Il problema degli omofobi è il senso della vita

Da Hic Rhodus 19 Ottobre 2018 dc:

Il problema degli omofobi è il senso della vita

di Claudio Bezzi

Abbiamo scritto e riscritto, su Hic Rhodus, a sostegno delle più ampie libertà personali anche nella sfera sessuale, a difesa di LGBT (inclusa la possibilità per coppie omosessuali di avere figli), sulla fecondazione assistita e, insomma, chi ci segue sa che siamo, su questo punto almeno, iperlibertari. Poiché non possiamo annoiare i lettori fino all’esasperazione su pochi temi e circoscritti, sia pure importanti, abbiamo ultimamente trascurato l’argomento a favore di altri, ma il manifesto dei provita ci consente di ritornare su una certa attualità. 1539690199-campagna-provita-facebookVorrei però trattare il tema sotto un profilo diverso. In precedenti post ho a sufficienza perorato la causa, per esempio, degli e delle omosessuali sotto un profilo politico; sostenendo che si tratta di diritti non già a una categoria (gli omosessuali) ma a delle persone. Trattando laicamente il tema è chiaro che tutte le minoranze religiose, etniche, sessuali, culturali, linguistiche eccetera, saranno sempre discriminate fintanto che le si tratta come tali, come “minoranze” con bisogni specifici. Se invece le immaginiamo come persone, ecco che i problemi assumono un volto diverso: in quanto persone, cittadini, hanno semplicemente tutti gli stessi diritti: di voto, di parola, di lavoro, di viaggio, di avere figli, di avere casa e, insomma, di provare a cercare la felicità nel modo più consono.

L’argomento sarebbe già chiaramente finito così se non fosse per un maledetto (oops, forse non era la parola da usare…) particolare: i fanatici provita, omofobi e compagnia danzante non sono laici ma – generalmente – cattolici. I cattolici pongono, avanti a tutto, il loro a-priori trascendente: Dio non vuole. Dio vuole l’amore fra uomo e donna al fine di popolare il mondo, il sesso serve per procreare se no è peccato e via tutta la dottrina già discussa in post di qualche anno fa. All’epoca eravamo rimasti con la domanda retorica: perché diavolo (oops, giuro che m’è scappata) non fanno quel che pare a loro (eterosessualmente, mettendo al mondo figli come conigli…) senza rompere l’anima (!) a chi vuole fare diversamente? Schermata 2018-10-17 alle 19.27.43Questa domanda oziosa circola anche sui social; per esempio su Facebook, proprio ora, è comparso questo vecchio cartello che dice pressapoco di amarci come siamo, facendo ciascuno ciò che meglio crede. Questa saggia posizione, molto laica, del consentire a tutti di vivere la vita da cattolici se si è cattolici, da vegani se si è vegani, da laici o da omosessuali se si è l’una o l’altra cosa, non funziona. E il guaio, il guaio vero, è che l’Italia non ha alcuna tradizione realmente liberale, e i cattolici riescono a usare gli strumenti della democrazia contro la maggioranza laica, e impedire la promulgazione di leggi libertarie.

Quindi: perché accade questo? Cosa importa al cattolico omofobo se io vado a letto con un uomo o con una donna, se offro il mio amore di coppia omosessuale a un bimbo o no? Questa offesa a Dio, che non compiono loro ma altre persone, estranee, perché dovrebbe riguardarli? Perché dovrebbe agitarli così tanto da investire energie, tempo, denaro, sforzi politici, mobilitazioni di massa, ingerenze ecclesiastiche, per impedire a me di fare ciò che loro sono liberissimi di non fare? Perché?

Perché lo vuole Dio? Ma io sarò già punito dal loro Dio…

Perché Dio vuole che loro agiscano contro di me? È così poco evangelico…

Forse è perché Dio ha un essenziale ruolo sociale: quello di esaltare il significato della vita umana. Dio, nel suo potere infinito, ha fatto Noi; si interessa a noi, vuole il nostro bene. Ci ha fatti a Sua immagine e somiglianza! Siamo veramente esseri straordinari per meritare questa ossessiva attenzione della divinità! La presenza di Dio è il segno della disperazione umana; la barriera all’assoluto annientatore. Cosa facciamo, noi miserabili e fragili animaletti spaventati, in questo enorme mondo minaccioso? Qual è il nostro scopo? E soprattutto, la domanda chiave: siamo sicuri che abbiamo uno scopo? La risposta è ovviamente “Sì” se credete in Dio. Lo scopo è Dio. L’uomo ha inventato Dio per trovare una ragione a se stesso, per dare un senso alla vita, per porre un argine all’assoluto vuoto cosmico della nostra effimera esistenza.

Ecco allora che i peccatori, certi tipi di peccatori, negando sfacciatamente Dio (la vita dei bambini, la maternità, ovvero la radice profonda dell’angoscia delle ragioni per le quali vivere) indicano scandalosamente che forse, forse, quantomeno per alcuni, non c’è questa ragione per vivere, se non nel vivere stesso. È questo scandalo che priva l’uomo del suo Dio, e quindi del senso alla sua vita, gettandolo nell’angoscia.

Il fanatico religioso vede vacillare se stesso, nella negazione di Dio, e non può permetterselo. Ecco la violenza di tante religioni sugli atei, sui dubbiosi, sugli umanisti, liberi pensatori, libertari… Gli omosessuali gridano non tanto la loro disubbidienza a Dio, ma la sua inutilità per trovare – come persone – una ragione di vita, uno scopo, ovvero l’accettazione che la vita, di scopi, non ne ha proprio.

E quindi creano una prigione di costrutti, una gabbia di regole, un sistema di precetti. Per compiacere quel Dio che dà senso alla vita si mangiano oppure no determinati cibi, si mutila oppure no qualche pezzo di corpo, si ritualizzano comportamenti fideistici che perdono qualunque significato mistico e resistono come rituale, come superstizione. E, soprattutto, si impedisce (o si cerca di impedire) agli altri di esprimere quella libertà laica che loro non posseggono.

Antiscientismo è barbarie

Da Hic Rhodus il 25 Settembre 2017 dc:

Antiscientismo è barbarie

di Bezzicante

Uno dei modi per descrivere l’evoluzione della nostra specie riguarda la rappresentazione del mondo, da magica a scientifica, passando per forme religiose da “primitive” a evolute. Più o meno in questo modo:

Magia Animismo Politeismo Monoteismo Esoterismo Scienza

Preciso che moltissimi avranno da obiettare su questo schemino ipersemplificato utile per una presentazione preliminare del nostro tema. Chiarisco quindi che:

  • Magia: il mondo è incomprensibile e i poveri esseri umani delle origini cercavano di contenere l’angoscia del Sole che tramontava (sarebbe tornato?), dell’Inverno che arrivava (sarebbe cessato?), dell’antilope che fuggiva (sarebbero riusciti a cacciarla?) con pratiche (possedute da un iniziato) di dominio sulla natura. Compiamo un rito e il Sole tornerà; compiamo un sacrificio e l’Inverno passerà…
  • Animismo: la natura è animata da molteplici forze; il Sole tramonta e risorge perché possiede una sua coscienza; la Natura è benefica o matrigna a seconda della personalità e della volontà delle varie “anime” che la abitano.
  • Politeismo: molteplici divinità, rappresentatrici di forze diverse, di pulsioni e orientamenti differenti: forze del bene e del male, divinità creatrici o solo propiziatrici.
  • Monoteismo: un solo dio creatore, capace di giustificare con la sua esistenza tutto l’universo, tutte le sue forze, tutte le sue contraddizioni.
  • Esoterismo: tentativi di dominare la natura, o alcune sue manifestazioni, con pratiche empiriche prescientifiche (alchimia, astrologia…).
  • Scienza: “Insieme delle discipline fondate essenzialmente sull’osservazione, l’esperienza, il calcolo, o che hanno per oggetto la natura e gli esseri viventi, e che si avvalgono di linguaggi formalizzati.” (Enciclopedia Treccani)

Ripeto: è tutto schematico, molti avranno da ridire sulla posizione della religione e sull’(antica) gerarchia fra politeismo e monoteismo… Non mi serve una migliore precisazione, e anche con queste approssimazioni possiamo andare avanti.

Accade che, anche se da Magia a Scienza abbiamo varcato secoli e secoli di storia, nulla si supera mai completamente, e ciascuna delle 6 distinte rappresentazioni del mondo e del posto che vi occupa l’uomo continua a vivere, semmai trasfigurata, mimetizzata, a volte svilita: continuiamo a leggere gli oroscopi, guardiamo con curiosità a religioni e movimenti new age, e sostanzialmente assistiamo a un nuovo sincretismo di grande rilevanza.

Col termine ‘sincretismo’ si intende generalmente, in antropologia e non solo, la convergenza di idee diverse, il loro mescolamento in un’unità nuova che ignora le profonde differenze originarie e ne accoglie le contraddizioni. Generalmente il termine è utilizzato nella storia delle religioni, dove gli elementi sincretici sono innumerevoli. Ebbene, la storia del nostro rapporto con la natura e l’Universo ha proceduto sostanzialmente come illustrato in figura fino a gran parte del ‘900:

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Scomparsa della magia, forte riduzione dell’esoterismo e chiara separazione fra scienza e religione.

Ma questo fragile equilibrio si è rotto con la crisi del modello scientifico positivista, causalista, meccanicista che ha dominato da Newton fino alla meccanica quantistica ma, più in generale, da Bacone fino a Weber, da Lutero fino a Paolo VI, da tutti coloro che nello spettro filosofico, religioso, speculativo verso la natura immaginavano un mondo “chiuso” (dualista, interamente comprensibile) fino agli interpreti della rottura del cerchio della comprensibilità e l’immaginazione di un mondo aperto, mai interamente conoscibile, monista sotto il profilo filosofico (natura e uomo sono un tutt’uno anche in quanto a osservazione) e pluralista sotto quello gnoseologico. Gli anni ’60, per prendere un riferimento più evocativo che preciso, sono stati gli anni dell’emergere di paradigmi scientifici costruttivisti, non lineari, pluralisti; della messa in discussione dei modelli capitalistico-borghesi, del sincretismo new age e dell’inizio del secolarismo in Occidente e così via. Questo processo è stato un’onda culturale possente, durata un ventennio, al termine della quale è iniziata l’onda tecnologica, della globalizzazione, dell’incertezza “liquida” (ne abbiamo parlato QUI). L’enorme sviluppo scientifico ha alienato “la scienza” dal popolo, ma anche aperto a sincretismi esoterici, alla riscoperta del magico; una religione sempre più secolarizzata ha aperto varchi a religioni edonistiche, misticheggianti; i varchi aperti sono solo nell’immaginario popolare, e non nei Sacri Custodi della Scienza, della Religione, dell’Ordine, rendendo paradossalmente tali Custodi ancor più distanti. I colti appaiono come noiosi ortodossi che difendono confini palesemente arcaici; gli scienziati sembrano difendere questioni di lana caprina per mantenere un potere personale, quando non per interessi di poteri forti; la religione è diventata comunicazione, spettacolo.

Da MAgia a Scienza.002

Allora – seconda figura – avviene che il tentativo della Scienza di emanciparsi da esoterismo e religione, tentativo di successo finquando ha avuto fortuna il pensiero dualista, positivista, cartesiano, ha iniziato ad andare in crisi non già per colpa degli scienziati ma del percolamento sincretico, a livello popolare, del pensiero scientifico.

L’Universo senza confini in cui noi galleggiamo a margini di una di miliardi di galassie; la medicina che sposa la tecnologia; il pluralismo relativista che consente di credere in qualunque dio, o in nessuno; l’implosione del mondo ridotto ad app nel nostro smartphone; nella mentalità corrente questa fantasmagoria di opportunità sono diventate anarchia. Tutto è possibile, e quindi anche l’assurdo viene recuperato nell’agenda delle possibilità. La medicina si è trasformata nelle medicine, il sapere nella divulgazione della Wikipedia, i pareri si sono fusi alle competenze, come scritto a suo tempo, e non si trova più una fonte univoca e certa di autorevolezza. Non é tale la scienza non compresa e non è tale la religione non più attrattiva. Vecchie idee misticheggianti, esoteriche, superstiziose si possono quindi rivestire con spolverate di nuove idee mal comprese e, in mancanza di un giudice riconosciuto, assumere una maggiore e migliore accettazione popolare perché più facili da comprendere.

L’omeopatia è più facile del bosone di Higgs; il gatto di Schrödinger buono per una battuta; la meditazione più simpatica della logica. Il mondo attuale, sotto il profilo del pensiero comune, è caotico, anarchico, contraddittorio. Le incursioni mistico-religiose da un lato, e quelle esoteriche dall’altro, fanno sembrare tutte le offerte identiche: la medicina tradizionale vale esattamente come quelle alternative; la religione della Chiesa vale come le mille religioni frutto del confuso pensiero contemporaneo; il parere di un esperto è visto, appunto, come un “parere” e non come il sapere distillato di anni di studi e di pratica. La scienza si dibatte, con debolezza, in questa palude, probabilmente senza rendersene conto; la cittadella scientifica vive con una sua indipendenza e autonomia interessandosi poco del mondo “fuori”, un po’ come nel Medio Evo i monaci trasmettevano un sapere assediato, senza una precisa consapevolezza di quanto fosse vitale – ancorché ignorato – il loro lavoro.

Ma non esistono più cittadelle protette. Il mondo è un sistema permeabile e l’antiscientismo ha effetti disastrosi a medio e lungo termine; si presenta come epidemie improvvise, un tempo evitabili; come ministri dell’istruzione incapaci che distruggono la scuola; come superficialità professionale e analfabetismo funzionale diffuso che minano la tenuta sociale e la crescita economica e civile. In breve: la stupidità antiscientifica non è un problema loro, degli incolti, dei superstizioni, dei no vax; è un problema di tutti noi che condividiamo lo stesso spazio, lo stesso tempo, le stesse sfide.

Il burkini non è un diritto umano

da Hic Rhodus 17 Agosto 2016 dc:

Il burkini non è un diritto umano

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Abbiamo da poco commentato la pretesa di imporre i propri simboli religiosi, con riferimento al velo e al rifiuto della stretta di mano femminile.

Il quel post ce la prendevamo in particolare con due atteggiamenti islamici ma siamo stati attenti a includere tutti i simboli di qualunque religione, incluso il crocifisso, per intenderci.

La nostra idea è che in una società inclusiva e pluralista e, soprattutto, laica, i simboli religiosi ostentati siano divisivi, stimolino la diffidenza, creino competizione e cattiva comprensione del prossimo, e non servono grandi studi sociologici per dimostrarlo.

Una società liberale e tollerante garantisce la libertà di culto a chiunque (inclusa la libertà di rifiutare qualunque culto) nella sfera privata, ma cerca di evitare l’ostentazione antagonista.

Per questo riteniamo che il velo integrale che copre il viso alle donne (tipo niqab e burka) non sia tollerabile, mentre l’hijab sì.

Ora è scoppiato il caso del burkini (costume da mare integrale) vietato a Cannes e in Corsica. Protestano le donne musulmane rivendicando la libertà di vestire come pare a loro ma sbagliano, almeno sul piano dialettico.

È naturale che ognuno vesta come gli pare: se io voglio attraversare il centro con un tutù rosa, le scarpe gialle e una farfalla di cartapesta come copricapo non me lo può impedire nessuno, e se per una qualche ragione mia moglie volesse stare in spiaggia con un costume integrale, ugualmente nessuno potrebbe avere da ridire. Ma le donne islamiche che indossano il burkini lo fanno in quanto islamiche, non per una scelta personale, estetica o igienica. Il burkini rappresenta un’ostentazione identitaria sovente imposta socialmente dal loro gruppo di appartenenza in nome di vaghi precetti semi-religiosi (che tali non sono, come chiarimmo a proposito del velo).

Il concetto non è “vesto come mi pare” bensì “vesto un simbolo religioso identitario e divisivo”. È una questione di motivazione e di contesto che fa la differenza, non il capo d’abbigliamento in sé.

Per difendere le ragioni delle donne musulmane Ikram Ben Aissa denuncia la limitazione alla libertà delle donne imposta a Cannes. L’Autrice dice anche alcune cose giuste, nel suo articolo, ma il cuore del suo ragionamento non è da me condivisibile quando scrive:

Che si vadano a formulare dei divieti fondati sull’idea che indossare un velo implichi un legame col fanatismo è un qualcosa d’inaccettabile.

Sì.

Ostentare il velo integrale (o il burkini) ha a che fare col fanatismo, non meno dell’ostentazione della croce per il cristiano che si segna tre volte prima di salire in treno.

Poiché è assolutamente chiaro che non si tratta di un precetto religioso obbligatorio (lo abbiamo argomentato nel già citato post sul velo) ed è noto che molte donne islamiche (in Paesi tolleranti) non sentono il bisogno di indossarlo, ne consegue che è una scelta individuale (soggetta a molte pressioni sociali) per dichiararsi, per distinguersi, per escludersi.

È esattamente questa scelta individuale così motivata che diviene inaccettabile.

Prosegue l’Autrice:

I cittadini dovrebbero sentirsi liberi d’indossare ciò che vogliono! Quand’è che i musulmani in Europa verranno rispettati e trattati da cittadini alla pari? Quand’è che la smetteremo di marginalizzare milioni di cittadini europei musulmani, e in particolar modo le donne?

L’esagerazione come strumento retorico è noto.

Dove sarebbero i milioni di cittadini europei musulmani marginalizzati?

I cittadini europei musulmani, come quelli buddisti, testimoni di Geova, induisti etc., vivono, lavorano, studiano esattamente come tutti gli altri, soggetti alle stesse regole, norme e leggi.

Anche regole e norme “sociali”, non quindi scritte nei codici. Il cittadino musulmano ha tutti i diritti di andare alla moschea, rispettare il ramadan e seguire un atteggiamento (femminile) fondato sulla modestia e la discrezione, ma credo che abbia meno diritti riguardo l’ostentazione, come detto, e ripeto che ciò vale per tutte le religioni (e per gli atei) inclusa la cristiana.

La cosa che più mi colpisce e incuriosisce, comunque, è questa impossibilità di capirsi. Ikram Ben Aissa crede fortemente che siano lesi i diritti umani delle donne islamiche

Pare che i diritti umani non siano più garantiti per tutti — quindi dovremo trovare un modo per guadagnarceli.

e non si compenetra minimamente nei valori europei che pure cita all’inizio del suo pezzo.

Non comprende, per esempio, che la libertà di tutti passa per delle limitazioni per ciascuno, nessuno può fare ciò che vuole in nome di presunti diritti: io amerei moltissimo restare nudo in spiaggia, ma so che non lo posso fare (se non in specifici luoghi deputati) perché sarebbe ritenuto offensivo e immorale da altri.

Ma non rivendico un “diritto umano” Schermata 2016-08-16 alle 12.41.01violato. Anche una commentatrice islamica, in coda al pezzo citato, litiga con un altro, italiano, scrivendo a stampatello “ci vestiamo come pare a noi e non dobbiamo rendere conto a voi. Pensate alle vostre donne che vanno in giro nude”.

Anche questo sfogo lascia intendere la barriera culturale voluta e difesa: c’è un “voi” che lasciate le donne nude (=immorali) e un “noi” che difendiamo la fede, la tradizione, la virtù (=giuste).

Ciò mostra l’ostentazione divisiva che si richiamava prima. Io ricordo bene di avere visto, in una spiaggia a sud della Turchia, in anni felici in cui Erdogan non era diventato il despota attuale, donne turche col velo nero integrale chiacchierare tranquillamente con amiche turche in bikini. Mi sembrò subito un bell’esempio di reciproca tolleranza e integrazione che, temo, sta finendo anche in Turchia. Com’è noto in diversi Paesi islamici particolarmente integralisti, però, sarebbe impossibile vedere una scena simile. Il velo è obbligatorio e i bikini non sono permessi neppure a occidentali. Ikram Ben Aissa rivendica il proprio “diritto umano” al burkina dimenticando i diritti umani basilari dei milioni di donne in Arabia Saudita e altri paradisi islamici.

Io credo, in conclusione, che il problema della reciproca comprensione sia a uno stadio ancora piuttosto arretrato.

La diffidenza occidentale, spessissimo immotivata, è alimentata dal repentino aumento degli immigrati, dai frequenti attentati terroristici e da mestatori nostrani che soffiano apposta sulla paura.

Ma una persona intelligente non può ignorare questi fattori. L’allarme sociale di questi anni rispetto al terrorismo islamico, ancorché esagerato non nasce per caso, e la sua matrice religiosa non può essere ignorata: come non capire, quindi, che ostentare il burkini appare a taluni come una provocazione? Come non capire che pretendere il presunto “diritto umano” di indossarlo si presta a critiche, ulteriore diffidenza, esasperazione, come la sparata di Picardo sul diritto alla poligamia.

Insomma, noi occidentali dovremmo certamente imparare a essere meno diffidenti e più tolleranti, ma l’Europa nasce da un profondo e doloroso processo di secolarizzazione, durato secoli e pagato sangue, che deve essere compreso da chi chiede di vivere qui, e qui viene accolto nel rispetto di tutti i diritti umani.

Delle cose bizzarre che Dio proibisce e della laicità dello Stato

Da Hic Rhodus  5 Agosto 2016 dc:

Delle cose bizzarre che Dio proibisce e della laicità dello Stato

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di Bezzicante

Permettetemi una dichiarazione preliminare, una sorta di excusatio non petita che chiunque abbia un po’ di dimestichezza con lo scrivere e il comunicare sa che non si deve fare, mai. In questo post tratterò comportamenti religiosi che contrastano col vivere in una comunità laica. La prima parte del post girerà intorno alla natura di questi comportamenti: sono veramente “religiosi”? Voglio dire: certe cose decisamente bizzarre le ha veramente volute Dio? Capite subito che il fatto stesso che io giudichi ‘bizzarri’ determinati comportamenti che, per taluni, sono sacri e vincolanti e oggetto dello sguardo divino mi colloca immediatamente fuori dalla capacità di comprenderli. Sono laico. Non solo credo nella necessità di uno stato laico e nella separazione fra fede e politica, fra chiesa e istituzioni ma, sostanzialmente, sono distante dal devozionismo, dalla fede, dal conseguente forte coinvolgimento emotivo dei credenti. Il mio linguaggio è un linguaggio differente, mi assumo le colpe dell’incomprensione. E questa era l’excusatio per la prima parte dell’articolo. La seconda parte, più breve, prescinde dalle mie incomprensioni e dalle vostre fedi; riguarda la pretesa, in uno stato laico occidentale, di tenere rigorosamente separate la sfera religiosa da quella politica per tutti, compresi gli immigrati e coloro che credono in altre religioni (differenti dalla cristiana) per i quali scatta spesso un meccanismo etnocentrico all’incontrario. Per timore di essere giudicati razzisti si concede di più, assai di più, di quanto la nostra tradizione laica chieda. E ora le premesse sono finite e potete leggervi l’articolo.

Ho già trattato a suo tempo la questione del velo islamico segnalando che l’obbligo a indossarlo, per le donne musulmane, non è una questione di religione ma di identità culturale sostanzialmente condizionata da una società misogina; in quel vecchio post ho utilizzato fonti islamiche per la prima affermazione (il velo non c’entra col Corano) e un’importante e ampia ricerca internazionale che fornisce evidenze sulla seconda (la diffusione del velo è correlata con la tolleranza e l’apertura della società di appartenenza). Di questioni analoghe ce ne sono in tutte le religioni, ciascuna delle quali sostiene che dio vuole che si mangino oppure no determinati cibi, ci si tagli oppure no il prepuzio, ci si comporti in determinati modi fra le lenzuola e via discorrendo. Un tratto evidente di ciò che viene definita ‘secolarizzazione’ (ne abbiamo parlato QUI) è l’abbandono di questi costrutti privi di aderenza con una fede religiosa piantata nel XXI secolo; si può continuare a credere in dio, con devozione e passione, rinunciando a credere che sia peccato mangiar carne il venerdì, per esempio. Ma la secolarizzazione è un processo che riguarda la modernità e il lento progredire delle idee attraverso i secoli. Non in tutto il mondo e non in tutte le religioni i percorsi sono stati simili, e parlare di secolarizzazione nelle aree islamiche più tradizionali è abbastanza sciocco (alcune ragioni le rammenta Galli della Loggia QUI).

Analoga alla questione del velo c’è una bizzarra ritrosia alla stretta di mano:

In una regione nel nord della Svizzera due studenti musulmani saranno obbligati a stringere la mano alle professoresse all’inizio e alla fine della lezione, come è tradizione nel Paese elvetico, ma in questo modo verranno meno ai dettami della loro religione che vieta i contatti fisici tra uomini e donne che non abbiano un legame di parentela (Fonte: Corriere della Sera; l’articolo illustra la sequela di polemiche suscitate da questa decisione).

Ho quindi percorso lo stesso procedimento utilizzato per il velo e sono andato a cercarmi fonti islamiche che mi illuminassero e ho trovato questa che dice che sì, è proprio vietato, a un uomo, stringere la mano a una donna che non gli appartenga (testuale), o che non sia una delle sue parenti “strette” (fonte). Questa prima fonte, eruditissima e ricca di riferimenti non cita mai il Corano ma solo seguaci illustri, giureconsulti, sceicchi devoti e così via: un po’ come se un cattolico citasse noti dottori della chiesa, teologi medioevali e simili. Idem altre fonti come QUESTA di donne musulmane (si cita la moglie del profeta e il Corano solo come fonte indiretta in merito alla modestia ed esemplarità – in generale – del comportamento femminile); così molteplici fonti italiane che riportano la medesima spiegazione e anche fonti inglesi… che riportano la medesima spiegazione (letteralmente! Evidentemente tutti traggono e traducono da una medesima centrale teologica): per esempio QUESTA che però (traducendo meglio l’originale) spiega come la fonte sia un’Hadith, parte della Sunna che, dopo il Corano, è un testo sacro per i musulmani. Non ve la voglio far lunga in questa prima parte dell’articolo, e arrivo alla conclusione. Diversamente dal velo, la stretta di mano sembra indubbiamente parte del contesto religioso islamico anche se – questo è importante – non è il Corano (ispirato da Dio in persona) ma la Sunna. Come un cattolico che affermi una verità religiosa non contenuta nel Vangelo ma nelle Lettere di Paolo. Ma forse sottilizzo troppo io…

A seconda del vostro livello di religiosità sarete portati a credere che certe prescrizioni siano aggiunte dall’apparato religioso che sempre circonda le fedi, aggiunte a volte infelici, non necessarie al rapporto vero e autentico con dio, oppure al contrario potreste ritenere che tutte queste diverse fonti siano comunque ispirate dalla divinità, quindi sacre e prescrittive. Comunque la pensiate, però, segnalo che ragionate su testi letterari, su dichiarazioni, testimonianze… vale a dire parole di uomini e donne (ispirate da dio?) e quindi interpretabili. Ed è la faccenda dell’interpretazione della parola umana che mi confonde: prendiamo per esempio la circoncisione: le principali tre religioni monoteiste attingono allo stesso testo sacro (la Genesi, 17: 10) per obbligare alla circoncisione (ebraismo), per praticarla ma senza un chiaro obbligo religioso (islam), per non praticarla affatto (cristiani, ma non i cristiani copti che invece la praticano). Quindi la Genesi, parola di Dio, è diversamente interpretata e praticata. Se interpretiamo la Sua parola, figuriamoci quella degli interpreti, dei commentatori e dei costruttori di sovrastrutture di mediazione con la divinità.

Tutto questo per dire che stabilire in maniera rigida, assoluta e indiscutibile che Dio, proprio Lui in persona, trovi offensivo che un uomo stringa la mano, come segno educato di saluto, a una donna che “non gli appartiene”, ecco: stabilire in maniera incontrovertibile che sia Dio a volerlo lo trovo alienante. Capisco che dio voglia l’amore e proibisca l’omicidio e accetto anche che voglia essere lodato e santificato, per carità, ma che pretenda un prepuzio in pagamento di un pegno o che trovi riprovevole una stretta di mano mi sembra quantomeno bizzarro.

Fine della prima parte.

La seconda parte di questo articolo cambia completamente registro e si interroga su come deve comportarsi una società liberale (con riferimento al caso svizzero sul quale abbiamo aperto). Vedo due possibilità:

  • possibilità n° 1: siamo liberali, quindi tolleranti, quindi inclusivi, quindi rispettiamo tutti; se siete musulmani e non volete stringere la mano alla professoressa, in quanto femmina che non vi appartiene, bene: avete ogni diritto a farlo anche all’interno della nostra società;
  • possibilità n° 2: siamo liberali, quindi tolleranti, quindi inclusivi, quindi (qui cambiamo la frase) rigettiamo comportamenti tesi all’esclusione (come sono tutti i simboli religiosi); se siete musulmani, o ebrei, o cattolici ciò riguarda la vostra sfera privata e non quella della convivenza pubblica.

Guarda caso si tratta delle due antitetiche posizioni assunte dalla corte UE in due distinti casi riguardanti il velo ma è questa seconda idea che informa correttamente il pensiero democratico liberale occidentale. È per questa ragione che dovrebbero essere banditi i simboli religiosi dagli uffici pubblici, che il velo integrale dovrebbe essere proibito, che la stretta di mano può essere rifiutata solo come oltraggio e non come ferma adesione a un precetto imperscrutabile.

Si dirà che in questo modo si calpestano i diritti di quei credenti. Li offendiamo imponendo i nostri valori laici. Vero. In caso contrario, però, sarebbero loro a imporre i loro valori religiosi. Non c’è via d’uscita: è un gioco che prevede un perdente, il religioso o il laico. Sotto un profilo logico ha poca importanza che il religioso sbianchi in volto, dia in escandescenze e si faccia prendere una sincope dall’obbligo di laicità, mentre il laico semmai fa spallucce e – in virtù della sua apertura mentale – se ne infischi del crocifisso a scuola e dei molteplici obblighi religiosi non richiesti. Sotto il profilo logico c’è un torto che viene commesso a danno di un cittadino, religioso o laico. Per questo sempre la logica suggerisce che in una società moderna deve vincere il primato della laicità. Se nel privato ogni cittadino ha diritto di credere in ciò che vuole, nella vita associata bisogna azzerare le differenze, i contrasti, le potenziali guerre di religione. Come cittadini, uguali doveri e diritti. Non qualche diritto in più per i cattolici, o per i musulmani o per i pastafariani (ed è questo il senso di una recente sentenza della Corte di giustizia UE).

Io credo veramente che stiamo sbagliando molto con i cittadini portatori di altre culture e valori. Siamo capaci di chiudere le frontiere allarmati dai flussi migratori, ma poi siamo così incerti da accettare comportamenti ostili da quei cittadini che brandiscono la fede come simbolo identitario negativo. Dire per esempio che le donne musulmane non devono portare il velo suona come xenofobia, islamofobia. Io credo onestamente che le donne islamiche non debbano portare il velo integrale (quindi: sì hijiab non integrale; no burqa o niqab); credo che se porgo la mano in segno di saluto (semmai non sapendo che per lei, donna musulmana, non è corretto) mi aspetto che la mano mi venga stretta; così come credo che la CEI non debba mettere bocca su alcuna legge dello Stato italiano, che il Concordato vada abolito e il crocifisso tolto dai luoghi pubblici. Credere nell’uguaglianza, quella dei diritti e della cittadinanza, significa rispettare tutte le religioni fino al confine, non superabile, della laicità inclusiva e universalista dello stato.

Credo anche che sia una questione di igiene mentale. O culturale. Se smettessimo tutti di ostentare identità assolute e non negoziabili come quella religiosa, saremmo tutti meno impauriti dai diversi. Cadrebbero molti pregiudizi e, vedendoci più uguali, daremmo tutti meno spazio alle imbecillità fondamentaliste.

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Tra benedizioni e società civile a scuola muore la laicità

da Italialaica 1 Marzo 2016 dc:

Tra benedizioni e società civile a scuola muore la laicità

di Giovanni Fioravanti

Mentre a Parigi si va a scuola di laicità, a Bologna la laicità della scuola necessita di una sentenza del TAR per essere tutelata. Ma Parigi val bene una messa, come si sa, così l’Ufficio Scolastico Regionale ha affidato all’Avvocatura di Stato il compito di vagliare le possibilità di un ricorso contro la sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale che tiene lontana dalle scuole la benedizione pasquale.

È come dire che lo Stato, laico per Costituzione, faccia causa contro se stesso e la propria laicità. Schizofrenia istituzionale? Disturbo della personalità statale? Non c’è da stupirsi se non siamo un Paese normale.

I sostenitori della benedizione delle aule scolastiche hanno deciso che, se l’aspersione d’acqua benedetta non può essere compiuta all’interno dell’edificio scolastico, si procederà comunque con il rito dall’esterno, dal marciapiede antistante la scuola.

Viene da chiedersi cosa aggiunga o cosa tolga alla scuola la benedizione pasquale. Forse rende più intelligenti alunni ed alunne, forse li preserva dai pericoli di un crollo, considerato lo stato della nostra edilizia scolastica, chissà. Per non dire delle profonde perplessità sul valore formativo per bambini e adolescenti chiamati a fare da pubblico ad un rito che nulla ha da invidiare alle antiche rogazioni nelle campagne.

La senatrice Pd, Francesca Puglisi, dichiara: “Non credo che sia la benedizione a violare la laicità dello Stato” e il parroco che avrebbe dovuto impartirla sostiene che la benedizione pasquale non è un rito religioso, ma una tradizione civile del nostro popolo.

A questo punto verrebbe da chiedersi cos’è dunque laico e cosa religioso, cosa razionale e cosa irrazionale. Ma soprattutto perché debba essere sempre la scuola a Natale e a Pasqua oggetto di polemiche religiose spacciate per tradizioni civili che non offenderebbero la laicità dei laici.

Ora, che non si voglia vedere strumentalità in tutto questo bisogna essere davvero delle anime belle.

Nella nostra società, sempre più secolarizzata e sempre più multietnica, certi credenti si sentono minacciati da quanti praticano la propria religione con una coerenza che loro hanno perduto ormai da tempo. Di qui la risposta in difesa: affermare la propria identità ricorrendo alla tradizione, alle forme esteriori di una fede che non ha più radici nella vita interiore delle persone.

Per legge sono i Consigli di Istituto che nei loro regolamenti devono prevedere le condizioni per concedere l’uso degli spazi scolastici in orario extrascolastico. Non mi risulta che rabbini, imam o pastori protestanti abbiano mai fatto richiesta d’uso delle aule scolastiche per le loro funzioni religiose, perché i preti sì allora? E perché solo per la benedizione pasquale e non per la messa tutte le domeniche?

È dunque chiara la volontà di portare la scuola su un terreno molto pericoloso. In tutto questo c’è più uno spirito di crociata, che di pietà religiosa.

Lo esprimono chiaramente i promotori delle benedizioni scolastiche, chiedendosi perché le moschee sì e le benedizioni no, paventando il rischio di dover cancellare le chiese per non disturbare i musulmani o che sia impedito ai loro figli di sentirsi italiani e cristiani anche a scuola, fino a vedere calpestata la propria religione.

Eppure la sentenza del tribunale amministrativo emiliano romagnolo, nel suo buon senso, non solo pare laica, ma direi anche cristiana. Non fa altro che affermare come il principio costituzionale della laicità non significhi indifferenza rispetto all’esperienza religiosa, ma comporti piuttosto equidistanza e imparzialità rispetto a tutte le confessioni religiose.

Questi signori della benedizione prêt à porter, che semmai si scandalizzano delle madrasa, le scuole coraniche altrui, non si scandalizzano che nelle nostre scuole statali, pubbliche e aconfessionali si manipolino le menti dei più piccoli, perché si sa più assorbenti e plasmabili, a partire dalla scuola dell’infanzia, con la narrazione confessionale della religione cattolica.

È la questione di sempre, per cui ci si preoccupa più di educare che di istruire. Del resto educare pare essere più facile che istruire, come è più facile trasmettere il dover essere che il divenire. La scuola da sempre offre un terreno molto favorevole a quanti sono preoccupati di plasmare le coscienze anziché formare le intelligenze, perché raduna tutti i giovani quando sono facilmente manipolabili, condizionabili e suggestionabili, perché le loro menti ancora devono maturare e quest’ultima possibilità difficilmente la nostra scuola gliela offre.

La scuola è terreno estremamente delicato, perché luogo di formazione della parte più fragile della nostra società: le bambine e i bambini, le ragazze e i ragazzi. Tutti si dovrebbe fare un passo in dietro, essere molto attenti ad evitare interferenze, tenersi distanti con le proprie idee e convinzioni da chi le idee e le convinzioni deve conquistarsele da sé, con la propria testa e non con quella degli altri.

“È decisivo abbandonare l’attuale modello istituzionale statalista per sostituirlo con uno nuovo, espressione delle più vive dinamiche sociali”, scriveva nel 2002 l’attuale direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale dell’Emilia Romagna in un testo da lui curato, “La scuola della società civile tra Stato e mercato”, forse questo spiega la sua intenzione di ricorrere contro la sentenza del TAR.

Il tema che la benedizione pasquale delle scuole ripropone è sempre quello da tempo caro a certi ambienti cattolici del nostro paese, del rapporto tra scuola e società civile. Un tema da interferenze e corto circuiti, fino a quando cattolici e teorici del libero mercato dell’istruzione anche nel nostro paese non saranno in grado di provvedere da soli a farsi le loro scuole, senza ricorrere allo Stato, ai bonus scuola e, ovviamente, alle benedizioni pasquali.

Come educare senza dogmi. Una guida per genitori atei e agnostici

Prima fonte: MicroMega http://temi.repubblica.it/micromega-online/ 14 Gennaio 2016 dc, pubblicato anche da Sestante il 18 Gennaio 2016 dc:

Come educare senza dogmi. Una guida per genitori atei e agnostici

di Cecilia M. Calamani (cronachelaiche.it)

«Mi batto per educare figli indipendenti, che ragionino in modo logico, svincolato dal dogma religioso». Con queste parole la blogger americana Deborah Mitchell spiega il perché del suo libro “Growing up godless”, tradotto e pubblicato in Italia dalla casa editrice Nessun Dogma con il titolo “Crescere figli senza dogmi”.

La domanda nasce a libro ancora chiuso: perché un’americana sente il bisogno di scrivere un libro su questo tema? Siamo talmente abituati allo stereotipo che dipinge gli Stati Uniti come il Paese della libertà per antonomasia che questo volume, una vera e propria guida per genitori atei e agnostici, fa un po’ effetto. Eppure la realtà, soprattutto in alcuni Stati – Mitchell è texana –, è ben diversa da come immaginiamo. E in effetti andando avanti nella lettura scopriamo una società chiusa e bigotta, ligia alle tradizioni e intollerante nei confronti del libero pensiero al punto di stigmatizzare con l’isolamento chi si professa ateo o agnostico. (nota mia: l’autore dell’articolo si stupisce, io e alcuni altri no, non abbiamo mai creduto in questo “stereotipo”, non abbiamo mai considerato in questo modo gli Usa…)

Come la stessa Mitchell riferisce, in Texas una delle prime domande che si fanno le persone quando si conoscono è quale chiesa frequentino. Il che stupisce poco se solo si legge cosa c’è scritto senza mezzi termini nella Carta costituzionale del Paese: «In questo Stato non verrà mai richiesto alcun test religioso per ricoprire un pubblico ufficio o una carica onorifica; né alcuno sarà mai escluso da una carica a motivo dei suoi sentimenti religiosi, purché ammetta l’esistenza di un Essere Supremo» (art. 1, par. 4). Ecco perché scegliere per i propri figli un’educazione libera dalla fede è un problema. Chi non crede per lo più si nasconde e segue i riti e le tradizioni della massa. Ed è quello che ha fatto anche Mitchell fino ai primi anni di vita dei suoi figli, quando ha deciso di uscire allo scoperto in famiglia e di aprire un blog, inizialmente dietro pseudonimo, per scrivere le sue esperienze di madre agnostica e confrontarsi con altri genitori nella sua stessa situazione.

Nel libro riporta la sua esperienza e anche quelle più significative delle persone con cui è venuta in contatto. Ne esce un prontuario per affrontare tutte le situazioni cui un genitore ateo o agnostico si trova di fronte quando vive in un ambiente che non ammette altri modi di essere se non quello scandito, nei valori così come nei tempi, dalla religione.

Il paragone con la situazione italiana, leggendo queste pagine scritte da un’occidentale, è d’obbligo. Se è vero che il nostro Paese è ancora molto poco secolarizzato e subisce una continua ingerenza da parte della Chiesa cattolica nella sfera legislativa (per tacere di quanto la foraggi finanziariamente), è anche vero che, almeno sulla carta, educare i figli al di fuori dei dettami religiosi è ormai un falso problema e lo dimostra la percentuale sempre più alta di ragazzi non battezzati o che disertano l’ora di religione a scuola.

Le difficoltà semmai riguardano il rapporto tra i nostri figli e le istituzioni scolastiche. Non solo è ancora previsto l’insegnamento della religione cattolica nell’orario curriculare, ma chi non se ne avvale – come già detto un numero sempre screscente di ragazzi – è costretto a girovagare per l’istituto, andare in altra classe o partecipare a uno dei rarissimi corsi alternativi allestiti nelle scuole per “raccogliere” gli studenti non credenti.

Potremmo poi parlare dei crocifissi ancora appesi nelle aule, delle recite natalizie che celebrano la nascita del figlio di dio (guarda caso spesso organizzate proprio dal docente di religione) o delle pagliacciate di certi amministratori leghisti che distribuiscono presepi nelle scuole del Nord, ma insomma il problema non è, o almeno non più, dichiarare in famiglia e al mondo di rifiutare le verità dogmatiche della fede.

Piuttosto, il punto è che una legislazione sempre più obsoleta non sta al passo con l’evoluzione culturale del Paese e la sperequazione dei diritti che ne consegue investe tutti i campi, istruzione inclusa. Diversa la situazione in Texas, dove la difficoltà di un’educazione laica per i propri figli è innanzitutto di origine sociale.

Ciò nonostante, il libro ci tocca da vicino sia perché gli Stati Uniti sono per noi un imprescindibile modello culturale di riferimento (nota mia: non certo per me!), sia perché focalizza bene alcuni aspetti che riguardano anche la nostra società. È innegabile che la fede religiosa faciliti il ruolo del genitore perché lo esime dall’onere di elaborare da sé risposte adeguate alle difficili domande dei figli.

Ad esempio, come spiegare a un bambino cosa significa morire senza farlo sprofondare nell’angoscia? Per un genitore credente è più semplice. Basta ricorrere al paradiso o all’aldilà attraverso una narrazione pronta all’uso che taciti (ma per quanto tempo?) i dubbi esistenziali del figlio e lo porti a credere in una vita in cielo dopo la morte. Tuttavia il ricorso alla religione deresponsabilizza il genitore, che si limita a ripetere quello che i propri genitori hanno ripetuto a lui senza aiutare lo sviluppo dell’autonomia di pensiero del figlio.

In questa delega alla fede poi c’è un ulteriore pericolo per la crescita consapevole e responsabile dei ragazzi e riguarda l’educazione sugli aspetti comportamentali. Mitchell lo descrive bene: «Ai bambini si insegna a essere buoni soltanto perché alla fine saranno ricompensati con la vita eterna, ma questo costituisce una debole base per la moralità, poiché si focalizza sul fare ciò che altri definiscono giusto agitando la carota di una ricompensa, e non sul fare ciò che ognuno considera giusto in base a un ragionamento. E, quel che è peggio, si può agire male più volte, visto che non poche religioni offrono il perdono mediante una serie di canti o preghiere».

Per dirla alla Margherita Hack, il non credente si comporta bene perché lo ritiene giusto, non perché spera in una ricompensa futura. Il che dà maggior vigore alle sue convinzioni morali.

Educare i figli al di fuori di comode verità prêt-à-porter è faticoso, sia chiaro, ma molto meno di quanto sembri. Spesso siamo noi, condizionati dal nostro vissuto culturale in un Paese in cui fino a trent’anni fa il cattolicesimo era religione di Stato, a proiettare sui nostri figli delle paure che loro neanche percepiscono perché liberi dai nostri preconcetti. Tuttavia, va anche detto che la libertà di pensiero è tra tutti il concetto più difficile da trasmettere perché si contrappone a quell’omologazione di massa – la religione ne è un esempio ma non l’unico – che rappresenta un comodo riparo soprattutto durante infanzia e adolescenza. Ma ne vale la pena.

Aiutare un figlio a costruire la propria strada invece di prenderla in prestito da chi dispensa verità predefinite lo rende più solido nei suoi valori e lo libera dal condizionamento ancestrale del peccato, una micidiale arma di ricatto che da millenni tiene in scacco coscienze e intelligenze.

Morale e religione non sono sinonimi e non è detto che vadano d’accordo. Nonostante la storia l’abbia dimostrato e la cronaca ce lo ricordi ogni giorno, il preconcetto che le vede strettamente collegate è duro a morire. Anche in Occidente.

UAAR, Circolo di Milano: manca la correttezza

UAAR, Circolo di Milano: manca la correttezza

di Jàdawin di Atheia, 7 Gennaio 2016 dc (aggiornato e modificato il 17 Maggio 2016 dc)

Alla fine del 2014 dc mi scrisse Luca Immordino di Palermo, che aveva visto questo blog, parlandomi di un libro che aveva scritto e proponendomi delle serate di presentazione.

Gli risposi che questo è un blog individuale e che non sono in grado di organizzare serate, ma che ne avrei parlato al Circolo Culturale Giordano Bruno di Milano, di cui sono socio dal 1995 dc e di cui curo posta elettronica e blog.

Il libro piacque e, a chiusura del ciclo di incontri marzo-giugno 2015 dc, il 14 Giugno fu presentato “Storia del sentimento religioso. Nascita, sviluppo e tramonto delle religioni”, edito da Cavinato Editore International, con la consueta relazione introduttiva del responsabile del Circolo, Pierino Marazzani, e l’intervento di Renato Pomari, ex-insegnante di religione.

L’autore, successivamente, propose l’iniziativa anche al Circolo di Milano dell’UAAR-Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, inviando copia cartacea ed e-book del libro. Circa sei mesi fa la coordinatrice del Circolo Valeria Rosini, che aveva affidato la lettura e la valutazione del libro ad uno dei soci, aveva confermato l’effettuazione della serata per il 23 Novembre 2015 dc.

Pochi giorni prima, in una conversazione telefonica, la coordinatrice aveva riferito che la presenza dei partecipanti ai loro eventi era mediamente di 300 e più persone e così sarebbe avvenuto pure per quella serata. Strano, perchè ho visto la “sede” del Circolo UAAR di Milano in via Porpora 45 a Milano, è uno scantinato e vi posso assicurare che, anche ammassate, è difficile che possano starci più di venti persone. A meno che ci si riferisse anche ad altre sedi ospitanti, non del Circolo di Milano.

In quella conversazione Luca Immordino riferì della serata al “Giordano Bruno” e la signora Rosini affermò, più o meno testualmente, “quelli sono quattro gatti che al massimo portano non più di dieci persone ai loro eventi”.

Pochi giorni più tardi, a cinque giorni dall’evento, la Rosini telefonò a Luca Immordino comunicando l’annullamento della presentazione perché il suo libro non era più gradito, motivando il fatto che non se ne riteneva il contenuto degno di una presentazione da parte dell’UAAR. Causa di un così repentino cambio di valutazione sarebbero state le imperfezioni grammaticali, le parti del libro scritte in modo non connesso tra loro, senza riferimenti bibliografici, con errori grossolani sulle teorie espresse e che denoterebbero disattenzione ed un lavoro frettoloso.

Luca Immordino non ha potuto annullare il volo aereo per Milano prenotato da tempo e recuperare così il denaro sborsato né organizzare per tempo una presentazione alternativa: entrambi siamo concordi  nel considerare tale comportamento privo di professionalità, correttezza e rispetto nei riguardi di tutte le persone coinvolte, al di là delle presunte carenze dell’opera, che non giustificherebbero comunque tutto ciò. Il Circolo UAAR di Milano ha avuto diversi mesi per valutare l’opera, e quanto è avvenuto non è assolutamente ammissibile.

Per parte mia vorrei solo ricordare alla signora Rosini, che al nostro Circolo ha affermato che “loro” (presumo gli atei e gli agnostici dell’UAAR) non sono contro le religioni, che noi “quattro gatti” del Circolo, anche con scarso pubblico a seguirci, siamo coerenti con quanto affermiamo e, facendo nostre le parole di Christoper Hitchens, affermiamo con orgoglio che siamo atei. Non siamo neutrali rispetto alla religione, le siamo ostili. Pensiamo che essa sia un male, non solo una falsità. E non ci riferiamo solo alla religione organizzata, ma al pensiero religioso in sè e per sè.

Jàdawin di Atheia

Il mondo (è) possibile senza religioni. Ateismo, Agnosticismo, Cultura, Media, Politica...ed altro ancora. Blog collegato al sito www.jadawin.info

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