Politica e Società, Sessualità

Perle di sterco

In e-mail da Democrazia Atea il 10 Giugno 2018 dc:

Perle di sterco

“Ognuno può credere nel dio che vuole non è un problema di confessione religiosa, basta che quel dio parli al tuo cuore e alla tua anima e non mi imponga un modo di vivere incompatibile con i nostri diritti e le nostre libertà perché se per quel dio la donna vale meno dell’uomo non è il mio dio”.

Queste le parole pronunciate da Salvini durante un comizio.

Nelle sue intenzioni c’era ovviamente un attacco alla religione islamica ma, come gli è capitato in altre circostanze, senza esserne minimamente consapevole, pensa di poter richiamare il Principio di Laicità, che nemmeno conosce, solo per usarlo contro un’altra religione.

Non sa che nella sua religione cattolica la donna deve essere sottomessa all’uomo.

Non sa che nei testi sui quali giura ci sono parole infamanti e criminali contro le donne.

Non sa che i cosiddetti Padri della Chiesa negano alla donna ogni autonomia decisionale.

Non sa che la religione cattolica che professa si è organizzata affidando ad una gerarchia di soli maschi ogni rappresentanza e “mediazione trascendente” e che le donne sono escluse dalle cariche religiose.

Finge di non sapere che la religione che lui professa vorrebbe negare tutte le libertà della donna, dall’aborto alla sessualità consapevole, dal matrimonio alla genitorialità tra persone dello stesso sesso, cercando di imporre “un modo di vivere incompatibile con i nostri diritti e le nostre libertà”.

Salvini poi ha detto che ad alcune femministe, quelle che non incontrano i suoi gusti, il burqa starebbe anche bene, perché secondo lui, quando l’aspetto esteriore di una donna non incontra il compiacimento del maschio, la donna dovrebbe coprirsi.

Ciò che è grave, però, è che la pessima uscita di Salvini ha trovato un pubblico compiacente, perché è stata accompagnata dalle risate idiote delle donne che erano con lui sul palco, e dagli applausi di quelle sotto il palco.

I sistemi prostitutivi di Arcore avevano veicolato nella società una idea estesa di mercificazione della donna, tanto degradante quanto disumana.

Oggi quella mentalità si declina nel disprezzo per quelle donne che, per il loro aspetto, non incontrano i gusti sessuali del Ministro dell’interno.

Dobbiamo ringraziare il M5S se ha consentito che si istituzionalizzassero queste perle di sterco.

http://www.democrazia-atea.it

Politica e Società, Storia

Sul movimento di massa in Iran

In e-mail l’8 Gennaio 2018 dc:

Sul movimento di massa in Iran

“Mullah capitalisti, ridateci i nostri soldi!”

3 Gennaio 2018

Un importante movimento di giovani e di donne si è levato in Iran. È la più importante esperienza di mobilitazione dopo la cosiddetta “onda verde” del 2009.

Il movimento è nato nella città di Mashhad, per protestare contro l’aumento del 40% del prezzo delle uova. È possibile che questa prima protesta sia stata in qualche modo incentivata dalle autorità religiose locali, vicini alle posizioni reazionarie più integraliste della Guida Suprema Khamenei, e per questo critiche verso il Presidente “moderato” Rouhani. Ma è certo che la dinamica della mobilitazione è andata ben al di là delle sue basi iniziali.

LA DINAMICA DEL MOVIMENTO

Il movimento si è propagato in molte città e realtà di provincia. La sua dimensione di massa è complessivamente minore (ad oggi) di quella del 2009, ma la sua estensione geografica sul territorio nazionale è più ampia. Soprattutto, le sue rivendicazioni appaiono più radicali. Nel 2009 il movimento era nato in opposizione alla rielezione del presidente reazionario Ahmadinejad, nel nome di rivendicazioni democratiche limitate che non mettevano in discussione il regime religioso dei mullah. Il movimento aveva una natura progressiva, ma la sua direzione politica (Moussavi, consigliere del presidente “riformista” Kathami) era in qualche modo interna al regime. Oggi il quadro è diverso.

Il movimento attuale ha innanzitutto un contenuto sociale più esplicito, di contrapposizione al carovita e alle politiche economiche del governo (aumento di prezzo dei beni alimentari, taglio dei sussidi sociali, speculazioni bancarie a danno di piccoli risparmiatori caduti in rovina, aumento della disoccupazione giovanile al 30%). È la reazione sociale al mancato rispetto delle promesse annunciate a seguito degli accordi con la presidenza Obama. “Avevate promesso benessere e prosperità, ma dopo due anni abbiamo raccolto solo miseria”: questo il senso comune della protesta. Per questa stessa ragione il movimento ha assunto una dinamica di contrapposizione non solo a Rouhani, ma al regime teocratico reazionario.

Il clero sciita non è solo l’architrave del regime confessionale integralista che domina l’Iran da quasi quarant’anni, responsabile della repressione sistematica e brutale delle organizzazioni del movimento operaio e di tutte le più elementari rivendicazioni democratiche dei giovani e delle donne. È anche strettamente compenetrato con la classe capitalistica iraniana. L’alto clero, i vertici militari, i comandi degli apparati repressivi, controllano interi comparti dell’economia nel campo della produzione e della finanza.

Era dunque inevitabile che un movimento di contestazione delle ingiustizie sociali entrasse in collisione col cuore profondo del regime. “Mullah capitalisti, restituiteci i nostri soldi”, lo slogan che è rimbalzato in molte manifestazioni, è la documentazione plastica di questa connessione, assieme alla distruzione di manifesti e immagini della guida spirituale Khamenei.

Per le stesse ragioni, anche la politica estera dell’Iran è divenuta bersaglio delle proteste. L’Iran è una potenza capitalistica regionale del Medio Oriente, in lotta da sempre con l’Arabia Saudita. Le risorse risparmiate dal taglio (parziale) delle sanzioni sono state investite da Teheran nel consolidamento ed estensione dell’area di influenza regionale sciita (sostegno ad Assad in Siria, a Hezbollah in Libano…), con un indubbio successo sul fronte siriano grazie all’appoggio determinante dell’imperialismo russo. Ma le glorie militari sui campi di guerra non hanno comportato solamente migliaia di caduti, hanno trascinato con sé aumento delle tasse, carovita, inasprimento dello sfruttamento sul fronte interno, nel nome del superiore interesse della nazione. Anche per questo la contestazione sociale è rapidamente divenuta contestazione politica: “Pensate a noi, non ad Assad”, gridano migliaia di manifestanti.

GLI IMPERIALISMI DIVISI

In questo quadro è naturale che l’imperialismo USA, lo Stato sionista d’Israele, il regime reazionario saudita, cerchino di strumentalizzare la mobilitazione sociale e politica contro il regime iraniano in funzione dei propri interessi strategici in Medio Oriente e su scala globale. È sempre accaduto in tutta la storia del mondo che lotte progressive, e persino rivoluzioni, all’interno di un determinato Paese, vengano “usate” (e talvolta appoggiate) da potenze straniere conservatrici e reazionarie. Ci si potrebbe meravigliare del contrario? Così è naturale che il reazionario Trump provi a strumentalizzare la protesta in Iran in funzione della svolta della propria politica estera in Medio Oriente e della polemica interna contro Obama, come è naturale che il governo sionista d’Israele voglia utilizzare gli avvenimenti iraniani per consolidare l’asse col nuovo corso di Washington e col regime saudita.

Ma chi vede ciò che avviene in Iran come esecuzione del “piano” di Trump e dei suoi agenti segreti ha la stessa visione della storia delle polizie di tutto il mondo, inclusa naturalmente quella iraniana: la ribellione è sempre figlia del “complotto straniero contro i superiori interessi della patria”, che guarda caso coincidono con quelli della classe che detiene il potere. È l’argomento che sospinge ovunque, in ogni epoca, la repressione di ogni rivolta interna. L’Iran non fa certo eccezione.

Peraltro gli amanti dell’interrogativo dietrologico “a chi giova?”, pronti a vedere in ogni rivolta la mano straniera dell’imperialismo, dovrebbero evitare di guardare solo all’imperialismo USA. Gli imperialismi europei (Italia inclusa) non si allineano affatto a Donald Trump sulla vicenda iraniana. Anzi. Vogliono inserirsi nella contraddizione apertasi tra Iran e Trump per sostenere i propri interessi imperialisti in Persia e allargarvi la propria area di influenza: dagli investimenti dell’industria automobilistica francese agli appetiti inesauribili di ENI ed ENEL. Per questo la UE tace sull’Iran, strizzando l’occhio al regime e augurandosi la sua tenuta.

La verità è che la mobilitazione in corso in Iran tende oggi ad amplificare le contraddizioni interimperialiste, non a ridurle.

IL RUOLO DEL PROLETARIATO E LA QUESTIONE DELLA DIREZIONE

In ogni caso i settori di massa e di gioventù che oggi alzano la testa in Iran non sono sospinti dagli agenti della CIA ma dal rifiuto dell’oppressione. Il regime lo sa ed è scosso. L’apparato repressivo dello Stato colpisce le manifestazioni con centinaia di arresti e con armi da fuoco, assassinando decine di giovani. E intanto chiude le piattaforme digitali per bloccare la propagazione ulteriore del movimento. Il Presidente Rouhani, dal canto suo, cerca di ritagliarsi un proprio spazio di manovra parlando del diritto a manifestare, ma è consapevole di essere bersaglio diretto della protesta e per questo spalleggia la repressione, nel mentre cerca di organizzare una propria contromobilitazione a difesa del regime.

In realtà le diverse frazioni del regime teocratico attribuiscono la responsabilità della rivolta alla frazione rivale, ma proprio le contraddizioni interne al regime possono ampliare la dinamica della mobilitazione. Mentre la reazione attiva di settori di manifestanti alla repressione (e in qualche caso persino l’assalto alle caserme alla ricerca di armi) misura la potenzialità della radicalizzazione.

Inutile aggiungere che una eventuale trascrescenza del movimento in atto in un processo rivoluzionario potrebbe avere ripercussioni enormi in tutto il Medio Oriente.

Ripercussioni che darebbero agli stessi USA e Israele grattacapi infinitamente più seri degli effimeri vantaggi di qualche strumentalizzazione diplomatica delle proteste in corso.

Seguiremo la dinamica della mobilitazione in atto. La sua base sociale sembra al momento limitata a settori di gioventù della popolazione povera, dei disoccupati, della classe media (studenti), con un ruolo importante delle donne. La classe operaia non è ancora scesa nell’arena della lotta. Questo sarà uno snodo decisivo per lo sviluppo degli avvenimenti. La classe operaia iraniana è una enorme potenza sociale. La sua discesa in campo alla testa della gioventù potrebbe segnare un capovolgimento dei rapporti di forza e aprire una pagina nuova dello scontro. Senza l’ingresso nell’arena della classe lavoratrice, la mobilitazione rischia di schiantarsi nel muro della repressione e di sfaldarsi. È la lezione del 2009.

Ma la semplice mobilitazione della classe lavoratrice non è sufficiente. È necessaria una sua direzione indipendente e rivoluzionaria, che sappia saldare nel vivo della lotta le rivendicazioni sociali, laiche e democratiche elementari, con la prospettiva di un’alternativa di potere della classe lavoratrice; che sappia costruire l’egemonia della classe lavoratrice sull’insieme delle domande progressive delle masse oppresse, delle città e delle campagne, nella prospettiva di un governo operaio e contadino. L’unica vera alternativa.

Nel 1979 la mobilitazione della classe operaia iraniana fu determinante per il rovesciamento dello Scià, dando vita in centinaia di fabbriche a forme di autorganizzazione democratica di massa (shorà). Ma l’assenza di una direzione indipendente, unita al ruolo collaborazionista del Tudeh stalinista, subordinò la classe operaia a Khomeini, che giunto al potere distrusse il movimento operaio organizzato e dopo pochi anni (1982) lo stesso Tudeh. La classe operaia iraniana ha pagato con quarant’anni di nuova dittatura la capitolazione del Tudeh al khomeinismo. Il Tudeh ha pagato a sua volta con cinquemila militanti assassinati.

La costruzione di una direzione marxista rivoluzionaria resta dunque la questione decisiva, come mostra la stessa esperienza della rivoluzione tunisina ed egiziana del 2010-2011.

L’irruzione nella lotta di una giovane generazione dell’avanguardia potrà rappresentare il bacino naturale della sua costruzione.

Partito Comunista dei Lavoratori
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Il burkini non è un diritto umano

da Hic Rhodus 17 Agosto 2016 dc:

Il burkini non è un diritto umano

burkini-islam

Abbiamo da poco commentato la pretesa di imporre i propri simboli religiosi, con riferimento al velo e al rifiuto della stretta di mano femminile.

Il quel post ce la prendevamo in particolare con due atteggiamenti islamici ma siamo stati attenti a includere tutti i simboli di qualunque religione, incluso il crocifisso, per intenderci.

La nostra idea è che in una società inclusiva e pluralista e, soprattutto, laica, i simboli religiosi ostentati siano divisivi, stimolino la diffidenza, creino competizione e cattiva comprensione del prossimo, e non servono grandi studi sociologici per dimostrarlo.

Una società liberale e tollerante garantisce la libertà di culto a chiunque (inclusa la libertà di rifiutare qualunque culto) nella sfera privata, ma cerca di evitare l’ostentazione antagonista.

Per questo riteniamo che il velo integrale che copre il viso alle donne (tipo niqab e burka) non sia tollerabile, mentre l’hijab sì.

Ora è scoppiato il caso del burkini (costume da mare integrale) vietato a Cannes e in Corsica. Protestano le donne musulmane rivendicando la libertà di vestire come pare a loro ma sbagliano, almeno sul piano dialettico.

È naturale che ognuno vesta come gli pare: se io voglio attraversare il centro con un tutù rosa, le scarpe gialle e una farfalla di cartapesta come copricapo non me lo può impedire nessuno, e se per una qualche ragione mia moglie volesse stare in spiaggia con un costume integrale, ugualmente nessuno potrebbe avere da ridire. Ma le donne islamiche che indossano il burkini lo fanno in quanto islamiche, non per una scelta personale, estetica o igienica. Il burkini rappresenta un’ostentazione identitaria sovente imposta socialmente dal loro gruppo di appartenenza in nome di vaghi precetti semi-religiosi (che tali non sono, come chiarimmo a proposito del velo).

Il concetto non è “vesto come mi pare” bensì “vesto un simbolo religioso identitario e divisivo”. È una questione di motivazione e di contesto che fa la differenza, non il capo d’abbigliamento in sé.

Per difendere le ragioni delle donne musulmane Ikram Ben Aissa denuncia la limitazione alla libertà delle donne imposta a Cannes. L’Autrice dice anche alcune cose giuste, nel suo articolo, ma il cuore del suo ragionamento non è da me condivisibile quando scrive:

Che si vadano a formulare dei divieti fondati sull’idea che indossare un velo implichi un legame col fanatismo è un qualcosa d’inaccettabile.

Sì.

Ostentare il velo integrale (o il burkini) ha a che fare col fanatismo, non meno dell’ostentazione della croce per il cristiano che si segna tre volte prima di salire in treno.

Poiché è assolutamente chiaro che non si tratta di un precetto religioso obbligatorio (lo abbiamo argomentato nel già citato post sul velo) ed è noto che molte donne islamiche (in Paesi tolleranti) non sentono il bisogno di indossarlo, ne consegue che è una scelta individuale (soggetta a molte pressioni sociali) per dichiararsi, per distinguersi, per escludersi.

È esattamente questa scelta individuale così motivata che diviene inaccettabile.

Prosegue l’Autrice:

I cittadini dovrebbero sentirsi liberi d’indossare ciò che vogliono! Quand’è che i musulmani in Europa verranno rispettati e trattati da cittadini alla pari? Quand’è che la smetteremo di marginalizzare milioni di cittadini europei musulmani, e in particolar modo le donne?

L’esagerazione come strumento retorico è noto.

Dove sarebbero i milioni di cittadini europei musulmani marginalizzati?

I cittadini europei musulmani, come quelli buddisti, testimoni di Geova, induisti etc., vivono, lavorano, studiano esattamente come tutti gli altri, soggetti alle stesse regole, norme e leggi.

Anche regole e norme “sociali”, non quindi scritte nei codici. Il cittadino musulmano ha tutti i diritti di andare alla moschea, rispettare il ramadan e seguire un atteggiamento (femminile) fondato sulla modestia e la discrezione, ma credo che abbia meno diritti riguardo l’ostentazione, come detto, e ripeto che ciò vale per tutte le religioni (e per gli atei) inclusa la cristiana.

La cosa che più mi colpisce e incuriosisce, comunque, è questa impossibilità di capirsi. Ikram Ben Aissa crede fortemente che siano lesi i diritti umani delle donne islamiche

Pare che i diritti umani non siano più garantiti per tutti — quindi dovremo trovare un modo per guadagnarceli.

e non si compenetra minimamente nei valori europei che pure cita all’inizio del suo pezzo.

Non comprende, per esempio, che la libertà di tutti passa per delle limitazioni per ciascuno, nessuno può fare ciò che vuole in nome di presunti diritti: io amerei moltissimo restare nudo in spiaggia, ma so che non lo posso fare (se non in specifici luoghi deputati) perché sarebbe ritenuto offensivo e immorale da altri.

Ma non rivendico un “diritto umano” Schermata 2016-08-16 alle 12.41.01violato. Anche una commentatrice islamica, in coda al pezzo citato, litiga con un altro, italiano, scrivendo a stampatello “ci vestiamo come pare a noi e non dobbiamo rendere conto a voi. Pensate alle vostre donne che vanno in giro nude”.

Anche questo sfogo lascia intendere la barriera culturale voluta e difesa: c’è un “voi” che lasciate le donne nude (=immorali) e un “noi” che difendiamo la fede, la tradizione, la virtù (=giuste).

Ciò mostra l’ostentazione divisiva che si richiamava prima. Io ricordo bene di avere visto, in una spiaggia a sud della Turchia, in anni felici in cui Erdogan non era diventato il despota attuale, donne turche col velo nero integrale chiacchierare tranquillamente con amiche turche in bikini. Mi sembrò subito un bell’esempio di reciproca tolleranza e integrazione che, temo, sta finendo anche in Turchia. Com’è noto in diversi Paesi islamici particolarmente integralisti, però, sarebbe impossibile vedere una scena simile. Il velo è obbligatorio e i bikini non sono permessi neppure a occidentali. Ikram Ben Aissa rivendica il proprio “diritto umano” al burkina dimenticando i diritti umani basilari dei milioni di donne in Arabia Saudita e altri paradisi islamici.

Io credo, in conclusione, che il problema della reciproca comprensione sia a uno stadio ancora piuttosto arretrato.

La diffidenza occidentale, spessissimo immotivata, è alimentata dal repentino aumento degli immigrati, dai frequenti attentati terroristici e da mestatori nostrani che soffiano apposta sulla paura.

Ma una persona intelligente non può ignorare questi fattori. L’allarme sociale di questi anni rispetto al terrorismo islamico, ancorché esagerato non nasce per caso, e la sua matrice religiosa non può essere ignorata: come non capire, quindi, che ostentare il burkini appare a taluni come una provocazione? Come non capire che pretendere il presunto “diritto umano” di indossarlo si presta a critiche, ulteriore diffidenza, esasperazione, come la sparata di Picardo sul diritto alla poligamia.

Insomma, noi occidentali dovremmo certamente imparare a essere meno diffidenti e più tolleranti, ma l’Europa nasce da un profondo e doloroso processo di secolarizzazione, durato secoli e pagato sangue, che deve essere compreso da chi chiede di vivere qui, e qui viene accolto nel rispetto di tutti i diritti umani.

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Delle cose bizzarre che Dio proibisce e della laicità dello Stato

Da Hic Rhodus  5 Agosto 2016 dc:

Delle cose bizzarre che Dio proibisce e della laicità dello Stato

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di Bezzicante

Permettetemi una dichiarazione preliminare, una sorta di excusatio non petita che chiunque abbia un po’ di dimestichezza con lo scrivere e il comunicare sa che non si deve fare, mai. In questo post tratterò comportamenti religiosi che contrastano col vivere in una comunità laica. La prima parte del post girerà intorno alla natura di questi comportamenti: sono veramente “religiosi”? Voglio dire: certe cose decisamente bizzarre le ha veramente volute Dio? Capite subito che il fatto stesso che io giudichi ‘bizzarri’ determinati comportamenti che, per taluni, sono sacri e vincolanti e oggetto dello sguardo divino mi colloca immediatamente fuori dalla capacità di comprenderli. Sono laico. Non solo credo nella necessità di uno stato laico e nella separazione fra fede e politica, fra chiesa e istituzioni ma, sostanzialmente, sono distante dal devozionismo, dalla fede, dal conseguente forte coinvolgimento emotivo dei credenti. Il mio linguaggio è un linguaggio differente, mi assumo le colpe dell’incomprensione. E questa era l’excusatio per la prima parte dell’articolo. La seconda parte, più breve, prescinde dalle mie incomprensioni e dalle vostre fedi; riguarda la pretesa, in uno stato laico occidentale, di tenere rigorosamente separate la sfera religiosa da quella politica per tutti, compresi gli immigrati e coloro che credono in altre religioni (differenti dalla cristiana) per i quali scatta spesso un meccanismo etnocentrico all’incontrario. Per timore di essere giudicati razzisti si concede di più, assai di più, di quanto la nostra tradizione laica chieda. E ora le premesse sono finite e potete leggervi l’articolo.

Ho già trattato a suo tempo la questione del velo islamico segnalando che l’obbligo a indossarlo, per le donne musulmane, non è una questione di religione ma di identità culturale sostanzialmente condizionata da una società misogina; in quel vecchio post ho utilizzato fonti islamiche per la prima affermazione (il velo non c’entra col Corano) e un’importante e ampia ricerca internazionale che fornisce evidenze sulla seconda (la diffusione del velo è correlata con la tolleranza e l’apertura della società di appartenenza). Di questioni analoghe ce ne sono in tutte le religioni, ciascuna delle quali sostiene che dio vuole che si mangino oppure no determinati cibi, ci si tagli oppure no il prepuzio, ci si comporti in determinati modi fra le lenzuola e via discorrendo. Un tratto evidente di ciò che viene definita ‘secolarizzazione’ (ne abbiamo parlato QUI) è l’abbandono di questi costrutti privi di aderenza con una fede religiosa piantata nel XXI secolo; si può continuare a credere in dio, con devozione e passione, rinunciando a credere che sia peccato mangiar carne il venerdì, per esempio. Ma la secolarizzazione è un processo che riguarda la modernità e il lento progredire delle idee attraverso i secoli. Non in tutto il mondo e non in tutte le religioni i percorsi sono stati simili, e parlare di secolarizzazione nelle aree islamiche più tradizionali è abbastanza sciocco (alcune ragioni le rammenta Galli della Loggia QUI).

Analoga alla questione del velo c’è una bizzarra ritrosia alla stretta di mano:

In una regione nel nord della Svizzera due studenti musulmani saranno obbligati a stringere la mano alle professoresse all’inizio e alla fine della lezione, come è tradizione nel Paese elvetico, ma in questo modo verranno meno ai dettami della loro religione che vieta i contatti fisici tra uomini e donne che non abbiano un legame di parentela (Fonte: Corriere della Sera; l’articolo illustra la sequela di polemiche suscitate da questa decisione).

Ho quindi percorso lo stesso procedimento utilizzato per il velo e sono andato a cercarmi fonti islamiche che mi illuminassero e ho trovato questa che dice che sì, è proprio vietato, a un uomo, stringere la mano a una donna che non gli appartenga (testuale), o che non sia una delle sue parenti “strette” (fonte). Questa prima fonte, eruditissima e ricca di riferimenti non cita mai il Corano ma solo seguaci illustri, giureconsulti, sceicchi devoti e così via: un po’ come se un cattolico citasse noti dottori della chiesa, teologi medioevali e simili. Idem altre fonti come QUESTA di donne musulmane (si cita la moglie del profeta e il Corano solo come fonte indiretta in merito alla modestia ed esemplarità – in generale – del comportamento femminile); così molteplici fonti italiane che riportano la medesima spiegazione e anche fonti inglesi… che riportano la medesima spiegazione (letteralmente! Evidentemente tutti traggono e traducono da una medesima centrale teologica): per esempio QUESTA che però (traducendo meglio l’originale) spiega come la fonte sia un’Hadith, parte della Sunna che, dopo il Corano, è un testo sacro per i musulmani. Non ve la voglio far lunga in questa prima parte dell’articolo, e arrivo alla conclusione. Diversamente dal velo, la stretta di mano sembra indubbiamente parte del contesto religioso islamico anche se – questo è importante – non è il Corano (ispirato da Dio in persona) ma la Sunna. Come un cattolico che affermi una verità religiosa non contenuta nel Vangelo ma nelle Lettere di Paolo. Ma forse sottilizzo troppo io…

A seconda del vostro livello di religiosità sarete portati a credere che certe prescrizioni siano aggiunte dall’apparato religioso che sempre circonda le fedi, aggiunte a volte infelici, non necessarie al rapporto vero e autentico con dio, oppure al contrario potreste ritenere che tutte queste diverse fonti siano comunque ispirate dalla divinità, quindi sacre e prescrittive. Comunque la pensiate, però, segnalo che ragionate su testi letterari, su dichiarazioni, testimonianze… vale a dire parole di uomini e donne (ispirate da dio?) e quindi interpretabili. Ed è la faccenda dell’interpretazione della parola umana che mi confonde: prendiamo per esempio la circoncisione: le principali tre religioni monoteiste attingono allo stesso testo sacro (la Genesi, 17: 10) per obbligare alla circoncisione (ebraismo), per praticarla ma senza un chiaro obbligo religioso (islam), per non praticarla affatto (cristiani, ma non i cristiani copti che invece la praticano). Quindi la Genesi, parola di Dio, è diversamente interpretata e praticata. Se interpretiamo la Sua parola, figuriamoci quella degli interpreti, dei commentatori e dei costruttori di sovrastrutture di mediazione con la divinità.

Tutto questo per dire che stabilire in maniera rigida, assoluta e indiscutibile che Dio, proprio Lui in persona, trovi offensivo che un uomo stringa la mano, come segno educato di saluto, a una donna che “non gli appartiene”, ecco: stabilire in maniera incontrovertibile che sia Dio a volerlo lo trovo alienante. Capisco che dio voglia l’amore e proibisca l’omicidio e accetto anche che voglia essere lodato e santificato, per carità, ma che pretenda un prepuzio in pagamento di un pegno o che trovi riprovevole una stretta di mano mi sembra quantomeno bizzarro.

Fine della prima parte.

La seconda parte di questo articolo cambia completamente registro e si interroga su come deve comportarsi una società liberale (con riferimento al caso svizzero sul quale abbiamo aperto). Vedo due possibilità:

  • possibilità n° 1: siamo liberali, quindi tolleranti, quindi inclusivi, quindi rispettiamo tutti; se siete musulmani e non volete stringere la mano alla professoressa, in quanto femmina che non vi appartiene, bene: avete ogni diritto a farlo anche all’interno della nostra società;
  • possibilità n° 2: siamo liberali, quindi tolleranti, quindi inclusivi, quindi (qui cambiamo la frase) rigettiamo comportamenti tesi all’esclusione (come sono tutti i simboli religiosi); se siete musulmani, o ebrei, o cattolici ciò riguarda la vostra sfera privata e non quella della convivenza pubblica.

Guarda caso si tratta delle due antitetiche posizioni assunte dalla corte UE in due distinti casi riguardanti il velo ma è questa seconda idea che informa correttamente il pensiero democratico liberale occidentale. È per questa ragione che dovrebbero essere banditi i simboli religiosi dagli uffici pubblici, che il velo integrale dovrebbe essere proibito, che la stretta di mano può essere rifiutata solo come oltraggio e non come ferma adesione a un precetto imperscrutabile.

Si dirà che in questo modo si calpestano i diritti di quei credenti. Li offendiamo imponendo i nostri valori laici. Vero. In caso contrario, però, sarebbero loro a imporre i loro valori religiosi. Non c’è via d’uscita: è un gioco che prevede un perdente, il religioso o il laico. Sotto un profilo logico ha poca importanza che il religioso sbianchi in volto, dia in escandescenze e si faccia prendere una sincope dall’obbligo di laicità, mentre il laico semmai fa spallucce e – in virtù della sua apertura mentale – se ne infischi del crocifisso a scuola e dei molteplici obblighi religiosi non richiesti. Sotto il profilo logico c’è un torto che viene commesso a danno di un cittadino, religioso o laico. Per questo sempre la logica suggerisce che in una società moderna deve vincere il primato della laicità. Se nel privato ogni cittadino ha diritto di credere in ciò che vuole, nella vita associata bisogna azzerare le differenze, i contrasti, le potenziali guerre di religione. Come cittadini, uguali doveri e diritti. Non qualche diritto in più per i cattolici, o per i musulmani o per i pastafariani (ed è questo il senso di una recente sentenza della Corte di giustizia UE).

Io credo veramente che stiamo sbagliando molto con i cittadini portatori di altre culture e valori. Siamo capaci di chiudere le frontiere allarmati dai flussi migratori, ma poi siamo così incerti da accettare comportamenti ostili da quei cittadini che brandiscono la fede come simbolo identitario negativo. Dire per esempio che le donne musulmane non devono portare il velo suona come xenofobia, islamofobia. Io credo onestamente che le donne islamiche non debbano portare il velo integrale (quindi: sì hijiab non integrale; no burqa o niqab); credo che se porgo la mano in segno di saluto (semmai non sapendo che per lei, donna musulmana, non è corretto) mi aspetto che la mano mi venga stretta; così come credo che la CEI non debba mettere bocca su alcuna legge dello Stato italiano, che il Concordato vada abolito e il crocifisso tolto dai luoghi pubblici. Credere nell’uguaglianza, quella dei diritti e della cittadinanza, significa rispettare tutte le religioni fino al confine, non superabile, della laicità inclusiva e universalista dello stato.

Credo anche che sia una questione di igiene mentale. O culturale. Se smettessimo tutti di ostentare identità assolute e non negoziabili come quella religiosa, saremmo tutti meno impauriti dai diversi. Cadrebbero molti pregiudizi e, vedendoci più uguali, daremmo tutti meno spazio alle imbecillità fondamentaliste.

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Cronaca, Laicità e Laicismo, Politica e Società, Sessualità

In 5 giorni la Tunisia celebra i suoi 2 primi Gay Pride

In 5 giorni la Tunisia celebra i suoi 2 primi Gay Pride. Da www.ilgrandecolibri.com 30 Marzo 2015 dc

Laicità e Laicismo, Politica e Società, Storia

Un pericloso slalom tra razzismo occidentale e fanatismo islamico

da Dino Erba tramite e-mail al Circolo Culturale Giordano Bruno di Milano, 21 Gennaio 2015 dc:

Un pericloso slalom tra razzismo occidentale e fanatismo islamico

Di fronte al raid contro la redazione di «Charlie Hebdo», la sinistra radicale, di orientamento comunista e anarchico, si è divisa tra l’ingenua difesa della «libertà» e l’ingenua solidarietà agli islamici.

In un mondo dove non c’è spazio per le ingenuità, la difesa della libertà si traduce in difesa dell’Occidente mentre la solidarietà agli «islamici» si traduce in difesa di regimi regressivi e oscurantisti.

Sono dilemmi che, sostanzialmente, affogano i proletari dei Paesi islamici nel fanatismo religioso, dimenticando peraltro la resistenza kurda contro Isis. Tutt’ora in corso.

Peso del passato e incubi del presente

In entrambi i casi manca una visione che sappia emanciparsi dalle scorie del passato, religiose o laiche, che sono sempre succube delle ideologie dominanti. L’emancipazione ideologica è il presupposto per la critica teorica (e quindi per il superamento pratico-politico) di «questa valle di lacrime», ossia dell’attuale società basata sui rapporti di produzione capitalistici.

È proprio vero, le vecchie idee e le vecchie tradizioni pesano come un macigno nella testa degli uomini. Anche nelle teste di coloro che vorrebbero essere rivoluzionari. E li tengono alla superficie apparente dei fenomeni, senza far loro vedere che cosa, in realtà, ribolle al di sotto.

Come ho già scritto, i valori dell’Occidente sono il frutto dell’Illuminismo, che è intriso di razzismo, anzi è la culla ideologica del razzismo grazie al quale viene legittimata l’oppressione e lo sfruttamento dei «diversi» (meglio se poveri e colorati).

Con questi presupposti «libertari», discutibili ma, se proprio vogliamo, in astratto accettabili, a favore di «Charlie Hebdo» viene invocata una libertà d’espressione francamente metafisica. La libertà di espressione segue una sua evoluzione storica e sociale: libertà di chi e libertà per che cosa?

La satira è la voce dell’oppresso contro l’oppressore e ha una decisa connotazione eversiva, altrimenti scade nella facile ironia o, peggio, nel dileggio, come a suo tempo le vignette naziste del «Kladderadatsch» sugli ebrei (o sui negri), che a volte potevano anche essere «gustose» ma erano decisamente razziste.

«Charlie Hebdo» si barcamenava tra queste due sponde, tra la satira e la facile ironia, ma senza grandi successi, poiché le vendite stagnavano sotto le 50mila copie; «Il Vernacoliere» è sulle 35mila copie, certo è mensile ma ha una diffusione in gran parte regionale. I numeri sono sempre eloquenti!

Le avanguardie della regressione

La solidarietà agli «islamici» tocca un tasto più complicato, poiché porta allo scoperto il Dna cattolico che in Occidente, e soprattutto in Italia, interagisce con il successivo mutamento genetico illuministico. Questo mix di tradizione & progresso (e moralismo) caratterizzò il terzomondismo italiano negli anni Sessanta e, nel decennio successivo, confluì nei movimenti della «nuova sinistra», con effetti più o meno significativi ma pur sempre con una prevalente accentuazione «progressista».

Con il riflusso di fine decennio rifluì anche l’accentuazione «progressista», lasciando spazio a pulsioni moderate se non reazionarie. Gli effetti furono comunque politicamente aberranti.

Tra le cause scatenanti della regressione ideologica ci furono i giudizi espressi sull’onda della cacciata dello scià (1979), capo di una dittatura sanguinaria e legata a filo doppio agli Usa, in funzione di gendarme di quell’area, cerniera tra Medio Oriente e Asia centrale.

Tuttavia, il regime dello scià aveva anche varato alcune significative riforme economiche, nell’industria e nelle campagne. Sul piano sociale aveva migliorato la condizione femminile: istruzione, lavoro, divorzio, diritto di voto.

Queste riforme ed altre di stampo «occidentalista» in materia religiosa avevano suscitato l’opposizione del clero scita e delle mafie dell’assistenzialismo religioso (bonyad)[1] che seppero cavalcare a proprio vantaggio il crescente malcontento, provocato dalle difficoltà economiche di larga parte della popolazione operaia, contadina e commerciale (bazari), cui il regime rispondeva con violente repressioni.

Scelta scellerata in linea coi tempi

Il Comitato Rivoluzionario guidato dall’ayatollah Kohmeini trovò imprevisti sponsor in Occidente, tra ex gauchistes, in cerca di «nuove emozioni» dopo le delusioni di un socialismo reale ormai appannato e poco appetibile, in Cina come in Urss, e con Cuba sul viale del tramonto.

Nonostante l’opposizione al regime dello scià fosse assai articolata, comprendeva liberali, comunisti (e non tutti filo sovietici), nonché il movimento di liberazione kurdo, in Italia le apparenze prevalsero. In nome dello sciocco concetto che «il nemico del mio nemico è mio amico», il quotidiano «Lotta Continua» e Radio Popolare[2] alimentarono la simpatia per l’ayatollah Khomeini, facendolo diventare simbolo di una rivoluzione di nuovo modello contro l’omologazione capitalistica made in Usa dello scià. Dipingevano una fantasiosa immagine di una situazione sociale assai più intricata.

In  realtà, gli ayatollah furono gli artefici di una controrivoluzione preventiva che rimodellò l’establishment iraniano attraverso un cambio della guardia a proprio esclusivo vantaggio.

Regressione continua

Che dire dei fan occidentali di Khomeini? Ingenuità? Demenza? Collusione? Ardua sentenza. Pur considerando che anche in Italia erano presenti e vive organizzazioni e voci in lotta sia contro lo scià e sia contro Khomeini, di cui il volantino dei Mojahedin del popolo iraniano[3], qui riprodotto, è un’evidente testimonianza che denuncia la sanguinaria repressione dei preti boia di Teheran. Ma c’è poco da fare, quando il vento del riflusso sociale ti oscura la vista.

A portar acqua al mulino della regressione politica, c’era anche il Pci[4], non c’è da stupirsi. Rispetto ai fan gauchistes, il Pci si comportava con una maggiore cautela che era dettata dai suoi legami con l’Urss. Mosca era infatti preoccupata per movimenti islamisti che avrebbero potuto contagiare le vicine repubbliche sovietiche e, soprattutto, avrebbero potuto incrociarsi con l’incombente disastro afghano. Come avvenne alla fine del 1979, con l’invasione sovietica dell’Afghanistan.

Si aprì allora una nuova diatriba tra i difensori della civiltà «sovietica», comunque esportata, e i difensori della libertà «religiosa», comunque intesa. La successiva evoluzione della situazione afghana ha sparso le sue metastasi in giro per il mondo, generando devastanti mutazioni genetiche nelle ideologie politiche.

Le conseguenze sono sotto i nostri occhi e dovrebbero mostrare le perverse implicazioni di questa contrapposizione tra tesi che sono entrambe figlie di un passato remoto e che sarebbe bene seppellire. Almeno con le armi della critica, prima di passare alla critica delle armi.

Altrimenti, la critica delle armi continueranno a farla mangia-preti razzisti & bacia-pile integralisti … E intanto i nazionalismi sono sempre in agguato. Ma questa è un’altra storia.

O no?

[1] Le bonyad sono fondazioni esentasse, sul loro giro d’affari vedi: Alberto Negri, La fondazione di Khamenei che vale di più dell’export iraniano, «Il Sole 24Ore», 3 dicembre 2013.
[2] Vedi: Carlo Panella, Ayatollah atomici. Tutto quello che non ho capito della Rivoluzione iraniana 1978-1979, Mursia, Milano, 2010. Il libro è un tardivo mea culpa dell’autore delle corrispondenze a «Lotta Continua» e a Radio Popolare che provocarono il disastro ideologico, trovando comunque un terreno fertile o già fertilizzato. A onor del vero, il mea culpa rincara la dose; si capisce quindi come mai Panella, invece di sparire dalla scena giornalistica, sia divenuto sodale di Giuliano Ferrara, di Emilio Fede, di Paolo Liguori …, a Mediaset, a contar balle. Dal 2007, collabora anche col quotidiano telematico «L’Occidentale». [http://www. informazionecorretta.com/ – http://www.ilvelino.it/it/article/2014/06/28/la-rivoluzione-iraniana-fine-di-unillusione-genesi-del-terrorismo-islamico/ecc
[3] I Mojahedin del popolo iraniano (o Esercito di liberazione nazionale dell’Iran) sono un movimento politico progressista che, in origine, cercò di conciliare l’islam con una visione sociale «marxista». In seguito è approdato a un riformismo di stampo socialdemocratico. Ciò nonostante, fino al 2009 l’Unione Europea la considerò un’organizzazione terroristica. Obama sta ancora pensando se toglierla dalla black list…
[4] Maurizio Caprara, Il comunista Minucci «Khomeini fu una liberazione, il Pci non sbandò». Il direttore di «Rinascita»: «Quegli ayatollah hanno avuto il grande merito di rompere le catene del regime dello Scia», «Corriere della Sera», 17 luglio 1999 [http://archivio storico.corriere.it/1999/luglio/17/Khomeini_una_liberazione_Pci_non_co_0_9907177161.shtml].

Ateoagnosticismo, Laicità e Laicismo, Politica e Società, Storia

Il terrorismo è frutto della religione?

dal nuovo Autore del blog, 8 Gennaio 2015 dc:

Il terrorismo è frutto della religione?

di Luca Immordino

Il 7 Gennaio 2015 dc a Parigi, presso la sede del periodico settimanale satirico Charlie Hebdo, è occorso un gravissimo episodio di inaudita violenza e crudeltà, perpetrato da fanatici in nome della religione musulmana, contro gente innocente e contro le più elementari regole di umanità.

Ecco descritti brevemente i fatti. Dalle prime sommarie ricostruzioni tre persone giungevano a bordo di un’autovettura presso la sede della rivista satirica. Dall’auto scendevano due individui a volto coperto ed armati di kalashnikov che costringevano una donna, che lavorava lì, a farsi aprire la porta d’ingresso immettendo il suo codice di accesso. Appena entrati è iniziata la strage che, una volta terminata, ha avuto come conseguenza la morte di 12 persone ed il ferimento di altre 11, di cui 5 in modo grave.

Sempre dalle registrazioni sonore e dalle riprese video, nonché dalle testimonianze dei sopravvissuti, si è avuto modo di accertare che la strage è stata effettuata per motivi religiosi da estremisti islamici. Il giornale in questione si occupava di satira che spesso aveva come tematica la religione, compresa l’attualità del fenomeno dell’estremismo islamico. Per questa sua attività era stato additato dalla quasi totalità degli ambienti religiosi come dissacrante e, da alcuni di questi, condannato apertamente con gravi minacce anche di morte, seguite da intimidazioni.

Le religioni, purtroppo, sono state e sono fonti di efferati crimini per le loro caratteristiche dogmatiche che si impongono come ordini assoluti, non contestabili ed ai quali bisogna obbedire a pena di severissime punizioni divine. Tutte le religioni contengono nei loro testi, considerati “sacri”, ordini e minacce di terribili punizioni contro chi non si allinea al volere divino. Ecco un breve esempio limitato alla religione più diffusa in “Occidente”, tratto dal Nuovo Testamento ritenuto, per così dire, più morbido ed illuminato rispetto al Vecchio Testamento: “Guai alle città incredule! – Allora [Gesù] cominciò ad inveire contro le città in cui aveva compiuto la maggior parte di miracoli, perché non si erano convertite:«guai a te, Corazin! Guai a te, Betsaida! Poiché, se i prodigi che sono stati compiuti in mezzo a voi fossero stati fatti a Tiro e Sidone, da tempo in cilicio e cenere avrebbero fatto penitenza. Ebbene, vi dico che nel giorno del giudizio la sorte che toccherà a Tiro e Sidone sarà più mite della vostra. E tu, Cafarnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Sino agli inferi sarai precipitata. Poiché, se a Sodoma fossero stati compiuti i prodigi che si sono compiuti in te, sarebbe rimasta fino ad oggi. Ebbene, vi dico che nel giorno del giudizio la sorte che toccherà alla terra di Sodoma sarà più mite della tua»”. (Bibbia, Nuovo Testamento, vangelo secondo Matteo 11,19).

Questi testi, sui quali si fondano le più grandi religioni contemporanee, hanno origini incerte e remote, sono stati tramandati anche in modo non genuino e con modifiche nel corso dei secoli, e rispecchiano una visione cristallizzata ed obsoleta che si basa su concezioni ormai superate.

C’è anche da dire anche che la quantità di attentati è minima rispetto alla percentuale di popolazione credente. Ciò è da ricollegarsi al fatto che ogni credente ha un modo diverso di interpretare la stessa religione ed al giorno d’oggi la percentuale di persone praticanti è di molto inferiore rispetto a chi si definisce credente. È impressionante, rispetto alle stragi compiute da squilibrati od altri soggetti, il fatto che quelle compiute a sfondo religioso forniscono a determinati individui ulteriori motivazioni per perseguire e giustificare certi gesti estremi, quali sono gli attentati terroristici. Questo determina la maggiore incidenza di atti terroristici per opera di questi ultimi, rispetto a quelli compiuti per motivazioni non legate alla religione. D’altronde in passato, come nel presente, la stragrande maggioranza delle guerre è da attribuirsi a motivazioni religiose (iniziando dalle crociate e finendo alle recenti guerre che vedono in contrapposizione “Occidente” e “Mondo Islamico”).

Cos’è allora che differenzia le varie religioni? È vero che la stragrande maggioranza degli attentati terroristici avvenuti in Occidente sono opera di fanatici islamici, ma è anche vero che episodi gravissimi sono stati commessi da estremisti cristiani, come per esempio l’ultimo, di eccezionale gravità, avvenuto in Norvegia. In questo Paese scandinavo nel 2011 un fanatico della religione cristiana uccise brutalmente a colpi d’arma da fuoco 77 persone, quasi tutte giovani, e ne ferì più di 300, anch’esse per la maggioranza ragazzi.

Ampliando questa breve analisi anche ad un’altra grande religione mondiale, bisogna dire che in India si registrano molti atti terroristici a sfondo religioso, compiuti anche da credenti appartenenti alla religione induista.

Il problema è da ricercare nella mitigazione nell’osservanza dei dettami religiosi dovuta alla nascita ed allo sviluppo dei valori laici, secondo i quali conta il reciproco rispetto nei rapporti umani e non il prevalere, in questi, dei dettami divini. Guardando più specificamente il caso dell’ “estremismo religioso musulmano”, possiamo tranquillamente affermare che, a livello storico, è facilmente constatabile che nei Paesi dove si è affermato l’Islam non si è avuto un periodo che possiamo paragonare al nostro illuminismo: “Contrariamente a quanto affermatosi nell’Europa moderna il movimento musulmano per la riforma non fu interessato a revisioni dottrinali, né il rapporto con la modernità fu avvertito quale processo di adattamento all’ideologia della modernizzazione, così come proposta dalla cultura europea nell’Ottocento. L’Islam in quanto sistema di atti di culto non poteva essere soggetto ad alcuna revisione”. (Antonino Pillitteri “Introduzione allo studio della storia contemporanea del mondo arabo”, Laterza editore, Bari 2008, pagina 18). Si pensi che le istituzioni statali dei Paesi islamici sono ancora intrise profondamente da elementi religiosi, come ad esempio l’applicazione della legge coranica nel campo del diritto. Un’altra causa dell’affermarsi di gruppi estremisti è da ricercarsi in fattori geopolitici. Durante il contrasto fra le due superpotenze mondiali U.R.S.S. ed U.S.A., infatti, gli americani fomentarono e finanziarono i gruppi islamici più estremisti in modo da poterli utilizzare contro il nemico sovietico. L’Unione Sovietica era un Paese ufficialmente ateo e per di più confinava con numerosi Paesi islamici ed addirittura, nelle repubbliche sovietiche ad essi confinanti, vi era una lunga tradizione legata alla religione musulmana: dopo il crollo dell’U.R.S.S., con la proclamazione d’indipendenza di queste ex repubbliche sovietiche, è stata adottata come religione ufficiale quella islamica.

Laicità e Laicismo, Politica e Società

L’esodo

da Democrazia Atea 13 Giugno 2014 dc:

L’esodo

Il fondamentalismo islamico oggi prende il nome di “Stato Islamico dell’Iraq e del Levante” – ISIL, propugnato da un piccolo esercito di circa sei o settemila miliziani jihadisti che, dopo aver conquistato le regioni petrolifere del nord dell’Iraq, puntano alla conquista di Bagdad.

Già nel marzo del 2014 il Primo Ministro iracheno Nouri al-Maliki aveva pubblicamente accusato l’Arabia Saudita e il Qatar di finanziare i jihadisti iracheni, responsabili degli attentati terroristici che dal 2008 avevano provocato la morte di 1800 persone in tutto l’Iraq.

L’Arabia Saudita e il Qatar mirano ad avere il controllo sia dell’Iraq che della Siria, ed hanno finanziato anche un esercito di circa settemila o ottomila miliziani jihadisti penetrati in Siria dove l’esercito di Assad ha mostrato maggiori capacità di resistenza rispetto a quelle del Primo Ministro iracheno.

Nouri al-Maliki, il Primo Ministro iracheno, ha chiesto al Parlamento di dichiarare lo stato di emergenza che gli avrebbe dato poteri speciali contro ISIL, ma ha trovato l’opposizione delle minoranze sunnite e curde le quali hanno contestato al Primo Ministro di aver già sufficienti poteri speciali per contrastare l’avanzata dei jihadisti.

La debolezza di Nouri è evidente e ne è consapevole tanto da invocare egli stesso un nuovo intervento militare degli Stati Uniti, i veri responsabili della tragedia del popolo iracheno.

Come dimenticare la bufala delle armi di distruzione di massa per eleminare Saddam.

E come dimenticare le parole di Ruini, il portavoce del monarca Woytjla, quando diede la sua benedizione etica all’invasione da parte degli Stati Uniti, dichiarando spudoratamente che la rimozione di Saddam avrebbe avuto “sicuri effetti positivi”.

Quelle parole, pronunciate dal portavoce del monarca vaticano, avevano lo scopo di legittimare l’amministrazione americana agli occhi del mondo occidentale.

Dopo le parole di Ruini nell’immaginario occidentale era penetrata l’idea che l’invasione fosse “sponsorizzata da dio” e dunque si qualificava come una moderna crociata che accontentava l’opinione pubblica occidentale.

L’islam non ha filosofia, non conosce una speculazione del pensiero, e se si veste di obiettivi militari, non ha altra strada che essere imposto con violenza attraverso la sua legge tribale e antiumanitaria, la sharia.

La popolazione irachena ha subito una immane violenza tanto da minimizzare la repressione di Saddam, e la violenza che si prospetta con l’idea del califfato dell’ISIL sta spingendo la popolazione alla fuga.

Verrebbe da chiedere a Ruini una aggiornata interpretazione dei “sicuri effetti positivi” ma ce lo impedisce il rispetto per la sofferenza del popolo iracheno.

Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea
http://www.democrazia-atea.it

Politica e Società

La trappola del relativismo culturale

dal blog di Sestante

Da L’Ateo n.ro 5/2010 (71)

La trappola del relativismo culturale

di Debora Picchi

Mi propongo qui di affrontare l’insidioso tema dell’intercultura visto in una prospettiva di genere e allo stesso tempo di considerare la questione della laicità con uno sguardo trans-culturale al fine di scoprire la trappola insita nel concetto di “relativismo culturale”. Ma prima di cominciare quest’analisi sento di dover chiarire alcuni punti nodali che a mio parere sono spesso motivo di confusione, approssimazione o addirittura di atteggiamenti e pratiche dannose.

Innanzitutto, noto che molto spesso nel riferirsi a persone che provengono da paesi altri, prima ancora di considerarne l’identità nazionale o linguistica – aspetti che parrebbero fra i più significativi almeno al primo impatto – si decide di catalogarli sommariamente secondo un credo religioso; ciò accade soprattutto quando questo credo sia diverso da quello dominante nella nostra società. Se si parla di un paese prevalentemente musulmano (perché in esso la religione è religione di Stato o perché si tratta d’un paese con governo teocratico), tutti gli appartenenti a quel gruppo nazionale sono automaticamente identificati come musulmani (ed osservanti!) e dunque appartenenti a quella precisa comunità religiosa, senza che sia mai neanche contemplato che qualcuno di loro possa essere ateo, agnostico, non osservante, laico, afferente a qualche minoranza religiosa o altro. Tutti sono dunque schiacciati sotto un’identità religiosa che viene assegnata indipendentemente dal fatto che nella cosiddetta “comunità” vi siano sicuramente delle differenze e che queste differenze potrebbero costituire per ciascun individuo un elemento identitario più forte di quello che gli è stato arbitrariamente attribuito: penso ad esempio a possibili differenze etniche interne al gruppo, ma anche a distinzioni religiose all’interno di una stessa confessione, a differenze linguistiche e dialettali, a differenze di colore della pelle, di genere, di orientamento sessuale, di livello di istruzione, di posizioni politiche e così via …

Per l’attività che svolgo, mi capita di avere un certo numero di amiche afghane e resto sempre stupita ogniqualvolta, trovandomi a cena in compagnia di amici e conoscenti qui in Italia, i commensali italiani respingono senza esitazione l’ipotesi di portare in tavola vino e carne di maiale poiché si dà per certo che le ospiti afghane siano necessariamente musulmane e per giunta osservanti. Ciò è tanto più curioso dal momento che non solo sono ben note le mie decise posizioni laiche, per cui difficilmente si spiegherebbero queste intense frequentazioni con persone tanto devote, ma è pure cosa nota che le organizzazioni afghane di cui le mie ospiti fanno parte sono dichiaratamente laiche e che anzi fanno della laicità un punto fondante della loro lotta politica. Ma evidentemente lo stereotipo vince sulla logica!

Si tende dunque – dicevo – ad inchiodare gli “altri” ad una religione, la religione dominante nel paese di provenienza, presupponendo che il senso di appartenenza di ognuno debba avere a che fare più con la fede che con qualsiasi altro aspetto della persona. Questa stessa grossolana deduzione viene proposta sia da chi intende denigrare gli stranieri (e dunque utilizzerà certe classificazioni in base alla religione in senso sprezzante e razzista), sia da molti di coloro che si vogliono mostrare ben disposti ad accogliere le differenze che la società multi-culturale ci presenta. Questi ultimi cercheranno probabilmente di argomentare che la diversità religiosa è una ricchezza e che il confronto fra religioni è un’opportunità di scambio e di crescita per tutti.

Ma se da una parte ci prodighiamo nel- l’esaltare il valore della pluralità e delle differenze, dall’altra affoghiamo migliaia di stranieri e straniere presenti in Italia e in Europa, e provenienti dai più svariati paesi del mondo, in un unico mare confuso: “la comunità islamica”. Non vi è scampo; vi si appartiene per nascita. E il paradosso sta nel fatto che chi vi appartiene, o meglio è costretto ad appartenervi, vive in uno Stato laico – almeno formalmente – ma è condannato di fatto a sottostare alle regole di una comunità di stampo confessionale.

Una classificazione simile viene fatta quando si identifica una vasta area del pianeta come un unico grande granitico blocco culturale riferendosi a una generica “cultura islamica” (ancora una volta seguendo una nomenclatura basata sulla fede). Vengono dunque percepite come appartenenti alla stessa “cultura” società variegate e lontane fra loro che vanno dal Marocco all’Egitto, dalla Somalia all’Iran, dall’Afghanistan al Pakistan e così via verso oriente: paesi non solo geograficamente distanti, che addirittura si estendono in continenti diversi, ma anche con storie e lingue diverse, tanto per citare alcuni aspetti. È probabile, infatti, che un algerino abbia in comune con un pakistano quanto un brasiliano con un finlandese eppure i primi due vengono continuamente risospinti dallo stereotipo verso un unico antro profondo e confuso, quel “mondo musulmano” – con tutto ciò che di ombroso e funesto questa etichetta riecheggia – una potente costruzione mentale che, come ben sappiamo, ha conosciuto un enorme successo dopo i fatti dell’11 settembre. Risulta quasi impensabile, invece, seguire un’analoga classificazione e immaginare il brasiliano e il finlandese come frutto della medesima “cultura cristiana”.

Lo stesso atteggiamento sbrigativo con cui vengono assegnate fedi d’ufficio e negate differenze fra persone all’interno della propria comunità nazionale o addirittura fra persone provenienti da paesi diversi, è spesso all’origine di quell’insistito e insidioso equivoco per cui “intercultura ” assume il senso di “interreligione”. E allora ecco inviti istituzionali ai più svariati e discutibili capi religiosi, seminari sulle fedi, incontri e dibattiti pubblici con esponenti di varie confessioni, programmi televisivi in cui chierici sono chiamati a discutere su qualsiasi tema, letture comparate di testi sacri, uscite in edicola delle storie di profeti, santi e quant’altro. L’aspetto preoccupante – per non dire tragico – di tutto ciò è che mentre molti progressisti, o presunti tali, accolgono con favore e spesso promuovono generosamente questa deriva religiosa in nome di un imbarazzante concetto di tolleranza, le destre integraliste di varia matrice avanzano, occupando sempre di più gli spazi pubblici. È sorprendente rilevare la riluttanza, o peggio l’ostinato rifiuto, di gran parte di coloro che si dichiarano “di sinistra” a difendere i principi laici e gli spazi pubblici, soprattutto quando si tratta di affrontare questioni che riguardano le “altre culture”, siano esse rappresentate dalle comunità straniere presenti sul nostro territorio o da realtà sociali in altri Paesi; quasi come se un senso di colpa o di pudore verso il “mondo non occidentale” inducesse a rinunciare alla difesa della laicità per cedere il passo ad una multi-religiosità più rassicurante e in apparenza meno problematica, goffamente spacciata come stimolante occasione di confronto e di esercizio democratico di rispetto reciproco.

Ciò che m’interessa qui mettere in luce è la trappola che si cela dietro l’accettazione acritica delle cosiddette “culture” e le pericolose conseguenze che tutto ciò produce, in primo luogo sulla vita delle donne. Il pensiero che prende il nome di “relativismo culturale” fa del rispetto delle “altre culture” il punto cardine del rapporto fra quella che viene chiamata “civiltà occidentale” e le “civiltà non occidentali”. Questo punto di vista riconosce a tutte le culture la stessa dignità, validità e legittimità mettendo da parte qualsiasi critica o giudizio di merito. Quello che sembra un approccio illuminato, democratico e progressista non tiene conto, però, della problematicità del termine “cultura”. Bisognerebbe, infatti, pensare le “culture” non come immobili colossi al di fuori del tempo, cristallizzati in un’atroce fissità e insensibili ai cambiamenti interni e alle contaminazioni esterne, bensì come prodotto di vivi e vivaci consorzi di donne e uomini costantemente in movimento e in trasformazione, esattamente come noi percepiamo la nostra “cultura” e la nostra società (ammesso che questa contrapposizione loro/noi abbia un qualche senso). Se si accetta quest’idea, si dovrà anche riconoscere che quando parliamo di “cultura” – spesso con una certa superficialità – il più delle volte ci riferiamo a qualcosa che potrebbe essere definito più precisamente “cultura dominante”. Questa ottica ci permette di squarciare la coltre dello stereotipo e di vedere le società nella loro complessità e dinamicità, segnate da differenze, contraddizioni e conflitti interni spesso anche molto accesi. In tal caso potremo vedere anche che tutti i sistemi sociali e culturali, seppur diversi fra loro, sono ugualmente governati da molteplici rapporti di potere sbilanciati sotto diversi aspetti, non ultimo quello di genere.

Le “culture dominanti” per loro natura mirano al mantenimento di un sistema di potere che permette loro di essere quello che sono – ossia egemoni, appunto – e a tal fine fanno uso di tutti gli strumenti a loro disposizione. Come ben sappiamo, proprio le religioni, con tutto il loro bagaglio di tradizioni, rituali e credenze che permeano molteplici aspetti della vita sociale, sono fra i più potenti mezzi di controllo. In questo sistema di potere fortemente squilibrato, basato su rapporti gerarchici e caratterizzato inevitabilmente da una volontà conservatrice, nella nostra società come nelle altre, la dominazione maschile si afferma attraverso il controllo delle donne. Infatti, com’è ovvio, al fine di esercitare un ruolo dominante, è condizione necessaria che ci sia una controparte dominata. Il controllo e l’oppressione delle donne nelle varie parti del mondo passa per le forme più fantasiose e bislacche, ancorché tragiche, che, tanto per citare alcuni degli aspetti più vistosi, vanno dalle lapidazioni per adulterio allo strenuo tentativo di negare il diritto all’aborto, dalla ingegnosa legge 40 italiana sulla fecondazione assistita alle mutilazioni genitali femminili, dai delitti d’onore alle normative sull’abbigliamento femminile che, a seconda dei casi, prevedono veli di varie fogge più o meno coprenti; tutto questo senza contare i più bizzarri divieti nei confronti delle donne che capi e capetti religiosi – spesso auto-nominati – s’inventano, in una perenne gara di creatività: il divieto di guidare la macchina, di lavorare, di fare sport, di indossare scarpe con i tacchi, di andare in bicicletta, di frequentare la scuola, di portare lo smalto alle unghie, di pretendere un’eredità, di decidere di adottare metodi anticoncezionali e molto altro ancora.

La doppia alleanza di ferro fra chiese e patriarcato adduce motivi etici, culturali e religiosi per giustificare una politica di segregazione, discriminazione e violenza, spesso legalizzata, ai danni di bambine, di ragazze e di donne nelle più diverse e lontane parti del mondo. Si tratta di una politica trans-culturale, appunto, che non conosce confini, attuata sistematicamente a livello sociale e non di rado regolamentata a livello giuridico. Il comune denominatore è però sempre la limitazione dell’autodeterminazione femminile, percepita come minaccia all’ordine e alle gerarchie stabilite. Per contenere questa minaccia e conservare l’ordine non vi è migliore sostegno degli integralismi religiosi, che negano qualsiasi spinta al cambiamento e all’autodeterminazione da parte delle donne e calpestano i loro diritti civili ed umani in nome di tradizioni antiche e inconfutabili testi sacri. D’altra parte, però, è curioso constatare che la mancata difesa dei valori laici è spesso una deficienza proprio di coloro che sostengono di difendere i diritti e combattere l’oppressione. Si crea quindi una divergenza fra l’enunciazione teorica – che difende principi democratici – e le scelte politiche concrete che danno credito a posizioni e pratiche integraliste: il doppio binario è fatale, poiché rende impossibile l’elaborazione di un progetto politico coerente e davvero “illuminato”.

Per “garantire i diritti” delle frange islamiche integraliste presenti in Gran Bretagna, il governo laburista ha sancito il diritto di istituire su tutto il territorio nazionale, tribunali islamici che regolino le contese fra i membri delle comunità. Le corti d’ispirazione coranica – già in funzione dal 2008 in diverse città inglesi quali Londra, Birmingham, Manchester e Bradford, e dirette dallo sceicco Siddiqi – sono preposte a dirimere questioni di divorzio, di eredità, di violenza all’interno della famiglia e le sentenze che ne vengono emesse hanno la stessa validità giuridica di quelle emesse da un tribunale ordinario del Regno. E non vedo contraddizione nel fatto che l’arcivescovo di Canterbury, massima autorità ecclesiastica della chiesa anglicana, abbia accolto con favore l’introduzione della sharia nel paese, ritenendo che essa rappresenti un fondamentale “elemento di coesione” all’interno della comunità islamica. In un’intervista alla BBC, l’arcivescovo Williams ha dichiarato: “C’è spazio per una mediazione costruttiva con certi aspetti della legge musulmana, così come già accade con altri aspetti della legge [britannica!] di ispirazione religiosa”.

Ma che l’arcivescovo sostenga certe aberrazioni rientra in una strategia ben precisa di cui ho già parlato. Non stupiscono, infatti, i frequenti sodalizi che s’intrecciano fra esponenti di diverse confessioni, che non devono mai essere confusi con un sano interesse al pluralismo! Spesso questi signori si promuovono e si appoggiano gli uni con gli altri poiché sancire il potere di un’autorità religiosa equivale a legittimare e consolidare anche il proprio potere e la propria autorità religiosa. Stupisce di più, invece, che buona parte della sinistra inglese abbia aderito a questa sbandata della ragione in nome dell’integrazione, della democrazia e della libertà religiosa, ignorando ciecamente le ripercussioni gravissime sulla garanzia e la tutela dei diritti delle donne. Tuttavia, mentre gli integralismi guadagnano terreno facendosi l’occhiolino fra di loro e le sinistre sonnecchiano (ma talvolta non escluderei una silente malafede!), le donne rispondono agli attacchi con coerenza e determinazione: “One law for all” (Una legge per tutti) è la campagna lanciata dalle donne iraniane e kurde residenti in Gran Bretagna che si battono per il principio d’uguaglianza davanti alla legge indipendentemente dal sesso, dalla razza e dalla fede. Esse denunciano la pericolosità dell’arbitrio basato sulla religione e il fatto che, se già è inaccettabile la presenza nel paese di decine di corti islamiche informali, ancora più drammatico diventa che i tribunali coranici siano riconosciuti dallo Stato. In questo modo s’incoraggia l’estremismo e si istituzionalizza la discriminazione delle donne: fra le sentenze significative in questo senso, emesse dalle corti religiose, vi sono quelle che condannano il marito violento ad una serie di sedute di “terapia” presso alcuni capi religiosi e altre che stabiliscono che il figlio maschio debba ereditare il doppio di quanto spetti alla figlia femmina. Le donne kurde e iraniane sottolineano, peraltro, il beffardo paradosso che le vede sfuggire alla feroce ingiustizia di genere attuata nel paese d’origine per trovare le stesse condizioni discriminanti riproposte nella progressista Europa. Allo stesso tempo il gruppo WAF, che sta per Women Against Fundamentalism (Donne contro il fondamentalismo) riunisce donne londinesi di varia origine preoccupate dall’insorgere dei fondamentalismi di tutte le confessioni in Gran Bretagna.

Schierate apertamente contro l’assegnazione dei finanziamenti pubblici di enti locali e nazionali alle istituzioni religiose, le WAF osservano con crescente apprensione il pericoloso rafforzarsi del potere dei leader religiosi a svantaggio delle donne e la sempre più frequente intesa delle istituzioni con i capi fondamentalisti, che mette tragicamente sotto silenzio le voci dissidenti all’interno delle stesse comunità. Women Living Under Muslim Laws (Donne che vivono sotto le leggi islamiche) è invece un network attivo in molti paesi del mondo, nei quali le donne sono soggette alle più svariate restrizioni imposte da leggi e costumi che si vogliono derivate dall’islam. La rete mira a rafforzare le lotte individuali e collettive delle donne contro i fondamentalismi, per i diritti e l’equità di genere in un’ottica di solidarietà internazionale. La Revolutionary Association of Women of Afghanistan (Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell’Afghanistan) rappresenta un vivido esempio di lotta per la laicità e per i diritti nel cuore del fondamentalismo più cupo. Dichiaratamente anti-fondamentalista, RAWA si batte da trent’anni per la separazione fra potere politico e religioso, convinta che la laicità sia l’unica possibile via di riscatto delle donne afghane e di costruzione di un vero processo di democrazia in Afghanistan.

Per mancanza di spazio ho potuto citare solo alcuni esempi dei numerosi movimenti di donne nel mondo impegnate per i diritti e contro l’ingiustizia e che hanno individuato nella contrapposizione integralismo/laicità il punto nevralgico dell’intera questione. Minacciate dai poteri forti delle comunità d’appartenenza, queste donne sono messe a tacere o atrocemente ignorate proprio da chi dovrebbe garantire loro sostegno e solidarietà e che invece si fa pavidamente da parte per non interferire nelle culture altrui. Credo sia un atto di coerenza e onestà ammettere che dichiararsi rispettosi di certe “culture” significa farsi complice di un crimine di proporzioni planetarie che è perpetrato quotidianamente e da sempre nei confronti di bambine, di ragazze e di donne in quanto tali. Chi per timore o per ignavia o per calcolo politico, in nome della tolleranza e del relativismo culturale si astiene dal rivendicare un principio laico che valga indistintamente per tutti e per tutte dovrebbe riflettere sul fatto che, in tal modo, sta giustificando e legittimando discriminazioni e violazioni di ogni sorta. Penso sia, non solo un approccio sensato, ma anche una precisa responsabilità politica trovare il coraggio di condannare a viso aperto atteggiamenti e pratiche antidemocratiche indipendentemente dal contesto culturale e sociale in cui vengono attuate, senza timore di opporsi a chi, appellandosi alle tradizioni, alle culture e alle religioni, nega l’uguaglianza, compie abusi e viola diritti.

(Dal Convegno “Per un’etica pubblica laica”, sessione: “Scienza, ricerca, formazione, intercultura”, Firenze 7-8 febbraio 2009).

Debora Picchi, fiorentina, è insegnante di lettere (precaria). Femminista e attivista a favore dei diritti civili e dei diritti di genere, è impegnata nel movimento delle donne di Firenze “Libere Tutte” ed è fra le socie fondatrici del CISDA (Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane) che da anni sostiene le organizzazioni femminili laiche e democratiche in Afghanistan.

burka-cabina elettorale

Ateoagnosticismo, Cultura, Media:Cinema, Televisione, Teatro, Musica

“Religiolus”, un film coraggioso

“Religiolus”, un film coraggioso

USA, 2008. Documentario, titolo originale Religulous, durata 101′, regia di Larry Charles.
Con Bill Maher, Steve Burg, George W. Bush, Kirk Cameron, George Coyne, Tom Cruise.

Film recentissimo (da noi), uscito nelle sale milanesi il 13 Febbraio 2009 dc, ha suscitato vaste polemiche e le reazioni come di consueto fanatiche e censorie dei soliti credini (loro sì, come al solito, intolleranti!) che, addirittura, in alcune località hanno fatto stampare fascette con la scritta “ateo no” e “vergogna” e le hanno attaccate sui manifesti del film.

Ma la censura ha colpito il titolo stesso del film che, originalmente fondeva in un neologismo il termine religious, religioso, con ridiculous, ridicolo….Così ora il titolo è diventato argomento di fraintendimento per i non molto pratici dell’inglese, che lo traducono in religioso non accorgendosi che il termine inglese è comunque errato: testimonio personalmente per avere sentito discussioni e affermazioni del genere ieri, 17 febbraio 2009 dc, prima e dopo la proiezione.

Tra le recensioni del film comparse nei siti on line che si occupano di cinema la più equilibrata e corretta, secondo la mia opinione, è quella di www.filmtv.it :

Bill Maher, autore e presentatore di alcuni talk show “politicamente scorretti” negli Stati Uniti, intervista personaggi di rilievo e credenti comuni sull’esistenza di Dio e sulla reale utilità e importanza delle religioni organizzate mettendo in rilievo, con il suo tipico sarcasmo, gli aspetti più grotteschi e controversi di ogni credenza.

Film geniale, che si scaglia contro falsi miti e fanatismi, dai monoteismi imperanti e imperialisti alle religioni fai da te di sette, Gesù e San Paolo redivivi, rabbini antisemiti. Un doc intelligente, rigoroso e sferzante. In cui si sorride con rabbia, rispetto e incredulità.

Ecco l’articolo e l’intervista su la Repubblica del 12 Febbraio 2009 dc (correzioni e commenti in rosso sono miei):

Intervista a Bill Maher, attore e ideatore del documentario-inchiesta sulle fedi monoteiste
 In sala da domani. “Voglio mostrare la violenza dei fondamentalisti di ogni fede”

“Religiolus” contro tutti i fanatismi
 “Usate la ragione, non la religione”

“Gli attacchi delle chiese? C’è tanta gente che mi ringrazia per quello che dico”
di Silvia Bizio

Los Angeles – “Smettete di credere o ne soffrirete le conseguenze”. Ecco la sintesi di un film-documentario divertente e tosto come Religiolus, che in Italia arriva domani, distribuito in 30 copie dalla Eagle Pictures. Diretto dal regista di Borat, Larry Charles, concepito e interpretato da Bill Maher, noto comico televisivo americano, il film è un’allegra inchiesta tra gli aspetti più controversi, inquietanti e talora ridicoli (da cui il titolo) delle tre religioni monoteiste, cristiana, ebraica e musulmana. L’obbedienza al dogma religioso, il fanatismo sono da anni bersaglio dei talk-show tv di Maher, da Politically Incorrect all’attuale Real time with Bill Maher. “Nel film mi premeva affrontare la demistificazione del tabù religioso – spiega Maher, 52 anni – Parlare di un argomento delicato, per molti addirittura incendiario, facendo al tempo stesso ridere”.

Con Religiolus, Maher conduce lo spettatore dal cuore puritano dell’America “redneck” alla libertaria Amsterdam (turbata oggi da nuovi conflitti etnico-religiosi), dalla Terra Santa al Vaticano, intrattenendo conversazioni, spesso ilari, con seguaci di ogni fede e mettendo in discussione qualsiasi “prova” dell’esistenza di Dio, toccando anche temi come l’omosessualità. “C’è un prete – racconta Maher – che per mezz’ora ha proclamato davanti alla cinepresa l’inesistenza dell’omosessualità e poi confessa la propria tendenza sessuale…”.

Maher, cosa spera di fare con un film come Religiolus?

“Voglio dimostrare che la religione è nociva alla società e potenzialmente in grado distruggere la nostra civiltà. Io spero che questo film possa sortire un effetto pari se non maggiore di quanto abbia avuto sull’ambiente Una verità scomoda di Al Gore. Spero solo che possa stimolare un dibattito civile e ragionevole”.

Nel film lei dichiara esplicitamente che l’Islam è strettamente connesso alla violenza fondamentalista.

“Sì, ma spero che qualcosa possa cambiare in futuro. L’Islam si trova oggi dove il Cristianesimo si trovava nel 1400, quando cominciò gioco forza ad aprirsi e illuminarsi”.

Teme che il film possa renderla bersaglio di attacchi da parte degli integralisti?

“Preferisco morire in piedi che vivere in ginocchio. Ma non crediate che tutti ce l’abbiano con me: c’è un sacco di gente che mi ringrazia per quello che dico. Basterebbe che gli agnostici (gli atei no?) si organizzassero un po’ meglio, come fanno i religiosi” (Verrebbe da dire parole sante…).

Lei ha realizzato Religiolus prima delle elezioni presidenziali Usa. È cambiato qualcosa?

“Il cambiamento epocale che tutti ci aspettiamo dal presidente Obama deve ancora avvenire. Detto questo, la tematica religiosa e il concetto di fede sono sempre attuali. Il fanatismo dogmatico non è mutato di una virgola da secoli e la tentazione fondamentalista sembra più forte che mai. Per me nessun fondamentalismo è migliore dell’altro: sono tutti aberranti”.

Lei è ateo?

“Preferisco definirmi un realista. Sono figlio di un padre cattolico e di una madre ebrea, ma resto convinto che ai fenomeni della natura ci debba pensare la scienza, non la religione”.

Anche col film lei sembra dire che il fondamentalismo avanza in America e nel mondo. Conferma?

“Certo. Mi fa ancora paura pensare che noi americani siamo stati guidati per otto anni da un presidente anti-intellettuale, anti-scientifico, maniaco di Gesù Cristo, che ci ha condotti in una palude putrida e stagnante. La separazione tra Stato e Chiesa promulgata dai nostri padri fondatori s’è persa per strada. E quanti altri Paesi si trovano in situazioni simili? Il mio monito è soprattutto ai governanti: ricominciante di nuovo a governare con la ragione. Non con la religione”.

(12 febbraio 2009)

 

 

 

Ateoagnosticismo, Politica e Società

Francia, le musulmane nelle scuole cattoliche per indossare il velo

Nunzio Miccoli mi ha segnalato in e-mail l’1 Ottobre 2008 questo articolo, che traggo da www.corriere.it , datato 30/09/08:

ampio reportage sul NEW YORK TIMES

Francia, le musulmane nelle scuole cattoliche per indossare il velo

Migliaia i giovani di fede islamica che frequentano istituti cattolici per aggirare la legge sulla laicità

MARSIGLIA (Francia) – Frequentare una scuola cattolica per indossare il velo islamico. In Francia sono ormai decine di migliaia le ragazze musulmane che studiano in istituti cattolici privati per aggirare la legge sulla laicità dello Stato che vieta di ostentare simboli religiosi nelle scuole pubbliche francesi. Il New York Times dedica un ampio reportage a questo crescente fenomeno e sottolinea che le giovani musulmane scelgono gli istituti cattolici proprio perché qui sono tollerati tutti i simboli religiosi, anche quelli appartenenti a religioni diverse da quella cattolica romana.

CIFRE – La maggior parte degli studenti, in alcuni istituti privati cattolici, è di religione musulmana. Addirittura nel collegio di St. Mauront, a Marsiglia, la presenza di alunni di fede islamica raggiunge la percentuale record dell’80%. Gli istituti musulmani in Francia sono solo quattro e per questo le 8.847 scuole cattoliche sono diventate l’ultimo rifugio per quei tanti musulmani che considerano la legge sulla laicità dello Stato qualcosa di ingiusto e liberticida. Secondo le statistiche diffuse dagli insegnanti francesi oggi le scuole cattoliche transalpine sono frequentate da circa due milioni di ragazzi: oltre il 10% degli studenti sono di religione musulmana.

TOLLERANZA – Gli alunni di origine musulmana che frequentano la scuola cattolica di St. Mauront si dichiarano felici di non studiare in un istituto pubblico: «Qui almeno c’è rispetto per la nostra religione» taglia corto Nadia, studentessa di 14 anni di origine algerina. «Nelle scuole pubbliche non potrei mai indossare il velo». Anche gli esponenti del mondo religioso musulmano fanno notare le contraddizioni insite nella scuola francese. «La laicità è diventata la religione di Stato e la scuola repubblicana il suo tempio» afferma Imam Soheib Bencheikh, ex Gran Muftì di Marsiglia e oggi fondatore dell’Istituto di Alti Studi Islamici. «È ironico, ma oggi la Chiesa Cattolica è molto più tollerante dello Stato francese quando si parla di Islam» conclude Bencheikh che ha una figlia che frequenta una scuola cattolica. Gli istituti cattolici in Francia hanno un costo relativamente basso rispetto ai collegi privati delle altre nazioni: in media i genitori spendono 1400 euro per le scuole medie inferiori e 1800 euro per quelle superiori.

LIBERTÀ RELIGIOSA – Jean Chamoux, direttore dell’istituto di St. Mauront, lavora in questa scuola da circa 20 anni: «A differenza della scuola pubblica noi crediamo nella libertà religiosa» afferma il preside. «Se proibissi alle ragazze di portare il velo, la metà degli studenti che oggi sono in queste classi non andrebbe a scuola. Preferisco averli qui, parlare con loro e spiegare che esse sono ragazze fortunate perché possono scegliere». Naturalmente anche nel collegio di St. Mauront non regna sempre l’armonia. È lo stesso preside Chamoux a confessare che probabilmente una minoranza delle studentesse è costretta dai genitori a portare il velo. Inoltre quando vi sono le lezioni di nuoto, tanti familiari fanno rimanere a casa le proprie figlie per evitare che mostrino parti del corpo o che nuotino in piscina con dei ragazzi. Infine Chamoux sottolinea che anche le libertà religiose hanno un limite: quando gli studenti musulmani gli hanno chiesto di togliere dalla classe il crocifisso per poter pregare «liberamente» durante i giorni del Ramadan, egli non ha voluto sentire ragioni e non ha mosso dalla parete il simbolo cristiano.

CRITICHE – Le considerazioni dei fautori del secolarismo sono totalmente diverse da quelle del preside Chamoux. Secondo costoro bisognerebbe rafforzare ulteriormente lo spirito laico dello Stato affinché alcuni dei valori occidentali quali il rispetto della donna e le libertà personali continuino ad essere principi inviolabili: «Il velo è un simbolo sessista e attesta la sottomissione della donna all’uomo» afferma Xavier Darcos, ministro dell’educazione francese. «Nella nostra scuola repubblicana non vi può essere posto per la discriminazione sessuale».

Francesco Tortora

****

È superfluo, forse, ribadire da parte mia che sono completamente d’accordo con quanto riportato nell’ultima parte dell’articolo ed in particolare con le parole del ministro Darcos.

Jàdawin di Atheia

 Su www.jadawin.info “Politica e Società-5 2008”

Politica e Società

Tariq Ramadan smascherato dalla turco tedesca Necla Kelek

L’amico Numicco mi ha inviato il 12 Novembre 2008 dc in e-mail questo articolo (non ha potuto specificare la fonte):

Tariq Ramadan smascherato

dalla turco tedesca

Necla Kelek

  
di Vito Punzi

Nel contesto italiano, nei giorni scorsi si elevata solitaria la voce di Magdi Cristiano Allam nella critica alle iniziative di Tariq Ramadan e di chi con lui si dice promotore di un “islam europeo”. Ma per fortuna Allam in Europa non è solo.

Della turco-tedesca Necla Kelek, il cui impegno in difesa delle donne musulmane è stato riconosciuto di recente con l’assegnazione del Premio “Donne-Europa-Germania”, in Italia si sa poco o nulla. Quando nel 2005 uscì in Germania il suo libro La sposa straniera, la denuncia di donne musulmane costrette a matrimoni combinati e “importate” come spose provocò violente proteste da parte di musulmani, di turchi e di loro amici politici. La Kelek venne accusata di ingigantire singoli casi. Donne d’origine turca impegnate in politica dichiararono pubblicamente d’essersi sposate per amore, con l’intento evidente di dimostrare che i matrimoni coatti non avevano nulla a che fare con la loro cultura e con l’islam.

E’ un fatto però che in Germania ogni anno migliaia di donne e uomini musulmani contraggano matrimonio dietro costrizione. “Le case che ospitano donne maltrattate e i consultori sono pieni”, ha scritto di recente la Kelek sulla “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, perché le ragazze temono di essere portate durante le vacanze nei paesi d’origine dei loro genitori per essere lì maritate.” Ed è utile ricordare anche che la comunità islamica tedesca ha a che fare non solo con i matrimoni coatti, ma anche con i cosiddetti omicidi d’onore, con la violenza all’interno della coppia.

Dopo la triste e vergognosa vicenda che lo ha visto pessimo protagonista del boicottaggio della Fiera del Libro di Torino dell’anno scorso, Tariq Ramadan è stato indiscusso protagonista delle cronache dei giorni scorsi grazie alla sua partecipazione ai colloqui catto-islamici in Vaticano. Ebbene Ramadan è soggetto ben noto in tutta Europa e la stessa Necla Kelek ha già avuto modo di intervenire più volte per smascherare il vero fine delle sue iniziative. Tra queste, la più recente è proprio quella relativa ai matrimoni coatti. Lui e i suoi amici (le associazioni islamiche di Rotterdam e di Berlino, la “Inssan”, vicina ai Fratelli Musulmani, e Günter Piening, delegato della città di Berlino per l’integrazione) l’hanno chiamata “Mano nella mano contro i matrimoni coatti”. Ma l’iniziativa alla Kelek non è piaciuta proprio.

Pur giudicando positiva l’ammissione implicita di “un problema proprio della società islamica”, la sociologa l’ha stigmatizzata come “un tentativo di catturare quelle giovani musulmane finalmente cresciute nella loro autocoscienza e di consigliarle secondo un punto di vista musulmano, evitando così che possano recarsi nei consultori statali, oppure possano cercare rifugio nelle case per donne maltrattate e dunque che possano allontanarsi da Allah” (così dall “FAZ” del 29 luglio scorso).

L’iniziativa è stata presentata nei mesi scorsi nel quartiere di Kreuzberg, a Berlino, insieme ad una brochure in otto lingue che ne illustra i contenuti. In realtà, in nessun passo del libretto viene riconosciuto al singolo il diritto di decidere se sposarsi o meno. “La famiglia forma il nucleo della società islamica”, si dice, “ed il matrimonio nell’islam è l’unica maniera consentita di formare un famiglia.” Ma quale famiglia abbia in testa Ramadan ce lo spiega ancora la Kelek: “Con essa non si intende un nucleo costituito da madre, padre e figli, ma la grande famiglia, la stirpe. In questo modo, dalla comunità dei musulmani, la “umma”, deriva la cultura delle famiglie.” Sempre nel citato libretto si legge ancora a proposito della mutua assistenza: “In una cultura delle famiglie, la famiglia è più importante dell’individuo. La famiglia si comporta come unità per essere riconosciuta a tutti gli effetti come qualcosa di integro da parte delle altre famiglie del contesto sociale […]. Ogni individuo deve agire nell’interesse della famiglia.” “E se questo non accade”, è il commenta della Kelek, “viene ferito l’onore della famiglia.”

La sociologa, nonostante i frequenti attacchi dagli ambienti “liberal” oltre che musulmani, è figura stimata in Germania al punto da essere stata anche cooptata come consulente per l’immigrazione per il Land Baden-Wüttenberg e conosce come poche altre la condizione delle donne musulmane in Occidente. Da anni sostiene che il modello sociale musulmano è fondato sul controllo che gli uomini esercitano sulla donna e per questo motivo non crede nelle buone intenzioni di Ramadan e compagnia. Piuttosto interpreta anche questa iniziativa sui matrimoni coatti come “propaganda per la costrizione musulmana al matrimonio”, come una vera e propria “truffa”, pensata ancora una volta a spese delle donne.

Sul mio sito Jàdawin di Atheia www.jadawin.info alla pagina “Politica e Società-5”

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