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Sul movimento di massa in Iran

In e-mail l’8 Gennaio 2018 dc:

Sul movimento di massa in Iran

“Mullah capitalisti, ridateci i nostri soldi!”

3 Gennaio 2018

Un importante movimento di giovani e di donne si è levato in Iran. È la più importante esperienza di mobilitazione dopo la cosiddetta “onda verde” del 2009.

Il movimento è nato nella città di Mashhad, per protestare contro l’aumento del 40% del prezzo delle uova. È possibile che questa prima protesta sia stata in qualche modo incentivata dalle autorità religiose locali, vicini alle posizioni reazionarie più integraliste della Guida Suprema Khamenei, e per questo critiche verso il Presidente “moderato” Rouhani. Ma è certo che la dinamica della mobilitazione è andata ben al di là delle sue basi iniziali.

LA DINAMICA DEL MOVIMENTO

Il movimento si è propagato in molte città e realtà di provincia. La sua dimensione di massa è complessivamente minore (ad oggi) di quella del 2009, ma la sua estensione geografica sul territorio nazionale è più ampia. Soprattutto, le sue rivendicazioni appaiono più radicali. Nel 2009 il movimento era nato in opposizione alla rielezione del presidente reazionario Ahmadinejad, nel nome di rivendicazioni democratiche limitate che non mettevano in discussione il regime religioso dei mullah. Il movimento aveva una natura progressiva, ma la sua direzione politica (Moussavi, consigliere del presidente “riformista” Kathami) era in qualche modo interna al regime. Oggi il quadro è diverso.

Il movimento attuale ha innanzitutto un contenuto sociale più esplicito, di contrapposizione al carovita e alle politiche economiche del governo (aumento di prezzo dei beni alimentari, taglio dei sussidi sociali, speculazioni bancarie a danno di piccoli risparmiatori caduti in rovina, aumento della disoccupazione giovanile al 30%). È la reazione sociale al mancato rispetto delle promesse annunciate a seguito degli accordi con la presidenza Obama. “Avevate promesso benessere e prosperità, ma dopo due anni abbiamo raccolto solo miseria”: questo il senso comune della protesta. Per questa stessa ragione il movimento ha assunto una dinamica di contrapposizione non solo a Rouhani, ma al regime teocratico reazionario.

Il clero sciita non è solo l’architrave del regime confessionale integralista che domina l’Iran da quasi quarant’anni, responsabile della repressione sistematica e brutale delle organizzazioni del movimento operaio e di tutte le più elementari rivendicazioni democratiche dei giovani e delle donne. È anche strettamente compenetrato con la classe capitalistica iraniana. L’alto clero, i vertici militari, i comandi degli apparati repressivi, controllano interi comparti dell’economia nel campo della produzione e della finanza.

Era dunque inevitabile che un movimento di contestazione delle ingiustizie sociali entrasse in collisione col cuore profondo del regime. “Mullah capitalisti, restituiteci i nostri soldi”, lo slogan che è rimbalzato in molte manifestazioni, è la documentazione plastica di questa connessione, assieme alla distruzione di manifesti e immagini della guida spirituale Khamenei.

Per le stesse ragioni, anche la politica estera dell’Iran è divenuta bersaglio delle proteste. L’Iran è una potenza capitalistica regionale del Medio Oriente, in lotta da sempre con l’Arabia Saudita. Le risorse risparmiate dal taglio (parziale) delle sanzioni sono state investite da Teheran nel consolidamento ed estensione dell’area di influenza regionale sciita (sostegno ad Assad in Siria, a Hezbollah in Libano…), con un indubbio successo sul fronte siriano grazie all’appoggio determinante dell’imperialismo russo. Ma le glorie militari sui campi di guerra non hanno comportato solamente migliaia di caduti, hanno trascinato con sé aumento delle tasse, carovita, inasprimento dello sfruttamento sul fronte interno, nel nome del superiore interesse della nazione. Anche per questo la contestazione sociale è rapidamente divenuta contestazione politica: “Pensate a noi, non ad Assad”, gridano migliaia di manifestanti.

GLI IMPERIALISMI DIVISI

In questo quadro è naturale che l’imperialismo USA, lo Stato sionista d’Israele, il regime reazionario saudita, cerchino di strumentalizzare la mobilitazione sociale e politica contro il regime iraniano in funzione dei propri interessi strategici in Medio Oriente e su scala globale. È sempre accaduto in tutta la storia del mondo che lotte progressive, e persino rivoluzioni, all’interno di un determinato Paese, vengano “usate” (e talvolta appoggiate) da potenze straniere conservatrici e reazionarie. Ci si potrebbe meravigliare del contrario? Così è naturale che il reazionario Trump provi a strumentalizzare la protesta in Iran in funzione della svolta della propria politica estera in Medio Oriente e della polemica interna contro Obama, come è naturale che il governo sionista d’Israele voglia utilizzare gli avvenimenti iraniani per consolidare l’asse col nuovo corso di Washington e col regime saudita.

Ma chi vede ciò che avviene in Iran come esecuzione del “piano” di Trump e dei suoi agenti segreti ha la stessa visione della storia delle polizie di tutto il mondo, inclusa naturalmente quella iraniana: la ribellione è sempre figlia del “complotto straniero contro i superiori interessi della patria”, che guarda caso coincidono con quelli della classe che detiene il potere. È l’argomento che sospinge ovunque, in ogni epoca, la repressione di ogni rivolta interna. L’Iran non fa certo eccezione.

Peraltro gli amanti dell’interrogativo dietrologico “a chi giova?”, pronti a vedere in ogni rivolta la mano straniera dell’imperialismo, dovrebbero evitare di guardare solo all’imperialismo USA. Gli imperialismi europei (Italia inclusa) non si allineano affatto a Donald Trump sulla vicenda iraniana. Anzi. Vogliono inserirsi nella contraddizione apertasi tra Iran e Trump per sostenere i propri interessi imperialisti in Persia e allargarvi la propria area di influenza: dagli investimenti dell’industria automobilistica francese agli appetiti inesauribili di ENI ed ENEL. Per questo la UE tace sull’Iran, strizzando l’occhio al regime e augurandosi la sua tenuta.

La verità è che la mobilitazione in corso in Iran tende oggi ad amplificare le contraddizioni interimperialiste, non a ridurle.

IL RUOLO DEL PROLETARIATO E LA QUESTIONE DELLA DIREZIONE

In ogni caso i settori di massa e di gioventù che oggi alzano la testa in Iran non sono sospinti dagli agenti della CIA ma dal rifiuto dell’oppressione. Il regime lo sa ed è scosso. L’apparato repressivo dello Stato colpisce le manifestazioni con centinaia di arresti e con armi da fuoco, assassinando decine di giovani. E intanto chiude le piattaforme digitali per bloccare la propagazione ulteriore del movimento. Il Presidente Rouhani, dal canto suo, cerca di ritagliarsi un proprio spazio di manovra parlando del diritto a manifestare, ma è consapevole di essere bersaglio diretto della protesta e per questo spalleggia la repressione, nel mentre cerca di organizzare una propria contromobilitazione a difesa del regime.

In realtà le diverse frazioni del regime teocratico attribuiscono la responsabilità della rivolta alla frazione rivale, ma proprio le contraddizioni interne al regime possono ampliare la dinamica della mobilitazione. Mentre la reazione attiva di settori di manifestanti alla repressione (e in qualche caso persino l’assalto alle caserme alla ricerca di armi) misura la potenzialità della radicalizzazione.

Inutile aggiungere che una eventuale trascrescenza del movimento in atto in un processo rivoluzionario potrebbe avere ripercussioni enormi in tutto il Medio Oriente.

Ripercussioni che darebbero agli stessi USA e Israele grattacapi infinitamente più seri degli effimeri vantaggi di qualche strumentalizzazione diplomatica delle proteste in corso.

Seguiremo la dinamica della mobilitazione in atto. La sua base sociale sembra al momento limitata a settori di gioventù della popolazione povera, dei disoccupati, della classe media (studenti), con un ruolo importante delle donne. La classe operaia non è ancora scesa nell’arena della lotta. Questo sarà uno snodo decisivo per lo sviluppo degli avvenimenti. La classe operaia iraniana è una enorme potenza sociale. La sua discesa in campo alla testa della gioventù potrebbe segnare un capovolgimento dei rapporti di forza e aprire una pagina nuova dello scontro. Senza l’ingresso nell’arena della classe lavoratrice, la mobilitazione rischia di schiantarsi nel muro della repressione e di sfaldarsi. È la lezione del 2009.

Ma la semplice mobilitazione della classe lavoratrice non è sufficiente. È necessaria una sua direzione indipendente e rivoluzionaria, che sappia saldare nel vivo della lotta le rivendicazioni sociali, laiche e democratiche elementari, con la prospettiva di un’alternativa di potere della classe lavoratrice; che sappia costruire l’egemonia della classe lavoratrice sull’insieme delle domande progressive delle masse oppresse, delle città e delle campagne, nella prospettiva di un governo operaio e contadino. L’unica vera alternativa.

Nel 1979 la mobilitazione della classe operaia iraniana fu determinante per il rovesciamento dello Scià, dando vita in centinaia di fabbriche a forme di autorganizzazione democratica di massa (shorà). Ma l’assenza di una direzione indipendente, unita al ruolo collaborazionista del Tudeh stalinista, subordinò la classe operaia a Khomeini, che giunto al potere distrusse il movimento operaio organizzato e dopo pochi anni (1982) lo stesso Tudeh. La classe operaia iraniana ha pagato con quarant’anni di nuova dittatura la capitolazione del Tudeh al khomeinismo. Il Tudeh ha pagato a sua volta con cinquemila militanti assassinati.

La costruzione di una direzione marxista rivoluzionaria resta dunque la questione decisiva, come mostra la stessa esperienza della rivoluzione tunisina ed egiziana del 2010-2011.

L’irruzione nella lotta di una giovane generazione dell’avanguardia potrà rappresentare il bacino naturale della sua costruzione.

Partito Comunista dei Lavoratori
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Il burkini non è un diritto umano

da Hic Rhodus 17 Agosto 2016 dc:

Il burkini non è un diritto umano

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Abbiamo da poco commentato la pretesa di imporre i propri simboli religiosi, con riferimento al velo e al rifiuto della stretta di mano femminile.

Il quel post ce la prendevamo in particolare con due atteggiamenti islamici ma siamo stati attenti a includere tutti i simboli di qualunque religione, incluso il crocifisso, per intenderci.

La nostra idea è che in una società inclusiva e pluralista e, soprattutto, laica, i simboli religiosi ostentati siano divisivi, stimolino la diffidenza, creino competizione e cattiva comprensione del prossimo, e non servono grandi studi sociologici per dimostrarlo.

Una società liberale e tollerante garantisce la libertà di culto a chiunque (inclusa la libertà di rifiutare qualunque culto) nella sfera privata, ma cerca di evitare l’ostentazione antagonista.

Per questo riteniamo che il velo integrale che copre il viso alle donne (tipo niqab e burka) non sia tollerabile, mentre l’hijab sì.

Ora è scoppiato il caso del burkini (costume da mare integrale) vietato a Cannes e in Corsica. Protestano le donne musulmane rivendicando la libertà di vestire come pare a loro ma sbagliano, almeno sul piano dialettico.

È naturale che ognuno vesta come gli pare: se io voglio attraversare il centro con un tutù rosa, le scarpe gialle e una farfalla di cartapesta come copricapo non me lo può impedire nessuno, e se per una qualche ragione mia moglie volesse stare in spiaggia con un costume integrale, ugualmente nessuno potrebbe avere da ridire. Ma le donne islamiche che indossano il burkini lo fanno in quanto islamiche, non per una scelta personale, estetica o igienica. Il burkini rappresenta un’ostentazione identitaria sovente imposta socialmente dal loro gruppo di appartenenza in nome di vaghi precetti semi-religiosi (che tali non sono, come chiarimmo a proposito del velo).

Il concetto non è “vesto come mi pare” bensì “vesto un simbolo religioso identitario e divisivo”. È una questione di motivazione e di contesto che fa la differenza, non il capo d’abbigliamento in sé.

Per difendere le ragioni delle donne musulmane Ikram Ben Aissa denuncia la limitazione alla libertà delle donne imposta a Cannes. L’Autrice dice anche alcune cose giuste, nel suo articolo, ma il cuore del suo ragionamento non è da me condivisibile quando scrive:

Che si vadano a formulare dei divieti fondati sull’idea che indossare un velo implichi un legame col fanatismo è un qualcosa d’inaccettabile.

Sì.

Ostentare il velo integrale (o il burkini) ha a che fare col fanatismo, non meno dell’ostentazione della croce per il cristiano che si segna tre volte prima di salire in treno.

Poiché è assolutamente chiaro che non si tratta di un precetto religioso obbligatorio (lo abbiamo argomentato nel già citato post sul velo) ed è noto che molte donne islamiche (in Paesi tolleranti) non sentono il bisogno di indossarlo, ne consegue che è una scelta individuale (soggetta a molte pressioni sociali) per dichiararsi, per distinguersi, per escludersi.

È esattamente questa scelta individuale così motivata che diviene inaccettabile.

Prosegue l’Autrice:

I cittadini dovrebbero sentirsi liberi d’indossare ciò che vogliono! Quand’è che i musulmani in Europa verranno rispettati e trattati da cittadini alla pari? Quand’è che la smetteremo di marginalizzare milioni di cittadini europei musulmani, e in particolar modo le donne?

L’esagerazione come strumento retorico è noto.

Dove sarebbero i milioni di cittadini europei musulmani marginalizzati?

I cittadini europei musulmani, come quelli buddisti, testimoni di Geova, induisti etc., vivono, lavorano, studiano esattamente come tutti gli altri, soggetti alle stesse regole, norme e leggi.

Anche regole e norme “sociali”, non quindi scritte nei codici. Il cittadino musulmano ha tutti i diritti di andare alla moschea, rispettare il ramadan e seguire un atteggiamento (femminile) fondato sulla modestia e la discrezione, ma credo che abbia meno diritti riguardo l’ostentazione, come detto, e ripeto che ciò vale per tutte le religioni (e per gli atei) inclusa la cristiana.

La cosa che più mi colpisce e incuriosisce, comunque, è questa impossibilità di capirsi. Ikram Ben Aissa crede fortemente che siano lesi i diritti umani delle donne islamiche

Pare che i diritti umani non siano più garantiti per tutti — quindi dovremo trovare un modo per guadagnarceli.

e non si compenetra minimamente nei valori europei che pure cita all’inizio del suo pezzo.

Non comprende, per esempio, che la libertà di tutti passa per delle limitazioni per ciascuno, nessuno può fare ciò che vuole in nome di presunti diritti: io amerei moltissimo restare nudo in spiaggia, ma so che non lo posso fare (se non in specifici luoghi deputati) perché sarebbe ritenuto offensivo e immorale da altri.

Ma non rivendico un “diritto umano” Schermata 2016-08-16 alle 12.41.01violato. Anche una commentatrice islamica, in coda al pezzo citato, litiga con un altro, italiano, scrivendo a stampatello “ci vestiamo come pare a noi e non dobbiamo rendere conto a voi. Pensate alle vostre donne che vanno in giro nude”.

Anche questo sfogo lascia intendere la barriera culturale voluta e difesa: c’è un “voi” che lasciate le donne nude (=immorali) e un “noi” che difendiamo la fede, la tradizione, la virtù (=giuste).

Ciò mostra l’ostentazione divisiva che si richiamava prima. Io ricordo bene di avere visto, in una spiaggia a sud della Turchia, in anni felici in cui Erdogan non era diventato il despota attuale, donne turche col velo nero integrale chiacchierare tranquillamente con amiche turche in bikini. Mi sembrò subito un bell’esempio di reciproca tolleranza e integrazione che, temo, sta finendo anche in Turchia. Com’è noto in diversi Paesi islamici particolarmente integralisti, però, sarebbe impossibile vedere una scena simile. Il velo è obbligatorio e i bikini non sono permessi neppure a occidentali. Ikram Ben Aissa rivendica il proprio “diritto umano” al burkina dimenticando i diritti umani basilari dei milioni di donne in Arabia Saudita e altri paradisi islamici.

Io credo, in conclusione, che il problema della reciproca comprensione sia a uno stadio ancora piuttosto arretrato.

La diffidenza occidentale, spessissimo immotivata, è alimentata dal repentino aumento degli immigrati, dai frequenti attentati terroristici e da mestatori nostrani che soffiano apposta sulla paura.

Ma una persona intelligente non può ignorare questi fattori. L’allarme sociale di questi anni rispetto al terrorismo islamico, ancorché esagerato non nasce per caso, e la sua matrice religiosa non può essere ignorata: come non capire, quindi, che ostentare il burkini appare a taluni come una provocazione? Come non capire che pretendere il presunto “diritto umano” di indossarlo si presta a critiche, ulteriore diffidenza, esasperazione, come la sparata di Picardo sul diritto alla poligamia.

Insomma, noi occidentali dovremmo certamente imparare a essere meno diffidenti e più tolleranti, ma l’Europa nasce da un profondo e doloroso processo di secolarizzazione, durato secoli e pagato sangue, che deve essere compreso da chi chiede di vivere qui, e qui viene accolto nel rispetto di tutti i diritti umani.

Delle cose bizzarre che Dio proibisce e della laicità dello Stato

Da Hic Rhodus  5 Agosto 2016 dc:

Delle cose bizzarre che Dio proibisce e della laicità dello Stato

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di Bezzicante

Permettetemi una dichiarazione preliminare, una sorta di excusatio non petita che chiunque abbia un po’ di dimestichezza con lo scrivere e il comunicare sa che non si deve fare, mai. In questo post tratterò comportamenti religiosi che contrastano col vivere in una comunità laica. La prima parte del post girerà intorno alla natura di questi comportamenti: sono veramente “religiosi”? Voglio dire: certe cose decisamente bizzarre le ha veramente volute Dio? Capite subito che il fatto stesso che io giudichi ‘bizzarri’ determinati comportamenti che, per taluni, sono sacri e vincolanti e oggetto dello sguardo divino mi colloca immediatamente fuori dalla capacità di comprenderli. Sono laico. Non solo credo nella necessità di uno stato laico e nella separazione fra fede e politica, fra chiesa e istituzioni ma, sostanzialmente, sono distante dal devozionismo, dalla fede, dal conseguente forte coinvolgimento emotivo dei credenti. Il mio linguaggio è un linguaggio differente, mi assumo le colpe dell’incomprensione. E questa era l’excusatio per la prima parte dell’articolo. La seconda parte, più breve, prescinde dalle mie incomprensioni e dalle vostre fedi; riguarda la pretesa, in uno stato laico occidentale, di tenere rigorosamente separate la sfera religiosa da quella politica per tutti, compresi gli immigrati e coloro che credono in altre religioni (differenti dalla cristiana) per i quali scatta spesso un meccanismo etnocentrico all’incontrario. Per timore di essere giudicati razzisti si concede di più, assai di più, di quanto la nostra tradizione laica chieda. E ora le premesse sono finite e potete leggervi l’articolo.

Ho già trattato a suo tempo la questione del velo islamico segnalando che l’obbligo a indossarlo, per le donne musulmane, non è una questione di religione ma di identità culturale sostanzialmente condizionata da una società misogina; in quel vecchio post ho utilizzato fonti islamiche per la prima affermazione (il velo non c’entra col Corano) e un’importante e ampia ricerca internazionale che fornisce evidenze sulla seconda (la diffusione del velo è correlata con la tolleranza e l’apertura della società di appartenenza). Di questioni analoghe ce ne sono in tutte le religioni, ciascuna delle quali sostiene che dio vuole che si mangino oppure no determinati cibi, ci si tagli oppure no il prepuzio, ci si comporti in determinati modi fra le lenzuola e via discorrendo. Un tratto evidente di ciò che viene definita ‘secolarizzazione’ (ne abbiamo parlato QUI) è l’abbandono di questi costrutti privi di aderenza con una fede religiosa piantata nel XXI secolo; si può continuare a credere in dio, con devozione e passione, rinunciando a credere che sia peccato mangiar carne il venerdì, per esempio. Ma la secolarizzazione è un processo che riguarda la modernità e il lento progredire delle idee attraverso i secoli. Non in tutto il mondo e non in tutte le religioni i percorsi sono stati simili, e parlare di secolarizzazione nelle aree islamiche più tradizionali è abbastanza sciocco (alcune ragioni le rammenta Galli della Loggia QUI).

Analoga alla questione del velo c’è una bizzarra ritrosia alla stretta di mano:

In una regione nel nord della Svizzera due studenti musulmani saranno obbligati a stringere la mano alle professoresse all’inizio e alla fine della lezione, come è tradizione nel Paese elvetico, ma in questo modo verranno meno ai dettami della loro religione che vieta i contatti fisici tra uomini e donne che non abbiano un legame di parentela (Fonte: Corriere della Sera; l’articolo illustra la sequela di polemiche suscitate da questa decisione).

Ho quindi percorso lo stesso procedimento utilizzato per il velo e sono andato a cercarmi fonti islamiche che mi illuminassero e ho trovato questa che dice che sì, è proprio vietato, a un uomo, stringere la mano a una donna che non gli appartenga (testuale), o che non sia una delle sue parenti “strette” (fonte). Questa prima fonte, eruditissima e ricca di riferimenti non cita mai il Corano ma solo seguaci illustri, giureconsulti, sceicchi devoti e così via: un po’ come se un cattolico citasse noti dottori della chiesa, teologi medioevali e simili. Idem altre fonti come QUESTA di donne musulmane (si cita la moglie del profeta e il Corano solo come fonte indiretta in merito alla modestia ed esemplarità – in generale – del comportamento femminile); così molteplici fonti italiane che riportano la medesima spiegazione e anche fonti inglesi… che riportano la medesima spiegazione (letteralmente! Evidentemente tutti traggono e traducono da una medesima centrale teologica): per esempio QUESTA che però (traducendo meglio l’originale) spiega come la fonte sia un’Hadith, parte della Sunna che, dopo il Corano, è un testo sacro per i musulmani. Non ve la voglio far lunga in questa prima parte dell’articolo, e arrivo alla conclusione. Diversamente dal velo, la stretta di mano sembra indubbiamente parte del contesto religioso islamico anche se – questo è importante – non è il Corano (ispirato da Dio in persona) ma la Sunna. Come un cattolico che affermi una verità religiosa non contenuta nel Vangelo ma nelle Lettere di Paolo. Ma forse sottilizzo troppo io…

A seconda del vostro livello di religiosità sarete portati a credere che certe prescrizioni siano aggiunte dall’apparato religioso che sempre circonda le fedi, aggiunte a volte infelici, non necessarie al rapporto vero e autentico con dio, oppure al contrario potreste ritenere che tutte queste diverse fonti siano comunque ispirate dalla divinità, quindi sacre e prescrittive. Comunque la pensiate, però, segnalo che ragionate su testi letterari, su dichiarazioni, testimonianze… vale a dire parole di uomini e donne (ispirate da dio?) e quindi interpretabili. Ed è la faccenda dell’interpretazione della parola umana che mi confonde: prendiamo per esempio la circoncisione: le principali tre religioni monoteiste attingono allo stesso testo sacro (la Genesi, 17: 10) per obbligare alla circoncisione (ebraismo), per praticarla ma senza un chiaro obbligo religioso (islam), per non praticarla affatto (cristiani, ma non i cristiani copti che invece la praticano). Quindi la Genesi, parola di Dio, è diversamente interpretata e praticata. Se interpretiamo la Sua parola, figuriamoci quella degli interpreti, dei commentatori e dei costruttori di sovrastrutture di mediazione con la divinità.

Tutto questo per dire che stabilire in maniera rigida, assoluta e indiscutibile che Dio, proprio Lui in persona, trovi offensivo che un uomo stringa la mano, come segno educato di saluto, a una donna che “non gli appartiene”, ecco: stabilire in maniera incontrovertibile che sia Dio a volerlo lo trovo alienante. Capisco che dio voglia l’amore e proibisca l’omicidio e accetto anche che voglia essere lodato e santificato, per carità, ma che pretenda un prepuzio in pagamento di un pegno o che trovi riprovevole una stretta di mano mi sembra quantomeno bizzarro.

Fine della prima parte.

La seconda parte di questo articolo cambia completamente registro e si interroga su come deve comportarsi una società liberale (con riferimento al caso svizzero sul quale abbiamo aperto). Vedo due possibilità:

  • possibilità n° 1: siamo liberali, quindi tolleranti, quindi inclusivi, quindi rispettiamo tutti; se siete musulmani e non volete stringere la mano alla professoressa, in quanto femmina che non vi appartiene, bene: avete ogni diritto a farlo anche all’interno della nostra società;
  • possibilità n° 2: siamo liberali, quindi tolleranti, quindi inclusivi, quindi (qui cambiamo la frase) rigettiamo comportamenti tesi all’esclusione (come sono tutti i simboli religiosi); se siete musulmani, o ebrei, o cattolici ciò riguarda la vostra sfera privata e non quella della convivenza pubblica.

Guarda caso si tratta delle due antitetiche posizioni assunte dalla corte UE in due distinti casi riguardanti il velo ma è questa seconda idea che informa correttamente il pensiero democratico liberale occidentale. È per questa ragione che dovrebbero essere banditi i simboli religiosi dagli uffici pubblici, che il velo integrale dovrebbe essere proibito, che la stretta di mano può essere rifiutata solo come oltraggio e non come ferma adesione a un precetto imperscrutabile.

Si dirà che in questo modo si calpestano i diritti di quei credenti. Li offendiamo imponendo i nostri valori laici. Vero. In caso contrario, però, sarebbero loro a imporre i loro valori religiosi. Non c’è via d’uscita: è un gioco che prevede un perdente, il religioso o il laico. Sotto un profilo logico ha poca importanza che il religioso sbianchi in volto, dia in escandescenze e si faccia prendere una sincope dall’obbligo di laicità, mentre il laico semmai fa spallucce e – in virtù della sua apertura mentale – se ne infischi del crocifisso a scuola e dei molteplici obblighi religiosi non richiesti. Sotto il profilo logico c’è un torto che viene commesso a danno di un cittadino, religioso o laico. Per questo sempre la logica suggerisce che in una società moderna deve vincere il primato della laicità. Se nel privato ogni cittadino ha diritto di credere in ciò che vuole, nella vita associata bisogna azzerare le differenze, i contrasti, le potenziali guerre di religione. Come cittadini, uguali doveri e diritti. Non qualche diritto in più per i cattolici, o per i musulmani o per i pastafariani (ed è questo il senso di una recente sentenza della Corte di giustizia UE).

Io credo veramente che stiamo sbagliando molto con i cittadini portatori di altre culture e valori. Siamo capaci di chiudere le frontiere allarmati dai flussi migratori, ma poi siamo così incerti da accettare comportamenti ostili da quei cittadini che brandiscono la fede come simbolo identitario negativo. Dire per esempio che le donne musulmane non devono portare il velo suona come xenofobia, islamofobia. Io credo onestamente che le donne islamiche non debbano portare il velo integrale (quindi: sì hijiab non integrale; no burqa o niqab); credo che se porgo la mano in segno di saluto (semmai non sapendo che per lei, donna musulmana, non è corretto) mi aspetto che la mano mi venga stretta; così come credo che la CEI non debba mettere bocca su alcuna legge dello Stato italiano, che il Concordato vada abolito e il crocifisso tolto dai luoghi pubblici. Credere nell’uguaglianza, quella dei diritti e della cittadinanza, significa rispettare tutte le religioni fino al confine, non superabile, della laicità inclusiva e universalista dello stato.

Credo anche che sia una questione di igiene mentale. O culturale. Se smettessimo tutti di ostentare identità assolute e non negoziabili come quella religiosa, saremmo tutti meno impauriti dai diversi. Cadrebbero molti pregiudizi e, vedendoci più uguali, daremmo tutti meno spazio alle imbecillità fondamentaliste.

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In 5 giorni la Tunisia celebra i suoi 2 primi Gay Pride

In 5 giorni la Tunisia celebra i suoi 2 primi Gay Pride. Da www.ilgrandecolibri.com 30 Marzo 2015 dc

Un pericloso slalom tra razzismo occidentale e fanatismo islamico

da Dino Erba tramite e-mail al Circolo Culturale Giordano Bruno di Milano, 21 Gennaio 2015 dc:

Un pericloso slalom tra razzismo occidentale e fanatismo islamico

Di fronte al raid contro la redazione di «Charlie Hebdo», la sinistra radicale, di orientamento comunista e anarchico, si è divisa tra l’ingenua difesa della «libertà» e l’ingenua solidarietà agli islamici.

In un mondo dove non c’è spazio per le ingenuità, la difesa della libertà si traduce in difesa dell’Occidente mentre la solidarietà agli «islamici» si traduce in difesa di regimi regressivi e oscurantisti.

Sono dilemmi che, sostanzialmente, affogano i proletari dei Paesi islamici nel fanatismo religioso, dimenticando peraltro la resistenza kurda contro Isis. Tutt’ora in corso.

Peso del passato e incubi del presente

In entrambi i casi manca una visione che sappia emanciparsi dalle scorie del passato, religiose o laiche, che sono sempre succube delle ideologie dominanti. L’emancipazione ideologica è il presupposto per la critica teorica (e quindi per il superamento pratico-politico) di «questa valle di lacrime», ossia dell’attuale società basata sui rapporti di produzione capitalistici.

È proprio vero, le vecchie idee e le vecchie tradizioni pesano come un macigno nella testa degli uomini. Anche nelle teste di coloro che vorrebbero essere rivoluzionari. E li tengono alla superficie apparente dei fenomeni, senza far loro vedere che cosa, in realtà, ribolle al di sotto.

Come ho già scritto, i valori dell’Occidente sono il frutto dell’Illuminismo, che è intriso di razzismo, anzi è la culla ideologica del razzismo grazie al quale viene legittimata l’oppressione e lo sfruttamento dei «diversi» (meglio se poveri e colorati).

Con questi presupposti «libertari», discutibili ma, se proprio vogliamo, in astratto accettabili, a favore di «Charlie Hebdo» viene invocata una libertà d’espressione francamente metafisica. La libertà di espressione segue una sua evoluzione storica e sociale: libertà di chi e libertà per che cosa?

La satira è la voce dell’oppresso contro l’oppressore e ha una decisa connotazione eversiva, altrimenti scade nella facile ironia o, peggio, nel dileggio, come a suo tempo le vignette naziste del «Kladderadatsch» sugli ebrei (o sui negri), che a volte potevano anche essere «gustose» ma erano decisamente razziste.

«Charlie Hebdo» si barcamenava tra queste due sponde, tra la satira e la facile ironia, ma senza grandi successi, poiché le vendite stagnavano sotto le 50mila copie; «Il Vernacoliere» è sulle 35mila copie, certo è mensile ma ha una diffusione in gran parte regionale. I numeri sono sempre eloquenti!

Le avanguardie della regressione

La solidarietà agli «islamici» tocca un tasto più complicato, poiché porta allo scoperto il Dna cattolico che in Occidente, e soprattutto in Italia, interagisce con il successivo mutamento genetico illuministico. Questo mix di tradizione & progresso (e moralismo) caratterizzò il terzomondismo italiano negli anni Sessanta e, nel decennio successivo, confluì nei movimenti della «nuova sinistra», con effetti più o meno significativi ma pur sempre con una prevalente accentuazione «progressista».

Con il riflusso di fine decennio rifluì anche l’accentuazione «progressista», lasciando spazio a pulsioni moderate se non reazionarie. Gli effetti furono comunque politicamente aberranti.

Tra le cause scatenanti della regressione ideologica ci furono i giudizi espressi sull’onda della cacciata dello scià (1979), capo di una dittatura sanguinaria e legata a filo doppio agli Usa, in funzione di gendarme di quell’area, cerniera tra Medio Oriente e Asia centrale.

Tuttavia, il regime dello scià aveva anche varato alcune significative riforme economiche, nell’industria e nelle campagne. Sul piano sociale aveva migliorato la condizione femminile: istruzione, lavoro, divorzio, diritto di voto.

Queste riforme ed altre di stampo «occidentalista» in materia religiosa avevano suscitato l’opposizione del clero scita e delle mafie dell’assistenzialismo religioso (bonyad)[1] che seppero cavalcare a proprio vantaggio il crescente malcontento, provocato dalle difficoltà economiche di larga parte della popolazione operaia, contadina e commerciale (bazari), cui il regime rispondeva con violente repressioni.

Scelta scellerata in linea coi tempi

Il Comitato Rivoluzionario guidato dall’ayatollah Kohmeini trovò imprevisti sponsor in Occidente, tra ex gauchistes, in cerca di «nuove emozioni» dopo le delusioni di un socialismo reale ormai appannato e poco appetibile, in Cina come in Urss, e con Cuba sul viale del tramonto.

Nonostante l’opposizione al regime dello scià fosse assai articolata, comprendeva liberali, comunisti (e non tutti filo sovietici), nonché il movimento di liberazione kurdo, in Italia le apparenze prevalsero. In nome dello sciocco concetto che «il nemico del mio nemico è mio amico», il quotidiano «Lotta Continua» e Radio Popolare[2] alimentarono la simpatia per l’ayatollah Khomeini, facendolo diventare simbolo di una rivoluzione di nuovo modello contro l’omologazione capitalistica made in Usa dello scià. Dipingevano una fantasiosa immagine di una situazione sociale assai più intricata.

In  realtà, gli ayatollah furono gli artefici di una controrivoluzione preventiva che rimodellò l’establishment iraniano attraverso un cambio della guardia a proprio esclusivo vantaggio.

Regressione continua

Che dire dei fan occidentali di Khomeini? Ingenuità? Demenza? Collusione? Ardua sentenza. Pur considerando che anche in Italia erano presenti e vive organizzazioni e voci in lotta sia contro lo scià e sia contro Khomeini, di cui il volantino dei Mojahedin del popolo iraniano[3], qui riprodotto, è un’evidente testimonianza che denuncia la sanguinaria repressione dei preti boia di Teheran. Ma c’è poco da fare, quando il vento del riflusso sociale ti oscura la vista.

A portar acqua al mulino della regressione politica, c’era anche il Pci[4], non c’è da stupirsi. Rispetto ai fan gauchistes, il Pci si comportava con una maggiore cautela che era dettata dai suoi legami con l’Urss. Mosca era infatti preoccupata per movimenti islamisti che avrebbero potuto contagiare le vicine repubbliche sovietiche e, soprattutto, avrebbero potuto incrociarsi con l’incombente disastro afghano. Come avvenne alla fine del 1979, con l’invasione sovietica dell’Afghanistan.

Si aprì allora una nuova diatriba tra i difensori della civiltà «sovietica», comunque esportata, e i difensori della libertà «religiosa», comunque intesa. La successiva evoluzione della situazione afghana ha sparso le sue metastasi in giro per il mondo, generando devastanti mutazioni genetiche nelle ideologie politiche.

Le conseguenze sono sotto i nostri occhi e dovrebbero mostrare le perverse implicazioni di questa contrapposizione tra tesi che sono entrambe figlie di un passato remoto e che sarebbe bene seppellire. Almeno con le armi della critica, prima di passare alla critica delle armi.

Altrimenti, la critica delle armi continueranno a farla mangia-preti razzisti & bacia-pile integralisti … E intanto i nazionalismi sono sempre in agguato. Ma questa è un’altra storia.

O no?

[1] Le bonyad sono fondazioni esentasse, sul loro giro d’affari vedi: Alberto Negri, La fondazione di Khamenei che vale di più dell’export iraniano, «Il Sole 24Ore», 3 dicembre 2013.
[2] Vedi: Carlo Panella, Ayatollah atomici. Tutto quello che non ho capito della Rivoluzione iraniana 1978-1979, Mursia, Milano, 2010. Il libro è un tardivo mea culpa dell’autore delle corrispondenze a «Lotta Continua» e a Radio Popolare che provocarono il disastro ideologico, trovando comunque un terreno fertile o già fertilizzato. A onor del vero, il mea culpa rincara la dose; si capisce quindi come mai Panella, invece di sparire dalla scena giornalistica, sia divenuto sodale di Giuliano Ferrara, di Emilio Fede, di Paolo Liguori …, a Mediaset, a contar balle. Dal 2007, collabora anche col quotidiano telematico «L’Occidentale». [http://www. informazionecorretta.com/ – http://www.ilvelino.it/it/article/2014/06/28/la-rivoluzione-iraniana-fine-di-unillusione-genesi-del-terrorismo-islamico/ecc
[3] I Mojahedin del popolo iraniano (o Esercito di liberazione nazionale dell’Iran) sono un movimento politico progressista che, in origine, cercò di conciliare l’islam con una visione sociale «marxista». In seguito è approdato a un riformismo di stampo socialdemocratico. Ciò nonostante, fino al 2009 l’Unione Europea la considerò un’organizzazione terroristica. Obama sta ancora pensando se toglierla dalla black list…
[4] Maurizio Caprara, Il comunista Minucci «Khomeini fu una liberazione, il Pci non sbandò». Il direttore di «Rinascita»: «Quegli ayatollah hanno avuto il grande merito di rompere le catene del regime dello Scia», «Corriere della Sera», 17 luglio 1999 [http://archivio storico.corriere.it/1999/luglio/17/Khomeini_una_liberazione_Pci_non_co_0_9907177161.shtml].

Il terrorismo è frutto della religione?

dal nuovo Autore del blog, 8 Gennaio 2015 dc:

Il terrorismo è frutto della religione?

di Luca Immordino

Il 7 Gennaio 2015 dc a Parigi, presso la sede del periodico settimanale satirico Charlie Hebdo, è occorso un gravissimo episodio di inaudita violenza e crudeltà, perpetrato da fanatici in nome della religione musulmana, contro gente innocente e contro le più elementari regole di umanità.

Ecco descritti brevemente i fatti. Dalle prime sommarie ricostruzioni tre persone giungevano a bordo di un’autovettura presso la sede della rivista satirica. Dall’auto scendevano due individui a volto coperto ed armati di kalashnikov che costringevano una donna, che lavorava lì, a farsi aprire la porta d’ingresso immettendo il suo codice di accesso. Appena entrati è iniziata la strage che, una volta terminata, ha avuto come conseguenza la morte di 12 persone ed il ferimento di altre 11, di cui 5 in modo grave.

Sempre dalle registrazioni sonore e dalle riprese video, nonché dalle testimonianze dei sopravvissuti, si è avuto modo di accertare che la strage è stata effettuata per motivi religiosi da estremisti islamici. Il giornale in questione si occupava di satira che spesso aveva come tematica la religione, compresa l’attualità del fenomeno dell’estremismo islamico. Per questa sua attività era stato additato dalla quasi totalità degli ambienti religiosi come dissacrante e, da alcuni di questi, condannato apertamente con gravi minacce anche di morte, seguite da intimidazioni.

Le religioni, purtroppo, sono state e sono fonti di efferati crimini per le loro caratteristiche dogmatiche che si impongono come ordini assoluti, non contestabili ed ai quali bisogna obbedire a pena di severissime punizioni divine. Tutte le religioni contengono nei loro testi, considerati “sacri”, ordini e minacce di terribili punizioni contro chi non si allinea al volere divino. Ecco un breve esempio limitato alla religione più diffusa in “Occidente”, tratto dal Nuovo Testamento ritenuto, per così dire, più morbido ed illuminato rispetto al Vecchio Testamento: “Guai alle città incredule! – Allora [Gesù] cominciò ad inveire contro le città in cui aveva compiuto la maggior parte di miracoli, perché non si erano convertite:«guai a te, Corazin! Guai a te, Betsaida! Poiché, se i prodigi che sono stati compiuti in mezzo a voi fossero stati fatti a Tiro e Sidone, da tempo in cilicio e cenere avrebbero fatto penitenza. Ebbene, vi dico che nel giorno del giudizio la sorte che toccherà a Tiro e Sidone sarà più mite della vostra. E tu, Cafarnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Sino agli inferi sarai precipitata. Poiché, se a Sodoma fossero stati compiuti i prodigi che si sono compiuti in te, sarebbe rimasta fino ad oggi. Ebbene, vi dico che nel giorno del giudizio la sorte che toccherà alla terra di Sodoma sarà più mite della tua»”. (Bibbia, Nuovo Testamento, vangelo secondo Matteo 11,19).

Questi testi, sui quali si fondano le più grandi religioni contemporanee, hanno origini incerte e remote, sono stati tramandati anche in modo non genuino e con modifiche nel corso dei secoli, e rispecchiano una visione cristallizzata ed obsoleta che si basa su concezioni ormai superate.

C’è anche da dire anche che la quantità di attentati è minima rispetto alla percentuale di popolazione credente. Ciò è da ricollegarsi al fatto che ogni credente ha un modo diverso di interpretare la stessa religione ed al giorno d’oggi la percentuale di persone praticanti è di molto inferiore rispetto a chi si definisce credente. È impressionante, rispetto alle stragi compiute da squilibrati od altri soggetti, il fatto che quelle compiute a sfondo religioso forniscono a determinati individui ulteriori motivazioni per perseguire e giustificare certi gesti estremi, quali sono gli attentati terroristici. Questo determina la maggiore incidenza di atti terroristici per opera di questi ultimi, rispetto a quelli compiuti per motivazioni non legate alla religione. D’altronde in passato, come nel presente, la stragrande maggioranza delle guerre è da attribuirsi a motivazioni religiose (iniziando dalle crociate e finendo alle recenti guerre che vedono in contrapposizione “Occidente” e “Mondo Islamico”).

Cos’è allora che differenzia le varie religioni? È vero che la stragrande maggioranza degli attentati terroristici avvenuti in Occidente sono opera di fanatici islamici, ma è anche vero che episodi gravissimi sono stati commessi da estremisti cristiani, come per esempio l’ultimo, di eccezionale gravità, avvenuto in Norvegia. In questo Paese scandinavo nel 2011 un fanatico della religione cristiana uccise brutalmente a colpi d’arma da fuoco 77 persone, quasi tutte giovani, e ne ferì più di 300, anch’esse per la maggioranza ragazzi.

Ampliando questa breve analisi anche ad un’altra grande religione mondiale, bisogna dire che in India si registrano molti atti terroristici a sfondo religioso, compiuti anche da credenti appartenenti alla religione induista.

Il problema è da ricercare nella mitigazione nell’osservanza dei dettami religiosi dovuta alla nascita ed allo sviluppo dei valori laici, secondo i quali conta il reciproco rispetto nei rapporti umani e non il prevalere, in questi, dei dettami divini. Guardando più specificamente il caso dell’ “estremismo religioso musulmano”, possiamo tranquillamente affermare che, a livello storico, è facilmente constatabile che nei Paesi dove si è affermato l’Islam non si è avuto un periodo che possiamo paragonare al nostro illuminismo: “Contrariamente a quanto affermatosi nell’Europa moderna il movimento musulmano per la riforma non fu interessato a revisioni dottrinali, né il rapporto con la modernità fu avvertito quale processo di adattamento all’ideologia della modernizzazione, così come proposta dalla cultura europea nell’Ottocento. L’Islam in quanto sistema di atti di culto non poteva essere soggetto ad alcuna revisione”. (Antonino Pillitteri “Introduzione allo studio della storia contemporanea del mondo arabo”, Laterza editore, Bari 2008, pagina 18). Si pensi che le istituzioni statali dei Paesi islamici sono ancora intrise profondamente da elementi religiosi, come ad esempio l’applicazione della legge coranica nel campo del diritto. Un’altra causa dell’affermarsi di gruppi estremisti è da ricercarsi in fattori geopolitici. Durante il contrasto fra le due superpotenze mondiali U.R.S.S. ed U.S.A., infatti, gli americani fomentarono e finanziarono i gruppi islamici più estremisti in modo da poterli utilizzare contro il nemico sovietico. L’Unione Sovietica era un Paese ufficialmente ateo e per di più confinava con numerosi Paesi islamici ed addirittura, nelle repubbliche sovietiche ad essi confinanti, vi era una lunga tradizione legata alla religione musulmana: dopo il crollo dell’U.R.S.S., con la proclamazione d’indipendenza di queste ex repubbliche sovietiche, è stata adottata come religione ufficiale quella islamica.

L’esodo

da Democrazia Atea 13 Giugno 2014 dc:

L’esodo

Il fondamentalismo islamico oggi prende il nome di “Stato Islamico dell’Iraq e del Levante” – ISIL, propugnato da un piccolo esercito di circa sei o settemila miliziani jihadisti che, dopo aver conquistato le regioni petrolifere del nord dell’Iraq, puntano alla conquista di Bagdad.

Già nel marzo del 2014 il Primo Ministro iracheno Nouri al-Maliki aveva pubblicamente accusato l’Arabia Saudita e il Qatar di finanziare i jihadisti iracheni, responsabili degli attentati terroristici che dal 2008 avevano provocato la morte di 1800 persone in tutto l’Iraq.

L’Arabia Saudita e il Qatar mirano ad avere il controllo sia dell’Iraq che della Siria, ed hanno finanziato anche un esercito di circa settemila o ottomila miliziani jihadisti penetrati in Siria dove l’esercito di Assad ha mostrato maggiori capacità di resistenza rispetto a quelle del Primo Ministro iracheno.

Nouri al-Maliki, il Primo Ministro iracheno, ha chiesto al Parlamento di dichiarare lo stato di emergenza che gli avrebbe dato poteri speciali contro ISIL, ma ha trovato l’opposizione delle minoranze sunnite e curde le quali hanno contestato al Primo Ministro di aver già sufficienti poteri speciali per contrastare l’avanzata dei jihadisti.

La debolezza di Nouri è evidente e ne è consapevole tanto da invocare egli stesso un nuovo intervento militare degli Stati Uniti, i veri responsabili della tragedia del popolo iracheno.

Come dimenticare la bufala delle armi di distruzione di massa per eleminare Saddam.

E come dimenticare le parole di Ruini, il portavoce del monarca Woytjla, quando diede la sua benedizione etica all’invasione da parte degli Stati Uniti, dichiarando spudoratamente che la rimozione di Saddam avrebbe avuto “sicuri effetti positivi”.

Quelle parole, pronunciate dal portavoce del monarca vaticano, avevano lo scopo di legittimare l’amministrazione americana agli occhi del mondo occidentale.

Dopo le parole di Ruini nell’immaginario occidentale era penetrata l’idea che l’invasione fosse “sponsorizzata da dio” e dunque si qualificava come una moderna crociata che accontentava l’opinione pubblica occidentale.

L’islam non ha filosofia, non conosce una speculazione del pensiero, e se si veste di obiettivi militari, non ha altra strada che essere imposto con violenza attraverso la sua legge tribale e antiumanitaria, la sharia.

La popolazione irachena ha subito una immane violenza tanto da minimizzare la repressione di Saddam, e la violenza che si prospetta con l’idea del califfato dell’ISIL sta spingendo la popolazione alla fuga.

Verrebbe da chiedere a Ruini una aggiornata interpretazione dei “sicuri effetti positivi” ma ce lo impedisce il rispetto per la sofferenza del popolo iracheno.

Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea
http://www.democrazia-atea.it

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