Comunicati, Economia, Politica e Società

La Cina è vicina. Le capriole del sovranismo

In e-mail il 24 Marzo 2019 dc:

La Cina è vicina. Le capriole del sovranismo

23 Marzo 2019

“La Cina è vicina”, gridavano i maoisti di casa nostra cinquant’anni fa, nel nome della cosiddetta rivoluzione culturale. In realtà presentavano l’operazione burocratica stalinista della frazione di Mao contro la frazione di Liu come elisir del socialismo da indicare a modello. Ma nonostante tutto si riferivano a una Cina che era allora uno Stato operaio, seppur burocraticamente deformato, entro un quadro mondiale ancora segnato dal confronto tra imperialismi d’Occidente e blocco staliniano ad Est.

Ripetere oggi “la Cina è vicina” è cosa diversa, a fronte della realtà capitalistica e imperialistica della Cina attuale, restaurata dalla stessa burocrazia stalinista. Eppure è la cantica che si leva in questi giorni da diversi ambienti intellettuali e politici dell’area sovranista, in occasione degli accordi tra Italia e Cina.

«Accordo Italia-Cina: un’occasione storica per la difesa degli interessi del nostro popolo», scrive Mauro Gemma (Associazione Marx XXI). «Il PCI è per l’adesione italiana al progetto delle Nuove Vie della Seta» dichiarano Mauro Alboresi e Fosco Giannini, a nome del proprio partito. Ma anche l’area di Contropiano, seppur con toni meno enfatici, presenta l’accordo come «ossigeno puro per un’economia [italiana] asfissiata dalla austerità teutonica» (Francesco Piccioni).

La base di partenza è duplice. Da un lato, la caratterizzazione della Cina come Paese socialista. Dall’altro, la rappresentazione dell’Italia come Paese oppresso dalla Germania e dalla UE “tedesca”. Se queste sono le premesse, cosa c’è di meglio per “il nostro Paese” dell’abbraccio liberatorio con Xi Jin Ping? L’accordo con la Cina diventa la celebrazione della “sovranità” riconquistata dell’Italia. Le obiezioni dell’imperialismo USA, le resistenze di Germania e Francia, non provano forse la bontà dell’accordo?

C’è davvero da stropicciarsi gli occhi di fronte a una rappresentazione tanto grottesca.

L’imperialismo USA fa i propri interessi, e dunque teme l’espansione della potenza imperialista cinese, sua rivale strategica. L’imperialismo tedesco fa i propri interessi, e dunque vuole tutelare la primazia dei propri affari con la Cina, e in Cina contro la concorrenza italiana. L’imperialismo francese fa i propri interessi, ha con l’Italia un contenzioso aperto su vari tavoli, e per questo osteggia l’operazione.

Ma l’imperialismo italiano?

Già, perché anche il “nostro” Paese è un Paese imperialista, che ha i suoi propri interessi.

Più precisamente, l’Italia è la settima potenza mondiale e la seconda manifattura d’Europa. È alleata degli USA e della Germania, ma non è una loro colonia. Contende alla Germania l’egemonia nei Balcani, contende alla Francia l’egemonia nel Nord Africa, contende alla Spagna un’area di influenza in Sud America. Per questa stessa ragione oggi l’imperialismo italiano mira ad allargare il proprio bacino d’affari con la Cina e verso la Cina, il più grande mercato di merci e capitali esistente al mondo, e al tempo stesso la più grande potenza imperialista emergente.

La natura concreta dell’accordo è evidente per entrambi i contraenti.

L’imperialismo cinese attraverso i porti italiani, Trieste in primis, allarga il canale di espansione in Europa, sbocco importante dei propri capitali in eccesso. L’imperialismo italiano attraverso l’accordo mira a contropartite altrettanto appetitose: l’apertura degli appalti pubblici in Cina per i costruttori italiani, l’allargamento delle esportazioni italiane nell’enorme mercato cinese, la compartecipazione italiana agli investimenti cinesi in Africa. La nomenclatura delle imprese italiane coinvolte negli accordi Italia-Cina è significativa: Ansaldo, SNAM, CDP, ENI, Intesa, Danieli… tutti i più grandi capitalisti italiani, nessuno escluso.

Non meno significativo è l’appoggio della grande stampa padronale all’accordo italo-cinese. Persino la stampa borghese liberale, oggi all’opposizione del governo giallo-bruno, ha coperto e sostenuto l’accordo, sino ad offrire pagine intere, un lungo e largo tappeto rosso, all’intervento cerimonioso del leader cinese (Corriere della Sera). Per non parlare della Presidenza della Repubblica, grande sponsor istituzionale dell’intesa.

Del resto il significato dell’accordo è stato illustrato nel modo più semplice da Du Fei, presidente della cinese CCCC, azienda gigantesca di costruzioni con 70 miliardi di dollari di fatturato e 118 mila dipendenti: “La torta è grande, mangiamola insieme” (testuale!).

Questo è “l’ossigeno puro” dell’intesa: riguarda i profitti, non altro.

Il problema, allora, non è essere “a favore” o “contro” l’intesa tra l’imperialismo cinese e l’imperialismo italiano, ma di avere un angolo di sguardo indipendente sulla faccenda.

Un angolo di sguardo che muova dall’interesse indipendente dei lavoratori, italiani e cinesi, e da una prospettiva socialista contro ogni imperialismo (USA, UE, Cina…), a partire dall’imperialismo nazionale di casa nostra.

L’unica intesa Italia-Cina che ci può interessare è quella che passa per la costruzione di un’alleanza internazionale tra operai italiani e operai cinesi contro i rispettivi capitalisti e imperialismi. “Proletari di tutti i Paesi, unitevi” significa questo. L’”unitevi” rivolto all’imperialismo italiano e cinese muove da una logica opposta: subalterna verso l’imperialismo di casa nostra e verso la realtà dell’imperialismo mondiale. Subalterna verso gli sfruttatori della classe lavoratrice, verso i nemici della causa socialista.

Partito Comunista dei Lavoratori
Comunicati, Politica e Società

Considerazioni anarchiche sul Venezuela

In e-mail il 14 Marzo 2019 dc:

Considerazioni anarchiche sul Venezuela: contro Maduro e Guaidò-Per un mondo nuovo, rivoluzionario ed autogestionario

In Venezuela è in atto una lotta per il potere tra opposti capitalismi, quasi due facce della stessa medaglia.

Da una parte un falso “socialismo” rossobruno incarnato da Maduro (erede di Chavez), regime corrotto, militarizzato e repressivo sostenuto da alcune potenze internazionali e sottomesso anch’esso agli interessi di determinate multinazionali.

Questa dittatura, nonostante il petrolio e le immense ricchezze del Paese, ha in questi anni costretto il popolo a vivere di stenti e miseria, senza cibo, sanità e medicinali. Con la violenza quotidiana dei militari, della polizia e delle squadre della morte governative.

Dall’altra vi sono i difensori del capitalismo liberale e delle false “democrazie”, che appoggiano Juan Guaidò e il suo tentativo di prendere il potere, sostenuto dalla destra fascista e appoggiato dagli Stati Uniti di Trump e dal blocco della gran parte degli Stati occidentali. 

L’interesse di questa cordata non è per le condizioni di vita e la miseria del popolo bensì l’intento è arrivare a gestire le ricchezze del Paese continuando l’arricchimento di pochi e lo sfruttamento e la miseria di molti.

In mezzo vi è il popolo manipolato e spinto a crepare per sostenere un dittatore rossobruno o un golpista burattino di Trump e delle multinazionali.

Noi anarchici chiamiamo alla lotta per un’altra e unica via che cancelli ogni potere statalista e capitalista, sia esso rappresentato da Maduro che da Guaidò.

Siamo con chi scende in piazza per difendere i suoi diritti e per riconquistare libertà, dignità e nuove condizioni di vita.

La nostra è la lotta per un confederalismo rivoluzionario, autogestito, assembleare e solidaristico che unisca tutte le classi oppresse del Venezuela come di ogni altra parte del mondo.

NESSUN CAPITALISMO

NESSUNA DITTATURA

Ma un mondo nuovo di Libertà e di trasformazione sociale.

Gruppo Anarchico “Malatesta” di Ancona

Politica e Società, Storia

I veri Bush

In e-mail il 06 Dicembre 2018 dc, pubblicato su MarxXXI il 03 Dicembre 2018 dc:

I veri Bush

di Pino Cabras

Proponiamo un commento di Pino Cabras, parlamentare M5S, su George Bush. Nel fiume di retorica totalmente acritica, se non addirittura agiografica, questo è uno dei pochi commenti che merita di essere letto.

In morte dell’ex presidente USA George Herbert Walker Bush (1924-2018), si stanno già sprecando i commenti giornalistici e istituzionali che ne esaltano la figura. Preparatevi a una scorpacciata di buone parole e santificazioni postume. Molti commentatori che quando parlano di Putin aggiungono sempre in automatico, quasi fosse un secondo cognome, la formula «ex-spia-del-Kgb», trascureranno, altrettanto in automatico, un dettaglio biografico che riguarda Bush, l’essere stato direttore della Cia.

Trascureranno cioè una qualificazione più accurata di uno dei quadri dirigenti della guerra fredda, un personaggio emblematico di un sistema che ha plasmato l’infrastruttura imperiale americana. L’appartenenza di Bush ai settori più opachi delle classi dirigenti statunitensi non è insomma una nota a margine della Storia, un incidente di percorso, una piccolezza, bensì la chiave per capire il suo ruolo con sufficiente respiro storico. Ho letto anni fa il documentatissimo saggio di Russ Baker “Family of Secrets” (Bloomsbury, 2008), che ripercorre l’incredibile galleria di azioni sporche collegabili in episodi decisivi della storia USA a quel gruppo patrizio di cui i Bush sono una componente centrale.

Poiché nei fatti quella dei Bush è una dinastia, come per tutte le dinastie ci si deve muovere dai patriarchi, a partire dal nonno del defunto, ossia Samuel Prescott Bush, tra il 1914 e il 1918 un fedelissimo di Percy A. Rockfeller (padrone della City Bank e della Remington Arms Co.), amministratore della War Industries Board (industria a produzione militare che si espanse moltissimo grazie alla prima guerra mondiale), socio del magnate della finanza Bernard Baruch e del ‘banchiere nero’ Clarence Dillon , habitué dei circoli esclusivi dell’alta finanza che originarono il CFR (Council of Foreign Relations).

Si deve poi passare a suo figlio (e padre del defunto), Prescott Sheldon Bush, amministratore e socio della Union Banking Corporation (UBC) [Ben Aris, Duncan Campbell, “How Bush’s grandfather helped Hitler’s rise to power,” «The Guardian», 25 settembre 2004. http://www.guardian.co.uk/usa/story/0,12271,1312540,00.html.] Il suo partner più importante in Germania era l’industriale nazista Fritz Thyssen: la banca fu fondata per finanziare la riorganizzazione dell’industria tedesca. Investiva ad esempio nell’Overby Development Company e nella Silesian-American Corporation (diretta dallo stesso Bush), da cui l’industria bellica di Hitler si approvvigionava di carbone anche dopo l’entrata in guerra degli USA.

Investiva inoltre nella compagnia di navigazione Hamburg-Amerika Line (poi denominata Hapag-Lloyd dopo la fusione con un’altra società), le cui navi, negli anni trenta, fornivano le milizie naziste di armi provenienti dagli Stati Uniti. L’attivismo del senatore Prescott Sh. Bush fu premiato: venne insignito dal regime nazista dell’‘Aquila tedesca’. Il certificato di attribuzione di questa onorificenza in data 7 marzo 1938 fu firmato da Adolf Hitler e dal segretario di Stato Otto Meissner, come risulta dagli archivi del Dipartimento della Giustizia statunitense. Nel corso del 2001 sono venuti a galla dei documenti impressionanti sui traffici di Prescott Sh. Bush.

Queste recenti ricerche dimostrano che quel Bush installò una fabbrica nei pressi di Auschwitz, dove lavorarono, ridotti in schiavitù, i prigionieri dei vicini campi di concentramento [Gli archivi vennero compulsati da John Loftus, presidente del Florida Holocaust Museum. Si veda Toby Rodgers, “Heir to the Holocaust, How the Bush Family Wealth is Linked to the Jewish Holocaust”, in «Clamor Magazine», maggio-giugno 2002.]

La nostra attenzione a questo punto può finalmente spostarsi su George Herbert Walker Bush, vicepresidente nell’amministrazione Reagan (1981-1989) e poi 41° presidente degli Stati Uniti (1989-1993). I suoi vasti interessi in zone oscure della morale politica hanno spaziato dalla copertura di certi traffici di droga a quelli di armi e petrolio, solo a stare alla vicenda Iran-Contra.

Citiamo alcuni passaggi di questa sfolgorante e spregiudicata carriera. Seguendo le orme dei suoi familiari, George debutta molto presto nei circoli anticomunisti dell’alta finanza nordamericana. Oltre ad aver occupato le massime cariche alla Casa Bianca, il suo cursus honorum lo vede fra i coordinatori del fallito sbarco nella Baia dei Porci a Cuba nel 1961, poi punto di riferimento del narco-dittatore panamense Noriega, infine superconsulente di Carlyle Group , ossia uno dei principali azionisti di molti fornitori delle forze armate americane. Ma fu anche direttore della CIA tra il 1976 e il 1977. Tra il 1981 e il 1986–da vicepresidente degli Stati Uniti–Bush selezionò decine di figure chiave dell’amministrazione coinvolte in colossali traffici nel mercato internazionale della droga.

Nello stesso periodo, e anche questa è cosa ben nota, furono molto fitti e costanti i rapporti tra la famiglia Bush e quella bin Lāden (tanto che entrambe hanno ricoperto posizioni rilevanti nel Carlyle Group). Khalifa, Bin Mafouz, Salem bin Lāden (fratellastro di Osāma) erano nel consiglio di amministrazione della BCCI quando scorrevano immensi flussi di denaro per l’affare Iran-Contra.

Quando, alla fine del 1980, alcuni emissari repubblicani s’incontrarono in segreto a Parigi con i khomeinisti moderati per far rimandare il rilascio degli ostaggi americani a Teheran e sconfiggere così Jimmy Carter alle elezioni, George padre arrivò in tutta fretta al vertice a bordo dell’aereo di Salem bin Lāden. I bin Lāden investirono nel Carlyle Group circa 1,3 miliardi di dollari e James Baker, a capo dello staff di Bush Senior, ha ammesso ufficialmente che Bush ha incontrato i bin Lāden anche nel novembre 1998 e nel gennaio del 2000.

Possiamo dunque cogliere già con pochi cenni che questo pezzo di “patriziato americano” rappresentato dalla dinastia dei Bush si tramanda una grande spregiudicatezza nei rapporti di potere con presunti nemici. Dentro le guerre, dentro i grandi affari dell’industria a produzione militare, dentro le consorterie di petrolieri che brindano all’uccisione dei Kennedy e al trionfo delle petromonarchie.

Sono strutture di potere che durano al di là delle singole persone, al punto che perfino una persona di ridottissime capacità come George W. Bush, figlio di George Herbert Walker Bush, è riuscito poi a diventare anche lui presidente, orgogliosamente dichiaratosi «a president of war» e dunque corresponsabile dei grandi disastri bellici di cui oggi ereditiamo le conseguenze.

Non uniamoci perciò alle canonizzazioni di Bush. Misuriamo semmai la serietà dei giornali dalla capacità di farne il vero ritratto.

Economia, Politica e Società

Uccidiamoli a casa loro

In e-mail da Democrazia Atea il 24 Luglio 2018 dc:

Uccidiamoli a casa loro

Generalmente le società civili adottano criteri di condivisione delle esperienze e delle conoscenze per arrivare alle migliori soluzioni possibili.

Le società civili organizzano convegni di medicina, di diritto, di economia, organizzano meeting, conferenze, perché la condivisione delle conoscenze diventa il modo migliore per ipotizzare risposte possibili e ridurre i margini di errore.

Anche negli USA si organizzano eventi per trovarsi preparati agli scenari futuri, ed essendo gli statunitensi degli inguaribili guerrafondai, i loro meeting sono incentrati sugli scenari di guerra.

Negli USA si organizzano dei giochi di guerra, durante i quali si devono misurare le capacità delle forze armate americane di affrontare ogni tipo di crisi.

Il War College in Pensilvanya ha ospitato Unified Quest 08, un evento durante il quale si radunarono militari di ogni età, provenienti da tutto il mondo, ma anche rappresentanti delle accademie, dell’industria, di molte agenzie governative per discutere le risposte ai conflitti globali del futuro.

Ed è curioso constatare che quando il Pentagono orchestra un “gioco di guerra” preventivando come comportarsi in un possibile conflitto, di lì a poco quella guerra ipotizzata, con stupefacente puntualità, si verifica.

Nel 2008 Unified Quest aveva ipotizzato quattro scenari e tra questi, quello nigeriano, collocandolo temporalmente nel 2013.

Era la prima volta che gli USA pianificavano uno scenario africano.

Con singolare “coincidenza”, l’anno successivo, nel 2009, il gruppo terroristico Boko Haram, presente in Nigeria già dal 2002 ma con attività che non avevano destato immediata preoccupazione, ha cominciato la sua ascesa vertiginosa, frutto di finanziamenti improvvisi, e ha scatenato i primi attentati in concomitanza con la creazione dell’Africom, un nuovo comando militare destinato al continente africano e creato dal Pentagono.

Gli orrori legati a questo gruppo terroristico sono inenarrabili, ma è necessario risalire a chi quell’orrore lo ha lucidamente pianificato.

I maggiori finanziatori di Boko Haram sono il fondo fiduciario Al-Muntada, con sede nel Regno Unito, e la Società mondiale islamica dell’Arabia Saudita, dunque Regno Unito e Arabia Saudita, entrambi fedeli alleati degli USA.

Zbigniew Brzezinski, già co-fondatore della Commissione Trilaterale, ideatore del progetto CIA di sostegno ai mujaheddin in Afghanistan, durante l’amministrazione Obama teorizzò la politica di deflagrazione degli stati nazionali per arrivare a micro-Stati divisi per etnie o religione, talmente irrilevanti da non poter essere minimamente in grado di opporsi ad una qualsiasi multinazionale del petrolio di medie dimensioni, e tra gli obiettivi di distruzione degli stati nazionali c’era la Nigeria.

Destabilizzare la Nigeria significava anche indebolire il rapporto privilegiato che la Nigeria aveva con la Cina, perché il petrolio nigeriano costituisce un irrinunciabile fonte di approvvigionamento anche per Pechino.

Nel 2010, la Cina ha firmato un accordo da 23 miliardi di dollari per la costruzione di tre raffinerie di carburanti in Nigeria, e la crescente presenza della Cina nella regione è stata interpretata, manco a dirlo, come una sfida agli interessi americani.

Agli USA interessano le risorse petrolifere nigeriane e non vuole contendersele con la Cina.

Durante l’amministrazione Obama le organizzazioni terroristiche sono state spudoratamente finanziate per destabilizzare intere aree, in tutto il pianeta, con la precisa finalità di meglio consentire il raggiungimento delle predazioni economiche.

L’amministrazione Obama, consentendo che Boko Haram venisse finanziato, ha ottenuto la destabilizzazione della nazione più popolosa dell’Africa.

Da non trascurare che alla distruzione della Nigeria ha contribuito, attraverso l’ENI, anche l’Italia.

L’Eni è stata accusata di aver grandemente, se non irreversibilmente, inquinato il Delta del Niger.
L’ENI si è difesa dicendo che le perdite erano causate proprio dai terroristi che rubavano il petrolio dalle tubature.
Un accurato studio di Amnesty International ha dimostrato invece, con documenti e fotografie, che le perdite sono causate, piuttosto, dal pessimo stato di manutenzione degli impianti.

Da sottolineare come l’economia della Nigeria era prevalentemente fondata su agricoltura e pesca e come gli idrocarburi e l’inquinamento del Niger abbiano distrutto l’economia nazionale tradizionale, ad onta dei progettini di sostegno all’agricoltura finanziati proprio dall’ENI.

Il bilancio complessivo è terrificante: centinaia e centinaia di civili uccisi, esecuzioni sommarie agghiaccianti, migliaia di famiglie impossibilitate a sostenersi, fame, miseria, malattie e, su tutto, incombe la bestialità della sharia.

Così li abbiamo uccisi a casa loro.

http://www.democrazia-atea.it

Politica e Società, Storia

Sul movimento di massa in Iran

In e-mail l’8 Gennaio 2018 dc:

Sul movimento di massa in Iran

“Mullah capitalisti, ridateci i nostri soldi!”

3 Gennaio 2018

Un importante movimento di giovani e di donne si è levato in Iran. È la più importante esperienza di mobilitazione dopo la cosiddetta “onda verde” del 2009.

Il movimento è nato nella città di Mashhad, per protestare contro l’aumento del 40% del prezzo delle uova. È possibile che questa prima protesta sia stata in qualche modo incentivata dalle autorità religiose locali, vicini alle posizioni reazionarie più integraliste della Guida Suprema Khamenei, e per questo critiche verso il Presidente “moderato” Rouhani. Ma è certo che la dinamica della mobilitazione è andata ben al di là delle sue basi iniziali.

LA DINAMICA DEL MOVIMENTO

Il movimento si è propagato in molte città e realtà di provincia. La sua dimensione di massa è complessivamente minore (ad oggi) di quella del 2009, ma la sua estensione geografica sul territorio nazionale è più ampia. Soprattutto, le sue rivendicazioni appaiono più radicali. Nel 2009 il movimento era nato in opposizione alla rielezione del presidente reazionario Ahmadinejad, nel nome di rivendicazioni democratiche limitate che non mettevano in discussione il regime religioso dei mullah. Il movimento aveva una natura progressiva, ma la sua direzione politica (Moussavi, consigliere del presidente “riformista” Kathami) era in qualche modo interna al regime. Oggi il quadro è diverso.

Il movimento attuale ha innanzitutto un contenuto sociale più esplicito, di contrapposizione al carovita e alle politiche economiche del governo (aumento di prezzo dei beni alimentari, taglio dei sussidi sociali, speculazioni bancarie a danno di piccoli risparmiatori caduti in rovina, aumento della disoccupazione giovanile al 30%). È la reazione sociale al mancato rispetto delle promesse annunciate a seguito degli accordi con la presidenza Obama. “Avevate promesso benessere e prosperità, ma dopo due anni abbiamo raccolto solo miseria”: questo il senso comune della protesta. Per questa stessa ragione il movimento ha assunto una dinamica di contrapposizione non solo a Rouhani, ma al regime teocratico reazionario.

Il clero sciita non è solo l’architrave del regime confessionale integralista che domina l’Iran da quasi quarant’anni, responsabile della repressione sistematica e brutale delle organizzazioni del movimento operaio e di tutte le più elementari rivendicazioni democratiche dei giovani e delle donne. È anche strettamente compenetrato con la classe capitalistica iraniana. L’alto clero, i vertici militari, i comandi degli apparati repressivi, controllano interi comparti dell’economia nel campo della produzione e della finanza.

Era dunque inevitabile che un movimento di contestazione delle ingiustizie sociali entrasse in collisione col cuore profondo del regime. “Mullah capitalisti, restituiteci i nostri soldi”, lo slogan che è rimbalzato in molte manifestazioni, è la documentazione plastica di questa connessione, assieme alla distruzione di manifesti e immagini della guida spirituale Khamenei.

Per le stesse ragioni, anche la politica estera dell’Iran è divenuta bersaglio delle proteste. L’Iran è una potenza capitalistica regionale del Medio Oriente, in lotta da sempre con l’Arabia Saudita. Le risorse risparmiate dal taglio (parziale) delle sanzioni sono state investite da Teheran nel consolidamento ed estensione dell’area di influenza regionale sciita (sostegno ad Assad in Siria, a Hezbollah in Libano…), con un indubbio successo sul fronte siriano grazie all’appoggio determinante dell’imperialismo russo. Ma le glorie militari sui campi di guerra non hanno comportato solamente migliaia di caduti, hanno trascinato con sé aumento delle tasse, carovita, inasprimento dello sfruttamento sul fronte interno, nel nome del superiore interesse della nazione. Anche per questo la contestazione sociale è rapidamente divenuta contestazione politica: “Pensate a noi, non ad Assad”, gridano migliaia di manifestanti.

GLI IMPERIALISMI DIVISI

In questo quadro è naturale che l’imperialismo USA, lo Stato sionista d’Israele, il regime reazionario saudita, cerchino di strumentalizzare la mobilitazione sociale e politica contro il regime iraniano in funzione dei propri interessi strategici in Medio Oriente e su scala globale. È sempre accaduto in tutta la storia del mondo che lotte progressive, e persino rivoluzioni, all’interno di un determinato Paese, vengano “usate” (e talvolta appoggiate) da potenze straniere conservatrici e reazionarie. Ci si potrebbe meravigliare del contrario? Così è naturale che il reazionario Trump provi a strumentalizzare la protesta in Iran in funzione della svolta della propria politica estera in Medio Oriente e della polemica interna contro Obama, come è naturale che il governo sionista d’Israele voglia utilizzare gli avvenimenti iraniani per consolidare l’asse col nuovo corso di Washington e col regime saudita.

Ma chi vede ciò che avviene in Iran come esecuzione del “piano” di Trump e dei suoi agenti segreti ha la stessa visione della storia delle polizie di tutto il mondo, inclusa naturalmente quella iraniana: la ribellione è sempre figlia del “complotto straniero contro i superiori interessi della patria”, che guarda caso coincidono con quelli della classe che detiene il potere. È l’argomento che sospinge ovunque, in ogni epoca, la repressione di ogni rivolta interna. L’Iran non fa certo eccezione.

Peraltro gli amanti dell’interrogativo dietrologico “a chi giova?”, pronti a vedere in ogni rivolta la mano straniera dell’imperialismo, dovrebbero evitare di guardare solo all’imperialismo USA. Gli imperialismi europei (Italia inclusa) non si allineano affatto a Donald Trump sulla vicenda iraniana. Anzi. Vogliono inserirsi nella contraddizione apertasi tra Iran e Trump per sostenere i propri interessi imperialisti in Persia e allargarvi la propria area di influenza: dagli investimenti dell’industria automobilistica francese agli appetiti inesauribili di ENI ed ENEL. Per questo la UE tace sull’Iran, strizzando l’occhio al regime e augurandosi la sua tenuta.

La verità è che la mobilitazione in corso in Iran tende oggi ad amplificare le contraddizioni interimperialiste, non a ridurle.

IL RUOLO DEL PROLETARIATO E LA QUESTIONE DELLA DIREZIONE

In ogni caso i settori di massa e di gioventù che oggi alzano la testa in Iran non sono sospinti dagli agenti della CIA ma dal rifiuto dell’oppressione. Il regime lo sa ed è scosso. L’apparato repressivo dello Stato colpisce le manifestazioni con centinaia di arresti e con armi da fuoco, assassinando decine di giovani. E intanto chiude le piattaforme digitali per bloccare la propagazione ulteriore del movimento. Il Presidente Rouhani, dal canto suo, cerca di ritagliarsi un proprio spazio di manovra parlando del diritto a manifestare, ma è consapevole di essere bersaglio diretto della protesta e per questo spalleggia la repressione, nel mentre cerca di organizzare una propria contromobilitazione a difesa del regime.

In realtà le diverse frazioni del regime teocratico attribuiscono la responsabilità della rivolta alla frazione rivale, ma proprio le contraddizioni interne al regime possono ampliare la dinamica della mobilitazione. Mentre la reazione attiva di settori di manifestanti alla repressione (e in qualche caso persino l’assalto alle caserme alla ricerca di armi) misura la potenzialità della radicalizzazione.

Inutile aggiungere che una eventuale trascrescenza del movimento in atto in un processo rivoluzionario potrebbe avere ripercussioni enormi in tutto il Medio Oriente.

Ripercussioni che darebbero agli stessi USA e Israele grattacapi infinitamente più seri degli effimeri vantaggi di qualche strumentalizzazione diplomatica delle proteste in corso.

Seguiremo la dinamica della mobilitazione in atto. La sua base sociale sembra al momento limitata a settori di gioventù della popolazione povera, dei disoccupati, della classe media (studenti), con un ruolo importante delle donne. La classe operaia non è ancora scesa nell’arena della lotta. Questo sarà uno snodo decisivo per lo sviluppo degli avvenimenti. La classe operaia iraniana è una enorme potenza sociale. La sua discesa in campo alla testa della gioventù potrebbe segnare un capovolgimento dei rapporti di forza e aprire una pagina nuova dello scontro. Senza l’ingresso nell’arena della classe lavoratrice, la mobilitazione rischia di schiantarsi nel muro della repressione e di sfaldarsi. È la lezione del 2009.

Ma la semplice mobilitazione della classe lavoratrice non è sufficiente. È necessaria una sua direzione indipendente e rivoluzionaria, che sappia saldare nel vivo della lotta le rivendicazioni sociali, laiche e democratiche elementari, con la prospettiva di un’alternativa di potere della classe lavoratrice; che sappia costruire l’egemonia della classe lavoratrice sull’insieme delle domande progressive delle masse oppresse, delle città e delle campagne, nella prospettiva di un governo operaio e contadino. L’unica vera alternativa.

Nel 1979 la mobilitazione della classe operaia iraniana fu determinante per il rovesciamento dello Scià, dando vita in centinaia di fabbriche a forme di autorganizzazione democratica di massa (shorà). Ma l’assenza di una direzione indipendente, unita al ruolo collaborazionista del Tudeh stalinista, subordinò la classe operaia a Khomeini, che giunto al potere distrusse il movimento operaio organizzato e dopo pochi anni (1982) lo stesso Tudeh. La classe operaia iraniana ha pagato con quarant’anni di nuova dittatura la capitolazione del Tudeh al khomeinismo. Il Tudeh ha pagato a sua volta con cinquemila militanti assassinati.

La costruzione di una direzione marxista rivoluzionaria resta dunque la questione decisiva, come mostra la stessa esperienza della rivoluzione tunisina ed egiziana del 2010-2011.

L’irruzione nella lotta di una giovane generazione dell’avanguardia potrà rappresentare il bacino naturale della sua costruzione.

Partito Comunista dei Lavoratori
Politica e Società

Qualche riflessione sugli Stati Uniti

In e-mail il 2 Marzo 2017 dc:

Qualche riflessione sugli Stati Uniti

TANTO PER COMINCIARE, è bene precisare che l’elezione di Trump è avvenuta nonostante, in novembre, il voto popolare si fosse espresso a suo svantaggio: 62 contro 65 milioni di voti. La sua vittoria è stata resa possibile grazie all’antiquato Collegio Elettorale per 304 voti contro 227. Questo sistema fu adottato alla fine del Settecento per garantire che i piccoli Stati (in maggior parte agrari e schiavisti) potessero tenere sotto controllo il potere degli Stati a maggiore urbanizzazione industriale. Trump ha perso tutto il Northeast (Stato di New York, Massachusetts, ecc.) e la West Coast (California, ecc.) e ha vinto nella maggior parte degli Stati centrali.

Inoltre, negli USA, ci sono 220 milioni di adulti potenzialmente votanti, tra i quali 90 milioni non hanno votato, a questo proposito vari studi dimostrano che i non-votanti prevalgono nella parte più povera della popolazione e riguardo argomenti specifici (come sanità, welfare, ecc.) sono schierati più a sinistra di entrambi i maggiori partiti, Democratico e Repubblicano. Il non-voto negli USA non esprime solo l’atteggiamento qualunquista (o snob) del “chi se ne frega”, ma è il risultato di una politica consapevole di attacco all’elettorato attivo, a cominciare dagli Stati del Sud. L’eterna “guerra contro la droga” ha criminalizzato e condannato milioni di cittadini (soprattutto nella popolazione di colore) che mai più voteranno, e i governi degli Stati conservatori creano qualsiasi altro genere di impedimento al voto dei poveri, colpendo ovviamente la gente di colore.

Questo è a grandi linee l’aspetto puramente elettorale di ciò che è avvenuto nel novembre 2016. Strettamente in termini di voti, Trump assume il proprio incarico come il presidente degli Stati Uniti più vulnerabile e impopolare, a memoria d’uomo.

Molto più importante era stato il successo di Trump quando si guadagnò il significativo sostegno della classe operaia e dei bianchi poveri, specialmente nel cosiddetto “Rust Bowl”, di quelli che un tempo furono gli Stati industriali: in primis Pennsylvania, Michigan, Wisconsin e Indiana. Trump, il miliardario sopravvissuto a una serie di fallimenti, è riuscito ad assegnarsi il ruolo del candidato “outsider”, “anti-establishment” contro Hillary Clinton, i cui legami con Wall Street non avrebbero mai potuto essere taciuti. Inoltre, la campagna elettorale della Clinton ha intenzionalmente scelto di disprezzare il voto della classe operaia, contando di vincere con il voto delle più benestanti classi alte e medio-alte. Questa strategia le si è ritorta contro alla grande (vedi il brillante articolo The Unnecessariat in https://morecro ws.wordpress.com/2016/05/10/unnecessariat/] sui bianchi poveri nell’America delle campagne e delle small towns, che hanno il più alto tasso di decessi per suicidio, droga e alcol e che vivono proprio nelle contee con la più alta percentuale di voti a favore di Trump.

 

Va notato che la totalità virtuale dei gruppi di potere Repubblicani e Democratici, compresi militari, servizi di intelligence e diplomatici, denunciò Trump prima della sua elezione, molto di più di quanto non fecero i gruppi di potere inglesi quando denunciarono Brexit. Non fece la differenza, servì solo a sottolineare la distanza tra l’intera elite politica (intellettuali e mezzi di comunicazione) e la gente comune. E, come commentò un famoso politico inglese, “La gente comune è nauseata dagli esperti”

La sinistra liberale con la Clinton è stata spazzata via dal razzismo, dalla misoginia, dalla posizione anti-immigranti e anti-Musulmana di Trump, tutto abbastanza verosimile. Ma ignorava il fascino di “classe” falso e distorto di Trump, che attraeva molte persone le quali, condividendo o meno queste opinioni, prestavano ascolto e gravitavano attorno alle promesse di Trump di “ricostruire l’industria americana” e di far tornare al lavoro milioni di lavoratori, attrazione mai esercitata da alcun candidato dei grandi partiti.

Inoltre, ci sono stati importanti esempi come quello della Macomb County, Michigan, alla periferia di Detroit. Era ed è composta da una popolazione di operai bianchi, che già negli anni Ottanta era diventata “Reagan Democrats”, cioè lavoratori che votavano a favore delle promesse di Reagan di “ricostruire l’America” dopo la crisi e la stagnazione degli anni Settanta.

Nel 2008 e nel 2012 la Macomb County aveva votato per Barack Obama, nelle primarie Democratiche del 2016 aveva votato per il populista di sinistra Bernie Sanders e nelle elezioni di novembre ha votato per … Trump. Questo è un fenomeno ben evidente di sinistra volubile e di populismo di destra che segna un ritorno agli anni Sessanta. Scalza qualsiasi analisi semplicistica su una base elettorale di Trump soprattutto razzista, misogina e anti-Musulmana, anche se di fatto potrebbe essere così. Il 53% delle donne e il 30% dei Latinos hanno votato per Trump.

 

È fuor di dubbio che l’ascesa e la vittoria di Trump abbia sguinzagliato vecchi e nuovi fascisti, dal Ku Klux Klan ai cosiddetti “alt right” (Alternative Right = Destra Alternativa) un fenomeno pericoloso e con un certo peso, diffusosi via Internet, ma con relativamente pochi elementi “on the ground” (in campo). Gli episodi di anti-semitismo sono lievitati, come anche gli attacchi ai Musulmani: una moschea in Texas è stata completamente distrutta da un incendio. Gli annunciati piani di Trump di deportare milioni di immigranti illegali hanno gettato nella paura le comunità Latine e Musulmane negli Stati Uniti, compresa la middle-class integrata e con cittadinanza statunitense.

Una volta al potere, Trump ha nominato il governo più di destra della storia degli Stati Uniti, che comprende sette miliardari: un Segretario al Tesoro, Mnuchin, proveniente da Goldman Sachs, specializzato in migliaia di pignoramenti di case durante la crisi del 2008-2009 e negli anni successivi; una Segretaria all’Istruzione, la miliardaria Betty Devos, che desidera privatizzare tutte le scuole pubbliche; un Procuratore Generale, Jeff Sessions, originario dell’Alabama, con un lungo e indiscusso primato in tema di misure legali contro i neri, un Direttore dell’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (Environmental Protection Administration EPA) che pensa che il riscaldamento globale sia una truffa, un Segretario agli Interni che vuole svendere i terreni demaniali, compresi i parchi nazionali, alle società minerarie e petrolifere, un Segretario di Stato, Tillerson, che la lasciato la carica di Ceo in Exxon dopo anni di accordi petroliferi in Russia e legami con Vladimir Putin. E così via. Ci si potrebbe chiedere cosa se ne fa la base operaia di Trump di questo Sabba di apprendisti stregoni, ma la verità potrebbe essere che la gran parte di questi operai non si renda conto di questa brutta “realtà”, essendo loro tele-dipendenti di un canale televisivo spazzatura come Fox News, ammesso che prestino una qualche attenzione alle notizie. Sembra che il bando di Trump contro gli immigrati abbia funzionato molto bene con questa gente.

Nel frattempo. Steve Bannon, appartenente agli “alt-right” e alto consulente di Trump, ex editore del giornale di estrema destra «Breitbart News», si rivela come la figura più potente del cerchio magico di Trump. Ha convocato i responsabili di diversi sindacati di categoria che rappresentano quei lavoratori che beneficeranno più direttamente del piano di Trump di ricostruzione delle infrastrutture, dando così vita, come Mussolini, a una potenziale e particolare base sindacale (corporativa, ndt).

Ciononostante, le prime tre settimane di Trump al potere denunciano un regime cosciente della propria debolezza e impopolarità (i sondaggi di consenso che si attestano intorno al 30% sono i più bassi nella storia dei presidenti appena eletti). Quindi Trump (e Bannon) hanno emesso a getto continuo decreti presidenziali, molti di dubbia legalità, e il più noto è il recente bando sui viaggi e sull’immigrazione da sette Paesi Musulmani (Iraq, Siria, Yemen, Iran, Somalia, Libia e Sudan) che hanno suscitato proteste di massa negli aeroporti di tutto il Paese, richiedendo che alle persone trattenute fosse consentito di entrare negli USA.

Mentre sto scrivendo, il bando è stato dichiarato illegale dalle corti di giustizia, ma rimaniamo in attesa del verdetto finale.

Potremmo concludere, in via provvisoria, con l’ironia Orwelliana della macchina di propaganda non-stop di Trump, iniziando dal flusso quotidiano di “Tweets”, che ha la pretesa di creare “realtà alternative” a quelle riportate dai mezzi di comunicazione che, di recente, Trump ha dichiarato che rappresentino il principale “partito di opposizione” negli USA. Un altro consulente di Trump, Kellyanne Conway, difende apertamente queste “realtà alternative”, tipo quella di Trump, secondo cui nelle elezioni del 2016 hanno votato da tre a cinque milioni di immigranti illegali o che ci sia un legame tra il vaccino contro il morbillo e l’autismo (perché il figlio Barron soffre di una leggera forma di autismo, ndt) e che riscaldamento globale sia una truffa creata dalla Cina per minare l’industria statunitense. Ben prima delle elezioni, si affermava che gli “Stati blu” (democratici) e gli “Stati rossi” (repubblicani) vivessero in realtà digitali separate con poco o nulla in comune. Adesso il regime al potere è apertamente impegnato a creare, laddove sia necessario e utile, “realtà alternative”, tali da far sembrare, in confronto, dilettantesca l’antiquata “Grande Bugia” low-tech di Hitler.

Il punto più vulnerabile di Trump è proprio il suo punto forte ai fini del risultato elettorale: la sua pretesa di offrire quei milioni di posti di lavoro nell’industria e nelle infrastrutture che i suoi sostenitori della classe operaia (i blue-collar) si aspettano. Come già affermato, egli giunge al potere in modo estremamente vulnerabile. Non c’è molto spazio, infatti, nel capitalismo USA per un programma di questo tipo, a causa del noto disavanzo pubblico e non tralasciando la costante automazione dei settori industriali attraverso la robotica. Di fronte a questo “cul de sac”, Trump dovrà creare una cortina di fumo di nuove “realtà alternative” che risulteranno assai illusorie. A quel punto, per scongiurare una ribellione della classe operaia, Trump e Bannon potrebbero essere tentati di creare uno stato di emergenza, basato sullo spauracchio di una guerra apparente (molto probabilmente con la Cina) o su una azione terroristica negli Stati Uniti, della gravità dell’11 settembre. In mancanza, loro stessi ne potrebbero creare una.

Questa crisi determinerà una svolta nell’amministrazione Trump che dipenderà dalla reazione della classe operaia, di colore e bianca.

Loren Goldner, New York, 11 febbraio 2017

Politica e Società

Trump: catastrofe ambientale certa, nucleare probabile

In e-mail l’8 febbraio 2017 dc

Considerazioni Inattuali n.100

La finzione al potere negli Stati Uniti d’America

TRUMP: CATASTROFE AMBIENTALE CERTA, NUCLEARE PROBABILE.

Le lancette dell’orologio del giudizio universale a due minuti e trenta secondi dalla mezzanotte. Prevista per l’autunno una nuova e più grave crisi economica in Europa, ma il Donald dice al nostro presidente pro-tempore del consiglio di “avere a cuore l’Italia”

di Lucio Manisco

Il 28 gennaio del 2016, nove mesi prima delle elezioni americane, avevamo previsto la vittoria di Donald Trump e l’ascesa al potere in Francia di Marine Le Pen (vedi Considerazioni Inattuali n° 85). Auguriamoci che la nostra sfera di cristallo in questo 2017 si dimostri fallace e menzognera perché le nostre previsioni sono più catastrofiche di quelle dello scorso anno, non sono intuitive o basate unicamente su una modesta, quarantennale esperienza giornalistica negli Stati Uniti, ma sono basate sui fatti, sul work on progress della nuova amministrazione che ha assunto i poteri a Washington e sono condivise da osservatori politici, economici e scientifici ben più autorevoli di chi scrive queste note. Quanto segue è un elenco sommario ed incompleto dei fatti, degli sviluppi delle ultime settimane.

          Abbiamo il capo esecutivo della più grande potenza mondiale che ha esteso alla sfera dell’amministrazione della cosa pubblica e della gestione degli affari internazionali gli stessi metodi leciti e più spesso illeciti che gli hanno permesso di accumulare ricchezza come imprenditore immobiliare. Metodi riassumibili nel dogma dilatato, ossessivo e dissennato che la pubblicità è l’anima della politica e la politica è l’anima del commercio. Il commercio come utile personale in violazione del conflitto di interessi, esteso al famigerato uno percento di supermiliardari che fanno parte del suo governo. Il tutto spacciato con il brand trumpista, la marca “America First”, l’interesse esclusivo del popolo che richiama alla memoria l’Italia proletaria e fascista dell’antesignano Benito Mussolini.

          Al metodo e ai suoi traguardi a breve, brevissima scadenza, si aggiungono l’ignoranza delle procedure legislative e costituzionali di una repubblica federale complessa, oligarchica e caratterizzata da formali e carenti osservanze democratiche, una megalomania psicopatologica, razzismo, sessismo, negazione del problema primario del pianeta e cioè il cambiamento climatico, accompagnata da un irresponsabile approccio alla potenza nucleare degli Stati Uniti come surrogato del loro declino imperiale.

          Queste due ultime disastrose, chiamiamole “tendenze” di Donald Trump hanno indotto i premi Nobel del “Bullein of Atomic Scientists” a portare avanti per il 2017 di trenta secondi a due minuti e mezzo dalla mezzanotte le lancette del loro già allarmante “Doomsday Clock”, l’orologio del Giudizio Universale. Condivide il loro parere il linguista del Massachussetts Institute of Tecnology e radicale saggista politico Noam Chomsky che ha scritto sic et simpliciter che Donald Trump rappresenta una minaccia per il genere umano per quanto concerne il cambiamento climatico e una guerra nucleare. Si è trovato in una compagnia a lui sgradita, quella del “New York Times” del 5 febbraio che in un articolo dal titolo “Il dito sul bottone nucleare” ha scritto:”Il signor Trump ha assunto il potere con ben poca conoscenza del vasto arsenale nucleare, dei missili, degli aerei strategici e dei sommergibili che lo compongono. Ha parlato, in termini allarmanti, dell’impiego di queste armi contro i terroristi e di volere incrementare il dispositivo nucleare americano. Ha anche detto di credere nell’alto valore della impredicability, nel presumibile significato di voler mantenere in drammatica tensione altre nazioni sul suo possibile intento di fare ricorso alle armi nucleari….”.

          Due giorni prima lo stesso quotidiano aveva sparato in prima pagina la notizia che il riscaldamento climatico aveva esteso di 27 chilometri, in meno di due mesi, una pre-esistente profonda fessurazione della calotta artica denominata Larsen C; è quindi imminente la separazione di un enorme massa di ghiacci che creeranno nell’Atlantico un iceberg di dimensioni mai prima registrate. L’aumento del livello dei mari sarà sensibile anche se minimo. E c’è anche chi esagera nel blog “Artic News” con un’analisi dal titolo “Estinzione del genere umano entro il 2026?”. Una scadenza decennale viene esclusa dagli scienziati del clima, non altrettanto di una data terminale dei cento anni a cui si arriverebbe per la combinazione di tutti i fattori di inquinamento a cui il neo presidente degli Stati Uniti intende alacremente contribuire con la riapertura di miniere di carbone ed il via libera a due giganteschi oleodotti dal Nord al Sud dell’emisfero nordamericano.

Ma ci sono problemi meno cataclismici ma più immediati che incombono sul mondo industrializzato ed in via di sviluppo. Riguardano la pressoché certa, imminente e grave depressione economica che il protezionismo e le guerre commerciali programmate dal signor Trump colpirà per prima l’Europa, a partire dall’Italia. Ne hanno parlato a porte chiuse ed in pubblico i governanti dell’Unione Europea a Malta e ne hanno parlato in termini duri e sferzanti rivolti al nuovo inquilino della Casa Bianca. Non sembra che il nostro presidente del consiglio si sia unito al coro, concentrando i suoi interventi sulle corresponsabilità europee per i crescenti problemi dell’immigrazione. Sembra comunque che sia stato l’unico a ricevere una telefonata di congratulazioni del Presidente americano che ha proclamato di “avere a cuore l’Italia”. Chi scrive, in quanto italiano, è rimasto turbato dall nozione di occupare una millesimale porzione dell’organo cardiaco di Trump. Se ne dovrebbero preoccupare gli estremisti della destra nostrana, l’allegra brigata dei Salvini & Co., che hanno esultato per la sua vittoria elettorale e dovranno fare ad autunno i conti con un aumento della disoccupazione in Italia. Ma se ne dovranno anche preoccupare quei pochi estremisti dell’estrema sinistra che gioiscono della obsolescenza della NATO proclamata a parole e poi rinnegata dal Donald – un verdetto da noi condiviso prima ancora che l’imprenditore immobiliare abilissimo nel trarre profitti anche dalle sue bancarotte assumesse il potere. Questi saltimbanchi della sinistra, nella definizione di Lenin, ignorano che anche l’amicizia con Putin potrà essere messa da parte nel divide et impera anti Europa del giocatore d’azzardo che occupa la bianca magione di Pennsylvania Avenue.

Lucio Manisco

http://www.luciomanisco.eu

 

Economia, Politica e Società

Qualche riflessione dagli Stati Uniti

In e-mail il 13 Febbraio 2017 dc:

Riceviamo da Loren Goldner, traduciamo e volentieri diffondiamo.

Tom & Jerry

Qualche riflessione dagli Stati Uniti

Tanto per cominciare, è bene precisare che l’elezione di Trump è avvenuta nonostante, in novembre, il voto popolare si fosse espresso a suo svantaggio: 62 contro 65 milioni di voti. La sua vittoria è stata resa possibile grazie all’antiquato metodo del Collegio Elettorale per 304 voti contro 227. Questo sistema fu adottato alla fine del Settecento, per garantire che i piccoli Stati (in maggior parte agrari e schiavisti) potessero tenere sotto controllo il potere degli Stati a maggiore urbanizzazione industriale.

Trump ha perso tutto il Northeast (stato di New York, Massachusetts, ecc.) e la West Coast (California, ecc.) e ha vinto nella maggior parte degli Stati centrali.

Inoltre, negli Usa, ci sono 220 milioni di adulti potenzialmente votanti, tra i quali 90 milioni non hanno votato, a questo proposito vari studi dimostrano che i non-votanti prevalgono nella parte più povera della popolazione e riguardo argomenti specifici (come sanità, welfare, ecc.) sono schierati più a sinistra di entrambi i maggiori partiti, Democratico e Repubblicano. Il non-voto negli Usa non esprime solo l’atteggiamento qualunquista (o snob) del “chi se ne frega”, ma è il risultato di una politica consapevole di attacco all’elettorato attivo, a cominciare dagli Stati del Sud. L’eterna “guerra contro la droga” ha criminalizzato e condannato milioni di cittadini (soprattutto nella popolazione di colore) che mai più voteranno, e i governi degli Stati conservatori creano qualsiasi altro genere di impedimento al  voto dei poveri, colpendo ovviamente la gente di colore.

Questo è a grandi linee l’aspetto puramente elettorale di ciò che è avvenuto nel novembre 2016. Strettamente in termini di voti, Trump assume il proprio incarico come il presidente degli Stati Uniti più vulnerabile e impopolare, a memoria d’uomo.

Molto più importante era stato il successo di Trump quando si guadagnò il significativo sostegno della classe operaia e dei bianchi poveri, specialmente nel cosiddetto “Rust Bowl”, di quelli che un tempo furono gli Stati industriali: in primis Pennsylvania, Michigan, Wisconsin e Indiana. Trump, il miliardario sopravvissuto a una serie di fallimenti, è riuscito ad assegnarsi il ruolo del candidato “outsider”, “anti-establishment” contro Hillary Clinton, i cui legami con Wall Street non avrebbero mai potuto essere taciuti. Inoltre, la campagna elettorale della Clinton ha intenzionalmente scelto di disprezzare il voto della classe operaia, contando di vincere con il voto delle più benestanti classi alte e medio-alte. Questa strategia le si è ritorta contro alla grande (vedi il brillante articolo The Unnecessariat in https://morecro ws.wordpress.com/2016/05/10/un necessariat/] sui bianchi poveri nell’America delle campagne e delle small towns, che hanno il più alto tasso di decessi per suicidio, droga e alcol e che vivono proprio nelle contee con la più alta percentuale di voti a favore di Trump.

Va notato che la totalità virtuale dei gruppi di potere Repubblicani e Democratici, compresi militari, servizi di intelligence e diplomatici, denunciò Trump prima della sua elezione, molto di più di quanto non fecero i gruppi di potere inglesi quando denunciarono Brexit. Non fece la differenza, servì solo a sottolineare la distanza tra l’intera élite politica (intellettuali e mezzi di comunicazione) e la gente comune. E, come commentò un famoso politico inglese “La gente comune è nauseata dagli esperti”.

La sinistra liberale con la Clinton è stata spazzata via dal razzismo, dalla misoginia, dalla posizione anti-immigranti e anti-Musulmana di Trump, tutto abbastanza verosimile. Ma ignorava il fascino di “classe” falso e distorto di Trump, che attraeva molte persone le quali, condividendo o meno queste opinioni, prestavano ascolto e gravitavano attorno alle promesse di Trump di “ricostruire l’industria americana” e di far tornare al lavoro milioni di lavoratori,  attrazione mai esercitata da alcun candidato dei grandi partiti.

Inoltre, ci sono stati importanti esempi come quello della Macomb County, Michigan, alla periferia di Detroit. Era ed è composta da una popolazione di operai bianchi, che già negli anni Ottanta era diventata “Reagan Democrats”, cioè lavoratori che votavano a favore delle promesse di Reagan di “ricostruire l’America” dopo la crisi e la stagnazione degli anni Settanta.

Nel 2008 e nel 2012 la Macomb County aveva votato per Barack Obama, nelle primarie Democratiche del 2016 aveva votato per il populista di sinistra Bernie Sanders e nelle elezioni di novembre ha votato per … Trump.  Questo è un fenomeno ben evidente di sinistra volubile e di populismo di destra che segna un ritorno agli anni Sessanta. Scalza qualsiasi analisi semplicistica su una base elettorale di Trump soprattutto razzista, misogina e anti-Musulmana, anche se di fatto potrebbe essere così. Il 53% delle donne e il 30% dei Latinos hanno votato per Trump.

È fuor di dubbio che l’ascesa e la vittoria di Trump abbia sguinzagliato vecchi e nuovi fascisti, dal Ku Klux Klan ai cosiddetti “alt right” (Alternative Right = Destra Alternativa) un fenomeno pericoloso e con un certo peso, diffusosi via Internet, ma con relativamente pochi elementi “on the ground” (in campo). Gli episodi di anti-semitismo sono lievitati, come anche gli attacchi ai Musulmani: una moschea in Texas è stata completamente distrutta da un incendio. Gli annunciati piani di Trump di deportare milioni di immigranti illegali hanno gettato nella paura le comunità Latine e Musulmane negli Stati Uniti, compresa la middle-class integrata e con cittadinanza statunitense.

Una volta al potere, Trump ha nominato il governo più di destra della storia degli Stati Uniti, comprende sette miliardari: un Segretario al Tesoro, Mnuchin, proveniente da Goldman Sachs, specializzato in migliaia di pignoramenti di case durante la crisi del 2008-2009 e negli anni successivi; una Segretaria all’Istruzione, la miliardaria Betty DeVos che desidera privatizzare tutte le scuole pubbliche; un Procuratore Generale, Jeff Sessions, originario dell’Alabama, con un lungo e indiscusso primato in tema di misure legali contro i neri; un Direttore dell’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (Environmental Protection Administration EPA) che pensa che il riscaldamento globale sia una truffa; un Segretario agli Interni che vuole svendere i terreni demaniali, compresi i parchi nazionali, alle società minerarie e petrolifere; un Segretario di Stato, Tillerson,  che la lasciato la carica di Ceo in Exxon dopo anni di accordi petroliferi in Russia e legami con Vladimir Putin. E così via. Ci si potrebbe chiedere cosa se ne fa la base operaia di Trump di questo Sabba di apprendisti stregoni, ma la verità potrebbe essere che la gran parte di questi operai non si renda conto di questa brutta “realtà”, essendo loro tele-dipendenti di un canale televisivo spazzatura come Fox News, ammesso che prestino una qualche attenzione alle notizie. Sembra che il bando di Trump contro gli immigrati abbia funzionato molto bene con questa gente.

Nel frattempo Steve Bannon, appartenente agli “alt-right” e alto consulente di Trump, ex editore del giornale di estrema destra «Breitbart News», si rivela come la figura più potente del cerchio magico di Trump. Ha convocato i responsabili di diversi sindacati di categoria che rappresentano quei lavoratori che beneficeranno più direttamente del piano di Trump di ricostruzione delle infrastrutture, dando così vita, come Mussolini, a una potenziale e particolare base sindacale (corporativa, ndt).

Ciononostante, le prime tre settimane di Trump al potere denunciano un regime cosciente della propria debolezza e impopolarità (i sondaggi di consenso che si attestano intorno al 30% sono i più bassi nella storia dei presidenti appena eletti). Quindi Trump (e Bannon) hanno emesso a getto continuo decreti presidenziali, molti di dubbia legalità, e il più noto è il recente bando sui viaggi e sull’immigrazione da sette Paesi musulmani (Iraq, Siria, Yemen, Iran, Somalia, Libia e Sudan) che hanno suscitato proteste di massa negli aeroporti di tutto il Paese, richiedendo che alle persone trattenute fosse consentito di entrare negli Usa.

Mentre sto scrivendo, il bando è stato dichiarato illegale dalle corti di giustizia, ma rimaniamo in attesa del verdetto finale.

Potremmo concludere, in via provvisoria, con l’ironia Orwelliana della macchina di propaganda non-stop di Trump, iniziando dal flusso quotidiano di “Tweets”, che ha la pretesa di creare “realtà alternative” a quelle riportate dai mezzi di comunicazione che, di recente, Trump ha dichiarato che rappresentino il principale “partito di opposizione” negli Usa.  Un altro consulente di Trump, Kellyanne Conway, difende apertamente queste “realtà alternative”, tipo quella di Trump, secondo cui nelle elezioni del 2016 hanno votato da tre a cinque milioni di immigranti illegali o che ci sia un legame tra il vaccino contro il morbillo e l’autismo (perché il figlio Barron soffre di una leggera forma di autismo, ndt) e che il riscaldamento globale sia una truffa creata dalla Cina per minare l’industria statunitense. Ben prima delle elezioni, si affermava che gli “stati blu” (democratici) e gli “stati rossi” (repubblicani) vivessero in realtà digitali separate con poco o nulla in comune. Adesso il regime al potere è apertamente impegnato a creare, laddove sia necessario e utile, “realtà alternative” tali da far sembrare, in confronto, dilettantesca l’antiquata “Grande Bugia” low-tech di Hitler.

Il punto più vulnerabile di Trump è proprio il suo punto forte ai fini del risultato elettorale: la sua pretesa di offrire quei milioni di posti di lavoro nell’industria e nelle infrastrutture che i suoi sostenitori della classe operaia (i blue-collar) si aspettano. Come già affermato, egli giunge al potere in modo estremamente vulnerabile. Non c’è molto spazio, infatti, nel capitalismo Usa per un programma di questo tipo, a causa del noto disavanzo pubblico e non tralasciando la costante automazione dei settori industriali attraverso la robotica. Di fronte a questo “cul de sac” Trump dovrà creare una cortina di fumo di nuove “realtà alternative”, che risulteranno assai illusorie. A quel punto, per scongiurare una ribellione della classe operaia, Trump e Bannon potrebbero essere tentati di creare uno stato di emergenza, basato sullo spauracchio di una guerra apparente (molto probabilmente con la Cina) o su una azione terroristica negli Stati Uniti, della gravità dell’11 settembre. In mancanza, loro stessi ne potrebbero creare una.

Questa crisi determinerà una svolta nell’amministrazione Trump che dipenderà dalla reazione della classe operaia, di colore e bianca.

Loren Goldner, New York, 11 febbraio 2017

Economia, Politica e Società

La finzione al potere negli Stati Uniti d’America

In e-mail l’8 Febbraio 2017 dc:

Considerazioni Inattuali n°100

La finzione al potere negli Stati Uniti d’America

TRUMP: CATASTROFE AMBIENTALE CERTA, NUCLEARE PROBABILE.

Le lancette dell’orologio del giudizio universale a due minuti e trenta secondi dalla mezzanotte. Prevista per l’autunno una nuova e più grave crisi economica in Europa, ma il Donald dice al nostro presidente pro-tempore del consiglio di “avere a cuore l’Italia”

di Lucio Manisco

Il 28 gennaio del 2016, nove mesi prima delle elezioni americane, avevamo previsto la vittoria di Donald Trump e l’ascesa al potere in Francia di Marine Le Pen (vedi Considerazioni Inattuali n° 85). Auguriamoci che la nostra sfera di cristallo in questo 2017 si dimostri fallace e menzognera perché le nostre previsioni sono più catastrofiche di quelle dello scorso anno, non sono intuitive o basate unicamente su una modesta, quarantennale esperienza giornalistica negli Stati Uniti, ma sono basate sui fatti, sul work on progress della nuova amministrazione che ha assunto i poteri a Washington e sono condivise da osservatori politici, economici e scientifici ben più autorevoli di chi scrive queste note. Quanto segue è un elenco sommario ed incompleto dei fatti, degli sviluppi delle ultime settimane.

Abbiamo il capo esecutivo della più grande potenza mondiale che ha esteso alla sfera dell’amministrazione della cosa pubblica e della gestione degli affari internazionali gli stessi metodi leciti e più spesso illeciti che gli hanno permesso di accumulare ricchezza come imprenditore immobiliare. Metodi riassumibili nel dogma dilatato, ossessivo e dissennato che la pubblicità è l’anima della politica e la politica è l’anima del commercio.

Il commercio come utile personale in violazione del conflitto di interessi, esteso al famigerato uno percento di supermiliardari che fanno parte del suo governo. Il tutto spacciato con il brand trumpista, la marca “America First”, l’interesse esclusivo del popolo che richiama alla memoria l’Italia proletaria e fascista dell’antesignano Benito Mussolini.

Al metodo e ai suoi traguardi a breve, brevissima scadenza, si aggiungono l’ignoranza delle procedure legislative e costituzionali di una repubblica federale complessa, oligarchica e caratterizzata da formali e carenti osservanze democratiche, una megalomania psicopatologica, razzismo, sessismo, negazione del problema primario del pianeta e cioè il cambiamento climatico, accompagnata da un irresponsabile approccio alla potenza nucleare degli Stati Uniti come surrogato del loro declino imperiale.

Queste due ultime disastrose, chiamiamole “tendenze”, di Donald Trump hanno indotto i premi Nobel del “Bullein of Atomic Scientists” a portare avanti per il 2017 di trenta secondi a due minuti e mezzo dalla mezzanotte le lancette del loro già allarmante “Doomsday Clock”, l’orologio del Giudizio Universale. Condivide il loro parere il linguista del Massachussetts Institute of Tecnology e radicale saggista politico Noam Chomsky che ha scritto sic et simpliciter che Donald Trump rappresenta una minaccia per il genere umano per quanto concerne il cambiamento climatico e una guerra nucleare. Si è trovato in una compagnia a lui sgradita, quella del “New York Times” del 5 febbraio che in un articolo dal titolo “Il dito sul bottone nucleare” ha scritto:”Il signor Trump ha assunto il potere con ben poca conoscenza del vasto arsenale nucleare, dei missili, degli aerei strategici e dei sommergibili che lo compongono. Ha parlato, in termini allarmanti, dell’impiego di queste armi contro i terroristi e di volere incrementare il dispositivo nucleare americano. Ha anche detto di credere nell’alto valore della impredicability, nel presumibile significato di voler mantenere in drammatica tensione altre nazioni sul suo possibile intento di fare ricorso alle armi nucleari….”.

Due giorni prima lo stesso quotidiano aveva sparato in prima pagina la notizia che il riscaldamento climatico aveva esteso di 27 chilometri, in meno di due mesi, una pre-esistente profonda fessurazione della calotta artica denominata Larsen C: è quindi imminente la separazione di un enorme massa di ghiacci che creeranno nell’Atlantico un iceberg di dimensioni mai prima registrate. L’aumento del livello dei mari sarà sensibile anche se minimo. E c’è anche chi esagera nel blog “Artic News” con un’analisi dal titolo “Estinzione del genere umano entro il 2026?”. Una scadenza decennale viene esclusa dagli scienziati del clima, non altrettanto di una data terminale dei cento anni a cui si arriverebbe per la combinazione di tutti i fattori di inquinamento a cui il neo presidente degli Stati Uniti intende alacremente contribuire con la riapertura di miniere di carbone ed il via libera a due giganteschi oleodotti dal Nord al Sud dell’emisfero nordamericano.

Ma ci sono problemi meno cataclismici ma più immediati che incombono sul mondo industrializzato ed in via di sviluppo. Riguardano la pressoché certa, imminente e grave depressione economica che il protezionismo e le guerre commerciali programmate dal signor Trump colpirà per prima l’Europa, a partire dall’Italia. Ne hanno parlato a porte chiuse ed in pubblico i governanti dell’Unione Europea a Malta e ne hanno parlato in termini duri e sferzanti rivolti al nuovo inquilino della Casa Bianca. Non sembra che il nostro presidente del consiglio si sia unito al coro, concentrando i suoi interventi sulle corresponsabilità europee per i crescenti problemi dell’immigrazione. Sembra comunque che sia stato l’unico a ricevere una telefonata di congratulazioni del Presidente americano che ha proclamato di “avere a cuore l’Italia”. Chi scrive, in quanto italiano, è rimasto turbato dall nozione di occupare una millesimale porzione dell’organo cardiaco di Trump. Se ne dovrebbero preoccupare gli estremisti della destra nostrana, l’allegra brigata dei Salvini & Co., che hanno esultato per la sua vittoria elettorale e dovranno fare ad autunno i conti con un aumento della disoccupazione in Italia. Ma se ne dovranno anche preoccupare quei pochi estremisti dell’estrema sinistra che gioiscono della obsolescenza della NATO proclamata a parole e poi rinnegata dal Donald – un verdetto da noi condiviso prima ancora che l’imprenditore immobiliare abilissimo nel trarre profitti anche dalle sue bancarotte assumesse il potere. Questi saltimbanchi della sinistra, nella definizione di Lenin, ignorano che anche l’amicizia con Putin potrà essere messa da parte nel divide et impera anti Europa del giocatore d’azzardo che occupa la bianca magione di Pennsylvania Avenue.

Lucio Manisco

www.luciomanisco.eu

Politica e Società

Patatrac dei democratici: destino cinico e baro.

In e-mail, Considerazioni Inattuali n°96, 9 novembre 2016

Patatrac dei democratici: destino cinico e baro.

TRUMP TRIONFA CON IL 25 PER CENTO DEGLI AVENTI DIRITTO AL VOTO.

Il gran finale della campagna elettorale richiama alla memoria l’ultima scena di Zabriskie Point, il film di Antonioni. Tremate, tremate Governanti inetti: populisti di tutto il mondo unitevi. Gli operatori dell’informazione fanno ammenda. Per poco. Hanno già iniziato conversioni e ad effettuare i primi salti sul carro del vincitore.

di Lucio Manisco

Trump… Trump… USA, USA! “È un trionfo, è anche uno shock!” intitola The New York Times. La kermesse post elettorale segue le procedure tradizionali. Il Presidente eletto elogia l’avversaria sconfitta che fino a due giorni fa voleva mandare in galera e invita tutti a rimarginare le ferite da lui stesso aperte con una campagna elettorale grondante di insulti e vilipendi degli avversari e dei dissidenti repubblicani. E naturalmente si appella all’unità della nazione tutta.

Più amarognolo il discorso di concessione dell’ex-first lady, ex senatrice, ex segretaria di Stato, parole e parole sui valori da preservare ma che rievocano sotto traccia l’italico destino cinico e baro.

Buon ultimo Barak Obama che insieme a Michelle aveva profuso impegno ed eloquenza per la signora che avrebbe dovuto affidare alla storia il suo primato politico perseguendo le stesse direttive da lui enunciate e male applicate per otto anni. Gran parte del discorsetto pronunziato nel giardino delle rose della Casa Bianca è stato così dedicato ad una difesa del suo operato ed alla negazione dei fallimenti che lo hanno contraddistinto. Fallimenti che hanno contribuito alla sconfitta della stessa signora.

Barak Obama potrebbe ora apporre a questi suoi fallimenti un minimo ma importante riparo con un atto di generosità: concedere un pardon, una grazia presidenziale ai detenuti politici negli Stati Uniti, primi fra tutti Mumia Abu-Jamal, il gionalista afro-americano in carcere dal 1982 ed ora in fin di vita, Leonard Peltier, il pellerossa incarcerato nel 1977, Chelsea (Bradley) Manning del Wikileaks in una prigione federale dal 2013 che ha tentato tre volte di suicidarsi. Dubitiamo che il Presidente sia capace di gesti generosi del genere alla fine del suo mandato.

Dureranno intanto ben poco i mea culpa dei commentatori politici e soprattutto dei mass media statunitensi per non aver valutato e previsto gli effetti della delusione e della rabbiosa ostilità di una parte dell’elettorato attivo contro l’establishment che ha prodotto il cataclisma Donald Trump – qualcosa di molto simile all’ultima scena di “Zabriskie Point”, il film di Michelangelo Antonioni.

(Un atto di immodestia: vedere “Considerazioni inattuali n. 88” del 3 marzo 2016 dal titolo “Trump alla Casa Bianca” dove si riteneva ancora improbabile ma più possibile di prima la vittoria del cialtrone repubblicano dovuta anche ad una Clinton “Giovanna d’Arco senza virtù e compromessa da trascorsi negativi e quanto mai equivoci”).

Perché dureranno poco le resipiscenze e le autocritiche? Perché prevarrà il vecchio adagio del malcostume giornalistico USA “If you can’t lick ‘em, join them”, se non puoi sconfiggerli, unisciti a loro. Si sono già verificate le inversioni a 180 gradi: prima tra tutte quelle della CNN, da anni in rovinoso declino, che abbandona la sua asettica e fittizia neutralità e preannunzia un cambiamento di registro da parte di Trump già deciso e che diventerà radicale il 20 gennaio 2017 quando entrerà nell’ufficio ovale di Pennsylvania Avenue: il neo eletto verrà cioè condizionato dalle sane istituzioni democratiche del sistema e dall’assunzione di responsabilità finora ignorate per via di un’esasperata campagna elettorale.

Non è vero che le donne dovranno rinunziare ai loro diritti, tornare ai fornelli e rendersi più disponibili al machismo trionfante nella repubblica stellata. Qualche correzione forse alle unioni di fatto, ai matrimoni gay, all’aborto, alle pari opportunità, ma nulla di drastico e sostanziale. La politica estera e le aperture alla Federazione Russa di Putin? Ma il neo-presidente non è già impegnato ad aumentare a dismisura il bilancio della difesa? I ventinove milioni di nuovi posti di lavoro? Basterà mantenere bassi i salari e promuovere l’ammodernamento delle infrastrutture, ridurre con qualche dazio le importazioni senza guerre commerciali. Gli alleati della NATO possono tranquillizzarsi, basterà che aumentino i contributi finanziari alla difesa comune e via dicendo.

Per concludere alcuni dati sul voto dell’otto novembre di cui non si trova traccia sui mass media USA e su quelli europei. È saltato il mitico “balance of powers” del sistema tra poteri esecutivi, legislativi e giudiziari. Trump dominerà un Senato ed una Camera dei rappresentanti a maggioranza repubblicana amica e sodale, ridurrà gli oneri fiscali con decreti esecutivi che aumenteranno il già astronomico debito pubblico, e nominerà un magistrato ultraconservatore al posto vacante della Corte suprema (avremo così cinque giudici dell’ultra destra e quattro di destra moderata).

Pochi dati sull’aritmetica dei risultati elettorali che a livello ufficiale minimizzano o ignorano del tutto il fenomeno dell’astensionismo, una peculiarità da primato del sistema USA.

Su una popolazione che supera i 321 milioni gli aventi diritto al voto sono 240 milioni, quelli che lo hanno esercitato per via della registrazione obbligatoria sono stati 122 milioni, 58 milioni e rotti per Trump, forse a conteggi ultimati qualche migliaio in più per la Clinton e 5 milioni 970 mila per gli indipendenti che dovranno attendere mesi prima di sapere a chi sono andati (è il Collegio Elettorale a trasformare un’eventuale maggioranza minima nei suffragi nazionali della candidata democratica in una vera e propria debacle: sono 290 i delegati del collegio che hanno assegnato la vittoria a Trump sui 228 concessi alla Clinton). Se si tiene presente l’alto numero degli astenuti che non esercitano il loro diritto di voto per ostilità allo establishment come gli afro-americani perché derivano questa ostilità dalla loro estraneità alla supremazia sistemica dei bianchi, il risultato vero è che il signor Donald Trump è stato eletto con il 25 per cento dei voti.

Nei prossimi giorni si farà un gran parlare dei flussi elettorali, della defezione in campo democratico dei giovani sostenitori del socialista Bernie Sanders, del voto ispanico, di quello dei bianchi anziani e acculturati. Non si parlerà o si parlerà ben poco della lobby ebraica anche se il Primo Ministro Netanyahu ha proclamato Trump un vero amico di Israele. È una lobby ovviamente legittima che esercita una notevole influenza grazie alla sua devozione alla causa ed alla sua grande abilità. Non indica le sue divergenze o ostilità per un candidato alla presidenza o assessore comunale perché indifferente o contrario alle repressioni sanguinose della nazione palestinese, ma estende un appoggio ufficiale o ufficioso a qualsiasi suo avversario politico anche se poco presentabile nel contesto elettorale americano.

Comunque sia siamo entrati in Europa e nel mondo nella nuova era trumpista: le turbolenze saranno certe ed inevitabili. Allacciamo le cinture.

Lucio Manisco

http://www.luciomanisco.eu

Politica e Società

Escalation nucleare in Europa

da il Manifesto 19 Aprile 2016 dc:

Escalation nucleare in Europa

di Manlio Dinucci

La Casa Bianca è «preoccupata» perché caccia russi hanno sorvolato a distanza ravvicinata una nave Usa nel Baltico, effettuando un «attacco simulato»: così riportano le nostre agenzie di informazione.

Non informano però di quale nave si trattasse e perché fosse nel Baltico.

È la USS Donald Cook, una delle quattro unità lanciamissili dislocate dalla U.S. Navy per la «difesa missilistica Nato in Europa».

Tali unità, che saranno aumentate, sono dotate del radar Aegis e di missili intercettori SM-3, ma allo stesso tempo di missili da crociera Tomahawk a duplice capacità convenzionale e nucleare.
In altre parole, sono unità da attacco nucleare, dotate di uno «scudo» destinato a neutralizzare la risposta nemica.

La Donald Cook, partendo l’11 aprile dal porto polacco di Gdynia, incrociava per due giorni ad appena 70 km dalla base navale russa di Kaliningrad, ed è stata per questo sorvolata da caccia ed elicotteri russi.

Oltre che le navi lanciamissili, lo «scudo» Usa/Nato in Europa comprende, nella conformazione attuale,  un radar «su base avanzata» in Turchia, una batteria missilistica terrestre Usa in Romania, composta da 24 missili SM-3, e una analoga che sarà installata in Polonia.

Mosca avverte che queste batterie terrestri, essendo in grado di lanciare anche missili nucleari Tomahawk, costituiscono una chiara violazione del Trattato Inf, che proibisce lo schieramento in Europa di missili nucleari a medio raggio.

Che cosa farebbero gli Stati uniti – che accusano la Russia di provocare con i sorvoli «una inutile escalation  di tensioni» – se la Russia inviasse unità lanciamissili lungo le coste statunitensi e installasse batterie missilistiche a Cuba e in Messico?
Nessuno se lo chiede sui grandi media, che continuano a mistificare la realtà.

Ultima notizia nascosta: il trasferimento di F-22 Raptors, i più avanzati cacciabombardieri Usa da attacco nucleare, dalla base di Tyndall in Florida a quella di Lakenheath in Inghilterra, annunciato l’11 aprile dal Comando europeo degli Stati uniti.
Dall’Inghilterra gli F-22 Raptors saranno «dispiegati in altre basi Nato, in posizione avanzata per massimizzare le possibilità di addestramento ed esercitare la deterrenza di fronte a qualsiasi azione destabilizzi la sicurezza europea».

È la preparazione all’imminente schieramento in Europa, Italia compresa, delle nuove bombe nucleari Usa B61-12 che, lanciate a circa 100 km di distanza, colpiscono l’obiettivo con una testata «a quattro opzioni di potenza selezionabili». Questa nuova arma rientra nel programma di potenziamento delle forze nucleari, lanciato dall’amministrazione Obama, che prevede tra l’altro la costruzione di altri 12 sottomarini da attacco (7 miliardi di dollari l’uno, il primo già in cantiere), armato ciascuno di 200 testate nucleari.

È in sviluppo, riporta il New York Times (17 aprile), un nuovo tipo di testata, il «veicolo planante ipersonico» che, al rientro nell’atmosfera, manovra per evitare i missili intercettori, dirigendosi sull’obiettivo a oltre 27000 km orari.

Russia e Cina seguono, sviluppando armi analoghe.

Intanto Washington raccoglie i frutti.
Trasformando l’Europa in prima linea del confronto nucleare, sabota (con l’aiuto degli stessi governi europei) le relazioni economiche Ue-Russia, con l’obiettivo di legare indissolubilmente la Ue agli Usa tramite il Ttip.

Spinge allo stesso tempo gli alleati europei ad accrescere la spesa militare, avvantaggiando le industrie belliche Usa le cui esportazioni sono aumentate del 60% negli ultimi cinque anni,  divenendo la maggiore voce dell’export statunitense.

Chi ha detto che la guerra non paga?

Sullo stesso argomento vedi La notizia su Pandora TV http://www.pandoratv.it/?p=7372

Politica e Società

Turchia alla guerra in Kurdistan con le armi Finmeccanica

Turchia alla guerra in Kurdistan con le armi Finmeccanica

Dal sito Osservatorio Afghanistan 29 Novembre 2015 dc (correzioni ortografiche mie)

Le forze armate turche hanno schierato due elicotteri d’attacco e riconoscimento T129 nella base aerea di Siirt, nella regione sudorientale del paese, per concorrere alle operazioni di guerra contro la resistenza kurda che dal 1984 ad oggi hanno causato la morte di più di 40.000 persone, in buona parte donne, bambini e uomini non combattenti. Secondo quanto riferito dal portavoce delle forze armate turche i due elicotteri sono destinati ad intervenire anche nelle province confinanti di Sirnak, Hakkari e Van.

La sanguinosa offensiva militare turca in atto in Kurdistan è confermata dall’Ufficio Stampa delle Forze di Difesa del Popolo Kurdo (HPG). L’HPG ha fornito una lista degli interventi dell’aviazione turca nelle zone controllate dalla guerriglia. In particolare, dal 1° maggio si susseguono i voli di ricognizione sull’area di Xakurke, Suke, Haftanin, Gare e Metina. “I soldati turchi hanno anche lanciato dei colpi di mortaio a Martyr Rahime, nel distretto di Yüksekova di Hakkari”, denunciano le Forze di Difesa del Popolo Kurdo. “Sempre il 1° maggio i soldati della postazione militare di Bilican hanno effettuato imboscate nella zona tra Deve Masiya e Tepe Munzur, al confine con la regione di Zap, e un bombardamento è stato effettuato dagli stessi soldati turchi verso le aree di Kepe Miriska e Talisa. Intense attività militari sono in corso a Cukurca, nel distretto di Hakkari e nei pressi di Şırnak”.

Parlano anche italiano i nuovi sistemi di guerra impiegati in Kurdistan. Gli elicotteri d’attacco T129 sono stati prodotti in Turchia dalle Tusas Turkish Aerospace Industries (TAI) su licenza della società italo-britannica AgustaWestland, interamente controllata dal gruppo Finmeccanica. Il T129 Atak Advanded Attack and Tactical Reconnaissance Helicopter è un bimotore realizzato a partire del modello AW129, l’elicottero Agusta acquistato dalle forze armate di numerosi Paesi Nato ed extra-Nato. Aerotrasportabile con i velivoli cargo C-130 “Hercules”, il T129 italo-turco ha un’autonomia di volo di tre ore e una velocità di punta di 269 km/h e dispone di sistemi e sensori di nuova generazione per la guerra elettronica e il controllo di fuoco che consentono al velivolo di eseguire missioni diverse: sorveglianza e ricognizione armata, attacco al suolo di precisione, scorta, soppressione delle difese aeree nemiche.

Gli elicotteri utilizzati contro i combattenti kurdi sono stati armati con i missili Hellfire e Spike-ER, rispettivamente di produzione statunitense ed israeliana, e con i nuovi missili anticarro a lungo raggio UMTAS sviluppati dall’azienda turca Roketsan e i cui prototipi sono stati assemblati in Italia e Turchia. Oltre a due contenitori per il lancio sino ad otto missili, i T129 possono essere equipaggiati a seconda della missione anche con un mix di razzi guidati e non, missili aria-aria per autoprotezione, due pods con mitragliatrici da 12.7mm e 20 mm con una capacità di 500 colpi.

L’accordo tra AgustaWestland e TAI per la fornitura alle forze armate turche di 60 elicotteri d’attacco T129 per un valore di 3,3 miliardi di dollari risale al 2007. Il memorandum tra le due aziende prevedeva che lo sviluppo, l’integrazione e l’assemblaggio degli elicotteri fossero effettuati in Turchia: i sistemi di acquisizione obiettivi, navigazione, comunicazione, computer e guerra elettronica sono stati integrati invece da AgustaWestland negli stabilimenti di Vergiate (Varese). Il programma T129 ha visto la partecipazione anche di due aziende elettroniche del gruppo Finmeccanica, SELEX Galileo e SELEX Communications (oggi confluite in SELEX ES). Il team industriale ha compreso infine il gruppo turco Aselsan in qualità di fornitore degli apparati avionici e di missione. La consegna del primo elicottero T129 alle forze armate di Ankara è avvenuta nell’aprile 2014.

“La solida collaborazione tra AgustaWestland e la Turchia risale ai primi anni ‘70, quando Agusta si aggiudicò i primi appalti per la fornitura di diversi modelli di elicottero quali gli AB204, AB205 e AB206 per un quantitativo di circa 150 unità”, riporta una nota stampa del gruppo Finmeccanica. “A questi elicotteri hanno fatto seguito 18 AB212 per la Marina Militare turca negli anni ‘80 e 15 AB412EP SAR per la Guardia Costiera negli anni ’90”.

Tra elicotteri da guerra o per fini commerciali AgustaWestland ha già venduto in Turchia più di 260 velivoli. Otre al bimotore d’attacco T129, con le aziende partner di TAI e Aselsan è stato progettato e prodotto pure il prototipo di un elicottero multiruolo medio (il TUHP 149), capace di trasportare fino a 18 soldati equipaggiati e armamenti come missili o bombe per l’attacco al suolo e mitragliatrici M134D ad alto volume di fuoco. Questo elicottero è rapidamente riconfigurabile anche per missioni di supporto tattico logistico e di fuoco, SAR (Search And Rescue), operazioni speciali, ricognizione, sorveglianza, evacuazione feriti. Nel giugno 2014 AgustaWestland ha sottoscritto pure un memorandum di collaborazione con l’azienda d’elettronica Havelsan per la commercializzazione e la vendita congiunta dei propri prodotti da guerra e la gestione di attività complementari in campo addestrativo. “Per Finmeccanica la Turchia rappresenta soprattutto un partner industriale anziché un semplice mercato potenziale”, spiegano i manager del colosso militare-industriale italiano.

“Nel corso degli anni la stretta collaborazione tra le società del gruppo e le loro controparti turche ha portato a una solida partnership industriale che si estende ai settori della difesa e della sicurezza. Le attività spaziano da elicotteri per applicazioni militari e commerciali a velivoli da addestramento e pattugliatori marittimi, radar (sia per il controllo del traffico, sia per la difesa aerea), sistemi per le comunicazioni, sistemi satellitari di osservazione della terra, sistemi navali”. Oggi Finmeccanica opera in Turchia attraverso una propria sede di rappresentanza ad Ankara, esistono poi gli uffici commerciali di AgustaWestland, Alenia Aeronautica, Ansaldo STS e SELEX Komunikasyon A.S., società controllata da SELEX Communications (una sede ad Ankara, una filiale a Istanbul e 75 dipendenti), operativa principalmente nei settori delle comunicazioni militari, avioniche e professionali.

Nel campo delle telecomunicazioni e dell’intelligence le società controllate da Finmeccanica operano in Turchia dai primi anni ‘70. Nello specifico SELEX Galileo ha cooperato con la Marina militare turca nell’ambito di alcuni programmi di potenziamento dei radar navali e ancora oggi continua a fornire ad essa logistica e supporto. Sempre SELEX ha inoltre fornito i suoi Radar Avionici di Sorveglianza agli elicotteri della Marina e della Guardia Costiera.

Nel 2006 l’azienda italiana si è aggiudicata un importante contratto per la fornitura di una ventina di radar di navigazione SPN 730-LPI – Low Probability of Intercep (Bassa Probabilità di Intercettazione). Lo stabilimento turco di SELEX di Gölbası-Ankara, tra il 1990 e il 1997, ha prodotto e consegnato migliaia di radio HF e sistemi per applicazioni terrestri, navali e aeree. SELEX Turchia ha partecipato alla realizzazione della nuova piattaforma Software Defined Radio di Aselsan e ai più importanti programmi navali turchi (Genesis, Coast Guard e New Type Patrol Boats).

Nel 2010 SELEX Sistemi Integrati ha ottenuto una commessa di 25 milioni di euro dal Sottosegretariato degli Affari marittimi turco per la fornitura di un sistema VTMS (Vessel Traffic Management System) per la gestione del traffico marittimo, con un centro nazionale ad Ankara, tre centri regionali (a Izmit sul mar di Marmara, Mersin sulla costa sudorientale e Izmir lungo la costa centro occidentale) e 24 siti sensori dotati del nuovo radar Lyra 50. L’azienda elettronica italiana ha pure venduto alcuni radar terrestri per la difesa aerea e il rilevamento di missili balistici e otto radar long range (lungo raggio) di difesa aerea, 7 RAT31DL e un RAT31S come parte della rete di difesa aerea NADGE NATO.

Oggi il gruppo SELEX ES collabora con le industrie turche nei settori radio ed elettro-ottici, dei velivoli a pilotaggio remoto (UAV), delle guerre elettroniche e dei sistemi di controllo a fuoco. Assicura la fornitura dei sistemi per il programma AEW&C (Airborne Early Warning and Control) e la manutenzione delle installazioni per le comunicazioni V/UHF. Nel giugno scorso, infine, SELEX Es ha siglato un contratto del valore di 12 milioni di euro con la Nato Support Agency (Nspa) per l’ammodernamento di tre radar tridimensionali Rat31 Dl per la difesa aerea, onde allinearli agli standard NATO e renderli ancora più “resistenti” alle contromisure elettroniche. Nel settore aeronautico il gruppo Finmeccanica ha firmato recentemente, con la Marina militare turca, un contratto del valore di 218 milioni di dollari per la fornitura di due aerei da trasporto personale e materiali ATR 72-600 e sei da pattugliamento marittimo TMPA. Progettati da Alenia Aeronautica, i velivoli sono prodotti in Italia negli stabilimenti di Napoli Capodichino e ad Akinci in Turchia dalle industrie TAI. La versione da trasporto è già stata consegnata alle forze armate turche, mentre i pattugliatori saranno operativi solo a partire del febbraio 2017, mentre la loro consegna si concluderà nel 2018. Alenia Aermacchi curerà invece l’integrazione del sistema di missione Thales AMASCOS sui nuovi pattugliatori nonché la formazione dei piloti turchi presso il proprio Centro addestramento di Torino-Caselle.

Le missioni operative dei TMPA includeranno anche la ricerca e l’identificazione navale, il pattugliamento delle zone economiche esclusive (incluse le aree di pesca e le piattaforme petrolifere off shore), la lotta ai traffici di droga e alla pirateria, la guerra antisottomarini. Nel settore spaziale la società Telespazio (controllata al 67% da Finmeccanica e per il restante 33% dalla francese Thales) ha vinto a fine 2008 la gara, bandita dal Ministero della difesa turco, per la realizzazione e il lancio del sistema satellitare Göktürk per l’osservazione terrestre. La commessa per un valore superiore ai 250 milioni di euro ha previsto pure la fornitura di sensori ottici ad alta risoluzione e di un centro d’integrazione e di prova per i satelliti in Turchia, nonché la realizzazione di una stazione di comando e controllo terrestre del sistema satellitare ad Ankara. “Il programma Göktürk mira a soddisfare le esigenze di acquisizione immagini delle Forze Armate turche a scopi d’intelligence militare in tutte le regioni mondiali senza alcuna restrizione geografica”, spiegano i manager di Telespazio.

L’8 maggio scorso Thales Alenia Space, Telespazio e Ssm hanno annunciato che il satellite è stato spedito al Centro di Integrazione di Ankara per iniziare i test ambientali. Oto Melara, altra azienda leader di Finmeccanica, ha firmato nel dicembre 2007 un contratto di 53 milio9ni di euro con i cantieri navali Daersan per la fornitura alla Marina turca di 16 coppie di cannoni navali da 40/70 mm, da installare a bordo dei pattugliatori di 57 metri di lunghezza in via d’acquisizione, più altre 4 coppie di cannoni per le unità della Guardia costiera nazionale. Nell’ambito del programma di sviluppo delle corvette di classe MILGEM, nel settembre 2009 Oto Melara ha siglato un contratto per la fornitura dei cannoni da 76/62.

Attraverso il Consorzio EUROSAM, la società produttrice di sistemi missilistici avanzati MBDA (controllata da EADS e BAE Systems al 75% e da Finmeccanica per il restante 25%) si è candidata alla realizzazione del Turkish Long Range Air and Missile Defence Systems, il nuovo sistema di “difesa” contro i missili balistici di teatro delle forze armate turche.

Inizialmente il contratto era stato aggiudicato a un consorzio cinese, ma la minaccia proferita dal comando NATO d’interrompere i collegamenti tra le sue reti digitali e quelle militari turche ha convinto Ankara ad annullare la gara. Una delegazione del Dipartimento per l’industria della difesa turco ha così avviato i negoziati con le aziende del consorzio Eurosam per consentire l’ingresso delle aziende nazionali Roketsan, Havelsan e Aselsan nella produzione del sistema antimissile e nello sviluppo del missile Aster 30 (la commessa ha un valore superiore ai 3 miliardi di dollari). La partnership tra le industrie belliche italiane e quelle turche è seguita e favorita passo passo dalle rispettive autorità di governo.

Il 23 e 24 marzo scorsi ad Ankara si è tenuto l’incontro denominato “Defence and Aerospace Industry Day” a cui hanno partecipato numerosi esponenti del mondo della politica, militare e dell’industria aerospaziale di Italia e Turchia. “A rappresentare il nostro Paese è intervenuto il sottosegretario di Stato alla difesa, on. Gioacchino Alfano”, riporta una nota del ministero. “​La due giorni del Defence and Aerospace Industry Day è stata dedicata alla cooperazione nei settori della difesa e dell’alta tecnologia, facendo seguito alla Letter of Intent firmata in Italia nel 2012 tra i due Paesi.

Il Sottosegretario, nei vari incontri, ha posto in evidenza i comuni interessi nello scacchiere internazionale e il comune impegno alla difesa reciproca”.

http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/2015/05/turchia-alla-guerra-in-kurdistan-con-le.html

http://www.nomuos.info/turchia-alla-guerra-kurdistan-con-le-armi-finmeccanica/

 

Cultura, Economia, Politica e Società

Eduardo Galeano

Dalla newsletter del 20 Aprile 2015 dc di www.puntorossoblog.com (da me corretta oggi 24 Novembre 2015 dc di alcuni errori, in alcuni casi avventurosamente interpretando quanto scritto):

Eduardo Galeano

come metafora della cultura critica, necessaria ai movimenti antisistemici. Con alcune considerazioni finali sul ruolo del Forum Sociale Mondiale.

di Giorgio Riolo

Ci sono opere e persone che, al di là del valore intrinseco, grande o piccolo, non importa, svolgono un ruolo formidabile nel contesto storico in cui sorgono. Diventano metafore di un moto storico, di un cammino in corso.

Diciamo subito che il valore letterario e di contenuti degli scritti di Galeano era veramente grande. Fossero libri o i suoi tipici folgoranti pezzi giornalistici egli mostrava quale forza si può celare nella penna, se la si sa usare e a qual fine usarla.

Sciascia ricorreva a questa metafora della penna come spada, pensando al suo ruolo di scrittore e di intellettuale. Impensabilmente coincidente con quello che l’analfabeta bracciante siciliano riteneva a proposito del valore, dell’importanza della cosa scritta. Ma oggi con il minimalismo, la ciarlataneria chiassosa, le parole in libertà, in ogni dove (la falsa democrazia del Twitter, Facebook e minchiate varie), tutto ciò assume distanza, alterità omerica, biblica.

La cultura, la letteratura, la grande arte non cambiano il mondo, sicuramente. Ma è sacrosanto che esse contribuiscano a preparare, a invogliare, a spingere gli esseri umani a “desiderare” un altro mondo, a cambiare la propria vita e la vita quindi dei gruppi associati. L’antropologia culturale viene prima della politica, sostanzia la politica e la spinge in avanti. Non al contrario, come taluni bonzi si ostinano a pensare e a praticare. Il risultato necessario, di causa ed effetto, come il giorno segue alla notte, è inevitabilmente la malapolitica.

Molti della mia generazione, tra la fine degli anni sessanta e gli anni settanta, avevano come uno dei retroterra di formazione il cosiddetto terzomondismo, allora spesso declinato come visione manichea di bene e di male, dislocati spazialmente, centro e periferie, Nord e Sud, mondo sviluppato e mondo sottosviluppato (il terzo mondo) ecc. Poi immediatamente aggiornato, una volta considerato che la dinamica si riproduceva all’interno degli stessi centri sviluppati e all’interno delle periferie stesse (ricchi e poveri, padroni e salariati, classi dominanti e classi subalterne ecc.).

Ma una cosa è certa. Il terzomondismo costituiva allora la forma ingenua, ma fondamentale, indispensabile, del pensare che la storia dell’umanità è la globalizzazione-mondializzazione, accelerata in modo impressionante dal sorgere del capitalismo e dalla sua prorompente, irrefrenabile vocazione a espandersi e a occupare i quattro angoli del pianeta. Che il sistema è mondiale immediatamente e non per astrazione. Che occorreva il “pensiero planetario” (Ernesto Balducci) come grado minimo, come primissima base, per un discorso serio e sensato sul mondo. Che tutto cambia a misura della prospettiva con cui si guarda il mondo.

E così si cercava di sfuggire all’eurocentrismo, al colonizzatore e all’imperialista che era in noi (e molta sinistra questo non lo faceva) e si cercava di guardare il mondo “dal rovescio della storia” (Teologia della Liberazione). Di guardare con gli occhi dei popoli vessati, depredati, umiliati dal colonialismo prima e dall’imperialismo poi. Tutto cambia, ripetiamo.

Opere come “Le vene aperte dell’America Latina” del 1971, prima, e in seguito le tre parti di “Memoria del fuoco” (apparse tra il 1982 e il 1986), vennero ad aggiungersi al breviario minimo di questo pensiero planetario di cui avevamo bisogno, che avidamente cercavamo. Così come i tanti interventi, articoli e saggi, inconfondibili, che il fine letterato-intellettuale e attivista ci ha offerto fino alla fine dei suoi giorni.

Latinoamericano come prima sostanza e radice, come prima attenzione, come un entomologo che scruta il brulicare della propria gente, che scruta la microstoria, la vita quotidiana, i recessi della storia, così spesso trascurati, ma che sa collegare la sua prospettiva latinoamericana, la sua realtà, alla prospettiva mondiale. Che sa collegare la microstoria e la vita quotidiana alla macrostoria, alla politica, alle dinamiche più vaste. Alle lotte necessarie in America Latina e nel mondo. Poiché la concezione della penna come spada implica sempre mettersi in gioco, agire, collaborare con altri gruppi umani, con partiti, con gruppi, con movimenti sociali affinché qualcosa cambi. Altrimenti ci si limita a scrivere libri, ci si rifugia nel piccolo narcisismo dell’intellettuale, anche se raffinato.

Il ricordo, la perdita di Eduardo Galeano ci impone di fare alcune modeste, non peregrine, considerazioni sui movimenti antisistemici.

Altri hanno scritto e scriveranno molto e bene su di lui.

Recentemente, concluso il Fsm (Forum Sociale Mondiale) di Tunisi del 2015, Roberto Savio, un giornalista-saggista molto attivo nel movimento altermondialista, uno dei fondatori del Fsm, ha scritto un intervento critico, una sorta di bilancio dello stesso Fsm dopo 15 anni di esistenza. Di bilanci ne abbiamo fatti nel passato in vari scritti e interventi. Qui ripetiamo solo alcuni spunti.

Anche se con le sue parole, Savio riprende nel suo articolo la vecchia questione delle due anime del Fsm e quindi del movimento altermondialista. Da una parte, per utilizzare la metafora di un altro fondatore del Fsm, François Houtart, il Forum è una sorta di “Woodstock sociale” (il Fsm come “spazio aperto”, come luogo di ritrovo e di messa in comunicazione dei tanti attori mondiali contro il neoliberismo), dall’altra è una sorta di Internazionale in cui organizzarsi e in cui assumere direttive, vincolanti per gli stessi attori, per contrastare il neoliberismo e il capitalismo e le sue dinamiche, opprimenti popoli, ambiente, diritti ecc.

Queste due anime rimangono e condizionano e hanno condannato il Fsm nel tempo, dall’iniziale forza e rilevanza mondiali, fino al marzo 2003 (“la seconda potenza mondiale” secondo The New York Times e la retorica e metafisica di cui dicevo in un mio precedente articolo), alla attuale relativa irrilevanza. Come dice Samir Amin, le lotte decisive nel mondo ormai si svolgono fuori dal Fsm. Come afferma Savio, non c’è osmosi tra Fsm e mondo. Non è investita nel suo processo l’intera società civile globale. Alla quale appartengono, aggiunge Emir Sader, anche i partiti e le formazioni, partitiche e di movimento, sostanziate di materiale umano che lotta, pensa, si istruisce, agisce contro il sistema. Superando il rituale autoreferenziale dei Fsm, con i ripetitivi seminari, workshops, di edizione in edizione, mentre fuori nel mondo infuriano guerre, conflitti, crisi climatica, emergenze sociali, ambientali, democratiche ecc.

Savio incentra molto il suo discorso sul ruolo del Consiglio Internazionale del Fsm. Il suo ruolo si è ridotto a quello del “facilitatore” e non quello, indispensabile, che miri a creare visione e strategia. Che miri ad avere un minimo di “verticalità”, di organizzare, senza venir meno alla “orizzontalità” delle pratiche e delle procedure.

Aggiungo solo, rispetto al discorso di Savio, che molto ruolo nel Fsm e nel Consiglio Internazionale hanno le élite mondiali, spesso europee e Usa, ma non solo, che possono pagarsi viaggi e soggiorni, soprattutto organismi come Ong ecc., che dispongono di molti mezzi. I movimenti sociali di Asia, Africa e America Latina, ciascuno costituito da milioni, e non migliaia, di aderenti spesso non dispongono dei mezzi necessari, non dico per essere presenti al Consiglio Internazionale, ma anche semplicemente per inviare un delegato a partecipare a una qualche edizione del Fsm.

Un solo episodio, come testimonianza personale, per tornare a Galeano e per concludere.

Al Fsm di Porto Alegre 2005, il quinto della serie, un gruppo di 19 intellettuali, strettamente legati al movimento altermondialista, tra i quali Galeano, Saramago, Amin, Houtart, Ramonet, Savio, Walden Bello, Aminata Traorè, Perez Esquivel, Petrella, Wallerstein, Frei Betto e altri, firmarono un testo, passato come “Manifesto di Porto Alegre”, contenente alcune affermazioni di principio e l’indicazione di 12 punti come programma minimo del movimento altermondialista. Per prendere seriamente di petto la questione “un altro mondo è possibile”, oltre la retorica e l’autonarrazione gratificante di cui sopra. I punti erano semplici indicazioni di lavoro, non direttive del Consiglio Internazionale. Ma erano punti precisi.

La reazione di tanti, non tutti fortunatamente, piccoli leaderini di movimento, di Ong ecc., tra i quali molti italiani, autoreferenziali i più, è stata stizzita. Si trattava di discutere, magari di proporre variazioni, integrazioni e via dibattendo. Ma la cosa è stata interpretata come ingerenza, come violazione della Carta dei Principi del Fsm, come lesa maestà democratica e via movimentando.

È l’usuale invocazione della democrazia quando non si hanno argomenti veri, coerenti, e si elude la vera questione: come essere efficaci e antisistemici veramente. Non a parole, una volta raggiunta e superata la soglia iniziale della presa di coscienza, della cultura e del sapere del movimento, della delegittimazione del sistema, della sottrazione del consenso. Per tentare di cambiare veramente le cose.

E in ciò concorrono le parole e le idee, la penna appunto, come quella di Galeano, e la lotta quotidiana, la politica e il movimento contro le brutture del mondo, altrimenti chiamate neoliberismo, capitalismo, imperialismo, razzismo, sessismo ecc.

La difficile, faticosa, necessaria sintesi di sempre.

Politica e Società

Citizenfour. Snowden wanted.

Dalla newsletter del 20 Aprile 2015 dc di www.puntorossoblog.com

Citizenfour. Snowden wanted.

di Marzio Castagnedi

É in uscita in Italia il documentario che ha vinto l’Oscar. Che fegatacci quelli della Accademy hollywoodiana! Ma no, a quei brillanti mondani la NSA (National Security Agency) e la CIA non fanno niente, salvo leggergli ogni sms, mail e telefonata, come del resto fanno a tutti i cittadini statunitensi e a qualche miliardo di stranieri nel mondo. Chi la propria libertà personale, incolumità (e ci possiamo includere anche la pelle) se la gioca è Edward Snowden, il trentenne ex esperto super tecnologico al servizio della NSA e poi “traditore” di sporchi segreti yankee.

Il coraggioso film – regista è Laura Poitras – è di straordinario valore e interesse. É tutto dal vero, ovviamente, girato nel 2013 nelle camere di alberghi da Hong Kong a Londra a Berlino e Mosca filmando il giovane Snowden fuggitivo e per il quale gli sceriffi dell’Impero Dominante hanno affisso implacabili “wanted”, ma sinora senza successo.

Come è noto Snowden è rifugiato da oltre un anno a Mosca dove il presidente Putin gli ha accordato un visto rinnovabile dopo una quarantena del giovane statunitense nell’aeroporto moscovita. Come gli dice in una breve apparizione al telefono Julian Assange (il fondatore e capo di Wikileaks anch’esso divulgatore di oscure manovre dei servizi Usa e rifugiato da tre anni nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra), Snowden per mettersi davvero in salvo avrebbe dovuto poter raggiungere il Venezuela o l’Ecuador ma sarebbe stato troppo pericoloso e difficile, braccato febbrilmente com’era da agenti americani d’ogni tipo. Alla fine delle fuga da Hong Kong ha trovato a Mosca almeno un temporaneo rifugio.

A vederlo nel documentario di Laura Poitras chi direbbe che il giovane Edward sia un tipo “pericoloso”? Mite, controllato nelle paure più che legittime, dall’aspetto disarmante e gentile, racconta la sua storia attorniato da due giornalisti e principalmente da Greenwald che fu il primo a pubblicare – sul britannico “Guardian”- le sue scottanti rivelazioni. Snowden, ingaggiato inizialmente da una azienda privata, entrò poi in servizio direttamente alla NSA che è l’agenzia di controllo, informazioni e spionaggio cui, dopo l’11 settembre, il governo Usa ha conferito poteri enormi di ingerenze nel più profondo della privacy di miliardi di persone nel mondo. Ricordo che solo qualche mese fa la Germania ha espulso il capo della Cia nel paese europeo, per lo spionaggio effettuato addirittura sul cellulare della presidente del governo Angela Merkel. Come super esperto della National Security Agency, Snowden poté penetrare in profondità le modalità illegali operate dai servizi segreti americani. Scoprì che gli Usa avevano il controllo di ogni conversazione telefonica e scritta sia dei cittadini americani che anche stranieri. Ogni telefonata, sms e mail sia all’interno degli Usa che in molta parte del mondo venivano filtrati, controllati e immagazzinati in depositi segreti. Si tratta di miliardi e miliardi di messaggi che la tecnologia attuale permette di conservare elettronicamente in minuscoli spazi.

C’è una frase che pronuncia Edwar Snowden in “Citizenfour”. “Quando mi sono reso conto che milioni di cittadini statunitensi venivano così profondamente violati nelle loro relazioni e comunicazioni più private e intime senza alcun limite e misura, ho deciso che non potevo stare zitto a guardare. Pur sapendo a quale rischio andavo incontro dovevo divulgare queste prepotenti illegalità che andavano del tutto contro ogni tradizione, regola, e dichiarazione di democrazia e libertà care al nostro Paese”. La non facile presa di contatto con alcuni giornalisti occidentali noti per non soggiacere a pressioni o censure, portò alla divulgazione del marcio sistema informativo in articoli in cui il nome di Snowden – col suo assenso – veniva citato chiaramente.

Il lavoro più contundente fu quello del giornalista inglese Greenwald del Guardian. Lo scandalo fu grande, il furore della NSA anche, le tensioni e i pericoli per i divulgatori notevoli, come è facile immaginare. Non tanto per i giornalisti noti professionisti, quanto per i “traditori”. Di servizi di sicurezza sì, ma servizi macchiati di ogni violazione elementare di regole private. Dice ancora Snowden nel film: “Non solo erano messi sotto controllo individui di cui si sapeva o sospettava di attività illecite o criminali, ma tutte, tutte le persone indistintamente venivano spiate”. “CITIZENFOUR” appare un semplice documentario ma è in realtà uno straordinario, intenso e civile atto d’accusa alle non poche devianze e prepotenze di quella che molti chiamano la più grande democrazia del mondo. Il soldato Bradley Manning (che passò informazioni innominabili a Wikileaks dell’australiano Assange) sta scontando 30 anni di carcere in una prigione militare. Lo stesso Assange non può nemmeno uscire sul marciapiede dell’ambasciata dell’Ecuador pena l’arresto della polizia londinese (il “sistema” si è inventato per lui una denuncia di stupro in Svezia) e subire poi un’estradizione negli Usa dove si può capire cosa gli accadrebbe.

E il trentenne Snowden ha trovato un momentaneo rifugio in Russia.

Come funziona tecnicamente il sistema di controllo mondiale della NSA sui privati cittadini lo ha spiegato molto chiaramente il giornalista cubano Reynaldo Taladrid nel 2013 in una trasmissione di Telesur, la grande tv di notizie diffusa il tutta l’America latina. “Guardate queste due immagini – disse Taladrid. La prima è quella del continente sudamericano circondato da queste linee colorate. Sono i sistemi di cavi sottomarini che trasportano tutte le telecomunicazioni che entrano ed escono. Il cavi, lunghi molte migliaia di chilometri, sono di proprietà di multinazionali Usa e tutti confluiscono in Florida (seconda immagine) in un anonimo edificio di 4 piani. Lì – concludeva Taladrid – ogni messaggio, sms, mail o telefonata viene controllato, filtrato e tutto il materiale con miliardi di conversazioni e dati viene poi immagazzinato in basi militari sotterranee”. Così raccontava il giornalista cubano su Telesur. E si sa che di questi sistemi di cavi sottomarini trasportatori di ogni messaggio ce ne sono anche nell’oceano Atlantico e Pacifico sulle rotte dagli Usa verso Europa e Asia. E sono tutti di proprietà o controllo di multinazionali Usa.

Nel documentario CITIZENFOUR di Laura Poitras c’è tutta la tensione di queste denunce, prove di forza, controlli indiscriminati, manie spionistiche. E c’è il giovane volto preoccupato ma deciso dell’ultimo raccontatore libero. Che fine farà il temerario Edward Snowden? Ha sfidato l’Impero Dominante …

Cronaca, Politica e Società

Le pressioni USA sul governo italiano

da Lucio Manisco Considerazioni Inattuali n. 68, 31 Marzo 2015 dc:

Le pressioni USA sul governo italiano

L’assoluzione di Amanda Knox.

Secondo il “Guardian” un verdetto di colpevolezza e la richiesta di estradizione avrebbero posto a dura prova i rapporti diplomatici tra i due Paesi. Improbabile, data la comprovata arrendevolezza italiana di fronte ai sistematici rifiuti di Washington di rispettare il trattato bilaterale. “La faccia di un angelo”, il film inglese sull’assassinio di Meredith Kercher e i “guazzabugli” della giustizia italiana.

Ci sono state ripetute pressioni USA sulle autorità governative italiane per evitare un verdetto di colpevolezza a carico di Amanda Knox e l’inevitabile richiesta di estradizione della cittadina statunitense? Se cambiamo pro forma il termine “pressioni” in monitoraggi, intense consultazioni o scambi diplomatici tra i due governi la risposta non può non essere affermativa anche se non ha coinvolto direttamente la nostra magistratura, nota in tutto il mondo per la sua indipendenza e per il suo rigetto di qualsiasi condizionamento ambientale.

Del verdetto finale della Cassazione, in attesa delle motivazioni, si può solo parlare di convergenze parallele o più propriamente di coincidenze temporali, a giudicare almeno da quanto accaduto negli ultimi sette anni: quando ad esempio il magistrato della prima assoluzione a Perugia respinse con sdegno le accuse di essere stato influenzato o addirittura corrotto dal governo di Washington e dalla CIA (!?), accuse da lui attribuite a colleghi colpevolisti e invidiosi che poi gli rovinarono la carriera.

E che dire poi delle affermazioni di Michael Scadron, ex consulente legale del Dipartimento di Stato, che alla vigilia della soluzione finale del caso ha testualmente dichiarato: “Gli italiani faranno di tutto per evitare una richiesta di estradizione. Gli Stati Uniti impiegheranno ogni espediente ufficioso della diplomazia per scongiurare la possibilità di un ricorso all’estradizione”. Questa possibilità è stata invece evidenziata, sempre alla vigilia della chiusura del caso, dal quotidiano britannico The Guardian del 21 marzo: “Se l’Alta Corte Italiana ribadirà la colpevolezza della cittadina americana – recita il titolo – i rapporti diplomatici tra i due Paesi verranno messi a dura prova”.

Perché, secondo i corrispondenti da Roma e da Seattle del quotidiano, gli Stati Uniti saranno “tecnicamente” costretti a concedere l’estradizione, anche se poi gli stessi autori dell’articolo elencano le lunghe e dilatorie procedure prescritte prima di un’eventuale rispedizione in Italia della Knox: indagini ed esami della richiesta da parte del Dipartimento di Stato e da quello della giustizia, analisi processuale di un tribunale statunitense che potrebbe approvare o bocciare la richiesta, nel primo caso la decisione finale delegata ai poteri discrezionali del segretario di Stato John Kerry.

Non intendiamo in queste note schierarci con i colpevolisti o con gli innocentisti nel dibattito sulla Knox e sul coimputato Sollecito che ha beneficiato del verdetto assolutorio: intervistati negli ultimi due anni dalla CNN e dalla Fox News ci eravamo limitati ad osservare che in altri Paesi le giravolte, le prove a carico respinte e poi convalidate nei diversi gradi di giudizio, le otto sentenze di segno opposto e via dicendo, avrebbero portato al non luogo a procedere. Qui vogliamo occuparci unicamente del contesto giuridico internazionale in cui operano gli Stati Uniti d’America e della comprovata arrendevolezza italiana di fronte a qualsiasi istanza avanzata dal Grande Impero d’Occidente.

Questo è l’Impero che per i prevedibili ostacoli del diritto internazionale osservato dal Regno Unito delega al Governo Conservatore Svedese il compito di chiedere l’estradizione per presunti reati sessuali di Julian Assange, autore delle rivelazioni di Wikileaks (con destinazione finale Stati Uniti) e da più di due anni tutelato dall’immunità diplomatica nell’ambasciata londinese di un piccolo Paese coraggioso e indipendente, l’Ecuador.  Ed è lo stesso grande impero che alza il sipario di una nuova guerra fredda con la Federazione Russa perché Vladimir Putin ha concesso asilo politico ad Edward Snowden, il “whistleblower” della National Security Agency.

La verità è che gli Stati Uniti esigono ed ottengono quasi sempre estradizioni da governi subalterni e respingono o addirittura ignorano le richieste di estradizione di questi stessi governi soprattutto se i casi sono clamorosi e se l’osservanza dei trattati potrebbe apparire come un cedimento della più grande potenza mondiale.

Il caso Knox è uno di questi casi clamorosi con la maggior parte dell’opinione pubblica americana convinta della sua innocenza o comunque della necessità di sottrarla alla giustizia italiana. Per una minoranza altrettanto agguerrita “Foxyknoxy” era ed è una furbastra e per giunta una maniaca sessuale capace di tutto.

Sul merito della sottomissione italiana ai diktat di Washington il caso più madornale e scandaloso, per fortuna risolto a buon fine da un intervento in extremis di un’altra Corte di Cassazione, è stato quello di Pietro Venezia, reo-confesso dell’assassinio di un esattore delle tasse in Florida e fuggito in Italia nel 1994. Se fosse stato estradato sarebbe finito certamente sulla sedia elettrica. La perentoria richiesta USA di estradizione era accompagnata da una vaga promessa statale di non applicare la pena capitale.

Forte del mandato costituzionale che proibisce il trasferimento di un cittadino italiano o straniero residente in Italia in un Paese dove i suoi reati siano punibili sul patibolo diversi senatori e deputati, tra i quali chi scrive queste note, incalzarono il Governo a respingere la richiesta di Washington. L’allora presidente del consiglio Lamberto Dini con decreto ministeriale non solo accolse la richiesta, ma la rese immediatamente esecutiva. Solo un intervento d’urgenza dell’Alta Corte portò i carabinieri sull’aereo su cui era stato portato ed affidato a due sceriffi della Dade County in Florida il Pietro Venezia, poi processato e condannato a 22 anni da un tribunale di Taranto per il grave reato da lui perpetrato su suolo americano.

Sorvoliamo sul caso Baraldini, condannata negli Stati Uniti a ventidue anni di carcere (poi raddoppiati per non aver collaborato con lo FBI) per concorso nell’evasione incruenta della attivista afroamericana Joanne Chesimard (Assata Shakur) dal carcere femminile di Clinton nel New Jersey. Per dieci anni gli Stati Uniti hanno respinto le caute ed ossequiose richieste italiane – alcune annunziate ma mai inoltrate – perché venisse applicata al suo caso la convenzione di Strasburgo che permette lo sconto della pena nel Paese natale. Solo l’intervento del Guardasigilli comunista Oliviero Diliberto nel Governo D’Alema portò al suo rimpatrio con l’accettazione di condizioni così severe e disumane che violavano la Costituzione della Repubblica.

I due casi più recenti sono quelli dell’ottantenne Giuseppe Lo Porto, ammalato di cancro, arrestato ed estradato in due settimane dalla richiesta di Washington, quello dell’ex deputato di Forza Italia Massimo Romagnoli che nel febbraio del corrente anno è stato prontamente estradato e rinchiuso nel Correctional Center di Manhattan, malgrado una sentenza a suo favore emessa da un tribunale olandese e senza che le autorità italiane gli dessero il tempo di appellarsi ai tribunali del suo Paese natale.

Questa settiman un film del regista inglese Michael Winterbottom dal titolo “La faccia di un angelo” è in distribuzione nelle sale cinematografiche londinesi: la faccia dell’angelo non è quella di Amanda Knox, ma l’altra, oscurata dai mass media italiani, della vera protagonista del caso, la giovane vittima inglese Meredith Kercher, assassinata, secondo la magistratura italiana, da fantasmi senza nome in un appartamento di Perugia più di sette anni fa. Il film ricostruisce i “guazzabugli” della giustizia nostrana. Degli stessi “guazzabugli” si è occupato oggi su “Il fatto quotidiano” Gian Carlo Caselli la cui argentea chioma ad ogni sua apparizione sembra sia stata affidata alle amorevoli cure di un Vidal Sassoon. L’ex magistrato, famoso per aver condotto l’istruttoria del processo a Giulio Andreotti che ha permesso all’illustre uomo politico di uscire indenne da qualsiasi condanna per evidenti collusioni con la mafia dal 1981 in poi, ha bistrattato come si deve i giudici del caso Knox ma, alla pari dei giornali e delle televisioni nazionali, non ha fatto menzione alcuna – magari per negarne l’esistenza – delle interferenze del Governo USA nella gestione della cosa pubblica e della giustizia in questa nostra sventurata Repubblica.

Lucio Manisco
www.luciomanisco.eu

Economia, Politica e Società

Infranta nuovamente la segretezza dei negoziati commerciali

Inoltrata in e-mail il 30 Marzo 2015 dc:

Infranta nuovamente la segretezza dei negoziati commerciali
WikiLeaks diffonde il capitolo segreto del trattato TTP , fratello del TTIP che dà potere assoluto a imprese e multinazionali a scapito dei cittadini

Grazie a WikiLeaks è di dominio pubblico il capitolo sugli investimenti del TPP, l’accordo transpacifico di libero scambio fratello del TTIP (accordo transatlantico). Contiene clausole che mettono in pericolo il processo democratico e la vita dei cittadini, e saranno inserite anche nell’accordo transatlantico.

È di pochi giorni fa la diffusione di un nuovo testo sugli investimenti da parte di WikiLeaks che riguarda i negoziati segreti dell’accordo commerciale transpacifico, un vero e proprio negoziato fratello del più conosciuto TTIP.

La data in cui è stato redatto il documento è il 20 gennaio 2015. Ma chissà quando ne saremmo venuti a conoscenza se non fosse stato per la fuga di notizie. Infatti, come si può leggere nella prima pagina, il testo doveva restare segreto per quattro anni dopo l’entrata in vigore dell’accordo TPP e, se questo non fosse andato a buon fine, per quattro anni dalla chiusura dei negoziati.

Da quanto risulta dall’esame del capitolo, il TPP contiene la clausola ISDS che Commissione Europea e Stati Uniti vogliono inserire nel TTIP, il suo “gemello” transatlantico. Grazie a questo meccanismo, le imprese straniere possono denunciare uno Stato che con i suoi provvedimenti intacca i loro profitti, anche quelli non ancora realizzati ma semplicemente attesi. L’ISDS salta a pie’ pari la giurisdizione nazionale, trascinando i governi dinanzi a corti di arbitrato internazionali dal funzionamento opaco e marcatamente a vantaggio dell’investitore privato. Sottomettendosi a questo giogo, gli Stati sperano che le multinazionali siano più invogliate a fare business sui loro territori, ma si tratta di un sistema malato, che ha l’effetto di calmierare la legislazione su materie altamente sensibili come l’ambiente, la sanità, il mercato del lavoro. La Germania è tutt’ora vittima di una causa legale intentata dal gigante energetico svedese Vattenfall, che ha chiesto 3.7 miliardi di euro di indennizzo dopo la decisione governativa di uscire dal nucleare nel 2022.

Rispetto alla clausola ISDS inserita nel NAFTA (North American Free Trade Agreement) vengono introdotte alcune lievi modifiche, come alcune concessioni sulle operazioni di ristrutturazione del debito pubblico, fino ad oggi utilizzate a mani basse dagli investitori per arricchirsi ai danni degli Stati e dei cittadini durante i periodi di crisi economica.

Per gli Stati Uniti l’inserimento dell’ISDS nell’accordo TTIP è una condizione sine qua non per la chiusura del negoziato. La Commissione europea, come ribadito dalla Commissaria al commercio Malmström, è intenzionata a fare lo stesso, con poche modifiche di facciata e promesse di una maggiore trasparenza su queste controversie tra investitori e Stati. Impegni assolutamente insufficienti che svenderebbero lo Stato di diritto ai profitti degli investitori americani.

Con questi dati in mano, la campagna Stop TTIP Italia non può che ribadire l’inaccettabilità di un accordo che include una simile bomba ad orologeria per le democrazie europee, compresa quella italiana.

Il testo si aggiunge alle precedenti pubblicazioni del team di Assange sui testi legali relativi a proprietà intellettuale (Novembre 2013) e ambiente (Gennaio 2014).

Il documento, relativo agli investimenti è scaricabile dal sito http://stop-ttip-italia.net/documenti/ al paragrafo “TPP. Il cugino transpacifico del TTIP”.

Campagna Stop TTIP Italia

Contatti
http://stop-ttip-italia.net/
https://www.facebook.com/StopTTIPItalia
@StopTTIP_Italia

Cronaca, Cultura, Varie: attualità, costume, stampa etc

USA, al ristorante ordina per sbaglio un vino da 3750 dollari

USA, al ristorante ordina per sbaglio un vino da 3750 dollari – Yahoo Finanza Italia. L’articolo è di venerdì 7 Novembre 2014 dc.

La vicenda è interessante e curiosa di per sè, ma io mi vorrei soffermare su una questione linguistica, leggete qua:

“Lei ha indicato una bottiglia sul menu, ma non avevo con me gli occhiali. Le ho chiesto quanto costava e lei mi ha detto ‘Thirty-seven fifty‘”, che in inglese può essere inteso tanto come “Trentasette e cinquanta” quanto “Tremilasettecentocinquanta”.

No, non ci siamo. Che la lingua americana parlata sia spesso sconcertantemente becera e sguaiata si sà, e zeppa di abbreviazioni e modi di dire alquanto discutibili, ma normalmente 3750 si leggerebbe three thousand (tremila) seven hundred (settecento) and fifty (e cinquanta). Capisco che sia lungo da dire, ma con tutta la fantasia e immaginazione possibile NON E’ UMANAMENTE POSSIBILE che si pronunci, per far prima, come 37,50, e comunque anche questo importo sarebbe detto in modo errato, perché, se si volesse essere precisi, bisognerebbe specificare i centesimi, oppure dire “37 e mezzo dollaro”, thirty seven and half dollar.

Jàdawin di Atheia

Politica e Società

Incubo

logo Democrazia Atea-2

 

 

 

 

da Democrazia Atea, 23 Novembre 2013 dc

Incubo

Nell’immaginario collettivo si è alimentata la predominanza della funzione punitiva delle carceri, propria delle società tribali, a tutto svantaggio della finalità rieducativa che, in Italia, ha rango costituzionale.

L’articolo 27 della Costituzione così recita: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

È preoccupante come la tendenza generale delle riforme adottate negli ultimi anni dai nostri governi, stia tentando di svilire sia il nostro sistema carcerario e sia il nostro sistema giudiziario su modello statunitense, uno dei peggiori in termini di garanzie e di giustizia.

Se il nostro sistema è farraginoso e ingiusto nelle sue lungaggini, quello statunitense è senza dubbio più veloce ma privo di qualunque riferimento al diritto.

Negli Stati Uniti i processi non si fanno perché nel 90% dei casi si patteggia.

Le sentenze non vengono scritte perché la condanna che emana ogni giudice è di poco più lunga di uno scontrino fiscale.

I detenuti non fanno appello e in assenza di motivazioni, che nel nostro sistema rendono addirittura nulla la sentenza se non adeguatamente indicate, i detenuti non sanno nemmeno con quale iter logico i giudici sono arrivati ad emanare un verdetto di condanna.

I procuratori negli Stati Uniti hanno da sempre le “carriere separate” dai giudici mentre da noi la separazione delle carriere è invocata ininterrottamente da Licio Gelli sin dal 1982, e fortunatamente è ancora inattuata ma non si sa fino a quando.

I procuratori americani dipendono dal sistema politico e quindi sono, nella maggior parte dei casi, corrotti e scorretti, inclini finanche a fabbricare prove e istruire testi falsi pur di vincere un processo che giovi alla loro carriera.

In Italia, per quanto la giustizia sia un elefante arenato nel fango, non abbiamo ancora raggiunto i livelli di bestialità raggiunti dal sistema americano, né per quanto riguarda l’amministrazione della giustizia, né per quanto riguarda il sistema carcerario.

Negli Stati Uniti non esiste il rispetto dei diritti umani, mentre da noi la Corte dei Diritti dell’Uomo vigila e condanna, a conferma che il sistema ha ancora una possibilità di essere migliorato.

Quello statunitense non ha nemmeno questa speranza ed è inaccettabile che i nostri Ministri facciano a gara per imitarlo.

Appiattirsi sui modelli americani, in tema di detenzione e di giustizia, significa inequivocabilmente minare le fondamenta del nostro sistema democratico.

Il sogno americano, guardato attraverso le patologie del loro sistema carcerario e giudiziario, non è altro che un pessimo incubo angosciante e in Italia ne possiamo anche fare a meno, abbiamo già abbastanza incubi per conto nostro.

La Segreteria Nazionale di Democrazia Atea
http://www.democrazia-atea.it

Politica e Società

L’inganno del G20

Dal sito http://www.jadawin.info una e-mail giunta il 16 luglio 2010 dc:

L’inganno del G20

di Lucio Garofalo

Il G20 di Toronto si è concluso con un fallimento rispetto alle attese iniziali. L’agenda del dibattito si è concentrata soprattutto sul tema della crisi economica. Ma anche su questo versante il G20, segnato dalle divergenze tra Usa ed Europa, ha deluso dopo aver annunciato decisioni esibite come promesse di rinnovamento, smentite puntualmente dai fatti. Il vertice ha respinto persino le proposte minime sulla regolamentazione dei mercati e la tassa sulle banche. Un esito che i commenti della stampa hanno definito scoraggiante: “Un summit che avremmo potuto benissimo risparmiarci”, è la sentenza senza appello di vari quotidiani europei. Dunque, il summit ha svelato l’ennesimo inganno pompato con finalità pragmatiche, almeno stando alle dichiarazioni di principio.

Al di là delle buone intenzioni (si sa che “la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”) che impressionano solo gli spettatori ingenui e tendenzialmente creduloni, a chi per indole e formazione è sempre vigile, non è sfuggito il carattere capzioso dietro cui si ripara una mistificazione che inganna la buona fede della gente. Il summit doveva patrocinare un disegno volto a riabilitare un sistema economico di rapina e sfruttamento imposto a miliardi di esseri umani, piombato in una grave crisi strutturale che ha causato un crollo verticale dei consensi. E’ dunque inevitabile dubitare del valore di simili iniziative che servono al massimo a rimuovere i sensi di colpa dell’occidente e ad alimentare le illusioni della gente. Occorre rifuggire dalle facili suggestioni create dai mass-media, denunciando la natura ipocrita di operazioni spacciate come attestati di amicizia e fraternità universale, mentre in realtà approfittano delle speranze dei popoli.

Ormai anche i bambini sanno che i vertici del G20 perseguono solo gli interessi di quel 20% di parassiti che consumano oltre l’80% del reddito prodotto dall’intero genere umano. Non è un caso che l’immenso fiume di denaro devoluto negli anni scorsi ai paesi poveri sia solo servito a rimpinguare le tasche dei ceti dirigenti dei paesi poveri e delle oligarchie finanziarie dei paesi ricchi, grazie agli interessi usurai o alla vendita di armi. Se da un lato si ostenta a chiacchiere la volontà di annullare il debito che affoga i paesi africani, che non potrà mai essere estinto poiché solo gli interessi stanno letteralmente strozzando quei popoli, dall’altro lato i proclami retorici coprono nuove liberalizzazioni economiche. Ma quale strozzino ha mai estinto spontaneamente il debito contratto dalle sue vittime? Nessuno. Eppure, siamo pronti a credere che ciò possa accadere agli usurai della finanza globale, solo perché lo hanno annunciato in Tv i capi di stato del G20.

Dopo il crollo del muro di Berlino e  la dissoluzione del blocco filo-sovietico, gli USA si sono ritrovati ad essere l’unica superpotenza militare  sulla scena globale, per cui hanno assunto il ruolo di gendarmeria mondiale, esautorando l’ONU e arrogandosi l’esercizio esclusivo della forza e del diritto internazionale, mentre sul piano commerciale sono emerse nuove rivalità tra i colossi del mercato  mondiale: Usa, Europa, Giappone, Cina e India, i principali protagonisti del nuovo assetto mondiale. Negli anni ’90 i centri nevralgici del potere decisionale si sono spostati in quelle sedi di natura sovra-nazionale, cioè il WTO, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, i summit del G8, ecc.

L’avvento del nuovo millennio ha visto la nascita del cosiddetto “popolo di Seattle”, un movimento eterogeneo di rivolta anticapitalista che ha avviato un ciclo di lotte di massa a livello internazionale, il cui apice è stato raggiunto in occasione del G8 di Genova nel luglio 2001. In quella circostanza la reazione del potere, messo in discussione e turbato dalle folle che si contaminavano e  contestavano il modello di società imposto dalla “globalizzazione neoliberista”, progettando “un altro mondo possibile”, propugnando esperienze di autogestione politica in alternativa al verticismo delle oligarchie finanziarie, non tardò a manifestarsi in modo irrazionale, svelando la natura criminale e antidemocratica del nuovo assetto incarnato dai capi di stato del G8.

Nella fase iniziale la reazione proruppe in atti di brutalità poliziesca, condannati dall’opinione pubblica e denunciati dal movimento tramite fotografie e filmati auto-prodotti, testimonianze e inchieste di controinformazione, per cui la fase seguente ha visto un salto di qualità dell’azione repressiva. Fu a quel punto che intervenne il disastro dell’11 settembre, fornendo un alibi usato scientificamente per evocare e legittimare uno stato di “guerra preventiva e permanente” contro il terrorismo globale.

L’apparente dicotomia “terrorismo/guerra” ha avvolto una mostruosa riedizione della “strategia della tensione” su scala planetaria: “destabilizzare per stabilizzare”, cioè preservare l’ordine mondiale con il terrore. In effetti, da quel momento la parabola ascendente del movimento no global ha subito un brusco rallentamento, fino ad arrestarsi, per riprendere vigore nel 2007, in occasione del G8 di Rostock, in Germania.

Questo  sistema di potere sovra-nazionale è ormai sprofondato in una crisi durevole, sul piano sia economico che ideologico. Il processo discendente è in atto da anni, benché non sia così evidente agli occhi delle persone più superficiali, plagiate dalle manipolazioni delle informazioni. L’opinione pubblica è in gran parte formata da una propaganda ingannevole e tendenziosa che i mezzi di comunicazione di massa operano quotidianamente, occultando la realtà delle cose. Tuttavia, le contraddizioni latenti, insite nel nuovo assetto globale, sono destinate ad acuirsi e ad esplodere, investendo anzitutto le istituzioni più tradizionali, cioè gli ordinamenti parlamentari borghesi, ma anche le strutture sovra-nazionali a partire dai vertici del G8 e del WTO, innescando un ciclo conflittuale in grado di scatenare una rottura critica del sistema su scala globale.

I segnali sono palesi ovunque, in particolare in America Latina, mentre in Europa il processo di disintegrazione si configura in forme (solo apparentemente) meno acute e virulente. Ormai anche da noi le rivolte dei migranti, dei giovani lavoratori precari, dei proletari sfruttati, sono all’ordine del giorno. Si pensi alle vertenze e alle lotte in corso nei luoghi di lavoro e di studio, nelle fabbriche, nelle scuole, nei ghetti, nelle piazze. Si pensi alle iniziative locali che intere popolazioni stanno mettendo in piedi in varie parti del mondo. Il fiume del movimento no-global si è praticamente sciolto in infiniti rivoli di protesta e rivolta, in numerose iniziative di lotta riconducibili ad un unico denominatore comune: il rifiuto della logica perversa e affaristica dell’economia di mercato. Un modo di produzione globalizzato, retto su leggi inique, dettate dalle lobbie finanziarie del neoliberismo. Un sistema economico, politico e sociale cinico e disumano, che ormai sono sempre meno le persone disposte a subire passivamente, senza reagire e ribellarsi.

Se è vero che Usa, Europa, Giappone, Cina e India sono gli attori principali del nuovo scacchiere geopolitico, se è vero che le redini del potere economico sono detenute da organismi sovra-nazionali, non bisogna dimenticare le schiere di forza-lavoro migrante, le “turbe dei pezzenti”, le moltitudini reiette e disperate in perenne movimento sulla Terra, masse sottosalariate che non sopporteranno più il peso sovrumano dell’ingiustizia e dello sfruttamento. I popoli finora tormentati dalla fame, dalle epidemie, dalla guerra, esclusi dalla storia,  dissanguati da debiti usurai, non saranno per sempre prigionieri della paura e della rassegnazione, ma prima o poi sorgeranno dallo stato di torpore e passività in cui sono immersi, per riappropriarsi finalmente dei propri diritti.