Recovery fund. La svolta europea e il portafoglio dei salariati

In e-mail il 24 Luglio 2020 dc:

Recovery fund. La svolta europea e il portafoglio dei salariati

23 Luglio 2020

Il fatto nuovo c’è, ed è rilevante. La più grande crisi capitalistica del dopoguerra ha spinto gli imperialismi europei a una parziale gestione comune del debito pubblico, cioè all’emissione di titoli continentali coperti dal bilancio comunitario. I famosi Eurobond, a lungo evocati da ambienti borghesi liberali e riformisti, hanno visto di fatto la luce.

Il valore complessivo dei titoli emessi, secondo i diversi programmi previsti (Sure , Bei, Recovery Fund), corrisponde a una cifra imponente. Superiore in termini di incidenza percentuale sul Pil europeo del piano Marshall del 1948/1951 (ben il 5% del Pil continentale).

La spartizione della somma ricavata dalla loro collocazione sul mercato è direttamente proporzionale all’impatto della crisi sulle diverse economie nazionali. Italia, Spagna, Francia, sono dunque le prime beneficiarie.

La suddivisione interna tra prestiti e sussidi (a fondo perduto) varia anch’essa in rapporto alla portata della recessione annunciata. Per l’Italia è pertanto prevista una destinazione di risorse obiettivamente consistente.

Il significato politico dell’accordo è chiaro: il capitalismo tedesco ha accettato quella soluzione di parziale mutualizzazione del debito (futuro) che aveva rigorosamente respinto come impossibile per decenni. Lo ha fatto per timore che il crollo di Italia e Spagna potesse trascinare in rovina l’economia tedesca, profondamente integrata con quella italiana a partire dal settore centrale dell’automotive, e precipitare così la disgregazione del mercato europeo.

Inoltre ha sicuramente giocato un ruolo centrale l’asse della Germania con la Francia, di cui Berlino non può privarsi. Un salto verso l’Europa capitalista “federale”? No. La gestione comune del nuovo indebitamento pubblico è stata concordata dal Consiglio Europeo, dunque dai capi di governo nazionali. Il Consiglio Europeo avrà un ruolo importante nel controllo della destinazione delle risorse pattuite.

Il complesso meccanismo previsto, per quanto non preveda il diritto di veto, garantisce gli interessi dei vari Stati capitalisti dentro un faticoso equilibrio, fonte di possibili contenziosi.

I parlamenti nazionali, incluso quello olandese, dovranno ratificare l’accordo intervenuto, come fosse una modifica del Trattato.

Basterebbe il no di un Parlamento per far saltare l’accordo.

Il blocco dei capitalismi nordici (Svezia, Olanda, Danimarca), insieme all’Austria, eserciterà una funzione di freno, e ha consentito l’accordo solo grazie all’ottenimento del taglio dei propri contributi al bilancio continentale. Il cosiddetto blocco di Visegrad, a partire da Ungheria e Polonia, mercanteggia l’avallo dell’accordo con la preservazione dei propri regimi reazionari, in un quadro di negoziato permanente.

Occorre dunque prudenza nel misurare portata e prospettive del Recovery Fund. Una svolta è avvenuta. Al tempo stesso non è ancora consolidata, né è irreversibile.

Il punto vero, tuttavia, è un altro: una svolta nelle relazioni capitalistiche non è affatto una svolta per il portafoglio dei lavoratori. Tutt’altro.

UNA GIGANTESCA OPERAZIONE A DEBITO L’intera operazione del Recovery Fund, come quella di Sure e Bei, è a debito. L’Unione degli Stati capitalisti vende titoli continentali sul mercato finanziario. Chi li comprerà? I cosiddetti investitori istituzionali: banche, fondi, compagnie di assicurazione.

Dunque l’Unione degli Stati capitalisti accumula un proprio debito nei confronti del capitale finanziario, con l’impegno a ripagarlo coi dovuti interessi. Con quali risorse lo ripagherà? Con quelle del bilancio comunitario, di cui dispone la Commissione Europea.

Ma il bilancio comunitario è estremamente ridotto (l’1% del Pil continentale) ed oltretutto ha visto dopo la Brexit e prima della pandemia un ulteriore restringimento.

Dunque per soddisfare i creditori, cioè gli acquirenti dei titoli, occorre espandere le risorse di bilancio disponibili. Si può farlo in due modi: applicando nuove imposte continentali e/o aumentando i versamenti statali al bilancio europeo. L’Italia si è impegnata ad esempio ad accrescere di 50 miliardi il proprio versamento, così altri Paesi.

Come finanziano gli Stati nazionali, a loro volta, questi accrescimenti di spesa? O attraverso la fiscalità generale, che grava ovunque sui lavoratori salariati, o/e tagliando le spese sociali a danno prevalentemente della popolazione povera.

Dunque, il primo dato certo dell’indebitamento europeo è che verrà scaricato sul portafoglio dei lavoratori.

E non è che il primo aspetto.

A CHI ANDRANNO I SOLDI? Una volta che la UE ha venduto i nuovi titoli continentali sul mercato finanziario, coprendoli con risorse prese da salari e spese sociali, distribuisce il ricavato ai diversi Paesi secondo il criterio prima indicato, parte in prestiti, parte a fondo perduto. Ma a chi andranno concretamente questi soldi? In buona misura a imprese e banche, colpite dalla recessione. Gli Stati nazionali hanno già varato per proprio conto grandi operazioni di finanziamento dei capitalisti attraverso l’apposizione di garanzie pubbliche al credito bancario.

Ora il Recovery Fund interviene sullo stesso tracciato, sotto forma del “sostegno alla competitività delle imprese” e della “sostenibilità del credito”. Gli stessi investimenti green, infrastrutturali e in digitalizzazione sono di fatto trasferimenti alle imprese sotto forma di incentivi, sussidi, detassazioni. Un affidamento al mercato, che come l’esperienza insegna non promette alcuna svolta né sul terreno ambientale né su quello sociale. La novità è che parte di questa elargizione non dovrà essere rimborsata. Si tratta di regalia pura, senza accrescimento del debito pubblico. Peraltro, già il solo annuncio della nuova pioggia di miliardi in arrivo ha coperto una ulteriore detassazione dei capitali.

In Italia è stata tagliata in piena pandemia la prima tranche dell’IRAP (4 miliardi) che oggi finanzia la sanità. Confindustria chiede in queste ore che la prossima legge di stabilità cancelli definitivamente la tassa (13,4 miliardi complessivi). Lo stesso ordine del giorno, in varie forme, viene posto in Francia e in Spagna. Ovunque i soldi europei finanziano la detassazione dei padronati nazionali, tutti in corsa gli uni contro gli altri per la massimizzazione dei propri profitti.

Non solo. Per poter ridurre i contributi di Olanda, Svezia, Danimarca e Austria al bilancio europeo, e al tempo stesso allargare quest’ultimo, il Consiglio Europeo ha tagliato 9,4 miliardi di spese sanitarie e 7 miliardi per la ricerca. Il primo biglietto da visita del Recovery Fund lo pagano la sanità pubblica e la ricerca medica. E ciò in presenza della più grande pandemia del dopoguerra.

LE “RIFORME” AL SERVIZIO DI CHI?

A sua volta, questa destinazione ai capitalisti dei diversi Paesi di quanto ricavato dalla vendita dei titoli europei ai gruppi capitalisti è condizionata dal varo delle famigerate “riforme”.

Le “riforme” hanno il marchio di sempre: liberalizzazione del mercato, flessibilizzazione del lavoro, e soprattutto piani di rientro credibili dal debito pubblico. Il debito pubblico di ogni Paese è cresciuto enormemente per le spese legate alla pandemia, il soccorso pubblico a imprese e banche, la precipitazione della recessione. Non volendo tassare i capitalisti ed anzi volendo continuare a detassarli, i governi borghesi sono ricorsi ben prima del Recovery fund a nuovo deficit e nuovo debito. Cioè hanno emesso propri titoli pubblici, ordinari o straordinari, per venderli sul mercato finanziario. Li hanno comprati banche nazionali, compagnie di assicurazione, e la BCE. Una BCE che oggi continua a finanziare massicciamente innanzitutto l’Italia, comprando i suoi titoli, ben al di là della quota detenuta in BCE da Bankitalia.

Questa enorme crescita del debito pubblico sovrano è una mina vagante per l’economia mondiale ed europea. Occorrono dunque piani di rientro. Nel 2020 ovviamente è impossibile, dal 2021 è inevitabile, pena la fuga degli investitori, la minaccia di crack, l’impennata dei tassi di interesse.

Come avvengono i piani di rientro? Consolidando il cosiddetto avanzo primario, cioè il rapporto tra entrate e uscite al netto dei tassi di interesse. Significa che ogni anno i tagli dovranno essere superiori al prelievo fiscale. Punto.

Non a caso l’avanzo primario è una costante delle leggi di bilancio in Italia negli ultimi vent’anni. Il ministro del Tesoro Gualtieri ha assicurato che manterrà questo «percorso virtuoso». È la garanzia offerta dall’Italia ai propri creditori, banche italiane in testa e BCE. La piena preservazione della Legge Fornero, la cancellazione della elemosina di quota 100, sono già nella partita di scambio.

Nessun pranzo è gratis, come dicono i padroni. Tranne per i padroni.

NÉ EUROPEISTI NÉ SOVRANISTI. SEMPLICEMENTE COMUNISTI

Qual è dunque l’indicazione di fondo che emerge dal nuovo accordo europeo? L’Unione Europea, stretta nella morsa tra USA e Cina, preserva la propria esistenza attraverso una gigantesca operazione a debito, che si somma al crescente indebitamento pubblico di tutti gli Stati nazionali. La montagna del debito, nazionale ed europeo, poggia sulla schiena di centinaia di milioni di lavoratori salariati del vecchio continente.

C’è un solo modo di liberarsene: rovesciare la classe dei capitalisti, a partire dai capitalisti di casa nostra. È possibile recuperando l’autonomia della classe lavoratrice contro gli europeisti borghesi e contro i sovranisti reazionari.

La linea divisoria non è tra Unione Europea e Indipendenza Nazionale.

È tra i capitalisti, italiani ed europei, e i salariati di ogni Paese. L’abolizione del debito pubblico verso il capitale finanziario, la nazionalizzazione delle banche, vanno posti all’ordine del giorno nei programmi di mobilitazione della classe lavoratrice, in ogni Paese e su scala continentale, legandoli alle battaglie per la ripartizione del lavoro (30 ore pagate 40), di riorganizzazione ecologica della produzione, di un investimento massiccio nel sistema sanitario e nell’istruzione, pagata dai grandi patrimoni, rendite, profitti.

La crisi la paghi chi l’ha provocata, non chi l’ha subita.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il bilancio di Tsipras

In e-mail l’11 Luglio 2019 dc:

Il bilancio di Tsipras

In Grecia le elezioni politiche, come già le precedenti europee, confermano la legge fisica della lotta di classe. Come disse l’avvocato Agnelli: occorrono a volte governi di sinistra per fare le politiche di destra. Salvo aggiungere che per questa stessa ragione è la destra che poi ritorna in sella.

Il partito Nuova Democrazia, la tradizionale destra greca, era un partito con le ossa rotte prima dell’esperienza Tsipras, travolto assieme al PASOK dal crollo di credibilità dei vecchi partiti di governo.

Il crollo dell’economia greca, il lungo calvario dei memorandum e l’esperienza della crudele austerità dettata dalla troika avevano sospinto dopo il 2008 una potente radicalizzazione del movimento operaio e popolare nel segno del rigetto delle politiche dominanti. L’ascesa elettorale di Syriza dal 4% del 2009 al 36% del 2015 fu semplicemente la registrazione distorta di questa ribellione di massa.

Il trionfo dell’oxi contro la troika, con il ripudio del suo ricatto, ne rappresentò il naturale prolungamento. Se la destra oggi è tornata al governo della Grecia è perché quella enorme domanda di svolta è stata clamorosamente tradita. Un tradimento che ha trascinato con sé il riflusso della mobilitazione e della coscienza, a tutto vantaggio della reazione.

I sostenitori italiani di Tsipras, più o meno critici, per ultimo Salvatore Prinzi (Potere al Popolo), dicono che sì, forse Tsipras “ha sbagliato”, ma dopotutto non aveva alternative.

Se avesse rotto con la UE «avrebbe fatto la fine di un Allende o peggio di un Masaniello», del resto il popolo non era così radicale come sembrava, ecc. ecc. Non potendo riverire Tsipras nel momento della sua disfatta (come fecero invece nel momento della sua ascesa, seminando illusioni a piene mani), gli intellettuali riformisti assolvono retrospettivamente la sua politica come obbligata, scaricando sulle masse la responsabilità dell’accaduto. In altri termini, il popolo ha in definitiva il governo che si merita; dedichiamoci quindi al piccolo cabotaggio del mutualismo («C’è da togliere illusioni, proponendo allo stesso tempo cose concrete, fattibili»), senza troppi grilli per la testa.

La verità è ben diversa.

Dopo sei anni di straordinaria mobilitazione di massa, che aveva distrutto il vecchio sistema politico greco e portato Syriza al governo, l’alternativa c’era. Ma poteva porsi solo sul terreno di una rottura anticapitalista: solo sul terreno di misure che rompessero le compatibilità di sistema (cancellazione del debito pubblico, nazionalizzazione delle banche, esproprio degli armatori); solo sul terreno della costruzione di strutture di autorganizzazione di massa che supportassero queste misure e concentrassero nelle proprie mani il potere.

Le classi dominanti greche ed europee avrebbero reagito?

Naturalmente. O qualcuno pensa che “il potere del popolo” possa realizzarsi senza resistenze dei capitalisti? Ma la linea di scontro sarebbe stata chiara non solo in Grecia ma su scala continentale. La rottura della Grecia col capitale finanziario che l’affamava avrebbe potuto diventare un fattore di mobilitazione internazionale del movimento operaio, di sviluppo della sua coscienza e di possibile contagio, anche a beneficio dei rapporti di forza nella Grecia stessa. Vittoria assicurata? Solo gli imbecilli possono pensarlo. Ma certo quella era l’unica via possibile per vincere.

Tsipras ha perseguito la via esattamente opposta: la via sicura per condannare alla sconfitta la domanda di svolta che aveva raccolto.

La leggenda per cui Tsipras avrebbe voluto il cambiamento ma i rapporti di forza l’hanno impedito è una falsificazione dei fatti. Syriza rappresentava nella sua nascita ed evoluzione un classico soggetto riformista. Ben prima del 2015 Tsipras s’era attivato su scala internazionale alla ricerca di una legittimazione presso gli ambienti dominanti, negli USA e in Europa. Il governo di Syriza con ANEL (un partito reazionario di destra) fu sin dall’inizio, nella sua stessa composizione, un segnale di collaborazione con gli imperialismi europei e con le classi dominanti greche, a partire dagli armatori.

Da subito Tsipras ha accettato il piano inclinato del negoziato coi creditori della troika, gli affamatori dei lavoratori greci a cui questi si erano ribellati. La capitolazione clamorosa del luglio 2015 fu dunque il destino annunciato di una intera politica. I quattro anni successivi hanno solamente misurato l’enormità del suo prezzo, in termini economici e politici.

Per quattro anni il governo Tsipras ha pagato le cambiali al capitale finanziario mettendole sul conto della popolazione povera di Grecia, proprio come i governi precedenti. “Abbiamo restituito una Grecia coi conti in ordine”, “abbiamo riportato la Grecia in Borsa”, dichiara oggi Tsipras in occasione del passaggio di consegne.

Ha ragione.

Pensioni tagliate, salari falcidiati, aumento delle imposte indirette, privatizzazioni su larga scala (porti, areoporti, servizi idrici inclusi): i conti sono stati risanati nell’unico modo che il capitalismo conosce. I titoli pubblici greci sono tornati appetibili per i creditori grazie all’umiliazione del debitore.

Insomma, un vero banchetto per i capitalisti a spese dei lavoratori e dei disoccupati.

E non si tratta di misure una tantum. Tsipras ha assicurato al capitale finanziario la continuità di avanzi primari del 3,5% per gli anni a venire come pegno della propria credibilità, ciò significa la continuità strutturale dei tagli alla spesa sociale per rassicurare le banche. Del resto le pubbliche lodi dei governi europei al ritrovato “realismo” di Tsipras si sono sprecati in questi anni. E non solo per ragioni economiche. Il governo Tsipras è stato per molti aspetti la soluzione politica migliore per gli imperialismi dell’Unione Europea. Infatti solo un governo come quello di Syriza poteva imporre alla classe lavoratrice la continuità dei memorandum in modo relativamente pacifico, contenendo e disperdendo le resistenze sociali. Laddove aveva fallito la vecchia socialdemocrazia del PASOK è invece riuscita la nuova socialdemocrazia di Syriza.

Questo è il vero e unico successo di Tsipras.

Torneremo sulla vicenda greca per approfondirla. Ma certo l’esperienza del governo Tsipras è la documentazione viva del fallimento del riformismo come strumento di emancipazione, sullo sfondo della grande crisi del capitalismo. Razionalizzare questo fallimento è la prima necessaria condizione per costruire una prospettiva alternativa: classista, anticapitalista, rivoluzionaria.

Partito Comunista dei Lavoratori

Gilet gialli: è lotta di classe

In e-mail il 26 Dicembre 2018 dc:

Gilet gialli: è lotta di classe

di Aldo Calcidese

I pennivendoli della borghesia e del revisionismo avevano decretato già da molto tempo la fine della lotta di classe, un concetto arcaico e superato.

Hanno fatto finta di non vedere che l’ondata reazionaria, fascista e xenofoba che investe ormai tutti i Paesi non è altro che l’espressione della più feroce e spietata lotta di classe dei padroni contro i proletari e i lavoratori.

In Ungheria il ”sovranista” Orban ha fatto approvare ”la legge sulla schiavitù” che porta da 250 a 400 ore l’anno il monte ore che le imprese possono chiedere a operai e impiegati.

Il pagamento delle ore extra può essere effettuato entro 3 anni.

In Austria un altro governo ”sovranista” dispone che le imprese possono chiedere ai dipendenti di lavorare fino a 12 ore al giorno e 60 ore alla settimana.

In Russia Putin ha dato mandato al governo di Medvedev di chiedere l’innalzamento di 5 anni dell’età pensionabile per gli uomini, da 60 a 65 anni, quando la durata della vita media per gli uomini è di 67 anni, e di 8 anni per le donne, da 55 a 63.

In Brasile il governo Temer stabilisce che la durata normale della giornata lavorativa sia di 12 ore e che la pensione piena si potrà avere con 49 anni di lavoro, quando la vita media è di 66 anni!

In Francia Macron ha completato l’attacco alle 35 ore iniziato già con la legge Fillon nel 2003.

UNA LUCE NEL BUIO

Nel tenebroso panorama della reazione borghese, si è accesa improvvisamente una luce.

Ancora una volta il segnale viene dalla Francia, quella Francia in cui per la prima volta il proletariato ha tentato l’assalto al cielo.

Una rivolta popolare scuote tutto il Paese, con imponenti manifestazioni che hanno rotto la pace sociale tanto utile ai padroni.

Naturalmente i pennivendoli come sempre di fronte a un grande movimento di massa si sono soffermati su qualche macchina incendiata.

Il movimento che si è scatenato in tutto il Paese e che coinvolge operai, disoccupati, lavoratori, studenti, ha espresso precisi obiettivi e rivendicazioni come l’aumento dei salari, il diritto alla casa, le tasse sui grandi capitali.

Il carattere politico delle manifestazioni si è espresso nello slogan ”BOURGEOIS PARIS SOUMET TOI!-BORGHESE PARIGI SOTTOMETTITI, (ARRENDITI)!

Macron ha avuto paura e si è presentato in una conferenza stampa in cui, balbettando, ha recitato una specie di ”mea culpa” e accettato, almeno a parole, le richieste.

Anche l’ Unione Europea, sempre forte con i deboli, si è spaventata, e ha concesso alla Francia di andare oltre il 3% del debito.

Altro che il 2,04 ”coraggiosamente conquistato” da grillini e leghisti!

La borghesia francese, una classe marcia e corrotta, ha una storia infinita di crimini contro il suo popolo e contro altri popoli.

Ha soffocato nel sangue con le armi prussiane la rivolta dei comunardi nel 1871, ha commesso crimini e infamie in Indocina, in Algeria e in altri Paesi, fino all’ultima impresa, la distruzione della Libia per appropriarsi del petrolio di quel Paese e per impedire a Gheddafi di aprire una banca panafricana.

Nel grande movimento di massa che si sta sviluppando spetterà naturalmente ai comunisti assumerne la direzione per indirizzarlo verso l’unico obiettivo, che è l’abbattimento della dittatura borghese.

Nella terribile situazione attuale, ancora una volta l’alternativa è SOCIALISMO O BARBARIE.

Ma, come ebbe ad affermare Bertolt Brecht, in una situazione in cui sembrava che il fascismo dovesse dominare tutto il mondo, ”LA NOTTE PIÙ LUNGA ETERNA NON È”