Cultura, Laicità e Laicismo, Politica e Società, Sessualità

Atto di terrorismo religioso in una scuola pubblica

In e-mail da Democrazia Atea il 15 Dicembre 2018 dc:

Atto di terrorismo religioso in una scuola pubblica

Al Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca

Al Direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Puglia

Al Direttore dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Bari

Al Dirigente scolastico del Polo Liceale Galileo Galilei di Monopoli

All’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza

Apprendiamo dalle cronache giornalistiche che, nel corso dell’ora di religione, è stato consentito ad una associazione fondamentalista cattolica di proiettare immagini che riproducevano interruzioni di gravidanza.

Se per terrorismo secolare si intende il compimento di azioni violente messe in atto per modificare la società, per terrorismo religioso si intende invece il compimento di atti quali strumenti di identificazione e appartenenza ad una organizzazione per affermarsi politicamente, e in questo caso la violenza diventa un dovere religioso.

La visione di immagini volte a criminalizzare un diritto come l’aborto è di sicuro un  terrorismo di matrice religiosa.

Sia ben chiaro che non si parla di violenza fisica ma psicologica che si manifesta con parole e atti tesi a opprimere e a orientare la volontà di altre persone, nel caso di specie, dei minori.

Le immagini proiettate hanno determinato di sicuro un impatto psichico volto a negare alla interruzione di gravidanza, nella percezione dei minori, la qualificazione che sia un diritto delle donne, così come riconosciuto nelle convenzioni internazionali europee e nelle legislazioni dei Paesi più progrediti.

Sappiamo che l’aborto non è riconosciuto come diritto nei Paesi africani e nei Paesi asiatici, ed è evidente che il modello legislativo delle associazioni come quella protagonista di questa squallida vicenda sia quello africano o asiatico, ma si dà il caso che il modello legislativo italiano si sia smarcato da oltre quarant’anni dalle prospettive anacronistiche di questi personaggi.

Orbene, è innegabile che l’associazione che ha messo in atto un simile scempio, con la complicità dell’insegnante di religione, attraverso questa barbara intrusione abbia usato la scuola non con finalità divulgativa, ma con la scientifica determinazione di strumentalizzare l’istituzione scolastica per finalità connesse al fondamentalismo religioso, al pari di qualsiasi scuola coranica o indù.

Poiché il fondamentalismo cattolico non è contemplato nelle scuole laiche della Repubblica italiana, e poiché le vittime sono state degli studenti minorenni, si chiede che sia avviata una indagine volta ad individuare premesse e risvolti di questa vicenda, ma soprattutto a disporre quanto necessario affinché in nessuna scuola italiana possano ripetersi simili violenze psichiche a danno delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi.

Carla Corsetti

Segretario nazionale di Democrazia Atea

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Politica e Società, Sessualità

Perle di sterco

In e-mail da Democrazia Atea il 10 Giugno 2018 dc:

Perle di sterco

“Ognuno può credere nel dio che vuole non è un problema di confessione religiosa, basta che quel dio parli al tuo cuore e alla tua anima e non mi imponga un modo di vivere incompatibile con i nostri diritti e le nostre libertà perché se per quel dio la donna vale meno dell’uomo non è il mio dio”.

Queste le parole pronunciate da Salvini durante un comizio.

Nelle sue intenzioni c’era ovviamente un attacco alla religione islamica ma, come gli è capitato in altre circostanze, senza esserne minimamente consapevole, pensa di poter richiamare il Principio di Laicità, che nemmeno conosce, solo per usarlo contro un’altra religione.

Non sa che nella sua religione cattolica la donna deve essere sottomessa all’uomo.

Non sa che nei testi sui quali giura ci sono parole infamanti e criminali contro le donne.

Non sa che i cosiddetti Padri della Chiesa negano alla donna ogni autonomia decisionale.

Non sa che la religione cattolica che professa si è organizzata affidando ad una gerarchia di soli maschi ogni rappresentanza e “mediazione trascendente” e che le donne sono escluse dalle cariche religiose.

Finge di non sapere che la religione che lui professa vorrebbe negare tutte le libertà della donna, dall’aborto alla sessualità consapevole, dal matrimonio alla genitorialità tra persone dello stesso sesso, cercando di imporre “un modo di vivere incompatibile con i nostri diritti e le nostre libertà”.

Salvini poi ha detto che ad alcune femministe, quelle che non incontrano i suoi gusti, il burqa starebbe anche bene, perché secondo lui, quando l’aspetto esteriore di una donna non incontra il compiacimento del maschio, la donna dovrebbe coprirsi.

Ciò che è grave, però, è che la pessima uscita di Salvini ha trovato un pubblico compiacente, perché è stata accompagnata dalle risate idiote delle donne che erano con lui sul palco, e dagli applausi di quelle sotto il palco.

I sistemi prostitutivi di Arcore avevano veicolato nella società una idea estesa di mercificazione della donna, tanto degradante quanto disumana.

Oggi quella mentalità si declina nel disprezzo per quelle donne che, per il loro aspetto, non incontrano i gusti sessuali del Ministro dell’interno.

Dobbiamo ringraziare il M5S se ha consentito che si istituzionalizzassero queste perle di sterco.

http://www.democrazia-atea.it

Ateoagnosticismo, Laicità e Laicismo, Politica e Società

Io, di chi sono io?

Da Hic Rhodus 24 Aprile 2017 dc:

Io, di chi sono io?

di Bezzicante

Passata alla Camera la legge sul biotestamento. Ora andrà al Senato dove – posso scommettere – subirà variazioni dovendo così tornare alla Camera e, con un po’ di fortuna (a scanso di equivoci, sì, sono sarcastico), fra una cosa e l’altra, potrebbe anche finire la legislatura impedendo alla legge di vedere la luce. Una legge che, malgrado i cattolici à la Binetti si scaldino tanto, è una camomilla rispetto a una vera legge sull’eutanasia, o suicidio assistito. Con questa legge posso chiedere di interrompere le terapie se sono malato terminale; e il medico si può rifiutare di farlo. Per i credenti, immagino, sarà già uno scandalo questo, mentre per i laici stiamo parlando proprio del minimo, ancora insufficiente per dirci soddisfatti. E torniamo sempre allo stesso punto: il grande baratro culturale fra i tanti laici (e cattolici con un minimo di apertura mentale) e i pochi cattolici oltranzisti. Pochi. Perché tutti gli indicatori parlano di un’Italia ormai ampiamente secolarizzata in cui il peso politico dei cattolici è assolutamente sbilanciato. Sarà che abbiamo il Vaticano. Sarà che la Democrazia Cristiana non è mai morta. O più semplicemente che è più comodo, politicamente, non cavalcare i temi etici dalla parte della modernità.

Il punto chiave, da cui nasce questo dibattito fasullo, è stato ripreso anche nel titolo: di chi sono io? Se devo la mia vita a Dio, se vivo per rispondere ai Suoi precetti perché alla fine Suo sarà il giudizio, è inevitabile che non voglia sottrarmi al destino che Lui ha in serbo per me; che voglia vivere la vita così come Lui ha deciso per me, sofferenze incluse, perché Sua è la mia vita. Se Sua è la mia vita io non ne dispongo, non posso concluderla anzitempo, sottraendomi alla Sua volontà. Se invece la vita è mia, e sotto un principio di responsabilità voglio morire, per un motivo che riguarda solo me, la mia rappresentazione del mondo, la mia relazione col mondo, ebbene questa circostanza, questa volontà, sono unicamente mie. È noto che i valori non sono negoziabili: il cattolico non può rinunciare “un po’” alle sue convinzioni, accontentare “in parte” il suo Dio per venirmi incontro… e neppure io, laico, avrei intenzione di accettare una parte di cattolicesimo giusto per quieto vivere. Ognuno ha il sacrosanto (mai aggettivo fu più azzeccato) diritto di esprimere le proprie convinzioni e vivere in base esse, se ciò non impedisce agli altri di vivere bene.

Ed è qui che casca l’asino. Io non penso affatto di imporre ai cattolici l’eutanasia, se loro preferiscono vedere nella sofferenza della malattia la strada verso la santità. Perché mai i cattolici vogliono impormi la loro santità, da me negata, e obbligarmi a vivere secondo le loro coscienze? È esattamente questo che rende sbilanciato e ingiusto il dibattito: i cattolici oltranzisti (o, più in generale, chi difende questa idea) si rifanno a un’etica (in questo caso religiosa, come spesso accade) che non può essere dello Stato. Il punto chiave è semplicemente questo. Lo Stato (moderno, democratico, liberale, occidentale) non può avere etica, perché qualunque scelta etica sarebbe solo di alcuni, e non di tutti, e quindi sarebbe oppressiva per una parte dei suoi cittadini. Senza contare che l’etica cambia col tempo, nelle latitudini, rispetto alle circostanze e via discorrendo. Questi cattolici, quindi, accettano le regole dello stato democratico finché conviene a loro, poi usano gli strumenti che il medesimo stato offre (libertà di pensiero e di rappresentanza politica, innanzitutto) per affermare, e cercare di imporre, scelte etiche che fanno parte di un’altra ontologia, di un’altra provincia di significato, di un orizzonte culturale e valoriale affatto diverso.

Questi cattolici – e guardate che li capisco bene, specie quelli sinceri e non opportunisti – rispondono prima di tutto a Dio, poi alle leggi dello Stato. Ma le leggi di Dio (di quel dio) sono solo loro, mentre le leggi dello Stato sono di tutti, proprio perché laiche. I Testimoni di Geova non pretendono di imporre il rifiuto della trasfusione di sangue a tutti; gli ebrei non ci impongono di oziare il sabato; i vegani non impongono di evitare la carne; i liberali non pretendono di convertire per legge i socialisti. Le minoranze hanno tutte diritto di esistenza e convivenza in un ambiente armonico che le contempli tutte; questa si chiama inclusione. E l’inclusione ha senso, vita e sostanza in uno Stato plurale, tollerante e inclusivo, che accetta tutti ma senza fare prevalere nessuno. La Binetti (e tutti gli altri) si può dispiacere, e naturalmente è libera di biasimare (nel suo fòro interiore) chi la pensa diversamente; può anche scrivere meravigliosi articoli, e fare bellissime conferenze, nelle quali perorare il suo punto di vista, esattamente come l’Associazione Luca Coscioni ha diritto di sostenere la causa dell’eutanasia e cercare di fare proseliti. Quello che trovo inevitabile, ma fortemente irritante, è che Binetti, e tutti gli altri, siano rappresentanti del popolo che utilizzano una doppia appartenenza confliggente: sono parlamentari quando si votano questioni ordinarie, oppure quando occorre sostenere leggi favorevoli ai cattolici; e sono servi di Dio quando si tocca la dottrina cristiana che è, appunto, dei soli cristiani, e neppure di tutti.

Avanti quindi, ancora e ancora, per l’affermazione dei diritti civili che riguardano la visione etica di ogni singolo individuo; questioni personali e non negoziabili.

La mappa che riassume i principali post su temi analoghi:

 

Mappa 24 Ingombrante cattolicesimoEcco i link:

Il tema:

Vaticano:

Laicità dello Stato:

Ingerenze e provocazioni:

Laicità e Laicismo, Politica e Società

Papa Francesco: “Donne inette per la politica”

Un po’ di controinformazione sul nuovo papa della setta cattolica

Dal sito Mediaset TGCOM24 14 Marzo 2013 dc

Ateoagnosticismo, Comunicati, Laicità e Laicismo

Il Circolo Culturale Giordano Bruno di Milano: dal sito al blog!

Il Circolo Culturale Giordano Bruno di Milano: dal sito al blog!

 

Avviso importante!

 

Il sito del Circolo Culturale “Giordano Bruno” di Milano, finora ospitato a questo indirizzo

 

http://www.jadawin.info/gbrunomi.html

 

all’interno del sito di Jàdawin di Atheia del socio Arnaldo Demetrio,

 

ad opera dello stesso ora sarà un blog all’indirizzo

 

http://giordanobrunomi.wordpress.com/

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col nuovo indirizzo!

Politica e Società

La trappola del relativismo culturale

dal blog di Sestante

Da L’Ateo n.ro 5/2010 (71)

La trappola del relativismo culturale

di Debora Picchi

Mi propongo qui di affrontare l’insidioso tema dell’intercultura visto in una prospettiva di genere e allo stesso tempo di considerare la questione della laicità con uno sguardo trans-culturale al fine di scoprire la trappola insita nel concetto di “relativismo culturale”. Ma prima di cominciare quest’analisi sento di dover chiarire alcuni punti nodali che a mio parere sono spesso motivo di confusione, approssimazione o addirittura di atteggiamenti e pratiche dannose.

Innanzitutto, noto che molto spesso nel riferirsi a persone che provengono da paesi altri, prima ancora di considerarne l’identità nazionale o linguistica – aspetti che parrebbero fra i più significativi almeno al primo impatto – si decide di catalogarli sommariamente secondo un credo religioso; ciò accade soprattutto quando questo credo sia diverso da quello dominante nella nostra società. Se si parla di un paese prevalentemente musulmano (perché in esso la religione è religione di Stato o perché si tratta d’un paese con governo teocratico), tutti gli appartenenti a quel gruppo nazionale sono automaticamente identificati come musulmani (ed osservanti!) e dunque appartenenti a quella precisa comunità religiosa, senza che sia mai neanche contemplato che qualcuno di loro possa essere ateo, agnostico, non osservante, laico, afferente a qualche minoranza religiosa o altro. Tutti sono dunque schiacciati sotto un’identità religiosa che viene assegnata indipendentemente dal fatto che nella cosiddetta “comunità” vi siano sicuramente delle differenze e che queste differenze potrebbero costituire per ciascun individuo un elemento identitario più forte di quello che gli è stato arbitrariamente attribuito: penso ad esempio a possibili differenze etniche interne al gruppo, ma anche a distinzioni religiose all’interno di una stessa confessione, a differenze linguistiche e dialettali, a differenze di colore della pelle, di genere, di orientamento sessuale, di livello di istruzione, di posizioni politiche e così via …

Per l’attività che svolgo, mi capita di avere un certo numero di amiche afghane e resto sempre stupita ogniqualvolta, trovandomi a cena in compagnia di amici e conoscenti qui in Italia, i commensali italiani respingono senza esitazione l’ipotesi di portare in tavola vino e carne di maiale poiché si dà per certo che le ospiti afghane siano necessariamente musulmane e per giunta osservanti. Ciò è tanto più curioso dal momento che non solo sono ben note le mie decise posizioni laiche, per cui difficilmente si spiegherebbero queste intense frequentazioni con persone tanto devote, ma è pure cosa nota che le organizzazioni afghane di cui le mie ospiti fanno parte sono dichiaratamente laiche e che anzi fanno della laicità un punto fondante della loro lotta politica. Ma evidentemente lo stereotipo vince sulla logica!

Si tende dunque – dicevo – ad inchiodare gli “altri” ad una religione, la religione dominante nel paese di provenienza, presupponendo che il senso di appartenenza di ognuno debba avere a che fare più con la fede che con qualsiasi altro aspetto della persona. Questa stessa grossolana deduzione viene proposta sia da chi intende denigrare gli stranieri (e dunque utilizzerà certe classificazioni in base alla religione in senso sprezzante e razzista), sia da molti di coloro che si vogliono mostrare ben disposti ad accogliere le differenze che la società multi-culturale ci presenta. Questi ultimi cercheranno probabilmente di argomentare che la diversità religiosa è una ricchezza e che il confronto fra religioni è un’opportunità di scambio e di crescita per tutti.

Ma se da una parte ci prodighiamo nel- l’esaltare il valore della pluralità e delle differenze, dall’altra affoghiamo migliaia di stranieri e straniere presenti in Italia e in Europa, e provenienti dai più svariati paesi del mondo, in un unico mare confuso: “la comunità islamica”. Non vi è scampo; vi si appartiene per nascita. E il paradosso sta nel fatto che chi vi appartiene, o meglio è costretto ad appartenervi, vive in uno Stato laico – almeno formalmente – ma è condannato di fatto a sottostare alle regole di una comunità di stampo confessionale.

Una classificazione simile viene fatta quando si identifica una vasta area del pianeta come un unico grande granitico blocco culturale riferendosi a una generica “cultura islamica” (ancora una volta seguendo una nomenclatura basata sulla fede). Vengono dunque percepite come appartenenti alla stessa “cultura” società variegate e lontane fra loro che vanno dal Marocco all’Egitto, dalla Somalia all’Iran, dall’Afghanistan al Pakistan e così via verso oriente: paesi non solo geograficamente distanti, che addirittura si estendono in continenti diversi, ma anche con storie e lingue diverse, tanto per citare alcuni aspetti. È probabile, infatti, che un algerino abbia in comune con un pakistano quanto un brasiliano con un finlandese eppure i primi due vengono continuamente risospinti dallo stereotipo verso un unico antro profondo e confuso, quel “mondo musulmano” – con tutto ciò che di ombroso e funesto questa etichetta riecheggia – una potente costruzione mentale che, come ben sappiamo, ha conosciuto un enorme successo dopo i fatti dell’11 settembre. Risulta quasi impensabile, invece, seguire un’analoga classificazione e immaginare il brasiliano e il finlandese come frutto della medesima “cultura cristiana”.

Lo stesso atteggiamento sbrigativo con cui vengono assegnate fedi d’ufficio e negate differenze fra persone all’interno della propria comunità nazionale o addirittura fra persone provenienti da paesi diversi, è spesso all’origine di quell’insistito e insidioso equivoco per cui “intercultura ” assume il senso di “interreligione”. E allora ecco inviti istituzionali ai più svariati e discutibili capi religiosi, seminari sulle fedi, incontri e dibattiti pubblici con esponenti di varie confessioni, programmi televisivi in cui chierici sono chiamati a discutere su qualsiasi tema, letture comparate di testi sacri, uscite in edicola delle storie di profeti, santi e quant’altro. L’aspetto preoccupante – per non dire tragico – di tutto ciò è che mentre molti progressisti, o presunti tali, accolgono con favore e spesso promuovono generosamente questa deriva religiosa in nome di un imbarazzante concetto di tolleranza, le destre integraliste di varia matrice avanzano, occupando sempre di più gli spazi pubblici. È sorprendente rilevare la riluttanza, o peggio l’ostinato rifiuto, di gran parte di coloro che si dichiarano “di sinistra” a difendere i principi laici e gli spazi pubblici, soprattutto quando si tratta di affrontare questioni che riguardano le “altre culture”, siano esse rappresentate dalle comunità straniere presenti sul nostro territorio o da realtà sociali in altri Paesi; quasi come se un senso di colpa o di pudore verso il “mondo non occidentale” inducesse a rinunciare alla difesa della laicità per cedere il passo ad una multi-religiosità più rassicurante e in apparenza meno problematica, goffamente spacciata come stimolante occasione di confronto e di esercizio democratico di rispetto reciproco.

Ciò che m’interessa qui mettere in luce è la trappola che si cela dietro l’accettazione acritica delle cosiddette “culture” e le pericolose conseguenze che tutto ciò produce, in primo luogo sulla vita delle donne. Il pensiero che prende il nome di “relativismo culturale” fa del rispetto delle “altre culture” il punto cardine del rapporto fra quella che viene chiamata “civiltà occidentale” e le “civiltà non occidentali”. Questo punto di vista riconosce a tutte le culture la stessa dignità, validità e legittimità mettendo da parte qualsiasi critica o giudizio di merito. Quello che sembra un approccio illuminato, democratico e progressista non tiene conto, però, della problematicità del termine “cultura”. Bisognerebbe, infatti, pensare le “culture” non come immobili colossi al di fuori del tempo, cristallizzati in un’atroce fissità e insensibili ai cambiamenti interni e alle contaminazioni esterne, bensì come prodotto di vivi e vivaci consorzi di donne e uomini costantemente in movimento e in trasformazione, esattamente come noi percepiamo la nostra “cultura” e la nostra società (ammesso che questa contrapposizione loro/noi abbia un qualche senso). Se si accetta quest’idea, si dovrà anche riconoscere che quando parliamo di “cultura” – spesso con una certa superficialità – il più delle volte ci riferiamo a qualcosa che potrebbe essere definito più precisamente “cultura dominante”. Questa ottica ci permette di squarciare la coltre dello stereotipo e di vedere le società nella loro complessità e dinamicità, segnate da differenze, contraddizioni e conflitti interni spesso anche molto accesi. In tal caso potremo vedere anche che tutti i sistemi sociali e culturali, seppur diversi fra loro, sono ugualmente governati da molteplici rapporti di potere sbilanciati sotto diversi aspetti, non ultimo quello di genere.

Le “culture dominanti” per loro natura mirano al mantenimento di un sistema di potere che permette loro di essere quello che sono – ossia egemoni, appunto – e a tal fine fanno uso di tutti gli strumenti a loro disposizione. Come ben sappiamo, proprio le religioni, con tutto il loro bagaglio di tradizioni, rituali e credenze che permeano molteplici aspetti della vita sociale, sono fra i più potenti mezzi di controllo. In questo sistema di potere fortemente squilibrato, basato su rapporti gerarchici e caratterizzato inevitabilmente da una volontà conservatrice, nella nostra società come nelle altre, la dominazione maschile si afferma attraverso il controllo delle donne. Infatti, com’è ovvio, al fine di esercitare un ruolo dominante, è condizione necessaria che ci sia una controparte dominata. Il controllo e l’oppressione delle donne nelle varie parti del mondo passa per le forme più fantasiose e bislacche, ancorché tragiche, che, tanto per citare alcuni degli aspetti più vistosi, vanno dalle lapidazioni per adulterio allo strenuo tentativo di negare il diritto all’aborto, dalla ingegnosa legge 40 italiana sulla fecondazione assistita alle mutilazioni genitali femminili, dai delitti d’onore alle normative sull’abbigliamento femminile che, a seconda dei casi, prevedono veli di varie fogge più o meno coprenti; tutto questo senza contare i più bizzarri divieti nei confronti delle donne che capi e capetti religiosi – spesso auto-nominati – s’inventano, in una perenne gara di creatività: il divieto di guidare la macchina, di lavorare, di fare sport, di indossare scarpe con i tacchi, di andare in bicicletta, di frequentare la scuola, di portare lo smalto alle unghie, di pretendere un’eredità, di decidere di adottare metodi anticoncezionali e molto altro ancora.

La doppia alleanza di ferro fra chiese e patriarcato adduce motivi etici, culturali e religiosi per giustificare una politica di segregazione, discriminazione e violenza, spesso legalizzata, ai danni di bambine, di ragazze e di donne nelle più diverse e lontane parti del mondo. Si tratta di una politica trans-culturale, appunto, che non conosce confini, attuata sistematicamente a livello sociale e non di rado regolamentata a livello giuridico. Il comune denominatore è però sempre la limitazione dell’autodeterminazione femminile, percepita come minaccia all’ordine e alle gerarchie stabilite. Per contenere questa minaccia e conservare l’ordine non vi è migliore sostegno degli integralismi religiosi, che negano qualsiasi spinta al cambiamento e all’autodeterminazione da parte delle donne e calpestano i loro diritti civili ed umani in nome di tradizioni antiche e inconfutabili testi sacri. D’altra parte, però, è curioso constatare che la mancata difesa dei valori laici è spesso una deficienza proprio di coloro che sostengono di difendere i diritti e combattere l’oppressione. Si crea quindi una divergenza fra l’enunciazione teorica – che difende principi democratici – e le scelte politiche concrete che danno credito a posizioni e pratiche integraliste: il doppio binario è fatale, poiché rende impossibile l’elaborazione di un progetto politico coerente e davvero “illuminato”.

Per “garantire i diritti” delle frange islamiche integraliste presenti in Gran Bretagna, il governo laburista ha sancito il diritto di istituire su tutto il territorio nazionale, tribunali islamici che regolino le contese fra i membri delle comunità. Le corti d’ispirazione coranica – già in funzione dal 2008 in diverse città inglesi quali Londra, Birmingham, Manchester e Bradford, e dirette dallo sceicco Siddiqi – sono preposte a dirimere questioni di divorzio, di eredità, di violenza all’interno della famiglia e le sentenze che ne vengono emesse hanno la stessa validità giuridica di quelle emesse da un tribunale ordinario del Regno. E non vedo contraddizione nel fatto che l’arcivescovo di Canterbury, massima autorità ecclesiastica della chiesa anglicana, abbia accolto con favore l’introduzione della sharia nel paese, ritenendo che essa rappresenti un fondamentale “elemento di coesione” all’interno della comunità islamica. In un’intervista alla BBC, l’arcivescovo Williams ha dichiarato: “C’è spazio per una mediazione costruttiva con certi aspetti della legge musulmana, così come già accade con altri aspetti della legge [britannica!] di ispirazione religiosa”.

Ma che l’arcivescovo sostenga certe aberrazioni rientra in una strategia ben precisa di cui ho già parlato. Non stupiscono, infatti, i frequenti sodalizi che s’intrecciano fra esponenti di diverse confessioni, che non devono mai essere confusi con un sano interesse al pluralismo! Spesso questi signori si promuovono e si appoggiano gli uni con gli altri poiché sancire il potere di un’autorità religiosa equivale a legittimare e consolidare anche il proprio potere e la propria autorità religiosa. Stupisce di più, invece, che buona parte della sinistra inglese abbia aderito a questa sbandata della ragione in nome dell’integrazione, della democrazia e della libertà religiosa, ignorando ciecamente le ripercussioni gravissime sulla garanzia e la tutela dei diritti delle donne. Tuttavia, mentre gli integralismi guadagnano terreno facendosi l’occhiolino fra di loro e le sinistre sonnecchiano (ma talvolta non escluderei una silente malafede!), le donne rispondono agli attacchi con coerenza e determinazione: “One law for all” (Una legge per tutti) è la campagna lanciata dalle donne iraniane e kurde residenti in Gran Bretagna che si battono per il principio d’uguaglianza davanti alla legge indipendentemente dal sesso, dalla razza e dalla fede. Esse denunciano la pericolosità dell’arbitrio basato sulla religione e il fatto che, se già è inaccettabile la presenza nel paese di decine di corti islamiche informali, ancora più drammatico diventa che i tribunali coranici siano riconosciuti dallo Stato. In questo modo s’incoraggia l’estremismo e si istituzionalizza la discriminazione delle donne: fra le sentenze significative in questo senso, emesse dalle corti religiose, vi sono quelle che condannano il marito violento ad una serie di sedute di “terapia” presso alcuni capi religiosi e altre che stabiliscono che il figlio maschio debba ereditare il doppio di quanto spetti alla figlia femmina. Le donne kurde e iraniane sottolineano, peraltro, il beffardo paradosso che le vede sfuggire alla feroce ingiustizia di genere attuata nel paese d’origine per trovare le stesse condizioni discriminanti riproposte nella progressista Europa. Allo stesso tempo il gruppo WAF, che sta per Women Against Fundamentalism (Donne contro il fondamentalismo) riunisce donne londinesi di varia origine preoccupate dall’insorgere dei fondamentalismi di tutte le confessioni in Gran Bretagna.

Schierate apertamente contro l’assegnazione dei finanziamenti pubblici di enti locali e nazionali alle istituzioni religiose, le WAF osservano con crescente apprensione il pericoloso rafforzarsi del potere dei leader religiosi a svantaggio delle donne e la sempre più frequente intesa delle istituzioni con i capi fondamentalisti, che mette tragicamente sotto silenzio le voci dissidenti all’interno delle stesse comunità. Women Living Under Muslim Laws (Donne che vivono sotto le leggi islamiche) è invece un network attivo in molti paesi del mondo, nei quali le donne sono soggette alle più svariate restrizioni imposte da leggi e costumi che si vogliono derivate dall’islam. La rete mira a rafforzare le lotte individuali e collettive delle donne contro i fondamentalismi, per i diritti e l’equità di genere in un’ottica di solidarietà internazionale. La Revolutionary Association of Women of Afghanistan (Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell’Afghanistan) rappresenta un vivido esempio di lotta per la laicità e per i diritti nel cuore del fondamentalismo più cupo. Dichiaratamente anti-fondamentalista, RAWA si batte da trent’anni per la separazione fra potere politico e religioso, convinta che la laicità sia l’unica possibile via di riscatto delle donne afghane e di costruzione di un vero processo di democrazia in Afghanistan.

Per mancanza di spazio ho potuto citare solo alcuni esempi dei numerosi movimenti di donne nel mondo impegnate per i diritti e contro l’ingiustizia e che hanno individuato nella contrapposizione integralismo/laicità il punto nevralgico dell’intera questione. Minacciate dai poteri forti delle comunità d’appartenenza, queste donne sono messe a tacere o atrocemente ignorate proprio da chi dovrebbe garantire loro sostegno e solidarietà e che invece si fa pavidamente da parte per non interferire nelle culture altrui. Credo sia un atto di coerenza e onestà ammettere che dichiararsi rispettosi di certe “culture” significa farsi complice di un crimine di proporzioni planetarie che è perpetrato quotidianamente e da sempre nei confronti di bambine, di ragazze e di donne in quanto tali. Chi per timore o per ignavia o per calcolo politico, in nome della tolleranza e del relativismo culturale si astiene dal rivendicare un principio laico che valga indistintamente per tutti e per tutte dovrebbe riflettere sul fatto che, in tal modo, sta giustificando e legittimando discriminazioni e violazioni di ogni sorta. Penso sia, non solo un approccio sensato, ma anche una precisa responsabilità politica trovare il coraggio di condannare a viso aperto atteggiamenti e pratiche antidemocratiche indipendentemente dal contesto culturale e sociale in cui vengono attuate, senza timore di opporsi a chi, appellandosi alle tradizioni, alle culture e alle religioni, nega l’uguaglianza, compie abusi e viola diritti.

(Dal Convegno “Per un’etica pubblica laica”, sessione: “Scienza, ricerca, formazione, intercultura”, Firenze 7-8 febbraio 2009).

Debora Picchi, fiorentina, è insegnante di lettere (precaria). Femminista e attivista a favore dei diritti civili e dei diritti di genere, è impegnata nel movimento delle donne di Firenze “Libere Tutte” ed è fra le socie fondatrici del CISDA (Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane) che da anni sostiene le organizzazioni femminili laiche e democratiche in Afghanistan.

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