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Ignoranza ed idiozia

Ignoranza ed idiozia

di Jàdawin di Atheia

Solo poche righe: da qualche giorno in televisione gira una pubblicità di un noto apparecchio acustico. A un signore fanno dire il beneficio che ha con quel prodotto, e dice quasi esattamente “riesco a sentire bene gli audi dei film….”.

Ovviamente a me sono cominciate le convulsioni: è più o meno dalle medie che so che audio e video non vogliono il plurale. Ma gli idioti autori dello spot, ignoranti e beceri, evidentemente non lo sanno.

Probabilmente qualche telespettatore sì, lo ha fatto notare a quell’emittente (o, chissà, se ne sono accorti da soli…) e le parole sono prontamente (dopo circa due settimane) cambiate in “riesco a sentire bene i dialoghi dei film…”. A parte che in un film non ci sono solo i dialoghi (bastava dire il sonoro, o il suono), è una buona cosa. Non voglio fare pubblicità positiva, ma questa emittente finisce per “sette”.

Un’altra emittente non se n’è invece accorta, e si continua a sentire di “audi”. Non voglio fare pubblicità negativa, ma questa televisione finisce per “quattro”, e si proclama anche “nuova”.

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Bigotti e lecchini: la Rai è occupata!

Bigotti e lecchini: la Rai è occupata!

di Jàdawin di Atheia

Da tempo mi trattengo: ora però non ci riesco più. Benché questo blog non abbia certo il seguito di tanti altri, e mi basterebbe averne il 10%, debbo scaricare un po’ di rabbia.

La Rai è sempre stata Radiotelevisione Apostolica Italiana, ma penso che negli ultimi vent’anni, e soprattutto da quando c’è il grande falso e imbroglione Francesco, la tracotanza, la sfacciataggine e il marciume filo-cattolico di tutta la Rai, dalle maestranze più basse ai dirigenti, passando per presentatori, conduttori, nani e ballerine, abbia raggiunto livelli impensabili neanche durante i monocolori DC.

La Rai, dunque, è occupata! È occupata da uno Stato straniero. Questo Stato è il Vaticano che, oltretutto, ha talmente potere che è riuscito a farsi chiamare, da tutti gli altri, “Santa Sede”, travalicando la sua denominazione ufficiale di “Stato della Città del Vaticano”.

Questa occupazione è nello stile della piovra, simbolo che giustamente gli anticlericali hanno assegnato alla Chiesa: avvolge tutto, si ramifica in ogni dove, in ogni ufficio, in ogni settore, in ogni trasmissione, e la Rai addirittura dedica un proprio settore e relativo sito, http://www.raivaticano.rai.it/ proprio al Vaticano!

Facciamo qualche esempio, proprio in quello che è più evidente ai telespettatori: conduttrici e conduttori. Così, come mi vengono in mente.

Belle immagini, posti stupendi, neve immacolata, montagne svettanti e valli verdi: mi piace la montagna e vedo Linea bianca su Rai 1, cercando di dimenticare, da freddofilo quale sono, Linea blu (pur amando anche il mare). Ma il bel Massimiliano Ossini, pur simpatico, passa di vetta in vetta, soprattutto quelle, numerosissime, con l’immancabile croce, il suo compagno Lino Zani dal gran naso dice io sono cattolico, lui dice “anch’io lo sono”, si inginocchia e fa il segno della croce, alla faccia del pluralismo nell’informazione o, meglio, della sua neutralità. In altre trasmissioni fa lo stupido segno senza nemmeno spiegarlo. E così via, di chiesa in chiesa, di croce in croce, di prete in prete.

Unomattina, sempre su Rai 1, è condotto da Benedetta Rinaldi e Franco Di Mare. I due sono simpatici e la prima è pure bella e ridanciana ma anche loro rispettano, e sembrano proprio sinceri e convinti, il diktat filo-cattolico e soprattutto filo-Bergoglio.

Ma è Storie italiane, che subito segue dal lunedì al venerdì intorno alle 10, che si prende tutte le licenze con la sua conduttrice Eleonora Daniele. Bella e bionda (non sappiamo se vera o tinta), l’Eleonora atteggia il viso contrito quando si parla di brutte notizie, non lo fa benissimo ma sempre meglio dello zerbino Fabio Fazio, si aggira per lo studio sempre impeccabile e sempre con scarpe con tacco 12 e forma rigorosamente a punta (speravamo che la nefasta moda stesse passando….), con lei il lecchinaggio ipocrita e moralista verso la religione cattolica ed il suo monarca straniero raggiunge vette altissime, quasi sempre ospitando in studio il prete in rigoroso clergyman, ma grigio. A volte il prete cambia, e con lui l’abito “normale”, ma la tracotanza è la stessa.

E spesso c’è anche l’ausilio di una orrenda suora che si dice “laica”, e tutti sfornano, a richiesta, le loro opinioni e talvolta con quale protervia! Loro sanno benissimo di giocare in casa….

Ma dovete vederla e sentirla, l’Eleonora, quando qualcuno in studio o in collegamento appena appena si azzarda ad andare fuori dal coro! Lei si indigna, si arrabbia, afferma che “queste cose” lì, da lei, non si possono dire, non sono permesse, e che caspita! Ma scherziamo?

Con La vita in diretta, che segue, con la stessa frequenza, intorno alle 15, non si scherza: il conduttore Marco Liorni (di cui lo sfortunato predecessore Lamberto Sposini ci sembrava, sotto questo aspetto, decisamente meglio) e la bella Francesca Fialdini sono ambasciatori in Italia, ma simpaticamente e pagati dai contribuenti, del monarca straniero oltre Tevere. In occasione del compleanno del dittatore argentino addirittura gli dedicano, annunciata dal faccione sorridente ed estatico del Marco, l’intera prima parte del programma. E tutto il resto della trasmissione, appena possibile, è improntata a questo rivoltante vassallaggio moralista e bacchettone.

Con Zero e lode, il simpatico gioco in onda sullo stesso canale, ci si può anche divertire ma il suo conduttore, Alessandro Greco, fa le imitazioni di Bergoglio, dice “il nostro amato papa”, betamente ignorando, oltre ai non cristiani, anche quel 9-14% (statistiche cattoliche) di spettatori atei, agnostici e non credenti che, insieme a tutti gli altri con il canone, possono permettere alla Rai di lautamente pagarlo per fare il lecchino della setta cristiana. In un momento del programma c’era, manco a dirlo, una domanda di argomento religioso e lui si è rivolto allo “zerologo” Francesco Lancia chiedendo se ci fosse una risposta relativa “alla Madonna, la mamma di Gesù”: la risposta, per puro caso, non c’era, e lui era visibilmente dispiaciuto, povero cocchino di Bergoglio……

 

(articolo in progress, mano a mano mi vengono in mente i nefasti epigoni…..)

 

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Ipazia

in e-mail l’8 Maggio 2016 dc:

Ipazia: astronoma, filosofa, matematica, martire pagana ed eroina del libero pensiero

“Agorà” è un film a dir poco stupendo, la cui proiezione andrebbe proposta in tutti gli ordini di scuola tranne, per ovvie ragioni di età, l’infanzia e i primi anni della primaria.

Giusto per far comprendere ai ragazzi che il fondamentalismo religioso non è un fenomeno che appartiene solo al mondo islamico, ma è trasversale a tutte le esperienze di culto ed alle confessioni di qualsiasi origine e latitudine.

Quando, all’alba del V secolo dopo Cristo, i talebani erano soprattutto i cristiani, in un impero (quello romano) ormai diventato “cristiano”.

Nel 392 d. C. l’imperatore Teodosio emanò una legge speciale contro i culti pagani nel tollerante Egitto. Da quel momento in poi i quadri dirigenti del Cristianesimo, assorto ormai a religione di Stato, intrapresero una mobilitazione punitiva proprio nella capitale della cultura ellenica dov’era nata e dove insegnava Ipazia.

All’origine dell’ostilità di Cirillo, il vescovo di Alessandria d’Egitto, più che la misoginia o l’astio confessionale, era l’invidia – secondo il bizantino Suidas – per la sua influenza politica. Era una partita a tre quella che si giocava per il potere ad Alessandria tra l’antica élite pagana, stretta alla rappresentanza del governo imperiale, i dirigenti cristiani che aspiravano a soppiantarla e la comunità giudaica, la prima lobby dominante, gruppo di pressione rivale.

Il primo atto tragico dell’episcopato di Cirillo fu il pogrom anti-ebraico, che anticiperà l’assalto verso l’establishment pagano, incarnato nella figura di Ipazia. Se la ragione e la fede costituiscono i due binari paralleli lungo i quali si è mossa la storia dell’Occidente nel corso degli ultimi duemila anni, i testi che meglio ne rappresentano l’immutabile distanza sono senza dubbio Elementi di Euclide e la Bibbia, cioè le due summe del pensiero matematico greco e della mitologia religiosa giudaico-cristiana, la cui efficacia ispirativa è testimoniata proprio dall’incredibile numero di edizioni raggiunte da entrambi (duemila, una media di una all’anno dalla prima “pubblicazione”).

L’episodio più emblematico dell’irriducibile contrasto fra le due ideologie accadde nel marzo del 415 d. C., quando un assassinio impresse, come disse Gibbon in Declino e caduta dell’impero romano, “una macchia indelebile” sul cristianesimo. La vittima fu una donna: Ipazia, detta “la musa” o “la filosofa”. Il mandante fu un vescovo: Cirillo, il patriarca di Alessandria d’Egitto.

Ipazia fu massacrata da un gruppo di monaci cristiani, i parabolani, una sorta di talebani dell’epoca, che costituivano la milizia personale del vescovo. Ipazia divenne così una martire del paganesimo, ma soprattutto un’eroica paladina della libertà di pensiero.

È assai improbabile che con il battage pubblicitario e la serie di dibattiti promossi attorno al film “Agorà” di Alejandro Amenabar qualcuno non abbia mai sentito nominare Ipazia.

In una Alessandria dove si scontrarono l’ultima aristocrazia legata al paganesimo, il nuovo potere religioso rappresentato dal vescovo Cirillo ed una vasta comunità ebraica, visse ed insegnò questa straordinaria filosofa neoplatonica, matematica ed astronoma, che si diceva fosse bellissima ed idolatrata dai suoi allievi. Una banda di parabolani, talebani ante litteram al servizio del vescovo Cirillo, si scagliò sul corpo di Ipazia e lo fece letteralmente a pezzi.

Lucio Garofalo

Cultura, Media:Cinema, Televisione, Teatro, Musica

Che nulla che c’è!

Che nulla che c’è!

di Jàdawin di Atheia

Che Fabio Fazio, e le trasmissioni da lui condotte, non mi sia mai piaciuto è cosa che non ho mai nascosto, e da tempo. Non mi è mai piaciuto il buonismo, il vogliamoci bene, i “che bello!” e i “che meraviglia!” distribuiti in quantità industriale (a questo proposito una sera Nanni Moretti gli replicò “Ma lo dici a tutti!”). Anni fa condusse uno speciale su Fabrizio De Andrè talmente slavato e mellifluo che il poeta-cantante maledetto, contestatore tormentato e scomodo, indeciso tra un cristianesimo di base e l’agnosticismo (se non proprio l’ateismo) ne veniva fuori come un bravo ragazzo dell’oratorio che, casualmente, suonava canzoni. Il tutto col beneplacito della vedova, che resta per noi un mistero (su che cosa di veramente interessante abbia trovato in lei Faber…)

Ora si è messo in testa di fare quasi il comico, e lo fa col foglio in mano (niente di male in questo, è questione di memoria), continuando a muoversi per mascherare il nervosismo, tentando di dire cose importanti ma facendo, nel migliore dei casi, solo sorridere (tranne il suo pubblico a comando, ovviamente, che si sbellica di risate e si spella le mani).

Una volta è venuto Mika: può piacere o non piacere (e a me non piace) il suo modo di cantare ma questo signore inglese, che come tale non ha molto credito a discettare di cucina, si è messo a parlare male del risotto, chiedendosi come si possa mangiare così crudo (ahinoi, un profeta del riso scotto!) e magnificando la cucina mediterranea (e giù lo studio, a Milano!, per gli applausi!). E Fazio in estasi ammirativa….

L’altra sera Fazio se l’è presa col sushi: circa cinque minuti di luoghi comuni, dalle bacchette che non si riescono a usare, ai nomi incomprensibili, al non sapere cosa si sta mangiando e via scemando (non nel senso di diminuire la banalità ma di continuare le scemenze…). La fine del pistolotto è il trionfo della banalità, del luogo comune e del nazionalismo idiota: i “malcapitati” escono dal locale giapponese e vanno a farsi una pizza da Mario…

Ora aspettiamoci (ma forse lo ha già detto…) di sentirlo dire che l’Italia è il Paese più bello del mondo, dove ci sono i maschi più maschi, le femmine più belle, il cibo migliore, l’arte migliore, la cultura migliore, la musica migliore, le canzonette migliori. Al di là che questo possa essere vero, la differenza tra il cafone e il signore (non nel conto in banca ma nella mente) sta che il primo lo sbraita ai quattro venti, il secondo, forse, lo pensa soltanto…

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Il berretto girato…

di Jàdawin di Atheia, 29 Luglio 2014 dc. Pubblicato anche sul mio sito www.jadawin.info alla pagina “Stupidità”

Il berretto girato…

Vi propongo alcune immagini, tratte da Google immagini:

il berretto da ragazzino scemorapperrapperrapper?rapper cretino

 

Non mi interessa sapere chi siano, cosa fanno, come “spiegano” il loro aspetto. In Italia altri individui che hanno usato o usano la moda del berretto girato sono Vasco e Valentino Rossi, Jovanotti e J-Ax. Anche un tennista, ed è il motivo perché tifo contro, a prescindere.

Tanti anni fa qualcuno si girò il berretto, e milioni di imbecilli lo imitarono.

È vero, la stessa cosa è successa innumerevoli volte: i pantaloni stretti e a vita bassa degli anni Sessanta e Settanta (la stupidità, come si vede, ritorna ciclicamente), gli assurdi e ingombranti pantaloni a “zampa di elefante”, le camicie e le giacche talmente strette che a volte facevi fatica a respirare, l’orologio sul polsino e via imbecillando.

Ma questa del berretto la trovo una moda veramente stupida, brutta, becera, insignificante e senza senso.

Guardate, proprio non mi vengono altre parole, se non insulti, e la finisco qui….La prossima sarà quella di infilarsi i pantaloni al contrario, perché il concetto è lo stesso….

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Croci-antenne, le sante onde killer della Chiesa

Dal blog “Pensare Sognare Comunicare”  http://elegitto.blog.kataweb.it/   del 4 Ottobre 2011 dc:

Croci-antenne, le sante onde killer della Chiesa

Non è la prima volta che su queste pagine si parla dell’inquinamento elettromagnetico provocato dalla selva di antenne a servizio della Chiesa per trasmettere la parola di dio. Sparse su tutto il territorio nazionale, e concentrate soprattutto nel Lazio, le mega-antenne “sante” sono da sempre nel mirino di ambientalisti e semplici cittadini che continuano a lottare contro la “potenza” killer delle antenne di Radio Vaticana. Anni di denunce, processi, manifestazioni, condanne, assoluzioni…e chi più ne ha, più ne metta. Una vicenda infinita che ormai conoscono tutti.  Perché, allora,  ritornarci sopra ancora una volta?  Se, a quanto sembra, per volere “divino”,  non si riesce a trovare la soluzione richiesta da quanti temono (a ragione) per la loro salute, a che serve parlarne ancora?  Serve, eccome se serve! E non è certo per manie persecutorie nei confronti della Chiesa in sé (della quale, almeno per chi scrive,  meno si parla e meglio è), ma perché alcune informazioni è giusto che vengano veicolate, soprattutto quando si tratta di denunciare furbizie e malcostume che i rappresentanti sulla terra di un dio cristiano dovrebbero (a giudicare da quanto predicano) rifuggire e condannare.

Quindi, bene ha fatto il sito Informare per Resistere a pubblicare un articolo che spiega come, praticamente ovunque e non solo in Italia, non solo le antenne proliferano, ma vengono addirittura camuffate. Ed ecco, dunque, che nella Basilica di Fourvière le antenne per la telefonia mobile si trasformano miracolosamente in una croce; che a Le Clocher de la Charité, nel pieno centro di Lione, uno dei più grossi impianti di antenne per la telefonia mobile è abilmente camuffato con un pannello nascosto all’interno del campanile. Un’altra croce-antenna spunta sulla Chiesa di St Vital Montreal – Canada e tante altre antenne per miracolo si trasformano in croci sante o in artistiche cupole, cupolette, pannelli e pannellini con disegni futuristici o santini accattivanti.

 Wi-Fi a go-go anche per la Chiesa, dunque! In fondo, se la Chiesa si regge sulle favolette dei miracoli divini, perché dovrebbe rinunciare ai miracoli tangibili e reali della tecnologia? Che c’è di male? Potrebbe obiettare qualcuno! C’è tanto di male, anzi di marcio. Intanto, non è permesso a nessuno di piazzare antenne nei centri abitati e poi, se i “benedetti” prelati non avessero la piena consapevolezza che stanno commettendo un reato, perché ricorrere a questi biechi trucchetti? La verità è che il Vaticano sa bene che oltre alle parole del loro dio, diffonde anche onde killer e che i suoi fedeli, insieme a comunione e benedizione, si beccano una dose giornaliera di radiazioni elettromagnetiche che proprio tanto bene alla salute non fanno. Ma, tant’è! E’ il volere divino e questo  non si cura mai del corpo che, si sa, più è martoriato e sofferente e più ci si guadagna il paradiso. E se poi nei prati celesti ci si arriva anche prima del previsto, poco male: si morirà  a 30 anni tra sofferenze immani, ma l’anima sarà salva! E questa sì che è una bella soddisfazione!

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ISLANDA: Una rivoluzione messa a tacere…

Con sommo piacere, da fanatico dell’Islanda che ho visitato tre volte, pubblico questo articolo dal blog http://leggiamoilgiornale.blogspot.com 1 aprile 2011 dc

ISLANDA: Una rivoluzione messa a tacere…

di Goccia di Neve

Gli islandesi si sono ribellati contro il proprio governo, chiedendo di non pagare il debito delle banche

di Juan Manuel Aragüés 

Ciò che non appare nei media, non accade. Questa è la massima che si deve applicare allo strano caso dell’Islanda. Sì, l’Islanda.
L’Islanda dovrebbe essere notizia, titolo principale dei giornali. Perché? Bene, perché in Islanda, la gente è scesa per le strade, pentola in mano, per mostrare la sua radicale opposizione al suo governo. E la mobilitazione dei  cittadini non solo ha provocato due crisi di governo, ma ha imposto un processo costituzionale, la stesura di una nuova Costituzione per evitare il ripetersi di situazioni simili come quelle che si sono verificate nel corso di questa crisi globale.
Quali sono queste situazioni?
Le tre principali banche islandesi si lanciarono, protette dal neoliberismo rampante, in una politica di acquisto di attivi e prodotti al di fuori dei loro confini. Come è successo con molte banche, quei prodotti sono risultati spazzatura, di quella che a Rodrigo Rato sembrava una stupenda scommessa finanziaria quando era direttore del FMI, che ha portato queste istituzioni alla bancarotta  per i loro debiti in Olanda e Gran Bretagna. Il governo islandese ha provveduto a nazionalizzare le banche e ad assumersi i loro debiti.
Questo ha significato che ogni cittadino dell’Islanda si ritrovasse con un debito di 12.000 euro. Come accade in tutto il mondo, la cattiva gestione degli enti privati, deve essere supportata dalle istituzioni pubbliche e, quindi, dalla cittadinanza nel suo insieme.
La differenza è che i cittadini islandesi, di fronte allo scandalo della situazione- scandalo che è paragonabile a quello che succede in tutti i paesi occidentali– si sono ribellati contro il loro governo. Così, sono scesi in strada, chiedendo di non pagare il debito degli altri. Altri che quando non hanno profitti non si ricordano dei cittadini e degli stati, ricorrono ansiosi ad essi quando si trovano in situazioni d’emergenza. Il governo, che ha insistito per pagare il debito, sotto la pressione fatta dal FMI e dei governi olandesi e britannici, si è visto costretto a convocare un referendum, nel quale il 93% della popolazione si è rifiutata di pagare il debito di altri.
Questo ha causato una crisi politica di profonde dimensioni che ha condotto a due crisi di governo e alla creazione di una commissione di cittadini incaricati di scrivere una nuova Costituzione. Gli islandesi si sono stancati di essere presi in giro ed hanno deciso di prendere il loro destino nelle proprie mani.
Il caso è sorprendente. Ma forse più sorprendente è che questo processo, che si sta verificando in questi due ultimi anni, e che è in pieno fervore, con un’offensiva del Partito Conservatore per dichiarare illegale il processo costituente  (che paura che hanno i conservatori della forza dei cittadini!!), che questo processo, insisto, non ha meritato neanche un solo commento sui mass media.
Quando i vulcani d’Islanda sono scoppiati mesi fa, le sue ceneri hanno coperto l’Europa ed hanno causato un enorme caos aereo. Probabilmente, il timore che le ceneri del vulcano politico islandese provocasse effetti sociali in Europa è una spiegazione plausibile per questo silenzio. L’effetto contagio, lo abbiamo visto nel Magreb, è una delle caratteristiche della società mediatica.
Gli islandesi ci mostrano un cammino diverso per uscire dalla crisi. Tanto semplice come dire basta e ricordare che la politica, e chi la esercita, devono essere al servizio della cittadinanza e non degli interessi di entità private la cui voracità, egoismo, mancanza d’etica (vedasi il caso dei recenti bond per 25 milioni di euro a direttivi del Cajamadrid) è all’origine di questa crisi.
In Islanda è stato adottato l’ordine di fermo contro i dirigenti delle entità in questione. In Islanda, mettendo in un angolo i partiti impegnati a sottomettersi ai diktat dei mercati, la cittadinanza è diventata protagonista.
Gli islandesi l’hanno detto chiaro: che il debito lo paghi chi lo crea, che la crisi la paghi chi l’ha prodotta.
Comunicati, Cultura, Media:Cinema, Televisione, Teatro, Musica, Storia

Rassegna CISDA all’Oberdan

In e-mail il 17 Aprile 2011 dc:

Rassegna CISDA all’Oberdan

Il CISDA Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afgane ha organizzato una rassegna di film

“UNA SOTTILE STRISCIA DI FUTURO LE DONNE AFGHANE RACCONTANO”

Rassegna di film e documentari inediti sulle donne afghane che si terrà presso la

Cineteca Oberdan di Milano V.le Vittorio Veneto 2 angolo P.zza Oberdan

da giovedì 28 aprile a domenica 1 maggio

PROGRAMMA

GIOVEDI’ 28 APRILE ore 21

Sguardo da un granello di sabbia
(M. Nanji, 80’) ingl. e dari sott. it.

VENERDI’ 29 APRILE ore 19

Una speranza per l’Afghanistan

(I. Pound, 16’) ingl. e dari sott. it.

Nemici della felicità

(E. Mulvad, 58’) ingl. e dari sott. it.

SABATO 30 APRILE ore 17

Viaggio a Kandahar

(M. Makhmalbaf, 85’)

DOMENICA 1 MAGGIO ore 19

Ripensando l’Afghanistan

(R. Greenwald, 12’) ingl. e dari sott. it.

Boccioli di rabbia. Dieci giorni con RAWA

(M. Guberti, 53’) ingl. dari sott. it.

Cultura, Media:Cinema, Televisione, Teatro, Musica, Politica e Società

Roberto Benigni e l’unità d’Italia

In e-mail il 21 Febbraio 2011 dc:

Roberto Benigni e l’unità d’Italia

di Lucio Garofalo

Esibendosi sul palcoscenico del teatro Ariston di Sanremo, un Roberto Benigni sottotono, meno istrionico e brillante del solito, ha celebrato con enfasi ufficiale il 150esimo anniversario dell’unità d’Italia, sudando e visibilmente a disagio a causa delle direttive imposte dai vertici Rai che lo hanno tenuto a freno, temendo evidentemente qualche frecciatina irriverente scoccata all’indirizzo del sultano nazionale. Ma l’unico sberleffo arguto è stato concesso nel momento in cui il giullare toscano ha menzionato un altro celebre Silvio, autore de “Le mie prigioni”, alludendo ai guai giudiziari del premier.

Nella circostanza sanremese il comico di Prato ha denotato una scarsa libertà istrionica e giullaresca, una vena poco caustica e creativa che ha sempre contrassegnato le sue performance. Senza vincoli Benigni era un ciclone travolgente di surrealismo e satira corrosiva, ma a Sanremo la sua solita verve ironica e dissacrante si è spenta per cedere il posto ad un’insospettabile fede patriottica. Si pensi alla retorica sciorinata sul palco dell’Ariston sul patriottismo e sulla sottile distinzione tra patriottismo e nazionalismo.

Invece, a voler essere davvero onesti intellettualmente, bisognerebbe ammettere che il patriottismo è l’anticamera del fanatismo sciovinista, quindi dell’imperialismo e del fascismo. Nella passerella filo-risorgimentale Benigni non ha mancato di esaltare persino i Savoia, definiti come la dinastia più antica d’Europa, come se il primato derivante da un’ascendenza secolare fosse un motivo di vanto, mentre avrebbe dovuto segnalare le gravi colpe, i demeriti e i crimini storici compiuti dai suddetti sovrani, che nei secoli si sono rivelati come la più sanguinaria, oscurantista e retriva fra le famiglie reali europee.

D’altronde, è estremamente difficile rendere giustizia a 150 anni di menzogne raccontate dai vincitori e a tonnellate di fango e ingiurie scaricate sulle vittime di una vera e propria invasione militare che è stata, come ogni processo di “unificazione” (o, per meglio dire, annessione) nazionale, un’aggressione barbarica e terroristica, una conquista brutale e sanguinosa che non ha avuto nulla di epico o romantico. Si pensi solo ai milioni di contadini meridionali assassinati dall’esercito occupante, non certo per essere “liberati” dall’oppressione della Casa di Borbone del Regno delle Due Sicilie, bensì per subire una spietata colonizzazione, un regime crudele e disumano come quello savoiardo, che ha saccheggiato le enormi ricchezze di un territorio che non era affatto povero come la falsa retorica dominante ci ha voluto far intendere per troppi decenni.

Non a caso nel 1920, sul giornale L’Ordine Nuovo da lui diretto, Antonio Gramsci scriveva le seguenti parole, denunciando con forza e chiarezza quella che fu conosciuta come la “Questione meridionale”: “Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti.”

Ma tant’è che Benigni di castronerie ne ha dette tante nella serata sanremese, anche a proposito dell'”eroico” pirata nizzardo e dell’astuto conte di Cavour, scorrendo una galleria di figure risorgimentali, noti esponenti della massoneria ottocentesca, fino ad indicare il premier britannico Winston Churchill come il “vincitore” del nazismo. Lo smemorato di Prato ha affermato una falsità storica dicendo che l’Italia sarebbe stata liberata nientemeno che da Churchill, sulla cui figura ci sarebbe molto da obiettare: basti dire che nel 1933 definì Benito Mussolini “il più grande legislatore fra i viventi”.

L’aver attribuito al primo ministro inglese l’appannaggio esclusivo della vittoria sul nazismo rappresenta uno sbaglio eclatante commesso di proposito per compiacere i dirigenti RAI e i politici di destra seduti in platea. Ad aggravare le colpe di Benigni sono stati i mancati richiami alla Resistenza antifascista, per cui avrebbe dovuto ricordare quanto in termini di lacrime e sangue è costata la conquista della libertà al popolo italiano. Invece non ha proferito nulla a riguardo per non urtare la suscettibilità di  qualche irascibile e nostalgico ministro presente in sala. Insomma, nell’intervento a Sanremo l’ispirazione ironica e mordace di Benigni è stata soffocata dalle direttive RAI, per cui l’artista toscano ha dovuto esibire una serie di corbellerie e falsità storiche. Si vede che con l’avanzare dell’età il povero giullare è diventato fiacco e remissivo, mentre agli esordi della carriera era un uragano incontenibile di sagacia, comicità e poesia.

Del resto, già nel film La vita è bella il Roberto nazionale ha preso un abbaglio clamoroso, mistificando la storia per accattivarsi le simpatie dello star system hollywoodiano e aggiudicarsi l’Oscar. Nel film attribuisce agli americani la liberazione di Auschwitz, quando entra in scena il carro armato con la stella bianca, mentre è noto che il 27 Gennaio 1945 (in tale data si celebra la Giornata della Memoria) ad Auschwitz entrarono i soldati dell’Armata Rossa liberando i prigionieri sopravvissuti. E’ vero che nel film non si specifica che il lager sia quello di Auschwitz, tuttavia lo lascia intendere chiaramente. Diciamo che è stata una “sviolinata” concessa ai signori di Hollywood.

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I Litfiba dalle origini new wave allo screditamento attuale

In e-mail il 25 Gennaio 2011 dc:

I Litfiba dalle origini new wave allo screditamento attuale

di Lucio Garofalo

Alla fine degli anni ‘70, in Gran Bretagna e negli Usa la bufera del punk settantasettesco era ormai passata come una meteora. Dalla tempesta emersero soprattutto due gruppi, i Clash e gli Stranglers, che operarono una svolta decisiva sotto il profilo musicale e poetico, significativa anche sul piano dell’impegno politico. Il punk si evolveva in quella temperie artistica che sprigionava le sonorità della musica dark e post-punk, dell’elettronica e della new wave. Gli artisti di riferimento divennero i Bauhaus, i Gang of Four, i Joy Division, i Killing Joke, i Police, i Ruts, i Simple Minds, i Tuxedomoon, ma anche personaggi eclettici come David Bowie e la cantautrice statunitense Patti Smith.

In quegli anni Firenze stava per diventare una delle capitali europee del clima culturale ed artistico legato alla New Wave. D’altro canto, quella non fu la prima volta in cui il capoluogo toscano ebbe modo di rappresentare un crocevia dell’arte e della cultura, in Italia e in Europa. Già in altri momenti storici Firenze era stata al centro di formidabili esperienze di risveglio e di trasformazione artistica e culturale in Italia e nel mondo. Si pensi al periodo assolutamente unico e irripetibile in cui Firenze fu la culla della civiltà umanistica e rinascimentale europea, tra la seconda metà del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento. Si perdoni il paragone che potrà apparire azzardato e irriverente.

Nei primi anni ’80 la scena musicale europea fu attraversata dalle avanguardie dark,  post-punk e new wave. In quegli anni Firenze pullulava di locali alternativi (new wave o post-punk) e stavano emergendo band che segneranno il corso successivo del rock in Italia. Basta citare il caso dei Diaframma e dei Litfiba, senza dimenticare i Neon, i Pankow ed altre band fiorentine che hanno calcato la scena underground di quegli anni. I Diaframma e i Litfiba furono gli alfieri e i precursori di una corrente musicale alternativa e innovativa che fu assorbita e sfruttata dall’industria discografica e culturale. Le due band fiorentine anticiparono i fermenti di un profondo rinnovamento musicale, influenzando anche la sfera del costume, tanto che a Firenze e dintorni la new wave si impose come una tendenza culturale e sociale di massa, assumendo i contorni di una moda commerciale che procurò un’immensa fortuna all’industria tessile di Prato.

Il nome dei Litfiba fu scelto prendendo spunto dall’indirizzo telex della sala prove usata all’inizio della loro carriera: “Località ITalia FIrenze via dei BArdi”. In arte Litfiba. La composizione del gruppo è mutata più volte nel corso degli anni a causa dei frequenti avvicendamenti, ma la formazione originaria, quella del periodo d’oro compreso tra il 1980 e il 1989, riuniva cinque elementi storici: Gianni Maroccolo al basso, Federico Renzulli alla chitarra, Francesco Calamai alla batteria (a cui subentrò nel 1984 Ringo De Palma), Antonio Aiazzi alle tastiere e Piero Pelù alla voce. In seguito a divergenze artistiche e personali sorte all’interno della band, in particolare con il manager Alberto Pirelli, Gianni Maroccolo e Ringo De Palma si congedarono definitivamente dai Litfiba per unirsi al gruppo punk emiliano CCCP Fedeli alla linea, ribattezzato in seguito CSI.

A differenza dei Diaframma, che prediligevano le tonalità dark più cupe ed ossessive, i Litfiba ne inventarono di proprie ed originali, aggiornando il sound della new wave in chiave mediterranea e creando una versione latina dell’hard rock e dell’heavy metal.

Il primo brano dei Litfiba, intitolato A Satana, era un pezzo solo strumentale in quanto la band non aveva ancora trovato un cantante. Fu il tastierista Antonio Aiazzi ad ingaggiare come vocalist un giovane liceale: Pietro Pelù. Nel luglio dell’82 i Litfiba vinsero la seconda edizione dell’Italian Festival Rock di Bologna e, nello stesso anno, uscì l’Ep Guerra, contenente brani assai significativi non tanto a livello musicale quanto poetico. Lo stile rievoca le sonorità dark/post-punk tipiche dei primi anni ’80. Infatti, il pentametro musicale adottato dai Litfiba ai loro esordi era quello tipico di David Bowie, Killing Joke, Stranglers, Tuxedomoon, assecondando il gusto estetico del momento. Nel 1983 uscì per la casa discografica Fonit Cetra il 45 giri Luna/La preda e nella compilation Body Section apparve il bellissimo pezzo Transea. Sempre nello stesso anno i Litfiba realizzarono la colonna sonora dello spettacolo teatrale Eneide dei Krypton.

Il 1984 fu l’anno della svolta per i Litfiba. Venne fondata la casa discografica IRA, ovvero “Immortal Rock Alliance”, che divenne ben presto l’etichetta indipendente italiana più importante, per la quale uscì anche l’album Siberia dei Diaframma. Nello stesso anno si unì al gruppo il batterista Luca De Benedictis, in arte Ringo De Palma, il migliore amico ed ex-compagno di Liceo di Pier Pelù. Nel 1984 uscì l’Ep Yassassin, con Electrica danza, una canzone d’amore bohemienne in cui è palese l’influsso esercitato da David Bowie. Sempre nell’84 uscì la prima antologia dei Litfiba, Catalogne Issue, con altri due classici del loro repertorio: Onda araba e Versante est, in cui il linguaggio della new wave è rivisitato in chiave mediterranea. Sempre per l’IRA uscì nell’86 l’Ep Transea, ispirato da atmosfere e suggestioni orientali che saranno una fissazione di Pelù: gli zingari dell’est.

In ogni caso il ciclo più originale e significativo della produzione artistica dei Litfiba è costituito dalla cosiddetta “trilogia del potere”, di cui Litfiba 3 (del 1988) rappresenta l’ultimo atto, il seguito di Desaparecido (del 1985) e 17 Re (del 1986). Questi tre dischi, incisi per la solita IRA, sono accomunati dall’avversione per i regimi totalitari. Dal tour successivo all’uscita di 17 Re fu estratto il live 12/5/87, il primo album dal vivo dei Litfiba. Nel 1989 uscì Pirata, il disco che sancì la consacrazione definitiva al grande pubblico. I Litfiba iniziarono a riscuotere una popolarità impensabile per un gruppo rock italiano, che da band di culto e di nicchia si trasformarono in un fenomeno di massa. Intanto crescevano le rivalità artistiche e personali tra Maroccolo e Renzulli, che causarono l’abbandono definitivo del gruppo da parte del bassista. Il quale nutriva una passione per le tonalità cupe, rese dalla dominanza del basso e delle tastiere elettriche sugli altri strumenti, mentre Ghigo seguiva una concezione più hard rock, all’insegna dei Led Zeppelin per intenderci, privilegiando gli assoli e le sonorità della chitarra elettrica.

La fase compresa tra il 1990 e il 1999 è legata alla cosiddetta “tetralogia degli elementi”, che annovera quattro dischi di indubbio successo commerciale: El diablo (inciso per la CGD nel 1990), Sogno ribelle (sempre per la CGD nel 1992), Terremoto (ancora per la CGD nel 1993) e Spirito (inciso per la EMI nel 1994). L’assenza di Maroccolo si avverte. Lo spirito new wave dei Litfiba era incarnato proprio da Gianni Maroccolo: la sua geniale vena creativa aveva ispirato la produzione artistica più originale e valida della band. Senza di lui i Litfiba non potevano più essere gli stessi. L’album di questo periodo che merita di essere segnalato è Terremoto, che proiettò per la prima volta in cima alle classifiche un gruppo rock italiano. Cavalcando l’onda della protesta emotiva suscitata dalle inchieste giudiziarie di Tangentopoli, in alcuni brani (ad esempio Dimmi il nome, Maudit e Soldi) Piero Pelù si lancia in polemiche un po’ facili e qualunquistiche: i bersagli sono la Chiesa, la classe politica corrotta, la mafia.

In conclusione, i Litfiba hanno compiuto uno dei più clamorosi “tradimenti” nella storia del rock italiano. Dopo aver rinnegato l’ispirazione ribelle, originale e lirica degli esordi, negli anni ’90 hanno abbracciato una formula pop/rock con venature “metallare” obsolete e commerciali, avviandosi verso un declino artistico e giungendo infine alla crisi del sodalizio tra Piero Pelù e Ghigo Renzulli. E all’inatteso e deludente rientro del 2010.

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Nuove pagine sul sito di Jàdawin di Atheia

aggiornamento di dicembre 2010 dc

Nuove pagine sul sito di Jàdawin di Atheia

Sul mio sito Jàdawin di Atheia www.jadawin.info ho aggiunto ultimamente alcune nuove pagine:

  • Sanda, dedicata all’attrice Dominique Sanda, la cui inconfondibile bellezza e intensa interpretazione hanno caratterizzato numerose pellicole, soprattutto negli anni Settanta e Ottanta dello scorso secolo, come Al di là del bene e del male, Il giardino dei Finzi Contini, L’eredità Ferramonti, Il conformista
  • Le Maschere della Commedia dell’Arte, in cui tratto un argomento che mi ha interessato soprattutto nella mia infanzia, dall’adorato Brighella al detestato (ovviamente perché troppo famoso) Arlecchino, da Capitan Fracassa a Scaramouche
  • PoEREsie di Algar, in cui ho iniziato a pubblicare le poesie anticlericali di un mio conoscente
  • Le Amazzoni, un mito (che tanto mito non è) a me sempre caro
  • Atlantide, altro tema che mi ha sempre interessato ed entusiasmato
  • Lingua italiana, finalmente una pagina indipendente in cui riversare le mie frustrazioni sull’uso, non uso e cattivo uso della lingua italiana

Buona lettura!

Jàdawin di Atheia

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L’ultima guerra di Mario Monicelli

 

Da www.lastampa.it 30 Novembre 2010 dc

L’ultima guerra di Mario Monicelli

di Andrea Scanzi

E’ appena finito un giorno terribile. Una delle ultime coscienze critiche di questo paese se n’è andata. Per sua stessa mano.

Mario Monicelli si è ucciso. Diranno che non doveva. Si chiederanno come possa uccidersi un uomo di 95 anni. Scriveranno che il suicidio è peccato. Come se uno, anche da morto, debba beccarsi gli strali del bigottismo più palloso. Quello che ha sbertucciato per una vita intera.

Diranno anche che un uomo di 95 anni non si piange. Che la morte fa parte della vita (sempre originali, i coccodrilli). E invece no. Questa è una morte che fa più male di quella di un bambino. Perché Monicelli era un bambino. E non era un bambino come gli altri.

E’ vero, non faceva più grandi film. Poteva permetterselo: uno che gira La Grande Guerra, da sola, può anche smettere di pensare. E lui non aveva mai smesso. Non solo ne I soliti ignoti.

Non so se l’avrebbe preso come complimento – non credo -, ma le sue cose migliori ultimamente erano le interviste. Neanche sei mesi fa, aveva raccontato in due minuti lo schifo dell’Italia contemporanea. Uno dei momenti più alti mai visti nel piccolo schermo. A Raiperunanotte, mentre in studio c’era un quasi cantante che si metteva i baffi finti e col suo inutile narcisismo faceva capire – per contrasto – quanta differenza passi tra gli Artisti di ieri e i Furbastri di oggi (sì, parlo di Morgan).

Riguardatevi quei due, tre minuti. Quelli in cui Monicelli parla di noi, degli italiani: è il nostro autoritratto. Quello che non ci piace guardare, perché siamo brutti e stupidi. Ignoranti e pavidi. E lui ce lo ricordava. Nei film, nelle interviste. In ogni cosa che diceva e pensava.
Era vivo, Monicelli. Anche troppo. Andava in tivù e amava dire che faceva ancora sesso. Che la morte non gli aveva mai fatto paura. Che Dio non l’aveva mai visto, quindi non c’era motivo di temerlo.

Era così vivo che ha deciso di scegliersela, la morte. Non meno di suo padre. Dall’alto, come Primo Levi. In controtempo, come Cesare Pavese. Uno schiaffo alla stasi italica, come Luigi Tenco.

Un’ultima inquadratura geniale, irriverente. Quasi come una commedia. Un lancio nel vuoto ad anticipare una trama scontata. A sporcare la retorica che non avrebbe sopportato. A dare inchiostro ai soliti bacchettoni. A riderne, chissà dove. Se esiste un Dove.

E’ un anno implodente. Se ne vanno tutti. Quasi che il pensiero fosse da noi un bagaglio fuori luogo. Quasi che l’Italia non se li meritasse.

Mario Monicelli ha vissuto come ha voluto e così è morto. Senza rimpianti. Con la certezza che non c’era più niente da perdersi.

Senza lui farà ancora più freddo. Freddo dentro. Circondati da politicanti schifosi, italiani medi ampiamente al di sotto della deficienza. Tutti amici miei senza supercazzola. Tutte comparse immeritevoli di un Regista troppo arguto per scendere a patti con la banalità di un pensiero scomparso.

Ciao, Maestro. E grazie.

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Serpico, il poliziotto eroe

Da la Repubblica e da http://mosaicogiovanissimi.blogspot.com , entrambi del 25 Gennaio 2010 dc:

Serpico, il poliziotto eroe

di Vittorio Zucconi

Serpico
Frank Serpico

Nell’alta valle del fiume Hudson, dove l’acqua del fiume che bagnerà poi Manhattan è ancora limpida, vive da eremita il vecchio che fece crollare il “Blue Wall”, il muro blu dell’omertà e della corruzione poliziesca a New York: Serpico. Nel cranio porta ancora i frammenti dei proiettili che gli furono esplosi in faccia. Nel cuore l’amarezza per essere stato dimenticato ed espulso dai “fratelli” in uniforme come un rifiuto tossico. Nel nome riassume la vergogna e lo scandalo che cambiò la polizia in blu e che fece di lui un libro venduto a tre milioni di copie, un’inchiesta ufficiale devastante e un film leggendario.

Lo ha scovato, nella capanna di tronchi da pioniere che egli stesso si è costruito e dove vive con la sua “ragazza” come chiama la signora di cinquant’anni che gli fa compagnia, il New York Times, mezzo secolo dopo quel 1959 nel quale Frank Serpico divenne patrolman, piedipiatti, poliziotto di quartiere a Brooklyn. Frank, che da vecchio somiglia sempre più, nella barba un po’ irsuta, nel volto stazzonato da 73 anni di vita dura, nella bandana che gli avvolge la testa ancora trafitta dal dolore dei frammenti di piombo, al personaggio che Al Pacino portò sullo schermo non è, neppure nella quiete profonda dei boschi, un uomo in pace. Serpico è ancora in guerra col mondo, come era in guerra con i gangster, i pusher, i magnaccia, i mafiosi di Brooklyn, ma soprattutto con i suoi colleghi del “Nypd”, il Dipartimento di Polizia, che di quei delinquenti erano al soldo. “Ho ancora incubi – racconta – ogni volta che schiudo una porta, vedo la canna della pistola che mi sparò in faccia”.

Vede, soprattutto, quello che accadde dopo, mentre lui cadeva sul pianerottolo della casa di Brooklyn dove era entrato per fermare lo scambio di 10 chili di eroina, con il volto coperto di sangue. Ricorda i colleghi in blu e in borghese, quelli come lui, i detective under cover che assistono alla sua probabile agonia senza invocare nei walkie-talkie e nelle autoradio il “Codice 10-13”, “agente a terra colpito”, che avrebbe richiamato le ambulanze. Rivede il vecchio immigrato clandestino, un messicano, che da un appartamento vicino chiamò i soccorsi, prima che un’autopattuglia finalmente lo buttasse sul sedile posteriore, portandolo a un ospedale. Frank Serpico, il “napoletano”, il figlio di un italiano arrivato da Marigliano, oggi uno dei borghi satellite più inquinati di Napoli, doveva morire perché tutti sapevano che aveva deciso di scuotere l’albero della cuccagna, i soldi che la polizia incassava dalla malavita.

Non so che cosa sia cambiato, forse qualcosa, forse niente”, dice oggi, da lontano, nella solitudine della sua log cabin, della capanna di tronchi, “Paco”, come lo avevano soprannominato, dove sta scrivendo le memorie “prima che sia troppo tardi”. Allora molto sembrò cambiare, e quella schioppettata in faccia che lui si prese entrando nel nido degli spacciatori nell’indifferenza soddisfatta dei colleghi fece finalmente tremare il “Muro Blu”. Fu insediata una commissione d’inchiesta guidata dal giudice Knapp che scoperchiò, per la prima volta, il pentolone. Dozzine di agenti, di detective, di ispettori, di dirigenti, furono arrestati o radiati, permettendo ad altri di dimettersi in silenzio, per salvare quello che restava della “faccia”.

La Commissione Knapp cercò di distinguere fra la grande corruzione e quella spicciola, quotidiana. Disegnò due categorie di poliziotti “on the take”, come si dice nel gergo, pagati dai criminali. I Vegetariani, i “grass eaters”, quelli che si accontentavano di brucare le banconote infilate nella stretta di mano, di fare la spesa e di cenare gratis nei negozi e nei ristoranti per non vedere quello che accadeva nei retrobottega. E i Carnivori, i “meat eaters”, i complici ingordi delle grandi organizzazioni, dei gangster, delle “famigghie”, delle quali erano la protezione e la copertura. Si parlò di “centinaia di milioni di dollari” ruminati o divorati ogni anno da vegetariani come da carnivori.

Il figlio dell’immigrato napoletano che “non ci stava” fu celebrato fuori ed esecrato dentro: “avevo spezzato l’omertà”. Venne promosso a detective, decorato con una medaglia che oggi tiene buttata in un cassetto, salutato davanti alle telecamere dai tromboni del potere come un eroe. E poi, appena cinque anni dopo la grande “pokazuka”, la sceneggiata del risanamento, allontanato. Scomparve. Emigrò in Europa, in Svizzera, quanto di più lontano dalla sua New York si potesse trovare, vivendo con la quota di diritti d’autore sul libro che Peter Mass aveva scritto su di lui e con lui, e sul film girato da Sidney Lumet con un sensazionale Al Pacino.

Ma neppure la Svizzera fece di lui un mite borghese integrato. Quando si rassegnò a tornare in patria, tornò a New York, sì, ma nello Stato, nel nord selvatico. Riprese i panni dello hippie che usava da investigatore e l’irrequietezza del ribelle che era sempre stato, anche con il “badge”, con il distintivo della polizia, e la sua famosa Browing 9mm sotto gli stracci da vagabondo. E anche dalla solitudine silvana non avrebbe mai smesso di dar fastidio. Oggi nel suo blog ringhioso, ieri con lettere ai giornali avrebbe continuato a irritare quella polizia in cui, da bambino italiano, aveva sognato di entrare. “Forse sono meno corrotti, ma sono ancora più brutali e quindi ancora più fuori dalla legge che dovrebbero far rispettare”, dice e ricorda Amadou Diallo, il ghaniano di 23 anni disarmato che quattro poliziotti del Bronx abbatterono nel 1999 sparandogli 41 colpi di pistola in corpo per “malinteso”, uscendo tutti assolti.

Non c’è pace per lui, neppure fra i larici e gli abeti del Nord, dove la compagna lo sorprende a seguire tracce di sangue nella neve per raggiungere animali, cervi, orsi, procioni, martore e scoprire perché abbiano sanguinato.

Un matto, un maniaco, come tutti coloro che si ostinano a credere alla giustizia.

 

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Fabrizio De Andrè. La mostra

Fabrizio De Andrè. La mostra

PROROGATA

 fino al

21 Giugno 2009 dc

Genova, Palazzo Ducale, Piazza Matteotti 9, Orario: dalle 9 alle 20, Venerdì fino alle 23, Lunedì chiuso

Ateoagnosticismo, Cultura, Media:Cinema, Televisione, Teatro, Musica

“Religiolus”, un film coraggioso

“Religiolus”, un film coraggioso

USA, 2008. Documentario, titolo originale Religulous, durata 101′, regia di Larry Charles.
Con Bill Maher, Steve Burg, George W. Bush, Kirk Cameron, George Coyne, Tom Cruise.

Film recentissimo (da noi), uscito nelle sale milanesi il 13 Febbraio 2009 dc, ha suscitato vaste polemiche e le reazioni come di consueto fanatiche e censorie dei soliti credini (loro sì, come al solito, intolleranti!) che, addirittura, in alcune località hanno fatto stampare fascette con la scritta “ateo no” e “vergogna” e le hanno attaccate sui manifesti del film.

Ma la censura ha colpito il titolo stesso del film che, originalmente fondeva in un neologismo il termine religious, religioso, con ridiculous, ridicolo….Così ora il titolo è diventato argomento di fraintendimento per i non molto pratici dell’inglese, che lo traducono in religioso non accorgendosi che il termine inglese è comunque errato: testimonio personalmente per avere sentito discussioni e affermazioni del genere ieri, 17 febbraio 2009 dc, prima e dopo la proiezione.

Tra le recensioni del film comparse nei siti on line che si occupano di cinema la più equilibrata e corretta, secondo la mia opinione, è quella di www.filmtv.it :

Bill Maher, autore e presentatore di alcuni talk show “politicamente scorretti” negli Stati Uniti, intervista personaggi di rilievo e credenti comuni sull’esistenza di Dio e sulla reale utilità e importanza delle religioni organizzate mettendo in rilievo, con il suo tipico sarcasmo, gli aspetti più grotteschi e controversi di ogni credenza.

Film geniale, che si scaglia contro falsi miti e fanatismi, dai monoteismi imperanti e imperialisti alle religioni fai da te di sette, Gesù e San Paolo redivivi, rabbini antisemiti. Un doc intelligente, rigoroso e sferzante. In cui si sorride con rabbia, rispetto e incredulità.

Ecco l’articolo e l’intervista su la Repubblica del 12 Febbraio 2009 dc (correzioni e commenti in rosso sono miei):

Intervista a Bill Maher, attore e ideatore del documentario-inchiesta sulle fedi monoteiste
 In sala da domani. “Voglio mostrare la violenza dei fondamentalisti di ogni fede”

“Religiolus” contro tutti i fanatismi
 “Usate la ragione, non la religione”

“Gli attacchi delle chiese? C’è tanta gente che mi ringrazia per quello che dico”
di Silvia Bizio

Los Angeles – “Smettete di credere o ne soffrirete le conseguenze”. Ecco la sintesi di un film-documentario divertente e tosto come Religiolus, che in Italia arriva domani, distribuito in 30 copie dalla Eagle Pictures. Diretto dal regista di Borat, Larry Charles, concepito e interpretato da Bill Maher, noto comico televisivo americano, il film è un’allegra inchiesta tra gli aspetti più controversi, inquietanti e talora ridicoli (da cui il titolo) delle tre religioni monoteiste, cristiana, ebraica e musulmana. L’obbedienza al dogma religioso, il fanatismo sono da anni bersaglio dei talk-show tv di Maher, da Politically Incorrect all’attuale Real time with Bill Maher. “Nel film mi premeva affrontare la demistificazione del tabù religioso – spiega Maher, 52 anni – Parlare di un argomento delicato, per molti addirittura incendiario, facendo al tempo stesso ridere”.

Con Religiolus, Maher conduce lo spettatore dal cuore puritano dell’America “redneck” alla libertaria Amsterdam (turbata oggi da nuovi conflitti etnico-religiosi), dalla Terra Santa al Vaticano, intrattenendo conversazioni, spesso ilari, con seguaci di ogni fede e mettendo in discussione qualsiasi “prova” dell’esistenza di Dio, toccando anche temi come l’omosessualità. “C’è un prete – racconta Maher – che per mezz’ora ha proclamato davanti alla cinepresa l’inesistenza dell’omosessualità e poi confessa la propria tendenza sessuale…”.

Maher, cosa spera di fare con un film come Religiolus?

“Voglio dimostrare che la religione è nociva alla società e potenzialmente in grado distruggere la nostra civiltà. Io spero che questo film possa sortire un effetto pari se non maggiore di quanto abbia avuto sull’ambiente Una verità scomoda di Al Gore. Spero solo che possa stimolare un dibattito civile e ragionevole”.

Nel film lei dichiara esplicitamente che l’Islam è strettamente connesso alla violenza fondamentalista.

“Sì, ma spero che qualcosa possa cambiare in futuro. L’Islam si trova oggi dove il Cristianesimo si trovava nel 1400, quando cominciò gioco forza ad aprirsi e illuminarsi”.

Teme che il film possa renderla bersaglio di attacchi da parte degli integralisti?

“Preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio. Ma non crediate che tutti ce l’abbiano con me: c’è un sacco di gente che mi ringrazia per quello che dico. Basterebbe che gli agnostici (gli atei no?) si organizzassero un po’ meglio, come fanno i religiosi” (Verrebbe da dire parole sante…).

Lei ha realizzato Religiolus prima delle elezioni presidenziali Usa. È cambiato qualcosa?

“Il cambiamento epocale che tutti ci aspettiamo dal presidente Obama deve ancora avvenire. Detto questo, la tematica religiosa e il concetto di fede sono sempre attuali. Il fanatismo dogmatico non è mutato di una virgola da secoli e la tentazione fondamentalista sembra più forte che mai. Per me nessun fondamentalismo è migliore dell’altro: sono tutti aberranti”.

Lei è ateo?

“Preferisco definirmi un realista. Sono figlio di un padre cattolico e di una madre ebrea, ma resto convinto che ai fenomeni della natura ci debba pensare la scienza, non la religione”.

Anche col film lei sembra dire che il fondamentalismo avanza in America e nel mondo. Conferma?

“Certo. Mi fa ancora paura pensare che noi americani siamo stati guidati per otto anni da un presidente anti-intellettuale, anti-scientifico, maniaco di Gesù Cristo, che ci ha condotti in una palude putrida e stagnante. La separazione tra Stato e Chiesa promulgata dai nostri padri fondatori s’è persa per strada. E quanti altri Paesi si trovano in situazioni simili? Il mio monito è soprattutto ai governanti: ricominciante di nuovo a governare con la ragione. Non con la religione”.

(12 febbraio 2009)

 

 

 

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Serata per l’ateo De Andrè all’insegna dell’ecumenismo

Serata per l’ateo De Andrè all’insegna dell’ecumenismo

Ieri sera, per circa tre ore su Rai 3, è andata in onda la Serata Speciale di Che tempo che fa dedicata al grande cantautore (che qualcuno insiste a definire anche poeta quasi che la più comune definizione non sia sufficientemente nobile…) Fabrizio De Andrè, purtroppo scomparso dieci anni fa. La trasmissione è stata condotta, come sempre, da Fabio Fazio, che anche questa volta non si è sottratto al suo solito servilismo verso il potere e il conformismo, anche se viene sempre da chiedersi, come si suole dire dalle parti di Roma, se ci è o ci fa: nel primo caso è da compatire e nel secondo da biasimare, in ogni modo non ci fa una bella figura. Accanto a lui, per tutta la trasmissione, la vedova Dori Ghezzi, che ha dato ancora una volta l’impressione di essere troppo presa nella parte della Vedova del Grande Personaggio e sua erede culturale, che francamente non le si addice proprio, nonché abbastanza piena di sé da risultare fastidiosa.

Al di là di questo l’immediata impressione, che si è mantenuta costante per tutta la durata della trasmissione, è che si facesse di tutto per glorificare il grande Faber in due modi principali. Il primo sembrerebbe quello di dargli a tutti costi la patente di poeta, come si è detto, quasi che quello che ha fatto come cantautore, come lui stesso ha dichiarato preferire di essere definito (intervista filmata che compare nella trasmissione stessa!), non fosse sufficiente per gli orrendi intellettuali o, meglio, intellettualoidi che abbondano sulla carta stampata, nel web, nei media radiotelevisivi e tra gli stessi colleghi cantanti, cantautori e discografici.

Il secondo, più evidente, è parso quello di trasformare la vena dissacratoria e controcorrente di De Andrè, a cui debitamente si era subito reso omaggio, quasi non potendone fare a meno come forse si sarebbe voluto, in una più tollerabile contestazione globale inserita in un cercato e voluto senso religioso e in una pretesa ricerca, da parte di Fabrizio, di un ecumenismo cristiano universale anche se, e questo non sono riusciti a negarlo, lontano anni luce dalla ideologia della Chiesa Cattolica. E, del resto, questo era stato anche l’intento perpetrato ai funerali di Faber a Genova (cerimonia religiosa decisa, si disse, dalla famiglia De Andrè) nell’omelia del prelato officiante condivisa, innegabilmente, da una parte consistente del pubblico presente anche fuori dalla chiesa.

Il tentativo è stato evidente già dalla presenza stessa di molti degli ospiti canori, che per fortuna non hanno aggiunto granché di proprio, ben noti per il loro bigottismo: il devoto Lucio Dalla, non a caso il primo della serie, la neo-ispirata Antonella Ruggiero, che non poteva cantare se non Ave Maria da La buona novella, il dotto messia di un po’ di tutto Franco Battiato, che più il tempo passa più si crede e si atteggia da santone culturale, il cantante dalla ottima e pulita pronuncia Jovanotti, noto profeta dell’unica grande chiesa da Che Guevara a Madre Teresa, il chiesastico esecutore Nicola Piovani, pur eccellente autore musicale degli splendidi Non al denaro non all’amore né al cielo e Storia di un impiegato.

Il clou si è avuto, però, con Ermanno Olmi, a cui il mellifluo Fazio, iniziando con un discorso sul comune rapporto con la terra e la tradizione rurale, ha dato l’abbrivio chiedendosi come mai l’ateo De Andrè fosse così interessato a certi valori così profondamente cristiani. L’immeritatamente pluri-premiato regista non poteva esimersi, a questo punto, approvato visibilmente da un gongolante Fabio Fazio e da una annuente Dori Ghezzi, dal riproporre una già collaudata corbelleria sul fatto che Dio avrebbe più gusto a colloquiare con gli atei piuttosto che con i soliti fedeli credenti, e men che meno questi ultimi tra di loro.

Non ci si aspettava, a seguire, niente di diverso dal solito agrodolce ed annacquato criticismo dalla pur brava Littizzetto e, similmente, non ci si attendeva sfracelli anticlericali dall’ottimo Antonio Albanese ma, forse, si sarebbe preferito non sorbirsi Piero Pelù, protagonista della cover forse più riuscita dell’intera serata, Il pescatore, mentre, alla fine della sua esibizione, manda un saluto al solito prete impegnato, subito applaudito e approvato dal solito entusiasta Fazio.

Senza nulla togliere alla validità ed al grande pregio dell’intera opera di Fabrizio De Andrè, che il sottoscritto annovera assolutamente tra i suoi preferiti dai primissimi anni ’70, non bisogna nascondere le innegabili contraddizioni di un autore che, ardente assetato di conoscenza e cultura come pochi altri, ha letto e divorato tonnellate di autori e di concetti, dal super-ateo Max Stirner e dai grandi autori dell’anarchismo ai dottori della Chiesa, dai maledetti Brassens, Rimbaud, Baudelaire, Trenet ai mistici medievali, aspirando ad un impossibile sincretismo tra Gesù, da lui tragicamente definito ripetutamente, ahinoi, il più grande rivoluzionario mai esistito, e le ben più serie istanze rivoluzionarie degli ultimi due secoli che, invece, Fabrizio ha più volte aspramente criticato, sottovalutandole e male interpretandole, in nome di un non molto definito ribellismo solo individuale e mai collettivo.

Non è certo il caso di fare una colpa a Faber se non sapeva decidersi tra la vaga speranza in un qualsiasi aldilà e l’affermazione incerta di un ateismo solo sfiorato, ma non è tollerabile che, per l’ennesima volta, i parrucconi del carrozzone Rai, e i suoi melliflui ed ambigui conduttori, con la complicità di cantanti, musicisti, vedove ed esperti giornalisti, speculino sulla grandezza di chi non c’è più e travisino platealmente il loro pensiero e la loro opera, a uso e consumo della Menzogna Globale e dei suoi scherani.

Jàdawin di Atheia, su www.jadawin.info e su www.resistenzalaica.it

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Il film “L’ultima valle”

Il film a contenuto anticlericale “L’ultima valle”, segnalato nel mio sito www.jadawin.info alla pagina “Media” e segnalato all’UAAR perché ne pubblicasse, come ha fatto, una recensione sul suo sito, verrà trasmesso

sabato 22 novembre 2008 dc alle 17,30 su La7

la scheda del film su FilmTV.it
http://www.film.tv.it/scheda.php/film/14508/l-ultima-valle/

la recensione dal sito dell’UAAR (presente anche sul mio sito)

L’ultima valle (The Last Valley, GB 1970) di James Clavell, con Omar Sharif, Florinda Bolkan, Michael Caine, Nigel Davenport, Per Oscarsson, Madeleine Hinde, Arthur O’Connell, Yorgo Voyagis, Miguel Alejandro, Christian Roberts, Brian Blessed.

Nel 1641, durante la guerra dei Trent’anni, Vogel (Omar Sharif), un professore, tenta di salvare una valle della Germania meridionale dalle orde mercenarie.

Quest’interessante e, purtroppo, misconosciuta pellicola, va citata nella presente filmografia soprattutto per la figura di Erica (Florinda Bolkan): una donna passionale ed esperta di erbe medicinali, che il prete del villaggio, padre Sebastian (Per Oscarsson), perseguita come strega, giungendo a mandarla sul rogo; il professore sarà costretto a uccidere la donna per non farla soffrire.
Ma verrà anche il tempo della vendetta: aiutato dagli abitanti del villaggio finalmente destatisi dal loro torpore bigotto, Vogel finirà per uccidere a coltellate il prete fanatico…
Dal romanzo di J. B. Pick “The last valley”. L’australiano James Clavell (1924-1994) è più noto per i suoi racconti e romanzi (La mosca, Shogun, Tai-Pan) spesso adattati per il cinema o la TV. Come regista, “L’ultima valle” va considerato il suo miglior film.

la mia integrazione

Questo film è nella scarna lista di opere cinematografiche con contenuto anticlericale o ateoagnostico: il protagonista, uomo pacifico, fugge per boschi e montagne da quella spietata guerra di religione che sconvolse per tre decenni l’Europa centrale, cercando un posto tranquillo. Lo trova in una sperduta valle di quella che, secoli più tardi, sarà la Svizzera. Il paesino in cui si rifugia, dapprima deserto, viene poi conquistato dalle truppe guidate da Michael Caine (non ricordo a quale fazione appartenessero). Tra le truppe e gli abitanti del villaggio si instaura l’accordo di difendere la valle da altre truppe, che prima o poi arriveranno. E così infatti succede.
Ma alla fine della vicenda narrata nel film Vogel dovrà riprendere il suo cammino per sfuggire al delirio fanatico ed assassino che imperversa….

Jàdawin di Atheia