al di là del lavoro. Il programma contro il lavoro non si alimenta da un canone di principi positivi, ma dalla forza della negazione. Se l’affermazione del lavoro è andata di pari passo con l’espropriazione totale dell’uomo delle sue condizioni di vita, la negazione della società del lavoro può consistere soltanto nella riappropriazione, da parte dell’ uomo, a un livello storico più elevato, del suo nesso sociale con gli altri. Perciò gli avversari del lavoro punteranno alla formazione di alleanze, di portata mondiale, fra individui associati liberamente, che strapperanno i mezzi di produzione e di esistenza alla macchina del lavoro e della valorizzazione, che gira ormai a vuoto, e ne prenderanno il controllo. Soltanto nella battaglia contro la monopolizzazione di tutte le risorse sociali, e di ogni potenziale di ricchezza, da parte dei poteri alienati, cioè mercato e Stato, si potranno conquistare spazi sociali di emancipazione.

In questo contesto bisogna attaccare la proprietà privata in maniera nuova e diversa. Fino ad ora, per la sinistra la proprietà privata non è stata la forma giuridica del sistema produttore di merci, bensì una misteriosa “facoltà di disporre” soggettivamente delle risorse da parte dei capitalisti. Così si è potuta far strada l’assurda idea di voler superare la proprietà privata sul terreno della produzione di merci. Sicchè, di regola, alla proprietà privata fece da contraltare la proprietà di Stato (“nazionalizzazione”). Ma lo Stato non è altro che la comunità coatta ed esteriore, o l’astratta universalità, dei produttori di merci socialmente atomizzati, e dunque la proprietà statale è soltanto una forma derivata della proprietà privata – e non importa se vi venga aggiunto l’aggettivo “socialista”.

Nella crisi della società del lavoro, diventano obsolete tanto la proprietà privata quanto quella dello Stato, perchè ambedue queste forme di proprietà presuppongono il processo di valorizzazione. Proprio per questo, i mezzi concreti restano in misura crescente inutilizzati e inaccessibili. E i funzionari statali, aziendali e giuridici vegliano gelosamente affinchè tutto rimanga così, e i mezzi di produzione vadano in malora piuttosto che essere impiegati per un fine diverso. La conquista dei mezzi di produzione, grazie a libere associazioni, contro la gestione coercitiva dello Stato e dell’apparato giudiziario, può dunque significare soltanto che questi mezzi di produzione non vengono più mobilitati nella forma della produzione di merci per anonimi mercati.

Al posto della produzione di merci ci sarà la discussione diretta, l’intesa e la decisione comune dei membri della società sull’uso sensato delle risorse. Verrà stabilita l’identità sociale e istituzionale di produttore e consumatore, impensabile con il dominio del fine in sè capitalistico. Le istituzioni alienate, come Stato e mercato, verranno sostituite con un sistema, a diversi livelli, di Consigli, nei quali, dal quartiere fino alla scala planetaria, le libere associazioni decidono dell’allocazione delle risorse secondo una ragione sensibile, sociale ed ecologica.

Non sarà più il fine tautologico del lavoro e dell’ “occupazione” a determinare la vita, ma l’organizzazione dell’uso sensato delle possibilità comuni, che non vengono dirette da una “mano invisibile” automatica, ma dall ‘agire sociale cosciente. Ci si approprierà direttamente della ricchezza prodotta secondo i bisogni, non secondo la “solvibilità”. Insieme con il lavoro, scompariranno l’astratta universalità del denaro e quella dello Stato. Al posto delle nazioni divise, ci sarà una società mondiale, che non avrà più bisogno di confini, nella quale tutti gli uomini si muoveranno liberamente, e potranno esigere il diritto universale di ospitalità in qualsiasi regione del globo.

La critica del lavoro è una dichiarazione di guerra all’ordine dominante, non una pacifica coesistenza, in una nicchia, con i suoi vincoli. La parola d’ordine dell’emancipazione sociale può essere soltanto: “Prendiamoci quello che ci serve!” Non strisciamo più ginocchioni sotto il giogo dei mercati del lavoro e della gestione democratica della crisi! Il presupposto per tutto ciò è che nuove forme di organizzazione sociale (libere associazioni, Consigli) controllino le condizioni di riproduzione a livello sociale complessivo. Questa esigenza fa sì che gli avversari del lavoro siano sostanzialmente diversi da tutti i politicanti e dalle mezze calzette di un socialismo piccolo piccolo.

Il dominio del lavoro scinde la persona umana. Esso divide il soggetto economico dal cittadino dello Stato, l’animale da lavoro dall’uomo del tempo libero, la sfera astrattamente pubblica da quella astrattamente privata, la virilità prodotta dalla femminilità prodotta, e contrappone i singoli isolati al loro nesso sociale come a una potenza estranea, che li domina. Gli avversari del lavoro lottano per superare questa schizofrenia nell’ appropriazione concreta del nesso sociale da parte di uomini coscienti e autoriflessivi.
17. UN PROGRAMMA DI ABOLIZIONI CONTRO GLI AMANTI DEL LAVORO

“Ma che il lavoro stesso sia non solo nelle attuali condizioni, ma in quanto il suo scopo in generale è il puro e semplice accrescimento della ricchezza, voglio dire che il lavoro stesso sia dannoso e disastroso, risulta, senza che l’economista (Adam Smith) lo sappia, dalle sue analisi”.

Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici, 1844

Agli avversari del lavoro si rimprovererà di non essere altro che sognatori. “La storia ha dimostrato – si argomenterà – che una società che non si basa sui principi del lavoro, della prestazione obbligata, della concorrenza di mercato e dell’interesse del singolo non può funzionare”. Si risponderà: “Allora voi, apologeti dello status quo, volete affermare che la produzione capitalistica di merci ha donato effettivamente alla maggioranza degli uomini una vita anche solo lontanamente accettabile? Chiamate tutto ciò ‘funzionare’, quando proprio la crescita vertiginosa delle forze produttive esclude dall’umanità miliardi di uomini, che possono ritenersi soddisfatti se sopravvivono di rifiuti? Quando altri miliardi di persone riescono a sopportare ancora una vita vissuta sotto la sferza del lavoro soltanto isolandosi, stordendosi e ammalandosi fisicamente e psichicamente? Quando il mondo viene trasformato in un deserto, soltanto per trarre dal denaro altro denaro? Bene: questo è effettivamente il modo in cui il vostro grandioso sistema del lavoro ‘funziona’. Ma noi non vogliamo fornire questo tipo di prestazioni!”.

“Il vostro autocompiacimento riposa sulla vostra ignoranza e sulla vostra debole memoria. L’unica giustificazione che riuscite a trovare per i vostri crimini presenti e futuri, è lo stato del mondo, che si basa sui vostri crimini passati. Avete dimenticato e rimosso, di quali massacri di Stato si ebbe bisogno, finchè agli uomini fu bene impressa nel cervello, con le torture, la vostra menzognera “legge naturale”, secondo cui è addirittura una gioia essere “occupati” eteronomamente, e farsi succhiare l’energia vitale per l’astratto fine a se stesso del vostro idolo-sistema”.

“Prima si dovettero annientare tutte le istituzioni dell’autorganizzazione e della cooperazione autodeterminata nelle antiche società agrarie, finchè l ‘umanità interiorizzò il dominio del lavoro e dell’egoismo. Forse il lavoro fu compiuto fino in fondo. Non siamo ottimisti a tutti i costi. Non possiamo sapere se la liberazione da quest’esistenza condizionata sarà possibile. Resta una questione aperta, se il tramonto del lavoro porterà al superamento della follia del lavoro, oppure alla fine della civiltà.

“Voi obietterete che con il superamento della proprietà privata, e dell’ obbligo a guadagnare denaro, ogni attività cesserà e si instaurerà una pigrizia generalizzata. Ammettete dunque che il vostro intero sistema ‘naturale’ riposa sulla pura e semplice costrizione? E che per questo temete la pigrizia come un peccato mortale contro l’idolo ‘lavoro’? Eppure gli avversari del lavoro non hanno niente contro la pigrizia. Uno dei loro obiettivi principali è anzi quello di far rinascere la cultura dell’ozio, che una volta tutte le società conoscevano, e che fu annientata per imporre un produrre indiavolato e assurdo. Per questo gli avversari del lavoro fermeranno prima di tutto, senza sostituirli, tutti quei numerosi settori produttivi che servono soltanto a conservare – senza tenere conto delle perdite – il folle fine tautologico del sistema produttore di merci?” “Noi non parliamo soltanto di quei settori lavorativi che sono chiaramente pericolosi per tutti, come l’industria automobilistica, quella degli armamenti e quella atomica, ma anche della produzione di quelle numerose protesi di senso e di quegli stupidi oggetti da divertimento, che dovrebbero rappresentare per l’uomo da lavoro un surrogato della sua vita sprecata. Scomparirà anche quella enorme quantità di attività che esistono soltanto perchè i prodotti di massa devono essere fatti passare attraverso la cruna d ‘ago della forma monetaria e della mediazione del mercato. Oppure pensate che saranno ancora necessari ragionieri e revisori dei conti, specialisti di marketing e venditori, legali rappresentanti e creativi pubblicitari, non appena le cose saranno prodotte secondo il bisogno, e tutti si prenderanno semplicemente quel che a loro serve? E a che scopo dovrebbero ancora esistere funzionari delle finanze e poliziotti, assistenti sociali e amministratori della povertà, quando non ci sarà più una proprietà privata da difendere, non si dovrà più gestire la miseria sociale e nessuno dovrà essere addestrato per le necessità alienate del sistema?”

“Ci sembra di sentire già il grido di dolore: ‘Quanti posti di lavoro persi!’ Giusto. Ma provate a calcolare quanto tempo di vita l’umanità si ruba ogni giorno, soltanto per accumulare ‘lavoro morto’, per amministrare esseri umani e per lubrificare il sistema dominante. Quanto tempo potremmo passare stesi tutti al sole, invece di tormentarci per cose, sul cui carattere grottesco, repressivo e distruttivo sono già state scritte intere biblioteche! Ma non temete. Non cesserà ogni attività quando scompariranno gli obblighi del lavoro. Però, ogni attività avrà un carattere diverso, quando non sarà più incanalata in una sfera, tautologica e desensualizzata, di tempi continui astratti, ma potrà seguire la propria misura del tempo, variabile a seconda degli individui, e sarà integrata in rapporti di vita personali, quando, anche in grandi forme organizzative della produzione, gli uomini stessi ne determineranno il corso, invece di essere determinati dal diktat della valorizzazione aziendale. Perchè lasciarsi pungolare dalle sfacciate pretese di una concorrenza imposta? Occorre riscoprire il valore della lentezza.

“Naturalmente non scompariranno quelle attività legate alla gestione della casa e alla cura degli uomini, che nella società del lavoro vengono rese invisibili, scisse e definite come ‘femminili’. Nè cucinare nè cambiare i bambini dev’essere automatizzato. Se, insieme con il lavoro, verrà superata anche la divisione delle sfere sociali, queste attività necessarie potranno diventare oggetto di una cosciente organizzazione sociale, al di là delle attribuzioni sulla base del sesso. Perderanno il loro carattere repressivo, non appena non governeranno più gli esseri umani, ma saranno eseguite nella stessa misura da uomini e donne, a seconda dei bisogni e delle situazioni.”

“Noi non vogliamo dire che così ogni attività diventerà un piacere. Alcune lo saranno di più, altre di meno. Naturalmente ci sarà sempre qualcosa di necessario, che deve essere fatto. Ma chi dovrebbe spaventarsene, se la vita non ne sarà più completamente divorata? Prevarrà comunque tutto ciò che si potrà fare per libera scelta. Infatti, essere attivi è un bisogno tanto quanto oziare. Nemmeno il lavoro è riuscito a cancellare interamente questo bisogno, ma lo ha strumentalizzato a suo favore e se lo è succhiato da vero vampiro”.

“Gli avversari del lavoro non sono fanatici di un attivismo cieco nè di un cieco farniente. Ozio, attività necessarie e attività liberamente scelte dovranno essere conciliate in un rapporto sensato, che si realizzerà a seconda dei bisogni e dei contesti vitali. Una volta sottratte ai vincoli concreti del lavoro, le moderne forze produttive potranno estendere enormemente il tempo libero disponibile per tutti. Perchè passare tante ore, giorno dopo giorno, nei capannoni delle fabbriche e negli uffici, se robot di ogni tipo possono risparmiarci la maggior parte di queste attività? Perchè far sudare centinaia di corpi umani, se bastano alcune trebbiatrici? Perchè sprecare energie in compiti di routine, che un computer può tranquillamente eseguire?”

“Tuttavia, si può utilizzare a questi fini soltanto una minima parte della tecnica nella sua forma capitalistica. Il grosso degli apparati tecnici dovrà essere completamente ristrutturato, perchè è stato costruito secondo il criterio limitato della redditività astratta. D’altra parte, molte possibilità tecniche, per la stessa ragione, non sono state per nulla sviluppate. Sebbene si possa ottenere energia solare ad ogni angolo di strada, la società del lavoro mette al mondo centrali atomiche centralizzate e pericolose. E sebbene siano da tempo noti metodi di produzione agricola rispettosi della natura, il calcolo finanziario astratto rovescia nell’acqua veleni di ogni tipo, distrugge il terreno e appesta l’aria. Per ragioni di pura redditività, materiali da costruzione e alimenti fanno tre volte il giro del mondo, sebbene la maggior parte delle cose possa essere prodotta facilmente sul posto senza troppi trasporti. Una parte consistente della tecnica capitalistica è tanto insensata e superflua quanto l’impiego corrispondente di energia umana”.

“Con tutto ciò non vi diciamo niente di nuovo. E tuttavia non trarrete mai le conseguenze di ciò che voi sapete benissimo da soli. Infatti vi rifiutate di decidere coscientemente quali mezzi di produzione, trasporto e comunicazione si possano utilizzare in maniera sensata, e quali siano dannosi o semplicemente inutili. Tanto più freneticamente reciterete il vostro mantra della libertà democratica, tanto più ostinatamente respingerete la più elementare libertà sociale di scelta, perchè volete continuare a servire il cadavere dominante del lavoro e le sue pseudo-leggi ‘naturali’.”
18. LA BATTAGLIA CONTRO IL LAVORO E’ ANTI-POLITICA

La nostra vita è un assassinio attraverso il lavoro, ci fanno penzolare appesi alla corda per 60 anni e ci dimeniamo, ma noi ci libereremo”.

Georg Bhchner, La morte di Danton, 1835

Il superamento del lavoro è tutt’altro che una vaga utopia. Nelle forme attuali, la società mondiale non può andare avanti per altri 50 o 100 anni. Il fatto che gli avversari del lavoro debbano vedersela con un idolo del “lavoro” già clinicamente morto, non rende necessariamente più facile il loro compito. Infatti, tanto più la crisi della società del lavoro si acuisce, e tutti i tentativi di aggiustamento falliscono il bersaglio, tanto più si allarga il divario tra l’isolamento delle monadi sociali impotenti e le esigenze di un movimento di appropriazione della società nel suo complesso. Il crescente imbarbarimento dei rapporti sociali, in ampie regioni del mondo, dimostra che la vecchia coscienza del lavoro e della concorrenza si perpetua a un livello sempre più basso. La decadenza progressiva della civiltà sembra essere, nonostante tutti i sintomi di un disagio nel capitalismo, la forma spontanea in cui si sviluppa la crisi.

Proprio con prospettive talmente negative, sarebbe fatale mettere da parte la critica pratica del lavoro in quanto programma sociale, e limitarsi a costruire una precaria economia di sopravvivenza fra le rovine della società del lavoro. La critica del lavoro ha una chance soltanto se combatte contro il processo di desocializzazione, invece di lasciarsi trascinare da questa corrente. Gli standard di civiltà non si possono più difendere con la politica democratica, bensì soltanto contro di essa.

Chi punta sull’appropriazione emancipatrice e sulla trasformazione dell’ intero edificio dei rapporti sociali, non può permettersi di ignorare l’ istanza che fino ad ora ne ha organizzato le condizioni generali di esistenza. E’ impossibile ribellarsi contro l’espropriazione delle proprie potenzialità sociali senza confrontarsi con lo Stato. Infatti lo Stato amministra non soltanto circa la metà della ricchezza sociale, ma assicura anche la sottomissione obbligatoria di ogni potenzialità sociale ai comandamenti della valorizzazione. Nè gli avversari del lavoro possono ignorare lo Stato e la politica, nè vi possono partecipare.

Se la fine del lavoro è anche la fine della politica, allora un movimento politico a favore del superamento del lavoro sarebbe una contraddizione in termini. Gli avversari del lavoro rivolgono richieste allo Stato, ma non costituiscono un partito politico, nè mai ne creeranno uno. Il fine della politica può essere soltanto quello di conquistare l’apparato dello Stato per andare avanti con la società del lavoro. Dunque gli avversari del lavoro non vogliono occupare i centri nevralgici del potere, bensì metterli fuori uso. La loro battaglia non è politica ma anti-politica.

Lo Stato e la politica dell’era moderna sono uniti inseparabilmente al sistema coercitivo del lavoro, e perciò devono scomparire insieme con esso. Le chiacchiere su una rinascita della politica sono soltanto il tentativo di riportare la critica del terrore economico a un rapporto positivo con lo Stato. L’auto-organizzazione e l’autodeterminazione sono però l’esatto contrario dello Stato e della politica. La conquista di spazi di libertà socio-economica e culturale non si realizza seguendo i labirinti della politica, ma costituendo una contro-società.

Libertà significa non farsi accoppare dal mercato nè farsi amministrare dallo Stato, ma organizzare le relazioni sociali secondo la propria regia, senza l’intromissione di apparati alienati. In questo senso, per gli avversari del lavoro si tratta di trovare nuove forme per i movimenti sociali e di conquistare teste di ponte per una riproduzione della vita al di là del lavoro. Occorre legare le forme di una contro-società con il rifiuto aperto del lavoro.

Che le potenze dominanti ci dichiarino pure pazzi, perchè vogliamo provare a rompere con il loro irrazionale sistema coercitivo. Noi non abbiamo nient’ altro da perdere se non la prospettiva della catastrofe verso la quale ci stanno guidando. Abbiamo invece da guadagnare un mondo al di là del lavoro.

Proletari di tutto il mondo, dite basta!

Politica e Società

Saldi di agosto

da Democrazia Atea 14 Agosto 2012 dc:

Saldi di agosto

Nel gennaio del 2012 Democrazia Atea con una lettera aperta al Presidente Monti denunciava che le manovre di risanamento non sarebbero servite a sistemare i nostri conti interni quanto piuttosto a creare il fondo istitutivo del MES.

La tassazione straordinaria imposta dal Governo si sarebbe tradotta in una inutile perdita di diritti, dalla sanità alla tutela del lavoro, faticosamente conquistati negli anni precedenti.

La Banca d’Italia ha diffuso un bollettino che, per quanto inquietante, non turberà le vacanze ferragostane dei più.

I dati diffusi confermano l’inutilità delle manovre di contenimento della spesa pubblica e i fondi dirottati verso il MES hanno reso inutile ogni speranza di intaccare il debito pubblico.

Il deficit pubblico (in sintesi il saldo tra le spese e le entrate dell’anno corrente) si profila per il 2012 come ingestibile e tale da incrementare a dismisura il debito pubblico (in sintesi il debito dello Stato consolidato negli anni e coperto dall’emissione di titoli pubblici).

Il prossimo passo sarà quello di propinarci come ineludibile la vendita dei beni pubblici, il nostro Patrimonio.

Sappiamo già che le banche in questo frangente stanno compilando la “lista della spesa” e i partiti, dal PD al PDL passando per l’UDC, si stanno appostando vicino alle casse, con la mano tesa, sicuri che dalla vendita qualche spicciolo per la “mancia” resterà nelle loro tasche.

Democrazia Atea propone piuttosto la vendita di tutti i beni di proprietà dello Stato inclusi nel FEC – Fondo Edifici di Culto- e oggi affidati gratuitamente agli enti ecclesiastici.

La segreteria nazionale di Democrazia Atea
http://www.democrazia-atea.it

Politica e Società

Rivoluzionari e conservatori

In e-mail il 5 Gennaio 2011 dc:

Rivoluzionari e conservatori

di Lucio Garofalo

Non è lontano il tempo in cui i giovani erano accusati di essere frivoli e disimpegnati politicamente. Ora che iniziano a mobilitarsi e a battersi per i propri diritti e per ottenere un futuro dignitoso, sono temuti e stigmatizzati  addirittura quali “terroristi” e “potenziali assassini”. Come si fa a giustificare una simile discordanza di valutazioni?

E’ evidente il disorientamento e l’incapacità di cogliere la reale natura di un fenomeno che in molti temevano, una sollevazione generazionale che finora ha raggiunto il suo culmine nelle agitazioni e nei tumulti di massa del 14 dicembre, lo spauracchio di una rivolta sociale contro la dannazione del precariato che incombe sull’avvenire dei giovani. E come si può biasimare chi tenta di rigettare la condanna ad un simile destino?

Le iniziative studentesche suscitano alcune riflessioni, utili in una prospettiva di espansione e di maturazione del movimento nell’anno appena iniziato. Sgombriamo subito il campo dagli stereotipi che tentano di ridurre in modo semplicistico e superficiale la rabbia giovanile esplosa in forma spontanea, come è accaduto in Grecia, in Inghilterra e nel resto d’Europa. Tali mistificazioni sono diffuse ad arte dalla stampa di regime che non ha perso l’occasione per scatenare una furibonda canea sulla presunta identità tra studenti e violenza, formulando l’equazione: manifestanti = terroristi.

Le proteste di piazza hanno lanciato un segnale di vera opposizione sociale e di massa rispetto alla crisi e alle politiche antipopolari e ciò è senza dubbio positivo. In questa fase occorre sostenere la ribellione di questa generazione e respingere con fermezza le campagne repressive e i tentativi di criminalizzazione contro un movimento che ha deciso di sfidare il palazzo di un potere corrotto e delegittimato, capace solo di inciuci e totalmente incapace di programmare un futuro dignitoso per i lavoratori, i giovani e le donne di questo Paese. Nel contempo è illusorio credere che con queste manifestazioni siano stati rovesciati i rapporti di forza, né che sia stata battuta l’egemonia reazionaria che fa leva sulle paure generate dalla crisi, fomentando incessanti guerre tra miserabili.

Le mobilitazioni di massa hanno provato che le vertenze operaie contro i licenziamenti, le ristrutturazioni e le chiusure aziendali e per la difesa dei salari, si possono e si devono fondere con le lotte studentesche per la tutela dell’istruzione pubblica e dell’università, per la conservazione dei territori contro i saccheggi e le devastazioni ambientali, per il mantenimento della sanità pubblica, per il diritto ad una casa e ad un lavoro per tutti.

Una battaglia per la salvaguardia dei diritti e dei salari, per il mantenimento della scuola e della sanità pubblica, per la tutela del territorio, potrebbe apparire una posizione puramente difensiva e di retroguardia, di stampo conservatore. E in un certo senso lo è.

A tale proposito richiamo quanto sosteneva Pasolini, con intuito profetico, oltre 35 anni fa, cioè che in una società capitalistica e consumistica di massa che promuove “rivoluzioni di destra”, i veri rivoluzionari sono i “conservatori”. In effetti, le rivoluzioni in atto nella società contemporanea sono di natura regressiva e liberticida, sono mutamenti violenti e radicali prodotti dalla globalizzazione economica neoliberista, in ultima analisi sono (adoperando un ossimoro) “rivoluzioni conservatrici”, in quanto funzionali ad un disegno di stabilizzazione neoconservatrice dell’ordine sociale vigente.

Dunque, coloro che si impegnano per arginare la pericolosa deriva autoritaria e antidemocratica causata dalle forze del neoliberismo oligarchico e finanziario, per contrastare le offensive capitalistiche contro i diritti e le conquiste dei lavoratori, per resistere agli assalti eversivi della destra più oltranzista e reazionaria, coloro che si battono per salvaguardare le condizioni residuali di legalità democratica e civile, le tutele sociali e costituzionali, sono oggi i veri conservatori, sono cioè i veri rivoluzionari.

Per chiarire il concetto suggerisco di pensare al sedicente “rivoluzionario” Marchionne, il supermanager della Fiat. Costui, per avallare le proprie tesi eversive, si appella alla nozione di “progresso”, di cui sarebbe un convinto fautore, mentre la Fiom, tanto per citare un esempio, rappresenterebbe un’organizzazione sindacale “retrograda” e “conservatrice”. Pertanto, se il signor Marchionne è un “artefice del progresso”, il sottoscritto ammette di essere un “conservatore”, se non addirittura un “misoneista”.

In questo ragionamento è presumibile che gli studenti mobilitati per la difesa della scuola pubblica, malgrado i limiti e le inefficienze del sistema, siano attestati su posizioni di “conservazione”, dunque siano i veri rivoluzionari dell’attuale situazione.

Ebbene, l’ennesimo tentativo dei mezzi di informazione per distogliere l’opinione pubblica dai nodi critici ed essenziali della protesta, insistendo sul carattere violento o meno delle manifestazioni, è la riprova dell’ottusa volontà del palazzo di ignorare le giuste rivendicazioni sollevate dalla piazza per arroccarsi in un atteggiamento di ostinata chiusura autoreferenziale e in un teatrino di marionette a cui ormai è ridotta la politica.

I partiti e i sindacati della sinistra tradizionale non rappresentano più gli interessi reali dei lavoratori e contribuiscono alla farsa attribuendo le responsabilità della catastrofe alla cattiva gestione del governo, illudendo le masse con la promessa di una “nuova politica”. I movimenti esprimono un bisogno di protagonismo e di autorganizzazione dei soggetti sociali che non si sentono più rappresentati dalla politica ufficiale del palazzo.

E’ giusto precisare che non esistono solo le lotte e le istanze rappresentate dal movimento studentesco, ma pure le vertenze e le questioni sociali espresse dagli operai, dai migranti, dai precari delle fabbriche, delle scuole e degli altri luoghi dello sfruttamento capitalistico. Non si tratta solo di un movimento studentesco in quanto le mobilitazioni coinvolgono diversi soggetti sociali: studenti, ricercatori, operai e migranti, uniti da un denominatore comune che è la precarietà economica e sociale. Le nuove agitazioni sociali parlano lo stesso linguaggio, quello della precarietà ontologica.

Mentre l’opposizione parlamentare è paralizzata, le masse proletarizzate prendono coscienza del loro destino e si sa che “i popoli non vogliono suicidarsi”. Alla recessione internazionale ovunque si sta reagendo con forme spontanee di protesta e di resistenza, in cui riacquista vigore l’idea dell’unità delle lotte. Fino a ieri le vertenze erano isolate, disperse e atomizzate. Di fronte alla gravità della situazione economica la convergenza delle lotte in un unico movimento, non solo nazionale ma internazionale, diventa vitale.

E’ possibile organizzare una opposizione corale di massa, formata da voci plurali e diverse, unificate nel tentativo di salvaguardare il futuro e la dignità dei lavoratori, contro le politiche concertate da Governo, MaFiat e Confindustria, che mirano a riaffermare il primato del profitto individuale a discapito dell’interesse generale.

Politica e Società

La solidarietà secondo Telecom: meno ai lavoratori, più agli azionisti

da Il Fatto Quotidiano del 10 Novembre 2010 dc:

La solidarietà secondo Telecom: meno ai lavoratori, più agli azionisti

di Giorgio Meletti

Oggi è il terzo giorno. Da lunedì scorso, infatti, 29.204 dipendenti di Telecom Italia (su un totale di oltre 50 mila) sperimentano il più grande tentativo di contratto di solidarietà mai tentato in Italia.

IL CONTRATTO di solidarietà funziona così: quando un’azienda ha problemi e dovrebbe licenziare, si salvano i posti di lavoro spalmando l’eccedenza di personale su tutti i dipendenti, con una riduzione parallela di orario di lavoro e retribuzione. E’ la soluzione che i sindacati preferiscono: consente di superare i momenti neri e poi di ripartire a pieno organico.

Il caso di Telecom Italia però è molto particolare. “I due anni che ci aspettano saranno di contrattazione permanente”, avverte Alessandro Genovesi del sindacato di categoria Slc-Cgil. Al di là delle complicate discussioni tecniche sull’attuazione del piano, il sospetto dei sindacati è che la solidarietà, contrariamente al suo nome,   sia un ammortizzatore sociale in favore degli azionisti di Telecom Italia anziché dei suoi dipendenti. Vediamo perché. Tutto nasce dall’annuncio dato nel luglio scorso dal numero uno di Telecom, Franco Bernabé, che ha aperto la procedura di licenziamento per 3.700 persone. Era la prima tranche di complessivi 6.800 esuberi previsti per il piano 2010-2012.

Dalla vertenza sindacale che ne è nata, con robusto intervento del governo, preoccupato dalla ricaduta politico-sociale di una simile dose di licenziamenti di massa, è scaturito l’accordo sulla solidarietà. Che si articola così. I 6.800 esuberi sono diventati 5 mila, di questi 3.900 persone sono destinate all’uscita volontaria entro il 2012, altri 1.100 sono rimasti in esubero. Anziché licenziare   si è deciso di spalmare l’eccedenza su 29.204 dipendenti. I quali vedono ridotto l’orario di lavoro secondo tre categorie: alcuni lavoreranno il 15 per cento in meno, altri dell’8,08 per cento in meno, altri ancora del 3,27 per cento.

Non è chiaro, e la Telecom non   lo spiega, come mai – se dividendo 1.100 per 29.204 risulta che l’eccedenza media è del 3,7 per cento – ci siano così tante persone che subiscono una riduzione d’orario nettamente più alta. In ogni caso per i lavoratori il danno è limitato: l’80 per cento della retribuzione perduta viene reintegrato dall’Inps, cioè dallo Stato. Così i più penalizzati, quelli con taglio del 15 per cento, percepiranno almeno il 95 per cento dello stipendio.

E’ PIÙ COMPLICATO capire perché la Telecom abbia messo in piedi questo astruso meccanismo per risparmiare una cifra valutabile (in mancanza di informazioni ufficiali, perché la Telecom non ne fornisce) tra i 60 e i 90 milioni all’anno. Stiamo infatti parlando di un’azienda che ha chiuso l’ultimo bilancio con un utile netto di un miliardo e 580 milioni, distribuendo agli azionisti dividendi per oltre un miliardo e cento milioni. Una cedola pari al 4,63 per cento del valore corrente dell’azione. Si tratta di un risultato per il quale Bernabè   ha percepito un premio di un milione e 348 mila euro. Lo stesso Bernabè che ha promesso agli azionisti (quelli che contano sono Mediobanca, Assicurazioni Generali, Intesa Sanpaolo, Telefonica) un ulteriore aumento del dividendo, anche grazie al contratto di solidarietà.

TELECOM ITALIA si vanta nel suo sito ufficiale di aver distribuito negli ultimi dieci anni dividendi agli azionisti per 24 miliardi di euro. Tenendo in cassa quei soldi avrebbe oggi azzerato lo spaventoso indebitamento che ne limita le capacità operative e di investimento. In questo scenario non è facile comprendere quale strategia di sviluppo imponga il ricorso al contratto di solidarietà, che i sindacati hanno accettato e il governo finanziato, con l’esplicita alternativa di migliaia di licenziamenti. Alla firma dell’intesa Bernabè dichiarò: “L’accordo testimonia la volontà di proseguire con determinazione   nel percorso verso la piena affermazione di Telecom Italia come modello di azienda tra le più efficienti nel settore”.

Da parte sindacale, e anche da parte di numerosi dipendenti di Telecom, la parola efficienza suscita qualche perplessità. Per legge, in presenza del contratto di solidarietà nessun dipendente coinvolto può lavorare un solo minuto in più dell’orario (ridotto) fissato. Sono bloccati tutti gli straordinari (e per qualcuno si tratta di una perdita secca di retribuzione, che l’Inps non compenserà). Sono vietate le assunzioni temporanee. Sono vietati gli aggiustamenti degli orari.

Per chi gestisce il personale sarà una partita complicata: il contratto di solidarietà impone alla struttura una rigidità senza precedenti, e può contribuire non poco alla demotivazione dei singoli. Anche perché continueranno a vedere i manager prendere i loro ricchi premi di fine anno. Addirittura i dirigenti del personale saranno premiati per aver tagliato il monte salari. Per loro la solidarietà non scatta mai.

Politica e Società

Lavorare meno per lavorare tutti e vivere meglio

14 Febbraio 2010 dc:

Lavorare meno per lavorare tutti e vivere meglio

Mi capita a volte di pensare a un paradosso universale, in quanto colpisce direttamente l’intera compagine umana. Mi riferisco ad un’assurda e insanabile contraddizione tra il crescente progresso tecnologico e scientifico avvenuto soprattutto negli ultimi decenni, che permetterebbe all’intero genere umano di vivere in condizioni decisamente migliori, e la realtà concreta che denota un sensibile peggioramento dello stato in cui versa gran parte dell’umanità, in particolare i produttori, cioè le classi lavoratrici salariate. Questa assurda incongruenza opprime anche i lavoratori che vivono nel mondo occidentale.

Ebbene, grazie alle più recenti e avanzate conquiste ottenute nel campo tecnico e scientifico, la nobile ed antica “utopia” dell’emancipazione dell’umanità dal bisogno di lavorare, inteso come prestazione di tempo alienato e mercificato, cioè sottoposto a condizioni di servitù e sfruttamento economico, è virtualmente realizzabile oggi di ieri.

Ciò significa che tale ipotesi sarebbe oggettivamente possibile e necessaria, ma nel contempo è impraticabile nel quadro dei rapporti giuridici ed economici vigenti, imperniati su leggi e strutture classiste insite nel modo di produzione capitalistico, che non a caso attraversa un periodo di grave crisi ideologica e sistemica di portata globale.

Pertanto, l’idea dell’affrancamento dell’umanità dallo sfruttamento e dall’alienazione che si verificano durante il tempo di lavoro, potrebbe dirsi prossima alla sua attuazione. Tuttavia, una simile meta non si potrebbe conseguire senza una rottura rivoluzionaria compiuta a livello planetario nel quadro del dominio capitalistico tuttora vigente. Mi riferisco esplicitamente all’abolizione della proprietà privata dei grandi mezzi della produzione economica, che controlla e detiene l’alta borghesia industriale e finanziaria.

Così come gli antichi greci si occupavano liberamente e amabilmente di politica, filosofia, poesia e belle arti, godendo dei piaceri concessi dalla vita, essendo esonerati dal lavoro manuale svolto dagli schiavi, parimenti gli uomini e le donne del mondo odierno potrebbero dedicarsi alle piacevoli attività del corpo e dello spirito, affrancandosi finalmente dal tempo di lavoro assegnato alle macchine e condotto grazie ai processi di automazione ed informatizzazione della produzione dei beni di consumo.

Questo traguardo rivoluzionario è già raggiungibile, almeno in teoria, grazie alle enormi potenzialità “emancipatrici” ed “eversive” fornite dallo sviluppo della scienza e della tecnica soprattutto nel campo della robotica, della cibernetica e dell’informatica.

Lucio Garofalo