Attrici, coriste, costumiste. E orgogliosamente direttrici d’orchestra.

Dal sito dell’Opposizione CGIL, 7 Marzo 2021 dc:

Attrici, coriste, costumiste. E orgogliosamente direttrici d’orchestra.

di Eliana Como

Su Beatrice Venezi e le sue dichiarazioni al festival di Sanremo.

Cara Beatrice, usare correttamente l’italiano non è solo una questione di grammatica, è una questione culturale e politica. E da qualunque parte prendiamo le tue dichiarazioni, non possiamo che rigettarle.

Cara Beatrice, il tuo rivendicare di farti chiamare «direttore d’orchestra» non è un «calcio al politicamente corretto», ma uno schiaffo a chi ogni giorno lotta per la parità di genere: l’inaudita violenza che si consuma nel nostro Paese, dove ogni tre giorni una donna viene uccisa per mano del proprio compagno, è l’acme di una cultura che dobbiamo combattere assieme e che passa anche attraverso il linguaggio. Perché il linguaggio veicola il pensiero e il pensiero è lo specchio della cultura che emana.

Quella cultura per cui una donna è subalterna ad un uomo. La stessa per cui va bene se siamo attrici, cantanti, violiniste o coriste, meglio ancora se sarte o costumiste, ma guai a essere direttrici d’orchestra.

E poi, sei diplomata in pianoforte, in direzione d’orchestra, hai studiato con grandissimi maestri, come Lucchesini e Gelmetti. Francamente saremmo stati più felici di vederti al Festival non come ospite per affiancare Amadeus, ma per dirigerne l’orchestra.

Pensaci, sei stata invitata al Festival come oggetto, per stare un «passo indietro» a un uomo conduttore, non invece davanti a lui, come direttrice d’orchestra, come meriti e come tutte noi abbiamo il diritto e il dovere di rivendicare!

#RiconquistiamoTutto – opposizione in Cgil/Slc – spettacolo dal vivo

L’ignoranza

Da Hic Rhodus 2 Marzo 2021 dc:

L’ignoranza

La puntata 10. di un dossier in 10 punti da titolo Pensare la Democrazia nel Terzo Millennio

10. L’ignoranza è sempre eversiva. Se non causata dalla stupidità, l’ignoranza è il secondo enorme male sociale dal quale occorre difendersi ma, al contrario della precedente, l’ignoranza può essere sconfitta dall’istruzione, dall’esperienza, dalle buone relazioni sociali. Una società felice mette a disposizione dei suoi cittadini ogni occasione per combattere l’ignoranza.

10.1 Moltissimi stupidi sono anche ignoranti, ma ricadono completamente in quanto già scritto [Capitolo 9].

Qui trattiamo quindi l’ignoranza dovuta a scarsa educazione, limitata scolarizzazione, mancanza di occasioni di esperienza, di viaggio, di relazioni sociali vivificanti. Sono tantissimi i borghi, i paesini, le periferie dove persone di modesto livello sociale crescono figli che non possono frequentare scuole, non hanno mai viaggiato, crescono fra quattro mura e i soliti dieci amici altrettanto deprivati.

Questi ragazzi non sanno, non conoscono, strutturano i loro schemi mentali in forma primitiva e rigida, e ovviamente cadono facilmente preda di teorie fantasiose quando non di ambienti pericolosi.

C’è un’enormità di capitale sociale sprecato, di potenziale intellettuale non sviluppato, di infelicità, che resta abbandonata a sé stessa, anziché essere sviluppata positivamente al servizio della collettività, oltre che per una vita migliore per gli interessati. Uno Stato razionalista, attuatore dei diritti dei suoi cittadini, investirebbe ingentissime risorse per consentire il migliore sviluppo culturale a partire naturalmente dalle generazioni più giovani.

10.1.1 Al primissimo posto la scuola, da troppi decenni abbandonata a se stessa, dovrebbe essere una delle prime preoccupazioni di uno Stato democratico: più edifici scolastici in ottime condizioni, più tecnologie, insegnanti in aggiornamento continuo, un buon sistema di valutazione, tempo pieno, apertura al territorio, attività estive, ammodernamento dei programmi. E, possibilmente, meno bieco corporativismo dei docenti.

10.1.2 Poi le agenzie educative informali: circoli giovanili, boy scout, fino alle parrocchie, tutti coloro che si occupano di giovani dovrebbero essere maggiormente qualificati e sostenuti (Nota mia: da ateo e anticlericale boy scout e parrocchie non dovrebbero occuparsi né di giovani né di adulti!). Occorre sottolineare la banalità e scarsa incidenza dei numerosi progetti di intervento sociale destinati ai giovani, con uno spreco di risorse comunque notevole. La progettualità sociale in campo educativo dovrebbe essere potenziata e rinforzata (e valutata) con criteri moderni e con senso critico.

10.1.3 L’Università è uscita in pezzi dalle ultime riforme. È noto a tutti che moltissimi corsi di laurea sono scadenti e che numerosi atenei fanno carte false (= laurea garantita facilmente) pur di avere studenti e mantenere le cattedre. Gli Atenei di un qualche valore, in Italia, sono pochi ed elitari, ma il contrario dell’elitarismo non è certo la laurea facile. Un poderoso giro di vite, in senso scientifico e didattico, deve essere fatto per portare le nostre università a un diffuso livello di eccellenza, sostenendo parimenti gli studenti meritevoli con adeguate borse di studio.

10.1.4 Viaggiare è un potente antidoto all’ignoranza, alla visione ristretta del mondo, al razzismo: offrire condizioni di vero favore (fino alla totale gratuità dei trasporti e degli alloggi) ai ragazzi che desiderano viaggiare per il mondo costerebbe poco e avrebbe grandi risultati.

10.1.5 Le relazioni sociali sono il terzo grande pilastro per lo sviluppo di una mentalità aperta, curiosa, intelligente. Le relazioni sociali non possono essere imposte, ma indiscutibilmente possono essere favorite dalla bonifica delle peggiori periferie-dormitorio, col sovvenzionamento di luoghi di aggregazione permanenti (biblioteche, centri giovanili, associazionismo) o temporanei (fiere, manifestazioni) nei luoghi dove la possibilità di nuove e significative esperienze e relazioni sono più problematiche.

10.2 Queste misure sono assolutamente di modesto costo economico per uno Stato che desideri investire sulla cultura e sullo sviluppo intellettuale dei giovani. Occorre quindi domandarsi perché non lo si faccia. Perché scuola e Università sono un disastro, perché i giovani sono abbandonati, la ricerca negletta…? Crescere delle nuove generazioni nel sapere, nell’arte, nella cultura, nella migliore visione del mondo e delle relazioni sociali, significa crescere una società meno conflittuale, più armonica, più democratica.

Verrebbe da pensare che non si voglia codesta migliore società, e che le meschinissime beghe di piccolo cabotaggio politico cui assistiamo quotidianamente siano considerate più importanti rispetto allo spreco di vite, di competenze e di maggiore felicità che si perpetra. Scavando un pochino a fondo, poi, si può notare come una buona parte dei politici che abbiamo siano loro stessi il frutto di questo spreco, figli di periferie culturali e di disarmo morale.

Quando è iniziato tutto questo?

Come sempre la ricerca dell’origine dei mali sociali rischia di arretrare nei tempi fino ad Adamo ed Eva, rifuggendo – in questa regressione – dal riconoscere precise responsabilità che possiamo leggere e riconoscere nelle buone intenzioni demagogiche di tante riforme intraprese dal secondo dopoguerra: quelle buone intenzioni demagogiche sempre cattive consigliere ma che piacciono così tanto ai politici con poco senso dello Stato, con la preoccupazione di piacere alle piazze e di guadagnare benemerenze per le prossime elezioni.

Prossimo tema: la malvagità.

Per ritrovare tutti gli articoli di questo dossier cliccate QUI.

La stupidità

Da Hic Rhodus 22 Febbraio 2021 dc (trovate lo stesso articolo nella pagina La stupidità):

Capita a proposito la puntata 9. di un dossier in 10 punti da titolo Pensare la Democrazia nel Terzo Millennio. E il titolo è proprio

La stupidità.

9. La stupidità e sempre eversiva. Poiché l’intelligenza è un accidente fortuito, non è del tutto colpa degli stupidi essere tali.

Naturalmente non parliamo di persone con ritardo mentale diagnosticato ma di coloro che – più o meno dotati di una intelligenza “nella norma” – compiono atti violenti (generalmente si tratta di questo), avventati, insensati, che si contraddistinguono per un semplice elemento: danneggiano la società (o singole persone) senza un reale vantaggio per gli stupidi se non di natura simbolica ed effimera (allagare la scuola per non andare a lezione il giorno dopo; picchiare uno sconosciuto perché ti aveva guardato storto; sfasciare un negozio perché ti avevano chiesto di mettere la mascherina anticovid…).

Le persone che compiono questi atti, se non hanno la pur debole giustificazione di avere agito in preda all’alcol o a droghe, hanno solitamente delle rimarchevoli tare educative e personologiche: non sanno valutare le conseguenze dei loro gesti, hanno un’opinione esagerata di sé, non hanno freni morali, credono di avere poteri che li rendono immuni dall’essere perseguiti e via discorrendo. Indipendentemente dal loro reale Q.I. e altre questioni tecniche di competenza di psicologi e psichiatri, chiamiamo costoro ‘stupidi’. La società ha il dovere di difendersi dalla stupidità.

9.1 Fra le varie forme di stupidità, oltre a quelle palesi e violente indicate sopra, ve ne sono di meno eclatanti e meno immediatamente dannose: i complottisti, per esempio, sono degli stupidi che possono anche far ridere ma i cui comportamenti sono dannosi in molteplici modi. I complottisti anti Covid, per esempio, minacciano la salute dei loro concittadini, ma anche un banale terrapiattista può avere comportamenti dannosi per sé ed è comunque un esempio di capitale sociale sprecato, di dedizione a cause perse, di perdita di tempo per chi è loro vicino. Tenendo poi presente che il complottista è, in generale, un paranoico che crede a un insieme correlato di baggianate, ai poteri occulti che ci vogliono dominare, alle società segrete etc., in una classifica dei peggiori stupidi dai quali la società si deve difendere mettiamo certamente, al primo posto, i complottisti.

9.2 Al secondo posto coloro che, a causa della loro stupidità corredata da un totale analfabetismo funzionale, senza essere specificatamente complottisti aderiscono con particolare facilità a qualunque fake news vista su Twitter e Facebook. Questa categoria di stupidi pensa di essere una cima, si nutre di cliché disarmanti (“la politica è tutta un magna magna” è un grande classico), aderisce ai gruppi Facebook più demenziali, sprizza odio, invidia e luoghi comuni nei suoi commenti che non risparmia su qualunque argomento, commenta gli articoli giornalistici dal titolo, non riesce a sviluppare un discorso con un senso logico. Se anche possono sembrare più innocui dei precedenti, sono in un numero eccezionalmente alto, sono capaci di spostare gli orientamenti dei partiti, eleggere rappresentanti in Parlamento e fare gravi danni politici e sociali.

9.3 Numerose altre categorie di stupidi, semmai folcloristici ma assai meno dannosi, possono essere aggiunte: il sempliciotto di paese, il trentenne universitario che vive da dieci anni fuori corso coi soldi di papà, una discreta quantità di mamme sulle chat scolastiche e così via.

9.4 Gli stupidi – da quelli violenti a quelli semplicemente sciocchi – hanno in comune una prerogativa rilevante: godono di tutti i diritti dei loro connazionali, inclusi i diritti politici attivi e passivi. Il complottista più esasperato, come l’analfabeta funzionale più conclamato, votano e possono essere votati, e alcuni esempi ben noti rappresentano il popolo italiano nel nostro Parlamento.

Questo è sbagliato per una ragione logica assai semplice da argomentare: poiché abbiano definito gli stupidi come persone che danneggiano loro stessi e la società, è del tutto evidente che come rappresentanti del popolo il loro danno è decuplicato, ma anche come semplici elettori – essendo loro in numero consistentissimo – possono favorire o impedire scelte politiche che possono avere conseguenze gravi per il Paese (anche qui: è cronaca di questi anni, non dovrebbero servire esempi espliciti).

L’ovvia conseguenza è che una società votata alla logica, alla razionalità, al perseguimento del maggiore benessere dei cittadini, dovrebbe almeno in astratto impedire agli stupidi di votare e di essere eletti oltre che, ovviamente, di accedere a cariche e impieghi pubblici di responsabilità.

9.4.1 Per una ragione di mera opportunità pratica, suonando come “non democratica” un’eventuale norma per limitare il potere degli stupidi (che chi scrive qui è invece favorevolissimo ad approvare) si potrebbe quanto meno decidere per una pena civica supplementare per i rei di evidente stupidità che si sia tradotta in un reato socialmente dannoso e già perseguibile di per sé. Hai picchiato per futili motivi un individuo? Hai devastato un compartimento ferroviario perché la tua squadra di calcio ha perso? Hai fatto uno scherzo cretino che si è trasformato in un danno fisico per la vittima? Oltre a quanto previsto dai Codici si deve applicare una particolare interdizione dai pubblici uffici per un giusto numero di anni (istituto che già esiste nel nostro ordinamento, non si tratterebbe di inventare nulla ma solo di estenderne la casistica).

Sarebbe poco, naturalmente, rispetto all’enorme massa di stupidi in circolazione ma, come dire, piuttosto che niente è meglio poco, qualche stupido non andrebbe a votare e sarebbe un segnale positivo (non per gli stupidi, che se ne infischierebbero, ma per tutti noialtri).

9.4.2 Un altro intervento che uno Stato logico e razionale applicherebbe senza battere ciglio sarebbe impedire ai complottisti comportamenti dannosi. Tutti ricordiamo la farsa dell’obbligo vaccinale per poter iscrivere i bambini alle scuole primarie, obbligo parziale e facilissimamente aggirabile. Uno Stato serio non proporrebbe mezze misure: la vaccinazione è un obbligo, punto; se non vaccini tuo figlio sei perseguibile, punto. Così per i “No Mask” e ogni altra forma di complottismo con concrete e pericolose ricadute sociali.

9.5 Le eventuali obiezioni in merito al carattere illiberale e repressivo di questi ultimi punti sono concettualmente errate, e solo un’analisi superficiale qui trova una sorta di paradosso (“Si pretende la libertà e i pieni diritti, salvo poi privarne una specifica categoria”).

L’errore nasce da quanto già segnalato a proposito della differenza fra diritti e bisogni [Capitoli 1 e 4].

Tutti hanno il diritto alla salute, per esempio, e questo diritto deve essere riconosciuto e tutelato dallo Stato che deve prodigarsi per offrire un sistema sanitario ottimo, per come le scienze mediche sanno indicare, organizzato con efficienza ed equità. Questo è il diritto, e deve valere per qualunque individuo, indipendentemente da ciò che pensa in merito alla medicina tradizionale, l’omeopatia, la naturopatia o i riti voodoo. Ma se un individuo pensa che i vaccini siano parte di un complotto per controllarci, e non vaccinando sé e i suoi figli, laddove esistano le ragioni di salute collettiva sufficienti a giustificare un obbligo di legge, minaccia la mia e altrui salute, qui siamo usciti dal terreno dei diritti ed entriamo in quello dei bisogni patologici: bisogno di aderire a comportamenti antagonisti per soddisfare il proprio ego, bisogno di disubbidire per rivalsa sociale, bisogno di credere a delle sciocchezze palesemente false per ignoranza, e di sostenerle ad oltranza per non rischiare un confronto di realtà col proprio reale potenziale intellettuale, e così via. Se vuoi infibulare la figlia perché è sempre stata una tradizione tribale della tua comunità originaria, quello è un bisogno culturale che contrasta fortemente coi diritti alla vita, alla salute, alla dignità di tua figlia, e quindi, democraticamente, te lo impediamo.

9.6 Gli obblighi di legge e le relative sanzioni contro gli stupidi sono comunque solo un segnale simbolico: doveroso, legittimo ma marginale come reale capacità di far desistere, gli stupidi, dalla loro stupidità.

Il deterrente migliore e più forte resta quello dello stigma sociale. Sono i probi, i logici, gli intelligenti, gli onesti che devono apertamente contrastare gli stupidi: cacciateli dalle amicizie Facebook; irrideteli apertamente; sottolineate e biasimate con chiarezza e fermezza la stupidità degli stupidi; allontanateli da voi e dalla comunità cui partecipate.

Gli stupidi devono avere terra bruciata attorno a loro, sentire il disprezzo e la riprovazione degli intelligenti. Il silenzio acquiescente, il lasciar correre per quieto vivere, il non impicciarsi, sono i più grandi complici del dilagare della stupidità e del suo approdo vittorioso a tanti comportamenti dannosi.

Prossimo tema: l’ignoranza.

Per ritrovare tutti gli articoli di questo dossier cliccate QUI.

Fiscalismo a distanza

In e-mail il 15 Novembre 2020 dc:

Fiscalismo a distanza

di Lucio Garofalo

Negli ultimi tempi, ho notato in alcune colleghe e colleghi un eccesso di zelo e di fiscalismo burocratico.

In un periodo di grave crisi sociale ed economica, di emergenza di tipo sanitario, nonché di sofferenza, disagio ed inquietudine esistenziale dei ragazzi, visto che la DaD è quello che è, mi permetto di osservare che un po’ di empatia e di comprensione in più da parte degli insegnanti forse non guasterebbe. Anzi, servirebbe a non far detestare oltremodo la DaD ai nostri allievi.

Mi pare che l’empatia sia una dote a dir poco preziosa ed indispensabile per chi insegna. Ma è una merce assai rara, perlomeno da quanto risulta dagli atteggiamenti poco garbati ed elastici, mostrati da alcuni insegnanti, che ho avuto occasione di rilevare negli ultimi tempi.

Ma chi non risulta empatico in presenza non lo è manco a distanza.

A dispetto di altre/i colleghe/i che la pensano in modo diverso io non mi riparo dietro veli di ipocrisia, né mi dissimulo dietro maschere di circostanza. Ogni volta tiro un mezzo sospiro di sollievo per aver concluso una riunione inutile, oppure un corso di formazione che non mi trasmette assolutamente nulla, tranne una ulteriore, ennesima conferma che la scuola odierna è (vi piaccia o meno, è così) alla mercé di burocrati ottusi e dei loro tirapiedi.

E chiunque osasse mettere in dubbio o in discussione tale “regime” vigente rischierebbe di incappare nelle maglie della censura, ovvero nel biasimo morale da parte del capo, se non addirittura nell’iscrizione in una sorta indice o di categoria etica infamante, quella dei “fannulloni”.

Ma contestare un tale “sistema” non equivale a sottrarsi al proprio dovere, a costo di far fronte ad un lavoraccio di tipo burocratico. Al contrario, provare a contestare un siffatto modello di istruzione, ovvero una visione della scuola che pone in cima all’agenda le scartoffie, le circolari, i format, i verbali, la “muffa” della burocrazia cartacea e digitale, rispetto agli allievi in carne ed ossa e alle loro esigenze culturali, affettive, psicologiche e formative, per me è un diritto-dovere sacrosanto, poiché sono un docente, e cioè un intellettuale che ha una mente pensante ed una coscienza civica, etica e critica.

Una scuola che si regge su cumuli di inutili circolari e scartoffie ammuffite è solo la tomba di ogni sapere, di ogni conoscenza e cognizione, ma altresì di ogni autentica, preziosa ed effettiva competenza tecnica derivante dallo studio e dallo scibile umano.

Io vi accuso

Condiviso in WhatsApp il 21 Novembre 2020 dc:

Io vi accuso

di Marco Galice

Barbara D’Urso, Maria De Filippi, Alfonso Signorini, Alessia Marcuzzi e tutta la schiera della vostra bolgia infernale… io vi accuso.

Vi accuso di essere tra i principali responsabili del decadimento culturale del nostro Paese, del suo imbarbarimento sociale, della sua corruzione e corrosione morale, della destabilizzazione mentale delle nuove generazioni, dell’impoverimento etico dei nostri giovani, della distorsione educativa dei nostri ragazzi.

Voi, con la vostra televisione trash, i vostri programmi spazzatura, i vostri pseudo spettacoli artefatti, falsi, ingannevoli, meschini, avete contribuito in prima persona e senza scrupoli al Decadentismo del terzo millennio che stavolta, purtroppo, non porta con sé alcun valore ma solo il nulla cosmico.

Siete complici e consapevoli promotori di quel perverso processo mediatico che ha inculcato la convinzione di una realizzazione di sé stessi basata esclusivamente sull’apparenza, sull’ostentazione della fama, del successo e della bellezza, sulla costante ricerca dell’applauso, sull’approvazione del pubblico, sulla costruzione di ciò che gli altri vogliono e non di ciò che siamo.

Questo è il vostro mondo, questo è ciò che da anni vomitate dai vostri studi televisivi.

Avete sdoganato la maleducazione, l’ignoranza, la povertà morale e culturale come modelli di relazioni e riconoscimento sociale, perché i vostri programmi abbondano con il vostro consenso di cafoni, ignoranti e maleducati. Avete regalato fama e trasformato in modelli da imitare personaggi che non hanno valori, non hanno cultura, non hanno alcuno spessore morale.

Rappresentate l’umiliazione dei laureati, la mortificazione di chi studia, di chi investe tempo e risorse nella cultura, di chi frustrato abbandona infine l’Italia perché la ribalta e l’attenzione sono per i teatranti dei vostri programmi.

Parlo da insegnante, che vede i propri alunni emulare esasperatamente gli atteggiamenti di boria, di falsità, di apparenza, di provocazione, di ostentazione, di maleducazione che diffondono i personaggi della vostra televisione; che vede replicare nelle proprie aule le stesse tristi e squallide dinamiche da reality, nella convinzione che sia questo e solo questo il modo di relazionarsi con i propri coetanei e di guadagnarsi la loro accettazione e la loro stima; che vede lo smarrimento, la paura, l’isolamento negli occhi di quei ragazzi che invece non si adeguano, non cedono alla seduzione di questo orribile mondo, ma per questo vengono ripagati con l’emarginazione e la derisione.

Ho visto nei miei anni di insegnamento prima con perplessità, poi con preoccupazione, ora con terrore centinaia di alunni comportarsi come replicanti degli imbarazzanti personaggi che popolano le vostre trasmissioni, per cercare di essere come loro. E provo orrore per il compiacimento che trasudano le vostre conduzioni al cospetto di certi personaggi.

Io vi accuso, dunque, perché di tutto ciò siete responsabili in prima persona.

Spero nella vostra fine professionale e nella vostra estinzione mediatica, perché solo queste potranno essere le giuste pene per gli irreparabili danni causati al Paese.

Pandemic. Come funziona il complottismo

Su Hic Rhodus il 7 Agosto 2020 dc:

Pandemic. Come funziona il complottismo

di Claudio Bezzi

L’articolata ostilità contro le misure imposte dai governi per il contenimento del Covid 19 assume un arco veramente ampio di forme. Non tutta questa ostilità è complottista, naturalmente, almeno non in forma eclatante e specifica, anche se germi complottisti possono essere rintracciati abbastanza facilmente in “ostili” semplicemente inconsapevoli, perché si innestano su bufale e complotti precedenti, per esempio quello sui vaccini, quello sul nuovo ordine mondiale e via discorrendo, che in forma nebulizzata sono arrivati un po’ a tutti, mescolandosi con mezze notizie, mezze bufale, notizie vere ma male interpretate, ignoranza pura e semplice e così via.

E anche nell’alveo del complottismo c’è complotto e complotto.

In tema di pandemia probabilmente la teoria complottista più elaborata e interessante, e anche la più diffusa e pericolosa, è quella proposta da Judy Mikovits, una biochimica, addirittura direttrice di un importante istituto di medicina molecolale americano (poi licenziata), screditata in tutta la comunità scientifica per studi fasulli di stampo anti vaccinista (notizie tratte da Wikipedia USA). La Mikovits, che vive ormai una vita piuttosto movimentata e controversa, è ovviamente una campionessa internazionale del complottismo antivaccinista, ed è tornata sulla cresta dell’onda per la sua teoria relativa al Covid 19, che lei ha sintetizzato in un video ancora – ahimé – rintracciabile in rete, nonché in un libro (non metto i link volutamente).

La teoria complottista della Mikovits viene chiamata Plandemic, ed è un bellissimo caso di studio per capire come funziona il complottismo.

Primo. C’è uno scienziato disgraziato a monte: esattamente come per l’antivaccinismo, dove a monte per esempio della (falsa) relazione fra vaccini e autismo troviamo un medico inglese, Wakefield, che pubblicò i risultati di una ricerca falsa (come poi lui stesso confessò) per dimostrare una correlazione che invece non c’era (QUI tutta la storia del rapporto fra vaccini e antivaccinismo).

L’articolo di Wakefield fu ritirato (l’aveva pubblicato nientedimeno che Lancet), lui fu radiato dall’ordine dei medici, ma niente: gli antivaccinisti pensano che quella relazione ci sia e – suppongo – che Wakefield sia un martire. La biografia della Mikovits sembra la fotocopia: ricerche addomesticate, smentite, articolo pubblicato (su Science) e ritirato, lei licenziata. Ma non solo è una paladina, no: è attualmente in sella al movimento complottista e il suo video ha totalizzato oltre 8 milioni di click (che, sia chiaro, son soldi).

Secondo. Il complotto affonda le radici in un passato difficile da controllare: per esempio Mikovits e complottisti affermano che all’inizio del ‘900 

John D. Rockefeller, acquistò una società farmaceutica tedesca che in seguito avrebbe aiutato Hitler ad implementare la sua visione basata sull’eugenetica, producendo prodotti chimici e veleni per la guerra. Rockefeller voleva eliminare i concorrenti della medicina occidentale, così ha presentato una relazione al Congresso affermando che c’erano troppi medici e scuole di medicina in America, e che tutte le modalità di guarigione naturale erano ciarlatanerie non scientifiche.

Rockefeller ha chiesto la standardizzazione dell’educazione medica, quindi solo la sua organizzazione poteva concedere la licenza per le scuole di medicina negli Stati Uniti. E così iniziò la pratica delle droghe immunosoppressive, sintetiche e tossiche. Una volta che le persone sono diventate dipendenti da questo nuovo sistema e dalle droghe che esso fornisce, il sistema si è trasformato in un programma a pagamento, creando clienti a vita per i Rockefeller. (fonte)

Ovviamente, se avete un po’ di tempo da spendere, potrete notare come ci sia un frullato di mezze verità, dilatate fantasiosamente in modo plausibile per creare gli antefatti necessari per spiegare il presente. La fabbrica tedesca in questione era la IG_Farben, che produsse effettivamente anche il famigerato Zyklon-B, e a cavallo fra le due guerre fondò una holding americana. Rockfeller non c’entra un piffero, senonché la sua banca partecipava a tale holding con un suo membro nel direttivo.

Vale la pena dire che ci fu un continuo intreccio fra questa fabbrica (che non realizzava solo veleni per Hitler) e aziende americane, e che dopo la guerra la IG Farben fu smembrata e ora i vari pezzi si chiamano Agfa, Bayer, BASF.

In merito a Rockefeller c’è del vero; il suo filantropismo sanitario, che fu notevolissimo agli inizi del secolo scorso, aveva anche una motivazione utilitarista: avere operai sani per l’opera di industrializzazione del Sud degli States, o nuovi mercati fuori dagli USA (importanti programmi furono finanziati in Cina, Filippine e America Latina).

È vero anche che Rockefeller finanziò largamente l’educazione professionale in tema di sanità pubblica (1 milione di dollari dell’epoca alla Johns Hopkins fra il 1916 e il 1922). Come scrive Richard Brown nell’articolo Public Health in Imperialism: Early Rockefeller Programs at Home and Abroad, “American Journal of Public Health”, vol. 66, n. 9, 1976 (QUI il pdf)

Nel mentre favoriva [la fondazione Rockefeller] un miglioramento economico in America ed Europa, era anche una forza insidiosa che lavorava a discapito delle persone che apparentemente stava aiutando. Secondo l’ideologia comunque prevalente all’epoca […]  la salute è stata definita come la capacità di lavorare e l’aumento della produttività delle popolazioni erano la misura del successo dei programmi di sanità pubblica.

Insomma: in questa approfondita analisi, certamente scritta con un punto di vista critico sul capitalismo sfruttatore, Rockefeller viene dipinto come un filantropo interessato, forse cinico, ma non come un tale che – attraverso il suo potere – infila droghe tossiche negli organismi dei terrestri per renderli schiavi.

Per raccattare queste informazioni, e per insistere un pochino per cercare il malvagio ruolo di Rockefeller nella somministrazione di droghe immunodepressive, ho impiegato un paio d’ore di tempo, districandomi fra siti americani e cercando di distinguere fra quelli complottisti e di junk news, e siti seri.

È stata comunque una discreta fatica e non ho trovato nulla (cercando meglio, forse…). Ecco allora che la Mikovits – che indubbiamente ha moltissimi strumenti più di me per districarsi anche tecnicamente in questo mondo – produce un falso clamoroso a partire da una somma di mezze verità in parte note al grande pubblico americano (dire Rockefeller in America è un po’ come dire Agnelli in Italia, salvo che la dinastia dei primi ancora sopravvive e quella degli Agnelli è sostanzialmente evaporata). Chi va a controllare? Chi si prende la briga di ricostruire, verificare, e capire che la Mikovits ha semplicemente messo la sua pietra angolare sulla quale edificare il complotto?

Terzo. Tutto l’ambaradan è tecnicamente o scientificamente complesso: in tutti i complotti ci sono complesse questioni scientifiche non alla portata della media dei cittadini; secondo il complotto che afferma che non siamo mai stati sulla Luna, la prova schiacciante è l’insuperabilità delle fasce di Van Allen (QUI il debunk); secondo gli antivaccinisti ci sono velenosissimi metalli pesanti (QUI il debunk) etc.

Naturalmente chi non è astrofisico nel primo caso e medico nel secondo non ne capisce nulla, e si deve fidare del parere di “esperti”. Purtroppo, come vediamo, ci sono anche scienziati e ricercatori infidi, che tradiscono impunemente ogni etica scientifica e professionale, e quelli, pur essendo un’infima minoranza screditata internazionalmente, sono portati ad esempio dai complottisti che non credono in nulla alla maggioranza scientifica e, anzi, credono che quest’ultima faccia parte del complotto.

Quarto. Il Potere è oscuro e malefico per definizione: se hai un animo complottista, sei certo che tutto ciò che accade è una macchinazione del Potere, del fantomatico Deep State che ha disegni oscuri per dominare il mondo; così la Mikovits, che dichiara che il virus pandemico è uscito dai laboratori americani di Fort Detrick. Così come l’11 settembre è una cospirazione della CIA, gli Illuminati o il Grande Ordine Mondiale che bramano il potere…

Qui, ovviamente, non c’è ricerca su Google che tenga. Se il virus fosse sfuggito da Fort Detrick, o da un laboratorio di Wuhan – come preferisce dire Trump – non credo che qualcuno possa saperlo salvo una ristrettissima cerchia di militari e Trump stesso. In questo caso specifico, comunque, abbiamo commenti autorevoli che dichiarano che il Covid 19 non è un virus costruito in laboratorio. Per chi – fra i pur intelligenti lettori di HR – avesse qualche dubbio, se non altro per la potente macchina propagandistica di Trump e Pompeo, riporto solo un passaggio di un articolo completo riportato su Valigia Blu:

Gli esperti concordano nel sostenere che lo scenario più attendibile è quello dell’origine naturale del virus anche se potrebbe esserci l’eventualità che non riusciremo mai a tracciare l’intera catena di trasmissione, riporta Live Science. La tesi della realizzazione in laboratorio del virus e che SARS-CoV-2 sia stato geneticamente modificato è priva di fondamento mentre, al momento, non è possibile escludere con certezza l’ipotesi che gli scienziati cinesi stessero studiando un coronavirus naturale che poi è fuoriuscito dal laboratorio, per quanto tale scenario sia tutto da verificare. 

Quindi: origine cinese, non americana, naturale e non artificiale. Ma che importa? Fort Detrick era già nelle mire dei complottisti che ruotano attorno a un altro eroe del complotto, Michel Chossudovsky in quanto, come vedemmo a suo tempo discutendo delle scie chimiche, i complottisti citano sempre grandi referenze che, a guardare, sono tutte interne al loro ambiente; una rinforza l’altra.

Quinto e ultimo. È tutta una questione di libertà, no? Tutti questi incroci intricati hanno una base necessaria nella paura dei cittadini come climax (contro il Potere oscuro, contro il virus, contro qualunque cosa) e nelle generica richiesta di libertà come anticlimax.

I complottisti, con le loro astruse teorie, stanno semplicemente cercando di difendersi dal mondo complesso dal quale si sentono dominati senza capirlo; la paura del presente e del futuro, la sensazione di non contare nulla, di essere agìti da forze esterne…

E allora – quando ci si accorge di essere in tanti (come i 15.000 di Berlino pochi giorni fa) – si va a reclamare, per esempio, più libertà. Poiché è tutto un complotto, e i numeri che ci danno sui morti sono falsi, e tutte le altre balle assortite, allora io rivendico la mia indipendenza, penso con la mia testa (così loro assicurano) e mi ribello. E questa ribellione cospirazionista non deve farci ridere neppure un po’, perché è una quantità immane di energia psichica, di capitale sociale, di relazioni che vanno sprecate. È la paura che li muove, è il senso di impotenza e, con loro e sopra di loro, la spregiudicatezza di cinici burattinai che sanno come manipolarli.

Oggi contro il Covid 19. E domani?

Chi non salta negativo è! È!

Su Hic Rhodus il 12 Giugno 2020 dc:

Chi non salta negativo è! È!

di Claudio Bezzi

Senza fare nomi, diciamo che svariate decine di anni fa (ho un’età che mi consente di misurare il passato in decenni, pensa te…) mi sono lasciato convincere da amici a fare un’esperienza di marketing multilivello. Quelle cose per cui vendi prodotti a gente che vende prodotti ad altra gente, a alla fine tu guadagni anche dalle loro vendite, e da quelle dei loro “sottoposti”, in una catena assolutamente legale e funzionante (ce ne sono di truffaldine, state attenti; questa di cui vi parlo io, notissima e diffusa in tutto il mondo è invece correttissima sotto tutti i profili, e guadagnai anche qualche soldino).

Questa organizzazione si basava sulla costante motivazione di ogni elemento della piramide che doveva vendere e trovare nuovi venditori, e in maniera molto americana faceva incontri settimanali, mensili e uno importantissimo, annuale, che all’epoca si teneva addirittura in una località straniera (adesso non so). Non c’era obbligo di partecipazione ma, insomma, se volevi scalare posizioni dovevi farlo. E io lo feci; c’erano degli amici, era un’esperienza nuova, perché no? Autobus dalla mia città zeppa di persone, lungo viaggio allegro tipo gita scolastica, arrivo, e a un certo punto raduno ufficiale, assieme ai partecipanti di decine di altre città italiane, in un maxi tendone dove ci saranno state diverse migliaia di persone. Nell’attesa dei big che ci dovevano concionare e motivare, il vocìo fu interrotto da una qualche figura di secondo piano che dal palco, dopo avere fatto alcune comunicazioni di servizio, si mise a saltellare urlando, ritmicamente: “Chi non salta negativo è – è”. Usano più queste cose? Immaginatevi un assembramento davvero imponente di persone tutte a saltare ritmicamente scandendo, con la voce di mille voci “CHI-NON-SALTA-NEGA-TIVO-È-È”. Prima saltano in piedi i 1.000 più addestrati e proni, poi dopo qualche istante altri 1.000, un po’ più vergognosi ma arrendevoli, poi via via tutti, ma proprio tutti, si mettono a saltare nel tendone scandendo

CHI-NON-SALTA-NEGA-TIVO-È-È

E tutti guardano me.

Perché io resto seduto sulla mia panca, con un sorriso tiratissimo in volto, guardando anche i miei stessi amici, al mio tavolo, che si sono arresi e saltano, e scandiscono, e mi guardano.

Il tempo si ferma. Tutti saltano, migliaia di occhi mi guardano, e io sono quello negativo, quello che rovina la festa, il Giona, e non smettono, e non smettono, e il senso d’oppressione tremendo che provai lo ricordo benissimo. C’è una forza psichica imponente in una massa urlante all’unisono, un magnete ipnotico che ti attrae e ti svuota, non riesci più a pensare se non i pensieri della folla. Anzi: IL pensiero, perché la massa ha un solo pensiero per volta, e quel pensiero ti pervade, ti percuote. O pensi anche tu quel medesimo pensiero o, semplicemente, stai male.

Lo ricordo come un interessantissimo esperimento sociologico. Poi finì, ricordo pochissimo di quel che si fece e si disse, tornammo a casa giocando a carte sull’autobus e facendo credere a un compagno di viaggio che aveva straordinari poteri telepatici e niente, dopo poco mi stancai della cosa e abbandonai quell’organizzazione. Dopotutto non era il mio mestiere. Ho amici che lo fanno ancora, e ci campano…

Credo che pochi abbiano sperimentato quella forza terribile. O che siano, comunque, riusciti a mantenersi lucidi e a viverla anche se terribile, e anzi in quanto terribile. Io che partecipai, in anni gloriosi e tragici, a manifestazioni di piazza, contestazioni, occupazioni e quelle cose che si facevano negli anni ’70, non ho affatto memoria di una potenza simile. Si andava ai cortei (chi ci andava), o alle manifestazioni di piazza (anche recenti, le sardine per esempio) con uno spirito enormemente più libero. Con la forza di un’ideologia, o con l’allegria di una comunità, o con la convinzione di una qualche logica, ma non con il cervello totalmente svuotato di ogni idea e pieno solo di una cosa: essere la massa. Non con la massa, non nella massa. Essere massa; pensare massa; urlare massa; guardare massa.

Immagino che si sentisse così la folla sotto il balcone di Piazza Venezia all’annuncio della dichiarazione della guerra. Si sente così la folla – non importa se di minor consistenza – che lincia rabbiosamente il presunto reo. Qualcosa di simile è il panico collettivo, quando arriva il terremoto e tutti all’unisono ci alziamo dalle poltrone del teatro, o dello stadio, e ci calpestiamo bestialmente accecati dalla sola volontà di fuggire.

Adesso distacchiamoci da situazioni estreme, o particolari. Senza questa così totale sospensione della volontà, con una possibile (ma limitata) possibilità di scegliere fra alcune opzioni, con un residuo di lucidità, quest’uomo-massa ha da tempo invaso le cronache fomentando un oscuro fenomeno secondario: i leader (in senso lato) vedono la massa e desiderano cavalcarla, illudendosi di poterla possedere, e quindi la sobillano, cercano di sedurla, di indirizzarla, e ne finiscono il più delle volte rivoltati come calzini. Però la stessa interlocuzione ha offerto una legittimità alle atrocità della massa, fosse anche solo un’atrocità di pensiero. La massa viene considerata soggetto, semmai anche nella critica, e diventa addirittura interlocutrice del Potere. E se anche quella massa è minoranza numerica, così legittimata diventa arrogante, pretende, e il Potere non sa cosa fare se non concedere. Perché con la massa urlante non si argomenta, non si discute, non si negozia. Non ci si può nemmeno provare.

Adesso considerate sotto questa luce ciò che accade nel mondo, e in Italia, e nelle nostra città. Dalle reazioni al virus alla lotta contro le malefatte di un commerciante vissuto quattro secoli fa, al revisionismo iconoclasta, al rapido mutare del rapporto fra i sessi (non in senso di una maggiore uguaglianza, ma di una forma esteriore di discorso vuoto e fanatico), alle diverse facce del populismo, ai capipopolo d’élite (quelli che mobilitano milioni di sguardi) a quelli straccioni che ci provano nel loro piccolo, semmai urlando un po’ di più. Guardate il passeggio nel corso principale, la gente al mare, al supermercato. Leggete i post su Facebook in gruppi lontani dal vostro pensiero, avventuratevi in quelle zone oscure. Leggete i commenti ai blog e agli articoli di quei giornali che – per ovvie ragioni di traffico – concedono spazio ai lettori. Guardate un talk show, guardate uno di quegli spettacoli dove il pubblico “partecipa”. Guardate gli ultimi sondaggi e provate a parlare, al bar sotto casa, di distanziamento sociale, caporalato e sfruttamento degli immigrati. Provate a dire “Colao”, tanto per vedere l’effetto che fa. Osservate che provvedimenti prende o non prende questo governo, quali diritti sono invocati e pretesi, con quali motivi e forme. 

E ripetete, tutti in coro:

CHI-NON-SALTA-NEGA-TIVO-È-È

L’argomentazione, cribbio!

Su Hic Rhodus l’1 Giugno (La Crusca può dire quello che vuole, io lo scrivo così!) 2020 dc:

L’argomentazione, cribbio!

di Claudio Bezzi

Siamo spettacolosamente inadatti alla comunicazione complessa. Credo che il linguaggio si sia sviluppato, nell’uomo, per cose tipo “Tigre-con-denti-a-sciabola, scappa!”, o “Tu raccogli erba io scuoio capriolo” o il sempreverde “Dare soldi, vedere cammello”. Perché quando qualcuno poi replica “Ma sei sicuro fosse proprio una tigre coi denti a sciabola?”, o “Vacci tu a cogliere l’erba che io non ne ho voglia”, si apre un ginepraio di discussioni in cui le parole, anziché strumenti di spiegazione e chiarimento, entrano in gioco come elementi che producono nuova confusione e incertezza.

Fortunatamente abbiamo da poco pubblicato la nostra Mappa 30 – Guida pratica al pensiero dove abbiamo necessariamente incluso una discreta bibliografia hicrhodusiana sul linguaggio e come funziona, così i lettori interessati possono andare là a cercare approfondimenti. Anzi, questo post, tutto sommato, è da aggiungere a quanto già indicato nella Mappa 30.

Reduce da alcuni consueti incontri con ragionamenti errati (sì, certo, dal mio punto di vista), ne faccio qui un breve riepilogo, a favore di quei quattro lettori che non si disperano nel solipsismo linguistico.

1) Gli asserti non sono argomenti: ovviamente questo (che in effetti è esso stesso un asserto) è il principe dei “ragionamenti” errati, proprio perché non è un ragionamento. Gli asserti sono mattoni fondamentali della costruzione del pensiero e del linguaggio, nonché elementi caratterizzanti il metodo scientifico. Un asserto è una dichiarazione che viene costruita combinando concetti in modo semanticamente adeguato, cioè in modo che la proposizione abbia un significato. “Hic Rhodus è un blog” è un asserto, così come “Hic Rhodus è un blog che cerca di unire il rigore della documentazione proposta con una scrittura per quanto possibile divulgativa”.

In entrambi i casi nulla viene spiegato, ma solo dichiarato. Gli asserti sono fondamentali nella comunicazione quotidiana, e sono talmente comuni e utili che una gran parte di nostri interlocutori non si accorge che asserire senza spiegare i presupposti degli asserti, induce ad affermare verità indimostrate.

Per esempio: “Hic Rhodus è il miglior blog italiano” è un asserto, formulato in maniera corretta, ma include una “verità” diversa dai due precedenti, perché introduce delle categorie di valore sulle quali nulla si dice: ‘migliore’ in che senso, sotto quale profilo? ‘Migliore’ di tutti? Come si è stimato tale primato?

A parte il comunicare quotidiano, che qui non ci interessa, la politica, il giornalismo, i virologi in TV e la filosofia di Diego Fusaro, sono infarcite di asserti non argomentati che nell’economia del discorso vengono intesi come veri.

Naturalmente il virologo in TV non può tenere una lezione di due ore per spiegare a noi profani le caratteristiche del Covid 19, alla luce di ricerche recenti da lui lette, per potere, alla fine, giungere a determinate conclusioni; in questo caso, quindi, acconsentiamo all’assertività del virologo (in TV, non al convegno scientifico) e ci fidiamo del fatto che dietro quegli asserti ci siano comunque complesse argomentazioni, che semplicemente ci vengono risparmiate.

Questa nostra fiducia è ingenua, naturalmente, ma al momento fermiamoci. La stessa fiducia, anziché ingenua diventa sciocca quando la lasciamo ai politici o ai giornalisti o a Fusaro, ma non vorrei andare oltre spiegando i perché, visto che li troverete in altri articoli di Hic Rhodus.

2) La reazione all’oggetto è una specie perniciosa di fallacia logica: anche se abbiamo già trattato le fallacie logiche nella citata Mappa 30, vorrei segnalare questa specifica, assai insidiosa, peraltro, anche nelle scienze sociali applicate. Se io scrivessi, per esempio: “La magistratura italiana è affetta da una pericolosa deriva populista” (è un asserto) sarei tenuto ad argomentare o, in caso contrario, otterrei un assenso a priori da chi già di suo pensa quel medesimo asserto, e un dissenso altrettanto a priori da chi ha maturato per conto suo pensieri differenti.

Gli asserti sono in realtà invalutabili (se costruiti nel rispetto della logica linguistica); se io non spiego in lungo e in largo il perché di quella frase, non potete sapere se realmente collima oppure no col vostro pensiero sullo stesso argomento. Facciamo un passo avanti: se io dovessi scrivere: “Come sostiene anche Zingaretti, la Magistratura bla bla…”, ecco allora che scatterebbe, in molti lettori, il senso di appartenenza, oppure il semplice pre-giudizio (positivo o negativo) su Zingaretti, del tipo “Io stimo Zingaretti, e se lui dice questo immagino abbia delle buone ragioni, quindi concordo con lui”; mi piacerebbe imbrogliarvi un po’, attorno a un tavolo e con un buon bicchiere di vino, portandovi a concordare su frasi di questo genere e poi, solo dopo, dirvi: “Vi ho fregati! Questa frase l’ha detta Berlusconi, Cicchitto, Salvini, …” e vedere la faccia che fate. Perché molte delle cose che diciamo vengono accettate o rifiutate non perché valutate nel merito, ma perché collegate a un fattore terzo accettato o rifiutato. Se quella frase sulla Magistratura (adeguatamente argomentata) è corretta e giustificabile, allora lo è a prescindere da chi l’ha detta, sia che si tratti di Claudio Bezzi, di Zingaretti o di Salvini (certo, semmai si può aprire un’altra discussione sul perché abbia sentito il bisogno di citare Zingaretti o Salvini, ma si tratterebbe comunque di un’altra discussione).

3) La maledetta ideologia. La madre di tutti gli errori e gli orrori del nostro pensare è l’ideologia, intesa qui in senso negativo. È la sclerotizzazione della reazione all’oggetto, ma in forme tortuose e complicate; l’ideologia è l’elaborata costruzione di argomentazioni quasi tutte corrette e logiche, basate però su alcuni a priori indimostrati, o falsi; l’ideologia mostra quindi un’architettura avvincente – a patto di non scavare a fondo – e solitamente salvifica, morale, finalistica. L’ideologia fa sentire forti di un pensiero pensato da altri, altrove, semmai in un’altra epoca, e ipostatizzato e a volte sacralizzato per l’eternità. Tutto questo artificio vale, ovviamente, per le grandi ideologie, tutte le religioni, per esempio (scusate se da blasfemo quale sono, per spicciare il discorso, includo le religioni nelle grandi ideologie), il comunismo e il fascismo, sono splendidi esempi di ideologie ampie, articolate, capaci di affascinare moltitudini. Poi ci sono le ideologie abbozzate, spezzoni, simulacri, ideologie prêt-à-porter buone da indossare al momento giusto, tanto per esserci e testimoniare il proprio nulla: sovranismo, nazionalismo, razzismo non sono, in sé, delle ideologie, ma fungono alla bisogna quando sono esibite da numerose persone, tutte assieme, per meschine necessità di un nascondiglio.

4) Infine un grande classico: l’omologazione. L’omologazione è il pensiero di massa, è la voce della moltitudine alla quale ci accodiamo per trovare protezione. Spesso inconsapevolmente, e questo è sociologicamente interessantissimo: pensarla tutti alla stessa maniera credendo, veramente, di proporre un pensiero autonomo e originale. L’omologazione è un cardine imprescindibile della tenuta della società nel suo insieme, che non può sopportare un numero eccessivo di anarchici, bizzarri, bastiancontrari, pena il suo collasso. E quindi – per isole, insiemi, “province di significato” – ecco i salviniani lepenisti mio capitano tutti irregimentati dietro il Truce, i renziani che hanno capito tutto e salveranno la Patria dietro il loro leader come un sol uomo, i populisti antivaccinisti contro i microchip sotto pelle che andranno ad aprire il Parlamento come una scatoletta e vaffanculo, e così via per tribù, perché la contemporaneità consente la compresenza di omologazioni apparentemente differenti ma, nella sostanza, affini come meccanismi psicologici, culturali e sociali e tutti, indistintamente, fucine di uomini massificati e senza capacità di pensiero critico.

Ecco, cari lettori, questi quatto pilastri del pensiero ristretto e sbagliato sono comode scorciatoie quando parliamo di sport (anzi, qui sono d’obbligo!), sono modi veloci per discutere del più e del meno in treno con uno sconosciuto, e stanno alla base della comunicazione strumentale e immediatamente operativa (da “Buono questo spezzatino” a “Fate la raccolta differenziata”). E sembrano andare bene per Facebook e Twitter, sì, certo, ma già su questi social accade che mcluhanamente il medium sia il messaggio, vale a dire: scriverlo su una piattaforma che inchioda quell’asserto e lo fissa per l’eternità, rendendolo disponibile (ed equivocabile) a centinaia, migliaia, milioni di persone (pensate ai tweet di Trump), cambia sostanzialmente tutto. Ecco perché i social, ecco perché la televisione, ecco perché i quotidiani (meno) posso davvero essere strumenti spaventosi di omologazione, veicolazione del consenso, diffusione di stereotipie.

Quindi, almeno tentare – nelle giuste occasioni di discussione politica e filosofica e sociologica – di non asserire banalmente bensì argomentare; di evitare le reazioni all’oggetto (mostrando ancor più di sapere argomentare, e non essere distratti da fattori disturbanti); rifuggite ogni ideologia incominciando col riconoscere gli a priori che condizionano il vostro pensiero, e quindi metterli in discussione e diffidarne; e infine, certo, sempre, ma sempre, e come sempre, fate lo sforzo di un pensiero critico e indipendente, ancorché errato. Insomma: non omologatevi!

La modernità di Guglielmo di Ockham

In e-mail il 15 Luglio 2020 dc:

La modernità ante litteram del pensiero filosofico di Guglielmo di Ockham

di Lucio Garofalo

L’approccio di tipo “nominalistico” applicato in ambito logico, metafisico e gnoseologico dal grande Guglielmo di Ockham (allievo ed avversario di Duns Scoto), lo spinse a negare il valore ontologico degli universali, ovvero la realtà degli enti astratti (i concetti e le idee), avallando una concezione del mondo incentrata sulle qualità contingenti delle cose: qualsiasi fenomeno, dalla sfera del linguaggio ai meccanismi del mondo naturale, va analizzato per ciò che è in sé, senza ricercarne le cause prime ed i “perché”, bensì solo il “come” dei fenomeni.

È un approccio teorico rivoluzionario per il suo tempo.

Egli fu un rivoluzionario anche in politica, in quanto fu una sorta di precursore ideologico della mentalità moderna, che presuppone una condizione ben precisa, ovvero la pretesa dell’uomo di ottenere la piena autosufficienza.

Un fine che può essere realizzato soltanto stabilendo una netta separazione tra l’ordine naturale e il soprannaturale, tra la politica e la religione, tra lo Stato e la Chiesa.

La “modernità” ha avuto tanti “padri”, alcuni celebri, altri un po’ meno. Tra questi ultimi va annoverato, a mio avviso, Guglielmo di Ockham, il quale polemizzò sia con Tommaso d’Aquino sia con il Maestro Duns Scoto, ma in realtà polemizzò con la Scolastica tout court, poiché per lui ragione e fede non sarebbero conciliabili, ma in una posizione di antitesi irriducibile.

Esistono soltanto esseri individuali, ciascuno dei quali ha caratteristiche proprie: ogni cane è diverso dall’altro, ogni uomo è ben diverso dall’altro, e via discorrendo. In merito alla “vexata quaestio” degli enti universali, come si è già detto, seguì il nominalismo, cioè la convinzione che non esisterebbero concetti universali, che sarebbero solo nomi.

Ad esempio, il termine “uomo” non sarebbe altro che un simbolo convenzionalmente inventato, non una realtà universale. In tal senso, Ockham si può reputare un antesignano del razionalismo e dell’idealismo moderni, in quanto la sua riflessione filosofica implicava che la ragione non potesse conoscere ciò che oltrepassa l’esperienza sensibile, e che gli “universali” non sarebbero altro che nomi, ai quali non corrisponderebbe alcuna realtà di tipo oggettivo.

Tali convinzioni hanno determinato due conseguenze: la negazione del principio di causalità e il rifiuto del principio di sostanza. Una volta negato il valore ontologico dell’universale, fu inevitabile negare ogni possibilità di dimostrare sul terreno razionale l’esistenza di Dio.

In tal modo, la ragione non può più condurre alla fede. E la fede non perfeziona più la ragione, così come asserivano i filosofi scolastici.

Rispetto a Dio, Guglielmo di Ockham concluse che non c’è nessun argomento che sia in grado di provare la sua esistenza. In tal senso, Ockham fu un tenace e fiero avversario della potente tradizione filosofica imposta dalla Scolastica medievale.

Ed in politica, Ockham fu un tenace fautore dell’indipendenza dello Stato nei confronti della Chiesa, criticando l’assolutismo “teocratico” del Papa e sostenendo che l’autorità imperiale non discendesse dalla Chiesa. In questo senso, Ockham potrebbe essere considerato un antesignano dell’assolutismo politico moderno e del laicismo che si colloca all’origine della modernità: il principio “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” stabilì le basi della separazione tra il potere religioso ed etico della Chiesa e l’autorità politica e civile dello Stato moderno.

Alla grande figura di Guglielmo di Ockham si è dichiaratamente ispirato Umberto Eco per creare il protagonista del suo romanzo “Il nome della rosa”, ovvero Guglielmo da Baskerville, interpretato da Sean Connery nell’omonimo film uscito nel 1986 per la regia di Jean-Jacques Annaud.

Per alcune caratteristiche, quali l’aspetto fisico, il metodo investigativo, le doti inferenziali e la ricerca della verità, Guglielmo da Baskerville rievoca molto più il celebre Sherlock Holmes, il protagonista dei gialli di Sir Arthur Conan Doyle. Tale nesso è reso ancor più evidente dallo stesso Umberto Eco, che ammicca a “Il mastino di Baskerville”, uno dei romanzi più noti di Sir Arthur Conan Doyle.

A me preme sottolineare il parallelismo con il grande filosofo e monaco medievale, Guglielmo di Ockham: anch’egli era provvisto di notevoli capacità logiche abduttive e polemizzava con la Chiesa del XIV secolo, come si evince dal suo “Dialogo sul papa eretico”, riferito a papa Giovanni XXII. Inoltre, come il noto personaggio di Umberto Eco, anche Ockham era un erudito frate francescano e morì a causa della peste nera.

Ne “Il nome della rosa” si rende omaggio anche ad altre figure storiche importanti della filosofia medievale: alcuni monaci, come Berengario e l’abate Abbone, si riferiscono molto esplicitamente ai maestri delle scuole cittadine del secolo XI, ovvero Berengario di Tours e Abbone di Fleury.

La modernità del pensiero filosofico di Guglielmo di Ockham è stata sottolineata dallo stesso Umberto Eco, che conferì al suo immaginario “eroe”, Guglielmo da Baskerville, la modernità del relativismo scettico: “l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità”.

 

Il virus populista

Da Hic Rhodus 15 Maggio 2020 dc:

Il virus populista

di Claudio Bezzi

Una bella intervista a Flavia Perina. Oggi c’è bisogno di ricordare tutto, perché tutto si consuma troppo in fretta: Flavia Perina è stata direttrice del Secolo d’Italia (storico quotidiano di destra) e deputata all’epoca di Gianfranco Fini. Donna di destra vera, una che la destra l’ha praticata e vissuta. Ma una destra lontana anni luce da quella di Meloni e – peggio – Salvini, una destra con delle prospettive, dei valori, delle idee e, specialmente, delle idee non populiste. Vi riporto alcuni brani della sua intervista:

Ci sorprendiamo giustamente per le posizioni di Guido Crosetto, Fabio Rampelli, Francesco Storace [che hanno difeso Silvia Romano – NdR] perché la destra ha sempre ostentato su questi fatti un’alta dose di cattivismo: è un sentimento che non corrisponde al suo dna, ma in genere gli attuali leader giudicano utile assecondare le pulsioni estremiste del loro “popolo”. Da tempo hanno rinunciato all’opera pedagogica che, in tempi passati, la destra considerava fra i suoi doveri anche nei confronti del suo elettorato.

Ancora:

Credo che la destra di oggi si trovi abbastanza bene nel ghetto [populista], intesa come area di opposizione radicale, opposizione “di sistema”. Pensano che quel tipo di isolamento e di “alterità” porti consensi. E che quindi debba assecondare il tipo di elettorato che apprezza il rifiuto di ogni contaminazione e dialogo, sempre percepito come intelligenza col nemico.

E infine, lucidamente:

Siamo un Paese anomalo, siamo un Paese dove hanno vinto le formule populiste. Una destra sul modello di quello tedesco o francese è inimmaginabile. Come è difficilissimo trovare lo spazio per un altro tipo di sinistra, o di centro. La chiave di questo Paese è la competizione populista.

Flavia Perina descrive, credo con dolore e disillusione, quello che un testimone di sinistra potrebbe dire della sinistra italiana e comunque quello che da anni cerchiamo di dire qui su Hic Rhodus: uno strato di polvere populista si è sovrapposto alla destra, alla sinistra, alla politica e alla società in generale.

Ne abbiamo parlato moltissimo, ma ultimamente abbiamo cercato di fare una sintesi in questo trittico:

Riprendo il tema solo per un paio di aggiunte. Innanzitutto mi fa piacere vedere che anche da destra una donna colta e intelligente veda questa catastrofe; implicitamente sto facendo un po’ di autocritica: avevo degli evidenti pregiudizi, e questo è sempre un male.

In secondo luogo noto, osservo, constato che questo male politico oscuro, questa polvere sottile del pensiero eversivo, questo virus dell’impossibilità di pensare e agire razionalmente, sta espandendosi in realtà ovunque.. Nel pensiero moderato e liberale; nelle osservazioni casuali di amici intelligenti; in diversi luoghi del pensiero della sinistra; nei commenti di fior fiore di intellettuali…

Allora diffido. Il concetto di |populismo| potrebbe essere diventato troppo vago e impreciso per definire questa deriva che non è solo politica, ma anche culturale, morale, sociale.

In senso stretto, |populismo| è un

atteggiamento ideologico che, sulla base di principî e programmi genericamente ispirati al socialismo, esalta in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi. Con significato più recente, e con riferimento al mondo latino-americano, in partic. all’Argentina del tempo di J. D. Perón (v. peronismo), forma di prassi politica, tipica di paesi in via di rapido sviluppo dall’economia agricola a quella industriale, caratterizzata da un rapporto diretto tra un capo carismatico e le masse popolari, con il consenso dei ceti borghesi e capitalistici che possono così più agevolmente controllare e far progredire i processi di industrializzazione. In ambito artistico e letterario, rappresentazione idealizzata del popolo, considerato come modello etico e sociale (Vocabolario Treccani).

È in questo medesimo senso, o comunque molto simile, che il concetto di populismo è stato utilizzato su questo blog, e che ho utilizzato nel libro Uscire dal Novecento per battere Salvini.

Quindi: demagogico ruolo assegnato al popolo (democrazia diretta, uno vale uno… tutto il programma dei grillini dell’epoca d’oro); rapporto diretto tra capo carismatico e popolo (Grillo, soprattutto Salvini fino al Papeete); rappresentazione idealizzata del popolo (che si “indigna”, che straparla su qualunque cosa, che ha diritti e mai doveri…).

Su questa base, non costituiscono aggiunte indebite alcune caratterizzazioni contemporanee e specifiche; molte riguardano la comunicazione populista: ipersemplificazione, falsificazione, denigrazione dell’avversario; altre hanno a che fare con alcune conseguenze ideologiche: sovranismo, nazionalismo, antieuropeismo.

E così via come periodicamente scritto su questo blog (riferirsi ai link già proposti).

Eppure c’è forse qualcos’altro. Per meglio dire: ognuno di questi tratti ha conseguenze. I tratti culturali, sociali e personologici non sono mai statici, immutabili: hanno conseguenze, producono altre forme di relazione e pensiero, mutano, si adattano all’ambiente… proprio come i virus!

Allora vi propongo una piccola mappa di ciò che si è sempre chiamato ‘populismo’, che in questo blog abbiamo sempre trattato come tale, che Flavia Perina – nell’intervista – definisce tale, alla luce però del suo attuale allargarsi, dilagare, occupare altri ambiti… E per farlo non tratteremo delle conseguenze ultime del populismo, ma delle sue proprietà costitutive; per capirci: l’antieuropeismo non è un tratto costitutivo del populismo, ma una conseguenza di una connotazione particolare del nazionalismo, un’esaltazione del “noi”, una sopravvalutazione dell’importanza della propria tribù; infine, del particolarismo.

In questo senso quelli che mi sembrano i tratti fondamentali del populismo contemporaneo, e quelli derivati, di secondo e terzo livello, sono i seguenti:

Tratti costitutivi di base del populismo Tratti conseguenti Elementi ultimi visibili, comportamenti e atteggiamenti finali
Egotismo Egoismo, edonismo, particolarismo, sopravvalutazione di sé. Xenofobia, razzismo, maschilismo, nazionalismo, antieuropeismo.
Incultura Ignoranza, credulità, ipersemplificazione dei problemi. Antiscientismo, antivaccinismo, incapacità di programmare e valutare il proprio operato.
Familismo Diffidenza, paternalismo, clientelismo, asservimento. Nepotismo (per esempio in politica), partigianeria, continua guerra fredda civile, ricerca di privilegi e diritti di gruppo.
Convenzionalismo Bigotteria, perbenismo formale, adesione stereotipata ai cliché linguistici e culturali. Omologazione del pensiero, diffidenza verso gli intellettuali critici (inclusi i politici avversi e i giornalisti indipendenti); rifiuto della diversità.

Non è necessario possedere tutte queste caratteristiche per meritarsi il titolo di ‘populista’. Averne più di una, o addirittura averle tutte, ci porta a ragionare sui “gradi di populismo”. Proviamo:

  1. hai uno di questi tratti importanti (prima colonna di sinistra) o due o tre di quelli di secondo o terzo livello; per esempio: sei paternalista, incline ai cliché, e un filino egotico: propongo di considerarlo un populismo di primo livello, negativo comunque, ma non inconciliabile con buone altre caratteristiche; Renzi ne è un mirabile esempio: è europeista, liberale, con spiccate doti critiche, ma è un egocentrico, partigiano e non brillantissimo nella valutazione del proprio operato;
  2. hai più di un tratto costitutivo, e/o diversi di quelli secondari: sei un populista a tutto tondo, un populista semmai in giacca e cravatta ma populista resti, uno di secondo livello; per esempio Conte: si rivolge direttamente al popolo italiano con fare paternalista, ma non riesce a fare sintesi nel proprio governo, traccheggia indeciso nelle decisioni che deve prendere e non ne vede con lucidità le conseguenze;
  3. hai tre o quattro tratti costitutivi e, di conseguenza, una pletora di quelli susseguenti; sei un pericoloso populista di terzo livello, hai tendenze eversive e anti-istituzionali; per non fare, come esempio perfetto, quello di Salvini, diciamo che la stragrande maggioranza dei 5 Stelle si colloca qui.

Le sfumature, i punteggi intermedi, e la collocazione di tutti gli altri, vedete voi, qui era solo un primissimo esercizio per capirci.

C’è anche un punteggio zero, ovviamente: quello di chi pensa criticamente, di chi fa politica con assennatezza e senza tornaconti personali, chi si informa in modo ampio e cerca di valutare ciò che capisce del mondo, semmai sbagliando (non essere populisti non significa non sbagliare; diciamo che temo non esista uno zero perfetto, in quanto al tasso di populismo presente in ciascuno di noi, ma uno zero-virgola-qualcosa è già un grandissimo risultato).

Il popolo italiano è, in grande maggioranza fra il livello 2 e il 3. Una conseguenza più volte segnalata su questo blog è che le preferenze elettorali di questi concittadini si spostano ma entro confini di populismo conclamato o grave; oggi la Lega è in calo ma la Meloni è in crescita; ricresce anche un po’ il M5S. Questa ampia platea di grave populismo, anche perché poco critica, segue il Salvini del Papeete finché spara dichiarazioni a raffica, poi in parte lo abbandona per la Meloni, o per Di Maio, ma ridate un microfono al capo leghista e questi italiani torneranno a seguirlo abbandonando i precedenti.

Non ha molta importanza. Non ci deve importare un fico secco se in un dato momento ha più consenso la Lega, Fratelli d’Italia o il Movimento 5 Stelle; sono piccole varianti dello stesso fenomeno devastante per la nostra democrazia.

E al centro? E a sinistra? Anche qui seguendo Flavia Perina e quanto più volte scritto da Hic Rhodus, in queste diverse aree politiche si assiste, con ritmi e modalità meno eclatanti, al fenomeno di penetrazione del virus populista.

Qui occorre guardare in faccia la realtà anche se vi può addolorare: andate oltre le etichette: chi si auto-definisce “di sinistra” (o “liberale”, “socialista”, quel che vi pare) non è necessariamente immune al virus. Sono i fatti, le parole, i comportamenti, che possono testimoniare una vera lucidità di pensiero, o se l’inquinamento populista, con uno o più dei suoi tratti, non abbia incominciato a produrre i suoi effetti.

Lascio giudicare ai lettori, anche perché la mia idea in merito, altre volte espressa, è piuttosto sconfortata.

Il “buco nero” della scuola italiana

In e-mail il 5 Luglio 2020 dc:

Il “buco nero” della scuola italiana

di Lucio Garofalo

Propongo qui una mia riflessione che potrebbe risultare scomoda ed invisa agli occhi miopi dei benpensanti e dei farisei, adusi al più comodo riparo del conformismo e del perbenismo.

Parto da una sorta di provocazione: il bullismo emotivo e psicologico attuato dagli insegnanti è un fenomeno assai diffuso, quanto lo è il bullismo tra gli adolescenti.

Tale premessa mi serve a chiarire quale sia il livello di degrado morale in cui si è oramai ridotta la scuola italiana.

Mi vorrei soffermare su alcuni aspetti in base ai quali ho preso atto che il segmento più buio, cinico e detestabile dal punto di vista umano, è la scuola secondaria di 1° grado. Si tratta di una valutazione soggettiva, relativa a vicende che non posso riferire, per non scatenare reazioni di sdegno ed irritazione in chi ha la coda di paglia chilometrica.

Una collega di scuola secondaria mi ha confidato una serie di elementi preziosi e rivelatori, poiché hanno rafforzato i miei convincimenti maturati nel corso della mia carriera professionale. Una buona percentuale degli insegnanti di questo ordine di scolarità (non so dire se in buona o in mala fede) tende ad ottenere risultati esattamente antitetici a quelli attesi o desiderati dalla loro funzione: il rigetto verso la scuola e lo studio, l’avversione per i libri e la cultura.

Fatta eccezione per quei rarissimi e virtuosi esempi di colleghi provvisti di qualità empatiche. L’empatia è quella dote preziosa, direi indispensabile per chi si accinga ad intraprendere la difficile professione dell’insegnamento.

Questa riflessione non è inficiata da umori negativi, né da fattori emotivi, come si potrebbe insinuare piuttosto facilmente e molto malignamente. Io sono convinto che il segmento della scuola secondaria di primo grado sia una sorta di “buco nero” nella scuola del nostro Paese. Ricordo che, in un recente passato, sono assurti alla ribalta della cronaca episodi più o meno gravi e frequenti, di vero e proprio bullismo, se non di teppismo scolastico.

Ricordo notizie di docenti aggrediti persino dagli studenti, o dai loro genitori. E vari episodi di bullismo tra gli adolescenti.

Tuttavia, non si parla mai dei casi in cui il bullismo, di tipo psicologico, è esercitato dagli insegnanti. Piaccia o meno ai colleghi ed alle colleghe, è un dato di realtà. Ognuno di noi ha avuto un passato, forse turbolento ed irrequieto, relativo all’adolescenza, ha vissuto le crisi ed i turbamenti di tale stagione della vita. L’adolescenza è la fase esistenziale più difficile e più delicata, poiché è attraversata da inquietudini, ansie, sofferenze e disagi interiori, che sono amplificati da una consapevolezza non ancora matura. È un’età segnata da ribellioni e da gesti di disobbedienza, in cui si tende a contestare in modo istintivo, assoluto ed irrazionale, direi fisiologicamente, l’autorità incarnata dagli adulti, genitori e docenti.

Lungi da me l’intenzione di giustificare in alcun modo quei ragazzi che aggrediscono i loro docenti. Simili gesti sono solo da deprecare in modo netto e perentorio. Ma, nel contempo, sono da biasimare anche i docenti che si rendono artefici e colpevoli di atti di violenza psichica sistematica, azioni vili ed ingiustificate, nei confronti dei loro studenti.

Mi riferisco ai soggetti più timidi, verso cui è facile “sfogare” le proprie frustrazioni. Sono docenti con inclinazioni perfide e sadiche, proclivi ad infierire con un duro accanimento verso gli alunni più fragili e vulnerabili. Io stesso ho avuto la sventura di imbattermi in simili esemplari, specie nella secondaria di primo grado.

Che piaccia o meno ai colleghi ed alle colleghe, è una realtà innegabile, che ho riscontrato personalmente.

“Perché, da iraniana, ho sofferto nel vedere il velo sul palco delle sardine”

Ottimo articolo su Micromega, 19 Dicembre 2019 dc:

“Perché, da iraniana, ho sofferto nel vedere il velo sul palco delle sardine”

“Perché gran parte di voi femministe e persone di sinistra date sempre la parola solo alle donne musulmane col velo? Perché non date mai voce a tutte quelle donne che ogni giorno lottano per toglierselo il velo, in Italia e nel mondo?”. L’accorato appello di una donna iraniana che vive in Italia e che afferma: “Se volete chiamarmi islamofoba avete il mio permesso, perché io ho una vera fobia dell’islam. L’islam mi ha fatto sempre male. Sia quando vivevo in Iran, sia adesso che sono qui in Italia”.
di Atussa Tabrizi

Mi chiamo Atussa, sono una donna, sono iraniana e sono atea.

Quello che ho visto una settimana fa sul palco delle sardine a Roma mi ha fatto male, come quando in Iran sono stata arrestata dalla polizia morale perché non ero vestita adeguatamente (avevo una sciarpa sui capelli).

Non sono sicura se le sardine hanno intenzione di lottare per la laicità o vogliono solo andare contro il razzismo di persone come Meloni e Salvini, ma chiaramente non hanno nessuna idea di cosa sia la laicità dello Stato. Vanno contro croci e madonne di Salvini e Meloni con il velo e con pensieri oscurantisti.

Il velo per me, in quanto donna iraniana, è simbolo di oppressione, simbolo del male.

Non so cosa pensavano le sardine quando hanno deciso di presentare Nibras Asfa come un simbolo di laicità contro Meloni e Salvini, ma chiedo loro se non potevano dare voce a un’altra donna. Una donna – italiana o straniera – che crede nella laicità e nella libertà delle donne.

Se voi, sardine, come la maggior parte delle persone di sinistra e delle femministe italiane, pensate davvero che sostenere una donna col velo significa sostenere la sua libertà, state sbagliando.

È vero che ci sono persone come Meloni e Salvini che non vedono bene le donne con il velo, ed è vero che le donne con il velo vengono disturbate per strada nei Paesi occidentali, ma non dobbiamo e non dovete dimenticare che nei Paesi musulmani le donne che decidono di mettere il velo sono la minoranza, se non proprio inesistenti.

La maggioranza delle donne sono obbligate a metterlo, e non appena ne hanno l’occasione se lo tolgono.

Guardate il mio Paese per esempio, guardate come le donne tolgono il velo sapendo che saranno arrestate e condannate al carcere o anche peggio.

Guardate le donne in Arabia Saudita che con quella piccola, finta libertà che hanno ottenuto ultimamente la prima cosa che fanno è togliere il velo.

Guardate le donne come Ayan Hirsi Ali. Perché la maggior parte di voi femministe e di sinistra non parla mai di queste donne ma invece sempre, dico SEMPRE, delle donne musulmane col velo. Perché non date mai voce a una donna di origine straniera contro il velo e contro l’islam? Perché non sostenete mai queste persone?

Sicuramente andare contro il cristianesimo di Salvini e Meloni scegliendo l’islam è la scelta più sbagliata. Non si può lottare per la laicità presentando una donna musulmana, come non si può farlo con una suora cristiana. Se volete andare avanti a lottare contro i pensieri oscurantisti di Salvini e Meloni, l’islam non è la scelta giusta.

donne musulmane che credono nella laicità e vogliono cambiare qualcosa per le donne dovrebbero sostenere le donne che lottano per la libertà in Paesi come Arabia Saudita, Iran, Indonesia.

E invece spesso le donne che non mettono il velo sono considerate contro l’islam, blasfeme, non modeste e addirittura prostitute. E chi critica l’islam è considerato islamofobo e razzista.

La parola islamofobia è stata inventata dai musulmani con il supporto di una grande parte delle persone di sinistra per collegare subito qualsiasi tipo di critica contro l’islam al razzismo.

Mentre, come sappiamo, essere musulmano non è una caratteristica di un gruppo di persone legata a una “razza”.

Se volete chiamarmi islamofoba avete il mio permesso, perché io veramente ho una fobia dell’islam, perché l’islam mi ha fatto sempre male. Sia quando vivevo in Iran, sia adesso che sono qui in Italia.

Peggio di tutto questo è presentare tutte le donne immigrate come donne simili a Nibras Asfa, mentre anche qui in Italia tante donne immigrate soffrono e lottano per la loro libertà fuori dalla gabbia dell’islam e del velo.

Mie care sardine, se volete fare i veri rivoluzionari, se volete cambiare qualcosa, non dovete dare precedenza alle donne col velo, ma esattamente al contrario dovete dare spazio alle donne che lottano per i loro diritti, nei Paesi in cui anche lottare per un proprio diritto è punibile, e dovete imparare da loro come si lotta contro qualsiasi tipo di oscurantismo.

Voglio concludere ripetendo quello che ho detto all’inizio: mi chiamo Atussa, sono orgogliosamente una donna, sono iraniana, sono atea e sono orgogliosamente contro l’islam e il velo.

 

Scrivere non è più una professione, e la colpa è di…

Su Hic Rhodus il 17 Dicembre 2019 dc:

Scrivere non è più una professione, e la colpa è di…

di Ottonieri

In questi giorni, ho letto con attenzione due post selezionati su Facebook da The Frontpage Post, un’interessante pagina che sceglie e ripropone i post giudicati più meritevoli di sfuggire all’inesorabile oblio che inghiotte ciò che tutti noi scriviamo sui Social. L’idea è buona e ben condotta, e ogni tanto leggo qualcuno dei contenuti suggeriti dalla pagina; come dicevo, negli ultimi giorni ne ho letti due, scritti da due giornaliste sullo stesso argomento, e cioè l’insostenibilità della condizione del “giornalista” (si capirà poi perché uso le virgolette).

Il primo post è stato scritto da Barbara D’Amico, collaboratrice di Corriere della Sera e non solo, che (per ironia della sorte, o forse no) ha scritto anche di lavoratori free lance nella rubrica La nuvola del lavoro. Ebbene, dopo anni (la D’Amico ne ha 36), di fronte all’ennesimo taglio senza preavviso ai compensi che riceveva per i suoi “pezzi” (15 Euro lordi ad articolo, una cifra onestamente imbarazzante), ha deciso di dar lei stessa un taglio e interrompere il lavoro per il Corriere. Lo scrive con sincerità quasi brutale:

“SE IL LAVORO DEI COLLABORATORI NEL GIORNALISMO NON È RITENUTO ECONOMICAMENTE SOSTENIBILE PERCHÉ CONTINUARE AD AVVALERSENE?”

Il suo annuncio non è rimasto senza seguito. Il sito di informazione Lettera 43 le ha dedicato un’intervista nella quale la D’Amico ha sottolineato che la sua condizione non è certo isolata, e che dopo il suo post è stata contattata da molti free lance, che l’hanno ringraziata per aver avuto il coraggio di denunciare una patologia di sistema che penalizza chi di fatto fa il giornalista ma non ne ricava un reddito dignitoso. Che il caso di Barbara D’Amico sia tipico lo dimostra il secondo post che dicevo, scritto da Sara Mauricollaboratrice del Giornale, che racconta una vicenda personale non dissimile (la Mauri è praticamente coetanea della D’Amico), per giungere alla stessa conclusione: “Con quei numeri, la situazione non era economicamente sostenibile (grassetto mio).

La mia interpretazione di queste situazioni è semplice: i contratti che una volta erano normali oggi sono un miraggio per qualunque giovane, anzi, anche per un non più tanto giovane con alle spalle anni di “professione”. Il precariato, che in questo settore si confonde col nobile appellativo di free lance, è la regola a cui è ben difficile sfuggire, e di giornalismo free lance non si vive. Anzi, come si legge in questo vecchio articolo, il giornalismo free lance è morto di fame. E una professione in cui non si guadagna abbastanza da sopravvivere non è una professione. Può essere un hobby, un lusso, al limite un investimento per poi fare altro, ma non una professione.

E non è solo il giornalismo a non essere più una professione. Poche settimane fa, sempre tramite Facebook (eh, sì; come confesserò alla fine, io faccio parte del problema), ho scoperto un’intervista illuminante pubblicata sulla rivista culturale online Pangea. A essere intervistato era un editor di successo, che su Facebook si cela dietro lo pseudonimo di Monica Rossi, e che, senza troppi peli sulla lingua, smantella la “professione” di scrittore:

“SE TI DEFINISCI SCRITTORE VUOL DIRE CHE, IN CONCRETO, QUELLO È IL TUO LAVORO. CON I PROVENTI DEI TUOI LIBRI CI PAGHI L’AFFITTO, LE BOLLETTE, LA SPESA, LA MACCHINA, LE VACANZE, I VESTITI, LA SCUOLA PER I FIGLI? ALLORA SI, SEI UNO SCRITTORE. SE INVECE CON I PROVENTI DEI TUOI LIBRI CI PAGHI GIUSTO UNA CENA, UNA CASSAPANCA, UNA BORSETTA, UNA VACANZA O UN MOTORINO ALLORA VUOL DIRE CHE SEI UNO CHE FA TUTT’ALTRO E POI SCRIVE. […] ANCORA, SE CON I PROVENTI DEI TUOI LIBRI CI PUOI COMPRARE GIUSTO UN’AUTOMOBILE MA NEL CONTEMPO INSEGNI SCRITTURA CREATIVA, COLLABORI CON UN QUOTIDIANO, HAI UN BLOG E FAI TUTTO CIÒ CHE È INERENTE ALL’EDITORIA E ARRIVI AGEVOLMENTE A FINE MESE, BEH MI SPIACE, NON SEI COMUNQUE UNO SCRITTORE.”

Ecco fatto: senza troppi giri di parole, la tua professione è scrittore, o giornalista, se i soldi che spendi tutti i giorni vengono dalla vendita di libri e articoli che scrivi; altrimenti no.

Semplice e vero.

Ma quanti sono, secondo questo criterio, gli scrittori e i giornalisti?

Pochissimi, direi: per gli scrittori, basti leggere questo articolo, che sintetizza: “In Italia gli autori che possono permettersi di vivere di soli romanzi sono una decina al massimo” (e non chiediamoci troppo di cosa vivessero Svevo, o Calvino, o altri nostri grandi narratori).

Ma un’attività in cui ogni anno diecimila entusiasti provano a “entrare”, e alla fine forse uno diventa un “caso letterario” e si unisce alla decina di privilegiati di cui sopra, non è una professione, altrimenti sarebbe una professione anche giocare al SuperEnalotto.

E nel caso del giornalismo le cose non vanno molto diversamente, come abbiamo visto, a parte coloro che in anni migliori sono entrati in una redazione e oggi devono difendere coi denti il posto di lavoro dalla crisi di vendite di quotidiani e riviste.

Scrivere, in Italia, non è più una professione, punto e basta.

Nella migliore delle ipotesi, può essere un modo per conquistare visibilità e sfruttarla facendo i conduttori o gli opinionisti in TV e alla radio, entrando in politica, diventando influencer, blogger o Youtuber, insegnando scrittura ad altri aspiranti “non professionisti”.

Ma come mai è accaduto questo, e di chi è la colpa?

Ci ho pensato su, ritornando alla fine degli anni Ottanta, prima dell’esplosione del Web. Allora io m’affacciavo in edicola quasi tutti i giorni, e in libreria almeno un paio di volte al mese, restandoci ore. Compravo un quotidiano tutti i giorni, riviste tutti i mesi, e almeno una trentina di libri l’anno: la lettura era il mio principale capitolo di spesa, al quale dedicavo direi non meno di 700-800.000 lire l’anno, senza contare i regali a parenti e amici.

E oggi?

Oggi, lo confesso, spenderò forse un decimo di quella cifra.

Per i quotidiani, zero assoluto, anche perché, onestamente, tolte le notizie d’agenzia ci trovo pochissimo che valga la pena di leggere; piuttosto, a seconda dell’argomento, mi rivolgo a fonti online (solo per fare un esempio, per l’economia leggo lavoce.info, che secondo me non ha niente da invidiare al Sole 24 Ore e ha meno lacciuoli), tipicamente gratuite.

Per i libri, leggo meno e comunque compro ormai quasi solo e-book, che in genere costano molto meno dei libri cartacei: quest’anno ho finalmente letto Alla ricerca del tempo perduto, e l’e-book mi è costato 5,99 Euro anziché i 60 o 70 che avrei speso per un’edizione cartacea ben fatta.

Peggio ancora, pubblico qui su Hic Rhodus articoli che, buoni o cattivi (io immodestamente confesso di non ritenerli peggiori di tanti che si leggono sui siti informativi professionali), sono totalmente gratuiti, senza neanche il fastidio della pubblicità, e con Claudio Bezzi abbiamo autopubblicato su Amazon alcuni libri, sempre “hicrhodusiani”, ovviamente a un prezzo simbolico.

La conclusione è inesorabile: se è vero che la scrittura non è più una professione, la colpa non è degli editori (neanche quelli a pagamento), dello spirito corporativo dei “vecchi” giornalisti, della TV che ci ha rimbambito o dei Social che ci risucchiano il tempo tra polemiche e giochini: la colpa è mia, personalmente e direttamente mia.

Per fare inadeguata ammenda, offro una cena al primo scrittore o giornalista che ne faccia richiesta, a patto che non sia un professionista

A proposito di progetti e corsi di formazione

In e-mail il 20 ottobre 2019 dc:

A proposito di progetti e corsi di formazione

di Lucio Garofalo

Negli ultimi anni ho seguito diversi corsi di formazione di cui mi è rimasta impressa solo una noia mortale.

Sui contenuti tecnici dei vari corsi conviene per lo più sorvolare: le mie idee a riguardo sono negative. Non so se gli altri colleghi e colleghe avvertono la stessa sensazione di tedio e frustrazione interiore in tali esperienze, ma è amareggiante che dei corsi di formazione professionale riservati ai docenti non servano ad illuminare ed aprire le menti più refrattarie, né a fugare eventuali dubbi, o stimolare una presa di coscienza più matura e profonda.

Al termine di ogni corso, invece, mi sono sentito assai più confuso e disorientato di prima, più demotivato per non aver raccolto motivi di interesse, di attrazione da quelle esperienze formative.

Anziché porre l’alunno al centro delle nostre riflessioni e del nostro impegno professionale di studio e di aggiornamento, lo si è relegato ai margini del discorso.

Il vero e primo protagonista del processo dialettico di insegnamento ed apprendimento è stato depennato dall’agenda programmatica e politica della scuola, per anteporre il tema e l’esigenza dei format e delle griglie, dei grafici aridi (soltanto muffa e fuffa) in cui ingabbiare progetti privi di vitalità e valore.

È uno scoglio in cui si arena anche la migliore visione di una didattica attiva, rivolta all’educazione di un soggetto pensante ed artefice del proprio destino esistenziale.

In questo carrozzone di stampo clientelare ed affaristico prevalgono gli interessi ed i valori (anzi, direi disvalori) economici a beneficio degli “esperti esterni” e di quanti approfittano per lucrare grazie al “business” dei percorsi di formazione.

La mia idea di scuola

In e-mail il 2 Ottobre 2019 dc:

La mia idea di scuola

di Lucio Garofalo

La mia idea di scuola: un luogo di confronto pluralistico, in cui i discenti ed i docenti possano respirare un clima di libertà e che non sia l’emulazione di modelli aziendali goffi e maldestri, decotti ed anacronistici, bensì un ambiente che valorizzi i talenti e le attitudini di ognuno e permetta la partecipazione più ampia alla gestione degli organi collegiali e ad una direzione il più possibile democratica.

Ogni realtà scolastica presenta le proprie peculiarità in quanto comunità educativa e di apprendimento ed in quanto comunità professionale, per cui ogni singola scuola ha l’esigenza di essere valorizzata nella sua identità particolare.

A tale scopo occorre che alla guida della scuola non siano preposti dei burocrati arroganti ed ottusi, calati dall’alto, bensì soggetti scelti in modo libero e diretto dalla stessa comunità professionale che vi opera, cioè dei presidi eletti e con scadenza temporale.

Inoltre, è necessario che siano riconosciute la dignità professionale dei docenti e la libertà di insegnamento, da fin troppo tempo umiliate e calpestate da una sequenza devastante di “schiforme”, varate dai tanti governi (sia di centro-destra, che di centro-sinistra) che si sono avvicendati negli ultimi decenni, senza soluzione di continuità e senza alcuna pietà.

L’insegnamento come “vocazione”

In e-mail il 16 Settembre 2019 dc:

L’insegnamento come “vocazione”

di Lucio Garofalo

Ogni tanto si riaffaccia la teoria dell’insegnamento come una “vocazione”.

A fasi alterne riemerge l’antica disputa tra chi reputa gli insegnanti una sorta di “fannulloni” ed una categoria privilegiata, e chi li concepisce come “missionari”.

Due estremi antinomici, ma entrambi non rendono giustizia a noi docenti.

Per cui c’è chi ha l’ardire di ipotizzare ulteriori incrementi dell’orario di servizio, a parità di retribuzione salariale. Sorvolo sul fatto (da molti ignorato) che un notevole carico di lavoro e di studio è già sopportato ogni giorno da qualsiasi insegnante scrupoloso, nei tempi extra-scolastici ed in forma gratuita.

Mi riferisco agli adempimenti individuali aggiuntivi e volontari, un lavoro che si presenta oltre l’orario di lezione, necessario e funzionale all’attività didattica quotidiana: preparazione delle lezioni e correzione dei compiti, compilazione dei registri ed altri documenti burocratici, cartacei e digitali, e via discorrendo.

Mi preme evidenziare un aspetto essenziale della professione docente, vilipesa da campagne ideologiche infamanti. In base alla mia memoria, ed alle mie esperienze professionali, ho avuto modo di riscontrare come nella scuola italiana prevalga una corrente di pensiero e di prassi clericaleggiante: è una visione quasi religiosa che, con malcelata ipocrisia, concepisce la funzione pedagogica nei termini di una “missione”.

In base ad una simile congettura, i docenti dovrebbero lavorare di più, animati da una “vocazione”, offrendo  prestazioni di lavoro a titolo gratuito.

Ma quale strana e bizzarra visione, inerente solo agli insegnanti, bensì non, ad esempio, ai presidi o ai bidelli. Pardon, dirigenti e collaboratori scolastici. Idem per gli avvocati, i notai, o i medici, e tutti gli altri professionisti.

Insomma, a tutti i lavoratori del comparto sia pubblico che privato, tranne gli insegnanti, le ore eccedenti (gli straordinari) vengono retribuite in modo decente. Gli unici ad essere offesi, bistrattati e derisi sono proprio i “missionari” della scuola, che per altri sarebbero dei “lavativi privilegiati”. Ebbene, si mettano d’accordo tra di loro: sono missionari o nullafacenti? Né l’uno, né l’altro. Molto più laicamente, dovremmo essere qualificati come professionisti, da onorare e retribuire in quanto tali, cioè in termini più dignitosi!

Ai miei amici qualcun-ani e qualcos-isti

Dal sito Hic Rhodus, pubblicato il 15 Settembre 2019 dc:

Ai miei amici qualcun-ani e qualcos-isti

 

Non qui sul plumbeo Hic Rhodus, ma sul frivolissimo Facebook, molte mie lapidarie e assertive affermazioni (come il mezzo permette, perché per i ragionamenti complessi nulla è meglio di questo blog) vengono rigettate da amici (di Facebook) di lunga data con affermazioni tipo: “Io sono renziano, quindi…” (“Io sono bersaniano, io sono qualcun-ano”) oppure “Io sono riformista, quindi…” (“io sono socialista, io sono qualcos-ista”). Un’etichetta, e un ‘quindi’ (esplicito o implicito) a significare che in quanto qualcun-ano o qualcos-ista sono vincolati, hanno le mani legate, non possono che pensare e dire in un certo modo.

Cari amici tutti, ovviamente ognuno di noi ha simpatie e antipatie politiche, si sente più rappresentato da un certo leader, da un certo partito, ma state attenti con le etichette; state attenti a dichiarare le appartenenze; e soprattutto state attenti agli E QUINDI impliciti.

Nell’epoca dei legami deboli le appartenenze a figure simboliche stanno sostituendo le ideologie; ormai in pochi si dichiarano ‘comunisti’ o ‘liberali’ e, più spesso, ci si richiama a Renzi o Salvini, per dire i due più popolari. Ma non cambia il risultato: essere dichiaratamente qualcun-ani significa rinunciare al pensiero critico, libero, sospeso nel giudizio e capace di leggere una realtà mutevole. Parliamo un attimo dei renziani (dato che amici salviniani non ne ho); cosa significa dichiararsi ‘renziani’? Che Renzi ha sempre ragione? Che tutte le sue riforme erano giuste e ben concepite? Che ha fatto bene a fare una giravolta di 180° (con figura di tolla per renziani doc come Giachetti e Ascani) lanciando il governo PD-5Stelle? Ora, supponiamo per un momento che a me la visione liberalsocialista di Renzi sembri interessante, ma che la giravolta mi sembri un grave errore dettato da tatticismo politico; supponiamo. Che etichetta dovrei appiccicarmi addosso?

Ecco allora che la rinuncia alle etichette fa di me qualcosa che assomiglia a un uomo libero. Se vedo del buono in Renzi lo dico e lo scrivo (e ne abbiamo scritto qui su HR), ma se sono critico su altri aspetti, ugualmente lo dico e lo scrivo, generalmente con dovizia di argomentazioni. E a proposito di queste ultime: se io argomento i perché e i percome dei miei pareri, chiunque può controargomentare, che dovrebbe essere il sale del dibattito, mentre se io giustifico una posizione con “sono renziano” (bersaniano, salviniano…) asserisco qualcosa che rinvia al pensiero del leader (reale o supposto) e non ci può essere seguito al nostro incontro, alla crescita, al progresso.

Essere qualcun-ano o qualcos-ista è una forma di omologazione che ci rassicura, ci consola, ma ci priva del nostro pensiero.

Un’annosa “quaestio”

In e-mail il 15 Settembre 2019 dc:

Un’annosa “quaestio”

di Lucio Garofalo

La presunta “didattica delle competenze”, che oggi è il nuovo verbo e l’imperativo categorico della “scuola-azienda”, non tiene affatto conto di una considerazione logica elementare e di carattere generale, che è addirittura di “buon senso”, traducubile in un’organica ed efficace sintesi dialettica tra la teoria e la prassi.

È la soluzione più corretta rispetto ad un’annosa diatriba che colloca i due termini in perfetta antinomia.

In realtà, i due termini concettuali non si escludono, né si precludono tra loro, se non in una ingannevole mistificazione di tipo ideologico, di sponde di pensiero speculari ed antitetiche, che si delineano in maniera altrettanto astratta ed estremista: idealismo ed empirismo.

In altri termini, teoria e prassi, idea ed esperienza, o come dir si voglia, cioè conoscenze teoriche e competenze pratiche, forniscono entrambi una serie di valori che si compenetrano tra di loro in una relazione di interdipendenza e di reciprocità dialettica.

Per cui anteporre ed esaltare un elemento a discapito dell’altro, o viceversa, è un errore anzitutto dal punto di vista logico. Sotto il profilo squisitamente didattico-cognitivo, la recente disputa tra chi si ostina a privilegiare ed osannare il valore assoluto dei “compiti di realtà”, la priorita di competenze tecniche verificabili/certificabili formalmente, ad onta delle conoscenze e del sapere teorico, inteso in una visione astratta, si risolve in un vincolo di interdipendenza e di interconnessione sia a livello logico-dialettico, che sul versante più strettamente didattico e pedagogico, tra i due coefficienti, che sono entrambi essenziali ed indispensabili ad una formazione integrale, organica e dinamica del soggetto in un’età evolutiva.

Servirebbe un amalgama prezioso ed assai fecondo tra i due fattori, collocati in una posizione distorta, fuorviante ed assurda, di antitesi concettuale e terminologica.

Ma il pragmatismo, insito nelle esperienze reali, è il “lievito” che serve a tradurre le conoscenze teoriche, più libresche, in capacità tecniche e pratiche, più operative, e concorre a mitigare l’astrattismo fin troppo astruso e metafisico, che ristagna oramai in un’antiquata, polverosa impostazione culturale di origine gentiliana, di cui è ancora imbevuta e “pregna” la tradizione scolastica del nostro Paese.

Per contro, una architettura di matrice anti-idealistica, che si colloca alla base della sedicente “didattica delle competenze”, è il “frutto marcio” di una esasperata ideologia utilitaristica, di palese estrazione capitalista anglosassone, insinua un assioma che tende ad assolutizzare, alla stessa stregua di un dogma, il primato delle competenze empiriche rispetto alle cognizioni astratte.

Nel contempo conviene scongiurare il rischio, incombente in modo costante, di magnificare lo status di superiorità dell’idea sull’empiria concreta. Teoria e prassi devono diventare ingredienti di una “ricetta” organica, che contribuisca ad una maturazione sana, corretta ed equilibrata della persona in fase evolutiva.

Nella scuola odierna si antepone il valore o il criterio di un “format”, di una griglia, i diktat di adempimenti burocratici calati dalle alte sfere istituzionali, senza tenere conto di quelle istanze culturali, spirituali ed interiori di una “forma mentis” e di un senso critico, che servono a creare una personalità autonoma e matura.

Il “bandolo della matassa” risulta una sequenza insulsa di crocette da segnare sulla carta, o su un file digitale, dietro le quali si nasconde una visione di stampo aziendalista di scuola e società.

Sotto cumuli di griglie e di scartoffie, perlopiù inutili e vuote, di aride cifre, si seppelliscono gli allievi in carne ed ossa. La questione più urgente, da inserire tra le priorità di un’agenda politica seria, al di là di facili proclami verbali, per rilanciare davvero il ruolo della scuola, è il tema dell’autonomia didattica, un principio sancito dalla nostra Costituzione, ma che finisce letteralmente in malora e si svuota per tutta la “muffa” che si accumula tra le carte. Mi riferisco agli oneri burocratici eccessivi, sofferti in modo tacito e supino dai docenti, a discapito proprio del valore della libertà che la Costituzione (tuttora vigente) assegna alla funzione docente ed al diritto all’istruzione di ciascun discente.

Spegniamo le parole…

Da Hic Rhodus il 22 Marzo 2019 dc:

Spegniamo le parole…

di Claudio Bezzi

Graziano dice un’infinità di nulla (più di ogni uomo a Venezia). Le sue ragioni sono come due chicchi di grano sepolti in due staia di pula: ci metterai tutto il giorno a trovarli, e quando li hai trovati, non valgono la fatica che hai fatto. (William Shakespeare, Il Mercante di Venezia)

Di Battista è sparito. Da un mese non se ne sa più nulla. Eppure sta su tutte le pagine dei quotidiani da giorni, da settimane… Di Battista è sparito Di Battista è sparito Di Battista è sparito Di Battista è sparito Di Battista è sparito Di Battista è sparito Di Battista è sparito…

BASTA! Di Battista è diventato una presenza ingombrante e stomachevole, ne stiamo facendo indigestione con la sua scelta nannimorettiana di “non esserci” per essere più visibile.

***

Per non dire dei Ferragnez. Cosa fanno, realmente, nella vita? Per carità, niente moralismi: una è una fashion blogger e l’altro un cantante rap, due nobilissime attività del Terzo millennio che li ha resi multimilionari senza sudare eccessivamente… Ma oltre le loro indubbie competenze, la loro fortuna è stata costruita sull’abilissima capacità di esserci sempre, ma proprio sempre, su tutti i social media, su tutti i quotidiani, vendendo, in realtà, non pareri di moda l’una e canzonette l’altro, bensì la narrazione di loro medesimi, l’ennesima favola moderna e falsa con tanto di storia d’amore a lieto fine (per ora)… Il segno profondo del loro successo è l’inserimento del neologismo ‘Ferragnez’ nell’annuale lista della Treccani… Hanno vinto loro, questo è il senso della loro stordente cacofonia di vita.

***

Luca Traini sui caricatori degli attentatori di Christchurch. Una nullità, un fallito, un pazzoide la cui vicenda è racchiusa in un trascurabile battito di ciglia della Storia. Ma ecco che un esaltato suprematista gli dà, con una semplice scritta sul caricatore, una specie di immortalità: Traini come simbolo, come modello, come archetipo suprematista. Sarà pure finito nel Pantheon delle forze oscure ma quel semplice gesto, con un pennarello su un pezzo di metallo e poi (nell’ “e poi” c’è il senso della pragmatica del linguaggio) l’uso mortale di quel metallo, ha reso Traini qualcosa di diverso, lo ha trasfigurato. Da adesso si potrà aggettivare il suo nome come si fa con quello dei Grandi (buoni o cattivi): Marx → marxiano/marxista (seguace di); Mussolini → mussoliniano (ispirato da); Traini → trainiano (suprematista bianco)…

***

Tajani dice una bischerata su Mussolini. È solo una bischerata. Una caduta di stile, uno scivolone grave per un politico navigato, tanto più spacciato come “moderato”. Una cosa che detta al bar non vale neppure una replica (alzi la mano chi non ha mai sentito qualche fesso dire “Mussolini ha fatto anche cose buone”). Ma se intelligenti cronisti, a questa sparata di Tajani, avessero fatto spallucce e non se lo fossero filato? Avremmo evitato le furiose polemiche, le rituali repliche dell’ANPI, due faticosissime giornate su Facebook a dire tutto e (specialmente) nulla su questa sua miserabile uscita… Tajani sarebbe rimasto confinato al suo ruolo di politico di scarsa rilevanza, anziché trasformarsi in COLUI CHE HA OSATO INNEGGIARE A MUSSOLINI!!!111!!!

***

Ma la nausea mi assale, alla fine, con la ragazzina con le treccine che adesso prende il premio Nobel, salva il pianeta dall’inquinamento, riceverà sei o sette lauree honoris causa, scriverà un bestseller e si butterà in politica, per la gioia materiale, sia chiaro, di coloro che hanno costruito un’immagine, una strategia di comunicazione, un business, e per quella effimera dei ragazzini al potere che scioperano, gridano, nel tripudio giornalistico che annusa la fuffa e la fa diventare realtà. Amici biologi, amici ambientalisti, amici geologi, climatologi e via discorrendo, è finita la pacchia (cit.), ora i problemi li risolve Greta. Sipario.

La parola, nella società 2.0 del Terzo Millennio, da strumento di rappresentazione e costruzione di senso è diventata senso in sé, è diventata l’oggetto attorno al quale costruiamo un senso (ovvero: si è capovolto il rapporto di significazione), è diventata la narrazione (indipendente da ciò che viene narrato). Le conseguenze sociali, in particolare quelle di potere, sono enormi.

L’oikocrazia come “soluzione”

Da MicroMega 1 Febbraio 2019 dc:

L’oikocrazia come “soluzione” (totalitaria) al problema del rapporto tra élites e masse

di Fabio Armao

Nel mese di gennaio si è svolto, sulle pagine di la Repubblica, un ampio e ricco dibattito sul ruolo delle élites (e sul loro sostanziale fallimento) avviato da un articolo di Alessandro Baricco. Tutti gli interventi, tuttavia, hanno di fatto riproposto l’immagine di un mondo diviso in due, tra élites e masse, rimanendo ancorati a quelle categorie novecentesche che lo stesso Baricco, nel libro The Game, dimostra essere state superate dalla rivoluzione digitale.
Il problema, potremmo dire in una battuta, è che oggi non ci sono più le élites tradizionali, ma non ci sono più neanche le masse, e questo perché la Rete ha colonizzato anche la società reale oltre che il mondo virtuale. Entrambi questi attori sono sostituiti da network sociali sempre più complessi i cui “vertici” (come ci insegna la teoria dei grafi) sono rappresentati da cricche: sottoinsiemi di individui che si conoscono tra di loro. In altre parole, da clan. Le élites stavano alle classi, come i clan stanno alla società globale.

 

Come si è arrivati a questa situazione? Il passaggio di millennio, dopo la caduta dei regimi comunisti e la fine della Guerra fredda, ha visto innescarsi un processo di ristrutturazione globale della società che sta investendo ogni dimensione della vita quotidiana degli individui e le istituzioni cui essi hanno finora affidato l’organizzazione dei propri interessi e della propria stessa sopravvivenza.

La politica dei partiti di massa, della lotta di classe e della difesa degli interessi collettivi ha lasciato il posto a una congerie molto più ricca e diversificata di attori, capaci di attingere, a seconda delle necessità, alle risorse tipiche delle diverse sfere sociali: politica, economica e civile, producendo di volta in volta delle proprie, originali, configurazioni di potere. Lo Stato moderno, che ha incarnato negli ultimi cinque secoli l’istituzione di riferimento delle dinamiche sociali, ancora esiste. Il network che aveva costruito e implementato nel tempo, quella comunità internazionale che, nel corso del Novecento, era arrivata infine a comprendere al proprio interno tutte le terre emerse, è ancora attivo. Ma non è l’unico network, né, oggi, necessariamente il più rilevante.

I nuovi protagonisti di questa grande trasformazione sono gruppi capaci di attingere a mix originali di risorse della più diversa natura proprio grazie alla riscoperta dei vantaggi dei legami di tipo clanico e che, in breve tempo, si dimostrano in grado di coniugare locale e globale meglio di quanto non riescano a fare le vecchie istituzioni statali, a un costo più basso e senza i vincoli imposti dal rispetto delle regole democratiche.

Un esempio ovvio è la criminalità organizzata nelle sue diverse manifestazioni: dalla mafia, al terrorismo, ai signori della guerra. Ma la logica del clan è tornata prepotentemente alla ribalta in politica, basti pensare all’amministrazione “familistica” di Donald Trump negli Usa o di Bolsonaro in Brasile, o ai cerchi e i gigli magici di italiana memoria (per non parlare delle web tribes (Nota mia: Tribù del Web) delle attuali forze di governo). E caratterizza ormai anche le dinamiche apparentemente algide delle élites finanziarie e dei Ceo (Nota mia: sta per Chief Executive Officer, letteralmente Ufficiale Capo Esecutivo, in Italia si dice Amministratore Delegato!) delle grandi corporation (Nota mia: corporazioni) multinazionali. Dall’età dei diritti individuali si è così transitati, senza alcuna soluzione di continuità e senza significative opposizioni, in un’era dominata dalla società globale dei clan che, per esser chiari, costituisce la morte della democrazia novecentesca.

Questa proliferazione dei clan si concretizza in una forma di governo che potremmo definire, con un neologismo, oikocrazia, termine che deriva dall’unione del termine greco kratos, potere, con oikos, che identifica la casa, ma anche la famiglia, il clan (e, per questo, costituisce la radice anche della parola economia). L’oikocrazia, quindi, vuole definire una forma politica caratterizzata da due principali elementi: la riscoperta del clan come struttura di riferimento del sistema sociale e la prevalenza degli interessi economici, privati, su quelli politici, pubblici.

In estrema sintesi, l’oikocrazia rappresenta l’inveramento del World Wide Web, ha i propri programmatori e server in Occidente e, aspetto curioso, pur avendo cominciato a manifestarsi già a partire dalla seconda metà del Novecento, ha conosciuto un’espansione senza precedenti proprio dopo il 1989, considerato anche l’anno di nascita del web su Internet. In un gioco a parti invertite, adesso è la società umana che si adegua ai progressi tecnologici, sforzandosi di emularne la ricchezza di forme e di strutture, e dando vita a modelli di network sociali sempre più complessi.

L’oikocrazia arriva a proporsi come un modello universale che soprassiede alle tradizionali declinazioni della politica, dalla democrazia all’autoritarismo – regimi dei quali, semmai, tenderà a emulare le forme, riducendoli a epifenomeni (prenderne atto, tra l’altro, “risolve” l’attuale dibattito sul carattere fascista o meno di alcuni governi cosiddetti sovranisti).

Ed ha due principali corollari: 1) riporta le città al centro dell’universo politico, incrementando un processo che era già stato avviato dalla globalizzazione, trasformandole con sempre maggior frequenza in luoghi di esercizio del potere coercitivo, oltre che di riproduzione continua e inesauribile dell’accumulazione originaria delle risorse; 2) propone una ridefinizione continua degli spazi di legalità che mette di fatto in discussione la certezza stessa del diritto, come dimostra la proliferazione senza precedenti dei delitti dei potenti (corruzione, clientelismo, ecc.) che, non a caso, coinvolgono in maniera sempre più diretta gruppi di criminalità organizzata, avvantaggiati dal fatto di poter fare ricorso alla minaccia o all’uso diretto della violenza.

Visto da questa prospettiva, il “nuovo disordine mondiale” appare più comprensibile, ma questo non può essere di alcuna consolazione. L’oikocrazia, infatti, non segna solo la fine dell’età dei diritti individuali e il conseguente ingresso in un’era nella quale l’autonomia e la libertà del singolo vengono subordinate agli interessi e alla volontà della “famiglia” di riferimento. La logica che ne governa la diffusione nel World Wide Web reale prefigura la nascita di una nuova forma di totalitarismo che potremmo definire “neoliberale”.

Del vecchio progenitore statualistico, che si era incarnato nel nazifascismo e nel comunismo, l’odierno Behemoth – per riprendere il titolo dell’opera di Franz Neumann sul nazismo[1] – sembra essere una riproduzione in millesimo (e, quindi, più difficile da identificare come tale), perché si manifesta a livello micro, in una dimensione locale, in una molteplicità di luoghi differenti allo stesso tempo. Eppure mantiene intatta la propria essenza totalitaria basata su una particolare organizzazione monistica e autoritaria, che sta riducendo ogni dibattito (e la cultura stessa) a mera propaganda e riscopre la violenza come strumento quotidiano e pervasivo di risoluzione dei conflitti.

Il mostro odierno sgorga dal basso, dal territorio, generato da una logica di mercato, da una domanda ormai fuori controllo di denaro, indispensabile alla sopravvivenza stessa del capitalismo finanziario, per poi evolversi attraverso la costruzione di reti transnazionali di oikocrazie che, diversamente dal passato, non hanno più bisogno di complessi apparati istituzionali di propaganda e di sofisticate ideologie centrate sulla supremazia di una nazione, una razza o una particolare dottrina politica, perché sanno avvantaggiarsi del fatto che i moderni social media consentono a chiunque di raggiungere e mobilitare con facilità “porzioni di masse” – si tratti di un politico populista, di un leader di un gruppo terroristico o di un boss del narcotraffico.

A questi stessi attori si deve poi anche l’evoluzione della violenza totalitaria, che non ha bisogno di assumere la forma dello scontro militare tra forze armate tradizionali, perché si accontenta di mantenere le popolazioni in una condizione guerra civile globale permanente: conflitti interni allo Stato, affidate a piccole unità di “soldati” dotati di armi “leggere”, che si trasformano nella condizione quotidiana di un numero crescente di ignari cittadini, e destinati a riverberare comunque a livello internazionale (basti pensare al fenomeno dei migranti in fuga dalla guerra)[2].

Verrebbe quasi da pensare che, prima di cadere sconfitti, i vecchi totalitarismi novecenteschi abbiano fatto in tempo a disseminare dei geni che, con il tempo, si sono riprodotti in nuove creature mischiandosi con altri fattori “ereditari” storico-culturali specifici del luogo.

Ed è come se alcuni di questi geni si fossero inoculati persino all’interno delle trionfanti democrazie, modificandone o sovvertendone, persino, la natura ma permettendo loro, al contempo, di celare tale mutazione continuando a mostrare all’esterno la propria maschera democratica. Il risultato è che, quasi senza accorgercene, abbiamo imboccato una fase di modernizzazione regressiva che – andando oltre la società del rischio prefigurata da Ulrick Beck[3] – sta già producendo una società autoimmune, incapace persino di riconoscere i propri agenti patogeni e, di conseguenza, destinata ad alimentare i propri mali, invece che a debellarli.

NOTE

[1] F. Neumann, 1977 [1942], Behemoth. Struttura e pratica del nazionalsocialismo. Milano: Feltrinelli.

[2] F. Armao, 2015, Inside War. Understanding the Evolution of Organised Violence in the Global Era. Warsaw/Berlin: De Gruyter.

[3] U. Beck, 2000, La società del rischio. Verso una seconda modernità. Roma: Carocci