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La grande adunata degli Alpini…

In e-mail il 18 Maggio 2018 dc:

La grande adunata degli Alpini
e la piccola adunata dei (gesti) refrattari

Un po’ di storia in tempi di amnesia interessata

In guerra la prima vittima è la verità

Eschilo

La Prima guerra mondiale è costata al proletariato italiano 680 mila morti, mezzo milione di invalidi e mutilati, un milione di feriti. A conferma del fatto che, tolti i cenacoli nazionalisti e le ridotte schiere dell’interventismo cosiddetto democratico o “rivoluzionario”, la gran massa dei coscritti visse la guerra come tragica fatalità o come immane macello a cui sottrarsi, parlano gli atti dei tribunali militari: 870 mila denunce, delle quali 470 mila per renitenza; 350 mila processi celebrati; circa 170 mila pene detentive, tra le quali 15 mila all’ergastolo; 4028 condanne a morte (in gran parte in contumacia), delle quali 750 eseguite.

Un numero, quest’ultimo, assai superiore a quello delle condanne capitali eseguite in Francia (600), Gran Bretagna (330) e Germania (meno di 50), nonostante la più lunga partecipazione al conflitto e il maggior numero di soldati impegnati dai rispettivi eserciti. I numerosi atti di ribellione e di ammutinamento – dallo “sciopero” per le mancate licenze agli spari in aria, al fuoco indirizzato contro gli ufficiali particolarmente odiati – hanno incontrato una repressione spietata, fatta di decimazioni, di fucilazioni sommarie, di spari alle spalle da parte dei carabinieri, il cui ruolo era quello di spingere anche con le baionette i soldati fuori dalle trincee durante gli assalti suicidi ordinati dai comandanti per conquistare qualche metro di territorio nemico.

Tra i generali, «che la guerra l’avete voluta,/ scannatori di carne venduta/ e rovina della gioventù» (Gorizia tu sei maledetta), oltre a Cadorna, «nato d’un cane» (E anche ar me marito) (Nota mia: si presume siano canzoni, ma sarebbe stato meglio specificarlo – Jàdawin di Atheia), si distinsero nelle fucilazioni sommarie Andrea Graziani, Gugliemo Pecori Giraldi e Carlo Petitti di Roreto, a cui ancora oggi sono intitolati monumenti, vie, piazze, targhe commemorative e rifugi montani (come il rifugio Graziani ai piedi del Monte Altissimo in Trentino).

Al tempo della guerra contadini e contrabbandieri
 si mettevano delle foglie di Xanti-Yaca sotto le ascelle per cadere ammalati. Le febbri artificiali, la malaria presunta 
di cui tremavano e battevano i denti,
 erano il loro giudizio
 sui governi e sulla storia
 (Vittorio Bodini).

Va detto che, dal punto di vista dei rapporti fra Stati, il governo italiano attaccò un governo – quello austro-ungarico – con cui era precedentemente alleato. Se la nozione di «guerra difensiva» è quasi sempre una mistificazione, nel caso dell’entrata in guerra dell’Italia nel «radioso maggio» del 1915 è palesemente falsa.

Nelle Province austro-ungariche di Trento e Trieste vengono arruolati circa 120 mila «italiani d’Austria», spediti in gran parte sul fronte orientale (Galizia, Bucovina, Volinia) a contrastare le truppe russe. Un soldato su cinque vi trova la morte, per lo più nei primi mesi di combattimento. Molti altri finiranno prigionieri nei campi o nelle infinite distese della Siberia. Guardati con sospetto in quanto potenziali «filo-italiani» dagli ufficiali austro-ungarici e poi come potenziali «austriacanti» dalle autorità italiane, per molti l’odissea dell’internamento continuerà anche in Italia a guerra finita. I «redenti», cioè quelli che dopo la disfatta austro-ungarica in Russia si arruolarono nel regio Corpo Italiano di spedizione in Estremo Oriente (Cseo), parteciparono alla repressione bianca contro la rivoluzione russa. Altri, disertando, si arruolarono nell’Armata rossa.

A tutto ciò vanno aggiunte le migliaia di profughi spediti dal Trentino ai «campi di baracche» dell’Alta Austria, tra fame, malattie e ostilità della popolazione locale.

Se in Trentino gli arruolati nell’esercito austro-ungarico furono 60 mila, i volontari che passarono nelle file italiane furono 687, tra i primi dei quali il deputato socialista e ufficiale degli Alpini Cesare Battisti. Se i coscritti furono in gran parte contadini, i volontari «irredentisti» furono per lo più di estrazione borghese.

Gli operai e i contadini sopravvissuti trovarono, al ritorno dal fronte, fame e disoccupazione al posto del lavoro e delle terre promessi. Viceversa, per la classe dominante in generale e per gli industriali degli armamenti in particolare, il conflitto fece aumentare vertiginosamente i profitti.

Frutto avvelenato della “Vittoria” e dell’ubriacatura nazionalista fu, di lì a poco, il fascismo. Non a caso, uno dei primi provvedimenti di Mussolini al potere fu la chiusura della assai timida «inchiesta sui profitti di guerra», il che permise agli industriali (in particolare agli Ansaldo, tra i maggiori finanziatori de Il Popolo d’Italia e poi delle camicie nere) di non risarcire nemmeno una lira per le forniture militari di cui avevano gonfiato a dismisura il valore.

Il 3 novembre 1918 le truppe italiane entrano a Trento, mentre ciò che rimane dell’esercito austro-ungarico si ritira verso nord. L’esercito italiano il 4 novembre è a Salorno, il 6 a Bolzano, il 10 al passo del Brennero. Il comandante in capo sul fronte trentino è il fucilatore di ammutinati Guglielmo Pecori Giraldi.

Se l’«italianizzazione» del Trentino, dove la popolazione tedesca corrisponde al 3,5 per cento, avviene senza grandi resistenze (e senza grandi applausi, tranne quelli iniziali per la fine della guerra), diverso è il discorso per il Sudtirolo, subito ribattezzato «Alto Adige». Qui i tedeschi rappresentano il 90 per cento della popolazione.

All’oltranzismo nazionalista di Ettore Tolomei, nominato dal governo Orlando capo dell’«Ufficio di preparazione per il trattamento del germanesimo cisalpino», seguirà la violenza del fascismo nel chiudere scuole di lingua tedesca, nell’italianizzare toponomastica e cognomi tedeschi e nel reprimere ogni pur timida espressione di autonomismo.

In Trentino, invece, sarà la Legione trentina, nata nel 1915 per propagandare l’arruolamento nell’esercito italiano, ad occuparsi di “spiegare” alla popolazione, con lapidi, cippi, opuscoli e musei del Risorgimento, che d’ora in poi avrebbe vissuto in una «terra redenta». La Legione passerà poi il testimone, senza urti di sorta, ai Fasci di combattimento di Achille Starace.

Trento 2018

Da questi rapidi cenni storici si capisce il senso della scelta di Trento come sede della 91° adunata degli Alpini: celebrare la Vittoria della Prima guerra mondiale in una delle terre «redente». E giustificare, con il mito dell’Alpino solidale e generoso, le attuali guerre a cui lo Stato italiano partecipa in nome della democrazia.

Per questo si sono scomodati il presidente della Repubblica, il ministro della Difesa, il Capo di Stato Maggiore, altri vertici delle forze armate e i redivivi cappellani militari.

Benché la Preghiera dell’Alpino continui a chiedere a «Dio onnipotente» di rendere «forti le nostre armi contro chiunque minacci la nostra Patria, la nostra Bandiera, la nostra millenaria civiltà cristiana», al tutto bisognava dare un tocco di «pace» e di «riconciliazione». Se già Saragat nel 1968 aveva rivolto un pensiero a chi era morto con la divisa austro-ungarica, Mattarella quest’anno si è recato al monumento che ricorda i circa 12 mila uomini che con quella divisa sono stati uccisi. Ma, come ha precisato il Capo di Stato Maggiore generale Graziano, «ovviamente siamo qui per festeggiare la vittoria».

E questo era il senso della salita di Mattarella al fascistissimo mausoleo di Cesare Battisti sul Doss Trent, inaugurato nel «radioso maggio» del 1935 alla presenza della vedova di Battisti e dei due figli, per l’occasione in camicia nera. A fianco del mausoleo, già all’epoca, Mussolini voleva un «museo delle truppe alpine». Lo accontenterà la «Repubblica nata dalla Resistenza», che nel 1958 vi inaugurerà il Museo nazionale degli Alpini.

Il punto, ovviamente, non è ricordare i caduti. Si possono ricordare i caduti con entrambe le divise e non dire nulla contro la guerra, contro chi la volle e ne ricavò lauti profitti. Anche i socialisti del primo dopoguerra costruivano monumenti ai caduti. Ma con parole come queste: «Morirono per avidità di regnanti/ per gelosia di potenti/ che la terra insanguinata/ fecondi/ odio contro la guerra/ maledizioni contro coloro che la benedirono e la esaltarono» (queste parole, scritte sul monumento di Gazzuolo in provincia di Mantova, si possono leggere ora solo sui libri, perchè iscrizioni simili furono tutte distrutte dai fascisti).

«Per la pace» non significa nulla. Anche la Campana di Rovereto, inaugurata nel 1925, ha questo nome, ma fu voluta da Antonio Rossaro, prete interventista e poi fedele del duce, affinché «risuonasse e scuotesse i cuori nella solenne rievocazione di tanti eroi scomparsi». O vogliamo parlare del monumento all’Alpino di via Dante, da cui è partito, nei giorni dell’adunata, un percorso pedonale «per la pace»? Quel monumento fu inaugurato nel 1940 da Leonida Scanagatta, cavaliere del Re e squadrista roveretano della prima ora, tra gli assalitori nel 1921 della Camera del Lavoro di piazza Rosmini. Con gli Alpini già schierati a difesa dell’Italia e dell’Impero, quel bronzo era forse un monito «per la pace»?

D’altronde, che durante l’adunata di Trento in gioco non fosse tanto e solo la «memoria» (quale?), era rappresentato in modo evidente e plastico dallo stand dell’Iveco Vehicles Defense con i suoi Lince in piazza Dante e dai mezzi corazzati dell’esercito al S. Chiara.

Con quelli non si racconta la storia né si ricordano i caduti. Con quelli si fa la guerra.

Associazione Nazionale Alpini

Il presidente del Museo storico di Trento, cicerone del capo dello Stato durante la visita sul Doss Trent, ha detto che questa adunata è stata meno retorica e militaresca di altre.

Forse lo «storico» non si è accorto che si svolgeva a Trento e non a Bassano. Qui, nel 1915-1918, gli Alpini hanno sparato contro i «trentini d’Austria». Ed è un po’ più difficile presentare gli 80 trentini caduti «per l’Italia» come eroi e i 12 mila caduti «per l’Austria» come «barbari austriacanti».

Comunque, se nella società i discorsi sulla Vittoria, sul martirio di Battisti, sul sacrificio per la Patria sono oggi meno presentabili non è grazie, bensì malgrado l’Ana. Se fosse per l’Associazione Nazionale Alpini (l’associazione combattentistica più grossa d’Europa), avremmo ancora ai cappellani militari che benedicono i gagliardetti in nome di Dio, della Patria e dell’Impero (e se, per certi aspetti, ci stiamo ritornando, è proprio perchè negli ultimi vent’anni sono diminuite le resistenze nella società). Qualche esempio lo dimostrerà anche ai più distratti, persino agli «storici» istituzionali.

L’Ana viene fondata a Milano nel 1919. Il primo direttore del suo bollettino ufficiale, ancora oggi stampato e diffuso, L’Alpino, è Italo Balbo, comandante squadrista e futuro ras del regime. Il bollettino si caratterizza per un violento anti-socialismo, come si evince dal nono Decalogo del perfetto Alpino: «Ricordati di odiare i nemici di dentro e di fuori anche in pace, come li hai odiati in guerra». I «nemici di dentro» non sono né la monarchia, né la Chiesa, né la borghesia, bensì i «rossi», cioè gli antimilitaristi, i socialisti, gli anarchici.

Durante il regime la retorica dell’Ana ricalca quella di Mussolini, compreso il motto per cui per l’Alpino «niente è impossibile» (ripreso anche per l’adunata di quest’anno…).

Con la Resistenza, si dirà, cambia tutto. Spostiamoci allora negli anni Cinquanta.

Quando, nel 1959, esce e viene premiato alla Mostra del cinema di Venezia La grande guerra di Mario Monicelli, i vertici dell’Ana e 2350 ex cappellani militari scrivono una lettera di protesta contro un film che, narrando le vicende di due soldati «imboscati» che si «redimono» solo perchè offesi in quanto italiani da parte di un ufficiale austro-ungarico prima della fucilazione, ha lo scopo di «oltraggiare tanta generosa immolazione offerta all’onore dell’Italia e alla sua salvezza». A sostenere la difesa dell’eroismo militare si schierano, oltre ai deputati missini, le firme più prestigiose del giornalismo italiano (compreso qualche «antifascista»).

Anche durante la polemica di Lorenzo Milani contro i cappellani militari («reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri»; «l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni», scriveva, come è noto, nel 1965 il prete di Barbiana), l’Ana si scaglia contro la «vigliaccheria» della diserzione e dell’obiezione di coscienza.

Ma poi ci fu il ’68, si dirà.

E proprio quell’anno, a Trento, alcuni studenti di Sociologia si lanciarono contro l’auto di Saragat durante l’adunata degli Alpini con un cartello che diceva «600.000 morti inutili».

Certo, ci fu il ’68, la riscoperta dei canti proletari contro la guerra, le ricerche di Mario Isnenghi, gli archivi di scrittura popolare… Ma non per gli Alpini, fedeli nei secoli. Ancora nel 2015, sul mensile dell’Ana la Prima guerra mondiale è sempre l’eroico compimento del Risorgimento: «riprovevole» la diserzione, «inaccettabile» l’obiezione fiscale alle spese militari. Quando un prete, dalle parti di Vittorio Veneto, si rifiuta di recitare la militarista Preghiera dell’Alpino, l’Ana risponde che «Dio fu con loro» e che «questi uomini furono degni di Dio». Può bastare?

Storici

A partire dagli anni Settanta, fra Rovereto e Trento è nata una generazione di storici attenti alla scrittura popolare e alla storia dal basso. A loro si devono studi e ricerche importanti sui contadini in guerra, sulla contro-memoria, sulle forme di opposizione sociale. Seguendo i nessi storici dello sfruttamento, ad esempio, troviamo pagine significative su come la meccanizzazione della guerra abbia profondamente cambiato il paesaggio alpino, aprendo le porte al successivo turismo di massa.

Ora, si può dire che, con qualche rara e onesta eccezione, questi storici siano affetti da ciò che si potrebbe chiamare schizofrenia opportunistica. Più volte, infatti, li abbiamo ritrovati a fare da appendice a convegni e manifestazioni in cui si sostiene l’esatto contrario di quanto si può trovare nei loro libri, quando non ad assumersi in proprio l’onere di contribuire al mito dell’Alpino. Consapevoli, tra l’altro, che la memoria collettiva è fatta molto più di monumenti, discorsi mediatici, film, adunate e canzonette che non di storiografia (altrimenti del buon Alpino non rimarrebbe più traccia!). Questo per dire una cosa molto semplice: sono le lotte a cambiare i dibattiti, non gli storici.

Scritte, sassi, sabotaggi e luci spente

E veniamo ora a quella che si potrebbe chiamare una piccola, minuscola “adunata dei refrattari” (per richiamare il titolo del giornale fondato negli Stati Uniti dall’anarchico Luigi Galleani).

Quando si tratta del mito intoccabile dell’Alpino, basta poco per creare scandalo.

Reazioni indignate hanno accolta la sparizione di un po’ degli onnipresenti tricolori e il danneggiamento di qualche striscione di “benvenuto” ai cappelli piumati. Tra l’8 e il 9 maggio si è tenuta, all’interno della facoltà di Sociologia, una due giorni contro la guerra.

Fuori della Facoltà, che per una notte è stata anche occupata, campeggiavano due striscioni: uno per chiarire che «la rivolta non è un’arma da museo» e l’altro contro gli Alpini.

Occorre ricordare che esattamente cinquant’anni fa quella Facoltà fu occupata per settimane e che alcuni studenti vicini a Lotta Continua contestarono platealmente l’adunata degli Alpini (in seguito a quella contestazione, in città si scatenò da parte dei cappelli piumati una vera e propria caccia «al sociologo» con veri e propri pestaggi, in cui vennero coinvolti, in quanto «rossi», persino degli innocui militanti del Pci).

Tutte cose che le mostre storiche istituzionali sul ’68 a Trento ricordano. Ma si sa che le lotte possono essere elogiate dai loro recuperatori istituzionali solo quando… sono morte e sepolte.

Che un corpo militare (questo sono gli Alpini, tutt’ora ben presenti in Afghanistan, in Libano, in Libia…) venga definito «assassino», come hanno fatto manifesti e scritte apparsi a Rovereto, a Trento e a Bolzano, dovrebbe essere quasi una constatazione.

Che tra gli iscritti all’Ana ci sia per lo più gente che non ha mai partecipato a guerre e ricorda con il proprio cappello in testa solo di aver fatto orgogliosamente la naja, non cambia nulla. Anzi. È proprio questo diffuso sentimento di appartenenza nazional-patriottica che inquina e mistifica. Se a Trento avessero sfilato solo ufficiali e soldati di professione la natura militarista dell’adunata sarebbe stata più evidente. Ma l’Ana ‒ a differenza, poniamo, della Lega proletaria dei reduci e mutilati di guerra ‒ è stata fondata da interventisti e nazionalisti, il cui scopo non era far pagare la guerra a chi l’aveva voluta, bensì attaccare chi vi si era strenuamente e coraggiosamente opposto.

In tal senso, figure come quella di Battisti sono state molto più nocive per il campo proletario di quelle di un Marinetti o di un D’Annunzio. La retorica del Risorgimento compiuto attraverso la Prima guerra mondiale, tipica dell’interventismo democratico e poi del fascismo, la ritroveremo negli accenti patriottici della Resistenza e nella propaganda dell’Anpi degli anni Cinquanta.

Nella stessa notte in cui la facoltà di Sociologia veniva occupata, è stato preso a sassate da anonimi antimilitaristi uno store degli Alpini. La titolare del negozio, a cui il presidente della Provincia in persona ha portato un mazzo di fiori in segno di scuse, ha affermato che non le era mai capitato nulla di simile nelle tante adunate a cui ha partecipato. E ha aggiunto, per sottolineare la natura inqualificabile di quei sassi, che la propria azienda fornisce le divise alle forze amate e alle forze di polizia. A proposito di «violenza», sarà il caso di notare che quelle divise hanno degli uomini dentro, dotati di armi, scudi e manganelli che hanno colpito e colpiscono manifestanti, scioperanti, immigrati e inermi popolazioni civili.

Il pomeriggio precedente l’adunata ignoti hanno tagliato i cavi e distrutto i led che alimentavano il cappello illuminato di Villa Lagarina, «uno dei più grandi mai realizzati», come ci informano i giornali. È rimasto spento per una giornata.

Nella notte precedente l’adunata alcuni sabotaggi hanno colpito le centraline elettriche e i cavi di alimentazione sulla linea ferroviaria del Brennero e su quella della Valsugana. I giornali dicono che sono stati incendiati anche i cavi della Trento-Malé, senza tuttavia causare blocchi o rallentamenti. Complessivamente, gli incendi hanno provocato la soppressione di una trentina di treni e consistenti ritardi fino al pomeriggio del giorno dopo.

Questo sabotaggio ha dato particolarmente fastidio perchè strideva non solo con il clima di dichiarata unanimità a favore dell’adunata (l’unanimismo a pretese totalitarie non permette smagliature), ma anche con l’imponente apparato di sicurezza messo in piedi ed elogiato dai giornali: centrale operativa comune alle diverse forze di polizia, nuclei «antiterrorismo», tiratori scelti sui tetti, elicottero…

Reazione

I limiti dell’insulto democratico. Titoli di giornali, editoriali e prese di posizione politiche o questurine hanno fatto emergere lo sforzo di raschiare il fondo del barile degli epiteti di riprovazione. I gesti di contestazione, in particolare i sabotaggi, e gli anarchici per estensione, sono stati definiti «scemi», «ignoranti», «deliranti», «mentecatti», «deficienti», con l’aggiunta cautelativa di «isolati» e di «quattro gatti».

L’ineffabile questore D’Ambrosio ha parlato di «gente senza storia né memoria». Poi, essendo quasi finita la rosa dell’insulto politicamente corretto, ha aggiunto: «reietti» (improbabile, nel suo caso, la suggestione de I reietti dell’altro pianeta della romanziera anarchica Ursula Le Guin).

Sarà il caso di far notare al questore che gli anarchici sono stati tra i più fermi oppositori della Prima guerra mondiale, avversari coerenti e risoluti dei Mussolini, dei Battisti, dei Corridoni, e che erano già attivi in questo Paese settantanni prima che nascesse la Repubblica che gli paga lo stipendio?

Se è stata una bella gara reazionaria quella di urlare alla repressione e di esprimere solidarietà agli Alpini «portatori di pace e solidarietà», le più viscide mistificazioni sono arrivate, come al solito, da sinistra. Solo il presidente del Consiglio provinciale Dorigatti (PD) e il presidente provinciale dell’Anpi Cossali (PD) hanno parlato, a proposito dei sabotaggi ferroviari, di «minacce terroristiche» e di «atti di stampo terroristico, che mettono a repentaglio la vita dei cittadini». Peccato che sugli stessi giornali i tecnici di RFI impegnati nel ripristino delle linee dichiarassero: «In realtà non c’è stato pericolo per gli eventuali passeggeri in quanto automaticamente, al momento del danneggiamento della centralina, i semafori diventano rossi e quindi eventuali treni in transito bloccano la loro corsa». L’unica cosa «dei cittadini» che viene messa «a repentaglio», in questo fiume di maldestre menzogne, è il più basilare senso critico.

Se Cossali, ex «leader di Lotta Continua», difendendo gli Alpini che i suoi stessi compagni contestavano cinquant’anni fa dimostra semplicemente quanto popolato sia il mondo dei voltagabbana, in quanto presidente dell’Anpi segue invece una via tutt’altro che incoerente. Su Patria indipendente, il quindicinale dell’Anpi fondato nel 1952, costante quanto mistificatorio è il parallelo tra gli Alpini del ’15-’18 e i partigiani del ’43-’45.

E nelle polemiche degli anni Cinquanta contro la Democrazia Cristiana, con cui lo stalinismo voleva competere sul terreno nazional-patriottico, De Gasperi veniva definito… «austriaco».

Per quanto ci riguarda, preferiamo ricordare il socialista e poi anarchico Emilio Strafelini di Rovereto, il quale nel 1914 disertò dall’esercito austro-ungarico non per passare a quello italiano, ma per darsi “anima” (le virgolette sono mie, Jàdawin di Atheia) e corpo alla propaganda antimilitarista e internazionalista.

Così come facciamo nostre le parole di un manifesto del 1916 firmato i senza patria: «Ai Battisti, ai Corridoni ecc. ecc. caduti per una patria, per un re, per un militarismo, noi contrapponiamo il sacrificio fecondo di Bresci, di Caserio, di Angiolillo, di Adler. … Viva la rivoluzione sociale ‒ A morte i tiranni d’Europa».

A proposito di degrado

Per l’adunata è stata sospesa l’ordinanza comunale che vieta di bere alcol nei parchi.

Ciò che, fatto da studenti o immigrati o senza fissa dimora era fino al giorno prima «degrado», è stato trasformato da trecentomila Alpini in «festa», «amicizia», «solidarietà».

Se un qualsiasi corteo o altra iniziativa non istituzionale avesse lasciato strade e piazza cento volte meno lerce di rifiuti dietro il proprio passaggio, il coro dei benpensanti avrebbe tuonato per giorni, chiedendo il pugno di ferro contro gli «incivili». Invece, trattandosi di Alpini, nessuna critica. Per diversi abitanti, tagliati fuori dalle loro strade abituali, l’adunata ha provocato un disagio assai più duraturo di quello causato ai passeggeri dei treni rimasti fermi il primo giorno per via dei sabotaggi.

Gli unici a trarre profitto da queste tre giornate, oltre ai politici e ai militari, sono stati i commercianti del centro, il cui giro d’affari è aumentato esponenzialmente. Per questo erano tutti così animati dal senso di Patria (che guarda caso coincideva con i loro interessi di bottega). Per avere un esempio al contrario, bastava farsi un giro a Riva del Garda. Dal momento che albergatori, ristoratori e commercianti vivono grazie ai turisti tedeschi, lì di tricolori ce n’erano davvero pochini. Meno patrioti i rivani?

Ultima nota, più seria. Un collettivo femminista e diverse donne hanno denunciato l’atteggiamento sessista e molesto da parte di gruppi di Alpini avvinazzati: apprezzamenti viscidi e palpeggiamenti. Di questa «goliardia» tutta maschile e militare c’era anche un corrispettivo dichiarato: il torneo di miss alpina bagnata, che consisteva nell’annaffiare con la birra la ragazza trentina «più carina». Un giornale ha anche parlato dell’arrivo in città di qualche centinaio di prostitute straniere per l’occasione.

Italiani brava gente. Come si può vedere, anche senza bombardamenti, le divise portano con sé sempre il proprio mondo.

Un mondo che fa schifo. Un mondo da sabotare.

14 maggio 2018

romperelerighe

romperelerighe.noblogs.org

Bibliografia minima

‒ Ernesto Rossi, I padroni del vapore. La collaborazione Fascismo-Confindustria durante il Ventennio, Kaos, Milano, 2001

‒ Marco Rossi, Gli ammutinati delle trincee. Dalla guerra di Libia al Primo conflitto mondiale 1911-1918, BSF, Pisa, 2014

‒ Ugo De Grandis, Guerra alla guerra! I socialisti scledensi e vicentini al “processo di Pradama- no” (luglio-agosto 1917), Schio, 2017

‒ Quinto Antonelli, Cento anni di grande guerra. Cerimonie, monumenti, memorie e contromemorie, Donzelli, Roma, 2018

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L’assassinio della storia

In e-mail il 4 Ottobre 2017 dc:

Considerazioni Inattuali n°107

25 Settembre 2017

PREMESSA

A proposito di fake news. Un esempio chiaro viene fornito in questi giorni negli Stati Uniti d’America da “La Guerra in Vietnam”, un documentario “kolossal” di 17 ore prodotto dalla rete PBS. Ne abbiamo seguito “on line” le prime due puntate e ci sono bastate. Per chi come noi ha seguito da vicino o da lontano questa violenta e barbarica guerra di aggressione l’indignazione per le mistificazioni, le ipocrisie, le omissioni e i furti di verità è stata o dovrebbe essere unanime. Di questa indignazione si è fatto ammirevole e documentato portavoce John Pilger, famoso nel mondo per le inchieste, i libri, i veri documentari sulle crisi mondiali degli ultimi 50 anni. Segue la traduzione dell’articolo di John Pilger sul tema apparso sulla rete “Counterpunch” il 22 settembre u.s..

Lucio Manisco

L’assassinio della storia

di John Pilger

Uno degli “eventi” più pubblicizzati della televisione americana, “La Guerra del Vietnam”, ha preso il via sulla “Public Broadcasting System”, registi e conduttori Ken Burns e Lynn Novick. Acclamato per i suoi documentari sulla Guerra Civile, la Grande Depressione e la Storia del Jazz, Burns dice di questi suoi filmati sul Vietnam: ”Ispireranno il nostro Paese a discutere e pensare sulla guerra del Vietnam da una prospettiva del tutto nuova”.

In una società spesso privata di memoria storica e schiava della propaganda sul suo “eccezionalismo”, la “prospettiva del tutto nuova sulla guerra del Vietnam” viene presentata come “un’opera epica, storica”. L’imponente campagna pubblicitaria elogia la sua principale finanziatrice, la Banca d’America, la cui sede nel 1971 venne incendiata dagli studenti di Santa Barbara in California come simbolo emblematico della detestata guerra del Vietnam. Burns professa la sua gratitudine “all’intera famiglia della Banca d’America” che “da molto tempo sostiene la causa dei reduci di guerra nel nostro Paese”.

La Banca d’America ha in realtà fornito un sostegno corporativo ad un’invasione che ha provocato la morte di qualcosa come quattro milioni di vietnamiti e devastato ed avvelenato una terra una volta bella. Più di 58.000 i caduti tra i soldati americani e si stima che un numero pressocché uguale di essi si siano suicidati.

Ho visto a New York la prima puntata. Sin dall’inizio non vi lascia alcun dubbio sui suoi intenti. La narrativa esplicita che “la guerra venne varata in buona fede da personaggi onesti sulla base di fatali malintesi, un’esagerata sicumera americana, una generica incomprensione della guerra fredda. La disonestà di queste asserzioni non deve suscitare sorpresa. La cinica fabbricazione di falsi vessilli che portò all’invasione è ormai basata su inoppugnabili documenti. L’”incidente” del Golfo del Tonkino del 1964 – che Burns sostiene sia realmente accaduto – è un esempio indicativo. Le menzogne pullulano in un enorme numero di documenti ufficiali, prime tra tutte le Carte del Pentagono che il grande denunziatore dei misfatti governativi Daniel Ellesberg rese di pubblica ragione nel 1971.

Non c’è mai stata buona fede. La fede è stata sempre marcia e cancerogena. Per me – come dovrebbe essere per molti americani – è molto difficile seguire nel filmato il cumolo di mappe sul “pericolo rosso”, incomprensibili intervistatori, inetti tagli ai materiali di archivio e le disconnesse sequenze dei combattimenti.

Nella serie dei comunicati stampa in Inghilterra – la BBC trasmetterà l’opera – non vengono menzionati i morti vietnamiti, ma solo quelli americani. “Stiamo solo cercando un qualche significato in questa terribile tragedia” è il commento di Novick. Che conclusione dopo un’autopsia! Tutto ciò apparirà familiare a tutti coloro che hanno osservato come il colossale bestiario dei mass media e della cultura popolare americana abbia revisionato e servito in tavola un grande crimine della seconda metà del ventesimo secolo con film quali “The Green Berets”, “The Deer Hunter”, “Rambo” e così facendo ha legittimato le successive guerre di aggressione. Il revisionismo non si ferma mai ed il sangue continua a scorrere. L’invasore viene commiserato e purificato da ogni senso di colpa mentre si cerca “un qualche significato in questa terribile tragedia”. Citiamo Bob Dylan:”Oh, dove sei stato figlio mio dagli occhi azzurri?”.

La onestà e la buona fede hanno richiamato alla memoria le mie esperienze di giovane reporter in Vietnam: la visione ipnotica della pelle che si staccava come vecchia pergamena dai corpi dei bambini napalmizzati e le bombe a cascata che lasciavano gli alberi pietrificati e decorati da brandelli di carne umana. E il comandante americano Generale William Westmoreland che definiva “termiti” questi esseri umani.

All’inizio degli anni ’70 mi recai nella provincia di Quang Ngai, dove nel villaggio di My Lai tra 347 e 500 uomini, donne e bambini erano stati assassinati (Burns preferisce il termine “uccisi”) dalle truppe americane. Allora l’evento venne presentato come un’aberrazione, “una tragedia americana”, come scrisse Newsweek. Si stima che in questa sola provincia 50.000 persone vennero massacrate nell’era americana del “fuoco a volontà”. Omicidi di massa di cui non venne data notizia.

Più a nord nella provincia di Quang Tri vennero sganciate più bombe di quelle sganciate sulla Germania durante la seconda guerra mondiale. Dal 1975, dopo la fine della guerra in Vietnam, gli ordigni inesplosi hanno provocato 40.000 morti, gran parte nel Vietnam del Sud, il Paese che l’America voleva “salvare”, un palese stratagemma imperialista concepito di concerto con la Francia.

Il “significato” della guerra in Vietnam non è stato dissimile dal significato delle guerre genocide contro gli abitanti originari d’America, i massacri coloniali nelle Filippine, le bombe atomiche sul Giappone, tutte le città della Corea del Nord rase al suolo. Questi i traguardi, le finalità illustrate dal Colonnello Edward Lansdale, il famoso uomo della CIA, protagonista centrale de “The Quiet American”, il romanzo di Graham Greene.

Citando Robert in “La Guerra della pulce”, Lansdale dichiarava: ”C’è un solo mezzo per sconfiggere un popolo che si ribella e non si arrende, distruggere quel popolo. C’è un solo modo di controllare un territorio che alimenta la resistenza, farne un deserto”.

Non è cambiato nulla. Quando Donald Trump ha pronunziato il 19 settembre il suo discorso alle Nazioni Unite – un organismo fondato per risparmiare all’umanità il “flagello della guerra” – egli ha proclamato di “essere pronto, disposto e capace” di “distruggere totalmente” la Corea del Nord con i suoi 26 milioni di abitanti. I presenti hanno trattenuto il fiato non credendo alle loro orecchie. Ma non era certo la prima volta che Trump ricorreva ad un linguaggio del genere. Del resto la sua rivale per la presidenza Hillary Clinton aveva vantato di essere pronta ad “annientare” l’Iran, una nazione con più di 80 milioni di abitanti. Questo è l’”american way”, ora solo gli eufemismi sono venuti meno.

Per tornare sugli Stati Uniti, io sono colpito dal silenzio e dalla mancanza di un’opposizione – nelle strade, nel giornalismo, nelle arti – come se il dissenso ieri tollerato dal comune sentire sia oggi tornato ad essere una metaforica resistenza sotterranea. Certo, c’è il vociferare e la furia contro Trump l’odioso, il “fascista”, ma non contro un Trump simbolo e caricatura di un sistema permanente di conquista ed estremismo.

Dove sono andati a finire i fantasmi delle grandi manifestazioni contro la guerra che invadevano Washington negli anni settanta? Dove è finito l’equivalente del movimento per il “congelamento” o blocco degli armamenti che negli anni ottanta sulle strade di Manhattan chiedeva a gran voce al presidente Reagan di ritirare dall’Europa i missili nucleari a media gittata? La mera energia e persistenza morale di questi grandi moti popolari nel 1987 contribuirono in gran parte a convincere Reagan a portare a buon fine il negoziato con Mikhail Gorbachev sul Trattato della Forza Nucleare a medio Raggio che pose fine a tutti gli effetti alla Guerra Fredda.

Oggi, secondo documenti segreti della Nato pubblicati dal quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung, questo trattato vitale verrà probabilmente abrogato di pari passo con l’incremento della pianificazione e individuazione dei bersagli da colpire con armi nucleari. Il ministro degli esteri tedesco Sigmar Gabriel ha levato alto il monito contro “la ripetizione dei peggiori errori della guerra fredda. Vengono posti a grave rischio tutti i buoni patti Gorbachev-Reagan sul disarmo e sul controllo degli armamenti. La minaccia per l’Europa è di diventare nuovamente teatro operativo per l’addestramento all’impiego di armi nucleari. Dobbiamo levare la nostra voce contro questo sviluppo”.

No di certo in America. Le migliaia e migliaia di persone che avevano sostenuto la “rivoluzione” di Bernie Sanders nella campagna presidenziale dello scorso anno collettivamente non hanno detto una parola su questi pericoli. Il fatto che la maggior parte delle violenze dell’America sul pianeta non è stata perpetrata dai Repubblicani o da un loro mutante come Trump, ma da liberal Democratici rimane un tabù. Ad Obama va l’apoteosi, con sette guerre simultanee, un primato presidenziale che include la distruzione della Libia come Stato moderno. La defenestrazione ordinata da Obama del governo eletto dall’Ucraina ha ottenuto l’effetto voluto: il massiccio dispiego delle forze Nato a guida americana su quelle frontiere occidentali della Russia attraverso cui venne lanciata l’invasione nazista del 1941.

La “svolta sull’Asia” di Obama nel 2011 ha dato il via al trasferimento della maggior parte delle forze navali ed aeree sui teatri asiatico e del pacifico con l’unico proposito di confrontare e provocare la Cina. Si può sostenere che la campagna di assassinii in ogni angolo del mondo del Premio Nobel per la Pace sia stata la più estesa impresa terroristica dopo il 9/11.

Quella che negli Stati Uniti passa per “sinistra” si è alleata a tutti gli effetti con i più torbidi recessi del potere istituzionale, principalmente il Pentagono e la CIA, per eliminare qualsiasi accordo di pace tra Trump e Putin, per restituire alla Russia il ruolo di potenza nemica sulla base, priva di prova alcuna, di presunte interferenze nelle elezioni presidenziali del 2016.

Il vero scandalo è la subdola assunzione di poteri da parte di rappresentanti di interessi guerrafondai per i quali nessun americano ha mai votato. La rapida ascesa del Pentagono e delle agenzie per la sorveglianza e il controllo durante l’amministrazione Obama costituisce uno storico trasferimento del potere a Washington. Daniele Ellesberg lo aveva giustamente definito un colpo di Stato. I tre generali che gestiscono Trump ne sono visibili testimoni. Tutto ciò non aiuta a penetrare in quei “cervelli liberali nella salamoia alla formalina della politica d’identità”, come vennero memorabilmente definiti da Luciana Bohne. Mercificata e a prova di mercato la “diversità” è il nuovo marchio di fabbrica: questa non è più la classe che serve il popolo senza differenze di genere e di colore e tantomeno viene menzionata la responsabilità di tutti per fermare una guerra barbarica e porre fine a tutte le guerre.

“Come cazzo si è arrivati a questo punto?” si chiede Micheal Moore nel suo spettacolo a Broadway “Termini della mia resa”, un vaudeville sugli insoddisfatti e arrabbiati che ha come fondale un Trump Grande Fratello. Avevo ammirato il film di Moore “Roger e me” sulla devastazione economica e sociale della sua città natale Flint nel Michigan, anche l’altro film “Malaticcio” sulla corruzione dell’assistenza medica in America. Nello spettacolo dell’altra notte il suo pubblico, tutto felice e battimano, sembrava plaudire alla sua rassicurazione che “noi siamo maggioranza” e il suo invito a “impeach, a destituire Trump, mentitore e fascista”. Un messaggio che sembrava indicare: se turandovi il naso aveste votato per Hillary Clinton la vita avrebbe avuto nuovamente un corso prevedibile.

Può darsi che abbia ragione. Invece di insultare il mondo intero come fa Trump, la “Grande Annientatrice” avrebbe attaccato l’Iran e lanciato missili su Putin, quest’ultimo da lei paragonato a Hitler: un paragone blasfemo se si pensa ai 27 milioni di russi caduti nella resistenza all’invasione nazista.

“Ascoltatemi bene – ha detto Moore – a parte quello che fanno i nostri governi, gli Americani sono amati in tutto il mondo”.

E ci fu il silenzio.

John Pilger
(Da “Counterpunch”, 22 settembre 2017 l’articolo di Pilger anche sul sito http://www.luciomanisco.eu)

Escalation nucleare in Europa

da il Manifesto 19 Aprile 2016 dc:

Escalation nucleare in Europa

di Manlio Dinucci

La Casa Bianca è «preoccupata» perché caccia russi hanno sorvolato a distanza ravvicinata una nave Usa nel Baltico, effettuando un «attacco simulato»: così riportano le nostre agenzie di informazione.

Non informano però di quale nave si trattasse e perché fosse nel Baltico.

È la USS Donald Cook, una delle quattro unità lanciamissili dislocate dalla U.S. Navy per la «difesa missilistica Nato in Europa».

Tali unità, che saranno aumentate, sono dotate del radar Aegis e di missili intercettori SM-3, ma allo stesso tempo di missili da crociera Tomahawk a duplice capacità convenzionale e nucleare.
In altre parole, sono unità da attacco nucleare, dotate di uno «scudo» destinato a neutralizzare la risposta nemica.

La Donald Cook, partendo l’11 aprile dal porto polacco di Gdynia, incrociava per due giorni ad appena 70 km dalla base navale russa di Kaliningrad, ed è stata per questo sorvolata da caccia ed elicotteri russi.

Oltre che le navi lanciamissili, lo «scudo» Usa/Nato in Europa comprende, nella conformazione attuale,  un radar «su base avanzata» in Turchia, una batteria missilistica terrestre Usa in Romania, composta da 24 missili SM-3, e una analoga che sarà installata in Polonia.

Mosca avverte che queste batterie terrestri, essendo in grado di lanciare anche missili nucleari Tomahawk, costituiscono una chiara violazione del Trattato Inf, che proibisce lo schieramento in Europa di missili nucleari a medio raggio.

Che cosa farebbero gli Stati uniti – che accusano la Russia di provocare con i sorvoli «una inutile escalation  di tensioni» – se la Russia inviasse unità lanciamissili lungo le coste statunitensi e installasse batterie missilistiche a Cuba e in Messico?
Nessuno se lo chiede sui grandi media, che continuano a mistificare la realtà.

Ultima notizia nascosta: il trasferimento di F-22 Raptors, i più avanzati cacciabombardieri Usa da attacco nucleare, dalla base di Tyndall in Florida a quella di Lakenheath in Inghilterra, annunciato l’11 aprile dal Comando europeo degli Stati uniti.
Dall’Inghilterra gli F-22 Raptors saranno «dispiegati in altre basi Nato, in posizione avanzata per massimizzare le possibilità di addestramento ed esercitare la deterrenza di fronte a qualsiasi azione destabilizzi la sicurezza europea».

È la preparazione all’imminente schieramento in Europa, Italia compresa, delle nuove bombe nucleari Usa B61-12 che, lanciate a circa 100 km di distanza, colpiscono l’obiettivo con una testata «a quattro opzioni di potenza selezionabili». Questa nuova arma rientra nel programma di potenziamento delle forze nucleari, lanciato dall’amministrazione Obama, che prevede tra l’altro la costruzione di altri 12 sottomarini da attacco (7 miliardi di dollari l’uno, il primo già in cantiere), armato ciascuno di 200 testate nucleari.

È in sviluppo, riporta il New York Times (17 aprile), un nuovo tipo di testata, il «veicolo planante ipersonico» che, al rientro nell’atmosfera, manovra per evitare i missili intercettori, dirigendosi sull’obiettivo a oltre 27000 km orari.

Russia e Cina seguono, sviluppando armi analoghe.

Intanto Washington raccoglie i frutti.
Trasformando l’Europa in prima linea del confronto nucleare, sabota (con l’aiuto degli stessi governi europei) le relazioni economiche Ue-Russia, con l’obiettivo di legare indissolubilmente la Ue agli Usa tramite il Ttip.

Spinge allo stesso tempo gli alleati europei ad accrescere la spesa militare, avvantaggiando le industrie belliche Usa le cui esportazioni sono aumentate del 60% negli ultimi cinque anni,  divenendo la maggiore voce dell’export statunitense.

Chi ha detto che la guerra non paga?

Sullo stesso argomento vedi La notizia su Pandora TV http://www.pandoratv.it/?p=7372

Siamo in guerra!

In e-mail il 5 Marzo 2016 dc:

Siamo in guerra!

Sì, siamo in guerra.

Solo Renzi e Mattarella fanno finta di niente mentre armano aerei, usano decine di basi militari e tengono vertici di guerra.
Invece sì, siamo in guerra, una guerra che da anni ormai attraversa il medio oriente, l’Europa orientale, i mari cinesi, che è arrivata a Parigi e Londra.

La guerra e l’uso della forza militare sono oggi il principale strumento di politica internazionale. Interessi vari e diversi, protagonisti globali e potenze locali cozzano tra sé e travolgono quelle regioni in una spirale di lutti e sofferenze immani: gli interessi in gioco sono quelli delle classi dirigenti, petrolio, gas, vendita di armi, tratta di esseri umani.

L’Italia è impegnata da anni sia in conflitti gestiti dalla NATO – a guida USA – sia nelle avventure geopolitiche promosse in seno all’UE.
Adesso si profila un ulteriore intervento militare, ancora più pesante, con un possibile intervento in Libia sotto guida italiana.
I mostri evocati da queste politiche imperialiste stanno portando gli incubi della guerra anche nei nostri Paesi.

Il protagonismo neocoloniale francese è sicuramente connesso con gli attacchi subiti a Parigi e le piccole smanie del governo italiano potrebbero evocare analoghi disastri nelle nostre città; i “nostri” lutti non sono più importanti di quelli altrui, ma è bene che l’opinione pubblica si risvegli e sappia che anche il nostro governo sta portandoci la guerra in casa.

Mentre si preparano altre guerre, si continuano a tagliare le spese sociali, la sanità, la scuola, i servizi di ogni tipo, ma non le spese militari.
Solo per il mantenimento della basi NATO in Italia occorrono 50 MILIONI AL GIORNO.
La legge di stabilità 2015 prevede per l’anno venturo quasi 18 miliardi di spese militari, di cui oltre 5 miliardi per l’acquisito di nuovi armamenti.

E questo accade in tutti i Paesi della Unione Europea, che è pienamente investita dall’arco di crisi che va dall’Ucraina alla Siria: in ben 31 Paesi europei si stima in media un aumento delle spese militari nel 2016 pari all’8,3 per cento rispetto al 2015.

Come oppositori a queste politiche di guerra crediamo sia necessario denunciare:

  • l’impoverimento che queste scelte di guerra causano alle classi subalterne,
  • le politiche di riarmo sono anche di concentrazione di ricchezza e di smantellamento dei residui di welfare,
  • la militarizzazione della vita e dei territori,
  • la presenza di ordigni nucleari nelle basi di Ghedi e Aviano,
  • le armi atomiche sono presenti in Medio Oriente: Israele, Pakistan e Arabia Saudita le possiedono e quest’ultima ne minaccia l’uso, in una situazione di pericolosa estensione dei conflitti,
  • che l’esodo enorme verso l’Europa di tanti profughi è figlio diretto delle scelte politiche di guerra,
  • che l’emergenza, la paura, il caos sono strumenti per demolire anche quel poco che resta di una falsa democrazia liberale; un autoritarismo sempre più pervasivo sta diventando la norma in ogni luogo,
  • che esistono forme di resistenza e autogoverno che possono indicare una via per uscire dal disastro globale: dalle sinistre popolari arabe e palestinesi agli esempi del movimento curdo legato al PKK

12 Marzo manifestazione a Camp Darby (Pisa)

Assemblea Fiorentina contro la Guerra e la NATO

Tra ISIS e guerra, la speranza è curda

Tra ISIS e guerra, la speranza è curda

Dal sito Osservatorio Afghanistan, 28 Novembre 2015 dc

In primo piano: donne combattenti kurde In primo piano: donne combattenti kurde

Abbiamo intervistato Yilmaz Orkan, membro del KNK (Consiglio nazionale del Kurdistan), per parlare di ISIS (“un fascismo del terzo millennio”), pace (“una bella parola”, ma molto lontana), confederalismo democratico (“un progetto per tutti i popoli del Medio Oriente”). Nelle tenebre del fondamentalismo e della guerra, la questione curda sembra oggi l’unica luce. Con riflessi globali su alcune delle principali problematiche del presente.

G: I curdi sono musulmani e stanno combattendo l’ISIS sul campo. Cosa pensi di chi parla di scontro di civiltà, dell’idea che gli attentati di Parigi sarebbero parte di una guerra tra “mondo islamico” e “mondo occidentale”?

Y: Non si tratta di una guerra religiosa tra l’Islam e le altre fedi. Il fondamentalismo in Medio Oriente non è nato oggi, ma è stato creato decine di anni fa, nel periodo della Guerra Fredda. In quel periodo gli americani e la NATO hanno contribuito alla nascita del salafismo, dell’estremismo islamico, per evitare che il comunismo entrasse in Turchia, in Iran e nel mondo islamico. Per bloccarlo.

Quando si è sciolta l’Unione Sovietica i fondamentalisti erano già là e hanno iniziato a combattere quasi subito per prendersi alcuni Paesi. Prima hanno cominciato i talebani, poi Al Qaeda. Adesso ci sono lo Stato Islamico e tanti altri gruppi, come Al Nusra. Cambia il nome, ma l’idea resta la stessa: il fondamentalismo islamico, che possiamo chiamare anche jiahdismo o salafismo. Oggi questo è un grande problema per il Medio Oriente. Gli estremisti non attaccano soltanto gli occidentali, i cristiani o i fedeli di altre religioni, come gli yazidi. Attaccano anche gli altri musulmani. Per esempio, se ricordiamo la vicenda di Kobane, il 95% delle persone che vivevano in città erano musulmani, musulmani sunniti. Ma il Califfato Islamico ha attaccato Kobane. Solo dopo 134 giorni di resistenza le YPG/YPJ sono riuscite a liberare la città. E adesso Kobane è libera grazie a quella resistenza. Comunque il progetto del califfato rimane quello di attaccare anche dove vivono i musulmani e di organizzarsi in quei Paesi. Una parte dei jihadisti internazionali che sono andati a combattere in Siria e in Iraq dai paesi occidentali, dall’Europa, dall’America, dall’Australia, dal Nord Africa, dal Caucaso, dall’Afghanistan, dal Pakistan adesso sta tornando a casa. Con gli attentati terroristici vogliono fermare alcuni dei Paesi che stanno lottando contro il califfato.

Quello che è successo a Parigi serve a mandare il messaggio alla Francia che non deve combattere il jiahdismo. I fatti successi ad Ankara (contro il partito curdo dell’HDP durante la sua manifestazione per la pace), a Suruç (al centro Amara), a Diyarbakır (al comizio HDP) sono la stessa cosa: attentati contro chi combatte il Califfato Islamico in prima linea, cioé i curdi. Ma sappiamo anche che c’è una coalizione di quasi 38 Paesi che sta bombardando l’ISIS.

Il Califfato Islamico spera di fermarne qualcuno attraverso gli attentati terroristici. La stessa cosa è successa con l’attacco all’aereo russo, perché anche la Russia bombarda l’ISIS. Se andiamo a vedere quello che sta accadendo in Siria e in Iraq, ci rendiamo contro che il Califfato Islamico è una forma di fascismo del terzo millennio. Loro non sono contro i cristiani o contro gli occidentali, sono contro tutti quelli che non li accettano. Quando hanno attaccato per la prima volta in Iraq, a Mosul e poi a Ninova, Sinjar, Tal Afar e dopo ancora a Kobane, in Siria, avevano il programma ben preciso di fare piazza pulita di tutta la popolazione che non accettava di sottomettersi a loro. Cacciando via o uccidendo chiunque non li volesse. Da giugno 2014 ad ora l’ISIS ha ucciso almeno 20.000 curdi, tra Siria e Iraq. E questa cifra riguarda solo i curdi. Poi hanno ucciso arabi, turkmeni, assiri, singoli occidentali, come i giornalisti. Nei territori in cui hanno attaccato hanno fatto tutto questo. Adesso stanno provando a diventare una forza globale, facendo attentati in Libano, in Tunisia e anche in Francia.

Questa cosa è molto pericolosa per tutta l’umanità, perché loro non obbediscono ad alcun principio, nemmeno alle regole di guerra. Al contrario, il loro metodo è attaccare tutti. Per esempio, tu sei un civile, non sai niente, non c’entri niente, ma vieni colpito da un attentato in cui muore tantissima gente. Come a Parigi, ad Ankara…

Adesso davanti a noi c’è questa forza pericolosa e fascista, che capisce solo la lingua della guerra, la lingua militare. Per questo, purtroppo per loro, con i membri dello Stato Islamico non è possibile alcuna soluzione politica. Ciò non toglie che per eliminarli davvero, sia ideologicamente che fisicamente, serve un grande progetto politico per Siria, Iraq e in generale per il Medio Oriente.

G: Pochi giorni fa la Turchia ha abbattuto un aereo russo. L’intervento di Putin in Siria, contro l’ISIS ma accanto ad Assad, rende ancora più complesso il quadro del conflitto siriano. Cosa pensano le forze curde di questo intervento militare.

Y: Da anni noi curdi diciamo che la Turchia appoggia l’ISIS, Al Nusra e gli altri fondamentalisti islamici. La Turchia ha attaccato l’aereo russo perché la Russia adesso è molto attiva in Siria e sta bombardando i jihadisti dell’ISIS, di Al Nusra e di altri gruppi di estremisti islamici che la Turchia stessa ha creato e che sono composti da cittadini turchi. Come Sultan Murat, Fetih Tugaylari (Brigate di Fetih) o Sham el Ahrar. Questi sono gruppi che i turchi hanno creato contro Bashar Al-Assad, ma sono jiahdisti, sono la stessa cosa dell’ISIS. La Russia è intervenuta in Siria da quasi un mese, con gli aerei e i militari, contro tutti i jihadisti. La Turchia questo non lo voleva, perché ha un altro programma per la Siria.

Voleva solo cambiare la famiglia di Assad e la setta degli aleviti con qualcun altro, con qualche sunnita in grado di portare il sistema dei Fratelli Musulmani, come in Egitto, come in Tunisia durante il primo governo successivo a Ben Alì, o come anche in Turchia, dove Erdogan e l’AKP sono parte dei Fratelli Musulmani. Per queste ragioni adesso in Siria c’è una terza guerra mondiale. Tutte le potenze sono lì, ognuna con il suo programma. L’abbattimento del caccia russo è parte di questa guerra.

G: Di fronte alla possibilità di un coinvolgimento ancora maggiore delle potenze occidentali nel conflitto mediorientale i movimenti si stanno interrogando di nuovo sulla questione del pacifismo. Il quadro, però, è molto diverso da quello post-11 settembre. Lì si trattava di opporsi alle bombe americane, mentre oggi, come dicevi anche tu, la situazione è molto più complessa. Secondo te in questo momento cosa significa chiedere la pace in Siria e cosa è necessario per ottenerla?

Y: Come parola “pace” è molto bella, va bene. Ma arrivare alla pace in Siria è molto difficile. Perché penso che senza eliminare i jiahdisti, i salafiti, non è possibile creare la pace in Siria. E non è solo questo. Per prima cosa Paesi come Turchia, Arabia Saudita, Qatar devono smettere di appoggiare i jiahdisti, quelli dell’ISIS e tutti gli altri. Soltanto dopo questo sarà possibile fermare i jihadisti e costruire un progetto politico di pace per tutta la popolazione che vive in Siria. Ma senza questo passaggio è impossibile parlare di pace in Siria.

G: Da molto tempo lo scontro in Turchia tra Erdogan e il movimento curdo non è uno scontro etnico, ma uno scontro politico intorno al livello di democrazia dello Stato turco. L’Europa sta sostenendo il progetto autoritario di Erdogan politicamente ed economicamente, attraverso i finanziamenti per il contrasto dei flussi di rifugiati, assegnandogli un ruolo chiave nelle politiche migratorie comunitarie, rimanendo in silenzio davanti al massacro del popolo curdo. I governi europei presentano questo appoggio come inevitabile nel breve periodo, proprio per la questione dei flussi migratori e per la guerra in Siria. Quanto è pericoloso, soprattutto in un’ottica di medio termine, uno Stato autoritario turco per tutta l’area mediorientale?

Y: Conosciamo la politica della Comunità Europa prima e dell’Unione Europea poi. La UE non ha mai messo in campo un progetto per risolvere i problemi del Medio Oriente. Ha sempre fatto una politica a breve termine, per periodi transitori, affinché i problemi non arrivassero in Europa. Questa politica transitoria ha fatto aumentare tutti questi problemi. Se l’Unione Europea avesse voluto risolvere la questione curda all’inizio non saremmo mai arrivati a questo punto. Avremmo potuto risolvere tutto più di dieci anni fa. Invece, i “grandi Paesi” dell’Unione Europea hanno continuato a vendere armi alla Turchia, a fare una politica grigia, ambigua, per non scontentare la Turchia. Dall’altro lato, il discorso sui diritti e la democrazia è rimasto soltanto teorico. I curdi non chiedono il separatismo, non chiedono di creare un loro Stato, ma vogliono l’autonomia democratica, anche in Turchia e per la Turchia.

Che vuol dire questo? Vuol dire che vogliono l’autogoverno della loro regione, delle loro città, dei quartieri, dei villaggi, delle risorse, che vogliono poter parlare e studiare nella lingua madre. Su queste richieste l’Unione Europea avrebbe potuto fare un progetto chiaro, senza doppi giochi. Anche perché tutte queste cose – come la sussidiarietà, la democrazia negli enti locali, la tutela delle lingue – sono già previste come diritti in tutti i Paesi membri del Consiglio d’Europa. Avrebbe potuto aiutare su queste cose, ma non l’ha fatto mai. Quello che fa adesso è semplicemente continuare con la stessa politica, evitando di avanzare richieste più forti verso la Turchia per vincolarla a garantire questi diritti e risolvere le diverse questioni.

Quindi quello che succede adesso è che il popolo curdo è coinvolto in un conflitto enorme sia in Rojava (Siria), che in Turchia, che in Iraq. Ed è proprio contro lo Stato turco e l’AKP che il conflitto è più duro. In tutto il Medio Oriente ci sono oggi due forze che si scontrano: quella progressista, che è rappresentata dai curdi, e quella conservatrice e fondamentalista, legata all’oligarchia turca, o al regime iraniano, o al dittatore Assad, o ai salafiti, allo Stato Islamico o ad altri gruppi jihadisti.

G: E proprio su questo punto ti vorrei porre l’ultima domanda. Dicevamo anche prima che i nomi dei gruppi terroristi cambiano, ma il fenomeno del terrorismo resta. Ed è un fenomeno di carattere storico che dalle guerre, dalle dittature, dalle ingiustizie sociali trae linfa e tende a moltiplicarsi. Oggi il Medio Oriente, che si trova in una situazione di guerra così estesa e crudele, sta diventando un incubatore di nuovi grupi terroristici. In questo quadro disastroso, l’unico progetto che parla di pace e di democrazia, che guarda oltre gli Stati nazionali e le identità religiose, è quello che viene dal movimento curdo e che si pone come un possibile vettore di pace e democrazia per tutti i popoli del Medio Oriente. Perché la questione curda può costituire la chiave di volta di tutto il quadrante mediorientale e cosa è necessario fare per sostenere il vostro progetto?

Y: Dopo tanti anni di lotta nelle quattro parti del Kurdistan abbiamo capito che in Medio Oriente ci sono diversi popoli che vivono insieme e che non è possibile risolvere il problema con nazionalismo, jiahdismo o salafismo. Né l’estremismo etnico, né quello religioso possono risolvere la questione mediorientale. Il conflitto continua. Allora, cosa bisogna fare per risolvere il problema mediorientale e soprattutto quello curdo, che è oggi uno dei più importante di tutto il Medio Oriente perché riguarda quattro Paesi diversi? Sappiamo che in Medio Oriente i popoli più grandi sono cinque: arabi, ebrei, turchi, persiani e curdi. Tutti gli altri popoli hanno Stati nazionali creati tanti anni fa. Nel XX secolo pensavamo che l’autodeterminazione avesse una sola forma: l’indipendenza nazionale e lo Stato nazione.

Al contrario, nel XXI secolo abbiamo capito che l’indipendentismo e la rivendicazione di nuovi Stati è una trappola per i popoli del Medio Oriente. Per questo motivo non pensiamo sia utile utilizzare ancora dei discorsi nazionalisti. Al contrario, lavoriamo sulla prospettiva dell’autonomia democratica per tutte e quattro le parti del Kurdistan. Su un progetto che può riguardare i curdi e tutti i popoli del Medio Oriente: il confederalismo democratico.

Cosa vuol dire questo? Significa che non vogliamo più il separatismo, non vogliamo più dividere, ma al contrario vogliamo realizzare un progetto di convivenza tra tutti i popoli e i gruppi sociali. Un progetto di rispetto reciproco tra differenze etniche e religiose, in cui c’è spazio per tutti, per le donne, per i giovani, per le persone LGBT. Questo è un progetto di convivenza, di uguaglianza, di democrazia e di libertà che riguarda tutti e che vuole fare in modo che i diversi popoli e i diversi gruppi sociali possano autogovernare la terra e i Paesi. Il progetto che chiamiamo confederalismo democratico è quindi un progetto che parla principalmente di convivenza. Pensiamo che oggi solo questo progetto possa garantire un futuro di pace e fratellanza a tutto il Medio Oriente. Altrimenti ognuno continuerà a chiedere un nuovo Paese, un nuovo Stato, un nuovo califfato, o a propagandare un nuovo nazionalismo o un nuovo estremismo religioso. E questo può solo peggiorare le cose, come sta facendo l’ISIS che ha creato un califfato di sunniti in cui tutti i diversi popoli, le diverse fedi devono vivere come dicono loro.

E questo non è possibile. Il nostro progetto è un progetto moderno, democratico, realizzabile. In Medio Oriente diversi popoli hanno vissuto insieme per migliaia di anni. È necessario diffondere la fratellanza e il rispetto, perché se un popolo non ne rispetta un altro, diventa impossibile vivere insieme, in pace e in democrazia. Pensiamo che il progetto del confederalismo democratico sia una soluzione a tutti questi problemi.

Dinamopress

Turchia alla guerra in Kurdistan con le armi Finmeccanica

Turchia alla guerra in Kurdistan con le armi Finmeccanica

Dal sito Osservatorio Afghanistan 29 Novembre 2015 dc (correzioni ortografiche mie)

Le forze armate turche hanno schierato due elicotteri d’attacco e riconoscimento T129 nella base aerea di Siirt, nella regione sudorientale del paese, per concorrere alle operazioni di guerra contro la resistenza kurda che dal 1984 ad oggi hanno causato la morte di più di 40.000 persone, in buona parte donne, bambini e uomini non combattenti. Secondo quanto riferito dal portavoce delle forze armate turche i due elicotteri sono destinati ad intervenire anche nelle province confinanti di Sirnak, Hakkari e Van.

La sanguinosa offensiva militare turca in atto in Kurdistan è confermata dall’Ufficio Stampa delle Forze di Difesa del Popolo Kurdo (HPG). L’HPG ha fornito una lista degli interventi dell’aviazione turca nelle zone controllate dalla guerriglia. In particolare, dal 1° maggio si susseguono i voli di ricognizione sull’area di Xakurke, Suke, Haftanin, Gare e Metina. “I soldati turchi hanno anche lanciato dei colpi di mortaio a Martyr Rahime, nel distretto di Yüksekova di Hakkari”, denunciano le Forze di Difesa del Popolo Kurdo. “Sempre il 1° maggio i soldati della postazione militare di Bilican hanno effettuato imboscate nella zona tra Deve Masiya e Tepe Munzur, al confine con la regione di Zap, e un bombardamento è stato effettuato dagli stessi soldati turchi verso le aree di Kepe Miriska e Talisa. Intense attività militari sono in corso a Cukurca, nel distretto di Hakkari e nei pressi di Şırnak”.

Parlano anche italiano i nuovi sistemi di guerra impiegati in Kurdistan. Gli elicotteri d’attacco T129 sono stati prodotti in Turchia dalle Tusas Turkish Aerospace Industries (TAI) su licenza della società italo-britannica AgustaWestland, interamente controllata dal gruppo Finmeccanica. Il T129 Atak Advanded Attack and Tactical Reconnaissance Helicopter è un bimotore realizzato a partire del modello AW129, l’elicottero Agusta acquistato dalle forze armate di numerosi Paesi Nato ed extra-Nato. Aerotrasportabile con i velivoli cargo C-130 “Hercules”, il T129 italo-turco ha un’autonomia di volo di tre ore e una velocità di punta di 269 km/h e dispone di sistemi e sensori di nuova generazione per la guerra elettronica e il controllo di fuoco che consentono al velivolo di eseguire missioni diverse: sorveglianza e ricognizione armata, attacco al suolo di precisione, scorta, soppressione delle difese aeree nemiche.

Gli elicotteri utilizzati contro i combattenti kurdi sono stati armati con i missili Hellfire e Spike-ER, rispettivamente di produzione statunitense ed israeliana, e con i nuovi missili anticarro a lungo raggio UMTAS sviluppati dall’azienda turca Roketsan e i cui prototipi sono stati assemblati in Italia e Turchia. Oltre a due contenitori per il lancio sino ad otto missili, i T129 possono essere equipaggiati a seconda della missione anche con un mix di razzi guidati e non, missili aria-aria per autoprotezione, due pods con mitragliatrici da 12.7mm e 20 mm con una capacità di 500 colpi.

L’accordo tra AgustaWestland e TAI per la fornitura alle forze armate turche di 60 elicotteri d’attacco T129 per un valore di 3,3 miliardi di dollari risale al 2007. Il memorandum tra le due aziende prevedeva che lo sviluppo, l’integrazione e l’assemblaggio degli elicotteri fossero effettuati in Turchia: i sistemi di acquisizione obiettivi, navigazione, comunicazione, computer e guerra elettronica sono stati integrati invece da AgustaWestland negli stabilimenti di Vergiate (Varese). Il programma T129 ha visto la partecipazione anche di due aziende elettroniche del gruppo Finmeccanica, SELEX Galileo e SELEX Communications (oggi confluite in SELEX ES). Il team industriale ha compreso infine il gruppo turco Aselsan in qualità di fornitore degli apparati avionici e di missione. La consegna del primo elicottero T129 alle forze armate di Ankara è avvenuta nell’aprile 2014.

“La solida collaborazione tra AgustaWestland e la Turchia risale ai primi anni ‘70, quando Agusta si aggiudicò i primi appalti per la fornitura di diversi modelli di elicottero quali gli AB204, AB205 e AB206 per un quantitativo di circa 150 unità”, riporta una nota stampa del gruppo Finmeccanica. “A questi elicotteri hanno fatto seguito 18 AB212 per la Marina Militare turca negli anni ‘80 e 15 AB412EP SAR per la Guardia Costiera negli anni ’90”.

Tra elicotteri da guerra o per fini commerciali AgustaWestland ha già venduto in Turchia più di 260 velivoli. Otre al bimotore d’attacco T129, con le aziende partner di TAI e Aselsan è stato progettato e prodotto pure il prototipo di un elicottero multiruolo medio (il TUHP 149), capace di trasportare fino a 18 soldati equipaggiati e armamenti come missili o bombe per l’attacco al suolo e mitragliatrici M134D ad alto volume di fuoco. Questo elicottero è rapidamente riconfigurabile anche per missioni di supporto tattico logistico e di fuoco, SAR (Search And Rescue), operazioni speciali, ricognizione, sorveglianza, evacuazione feriti. Nel giugno 2014 AgustaWestland ha sottoscritto pure un memorandum di collaborazione con l’azienda d’elettronica Havelsan per la commercializzazione e la vendita congiunta dei propri prodotti da guerra e la gestione di attività complementari in campo addestrativo. “Per Finmeccanica la Turchia rappresenta soprattutto un partner industriale anziché un semplice mercato potenziale”, spiegano i manager del colosso militare-industriale italiano.

“Nel corso degli anni la stretta collaborazione tra le società del gruppo e le loro controparti turche ha portato a una solida partnership industriale che si estende ai settori della difesa e della sicurezza. Le attività spaziano da elicotteri per applicazioni militari e commerciali a velivoli da addestramento e pattugliatori marittimi, radar (sia per il controllo del traffico, sia per la difesa aerea), sistemi per le comunicazioni, sistemi satellitari di osservazione della terra, sistemi navali”. Oggi Finmeccanica opera in Turchia attraverso una propria sede di rappresentanza ad Ankara, esistono poi gli uffici commerciali di AgustaWestland, Alenia Aeronautica, Ansaldo STS e SELEX Komunikasyon A.S., società controllata da SELEX Communications (una sede ad Ankara, una filiale a Istanbul e 75 dipendenti), operativa principalmente nei settori delle comunicazioni militari, avioniche e professionali.

Nel campo delle telecomunicazioni e dell’intelligence le società controllate da Finmeccanica operano in Turchia dai primi anni ‘70. Nello specifico SELEX Galileo ha cooperato con la Marina militare turca nell’ambito di alcuni programmi di potenziamento dei radar navali e ancora oggi continua a fornire ad essa logistica e supporto. Sempre SELEX ha inoltre fornito i suoi Radar Avionici di Sorveglianza agli elicotteri della Marina e della Guardia Costiera.

Nel 2006 l’azienda italiana si è aggiudicata un importante contratto per la fornitura di una ventina di radar di navigazione SPN 730-LPI – Low Probability of Intercep (Bassa Probabilità di Intercettazione). Lo stabilimento turco di SELEX di Gölbası-Ankara, tra il 1990 e il 1997, ha prodotto e consegnato migliaia di radio HF e sistemi per applicazioni terrestri, navali e aeree. SELEX Turchia ha partecipato alla realizzazione della nuova piattaforma Software Defined Radio di Aselsan e ai più importanti programmi navali turchi (Genesis, Coast Guard e New Type Patrol Boats).

Nel 2010 SELEX Sistemi Integrati ha ottenuto una commessa di 25 milioni di euro dal Sottosegretariato degli Affari marittimi turco per la fornitura di un sistema VTMS (Vessel Traffic Management System) per la gestione del traffico marittimo, con un centro nazionale ad Ankara, tre centri regionali (a Izmit sul mar di Marmara, Mersin sulla costa sudorientale e Izmir lungo la costa centro occidentale) e 24 siti sensori dotati del nuovo radar Lyra 50. L’azienda elettronica italiana ha pure venduto alcuni radar terrestri per la difesa aerea e il rilevamento di missili balistici e otto radar long range (lungo raggio) di difesa aerea, 7 RAT31DL e un RAT31S come parte della rete di difesa aerea NADGE NATO.

Oggi il gruppo SELEX ES collabora con le industrie turche nei settori radio ed elettro-ottici, dei velivoli a pilotaggio remoto (UAV), delle guerre elettroniche e dei sistemi di controllo a fuoco. Assicura la fornitura dei sistemi per il programma AEW&C (Airborne Early Warning and Control) e la manutenzione delle installazioni per le comunicazioni V/UHF. Nel giugno scorso, infine, SELEX Es ha siglato un contratto del valore di 12 milioni di euro con la Nato Support Agency (Nspa) per l’ammodernamento di tre radar tridimensionali Rat31 Dl per la difesa aerea, onde allinearli agli standard NATO e renderli ancora più “resistenti” alle contromisure elettroniche. Nel settore aeronautico il gruppo Finmeccanica ha firmato recentemente, con la Marina militare turca, un contratto del valore di 218 milioni di dollari per la fornitura di due aerei da trasporto personale e materiali ATR 72-600 e sei da pattugliamento marittimo TMPA. Progettati da Alenia Aeronautica, i velivoli sono prodotti in Italia negli stabilimenti di Napoli Capodichino e ad Akinci in Turchia dalle industrie TAI. La versione da trasporto è già stata consegnata alle forze armate turche, mentre i pattugliatori saranno operativi solo a partire del febbraio 2017, mentre la loro consegna si concluderà nel 2018. Alenia Aermacchi curerà invece l’integrazione del sistema di missione Thales AMASCOS sui nuovi pattugliatori nonché la formazione dei piloti turchi presso il proprio Centro addestramento di Torino-Caselle.

Le missioni operative dei TMPA includeranno anche la ricerca e l’identificazione navale, il pattugliamento delle zone economiche esclusive (incluse le aree di pesca e le piattaforme petrolifere off shore), la lotta ai traffici di droga e alla pirateria, la guerra antisottomarini. Nel settore spaziale la società Telespazio (controllata al 67% da Finmeccanica e per il restante 33% dalla francese Thales) ha vinto a fine 2008 la gara, bandita dal Ministero della difesa turco, per la realizzazione e il lancio del sistema satellitare Göktürk per l’osservazione terrestre. La commessa per un valore superiore ai 250 milioni di euro ha previsto pure la fornitura di sensori ottici ad alta risoluzione e di un centro d’integrazione e di prova per i satelliti in Turchia, nonché la realizzazione di una stazione di comando e controllo terrestre del sistema satellitare ad Ankara. “Il programma Göktürk mira a soddisfare le esigenze di acquisizione immagini delle Forze Armate turche a scopi d’intelligence militare in tutte le regioni mondiali senza alcuna restrizione geografica”, spiegano i manager di Telespazio.

L’8 maggio scorso Thales Alenia Space, Telespazio e Ssm hanno annunciato che il satellite è stato spedito al Centro di Integrazione di Ankara per iniziare i test ambientali. Oto Melara, altra azienda leader di Finmeccanica, ha firmato nel dicembre 2007 un contratto di 53 milio9ni di euro con i cantieri navali Daersan per la fornitura alla Marina turca di 16 coppie di cannoni navali da 40/70 mm, da installare a bordo dei pattugliatori di 57 metri di lunghezza in via d’acquisizione, più altre 4 coppie di cannoni per le unità della Guardia costiera nazionale. Nell’ambito del programma di sviluppo delle corvette di classe MILGEM, nel settembre 2009 Oto Melara ha siglato un contratto per la fornitura dei cannoni da 76/62.

Attraverso il Consorzio EUROSAM, la società produttrice di sistemi missilistici avanzati MBDA (controllata da EADS e BAE Systems al 75% e da Finmeccanica per il restante 25%) si è candidata alla realizzazione del Turkish Long Range Air and Missile Defence Systems, il nuovo sistema di “difesa” contro i missili balistici di teatro delle forze armate turche.

Inizialmente il contratto era stato aggiudicato a un consorzio cinese, ma la minaccia proferita dal comando NATO d’interrompere i collegamenti tra le sue reti digitali e quelle militari turche ha convinto Ankara ad annullare la gara. Una delegazione del Dipartimento per l’industria della difesa turco ha così avviato i negoziati con le aziende del consorzio Eurosam per consentire l’ingresso delle aziende nazionali Roketsan, Havelsan e Aselsan nella produzione del sistema antimissile e nello sviluppo del missile Aster 30 (la commessa ha un valore superiore ai 3 miliardi di dollari). La partnership tra le industrie belliche italiane e quelle turche è seguita e favorita passo passo dalle rispettive autorità di governo.

Il 23 e 24 marzo scorsi ad Ankara si è tenuto l’incontro denominato “Defence and Aerospace Industry Day” a cui hanno partecipato numerosi esponenti del mondo della politica, militare e dell’industria aerospaziale di Italia e Turchia. “A rappresentare il nostro Paese è intervenuto il sottosegretario di Stato alla difesa, on. Gioacchino Alfano”, riporta una nota del ministero. “​La due giorni del Defence and Aerospace Industry Day è stata dedicata alla cooperazione nei settori della difesa e dell’alta tecnologia, facendo seguito alla Letter of Intent firmata in Italia nel 2012 tra i due Paesi.

Il Sottosegretario, nei vari incontri, ha posto in evidenza i comuni interessi nello scacchiere internazionale e il comune impegno alla difesa reciproca”.

http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/2015/05/turchia-alla-guerra-in-kurdistan-con-le.html

http://www.nomuos.info/turchia-alla-guerra-kurdistan-con-le-armi-finmeccanica/

 

Gli scienziati: “Stop ai Terminator, con i robot-killer l’umanità è a rischio” – Repubblica.it

Hawking, Wozniak e Chomsky firmano un appello contro le armi che uccidono da sole: “Al bando prima che diventino realtà”

Sorgente: Gli scienziati: “Stop ai Terminator, con i robot-killer l’umanità è a rischio” – Repubblica.it 29 Luglio 2015 dc