Ateoagnosticismo, Cultura, Laicità e Laicismo, Scienza e Natura, Varie: attualità, costume, stampa etc

Tradizioni

da Democrazia Atea 5 Aprile 2015 dc:

Tradizioni

Le stagioni astronomiche della Terra sono sempre state scandite dagli equinozi e dai solstizi, e non c’è popolazione che non abbia legato a questi eventi astronomici riti e divinità.

L’equinozio di primavera si lega alla rinascita arborea e in generale alla fertilità della terra.

I simboli delle uova, ad esempio, intesi come talismani di fertilità, sono presenti in moltissimi culti arcaici, dall’Europa all’Asia.

Come ogni anno si ripete l’equinozio di primavera, allo stesso modo ogni anno si ripetono i culti propiziatori con le rappresentazioni della morte e della rinascita, e con il cibarsi di uova che, nel rituale collettivo, diventa la partecipazione individuale alla nuova vita e quindi alla resurrezione.

Con il radicamento delle usanze e delle consuetudini si ottiene anche un altro risultato antropologico, ovvero l’identificazione di un gruppo umano che si riconosce in quelle usanze e in quelle consuetudini, che si riconosce nelle tradizioni.

Nella trasmissione delle tradizioni tra individui dello stesso gruppo sociale, si consuma l’esclusione degli altri.

Con la tradizione le consuetudini si bloccano, si cristallizzano, per consentire coesione e sicurezza.

Al di fuori della tradizione si perde il legame con il gruppo perché non ci si identifica più nel legante condiviso dagli altri.

Le ritualità religiose ne sono l’espressione antropologicamente più statica e respingente.

Al di fuori della tradizione, tuttavia, si sceglie la scoperta e la crescita, l’esplorazione e lo scambio.

Non c’è evoluzione nella tradizione, quanto piuttosto la negazione di un processo di crescita culturale cui ogni individuo può intelligentemente aspirare passando attraverso l’elaborazione autonoma di ciò che già conosce.

Conoscere le tradizioni ha senso solamente nella capacità di ricordarle avendole già relegate ad un tempo passato.

Solo così si impedisce che le società rimangano ancorate alle pressioni illogiche di chi ne trae potere attraverso il loro perpetuarsi come stile di vita e non come folklore da sagra di provincia.

Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea

Annunci
Cultura, Laicità e Laicismo, Politica e Società

Si torna alle benedizioni nelle scuole?

da Cobas scuola Bologna – 14 Marzo 2015 dc:

Si torna alle benedizioni nelle scuole?

A Bologna un attacco alla laicità della scuola statale

In un Istituto comprensivo di Bologna sta accadendo una vicenda paradossale.

Tutto inizia un paio di mesi fa, quando tre parroci delle parrocchie locali inviano una lettera al Dirigente per chiedere di poter dare la benedizione pasquale agli alunni delle tre scuole dell’Istituto. Il Consiglio di Istituto, senza nemmeno perdere tempo per mettere all’ordine delgiorno la richiesta, dibatte nelle “varie” e vota a maggioranza la benedizione a scuola. Salvo accorgersi poi che la faccenda non rappresentava un assolvimento burocratico scontato, macostituiva una decisione pesante, che non aveva chiari appigli normativi, che capovolgeva le consuetudini delle scuole in questione, che non partiva da esigenze o richieste di alcuna componente diffusa (genitori o docenti), che tra l’altro era stata presa in modo irrituale perché con votazione di un tema non incluso nell’ordine del giorno.

A questo punto uno potrebbe pensare che un tale sbilanciamento, effettuato solamente per accontentare tre parroci, poteva rientrare almeno parzialmente e divenire occasione di verifica della normativa e di ascolto delle componenti scolastiche, insomma: poteva essere occasione di un’apertura ad una dialettica “democratica”.

Invece di lì a meno di un mese il Consiglio viene riconvocato con l’inclusione della “benedizione” quale oggetto dell’ordine del giorno e, sotto gli occhi esterrefatti di alcuni docenti presenti come pubblico, la celebrazione del rito viene approvata, con le sole limitazioni di non essere obbligatoria (ci mancherebbe anche questo) e di venir svolta non nell’orario curricolare. A nulla valgono le proposte di mediazione di chi propone una strada più rispettosa della fisionomia pluralista e costituzionale della scuola pubblica, quella di affiggere nelle bacheche della scuola un cartello delle parrocchie con l’appuntamento alle rispettive chiese: la determinazione della maggioranza è di ferro e non viene scalfita.

Per comprendere bene su quale terreno si innesta tale determinazione però occorre conoscere qualche dato aggiuntivo. Bisogna sapere cioè che nel 1993, oltre vent’anni prima, quello stesso Istituto scolastico aveva approvato addirittura la celebrazione di riti cattolici all’interno dell’orario curricolare e che già allora un ricorso al Tar aveva cassato come illegittima questa pratica e nella motivazione aveva aggiunto che anche come attività in orario extrascolastico la pratica non era giustificata, sostanzialmente perché la benedizione o la messa è la celebrazione di un rito e la scuola non è luogo deputato a ciò. Almeno la scuola statale, perché nelle scuole confessionali il problema non si pone.

Quindi sembra di capire che, passati vent’anni, pur non essendo intervenuti cambiamenti legislativi sul tema, un nuovo tentativo nella stessa scuola esprime la volontà di riprovare a far entrare nella scuola un rito cattolico creando un precedente significativo. La speranza degli ostinati sostenitori del prete a scuola (e – immaginiamo – di quei preti che hanno avanzato la richiesta) è evidentemente quella di provare a incrinare il carattere laico che caratterizza in parte la scuola italiana (teniamo presente che comunque a scuola sono previste due ore di insegnamento della religione cattolica) facendo marcare il territorio al sacerdote attraverso la benedizione, una benedizione che le anime credenti potrebbero benissimo recarsi a ricevere nella chiesa viciniore.

A questo punto un gruppo non piccolo di insegnanti e genitori di quell’Istituto si ritrova a ragionare su tale scelta e – non condividendone le ragioni e avendo dubbi sulla legittimità – decide di rivolgersi ad un avvocato e – a proprie spese – di fare ricorso al Tar. Sono evidentemente insegnanti che considerano la scuola statale come uno spazio in cui non si svolgono riti religiosi, ma semmai si parla di religioni studiandone gli aspetti culturali.

Pensano che la presenza nella società italiana di scolaresche sempre più composite per credo religioso o non religioso suggerisca comportamenti che non creino divisioni tra alunni credenti e alunni non credenti in quella religione specifica o non credenti affatto; reputano quindi scontata la tutela dello spazio scolastico – curricolare ed extracurricolare – dalle celebrazioni religiose di qualsiasi confessione. Questi insegnanti e genitori quindi ricorrono e attendono di sapere dalla magistratura amministrativa chi ha ragione sulla legittimità – poiché il diritto a confrontarsi sulla base di
diverse opinioni lo garantisce la Costituzione. Il pronunciamento sulla richiesta di sospensiva è previsto per il 26 marzo e quindi rimarrebbe tutto il tempo, qualora la sospensiva non venisse accordata, per dare corso successivamente alla delibera del Consiglio di Istituto.

Su questa situazione però si innesta un incredibile capovolgimento mediatico delle posizioni.

Attorno a questi docenti e genitori che hanno un’opinione diversa si scatena una canea mediatica vergognosa, a tratti intimidatoria, francamente imbarazzante. Dapprima Don Raffaele Buono afferma in un testo inviato alla stampa che “l’effetto della benedizione sarà di
incoraggiamento e consolazione per chi crede in un Dio d’amore e misericordia; per chi non crede sarà certo meno preoccupante dello sventolare di una bandiera nera”. Poi l’allusione all’Isis fa scuola e riappare più volte. Vediamo alcune citazioni: per Camillo Langone su “il Giornale nuovo” (prima pagina, titolo principale) ricorrere al Tar diventa “una mossa degna del califfato”, i professori sono “indiavolati”, “la sinistra che tifa per l’Isis” e le ragioni dei ricorrenti sono bollate come “delirio laicista”. “Il Resto del Carlino” titola “sì alle benedizioni, basta con i prepotenti”, il direttore descrive gli insegnanti ricorrenti come “pervasi da spirito ideologico che mal si concilia con la funzione che svolgono”, il vicedirettore decreta: “gente come gli 11 di cui sopra andrebbero a loro volta portati davanti ai giudici perché impediscono ad altri di coltivare i propri valori”… Fermiamoci qui. Appellarsi ad uno strumento costituzionale della giustizia amministrativa diviene un atto bollato come vergognoso e violento: il fango mediatico ha realizzato il suo scopo: oscurare il dibattito e demonizzare i soggetti che la pensano diversamente (molti – tra l’altro – cattolici praticanti).

Ma ciò non è bastato a suggerire riflessioni e a rallentare la determinazione di chi ritiene che si debba procedere con forza verso queste benedizioni. Oggi, 12 marzo 2014, un nuovo Consiglio di Istituto, convocato in tutta fretta, ha fissato l’organizzazione delle benedizioni per i giorni precedenti la data del pronunciamento del Tar, in modo da vanificare il ricorso dei docenti e dei genitori e per mettere tutti – giudici del Tar compresi – di fronte al fatto compiuto
(oltretutto con voto favorevole della rsu Flc-Cgil). Tutto ciò nonostante nel frattempo il Consiglio di interclasse di una delle tre scuole si sia riunito e, tra le altre materie all’ordine del giorno, abbia discusso sul tema esprimendo praticamente all’unanimità (un solo astenuto) l’imbarazzo per una scelta che risulta divisiva per i bambini e le famiglie, fuori dalle tradizionali scelte educative della scuola, non in linea con la precedente sentenza del Tar.

In definitiva quindi si conferma la determinazione della maggior parte dei consiglieri d’istituto di andare avanti nonostante tutto e a tutti i costi mentre l’unica voce proveniente dal basso (i docenti di una scuola riuniti in un organo collegiale) esprime un parere diametralmente opposto che non viene preso in considerazione.

I Cobas – Comitati di base della scuola sostengono insegnanti e genitori in questa lotta per la laicità della scuola, per il rispetto delle diverse scelte religiose o non religiose di ognuno.

Deplorano i toni e i contenuti fortemente diffamatori e intimidatori di molti interventi giornalistici sul tema, si stupiscono che dalla dirigenza dell’istituto non emerga una parola di difesa della professionalità dei docenti che sono ricorsi al Tar in virtù dei loro pieni diritti di cittadinanza. La scuola statale italiana è laica e la Costituzione garantisce tale laicità. Queste forzature in direzione clericale rivelano solamente la pochezza delle argomentazioni di questi paladini della benedizione a tutti i costi.

Ateoagnosticismo, Laicità e Laicismo, Politica e Società

Padova in croce

Da Democrazia Atea www.democrazia-atea.it il 27 Luglio 2014 dc:

Padova in croce

Egregio signor Sindaco,

fingo stupore nell’apprendere che Lei si pone in continuità con il percorso intrapreso dal suo partito, ovvero, blandire politicamente il cattolicesimo più becero e reazionario, presentando provocatoriamente mozioni in favore della presenza del crocifisso negli edifici pubblici comunali, provinciali e regionali.

Il suo attaccamento alla dittatura fascista e all’ossequio verso i regi decreti è imbarazzante.

Le sfugge che nel frattempo è intervenuta una Repubblica e una ‘carta dei diritti’ comunemente chiamata Costituzione, sulla quale lei ha prestato giuramento, e intuisco, a questo punto, quale valore morale il suo cattolicesimo le suggerisce rispetto alla solennità di un impegno.

Qualora non le fosse nota, le suggerisco la lettura della sentenza n. 439 del 1.3.2000 con la quale la IV Sezione penale della Corte di Cassazione ha sentenziato l’illiceità dell’ostensione dei crocifissi negli uffici pubblici perché violano il Principio Supremo di Laicità che si sostanzia – come costantemente affermato dalla Corte Costituzionale – nell’obbligo dello Stato e dei suoi funzionari di essere neutrali, imparziali ed equidistanti nei confronti di tutte le religioni e di tutti i singoli cittadini, in relazione alla loro fede o credo.

Solo questo aspetto dovrebbe suggerirle qualche dubbio sulle modalità etiche con le quali amministra il Comune che rappresenta.

Non le sarà sfuggito che l’art. 3 della Costituzione dice che “tutti i cittadini hanno pari dignità e sono uguali dinanzi alla legge, senza distinzione di religione” e che la religione cattolica è solo una delle circa 30.000 religioni, sette e aggregazioni tribali del pianeta.

Ed inoltre che l’art. 8 della Costituzione dice che “tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge”; che l’art. 19 della Costituzione dice che “tutti hanno il diritto di professare liberamente la propria fede o non fede religiosa, di farne propaganda e di esercitarne il culto anche in pubblico”; che l’art. 9 della Convenzione internazionale sui diritti dell’Uomo dice che “ogni persona ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione”; che l’art. 14 della medesima convenzione dice che “il godimento dei diritti civili e delle libertà riconosciuti nella presente Convenzione deve essere garantito a tutti.”

In ultima, ma non meno importante , cito la sentenza n. 203 del 1989, con la quale la Corte costituzionale ha inteso affermare l’esistenza nel nostro ordinamento della cosiddetta Laicità Positiva, quella cioè della “non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale”.

Il simbolo cattolico, a tutto voler concedere, è anche esteticamente inquietante atteso che raffigura un cadavere appeso ad una croce, e anche sotto questo aspetto non è ammissibile che possa essere imposto senza dare, nel contempo, la possibilità a tutti i cittadini di potere esporre il simbolo religioso che più li rappresenta.

Né vi sarebbe alcun motivo di negare, ad esempio, ad un pastafariano di esporre, accanto al cadavere appeso alla croce, il proprio simbolo che consta di uno scolapasta.

Nella foto che campeggia sul suo profilo Facebook si legge lo slogan “Massimo Bitonci Sindaco di tutti” e auguro vivamente ai suoi concittadini che il significato che lei attribuisce allo slogan non sia diverso da quello che deve essere attribuito al giuramento sulla Costituzione.

In attesa di conoscere quale significato intende attribuire al Principio di Laicità, porgo distinti saluti.

Ciro Verrati
Segretario Provinciale di Venezia di Democrazia Atea

Ateoagnosticismo, Comunicati, Laicità e Laicismo, Politica e Società

No al quadro di (Sant’)Ambrogio a cavallo nella sala del consiglio comunale di Milano | Circolo Culturale “Giordano Bruno”-Milano

29-No al quadro di (Sant’)Ambrogio a cavallo nella sala del consiglio comunale di Milano | Circolo Culturale “Giordano Bruno”-Milano. Pubblicato il 2 aprile 2014 dc

Ateoagnosticismo, Comunicati, Cultura, Laicità e Laicismo, Politica e Società

9-Ciclo di conferenze marzo-maggio 2014

9-Ciclo di conferenze marzo-maggio 2014 del Circolo Culturale Giordano Bruno di Milano

Ateoagnosticismo, Laicità e Laicismo, Politica e Società

Assoluzione per il giudice Tosti

da Democrazia Atea 5 Luglio 2012 dc:

Assoluzione per il giudice Tosti

La Corte D’Appello de L’Aquila ha assolto il dr.Tosti, già condannato dal Tribunale de L’Aquila ad un anno di reclusione e all’interdizione dai pubblici uffici, perchè il fatto non sussiste.

Il dr.Tosti, Giudice presso il Tribunale di Camerino, si era rifiutato di celebrare le udienze sotto la tutela simbolica del crocifisso e ne aveva sollecitato la rimozione.

Nel corso dell’udienza, che si è tenuta stamani davanti alla Corte d’Appello de L’Aquila, i difensori del dr.Tosti, gli avvocati Carla Corsetti e Dario Visconti, hanno sollevato preliminarmente la questione della illegittima esposizione del crocifisso anche nell’aula ove si stava celebrando il processo d’appello.

La Corte si è riunita e dopo circa un’ora di camera di consiglio, ritenendo fondata l’eccezione sollevata, ha disposto che il processo dovesse essere celebrato nell’Aula Magna priva di simboli religiosi.

La Corte quindi ha implicitamente confermato che l’esposizione del crocifisso viola i diritti fondamentali di libertà di coscienza ma la soluzione adottata ha materializzato una ennesima discriminazione in danno del Tosti e in danno dei suoi difensori perché è stato come sostenere che esiste un’aula per i cattolici e un’aula per i non cattolici, un po’ come gli autobus per i bianchi e gli autobus per i neri.

La Corte depositerà le motivazioni entro il 15 settembre e sapremo se le ragioni che hanno adottato i Giudici dell’Appello faranno riferimento alla violazione dei diritti umani, le stesse violazioni denunciate dal dr.Tosti quando ha intrapreso questa battaglia di civiltà.

http://www.democrazia-atea.it

Comunicati, Cronaca, Laicità e Laicismo, Politica e Società

Pisapia: un’occasione di civiltà persa

Dal sito di Democrazia Atea, giugno 2012 dc:

Pisapia: un’occasione di civiltà persa

“Caro xxxxx, nella doverosa premessa che non siamo un esercito, il cui termine fa presupporre normalmente battaglie di aggressione, ti sottolineo che siamo un gruppo di cittadini che ancora distingue il piano delle libertà individuali da quello dei doveri istituzionali. Se credi che quella di Milano sia stata una semplice visita di un Capo di Stato estero forse attribuiamo a questo evento una valenza totalmente differente. Lo Stato del Vaticano si comporta con lo Stato italiano come se fosse una sua colonia.

Se Pisapia avesse voluto mantenere il rigore istituzionale che la carica gli imponeva, dopo il cerimoniale dei saluti non doveva restare ad ascoltare le scempiaggini del dittatore vaticano ma avrebbe dovuto lasciare la manifestazione al “godimento” dei cattolici.

Se rivestendo la carica di sindaco partecipo ad una manifestazione di Casa Pound contro la legge 194 vuol dire che condivido i contenuti di quella manifestazione.

Se partecipo come sindaco ad un raduno di omofobi senza fare o dire nulla contro quanto è stato pronunciato in mia presenza, sto legittimando quanto viene detto.

Pisapia è un uomo che stimo e ammiro ma non santifico e in questa circostanza ha perso una occasione di civiltà. Se solo avesse deliberato di spostare di una settimana questo raduno avrebbe contribuito alla emancipazione di questo Paese riaffermando simbolicamente il primato della Repubblica sullo Stato confinante. Aggiungo che la partecipazione di Pisapia al rituale religioso e non istituzionale della messa nel corso della quale il dittatore vaticano ha pronunciato parole di condanna morale nei confronti di quei cittadini che hanno liberamente scelto di vivere in modo difforme dalle limitazioni cattoliche, non lo ha visto pronunciare parole pubbliche e contestuali di difesa della libertà di scelta in dissonanza e contrasto con quanto veniva detto in sua presenza. Comprendo che se lo avesse fatto sarebbe stato accusato di laicismo, parola tanto cara agli atei devoti. Noi non siamo atei devoti e sappiamo che sono queste grandi manifestazioni che rinsaldano il potere di sottomissione degli italiani verso la monarchia vaticana, anche di coloro che non sono cattolici.

Se Pisapia avesse voluto mandare un messaggio di non sottomissione, ad esempio, avrebbe potuto far presiedere l’evento dal vicesindaco e senza turbare la rappresentanza istituzionale non avrebbe legittimato, con la sua presenza, i contenuti diffusi senza replica da Ratzinger.

Se come sostieni si fosse trattato della visita ufficiale di un Capo di Stato, le convenzioni internazionali vogliono che agli incontri si faccia seguire una conferenza stampa con domande e risposte di chi riceve e di chi è ricevuto. Ma non era una visita istituzionale, era un cerimoniale religioso.

Se noi di DA siamo più critici con Pisapia è perché, a torto, gli abbiamo attribuito una capacità di autonomia dal potere clericale che evidentemente non ha.

Continuo a chiedermi cosa abbia di istituzionale per la Repubblica Italiana, nel giorno del 2 giugno, la celebrazione di una messa nella quale si attaccano dal pulpito delle autorità, le scelte di altri cittadini che non partecipano e che non hanno possibilità di replicare in difesa dei diritti riconosciuti dall’ordinamento cui appartengono. La presenza delle istituzioni mentre venivano pronunciate quelle corbellerie è una forma di legittimazione istituzionale a quanto viene detto proprio perché quel rituale privato è stato trasferito su un piano pubblicistico.

Se pensi che questo sia integralismo sono lieta di essere definita integralista. Ritengo piuttosto di saper ancora riconoscere una sottomissione istituzionale dal libero esercizio della religione. La prima vorrò continuare a criticarla e combatterla e il secondo a difenderlo.”

Carla Corsetti
Segretario nazionale di Democrazia Atea
http://www.democrazia-atea.it

Da parte mia aggiungo che l'”uomo con le castagne in bocca” ha osato salutare quell’individuo anche da parte dei non credenti! Ma come si è permesso? Chi gliene ha dato il diritto?

Jàdawin di Atheia