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La grande adunata degli Alpini e la piccola adunata dei (gesti) refrattari

In e-mail l’8 Maggio 2019 dc:

La grande adunata degli Alpini e la piccola adunata dei (gesti) refrattari

Un po’ di storia in tempi di amnesia interessata

In guerra la prima vittima e “la verità”.

Eschilo

La Prima guerra mondiale è costata al proletariato italiano 680 mila morti, mezzo milione di invalidi e mutilati, un milione di feriti.

A conferma del fatto che, tolti i cenacoli nazionalisti e le ridotte schiere dell’interventismo cosiddetto democratico o “rivoluzionario”, la gran massa dei coscritti visse la guerra come tragica fatalità o come immane macello a cui sottrarsi, parlano gli atti dei tribunali militari: 870 mila denunce, delle quali 470 mila per renitenza; 350 mila processi celebrati; circa 170 mila pene detentive, tra le quali 15 mila all’ergastolo; 4028 condanne a morte (in gran parte in contumacia), delle quali 750 eseguite.

Un numero, quest’ultimo, assai superiore a quello delle condanne capitali eseguite in Francia (600), Gran Bretagna (330) e Germania (meno di 50), nonostante la più lunga partecipazione al conflitto e il maggior numero di soldati impegnati dai rispettivi eserciti.

I numerosi atti di ribellione e di ammutinamento – dallo “sciopero” per le mancate licenze agli spari in aria, al fuoco indirizzato contro gli ufficiali particolarmente odiati – hanno incontrato una repressione spietata, fatta di decimazioni, di fucilazioni sommarie, di spari alle spalle da parte dei carabinieri, il cui ruolo era quello di spingere anche con le baionette i soldati fuori dalle trincee durante gli assalti suicidi ordinati dai comandanti per conquistare qualche metro di territorio nemico.

Tra i generali, «che la guerra l’avete voluta,/ scannatori di carne venduta/ e rovina della gioventù» (Gorizia tu sei maledetta), oltre a Cadorna, «nato d’un cane» (E anche ar me marito), si distinsero nelle fucilazioni sommarie Andrea Graziani, Gugliemo Pecori Giraldi e Carlo Petitti di Roreto, a cui ancora oggi sono intitolati monumenti, vie, piazze, targhe commemorative e rifugi montani (come il rifugio Graziani ai piedi del Monte Altissimo in Trentino).

Al tempo della guerra contadini e contrabbandieri si mettevano delle foglie di Xanti-Yaca sotto le ascelle per cadere ammalati. Le febbri artificiali, la malaria presunta di cui tremavano e battevano i denti, erano il loro giudizio sui governi e sulla storia (Vittorio Bodini).

Va detto che, dal punto di vista dei rapporti fra Stati, il governo italiano attaccò un governo – quello austro-ungarico – con cui era precedentemente alleato. Se la nozione di «guerra difensiva» è quasi sempre una mistificazione, nel caso dell’entrata in guerra dell’Italia nel «radioso maggio» del 1915 è palesemente falsa.

 

Nelle Province austro-ungariche di Trento e Trieste vengono arruolati circa 120 mila «italiani d’Austria», spediti in gran parte sul fronte orientale (Galizia, Bucovina, Volinia) a contrastare le truppe russe.

Un soldato su cinque vi trova la morte, per lo più nei primi mesi di combattimento. Molti altri finiranno prigionieri nei campi o nelle infinite distese della Siberia. Guardati con sospetto in quanto potenziali «filo-italiani» dagli ufficiali austro-ungarici e poi come potenziali «austriacanti» dalle autorità italiane, per molti l’odissea dell’internamento continuerà anche in Italia a guerra finita. I «redenti», cioè quelli che dopo la disfatta austro-ungarica in Russia si arruolarono nel regio Corpo Italiano di spedizione in Estremo Oriente (Cseo), parteciparono alla repressione bianca contro la rivoluzione russa. Altri, disertando, si arruolarono nell’Armata rossa.

A tutto ciò vanno aggiunte le migliaia di profughi spediti dal Trentino ai «campi di baracche» dell’Alta Austria, tra fame, malattie e ostilità della popolazione locale.

Se in Trentino gli arruolati nell’esercito austro-ungarico furono 60 mila, i volontari che passarono nelle file italiane furono 687, tra i primi dei quali il deputato socialista e ufficiale degli Alpini Cesare Battisti. Se i coscritti furono in gran parte contadini, i volontari «irredentisti» furono per lo più di estrazione borghese.

Gli operai e i contadini sopravvissuti trovarono, al ritorno dal fronte, fame e disoccupazione al posto del lavoro e delle terre promessi. Viceversa, per la classe dominante in generale e per gli industriali degli armamenti in particolare il conflitto fece aumentare vertiginosamente i profitti.

Frutto avvelenato della “Vittoria” e dell’ubriacatura nazionalista fu, di lì a poco, il fascismo. Non a caso, uno dei primi provvedimenti di Mussolini al potere fu la chiusura della assai timida «inchiesta sui profitti di guerra», il che permise agli industriali (in particolare agli Ansaldo, tra i maggiori finanziatori del «Popolo d’Italia» e poi delle camicie nere) di non risarcire nemmeno una lira per le forniture militare di cui avevano gonfiato a dismisura il valore.

Il 3 novembre 1918 le truppe italiane entrano a Trento, mentre ciò che rimane dell’esercito austro-ungarico si ritira verso nord. L’esercito italiano il 4 novembre è a Salorno, il 6 a Bolzano, il 10 al passo del Brennero. Il comandante in capo sul fronte trentino è il fucilatore di ammutinati Guglielmo Pecori Giraldi.

Se l’«italianizzazione» del Trentino, dove la popolazione tedesca corrisponde al 3,5 per cento, avviene senza grandi resistenze (e senza grandi applausi, tranne quelli iniziali per la fine della guerra), diverso è il discorso per il Sudtirolo, subito ribattezzato «Alto Adige». Qui i tedeschi rappresentano il 90 per cento della popolazione. All’oltranzismo nazionalista di Ettore Tolomei, nominato dal governo Orlando capo dell’«Ufficio di preparazione per il trattamento del germanesimo cisalpino», seguirà la violenza del fascismo nel chiudere scuole di lingua tedesca, nell’italianizzare toponomastica e cognomi tedeschi e nel reprimere ogni pur timida espressione di autonomismo.

In Trentino, invece, sarà la Legione trentina, nata nel 1915 per propagandare l’arruolamento nell’esercito italiano, ad occuparsi di “spiegare” alla popolazione, con lapidi, cippi, opuscoli e musei del Risorgimento, che d’ora in poi avrebbe vissuto in una «terra redenta». La Legione passerà poi il testimone, senza urti di sorta, ai Fasci di combattimento di Achille Starace.

Trento 2018

Da questi rapidi cenni storici si capisce il senso della scelta di Trento come sede della 91° adunata degli Alpini: celebrare la Vittoria della Prima guerra mondiale in una delle terre «redente».

E giustificare, con il mito dell’Alpino solidale e generoso, le attuali guerre a cui lo Stato italiano partecipa in nome della democrazia.

Per questo si sono scomodati il presidente della Repubblica, il ministro della Difesa, il Capo di Stato Maggiore, altri vertici delle forze armate e i redivivi cappellani militari.

Benché la Preghiera dell’Alpino continui a chiedere a «Dio onnipotente» di rendere «forti le nostre armi contro chiunque minacci la nostra Patria, la nostra Bandiera, la nostra millenaria civiltà cristiana», al tutto bisognava dare un tocco di «pace» e di «riconciliazione».

Se già Saragat nel 1968 aveva rivolto un pensiero a chi era morto con la divisa austro-ungarica, Mattarella quest’anno si è recato al monumento che ricorda i circa 12 mila uomini che con quella divisa sono stati uccisi. Ma, come ha precisato il Capo di Stato Maggiore generale Graziano, «ovviamente siamo qui per festeggiare la vittoria». E questo era il senso della salita di Mattarella al fascistissimo mausoleo di Cesare Battisti sul Doss Trent, inaugurato nel «radioso maggio» del 1935 alla presenza della vedova di Battisti e dei due figli, per l’occasione in camicia nera. A fianco del mausoleo già all’epoca Mussolini voleva un «museo delle truppe alpine». Lo accontenterà la «Repubblica nata dalla Resistenza», che nel 1958 vi inaugurerà il Museo nazionale degli Alpini.

Il punto, ovviamente, non è ricordare i caduti.

Si possono ricordare i caduti con entrambe le divise e non dire nulla contro la guerra, contro chi la volle e ne ricavò lauti profitti.

Anche i socialisti del primo dopoguerra costruivano monumenti ai caduti. Ma con parole come queste: «Morirono per avidità di regnanti/ per gelosia di potenti/ che la terra insanguinata/ fecondi/ odio contro la guerra/ maledizioni contro coloro che la benedirono e la esaltarono» (queste parole, scritte sul monumento di Gazzuolo in provincia di Mantova, si possono leggere ora solo sui libri, perchè iscrizioni simili furono tutte distrutte dai fascisti).

«Per la pace» non significa nulla. Anche la Campana di Rovereto, inaugurata nel 1925, ha questo nome, ma fu voluta da Antonio Rossaro, prete interventista e poi fedele del duce, affinché «risuonasse e scuotesse i cuori nella solenne rievocazione di tanti eroi scomparsi». O vogliamo parlare del monumento all’Alpino di via Dante, da cui è partito, nei giorni dell’adunata, un percorso pedonale «per la pace»? Quel monumento fu inaugurato nel 1940 da Leonida Scanagatta, cavaliere del Re e squadrista roveretano della prima ora, tra gli assalitori nel 1921 della Camera del Lavoro di piazza Rosmini. Con gli Alpini già schierati a difesa dell’Italia e dell’Impero, quel bronzo era forse un monito «per la pace»?

D’altronde, che durante l’adunata di Trento in gioco non fosse tanto e solo la «memoria» (quale?), era rappresentato in modo evidente e plastico dallo stand dell’Iveco Vehicles Defense con i suoi Lince in piazza Dante e dai mezzi corazzati dell’esercito al (S.) Chiara.

Con quelli non si racconta la storia né si ricordano i caduti. Con quelli si fa la guerra.

Associazione Nazionale Alpini

Il presidente del Museo storico di Trento, cicerone del capo dello Stato durante la visita sul Doss Trent, ha detto che questa adunata è stata meno retorica e militaresca di altre.

Forse lo «storico» non si è accorto che si svolgeva a Trento e non a Bassano.

Qui, nel 1915-1918, gli Alpini hanno sparato contro i «trentini d’Austria». Ed è un po’ più difficile presentare gli 80 trentini caduti «per l’Italia» come eroi e i 12 mila caduti «per l’Austria» come «barbari austriacanti». Comunque, se nella società i discorsi sulla Vittoria, sul martirio di Battisti, sul sacrificio per la Patria sono oggi meno presentabili non è grazie, bensì malgrado l’Ana.

Se fosse per l’Associazione Nazionale Alpini (l’associazione combattentistica più grossa d’Europa), saremmo ancora ai cappellani militari che benedicono i gagliardetti in nome di Dio, della Patria e dell’Impero (e se, per certi aspetti, ci stiamo ritornando, è proprio perchè negli ultimi vent’anni sono diminuite le resistenze nella società).

Qualche esempio lo dimostrerà anche ai più distratti, persino agli «storici» istituzionali.

L’Ana viene fondata a Milano nel 1919. Il primo direttore del suo bollettino ufficiale, ancora oggi stampato e diffuso, «L’Alpino», è Italo Balbo, comandante squadrista e futuro ras del regime.

Il bollettino si caratterizza per un violento anti-socialismo, come si evince dal nono Decalogo del perfetto Alpino: «Ricordati di odiare i nemici di dentro e di fuori anche in pace, come li hai odiati in guerra». I «nemici di dentro» non sono né la monarchia, né la Chiesa, né la borghesia, bensì i «rossi», cioè gli antimilitaristi, i socialisti, gli anarchici.

Durante il regime la retorica dell’Ana ricalca quella di Mussolini, compreso il motto per cui per l’Alpino «niente è impossibile» (ripreso anche per l’adunata di quest’anno…).

Con la Resistenza, si dirà, cambia tutto. Spostiamoci allora negli anni Cinquanta.

Quando, nel 1959, esce e viene premiato alla Mostra del cinema di Venezia La grande guerra di Mario Monicelli, i vertici dell’Ana e 2350 ex cappellani militari scrivono una lettera di protesta contro un film che, narrando le vicende di due soldati «imboscati» che si «redimono» solo perchè offesi in quanto italiani da parte di un ufficiale austro-ungarico prima della fucilazione, ha lo scopo di «oltraggiare tanta generosa im- molazione offerta all’onore dell’Italia e alla sua salvezza». A sostenere la difesa dell’eroismo militare si schierano, oltre ai deputati missini, le firme più prestigiose del giornalismo italiano (compreso qualche «antifascista»).

Anche durante la polemica di Lorenzo Milani contro i cappellani militari («reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri»; «l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni», scriveva, come è noto, nel 1965 il prete di Barbiana), l’Ana si scaglia contro la «vigliaccheria» della diserzione e dell’obiezione di coscienza.

Ma poi ci fu il ’68, si dirà.

E proprio quell’anno, a Trento, alcuni studenti di Sociologia si lanciarono contro l’auto di Saragat durante l’adunata degli Alpini con un cartello che diceva «600.000 morti inutili».

Certo, ci fu il ’68, la riscoperta dei canti proletari contro la guerra, le ricerche di Mario Isnenghi, gli archivi di scrittura popolare… Ma non per gli Alpini, fedeli nei secoli.

Ancora nel 2015, sul mensile dell’Ana la Prima guerra mondiale è sempre l’eroico compimento del Risorgimento: «riprovevole» la diserzione, «inaccettabile» l’obiezione fiscale alle spese militari. Quando un prete, dalle parti di Vittorio Veneto, si rifiuta di recitare la militarista Preghiera dell’Alpino, l’Ana risponde che «Dio fu con loro» e di «questi uomini furono degni di Dio». Può bastare?

Storici

A partire dagli anni Settanta, fra Rovereto e Trento è nata una generazione di storici attenti alla scrittura popolare e alla storia dal basso. A loro si devono studi e ricerche importanti sui contadini in guerra, sulla contro-memoria, sulle forme di opposizione sociale.

Seguendo i nessi storici dello sfruttamento, ad esempio, troviamo pagine significative su come la meccanizzazione della guerra abbia profondamente cambiato il paesaggio alpino, aprendo le porte al successivo turismo di massa. Ora, si può dire che, con qualche rara e onesta eccezione, questi storici siano affetti da ciò che si potrebbe chiamare schizofrenia opportunistica. Più volte, infatti, li abbiamo ritrovati a fare da appendice a convegni e manifestazioni in cui si sostiene l’esatto contrario di quanto si può trovare nei loro libri, quando non ad assumersi in proprio l’onere di contribuire al mito dell’Alpino.

Consapevoli, tra l’altro, che la memoria collettiva è fatta molto più di monumenti, discorsi mediatici, film, adunate e canzonette che non di storiografia (altrimenti del buon Alpino non rimarrebbe più traccia!). Questo per dire una cosa molto semplice: sono le lotte a cambiare i dibattiti, non gli storici.

Scritte, sassi, sabotaggi e luci spinte

E veniamo ora a quella che si potrebbe chiamare una piccola, minuscola “adunata dei refrattari” (per richiamare il titolo del giornale fondato negli Stati Uniti dall’anarchico

Luigi Galleani).

Quando si tratta del mito intoccabile dell’Alpino, basta poco per creare scandalo.

Reazioni indignate hanno accolto la sparizione di un po’ degli onnipresenti tricolori e il danneggiamento di qualche striscione di “benvenuto” ai cappelli piumati.

Tra l’8 e il 9 maggio si è tenuta, all’interno della facoltà di Sociologia, una due giorni contro la guerra.

Fuori della Facoltà, che per una notte è stata anche occupata, campeggiavano due striscioni: uno per chiarire che «la rivolta non è un’arma da museo» e l’altro contro gli Alpini.

Occorre ricordare che esattamente cinquant’anni fa quella Facoltà fu occupata per settimane e che alcuni studenti vicini a Lotta Continua contestarono platealmente l’adunata degli Alpini (in seguito a quella contestazione, in città si scatenò da parte dei cappelli piumati una vera e propria caccia «al sociologo» con veri e propri pestaggi, in cui vennero coinvolti, in quanto «rossi», persino degli innocui militanti del Pci).

Tutte cose che le mostre storiche istituzionali sul ’68 a Trento ricordano. Ma si sa che le lotte possono essere elogiate dai loro recuperatori istituzionali solo quando… sono morte e sepolte. Che un corpo militare (questo sono gli Alpini, tutt’ora ben presenti in Afghanistan, in Libano, in Libia…) venga definito «assassino», come hanno fatto manifesti e scritte apparsi a Rovereto, a Trento e a Bolzano, dovrebbe essere quasi una constatazione.

Che tra gli iscritti all’Ana ci sia per lo più gente che non ha mai partecipato a guerre e ricorda con il proprio cappello in testa solo di aver fatto orgogliosamente la naja, non cambia nulla.

Anzi.

È proprio questo diffuso sentimento di appartenenza nazional-patriottica che inquina e mistifica.

Se a Trento avessero sfilato solo ufficiali e soldati di professione la natura militarista dell’adunata sarebbe stata più evidente. Ma l’Ana ‒ a differenza, poniamo, della Lega proletaria dei reduci e mutilati di guerra ‒ è stata fondata da interventisti e nazionalisti, il cui scopo non era far pagare la guerra a chi l’aveva voluta, bensì attaccare chi vi si era strenuamente e coraggiosamente opposto.

In tal senso, figure come quella di Battisti sono state molto più nocive per il campo proletario di quelle di un Marinetti o di un D’Annunzio. La retorica del Risorgimento compiuto attraverso la Prima guerra mondiale, tipica dell’interventismo democratico e poi del fascismo, la ritroveremo negli accenti patriottici della Resistenza e nella propaganda dell’Anpi degli anni Cinquanta.

Nella stessa notte in cui la facoltà di Sociologia veniva occupata, è stato preso a sassate da anonimi antimilitaristi un punto vendita degli Alpini. La titolare del negozio, a cui il presidente della Provincia in persona ha portato un mazzo di fiori in segno di scuse, ha affermato che non le era mai capitato nulla di simile nelle tante adunate a cui ha partecipato. E ha aggiunto, per sottolineare la natura inqualificabile di quei sassi, che la propria azienda fornisce le divise alle forze amate e alle forze di polizia.

A proposito di «violenza», sarà il caso di notare che quelle divise hanno degli uomini dentro, dotati di armi, scudi e manganelli che hanno colpito e colpiscono manifestanti, scioperanti, immigrati e inermi popolazioni civili.

Il pomeriggio precedente l’adunata, ignoti hanno tagliato i cavi e distrutto i led che alimentavano il cappello illuminato di Villa Lagarina, «uno dei più grandi mai realizzati», come ci informano i giornali. È rimasto spento per una giornata.

Nella notte precedente l’adunata, dei sabotaggi hanno colpito le centraline elettriche e i cavi di alimentazione sulla linea ferroviaria del Brennero e su quella della Valsugana. I giornali dicono che sono stati incendiati anche i cavi della Trento-Malè, senza tuttavia causare blocchi o rallentamenti.

Complessivamente, gli incendi hanno provocato la soppressione di una trentina di treni e consistenti ritardi fino al pomeriggio del giorno dopo. Questo sabotaggio ha dato particolarmente fastidio perchè strideva non solo con il clima di dichiarata unanimità a favore dell’adunata (l’unanimismo a pretese totalitarie non permette smagliature), ma anche con l’imponente apparato di sicurezza messo in piedi ed elogiato dai giornali: centrale operativa comune alle diverse forze di polizia, nuclei «antiterrorismo», tiratori scelti sui tetti, elicottero…

Reazione

I limiti dell’insulto democratico. Titoli di giornali, editoriali e prese di posizione politiche o questurine hanno fatto emergere lo sforzo di raschiare il fondo del barile degli epiteti di riprovazione. I gesti di contestazione, in particolare i sabotaggi, e gli anarchici per estensione, sono stati definiti «scemi», «ignoranti», «deliranti», «mentecatti», «deficienti», con l’aggiunta cautelativa di «isolati» e di «quattro gatti».

L’ineffabile questore D’Ambrosio ha parlato di «gente senza storia né memoria». Poi, essendo quasi finita la rosa dell’insulto politicamente corretto, ha aggiunto: «reietti» (improbabile, nel suo caso, la suggestione de I reietti dell’altro pianeta della romanziera anarchica Ursula Le Guin).

Sarà il caso di far notare al questore che gli anarchici sono stati tra i più fermi oppositori della Prima guerra mondiale, avversari coerenti e risoluti dei Mussolini, dei Battisti, dei Corridoni, e che erano già attivi in questo Paese settantanni prima che nascesse la Repubblica che gli paga lo stipendio?

Se è stata una bella gara reazionaria quella di urlare alla repressione e di esprimere solidarietà agli Alpini «portatori di pace e solidarietà», le più viscide mistificazioni sono arrivate, come al solito, da sinistra.

Solo il presidente del Consiglio provinciale Dorigatti (PD) e il presidente provinciale dell’Anpi Cossali (PD) hanno parlato, a proposito dei sabotaggi ferroviari, di «minacce terroristiche» e di «atti di stampo terroristico, che mettono a repentaglio la vita dei cittadini». Peccato che sugli stessi giornali i tecnici di RFI impegnati nel ripristino delle linee dichiarassero: «In realtà non c’è stato pericolo per gli eventuali passeggeri in quanto automaticamente, al momento del danneggiamento della centralina, i semafori diventano rossi e quindi eventuali treni in transito bloccano la loro corsa». L’unica cosa «dei cittadini» che viene messa «a repentaglio», in questo fiume di maldestre menzogne, è il più basilare senso critico.

Se Cossali, ex «leader di Lotta Continua», difendendo gli Alpini che i suoi stessi compagni contestavano cinquant’anni fa dimostra semplicemente quanto popolato sia il mondo dei voltagabbana, in quanto presidente dell’Anpi segue invece una via tutt’altro che incoerente. Su «Patria indipendente», il quindicinale dell’Anpi fondato nel 1952, costante quanto mistificatorio è il parallelo tra gli Alpini del ’15-’18 e i partigiani del ’43-’45. E nelle polemiche degli anni Cinquanta contro la Democrazia Cristiana, con cui lo stalinismo voleva competere sul terreno nazional-patriottico, De Gasperi veniva definito… «austriaco».

Per quanto ci riguarda preferiamo ricordare il socialista e poi anarchico Emilio Strafelini di Rovereto, il quale nel 1914 disertò dall’esercito austro-ungarico non per passare a quello italiano, ma per darsi anima e corpo alla propaganda antimilitarista e internazionalista.

Così come facciamo nostre le parole di un manifesto del 1916 firmato i senza patria: «Ai Battisti, ai Corridoni ecc. ecc. caduti per una patria, per un re, per un militarismo, noi contrapponiamo il sacrificio fecondo di Bresci, di Caserio, di Angiolillo, di Adler. … Viva la rivoluzione sociale ‒ A morte i tiranni d’Europa».

A proposito di degrado

Per l’adunata è stata sospesa l’ordinanza comunale che vieta di bere alcol nei parchi.

Ciò che, fatto da studenti o immigrati o senza fissa dimora era fino al giorno prima «degrado», è stato trasformato da trecentomila Alpini in «festa», «amicizia», «solidarietà».

Se un qualsiasi corteo o altra iniziativa non istituzionale avesse lasciato strade e piazza cento volte meno lerce di rifiuti dietro il proprio passaggio, il coro dei benpensanti avrebbe tuonato per giorni, chiedendo il pugno di ferro contro gli «incivili».

Invece, trattandosi di Alpini, nessuna critica.

Per diversi abitanti, tagliati fuori dalle loro strade abituali, l’adunata ha provocato un disagio assai più duraturo di quello causato ai passeggeri dei treni rimasti fermi il primo giorno per via dei sabotaggi. Gli unici a trarre profitto da queste tre giornate, oltre ai politici e ai militari, sono stati i commercianti del centro, il cui giro d’affari è aumentato esponenzialmente. Per questo erano tutti animati dal senso di Patria (che guarda caso coincideva con i loro interessi di bottega).

Per avere un esempio al contrario, bastava farsi un giro a Riva del Garda. Dal momento che albergatori, ristoratori e commercianti vivono grazie ai turisti tedeschi, lì di tricolori ce n’erano davvero pochini. Meno patrioti i rivani?

Ultima nota, più seria. Un collettivo femminista e diverse donne hanno denunciato l’atteggiamento sessista e molesto da parte di gruppi di Alpini avvinazzati: apprezzamenti viscidi e palpeggiamenti. Di questa «goliardia» tutta maschile e militare c’era anche un corrispettivo dichiarato: il torneo di miss alpina bagnata, che consisteva nell’annaffiare con la birra la ragazza trentina «più carina». Un giornale ha anche parlato dell’arrivo in città di qualche centinaio di prostitute straniere per l’occasione.

Italiani brava gente. Come si può vedere, anche senza bombardamenti, le divise portano con sè sempre il proprio mondo.

Un mondo che fa schifo. Un mondo da sabotare. 14 maggio 2018

romperelerighe

romperelerighe.noblogs.org

Bibliografia minima

‒ Ernesto Rossi, I padroni del vapore. La collaborazione Fascismo-Confindustria durante il Ven- tennio, Kaos, Milano, 2001
‒ Marco Rossi, Gli ammutinati delle trincee. Dalla guerra di Libia al Primo conflitto mondiale 1911-1918, BSF, Pisa, 2014

‒ Ugo De Grandis, Guerra alla guerra! I socialisti scledensi e vicentini al “processo di Pradama-no” (luglio-agosto 1917), Schio, 2017
‒ Quinto Antonelli, Cento anni di grande guerra. Cerimonie, monumenti, memorie e contromemorie, Donzelli, Roma, 2018

Cultura, Media:Cinema, Televisione, Teatro, Musica, Varie: attualità, costume, stampa etc

Spegniamo le parole…

Da Hic Rhodus il 22 Marzo 2019 dc:

Spegniamo le parole…

di Claudio Bezzi

Graziano dice un’infinità di nulla (più di ogni uomo a Venezia). Le sue ragioni sono come due chicchi di grano sepolti in due staia di pula: ci metterai tutto il giorno a trovarli, e quando li hai trovati, non valgono la fatica che hai fatto. (William Shakespeare, Il Mercante di Venezia)

Di Battista è sparito. Da un mese non se ne sa più nulla. Eppure sta su tutte le pagine dei quotidiani da giorni, da settimane… Di Battista è sparito Di Battista è sparito Di Battista è sparito Di Battista è sparito Di Battista è sparito Di Battista è sparito Di Battista è sparito…

BASTA! Di Battista è diventato una presenza ingombrante e stomachevole, ne stiamo facendo indigestione con la sua scelta nannimorettiana di “non esserci” per essere più visibile.

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Per non dire dei Ferragnez. Cosa fanno, realmente, nella vita? Per carità, niente moralismi: una è una fashion blogger e l’altro un cantante rap, due nobilissime attività del Terzo millennio che li ha resi multimilionari senza sudare eccessivamente… Ma oltre le loro indubbie competenze, la loro fortuna è stata costruita sull’abilissima capacità di esserci sempre, ma proprio sempre, su tutti i social media, su tutti i quotidiani, vendendo, in realtà, non pareri di moda l’una e canzonette l’altro, bensì la narrazione di loro medesimi, l’ennesima favola moderna e falsa con tanto di storia d’amore a lieto fine (per ora)… Il segno profondo del loro successo è l’inserimento del neologismo ‘Ferragnez’ nell’annuale lista della Treccani… Hanno vinto loro, questo è il senso della loro stordente cacofonia di vita.

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Luca Traini sui caricatori degli attentatori di Christchurch. Una nullità, un fallito, un pazzoide la cui vicenda è racchiusa in un trascurabile battito di ciglia della Storia. Ma ecco che un esaltato suprematista gli dà, con una semplice scritta sul caricatore, una specie di immortalità: Traini come simbolo, come modello, come archetipo suprematista. Sarà pure finito nel Pantheon delle forze oscure ma quel semplice gesto, con un pennarello su un pezzo di metallo e poi (nell’ “e poi” c’è il senso della pragmatica del linguaggio) l’uso mortale di quel metallo, ha reso Traini qualcosa di diverso, lo ha trasfigurato. Da adesso si potrà aggettivare il suo nome come si fa con quello dei Grandi (buoni o cattivi): Marx → marxiano/marxista (seguace di); Mussolini → mussoliniano (ispirato da); Traini → trainiano (suprematista bianco)…

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Tajani dice una bischerata su Mussolini. È solo una bischerata. Una caduta di stile, uno scivolone grave per un politico navigato, tanto più spacciato come “moderato”. Una cosa che detta al bar non vale neppure una replica (alzi la mano chi non ha mai sentito qualche fesso dire “Mussolini ha fatto anche cose buone”). Ma se intelligenti cronisti, a questa sparata di Tajani, avessero fatto spallucce e non se lo fossero filato? Avremmo evitato le furiose polemiche, le rituali repliche dell’ANPI, due faticosissime giornate su Facebook a dire tutto e (specialmente) nulla su questa sua miserabile uscita… Tajani sarebbe rimasto confinato al suo ruolo di politico di scarsa rilevanza, anziché trasformarsi in COLUI CHE HA OSATO INNEGGIARE A MUSSOLINI!!!111!!!

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Ma la nausea mi assale, alla fine, con la ragazzina con le treccine che adesso prende il premio Nobel, salva il pianeta dall’inquinamento, riceverà sei o sette lauree honoris causa, scriverà un bestseller e si butterà in politica, per la gioia materiale, sia chiaro, di coloro che hanno costruito un’immagine, una strategia di comunicazione, un business, e per quella effimera dei ragazzini al potere che scioperano, gridano, nel tripudio giornalistico che annusa la fuffa e la fa diventare realtà. Amici biologi, amici ambientalisti, amici geologi, climatologi e via discorrendo, è finita la pacchia (cit.), ora i problemi li risolve Greta. Sipario.

La parola, nella società 2.0 del Terzo Millennio, da strumento di rappresentazione e costruzione di senso è diventata senso in sé, è diventata l’oggetto attorno al quale costruiamo un senso (ovvero: si è capovolto il rapporto di significazione), è diventata la narrazione (indipendente da ciò che viene narrato). Le conseguenze sociali, in particolare quelle di potere, sono enormi.

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La finta realtà televisiva

Da Hic Rhodus , 13 Maggio 2015 dc:

La finta realtà televisiva costruisce vere opinioni negli spettatori

di Claudio Bezzi

Mi faccio vanto di non guardare mai certe reti televisive e in particolare certi programmi. Lo so, è un atteggiamento snob indegno di un sociologo, commentatore e blogger, ma la mia ostilità è troppo forte e trovo modo di spiegarvela a partire dal recente caso di Striscia la notizia che ha licenziato in diretta due inviati, Fabio e Mingo, dopo avere appurato che la loro inchiesta su un finto avvocato barese era una bufala inventata di sana pianta, come altri servizi precedenti. La faccenda è venuta alla luce solo perché si è mossa la Procura che ha deciso di perseguire il presunto reo chiedendo atti e carte inesistenti. Se Fabio e Mingo si fossero limitati a costruire finti servizi su casi meno “sensibili” per un procuratore probabilmente sarebbero ancora al loro posto a scandalizzare bravi cittadini con finti preti, finti cartomanti, finti pescivendoli e altre finzioni che da decenni (questo è il punto) la televisione spazzatura propina per lo scandalo dei benpensanti, la rabbia degli indignati, l’incredulità dei creduli.

In queste ultime righe vi ho già spiegata in sintesi la ragione del mio sospetto verso questa forma comunicativa: ciò che arriva al cervello della gente non è una verità o una falsità o un documento o una finzione o una pubblicità o un reality: è un messaggio che comunque incide sugli schemi mentali coi quali viene poi interpretata la realtà e che ho altre volte citati nei miei articoli (per esempio QUI e anche QUI). La decodifica dei messaggi televisivi (e – da un paio di decenni – di Internet) è assai meno semplice e scontata di quanto creda la persona mediamente colta e intelligente ed è invece orientata consapevolmente alla massificazione, all’identificazione e alla costruzione di una determinata rappresentazione sociale:

manipulation-television-brainwashing-frithIL SISTEMA DI RAPPRESENTAZIONI SOCIALI CHE NE DERIVA, SOPRATTUTTO PER I GRANDI CONSUMATORI DI TV, È PROFONDAMENTE INFLUENZATO DAI SISTEMI DI RAPPRESENTAZIONE SOCIALE CHE PROVENGONO DALLA TV, CHE IN QUESTO MODO SI SOVRAPPONGONO GLI ALTRI SISTEMI DI RAPPRESENTAZIONE SOCIALE, LI INGLOBANO, E LI RICICLANO IN CONTINUAZIONE IN UN BLOB CHE ALLA FINE PRODUCE UNO “SPOSTAMENTO DI REALTÀ”. SECONDO GERBNER QUESTO SPOSTAMENTO DI REALTÀ È FONDATO SUL FATTO CHE I GRANDI CONSUMATORI, CIOÈ COLORO CHE SONO ESPOSTI ALLA TV PER OLTRE QUATTRO/CINQUE ORE AL GIORNO, TROVANO NELLA TV UN SOGGETTO CHE CONTRIBUISCE IN MANIERA DECISIVA ALLA DEFINIZIONE DELLE RAPPRESENTAZIONI MENTALI E SOCIALI DELLA REALTÀ. […] I GRANDI CONSUMATORI TENDONO A DARE “RISPOSTE TELEVISIVE” AI PROBLEMI SOCIALI ED INDIVIDUALI PIÙ ALTE DI QUELLI MENO ESPOSTI, CON I SEGUENTI ESITI RISPETTO A COLORO CHE SONO MENO ESPOSTI:

– SOVRASTIMA DELLA QUANTITÀ DI VIOLENZA ATTUATA NELLA SOCIETÀ;

– MAGGIORE SENSO DI INSICUREZZA;

– MINORE AUTOSTIMA;

– MAGGIORE PROPENSIONE AL RAZZISMO;

– MAGGIORE PROPENSIONE A  PERCEPIRE GLI ANZIANI E I DEBOLI COME MARGINALI;

– ANSIA PIÙ ELEVATA;

– MAGGIORE PROPENSIONE ALLA INTROIEZIONE DI RUOLI SESSUALI PIÙ STEREOTIPATI;

– MAGGIORE INSODDISFAZIONE CIRCA IL PROPRIO STILE DI VITA. (ANGELINI, VEDI RISORSE).

La televisione generalista è ancora una fonte preminente di notizie-spettacolo per una vasta generazione analogica, anziana e non molto scolarizzata (senza che ciò escluda ampie porzioni di giovani poco sfiorati dall’appartenere alla generazione digitale); per mantenere la propria presa sugli spettatori i palinsesti si sono trasformati, aggiornati, puntando alla contaminazione dei generi e alla loro con-fusione: i reality, per esempio, sono spettacolo, con un po’ di “vita vera”, con una spruzzata di informazione; Striscia la notizia, come Le iene e altri format, fa informazione fra comicità, marketing e spettacolo (o fa spettacolo fra informazione e marketing?) mentre i siparietti di Crozza sono comici ma si basano su un piuttosto esplicito messaggio politico. Tutto viene ammantato di leggerezza (per “intrattenere”) ma tutto ha un’apparenza di realtà (per “convincere”).

manipulation_1499345Questa grande narrazione televisiva ha una continuità anche passando da programma a programma, ed è una narrazione caratterizzata dal tipo di pubblico che ciascuna emittente intende fidelizzare, più o meno giovane, più o meno colto… Le televisioni generaliste destinate al grande pubblico forniscono rappresentazioni coerenti del mondo attraverso i telegiornali come attraverso le fiction, i reality e gli altri programmi proposti. Lo spettatore trova quindi delle cornici di senso coerenti, che impara a riconoscere e fare proprie, in cui incastonare specifici casi, fatti eclatanti, aneddoti. L’aneddoticità esemplare è importante perché costituisce una forma comunicativa basilare, semplice e facilmente comprensibile. La denuncia del finto avvocato barese di Striscia non era un discorso sull’Ordine degli Avvocati e i procedimenti per accedervi, non un discorso sulla Giustizia e i suoi eventuali difetti e neppure un complesso discorso morale sulla cattiveria dell’uomo ma semplicemente un episodio, un aneddoto, un ritaglio (in questo caso falso) estratto da una vastità incomprensibile se non riducendola a caso esemplificativo, esattamente come fanno le riviste di gossip che affiancano lo scandaletto della diva al delitto efferato alla ricetta di cucina. La costruzione di questi “casi”, la loro ripetuta proposizione, si affianca all’interpretazione della vita come caso e fortuna dei quiz a premi, del pianto in diretta, della sciagura aerea, della protagonista del telefilm… Tutto è collocato su uno sfondo piatto, senza spessore, che si adatta allo spettatore come lo spettatore si conforma ad esso.

Ecco perché programmi come Striscia la Notizia sono ben lontani da quello che sostengono di essere: sono a tutti gli effetti e consapevolmente programmi di disinformazione di massa, o di diseducazione se preferite. Programmi che contribuiscono pesantemente alla costruzione di schemi mentali orientati a una certa visione di mondo che include anche la visione politica. Non c’è bisogno di fare esplicitamente propaganda a un leader o a un partito, anzi il contrario; si costruisce un tessuto ideologico, culturale e informativo disponibile ad accogliere determinate visioni anche politiche. Il berlusconismo in fondo cos’è stato, se non un grande scenario ottimistico di milioni di posti di lavoro, ristoranti pieni, presunto prestigio internazionale incastonati da aneddoti frammentati centrati sul leader, dalla mamma al bunga bunga, dal Milan al viso insanguinato dopo il quasi-attentato? Il tutto collegato da un messaggio ripetitivo, ossessivo, ripetuto fino all’esasperazione (i comunisti, le toghe rosse…). I vent’anni di berlusconismo trascorsi sono stati un palinsesto televisivo vincente, come le televisioni berlusconiane (e la RAI che si è prontamente accodata) sono state la realtà del berlusconismo.

tv-buyLa conclusione non riguarda più Striscia o Berlusconi ma la generale manipolazione cui siamo soggetti. I falsi televisivi, le bufale, le finzioni spacciate per cronaca sono esistite da quando questa televisione si è affermata: i quiz pilotati, i falsi scoop, i finti processi e i finti clamorosi incontri e le finte sorprese recitate da attori, i finti pianti in diretta, i finti reality dove l’imprevisto è attentamente programmato, tutto questo va assieme alle notizie dei telegiornali date a metà, date prima o dopo altre per connotarle emotivamente, accompagnate o no da filmati, da “schede” o da commenti a studio, e ancora tutto questo va assieme alla clamorosa finta narrazione dei talk show, autentica truffa informativa sulla quale mi sono già intrattenuto tempo fa. Ho parlato solo di televisione, ma sulla disinformazione via Internet (molto più veloce e penetrante per ragioni diverse) potete leggere alcuni vecchi post, sempre attuali:

Risorse:

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Ignoranza ed idiozia

Ignoranza ed idiozia

di Jàdawin di Atheia

Solo poche righe: da qualche giorno in televisione gira una pubblicità di un noto apparecchio acustico. A un signore fanno dire il beneficio che ha con quel prodotto, e dice quasi esattamente “riesco a sentire bene gli audi dei film….”.

Ovviamente a me sono cominciate le convulsioni: è più o meno dalle medie che so che audio e video non vogliono il plurale. Ma gli idioti autori dello spot, ignoranti e beceri, evidentemente non lo sanno.

Probabilmente qualche telespettatore sì, lo ha fatto notare a quell’emittente (o, chissà, se ne sono accorti da soli…) e le parole sono prontamente (dopo circa due settimane) cambiate in “riesco a sentire bene i dialoghi dei film…”. A parte che in un film non ci sono solo i dialoghi (bastava dire il sonoro, o il suono), è una buona cosa. Non voglio fare pubblicità positiva, ma questa emittente finisce per “sette”.

Un’altra emittente non se n’è invece accorta, e si continua a sentire di “audi”. Non voglio fare pubblicità negativa, ma questa televisione finisce per “quattro”, e si proclama anche “nuova”.

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Bigotti e lecchini: la Rai è occupata!

Bigotti e lecchini: la Rai è occupata!

di Jàdawin di Atheia

Da tempo mi trattengo: ora però non ci riesco più. Benché questo blog non abbia certo il seguito di tanti altri, e mi basterebbe averne il 10%, debbo scaricare un po’ di rabbia.

La Rai è sempre stata Radiotelevisione Apostolica Italiana, ma penso che negli ultimi vent’anni, e soprattutto da quando c’è il grande falso e imbroglione Francesco, la tracotanza, la sfacciataggine e il marciume filo-cattolico di tutta la Rai, dalle maestranze più basse ai dirigenti, passando per presentatori, conduttori, nani e ballerine, abbia raggiunto livelli impensabili neanche durante i monocolori DC.

La Rai, dunque, è occupata! È occupata da uno Stato straniero. Questo Stato è il Vaticano che, oltretutto, ha talmente potere che è riuscito a farsi chiamare, da tutti gli altri, “Santa Sede”, travalicando la sua denominazione ufficiale di “Stato della Città del Vaticano”.

Questa occupazione è nello stile della piovra, simbolo che giustamente gli anticlericali hanno assegnato alla Chiesa: avvolge tutto, si ramifica in ogni dove, in ogni ufficio, in ogni settore, in ogni trasmissione, e la Rai addirittura dedica un proprio settore e relativo sito, http://www.raivaticano.rai.it/ proprio al Vaticano!

Facciamo qualche esempio, proprio in quello che è più evidente ai telespettatori: conduttrici e conduttori. Così, come mi vengono in mente.

Belle immagini, posti stupendi, neve immacolata, montagne svettanti e valli verdi: mi piace la montagna e vedo Linea bianca su Rai 1, cercando di dimenticare, da freddofilo quale sono, Linea blu (pur amando anche il mare). Ma il bel Massimiliano Ossini, pur simpatico, passa di vetta in vetta, soprattutto quelle, numerosissime, con l’immancabile croce, il suo compagno Lino Zani dal gran naso dice io sono cattolico, lui dice “anch’io lo sono”, si inginocchia e fa il segno della croce, alla faccia del pluralismo nell’informazione o, meglio, della sua neutralità. In altre trasmissioni fa lo stupido segno senza nemmeno spiegarlo. E così via, di chiesa in chiesa, di croce in croce, di prete in prete.

Unomattina, sempre su Rai 1, è condotto da Benedetta Rinaldi e Franco Di Mare. I due sono simpatici e la prima è pure bella e ridanciana ma anche loro rispettano, e sembrano proprio sinceri e convinti, il diktat filo-cattolico e soprattutto filo-Bergoglio.

Ma è Storie italiane, che subito segue dal lunedì al venerdì intorno alle 10, che si prende tutte le licenze con la sua conduttrice Eleonora Daniele. Bella e bionda (non sappiamo se vera o tinta), l’Eleonora atteggia il viso contrito quando si parla di brutte notizie, non lo fa benissimo ma sempre meglio dello zerbino Fabio Fazio, si aggira per lo studio sempre impeccabile e sempre con scarpe con tacco 12 e forma rigorosamente a punta (speravamo che la nefasta moda stesse passando….), con lei il lecchinaggio ipocrita e moralista verso la religione cattolica ed il suo monarca straniero raggiunge vette altissime, quasi sempre ospitando in studio il prete in rigoroso clergyman, ma grigio. A volte il prete cambia, e con lui l’abito “normale”, ma la tracotanza è la stessa.

E spesso c’è anche l’ausilio di una orrenda suora che si dice “laica”, e tutti sfornano, a richiesta, le loro opinioni e talvolta con quale protervia! Loro sanno benissimo di giocare in casa….

Ma dovete vederla e sentirla, l’Eleonora, quando qualcuno in studio o in collegamento appena appena si azzarda ad andare fuori dal coro! Lei si indigna, si arrabbia, afferma che “queste cose” lì, da lei, non si possono dire, non sono permesse, e che caspita! Ma scherziamo?

Con La vita in diretta, che segue, con la stessa frequenza, intorno alle 15, non si scherza: il conduttore Marco Liorni (di cui lo sfortunato predecessore Lamberto Sposini ci sembrava, sotto questo aspetto, decisamente meglio) e la bella Francesca Fialdini sono ambasciatori in Italia, ma simpaticamente e pagati dai contribuenti, del monarca straniero oltre Tevere. In occasione del compleanno del dittatore argentino addirittura gli dedicano, annunciata dal faccione sorridente ed estatico del Marco, l’intera prima parte del programma. E tutto il resto della trasmissione, appena possibile, è improntata a questo rivoltante vassallaggio moralista e bacchettone.

Con Zero e lode, il simpatico gioco in onda sullo stesso canale, ci si può anche divertire ma il suo conduttore, Alessandro Greco, fa le imitazioni di Bergoglio, dice “il nostro amato papa”, betamente ignorando, oltre ai non cristiani, anche quel 9-14% (statistiche cattoliche) di spettatori atei, agnostici e non credenti che, insieme a tutti gli altri con il canone, possono permettere alla Rai di lautamente pagarlo per fare il lecchino della setta cristiana. In un momento del programma c’era, manco a dirlo, una domanda di argomento religioso e lui si è rivolto allo “zerologo” Francesco Lancia chiedendo se ci fosse una risposta relativa “alla Madonna, la mamma di Gesù”: la risposta, per puro caso, non c’era, e lui era visibilmente dispiaciuto, povero cocchino di Bergoglio……

 

(articolo in progress, mano a mano mi vengono in mente i nefasti epigoni…..)

 

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Ipazia

in e-mail l’8 Maggio 2016 dc:

Ipazia: astronoma, filosofa, matematica, martire pagana ed eroina del libero pensiero

“Agorà” è un film a dir poco stupendo, la cui proiezione andrebbe proposta in tutti gli ordini di scuola tranne, per ovvie ragioni di età, l’infanzia e i primi anni della primaria.

Giusto per far comprendere ai ragazzi che il fondamentalismo religioso non è un fenomeno che appartiene solo al mondo islamico, ma è trasversale a tutte le esperienze di culto ed alle confessioni di qualsiasi origine e latitudine.

Quando, all’alba del V secolo dopo Cristo, i talebani erano soprattutto i cristiani, in un impero (quello romano) ormai diventato “cristiano”.

Nel 392 d. C. l’imperatore Teodosio emanò una legge speciale contro i culti pagani nel tollerante Egitto. Da quel momento in poi i quadri dirigenti del Cristianesimo, assorto ormai a religione di Stato, intrapresero una mobilitazione punitiva proprio nella capitale della cultura ellenica dov’era nata e dove insegnava Ipazia.

All’origine dell’ostilità di Cirillo, il vescovo di Alessandria d’Egitto, più che la misoginia o l’astio confessionale, era l’invidia – secondo il bizantino Suidas – per la sua influenza politica. Era una partita a tre quella che si giocava per il potere ad Alessandria tra l’antica élite pagana, stretta alla rappresentanza del governo imperiale, i dirigenti cristiani che aspiravano a soppiantarla e la comunità giudaica, la prima lobby dominante, gruppo di pressione rivale.

Il primo atto tragico dell’episcopato di Cirillo fu il pogrom anti-ebraico, che anticiperà l’assalto verso l’establishment pagano, incarnato nella figura di Ipazia. Se la ragione e la fede costituiscono i due binari paralleli lungo i quali si è mossa la storia dell’Occidente nel corso degli ultimi duemila anni, i testi che meglio ne rappresentano l’immutabile distanza sono senza dubbio Elementi di Euclide e la Bibbia, cioè le due summe del pensiero matematico greco e della mitologia religiosa giudaico-cristiana, la cui efficacia ispirativa è testimoniata proprio dall’incredibile numero di edizioni raggiunte da entrambi (duemila, una media di una all’anno dalla prima “pubblicazione”).

L’episodio più emblematico dell’irriducibile contrasto fra le due ideologie accadde nel marzo del 415 d. C., quando un assassinio impresse, come disse Gibbon in Declino e caduta dell’impero romano, “una macchia indelebile” sul cristianesimo. La vittima fu una donna: Ipazia, detta “la musa” o “la filosofa”. Il mandante fu un vescovo: Cirillo, il patriarca di Alessandria d’Egitto.

Ipazia fu massacrata da un gruppo di monaci cristiani, i parabolani, una sorta di talebani dell’epoca, che costituivano la milizia personale del vescovo. Ipazia divenne così una martire del paganesimo, ma soprattutto un’eroica paladina della libertà di pensiero.

È assai improbabile che con il battage pubblicitario e la serie di dibattiti promossi attorno al film “Agorà” di Alejandro Amenabar qualcuno non abbia mai sentito nominare Ipazia.

In una Alessandria dove si scontrarono l’ultima aristocrazia legata al paganesimo, il nuovo potere religioso rappresentato dal vescovo Cirillo ed una vasta comunità ebraica, visse ed insegnò questa straordinaria filosofa neoplatonica, matematica ed astronoma, che si diceva fosse bellissima ed idolatrata dai suoi allievi. Una banda di parabolani, talebani ante litteram al servizio del vescovo Cirillo, si scagliò sul corpo di Ipazia e lo fece letteralmente a pezzi.

Lucio Garofalo

Cultura, Media:Cinema, Televisione, Teatro, Musica

Che nulla che c’è!

Che nulla che c’è!

di Jàdawin di Atheia

Che Fabio Fazio, e le trasmissioni da lui condotte, non mi sia mai piaciuto è cosa che non ho mai nascosto, e da tempo. Non mi è mai piaciuto il buonismo, il vogliamoci bene, i “che bello!” e i “che meraviglia!” distribuiti in quantità industriale (a questo proposito una sera Nanni Moretti gli replicò “Ma lo dici a tutti!”). Anni fa condusse uno speciale su Fabrizio De Andrè talmente slavato e mellifluo che il poeta-cantante maledetto, contestatore tormentato e scomodo, indeciso tra un cristianesimo di base e l’agnosticismo (se non proprio l’ateismo) ne veniva fuori come un bravo ragazzo dell’oratorio che, casualmente, suonava canzoni. Il tutto col beneplacito della vedova, che resta per noi un mistero (su che cosa di veramente interessante abbia trovato in lei Faber…)

Ora si è messo in testa di fare quasi il comico, e lo fa col foglio in mano (niente di male in questo, è questione di memoria), continuando a muoversi per mascherare il nervosismo, tentando di dire cose importanti ma facendo, nel migliore dei casi, solo sorridere (tranne il suo pubblico a comando, ovviamente, che si sbellica di risate e si spella le mani).

Una volta è venuto Mika: può piacere o non piacere (e a me non piace) il suo modo di cantare ma questo signore inglese, che come tale non ha molto credito a discettare di cucina, si è messo a parlare male del risotto, chiedendosi come si possa mangiare così crudo (ahinoi, un profeta del riso scotto!) e magnificando la cucina mediterranea (e giù lo studio, a Milano!, per gli applausi!). E Fazio in estasi ammirativa….

L’altra sera Fazio se l’è presa col sushi: circa cinque minuti di luoghi comuni, dalle bacchette che non si riescono a usare, ai nomi incomprensibili, al non sapere cosa si sta mangiando e via scemando (non nel senso di diminuire la banalità ma di continuare le scemenze…). La fine del pistolotto è il trionfo della banalità, del luogo comune e del nazionalismo idiota: i “malcapitati” escono dal locale giapponese e vanno a farsi una pizza da Mario…

Ora aspettiamoci (ma forse lo ha già detto…) di sentirlo dire che l’Italia è il Paese più bello del mondo, dove ci sono i maschi più maschi, le femmine più belle, il cibo migliore, l’arte migliore, la cultura migliore, la musica migliore, le canzonette migliori. Al di là che questo possa essere vero, la differenza tra il cafone e il signore (non nel conto in banca ma nella mente) sta che il primo lo sbraita ai quattro venti, il secondo, forse, lo pensa soltanto…

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Il berretto girato…

di Jàdawin di Atheia, 29 Luglio 2014 dc. Pubblicato anche sul mio sito www.jadawin.info alla pagina “Stupidità”

Il berretto girato…

Vi propongo alcune immagini, tratte da Google immagini:

il berretto da ragazzino scemorapperrapperrapper?rapper cretino

 

Non mi interessa sapere chi siano, cosa fanno, come “spiegano” il loro aspetto. In Italia altri individui che hanno usato o usano la moda del berretto girato sono Vasco e Valentino Rossi, Jovanotti e J-Ax. Anche un tennista, ed è il motivo perché tifo contro, a prescindere.

Tanti anni fa qualcuno si girò il berretto, e milioni di imbecilli lo imitarono.

È vero, la stessa cosa è successa innumerevoli volte: i pantaloni stretti e a vita bassa degli anni Sessanta e Settanta (la stupidità, come si vede, ritorna ciclicamente), gli assurdi e ingombranti pantaloni a “zampa di elefante”, le camicie e le giacche talmente strette che a volte facevi fatica a respirare, l’orologio sul polsino e via imbecillando.

Ma questa del berretto la trovo una moda veramente stupida, brutta, becera, insignificante e senza senso.

Guardate, proprio non mi vengono altre parole, se non insulti, e la finisco qui….La prossima sarà quella di infilarsi i pantaloni al contrario, perché il concetto è lo stesso….

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Croci-antenne, le sante onde killer della Chiesa

Dal blog “Pensare Sognare Comunicare”  http://elegitto.blog.kataweb.it/   del 4 Ottobre 2011 dc:

Croci-antenne, le sante onde killer della Chiesa

Non è la prima volta che su queste pagine si parla dell’inquinamento elettromagnetico provocato dalla selva di antenne a servizio della Chiesa per trasmettere la parola di dio. Sparse su tutto il territorio nazionale, e concentrate soprattutto nel Lazio, le mega-antenne “sante” sono da sempre nel mirino di ambientalisti e semplici cittadini che continuano a lottare contro la “potenza” killer delle antenne di Radio Vaticana. Anni di denunce, processi, manifestazioni, condanne, assoluzioni…e chi più ne ha, più ne metta. Una vicenda infinita che ormai conoscono tutti.  Perché, allora,  ritornarci sopra ancora una volta?  Se, a quanto sembra, per volere “divino”,  non si riesce a trovare la soluzione richiesta da quanti temono (a ragione) per la loro salute, a che serve parlarne ancora?  Serve, eccome se serve! E non è certo per manie persecutorie nei confronti della Chiesa in sé (della quale, almeno per chi scrive,  meno si parla e meglio è), ma perché alcune informazioni è giusto che vengano veicolate, soprattutto quando si tratta di denunciare furbizie e malcostume che i rappresentanti sulla terra di un dio cristiano dovrebbero (a giudicare da quanto predicano) rifuggire e condannare.

Quindi, bene ha fatto il sito Informare per Resistere a pubblicare un articolo che spiega come, praticamente ovunque e non solo in Italia, non solo le antenne proliferano, ma vengono addirittura camuffate. Ed ecco, dunque, che nella Basilica di Fourvière le antenne per la telefonia mobile si trasformano miracolosamente in una croce; che a Le Clocher de la Charité, nel pieno centro di Lione, uno dei più grossi impianti di antenne per la telefonia mobile è abilmente camuffato con un pannello nascosto all’interno del campanile. Un’altra croce-antenna spunta sulla Chiesa di St Vital Montreal – Canada e tante altre antenne per miracolo si trasformano in croci sante o in artistiche cupole, cupolette, pannelli e pannellini con disegni futuristici o santini accattivanti.

 Wi-Fi a go-go anche per la Chiesa, dunque! In fondo, se la Chiesa si regge sulle favolette dei miracoli divini, perché dovrebbe rinunciare ai miracoli tangibili e reali della tecnologia? Che c’è di male? Potrebbe obiettare qualcuno! C’è tanto di male, anzi di marcio. Intanto, non è permesso a nessuno di piazzare antenne nei centri abitati e poi, se i “benedetti” prelati non avessero la piena consapevolezza che stanno commettendo un reato, perché ricorrere a questi biechi trucchetti? La verità è che il Vaticano sa bene che oltre alle parole del loro dio, diffonde anche onde killer e che i suoi fedeli, insieme a comunione e benedizione, si beccano una dose giornaliera di radiazioni elettromagnetiche che proprio tanto bene alla salute non fanno. Ma, tant’è! E’ il volere divino e questo  non si cura mai del corpo che, si sa, più è martoriato e sofferente e più ci si guadagna il paradiso. E se poi nei prati celesti ci si arriva anche prima del previsto, poco male: si morirà  a 30 anni tra sofferenze immani, ma l’anima sarà salva! E questa sì che è una bella soddisfazione!

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ISLANDA: Una rivoluzione messa a tacere…

Con sommo piacere, da fanatico dell’Islanda che ho visitato tre volte, pubblico questo articolo dal blog http://leggiamoilgiornale.blogspot.com 1 aprile 2011 dc

ISLANDA: Una rivoluzione messa a tacere…

di Goccia di Neve

Gli islandesi si sono ribellati contro il proprio governo, chiedendo di non pagare il debito delle banche

di Juan Manuel Aragüés 

Ciò che non appare nei media, non accade. Questa è la massima che si deve applicare allo strano caso dell’Islanda. Sì, l’Islanda.
L’Islanda dovrebbe essere notizia, titolo principale dei giornali. Perché? Bene, perché in Islanda, la gente è scesa per le strade, pentola in mano, per mostrare la sua radicale opposizione al suo governo. E la mobilitazione dei  cittadini non solo ha provocato due crisi di governo, ma ha imposto un processo costituzionale, la stesura di una nuova Costituzione per evitare il ripetersi di situazioni simili come quelle che si sono verificate nel corso di questa crisi globale.
Quali sono queste situazioni?
Le tre principali banche islandesi si lanciarono, protette dal neoliberismo rampante, in una politica di acquisto di attivi e prodotti al di fuori dei loro confini. Come è successo con molte banche, quei prodotti sono risultati spazzatura, di quella che a Rodrigo Rato sembrava una stupenda scommessa finanziaria quando era direttore del FMI, che ha portato queste istituzioni alla bancarotta  per i loro debiti in Olanda e Gran Bretagna. Il governo islandese ha provveduto a nazionalizzare le banche e ad assumersi i loro debiti.
Questo ha significato che ogni cittadino dell’Islanda si ritrovasse con un debito di 12.000 euro. Come accade in tutto il mondo, la cattiva gestione degli enti privati, deve essere supportata dalle istituzioni pubbliche e, quindi, dalla cittadinanza nel suo insieme.
La differenza è che i cittadini islandesi, di fronte allo scandalo della situazione- scandalo che è paragonabile a quello che succede in tutti i paesi occidentali– si sono ribellati contro il loro governo. Così, sono scesi in strada, chiedendo di non pagare il debito degli altri. Altri che quando non hanno profitti non si ricordano dei cittadini e degli stati, ricorrono ansiosi ad essi quando si trovano in situazioni d’emergenza. Il governo, che ha insistito per pagare il debito, sotto la pressione fatta dal FMI e dei governi olandesi e britannici, si è visto costretto a convocare un referendum, nel quale il 93% della popolazione si è rifiutata di pagare il debito di altri.
Questo ha causato una crisi politica di profonde dimensioni che ha condotto a due crisi di governo e alla creazione di una commissione di cittadini incaricati di scrivere una nuova Costituzione. Gli islandesi si sono stancati di essere presi in giro ed hanno deciso di prendere il loro destino nelle proprie mani.
Il caso è sorprendente. Ma forse più sorprendente è che questo processo, che si sta verificando in questi due ultimi anni, e che è in pieno fervore, con un’offensiva del Partito Conservatore per dichiarare illegale il processo costituente  (che paura che hanno i conservatori della forza dei cittadini!!), che questo processo, insisto, non ha meritato neanche un solo commento sui mass media.
Quando i vulcani d’Islanda sono scoppiati mesi fa, le sue ceneri hanno coperto l’Europa ed hanno causato un enorme caos aereo. Probabilmente, il timore che le ceneri del vulcano politico islandese provocasse effetti sociali in Europa è una spiegazione plausibile per questo silenzio. L’effetto contagio, lo abbiamo visto nel Magreb, è una delle caratteristiche della società mediatica.
Gli islandesi ci mostrano un cammino diverso per uscire dalla crisi. Tanto semplice come dire basta e ricordare che la politica, e chi la esercita, devono essere al servizio della cittadinanza e non degli interessi di entità private la cui voracità, egoismo, mancanza d’etica (vedasi il caso dei recenti bond per 25 milioni di euro a direttivi del Cajamadrid) è all’origine di questa crisi.
In Islanda è stato adottato l’ordine di fermo contro i dirigenti delle entità in questione. In Islanda, mettendo in un angolo i partiti impegnati a sottomettersi ai diktat dei mercati, la cittadinanza è diventata protagonista.
Gli islandesi l’hanno detto chiaro: che il debito lo paghi chi lo crea, che la crisi la paghi chi l’ha prodotta.
Comunicati, Cultura, Media:Cinema, Televisione, Teatro, Musica, Storia

Rassegna CISDA all’Oberdan

In e-mail il 17 Aprile 2011 dc:

Rassegna CISDA all’Oberdan

Il CISDA Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afgane ha organizzato una rassegna di film

“UNA SOTTILE STRISCIA DI FUTURO LE DONNE AFGHANE RACCONTANO”

Rassegna di film e documentari inediti sulle donne afghane che si terrà presso la

Cineteca Oberdan di Milano V.le Vittorio Veneto 2 angolo P.zza Oberdan

da giovedì 28 aprile a domenica 1 maggio

PROGRAMMA

GIOVEDI’ 28 APRILE ore 21

Sguardo da un granello di sabbia
(M. Nanji, 80’) ingl. e dari sott. it.

VENERDI’ 29 APRILE ore 19

Una speranza per l’Afghanistan

(I. Pound, 16’) ingl. e dari sott. it.

Nemici della felicità

(E. Mulvad, 58’) ingl. e dari sott. it.

SABATO 30 APRILE ore 17

Viaggio a Kandahar

(M. Makhmalbaf, 85’)

DOMENICA 1 MAGGIO ore 19

Ripensando l’Afghanistan

(R. Greenwald, 12’) ingl. e dari sott. it.

Boccioli di rabbia. Dieci giorni con RAWA

(M. Guberti, 53’) ingl. dari sott. it.

Cultura, Media:Cinema, Televisione, Teatro, Musica, Politica e Società

Roberto Benigni e l’unità d’Italia

In e-mail il 21 Febbraio 2011 dc:

Roberto Benigni e l’unità d’Italia

di Lucio Garofalo

Esibendosi sul palcoscenico del teatro Ariston di Sanremo, un Roberto Benigni sottotono, meno istrionico e brillante del solito, ha celebrato con enfasi ufficiale il 150esimo anniversario dell’unità d’Italia, sudando e visibilmente a disagio a causa delle direttive imposte dai vertici Rai che lo hanno tenuto a freno, temendo evidentemente qualche frecciatina irriverente scoccata all’indirizzo del sultano nazionale. Ma l’unico sberleffo arguto è stato concesso nel momento in cui il giullare toscano ha menzionato un altro celebre Silvio, autore de “Le mie prigioni”, alludendo ai guai giudiziari del premier.

Nella circostanza sanremese il comico di Prato ha denotato una scarsa libertà istrionica e giullaresca, una vena poco caustica e creativa che ha sempre contrassegnato le sue performance. Senza vincoli Benigni era un ciclone travolgente di surrealismo e satira corrosiva, ma a Sanremo la sua solita verve ironica e dissacrante si è spenta per cedere il posto ad un’insospettabile fede patriottica. Si pensi alla retorica sciorinata sul palco dell’Ariston sul patriottismo e sulla sottile distinzione tra patriottismo e nazionalismo.

Invece, a voler essere davvero onesti intellettualmente, bisognerebbe ammettere che il patriottismo è l’anticamera del fanatismo sciovinista, quindi dell’imperialismo e del fascismo. Nella passerella filo-risorgimentale Benigni non ha mancato di esaltare persino i Savoia, definiti come la dinastia più antica d’Europa, come se il primato derivante da un’ascendenza secolare fosse un motivo di vanto, mentre avrebbe dovuto segnalare le gravi colpe, i demeriti e i crimini storici compiuti dai suddetti sovrani, che nei secoli si sono rivelati come la più sanguinaria, oscurantista e retriva fra le famiglie reali europee.

D’altronde, è estremamente difficile rendere giustizia a 150 anni di menzogne raccontate dai vincitori e a tonnellate di fango e ingiurie scaricate sulle vittime di una vera e propria invasione militare che è stata, come ogni processo di “unificazione” (o, per meglio dire, annessione) nazionale, un’aggressione barbarica e terroristica, una conquista brutale e sanguinosa che non ha avuto nulla di epico o romantico. Si pensi solo ai milioni di contadini meridionali assassinati dall’esercito occupante, non certo per essere “liberati” dall’oppressione della Casa di Borbone del Regno delle Due Sicilie, bensì per subire una spietata colonizzazione, un regime crudele e disumano come quello savoiardo, che ha saccheggiato le enormi ricchezze di un territorio che non era affatto povero come la falsa retorica dominante ci ha voluto far intendere per troppi decenni.

Non a caso nel 1920, sul giornale L’Ordine Nuovo da lui diretto, Antonio Gramsci scriveva le seguenti parole, denunciando con forza e chiarezza quella che fu conosciuta come la “Questione meridionale”: “Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti.”

Ma tant’è che Benigni di castronerie ne ha dette tante nella serata sanremese, anche a proposito dell'”eroico” pirata nizzardo e dell’astuto conte di Cavour, scorrendo una galleria di figure risorgimentali, noti esponenti della massoneria ottocentesca, fino ad indicare il premier britannico Winston Churchill come il “vincitore” del nazismo. Lo smemorato di Prato ha affermato una falsità storica dicendo che l’Italia sarebbe stata liberata nientemeno che da Churchill, sulla cui figura ci sarebbe molto da obiettare: basti dire che nel 1933 definì Benito Mussolini “il più grande legislatore fra i viventi”.

L’aver attribuito al primo ministro inglese l’appannaggio esclusivo della vittoria sul nazismo rappresenta uno sbaglio eclatante commesso di proposito per compiacere i dirigenti RAI e i politici di destra seduti in platea. Ad aggravare le colpe di Benigni sono stati i mancati richiami alla Resistenza antifascista, per cui avrebbe dovuto ricordare quanto in termini di lacrime e sangue è costata la conquista della libertà al popolo italiano. Invece non ha proferito nulla a riguardo per non urtare la suscettibilità di  qualche irascibile e nostalgico ministro presente in sala. Insomma, nell’intervento a Sanremo l’ispirazione ironica e mordace di Benigni è stata soffocata dalle direttive RAI, per cui l’artista toscano ha dovuto esibire una serie di corbellerie e falsità storiche. Si vede che con l’avanzare dell’età il povero giullare è diventato fiacco e remissivo, mentre agli esordi della carriera era un uragano incontenibile di sagacia, comicità e poesia.

Del resto, già nel film La vita è bella il Roberto nazionale ha preso un abbaglio clamoroso, mistificando la storia per accattivarsi le simpatie dello star system hollywoodiano e aggiudicarsi l’Oscar. Nel film attribuisce agli americani la liberazione di Auschwitz, quando entra in scena il carro armato con la stella bianca, mentre è noto che il 27 Gennaio 1945 (in tale data si celebra la Giornata della Memoria) ad Auschwitz entrarono i soldati dell’Armata Rossa liberando i prigionieri sopravvissuti. E’ vero che nel film non si specifica che il lager sia quello di Auschwitz, tuttavia lo lascia intendere chiaramente. Diciamo che è stata una “sviolinata” concessa ai signori di Hollywood.

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I Litfiba dalle origini new wave allo screditamento attuale

In e-mail il 25 Gennaio 2011 dc:

I Litfiba dalle origini new wave allo screditamento attuale

di Lucio Garofalo

Alla fine degli anni ‘70, in Gran Bretagna e negli Usa la bufera del punk settantasettesco era ormai passata come una meteora. Dalla tempesta emersero soprattutto due gruppi, i Clash e gli Stranglers, che operarono una svolta decisiva sotto il profilo musicale e poetico, significativa anche sul piano dell’impegno politico. Il punk si evolveva in quella temperie artistica che sprigionava le sonorità della musica dark e post-punk, dell’elettronica e della new wave. Gli artisti di riferimento divennero i Bauhaus, i Gang of Four, i Joy Division, i Killing Joke, i Police, i Ruts, i Simple Minds, i Tuxedomoon, ma anche personaggi eclettici come David Bowie e la cantautrice statunitense Patti Smith.

In quegli anni Firenze stava per diventare una delle capitali europee del clima culturale ed artistico legato alla New Wave. D’altro canto, quella non fu la prima volta in cui il capoluogo toscano ebbe modo di rappresentare un crocevia dell’arte e della cultura, in Italia e in Europa. Già in altri momenti storici Firenze era stata al centro di formidabili esperienze di risveglio e di trasformazione artistica e culturale in Italia e nel mondo. Si pensi al periodo assolutamente unico e irripetibile in cui Firenze fu la culla della civiltà umanistica e rinascimentale europea, tra la seconda metà del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento. Si perdoni il paragone che potrà apparire azzardato e irriverente.

Nei primi anni ’80 la scena musicale europea fu attraversata dalle avanguardie dark,  post-punk e new wave. In quegli anni Firenze pullulava di locali alternativi (new wave o post-punk) e stavano emergendo band che segneranno il corso successivo del rock in Italia. Basta citare il caso dei Diaframma e dei Litfiba, senza dimenticare i Neon, i Pankow ed altre band fiorentine che hanno calcato la scena underground di quegli anni. I Diaframma e i Litfiba furono gli alfieri e i precursori di una corrente musicale alternativa e innovativa che fu assorbita e sfruttata dall’industria discografica e culturale. Le due band fiorentine anticiparono i fermenti di un profondo rinnovamento musicale, influenzando anche la sfera del costume, tanto che a Firenze e dintorni la new wave si impose come una tendenza culturale e sociale di massa, assumendo i contorni di una moda commerciale che procurò un’immensa fortuna all’industria tessile di Prato.

Il nome dei Litfiba fu scelto prendendo spunto dall’indirizzo telex della sala prove usata all’inizio della loro carriera: “Località ITalia FIrenze via dei BArdi”. In arte Litfiba. La composizione del gruppo è mutata più volte nel corso degli anni a causa dei frequenti avvicendamenti, ma la formazione originaria, quella del periodo d’oro compreso tra il 1980 e il 1989, riuniva cinque elementi storici: Gianni Maroccolo al basso, Federico Renzulli alla chitarra, Francesco Calamai alla batteria (a cui subentrò nel 1984 Ringo De Palma), Antonio Aiazzi alle tastiere e Piero Pelù alla voce. In seguito a divergenze artistiche e personali sorte all’interno della band, in particolare con il manager Alberto Pirelli, Gianni Maroccolo e Ringo De Palma si congedarono definitivamente dai Litfiba per unirsi al gruppo punk emiliano CCCP Fedeli alla linea, ribattezzato in seguito CSI.

A differenza dei Diaframma, che prediligevano le tonalità dark più cupe ed ossessive, i Litfiba ne inventarono di proprie ed originali, aggiornando il sound della new wave in chiave mediterranea e creando una versione latina dell’hard rock e dell’heavy metal.

Il primo brano dei Litfiba, intitolato A Satana, era un pezzo solo strumentale in quanto la band non aveva ancora trovato un cantante. Fu il tastierista Antonio Aiazzi ad ingaggiare come vocalist un giovane liceale: Pietro Pelù. Nel luglio dell’82 i Litfiba vinsero la seconda edizione dell’Italian Festival Rock di Bologna e, nello stesso anno, uscì l’Ep Guerra, contenente brani assai significativi non tanto a livello musicale quanto poetico. Lo stile rievoca le sonorità dark/post-punk tipiche dei primi anni ’80. Infatti, il pentametro musicale adottato dai Litfiba ai loro esordi era quello tipico di David Bowie, Killing Joke, Stranglers, Tuxedomoon, assecondando il gusto estetico del momento. Nel 1983 uscì per la casa discografica Fonit Cetra il 45 giri Luna/La preda e nella compilation Body Section apparve il bellissimo pezzo Transea. Sempre nello stesso anno i Litfiba realizzarono la colonna sonora dello spettacolo teatrale Eneide dei Krypton.

Il 1984 fu l’anno della svolta per i Litfiba. Venne fondata la casa discografica IRA, ovvero “Immortal Rock Alliance”, che divenne ben presto l’etichetta indipendente italiana più importante, per la quale uscì anche l’album Siberia dei Diaframma. Nello stesso anno si unì al gruppo il batterista Luca De Benedictis, in arte Ringo De Palma, il migliore amico ed ex-compagno di Liceo di Pier Pelù. Nel 1984 uscì l’Ep Yassassin, con Electrica danza, una canzone d’amore bohemienne in cui è palese l’influsso esercitato da David Bowie. Sempre nell’84 uscì la prima antologia dei Litfiba, Catalogne Issue, con altri due classici del loro repertorio: Onda araba e Versante est, in cui il linguaggio della new wave è rivisitato in chiave mediterranea. Sempre per l’IRA uscì nell’86 l’Ep Transea, ispirato da atmosfere e suggestioni orientali che saranno una fissazione di Pelù: gli zingari dell’est.

In ogni caso il ciclo più originale e significativo della produzione artistica dei Litfiba è costituito dalla cosiddetta “trilogia del potere”, di cui Litfiba 3 (del 1988) rappresenta l’ultimo atto, il seguito di Desaparecido (del 1985) e 17 Re (del 1986). Questi tre dischi, incisi per la solita IRA, sono accomunati dall’avversione per i regimi totalitari. Dal tour successivo all’uscita di 17 Re fu estratto il live 12/5/87, il primo album dal vivo dei Litfiba. Nel 1989 uscì Pirata, il disco che sancì la consacrazione definitiva al grande pubblico. I Litfiba iniziarono a riscuotere una popolarità impensabile per un gruppo rock italiano, che da band di culto e di nicchia si trasformarono in un fenomeno di massa. Intanto crescevano le rivalità artistiche e personali tra Maroccolo e Renzulli, che causarono l’abbandono definitivo del gruppo da parte del bassista. Il quale nutriva una passione per le tonalità cupe, rese dalla dominanza del basso e delle tastiere elettriche sugli altri strumenti, mentre Ghigo seguiva una concezione più hard rock, all’insegna dei Led Zeppelin per intenderci, privilegiando gli assoli e le sonorità della chitarra elettrica.

La fase compresa tra il 1990 e il 1999 è legata alla cosiddetta “tetralogia degli elementi”, che annovera quattro dischi di indubbio successo commerciale: El diablo (inciso per la CGD nel 1990), Sogno ribelle (sempre per la CGD nel 1992), Terremoto (ancora per la CGD nel 1993) e Spirito (inciso per la EMI nel 1994). L’assenza di Maroccolo si avverte. Lo spirito new wave dei Litfiba era incarnato proprio da Gianni Maroccolo: la sua geniale vena creativa aveva ispirato la produzione artistica più originale e valida della band. Senza di lui i Litfiba non potevano più essere gli stessi. L’album di questo periodo che merita di essere segnalato è Terremoto, che proiettò per la prima volta in cima alle classifiche un gruppo rock italiano. Cavalcando l’onda della protesta emotiva suscitata dalle inchieste giudiziarie di Tangentopoli, in alcuni brani (ad esempio Dimmi il nome, Maudit e Soldi) Piero Pelù si lancia in polemiche un po’ facili e qualunquistiche: i bersagli sono la Chiesa, la classe politica corrotta, la mafia.

In conclusione, i Litfiba hanno compiuto uno dei più clamorosi “tradimenti” nella storia del rock italiano. Dopo aver rinnegato l’ispirazione ribelle, originale e lirica degli esordi, negli anni ’90 hanno abbracciato una formula pop/rock con venature “metallare” obsolete e commerciali, avviandosi verso un declino artistico e giungendo infine alla crisi del sodalizio tra Piero Pelù e Ghigo Renzulli. E all’inatteso e deludente rientro del 2010.

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Nuove pagine sul sito di Jàdawin di Atheia

aggiornamento di dicembre 2010 dc

Nuove pagine sul sito di Jàdawin di Atheia

Sul mio sito Jàdawin di Atheia www.jadawin.info ho aggiunto ultimamente alcune nuove pagine:

  • Sanda, dedicata all’attrice Dominique Sanda, la cui inconfondibile bellezza e intensa interpretazione hanno caratterizzato numerose pellicole, soprattutto negli anni Settanta e Ottanta dello scorso secolo, come Al di là del bene e del male, Il giardino dei Finzi Contini, L’eredità Ferramonti, Il conformista
  • Le Maschere della Commedia dell’Arte, in cui tratto un argomento che mi ha interessato soprattutto nella mia infanzia, dall’adorato Brighella al detestato (ovviamente perché troppo famoso) Arlecchino, da Capitan Fracassa a Scaramouche
  • PoEREsie di Algar, in cui ho iniziato a pubblicare le poesie anticlericali di un mio conoscente
  • Le Amazzoni, un mito (che tanto mito non è) a me sempre caro
  • Atlantide, altro tema che mi ha sempre interessato ed entusiasmato
  • Lingua italiana, finalmente una pagina indipendente in cui riversare le mie frustrazioni sull’uso, non uso e cattivo uso della lingua italiana

Buona lettura!

Jàdawin di Atheia

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L’ultima guerra di Mario Monicelli

 

Da www.lastampa.it 30 Novembre 2010 dc

L’ultima guerra di Mario Monicelli

di Andrea Scanzi

E’ appena finito un giorno terribile. Una delle ultime coscienze critiche di questo paese se n’è andata. Per sua stessa mano.

Mario Monicelli si è ucciso. Diranno che non doveva. Si chiederanno come possa uccidersi un uomo di 95 anni. Scriveranno che il suicidio è peccato. Come se uno, anche da morto, debba beccarsi gli strali del bigottismo più palloso. Quello che ha sbertucciato per una vita intera.

Diranno anche che un uomo di 95 anni non si piange. Che la morte fa parte della vita (sempre originali, i coccodrilli). E invece no. Questa è una morte che fa più male di quella di un bambino. Perché Monicelli era un bambino. E non era un bambino come gli altri.

E’ vero, non faceva più grandi film. Poteva permetterselo: uno che gira La Grande Guerra, da sola, può anche smettere di pensare. E lui non aveva mai smesso. Non solo ne I soliti ignoti.

Non so se l’avrebbe preso come complimento – non credo -, ma le sue cose migliori ultimamente erano le interviste. Neanche sei mesi fa, aveva raccontato in due minuti lo schifo dell’Italia contemporanea. Uno dei momenti più alti mai visti nel piccolo schermo. A Raiperunanotte, mentre in studio c’era un quasi cantante che si metteva i baffi finti e col suo inutile narcisismo faceva capire – per contrasto – quanta differenza passi tra gli Artisti di ieri e i Furbastri di oggi (sì, parlo di Morgan).

Riguardatevi quei due, tre minuti. Quelli in cui Monicelli parla di noi, degli italiani: è il nostro autoritratto. Quello che non ci piace guardare, perché siamo brutti e stupidi. Ignoranti e pavidi. E lui ce lo ricordava. Nei film, nelle interviste. In ogni cosa che diceva e pensava.
Era vivo, Monicelli. Anche troppo. Andava in tivù e amava dire che faceva ancora sesso. Che la morte non gli aveva mai fatto paura. Che Dio non l’aveva mai visto, quindi non c’era motivo di temerlo.

Era così vivo che ha deciso di scegliersela, la morte. Non meno di suo padre. Dall’alto, come Primo Levi. In controtempo, come Cesare Pavese. Uno schiaffo alla stasi italica, come Luigi Tenco.

Un’ultima inquadratura geniale, irriverente. Quasi come una commedia. Un lancio nel vuoto ad anticipare una trama scontata. A sporcare la retorica che non avrebbe sopportato. A dare inchiostro ai soliti bacchettoni. A riderne, chissà dove. Se esiste un Dove.

E’ un anno implodente. Se ne vanno tutti. Quasi che il pensiero fosse da noi un bagaglio fuori luogo. Quasi che l’Italia non se li meritasse.

Mario Monicelli ha vissuto come ha voluto e così è morto. Senza rimpianti. Con la certezza che non c’era più niente da perdersi.

Senza lui farà ancora più freddo. Freddo dentro. Circondati da politicanti schifosi, italiani medi ampiamente al di sotto della deficienza. Tutti amici miei senza supercazzola. Tutte comparse immeritevoli di un Regista troppo arguto per scendere a patti con la banalità di un pensiero scomparso.

Ciao, Maestro. E grazie.

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Serpico, il poliziotto eroe

Da la Repubblica e da http://mosaicogiovanissimi.blogspot.com , entrambi del 25 Gennaio 2010 dc:

Serpico, il poliziotto eroe

di Vittorio Zucconi

Serpico
Frank Serpico

Nell’alta valle del fiume Hudson, dove l’acqua del fiume che bagnerà poi Manhattan è ancora limpida, vive da eremita il vecchio che fece crollare il “Blue Wall”, il muro blu dell’omertà e della corruzione poliziesca a New York: Serpico. Nel cranio porta ancora i frammenti dei proiettili che gli furono esplosi in faccia. Nel cuore l’amarezza per essere stato dimenticato ed espulso dai “fratelli” in uniforme come un rifiuto tossico. Nel nome riassume la vergogna e lo scandalo che cambiò la polizia in blu e che fece di lui un libro venduto a tre milioni di copie, un’inchiesta ufficiale devastante e un film leggendario.

Lo ha scovato, nella capanna di tronchi da pioniere che egli stesso si è costruito e dove vive con la sua “ragazza” come chiama la signora di cinquant’anni che gli fa compagnia, il New York Times, mezzo secolo dopo quel 1959 nel quale Frank Serpico divenne patrolman, piedipiatti, poliziotto di quartiere a Brooklyn. Frank, che da vecchio somiglia sempre più, nella barba un po’ irsuta, nel volto stazzonato da 73 anni di vita dura, nella bandana che gli avvolge la testa ancora trafitta dal dolore dei frammenti di piombo, al personaggio che Al Pacino portò sullo schermo non è, neppure nella quiete profonda dei boschi, un uomo in pace. Serpico è ancora in guerra col mondo, come era in guerra con i gangster, i pusher, i magnaccia, i mafiosi di Brooklyn, ma soprattutto con i suoi colleghi del “Nypd”, il Dipartimento di Polizia, che di quei delinquenti erano al soldo. “Ho ancora incubi – racconta – ogni volta che schiudo una porta, vedo la canna della pistola che mi sparò in faccia”.

Vede, soprattutto, quello che accadde dopo, mentre lui cadeva sul pianerottolo della casa di Brooklyn dove era entrato per fermare lo scambio di 10 chili di eroina, con il volto coperto di sangue. Ricorda i colleghi in blu e in borghese, quelli come lui, i detective under cover che assistono alla sua probabile agonia senza invocare nei walkie-talkie e nelle autoradio il “Codice 10-13”, “agente a terra colpito”, che avrebbe richiamato le ambulanze. Rivede il vecchio immigrato clandestino, un messicano, che da un appartamento vicino chiamò i soccorsi, prima che un’autopattuglia finalmente lo buttasse sul sedile posteriore, portandolo a un ospedale. Frank Serpico, il “napoletano”, il figlio di un italiano arrivato da Marigliano, oggi uno dei borghi satellite più inquinati di Napoli, doveva morire perché tutti sapevano che aveva deciso di scuotere l’albero della cuccagna, i soldi che la polizia incassava dalla malavita.

Non so che cosa sia cambiato, forse qualcosa, forse niente”, dice oggi, da lontano, nella solitudine della sua log cabin, della capanna di tronchi, “Paco”, come lo avevano soprannominato, dove sta scrivendo le memorie “prima che sia troppo tardi”. Allora molto sembrò cambiare, e quella schioppettata in faccia che lui si prese entrando nel nido degli spacciatori nell’indifferenza soddisfatta dei colleghi fece finalmente tremare il “Muro Blu”. Fu insediata una commissione d’inchiesta guidata dal giudice Knapp che scoperchiò, per la prima volta, il pentolone. Dozzine di agenti, di detective, di ispettori, di dirigenti, furono arrestati o radiati, permettendo ad altri di dimettersi in silenzio, per salvare quello che restava della “faccia”.

La Commissione Knapp cercò di distinguere fra la grande corruzione e quella spicciola, quotidiana. Disegnò due categorie di poliziotti “on the take”, come si dice nel gergo, pagati dai criminali. I Vegetariani, i “grass eaters”, quelli che si accontentavano di brucare le banconote infilate nella stretta di mano, di fare la spesa e di cenare gratis nei negozi e nei ristoranti per non vedere quello che accadeva nei retrobottega. E i Carnivori, i “meat eaters”, i complici ingordi delle grandi organizzazioni, dei gangster, delle “famigghie”, delle quali erano la protezione e la copertura. Si parlò di “centinaia di milioni di dollari” ruminati o divorati ogni anno da vegetariani come da carnivori.

Il figlio dell’immigrato napoletano che “non ci stava” fu celebrato fuori ed esecrato dentro: “avevo spezzato l’omertà”. Venne promosso a detective, decorato con una medaglia che oggi tiene buttata in un cassetto, salutato davanti alle telecamere dai tromboni del potere come un eroe. E poi, appena cinque anni dopo la grande “pokazuka”, la sceneggiata del risanamento, allontanato. Scomparve. Emigrò in Europa, in Svizzera, quanto di più lontano dalla sua New York si potesse trovare, vivendo con la quota di diritti d’autore sul libro che Peter Mass aveva scritto su di lui e con lui, e sul film girato da Sidney Lumet con un sensazionale Al Pacino.

Ma neppure la Svizzera fece di lui un mite borghese integrato. Quando si rassegnò a tornare in patria, tornò a New York, sì, ma nello Stato, nel nord selvatico. Riprese i panni dello hippie che usava da investigatore e l’irrequietezza del ribelle che era sempre stato, anche con il “badge”, con il distintivo della polizia, e la sua famosa Browing 9mm sotto gli stracci da vagabondo. E anche dalla solitudine silvana non avrebbe mai smesso di dar fastidio. Oggi nel suo blog ringhioso, ieri con lettere ai giornali avrebbe continuato a irritare quella polizia in cui, da bambino italiano, aveva sognato di entrare. “Forse sono meno corrotti, ma sono ancora più brutali e quindi ancora più fuori dalla legge che dovrebbero far rispettare”, dice e ricorda Amadou Diallo, il ghaniano di 23 anni disarmato che quattro poliziotti del Bronx abbatterono nel 1999 sparandogli 41 colpi di pistola in corpo per “malinteso”, uscendo tutti assolti.

Non c’è pace per lui, neppure fra i larici e gli abeti del Nord, dove la compagna lo sorprende a seguire tracce di sangue nella neve per raggiungere animali, cervi, orsi, procioni, martore e scoprire perché abbiano sanguinato.

Un matto, un maniaco, come tutti coloro che si ostinano a credere alla giustizia.

 

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Fabrizio De Andrè. La mostra

Fabrizio De Andrè. La mostra

PROROGATA

 fino al

21 Giugno 2009 dc

Genova, Palazzo Ducale, Piazza Matteotti 9, Orario: dalle 9 alle 20, Venerdì fino alle 23, Lunedì chiuso

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“Religiolus”, un film coraggioso

“Religiolus”, un film coraggioso

USA, 2008. Documentario, titolo originale Religulous, durata 101′, regia di Larry Charles.
Con Bill Maher, Steve Burg, George W. Bush, Kirk Cameron, George Coyne, Tom Cruise.

Film recentissimo (da noi), uscito nelle sale milanesi il 13 Febbraio 2009 dc, ha suscitato vaste polemiche e le reazioni come di consueto fanatiche e censorie dei soliti credini (loro sì, come al solito, intolleranti!) che, addirittura, in alcune località hanno fatto stampare fascette con la scritta “ateo no” e “vergogna” e le hanno attaccate sui manifesti del film.

Ma la censura ha colpito il titolo stesso del film che, originalmente fondeva in un neologismo il termine religious, religioso, con ridiculous, ridicolo….Così ora il titolo è diventato argomento di fraintendimento per i non molto pratici dell’inglese, che lo traducono in religioso non accorgendosi che il termine inglese è comunque errato: testimonio personalmente per avere sentito discussioni e affermazioni del genere ieri, 17 febbraio 2009 dc, prima e dopo la proiezione.

Tra le recensioni del film comparse nei siti on line che si occupano di cinema la più equilibrata e corretta, secondo la mia opinione, è quella di www.filmtv.it :

Bill Maher, autore e presentatore di alcuni talk show “politicamente scorretti” negli Stati Uniti, intervista personaggi di rilievo e credenti comuni sull’esistenza di Dio e sulla reale utilità e importanza delle religioni organizzate mettendo in rilievo, con il suo tipico sarcasmo, gli aspetti più grotteschi e controversi di ogni credenza.

Film geniale, che si scaglia contro falsi miti e fanatismi, dai monoteismi imperanti e imperialisti alle religioni fai da te di sette, Gesù e San Paolo redivivi, rabbini antisemiti. Un doc intelligente, rigoroso e sferzante. In cui si sorride con rabbia, rispetto e incredulità.

Ecco l’articolo e l’intervista su la Repubblica del 12 Febbraio 2009 dc (correzioni e commenti in rosso sono miei):

Intervista a Bill Maher, attore e ideatore del documentario-inchiesta sulle fedi monoteiste
 In sala da domani. “Voglio mostrare la violenza dei fondamentalisti di ogni fede”

“Religiolus” contro tutti i fanatismi
 “Usate la ragione, non la religione”

“Gli attacchi delle chiese? C’è tanta gente che mi ringrazia per quello che dico”
di Silvia Bizio

Los Angeles – “Smettete di credere o ne soffrirete le conseguenze”. Ecco la sintesi di un film-documentario divertente e tosto come Religiolus, che in Italia arriva domani, distribuito in 30 copie dalla Eagle Pictures. Diretto dal regista di Borat, Larry Charles, concepito e interpretato da Bill Maher, noto comico televisivo americano, il film è un’allegra inchiesta tra gli aspetti più controversi, inquietanti e talora ridicoli (da cui il titolo) delle tre religioni monoteiste, cristiana, ebraica e musulmana. L’obbedienza al dogma religioso, il fanatismo sono da anni bersaglio dei talk-show tv di Maher, da Politically Incorrect all’attuale Real time with Bill Maher. “Nel film mi premeva affrontare la demistificazione del tabù religioso – spiega Maher, 52 anni – Parlare di un argomento delicato, per molti addirittura incendiario, facendo al tempo stesso ridere”.

Con Religiolus, Maher conduce lo spettatore dal cuore puritano dell’America “redneck” alla libertaria Amsterdam (turbata oggi da nuovi conflitti etnico-religiosi), dalla Terra Santa al Vaticano, intrattenendo conversazioni, spesso ilari, con seguaci di ogni fede e mettendo in discussione qualsiasi “prova” dell’esistenza di Dio, toccando anche temi come l’omosessualità. “C’è un prete – racconta Maher – che per mezz’ora ha proclamato davanti alla cinepresa l’inesistenza dell’omosessualità e poi confessa la propria tendenza sessuale…”.

Maher, cosa spera di fare con un film come Religiolus?

“Voglio dimostrare che la religione è nociva alla società e potenzialmente in grado distruggere la nostra civiltà. Io spero che questo film possa sortire un effetto pari se non maggiore di quanto abbia avuto sull’ambiente Una verità scomoda di Al Gore. Spero solo che possa stimolare un dibattito civile e ragionevole”.

Nel film lei dichiara esplicitamente che l’Islam è strettamente connesso alla violenza fondamentalista.

“Sì, ma spero che qualcosa possa cambiare in futuro. L’Islam si trova oggi dove il Cristianesimo si trovava nel 1400, quando cominciò gioco forza ad aprirsi e illuminarsi”.

Teme che il film possa renderla bersaglio di attacchi da parte degli integralisti?

“Preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio. Ma non crediate che tutti ce l’abbiano con me: c’è un sacco di gente che mi ringrazia per quello che dico. Basterebbe che gli agnostici (gli atei no?) si organizzassero un po’ meglio, come fanno i religiosi” (Verrebbe da dire parole sante…).

Lei ha realizzato Religiolus prima delle elezioni presidenziali Usa. È cambiato qualcosa?

“Il cambiamento epocale che tutti ci aspettiamo dal presidente Obama deve ancora avvenire. Detto questo, la tematica religiosa e il concetto di fede sono sempre attuali. Il fanatismo dogmatico non è mutato di una virgola da secoli e la tentazione fondamentalista sembra più forte che mai. Per me nessun fondamentalismo è migliore dell’altro: sono tutti aberranti”.

Lei è ateo?

“Preferisco definirmi un realista. Sono figlio di un padre cattolico e di una madre ebrea, ma resto convinto che ai fenomeni della natura ci debba pensare la scienza, non la religione”.

Anche col film lei sembra dire che il fondamentalismo avanza in America e nel mondo. Conferma?

“Certo. Mi fa ancora paura pensare che noi americani siamo stati guidati per otto anni da un presidente anti-intellettuale, anti-scientifico, maniaco di Gesù Cristo, che ci ha condotti in una palude putrida e stagnante. La separazione tra Stato e Chiesa promulgata dai nostri padri fondatori s’è persa per strada. E quanti altri Paesi si trovano in situazioni simili? Il mio monito è soprattutto ai governanti: ricominciante di nuovo a governare con la ragione. Non con la religione”.

(12 febbraio 2009)

 

 

 

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Serata per l’ateo De Andrè all’insegna dell’ecumenismo

Serata per l’ateo De Andrè all’insegna dell’ecumenismo

Ieri sera, per circa tre ore su Rai 3, è andata in onda la Serata Speciale di Che tempo che fa dedicata al grande cantautore (che qualcuno insiste a definire anche poeta quasi che la più comune definizione non sia sufficientemente nobile…) Fabrizio De Andrè, purtroppo scomparso dieci anni fa. La trasmissione è stata condotta, come sempre, da Fabio Fazio, che anche questa volta non si è sottratto al suo solito servilismo verso il potere e il conformismo, anche se viene sempre da chiedersi, come si suole dire dalle parti di Roma, se ci è o ci fa: nel primo caso è da compatire e nel secondo da biasimare, in ogni modo non ci fa una bella figura. Accanto a lui, per tutta la trasmissione, la vedova Dori Ghezzi, che ha dato ancora una volta l’impressione di essere troppo presa nella parte della Vedova del Grande Personaggio e sua erede culturale, che francamente non le si addice proprio, nonché abbastanza piena di sé da risultare fastidiosa.

Al di là di questo l’immediata impressione, che si è mantenuta costante per tutta la durata della trasmissione, è che si facesse di tutto per glorificare il grande Faber in due modi principali. Il primo sembrerebbe quello di dargli a tutti costi la patente di poeta, come si è detto, quasi che quello che ha fatto come cantautore, come lui stesso ha dichiarato preferire di essere definito (intervista filmata che compare nella trasmissione stessa!), non fosse sufficiente per gli orrendi intellettuali o, meglio, intellettualoidi che abbondano sulla carta stampata, nel web, nei media radiotelevisivi e tra gli stessi colleghi cantanti, cantautori e discografici.

Il secondo, più evidente, è parso quello di trasformare la vena dissacratoria e controcorrente di De Andrè, a cui debitamente si era subito reso omaggio, quasi non potendone fare a meno come forse si sarebbe voluto, in una più tollerabile contestazione globale inserita in un cercato e voluto senso religioso e in una pretesa ricerca, da parte di Fabrizio, di un ecumenismo cristiano universale anche se, e questo non sono riusciti a negarlo, lontano anni luce dalla ideologia della Chiesa Cattolica. E, del resto, questo era stato anche l’intento perpetrato ai funerali di Faber a Genova (cerimonia religiosa decisa, si disse, dalla famiglia De Andrè) nell’omelia del prelato officiante condivisa, innegabilmente, da una parte consistente del pubblico presente anche fuori dalla chiesa.

Il tentativo è stato evidente già dalla presenza stessa di molti degli ospiti canori, che per fortuna non hanno aggiunto granché di proprio, ben noti per il loro bigottismo: il devoto Lucio Dalla, non a caso il primo della serie, la neo-ispirata Antonella Ruggiero, che non poteva cantare se non Ave Maria da La buona novella, il dotto messia di un po’ di tutto Franco Battiato, che più il tempo passa più si crede e si atteggia da santone culturale, il cantante dalla ottima e pulita pronuncia Jovanotti, noto profeta dell’unica grande chiesa da Che Guevara a Madre Teresa, il chiesastico esecutore Nicola Piovani, pur eccellente autore musicale degli splendidi Non al denaro non all’amore né al cielo e Storia di un impiegato.

Il clou si è avuto, però, con Ermanno Olmi, a cui il mellifluo Fazio, iniziando con un discorso sul comune rapporto con la terra e la tradizione rurale, ha dato l’abbrivio chiedendosi come mai l’ateo De Andrè fosse così interessato a certi valori così profondamente cristiani. L’immeritatamente pluri-premiato regista non poteva esimersi, a questo punto, approvato visibilmente da un gongolante Fabio Fazio e da una annuente Dori Ghezzi, dal riproporre una già collaudata corbelleria sul fatto che Dio avrebbe più gusto a colloquiare con gli atei piuttosto che con i soliti fedeli credenti, e men che meno questi ultimi tra di loro.

Non ci si aspettava, a seguire, niente di diverso dal solito agrodolce ed annacquato criticismo dalla pur brava Littizzetto e, similmente, non ci si attendeva sfracelli anticlericali dall’ottimo Antonio Albanese ma, forse, si sarebbe preferito non sorbirsi Piero Pelù, protagonista della cover forse più riuscita dell’intera serata, Il pescatore, mentre, alla fine della sua esibizione, manda un saluto al solito prete impegnato, subito applaudito e approvato dal solito entusiasta Fazio.

Senza nulla togliere alla validità ed al grande pregio dell’intera opera di Fabrizio De Andrè, che il sottoscritto annovera assolutamente tra i suoi preferiti dai primissimi anni ’70, non bisogna nascondere le innegabili contraddizioni di un autore che, ardente assetato di conoscenza e cultura come pochi altri, ha letto e divorato tonnellate di autori e di concetti, dal super-ateo Max Stirner e dai grandi autori dell’anarchismo ai dottori della Chiesa, dai maledetti Brassens, Rimbaud, Baudelaire, Trenet ai mistici medievali, aspirando ad un impossibile sincretismo tra Gesù, da lui tragicamente definito ripetutamente, ahinoi, il più grande rivoluzionario mai esistito, e le ben più serie istanze rivoluzionarie degli ultimi due secoli che, invece, Fabrizio ha più volte aspramente criticato, sottovalutandole e male interpretandole, in nome di un non molto definito ribellismo solo individuale e mai collettivo.

Non è certo il caso di fare una colpa a Faber se non sapeva decidersi tra la vaga speranza in un qualsiasi aldilà e l’affermazione incerta di un ateismo solo sfiorato, ma non è tollerabile che, per l’ennesima volta, i parrucconi del carrozzone Rai, e i suoi melliflui ed ambigui conduttori, con la complicità di cantanti, musicisti, vedove ed esperti giornalisti, speculino sulla grandezza di chi non c’è più e travisino platealmente il loro pensiero e la loro opera, a uso e consumo della Menzogna Globale e dei suoi scherani.

Jàdawin di Atheia, su www.jadawin.info e su www.resistenzalaica.it