Archivi categoria: Cultura

Il vuoto e il pieno. L’ultima battaglia.

Il vuoto e il pieno. L’ultima battaglia.

da Hic Rhodus, 26 Marzo 2018 dc, di Bezzicante

Il  vuoto

Siamo circondati dal vuoto. Il Terzo Millennio occidentale è caratterizzato dal vuoto culturale che non può che esprimerne uno sociale. La constatazione di questo vuoto mi opprime, mi schiaccia. Il vuoto ha un peso, ha una realtà. Il vuoto non è il nulla, ma un’assenza di significato che deve, per un principio cosmico, essere riempito da qualcosa: da simulacri, per lo più. Ombre, finzioni, apparenze, illusioni.

Andiamo in non luoghi dove la nostra solitudine interiore viene dimenticata, soffocata dalla moltitudine disperata che li frequenza. Frequentiamo non persone, vuote di cultura e di pensieri, massificate, alienate, con orizzonti valoriali che vanno dall’ufficio alla partita. Usiamo non cose, migliaia di non cose che hanno l’unica ed esclusiva funzione di riempire il vuoto.

Non abbiamo più un passato. Non ci piace, non lo conosciamo e quel po’ che affiora viene distorto e violato per adattarsi al non pensiero dominante. Non abbiamo più un futuro, inteso come prospettiva, orizzonte, destinazione e motivazione. Viviamo imprigionati in una minuscola bolla di presente, eternamente vuota.

Non più cittadini ma consumatori di oggetti a obsolescenza programmata, di tecnologie che non sono più strumenti per uno scopo ma segnali fini a loro stessi: produci-consuma-crepa.

Non più cittadini ma tifosi, perché il tifo come acritico senso di appartenenza è diventato il virus che uccide le democrazie: appartenenze con valori sottilissimi, idee intercambiabili, cornici giustificative fragili. E proprio per questa fragilità il tifo diventa cattivo, assoluto: non ha argomenti, e denudato – come il Re – si scopre vuoto e ha paura.

Senza titolo.001Il vuoto si presenta come mancanza del senso della storia, del futuro, del divenire. Siamo inchiodati qui e ora, intrappolati in un mondo virtuale. In ogni istante un miliardo di notizie: la metà sono false; un altro 30-35% sono parziali e fuorvianti. TAC! è arrivato il nuovo istante, col nuovo miliardo di notizie. Putin è cattivo. Grillo guadagna un pozzo di soldi. Sarà un parrucchino quello di Trump? Marielle Franco uccisa a Rio (Marielle chi?). All’Isola dei famosi due VIP hanno fatto l’amore. Balzerani conciona le sue vittime. C’è un sacco di plastica negli oceani e le api stanno morendo, ci sarà una connessione? Barboni  bruciati; gente picchiata per futili motivi; ragazzini bullizzati si suicidano.

È questa la mancanza di futuro di cui scrivo da un po’… è il senso del fluire storico che è rimasto intrappolato nel secolo scorso. La prospettiva verso la quale dirigersi, che fosse il Sol dell’Avvenire, lo sviluppo senza limiti promesso dal liberismo, l’Europa dei popoli o quel cavolo che vi pare. Non c’è più nulla. Tutto rotola in un meraviglioso piano inclinato in cui la produzione produce, i consumatori consumano, la robotizzazione si robotizza mentre guardiamo Netflix, poi ci lamentiamo che in realtà non c’è niente di buono.

In questo preciso momento, in questo istante, migliaia di persone sono morte. Fermatevi a pensarci un po’. Ci avete pensato? Bravi, intanto che pensavate ne sono morte altre migliaia, in grande parte bambini. In Africa, in Sud America, in Medio Oriente… Un sacco di altra gente marcisce in prigioni fetide, adattissime come ambientazioni di film d’azione. Quella gente viene torturata spesso in maniera orribile, e poiché nel mondo civilizzato dove noi grazie al cielo viviamo ciò non è possibile, chi dispone di buchi come Guantanamo va a torturare là perché così è legale.

Avete almeno sgranato gli occhi? Nel frattempo altre migliaia sono morti ammazzati, stuprati, affogati, o di fame, o in fondo al mare. Ebbene, lo dico con estrema sincerità e non per scrivere qualcosa di sensazionalistico: non me ne frega un cazzo.

Adesso, per favore, fermatevi a pensarci anche voi (mentre altre migliaia di persone muoiono, bla bla…); ammettetelo, non vi importa nulla. Chi fra voi sente profonda la fede cristiana sarà sinceramente dispiaciuto, tutto qui. Chi non ha tale fede vera, profonda, vissuta come conviene, potrà dire di essere (mooolto vagamente) dispiaciuto, ma così, perché bisogna dirlo. Sapete, quando ci si vede e ci si chiede “Come stai?” È solo un modo di dire. Cosa ci importa di come sta la gente? E GUAI se il disgraziato, invece di liquidare il tema con una breve frase rituale, attacca un bottone pernicioso sulla sua colica duodenale, sul fuoco di santantonio che non lo fa dormire, e semmai si prodiga in particolari disgustosi.

Chi ha un’età e ha vissuta l’epoca della riforma manicomiale, se è psichiatra; chi ha vissute le lotte delle donne, se è femminista; chi ha fatto politica nella Prima Repubblica, se è persona politicamente attiva; chi ha studiato quando ne valeva la pena; chi ha letto i libri giusti quando si leggevano i libri; chi ha viaggiato quando il viaggio non era un all inclusive; chi scriveva con la macchina da scrivere e faceva ricerca nelle biblioteche vere, tutti questi e gli altri sono andati in pensione o stanno contando i giorni, disperati, nel vedere la distruzione della psichiatria, dei diritti delle donne, della politica e di tutto il resto da parte di coloro che oggi sono sulla scena.

Il nostro retaggio, quelli per i quali abbiamo lottato e vissuto, figlio mio un giorno tutto questo sarà tuo. Ed è Luigi Di Maio. Ed è Diego Fusaro. Ed è Fabio Volo. Ed è Marco Travaglio. Ed è il bimbominkia che sputa sentenze su Twitter. Tutti costoro sono accumunati da un elemento comune, che caratterizza la nostra epoca di vuoto: il rumore.

Avete notato il rumore che ci circonda? Musica, parole, radio, i vicini, il cane, parole, martello pneumatico, parole, suoneria, parole, parole, parole. Io non riesco più a trovare dieci minuti di quiete assoluta. Impossibile. Il rumore è ottimo per riempire il vuoto, non serve nemmeno il silicone nelle fessure. Rumore assordante di parole per lo più prive di senso. Pareri inconsulti e aggettivi affilati e avverbi contaminanti. Parole. Tutti hanno un’opinione, dieci opinioni, un milione di opinioni. Chi ha competenze è sopraffatto.

In questo vuoto cacofonico sono pochissimi a vedere lontano. Moltissime brave persone che lottano e muoiono nei peggiori posti del mondo, gente come Marielle Franco, appunto: ammazzata. Ormai è più facile ammazzarli, questi sognatori sovversivi, che imprigionarli. Li ammazzi oggi, lasci che qualcuno protesti un po’, poi la nuova serie televisiva, il nuovo campionato del mondo, la fatica di scendere in piazza che poi si arriva sudati all’aperitivo, ecco, fanno il resto. Dopotutto, sapeva quel che faceva, no? Cazzi suoi.

E voi, difensori della Costituzione più bella del mondo, adoratori indignati dell’onestà e del nuovo che avanza, deturpatori seriali di prati e sentieri, voi che non siete razzisti ma persone di buon senso che non se ne può più di questi negri, ecco, voi, tutti voi, omologati di merda (cit. da “Maledetti vi amerò”, quindi da cinefili, quindi colta), voi non siete miei simili, o meglio: io, IO non sono in niente simile a voi, e il fatto che abbia anch’io due gambe e due braccia non v’inganni. Io sarò sempre il vostro nemico.

Il pieno

Ma il mondo è talmente grande e complesso che contiene anche le sue contraddizioni, e i germi per tutti i potenziali cambiamenti che noi non riusciamo a vedere e a sognare. Le esperienze di vita vissuta, di solidarietà, di comunità, di sacrificio, di pensiero, di costruzione di realtà positive macchiano il vuoto di molteplici, innumerevoli piccole isole di senso. Comunità ed esperienze laiche e religiose. Dove c’è bisogno, e rischio, e disperazione, nella prima linea della violenza e della malattia, come nel vuoto omologato della nostra società dove persone e gruppi usano la parola per richiamare, per segnalare, per ammonire, per indicare un’alternativa. Un percorso possibile. Un orizzonte verso il quale dirigersi.

Senza titolo.002Vorrei chiamare queste persone, tutte, avanguardie con questo significato specifico: individui che anziché omologarsi nel pensiero dominante immaginano, e attivamente indicano, uno scenario sociale, economico, culturale, morale, artistico, quelchevolete diverso, dove la diversità costituisce una rottura di schemi dati per assodati, una discontinuità alla quale lo statu quo si oppone, perché vista come minacciosa. La società dell’omologazione conosce il pericolo delle avanguardie e ha elaborato delle contromisure efficaci: l’assimilazione. Nella società globale dell’omologazione c’è posto per tutti i valori e il loro contrario, per tutti i comportamenti e per la loro negazione. Difficile essere discontinui per più di poco, essere irriverenti a sufficienza per produrre effetti durevoli, essere “nuovi” senza diventare immediatamente uno fra i tanti, tutti nuovi, tutti uguali.

Prendete le proteste a seno nudo delle Femen: in pochi anni sono diventate patetiche e imitate dall’industria pubblicitaria. I comportamenti sessuali tutti accettati e trattati con un linguaggio politicamente corretto, così come sono sparite dal vocabolario “femmina”, “negro”, “zingaro”, “puttana”, “handicappato”, “spazzino” e tante parole evocative, segnanti, connotate, certamente stigmatizzanti, è vero… Tutti stiamo attenti alle diversità ma, per includerle, dobbiamo usare un linguaggio poco connotato, sfumato, che di fatto sottolinea la nostra difficoltà ad accettare.

Senza titolo.001Le avanguardie si perdono in questo possente meccanismo omologatorio che tende a farle scomparire fra le altre, l’ennesima bizzarria, l’ennesima originalità che, con un po’ di fortuna, potrebbe essere trendy per una stagione. In più la sirena del successo, dell’effimero riconoscimento di quanto sei avanguardista, ma che bravo! ma che figo! e dai di televisione, di interviste, di libri, di blog! Controllare i presunti avanguardisti col successo mediatico è la strada più facile per smascherarli come falsi, poveri vanesi di limitato spessore culturale, o morale, o creativo. L’altro modo infallibile per smascherare i falsi avanguardisti da quelli veri è il rumore prodotto; gradassi insopportabili che urlano, additato, sbattono porte, dichiarano, statuiscono, predicano chiassosamente, producendo quel rumore di fondo utile solo a riempire il vuoto delle idee.

Il mondo dello spettacolo acceca i primi; quello della politica i secondi: Grillo, Emiliano, Bersani, De Magistris, Salvini, Berlusconi, esistono in quanto strillano. Riempiono il nostro vuoto col loro rumore, segno inequivocabile della loro nullità. Guardiamo piuttosto a coloro che lavorano (anche in politica) a testa bassa, ventre a terra, producendo cambiamenti reali e significativi.

Dobbiamo tutti diventare avanguardie. “Tutti”, nel senso di tutti coloro che hanno testa, cuore, volontà, indipendenza di giudizio. Poco più di quattro gatti. Ma l’orizzonte si stringe e si avvicina; il vuoto presto ci inghiottirà tutti, il futuro cesserà di esistere e l’ultimo seme appassirà. Tutti dobbiamo batterci, e lottare contro questo destino, che non è inevitabile. Una lotta accanita con pochi e chiari punti fermi:

1.     nessuna verità; solo relativismo sociale. Se il relativismo è sempre stato un pilastro del pensiero libero, è diventato oggi una vera strategia di sopravvivenza, perché fabbricare il falso non solo è facile, ma è diventata la regola;

2.     nessun a priori, nessuna ideologia fondativa, nessun territorio proibito solo perché qualcuno, un tempo, lo proibì. Significa: scrollarsi prepotentemente dalle spalle le ideologie del ‘900 che rimangono, a volte intatte e a volte camuffate, i più potenti vincoli del pensiero libero (libero, innanzitutto, di creare discontinuità);

3.     nessuna censura, nessun linguaggio “politicamente corretto”, perché la lotta dell’avanguardia partirà necessariamente dal linguaggio, che viene costantemente sottoposto a revisione, a costrizione, a omologazione. L’omologazione dei buoni sentimenti e delle giuste motivazioni è devastante e ne abbiamo costantemente degli esempi eclatanti che abbiamo segnalato puntualmente qui su HR.

Senza titolo.001Tutto qui. Ma difficile, difficile… Le pressioni sociali sono fortissime, malgrado l’apparenza contraria. Sembriamo tutti liberi nelle nostre diversità ma si tratta di libertà effimere, superficiali, riconducibili al melting pot mercantilista che ci domina, al pensiero globale che trita e digerisce le diversità effimere.

Essere avanguardia oggi (nel senso detto) significa ergersi sopra la massa degli omologati e cercare di far loro alzare lo sguardo a un altrove faticoso; che si tratti di scenari economici, di modelli di convivenza, di forme artistiche, di espressioni di solidarietà, di progetti politici… Ognuno di noi ha in questo un suo destino: la persona di fede additerà un orizzonte etico, di solidarietà e fratellanza; la persona di scienza uno che contemperi progresso e umanesimo; l’artista forme d’arte indipendenti e realmente nuove… Non è possibile una uniformità e aggregazione delle molteplici forme di speranza e rinnovamento oggi auspicabili. E non è detto che alcune di queste forme, anche generose, di proposta e di esempio, non confliggano fra loro. Non ha importanza il caos purché contrasti l’entropia dell’omologazione.

Avanti dunque!

Due parole soltanto: che Hic Rhodus sia sul versante liberistico e io su un altro finalmente l’ho capito. Che sia sul versante dell’abbandono delle ideologie, viste così cattive come io nemmeno immagino, anche. E che ne consideri una in particolare, quella comunista, identificandola fin dall’inizio con la sua deforme degenreazione stalinista, anche questo l’ho capito, ma, pur anch’io ormai avendo abbandonato, cosa fresca, freschisssima, ogni autodefinizione di di sinistra, rivoluzionario etc., non riesco ad accettare il concetto.

Ma la frase “…Chi non ha tale fede vera, profonda, vissuta come conviene, potrà dire di essere (mooolto vagamente) dispiaciuto, ma così, perché bisogna dirlo” non mi piace proprio, perché contrappone a chi ha fede, vista comunque come situazione positiva, a quelli che questa fede non hanno, allegramente accomunando gli idioti e i cretini, tantissimi, agli atei e agli agnostici, non proprio pochi (come me) che non hanno bisogno di una fede per avere opinioni decise ed anche compassionevoli, e nel concreto.

Anche “…chi scriveva con la macchina da scrivere e faceva ricerca nelle biblioteche vere” non mi piace, io scrivo col computer e col tablet, posso benissimo fare ricerce nelle biblioteche virtuali e, con lo sforzo che la mia certamente scarsa intelligenza mi consente, distinguere il vero dal falso e dall’approssimativo. Mi aspetto ora che venga condannato anche l’e-book come fece Umberto Eco e siamo a posto. Mi vengono in mente i miei compagnucci degli anni Settanta e Ottanta che, stupidamente, davano già allora tutte le colpe possibili al computer in sè (e atutto ciò che ne deriverebbe), e io mi sforzavo, invano, di spiegare loro che non è il mezzo in sé a dover essere giudicato nel bene, nel male e nella maggioritaria via di mezzo, ma il modo con cui il mezzo viene usato.

Beh, mi spiace, ma il “cammino” che voi indicate io non lo voglio compiere con le persone di fede, perché proprio contro queste, che fanno parte della massa omologata ed ignorante che tanto, e giustamente, viene criticata in questo articolo, bisogna procedere fermamente con un unico intento: andare avanti e spazzarle via.

Jàdawin di Atheia

Annunci

Perché siamo così cretini?

 

Perché siamo così cretini?

– Perché ci sono così tanti cretini?

Siamo così cretini per tanti motivi, troppi per elencarli tutti.

– Scegline uno.

– A caso o vuoi il mio preferito?

– La seconda.

– Non leggiamo. Siamo così cretini perché leggiamo poco o per niente.

– Chi lo dice?

– Quanto tempo hai?

– Tre minuti.

– Ok. Ci provo. Partiamo dai dati: nel 2016 il 57 % della popolazione non ha letto nemmeno un libro.

– Impossibile.

– Ah sì? Perché?

– Eh, perché qui siamo in due e se i tuoi dati fossero veri, uno di noi non avrebbe letto nemmeno un libro.

– Primo non sono i miei dati, ma dell’Istat. E secondo: quanto hai preso a Statistica?

– Ho fatto lettere, non c’era Statistica, e in ogni caso io non mi fido dei dati.

– Per forza non ti fidi: non solo non li puoi interpretare, ma nemmeno puoi capirli.

– Ma dai, nemmeno un libro, ti rendi conto? Secondo me c’è qualcosa che non va. Magari qualcuno vuole farci credere che si legga molto meno di quanto succeda in realtà. Potrebbe essere una montatura, o una notizia messa lì apposta dai midia.

– See certo, scie chimiche e big pharma. E comunque si dice media. È latino.

– Ma al TG dicono midia.

– Dicono anche che pagheremo le bollette di chi fa il furbo, ma non significa che tu ci debba credere.

– Torniamo ai libri? Secondo te è vero che un Italiano su due non ha letto un solo libro in tutto il 2016?

– Temo di sì, ma anche se non mi fidassi dei dati Istat (e mi fido) ci sono quelli Eurostat oltre a un paio di tera di ricerche consultabili online. Lasciando stare i dati, poi, c’è sempre quello che sentiamo, quello che ci raccontano, quello che vediamo online e offline. Quello che leggiamo sui social.

– Eh. E quindi?

– Quindi l’osservazione di come scriviamo mi porta a dire che NON leggiamo.

– Okay, e perché non leggiamo?

– Non leggiamo perché corriamo come cretini di qua e di là per comprare cose che non ci servono e che nemmeno ci piacciono e poi siamo così stanchi e vuoti da rincoglionirci sui social o davanti alla TV.

– Ma se tu nemmeno ce l’hai?

– Non è questo il punto.

– E qual è?

– È che non leggiamo perché ci raccontiamo di non avere tempo per farlo ma la verità è che non ne abbiamo voglia.

– Secondo te perché?

– Perché nessuno ce la fa venire.

– Pochi libri?

– Anzi, troppi. Più di un milione di nuovi titoli nel 2015, secondo GFK.

– Magari sono brutti.

– Non tutti ma parecchi e questa cosa mi fa pensare.

– A cosa?

– Non a “cosa”, ma al pensiero, a come pensiamo e il collegamento mi porta a quello che abbiamo letto a scuola, alla scuola in sé e ai suoi metodi, ai quattro libri che ci hanno imposto di leggere, a come siamo cresciuti, ai metodi che ci hanno formato, penso alla religione, alle ideologie, ai fanatismi.

– Aspetta. Religione? Cosa c’entra la religione con il pensiero?

– Chiedilo a Sigmund, rileggi Totem e tabù. E poi fai un salto a trovare Canetti, Elias, e chiedigli di parlarti della fenomenologia delle masse e poi vai a vedere cosa dice…

– No.

– No?

– No perché non ho tempo. Mi fai un riassunto?

– Eccone un’altra.

– Di cosa?

– Di risposta al perché – cito – ci siano così tanti cretini.

– Non ti seguo.

– Ti aiuto: fai una domanda ma non hai tempo per cercare la risposta e chiedi un riassunto.

– E dov’è il problema?

– Dappertutto. A partire dalla domanda. Hai chiesto “Perché ci sono così tanti cretini” e io ti ho risposto che siamo così cretini per una serie di ragioni.

– Ma è uguale.

– Nemmeno un po’. Nella prima formulazione, il postulante vede un problema e se ne allontana, la seconda risponde come parte del problema. Uno giudica, l’altro osserva.

– Cosa cambia?

– Più o meno tutto.

– Sei retorica.

– Più che altro provo a essere oggettiva, ma torniamo al riassunto.

– Dimmi. Che problemi hai con il riassunto?

– Il fatto che tu voglia un riassunto è il problema. Non approfondire è **il problema**, ed è esattamente quello che ci porta a condividere fake, a sputare sentenze per sentito dire, polemizzare su pagine che non abbiamo letto, ma solo fatto scorrere, a litigare e a farci venire mal di stomaco per cose che non conosciamo. In pratica commentiamo senza leggere. Ti ho risposto?

– Non credo.

– Ti faccio un riassunto?

😉

Contributo scritto per Hic Rhodus da Roberta Giulia Amidani.
Roberta Giulia Amidani fa il fantasma dal 2013. Insieme a un manipolo di penne, sfama il suo branco scrivendo libri senza (quasi) mai firmarli.

Bigotti e lecchini: la Rai è occupata!

Bigotti e lecchini: la Rai è occupata!

di Jàdawin di Atheia

Da tempo mi trattengo: ora però non ci riesco più. Benché questo blog non abbia certo il seguito di tanti altri, e mi basterebbe averne il 10%, debbo scaricare un po’ di rabbia.

La Rai è sempre stata Radiotelevisione Apostolica Italiana, ma penso che negli ultimi vent’anni, e soprattutto da quando c’è il grande falso e imbroglione Francesco, la tracotanza, la sfacciataggine e il marciume filo-cattolico di tutta la Rai, dalle maestranze più basse ai dirigenti, passando per presentatori, conduttori, nani e ballerine, abbia raggiunto livelli impensabili neanche durante i monocolori DC.

La Rai, dunque, è occupata! È occupata da uno Stato straniero. Questo Stato è il Vaticano che, oltretutto, ha talmente potere che è riuscito a farsi chiamare, da tutti gli altri, “Santa Sede”, travalicando la sua denominazione ufficiale di “Stato della Città del Vaticano”.

Questa occupazione è nello stile della piovra, simbolo che giustamente gli anticlericali hanno assegnato alla Chiesa: avvolge tutto, si ramifica in ogni dove, in ogni ufficio, in ogni settore, in ogni trasmissione, e addirittura dedica un proprio settore e relativo sito proprio al Vaticano!

Facciamo qualche esempio, proprio in quello che è più evidente ai telespettatori: conduttrici e conduttori. Così, come mi vengono in mente.

Belle immagini, posti stupendi, neve immacolata, montagne svettanti e valli verdi: mi piace la montagna e vedo Linea bianca su Rai 1, cercando di dimenticare, da freddofilo quale sono, Linea blu (pur amando anche il mare). Ma il bel Massimiliano Ossini, pur simpatico, passa di vetta in vetta, soprattutto quelle, numerosissime, con l’immancabile croce, il suo compagno Lino Zani dal gran naso dice io sono cattolico, lui dice “anch’io lo sono”, si inginocchia e fa il segno della croce, alla faccia del pluralismo nell’informazione o, meglio, della sua neutralità. In altre trasmissioni fa lo stupido segno senza nemmeno spiegarlo. E così via, di chiesa in chiesa, di croce in croce, di prete in prete.

Unomattina, sempre su Rai 1, è condotto da Benedetta Rinaldi e Franco Di Mare. I due sono simpatici e la prima è pure bella e ridanciana ma anche loro rispettano, seppur senza esagerare, il diktat filo-cattolico e soprattutto filo-Bergoglio.

Ma è Storie italiane, che subito segue dal lunedì al venerdì intorno alle 10, che si prende tutte le licenze con la sua conduttrice Eleonora Daniele. Bella e bionda (non sappiamo se vera o tinta), l’Eleonora atteggia il viso contrito quando si parla di brutte notizie, non lo fa benissimo ma sempre meglio dello zerbino Fabio Fazio, si aggira per lo studio sempre impeccabile e sempre con scarpe con tacco 12 e forma rigorosamente a punta (speravamo che la nefasta moda stesse passando….), con lei il lecchinaggio ipocrita e moralista verso la religione cattolica ed il suo monarca straniero raggiunge vette altissime, quasi sempre ospitando in studio il prete in rigoroso clergyman, ma grigio.

E quasi sempre ci sono due preti che, alternandosi tra loro e con l’ausilio di una orrenda suora che si dice “laica”, sfornano, a richiesta, le loro opinioni e talvolta con quale protervia! Loro sanno benissimo di giocare in casa….

Ma dovete vederla e sentirla, l’Eleonora, quando qualcuno in studio o in collegamento appena appena si azzarda ad andare fuori dal coro! Lei si indigna, si arrabbia, afferma che “queste cose” lì, da lei, non si possono dire, non sono permesse, e che caspita! Ma scherziamo?

Con La vita in diretta, che segue, con la stessa frequenza, intorno alle 15, non si scherza: il conduttore Marco Liorni (di cui lo sfortunato predecessore Lamberto Sposini ci sembrava, sotto questo aspetto, decisamente meglio) e la bella Francesca Fialdini sono ambasciatori in Italia, ma simpaticamente e pagati dai contribuenti, del monarca straniero oltre Tevere. In occasione del compleanno del dittatore argentino addirittura gli dedicano, annunciata dal faccione sorridente ed estatico del Marco, l’intera prima parte del programma. E tutto il resto della trasmissione, appena possibile, è improntata a questo rivoltante vassallaggio moralista e bacchettone.

Con Zero e lode, il simpatico gioco in onda sullo stesso canale, ci si può anche divertire ma il suo conduttore, Alessandro Greco, fa le imitazioni di Bergoglio, dice “il nostro amato papa”, betamente ignorando, oltre ai non cristiani, anche quel 9-14% (statistiche cattoliche” di spettatori atei, agnostici e non credenti che, insieme a tutti gli altri con il canone, possono permettere alla Rai di lautamente pagarlo per fare il lecchino della setta cristiana. In un momento del programma c’era, manco a dirlo, una domanda di argomento religioso e lui si è rivolto allo “zerologo” Francesco Lancia chiedendo se ci fosse una risposta relativa “alla Madonna, la mamma di Gesù”: la risposta, per puro caso, non c’era, e lui era visibilmente dispiaciuto, povero cocchino di Bergoglio……

 

(articolo in progress, mano a mano mi vengono in mente i nefasti epigoni…..)

 

Perché è corretto dare dell’ignorante

Sottoscrivo pienamente e pubblico contemporaneamente anche sul mio sito www.jadawin.info, su Hic Rhodus il 28 Giugno 2017 dc:

Perché è corretto dare dell’ignorante

di SignorSpok

Siamo talmente abituati ai benefici della civiltà da aver permesso a troppi di dimenticare da quanta conoscenza e disciplina essi dipendano. Si, la vita lunga, le cure mediche, l’acqua corrente, gli antibiotici, le auto, i viaggi intercontinentali, internet, la conoscenza disponibile gratis e persino i giochi sulle playstation: tutto questo è costato moltissimo alle migliori menti delle generazioni passate, ma sempre più persone non sanno o peggio combattono attivamente la conoscenza che gli permette di vivere, consentitemi l’espressione, molto al di sopra delle loro possibilità.

Per quale motivo? Perché la narrazione, ideologizzata e politicizzata, della realtà ha preso il posto della realtà stessa. Ce ne siamo occupati, en passant, 3 anni fa qui.

Da allora la situazione è molto peggiorata. I politici hanno spinto a fondo sulla ignoranza delle persone per presentare problemi (e non soluzioni) unicamente a fini di catturare un consenso ignorante (lo hanno fatto tutti, purtroppo, anche se ai vertici di questa pratica criminale ci sono M5S, Lega e partitini di estrema destra e sinistra). I cittadini hanno mostrato tutta la loro ignoranza (o mancanza di indignazione per l’ignoranza) nella vicenda dei vaccini. Si sono lette considerazioni fatte seriamente e lasciate pubbliche tali da far pensare che le persone che le hanno fatte dovrebbero, a tutela loro, ma soprattutto dei loro figli e della società, essere messe in condizioni di non nuocere a sè e agli altri (è recente un ottimo post di Burioni che pone le discussioni in proposito nella luce corretta, e un altro ottimo di MedBunker che tratta il tema delle bugie e della “libertà”).

Bene, è ora di dire esplicitamente che non esiste alcun diritto associato alla libertà di essere ignoranti. Ovvero, tu puoi essere ignorante a piacere, ma la conseguenza è che della tua opinione non si deve tener alcun conto, mai.

Non è democratico? C’è un problema. Ciò che è vero o falso non lo decide la gente, ma la scienza, con il metodo scientifico. Ci fosse una maggioranza schiacciante a decidere che la peste bubbonica rafforza il sistema immunitario, la peste bubbonica rimarrebbe una malattia spiacevolmente mortale. Ci fosse una maggioranza schiacciante che non capisce, o semplicemente nega (come oggi va di moda) i dati associati al cambiamento climatico, questa gente verrà lo stesso sgombrata da dove abita quando le conseguenze dello stesso devasteranno i luoghi dove abitano. Perché i fatti hanno la piacevolissima abitudine di fregarsene di quello che la gente CREDE: vanno avanti indifferenti nella loro realtà FISICA.

Veniamo dunque al punto centrale del problema. Esiste un diritto a fare del male agli altri e alla società nella quale si vive e della quale si godono i benefici perché si è ignoranti? Bene, la risposta è NO. Se sei ignorante, non hai alcun diritto di pensare che quello che ritieni giusto debba essere imposto agli altri, né che tu debba essere libero da vincoli per il fatto di godere di benefici che la tua ignoranza non comprende da dove vengano. Non si lede alcuna tua libertà semplicemente dandoti dell’ignorante: si enuncia un dato di fatto. È un orrendo residuo culturale della demagogia ideologica anni ’70 e decenni seguenti della sinistra, ripreso poi negli anni ’90 dalla destra e ora del M5S quello di disprezzare il sapere (i “professoroni”).

Dobbiamo quindi essere preda dei voleri di elite di “intellettuali” che non capiscono i bisogni della società civile (che orrore, magari borghesi)? E chi ci dice che faranno le cose giuste per noi? (questa domanda è deliziosa: suppone che “noi”, ignoranti, si sappia quali siano le cose giuste per “noi”, anzi si pretenda di imporle agli altri). Per finire, giustamente, come gli abitanti dell’isola di Pasqua: estinti. Molto interessante, anche nella sua conclusione, questo articolo di Jared Diamond).

C’è un modo sicuro per non essere preda di nessuno: studiare. Maggiore è la propria competenza, maggiore è la probabilità di capire, se non il sapere specialistico soggiacente ad una soluzione, l’evidenza della efficacia della soluzione e gli imbrogli evidenti presenti nelle “soluzioni alternative” (anche, qui, un termine vergognoso, coltivato dai giornalisti (una categoria tra le più ignoranti e prive di dignità: non esistono le “soluzioni alternative”, esistono risposte sbagliate, oppure opinioni non provate di una minoranza estrema di persone, senza alcuna dignità di rappresentanza equivalente o, infine, argomenti nei quali il dibattito scientifico è ancora aperto. Qualcuno, ovviamente non in Italia, comincia a porsi il problema).

Ma, si dirà, nessuno è in grado di avere conoscenza approfondita delle decine di materie necessarie per comprendere se un argomento è stato correttamente delineato dalla scienza. Questo è un punto centrale, quindi spendiamoci qualche parola. Proprio perché non si sta parlando di calcio (che sebbene sia uno sport non completamente banale, è oggetto di opinioni da parte di chiunque se ne occupi), gli argomenti davvero complessi sono fuori della portata di grandissima parte della popolazione. Questo significa che l’opinione di questa parte della popolazione non conta molto, anzi non conta affatto, ma NON significa che non si possano fare domande (una ottima iniziativa è quella del CICAP) ma attenzione: si deve essere in grado di riconoscere la validità delle prove, quindi, se un ignorante dice “per me queste non sono prove”, non esprime una opinione sensata, dice semplicemente che lui è troppo ignorante per capire anche il significato delle prove stesse. È una posizione, ahi lui, che va semplicemente ignorata, proprio al fine di proteggere lui stesso, e la società che lo mantiene in vita, dalla sua ignoranza.

Ma, si dirà, oggi le persone sono straordinariamente meno ignoranti del passato, grazie alla scuola dell’obbligo e alla percentuale dei laureati. Una considerazione così, senza pesarla, è molto pericolosa, per due motivi. Il primo è che il livello di conoscenze che oggi supporta il nostro livello di vita è straordinariamente più elevato che in passato (per fortuna), direi molto più elevato di quello medio molto stentatamente elargito dalla scuola post sessantottina, nella quale sono “todos caballeros”. Il secondo è che, grazie all’internet, ovvero proprio a una conquista della scienza, l’influenza degli ignoranti è enormemente aumentata, tanto che oggi spesso non sono gli ignoranti a dover giustificare la loro ignoranza, ma gli esperti a dover rispondere agli attacchi degli ignoranti.

Che i laureati abbiano poi le conoscenze adatte per discernere il vero dal falso in argomenti complessi è da dimostrare. La percentuale di laureati nella materie STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) è sempre stata molto bassa in Italia (una nazione dove ancora si fa la distinzione tra cultura e scienza, come se fosse possibile essere colti essendo delle perfette capre in scienze), all’interno di una situazione sociale dove i laureati tout court sono in larghissima minoranza rispetto ad equivalenti Paesi europei.

Schermata 2017-06-16 alle 17.20.27

Il futuro ci mostra un Paese inesistente dal punto di vista della comprensione e gestione dei fenomeni complessi, destinato quindi alla deriva, preda della disinformazione (la quale, attenzione, è molto ben gestita da gente molto preparata, volta ad usarla per i propri fini: un magnifico complotto):

CqiuZP-XYAAXSXJ

Cosa dobbiamo dedurne? Che è importante, sempre ed in ogni modo possibile, quando incontriamo un ignorante, fargli/le capire che lo è. “Lei è un ignorante” non è un insulto. È una necessaria forma di censura sociale, al fine di salvare la società stessa dai disastri che gli ignoranti vogliono. Non perché siano cattivi, proletari, sfortunati, onesti, etc.: perché sono ignoranti, e membri del più grande complotto contro la razza umana mai esistito. Essendo ignoranti, non sanno neppure questo.

1icd4b

Repetita iuvant. Sugli errori nello scrivere e come risolverli

Da Hic Rhodus 19 Aprile 2017 dc:

Repetita iuvant. Sugli errori nello scrivere e come risolverli

di Michelasan

Gli italiani scrivono. Scrivono tanto, scrivono molto più di una volta, scrivono tutti. E purtroppo, scrivono male.

Sintassi approssimativa, che spesso compromette la comprensione di un testo, errori morfologici (tempi e modi verbali scorretti, pronomi sbagliati, uso ‘creativo’ degli avverbi) e gli onnipresenti, inossidabili e irriducibili errori d’ortografia: così diffusi, fastidiosi, esecrabili ed esecrati.

Si notano di più perché siamo in tanti a scrivere, e ciò che scriviamo ha più visibilità, oppure perché siamo mediamente più ignoranti e commettiamo più errori di un tempo? Di chi è colpa: della scuola o dei social media e della tecnologia digitale? E soprattutto: è possibile porvi rimedio? O conviene piuttosto rassegnarsi alla loro diffusione e sperare che le grammatiche li accolgano e li legittimino come inevitabili mutamenti linguistici?

Che la correttezza della lingua italiana scritta stia subendo una diffusa corrosione è sotto gli occhi di tutti, e da più parti si cerca di reagire: il manifesto dei 600 docenti universitari è solo l’ultimo dei disperati appelli che da più parti si lanciano per cercare di salvare la lingua italiana dallo scempio che ne fanno le nuove generazioni; e non solo loro: nel mirino ci sono sempre più giornalisti e speaker televisivi, politici e insegnanti, proprio coloro da cui ci aspetteremmo un esempio del corretto uso del nostro bel idioma.

tfi0hr6t01-bart-simpson-scrive-alla-lavagna-chi-e-causa-del-suo-mal-pianga-se-stesso_aPer quanto riguarda l’italiano parlato ci si batte per salvare il congiuntivo dall’estinzione, contro l’uso indiscriminato degli inglesismi, del ‘piuttosto che’ con valore disgiuntivo, e così via a difendere la nostra lingua dai quotidiani oltraggi che gli italiani perpetrano ai suoi danni; mentre sul fronte dell’italiano scritto (quando distinguiamo l’italiano scritto dal parlato, trattiamo di due lingue diverse) è l’ortografia che perde i pezzi: nessuno sa più scrivere un monosillabo accentato o una locuzione avverbiale o preposizionale corretti; i pò, i fù, gli apparte, i qual’è, le scielte e le coscenze si sprecano.

E tutto ciò è amplificato dal fatto che mai come oggi l’essere umano ‘scrive’. Nell’era digitale e dei social è enorme il numero di persone che hanno l’opportunità, oltre alla necessità, di scrivere, di esternare la propria opinione, o semplicemente di comunicare con altri esseri umani mediante la scrittura.

Diviene più evidente quindi anche l’errore ortografico; in Italia a metà del secolo scorso era ancora abbastanza diffuso l’analfabetismo (ancora nel 1981, dati del censimento della popolazione italiana, gli analfabeti erano il 3,5 %) (Tullio De Mauro, Guida all’uso delle parole, Editori Riuniti, 2003); l’obbligo scolastico si fermava alla licenza elementare (la scuola media diventa obbligatoria nel 1962) e alla maggioranza degli italiani adulti capitava rarissimamente di dover scrivere qualcosa; non sappiamo se con errori ortografici più o meno frequenti degli attuali, ma difficilmente il nostro scritto avrebbe avuto la visibilità che ottiene oggi.

Significativo è inoltre il fatto che la sanzione sociale dell’errore di ortografia sia una delle forme di riprovazione che meno tolleriamo, memori di vergogne e derisioni subite ai tempi della scuola. Non escludo un pizzico di desiderio di rivalsa in molti dei cosiddetti ‘grammar nazi’, desiderosi di calcare sulle teste altrui il cappello a cono ornato di orecchie d’asino che li terrorizzava da scolaretti. Come ricorda Luca Serianni a proposito dell’ortografia,

pur non rappresentando una delle abilità linguistiche fondamentali, espone chi non la domina a una forte sanzione sociale.

Le radici della disortografia diffusa vengono fatte risalire da molti all’utilizzo delle abbreviazioni negli sms, e tuttavia mi sento in dovere di scagionarle: ben vengano le abbreviazioni, invece, che hanno un passato glorioso che risale ai latini, ed il pregio di essere utilissime quando si prendono appunti oppure quando è richiesta rapidità di comunicazione. Anche se potremmo disquisire a lungo sulla reale necessità di rincorrere la velocità esasperata (e francamente ridicola se si considera il tempo risparmiato scrivendo ‘nn’ invece di ‘non’), le abbreviazioni vengono memorizzate come tali e possono tranquillamente sopravvivere affiancate alle parole scritte per esteso correttamente, senza influenzarle se non in modo marginale. Si tratta di un codice diverso, che solo per pigrizia e disattenzione viene utilizzato, da scolari poco attenti, anche nella produzione scritta scolastica così come da adulti frettolosi; questo codice viene percepito come tale e utilizzato nelle comunicazioni indipendentemente dalla lingua impiegata per scrivere un testo formale. Un esempio: le abbreviazioni più ricorrenti (tvtb, xké, cmq, xò, ecc.) quasi mai danno origine, quando scritte per esteso, agli errori di ortografia più diffusi.

errori-20La produzione della lingua scritta è la più complicata delle quattro abilità linguistiche (parlare, leggere, ascoltare e scrivere): si impara a scuola, e tuttavia le scuole elementari non sono sufficienti per sviluppare una competenza di scrittura adeguata alle molteplici esigenze della vita adulta. Ciò che noi scriviamo è frutto di abilità sviluppate mediante l’elaborazione personale di un procedimento di scrittura che si perfeziona nel corso della scuola dell’obbligo (che dura dieci anni). Si tratta di una competenza di difficile acquisizione, alla quale mi piacerebbe dedicare un altro articolo in futuro.

Ma se imparare a scrivere comprende l’uso corretto della sintassi e della grammatica in genere, credo sia utile trattare separatamente gli errori di ortografia da quelli morfosintattici, che sono ben più gravi e che spesso, come ho già detto, compromettono la comprensione stessa del testo prodotto. Imparare la corretta grafia delle parole avviene in modo relativamente semplice (se non vi sono problemi come ad esempio la dislessia, la cui incidenza tuttavia è abbastanza rara nella popolazione).

L’ortografia è legata al primo approccio con la lingua scritta e la si acquisisce nei primi anni della scuola elementare, addirittura già nella scuola dell’infanzia, per cui il rigore con cui gli insegnanti danno quello che potrei definire l’imprinting ortografico è fondamentale. Non è dunque trascurabile ciò che recentemente è emerso, in occasione del concorso per il reclutamento degli insegnanti, e cioè che nemmeno la metà dei candidati abbia superato le prove selettive: i nostri insegnanti (dato che chi non ha superato la prova continuerà comunque ad insegnare come supplente) sono ignoranti e commettono anch’essi errori di ortografia (Zecchi, Zunino e Stella per approfondire).

Fortunatamente però si imparano sempre nuovi vocaboli mano a mano che si diventa lettori più esperti. Sempre che lo si diventi. Perché è proprio la lettura la fonte primaria di apprendimento della corretta grafia di una lingua, e quanto maggiore è la frequenza di lettura di una parola, tanto più significativo sarà l’effetto sulla memoria. Nel bene e nel male, come vedremo.

Quindi gli errori di ortografia così diffusi potrebbero essere la spia della sempre più scarsa propensione alla lettura dell’italiano medio, realtà confermata dai dati sulle vendite di libri e quotidiani che sono in costante e preoccupante diminuzione (qui i dati ISTAT).

Tuttavia, per capire le origini del fenomeno della disortografia diffusa, credo sia utile focalizzare l’attenzione sulle nuove generazioni, soprattutto sugli adolescenti che stanno ancora frequentando la scuola e che quindi, a differenza degli adulti che possono essere vittime del noto fenomeno dell’analfabetismo di ritorno, sono ancora immersi in un mondo di sollecitazioni linguistiche molteplici, con la lettura come elemento decisivo; i libri, per gli alunni di una scuola secondaria inferiore o superiore, sono ancora il pane quotidiano. Inoltre è la fascia d’età tra gli 11 e i 14 anni quella in cui attualmente, su tutta la popolazione italiana, si legge di più (idem).

Perché dunque anche i ragazzini in età scolare commettono tutti quegli errori di ortografia che tanto deprechiamo negli adulti? Non sto analizzando la situazione degli alunni delle scuole elementari, poiché loro si trovano ancora nella fase di acquisizione, impegnati nei primi tentativi di riproduzione grafica e sintattica, in cui interferiscono altri fattori che possono compromettere la correttezza degli elaborati. E qui è basilare l’intervento correttivo dell’insegnante, argomento scabroso che riprenderò più avanti.

Parlo invece della fascia intermedia, degli adolescenti dagli 11 ai 14 anni, coloro i quali oltre ad aver già frequentato le aule scolastiche per cinque anni, cominciano anche ad attuare la riflessione sulla lingua, l’elaborazione più sofisticata di modelli di scrittura; ragazzi che interagiscono in differenti modalità di scrittura usufruendo di diverse fonti di acquisizione dei dati.

La mia ipotesi, avvalorata da una seppur limitata sperimentazione sul campo, è che ci siano almeno tre elementi decisivi e controproducenti per un uso corretto della lingua, quasi una serie di interferenze negli input linguistici.

c3d9d17a-2b96-11e4-bf0e-20cf300687d7_500_375Innanzitutto i libri, testi stampati soggetti ad un controllo ortografico abbastanza efficace (i refusi di stampa sono praticamente ininfluenti), che non sono più l’unica fonte dalla quale il cervello in formazione degli alunni acquisisce la forma delle parole, la loro corretta grafia, memorizzandola poi per gli usi futuri. Le applicazioni come whatsapp, la rete Internet, i social network, utilizzano la lingua scritta per comunicare, come mai prima d’ora. Ma chi scrive in rete o sui social producendo e facendo circolare questi testi? Praticamente tutti, sia che si tratti di produttori di testi esperti in grado di scrivere in un italiano corretto, sia che si tratti di altri ragazzini, oppure di adulti che trascurano la lingua, magari i cosiddetti analfabeti funzionali.

In secondo luogo: leggere non basta. Osservare le parole più e più volte durante la lettura di un testo non è sufficiente: la memorizzazione avviene quando alla visualizzazione segue il gesto della scrittura, ed è importante l’azione della mano che impugna lo strumento di scrittura. Gli scolari tuttavia scrivono sempre meno, digitano perlopiù, e quando lo fanno spesso usano lo stampatello minuscolo o maiuscolo che non ha la stessa efficacia del corsivo. Studi recenti confermano l’efficacia della scrittura a mano in corsivo per lo sviluppo delle funzioni cerebrali nei bambini: non è una buona idea abbandonare la scrittura manuale in corsivo, come hanno già fatto alcuni paesi nel mondo a causa del dilagare della scrittura su tastiera (approfondimenti QUI e QUI).

Un terzo aspetto da non sottovalutare riguarda il supporto sul quale le parole vengono visualizzate: si tratta di uno schermo luminoso, colorato, innegabilmente dall’impatto più significativo dal punto di vista mnemonico. Ed è di importanza fondamentale poiché se la comunicazione scritta è associata ad aspetti emozionali ed affettivi ciò rende la memorizzazione nettamente più efficace (alcune interessanti slide di corsi QUI).

Se poi volessimo analizzare la frequenza con cui il cervello legge una parola (memorizzandone la grafia), e se l’abbia incontrata più volte sulle pagine di un libro o su di uno schermo digitale, il conto è presto fatto: lo schermo digitale, soprattutto per quanto riguarda parole e locuzioni di uso più frequente, batte senz’altro il libro o altri supporti cartacei. È un problema di fonti, ed è evidente quindi come i ragazzi che stanno ancora acquisendo nuovi vocaboli da immagazzinare nella propria memoria a lungo termine, siano fortemente influenzati dalla scarsa qualità degli input: la scorrettezza ortografica degli scriventi, che sono altri ragazzini o adulti poco avvertiti, come già detto.

Non si spiegherebbe altrimenti come mai ci sia confusione negli alunni della scuola secondaria, così freschi nell’apprendimento della lingua eppure così soggetti a frequenti errori, senz’altro più di quanto ci si aspetterebbe.

Senza titolo2Esistono soluzioni o dobbiamo rassegnarci?

Naturalmente nell’opera di “rieducazione” la scuola ha un ruolo fondamentale, a cui tuttavia pare aver rinunciato da tempo. Mi spiego: come già accennato sopra, gli insegnanti, durante la fase di acquisizione e anche oltre, hanno il compito di correggere l’errore ed adottare tecniche in grado di cancellare l’informazione errata sostituendola con quella corretta. I segni rossi e blu sui quaderni dei bambini della scuola elementare e media hanno avuto da sempre questo scopo. Ma negli ultimi decenni hanno assunto una connotazione punitiva e proprio per questo sono stati abbandonati perché considerati deleteri per la crescita dell’autostima degli alunni, per la formazione di un carattere equilibrato nei bambini. Moltissimi insegnanti e genitori, sulla scorta delle idee diffuse dai grandi pedagoghi dell’era della libertà educativa (dall’americano dott. Spock all’italiano Marcello Bernardi), hanno confuso le punizioni con la sottolineatura dell’errore e conseguente correzione. Addirittura molti genitori, che abbracciano tesi di cui forse non hanno approfondito bene presupposti e conseguenze, in caso di difficoltà ortografiche e di disgrafia chiedono agli insegnanti (e in questo sono supportati da psicologi e logopedisti!) di non sottolineare gli errori ortografici dei figli. Il timore dei genitori è che il figlio, umiliato dal segno rosso sul proprio elaborato, acquisisca un senso di inadeguatezza che poi si ripercuoterebbe negativamente anche nei comportamenti della vita di relazione e nello svolgimento dei più diversi compiti quotidiani, compromettendone la crescita sana e serena.

Niente di più sbagliato, a mio parere: una cosa è l’errore ortografico, e la sua correzione, un’altra è il comportamento e la sanzione dello stesso, che può, se mal condotto, ottenere gli effetti di cui sopra così temuti. Tuttavia, anche se molti insegnanti sono consapevoli di questo malinteso di fondo, piuttosto che trovarsi a dover combattere battaglie perse in partenza con agguerriti genitori, timorosi che si leda la “libertà” dei figli di crescere liberi appunto, e quindi sani (binomio tutto da dimostrare, come ben sappiamo visti i disastri educativi delle ultime generazioni) hanno deciso di rinunciare ad evidenziare gli errori di ortografia considerandoli un male minore, tollerandoli e sperando che con il tempo si correggano da soli.

Cosa che tutta via non succederà mai, poiché il cervello non farà altro che consolidare l’errore ripetendolo ed immagazzinando la forma grafica scorretta.

errori-grammaticaliPerché dunque non rivalutare i vecchi metodi? Perché pur non conoscendo le funzionalità del nostro cervello come le conosciamo oggi grazie ai progressi delle neuroscienze, gli antichi maestri sapevano che repetita iuvant.

Che cosa meglio della scrittura ripetuta 20 o 30 volte di una parola consente di correggere l’errore e non ripeterlo in futuro?

Oggi noi conosciamo come il cervello crei una sorta di “solco” percorrendo più e più volte la strada lastricata dagli errori ortografici, ed è proprio per questo che bisogna correggere il percorso sbagliato con la ripetizione meccanica della parola corretta. È divertente un esperimento che sono solita fare con gli alunni in classe: il semplice dettato di un testo contenente un assortimento dei più frequenti sbagli. Segue la correzione e una pioggia di pessimi voti. Sì, proprio pessimi voti, perché nulla come le emozioni, positive o negative, aiutano il cervello a ricordare le esperienze. Quindi una bella sessione di lavoro in cui gli alunni (non importa se hanno 11 o 14 anni) devono scrivere 30 volte ciascuna parola, finalmente corretta. Lamentele e mormorii di disapprovazione per una pratica percepita come inutile ed antiquata, vengono rapidamente sostituite dallo stupore dato dall’esito di un successivo dettato, a sorpresa qualche tempo dopo, in cui gli errori precedenti sono stati sanati ed i voti sono ampiamente positivi.

Del resto non capita forse a tutti noi, a volte, un’indecisione sulla corretta grafia di un termine (anche in lingua straniera)? Capita. È normale, visto l’affollamento di dati cui siamo quotidianamente sottoposti e l’interferenza degli errori che sempre più spesso siamo costretti a leggere sugli scritti altrui. E che cosa si può fare per aiutare il nostro povero cervello, così carico di informazioni e a volte così stanco? Si scrivono entrambe le versioni sulle quali si è in dubbio e automaticamente il nostro cervello riconoscerà quella giusta per averla confrontata con il modello, contenuto nel magazzino di memoria personale, dove la corretta grafia è stata scolpita dalle innumerevoli volte in cui se ne è visualizzata la forma corretta.

Credetemi: la conferma di quanto sia potente l’input negativo quando viene reiterato innumerevoli volte (tanto quanto l’input positivo del resto) mi viene dopo una sessione di correzione degli elaborati dei miei alunni: dopo qualche decina di apparte, avvolte, fù, stò, pò e qual’è comincio ad avere dei dubbi anch’io…

La famiglia innaturale (e gli equivoci del relativismo)

Da Hic Rhodus 24 Febbraio 2017 dc:

La famiglia innaturale (e gli equivoci del relativismo)

di Bezzicante

In questo post intendo precisare concetti importanti che ho trattato molte volte in maniera troppo essenziale (tutto sommato questo è solo un blog!). Prima di tutto parlerò di famiglia “naturale”, un concetto sciocco e sbagliato di cui si riempie la bocca la destra ottusa e la religione dogmatica. E probabilmente moltissimi altri semplicemente poco informati e radicati in pre-concetti senza basi scientifiche assunti come a priori per tradizione, comodità, artificio retorico e via discorrendo. Dovrò poi precisare qualcosa sul relativismo culturale, per ragioni che diverranno chiare leggendo. Il mio punto di vista è piuttosto noto ai lettori di HR per averlo esposto non poche volte:

Sulla famiglia rimando a La morte della famiglia, dove confrontavo la morale familiare della dottrina cattolica con la realtà sociologica che mostra famiglie problematiche, separate o addirittura violente (ora invece assumeremo una prospettiva antropologica che là mancava).

Del relativismo, oltre a utilizzarne il concetto qua e là, ho parlato specificatamente in Verità e relativismo a partire sostanzialmente dall’impossibilità di stabilire una verità assoluta. Il ‘relativismo’ era quindi inteso in forma minore, limitata, come antagonista positiva di una verità pretesa ma raggiunta solo come forzatura. Ora invece chiarirò meglio il concetto mostrandone dei necessari vincoli.

Perché abbia scritto un post unico dove trattare due questioni così importanti nasce casualmente dal coincidere di due fatti:

relativasdfghj4567

Vi prego di non considerare il merito della questione posta dalla commentatrice, non ha importanza se siete d’accordo o no sulla questione figli; mi ha colpito l’accusa di relativismo cieco, di relativismo demagogico, che potrebbe finire coll’accettare qualunque cosa, anche sbagliata. Sbagliata; da che punto di vista? Ecco il nesso fra tutte le questioni poste fin qui a premessa: accetto qualunque forma di famiglia perché non esiste quella “naturale”, ma condanno l’infibulazione perché violentemente contraria ai principi della società in cui vivo. C’è una (apparente) contraddizione, e la devo sciogliere.

Partiamo dall’aggettivo naturale riferito alla famiglia. |Naturale| ha varie sfumature di significato, da “secondo natura” (chiamiamolo significato duro) a “spontaneo, non affettato” (significato morbido). Ebbene l’idea di una famiglia naturale di un uomo più una donna che hanno figli non ha giustificazione in alcuno dei due significati estremi segnalati. Neppure il primo, che può apparire il più ovvio e indiscutibile, per la semplice ragione che la famiglia è un concetto sociale, e non biologico. Ovvio quindi che per riprodursi serva lo spermatozoo maschile e l’ovulo femminile, come in tutti i mammiferi (e non solo) alla cui classe appartiene anche l’umanità, ma questo fatto biologico ha conseguenze sociali differenti nelle varie specie e, nell’uomo, differenze sociali e culturali differenti nel tempo e nello spazio. I lupi sono solitamente monogami per tutta la vita come molti altri animali di classi differenti; ma sono minoranze perché nel regno animale è assai più diffusa la poligamia, generalmente maschile ma a volte anche femminile (fonte). Alla natura non importa un fico secco degli eventuali drammi sentimentali degli individui di ciascuna specie; le interessa che siano messe in atto strategie riproduttive efficaci, che sono diverse a secondo delle abilità delle specie, delle condizioni naturali in cui vivono, dei vincoli biologici che hanno. La strategia riproduttiva della specie umana è simile a quella dei lupi: vivere in branco, accoppiarsi e dividersi il lavoro sociale: la donna partorisce, ha scarsa mobilità e quindi raccoglie cibo e alleva piccoli animali; l’uomo difende la femmina e la prole e va a caccia. Il gruppo si sostiene e difende i suoi membri.

Questa è la parte “naturale”, oltre la quale, e anzi sopra la quale, si sono eretti millenni di cultura, che è ciò che ci differenzia dalle altre specie (anche se elementi rudimentali che si potrebbero definire culturali sono stati registrati in alcuni mammiferi superiori). Il fatto di accoppiarsi per riprodursi non costituisce una “famiglia” ma risponde solo a necessità biologiche. Tant’è vero che ci sono molte ipotesi su cosa e come sia accaduto che da pura ricerca della femmina per copulare e riprodursi, la specie umana degli albori sia giunta a costruire un’elaborata sovrastruttura culturale, quindi simbolica, che nel caso in questione riguarda le parentele, inclusi i suoi obblighi e divieti (per esempio il divieto dell’incesto), mentre in altri ambiti riguarda religione, arte, linguaggio, manifattura e miriadi di altri comportamenti, ciascuno dei quali soggetto a norme, credenze, riti. Prendete il lemma ‘famiglia’ nell’Enciclopedia Treccani e vedrete che la definizione recita:

Istituzione fondamentale in ogni società umana, attraverso la quale la società stessa si riproduce e perpetua, sia sul piano biologico, sia su quello culturale. Le funzioni proprie della f. comprendono il soddisfacimento degli istinti sessuali e dell’affettività, la procreazione, l’allevamento, l’educazione e la socializzazione dei figli, la produzione e il consumo dei beni. Tuttavia, malgrado la sua universalità, la f. assume nei diversi contesti sociali e culturali una straordinaria varietà di forme, sì da rendere problematico individuare un tratto distintivo che la caratterizzi in ogni circostanza [evidenze mie].

Il fatto che la famiglia intesa come uomo + donna + loro figli sia la più diffusa ha ovviamente un significato non trascurabile, ma tale significato affonda nella storia dell’evoluzione della specie umana, nelle strategie relazionali e riproduttive che abbiamo in comune coi lupi (ma se volete cercare un’ipotesi antropologica estremamente più sofisticata e suggestiva leggete Il tabù dell’incesto di Fabio Ceccarelli; qualche vecchia copia si trova ancora on line, vi garantisco che non vi pentirete dell’acquisto). È solo il livello simbolico dell’uomo culturale che dà, a un certo punto, un significato alle relazioni di parentela, e quindi a quella relazione primaria che chiamiamo famiglia, organizzandola in forma assai differente da luogo a luogo, come racconta sommariamente anche Vincenzo Matera nell’articolo menzionato e linkato all’inizio di questo post.

diversi-tipi-di-famiglie-set_23-2147530066.jpg

Come relativista – e ci avviamo al secondo argomento – sostengo che non c’è una famiglia superiore all’altra, che qualcuna è giusta e altre sbagliate. Tutte le bizzarre varianti citate da Matera sono parimenti “naturali” quanto la nostra o meglio, per essere chiari: tutte innaturali (= non secondo natura) ma piuttosto culturali e quindi sociali. In questo senso per me sono tutte accettabili nel loro contesto; non mi sognerei di fare come i missionari dell’Ottocento che obbligavano i selvaggi a coprire le vergogne, sposarsi cristianamente e vivere infelici. La conseguenza del mio ragionamento è che, evidentemente, ogni persona maggiorenne può accoppiarsi con chi crede, nei modi che reputa più soddisfacenti, adempiendo riti propiziatori oppure no. Tradotto: se (uomo) volete sposatevi in bianco con la vostra compagna di scuola va bene, se preferite sposatevi in nero col vostro compagno, oppure convivete, oppure restate single e cercate molteplicità di rapporti o altro ancora, va bene lo stesso, fate quello che vi pare perché l’amore è essenziale ma non codificabile. E che esistano leggi che impediscano questa completa libertà (fra adulti) mi sembra profondamente sbagliato.

Perché allora non sono altrettanto relativista con l’infibulazione? Anche qui si tratta di cultura e certamente posso essere relativista sotto il profilo della comprensione antropologica; vale a dire che posso dare un’interpretazione di questo meccanismo, capirne la funzione locale. Ma proprio questo tentativo di comprensione mi porta a vedere violenza, sopraffazione, intimidazione, sottomissione di genere. Non vedo amore. Non vedo necessità sociali se non quelle del dominio maschile e della paura verso la femmina e il suo corpo (di questa paura ho scritto QUI). Qui il relativismo si deve fermare per dare luogo a una scelta: o qualunque valore è lecito (la violenza dell’infibulazione perché in quei posti si fa da secoli, ma anche allora la violenza della pedofilia perché si è sempre praticata, ma anche l’uccisione di eretici perché, si capisce, ognuno ha diritto di dare risposta al proprio dio…) o qualche valore non lo è. Non lo è per noi, e in quel momento in cui lo concepiamo segnaliamo una differenza e, implicitamente, una superiorità. Ebbene sì. Una superiorità c’è fra chi ha cercato di salire sulla pianta della tolleranza e chi è rimasto nella savana della violenza. L’Occidente, con mille difficoltà e tuttora in maniera incerta, è incamminata nel sentiero dell’inclusione e dell’uguaglianza; abbiamo combattuto e siamo morti per secoli per arrivare agli incerti e parziali risultati di oggi, e un lungo cammino ancora ci attende. Ma, per esempio, il corpo non va violato; il minore non va torturato e abusato; le donne non devono subire violenza e cattività; lo straniero non deve essere considerato nemico; il povero e il malato vanno soccorsi; le opinioni vanno rispettate… L’infibulazione – che posso capire come studioso – è da combattere come cittadini liberi che vogliono garantire la libertà altrui dalla violenza. Ma allora anche il niqab (velo integrale) e il burkini stridono coi valori occidentali. Non feriscono il corpo, e moltissime musulmane dichiarano di indossarli per loro scelta, ma ci sono moltissime ragioni per credere che non sia così e molti autori musulmani non radicali che possono spiegare come il velo integrale sia esattamente una forma di costrizione, che diviene fatto culturale diffuso, utilizzato come strategia radicale e quindi da combattere (ne scrive molto e con competenza Sherif El Sebaie su Panorama e nel suo profilo Facebook).

donne-in-siria-600x450

Il relativismo intelligente, in conclusione, dice a tutto ciò che riguarda comportamenti individuali o di gruppo consenzienti, liberi, che non danneggiano fisicamente, economicamente, socialmente e psicologicamente nessuna persona: vestirsi come a ciascuno pare, credere o non credere in una qualsiasi trascendenza, mangiare carne o essere vegani, far l’amore in tutti i modi e forme possibili, farsi seppellire dal prete o farsi cremare, decidere di porre fine alla propria vita se si vuole, cacciare e poetare. Il nostro relativismo arretra invece verso ogni violenza e sopraffazione specie e soprattutto se collettivamente sostenuta da ideologie, credenze, religioni che tendono ad annichilire la ragione critica, trasformando la violenza in tradizione, in volere di dio, in imposizione sociale.

Nota mia: vestirsi come a ciascuno pare proprio no, perché il velo, ad esempio, in tutte le sue fogge e varianti, cristiane o islamiche o indù, è chiaramente oppressione della donna in quanto concepita come immonda, peccatrice e tentatrice. No, caro Bezzicante, tutto il tuo ragionamento di cui sopra, condivisibile, si infrange proprio qui. E se poi vogliamo continuare, c’è il berretto girato, la cresta sulla testa, i tatuaggi dappertutto, le calze corte rifiutate ma sostituite dal fantasmino purchè non si veda: tutte forme di moda e di stupidità (e i due aspetti sono, spesso, equivalenti)

Jàdawin di Atheia

Il filosofo dolente e la ragnatela delle fallacie

Da Hic Rhodus https://ilsaltodirodi.com/ 27 Febbraio 2017 dc (con correzione mia della punteggiatura):

Il filosofo dolente e la ragnatela delle fallacie

di Bezzicante

Non si è ancora visto un filosofo / tollerare con pazienza il mal di denti, / per quanto prima scrivesse parole divine / e disprezzasse il caso e la sofferenza. (William Shakespeare, Molto rumore per nulla)

Ho letto per caso due testi divertenti di Diego Fusaro, filosofo che ha un blog su  il Fatto Quotidiano. I testi riguardano la cosiddetta teoria gender e i vari corollari (identità sessuale e via discorrendo), nel merito dei quali temi i nostri lettori sanno già benissimo come la pensiamo. Quello di cui voglio discutere qui, invece, è la retorica fusariana, vale a dire come ha sviluppato le sue tesi il Nostro. Tratterò quindi di linguaggio e logica, non di società, economia, sessualità e via discorrendo, e sarò un pochino lungo nell’articolazione del discorso perché vale veramente la pena studiare i meccanismi della comunicazione, l’arte del convincimento, l’uso di sillogismi ingannevoli e di fallacie logiche nascoste. È necessario che dichiari subito che non ho nulla contro Fusaro, che utilizzo solo come esempio alto di prosa ingannevole e di argomentazioni viziate da fallacie, quindi non discuterò nel merito ciò che afferma nei due post ma esclusivamente il modo in cui lo fa. I due testi – che ovviamente sarebbe utile leggere per comprendere le mie argomentazioni – sono questo (testo 1) e questo (testo 2).

photo

E comunque vi faccio un breve riassunto: nel testo 1 Fusaro tratta dell’eccessivo interesse verso i transgender, e sostiene che quella che lui chiama deregulation sessuale altro non è che un aspetto della mercificazione della sessualità indotta dal neoliberismo (ovvero sul versante culturale di ciò che il neoliberismo induce sul versante economico). Essendo stato criticato dai lettori, Fusaro torna sull’argomento nel testo 2, cercando di chiarire il medesimo punto di vista come “leggi del capitale” che vuole individui unisex perché manipolabili.

Perché il testo (1+2) non è convincente? Perché è condito di quelle stesse fallacie logiche che il Filosofo combatte (per esempio nella sua conclusione al testo 2), e che adesso cercherò di mostrare. Prendendo come pretesto una dichiarazione di Grillo bollata come omofoba, il Filosofo pone la domanda retorica fondamentale che poi si assume l’onere di argomentare. La domanda retorica è la seguente:

Perché l’ordine del discorso mediatico, televisivo, accademico e giornalistico ha scelto da tempo di santificare la figura del transgender? (testo 1)

Tutto ciò che segue (riassunto sopra) acquista rilievo solo e in quanto la domanda viene posta in questo modo. Se Fusaro non ponesse il problema in forma di asserzione presupposta (una delle fallacie logiche principali) non avrebbe avuto materia per occuparsi di sessualità e di gender, per capirsi: chi diavolo ha detto che “l’ordine del discorso mediatico” (che ordine sarebbe? Boh!) “ha scelto da tempo di santificare la figura del transgender”? Io leggo parecchi quotidiani ogni giorno, riviste, rapporti istituzionali, documenti pubblici, oltre ovviamente a tv e altro, ma non mi pare che si tratti così ossessivamente di transgender, né tantomeno che si sia tentato di “santificarlo” (altro uso retorico, in questo caso si chiama iperbole e consiste nell’esagerare un concetto per drammatizzarne – in questo caso – l’impatto sul lettore). L’incipit del Filosofo è quindi adatto a creare un’aspettativa nel lettore a partite da una premessa non discussa, un po’ come se io scrivessi: “Perché Fusaro, che pure si definisce “filosofo”, ignora completamente le fallacie logiche?”.

Immediatamente sotto la precedente domanda retorica il Filosofo anticipa la sua risposta:

Proprio come, sul côté [= in italiano: versante, lato] economico, il liberismo aspira ad abbattere il limite politico statale, così, sul versante sessuale, mira a dissolvere il concetto stesso di limite naturale, dissolvendo l’idea di una natura non risolta integralmente nella società e nella storia. Il mito neoliberistico del transnazionale si ridispone, nell’ambito della sessualità, nell’elogio mediatico permanente della figura del transgender, ossia di colui che ha varcato ogni confine, ogni limite e ogni frontiera naturale, ogni residuo della tradizione storica

Un’altra bellissima fallacia logica! Le prime due righe fanno riferimento a quella definita “falsa causa“: dato l’asserto A (il liberismo aspira ad abbattere il limite politico statale) e l’asserto B (precedente affermazione circa la santificazione del transgender), che godono – in maniera implicita nel ragionamento di Fusaro – di contemporaneità temporale, ecco allora che c’è una correlazione fra A e B, anzi una causalità A → B. Ma chi l’ha detto? Chi l’avrebbe dimostrato? In che maniera il liberismo sarebbe causa, sul “côté” sessuale, della transessualità? La formulazione retorica del Filosofo, come vedete, la dà per scontata, non la pone in discussione ma la asserisce costituendo, con ciò un a priori determinante. Attenzione che gli a priori uccidono sul nascere qualunque argomentazione: la religione, per esempio, costruisce impalcature argomentative tutte sostenute dall’aprioristica credenza in Dio (non sto discutendo l’esistenza di dio che, in quanto concetto trascendente, ovviamente è esonerato dalle logiche inferenziali umane, segnalo solo che senza l’a priori dell’esistenza di dio, tutte le conseguenze, inferno e paradiso, colpa e giudizio, etc. non avrebbero più senso), il razzismo si sostiene sull’idea aprioristica (non discussa, non argomentata e dimostrata, data come certezza ab ovo) dell’inferiorità di altre razze. L’a priori di Fusaro riguarda il nesso fra neoliberismo e tolleranza (anzi: santificazione) del gender.

(Nota mia: è ugualmente biasimevole l’uso di termini stranieri che i più non capiscono, sia da parte di Fusaro che di Bezzicante che lo critica. Per la stessa ragione non riproduco l’interessante illustrazione piena di testo, tutto in inglese!)

Tutto, assolutamente tutto ciò che segue nel testo di Fusaro, è una ripetizione di questo medesimo asserto, semmai con gustose invenzioni linguistiche:

Nel quadro del fiorire delle nuove categorie promosse dai gender studies, ove il transgender si pone come variante sessuale del migrante e il queer del precario (sempre testo 1).

O con citazioni completamente fuori luogo come Justine di De Sade:

Quello animante l’ideologia gender come teoria sessuale corrispondente alla precarizzazione delle identità coincide, dunque, con il sogno di De Sade, espresso nelle pagine della Nouvelle Justine (1797): “L’impossibilité d’outrager la nature est, selon moi, le plus grand supplice de l’homme”. In tale sogno si riflette il nichilismo della forma merce, con la sua segreta teleologia della violazione di tutto ciò che può essere violato e dell’oltrepassamento di ogni misura.

Ammesso che capiate il lessico inutilmente complicato del Filosofo, la citazione di Sade è fuori luogo e contraddittoria. A parte il piccolo errore di Fusaro nell’edizione del volume, Justine è una disperata e comica critica al moralismo borghese dell’epoca, alla religione anche “laica” di Voltaire, e al convenzionalismo imperante. Nulla a che fare col tema trattato di Fusaro ma, principalmente, è una citazione fuori luogo perché se fosse vera la tesi che è il neoliberismo la causa di tutto, non si capisce come De Sade possa essere pertinente essendo vissuto alla fine del diciottesimo secolo e avendo scritto – semmai criticando – contro la morale borghese, non neoliberista. Anche questo, comunque, è un vecchio trucco: come scrive Bauman, la filosofia moderna è più liquefatta che liquida e dobbiamo tenercela così com’è. Che poi Bauman abbia veramente scritto esattamente questa frase oppure no, in forma pertinente a quanto sto affermando o no, è lasciato alla cultura enciclopedica dei lettori e alla loro voglia imperiosa di andarsi a leggere Bauman e suoi esegeti.

Al Fusaro non sono piaciuti i commenti (lo capisco, alla sua età ero anch’io piuttosto permaloso) ed è tornato sull’argomento col testo 2. Dopo averne fatta una questione di Stato (non ho letto tutte le critiche, solo alcune e piuttosto civili, in ogni caso: chi scrive su un blog ne paga sempre lo scotto e non sta a lamentarsi), dopo una lunga lamentazione iniziale, il Filosofo cerca di argomentare e cade malamente sulla buccia dell’analisi storica chiedendosi (retoricamente, s’intende):

perché il capitalismo negli anni Cinquanta osannava la figura del padre di famiglia (spesso autoritario e maschilista) e oggi invece il nuovo modello diventa quello del transgender? Cosa è capitato? A quali mutamenti è andato incontro il quadro complessivo dei rapporti di forza e delle super-strutture del blocco storico capitalistico?

Fermo restando (come detto sopra) che non trovo da nessuna parte un “modello transgender”, e che è errato basare l’analisi su tali presupposti, è proprio l’analisi storica che mostra molteplici forme di sessualità e di relazioni affettive, e di famiglia, scorrendo i secoli e i luoghi (ne ho parlato da poco QUI). Queste forme di sessualità, che sono una sottospecie di relazione sociale, non sono necessariamente legate all’organizzazione economica, come sembra sostenere il Fusaro. Economia, relazioni sociali, linguaggio, arte etc. sono sottoinsiemi culturali strettamente legati fra loro e interdipendenti, e non soggiacciono imperativamente all’assetto economico, come un marxismo ingenuo può indurre a credere. La complessità delle relazioni fra quelli che ho sbrigativamente definito ‘sottoinsiemi’, che nel Marx originario costituivano la “sovrastruttura”, non subiscono passivamente la forza deterministica della “struttura” (economica) e, fra i due piani, esistono intense relazioni e retroazioni. Un tema che esorbita dall’oggetto di questo post e per il quale l’analisi storico-antropologica offre materiale empirico, concetti e testimonianze. Quindi è proprio l’analisi storica, che il Fusaro dichiara ma non sviluppa, che ci consente di dubitare delle sue tesi.

E che tesi sarebbero, al fin della tenzone? Queste:

La mia tesi è che nell’orizzonte globalistico della neutralizzazione del diritto alle differenze, si inscrive anche l’ideologia planetaria che oggi mira a cancellare la distinzione naturale tra maschio e femmina per imporre il nuovo profilo dell’individuo unisex che si determina secondo la sua volontà assoluta. Tale ideologia, espressione coerente della passione del medesimo, del neutro e dell’indifferenziato propria della mondializzazione, promette la liberazione degli individui e, in verità, promuove la loro integrale sussunzione sotto le leggi del capitale. Aspira a creare un nuovo modello umano unisex, infinitamente manipolabile, perché privo di un’identità che non sia quella di volta in volta stabilita dalla sfera della circolazione. (testo 2)

Ora: ammesso e non concesso che dopo tre riletture abbiate capito (bisogna avere pazienza, i veri filosofi parlano forbito), tutto si riduce a sostenere che l’ideologia transgender – presunta dominante (“ideologia planetaria”) – sia un imbroglio che spaccia libertà individuale per sussumere gli individui “sotto le leggi del capitale”, infinitamente manipolabili. C’è da spaventarsi. I transgender, che ci circondano a legioni senza che ce ne accorgiamo, sono i pupazzi del nuovo ordine mondialista e, posso supporre, ci minacciano. In che modo, con quale meccanismo, perché mai…? Non è dato sapere, un po’ come le scie chimiche, che nessuno è in grado di dire cosa siano ma sono sicuramente parte di un progetto malvagio. Il Nostro si fa ancor più del male chiarendo:

Prima il soggetto ideale del capitalismo autoritario e borghese era il padre di famiglia autoritario e repressivo. Ora diventa l’individuo transgender. Non più capitalismo disciplinare e repressivo, ma capitalismo dell’abbattimento di ogni limite e di ogni norma. Tutto diventa possibile per l’individuo, a patto che questi possa permetterselo economicamente

Ora è tutto chiaro: l’autoritario padre di famiglia dei tempi andati era funzionale alla borghesia perché si poteva permettere di essere repressivo gratuitamente. Invece l’individuo transgender è funzionale al neoliberismo contemporaneo perché abbatte ogni limite ma solo se può permetterselo. Questo brano è talmente pieno di contraddizioni logiche col pensiero fusariano che, ormai stanco, lascio a voi il piacere di proseguire l’analisi.

In conclusione: bene Fusaro che, comunque alimenta dibattito su temi importanti (ma non se la prenda se viene criticato, che diamine! Se non gli piace la critica sopprima il suo narcisismo e smetta di tenere un blog!). Ma attenzione, cari hicrhodusiani, al difficile e continuo esercizio critico. Se le dichiarazioni palesemente false sono facili da smascherare, assai più arduo è comprendere discorsi, semmai di fonte ritenuta autorevole, minate da figure retoriche e fallacie sottili che non è agevole riconoscere.

Che i post di Fusaro siano (legittime) sue opinioni assolutamente prive di riscontri, e per ciò stesse di alcun valore pratico (al di là dell’interesse di un lettore per il pensiero fusariano, ovvio) e, anzi, (attenzione!) sottilmente dogmatiche, permeate di ideologismo sui concetti giusti e sbagliati di famiglia e sessualità, su quelli di borghesia, capitalismo, neoliberismo, su quelli di libertà e diritto eccetera, ecco, tutto questo può sfuggire anche se finisce coll’essere, invece, l’argomento centrale.

Il tema vero è la proiezione di un insieme di asserti, ritenuti veri dall’autore, verso un pubblico che può esserne in parte suggestionato solo perché si perde nella ragnatela di un linguaggio circolare, solo apparentemente logico, dove fra una citazione e – “sul côté” linguistico – l’uso di parole difficili, falsi sillogismi e contorcimenti mentali si comprende solo la dichiarazione iniziale (in questo caso: la teoria del gender è male) e la si immagazzina come vera, o quanto meno plausibile, credibile, meritevole di fiducia, tanto più perché detta dal Filosofo.

frasi personaggi platone.jpg