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Catalogna: nulla sarà come prima

In e-mail il 2 Novembre 2017 dc ricevo da Dino Erba una pubblicazione in formato .pdf dal titolo Catalogna. Nulla sarà come prima. Tra gli autori figura anche Dino Erba: essendo lungo 48 pagine ne fornisco qui il link, precisando che non sono d’accordo con la definizione di Stato che viene data (ma non intendo discuterne qui).Catalogna. Nulla sarà come prima-ottobre 2017 dc

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Qualche riflessione dagli Stati Uniti

In e-mail il 13 Febbraio 2017 dc:

Riceviamo da Loren Goldner, traduciamo e volentieri diffondiamo.

Tom & Jerry

Qualche riflessione dagli Stati Uniti

Tanto per cominciare, è bene precisare che l’elezione di Trump è avvenuta nonostante, in novembre, il voto popolare si fosse espresso a suo svantaggio: 62 contro 65 milioni di voti. La sua vittoria è stata resa possibile grazie all’antiquato metodo del Collegio Elettorale per 304 voti contro 227. Questo sistema fu adottato alla fine del Settecento, per garantire che i piccoli Stati (in maggior parte agrari e schiavisti) potessero tenere sotto controllo il potere degli Stati a maggiore urbanizzazione industriale.

Trump ha perso tutto il Northeast (stato di New York, Massachusetts, ecc.) e la West Coast (California, ecc.) e ha vinto nella maggior parte degli Stati centrali.

Inoltre, negli Usa, ci sono 220 milioni di adulti potenzialmente votanti, tra i quali 90 milioni non hanno votato, a questo proposito vari studi dimostrano che i non-votanti prevalgono nella parte più povera della popolazione e riguardo argomenti specifici (come sanità, welfare, ecc.) sono schierati più a sinistra di entrambi i maggiori partiti, Democratico e Repubblicano. Il non-voto negli Usa non esprime solo l’atteggiamento qualunquista (o snob) del “chi se ne frega”, ma è il risultato di una politica consapevole di attacco all’elettorato attivo, a cominciare dagli Stati del Sud. L’eterna “guerra contro la droga” ha criminalizzato e condannato milioni di cittadini (soprattutto nella popolazione di colore) che mai più voteranno, e i governi degli Stati conservatori creano qualsiasi altro genere di impedimento al  voto dei poveri, colpendo ovviamente la gente di colore.

Questo è a grandi linee l’aspetto puramente elettorale di ciò che è avvenuto nel novembre 2016. Strettamente in termini di voti, Trump assume il proprio incarico come il presidente degli Stati Uniti più vulnerabile e impopolare, a memoria d’uomo.

Molto più importante era stato il successo di Trump quando si guadagnò il significativo sostegno della classe operaia e dei bianchi poveri, specialmente nel cosiddetto “Rust Bowl”, di quelli che un tempo furono gli Stati industriali: in primis Pennsylvania, Michigan, Wisconsin e Indiana. Trump, il miliardario sopravvissuto a una serie di fallimenti, è riuscito ad assegnarsi il ruolo del candidato “outsider”, “anti-establishment” contro Hillary Clinton, i cui legami con Wall Street non avrebbero mai potuto essere taciuti. Inoltre, la campagna elettorale della Clinton ha intenzionalmente scelto di disprezzare il voto della classe operaia, contando di vincere con il voto delle più benestanti classi alte e medio-alte. Questa strategia le si è ritorta contro alla grande (vedi il brillante articolo The Unnecessariat in https://morecro ws.wordpress.com/2016/05/10/un necessariat/] sui bianchi poveri nell’America delle campagne e delle small towns, che hanno il più alto tasso di decessi per suicidio, droga e alcol e che vivono proprio nelle contee con la più alta percentuale di voti a favore di Trump.

Va notato che la totalità virtuale dei gruppi di potere Repubblicani e Democratici, compresi militari, servizi di intelligence e diplomatici, denunciò Trump prima della sua elezione, molto di più di quanto non fecero i gruppi di potere inglesi quando denunciarono Brexit. Non fece la differenza, servì solo a sottolineare la distanza tra l’intera élite politica (intellettuali e mezzi di comunicazione) e la gente comune. E, come commentò un famoso politico inglese “La gente comune è nauseata dagli esperti”.

La sinistra liberale con la Clinton è stata spazzata via dal razzismo, dalla misoginia, dalla posizione anti-immigranti e anti-Musulmana di Trump, tutto abbastanza verosimile. Ma ignorava il fascino di “classe” falso e distorto di Trump, che attraeva molte persone le quali, condividendo o meno queste opinioni, prestavano ascolto e gravitavano attorno alle promesse di Trump di “ricostruire l’industria americana” e di far tornare al lavoro milioni di lavoratori,  attrazione mai esercitata da alcun candidato dei grandi partiti.

Inoltre, ci sono stati importanti esempi come quello della Macomb County, Michigan, alla periferia di Detroit. Era ed è composta da una popolazione di operai bianchi, che già negli anni Ottanta era diventata “Reagan Democrats”, cioè lavoratori che votavano a favore delle promesse di Reagan di “ricostruire l’America” dopo la crisi e la stagnazione degli anni Settanta.

Nel 2008 e nel 2012 la Macomb County aveva votato per Barack Obama, nelle primarie Democratiche del 2016 aveva votato per il populista di sinistra Bernie Sanders e nelle elezioni di novembre ha votato per … Trump.  Questo è un fenomeno ben evidente di sinistra volubile e di populismo di destra che segna un ritorno agli anni Sessanta. Scalza qualsiasi analisi semplicistica su una base elettorale di Trump soprattutto razzista, misogina e anti-Musulmana, anche se di fatto potrebbe essere così. Il 53% delle donne e il 30% dei Latinos hanno votato per Trump.

È fuor di dubbio che l’ascesa e la vittoria di Trump abbia sguinzagliato vecchi e nuovi fascisti, dal Ku Klux Klan ai cosiddetti “alt right” (Alternative Right = Destra Alternativa) un fenomeno pericoloso e con un certo peso, diffusosi via Internet, ma con relativamente pochi elementi “on the ground” (in campo). Gli episodi di anti-semitismo sono lievitati, come anche gli attacchi ai Musulmani: una moschea in Texas è stata completamente distrutta da un incendio. Gli annunciati piani di Trump di deportare milioni di immigranti illegali hanno gettato nella paura le comunità Latine e Musulmane negli Stati Uniti, compresa la middle-class integrata e con cittadinanza statunitense.

Una volta al potere, Trump ha nominato il governo più di destra della storia degli Stati Uniti, comprende sette miliardari: un Segretario al Tesoro, Mnuchin, proveniente da Goldman Sachs, specializzato in migliaia di pignoramenti di case durante la crisi del 2008-2009 e negli anni successivi; una Segretaria all’Istruzione, la miliardaria Betty DeVos che desidera privatizzare tutte le scuole pubbliche; un Procuratore Generale, Jeff Sessions, originario dell’Alabama, con un lungo e indiscusso primato in tema di misure legali contro i neri; un Direttore dell’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (Environmental Protection Administration EPA) che pensa che il riscaldamento globale sia una truffa; un Segretario agli Interni che vuole svendere i terreni demaniali, compresi i parchi nazionali, alle società minerarie e petrolifere; un Segretario di Stato, Tillerson,  che la lasciato la carica di Ceo in Exxon dopo anni di accordi petroliferi in Russia e legami con Vladimir Putin. E così via. Ci si potrebbe chiedere cosa se ne fa la base operaia di Trump di questo Sabba di apprendisti stregoni, ma la verità potrebbe essere che la gran parte di questi operai non si renda conto di questa brutta “realtà”, essendo loro tele-dipendenti di un canale televisivo spazzatura come Fox News, ammesso che prestino una qualche attenzione alle notizie. Sembra che il bando di Trump contro gli immigrati abbia funzionato molto bene con questa gente.

Nel frattempo Steve Bannon, appartenente agli “alt-right” e alto consulente di Trump, ex editore del giornale di estrema destra «Breitbart News», si rivela come la figura più potente del cerchio magico di Trump. Ha convocato i responsabili di diversi sindacati di categoria che rappresentano quei lavoratori che beneficeranno più direttamente del piano di Trump di ricostruzione delle infrastrutture, dando così vita, come Mussolini, a una potenziale e particolare base sindacale (corporativa, ndt).

Ciononostante, le prime tre settimane di Trump al potere denunciano un regime cosciente della propria debolezza e impopolarità (i sondaggi di consenso che si attestano intorno al 30% sono i più bassi nella storia dei presidenti appena eletti). Quindi Trump (e Bannon) hanno emesso a getto continuo decreti presidenziali, molti di dubbia legalità, e il più noto è il recente bando sui viaggi e sull’immigrazione da sette Paesi musulmani (Iraq, Siria, Yemen, Iran, Somalia, Libia e Sudan) che hanno suscitato proteste di massa negli aeroporti di tutto il Paese, richiedendo che alle persone trattenute fosse consentito di entrare negli Usa.

Mentre sto scrivendo, il bando è stato dichiarato illegale dalle corti di giustizia, ma rimaniamo in attesa del verdetto finale.

Potremmo concludere, in via provvisoria, con l’ironia Orwelliana della macchina di propaganda non-stop di Trump, iniziando dal flusso quotidiano di “Tweets”, che ha la pretesa di creare “realtà alternative” a quelle riportate dai mezzi di comunicazione che, di recente, Trump ha dichiarato che rappresentino il principale “partito di opposizione” negli Usa.  Un altro consulente di Trump, Kellyanne Conway, difende apertamente queste “realtà alternative”, tipo quella di Trump, secondo cui nelle elezioni del 2016 hanno votato da tre a cinque milioni di immigranti illegali o che ci sia un legame tra il vaccino contro il morbillo e l’autismo (perché il figlio Barron soffre di una leggera forma di autismo, ndt) e che il riscaldamento globale sia una truffa creata dalla Cina per minare l’industria statunitense. Ben prima delle elezioni, si affermava che gli “stati blu” (democratici) e gli “stati rossi” (repubblicani) vivessero in realtà digitali separate con poco o nulla in comune. Adesso il regime al potere è apertamente impegnato a creare, laddove sia necessario e utile, “realtà alternative” tali da far sembrare, in confronto, dilettantesca l’antiquata “Grande Bugia” low-tech di Hitler.

Il punto più vulnerabile di Trump è proprio il suo punto forte ai fini del risultato elettorale: la sua pretesa di offrire quei milioni di posti di lavoro nell’industria e nelle infrastrutture che i suoi sostenitori della classe operaia (i blue-collar) si aspettano. Come già affermato, egli giunge al potere in modo estremamente vulnerabile. Non c’è molto spazio, infatti, nel capitalismo Usa per un programma di questo tipo, a causa del noto disavanzo pubblico e non tralasciando la costante automazione dei settori industriali attraverso la robotica. Di fronte a questo “cul de sac” Trump dovrà creare una cortina di fumo di nuove “realtà alternative”, che risulteranno assai illusorie. A quel punto, per scongiurare una ribellione della classe operaia, Trump e Bannon potrebbero essere tentati di creare uno stato di emergenza, basato sullo spauracchio di una guerra apparente (molto probabilmente con la Cina) o su una azione terroristica negli Stati Uniti, della gravità dell’11 settembre. In mancanza, loro stessi ne potrebbero creare una.

Questa crisi determinerà una svolta nell’amministrazione Trump che dipenderà dalla reazione della classe operaia, di colore e bianca.

Loren Goldner, New York, 11 febbraio 2017

Che nulla che c’è!

Che nulla che c’è!

di Jàdawin di Atheia

Che Fabio Fazio, e le trasmissioni da lui condotte, non mi sia mai piaciuto è cosa che non ho mai nascosto, e da tempo. Non mi è mai piaciuto il buonismo, il vogliamoci bene, i “che bello!” e i “che meraviglia!” distribuiti in quantità industriale (a questo proposito una sera Nanni Moretti gli replicò “Ma lo dici a tutti!”). Anni fa condusse uno speciale su Fabrizio De Andrè talmente slavato e mellifluo che il poeta-cantante maledetto, contestatore tormentato e scomodo, indeciso tra un cristianesimo di base e l’agnosticismo (se non proprio l’ateismo) ne veniva fuori come un bravo ragazzo dell’oratorio che, casualmente, suonava canzoni. Il tutto col beneplacito della vedova, che resta per noi un mistero (su che cosa di veramente interessante abbia trovato in lei Faber…)

Ora si è messo in testa di fare quasi il comico, e lo fa col foglio in mano (niente di male in questo, è questione di memoria), continuando a muoversi per mascherare il nervosismo, tentando di dire cose importanti ma facendo, nel migliore dei casi, solo sorridere (tranne il suo pubblico a comando, ovviamente, che si sbellica di risate e si spella le mani).

Una volta è venuto Mika: può piacere o non piacere (e a me non piace) il suo modo di cantare ma questo signore inglese, che come tale non ha molto credito a discettare di cucina, si è messo a parlare male del risotto, chiedendosi come si possa mangiare così crudo (ahinoi, un profeta del riso scotto!) e magnificando la cucina mediterranea (e giù lo studio, a Milano!, per gli applausi!). E Fazio in estasi ammirativa….

L’altra sera Fazio se l’è presa col sushi: circa cinque minuti di luoghi comuni, dalle bacchette che non si riescono a usare, ai nomi incomprensibili, al non sapere cosa si sta mangiando e via scemando (non nel senso di diminuire la banalità ma di continuare le scemenze…). La fine del pistolotto è il trionfo della banalità, del luogo comune e del nazionalismo idiota: i “malcapitati” escono dal locale giapponese e vanno a farsi una pizza da Mario…

Ora aspettiamoci (ma forse lo ha già detto…) di sentirlo dire che l’Italia è il Paese più bello del mondo, dove ci sono i maschi più maschi, le femmine più belle, il cibo migliore, l’arte migliore, la cultura migliore, la musica migliore, le canzonette migliori. Al di là che questo possa essere vero, la differenza tra il cafone e il signore (non nel conto in banca ma nella mente) sta che il primo lo sbraita ai quattro venti, il secondo, forse, lo pensa soltanto…

Ungheria, Costituzione ultraconservatrice. Dio, etica e bavaglio a stampa e pm

Da la Repubblica on line del 19 Aprile 2011 dc:

Ungheria, Costituzione ultraconservatrice. Dio, etica e bavaglio a stampa e pm

Il testo approvato ieri tra le polemiche dell’opposizione. Che accusa: il premier Orban vuole istituzionalizzare la dittatura

di Andrea Tarquini

Dio e Patria, l’orgoglio della nazione etnica magiara, lo Stato definito nella sua essenza nazionale, etnica, non più come Repubblica, meno poteri alla Consulta, più poteri dell’esecutivo su magistratura e media. Sembrano gli anni Venti e Trenta dell’Europa autoritaria, invece è la nuova Costituzione di un paese presidente di turno dell’Unione europea e membro della Nato. E la Ue, che (quando Haider a Vienna andò al governo senza però cambiare alcuna legge) varò sanzioni contro l’Austria, oggi tace. Con la nuova legge fondamentale, approvata ieri dal Parlamento ungherese per volontà del premier Viktor Orban, l’Europa si allontana dai valori costitutivi dello Stato di diritto.

“È un testo anche esteticamente molto bello”, ha detto Orban in toni dannunziani. “I tempi in cui l’ungheresità era schiacciata sono ora passati con questa identificazione di fede nazionale”, ha aggiunto: insomma, popolo eletto, superiore. Il suo partito, la Fidesz, insieme ai democristiani-nazionali (il piccolo alleato) ha avuto gioco facile: ha la maggioranza di due terzi. Per protesta, le sinistre hanno abbandonato l’aula. Allarme nel mondo: il governo Merkel si è detto preoccupato. E il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, ha evocato le inquietudini invitando l’Ungheria a “chiedere consiglio all’Onu e alla Ue”.

“Intolleranza, nazionalismo, passi che ricordano la retorica fascista”, denunciava ieri la Sueddeutsche Zeitung. La nuova Costituzione – sostituisce quella comunista del 1949, più volte emendata dopo la svolta democratica del 1989 – non chiama più Repubblica il nuovo Stato: identifica la nazione politica con la nazione etnica, e con le radici cristiane. In barba ad atei e laici, ebrei e rom. Fede, culto della corona di Santo Stefano, cioè il simbolo nazionale che fu poi strumentalizzato dai regimi di Horty e di Szalasi, alleati di Hitler fino all’ultimo, silenzio su quei decenni di crimini, orgoglio nazionale come valore costitutivo. Famiglia e Chiesa, difesa del feto come priorità. Niente menzioni dei diritti delle minoranze, ebrei, rom o gay.

Diritto di voto ai cittadini dei paesi vicini di origine ungherese, una provocazione agli occhi di Slovacchia, Romania, Serbia, Ucraina. La Corte costituzionale vede duramente ridotte le sue competenze specie in materia economica e sociale. La Nmhh, l’autorità di controllo dei media istituita con la famigerata “legge-bavaglio”, ha il suo ruolo iscritto nella carta fondamentale. I suoi capi e i dirigenti statali saranno scelti dal governo per 9 o 12 anni. Un consiglio speciale della Banca nazionale, nominato dal premier, avrà diritto di veto sui temi di Bilancio. “Orban vuole istituzionalizzare la dittatura”, ha detto il leader socialista Attila Mesterhazy.

Roberto Benigni e l’unità d’Italia

In e-mail il 21 Febbraio 2011 dc:

Roberto Benigni e l’unità d’Italia

di Lucio Garofalo

Esibendosi sul palcoscenico del teatro Ariston di Sanremo, un Roberto Benigni sottotono, meno istrionico e brillante del solito, ha celebrato con enfasi ufficiale il 150esimo anniversario dell’unità d’Italia, sudando e visibilmente a disagio a causa delle direttive imposte dai vertici Rai che lo hanno tenuto a freno, temendo evidentemente qualche frecciatina irriverente scoccata all’indirizzo del sultano nazionale. Ma l’unico sberleffo arguto è stato concesso nel momento in cui il giullare toscano ha menzionato un altro celebre Silvio, autore de “Le mie prigioni”, alludendo ai guai giudiziari del premier.

Nella circostanza sanremese il comico di Prato ha denotato una scarsa libertà istrionica e giullaresca, una vena poco caustica e creativa che ha sempre contrassegnato le sue performance. Senza vincoli Benigni era un ciclone travolgente di surrealismo e satira corrosiva, ma a Sanremo la sua solita verve ironica e dissacrante si è spenta per cedere il posto ad un’insospettabile fede patriottica. Si pensi alla retorica sciorinata sul palco dell’Ariston sul patriottismo e sulla sottile distinzione tra patriottismo e nazionalismo.

Invece, a voler essere davvero onesti intellettualmente, bisognerebbe ammettere che il patriottismo è l’anticamera del fanatismo sciovinista, quindi dell’imperialismo e del fascismo. Nella passerella filo-risorgimentale Benigni non ha mancato di esaltare persino i Savoia, definiti come la dinastia più antica d’Europa, come se il primato derivante da un’ascendenza secolare fosse un motivo di vanto, mentre avrebbe dovuto segnalare le gravi colpe, i demeriti e i crimini storici compiuti dai suddetti sovrani, che nei secoli si sono rivelati come la più sanguinaria, oscurantista e retriva fra le famiglie reali europee.

D’altronde, è estremamente difficile rendere giustizia a 150 anni di menzogne raccontate dai vincitori e a tonnellate di fango e ingiurie scaricate sulle vittime di una vera e propria invasione militare che è stata, come ogni processo di “unificazione” (o, per meglio dire, annessione) nazionale, un’aggressione barbarica e terroristica, una conquista brutale e sanguinosa che non ha avuto nulla di epico o romantico. Si pensi solo ai milioni di contadini meridionali assassinati dall’esercito occupante, non certo per essere “liberati” dall’oppressione della Casa di Borbone del Regno delle Due Sicilie, bensì per subire una spietata colonizzazione, un regime crudele e disumano come quello savoiardo, che ha saccheggiato le enormi ricchezze di un territorio che non era affatto povero come la falsa retorica dominante ci ha voluto far intendere per troppi decenni.

Non a caso nel 1920, sul giornale L’Ordine Nuovo da lui diretto, Antonio Gramsci scriveva le seguenti parole, denunciando con forza e chiarezza quella che fu conosciuta come la “Questione meridionale”: “Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti.”

Ma tant’è che Benigni di castronerie ne ha dette tante nella serata sanremese, anche a proposito dell'”eroico” pirata nizzardo e dell’astuto conte di Cavour, scorrendo una galleria di figure risorgimentali, noti esponenti della massoneria ottocentesca, fino ad indicare il premier britannico Winston Churchill come il “vincitore” del nazismo. Lo smemorato di Prato ha affermato una falsità storica dicendo che l’Italia sarebbe stata liberata nientemeno che da Churchill, sulla cui figura ci sarebbe molto da obiettare: basti dire che nel 1933 definì Benito Mussolini “il più grande legislatore fra i viventi”.

L’aver attribuito al primo ministro inglese l’appannaggio esclusivo della vittoria sul nazismo rappresenta uno sbaglio eclatante commesso di proposito per compiacere i dirigenti RAI e i politici di destra seduti in platea. Ad aggravare le colpe di Benigni sono stati i mancati richiami alla Resistenza antifascista, per cui avrebbe dovuto ricordare quanto in termini di lacrime e sangue è costata la conquista della libertà al popolo italiano. Invece non ha proferito nulla a riguardo per non urtare la suscettibilità di  qualche irascibile e nostalgico ministro presente in sala. Insomma, nell’intervento a Sanremo l’ispirazione ironica e mordace di Benigni è stata soffocata dalle direttive RAI, per cui l’artista toscano ha dovuto esibire una serie di corbellerie e falsità storiche. Si vede che con l’avanzare dell’età il povero giullare è diventato fiacco e remissivo, mentre agli esordi della carriera era un uragano incontenibile di sagacia, comicità e poesia.

Del resto, già nel film La vita è bella il Roberto nazionale ha preso un abbaglio clamoroso, mistificando la storia per accattivarsi le simpatie dello star system hollywoodiano e aggiudicarsi l’Oscar. Nel film attribuisce agli americani la liberazione di Auschwitz, quando entra in scena il carro armato con la stella bianca, mentre è noto che il 27 Gennaio 1945 (in tale data si celebra la Giornata della Memoria) ad Auschwitz entrarono i soldati dell’Armata Rossa liberando i prigionieri sopravvissuti. E’ vero che nel film non si specifica che il lager sia quello di Auschwitz, tuttavia lo lascia intendere chiaramente. Diciamo che è stata una “sviolinata” concessa ai signori di Hollywood.