Comunicati, Politica e Società, Storia

Sulla Catalogna

In e-mail il 30 Ottobre 2017 dc:

Comunicato congiunto di CNT, CGT e Solidaridad Obrera sulla situazione in Catalogna

Le organizzazioni sottoscritte, in qualità di sindacati a livello nazionale, condividono la stessa preoccupazione per la situazione in Catalogna, per la repressione che lo Stato ha scatenato, per la riduzione dei diritti e delle libertà che questo presuppone e paventa e per l’aumento di un nazionalismo rancido che si ripropone in gran parte dello Stato spagnolo.

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Noi difendiamo l’emancipazione di tutti i lavoratori della Catalogna e nel resto del mondo. Forse, in questo contesto, è necessario ricordare che noi non intendiamo il diritto all’autodeterminazione in modo statalista, come proclamano i partiti e le associazioni nazionalisti, bensì come diritto all’autogestione della nostra classe in un determinato territorio. In questo senso, l’autodeterminazione si realizza più attraverso il controllo della produzione e del consumo da parte dei lavoratori e di una democrazia diretta dal basso verso l’alto, organizzata secondo principi federalisti, piuttosto che con l’istituzione di una nuova frontiera o con la creazione di un nuovo Stato.

Come internazionalisti, sappiamo che la solidarietà tra i lavoratori non deve limitarsi ai confini nazionali, per cui ci importa poco dove questi vengono tracciati. Ciò che ci sembra molto preoccupante è la reazione che si sta vivendo in molte parti del resto dello Stato, con l’esaltazione di uno spagnolismo rancido, che ricorda per lo più epoche passate, coccolato da parte dei media e in sintonia con la deriva autoritaria del governo, viatico per l’imprigionamento di persone accusate di aver convocato atti di disobbedienza o per l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione. Siamo consapevoli che questa epidemia nazionalista pone le basi per ulteriori tagli dei diritti e delle libertà, contro cui dobbiamo agire in modo preventivo. L’asfissiante unità delle cosiddette “forze democratiche” per giustificare la repressione, fa presagire un quadro desolante per tutte le dissidenze future. Sembra che il regime post-franchista che ci governa da 40 anni, serrerà i ranghi per garantire la sua continuità.

Questo regime, che è esistito ed esiste in Catalogna e nel resto della Spagna, ritiene che sia in gioco la sua sopravvivenza. Ampiamente messo in discussione e immerso in una profonda crisi di legittimità, questo regime è allarmato all’accumularsi di fronti aperti. La minaccia per l’integrità territoriale dello Stato si aggiunge agli scandali di corruzione, al discredito della monarchia, alla questione dei salvataggi finanziari e dei tagli che sono stati imposti alla popolazione, al malcontento per la schiavitù nei luoghi di lavoro derivata dalle recenti riforme del lavoro, allungando l’età pensionabile e tagliando gli assegni pensionistici, ecc … Gli appelli continui per difendere la Costituzione devono essere intesi come rintocchi di campane per affrontare questa vera e propria crisi esistenziale in cui versa il regime. Il pericolo è che in questo processo si legittimo e diventino normalità i comportamenti repressivi come quelli recentemente osservati in molte città catalane. O peggio.

Ovviamente non sappiamo in quale senso evolveranno gli eventi. Rimarremo attenti a ciò che succede, pronti a difendere gli interessi dei lavoratori in tutto lo Stato. Ci opporremo con tutte le nostre forze alla repressione e alla legittimazione, già in atto, delle manifestazioni della destra radicale. Naturalmente, non ci metteremo al servizio delle strategie dei partiti politici i cui obiettivi ci sono estranei. Allo stesso tempo, non smetteremo di incoraggiare le mobilitazioni della classe lavoratrice quando è essa stessa a decidere, infine, è il momento di scrollarsi di dosso la dittatura di élite politiche ed economiche che da troppo tempo gestiscono il controllo del territorio per servire esclusivamente i propri interessi. Come sindacati di classe combattivi e libertari saremo nelle strade, nelle mobilitazioni, come abbiamo dimostrato in molte occasioni, contro la repressione, per i diritti e per le libertà, contro i tagli e contro la corruzione.

La crisi catalana può essere il punto di volta di un modello di stato morente. Se questo cambiamento andrà in una certa direzione o in un’altra dipenderà dalla nostra capacità, come classe, di portare il processo in atto nella direzione opposta alla repressione e alla crescita dei nazionalismi. Speriamo che il risultato finale sia più libertà e più diritti e non viceversa. La posta in gioco è alta.

PER I DIRITTI E PER LE LIBERTA’! NO ALLA REPRESSIONE CONTRO LE CLASSI LAVORATRICI!

CGT – Solidaridad Obrera – CNT
(traduzione a cura di Alternativa Libertaria/fdca – Ufficio Relazioni Internzionali)
Link esterno: http://cnt.es/noticias/comunicado-conjunto-de-cnt-cgt-y…lunya

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Comunicati, Politica e Società

La catena di (sant)’Antonio della sinistra riformista

In e-mail l’11 Giusgno 2017 dc:

La catena di (sant)’Antonio della sinistra riformista

La crisi politica e la sinistra italiana

10 Giugno 2017

sinistrati

È in scena un nuovo passaggio della crisi politica, con ripetute convulsioni e capovolgimenti di fronte.

Il 21 maggio Renzi e Berlusconi sembravano aver concluso uno scambio politico vincente: Renzi concede a Berlusconi una legge elettorale a impianto proporzionale con soglia di sbarramento al 5%, dando la possibilità al Cavaliere di sganciarsi dall’abbraccio della Lega e di correre liberamente per un proprio ritorno di governo (con Renzi); Berlusconi concede a Renzi il semaforo verde per elezioni politiche anticipate, che eviterebbero al fiorentino le spine avvelenate della prossima legge di stabilità, da delegare al prossimo governo dopo il voto. Entrambi interessati, Renzi e Berlusconi, a una legge elettorale che garantiva il pieno controllo delle segreterie su candidature ed eletti.

Attorno a questo patto scattava la improvvisa convergenza di Lega e M5S. La prima libera di giocare in tempi brevi la partita di incasso della recente stagione lepenista, prima che possa disperdersi. Il secondo interessato a capitalizzare l’assenza di ogni premio elettorale di coalizione per giocarsi direttamente il testa a testa col PD , offrendo per di più a Grillo e Casaleggio la selezione dei propri nominati.

Questo patto Renzi-Grillo-Berlusconi-Salvini giungeva a prenotare pubblicamente non solo le elezioni in autunno, ma la data stessa del voto (il 24 settembre), mettendo la presidenza della Repubblica di fronte al fatto compiuto di un accordo apparentemente blindato dall’80% del Parlamento.

Ma le quattro gambe non hanno retto. Le contraddizioni interne a M5S e PD, unite al mal di pancia trasversale di settori parlamentari contrari alla legge elettorale e/o al voto anticipato, hanno prodotto alla Camera un incidente letale al momento del voto sugli emendamenti. Il PD si è rapidamente sfilato annunciando la “morte” della legge e attribuendo la responsabilità al M5S. Il M5S ha gridato al “tradimento” del PD. La verità è che quanto avvenuto misura l’estrema fragilità del patto politico e dei suoi principali contraenti.

LA CRISI POLITICA DI FRONTE A UN NUOVO BIVIO

Ora la crisi politica è di fronte a un nuovo bivio che interroga innanzitutto il PD. Insistere nella richiesta delle elezioni a settembre o accettare il decorso della conclusione della legislatura? Entrambe le vie sono impervie.

Insistere sul voto a settembre significa o riprendere rapidamente la tela del patto saltato provando a ricomporre l’accordo a quattro sulla legge elettorale proporzionale, oppure dichiarare il fallimento definitivo di ogni ipotesi di nuova legge elettorale, sancire la fine del governo Gentiloni, e puntare sul voto anticipato col Consultellum. Soluzioni molto difficili. La prima, sostenuta da Berlusconi, sconta il logoramento dei rapporti politici tra PD e M5S, oltretutto entrambi sfibrati da quanto avvenuto. La seconda richiede di uniformare i sistemi di voto tra Camera e Senato, possibile solo attraverso una legge e non per decreto (data l’indisponibilità di Mattarella). Ma quale legge, con quale maggioranza, e in quali tempi? Il gioco dell’oca riporta le bocce al punto di partenza.

Accettare il decorso di fine legislatura è l’opzione sostenuta dal capitale finanziario, da Confindustria, dalla grande stampa borghese e soprattutto dalla presidenza della Repubblica: tutti interessati a mettere al sicuro la prossima legge di stabilità e ad evitare complicazioni sui mercati. Ma il governo Gentiloni è in grado di reggere la navigazione della propria fragile maggioranza, pesantemente minata dallo scontro avvenuto tra PD e suoi alleati (Alfano e MDP) e attesa dal salto a ostacoli di ogni prova parlamentare (voucher, ius soli, biotestamento e soprattutto legge di stabilità)?

Verificheremo gli sviluppi. Ma quanto è avvenuto misura una volta di più le particolarità della crisi italiana. Il crollo del vecchio bipolarismo non è stato rimpiazzato da un nuovo equilibrio politico. Tutto procede al buio. La crisi di governabilità delle relazioni politiche è il portato fisiologico di questo fatto.

IL GIOCO DELLE MASCHERE A SINISTRA. L’INGANNO DEL 18 GIUGNO

In compenso, al di là del suo epilogo, la vicenda dell’ultimo mese ha rappresentato una formidabile cartina di tornasole della realtà della sinistra italiana, mostrando il volto scoperto di tutti i suoi attori. Lungo il piano inclinato di una infinita catena di sant’Antonio, in un’autentica commedia dell’arte.

Il primo attore di scena è Campo Progressista di Giuliano Pisapia.
Testimonial del Sì al referendum istituzionale, Pisapia ha sperato sino all’ultimo in un accordo col PD di Renzi. E Renzi aveva investito inizialmente sulla figura di Pisapia e sulla possibile coalizione con Campo Progressista per prevenire la scissione del PD e chiuderle lo spazio politico. Ma dopo la sconfitta del 4 dicembre e dopo la scissione, quel ruolo diventava inutile e ingombrante. Ingenerosamente scaricato da Renzi, Pisapia sogna ora il rifacimento del “vero centrosinistra”, con la benedizione di tutti i padri putativi dell’Ulivo (Prodi, Veltroni, Letta) e con la sponsorizzazione di Repubblica. La sua preoccupazione principale sembra quella di indossare i panni (impossibili) di un nuovo Prodi per federare sinistra e PD. Cioè per coalizzarsi con… Renzi nel prossimo Parlamento. La repulsione ostentata verso la sinistra cosiddetta radicale è il pegno della sua fedeltà (postuma) al renzismo. L’imbarco sul proprio carro del personale borghese liberale o di estrazione cattolica è la ricerca di un attestato di affidabilità presso i salotti democratici del capitale.

MDP è il secondo attore.
Minacciati nella loro stessa sopravvivenza politica e istituzionale, Bersani e D’Alema sanno bene che la soglia del 5% è tutt’altro che scontata. Per questo chiedono a Pisapia di evitare ostracismi a sinistra, in particolare verso Sinistra Italiana. C’è bisogno di caricare tutti sul medesimo carro: “una sola lista a sinistra” è la loro parola d’ordine. “Unità, unità, unità”! L’iniziativa del 18 giugno, formalmente promossa da Falcone e Montanari (in realtà da D’Alema) vuole offrire a questa campagna unitaria una coreografia civica e “popolare”. Il tutto per fare cosa? Per sbarcare nel prossimo Parlamento e «chiedere al PD di scegliere tra MDP e Berlusconi», come ha detto Bersani. In altre parole, per fare una coalizione di governo col PD. Cioè con Renzi. C’è forse da meravigliarsi, visto che Bersani e i suoi hanno votato le politiche antioperaie di Renzi (inclusa l’abolizione dell’articolo 18) e si presentano oggi come i migliori tutori del governo Gentiloni?

Sinistra Italiana è il terzo attore.
La sua massima aspirazione è evitare di essere esclusa dal carro, e rimanere appiedata. Il congresso fondativo di SI aveva formalmente celebrato l’alternatività a Renzi e al renzismo. Di più: aveva sentenziato «la fine del vecchio centrosinistra». Ma era solo il tentativo di difendere lo spazio politico e contrattuale del proprio fortino dalle insidie concorrenziali del nuovo MDP. Ora la campagna di Nicola Fratoianni impugna la bandiera dell’”unica lista a sinistra”. Ossia del blocco con Bersani e Pisapia, aspiranti rifacitori dell’eterno centrosinistra. La manifestazione del 18 giugno serve a riequilibrare il rapporto di forze con Pisapia, a rimuovere le sue resistenze, a sancire la legittimità della presenza di SI nel grande accordo unitario. Lo stesso sostegno di SI alla legge elettorale di Renzi-Berlusconi-Grillo-Salvini, incluso lo sbarramento del 5%, è indicativa: siccome c’è lo sbarramento sarà più facile essere imbarcati a bordo. Ci si può meravigliare se si considera che i gruppi dirigenti di Sinistra Italiana, già coinvolti nei governi Prodi, già in blocco col PD di Bersani, sono gli stessi che tuttora governano diverse regioni col PD di Renzi, con tanto di tagli a sanità e servizi?

Rifondazione Comunista è il quarto attore.
Il suo congresso aveva rivendicato solennemente la fine di ogni ambiguità circa i rapporti col PD e il centrosinistra («liberista e antipopolare»). Il nuovo segretario Maurizio Acerbo aveva formalmente rivendicato sulle colonne de Il Fatto il rifiuto di ogni subordinazione «a Pisapia e D’Alema» nel nome di una sinistra finalmente alternativa. Ma ora Acerbo e l’ex ministro Ferrero figurano tra i primi firmatari dell’appello unitario del 18 giugno per una unica lista della sinistra. Cioè, se le parole hanno un senso, per una lista con Pisapia e Bersani. Gli stessi che rivendicano la prospettiva della coalizione di governo col PD nel prossimo Parlamento. Sotto le vesti truccate di “una lista civica, democratica e costituzionale”, anche il PRC, alla coda di SI, prova dunque a inserirsi nel grande cartello unitario dell’aborrito centrosinistra? Certo, un partito che titola il proprio congresso con la parola “rivoluzione” nel mentre sostiene il governo Tsipras, nuovo governo della troika in Grecia, non merita davvero un attestato di affidabilità.

PER UN PARTITO INDIPENDENTE DEI LAVORATORI

Ora il fallimento del patto tra Renzi e Berlusconi sulla legge elettorale concordata può disfare la tela del grande accordo a sinistra. E magari diversi attori in commedia riprenderanno ognuno la propria maschera. Ma non si può rimuovere la lezione di fondo dell’esperienza avvenuta. Non siamo in presenza di “politiche sbagliate”, per quanto recidive, e di “errori”, per quanto ripetuti. Siamo in presenza di gruppi dirigenti della sinistra italiana la cui unica vera ambizione è la propria salvezza o ricollocazione istituzionale, nel grande gioco della democrazia borghese, nella prospettiva del governo del capitalismo.

La classe lavoratrice, a partire dalla sua avanguardia, ha bisogno di costruire il proprio partito indipendente. Sul solo terreno possibile: quello anticapitalista e rivoluzionario.

Partito Comunista dei Lavoratori

Comunicati, Politica e Società

Tsipras e il governo Syriza secondo Paolo Ferrero

In e-mail il 19 Febbraio 2017 dc:

Tsipras e il governo Syriza secondo Paolo Ferrero

La solidarietà di Ferrero a Tsipras è la dimostrazione della comune natura traditrice dei riformisti

18 Febbraio 2017

«Tsipras non ha mai tradito», ha dichiarato testualmente Paolo Ferrero in una recente intervista a il Manifesto. È la confermata fedeltà del gruppo dirigente del Partito della Rifondazione Comunista a quella Sinistra Europea che ha assunto Tsipras come propria bandiera.

Eppure la drammatica esperienza del governo Tsipras mostra una realtà capovolta. A due anni dalla sua formazione, a un anno e mezzo dalla sua capitolazione alla troika, il governo Syriza-Anel sta macinando giorno dopo giorno le peggiori politiche di rapina del capitale finanziario sulla pelle dei lavoratori greci. Come era facile prevedere, il memorandum del luglio 2015 si è rivelato un cappio al collo sempre più stretto per la popolazione povera.

L’impegno ad onorare il pagamento del debito pubblico, in perfetta continuità con i governi precedenti, fa del governo Tsipras l’agenzia dei creditori della Grecia. Questi creditori hanno nome e cognome: sono in misura preponderante gli Stati imperialisti europei. La Germania detiene 60 miliardi del debito greco, la Francia 46 miliardi, l’Italia 40 miliardi. I 326 miliardi versati complessivamente dalla troika alla Grecia servono a riempire casse e portafogli di questi famelici creditori attraverso il pagamento di debito e interessi. Nel frattempo il debito pubblico greco è ormai salito a 180% del prodotto lordo (e secondo il FMI è destinato a crescere sino al 275% entro il 2060!).

Sulla Grecia si scaricano anche le contraddizioni interne al campo dei creditori. Il FMI dichiara da tempo che il debito greco è ormai «insostenibile», e propone a UE e BCE una sua ristrutturazione (cancellazione dei crediti inesigibili in cambio di una stretta ulteriore del rigore). Ma gli Stati europei creditori (Germania, Francia, Italia) non hanno alcuna intenzione di tagliare le proprie quote di credito, a detrimento delle proprie casse e delle proprie banche, tanto più alla vigilia di elezioni politiche interne delicatissime. Al tempo stesso sono terrorizzati dall’idea che il FMI possa lasciarli soli sul fronte greco. Ecco allora la “soluzione”. Per mostrare al FMI che il debito pubblico greco è nonostante tutto rimborsabile, chiedono a Tsipras un supplemento di rapina: gli chiedono di portare l’avanzo primario (il rapporto tra entrate e uscite al netto degli interessi sul debito) al 3,7% del prodotto lordo, a fronte di una economia che nel 2016 è “cresciuta” dello 0,3%. Come? Attraverso altri quattro miliardi di tagli sociali (ancora sulle pensioni) e di tasse sui consumi (a scapito dei salari). Nei fatti chiedono un nuovo colpo alle masse popolari, già stremate da sacrifici senza fine.

E Tsipras? Tsipras obbedisce, negoziando come sempre il piano degli strozzini. Certo, lamenta che «si sta giocando col fuoco». Ma solo per ricordare ai creditori che è nel loro interesse che il debitore non tiri le cuoia. È un punto sensibile. Tsipras governa ormai con una maggioranza parlamentare di soli tre voti di scarto. I sondaggi danno Syriza al 17%, un consenso più che dimezzato dopo un anno e mezzo di gestione dell’austerità. La destra di Nuova Democrazia, attorno al suo nuovo leader Kyriakos Mitsotakis, è data al 34%, misura di una ripresa rapidissima grazie alla capitalizzazione reazionaria del malcontento sociale, mentre Alba Dorata spera di incassare l’onda del lepenismo francese. All’interno di Syriza e dei suoi gruppi parlamentari lo spettro di una disfatta annunciata apre manovre e conflitti.

Tsipras cerca disperatamente di sfuggire al disastro della propria esperienza politica.

Supplica i creditori di rinnovargli fiducia dopo la dimostrazione eroica di fedeltà alla troika. Usa la svolta Trump per rammentare al governo tedesco che è suo interesse salvaguardare l’unità della UE contro le spinte nazionaliste e protezioniste. Si offre come cortigiano delle socialdemocrazie europee, per cercare di incassarne benemerenze e favori. Chiede insomma al capitale finanziario e ai suoi governi di lasciargli uno spazio residuo di sopravvivenza.
Di certo, conferma anche per questa via di aver rotto da tempo con quella base di massa, giovanile e proletaria, che due anni fa ne aveva sospinto l’ascesa e che il governo ha svenduto alla troika.

Il fatto che Paolo Ferrero – ex ministro di un imperialismo creditore – continui inossidabile a garantire per Tsipras, conferma solamente la solidarietà dei riformismi al di là delle frontiere, attorno al proprio unico motto comune: dalla parte della borghesia, ieri, oggi, domani.

Partito Comunista dei Lavoratori

Ateoagnosticismo, Comunicati, Cronaca, Laicità e Laicismo, Politica e Società

Funerale con la Digos

Inoltrata in e-mail l’8 Marzo 2017 dc:

Comunicato stampa

Funerale con la Digos

Lunedì 6 marzo è venu­to improvvisamente a ­mancare Claudio Marai­a, militante anarchic­o di vecchia data e a­ttivista NO MUOS. Mar­tedì 7 si sono svolti­ i funerali laici di ­Claudio, con un corte­o funebre che lo ha a­ccompagnato dalla pro­pria abitazione fino ­alla Rotonda Maria Oc­chipinti, dove si è t­enuta una breve comme­morazione (visto che ­al cimitero cittadino­ non esiste una sala ­adeguata a commiati d­i questo tipo).

Ebbene in mattinata s­iamo stati contattati­ telefonicamente dall­a Digos in quanto c’e­ra un certo stato d’a­llerta per questo “co­rteo” che avevamo ann­unciato. Ma la Digos ­non si è limitata all­a telefonata, bensì h­a presenziato con due­ agenti il funerale, ­fotografando i presen­ti.

Quanto è avvenuto è i­naudito e vergognoso: abbiamo accompagnato­ il nostro compagno con le nostre bandiere­, assieme ai familiar­i, ai colleghi di lav­oro dell’AST e ai con­oscenti, omaggiandolo­ nella maniera per no­i più adeguata, ma qu­esto è diventato addi­rittura un problema d­i ordine pubblico che­ ha allertato la Ques­tura di Ragusa.

Un funerale laico ad ­un militante libertar­io e antimilitarista,­ che verrà cremato gi­ovedì pomeriggio nel ­crematorio di Messina­: quanto possa essere­ pericoloso tutto ciò­ è evidente a tutti!

Ragusa, 7-3-2017­

Gruppo anarchico di R­agusa

Comitato di Base NO M­UOS di Ragusa

Comunicati, Economia, Politica e Società

Il sole non sorge più a Ovest

in e-mail il 31 Gennaio 2017 dc:

Il Sole non sorge più a Ovest

Dino Erba e altri

Il sole non sorge più a Ovest

Significati e forme delle rivoluzioni al tempo della Grande Crisi

Riflettendo con Marx: razze, etnie, genere e l’immancabile sfruttamento operaio

All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2017, pagine 162.

Contributo € 15 (comprese le spese di spedizione)

Richiedere a: dinoerba48@gmail.com

Secondo un luogo comune molto diffuso, Marx sarebbe un teorico del progresso. Conseguenza o premessa di questo stereotipo è una concezione della storia unilineare, etnocentrica, o meglio eurocentrista, che è prevalsa tra molti di coloro che si professano marxisti, magari con pretese rivoluzionarie. Essa si fonda su una miope lettura di Marx, limitata ad alcuni passi del Manifesto del Partito Comunista e ad alcuni scritti di poco successivi. È un’interpretazione limitata nello spazio e nel tempo. È stata assolutamente fuorviante, poiché ha investito tutte le opere di Marx imponendo i medesimi criteri interpretativi etnocentrici, con le conseguenze deleterie che si sono viste per tutto il Novecento.

Quando il sole doveva sorgere a Ovest.

Alla luce delle passate esperienze rivoluzionarie e alla luce dei recenti sconvolgimenti sociali, ho sottoposto a critica il concetto di sviluppo delle forze produttive e la visione eurocentrista che ne è il presupposto.

I testi che ho raccolto in questo libro prendono lo spunto dal libro di Kevin B. Anderson sugli scritti «tardivi» di Marx, (1870-1883), riguardanti le società precapitalistiche, o meglio non occidentali, in merito a razza, etnicità, nazionalità e genere.

Sul filo di queste riflessioni gli scritti «tardivi» di Marx spostano l’asse della rivoluzione dalle metropoli dell’Occidente al Sud del Mondo. Sono le aree in cui il modo di produzione capitalistico ha incontrato molte resistenze, creando situazioni socio-economiche ibride, frutto di un capitalismo innestato (come accenna Engels a proposito della Russia) che ha fatto poi degenerare, atrofizzare e distorcere i modi di produzione preesistenti che via via esso incontrava. E non certo a causa di una presunta «arretratezza» che, invece, è stata il frutto marcio del «trapianto del capitalismo», anche se apparentemente il trapianto era andato a buon fine.

In un contesto economico-sociale mondiale che, in tutti i modi, cerca di respingerlo, il modo di produzione capitalistico costituisce un’eccezione, o meglio: un disgraziato accidente.

Oggi, nel Sud del Mondo, la fragilità dell’innesto balza in primo piano clamorosamente, immediatamente e violentemente, sotto i colpi dell’attuale crisi sistemica.

Solo in un secondo momento gli effetti della deflagrazione della periferia si ripercuoteranno (e in parte si stanno già ripercuotendo) sul centro, sull’Occidente,  con tempi e modalità differenti.

In Europa siamo agli inizi, ma già si intravvedono situazioni, come i flussi migratori, del tutto inedite che non possono essere affrontate con i criteri tipici della fase di sviluppo del modo di produzione capitalistico, sia quelli inerenti l’Ottocento sia quelli inerenti la Golden Age (o Les Trente Glorieuses), ovvero gli anni 1945-1975 di eccezionale espansione economica.

Il filo conduttore proposto consente di mettere a fuoco le tematiche insite nelle elaborazioni «tardive» di Marx, cercando di focalizzare aspetti che oggi sono di dirompente attualità, in primis etnia e genere, mentre sullo sfondo emerge, prepotente, l’esigenza della lotta senza quartiere contro il lavoro e contro la democrazia.

Mi auguro di essere riuscito a districarmi in un vero ginepraio, pratico e teorico.

Ho voluto includere contributi di altr* compagn* per allargare il confronto, cercando di vedere le cose da prospettive differenti.

Nel loro insieme tutti gli scritti proposti vogliono stimolare una riflessione, per poter approfondire, e chiarire (se possibile) le questioni più scottanti.

 

Comunicati, Politica e Società

Dove va il sindacalismo di base?

in e-mail il 30 Gennaio 2017 dc:

Ricevo e volentieri diffondo, con la domanda: Dove va il sindacalismo di base?

d. e.

Dove va il sindacalismo di base?

Tra montature e cattiva coscienza

In queste ore si è detto e scritto molto sulla vicenda di Aldo Milani.

Oggi su numerosi giornali che avevano riportato con grande spazio la notizia dell’arresto di ” due sindacalisti del sicobas” per estorsione, ben poco spazio dedicato al rilascio di ALdo Milani e men che mai alle dichiarazioni del legale della organizzazione sindacale.

Nella “giustizia ” italiana si è condannati senza avere commesso il fatto, i media sparano la notizia con articoloni ma le notizie successive di tenore opposto spariscono tra i fiumi di inchiostro, quasi invisibili a chi sfoglia i giornali. Rimandiamo a un paio di articoli che almeno trattano con attenzione gli accadimenti

– http://popoffquotidiano.it/2017/01/28/aldo-milani-e-fuori-crolla-il-teorema-contro-il-sicobas/

http://www.controlacrisi.org/notizia/Lavoro/2017/1/29/48735-caso-milani-cade-il-castelo-di-accuse-la-procura-di-modena/

A distanza di ore possiamo tuttavia trarre alcune riflessioni.

La risposta dei facchini è stata significativa non solo con gli scioperi tra venerdì e sabato ma con almeno 2000 presenti davanti al carcere di Modena. A poche ore dai fatti c’è stato chi, come la Confederazione Cobas, ha subito preso le distanze rivendicando il copyright del termine cobas e nell’ottica di rassicurare i ben pensanti ha subito ribadito che loro con i fatti di Modena non avevano nulla a che vedere. Peccato poi che al momento della scarcerazione di Milani abbiano preferito tacere e non correggere la loro affrettata posizione. Di sicuro la Confederazione Cobas non ha niente a che vedere con la piazza di Modena e con il conflitto sociale che le lotte dei facchini esprimono. Fa male scriverlo ma quel comunicato redatto poteva nascere dalla mente solo di chi è ormai lontano dai luoghi del conflitto e pensa che il suo mondo sia ancora centrale nel panorama sindacale.

L’augurio, sincero, è che tanti militanti dei cobas, come quelli della scuola di Varese e Milano, prendano le distanze dal comunicato del loro portavoce, lo facciano non per polemica ma solo per riaprire una discussione e un confronto sui fatti e sulle prospettive future perché sia ben chiaro che quanto accaduto a Milani non sarà un episodio isolato.

Quel comunicato, lo diciamo con sincerità, offende anche l’intelligenza e la militanza decennale di tanti esponenti dei Cobas, del loro portavoce in primis. Una presa di distanza dai fatti che stride con atteggiamenti ben diversi manifestati in tante altre occasioni.

Ai sindacalisti che nei luoghi di lavoro parleranno dei cobas come estorsori ricordiamo cosa hanno fatto i loro leaders nazionali tra viaggi con i soldi degli iscritti e pensioni auree sulla pelle degli esodati e di quanti in pensione ci vanno con una miseria.

Silenzio incredibile da parte di tanti, Usb, Cub, Sgb, silenzio da numerose realtà sociali e politiche. Chi urla contro il testo unico sulla rappresentanza sindacale non ha speso una parola a sostegno di Aldo Milani.

Capiamo l’imbarazzo di leggere che un dirigente nazionale viene arrestato con la gravissima accusa di estorsione, ma possibile che a nessuno sia venuto in mente che poteva trattarsi di una trappola e almeno mostrare a mezzo stampa qualche forma di solidarietà?

Possibile che nessuno abbia pensato che questo arresto rappresenti un cambio di linea, una azione repressiva, una macchina del fango con ripercussioni negative sulle stesse relazioni sindacali?

Forse in molti non lo hanno capito, ma al di là dei fatti, delle ingenuità, delle trappole, nel nostro paese la gogna mediatica è stata usata tante volte, soprattutto quando non si riusciva a contrastare il nemico di classe in altro modo, per arrestare i movimenti sociali del resto è nata anche la strategia della tensione.

Occorre che sia fatta piena luce sui fatti nell’interesse di Aldo che ha parlato a lungo con il giudice visto che non aveva nulla da nascondere, occorre che tutti noi, solidali e non, si avvii una riflessione non solo sull’arresto di Milani ma su quanto sta succedendo nel Paese.

Una riflessione che tratti anche dei silenzi di quanti ogni giorno vengono a farci lezione ma al momento di manifestare solidarietà perdono l’uso della parola e le loro stesse mani abbandonano la tastiera del pc.

Pubblicato da Delegati e Lavoratori Indipendenti Pisa 06:23

Comunicati, Politica e Società

Documento politico conclusivo del Comitato Centrale del PCL di luglio 2016

In e-mail il 14 luglio 2016 dc:

Documento politico conclusivo del Comitato Centrale del PCL di luglio 2016

LA NATURA REAZIONARIA DELLA BREXIT. PER UNA ALTERNATIVA DI CLASSE E SOCIALISTA ALLA UNIONE EUROPEA

La vittoria della Brexit, riflesso della crisi dell’Unione Europea, ha un segno reazionario.

Il No greco alla troika del luglio del 2015 era espressione di un’opposizione sociale di massa, segnata da rivendicazioni di classe e democratiche, poi tradite da Tsipras. La Brexit ha una valenza non solo diversa ma opposta. La campagna pro-Brexit è stata ispirata e diretta da forze reazionarie, apertamente antioperaie e antipopolari, attorno a una campagna centrata sulla contrapposizione ai migranti e sullo sciovinismo britannico. Una campagna che è riuscita a dirottare contro la UE un blocco sociale composito (settori di classe lavoratrice, la maggioranza della popolazione povera delle periferie e delle campagne, ampie fasce di piccola borghesia impoverita) capitalizzando la rabbia sociale prodotta da decenni di austerità e privazioni. La crisi del movimento operaio inglese, dentro la crisi più generale del movimento operaio europeo, ha favorito questo sbocco. Le forze diverse della sinistra che in nome di ragioni progressive o addirittura anticapitaliste hanno sostenuto la Brexit, si sono di fatto subordinate a questa dinamica reazionaria, commettendo un grave errore politico.

L’Unione Europea degli stati capitalisti è irriformabile da un punto di vita sociale e democratico. Le illusioni dell’europeismo riformista (Partito della Sinistra Europea) sono state smentite una volta di più dalla capitolazione di Tsipras alla troika. Ma un’alternativa alla UE può avere carattere progressivo solo a partire da una mobilitazione di classe e di massa che nei diversi paesi e su scala continentale metta in questione le politiche, i partiti, i governi della borghesia. La mobilitazione prolungata e di massa che a partire da marzo ha percorso la Francia contro la Loi Travail di Hollande, incidendo nel profondo sullo scenario sociale e politico francese, indica la possibile alternativa di classe alle soluzioni nazionaliste, reazionarie, xenofobe. La parola d’ordine strategica degli Stati Uniti socialisti d’Europa è la sola che può dare una prospettiva storica progressiva alla necessaria ripresa dell’iniziativa di classe in Europa, contro i governi borghesi e la loro Unione.

I RIFLESSI POLITICI DELLA BREXIT IN EUROPA

La Brexit ha aperto di fatto una fase politica nuova in Europa.

In Gran Bretagna contribuisce a riproporre, per reazione, le questioni nazionali irrisolte di Scozia e Irlanda. Nel continente alimenta tendenze contrastanti. Da un lato sospinge le iniziative composite del fronte reazionario e nazionalista in diversi paesi (Francia, Olanda, Danimarca, Austria) con analoghi contenuti xenofobi e sciovinisti. Ma dall’altro può favorire tendenze alla stabilizzazione politica conservatrice nel nome della “sicurezza contro il caos”, a fronte delle ricadute di crisi economica e bancaria che la Brexit ha alimentato: una campagna che può fare presa in ampi settori popolari e di piccola borghesia in particolare attorno alla difesa del risparmio. Il risultato delle elezioni spagnole, con l’ampia vittoria del Partito Popolare e il mancato sorpasso del PSOE da parte di Podemos, è stato segnato anche dalla reazione alla Brexit. Hollande e Renzi si propongono a loro volta di cavalcare la campagna “sicurezza” nei rispettivi Paesi.

Le conseguenze della Brexit sul piano della crisi capitalista e delle relazioni statuali interne all’Unione sono altrettanto complesse e andranno verificate nel tempo.

È presto per valutare se la Brexit potrà aprire una nuova fase di aggravamento della crisi economica internazionale. Di certo, nell’immediato, l’annunciato distacco della Gran Bretagna dalla UE minaccia il sistema bancario europeo, segnato da diversi punti di crisi (crisi delle banche italiane e portoghesi, difficoltà delle banche tedesche e francesi). Il contenzioso sulla Unione bancaria e sulla sua regolazione interna occupa dunque una volta di più il negoziato tra i principali stati capitalisti, sotto il segno di una nuova emergenza economica.

A sua volta il negoziato sulla Unione bancaria ripropone di fatto tutti i nodi irrisolti della crisi della Unione Europea: il fallimento del fiscal compact, le contraddizioni paralizzanti del suo quadro istituzionale, i contrasti tra gli interessi nazionali (come analizzati dall’ultimo CC).

Anche su questo piano il fattore Brexit sembra agire in forme contraddittorie. Da un lato la Brexit è essa stessa un effetto esplosivo delle contraddizioni europee. E per alcuni aspetti le approfondisce. Dall’altro lato proprio l’emergenza prodotta, e l’allontanamento della Gran Bretagna, possono sospingere la ricerca di nuovi equilibri pattizi tra i principali Stati imperialisti europei. Che saranno tuttavia condizionati nel loro esito non solo dai rapporti di forza interstatuali, ma anche dal ristretto margine di manovra dei governi borghesi sul fronte del proprio consenso interno, alla vigilia di appuntamenti elettorali di grande rilevanza (elezioni presidenziali in Francia, elezioni legislative in Germania, referendum istituzionale italiano).

LA SITUAZIONE POLITICA ITALIANA. LA CRISI DEL RENZISMO. LE ELEZIONI DI GIUGNO

La situazione politica italiana si pone in questo quadro generale.

Il renzismo è in aperta crisi. Il progetto del partito della nazione, mirato allo sfondamento elettorale del nuovo corso renziano, ha registrato una sconfitta. I risultati elettorali delle elezioni comunali segnano una perdita consistente del PD in larga parte d’Italia, con una flessione più accentuata nelle periferie metropolitane e nel Mezzogiorno. Il significato politico è chiaro: il renzismo ha esaurito da tempo la spinta propulsiva di quel populismo sociale di governo (operazione ’80 euro’) che ne aveva accompagnato l’ascesa nelle elezioni europee del 2014. Già le elezioni regionali del 2015 registravano la dispersione di quel patrimonio di consenso. Le elezioni comunali di giugno confermano e aggravano il dato.

La sconfitta del renzismo non è solo elettorale, ma politica. Il renzismo si era offerto alla borghesia italiana ed europea come l’argine vincente contro il populismo di opposizione. La vittoria del M5S a Roma e Torino contraddice esattamente quella funzione di contenimento. La stessa legge elettorale (Italicum) coniata da Renzi a misura delle proprie ambizioni di sfondamento rischia di trasformarsi oggi in un possibile strumento dei suoi rivali.

Il Movimento 5 Stelle è il vincitore politico delle elezioni del 5 giugno, al di là del suo stesso risultato elettorale, contraddittorio. Il M5S capitalizza diversi elementi della situazione politica, tra loro connessi. Non solo l’appannamento del renzismo, ma anche la frantumazione politica del centrodestra, con la sua contraddizione irrisolta tra berlusconismo in declino e un asse lepenista che segna il passo. Soprattutto capitalizza la crisi perdurante della sinistra politica, sullo sfondo della crisi sociale e dell’arretramento della lotta di classe. Da qui la sua straordinaria capacità di richiamo trasversale su elettorati di diversa matrice e provenienza, la sua diffusione nazionale (a differenza del salvinismo), il suo consenso concentrato presso la giovane generazione, in particolare tra operai, precari, disoccupati. Ciò che rende il M5S un vincitore naturale nei ballottaggi.

A partire dalla conquista di Roma e Torino, e a fronte della crisi del renzismo, il M5S accelera la propria candidatura al governo nazionale, moltiplicando la ricerca di una propria legittimazione presso gli ambienti dominanti, interni e internazionali. Anche da qui l’importanza della controinformazione classista sulla natura reazionaria di massa del M5S. Una denuncia tanto più essenziale di fronte al moltiplicarsi delle aperture verso il grillismo da parte di settori della sinistra riformista o centrista.

La sinistra politica conferma il proprio stato di crisi. Pur in presenza della crisi del renzismo, Sinistra Italiana ha registrato un arretramento rispetto ai risultati delle liste Tsipras nelle elezioni europee del 2014. Il processo costituente del nuovo soggetto della sinistra è dunque ulteriormente zavorrato dal voto. Persistono tutti i fattori che ostacolano il suo decollo: non solo il peso delle disfatte passate, ma l’assenza di un progetto nazionale dotato di una ragione sociale decifrabile, la mancanza di una leadership riconoscibile a livello popolare, la crisi dei livelli di mobilitazione sociale cui quella stessa sinistra (politica e sindacale) concorre. In questo quadro il rafforzamento del M5S come soggetto attrattivo dell’elettorato in uscita dal PD oltre a rappresentare uno degli effetti della crisi della sinistra concorre ulteriormente ad aggravarla. A tutto ciò si aggiungono la lotta interna di cordate per l’egemonia sul processo costituente del nuovo soggetto (che attraversa la stessa SEL) e i contrasti politici sui nodi irrisolti nel rapporto col PD ed oggi anche con i Cinque Stelle.

In questo quadro generale, marcato dalla crisi congiunta del movimento operaio e della sinistra politica, dall’arretramento della coscienza e dalla espansione populista, il risultato complessivo riportato dal nostro partito, certo molto modesto, non è negativo. A Torino e Napoli abbiamo subito la concorrenza penalizzante della formazione di Rizzo (con l’aggiunta a Napoli dell’effetto particolarissimo del fenomeno “peronista” di De Magistris), ciò che ha determinato risultati negativi. Positivo il dato di Milano (con l’ampio recupero sul 2011), e molto positivo quello di Bologna e Savona (col superamento di ogni risultato precedente). Apprezzabili infine i risultati registrati nei comuni minori.

Complessivamente, si conferma la positività della presentazione elettorale del partito ai fini della propaganda del nostro programma classista e anticapitalista e in funzione della nostra costruzione.

IL REFERENDUM ISTITUZIONALE COME SPARTIACQUE

I risultati elettorali di giugno, insieme al fenomeno Brexit, si riverberano sullo scenario politico nazionale di prospettiva. La crisi del renzismo è precipitata alla vigilia del referendum istituzionale (presumibilmente in ottobre) nel quale il capo del governo ha investito le fortune decisive del proprio progetto bonapartista. Da qui l’incertezza accresciuta del suo esito, tanto più in un quadro di crisi economica e di relazioni europee che non favoriscono nuovi margini di finanziamento di misure di populismo sociale (aumento delle pensioni minime, riduzione Irpef…). Al tempo stesso gli effetti di destabilizzazione prodotti dalla vicenda Brexit possono riconfigurare in parte, a determinate condizioni, il profilo della posta in gioco nella percezione popolare (un “voto per la sicurezza” vs l'”avventura dell’ignoto”). Questa è la nuova impostazione che il renzismo tenderà a dare alla prova per cercare di rimontare la china. Un passaggio che in ogni caso acquista oggi obiettivamente una rilevanza internazionale molto maggiore.

L’esito del referendum può costituire, per diversi aspetti, uno spartiacque nella situazione politica italiana, con diverse incognite.

Se Renzi perde lo scontro referendario, sarà il tracollo definitivo del renzismo come progetto populista bonapartista. Ciò determinerebbe una dinamica nuova, presumibilmente convulsa, di riorganizzazione degli equilibri politici e degli schieramenti, capace di investire formule di governo, legge elettorale, rapporti interni ai partiti (a partire dal PD). Si riproporrebbe, in altre forme, quel quadro di crisi di direzione politica della borghesia italiana che il renzismo ha provato a superare. Il M5S sarebbe nell’immediato il principale beneficiario di quell’esito, anche se paradossalmente privato in quel caso della legge elettorale più idonea per la sua ambizione di potere. Una contraddizione non secondaria.

Se Renzi vincerà lo scontro referendario si affermerà un nuovo modello istituzionale reazionario, con nuove pesanti ricadute sociali (salto della governabilità antioperaia).

Renzi farà leva sulla vittoria plebiscitaria per stabilizzare il proprio corso politico, cercando di sviluppare i suoi aspetti di regime. Al tempo stesso la fluidità dei flussi elettorali, sullo sfondo della crisi sociale, potrebbe ostacolare anche in quel caso l’ambita stabilizzazione politica, a favore di un M5S che uscito sconfitto dal referendum potrebbe beneficiare dell’Italicum che il referendum stesso sancisce. L’ipotesi di una affermazione del M5S alle prossime elezioni politiche, per quanto oggi prematura, non può più essere esclusa dalle prospettive possibili. Ciò porrebbe nuove incognite non solo al movimento operaio, ma alla stessa borghesia italiana circa la stabilizzazione del proprio quadro politico.

LA CENTRALITÀ DELLA BATTAGLIA CLASSISTA

Su tutto lo scenario politico e sulla variabilità delle prospettive grava la crisi perdurante del movimento operaio italiano. Nessuna variante progressiva è possibile, quale che sia l’esito del referendum, senza una ripresa della mobilitazione sociale, di classe e di massa.

Da qui la necessità di ricondurre la nostra battaglia per il No al referendum ad una ragione di classe riconoscibile: combinando la valorizzazione del fronte unico per il No a sinistra (contro ogni logica di separatismo minoritario), con la netta differenziazione politica sia dalle impostazioni puramente accademico-costituzionaliste, sia dalle torsioni populiste (il No “filo-Brexit”). Più in generale l’intero scenario nazionale ed europeo conferma la centralità della battaglia classista, in particolare tra i lavoratori e i giovani, contro tutte le varianti di populismo interclassista, e contro ogni forma di subalternità a sinistra verso il populismo.

Partito Comunista dei Lavoratori – Comitato Centrale

Comunicati, Politica e Società

No ad un nuova impresa di Libia!

dal Partito Comunista dei Lavoratori 16 Marzo 2016 dc:

No ad un nuova impresa di Libia!

È ora di dire basta alle guerre del capitalismo, alle guerre per i profitti di pochi pagate da tutti. Non un uomo, non un soldo, per la nuova impresa di Libia!

Solo la liberazione della società dal capitalismo e dall’imperialismo può dare una vera pace all’umanità. Solo una rivoluzione socialista può porre fine alle guerre.

Rullano i tamburi di una nuova impresa di Libia.

Il governo Renzi reclama la guida della missione internazionale.

L’Italia si appresta a tornare nella sua vecchia colonia, dove già inaugurò campi di concentramento e gas asfissianti contro la resistenza berbera al prezzo di 100.000 morti.

Dicono che l’obiettivo centrale dell’intervento è sconfiggere ISIS.

Mentono. L’obiettivo vero è la spartizione della Libia. È il controllo dei suoi giacimenti petroliferi, dentro una lotta spietata tra Francia e Italia, fra Total ed ENI.

Il capitalismo francese ha giocato di anticipo mandando truppe a Bengasi a sostegno del generale Haftar, per mettere le mani sui giacimenti petroliferi della Cirenaica. Tutta la stampa italiana chiede a Renzi di intervenire per non farsi scavalcare dai francesi e difendere gli interessi dell’ENI. Renzi teme di perdere voti infilandosi in una avventura. Ma non vuole perdere la faccia agli occhi di quel grande capitale tricolore che si è candidato a rappresentare in Italia e nel mondo. Per questo si è assicurato, per decreto (10 febbraio), il controllo diretto delle truppe speciali tramite i servizi segreti: un decreto che assegna loro, testualmente, “licenza di uccidere e impunità per i reati”.

Il governo Renzi taglia i fondi della sanità, minaccia le pensioni di reversibilità, abbatte i trasferimenti pubblici ai comuni e ai servizi, regala ai padroni continui tagli di tasse. Ma trova i soldi per prolungare la missione militare in Afghanistan, per mandare altri 500 soldati in Iraq, e ora per “la licenza di uccidere” in Libia. La chiamano “guerra al terrorismo”. Ma dopo vent’anni di cosiddette “guerre al terrorismo”, proprio il peggiore terrorismo fondamentalista conosce uno spaventoso sviluppo, con gravi conseguenze sulla sicurezza stessa di persone innocenti nelle città europee. “Le loro guerre, i nostri morti”, questo il bilancio. Mentre la fuga disperata dalle guerre di enormi masse umane viene respinta in Europa da muri, ruspe, fili spinati, e da un’ondata di odiosa xenofobia, al prezzo di nuove morti e nuove sofferenze. In una spirale senza fine.

È ora di dire basta alla guerra, alle guerre del capitalismo, alle guerre per i profitti di pochi pagate da tutti. Non un uomo, non un soldo, per la nuova impresa di Libia!

Solo la liberazione della società dal capitalismo e dall’imperialismo può dare una vera pace all’umanità. Solo una rivoluzione socialista può porre fine alle guerre.

Per questo lotta il Partito Comunista dei Lavoratori, l’unico partito della sinistra italiana che non ha mai appoggiato missioni militari.

Partito Comunista dei Lavoratori

Comunicati, Politica e Società

No al raduno nazifascista europeo

Vedi il comunicato anche nella pagina “Comunicati e notizie”

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COMITATO PERMANENTE ANTIFASCISTA CONTRO IL TERRORISMO
PER LA DIFESA DELL’ORDINE REPUBBLICANO
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No al raduno nazifascista europeo

Il Comitato Permanente Antifascista contro il terrorismo per la difesa dell’ordine repubblicano manifesta la sua profonda preoccupazione per il convegno nazifascista europeo che dovrebbe svolgersi a Milano, domenica 24 gennaio 2016.

Ad esso parteciperebbero formazioni di matrice neofascista e antisemita come Forza Nuova, Alba Dorata, i tedeschi dell’NPD e British Unity.

Al pericoloso rifiorire di partiti e formazioni di estrema destra in Europa e nel nostro Paese si intrecciano, mescolandosi l’uno nell’altro, movimenti nazionalisti, xenofobi e razzisti che individuano, come è già avvenuto nel corso del Novecento, un nemico esterno su cui scaricare tutte le responsabilità e le frustrazioni del nostro tempo.

Non possiamo accettare che nell’imminenza del Giorno della Memoria si svolga a Milano un raduno che si pone apertamente in contrasto con i principi della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza e offende chi ha sacrificato la propria vita per la nostra libertà, combattendo nel corso della lotta di Liberazione o resistendo
nei lager nazisti.

Mentre chiediamo alle istituzioni e alle pubbliche autorità di intervenire con fermezza per impedire questo ulteriore gravissimo oltraggio a Milano, città Medaglia d’Oro della Resistenza, chiamiamo i cittadini e gli antifascisti a partecipare al presidio che si
terrà Domenica 24 gennaio 2016 a partire dalle ore 10 davanti alla Loggia dei Mercanti, luogo simbolo della Resistenza milanese.

Milano, 18 gennaio 2016

ASSOCIAZIONE NAZIONALE PARTIGIANI D’ITALIA

Comitato Provinciale di Milano
Via Federico Confalonieri 14 – 20124 Milano
Ente Morale – Decreto Luogotenenziale n. 224 del 5 aprile 1945 – C.F. 80156470157
Tel.: 0276023372 – 0276023373 – 0276020620
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Ateoagnosticismo, Comunicati, Laicità e Laicismo

UAAR, Circolo di Milano: manca la correttezza

UAAR, Circolo di Milano: manca la correttezza

di Jàdawin di Atheia, 7 Gennaio 2016 dc (aggiornato e modificato il 17 Maggio 2016 dc)

Alla fine del 2014 dc mi scrisse Luca Immordino di Palermo, che aveva visto questo blog, parlandomi di un libro che aveva scritto e proponendomi delle serate di presentazione.

Gli risposi che questo è un blog individuale e che non sono in grado di organizzare serate, ma che ne avrei parlato al Circolo Culturale Giordano Bruno di Milano, di cui sono socio dal 1995 dc e di cui curo posta elettronica e blog.

Il libro piacque e, a chiusura del ciclo di incontri marzo-giugno 2015 dc, il 14 Giugno fu presentato “Storia del sentimento religioso. Nascita, sviluppo e tramonto delle religioni”, edito da Cavinato Editore International, con la consueta relazione introduttiva del responsabile del Circolo, Pierino Marazzani, e l’intervento di Renato Pomari, ex-insegnante di religione.

L’autore, successivamente, propose l’iniziativa anche al Circolo di Milano dell’UAAR-Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, inviando copia cartacea ed e-book del libro. Circa sei mesi fa la coordinatrice del Circolo Valeria Rosini, che aveva affidato la lettura e la valutazione del libro ad uno dei soci, aveva confermato l’effettuazione della serata per il 23 Novembre 2015 dc.

Pochi giorni prima, in una conversazione telefonica, la coordinatrice aveva riferito che la presenza dei partecipanti ai loro eventi era mediamente di 300 e più persone e così sarebbe avvenuto pure per quella serata. Strano, perchè ho visto la “sede” del Circolo UAAR di Milano in via Porpora 45 a Milano, è uno scantinato e vi posso assicurare che, anche ammassate, è difficile che possano starci più di venti persone. A meno che ci si riferisse anche ad altre sedi ospitanti, non del Circolo di Milano.

In quella conversazione Luca Immordino riferì della serata al “Giordano Bruno” e la signora Rosini affermò, più o meno testualmente, “quelli sono quattro gatti che al massimo portano non più di dieci persone ai loro eventi”.

Pochi giorni più tardi, a cinque giorni dall’evento, la Rosini telefonò a Luca Immordino comunicando l’annullamento della presentazione perché il suo libro non era più gradito, motivando il fatto che non se ne riteneva il contenuto degno di una presentazione da parte dell’UAAR. Causa di un così repentino cambio di valutazione sarebbero state le imperfezioni grammaticali, le parti del libro scritte in modo non connesso tra loro, senza riferimenti bibliografici, con errori grossolani sulle teorie espresse e che denoterebbero disattenzione ed un lavoro frettoloso.

Luca Immordino non ha potuto annullare il volo aereo per Milano prenotato da tempo e recuperare così il denaro sborsato né organizzare per tempo una presentazione alternativa: entrambi siamo concordi  nel considerare tale comportamento privo di professionalità, correttezza e rispetto nei riguardi di tutte le persone coinvolte, al di là delle presunte carenze dell’opera, che non giustificherebbero comunque tutto ciò. Il Circolo UAAR di Milano ha avuto diversi mesi per valutare l’opera, e quanto è avvenuto non è assolutamente ammissibile.

Per parte mia vorrei solo ricordare alla signora Rosini, che al nostro Circolo ha affermato che “loro” (presumo gli atei e gli agnostici dell’UAAR) non sono contro le religioni, che noi “quattro gatti” del Circolo, anche con scarso pubblico a seguirci, siamo coerenti con quanto affermiamo e, facendo nostre le parole di Christoper Hitchens, affermiamo con orgoglio che siamo atei. Non siamo neutrali rispetto alla religione, le siamo ostili. Pensiamo che essa sia un male, non solo una falsità. E non ci riferiamo solo alla religione organizzata, ma al pensiero religioso in sè e per sè.

Comunicati, Economia, Politica e Società

A la guerre com’ a la guerre

Comunicato del Partito Comunista dei Lavoratori del 7 Ottobre 2015 dc:

A la guerre com’ a la guerre

corteo metalmeccanici
corteo metalmeccanici

Siamo a un passaggio inedito della vicenda sindacale italiana. Confindustria ha di fatto dichiarato la “serrata contrattuale”, dopo aver preteso la rinuncia preventiva ad ogni aumento salariale ed anzi aver chiesto indietro, in più settori, 80 euro dai lavoratori.

Il Governo non ha stanziato risorse per i rinnovi contrattuali del pubblico impiego nella legge di stabilità, visto che lo stanziamento previsto di 400 milioni corrisponde grosso modo ad un aumento di 20 euro per dipendente. E questo dopo un blocco contrattuale di sette anni e la sentenza della Consulta. Intanto lo stesso governo che ha cancellato l’articolo 18 e che diserta i propri doveri contrattuali si riserva di intervenire d’autorità sulla struttura stessa del contratto nazionale, con un colpo di mano senza precedenti.

Di fronte a questa valanga annunciata la burocrazia sindacale balbetta impaurita, in una paralisi totale di iniziativa reale. La CISL cerca di salire da sola sul carro del vincitore chiedendo in cambio una qualche foglia di fico, ma invano. La burocrazia CGIL, come un pugile suonato, si limita a ripetere parole di “critica” verso Squinzi e verso il governo, che non servono a nulla e non contano nulla. Maurizio Landini copre con la evocazione verbale di una ‘”occupazione delle fabbriche” che ovunque ha sempre evitato , la propria sostanziale passività.

La risultante è semplice: mentre governo e padronato sparano cannonate contro i lavoratori, i dirigenti sindacali abbandonano di fatto il movimento operaio, coprendosi dietro il paravento di frasi vuote. Questo è ciò che sta accadendo.

É necessario reagire. Basta balbettii. É necessario e urgente il più vasto fronte di classe e di massa, contrapposto al fronte comune tra padroni e governo. É necessario e urgente opporre alla radicalità straordinaria di padroni e governo una radicalità straordinaria, uguale e contraria, dei lavoratori e delle lavoratrici.

Va preparato uno sciopero generale vero capace di bloccare l’Italia sino a quando la resistenza di padroni e governo non sarà piegata.

Va predisposta una cassa di resistenza nazionale a sostegno di questo sciopero. Va organizzato in tutto il Paese un piano d’azione di massa che accompagni lo sciopero e lo sostenga ( blocco delle merci, occupazione delle aziende che ignorano i diritti sindacali, ecc.). Non si dica che “non vi sono le forze”. Gli otto milioni di lavoratori , privati e pubblici, interessati ai contratti sono una grande forza. Cui si possono unire milioni di precari, di disoccupati, di popolazione povera del Nord e del Sud, colpiti parallelamente da una legge di stabilità che taglia le prestazioni sanitarie per finanziare la detassazione delle ville e nuovi regali fiscali ai profitti.

Questa forza complessiva deve essere semplicemente motivata, organizzata, e resa cosciente di sé. Se questa forza sarà dispiegata davvero tutto diventerà possibile. Se questa forza, come in passato, verrà ignorata e dispersa, padroni e governo avranno la vittoria in tasca. Con un nuovo effetto di demoralizzazione e passivizzazione di milioni di lavoratori. A beneficio dei Grillo e dei Salvini.

Facciamo appello a tutte le avanguardie di lotta ovunque collocate perchè uniscano la propria azione attorno alla parola d’ordine di uno sciopero generale vero, unitario e di massa. Perchè facciano di questa parola d’ordine uno strumento di battaglia politica tra i lavoratori e nei propri sindacati. Perchè si apra il varco di un movimento unitario reale di lotta. Perchè emerga ovunque l’esigenza di una direzione alternativa ad una burocrazia sindacale fallimentare.

Partito Comunista dei Lavoratori

Comunicati, Politica e Società

Festival di Forza Nuova a Cantù: un’offesa ai Caduti per la Libertà

Comunicato dell’ANPI del 24 Agosto 2015 dc:

Festival di Forza Nuova a Cantù: un’offesa ai Caduti per la Libertà

L’ANPI Provinciale di Milano esprime la sua profonda indignazione per la concessione da parte dell’Amministrazione Comunale di Cantù, proprio nell’anno in cui ricorre il 70° Anniversario della Liberazione, di una propria struttura pubblica al partito neofascista di Forza Nuova, permettendo lo svolgimento di un festival nazionale dedicato al tragico periodo dell’esperienza nazifascista in Europa.

La libertà di espressione, ampiamente garantita dalla Costituzione repubblicana, non significa consentire l’aperta apologia di fascismo e di razzismo, già manifestatasi in occasione delle trascorse iniziative di Forza Nuova a Cantù grazie al nulla osta dell’Amministrazione Comunale.

La decisione è particolarmente grave anche perchè è stata assunta in un contesto internazionale  caratterizzato da pericolose spinte antisemite, xenofobe e razziste che si manifestano con crescente intensità in Europa e nel nostro Paese.

Si tenta addirittura di accreditare la vergognosa tesi volta a scambiare le migliaia di  migranti che fuggono dalla guerra e dalla fame, per orde nemiche, che starebbero invadendo l’Italia, tra le cui pieghe si infiltrerebbero terroristi islamici.

Per queste ragioni abbiamo denunciato il Convegno svoltosi il 9 luglio 2015 nella sede istituzionale della Regione Lombardia con il leader di Forza Nuova Roberto Fiore e con il sindaco ungherese ideatore del muro da costruire ai confini con la Serbia per impedire l’ingresso di profughi in Ungheria.
La proposta fatta propria dall’Ungheria di Orbàn che costringe i profughi a viaggiare su treni blindati  e che due anni fa voleva censire tutti gli ebrei presenti in quel Paese, non ha comportato sanzioni da parte dell’Unione Europea che invece non  ha avuto la minima esitazione ad umiliare la Grecia e a prefiguarne la sua uscita dall’Euro.

Mentre invitiamo le autorità competenti a fare tutto il possibile per evitare il ripetersi di iniziative che si contrappongono ai principi della Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza e alle leggi Scelba e Mancino, chiamiamo gli antifascisti, i democratici e la cittadinanza tutta a partecipare al Convegno “Europa e Resistenza” promosso dall’ANPI Regionale della Lombardia che si svolgerà a Como il 12 settembre prossimo, per l’intera giornata.

L’appuntamento è per sabato 12 settembre 2015 alle ore 9,30 presso la Sala Stemmi del Comune di Como, in via Vittorio Emanuele II, 97.

Milano, 24 Agosto 2015

Roberto Cenati – Presidente ANPI Provinciale di Milano

 ANPI Comitato Provinciale di Milano

 

 

ASSOCIAZIONE NAZIONALE PARTIGIANI D’ITALIA

Comitato Provinciale di Milano
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Comunicati, Economia, Politica e Società

Per un partito di classe rivoluzionario

Volantino del PCL-Partito Comunista dei Lavoratori, in occasione dell’Expo, 26 Aprile 2015 dc:

Per un partito di classe rivoluzionario, in Italia e nel mondo

Il Primo Maggio simbolo dell’unità di classe internazionale dei lavoratori contro lo sfruttamento del capitale.

Il Primo Maggio 2015 esordio dell’ EXPO a Milano, simbolo di sfruttamento, speculazione, profitto.

Questa sovrapposizione di date dà un carattere particolare a questo Primo Maggio a Milano.

EXPO: PROPAGANDA CAPITALISTA E SFRUTTAMENTO OPERAIO

La cassa propagandistica dell’Expo esalta il capitalismo come fattore di progresso contro la fame nel mondo. Mai la propaganda fu più ipocrita. La fame si aggrava in Africa e in India, per via dell’accaparramento delle terre per la produzione dei biocombustibili, del saccheggio delle risorse, dell’impatto dei cambiamenti climatici indotti dall’industrializzazione capitalista, dello spopolamento e impoverimento delle campagne. Mentre la corsa all’abbattimento dei costi da parte dell’industria alimentare, in reazione alla caduta del saggio di profitto, peggiora la qualità dei cibi (e moltiplica le frodi alimentari) nelle stesse metropoli del capitalismo. La vetrina dell’Expo serve anche a nascondere tutto questo.

Non solo. L’Expo di Milano in quanto tale è stato ed è un autentico manifesto della cinica legge del profitto. Da ogni versante. Cementificazioni selvagge, con danni permanenti al territorio, per ingrassare la rendita fondiaria ( Fiera Milano). Moltiplicazione dei costi delle infrastrutture, per incassare risorse pubbliche, con l’inevitabile contorno di mazzette e infiltrazioni mafiose. Ma soprattutto super sfruttamento dei lavoratori coinvolti, connesso agli appalti al massimo ribasso: turni di lavoro massacranti, lavoro precario, lavoro nero, negazione dei diritti più elementari in fatto di sicurezza sul lavoro, per generosa concessione delle burocrazie sindacali. Infine la vergogna di migliaia di giovani “volontari” indotti a lavorare gratis in cambio di una menzione nel curriculum, per non assumere i lavoratori precari del Comune. Mentre la giunta Pisapia, acclamata nel 2011 da tutte le sinistre ( SEL e PRC in testa, ma non solo) ha tagliato oltre 50 milioni di servizi sociali per destinarli al finanziamento di questa fiera dello sfruttamento. Altro che “primavera arancione”!

Non è finita. Sull’Expo monta la fanfara propagandistica del governo Renzi. L’aspirante Bonaparte vuole appuntarsi sul petto la medaglia dell’Expo agli occhi del grande capitale, italiano e mondiale. Per questo chiede “ordine e disciplina”. La pretesa di un regime speciale di ordine pubblico nei mesi dell’Expo ( e del Giubileo) con l’imposizione del divieto di sciopero nel settore trasporti è indicativa: lo stesso governo che ha distrutto l’articolo 18 per i nuovi assunti fa leva sull’Expo per sperimentare una ulteriore restrizione di altri diritti democratici fondamentali. Nel mentre promuove una riforma elettorale e istituzionale che mira a concentrare nelle mani del Capo tutte le leve fondamentali del potere.

UNIRE IL FRONTE DI CLASSE, PER UNA SVOLTA UNITARIA E RADICALE

Se questo è il quadro generale diventa chiaro il compito di tutte le avanguardie di classe in questo primo Maggio a Milano. Non si tratta di limitarsi a celebrare un contro evento sul terreno mediatico. Si tratta di fare del primo Maggio una giornata di preparazione e ricostruzione dell’opposizione di classe al governo Renzi e al capitale finanziario, nella prospettiva di un’alternativa di classe .

Al fronte unico del capitale e dei suoi partiti va contrapposto il fronte unico dei lavoratori e di tutte le loro organizzazioni. All’aggressione radicale del capitale contro il lavoro, va contrapposta una radicalità di classe uguale e contraria . L’esperienza di questi anni di crisi ha mostrato il completo fallimento della gestione riformista dello scontro sociale. Lo scontro sul Job Act è stato esemplare. Da un lato la massima determinazione a vincere.

Dall’altro (Camusso, Landini) il balbettio di atti rituali, senza piattaforma di lotta e prospettiva. Così non si può andare avanti. Nè si può replicare con logiche autocentrate e minoritarie, in ordine sparso, di pura dissociazione dagli apparati. Occorre ricomporre un vero fronte di massa; definire una piattaforma unificante di rivendicazioni di classe, a partire dalla richiesta della riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga, per ripartire fra tutti il lavoro esistente; avviare su questa piattaforma una mobilitazione generale vera, continuativa, accompagnata da una svolta radicale delle forme di lotta ( occupazione delle aziende che licenziano, cassa di resistenza). Una grande assemblea nazionale di delegati eletti nei luoghi di lavoro potrebbe varare questa svolta unitaria e radicale di lotta del movimento operaio.

Dare battaglia su questa proposta di svolta in ogni luogo di lavoro, in ogni sindacato classista, è compito di tutte le avanguardie di classe ovunque collocate, al di là di ogni divisione di sigla e di organizzazione.

COSTRUIRE IL PARTITO DELLA RIVOLUZIONE: IN ITALIA, IN EUROPA, NEL MONDO

Ma congiuntamente si pone il nodo politico. Non c’è ricomposizione di un’altra direzione di marcia del movimento operaio e sindacale senza la costruzione di un’altra sinistra politica. La vecchia sinistra ha fatto bancarotta. La sinistra cosiddetta “radicale”, quella che si è genuflessa ai Prodi e ai Pisapia, quella che ha scambiato le ragioni del lavoro con ministeri e assessorati, si è suicidata con le proprie mani. Larga parte dell’avanzata populista tra le stesse fila dei lavoratori (renzismo, grillismo, salvinismo) ha capitalizzato lo spazio liberato dalla disfatta della sinistra. Va allora costruita una sinistra rivoluzionaria. Non una sinistra di Landini, all’ennesima ricerca del “compromesso onorevole” col capitale. Non una sinistra puramente antagonista, di sola contrapposizione al padrone e allo Stato. Ma una sinistra che coniughi l’antagonismo radicale ai padroni e alla Stato con la prospettiva di un’alternativa di società e di potere. Una sinistra che in ogni lotta lavori a sviluppare la coscienza politica dei lavoratori verso la comprensione della rivoluzione sociale come unica via di liberazione. Una sinistra che proprio per questo non si limiti al terreno sindacale e agisca ovunque in una logica di massa. Una sinistra che ponga apertamente la prospettiva del governo dei lavoratori come l’unica reale alternativa.

Il Partito Comunista dei Lavoratori (PCL), l’unico che si contrappose ai Prodi e ai Pisapia, è impegnato quotidianamente nella costruzione del partito di classe e anticapitalista dei lavoratori.

L’esigenza di un’altra direzione del movimento operaio e degli sfruttati si pone non solo in Italia. Si pone in Europa, a fronte del fallimento di ogni ricerca di compromesso riformatore col capitale e con la UE ( Syriza). Si pone sul piano mondiale, a fronte della capitolazione sciovinista alla “propria borghesia”; di un mercato internazionale della forza lavoro che mette gli operai delle più diverse latitudini in concorrenza spietata tra loro; di migrazioni bibliche e disperate di masse umane in fuga dalla guerra e dalla fame. Unire tutto ciò che il capitale divide, in Italia, in Europa, nel mondo, per un altro ordine sociale sul pianeta: questo è il compito di un partito internazionale della classe per cui lavorare in ogni paese. Questo è il progetto del Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale, di cui il PCL è sezione italiana.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

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In Ucraina la repressione si scatena contro il movimento sindacale

da kprf.ru, in e-mail personale da La Casa Rossa Milano il 26 Marzo 2015 dc:

In Ucraina la repressione si scatena contro il movimento sindacale

Traduzione dal russo di Mauro Gemma

Appello dell’Unione Ucraina degli Operai

Il Comitato Politico Esecutivo dell’Unione Ucraina degli Operai rivolge un appello a tutti i suoi membri, al movimento operaio e sindacale internazionale, alla classe operaia dell’Ucraina, a tutti i membri dei sindacati, ai lavoratori, ai mezzi di informazione di massa perché si intervenga in difesa del dirigente operaio A.V. Bondarciuk, manifestando fedeltà al principio della solidarietà proletaria e non consentendo che vengano avviate azioni legali nei suoi confronti.

Non dobbiamo permettere che il leader operaio Aleksandr Bondarciuk venga processato!

Il 18 marzo 2015, per decisione della corte distrettuale di Pechersk (Kiev) è stato arrestato e trattenuto in carcere il presidente del Comitato Esecutivo dell’Unione Ucraina degli Operai, deputato della 3° e 4° legislatura della Rada Suprema dell’Ucraina, caporedattore del giornale “Classe operaia” Aleksandr Bondarciuk. In quanto caporedattore di “Classe operaia” egli è stato accusato di attività separatiste e antistatali in conformità all’articolo 110. p. 1 che prevede la pena da 3 a 5 anni di carcere (“Atti deliberati compiuti allo scopo di modificare le frontiere statali dell’Ucraina in violazione dell’ordine stabilito dalla Costituzione dell’Ucraina, e anche pubblico incitamento e distribuzione di materiali con appelli all’attuazione di tali azioni”). Un procedimento penale è stato avviato contro di lui, esaminato e consegnato al tribunale dalla sezione cittadina del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina.

Il giornale “Classe operaia” è l’organo di stampa dell’Unione Ucraina degli Operai, registrata ufficialmente nel 1998 (certificato di registrazione KV n. 3531 del 21.10.1998) e per 17 anni si è sempre coerentemente schierato in difesa degli interessi vitali e dei diritti democratici della classe operaia dell’Ucraina. Il giornale, su chiare posizioni di classe, è impegnato nella denuncia della politica antipopolare, antioperaia, oligarchica e filofascista dei circoli dominanti in Ucraina e nella critica del tradimento degli interessi nazionali da parte della borghesia.

Il giornale ha sempre considerato proprio dovere portare all’attenzione dei lettori la vera natura degli organizzatori dell’ “euromajdan” che hanno incanalato l’energia della protesta in una direzione funzionale ai loro autentici scopi. Il risultato è stato il cambiamento dei vertici di potere dell’Ucraina, che ha prodotto un drastico peggioramento della situazione socio-economica dei lavoratori e lo scatenamento di una guerra fratricida nel Sud-Est dell’Ucraina, che ha condotto sull’orlo della divisione del Paese e della perdita della sovranità statale.

É del tutto evidente che proprio il desiderio del giornale “Classe operaia”, guidato da Aleksandr Bondarciuk, di fornire un’informazione accurata sul periodo complesso, critico e tragico nella vita dell’Ucraina ha portato alla persecuzione giudiziaria del suo redattore in contrasto con tutte le norme esistenti del diritto internazionale e nazionale. Le accuse avanzate nei confronti di A. V. Bondarciuk contraddicono gli articoli 5, 6 e 13 della Convenzione europea per la difesa dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, gli articoli 15 e 34 della Costituzione dell’Ucraina, l’articolo 18 della Legge dell’Ucraina sulla stampa, e non possono che essere considerate un tentativo di repressione del dissenso in Ucraina.

Il Comitato Politico Esecutivo dell’Unione Ucraina degli Operai rivolge un appello a tutti i suoi membri, al movimento operaio e sindacale internazionale, alla classe operaia dell’Ucraina, a tutti i membri dei sindacati, ai lavoratori, ai mezzi di informazione di massa perché si intervenga in difesa del dirigente operaio A.V. Bondarciuk, manifestando fedeltà al principio della solidarietà proletaria e non consentendo che vengano avviate azioni giudiziarie nei suoi confronti.

Comunicati, Economia, Politica e Società

Manifestazione nazionale

Purtroppo pubblico in ritardo, a manifestazione già avvenuta, per impedimenti tecnici, quanto pervenuto dal PCL-Partito Comunista dei Lavoratori:

IL 28 GIUGNO TUTTI A ROMA MANIFESTAZIONE NAZIONALE DI CLASSE CONTRO IL GOVERNO RENZI CONTRO L’UNIONE EUROPEA DEI CAPITALISTI

 28 giugno

16 Giugno 2014

Per il 28 Giugno, a Roma , un fronte unitario di forze politiche e sindacali della sinistra di ispirazione classista ( PCL, PDCI, PRC, Rossa, “Il Sindacato è un’altra cosa-Cgil”, USB…) ha indetto una manifestazione nazionale contro il governo Renzi e le politiche di austerità italiane ed europee, a difesa del lavoro.

La manifestazione segnerà l’avvio del Controsemestre europeo operaio e popolare, a fronte del semestre di Presidenza italiana della UE. Un semestre che vedrà l’Italia in prima fila nella contrattazione e gestione delle politiche di austerità sospinte dal capitale finanziario europeo, contro i lavoratori, i precari, i disoccupati. Un semestre che vedrà impegnati Renzi e il suo governo a recitare la parte pubblica dei “riformatori” delle politiche di austerità in Europa al solo fine di consentirne la continuità in Italia con un mascheramento populista e truffaldino (v. le 80 Euro.. a carico di chi le riceve).

Il governo Renzi non è la semplice continuità dei governi precedenti, ma il tentativo di risolvere la lunga paralisi politico istituzionale della borghesia italiana in direzione di uno sbocco reazionario. La torsione “bonapartista” di Renzi, il suo rivolgersi direttamente al “popolo” scavalcando i corpi intermedi, la sua recita di generoso elemosiniere sociale, il suo presentarsi come uomo della “resurrezione dell’Italia nel mondo”, sono la cifra di un populismo di governo che cerca il consenso del “popolo” per governare contro il popolo, ed in particolare contro i lavoratori: sul piano sociale, a partire dall’impatto devastante del decreto Poletti , con l’infamia di contratti a termine senza limiti e tutele. Sul piano politico e istituzionale, con il progetto di un’abnorme legge elettorale truffa e del pieno controllo dell’esecutivo, e di Renzi stesso, sul Parlamento.

La manifestazione del 28 Giugno è innanzitutto pertanto una manifestazione contro il governo, le sue misure, i suoi progetti. E contro la latitanza e/o complicità col governo delle direzioni del movimento operaio italiano ( in primis della CGIL): che negli anni, col tradimento dei lavoratori, hanno spianato la strada al populismo anti operaio sia di governo( Renzi) che di opposizione (Grillo), e che per di più oggi subiscono contemporaneamente, senza reagire, l’aggressione al lavoro e la propria stessa umiliazione e marginalizzazione.

Il PCL sarà presente in forma organizzata alla manifestazione unitaria del 28 Giugno, portandovi attivamente le proprie parole d’ordine e proposte coerentemente anticapitaliste:

La centralità della classe operaia come polo di ricomposizione del blocco sociale alternativo.

La necessità di una vertenza generale unificante del mondo del lavoro, dei precari, dei disoccupati, a partire dalla rivendicazione della riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga, della cancellazione del decreto Poletti e di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, di un salario garantito di almeno 1200 euro netti per i disoccupati che cercano lavoro e per i giovani in cerca di prima occupazione.

La necessità di una svolta unitaria e radicale del movimento operaio e dei diversi movimenti sul terreno delle forme di lotta di massa, al fine di immettere sul campo la forza materiale di milioni di salariati e di tutti gli sfruttati.

La necessità di ricondurre l’opposizione al governo Renzi e le battaglie quotidiane di resistenza sociale alla prospettiva di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro organizzazione e sulla loro forza, quale unica vera alternativa.

La necessità di ricondurre l’opposizione di classe in Italia alle lotte del movimento operaio in Europa , nella prospettiva storica degli Stati Uniti Socialisti del vecchio continente. Contro le illusioni di un’”Europa sociale” capitalistica, e contro le mitologie “sovraniste” comunque declinate. Perchè in Italia e in tutta Europa l’alternativa non è fra le monete ma tra le classi; non è tra euro e monete nazionali, ma tra capitale e lavoro.

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CONCENTRAMENTO PIAZZA DELLA REPUBBLICA, ORE 14,00

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Roma Pride 2014

da Democrazia Atea 9 Giugno 2014 dc:

Roma Pride 2014

Democrazia Atea ha aderito al ROMA PRIDE 2014.
Ha aderito con convinzione sia condividendone il documento politico (http://www.romapride.it/2014/documentopolitico/), mai come quest’anno incisivo e completo nell’analisi della situazione politica, con il quale molti sono i punti di contatto rispetto al programma politico di DA, sia partecipando alla parata con i segretari provinciali di Firenze e Roma.

La situazione politica attuale presenta non pochi motivi di preoccupazione per come (non) vengono garantiti i diritti di tutti, con un ritorno prepotente di una sorta di fanatismo religioso che impedisce un reale progresso culturale del Paese. Non siamo illusi sul fatto che il governo attuale possa fare il benché minimo passo avanti. Da altre forze politiche, come la nostra, deve partire una vera volontà di cambiamento, coraggioso e ormai inevitabile per un Paese civile.

Democrazia Atea è scesa in piazza per partecipare ad una festa e per sostenere un’intera comunità che speriamo sia parte di un processo di rinnovamento dell’Italia.

Siamo con voi, e siamo sicuri che sarete inarrestabili!!!

Roberto Nardini e Alessandro Orfei

Segreteria Nazionale Democrazia Atea

http://www.democrazia-atea.it

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Max Stirner, questo sconosciuto | La rotta per Itaca

Max Stirner, questo sconosciuto | La rotta per Itaca. Finalmente pubblicata in italiano la biografia di Stirner

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No al quadro di (Sant’)Ambrogio a cavallo nella sala del consiglio comunale di Milano | Circolo Culturale “Giordano Bruno”-Milano

29-No al quadro di (Sant’)Ambrogio a cavallo nella sala del consiglio comunale di Milano | Circolo Culturale “Giordano Bruno”-Milano. Pubblicato il 2 aprile 2014 dc

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9-Ciclo di conferenze marzo-maggio 2014

9-Ciclo di conferenze marzo-maggio 2014 del Circolo Culturale Giordano Bruno di Milano

Comunicati, Politica e Società, Sondaggi

Tu dove sei? – Voi siete qui – Openpolis

Tu dove sei? – Voi siete qui – Openpolis.

È un test politico-elettorale che aiuta a capire quali partiti rappresentano di più le proprie posizioni politiche in base ai programmi elettorali e alle dichiarazioni pubbliche dei leader prima delle elezioni.

È un progetto no-profit dell’Associazione Openpolis, ideato e realizzato con il contributo di DEPP.

Io l’ho fatto, è abbastanza interessante, fatelo anche voi!