Politica e Società, Storia

Il mito maoista

Inoltrato in e-mail il 16 Settembre 2018 dc:

Il sonno della ragione genera mostri. Il mito maoista e gli utili idioti dell’Occidente

Spunti di riflessione: Mario Tesini eLorenzo Zambernardi ( a cura di), Quel che resta di Mao. Apogeo e rimozione di un mito occidentale, Introduzione di Gianni Belardelli, Le Monier, Firenze, 2018, pagine VII-304, €22.

Sulle onde del Sessantotto, navigò il maoismo, un fenomeno cultural-politico apparentemente stravagante. In realtà, fu stravagante per le manifestazioni che esso assunse in Occidente. E a questi aspetti mi sembra si soffermi il ponderoso libro curato da Mario Tesini e Lorenzo Zambernardi. Forse per presunzione non ho letto il libro, ben conoscendo il clima in cui fermentò in Italia il maoismo, e di cui fui partecipe, ma per un periodo tanto breve che non esige la mia autocritica. Motivo per cui, ritengo di potermi basare sulla lunga recensione (ben due pagine) di Paolo Mieli (Chi gridava viva Mao, «Corriere della Sera» 5 settembre 2018, p. 36). (Nota mia: il venduto e voltagabbana Paolo Mieli è proprio una garanzia, ma prendiamolo pure per buona…)

In breve, il libro raccoglie un florilegio (per non dir bestiario) di giudizi espressi negli anni Settanta da esponenti della cultura e della politica – in gran parte italiani – su Mao e sulla «via cinese al socialismo». Gli encomi degli intellettuali sono risibili, a volte demenziali (il giornalista Alberto Jacoviello sentenziò che «Mao aveva trasformato la Cina in un paese di filosofi»); ma anche i politici non scherzavano, basta sentire la Rossana Rossanda…

Di fronte a tanta insipienza, ci si aspetterebbe una spiegazione più approfondita di quella che i curatori abbozzano qua e là. Certamente, in Occidente, l’infatuazione maoista si consumò nel giro di pochi anni e coinvolse ambienti abbastanza limitati. Ebbe comunque un effetto spettacolare e, soprattutto, offre un desolante spettacolo sullo spessore intellettuale e morale di molti illustri maître à penser, assai osannati, ieri e oggi, ne nomino alcuni, ma la schiera è lunga. A questo punto, sarebbe opportuna una bella riflessione sulla forza delle ideologie dominanti … ma questa è un’altra storia.

Mi fermo a un livello più basso, cercando di spiegare i motivi che animarono la regia di quel grande spettacolo. A mio avviso, sono essenzialmente due e sono tra loro strettamente connessi.

La via cinese al socialismo

A metà degli anni Cinquanta, via via che la Repubblica Popolare Cinese definiva la propria fisionomia economica e sociale, entrarono in crisi i rapporti con l’ingombrante partner sovietico. La Cina non aveva alcuna intenzione di vivere nella condizione di «satellite». E sarebbe stato un’assurdità. Non stupisce che la leadership cinese spiasse l’occasione per defilarsi. Nel 1956, il XX Congresso del Pcus offrì alla Cina i pretesti politici per costruire una propria via al socialismo, autonoma e diversa da quella dell’Urss, ma in linea con il dogma marxista-leninista. In poche parole, la Cina non faceva altro che rivendicare la propria indipendenza nazionale.

In quelle circostanze, la Cina cercò di accattivarsi le simpatie degli ambienti politici e intellettuali occidentali. Per esempio, nel 1955, una folta delegazione italiana visitò la Cina, riportandone un’immagine entusiasta (vedi: Aa. Vv., La Cina d’oggi, «Il Ponte», Anno XII, Suppl. al n. di aprile 1956, La Nuova Italia, Firenze, 1956, pp. 728). Ne facevano parte: Ferruccio Parri, Norberto Bobbio, Piero Calamandrei, Francesco Flora, Carlo Cassola, Cesare Musatti … ovvero, il fior fiore dell’intellighenzia democratica. Costoro furono l’avanguardia di quello stuolo di proseliti che, nel decennio successivo, avrebbe inneggiato al presidente Mao, senza pudore.

Nel frattempo, i rapporti sino-sovietici si erano deteriorati, in un clima di reciproche accuse, coinvolgendo tutti i partiti comunisti che confermarono la loro fede sovietica (tranne il Partito del Lavoro d’Albania). Il colpo di grazia venne nel 1961, con il ritiro degli specialisti russi dalla Cina.

L’isolamento dal «mondo comunista» aggravava il quasi completo isolamento diplomatico. Pochissimi Paesi riconoscevano la Cina, poiché il suo riconoscimento toccava la questione spinosa del seggio permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, allora detenuto dalla Cina nazionalista (Taiwan), secondo la volontà yankee.

Per rompere l’isolamento, la Cina scatenò una grandiosa campagna propagandistica, il cui fulcro era la formazione di partiti comunisti «veramente marxisti-leninisti», alternativi e concorrenti a quelli filo moscoviti. Nella seconda metà degli anni Sessanta, Pechino diffuse periodici e opuscoli in una quarantina di lingue, ben curati graficamente e con tirature altissime, il Libretto rosso, con i pensieri del presidente Mao, raggiunse il miliardo di copie.

Tanto fumo, e l’arrosto brucia…

Lo spettacolo propagandistico era inversamente proporzionale ai risultati realmente conseguiti dalla via cinese al socialismo. Privo dei mezzi e dei tecnici forniti da Mosca, il governo cinese dette spazio all’improvvisazione, proposta con fantasiose espressioni: Cento fiori, Grande balzo in avanti … Il fallimento di questi esperimenti velleitari provocò un grave dissesto economico e pericolose tensioni sociali, che Mao affrontò creativamente, con la parola d’ordine: Bombardiamo il quartier generale, lanciando la Grande rivoluzione culturale proletaria e suscitando il movimento delle Guardie rosse, che coinvolse, si calcola, circa 30 milioni di studenti.

Le dimensioni e le ripercussioni dei fatti di Cina furono una fonte di enormi equivoci per l’intellighenzia occidentale che visse l’iniziativa maoista in chiave libertaria, come fosse una poderosa spinta democratica, verso un effettivo potere dal basso…

In realtà, le Guardie Rosse erano l’embrione di una burocrazia statal-partitica di estrazione studentesca, il cui compito era prendere il controllo nelle fabbriche e nelle campagne, eliminando i vecchi quadri statal-politici, con la pretestuosa accusa di aver provocato i dissesti, da cui l’indicazione di Mao: Sparate sul quartier generale! Ma non sul Grande Timoniere, ovviamente. L’epurazione si risolse in un paio d’anni (1966-1968), dopo di che le Guardie Rosse – che stavano prendendo alla lettera le indicazioni del Presidente – furono a loro volta emarginate e normalizzate.  Il testimone passò ai militari. Epurazione prima e normalizzazione dopo avvennero in un clima di grande violenza, fu una vera guerra civile che, ovviamente, l’intellighenzia occidentale ignorò allegramente, anzi, travisò completamente gli eventi cinesi, esaltandoli in un’idilliaca, demenziale, visione.

A questo punto, si potrebbe arguire che la Cina, a livello propagandistico, qualche risultato l’avesse raggiunto, mascherando disastri e violenze.  Sotto un profilo meno labile l’enorme sforzo (pagato col sangue e sudore dei proletari e contadini cinesi) ebbe ricadute politiche modeste. In Asia e in Africa qualche partito comunista sposò il maoismo, ma per breve tempo: nel 1971 gli accordi con gli Usa raffreddarono gli ardori antimperialisti, accesi dal maoismo. Intanto la Cina aveva ottenuto il riconoscimento internazionale e il seggio nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu. E si era emancipata dal rapporto con l’Unione sovietica.

Un pasticcio all’italiana, ma per palati forti

In Occidente, nei primi anni Sessanta, sorsero partitini filo cinesi (gli emme-elle, come furono definiti) con un peso sociale irrisorio (tranne in alcune brevi occasioni) e, presto, si frammentarono. Significativa è l’esperienza dell’Italia, dove la nascita del partito filocinese fu il frutto di un ambiente assai eterogeneo, per di più con componenti contrastanti. Politicamente, a parte i nostalgici stalinisti, c’erano quadri che erano stati emarginati dal partito sull’onda del XX Congresso del Pcus (febbraio 1956, cui fece eco il VII Congresso del Pci, dicembre 1956) e militanti scontenti di una prassi di corto respiro, sia rispetto alle aspettative resistenziali sia rispetto ai mutamenti sociali, prodotti dal boom economico. E non tutti erano nostalgici di Stalin, anzi, alcuni vedevano in Mao un antidoto antiburocratico.

Queste erano manifestazioni superficiali di un malessere-dissenso che, nel Pci, aveva radici più profonde. La sua prassi politica, pur senza rispondere ai mutamenti sociali, subiva, per forza di cose, l’allentamento di quell’alleanza tra classe operaia e piccola borghesia produttiva (artigiani e contadini), sulla quale il partitone aveva costruito la propria strategia politica. Di conseguenza, il Pci restava fermo in mezzo al guado, nonostante le acque si stessero agitando.

Il movimento filocinese attrasse alcune frange contadine, soprattutto in Calabria, ma fu un idillio di breve durata. Nel 1968 la contestazione studentesca esprimeva il fermento dei ceti medi emergenti, trascurati dal Pci. Costoro reclamavano un posto al sole nei ruoli e nelle professioni sollecitate, e in parte create, dalla crescita della struttura produttiva italiana, in cui l’industria e il terziario avevano ristretto gli spazzi del vecchio mondo agricolo e artigiano. Un piccolo mondo antico, da cui la scuola stentava a emanciparsi. Motivo per cui l’istruzione fu un fattore che connotò fortemente la contestazione studentesca in Italia.

Inizialmente, i nuovi ceti emergenti italiani furono suggestionati dalle Guardie Rosse cinesi ed ebbero qualche simpatia per il movimento emme-elle, la loro adesione fu però limitata ed effimera, e soprattutto fu problematica, tanto da sollevare contrasti che, nel giro di due/tre anni, ne provocarono la disgregazione e la scomparsa. Andavano prendendo il sopravvento altre organizzazioni (Avanguardia Operaia e Manifesto in primis) che, pur esprimendo una generica simpatia per Mao, meglio rispondevano ai mutamenti sociali in corso. A incensare Mao, restarono solo gli intellettuali nostalgici del bel tempo che fu …(Nota mia: clamoroso il caso di una quarta di copertina del giornale Avanguardia Operaia, con un articolo molto critico e allarmato sulla campagna contro la cosiddetta Banda dei Quattro, ritenuti i rivoluzionari nel maoismo. Il giornale venne ritirato e l’articolo sostituito con un altro, molto più moderato….)

Alcuni di costoro si pentirono, sposando ideologie decisamente bacchettone per non dire reazionarie. Stendo un velo pietoso su di loro, tanto contano come il due di picche. Il loro sciocco fanatismo ebbe però deleterie conseguenze alla fine degli anni Settanta, quando il modo di produzione capitalistico entrava in una fase di crisi irreversibile, mentre il mondo «comunista», con l’Urss, si avviava a un tragico tramonto e la Cina si avviava sull’impervia via di un capitalismo sui generis… ma pur sempre capitalismo.

L’avanguardia della regressione

Proprio in questa congiuntura storica, che avrebbe richiesto lucidità intellettuale e politica, trionfò un acritico pentimento che, in prima linea, vide coloro che, un momento prima, avevano brillato per il loro ottuso fanatismo. Fin qui, non ci sarebbe nulla di male, non era la prima volta e non sarà l’ultima che s’incontrano pentiti sulla via di Damasco. Ma c’è un aspetto particolarmente fetente.  Costoro, i pentiti, crearono il brodo di cultura intellettuale in cui sarebbe germogliata l’«avanguardia della regressione»: i «nouveaux philosophes».

La via fu aperta nel 1975, dal vecchio maoista pentito André Glucksmann, con La cuoca e il mangia-uomini: sui rapporti tra Stato, marxismo e campi di concentramento (edizione italiana: L’erba voglio, Milano, 1977), in cui egli stabilisce una stretta equazione tra nazismo e comunismo. Gli argomenti addotti, per quanto modesti, crearono il clima per i più raffinati argomenti di Bernard-Henri Lévy, vero leader dei «nouveaux philosophes».

Prese così avvio una campagna contro il «totalitarismo» sans phrase, fondata su un’impostazione squisitamente metafisica, priva di connotati storico-sociali, che dà spazio a tutte le ambiguità possibili, favorendo scelte politiche reazionarie, mascherate da una foglia di fico liberal-democratica, spesso assai esile e frusta. Come dicevo, folta è la schiera dei pentiti passati, armi e bagagli, al servizio della classe dominante. E costoro furono tanto meglio accolti, quanto più il sistema mostrava le sue crepe.  Il loro compito diventava prezioso, poiché, stroncando senza appello i miti di redenzione sociale del Novecento, celebravano, di converso, l’accettazione di una società che, nonostante gli evidenti segni di declino, sarebbe «il migliore dei mondi possibili». A santificare il presente giunse, nel 1992, Francis Fukuyama, annunciando la «fine della storia»: così è, così è stato e così sarà. Amen.

Corollario di questo debosciato clima ideologico fu la deriva antiautoritaria e pacifista che ha impestato i cascami della fu sinistra antagonista e/o radicale, con l’approdo ai più screditati lidi parlamentari e, in genere, legalitari, da cui non sono immuni neppure alcuni eredi degeneri del povero Bakunin. Sempre in nome dell’antiautoritarismo… benché, come sappiamo, la rivoluzione non sia un pranzo di nozze … lo diceva anche il presidente Mao.

Prima di concludere, due parole su alcuni riferimenti bibliografici riportati da Mieli: sono opere ex post, uscite nella seconda metà degli anni Settanta (per esempio egli cita: Simon Leys, Ombre cinesi. Il fenomeno totalitario in Cina, Traduzione di Alberto Flores d’Arcais, Sugrco, Milano, 1978), quando le magagne cinesi erano venute a galla, e solo i dementi non le vedevano. Ma, già da tempo, circolavano, anche in Italia, libri che offrivano un’apprezzabile visione critica sulla Cina di Mao, ricordo:

– Philippe Devillers, Mao parla da sé. La carriera e il potere di Mao prima e dopo la rivoluzione culturale rivelati da lui stesso, Traduzione di Lapo Berti, Longanesi, Milano, 1970.

– Jean Esmein, Storia della rivoluzione culturale cinese, Traduzione di Giovanni Ferrara, Laterza, Bari, 1971.

– Charles Reeve, La tigre di carta. Saggio sullo sviluppo del capitalismo in Cina dal 1949 al 1972, Edizioni La Fiaccola, Ragusa, 1974.

Come si vede, son tutti libri pubblicati dapprima in Francia. In Italia, c’erano pubblicazioni marxiste di sinistra, spesso con approfondite analisi, ma non riscuotevano molti riscontri. Sulla scena, imperversava la Mariantonietta Maciocchi …

Dino Erba, Milano, 16 settembre 2018.

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Politica e Società, Storia

La mitologia bolscevica

Inoltrata in e-mail il 7 Agosto 2018 dc:

La mitologia bolscevica

LA MITOLOGIA BOLSCEVICA DALL’ASSALTO AL CIELO ALLA DISCESA AGLI INFERI

A PROPOSITO DI UN BUON LIBRO: CHRISTIAN SALMON, Il progetto Blumkin, Laterza, Bari-Roma, 2018, pp. 263. € 18.

Era un cekista e un poeta, un mistico e un assassino, fu amico dei più grandi poeti e dei boia della Lubjanka (p. 256).

NEL CENTENARIO DELLA RIVOLUZIONE RUSSA, o meglio della sua versione bolscevizzata, si è detto e scritto di tutto e di più. Come ho avuto occasione di osservare.

In un panorama letterario spesso banalotto, il libro di Christian Salmon offre spunti di riflessione inediti, e spesso anomali, sulle suggestioni, e mitologie, che suscitarono la rivoluzione e che essa, poi, suscito, pervadendo tutto il Novecento, ai quattro angoli della Terra. Un aspetto certamente indagato (Nota 1) ma che lascia molti lati in ombra. Mi riferisco a quelle pulsioni ideologiche (o psichiche) che «pesano come un incubo sul cervello dei viventi», per dirla con Marx e che, all’improvviso, come un fiume carsico, emergono alla superficie. Si scatenano allora forze e passioni imprevedibili, in cui politica e religione si confondono, generando comportamenti apparentemente inconsulti, irrazionali, fanatici … l’«eclissi della ragione», secondo Max Horkheimer.

GUERRA, FAME, STRAGI … ECLISSI DELLA RAGIONE

A mio parere, l’eclissi della ragione ebbe il suo esordio negli orrori della guerra mondiale, orrori senza fine, mai conosciuti prima dall’umanità e che, in Russia, in quegli anni, toccarono il culmine, preparando il terreno a successivi orrori. Anche se i bolscevichi furono responsabili di grandi orrori, essi vi furono trascinati per i capelli. Il colpo di Stato bolscevico del 25 ottobre (7 novembre) 1917 provocò uno spargimento di sangue a ben vedere limitato, considerando il clima infuocato di tensioni e di scontri. La svolta cruenta avvenne con l’occupazione di Ucraina, Bielorussia e di vaste aree della Russia occidentale da parte della Germania, nonché di zone più limitate da parte di Austria-Ungheria e Impero e Ottomano, durante e in seguito le trattative di pace di Brest-Litovsk (inizio 1918).

Con il crollo degli Imperi centrali e la conseguente evacuazione dei loro eserciti dilagarono le armate bianche zariste, sostenute dall’Intesa che, già prima, si era preparata all’intervento. In quelle circostanze caotiche crebbe il marasma sociale, accompagnato da guerre, stragi, carestie, malattie – i quattro cavalieri dell’Apocalisse –, esacerbate dalla sfacciata opulenza di pochi che strideva con la miseria di molti. I bolscevichi, per farvi fronte, dovettero opporre violenza a violenza. Non c’erano alternative, caso mai si potrebbe ragionare come sarebbe stato meglio gestire la violenza. Senza fare chiacchiere accademiche.

Nota 1 Ne accenno in La rivoluzione russa. Cent’anni di equivoci. Marx, i marxisti e i costruttori del socialismo, All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2017, p. 7. Oltre a questo aspetto, nel libro affronto altre questioni, congruenti con le tematiche proposte da Salmon.

A questo proposito, ritengo assai peregrina la tesi avanzata da Francesco Dei, nel suo recente e poderoso studio (La rivoluzione sotto assedio. vol. I, Storia militare della guerra civile russa 1917-1918, Vol. II, Storia militare della guerra civile russa 1919-1922, Mimeis, Milano, 2018). Dei sostiene che la propaganda bolscevica ingiganti, pro domo sua, l’entità dell’intervento estero a favore delle armate bianche, che giustificherebbe l’estrema violenza repressiva dell’Armata Rossa. Non per nulla, Dei parla di guerra civile, mentre in realtà ci fu una vera e propria aggressione contro la Russia sovietica, soprattutto da parte di Inghilterra e Francia, nonché Polonia, con, sullo sfondo, Giappone e Stati Uniti. Oltre a queste evidenti circostanze eccezionali, l’orrore bolscevico fu attizzato anche dalla presunzione, conscia o inconscia, di redimere il mondo. Anche col sangue.

ASSALTO AL CIELO E DISCESA AGLI INFERI

L’orrore bolscevico (il terrore rosso) è noto fin dalle origini, e non per merito di studiosi amanti dello status quo (per non dire reazionari), di ieri e di oggi. Anzi, l’orrore è noto perché fu esaltato, fin dall’inizio, dallo stesso regime bolscevico. Al Terzo congresso panrusso dei soviet (10 gennaio 1918), il marinaio Anatolij Zelez- njakov dichiarò:

«Siamo pronti a fucilare non pochi, ma centinaia e migliaia, se sarà necessario un milione: sì, un milione» (Nota 2).

Nota 2 Ettore Cinnella, La Russia verso l’abisso. La storia della rivoluzione che sconvolse il mondo, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2017 (nuova edizione), p. 199.

La riflessione dovrebbe volgersi all’atmosfera carica di esaltazione palingenetica, in cui apparvero scritti come La scheggia di Vladimir Zazubrin (Nota 3). Un «libro terribile», secondo Lenin. Per tentare di capire l’origine di questa caduta agli inferi, mi sembra utile porre attenzione a un’affermazione di Salmon:

« […] la gloriosa rivoluzione d’Ottobre, fu oggetto di tre narrazioni successive: all’inizio fu l’epopea collettiva e anonima, quella degli operai e dei contadini, poi l’opera romanzesca dei teorici e degli strateghi bolscevichi, infine la prova del genio di uno solo. Epopea, romanzo, agiografia, sono i tre generi letterari ai quali la storiografia sovietica si rifà in successione. Ma la transizione dall’uno all’altro non è così immediata» (p. 64).

Nota 3 Vladimir Zazubrin, La scheggia. Racconto su lei e ancora su lei, A cura di Serena Vitale, Adelphi, Milano, 1990. Scritto nel 1923, Lenin lo giudicò un «libro terribile». Nel 1992, è stato girato il film Il cekista, con la regia di Aleksandr Rogozhkin. Argomento, le esecuzioni sommarie. La Lei del titolo è la rivoluzione. L’asettica descrizione degli orrori si inscrive nel medesimo filone letterario, sorto con la guerra, in cui rientra Nelle tempeste d’acciaio, di Ernst Jünger.

 

È proprio la transizione, da un genere letterario all’altro, l’argomento implicitamente affrontato da Salmon. Il filo conduttore della sua ricerca sono le vicende di Jakov Blumkin che, pur abbracciando solo un quindicennio, o poco piu, (1914-1929), offrono una sintesi quanto mai emblematica sulla nascente, e futura, civiltà bolscevica. Laddove mi è possibile, evito fermamente di dire sovietica. Così come evito di dire stalinista. Attributi entrambi fonte di equivoci.

ANGELI E DEMONI DI UNA TRAGICA MITOLOGIA

Jakov Blumkin nacque a Odessa alle soglie del Novecento, in una famiglia ebrea di bassa condizione sociale. Come lo era la maggior parte di loro. Una situazione che contribuì a fargli abbracciare scelte politiche radicali, eredi della tradizione populista e anarchica, con corollario di espropri e attentati. La guerra esacerbò i suoi orientamenti eversivi. Nel 1917, l’emergenza rivoluzionaria lo vide aderire al Partito Socialista Rivoluzionario, schierandosi subito con la tendenza di sinistra (Esse-Erre di sinistra). Nell’ottobre, i socialisti rivoluzionari di sinistra sostennero i bolscevichi e fecero parte della coalizione governativa sovietica, contribuendo in primis alla legge agraria (la terra ai contadini).

I socialisti rivoluzionari di sinistra condivisero cruciali responsabilità governative, come l’adesione di molti di loro – tra cui Blumkin – alla nascente Ceka (il servizio di sicurezza sorto il 20 dicembre 1917). Ciò nonostante, permanevano molte divergenze che esplosero riguardo alla pace di Brest-Litovsk. Mal digerita anche da molti esponenti bolscevichi. In quel clima di tensioni, maturò l’attentato all’ambasciatore tedesco Wilhelm Mirbach (6 luglio 1918), di cui Blumkin fu l’esecutore, favorito dal suo ruolo di cekista.

Formalmente, il governo sovietico condannò l’omicidio, costringendo l’autore a darsi alla macchia. L’imminente sconfitta degli Imperi Centrali contribuì tuttavia a smorzarne le implicazioni politiche. Tanto è vero che, nella primavera del 1919, egli fu reintegrato, «con tutti gli onori», nella Ceka, anche grazie alla sua dichiarazione di fede bolscevica. Nel frattempo, dilagava la guerra civile. Blumkin vi partecipo, svolgendo rischiose missioni. Fu inoltre a diretto contato con Trotsky, col quale strinse un solido rapporto. Che, nel 1929, gli costò la fucilazione.

In quegli anni, la sua vita si fuse con lo spirito dell’epoca. Sotto tutti gli aspetti. Uno spirito pervaso da un’estrema presunzione di onnipotenza (ὕβρις, dicevano i greci), in tutto, nelle arti (il Proletkul’t ispirato da Aleksandr Bogdanov in primis) come nelle scienze (la disastrosa agrobiologia di Trofim Lysenko). Passando attraverso i chiari di luna di una politica sempre più succuba della ragion di Stato furono tentate sperimentazioni apparentemente ardite, ma il più delle volte demenziali, culminate in quella disastrosa ingegneria sociale che, per settant’anni, segnò l’esistenza dei «sovietici».

Ho osservato che Lenin e il bolscevismo rappresentano la sintesi teorica (alla «russa») tra il volontarismo eversivo di Bakunin e l’oggettivismo evoluzionista di Kautsky, apparentemente divergenti, ma entrambi fondati sulla medesima fede nelle sorti progressive dell’umanita, protese verso uno sviluppo senza limiti.

 

Per inciso, il progressismo è una concezione insita nella civiltà occidentale, madre del modo di produzione capitalistico, da cui i bolscevichi mai si affrancarono. Anzi. Essi pretesero di innestare il capitalismo – con la pretesa di controllarlo politicamente – in un ambiente assolutamente refrattario, col risultato di riprodurne una copia mostruosa.

Dalle premesse di questo nefasto esito, si dovrebbe iniziare, quando si parla della rivoluzione russa. Altrimenti si cade nelle spire di una moralistica politologia, più o meno reazionaria.

IL PATHOS DEL RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE

Seguendo l’accurata ricostruzione di Salomon, vediamo Blumkin vivere il pathos di un eroe romantico: egli fu «esportatore» della rivoluzione e visionario «poeta», come molti «rivoluzionari di professione» del Novecento. Quasi tutti fans di Josif Stalin e con una forte propensione al martirio.

Esportando la rivoluzione nell’Oriente, «rivoluzionari di professione» come Blumkin ne rigenerarono il già dilagante fascino, ora non più in chiave colonialista (alla Kipling), bensì in chiave eversiva, catartica, con afflati mistici, sulla scia del colonnello Lawrence e del professor Guénon. In quelle circostanze, ci furono ambigue concessioni alla parapsicologia, sempre sulla spinta di un incontrollabile delirio di onnipotenza.

Sono questi i risvolti di un bolscevismo poco o per nulla conosciuto, ancor meno di quello scientismo mistico che ebbe il suo antesignano nel medico bolscevico Aleksandr Bogdanov (lo stesso del Proletkul’t). Un tema che Salmon sfiora, parlando del Pantheon dei Cervelli di Mosca, con una grottesca ironia, degna di Michail Bul- gakov.

IN LUCE GLI INTELLETTUALI, IN OMBRA I PROLETARI

Seppur a volo d’uccello, ho ripercorso i molteplici aspetti che Salmon illumina. Devo però concludere che egli si sofferma essenzialmente sull’«opera romanzesca dei teorici e degli strateghi bolscevichi». Per quanto ben sviluppato, il libro lascia quindi in ombra «l’epopea collettiva e anonima, quella degli operai e dei contadini». Coloro che la rivoluzione la fecero. E la difesero, tentando di portarla alle sue conseguenze estreme. E auspicabili. Costoro, la makhnovcina, Kronstadt … nonché molti altri fatti e molte altre voci, fuori dai convenzionali percorsi politici, restano avvolti nelle nebbie di una storiografia conformista che sarebbe ora di spazzare via. Dopo cent’anni.

DINO ERBA, MILANO, 3 agosto 2018.

Blumkin fu il primo bolscevico fucilato perché simpatizzante dell’opposizione. Non fu mai riabilitato.

Laicità e Laicismo, Politica e Società, Storia

Il falso mito di bergoglio

Da La Bottega del Barbieri dell’11 Maggio 2018 dc:

In 15 per svelare “Il falso mito di Bergoglio”

Recensione di Francesco Troccoli a un importante libro fuori dal coro che vorrebbe il papa “un rivoluzionario”

Un libro sul papa, fuori dal coro. Non un altro colpo di grancassa (nella sempre più stonata e fiacca orchestra mediatica) assestato da vaticanisti amici di Bergoglio o editori cattolici. Non un libro scritto dall’incensatore di turno della presunta e mai agita “svolta” del pontefice in carica rispetto alla storia millenaria della sola monarchia assoluta ancora in vita sul pianeta Terra. E nemmeno un volume suddiviso in capitoli scritti con il proposito di pubblicare un libro. Tanto che gli autori sono ben quindici ed è doveroso ricordarli: Marcelo Figueras, Marco Marzano, Maria Gabriella Gatti, Federico Masini, Gianfranco De Simone, Cecilia M. Calamani, Raffaele Carcano, Adele Orioli, Domenico Fargnoli, Giovanni Del Missier, Giuseppe Benedetti, Elena Basso, Donatella Coccoli, Federico Tulli, Simona Maggiorelli.

«Il falso mito di Bergoglio» è infatti una raccolta di articoli pubblicati dal settimanale Left a partire dal 13 marzo 2013, giorno dell’ascesa del cardinale di Buenos Aires al trono di Pietro, e fino all’inizio del 2018. Un quinquennio dominato dalla narrazione del “Pontefice del cambiamento”, narrazione che solo in queste settimane sta forse giungendo al suo epilogo, anche grazie a inchieste puntuali che questo volume contiene e ai pochi libri coraggiosi dei quali questo volume non tralascia mai di parlare e i cui autori (a differenza per esempio di molti preti pedofili o dei loro insabbiatori) si sono meritati in qualche caso un processo penale in Vaticano. Sono ben 42 i pezzi che in 5 anni la rivista Left ha dedicato a vario titolo al pontefice e alla sua Chiesa, alle sue esternazioni, alle sue contraddizioni, alle conseguenze di decisioni solo apparentemente rivoluzionarie, amplificate da pubblici proclami e mai concretamente attuate.

Quarantadue articoli in cinque anni, fra loro saldati in un compendio come un libro scritto a posteriori forse non avrebbe saputo essere. A conti fatti, la media è di un articolo ogni quaranta giorni che, per chi crede all’utilità della statistica, si può scomporre nel passaggio da un articolo ogni due mesi nei primi quattro anni a quasi uno ogni due settimane a partire da marzo 2017, quando la rivista ha visto un avvicendamento al vertice che ha reso più tangibile le ragioni della sua attuale headline «l’unico giornale di sinistra». Come non essere d’accordo con questa dicitura quando – come osserva Marco Marzano nel pezzo del 14 ottobre 2017 – il quotidiano comunista (così si legge sotto la testata) il Manifesto si mette a distribuire in un volumetto i tre discorsi di un papa ultraconservatore, peronista, nemico acerrimo della marxista “teologia della Liberazione” sin dal principio della proficua carriera ecclesiastica nel proprio Paese natale prima, durante e dopo la dittatura? Contro di lui, che militò nella Guardia De Hierro (la quale nel 1976 propose una laurea honoris causa al genocida ammiraglio Massera) hanno puntato il dito anche le Madres De Plaza De Mayo e Horacio Verbitzky, che Marcelo Figueras nel suo articolo del 15 marzo 2014 definisce «il giornalista più serio e degno di stima in Argentina».

D’altronde, è proprio in Argentina che Bergoglio ha affinato le doti che gli hanno meritato l’intronizzazione. Quando nel 2005 monsignor Baseotto affermò che il ministro argentino pro-aborto avrebbe «meritato una pietra al collo e che fosse buttato in mare» richiamando alla memoria i voli della morte, Bergoglio si trovava ancora nel suo Paese; otto anni dopo, da Papa, fece sua quell’espressione, che doveva quindi averlo colpito, auspicando la stessa fine per gli evasori fiscali e i preti corrotti. La stampa italiana giubilò. Solo un esempio. A un Paese come l’Argentina e all’intero Sud America non si può del resto non rimanere legati: nel luglio 2015, in occasione del viaggio pastorale nel continente, Bergoglio chiese perdono per i crimini ai danni delle popolazioni indigene ma non spese una sola parola per i 102 cappellani militari che collaborarono ai crimini contro l’umanità commessi durante la dittatura nel suo Paese. Pensare che – a dimostrazione che persino nel clero le scelte personali contano – negli stessi anni e nel vicino Cile il vescovo di Santiago ingaggiava contro Pinochet una battaglia personale alla quale la storia tende oggi ad ascrivere il minore numero di desaparecidos in Cile rispetto all’Argentina.

Veniamo all’Italia. L’ingerenza di Bergoglio nella vita sociale e politica italiana, con incommensurabili danni alla laicità delle istituzioni, è stata una costante. Spesso le sentenze più fragorose sono state pronunciate a diecimila metri di quota, in business class (Alitalia, naturalmente). Left, di questa serie, non ha perso una puntata. Dall’attacco all’aborto («ogni bambino non nato ha il volto del Signore»), alla riduzione della scuola a “comunità educante” complementare alla famiglia di cristiana concezione con citazione del discusso don Milani (con tanto di lodi sulle parole del papa, ancora una volta da parte de il Manifesto, e per di più in uno stato di amnesia mass-mediatica collettiva sulla deficitaria o nulla attivazione delle alternative di legge all’ora di religione) e ancora all’invasione dello spazio radio-televisivo che – secondo le varie edizioni del «Rapporto su confessioni religiose e TV» di Critica Liberale – raggiunge punte del 96% con RaiNews al vertice della squalificante classifica sotto la direzione di Monica Maggioni durante il governo Renzi. In barba, naturalmente, all’esposto presentato dall’UAAR all’Agcom già nel 2014 sulla base di simili e precedenti dati.

E ancora l’attacco alla libertà di auto-realizzazione delle donne («siate madri, non zitelle»), alla comunità LGBT con la diffusione dello spettro della “Teoria del gender”, avvolto dal lenzuolo bucato della tolleranza: «Chi siamo noi per giudicare? Dobbiamo accompagnare bene, secondo quello che dice il catechismo». Peccato che quest’ultimo definisca i rapporti omosessuali «contrari alla legge naturale».

Che dire della chiamata planetaria a un immotivato e fallimentare evento giubilare, andato pressoché deserto, per il quale Renzi ha stanziato 159 milioni di euro. O dell’invito (di per sé condivisibilissimo) all’adozione dello “Ius soli” sul territorio della Repubblica ma non certo su quello dello Stato Vaticano e delle sue proprietà extraterritoriali, dove vige il requisito della «residenza stabile»; o degli scandali di matrice finanziaria legati all’irriformabile IOR e al fallimento di istituzioni sanitarie prestigiose come IDI e San Raffaele, o la distrazione dei fondi del Bambin Gesù per l’attico del cardinal Bertone?

Dulcis in fundo, questo libro parla anche del diavolo. Sì, perché secondo il papa – come ci spiega Federico Tulli (il maggior contributore del volume) – Belzebù è il vero responsabile del malaffare dello IOR e dell’Apsa, della pedofilia clericale, del “vatileaks” e delle guerre nel mondo. Bergoglio si dichiara così convinto che Satana esista che nel 2015 ammonisce (e atterrisce) i piccoli catechisti di San Michele Arcangelo: «State attenti, perché l’odio viene dal diavolo». E forse in pochi sanno che è stato sempre lui a firmare il decreto di riconoscimento giuridico dell’AIE, Associazione Internazionale Esorcisti, il 13 giugno 2014. I “professionisti” del demonio sono 400 nel mondo, di cui più della metà nella sola Italia. Ogni anno al Regina Apostolorum di Roma organizzano seminari e corsi di aggiornamento, ai quali partecipano, ahimè, anche magistrati e avvocati. Può così capitare, come è accaduto a Tulli, di sentire («con le mie orecchie» precisa il giornalista quasi sotto shock) professionisti accreditati presso un pubblico foro della Repubblica proporre di far firmare il «consenso informato» ai “posseduti” prima dell’esorcismo, o un magistrato dello Stato Italiano dichiarare di essere «uno strumento della giustizia nella mani di Dio».

Si potrebbe obiettare che ogni papa fa il “Papa”. Il vero problema è l’inerzia, quando non l’apologetica esaltazione, che permea ampi strati della società e dei media di fronte a tutto ciò. Nei suoi articoli, Left non manca di approfondire anche questo aspetto. Il matematico Odifreddi, intervistato nel libro da Simona Maggiorelli, già a novembre 2016 non risparmiava le sue critiche a Scalfari che Bergoglio «lo infila ovunque» (oggi sappiamo che Odifreddi, rimasto coerente con la linea di critica nei confronti del decano del giornalismo italiano, l’ha pagata con l’interruzione della collaborazione con la Repubblica) mentre Donatella Coccoli, a luglio 2017, compila con pazienza il lungo elenco dei cosiddetti “politici di sinistra” che rientrano a vario titolo nel novero degli estimatori del personaggio finora descritto: da Bertinotti al duo del Brancaccio Falcone-Montanari, fino a D’Alema, Bersani e Fassina. Politici di ieri, oggi e domani. Tutti ammaliati dal papa pauperista, «il parroco di campagna» che, ricorda Raffaele Carcano, è andato a trovare Marchionne ed Elkann. Tutti affascinati dalla “dottrina sociale” del pontefice che predica l’equità sociale mentre è a capo di una Chiesa che beneficia nella sola Italia di privilegi fiscali immensi (si pensi all’esenzione IMU per edifici di culto, che spesso tali non sono, e alla redistribuzione dell’otto per mille non assegnato dai contribuenti) e sfrutta il malconcio sistema contributivo italiano per pagare lautissime pensioni ai cappellani militari. Bergoglio, l'(ex?) militante nei gesuiti che – per dirla di nuovo con Odifreddi – sono quelli che «dicono la verità mentendo».

L’attuale pontefice ha dato consistenti e reiterate prove di abilità nell’immenso e tragico capitolo della pedofilia clericale (Tulli ci ha scritto due libri). Si potrebbe affermare che proprio per questo (assieme agli scandali finanziari) fu eletto e che per la stessa ragione il suo predecessore, incapace di fare fronte alle dimensioni globali del fenomeno, abdicò.

Nel 1990 la “Santa Sede” (virgolette mie, Jàdawin di Atheia) ratificò la Convenzione sui diritti dell’infanzia. Secondo l’ONU il Vaticano l’ha ripetutamente e palesemente violata.

Il J’accuse da Ginevra arriva proprio nel 2013 e diventa pubblico a inizio 2014. A centinaia di denunce di stupri pedofili commessi nel mondo da esponenti del clero, come Marcial Maciel Degollado (il fondatore dei Legionari di Cristo, protetto di Giovanni Paolo II, pontefice canonizzato da Bergoglio a tempo di record) non è mai stato dato alcun seguito, e la pratica del trasferimento dei preti da una parrocchia all’altra non solo non ha arginato il fenomeno ma ne ha consentito l’ulteriore diffusione. L’ONU ha richiesto anche che la pedofilia non sia trattata come un crimine contro la morale ma contro la persona (e di riflesso di non considerare più le vittime come correi dei loro carnefici, il che può comportare un’aberrante manipolazione delle verità processuali). Per tutta risposta, durante il regno di Bergoglio, un altro amico del “Santo” Giovanni Paolo II, ovvero Iozef Wesolowski, arrestato nel 2014 per pedofilia, muore da uomo libero il 27 agosto del 2015. Tommaso Dell’Era, intervistato poco dopo da Tulli, dichiara che la strategia vaticana è spesso allungare i tempi e lasciar morire i colpevoli, ormai anziani, di morte naturale. Il funerale del polacco viene concelebrato da 20 alte autorità ecclesiastiche fra cui l’elemosiniere di Bergoglio.

Con la pubblicazione dei libri Avarizia di Emiliano Fittipaldi e Via Crucis di Gianluigi Nuzzi continuano a emergere dettagli su quel sistema di potere. In un’intervista a Tulli, Nuzzi afferma che «in Vaticano arrestano di più le persone ritenute fonti che i pedofili». I due giornalisti rischiano 8 anni di carcere in Vaticano per aver pubblicato notizie vere, sul modello dell’inchiesta dei colleghi del team Spotlight di The Boston Globe nel 2002 (che invece a loro fruttò un premio Pulitzer). Se Bergoglio ha creato la «Pontificia commissione per la protezione dei minori» (che ha però solo funzione consultiva) è evidente l’inconsistenza della sua azione. Il membro laico Peter Saunders, accusatore del cardinale George Pell – ovvero l’insabbiatore seriale di almeno 280 casi in Australia sin dal 1996 – viene espulso e dichiara alla BBC che «il papa non ha fatto nulla per mettere fine agli abusi sui bambini». A maggio 2017 (riferisce Cecilia Calamani) dalla commissione se ne va di sua iniziativa un altro membro laico, Marie Collins. Il motivo? «La curia non collabora» .

Ma c’è di più, racconta di nuovo Tulli a giugno 2017: se Bergoglio nel 2015 aveva annunciato la creazione di un nuovo «Tribunale apostolico» con la stampa italiana che celebrava e diffondeva il proclama, a marzo 2017 il prefetto Muller precisa che «era solo un progetto». Eco mediatica della precisazione? Nessuna. La “tolleranza zero” tanto sbandierata da Bergoglio si dimostra priva di qualsiasi riscontro. Per l’ennesima volta.

Nel frattempo il sondaggio di «Rete L’Abuso» dimostra che la pubblica opinione ritiene le misure prese del tutto insufficienti e invoca la rimozione della prescrizione per questi reati.

Perché – è bene precisarlo – nemmeno Bergoglio, in linea con i predecessori, ha mosso un dito perché i clericali collaborino con la giustizia italiana, la quale ha invece l’obbligo di informare la Curia delle proprie indagini. Il sistema perfetto. Quando, ad agosto, Pell va a processo per pedofilia, sceglie come difensore un avvocato noto per aver rappresentato un capo della mafia australiana e un cadetto diciannovenne stragista. Lo stesso Pell che – val la pena ricordare – Bergoglio ha voluto sempre accanto a sé ai vertici della gerarchia di governo. A novembre 2017, con l’uscita di Peccato originale di Nuzzi, la pedofilia arriva a lambire le stanze del papa a Santa Marta, ovvero il Preseminario San Pio X (in quel Palazzo San Carlo che ospitava l’attico di Bertone): diversi minorenni sono stati violentati anche durante l’attuale pontificato, e un ex seminarista racconta tutto al vescovo Angelo Comastri.

La denuncia cade nel vuoto e due giorni dopo l’uscita del libro di Nuzzi il portavoce della Santa Sede smentisce con un tweet che il papa sapesse qualcosa della vicenda, nonostante un altro testimone sostenga di aver scritto una denuncia indirizzandola a Bergoglio in persona già a maggio dello stesso anno. In tema di pedofilia clericale, il 2017 si chiude con la mancata risposta del Vaticano all’ONU, che aveva richiesto entro il 1 settembre un aggiornamento sulle misure prese. Il libro di cui stiamo parlando non ci arriva cronologicamente ma oggi sappiamo che a febbraio 2018 la Rete L’Abuso ha trasmesso una diffida per condotte omissive al Consiglio dei Ministri, al Comitato Onu per i diritti del fanciullo e ad altre entità.

Se già da quanto fin qui esposto è innegabile il lavoro certosino svolto da Left in questi anni, bisogna concludere con una ulteriore nota di merito nei confronti di un giornalismo che non si è mai fermato alla cronaca ma ha sistematicamente cercato, com’è costume del settimanale, di approfondire scientificamente le cause dei fenomeni descritti, avvalendosi della consulenza degli esperti. Preziosi sono in tal senso i contributi degli psichiatri e in generale dei clinici, come Domenico Fargnoli, Giovanni Del Missier, Maria Gabriella Gatti, Gianfranco De Simone. Ricercatori che si spingono nell’analisi culturale, filosofica e clinica delle dinamiche collettive e individuali che sottendono il fatto di cronaca. Con risultati spesso sorprendenti, come nel caso della riflessione di De Simone sull’insospettabile e nefasta alleanza culturale fra religione cattolica e razionalismo, o il suo nesso fra l’ormai celebre e drammatica affermazione bergogliana «i bambini battezzati non sono la stessa cosa di quelli battezzati» e la concezione filosofica heideggeriana del “Dasein”, e ancora l’attenta analisi di Giovanni Del Missier sulle cause di patologia mentale grave che è presente negli stupratori di bambini, o il resoconto ben più che aneddotico da parte di Domenico Fargnoli sull’esperienza personale di Bergoglio, che a settembre 2017 dichiarò pubblicamente di essersi sottoposto a un percorso di psicoanalisi nel 1978-1979, ovvero gli anni in cui la psichiatria argentina fondò e propagò l’assioma dell’equivalenza fra malattia mentale e sovversione al potere, e infine l’illuminante spiegazione della neonatologa Maria Gabriella Gatti sulla dinamica dell’evoluzione fetale e della nascita alla luce della teoria di Massimo Fagioli, grazie a cui si pone una separazione netta fra biologia embrionale e fetale da una parte e vita neonatale dall’altra, assolvendo con formula piena le donne che, costrette ad abortire, non compiono alcun delitto.

«Il falso mito di Bergoglio» contiene tutto questo e molto altro. Un libro che raccoglie l’eredità di cinque anni di giornalismo sulla Chiesa Cattolica e sul suo massimo esponente. Left – «l’unico giornale di sinistra» – sembra davvero aver pubblicato «l’unico libro che dice la verità su Bergoglio».

«Il falso mito di Bergoglio»

EditorialeNovanta Srl

ISBN 9788894977042

224 pagine per 19,70 euro

Per acquisto: QUI

Politica e Società, Storia

La grande adunata degli Alpini…

In e-mail il 18 Maggio 2018 dc:

La grande adunata degli Alpini
e la piccola adunata dei (gesti) refrattari

Un po’ di storia in tempi di amnesia interessata

In guerra la prima vittima è la verità

Eschilo

La Prima guerra mondiale è costata al proletariato italiano 680 mila morti, mezzo milione di invalidi e mutilati, un milione di feriti. A conferma del fatto che, tolti i cenacoli nazionalisti e le ridotte schiere dell’interventismo cosiddetto democratico o “rivoluzionario”, la gran massa dei coscritti visse la guerra come tragica fatalità o come immane macello a cui sottrarsi, parlano gli atti dei tribunali militari: 870 mila denunce, delle quali 470 mila per renitenza; 350 mila processi celebrati; circa 170 mila pene detentive, tra le quali 15 mila all’ergastolo; 4028 condanne a morte (in gran parte in contumacia), delle quali 750 eseguite.

Un numero, quest’ultimo, assai superiore a quello delle condanne capitali eseguite in Francia (600), Gran Bretagna (330) e Germania (meno di 50), nonostante la più lunga partecipazione al conflitto e il maggior numero di soldati impegnati dai rispettivi eserciti. I numerosi atti di ribellione e di ammutinamento – dallo “sciopero” per le mancate licenze agli spari in aria, al fuoco indirizzato contro gli ufficiali particolarmente odiati – hanno incontrato una repressione spietata, fatta di decimazioni, di fucilazioni sommarie, di spari alle spalle da parte dei carabinieri, il cui ruolo era quello di spingere anche con le baionette i soldati fuori dalle trincee durante gli assalti suicidi ordinati dai comandanti per conquistare qualche metro di territorio nemico.

Tra i generali, «che la guerra l’avete voluta,/ scannatori di carne venduta/ e rovina della gioventù» (Gorizia tu sei maledetta), oltre a Cadorna, «nato d’un cane» (E anche ar me marito) (Nota mia: si presume siano canzoni, ma sarebbe stato meglio specificarlo – Jàdawin di Atheia), si distinsero nelle fucilazioni sommarie Andrea Graziani, Gugliemo Pecori Giraldi e Carlo Petitti di Roreto, a cui ancora oggi sono intitolati monumenti, vie, piazze, targhe commemorative e rifugi montani (come il rifugio Graziani ai piedi del Monte Altissimo in Trentino).

Al tempo della guerra contadini e contrabbandieri
 si mettevano delle foglie di Xanti-Yaca sotto le ascelle per cadere ammalati. Le febbri artificiali, la malaria presunta 
di cui tremavano e battevano i denti,
 erano il loro giudizio
 sui governi e sulla storia
 (Vittorio Bodini).

Va detto che, dal punto di vista dei rapporti fra Stati, il governo italiano attaccò un governo – quello austro-ungarico – con cui era precedentemente alleato. Se la nozione di «guerra difensiva» è quasi sempre una mistificazione, nel caso dell’entrata in guerra dell’Italia nel «radioso maggio» del 1915 è palesemente falsa.

Nelle Province austro-ungariche di Trento e Trieste vengono arruolati circa 120 mila «italiani d’Austria», spediti in gran parte sul fronte orientale (Galizia, Bucovina, Volinia) a contrastare le truppe russe. Un soldato su cinque vi trova la morte, per lo più nei primi mesi di combattimento. Molti altri finiranno prigionieri nei campi o nelle infinite distese della Siberia. Guardati con sospetto in quanto potenziali «filo-italiani» dagli ufficiali austro-ungarici e poi come potenziali «austriacanti» dalle autorità italiane, per molti l’odissea dell’internamento continuerà anche in Italia a guerra finita. I «redenti», cioè quelli che dopo la disfatta austro-ungarica in Russia si arruolarono nel regio Corpo Italiano di spedizione in Estremo Oriente (Cseo), parteciparono alla repressione bianca contro la rivoluzione russa. Altri, disertando, si arruolarono nell’Armata rossa.

A tutto ciò vanno aggiunte le migliaia di profughi spediti dal Trentino ai «campi di baracche» dell’Alta Austria, tra fame, malattie e ostilità della popolazione locale.

Se in Trentino gli arruolati nell’esercito austro-ungarico furono 60 mila, i volontari che passarono nelle file italiane furono 687, tra i primi dei quali il deputato socialista e ufficiale degli Alpini Cesare Battisti. Se i coscritti furono in gran parte contadini, i volontari «irredentisti» furono per lo più di estrazione borghese.

Gli operai e i contadini sopravvissuti trovarono, al ritorno dal fronte, fame e disoccupazione al posto del lavoro e delle terre promessi. Viceversa, per la classe dominante in generale e per gli industriali degli armamenti in particolare, il conflitto fece aumentare vertiginosamente i profitti.

Frutto avvelenato della “Vittoria” e dell’ubriacatura nazionalista fu, di lì a poco, il fascismo. Non a caso, uno dei primi provvedimenti di Mussolini al potere fu la chiusura della assai timida «inchiesta sui profitti di guerra», il che permise agli industriali (in particolare agli Ansaldo, tra i maggiori finanziatori de Il Popolo d’Italia e poi delle camicie nere) di non risarcire nemmeno una lira per le forniture militari di cui avevano gonfiato a dismisura il valore.

Il 3 novembre 1918 le truppe italiane entrano a Trento, mentre ciò che rimane dell’esercito austro-ungarico si ritira verso nord. L’esercito italiano il 4 novembre è a Salorno, il 6 a Bolzano, il 10 al passo del Brennero. Il comandante in capo sul fronte trentino è il fucilatore di ammutinati Guglielmo Pecori Giraldi.

Se l’«italianizzazione» del Trentino, dove la popolazione tedesca corrisponde al 3,5 per cento, avviene senza grandi resistenze (e senza grandi applausi, tranne quelli iniziali per la fine della guerra), diverso è il discorso per il Sudtirolo, subito ribattezzato «Alto Adige». Qui i tedeschi rappresentano il 90 per cento della popolazione.

All’oltranzismo nazionalista di Ettore Tolomei, nominato dal governo Orlando capo dell’«Ufficio di preparazione per il trattamento del germanesimo cisalpino», seguirà la violenza del fascismo nel chiudere scuole di lingua tedesca, nell’italianizzare toponomastica e cognomi tedeschi e nel reprimere ogni pur timida espressione di autonomismo.

In Trentino, invece, sarà la Legione trentina, nata nel 1915 per propagandare l’arruolamento nell’esercito italiano, ad occuparsi di “spiegare” alla popolazione, con lapidi, cippi, opuscoli e musei del Risorgimento, che d’ora in poi avrebbe vissuto in una «terra redenta». La Legione passerà poi il testimone, senza urti di sorta, ai Fasci di combattimento di Achille Starace.

Trento 2018

Da questi rapidi cenni storici si capisce il senso della scelta di Trento come sede della 91° adunata degli Alpini: celebrare la Vittoria della Prima guerra mondiale in una delle terre «redente». E giustificare, con il mito dell’Alpino solidale e generoso, le attuali guerre a cui lo Stato italiano partecipa in nome della democrazia.

Per questo si sono scomodati il presidente della Repubblica, il ministro della Difesa, il Capo di Stato Maggiore, altri vertici delle forze armate e i redivivi cappellani militari.

Benché la Preghiera dell’Alpino continui a chiedere a «Dio onnipotente» di rendere «forti le nostre armi contro chiunque minacci la nostra Patria, la nostra Bandiera, la nostra millenaria civiltà cristiana», al tutto bisognava dare un tocco di «pace» e di «riconciliazione». Se già Saragat nel 1968 aveva rivolto un pensiero a chi era morto con la divisa austro-ungarica, Mattarella quest’anno si è recato al monumento che ricorda i circa 12 mila uomini che con quella divisa sono stati uccisi. Ma, come ha precisato il Capo di Stato Maggiore generale Graziano, «ovviamente siamo qui per festeggiare la vittoria».

E questo era il senso della salita di Mattarella al fascistissimo mausoleo di Cesare Battisti sul Doss Trent, inaugurato nel «radioso maggio» del 1935 alla presenza della vedova di Battisti e dei due figli, per l’occasione in camicia nera. A fianco del mausoleo, già all’epoca, Mussolini voleva un «museo delle truppe alpine». Lo accontenterà la «Repubblica nata dalla Resistenza», che nel 1958 vi inaugurerà il Museo nazionale degli Alpini.

Il punto, ovviamente, non è ricordare i caduti. Si possono ricordare i caduti con entrambe le divise e non dire nulla contro la guerra, contro chi la volle e ne ricavò lauti profitti. Anche i socialisti del primo dopoguerra costruivano monumenti ai caduti. Ma con parole come queste: «Morirono per avidità di regnanti/ per gelosia di potenti/ che la terra insanguinata/ fecondi/ odio contro la guerra/ maledizioni contro coloro che la benedirono e la esaltarono» (queste parole, scritte sul monumento di Gazzuolo in provincia di Mantova, si possono leggere ora solo sui libri, perchè iscrizioni simili furono tutte distrutte dai fascisti).

«Per la pace» non significa nulla. Anche la Campana di Rovereto, inaugurata nel 1925, ha questo nome, ma fu voluta da Antonio Rossaro, prete interventista e poi fedele del duce, affinché «risuonasse e scuotesse i cuori nella solenne rievocazione di tanti eroi scomparsi». O vogliamo parlare del monumento all’Alpino di via Dante, da cui è partito, nei giorni dell’adunata, un percorso pedonale «per la pace»? Quel monumento fu inaugurato nel 1940 da Leonida Scanagatta, cavaliere del Re e squadrista roveretano della prima ora, tra gli assalitori nel 1921 della Camera del Lavoro di piazza Rosmini. Con gli Alpini già schierati a difesa dell’Italia e dell’Impero, quel bronzo era forse un monito «per la pace»?

D’altronde, che durante l’adunata di Trento in gioco non fosse tanto e solo la «memoria» (quale?), era rappresentato in modo evidente e plastico dallo stand dell’Iveco Vehicles Defense con i suoi Lince in piazza Dante e dai mezzi corazzati dell’esercito al S. Chiara.

Con quelli non si racconta la storia né si ricordano i caduti. Con quelli si fa la guerra.

Associazione Nazionale Alpini

Il presidente del Museo storico di Trento, cicerone del capo dello Stato durante la visita sul Doss Trent, ha detto che questa adunata è stata meno retorica e militaresca di altre.

Forse lo «storico» non si è accorto che si svolgeva a Trento e non a Bassano. Qui, nel 1915-1918, gli Alpini hanno sparato contro i «trentini d’Austria». Ed è un po’ più difficile presentare gli 80 trentini caduti «per l’Italia» come eroi e i 12 mila caduti «per l’Austria» come «barbari austriacanti».

Comunque, se nella società i discorsi sulla Vittoria, sul martirio di Battisti, sul sacrificio per la Patria sono oggi meno presentabili non è grazie, bensì malgrado l’Ana. Se fosse per l’Associazione Nazionale Alpini (l’associazione combattentistica più grossa d’Europa), avremmo ancora ai cappellani militari che benedicono i gagliardetti in nome di Dio, della Patria e dell’Impero (e se, per certi aspetti, ci stiamo ritornando, è proprio perchè negli ultimi vent’anni sono diminuite le resistenze nella società). Qualche esempio lo dimostrerà anche ai più distratti, persino agli «storici» istituzionali.

L’Ana viene fondata a Milano nel 1919. Il primo direttore del suo bollettino ufficiale, ancora oggi stampato e diffuso, L’Alpino, è Italo Balbo, comandante squadrista e futuro ras del regime. Il bollettino si caratterizza per un violento anti-socialismo, come si evince dal nono Decalogo del perfetto Alpino: «Ricordati di odiare i nemici di dentro e di fuori anche in pace, come li hai odiati in guerra». I «nemici di dentro» non sono né la monarchia, né la Chiesa, né la borghesia, bensì i «rossi», cioè gli antimilitaristi, i socialisti, gli anarchici.

Durante il regime la retorica dell’Ana ricalca quella di Mussolini, compreso il motto per cui per l’Alpino «niente è impossibile» (ripreso anche per l’adunata di quest’anno…).

Con la Resistenza, si dirà, cambia tutto. Spostiamoci allora negli anni Cinquanta.

Quando, nel 1959, esce e viene premiato alla Mostra del cinema di Venezia La grande guerra di Mario Monicelli, i vertici dell’Ana e 2350 ex cappellani militari scrivono una lettera di protesta contro un film che, narrando le vicende di due soldati «imboscati» che si «redimono» solo perchè offesi in quanto italiani da parte di un ufficiale austro-ungarico prima della fucilazione, ha lo scopo di «oltraggiare tanta generosa immolazione offerta all’onore dell’Italia e alla sua salvezza». A sostenere la difesa dell’eroismo militare si schierano, oltre ai deputati missini, le firme più prestigiose del giornalismo italiano (compreso qualche «antifascista»).

Anche durante la polemica di Lorenzo Milani contro i cappellani militari («reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri»; «l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni», scriveva, come è noto, nel 1965 il prete di Barbiana), l’Ana si scaglia contro la «vigliaccheria» della diserzione e dell’obiezione di coscienza.

Ma poi ci fu il ’68, si dirà.

E proprio quell’anno, a Trento, alcuni studenti di Sociologia si lanciarono contro l’auto di Saragat durante l’adunata degli Alpini con un cartello che diceva «600.000 morti inutili».

Certo, ci fu il ’68, la riscoperta dei canti proletari contro la guerra, le ricerche di Mario Isnenghi, gli archivi di scrittura popolare… Ma non per gli Alpini, fedeli nei secoli. Ancora nel 2015, sul mensile dell’Ana la Prima guerra mondiale è sempre l’eroico compimento del Risorgimento: «riprovevole» la diserzione, «inaccettabile» l’obiezione fiscale alle spese militari. Quando un prete, dalle parti di Vittorio Veneto, si rifiuta di recitare la militarista Preghiera dell’Alpino, l’Ana risponde che «Dio fu con loro» e che «questi uomini furono degni di Dio». Può bastare?

Storici

A partire dagli anni Settanta, fra Rovereto e Trento è nata una generazione di storici attenti alla scrittura popolare e alla storia dal basso. A loro si devono studi e ricerche importanti sui contadini in guerra, sulla contro-memoria, sulle forme di opposizione sociale. Seguendo i nessi storici dello sfruttamento, ad esempio, troviamo pagine significative su come la meccanizzazione della guerra abbia profondamente cambiato il paesaggio alpino, aprendo le porte al successivo turismo di massa.

Ora, si può dire che, con qualche rara e onesta eccezione, questi storici siano affetti da ciò che si potrebbe chiamare schizofrenia opportunistica. Più volte, infatti, li abbiamo ritrovati a fare da appendice a convegni e manifestazioni in cui si sostiene l’esatto contrario di quanto si può trovare nei loro libri, quando non ad assumersi in proprio l’onere di contribuire al mito dell’Alpino. Consapevoli, tra l’altro, che la memoria collettiva è fatta molto più di monumenti, discorsi mediatici, film, adunate e canzonette che non di storiografia (altrimenti del buon Alpino non rimarrebbe più traccia!). Questo per dire una cosa molto semplice: sono le lotte a cambiare i dibattiti, non gli storici.

Scritte, sassi, sabotaggi e luci spente

E veniamo ora a quella che si potrebbe chiamare una piccola, minuscola “adunata dei refrattari” (per richiamare il titolo del giornale fondato negli Stati Uniti dall’anarchico Luigi Galleani).

Quando si tratta del mito intoccabile dell’Alpino, basta poco per creare scandalo.

Reazioni indignate hanno accolta la sparizione di un po’ degli onnipresenti tricolori e il danneggiamento di qualche striscione di “benvenuto” ai cappelli piumati. Tra l’8 e il 9 maggio si è tenuta, all’interno della facoltà di Sociologia, una due giorni contro la guerra.

Fuori della Facoltà, che per una notte è stata anche occupata, campeggiavano due striscioni: uno per chiarire che «la rivolta non è un’arma da museo» e l’altro contro gli Alpini.

Occorre ricordare che esattamente cinquant’anni fa quella Facoltà fu occupata per settimane e che alcuni studenti vicini a Lotta Continua contestarono platealmente l’adunata degli Alpini (in seguito a quella contestazione, in città si scatenò da parte dei cappelli piumati una vera e propria caccia «al sociologo» con veri e propri pestaggi, in cui vennero coinvolti, in quanto «rossi», persino degli innocui militanti del Pci).

Tutte cose che le mostre storiche istituzionali sul ’68 a Trento ricordano. Ma si sa che le lotte possono essere elogiate dai loro recuperatori istituzionali solo quando… sono morte e sepolte.

Che un corpo militare (questo sono gli Alpini, tutt’ora ben presenti in Afghanistan, in Libano, in Libia…) venga definito «assassino», come hanno fatto manifesti e scritte apparsi a Rovereto, a Trento e a Bolzano, dovrebbe essere quasi una constatazione.

Che tra gli iscritti all’Ana ci sia per lo più gente che non ha mai partecipato a guerre e ricorda con il proprio cappello in testa solo di aver fatto orgogliosamente la naja, non cambia nulla. Anzi. È proprio questo diffuso sentimento di appartenenza nazional-patriottica che inquina e mistifica. Se a Trento avessero sfilato solo ufficiali e soldati di professione la natura militarista dell’adunata sarebbe stata più evidente. Ma l’Ana ‒ a differenza, poniamo, della Lega proletaria dei reduci e mutilati di guerra ‒ è stata fondata da interventisti e nazionalisti, il cui scopo non era far pagare la guerra a chi l’aveva voluta, bensì attaccare chi vi si era strenuamente e coraggiosamente opposto.

In tal senso, figure come quella di Battisti sono state molto più nocive per il campo proletario di quelle di un Marinetti o di un D’Annunzio. La retorica del Risorgimento compiuto attraverso la Prima guerra mondiale, tipica dell’interventismo democratico e poi del fascismo, la ritroveremo negli accenti patriottici della Resistenza e nella propaganda dell’Anpi degli anni Cinquanta.

Nella stessa notte in cui la facoltà di Sociologia veniva occupata, è stato preso a sassate da anonimi antimilitaristi uno store degli Alpini. La titolare del negozio, a cui il presidente della Provincia in persona ha portato un mazzo di fiori in segno di scuse, ha affermato che non le era mai capitato nulla di simile nelle tante adunate a cui ha partecipato. E ha aggiunto, per sottolineare la natura inqualificabile di quei sassi, che la propria azienda fornisce le divise alle forze amate e alle forze di polizia. A proposito di «violenza», sarà il caso di notare che quelle divise hanno degli uomini dentro, dotati di armi, scudi e manganelli che hanno colpito e colpiscono manifestanti, scioperanti, immigrati e inermi popolazioni civili.

Il pomeriggio precedente l’adunata ignoti hanno tagliato i cavi e distrutto i led che alimentavano il cappello illuminato di Villa Lagarina, «uno dei più grandi mai realizzati», come ci informano i giornali. È rimasto spento per una giornata.

Nella notte precedente l’adunata alcuni sabotaggi hanno colpito le centraline elettriche e i cavi di alimentazione sulla linea ferroviaria del Brennero e su quella della Valsugana. I giornali dicono che sono stati incendiati anche i cavi della Trento-Malé, senza tuttavia causare blocchi o rallentamenti. Complessivamente, gli incendi hanno provocato la soppressione di una trentina di treni e consistenti ritardi fino al pomeriggio del giorno dopo.

Questo sabotaggio ha dato particolarmente fastidio perchè strideva non solo con il clima di dichiarata unanimità a favore dell’adunata (l’unanimismo a pretese totalitarie non permette smagliature), ma anche con l’imponente apparato di sicurezza messo in piedi ed elogiato dai giornali: centrale operativa comune alle diverse forze di polizia, nuclei «antiterrorismo», tiratori scelti sui tetti, elicottero…

Reazione

I limiti dell’insulto democratico. Titoli di giornali, editoriali e prese di posizione politiche o questurine hanno fatto emergere lo sforzo di raschiare il fondo del barile degli epiteti di riprovazione. I gesti di contestazione, in particolare i sabotaggi, e gli anarchici per estensione, sono stati definiti «scemi», «ignoranti», «deliranti», «mentecatti», «deficienti», con l’aggiunta cautelativa di «isolati» e di «quattro gatti».

L’ineffabile questore D’Ambrosio ha parlato di «gente senza storia né memoria». Poi, essendo quasi finita la rosa dell’insulto politicamente corretto, ha aggiunto: «reietti» (improbabile, nel suo caso, la suggestione de I reietti dell’altro pianeta della romanziera anarchica Ursula Le Guin).

Sarà il caso di far notare al questore che gli anarchici sono stati tra i più fermi oppositori della Prima guerra mondiale, avversari coerenti e risoluti dei Mussolini, dei Battisti, dei Corridoni, e che erano già attivi in questo Paese settantanni prima che nascesse la Repubblica che gli paga lo stipendio?

Se è stata una bella gara reazionaria quella di urlare alla repressione e di esprimere solidarietà agli Alpini «portatori di pace e solidarietà», le più viscide mistificazioni sono arrivate, come al solito, da sinistra. Solo il presidente del Consiglio provinciale Dorigatti (PD) e il presidente provinciale dell’Anpi Cossali (PD) hanno parlato, a proposito dei sabotaggi ferroviari, di «minacce terroristiche» e di «atti di stampo terroristico, che mettono a repentaglio la vita dei cittadini». Peccato che sugli stessi giornali i tecnici di RFI impegnati nel ripristino delle linee dichiarassero: «In realtà non c’è stato pericolo per gli eventuali passeggeri in quanto automaticamente, al momento del danneggiamento della centralina, i semafori diventano rossi e quindi eventuali treni in transito bloccano la loro corsa». L’unica cosa «dei cittadini» che viene messa «a repentaglio», in questo fiume di maldestre menzogne, è il più basilare senso critico.

Se Cossali, ex «leader di Lotta Continua», difendendo gli Alpini che i suoi stessi compagni contestavano cinquant’anni fa dimostra semplicemente quanto popolato sia il mondo dei voltagabbana, in quanto presidente dell’Anpi segue invece una via tutt’altro che incoerente. Su Patria indipendente, il quindicinale dell’Anpi fondato nel 1952, costante quanto mistificatorio è il parallelo tra gli Alpini del ’15-’18 e i partigiani del ’43-’45.

E nelle polemiche degli anni Cinquanta contro la Democrazia Cristiana, con cui lo stalinismo voleva competere sul terreno nazional-patriottico, De Gasperi veniva definito… «austriaco».

Per quanto ci riguarda, preferiamo ricordare il socialista e poi anarchico Emilio Strafelini di Rovereto, il quale nel 1914 disertò dall’esercito austro-ungarico non per passare a quello italiano, ma per darsi “anima” (le virgolette sono mie, Jàdawin di Atheia) e corpo alla propaganda antimilitarista e internazionalista.

Così come facciamo nostre le parole di un manifesto del 1916 firmato i senza patria: «Ai Battisti, ai Corridoni ecc. ecc. caduti per una patria, per un re, per un militarismo, noi contrapponiamo il sacrificio fecondo di Bresci, di Caserio, di Angiolillo, di Adler. … Viva la rivoluzione sociale ‒ A morte i tiranni d’Europa».

A proposito di degrado

Per l’adunata è stata sospesa l’ordinanza comunale che vieta di bere alcol nei parchi.

Ciò che, fatto da studenti o immigrati o senza fissa dimora era fino al giorno prima «degrado», è stato trasformato da trecentomila Alpini in «festa», «amicizia», «solidarietà».

Se un qualsiasi corteo o altra iniziativa non istituzionale avesse lasciato strade e piazza cento volte meno lerce di rifiuti dietro il proprio passaggio, il coro dei benpensanti avrebbe tuonato per giorni, chiedendo il pugno di ferro contro gli «incivili». Invece, trattandosi di Alpini, nessuna critica. Per diversi abitanti, tagliati fuori dalle loro strade abituali, l’adunata ha provocato un disagio assai più duraturo di quello causato ai passeggeri dei treni rimasti fermi il primo giorno per via dei sabotaggi.

Gli unici a trarre profitto da queste tre giornate, oltre ai politici e ai militari, sono stati i commercianti del centro, il cui giro d’affari è aumentato esponenzialmente. Per questo erano tutti così animati dal senso di Patria (che guarda caso coincideva con i loro interessi di bottega). Per avere un esempio al contrario, bastava farsi un giro a Riva del Garda. Dal momento che albergatori, ristoratori e commercianti vivono grazie ai turisti tedeschi, lì di tricolori ce n’erano davvero pochini. Meno patrioti i rivani?

Ultima nota, più seria. Un collettivo femminista e diverse donne hanno denunciato l’atteggiamento sessista e molesto da parte di gruppi di Alpini avvinazzati: apprezzamenti viscidi e palpeggiamenti. Di questa «goliardia» tutta maschile e militare c’era anche un corrispettivo dichiarato: il torneo di miss alpina bagnata, che consisteva nell’annaffiare con la birra la ragazza trentina «più carina». Un giornale ha anche parlato dell’arrivo in città di qualche centinaio di prostitute straniere per l’occasione.

Italiani brava gente. Come si può vedere, anche senza bombardamenti, le divise portano con sé sempre il proprio mondo.

Un mondo che fa schifo. Un mondo da sabotare.

14 maggio 2018

romperelerighe

romperelerighe.noblogs.org

Bibliografia minima

‒ Ernesto Rossi, I padroni del vapore. La collaborazione Fascismo-Confindustria durante il Ventennio, Kaos, Milano, 2001

‒ Marco Rossi, Gli ammutinati delle trincee. Dalla guerra di Libia al Primo conflitto mondiale 1911-1918, BSF, Pisa, 2014

‒ Ugo De Grandis, Guerra alla guerra! I socialisti scledensi e vicentini al “processo di Pradama- no” (luglio-agosto 1917), Schio, 2017

‒ Quinto Antonelli, Cento anni di grande guerra. Cerimonie, monumenti, memorie e contromemorie, Donzelli, Roma, 2018

Economia, Politica e Società, Storia

Iran: in affanno le avanguardie della regressione

In e-mail da Dino Erba l’8 Gennaio 2018 dc (con alcune mie correzioni):

Iran: in affanno le avanguardie della regressione

Strana illusione ottica, veder dappertutto uno stato di cose che fino a questo momento regna solo in via eccezionale in alcune parti dell’orbe terracqueo.

Karl Marx, Il Capitale, Libro Primo, Sezione Quinta, cap. 14.

Quanto sta avvenendo in Iran rientra a pieno titolo nella generale crisi sistemica del modo di produzione capitalistico. Non ci piove. Tuttavia, le verità troppo vere, come questa, rischiano di cadere nelle banalità, smarrendo per via gli aspetti peculiari che caratterizzano un evento, ovvero il suo background. Aspetti che, nel caso dell’Iran, da almeno quarant’anni, determinano una situazione di crisi nella crisi, con soluzioni momentanee e, di fatto, contingenti. Un rapido schizzo storico è utile per meglio orientarsi.

L’Iran è l’unico Paese extraeuropeo che, nonostante le inevitabili ingerenze coloniali, non ha subito occupazioni, se non temporaneamente e parzialmente, vivendo in una sorta di limbo, creato dall’equilibrio delle forze tra contrapposte Potenze (in origine: Inghilterra e Russia).

È un privilegio che è stato favorito soprattutto da una configurazione geografica protettiva: un altopiano con alte montagne, deserti, steppe (circa il 70% de territorio) e coste dai difficili accessi al mare. Configurazione che pose l’Iran ai margini delle grandi vie di comunicazione terrestri, concentrate nella sua area settentrionale – la più ricca – e rivolte all’Asia centrale.

Un fiacco dispotismo asiatico

Dopo l’invasione di Tamerlano (secolo XIV), l’Iran (o Persia) assunse l’assetto geopolitico che si sarebbe definito nell’Ottocento, raggiungendo una sostanziale unità etnica (persiani), linguistica (farsi) e religiosa (islamismo sciita duodecimano). Le monarchie che si succedettero rappresentarono una forma fiacca di dispotismo orientale che determinò una secolare stagnazione.

Questa situazione era il frutto di una formazione economica e sociale contraddistinta da comunità agricole tendenzialmente autosufficienti, con ridotti contatti con i centri urbani, dove fiorivano attività artigiane e mercantili, anch’esse contraddistinte da un’analoga condizione di autosufficienza. Un potere centrale debole, attraverso i suoi funzionari, manteneva con le campagne un controllo limitato, a causa della crescente ingerenza degli esponenti religiosi (gli ʿulamāʾ) i quali, nelle città, univano spesso le loro ingerenze nei confronti del potere centrale a quelle del ceto mercantile (il bazar). Di conseguenza, il prelievo fiscale risultava frazionato e, tra l’altro, nelle campagne, una parte del prelievo veniva gestita direttamente dalle istituzioni tribali locali (uymaq). Questa situazione condizionava le risorse destinate ai lavori pubblici e all’esercito, tenendole a livelli inferiori rispetto a Paesi come la Cina, l’India e l’Impero Ottomano.

All’inizio del Novecento, la situazione mutò radicalmente: la scoperta di grandi giacimenti petroliferi vide l’intervento diretto dell’Inghilterra, con conseguenze economiche che dettero impulso alla modernizzazione del Paese. Fu un processo tardivo (rispetto a India, Turchia, Cina) che prese avvio solo negli anni Venti del Novecento, ma fu sconvolgente, per impulso della crescente produzione di petrolio (più che triplicata dal 1938 al 1950). Le pur tirchie royalties versate dalle compagnie petrolifere alle casse dello Stato iraniano e, soprattutto, gli interventi infrastrutturali, legati all’estrazione e al trasporto del petrolio, destarono bruscamente l’Iran dal suo secolare isolamento. Ma fino a un certo punto.

Per usare un linguaggio figurato, l’Iran subì massicce e rapide iniezioni di capitalismo, offrendo un ambiente disponibile e senza forti resistenze, che evitò violenti interventi militari. Ciò nonostante, sotto il velo della modernizzazione, permaneva il vecchio background. Al tempo stesso, nelle campagne entrava in crisi la comune agricola, già erosa dai grandi proprietari terrieri, un marcio pilastro della monarchia. Le conseguenze sulla produzione agricola e sul patrimonio zootecnico furono disastrose: entrambe, negli anni Quaranta del Novecento, calarono, mentre la popolazione aumentava del 2,3%.

Negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, grazie all’equilibrio delle forze, in cui veniva a trovarsi tra le aree di influenza sovietica, inglese e, ben presto, yankee, l’Iran poté vivere una condizione che favorì la formazione di una classe tendenzialmente borghese, relativamente indipendente, ma pur sempre con le vecchie tare che la spingevano a cercare un appoggio alle proprie esigenze in ambienti clericali, fieramente reazionari.

Statalismo in salsa laico-yankee

Come in altri Paesi cosiddetti in via di sviluppo, anche in Iran lo Stato assunse un ruolo centrale nelle politiche economiche. Ruolo che divenne decisivo soprattutto con lo Shah Reza Phalavi (1941-1979), fautore di grandi interventi nell’industria pesante, ispirati al modello sovietico. Tuttavia, il centralismo statale dello Shah dovette presto confrontarsi con le spinte autonomiste di quel vecchio ceto mercantile e imprenditoriale che, sull’onda della modernizzazione, stava assumendo caute connotazioni borghesi e auspicava ricadute a vantaggio proprio e del Paese, mettendo in discussione gli accordi capestro con le grandi compagnie petrolifere (le Sette Sorelle). In generale, di fronte a benefici destinati a pochi privilegiati, le condizioni delle masse popolari andavano peggiorando: nel 1951 più dell’80% della popolazione soffriva di denutrizione cronica.

Non appena il governo di Mossadeq tentò la nazionalizzazione del petrolio (1951), dovette subito fare i conti con Gran Bretagna e Usa, i cui interessi si sposarono con quelli dello Shah e del suo entourage, nonché di gran parte del clero, tutti timorosi che gli inevitabili sviluppi riformisti potessero pregiudicare i loro privilegi. Nel 1953, un colpo di Stato made in Usa abbatté il governo riformista di Mossadeq, dopo di che prese piede il regime autoritario di Reza Phalavi che, per 25 anni, poté reggersi grazie alla congiuntura economica espansiva. Il regime cercò di accattivarsi il consenso e le simpatie del ceto medio urbano, offrendo sbocchi nell’apparato statal-industriale e varando riforme (Rivoluzione bianca) rivolte all’emancipazione femminile, all’istruzione e alla sanità, peraltro caldeggiate dai partner occidentali. Infine, lo status quo era garantito dalla sostanziale separazione della città dalla campagna dove, negli anni Cinquanta/Sessanta, viveva oltre il 60% della popolazione.

A metà degli anni Settanta, il clima politico iniziò a scaldarsi: nel 1976, dopo una spettacolare ascesa, il prezzo del petrolio si arrestò, frustrando i faraonici progetti industriali dello Shah e causando una pesante riduzione dell’occupazione (- 40%).

La crisi economica rendeva evidente la stridente sperequazione sociale tra i ceti urbani e quelli rurali. In poco più di dieci anni la popolazione era passata da 25 a 40 milioni, di cui  la maggior parte viveva nelle campagne, dove la riforma agraria dello Shah non aveva portato alcun beneficio, anzi ne aggravò il dissesto. Tanto è vero che ancora oggi la bilancia agricola iraniana – nonostante l’agricoltura occupi circa il 30% della popolazione (pari a 24 milioni) e rappresenti il 20% del Pil – è passiva e l’Iran è costretto a importare derrate alimentari, soprattutto, cereali.

Un crescente flusso di contadini immiseriti che cercava di sbarcare il lunario nelle città, in primis a Teheran (capitale politica ed economica), alimentò un malcontento che si incrociava con l’insofferenza di gran parte del ceto borghese urbano al modello di sviluppo statalista del regime, in cui i «ceti emergenti» traevano opportunità marginali o per lo meno non rispondenti alle loro aspettative.

Punto di riferimento della borghesia fu, ancora una volta, l’alleanza con il clero che, tra l’altro, esorcizzava eventuali sbocchi radicali del movimento popolare, in cui il proletariato industriale andava maturando la propria, pericolosa, autonomia politica.

Fu un’alleanza precaria che saltò non appena venne scacciato lo Shah (febbraio 1979).

Nel giro di pochi mesi il clero, cavalcando e blandendo il malcontento dei ceti popolari di origine rurale, represse le tendenze socialiste radicali operaie, emarginò la componente democratico-borghese e rapidamente prese il sopravvento.

Statalismo in salsa nazionalclericale

E sorse così il regime degli ayatollah (la Repubblica Islamica): una versione riveduta e corretta del regime dello Shah, purificato dalle scorie occidentaliste (laiche!), ma altrettanto statalista, se non di più. In pratica, fu un passaggio dallo statalismo laico allo statalismo clericale: dalla padella alla brace!

Gli ayatollah troncarono con gli Usa e si fecero paladini di un deciso nazionalismo che si richiama alla tradizione religiosa sciita. Ma la veste religiosa era ed è più formale che sostanziale, in quanto le vecchie fondamenta della società iraniana erano ormai sconvolte dalle modernizzazioni di Reza Phalavi, in primis dalla riforma agraria. In sintesi: il nuovo regime si basava e si basa sul rapporto gestito dagli ayatollah con la burocrazia statale, gli apparati militari, i tecnocrati delle industrie di Stato e, dulcis in fundo, sulle politiche protezioniste a favore della campagna, stile Coldiretti di democristiana memoria.

Sono tutti rapporti quanto mai prosaici (e volgari), che vengono mascherati accentuando gli aspetti più bigotti e odiosi della shari’ah, come il velo delle donne.

Il pesante clima repressivo, che fin dall’inizio prevalse, trovò la sua giustificazione nella lunga e devastante guerra con l’Iraq (1980 al 1988). Nonostante la conclusione di stallo della guerra, la Repubblica Islamica ne uscì rafforzata, rompendo l’isolamento e assumendo un peso significativo nelle relazioni internazionali. E, soprattutto, il regime definì un assetto economico e sociale che avrebbe retto per circa un ventennio, senza troppe strette repressive, almeno fino alle elezioni del 2009.

Quelle elezioni furono un banco di prova del problematico rapporto del regime con la borghesia imprenditoriale e delle professioni, sempre subalterna e marginale ai centri di potere economico, come le bonyad, (vedi: http://www.cinquantamila.it/storyTellerArticolo.php? storyId=0000002340082), passate dalla cricca dei Phalavi a quella degli ayatollah. Ma ancor più problematico diventa il rapporto con il proletariato industriale, cui potrebbe congiungersi quella che ieri era plebe e che oggi è, a tutti gli effetti, esercito industriale di riserva.

I recenti avvenimenti confermano la debolezza degli equilibri sociali iraniani e dei conseguenti compromessi politici. Via via che la crisi sistemica del modo di produzione capitalistico si approfondisce, tali equilibri sono destinati a erodersi, rendendo fragili le possibilità di mediazione tra le classi sociali. La prospettiva resta comunque un’incognita, poiché, com’è evidente da quanto ho premesso, sarebbe assolutamente fuorviante far previsioni secondo schemi, analogie ed esperienze che si richiamano a Paesi dell’Occidente capitalistico. Come sciaguratamente hanno fatto e fanno molti sedicenti marxisti.

Dino Erba, Milano, 8 gennaio 2018.

Indicazioni bibliografiche

Behman Nirumand, La Persia. Modello di un paese in via di sviluppo. Ovvero La dittatura del Mondo Libero, Con una nota di Hans Magnus Enzensberger, Feltrinelli, Milano, 1968. Forse la prima e importante critica del regime di Reza Phalavii apparsa in Italia.

Alessandro Mantovani (et alii), Rivoluzione islamica e rapporti di classe. Afghanistan – Iran – Iraq, Graphos, Genova, 2006. Nonostante le concessioni alla scuola marxista-leninista, propone una buona documentazione.

Farian Sabahi, Storia dell’Iran 1890-2008, Bruno Mondadori, Milano, 2009. Un excursus storico attraverso la secolare alleanza tra preti e mercanti.

Lotte proletarie in Iran:

–Sur l’Iran:  https://bibliothequedumarxisme.wordpress.com/

–  Iran: «l’abolition de la peur»: http://dndf.org/?p=16575

Modernizzazione, statalismo e libero mercato:

Robert Kurz, Il collasso della modernizzazione. Dal crollo del socialismo da caserma alla crisi dell’economia mondiale, a cura di Samuele Cerea, Mimesis, Milano-Udine, 2017, in particolare cap. VIII: Il naufragio della modernizzazione.

Politica e Società, Storia

Sul movimento di massa in Iran

In e-mail l’8 Gennaio 2018 dc:

Sul movimento di massa in Iran

“Mullah capitalisti, ridateci i nostri soldi!”

3 Gennaio 2018

Un importante movimento di giovani e di donne si è levato in Iran. È la più importante esperienza di mobilitazione dopo la cosiddetta “onda verde” del 2009.

Il movimento è nato nella città di Mashhad, per protestare contro l’aumento del 40% del prezzo delle uova. È possibile che questa prima protesta sia stata in qualche modo incentivata dalle autorità religiose locali, vicini alle posizioni reazionarie più integraliste della Guida Suprema Khamenei, e per questo critiche verso il Presidente “moderato” Rouhani. Ma è certo che la dinamica della mobilitazione è andata ben al di là delle sue basi iniziali.

LA DINAMICA DEL MOVIMENTO

Il movimento si è propagato in molte città e realtà di provincia. La sua dimensione di massa è complessivamente minore (ad oggi) di quella del 2009, ma la sua estensione geografica sul territorio nazionale è più ampia. Soprattutto, le sue rivendicazioni appaiono più radicali. Nel 2009 il movimento era nato in opposizione alla rielezione del presidente reazionario Ahmadinejad, nel nome di rivendicazioni democratiche limitate che non mettevano in discussione il regime religioso dei mullah. Il movimento aveva una natura progressiva, ma la sua direzione politica (Moussavi, consigliere del presidente “riformista” Kathami) era in qualche modo interna al regime. Oggi il quadro è diverso.

Il movimento attuale ha innanzitutto un contenuto sociale più esplicito, di contrapposizione al carovita e alle politiche economiche del governo (aumento di prezzo dei beni alimentari, taglio dei sussidi sociali, speculazioni bancarie a danno di piccoli risparmiatori caduti in rovina, aumento della disoccupazione giovanile al 30%). È la reazione sociale al mancato rispetto delle promesse annunciate a seguito degli accordi con la presidenza Obama. “Avevate promesso benessere e prosperità, ma dopo due anni abbiamo raccolto solo miseria”: questo il senso comune della protesta. Per questa stessa ragione il movimento ha assunto una dinamica di contrapposizione non solo a Rouhani, ma al regime teocratico reazionario.

Il clero sciita non è solo l’architrave del regime confessionale integralista che domina l’Iran da quasi quarant’anni, responsabile della repressione sistematica e brutale delle organizzazioni del movimento operaio e di tutte le più elementari rivendicazioni democratiche dei giovani e delle donne. È anche strettamente compenetrato con la classe capitalistica iraniana. L’alto clero, i vertici militari, i comandi degli apparati repressivi, controllano interi comparti dell’economia nel campo della produzione e della finanza.

Era dunque inevitabile che un movimento di contestazione delle ingiustizie sociali entrasse in collisione col cuore profondo del regime. “Mullah capitalisti, restituiteci i nostri soldi”, lo slogan che è rimbalzato in molte manifestazioni, è la documentazione plastica di questa connessione, assieme alla distruzione di manifesti e immagini della guida spirituale Khamenei.

Per le stesse ragioni, anche la politica estera dell’Iran è divenuta bersaglio delle proteste. L’Iran è una potenza capitalistica regionale del Medio Oriente, in lotta da sempre con l’Arabia Saudita. Le risorse risparmiate dal taglio (parziale) delle sanzioni sono state investite da Teheran nel consolidamento ed estensione dell’area di influenza regionale sciita (sostegno ad Assad in Siria, a Hezbollah in Libano…), con un indubbio successo sul fronte siriano grazie all’appoggio determinante dell’imperialismo russo. Ma le glorie militari sui campi di guerra non hanno comportato solamente migliaia di caduti, hanno trascinato con sé aumento delle tasse, carovita, inasprimento dello sfruttamento sul fronte interno, nel nome del superiore interesse della nazione. Anche per questo la contestazione sociale è rapidamente divenuta contestazione politica: “Pensate a noi, non ad Assad”, gridano migliaia di manifestanti.

GLI IMPERIALISMI DIVISI

In questo quadro è naturale che l’imperialismo USA, lo Stato sionista d’Israele, il regime reazionario saudita, cerchino di strumentalizzare la mobilitazione sociale e politica contro il regime iraniano in funzione dei propri interessi strategici in Medio Oriente e su scala globale. È sempre accaduto in tutta la storia del mondo che lotte progressive, e persino rivoluzioni, all’interno di un determinato Paese, vengano “usate” (e talvolta appoggiate) da potenze straniere conservatrici e reazionarie. Ci si potrebbe meravigliare del contrario? Così è naturale che il reazionario Trump provi a strumentalizzare la protesta in Iran in funzione della svolta della propria politica estera in Medio Oriente e della polemica interna contro Obama, come è naturale che il governo sionista d’Israele voglia utilizzare gli avvenimenti iraniani per consolidare l’asse col nuovo corso di Washington e col regime saudita.

Ma chi vede ciò che avviene in Iran come esecuzione del “piano” di Trump e dei suoi agenti segreti ha la stessa visione della storia delle polizie di tutto il mondo, inclusa naturalmente quella iraniana: la ribellione è sempre figlia del “complotto straniero contro i superiori interessi della patria”, che guarda caso coincidono con quelli della classe che detiene il potere. È l’argomento che sospinge ovunque, in ogni epoca, la repressione di ogni rivolta interna. L’Iran non fa certo eccezione.

Peraltro gli amanti dell’interrogativo dietrologico “a chi giova?”, pronti a vedere in ogni rivolta la mano straniera dell’imperialismo, dovrebbero evitare di guardare solo all’imperialismo USA. Gli imperialismi europei (Italia inclusa) non si allineano affatto a Donald Trump sulla vicenda iraniana. Anzi. Vogliono inserirsi nella contraddizione apertasi tra Iran e Trump per sostenere i propri interessi imperialisti in Persia e allargarvi la propria area di influenza: dagli investimenti dell’industria automobilistica francese agli appetiti inesauribili di ENI ed ENEL. Per questo la UE tace sull’Iran, strizzando l’occhio al regime e augurandosi la sua tenuta.

La verità è che la mobilitazione in corso in Iran tende oggi ad amplificare le contraddizioni interimperialiste, non a ridurle.

IL RUOLO DEL PROLETARIATO E LA QUESTIONE DELLA DIREZIONE

In ogni caso i settori di massa e di gioventù che oggi alzano la testa in Iran non sono sospinti dagli agenti della CIA ma dal rifiuto dell’oppressione. Il regime lo sa ed è scosso. L’apparato repressivo dello Stato colpisce le manifestazioni con centinaia di arresti e con armi da fuoco, assassinando decine di giovani. E intanto chiude le piattaforme digitali per bloccare la propagazione ulteriore del movimento. Il Presidente Rouhani, dal canto suo, cerca di ritagliarsi un proprio spazio di manovra parlando del diritto a manifestare, ma è consapevole di essere bersaglio diretto della protesta e per questo spalleggia la repressione, nel mentre cerca di organizzare una propria contromobilitazione a difesa del regime.

In realtà le diverse frazioni del regime teocratico attribuiscono la responsabilità della rivolta alla frazione rivale, ma proprio le contraddizioni interne al regime possono ampliare la dinamica della mobilitazione. Mentre la reazione attiva di settori di manifestanti alla repressione (e in qualche caso persino l’assalto alle caserme alla ricerca di armi) misura la potenzialità della radicalizzazione.

Inutile aggiungere che una eventuale trascrescenza del movimento in atto in un processo rivoluzionario potrebbe avere ripercussioni enormi in tutto il Medio Oriente.

Ripercussioni che darebbero agli stessi USA e Israele grattacapi infinitamente più seri degli effimeri vantaggi di qualche strumentalizzazione diplomatica delle proteste in corso.

Seguiremo la dinamica della mobilitazione in atto. La sua base sociale sembra al momento limitata a settori di gioventù della popolazione povera, dei disoccupati, della classe media (studenti), con un ruolo importante delle donne. La classe operaia non è ancora scesa nell’arena della lotta. Questo sarà uno snodo decisivo per lo sviluppo degli avvenimenti. La classe operaia iraniana è una enorme potenza sociale. La sua discesa in campo alla testa della gioventù potrebbe segnare un capovolgimento dei rapporti di forza e aprire una pagina nuova dello scontro. Senza l’ingresso nell’arena della classe lavoratrice, la mobilitazione rischia di schiantarsi nel muro della repressione e di sfaldarsi. È la lezione del 2009.

Ma la semplice mobilitazione della classe lavoratrice non è sufficiente. È necessaria una sua direzione indipendente e rivoluzionaria, che sappia saldare nel vivo della lotta le rivendicazioni sociali, laiche e democratiche elementari, con la prospettiva di un’alternativa di potere della classe lavoratrice; che sappia costruire l’egemonia della classe lavoratrice sull’insieme delle domande progressive delle masse oppresse, delle città e delle campagne, nella prospettiva di un governo operaio e contadino. L’unica vera alternativa.

Nel 1979 la mobilitazione della classe operaia iraniana fu determinante per il rovesciamento dello Scià, dando vita in centinaia di fabbriche a forme di autorganizzazione democratica di massa (shorà). Ma l’assenza di una direzione indipendente, unita al ruolo collaborazionista del Tudeh stalinista, subordinò la classe operaia a Khomeini, che giunto al potere distrusse il movimento operaio organizzato e dopo pochi anni (1982) lo stesso Tudeh. La classe operaia iraniana ha pagato con quarant’anni di nuova dittatura la capitolazione del Tudeh al khomeinismo. Il Tudeh ha pagato a sua volta con cinquemila militanti assassinati.

La costruzione di una direzione marxista rivoluzionaria resta dunque la questione decisiva, come mostra la stessa esperienza della rivoluzione tunisina ed egiziana del 2010-2011.

L’irruzione nella lotta di una giovane generazione dell’avanguardia potrà rappresentare il bacino naturale della sua costruzione.

Partito Comunista dei Lavoratori
Comunicati, Politica e Società, Storia

Sulla Catalogna

In e-mail il 30 Ottobre 2017 dc:

Comunicato congiunto di CNT, CGT e Solidaridad Obrera sulla situazione in Catalogna

Le organizzazioni sottoscritte, in qualità di sindacati a livello nazionale, condividono la stessa preoccupazione per la situazione in Catalogna, per la repressione che lo Stato ha scatenato, per la riduzione dei diritti e delle libertà che questo presuppone e paventa e per l’aumento di un nazionalismo rancido che si ripropone in gran parte dello Stato spagnolo.

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Noi difendiamo l’emancipazione di tutti i lavoratori della Catalogna e nel resto del mondo. Forse, in questo contesto, è necessario ricordare che noi non intendiamo il diritto all’autodeterminazione in modo statalista, come proclamano i partiti e le associazioni nazionalisti, bensì come diritto all’autogestione della nostra classe in un determinato territorio. In questo senso, l’autodeterminazione si realizza più attraverso il controllo della produzione e del consumo da parte dei lavoratori e di una democrazia diretta dal basso verso l’alto, organizzata secondo principi federalisti, piuttosto che con l’istituzione di una nuova frontiera o con la creazione di un nuovo Stato.

Come internazionalisti, sappiamo che la solidarietà tra i lavoratori non deve limitarsi ai confini nazionali, per cui ci importa poco dove questi vengono tracciati. Ciò che ci sembra molto preoccupante è la reazione che si sta vivendo in molte parti del resto dello Stato, con l’esaltazione di uno spagnolismo rancido, che ricorda per lo più epoche passate, coccolato da parte dei media e in sintonia con la deriva autoritaria del governo, viatico per l’imprigionamento di persone accusate di aver convocato atti di disobbedienza o per l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione. Siamo consapevoli che questa epidemia nazionalista pone le basi per ulteriori tagli dei diritti e delle libertà, contro cui dobbiamo agire in modo preventivo. L’asfissiante unità delle cosiddette “forze democratiche” per giustificare la repressione, fa presagire un quadro desolante per tutte le dissidenze future. Sembra che il regime post-franchista che ci governa da 40 anni, serrerà i ranghi per garantire la sua continuità.

Questo regime, che è esistito ed esiste in Catalogna e nel resto della Spagna, ritiene che sia in gioco la sua sopravvivenza. Ampiamente messo in discussione e immerso in una profonda crisi di legittimità, questo regime è allarmato all’accumularsi di fronti aperti. La minaccia per l’integrità territoriale dello Stato si aggiunge agli scandali di corruzione, al discredito della monarchia, alla questione dei salvataggi finanziari e dei tagli che sono stati imposti alla popolazione, al malcontento per la schiavitù nei luoghi di lavoro derivata dalle recenti riforme del lavoro, allungando l’età pensionabile e tagliando gli assegni pensionistici, ecc … Gli appelli continui per difendere la Costituzione devono essere intesi come rintocchi di campane per affrontare questa vera e propria crisi esistenziale in cui versa il regime. Il pericolo è che in questo processo si legittimo e diventino normalità i comportamenti repressivi come quelli recentemente osservati in molte città catalane. O peggio.

Ovviamente non sappiamo in quale senso evolveranno gli eventi. Rimarremo attenti a ciò che succede, pronti a difendere gli interessi dei lavoratori in tutto lo Stato. Ci opporremo con tutte le nostre forze alla repressione e alla legittimazione, già in atto, delle manifestazioni della destra radicale. Naturalmente, non ci metteremo al servizio delle strategie dei partiti politici i cui obiettivi ci sono estranei. Allo stesso tempo, non smetteremo di incoraggiare le mobilitazioni della classe lavoratrice quando è essa stessa a decidere, infine, è il momento di scrollarsi di dosso la dittatura di élite politiche ed economiche che da troppo tempo gestiscono il controllo del territorio per servire esclusivamente i propri interessi. Come sindacati di classe combattivi e libertari saremo nelle strade, nelle mobilitazioni, come abbiamo dimostrato in molte occasioni, contro la repressione, per i diritti e per le libertà, contro i tagli e contro la corruzione.

La crisi catalana può essere il punto di volta di un modello di stato morente. Se questo cambiamento andrà in una certa direzione o in un’altra dipenderà dalla nostra capacità, come classe, di portare il processo in atto nella direzione opposta alla repressione e alla crescita dei nazionalismi. Speriamo che il risultato finale sia più libertà e più diritti e non viceversa. La posta in gioco è alta.

PER I DIRITTI E PER LE LIBERTA’! NO ALLA REPRESSIONE CONTRO LE CLASSI LAVORATRICI!

CGT – Solidaridad Obrera – CNT
(traduzione a cura di Alternativa Libertaria/fdca – Ufficio Relazioni Internzionali)
Link esterno: http://cnt.es/noticias/comunicado-conjunto-de-cnt-cgt-y…lunya

Politica e Società, Storia

L’assassinio della storia

In e-mail il 4 Ottobre 2017 dc:

Considerazioni Inattuali n°107

25 Settembre 2017

PREMESSA

A proposito di fake news. Un esempio chiaro viene fornito in questi giorni negli Stati Uniti d’America da “La Guerra in Vietnam”, un documentario “kolossal” di 17 ore prodotto dalla rete PBS. Ne abbiamo seguito “on line” le prime due puntate e ci sono bastate. Per chi come noi ha seguito da vicino o da lontano questa violenta e barbarica guerra di aggressione l’indignazione per le mistificazioni, le ipocrisie, le omissioni e i furti di verità è stata o dovrebbe essere unanime. Di questa indignazione si è fatto ammirevole e documentato portavoce John Pilger, famoso nel mondo per le inchieste, i libri, i veri documentari sulle crisi mondiali degli ultimi 50 anni. Segue la traduzione dell’articolo di John Pilger sul tema apparso sulla rete “Counterpunch” il 22 settembre u.s..

Lucio Manisco

L’assassinio della storia

di John Pilger

Uno degli “eventi” più pubblicizzati della televisione americana, “La Guerra del Vietnam”, ha preso il via sulla “Public Broadcasting System”, registi e conduttori Ken Burns e Lynn Novick. Acclamato per i suoi documentari sulla Guerra Civile, la Grande Depressione e la Storia del Jazz, Burns dice di questi suoi filmati sul Vietnam: ”Ispireranno il nostro Paese a discutere e pensare sulla guerra del Vietnam da una prospettiva del tutto nuova”.

In una società spesso privata di memoria storica e schiava della propaganda sul suo “eccezionalismo”, la “prospettiva del tutto nuova sulla guerra del Vietnam” viene presentata come “un’opera epica, storica”. L’imponente campagna pubblicitaria elogia la sua principale finanziatrice, la Banca d’America, la cui sede nel 1971 venne incendiata dagli studenti di Santa Barbara in California come simbolo emblematico della detestata guerra del Vietnam. Burns professa la sua gratitudine “all’intera famiglia della Banca d’America” che “da molto tempo sostiene la causa dei reduci di guerra nel nostro Paese”.

La Banca d’America ha in realtà fornito un sostegno corporativo ad un’invasione che ha provocato la morte di qualcosa come quattro milioni di vietnamiti e devastato ed avvelenato una terra una volta bella. Più di 58.000 i caduti tra i soldati americani e si stima che un numero pressocché uguale di essi si siano suicidati.

Ho visto a New York la prima puntata. Sin dall’inizio non vi lascia alcun dubbio sui suoi intenti. La narrativa esplicita che “la guerra venne varata in buona fede da personaggi onesti sulla base di fatali malintesi, un’esagerata sicumera americana, una generica incomprensione della guerra fredda. La disonestà di queste asserzioni non deve suscitare sorpresa. La cinica fabbricazione di falsi vessilli che portò all’invasione è ormai basata su inoppugnabili documenti. L’”incidente” del Golfo del Tonkino del 1964 – che Burns sostiene sia realmente accaduto – è un esempio indicativo. Le menzogne pullulano in un enorme numero di documenti ufficiali, prime tra tutte le Carte del Pentagono che il grande denunziatore dei misfatti governativi Daniel Ellesberg rese di pubblica ragione nel 1971.

Non c’è mai stata buona fede. La fede è stata sempre marcia e cancerogena. Per me – come dovrebbe essere per molti americani – è molto difficile seguire nel filmato il cumolo di mappe sul “pericolo rosso”, incomprensibili intervistatori, inetti tagli ai materiali di archivio e le disconnesse sequenze dei combattimenti.

Nella serie dei comunicati stampa in Inghilterra – la BBC trasmetterà l’opera – non vengono menzionati i morti vietnamiti, ma solo quelli americani. “Stiamo solo cercando un qualche significato in questa terribile tragedia” è il commento di Novick. Che conclusione dopo un’autopsia! Tutto ciò apparirà familiare a tutti coloro che hanno osservato come il colossale bestiario dei mass media e della cultura popolare americana abbia revisionato e servito in tavola un grande crimine della seconda metà del ventesimo secolo con film quali “The Green Berets”, “The Deer Hunter”, “Rambo” e così facendo ha legittimato le successive guerre di aggressione. Il revisionismo non si ferma mai ed il sangue continua a scorrere. L’invasore viene commiserato e purificato da ogni senso di colpa mentre si cerca “un qualche significato in questa terribile tragedia”. Citiamo Bob Dylan:”Oh, dove sei stato figlio mio dagli occhi azzurri?”.

La onestà e la buona fede hanno richiamato alla memoria le mie esperienze di giovane reporter in Vietnam: la visione ipnotica della pelle che si staccava come vecchia pergamena dai corpi dei bambini napalmizzati e le bombe a cascata che lasciavano gli alberi pietrificati e decorati da brandelli di carne umana. E il comandante americano Generale William Westmoreland che definiva “termiti” questi esseri umani.

All’inizio degli anni ’70 mi recai nella provincia di Quang Ngai, dove nel villaggio di My Lai tra 347 e 500 uomini, donne e bambini erano stati assassinati (Burns preferisce il termine “uccisi”) dalle truppe americane. Allora l’evento venne presentato come un’aberrazione, “una tragedia americana”, come scrisse Newsweek. Si stima che in questa sola provincia 50.000 persone vennero massacrate nell’era americana del “fuoco a volontà”. Omicidi di massa di cui non venne data notizia.

Più a nord nella provincia di Quang Tri vennero sganciate più bombe di quelle sganciate sulla Germania durante la seconda guerra mondiale. Dal 1975, dopo la fine della guerra in Vietnam, gli ordigni inesplosi hanno provocato 40.000 morti, gran parte nel Vietnam del Sud, il Paese che l’America voleva “salvare”, un palese stratagemma imperialista concepito di concerto con la Francia.

Il “significato” della guerra in Vietnam non è stato dissimile dal significato delle guerre genocide contro gli abitanti originari d’America, i massacri coloniali nelle Filippine, le bombe atomiche sul Giappone, tutte le città della Corea del Nord rase al suolo. Questi i traguardi, le finalità illustrate dal Colonnello Edward Lansdale, il famoso uomo della CIA, protagonista centrale de “The Quiet American”, il romanzo di Graham Greene.

Citando Robert in “La Guerra della pulce”, Lansdale dichiarava: ”C’è un solo mezzo per sconfiggere un popolo che si ribella e non si arrende, distruggere quel popolo. C’è un solo modo di controllare un territorio che alimenta la resistenza, farne un deserto”.

Non è cambiato nulla. Quando Donald Trump ha pronunziato il 19 settembre il suo discorso alle Nazioni Unite – un organismo fondato per risparmiare all’umanità il “flagello della guerra” – egli ha proclamato di “essere pronto, disposto e capace” di “distruggere totalmente” la Corea del Nord con i suoi 26 milioni di abitanti. I presenti hanno trattenuto il fiato non credendo alle loro orecchie. Ma non era certo la prima volta che Trump ricorreva ad un linguaggio del genere. Del resto la sua rivale per la presidenza Hillary Clinton aveva vantato di essere pronta ad “annientare” l’Iran, una nazione con più di 80 milioni di abitanti. Questo è l’”american way”, ora solo gli eufemismi sono venuti meno.

Per tornare sugli Stati Uniti, io sono colpito dal silenzio e dalla mancanza di un’opposizione – nelle strade, nel giornalismo, nelle arti – come se il dissenso ieri tollerato dal comune sentire sia oggi tornato ad essere una metaforica resistenza sotterranea. Certo, c’è il vociferare e la furia contro Trump l’odioso, il “fascista”, ma non contro un Trump simbolo e caricatura di un sistema permanente di conquista ed estremismo.

Dove sono andati a finire i fantasmi delle grandi manifestazioni contro la guerra che invadevano Washington negli anni settanta? Dove è finito l’equivalente del movimento per il “congelamento” o blocco degli armamenti che negli anni ottanta sulle strade di Manhattan chiedeva a gran voce al presidente Reagan di ritirare dall’Europa i missili nucleari a media gittata? La mera energia e persistenza morale di questi grandi moti popolari nel 1987 contribuirono in gran parte a convincere Reagan a portare a buon fine il negoziato con Mikhail Gorbachev sul Trattato della Forza Nucleare a medio Raggio che pose fine a tutti gli effetti alla Guerra Fredda.

Oggi, secondo documenti segreti della Nato pubblicati dal quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung, questo trattato vitale verrà probabilmente abrogato di pari passo con l’incremento della pianificazione e individuazione dei bersagli da colpire con armi nucleari. Il ministro degli esteri tedesco Sigmar Gabriel ha levato alto il monito contro “la ripetizione dei peggiori errori della guerra fredda. Vengono posti a grave rischio tutti i buoni patti Gorbachev-Reagan sul disarmo e sul controllo degli armamenti. La minaccia per l’Europa è di diventare nuovamente teatro operativo per l’addestramento all’impiego di armi nucleari. Dobbiamo levare la nostra voce contro questo sviluppo”.

No di certo in America. Le migliaia e migliaia di persone che avevano sostenuto la “rivoluzione” di Bernie Sanders nella campagna presidenziale dello scorso anno collettivamente non hanno detto una parola su questi pericoli. Il fatto che la maggior parte delle violenze dell’America sul pianeta non è stata perpetrata dai Repubblicani o da un loro mutante come Trump, ma da liberal Democratici rimane un tabù. Ad Obama va l’apoteosi, con sette guerre simultanee, un primato presidenziale che include la distruzione della Libia come Stato moderno. La defenestrazione ordinata da Obama del governo eletto dall’Ucraina ha ottenuto l’effetto voluto: il massiccio dispiego delle forze Nato a guida americana su quelle frontiere occidentali della Russia attraverso cui venne lanciata l’invasione nazista del 1941.

La “svolta sull’Asia” di Obama nel 2011 ha dato il via al trasferimento della maggior parte delle forze navali ed aeree sui teatri asiatico e del pacifico con l’unico proposito di confrontare e provocare la Cina. Si può sostenere che la campagna di assassinii in ogni angolo del mondo del Premio Nobel per la Pace sia stata la più estesa impresa terroristica dopo il 9/11.

Quella che negli Stati Uniti passa per “sinistra” si è alleata a tutti gli effetti con i più torbidi recessi del potere istituzionale, principalmente il Pentagono e la CIA, per eliminare qualsiasi accordo di pace tra Trump e Putin, per restituire alla Russia il ruolo di potenza nemica sulla base, priva di prova alcuna, di presunte interferenze nelle elezioni presidenziali del 2016.

Il vero scandalo è la subdola assunzione di poteri da parte di rappresentanti di interessi guerrafondai per i quali nessun americano ha mai votato. La rapida ascesa del Pentagono e delle agenzie per la sorveglianza e il controllo durante l’amministrazione Obama costituisce uno storico trasferimento del potere a Washington. Daniele Ellesberg lo aveva giustamente definito un colpo di Stato. I tre generali che gestiscono Trump ne sono visibili testimoni. Tutto ciò non aiuta a penetrare in quei “cervelli liberali nella salamoia alla formalina della politica d’identità”, come vennero memorabilmente definiti da Luciana Bohne. Mercificata e a prova di mercato la “diversità” è il nuovo marchio di fabbrica: questa non è più la classe che serve il popolo senza differenze di genere e di colore e tantomeno viene menzionata la responsabilità di tutti per fermare una guerra barbarica e porre fine a tutte le guerre.

“Come cazzo si è arrivati a questo punto?” si chiede Micheal Moore nel suo spettacolo a Broadway “Termini della mia resa”, un vaudeville sugli insoddisfatti e arrabbiati che ha come fondale un Trump Grande Fratello. Avevo ammirato il film di Moore “Roger e me” sulla devastazione economica e sociale della sua città natale Flint nel Michigan, anche l’altro film “Malaticcio” sulla corruzione dell’assistenza medica in America. Nello spettacolo dell’altra notte il suo pubblico, tutto felice e battimano, sembrava plaudire alla sua rassicurazione che “noi siamo maggioranza” e il suo invito a “impeach, a destituire Trump, mentitore e fascista”. Un messaggio che sembrava indicare: se turandovi il naso aveste votato per Hillary Clinton la vita avrebbe avuto nuovamente un corso prevedibile.

Può darsi che abbia ragione. Invece di insultare il mondo intero come fa Trump, la “Grande Annientatrice” avrebbe attaccato l’Iran e lanciato missili su Putin, quest’ultimo da lei paragonato a Hitler: un paragone blasfemo se si pensa ai 27 milioni di russi caduti nella resistenza all’invasione nazista.

“Ascoltatemi bene – ha detto Moore – a parte quello che fanno i nostri governi, gli Americani sono amati in tutto il mondo”.

E ci fu il silenzio.

John Pilger
(Da “Counterpunch”, 22 settembre 2017 l’articolo di Pilger anche sul sito http://www.luciomanisco.eu)

Politica e Società, Storia

Le foibe

In e-mail l’11 Febbraio 2017 dc:

Le Foibe

… Ma nelle Foibe non ci finiranno solo i miliziani fascisti, ci finiranno anche oppositori politici, anche quei partigiani, militanti comunisti di base e anarchici che – pur se in modo estremamente confuso – non guardavano di buon occhi gli intenti nazionalistici e borghesi della resistenza e disertavano le file titine. Persecuzioni portate avanti con ogni mezzo, presumibilmente anche con denunce segrete presso le SS…
Leggi tutto qui sotto dal giornale Comunista Internazionalista Battaglia Comunista del marzo 2011 a pag. 5 link in PDF:

2011-03-01-battaglia-comunista.pdf


Qui sotto Opuscolo di 12 pagine dell’infaticabile Compagno Dino Erba:

  1. [PDF] Nella linea di faglia tra Est e Ovest – Biblioteca Multimediale Marxista
  2. www.bibliotecamarxista.org/…/...


In copertina. Sopra. Incendio dell’Hotel Balkan, avvenuto a Trieste il 13 luglio 1920, da parte delle squadre fasciste, capeggiate da Francesco Giunta e protette da soldati, carabinieri e guardie regie…

STRALCIO…

Su femo i bravi. In fondo xe un brusar Ebrei e Slavi.

CAROLUS CERGOLY,  Fuma el camin, in Ponterosso, Guanda, Parma 1976.

Il riferimento è al forno crematorio della “Risiera di San Sabba” di Trieste,

l’unico operante in Italia, … e xera anca un brusar Italiani…

A Pola xe l’Arena
La Foiba xe a Pisin
Che buta zo in quel fondo
Chi ga certo morbin 
 (1) .
(Canto dei giovani fascisti di Pisino, 1919) 

(1) “A Pola c’è l’Arena, a Pisino c’è la foiba: in quell’abisso vien gettato chi ha certi pruriti.” Lo squadrista istriano Giorgio Alberto Chiurco, nella sua Storia della rivoluzione fascista (Vallecchi Editore, Firenze, 1929) si gloria di un’orrenda serie di violenze, tra cui l’infoibamento di slavi e antifascisti italiani. Cfr. Giacomo Scotti, Foibe e foibe, «Il Ponte della Lombardia», n. 2. febbraio/marzo 1997, numero speciale. 

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CIRCOLO DI INIZIATIVA PROLETARIA
GIANCARLO LANDONIO
VIA STOPPANI,15
-21052 BUSTO ARSIZIO –VA- Italia
(Quart. Sant’Anna dietro la piazza principale)
e-mail:  circ.pro.g.landonio@tiscali.it
……………………………………………….Archivio giornali murali diffusi e affissi in prov. di Varese anno 1996.

Dall’ ex  blog ITALIA ROSSA

Per una soluzione rivoluzionaria della crisi italiana

Domenica, 11 febbraio 2007 (prima edizione)

I morti non sono tutti uguali

Ci sono oppressi e ci sono oppressori; aggrediti e aggressori; vittime e boia .

Solo i primi meritano rispetto

Nelle “Foibe” vennero gettati gerarchi fascisti e nazisti miliziani e collaborazionisti, oppositori vari. La violenza dei partigiani di Tito contro gli invasori fascisti e nazisti, nonché quella dei partigiani triestini, era legittima; fu reazionaria nei confronti di operai e avanguardie comuniste. L’equiparazione postuma dei morti non supera il passato né elimina le responsabilità. La storia non si cancella. Condanniamo il cordoglio odierno, di fascisti e antifascisti, sui morti delle “Foibe” come manifestazione di revanschismo imperialistico e mettiamo in guardia “esuli” italiani e sloveni confinari sulle mire espansionistiche dell’Italia. (Riceviamo e pubblichiamo)

Istria e Trieste, da luoghi di massacri, debbono ritornare centri di INTERNAZIONALISMO PROLETARIO.

Le “ foibe” non furono né un genocidio del totalitarismo “comunista” (non c’era comunismo né in Russia né in Jugoslavia ed è una bestialità allineare Marx – Lenin con Tito, Stalin, Mao, Pol Pot); né una pulizia etnica né una “folle vendetta“ attuata da gente disperata; né una “barbarie di guerra”; né una “grande tragedia”; né altro di consimili cose sciorinano giornali e televisioni con grande noncuranza o mistificazione degli avvenimenti storici. Le “foibe”, cui ci limitiamo a quelle del 1945, furono una pratica di giustiziazione politica attuata dall’esercito di liberazione jugoslavo contro i nazi-fascisti e i loro accoliti che, che con le loro atrocità e invasione, avevano causato la morte di 1.700.000 persone.

La presenza delle truppe di Tito a Trieste e Gorizia va dal 2 maggio al 12 giugno 1945. In questi quaranta giorni ci furono esecuzioni e deportazioni nei campi di concentramento jugoslavi ma non ci fu alcun genocidio o pulizia etnica. L’esercito di Tito epurò le due città essendo nei suoi piani, avvallati da Togliatti, spostare il confine fino al Tagliamento, ma non operò alcuna eliminazione sistematica in base alla nazionalità. Le direttive ai comandanti sloveni erano di arrestare i nemici e di epurare in base all’appartenenza al fascismo (gli sloveni avevano giustiziato più di 10.000 connazionali perché collaborazionisti ).

Dal novembre 1945 all’aprile 1948 sono state recuperate dai crepacci tra Trieste e Gorizia circa 500 salme. Metà erano di militari metà di civili. Le “foibe” furono quindi la modalità esecutiva di un più vasto repulisti politico operato con metodi sommari e feroci da una armata di liberazione nazionale che tendeva a stabilire la padronanza sul campo prima delle trattative di pace in una zona di confine conteso.

Il P.C.I. triestino ammetteva la tattica delle “foibe” raccomandando ai propri militanti di non sbagliare bersaglio e di colpire dirigenti responsabili del regime fascista e della RSI membri della milizia e della guardia repubblichina collaboratori aperti dei nazisti . Quindi scaraventare l’avversario nei crepacci faceva parte della lotta antifascista ed era una giusta reazione alla violenza nera. Questo il contesto storico di allora. Dal 1992 operano 2 commissioni miste, una italo- slovena, l’altra italo-croata, per ricostruire questi episodi. Non c’è molto da scoprire. I fatti storici a parte i dettagli sono noti.

L’unico capitolo da ricostruire è la distruzione dei reparti più combattivi della classe operaia giuliana e delle avanguardie comuniste ad opera congiunta del nazionalismo titino e dello stalinismo del P.C.I. triestino. Ma non ci aspettiamo niente dalle predette commissioni e esortiamo perciò quanti hanno a cuore l’argomento e la possibilità di farlo di cimentarsi in questa ricostruzione.

Che oggi gli ex partigiani si inchinino davanti le “fobie” in compagnia degli ex fascisti , i quali per quaranta anni ne hanno fatto un vessillo speculando sul dramma dei profughi da loro creato, non ci sorprende affatto. Fascismo e antifascismo sono due facce della stessa medaglia borghese e già nell’89 il P.C.I. di allora aveva deposto i primi fiori alla “foiba” di Basovizza. Ma è un incolmabile atto di ipocrisia sostenere che tutti i morti sono uguali e che la violenza parifica i soggetti. Nossignori. Le repressioni, le atrocità, gli stermini degli imperialisti e degli oppressori non possono essere equiparati alle uccisioni e violenze dei movimenti nazionali né tantomeno a quelli degli oppressi. La persona umana non è un’entità astratta; è una cellula sociale; e ha un posto di serie A-B-C-D a seconda che appartenga a questa o quella classe, in vita e in morte. Quindi si abbraccino pure i nemici di ieri la storia non si cancella.

E’ logico che ogni qualvolta si parla di “foibe” il clima per gli italiani dell’ex Istria si fa più pesante in quanto cresce l’ostilità di sloveni e croati. Certo che la raggiunta unità post-fascista di ex camice nere e di ex partigiani non prelude a nulla di buono. Essa esprime la grande voglia dei gruppi economico-finanziari e militari di ritornare da padroni in queste terre ed è dunque foriera di nuove e più sanguinose avventure.

I MORTI NON SONO TUTTI UGUALI: CI SONO OPPRESSI E CI SONO OPPRESSORI, AGGREDITI E AGGRESSORI, VITTIME E BOIA.  SOLO I PRIMI MERITANO RISPETTO.

                                                                    Articolo del suppl. al giornale murale di Rivoluzione Com. del 15 settembre 1996, affisso negli ambienti proletari anche recentemente in provincia di Varese.

 —Edizione a cura di—
RIVOLUZIONE COMUNISTA
SEDE CENTRALE: P.za Morselli 3 – 20154 Milano
e-mail: rivoluzionec@libero.it
http://digilander.libero.it/rivoluzionecom/

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Politica e Società, Storia

Alla ricerca del proletariato perduto. Le tante storie del comunismo italiano.

In e-mail il 18 Maggio 2016 dc:

Alla ricerca del proletariato perduto. Le tante storie del comunismo italiano.

Recentemente, sono stati pubblicati alcuni libri sul comunismo italiano che, sotto differenti profili, propongono una panoramica utile per capire e affrontare la storia del movimento comunista che in Italia, ebbe un’evoluzione e un’involuzione del tutto particolari.

Il comunismo italiano generò infatti una tendenza marxista rivoluzionaria (la cosiddetta Sinistra comunista «italiana») che, seppure in ambiti limitati, ha avuto un rilievo politico e teorico a livello internazionale[1]. Al tempo stesso, ha generato una tendenza nazional-popolare che si è proposta come alternativa sia al modello politico di matrice sovietica sia alla socialdemocrazia classica. Seppure implicitamente, questi libri sottendono le implicazioni che le specificità storiche e sociali italiane ebbero sulla nascita e gli sviluppi del movimento comunista, sia nella versione rivoluzionaria internazionalista sia in quella moderata nazional-popolare.

Le metamorfosi politiche, ovviamente, hanno coinvolto socialmente il proletariato, il cui ruolo, nel corso degli anni, veniva però sminuito e, alla fine, svaniva del tutto. Motivo per cui, le ricostruzioni storiche del movimento comunista italiano spesso perdono di vista il vero protagonista della storia. Cerchiamo di rintracciarlo.

Un esempio di concezione politologica della storia

[Rivoluzione Comunista], La fine del P.C.d’It. Il Congresso di Lione 1926, Vol. V, Edizioni L’Internazionale, Milano, 2015.

Il volume fa parte della Storia documentaria del comunismo italiano pubblicata degli internazionalisti di Rivoluzione Comunista. Dedicato a un nodo cruciale nella storia del comunismo italiano, il Terzo congresso del Partito comunista d’Italia (Lione, 1926), il volume è assai più ponderoso, rispetto ai quattro precedenti, le pagine sono 470. Raccoglie una gran mole di documenti, molti dei quali inediti o poco conosciuti, accompagnati da brevi note.

I documenti sono sicuramente interessanti, in quanto trattano un periodo estremamente denso di eventi di grande rilievo sia per l’Italia che per l’Unione Sovietica. In Italia il fascismo divenne regime; in Unione Sovietica si affermò la tesi di Stalin-Bucharin sulla possibilità del socialismo in un solo Paese.

Sono eventi politici che, a distanza di quasi un secolo, richiedono una contestualizzazione storico-sociale che spieghi in quali frangenti avvennero.  La spiegazione è invece del tutto assente. È un’assenza assai grave, tenendo conto che nella breve introduzione al volume (37 pp) ci sono anatemi perentori in merito a questioni tutt’altro che scontate (se non con il senno di poi, di cui son piene le fosse): questioni come appunto il «socialismo in un solo Paese», la «bolscevizzazione» dei partiti della Terza Internazionale, il fascismo e l’antifascismo, con tutti gli eventi di contorno. Dulcis in fundo, l’introduzione si conclude con la sentenza che a Lione si consumò la sconfitta del comunismo rivoluzionario a favore del nazional-comunismo di matrice stalinista.

Per inciso, tra le cause della sconfitta, viene annoverata la responsabilità politica della Sinistra comunista «italiana» che aveva in Amadeo Bordiga in suo punto di riferimento e, in generale, anche della corrente di opposizione di matrice trotzkista. Sono affermazioni pesanti che dovrebbero essere argomentate. E, soprattutto, tutti i giudizi espressi dovrebbero essere sostenuti da una pur breve definizione del periodo storico in cui quegli scontri politici avvennero. Altrimenti si cade in petizioni di principio che lasciano il tempo che trovano. Come devo tristemente constatare.

E devo infine constare che in questa esposizione è del tutto evanescente la lotta sociale, la lotta tra le classi, mentre prevale una concezione politologica della storia. Ovvero la «lotta delle idee». Stravagante visione per chi si richiama al marxismo. D’altro canto, analoga via hanno battuto i fratelli (coltelli) di Programma Comunista nella Storia della sinistra comunista da loro curata, con la parziale eccezione del Primo volume (1964), curato personalmente da Amadeo Bordiga[2].

Opera inutile? No, la raccolta propone un’apprezzabile documentazione, soprattutto dove il confronto politico mostra spunti analitici il cui approfondimento consentirebbe di dare dignità storiografica a studi che, altrimenti, non escono dalle secche della politologia. Ed è questo il lavoro che sarebbe da fare.

Le aberrazioni della politologia

Corrado Basile, L’«ottobre» tedesco del 1923 e il suo fallimento. La mancata estensione della rivoluzione in Occidente, Colibrì, Paderno Dugnano (Milano), 2016.

Il libro rilancia la tesi di Corrado Basile già avanzata in precedenza[3]. E già in precedenza, avevo evidenziato le aberrazioni politologiche insite in quella tesi, in particolare laddove Basile esaminava la risposta di Bordiga alla proposta di Karl Korsch (1926) di dar vita a una corrente internazionale di opposizione alla degenerazione del Komintern[4].

Questione cui fa cenno anche il libro di Rivoluzione Comunista (p. 348), esprimendo una valutazione critica analoga a quella di Basile.

Nella sua ricostruzione del cosiddetto «Ottobre tedesco» del 1923 Basile aveva posto i presupposti di una visione meramente politologica che sfocia nel (social) nazionalismo «rivoluzionario». Più recentemente, ho sottolineato come il suo tormentato iter politico fosse approdato all’antiamericanismo più becero, spacciato per antimperialismo, finendo nelle allegre schiere della brigata dei nostalgici di baffone e dei negazionisti olocaustici[5].

Sia ben chiaro che non faccio alcuna analogia tra le aberrazioni di Basile e l’ingenua ricostruzione che Rivoluzione Comunista fa di quel periodo (1926). Voglio solo denunciare i rischi di una simile impostazione storiografica, cui contrappongo l’esempio di Danilo Montaldi.

Un tentativo di concezione materialistica della politica

Danilo Montaldi, Saggio sulla politica comunista in Italia (1919-1970), Centro d’Iniziativa Luca Rossi (Milano) – Colibrì, Paderno Dugnano (Milano), 2016. Nuova Edizione[6].

Finalmente, dopo anni d’attesa, ecco la nuova edizione del prezioso saggio di Danilo Montaldi, corredata con note che ne accompagnano la lettura dopo i decenni trascorsi dalle questioni e dagli eventi affrontati.

Lo definisco «tentativo» in quanto la morte accidentale di Danilo (1975) interruppe la sua difficile impresa che, tra l’altro, si arresta al 1970, un anno alla soglia di eventi (il compromesso storico) che avrebbero portato allo scoperto la natura retriva del Partito comunista italiano di fronte alle prime tensioni sociali alimentate dall’incipiente crisi del modo di produzione capitalistico.

Ci sono gli inevitabili difetti di tutte le opere postume (se non incompiute) e, di conseguenza, la lettura non è sempre agevole. Ma è l’impresa stessa che è stata quanto mai impegnativa e le lettere incluse nella nuova edizione documentano le difficoltà incontrate.

Nel dipanare i momenti salienti del comunismo italiano, spesso, l’autore passa da un argomento all’altro, evocando episodi e persone che, quando scriveva, erano stati sommersi dalla coltre d’oblio della storia scritta dai vincitori. E, solo in seguito, sarebbero riemersi nelle successive ricostruzioni storiche, svolte anche grazie al fondamentale contributo e, soprattutto, grazie allo stimolo politico di Montaldi. E allora avrebbero riconquistato significato politico e validità storica.

La storia del comunismo italiano è strettamente intrecciata alle vicende della Russia sovietica, nelle cui circonvoluzioni bisogna trovare il bandolo della matassa. Pur affrontando problematiche politiche, Montaldi cerca sempre il contatto con la realtà sociale italiana che, nel corso di mezzo secolo, aveva subito notevoli mutamenti. L’«espe-rienza proletaria» è il filo conduttore attraverso cui egli intende mostrare come il sentimento anti-nazionale (se non internazionalista) maturato dai proletari italiani durante la Prima guerra mondiale e che animava lo spirito del Partito comunista d’Italia nel 1921, sarebbe stato riconvertito, o meglio costretto, nell’alveo nazionale (se non nazionalista), da Antonio Gramsci, con illusioni progressiste (se non rivoluzionarie), e da Palmiro Togliatti, in nome di una realpolitik squisitamente conservatrice.

Stalin fu complice, fu il pretesto, e non l’artefice dell’involuzione nazional-popolare, come spesso si dice. Fu questa metamorfosi maturata a Lione nel 1926 a creare le premesse del grande partito nazional-popolare che, pur cambiando pelle, è giunto fino ai giorni nostri, svolgendo sempre un ruolo di primo piano nell’amministrazione e nel governo del Bel Paese. Caso unico, nel panorama dei Partiti comunisti europei nati nell’ambito della Terza internazionale. E questo bel risultato, grazie a quel nazionalismo cui Basile attribuisce valenze rivoluzionarie.

Segnalo altri tre libri che sono meno significativi per la storia della Sinistra comunista italiana, ma che offrono interessanti spunti di riflessione per la storia del Partitone. E dei proletari …

Adriano Guerra, Comunismo e comunisti. Dalle «svolte» di Togliatti e Stalin del 1944 al crollo del comunismo democratico, Dedalo, Bari, 2005.

Non è recentissimo ed è un po’ cerchiobottista, ma la sua documentazione è assai utile per capire i rapporti che il Pci ebbe con Mosca. Certamente, furono rapporti difficili, ma anche nei momenti più caldi non ci fu una piatta subordinazione. Togliatti e il gruppo dirigente da lui forgiato (il partito «nuovo») seppero infatti trovare le soluzioni «creative» per stabilire un equilibrio con la «casa madre» che consentisse autonomia al partito italiano.

Il frutto di quella «creatività» fu la «via nazionale al socialismo», il cui percorso avvenne sempre all’insegna della massima prudenza (come dicono i preti). Queste esperienze contribuirono a creare i cauti equilibri politici, interni ed esterni, in cui si plasmò il partito nazional-popolare di Togliatti e di Berlinguer, «partito di lotta e di governo». Nonostante il profilo basso della sua azione politica, il Pci riuscì sempre a riassorbire il dissenso, anche di fronte a drammatici eventi (Ungheria, 1956) o a forti tensioni sociali (la contestazione studentesca e l’«autunno caldo» nel biennio 1968-1969). Ma prudenza e cauti equilibri finirono per ingabbiare in schemi politici obsoleti le dinamiche sociali scaturite dal boom economico. Il risultato furono ibridi compromessi, sulla pelle dei lavoratori del braccio e della mente.

Sull’altro versante, intanto, il partito concorrente, la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi, aveva vissuto una situazione analoga, dovendo fare i conti con la tutela Usa. Ne derivarono scelte politiche deteriori che distorsero il successivo sviluppo della società italiana. Contro le nefaste conseguenze delle ingerenze vatican-yankee, il Pci fece un’opposizione di facciata, tanto chiassosa quanto inconcludente[7], favorendo invece gli inciuci che furono la strisciante premessa del futuro compromesso storico, quello che Guerra chiama «comunismo democratico»! I frutti avvelenati si vedono oggi, con il Partito Democratico, in cui son confluite le anime dannate del Pci e della Dc[8].

Franco Andreucci, Da Gramsci a Occhetto. Nobiltà e miseria del PCI 1921-1991, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2014.

Nonostante contenga  una gran mole di informazioni e di riferimenti, il libro non ha citazioni bibliografiche, salvo rimandare il tutto alla vasta bibliografia finale. L’autore, benché sia uno «storico di professione», ha scelto un taglio  giornalistico, a tutto vantaggio di una lettura molto scorrevole. Penso che sia stata una scelta voluta, per esprimere giudizi spassionati sulle vicende  del comunismo italiano, senza dover fornire «pezze giustificative» a ogni piè sospinto.

L’autore è stato un «intellettuale organico» e ha vissuto a stretto contatto con gli ultimi 25 anni del Pci, ne ha studiato la storia e ha curato la pubblicazione delle opere del suo leader massimo. Inoltre, ebbe anche incarichi politici a livello istituzionale. Andreucci parla quindi con cognizione di causa e con un pizzico di comprensibile risentimento, soprattutto quando evoca un clima poco edificante di relazioni umane[9]. In realtà porta solo allo scoperto lati non troppo «oscuri», dopo che tanta acqua è passata sotto i ponti del Partitone.

Il libro è un drammatico affresco sociale di quel «popolo della sinistra» che, per settant’anni, affrontò grandi sacrifici, rischiando la vita in nome di un ideale. E questa è la Nobiltà.

I sacrifici potevano essere sorretti solo da grandi aspettative, da un sogno, il comunismo, che bisognava saper alimentare. Fu alimentato sfruttando il mito sovietico, e, aimè, quella realtà non era proprio il «paradiso in terra». Anzi, era un inferno. Nonostante ciò, la pillola veniva addolcita, per far accettare a operai e contadini scelte politiche fallimentari.

E tutte le volte che la disillusione subentrava bisognava saperla gestire, possibilmente a vantaggio del Partito. E, in questo, Togliatti & Co. furono maestri, trasformando le sconfitte in vittorie. E questa è la Miseria.

Miseria tanto più deprecabile quanto più il disastro sovietico divenne palese. In Italia, il sipario venne calato sullo spettacolo del comunismo .

Fu allora che i corifei delle menzogne divennero i più spietati accusatori della prospettiva stessa della rivoluzione e del comunismo[10].

I proletari poterono solo leccarsi le ferite. E non hanno ancora smesso.

Roberto Festorazzi, Rivoluzionari. Il secolo comunista raccontato da Gino Longo, Pietro Macchione Editore, Varese, 2016.

Gino (Luigi Libero) Longo è il figlio di Luigi, «vice capo amato» del Partito comunista italiano. Nel corso della sua lunga vita, è nato nel 1923, Gino Longo ha vissuto la parabola del movimento comunista internazionale di matrice sovietica e ne ha conosciuto molti esponenti. Nel 1991, dopo l’ultima (ma non ultima) metamorfosi del Partitone, ha posto fine alla sua lunga militanza, smettendo anche di votare, e ha stilato un memoriale di duemila pagine. Sono ricordi vissuti in presa diretta, conditi con qualche simpatico e pungente pettegolezzo. Roberto Festorazzi ne ha fatto una sintesi (solo 330 pagine), di piacevole e, per certi versi, sorprendente lettura. Molti episodi e molti leader sono ricondotti a dimensioni ben più piccole da quelle tramandate da un’agio-grafia ancora persistente. Ma soprattutto a sorprendere sono le opinioni del «vecchio marxista». Un esempio, per restare in argomento, è il giudizio sul congresso di Lione:

«Soltanto con il III Congresso di Lione del 1926, Gramsci scalzerà definitivamente Bordiga dalle posizioni di predominio, dentro il Pci, avviando quella pericolosa deriva verso l’imitazione dei modelli staliniani che minerà a fondo l’indipendenza e l’originalità del partito italiano». [p. 30]

E sempre per restare in argomento, altrettanto sorprendente è la valutazione della natura economica e sociale sovietica che Longo assimila al modo di produzione asiatico (dispotismo orientale), grazie all’ardito passaggio dall’antistatalismo di Karl Marx allo statalismo di Fedinand Lassalle, operato da Stalin.

Peccato che questi e altri eloquenti giudizi ci giungano fuori tempo massimo. Ma forse non è mai troppo tardi …

Dino Erba, Milano, 18 maggio 2015.

Di seguito, due piccole note che dovrebbero far riflettere i nostalgici del vecchio Pci.

La prima nota è un esempio dell’ardito trasformismo che brillò in occasione delle elezioni amministrative del 1956 e che preannunciò la cosiddetta operazione Milazzo, ovvero il sostegno all’elezione dell’ex DC Silvio Milazzo alla presidenza della Regione siciliana (1958) che vide il Pci e il Msi alleati «in nome dei superiori interessi dei siciliani».

Milazzo, espulso dalla Democrazia Cristiana, aveva dato vita all’Unione Siciliana Cristiano Sociale. Auspice dell’operazione (benedetta da Togliatti) fu Emanuele Macaluso che oggi fa il moralista.

La seconda nota mostra in modo inequivocabile il radicale sentimento antistatale di Karl Marx. Soprattutto, ci dice che il vecchio Karl qualificò «merda dello Stato» quella burocrazia che poi volle «costruire il socialismo» a proprio esclusivo vantaggio. E non solo in Russia … Ma questa è un’altra storia.

Entrambi gli articoletti sono tratti da: «il Programma Comunista», a. V, n. 12, 5-12 giugno 1956.

[1] Vedi il recente: Philippe Bourrinet, Internationalisme ou «national bolchevisme». Le deuxième congrès du Kapd (1er- 4 août 1920). Le «congrè des dècisions» èliminations du national-bolchevisme, Parti, Unions et IIIe Internaionale, Edizione a cura di Philippe Bourrinet, Parigi, 2014.
[2] [il programma comunista], Storia della sinistra comunista, Edizioni il programma comunista, Milano, 1964. Disponibile in: http://www.quinterna.org/.
[3] Victor Serge, Germania 1923. La rivoluzione mancata, Con un saggio introduttivo di Corrado Basile, In Appendice: Karl Radek, Paul Frölich, Arthur Moeller van der Bruck, Ernst Reventlow. Comunismo e movimento nazionale. Shlageter, un confronto, Graphos, Genova, 2003.
[4] Vedi: Dino Erba, Presentazione alla seconda edizione in: Dino Erba, Ottobre 1917 – Wall Street 1929. La Sinistra comunista italiana tra bolscevismo e radicalismo: la tendenza di Michelangelo Pappalardi, Quaderni di Pagine Marxiste, Milano, 2010 (2a ed.).
[5] Vedi: Dino Erba, Corrado  Basile alla Calusca: una brutta faccenda. I fascisti son sempre fascisti, anche se tinti di rosso, Milano, 23 marzo 2015.
[6] Con l’occasione, ricordo la relazione inedita di Arturo Peregalli presentata al Dibattito su Danilo Montaldi (Centro Sociale Scaldasole, Milano, 1 febbraio 1992), disponibile nel sito: http://www.avantibarbari.it/
[7] Vedi: Ermanno Rea, Mistero napoletano. Feltrinelli, Milano, 1995. Il libro è uno spaccato di proto iniciucio, foriero di grandi disastri, che provocò l’intervento risentito dell’ineffabile Giorgio Napolitano.
[8] A questo proposito, ricordo il recente: Massimo Teodori, Il vizietto cattocomunista. La vera anomalia italiana, Marsilio, Venezia, 2015.
[9] Una descrizione di quel bel clima in: Guido Morselli, Il comunista, Adelphi, Milano, 1976. Nel 1965, Morselli lo aveva ingenuamente proposto all’Einaudi, il direttore editoriale era  Italo Calvino che lo respinse con le motivazioni tipiche di un buon gesuita zdanoviano.
[10] Un esempio tra i tanti, Maria Antonietta Macciocchi che non smise mai di raccontar balle. Leggi una perla: Franco Andreucci, Da Gramsci a Occhetto, op. cit., p. 258.

Laicità e Laicismo, Politica e Società, Storia

Un pericloso slalom tra razzismo occidentale e fanatismo islamico

da Dino Erba tramite e-mail al Circolo Culturale Giordano Bruno di Milano, 21 Gennaio 2015 dc:

Un pericloso slalom tra razzismo occidentale e fanatismo islamico

Di fronte al raid contro la redazione di «Charlie Hebdo», la sinistra radicale, di orientamento comunista e anarchico, si è divisa tra l’ingenua difesa della «libertà» e l’ingenua solidarietà agli islamici.

In un mondo dove non c’è spazio per le ingenuità, la difesa della libertà si traduce in difesa dell’Occidente mentre la solidarietà agli «islamici» si traduce in difesa di regimi regressivi e oscurantisti.

Sono dilemmi che, sostanzialmente, affogano i proletari dei Paesi islamici nel fanatismo religioso, dimenticando peraltro la resistenza kurda contro Isis. Tutt’ora in corso.

Peso del passato e incubi del presente

In entrambi i casi manca una visione che sappia emanciparsi dalle scorie del passato, religiose o laiche, che sono sempre succube delle ideologie dominanti. L’emancipazione ideologica è il presupposto per la critica teorica (e quindi per il superamento pratico-politico) di «questa valle di lacrime», ossia dell’attuale società basata sui rapporti di produzione capitalistici.

È proprio vero, le vecchie idee e le vecchie tradizioni pesano come un macigno nella testa degli uomini. Anche nelle teste di coloro che vorrebbero essere rivoluzionari. E li tengono alla superficie apparente dei fenomeni, senza far loro vedere che cosa, in realtà, ribolle al di sotto.

Come ho già scritto, i valori dell’Occidente sono il frutto dell’Illuminismo, che è intriso di razzismo, anzi è la culla ideologica del razzismo grazie al quale viene legittimata l’oppressione e lo sfruttamento dei «diversi» (meglio se poveri e colorati).

Con questi presupposti «libertari», discutibili ma, se proprio vogliamo, in astratto accettabili, a favore di «Charlie Hebdo» viene invocata una libertà d’espressione francamente metafisica. La libertà di espressione segue una sua evoluzione storica e sociale: libertà di chi e libertà per che cosa?

La satira è la voce dell’oppresso contro l’oppressore e ha una decisa connotazione eversiva, altrimenti scade nella facile ironia o, peggio, nel dileggio, come a suo tempo le vignette naziste del «Kladderadatsch» sugli ebrei (o sui negri), che a volte potevano anche essere «gustose» ma erano decisamente razziste.

«Charlie Hebdo» si barcamenava tra queste due sponde, tra la satira e la facile ironia, ma senza grandi successi, poiché le vendite stagnavano sotto le 50mila copie; «Il Vernacoliere» è sulle 35mila copie, certo è mensile ma ha una diffusione in gran parte regionale. I numeri sono sempre eloquenti!

Le avanguardie della regressione

La solidarietà agli «islamici» tocca un tasto più complicato, poiché porta allo scoperto il Dna cattolico che in Occidente, e soprattutto in Italia, interagisce con il successivo mutamento genetico illuministico. Questo mix di tradizione & progresso (e moralismo) caratterizzò il terzomondismo italiano negli anni Sessanta e, nel decennio successivo, confluì nei movimenti della «nuova sinistra», con effetti più o meno significativi ma pur sempre con una prevalente accentuazione «progressista».

Con il riflusso di fine decennio rifluì anche l’accentuazione «progressista», lasciando spazio a pulsioni moderate se non reazionarie. Gli effetti furono comunque politicamente aberranti.

Tra le cause scatenanti della regressione ideologica ci furono i giudizi espressi sull’onda della cacciata dello scià (1979), capo di una dittatura sanguinaria e legata a filo doppio agli Usa, in funzione di gendarme di quell’area, cerniera tra Medio Oriente e Asia centrale.

Tuttavia, il regime dello scià aveva anche varato alcune significative riforme economiche, nell’industria e nelle campagne. Sul piano sociale aveva migliorato la condizione femminile: istruzione, lavoro, divorzio, diritto di voto.

Queste riforme ed altre di stampo «occidentalista» in materia religiosa avevano suscitato l’opposizione del clero scita e delle mafie dell’assistenzialismo religioso (bonyad)[1] che seppero cavalcare a proprio vantaggio il crescente malcontento, provocato dalle difficoltà economiche di larga parte della popolazione operaia, contadina e commerciale (bazari), cui il regime rispondeva con violente repressioni.

Scelta scellerata in linea coi tempi

Il Comitato Rivoluzionario guidato dall’ayatollah Kohmeini trovò imprevisti sponsor in Occidente, tra ex gauchistes, in cerca di «nuove emozioni» dopo le delusioni di un socialismo reale ormai appannato e poco appetibile, in Cina come in Urss, e con Cuba sul viale del tramonto.

Nonostante l’opposizione al regime dello scià fosse assai articolata, comprendeva liberali, comunisti (e non tutti filo sovietici), nonché il movimento di liberazione kurdo, in Italia le apparenze prevalsero. In nome dello sciocco concetto che «il nemico del mio nemico è mio amico», il quotidiano «Lotta Continua» e Radio Popolare[2] alimentarono la simpatia per l’ayatollah Khomeini, facendolo diventare simbolo di una rivoluzione di nuovo modello contro l’omologazione capitalistica made in Usa dello scià. Dipingevano una fantasiosa immagine di una situazione sociale assai più intricata.

In  realtà, gli ayatollah furono gli artefici di una controrivoluzione preventiva che rimodellò l’establishment iraniano attraverso un cambio della guardia a proprio esclusivo vantaggio.

Regressione continua

Che dire dei fan occidentali di Khomeini? Ingenuità? Demenza? Collusione? Ardua sentenza. Pur considerando che anche in Italia erano presenti e vive organizzazioni e voci in lotta sia contro lo scià e sia contro Khomeini, di cui il volantino dei Mojahedin del popolo iraniano[3], qui riprodotto, è un’evidente testimonianza che denuncia la sanguinaria repressione dei preti boia di Teheran. Ma c’è poco da fare, quando il vento del riflusso sociale ti oscura la vista.

A portar acqua al mulino della regressione politica, c’era anche il Pci[4], non c’è da stupirsi. Rispetto ai fan gauchistes, il Pci si comportava con una maggiore cautela che era dettata dai suoi legami con l’Urss. Mosca era infatti preoccupata per movimenti islamisti che avrebbero potuto contagiare le vicine repubbliche sovietiche e, soprattutto, avrebbero potuto incrociarsi con l’incombente disastro afghano. Come avvenne alla fine del 1979, con l’invasione sovietica dell’Afghanistan.

Si aprì allora una nuova diatriba tra i difensori della civiltà «sovietica», comunque esportata, e i difensori della libertà «religiosa», comunque intesa. La successiva evoluzione della situazione afghana ha sparso le sue metastasi in giro per il mondo, generando devastanti mutazioni genetiche nelle ideologie politiche.

Le conseguenze sono sotto i nostri occhi e dovrebbero mostrare le perverse implicazioni di questa contrapposizione tra tesi che sono entrambe figlie di un passato remoto e che sarebbe bene seppellire. Almeno con le armi della critica, prima di passare alla critica delle armi.

Altrimenti, la critica delle armi continueranno a farla mangia-preti razzisti & bacia-pile integralisti … E intanto i nazionalismi sono sempre in agguato. Ma questa è un’altra storia.

O no?

[1] Le bonyad sono fondazioni esentasse, sul loro giro d’affari vedi: Alberto Negri, La fondazione di Khamenei che vale di più dell’export iraniano, «Il Sole 24Ore», 3 dicembre 2013.
[2] Vedi: Carlo Panella, Ayatollah atomici. Tutto quello che non ho capito della Rivoluzione iraniana 1978-1979, Mursia, Milano, 2010. Il libro è un tardivo mea culpa dell’autore delle corrispondenze a «Lotta Continua» e a Radio Popolare che provocarono il disastro ideologico, trovando comunque un terreno fertile o già fertilizzato. A onor del vero, il mea culpa rincara la dose; si capisce quindi come mai Panella, invece di sparire dalla scena giornalistica, sia divenuto sodale di Giuliano Ferrara, di Emilio Fede, di Paolo Liguori …, a Mediaset, a contar balle. Dal 2007, collabora anche col quotidiano telematico «L’Occidentale». [http://www. informazionecorretta.com/ – http://www.ilvelino.it/it/article/2014/06/28/la-rivoluzione-iraniana-fine-di-unillusione-genesi-del-terrorismo-islamico/ecc
[3] I Mojahedin del popolo iraniano (o Esercito di liberazione nazionale dell’Iran) sono un movimento politico progressista che, in origine, cercò di conciliare l’islam con una visione sociale «marxista». In seguito è approdato a un riformismo di stampo socialdemocratico. Ciò nonostante, fino al 2009 l’Unione Europea la considerò un’organizzazione terroristica. Obama sta ancora pensando se toglierla dalla black list…
[4] Maurizio Caprara, Il comunista Minucci «Khomeini fu una liberazione, il Pci non sbandò». Il direttore di «Rinascita»: «Quegli ayatollah hanno avuto il grande merito di rompere le catene del regime dello Scia», «Corriere della Sera», 17 luglio 1999 [http://archivio storico.corriere.it/1999/luglio/17/Khomeini_una_liberazione_Pci_non_co_0_9907177161.shtml].

Ateoagnosticismo, Laicità e Laicismo, Politica e Società, Storia

Il terrorismo è frutto della religione?

dal nuovo Autore del blog, 8 Gennaio 2015 dc:

Il terrorismo è frutto della religione?

di Luca Immordino

Il 7 Gennaio 2015 dc a Parigi, presso la sede del periodico settimanale satirico Charlie Hebdo, è occorso un gravissimo episodio di inaudita violenza e crudeltà, perpetrato da fanatici in nome della religione musulmana, contro gente innocente e contro le più elementari regole di umanità.

Ecco descritti brevemente i fatti. Dalle prime sommarie ricostruzioni tre persone giungevano a bordo di un’autovettura presso la sede della rivista satirica. Dall’auto scendevano due individui a volto coperto ed armati di kalashnikov che costringevano una donna, che lavorava lì, a farsi aprire la porta d’ingresso immettendo il suo codice di accesso. Appena entrati è iniziata la strage che, una volta terminata, ha avuto come conseguenza la morte di 12 persone ed il ferimento di altre 11, di cui 5 in modo grave.

Sempre dalle registrazioni sonore e dalle riprese video, nonché dalle testimonianze dei sopravvissuti, si è avuto modo di accertare che la strage è stata effettuata per motivi religiosi da estremisti islamici. Il giornale in questione si occupava di satira che spesso aveva come tematica la religione, compresa l’attualità del fenomeno dell’estremismo islamico. Per questa sua attività era stato additato dalla quasi totalità degli ambienti religiosi come dissacrante e, da alcuni di questi, condannato apertamente con gravi minacce anche di morte, seguite da intimidazioni.

Le religioni, purtroppo, sono state e sono fonti di efferati crimini per le loro caratteristiche dogmatiche che si impongono come ordini assoluti, non contestabili ed ai quali bisogna obbedire a pena di severissime punizioni divine. Tutte le religioni contengono nei loro testi, considerati “sacri”, ordini e minacce di terribili punizioni contro chi non si allinea al volere divino. Ecco un breve esempio limitato alla religione più diffusa in “Occidente”, tratto dal Nuovo Testamento ritenuto, per così dire, più morbido ed illuminato rispetto al Vecchio Testamento: “Guai alle città incredule! – Allora [Gesù] cominciò ad inveire contro le città in cui aveva compiuto la maggior parte di miracoli, perché non si erano convertite:«guai a te, Corazin! Guai a te, Betsaida! Poiché, se i prodigi che sono stati compiuti in mezzo a voi fossero stati fatti a Tiro e Sidone, da tempo in cilicio e cenere avrebbero fatto penitenza. Ebbene, vi dico che nel giorno del giudizio la sorte che toccherà a Tiro e Sidone sarà più mite della vostra. E tu, Cafarnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Sino agli inferi sarai precipitata. Poiché, se a Sodoma fossero stati compiuti i prodigi che si sono compiuti in te, sarebbe rimasta fino ad oggi. Ebbene, vi dico che nel giorno del giudizio la sorte che toccherà alla terra di Sodoma sarà più mite della tua»”. (Bibbia, Nuovo Testamento, vangelo secondo Matteo 11,19).

Questi testi, sui quali si fondano le più grandi religioni contemporanee, hanno origini incerte e remote, sono stati tramandati anche in modo non genuino e con modifiche nel corso dei secoli, e rispecchiano una visione cristallizzata ed obsoleta che si basa su concezioni ormai superate.

C’è anche da dire anche che la quantità di attentati è minima rispetto alla percentuale di popolazione credente. Ciò è da ricollegarsi al fatto che ogni credente ha un modo diverso di interpretare la stessa religione ed al giorno d’oggi la percentuale di persone praticanti è di molto inferiore rispetto a chi si definisce credente. È impressionante, rispetto alle stragi compiute da squilibrati od altri soggetti, il fatto che quelle compiute a sfondo religioso forniscono a determinati individui ulteriori motivazioni per perseguire e giustificare certi gesti estremi, quali sono gli attentati terroristici. Questo determina la maggiore incidenza di atti terroristici per opera di questi ultimi, rispetto a quelli compiuti per motivazioni non legate alla religione. D’altronde in passato, come nel presente, la stragrande maggioranza delle guerre è da attribuirsi a motivazioni religiose (iniziando dalle crociate e finendo alle recenti guerre che vedono in contrapposizione “Occidente” e “Mondo Islamico”).

Cos’è allora che differenzia le varie religioni? È vero che la stragrande maggioranza degli attentati terroristici avvenuti in Occidente sono opera di fanatici islamici, ma è anche vero che episodi gravissimi sono stati commessi da estremisti cristiani, come per esempio l’ultimo, di eccezionale gravità, avvenuto in Norvegia. In questo Paese scandinavo nel 2011 un fanatico della religione cristiana uccise brutalmente a colpi d’arma da fuoco 77 persone, quasi tutte giovani, e ne ferì più di 300, anch’esse per la maggioranza ragazzi.

Ampliando questa breve analisi anche ad un’altra grande religione mondiale, bisogna dire che in India si registrano molti atti terroristici a sfondo religioso, compiuti anche da credenti appartenenti alla religione induista.

Il problema è da ricercare nella mitigazione nell’osservanza dei dettami religiosi dovuta alla nascita ed allo sviluppo dei valori laici, secondo i quali conta il reciproco rispetto nei rapporti umani e non il prevalere, in questi, dei dettami divini. Guardando più specificamente il caso dell’ “estremismo religioso musulmano”, possiamo tranquillamente affermare che, a livello storico, è facilmente constatabile che nei Paesi dove si è affermato l’Islam non si è avuto un periodo che possiamo paragonare al nostro illuminismo: “Contrariamente a quanto affermatosi nell’Europa moderna il movimento musulmano per la riforma non fu interessato a revisioni dottrinali, né il rapporto con la modernità fu avvertito quale processo di adattamento all’ideologia della modernizzazione, così come proposta dalla cultura europea nell’Ottocento. L’Islam in quanto sistema di atti di culto non poteva essere soggetto ad alcuna revisione”. (Antonino Pillitteri “Introduzione allo studio della storia contemporanea del mondo arabo”, Laterza editore, Bari 2008, pagina 18). Si pensi che le istituzioni statali dei Paesi islamici sono ancora intrise profondamente da elementi religiosi, come ad esempio l’applicazione della legge coranica nel campo del diritto. Un’altra causa dell’affermarsi di gruppi estremisti è da ricercarsi in fattori geopolitici. Durante il contrasto fra le due superpotenze mondiali U.R.S.S. ed U.S.A., infatti, gli americani fomentarono e finanziarono i gruppi islamici più estremisti in modo da poterli utilizzare contro il nemico sovietico. L’Unione Sovietica era un Paese ufficialmente ateo e per di più confinava con numerosi Paesi islamici ed addirittura, nelle repubbliche sovietiche ad essi confinanti, vi era una lunga tradizione legata alla religione musulmana: dopo il crollo dell’U.R.S.S., con la proclamazione d’indipendenza di queste ex repubbliche sovietiche, è stata adottata come religione ufficiale quella islamica.

Politica e Società, Storia

Marx e la Russia

da Dino Erba, 7 Agosto 2014 dc (pubblicato anche sul sito www.jadawin.info , pagina “Politica e Società-11):

Marx e la Russia

Ovvero: che c’azzecca Marx con i bolscevichi?
Ettore Cinnella, L’altro Marx, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2014 dc, Pagine 180, € 15.

Da circa trent’anni, Ettore Cinnella dedica approfonditi studi al movimento rivoluzionario russo tra la fine dell’Ottocento e primi del Novecento; studi tra l’altro avvalorati dalla conoscenza della lingua e della cultura russa, che gli consente la consultazione di fonti originali.

Nell’ultimo decennio, ha pubblicato due libri sulla rivoluzione del 1917 e uno sulla rivoluzione del 1905[1]. Le premesse metodologiche erano state poste nel 1985, da un corposo saggio su Marx e la Russia[2], il cui filo conduttore viene ora sviluppato dal suo ultimo libro: L’altro Marx.

Sono 180 pagine di scorrevole e piacevole lettura, che fanno piazza pulita di molti (se non di tutti) luoghi comuni che hanno infestato il Novecento, in merito alla Russia e alla rivoluzione bolscevica. Le tesi avanzate si fondano su un’ampia documentazione in gran parte di fonte russa, non solo sconosciuta ma spesso volutamente ignorata in Italia. Nonostante questi notevoli pregi, non mi faccio illusioni: il libro avrà poca eco tra i fiacchi ripetitori di vecchie litanie sempre più stonate[3].

Non sono marxista!

Cinnella esamina il percorso intellettuale, politico e teorico di Marx in merito alla Russia, soffermandosi sull’ultimo decennio della sua vita, successivo alla Comune di Parigi, anni in cui l’interesse del red terror doctor per la Russia divenne quasi ossessivo. Aspetto che anche altri hanno messo in luce, senza tuttavia porre l’accento su alcuni passaggi teorici assai delicati[4].

Apparentemente, Marx operò una vera e propria rottura, non solo riguardo ai precedenti e severi (per non dire razzisti) giudizi sugli slavi, ma soprattutto rispetto alla centralità del movimento operaio europeo. Dogma, quest’ultimo, su cui giurano tutt’oggi gli eredi sciocchi di Marx. Questo dogma è frutto di una filosofia della storia di stampo hegeliano che Marx superò in parte già in gioventù (con gli scritti del 1844), senza tuttavia abbandonare una concezione teleologica, alimentata dall’ideologia progressista insita nel concetto stesso di sviluppo delle forze produttive, di cui il modo di produzione capitalistico sarebbe l’agente.

Sulla base di questi presupposti, Marx elaborò un’ipotesi rivoluzionaria il cui esito sarebbe stato il superamento dialettico (aufhebung) del modo di produzione capitalistico. Sul piano sociale, il superamento dialettico assumeva il significato di una rivoluzione (catarsi), di cui se ne sarebbe fatto carico il proletariato, costretto però a subire fino in fondo l’inferno capitalista, prima di conoscere le gioie del paradiso socialista. Con l’intermezzo del purgatorio, ovvero la fase di transizione.

Per quanto a lungo persistente, seppur sotto altre spoglie, la visione hegelo-cristiana di Marx finì per entrare in crisi e, quindi, per essere superata, proprio perché essa non costituì mai (dopo il 1844) un fondamento epistemologico di natura sistemica, entro cui obbligare gli eventi[5], anzi, se egli ebbe mai una  weltanshauung, la sottopose costantemente, e impietosamente, a una verifica basata sul materialismo storico (o meglio sulla critica dell’economia politica), che via via ne fece emergere i limiti. Mantenendo comunque viva l’originaria ipotesi rivoluzionaria e senza mai rinnegare il ruolo centrale degli operai, caso mai ne rivide la presunta «missione storica», di cui peraltro nessun operaio sano di mente si è mai fatto carico!

Un momento importante della maturazione teorico-politica di Marx, tra l’altro poco considerato, sono appunto gli anni dopo la Comune di Parigi, cui fece seguito lo scioglimento dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori (la cosiddetta Prima Internazionale), nel 1876, affrontati da Cinnella.

Giunti a questo punto, verrebbe da dire che «l’altro Marx» è quello inventato dai marxisti. Non per nulla, seppure ironicamente, Marx affermò: «Di una cosa sono sicuro, non sono marxista!».

Una nuova prospettiva

Nonostante la lunga depressione (1873-1893), ma forse proprio grazie a essa, i Paesi capitalistici di allora (Inghilterra, Francia, Germania, Belgio, Olanda e Usa) entrarono in una fase di espansione esterna, il colonialismo, e di riforme interne. Entrambi i fenomeni influenzarono il movimento operaio e contadino, il cui punto d’approdo politico fu la fondazione della Seconda Internazionale nel 1889. Eventualità in merito alla quale Marx aveva espresso molte perplessità, se non un’aperta opposizione. A parte alcuni giudizi espliciti[6], la Critica del Programma di Gotha del 1875, rivolta alla socialdemocrazia tedesca, evidenzia chiaramente le sue riserve sul movimento operaio organizzato dei Paesi capitalistici, riserve che, inevitabilmente, avrebbero connotato una nuova internazionale.

Fu sull’onda di questa presa di coscienza, che Marx rivolse la propria attenzione alla Russia e al movimento rivoluzionario russo, aprendo via via una nuova prospettiva non solo politica ma, soprattutto, teorica.

La lettera scomparsa

Episodio emblematico è la lettera che Marx indirizzò a Vera Zasulič dell’8 marzo 1881, in cui esponeva la sua nuova prospettiva. Essa suscitò un profondo shock che indusse la Zasulič e Plechanov, ormai approdati all’evoluzionismo kautskiano, a nascondere la lettera. Fu riesumata e pubblicata solo nel 1926, quando il disastro bolscevico era ormai irreversibile.

Se sotto il profilo politico la nuova prospettiva di Marx fu poi considerata una sorta di senile illazione, smentita dalla storia (dei vincitori), sotto il profilo teorico, essa non fu neppure presa in considerazione (che io sappia).

Questa prospettiva si fondava sulla comune agricola russa (l’obščina), di cui Marx nei primi anni Settanta sottolineava la grande vitalità che si sarebbe vista ancora quasi mezzo secolo dopo, durante e dopo la rivoluzione del 1917, e sarebbe sopravvissuta fino ai primi anni Trenta del Novecento, quanto fu disgregata dalla collettivizzazione forzata. Tuttavia, a mio avviso, l’impulso comunitario può sopravvivere, seppure sotto traccia, anche in altre formazioni socio-economiche in cui lo sviluppo del modo di produzione capitalistico ha avuto una genesi esogena, ovvero è stato «innestato», per usare l’espressione di Engels[7].

Quali ricadute teorico-politiche?

In breve, la nuova prospettiva di Marx ebbe conseguenze che così si possono sinterizzare.

Politicamente, essa dava credito al movimento populista, in aperto contrasto con quello che sarebbe stata la successiva vulgata pro-marxista di stampo prima socialdemocratico con Kautsky e poi bolscevico con Lenin e Stalin.

Teoricamente, essa rompeva la visione eurocentrica, fondata sullo sviluppo delle forze produttive, che condannava gli altri popoli a ripercorrere le vie dell’Europa occidentale, assegnando al modo di produzione capitalistico una funzione positiva, ancorché tragica[8], in cui prevale la logica cristiana della redenzione attraverso la passione.

Epistemologicamente, essa abbandonava le ultime scorie di determinismo, col netto rifiuto di ogni cedimento alla «fatalità storica», a favore di una più libera e fortuita interazione tra una determinata formazione socio-economica e i fattori esterni (concetto di milieu historique).

Tra le implicazioni della nuova prospettiva di Marx c’è la rivalutazione del comunismo primitivo[9], che liquida l’ideologia civilizzatrice e sviluppista, consustanziale al capitalismo, alla quale Marx oppone i modi di produzione autosufficienti (selfsustaining), i vantaggi dell’arretratezza economica, l’industrializzazione NON capitalista, la subordinazione della tecnica ai valori comunitari…

E oggi …

Come si vede, il libro di Cinnella pone una cruciale serie di spunti teorici che, finora, almeno in Italia, sono stati sostanzialmente negletti dai cosiddetti ambienti marxisti-rivoluzionari, su cui pesa l’ipoteca leninista[10]. Sono spunti che oggi assumono un significato politico scottante, di fronte a una crisi che sta drammaticamente mettendo in luce la débâcle del modo di produzione capitalistico. La soluzione non può certo venire da una stanca ripetizione di formule che nel corso del Novecento hanno mostrato la loro natura fallimentare, con conseguenze devastanti. Ma questa è un’altra storia… ancora tutta da scrivere.

Dino Erba, Milano, 3 agosto 2014.

 

[1] Ettore Cinnella: La rivoluzione russa, Storia Universale, Corriere della Sera, Milano, 2005. 1905. La vera rivoluzione russa, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2008. 1917. La Russia verso l’abisso, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2012.
[2] Ettore Cinnella, Marx e le prospettive della rivoluzione russa, «Rivista storica italiana», Fasc. II, Napoli, 1985.
[3] Esemplare la scomposta reazione di Pagine Marxiste alla mia recensione critica a: Lev Trotsky, I gangster di Stalin, Quaderni di Pagine Marxiste, Milano, 2014 [Vedi il mio: Si fa presto a dire Stalin! Un comodo capro espiatorio per coprire il nostro disastro].
[4] Una rapida esposizione delle questioni nel mio: Quale rivoluzione comunista oggi. Problemi scottanti del nostro movimento, All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2014.
[5] Da quanto mi risulta, la rivalutazione di un’analisi marxista fondata sulla ricerca empirica, in Italia, è stata abbozzata solo da Vincenzo Ferrari, Saggio introduttivo in: Paul Lafargue, Origine ed evoluzione della proprietà, Con saggi introduttivi di Eva Cantarella, Vincenzo Ferrari, Arturo Peregalli, Unicopli, Milano, 19832, p. 15.
[6] Vedi, per es. la risposta di Marx all’olandese Ferdinando Doamela Nieuwenhuis, citata in Ettore Cinnella, L’altro Marx, op. cit., p. 168.
[7] Alla luce di queste riflessioni, non sostengo più il giudizio che nel 2011 espressi riguardo alle primavere arabe, quando negai la natura tribale della società libica.
[8] Nonostante alcune tesi di fondo che non condivido assolutamente, ci sono interessanti osservazioni in: Hosea Jaffe, Era necessario il capitalismo?, Jaca Book, Milano, 2010.
[9] Questione assai ostica per gli asini, che finiscono per dire emerite asinerie, vedi: Dino Messina, Il vecchio Marx era un primitivo, «Corriere della Sera», 2 agosto 2014, p. 39.
[10] Insisto sulla peculiarità italiana, poiché all’estero l’alternativa è tra marxisti e stalinisti, con in mezzo la no man’s land trotskista che oscilla tra gli uni e gli altri. Per inciso, in Italia, nessuno si è peritato di tradurre Teodor Shanin.

Ateoagnosticismo, Laicità e Laicismo, Storia

La Bibbia è falsa! – Il Fatto Quotidiano

La Bibbia è falsa! – Il Fatto Quotidiano. di Mauro Barberis, 1 maggio 2014 dc

Politica e Società, Storia

1861 l’Unità d’Italia. Ma la questione meridionale è ancora irrisolta. Capire il Risorgimento per risolverla oggi

Dal sito http://www.italynews.it/ 9 dicembre 2010 dc:

1861 l’Unità d’Italia. Ma la questione meridionale è ancora irrisolta. Capire il Risorgimento per risolverla oggi

di Riccardo Cacelli

– Nel 2011 l’Unità d’Italia festeggia i suoi primi 150 anni.
La storia del risorgimento italiano, i suoi protagonisti, gli ideali di unità, di patria che hanno riscaldato i cuori di tanti italiani è un momento che deve essere sempre ricordato, non solo nelle grandi ricorrenze, ma anche nelle ricorreze minori.

E’ uscito nelle librerie un libro che spiega il Risorgimento e non solo quello. Si tratta di “1861. La storia del Risorgimento che non c’è sui libri di storia”, scritto da Giovanni Fasanella ed Antonella Grippo, che illustra nei minimi dettagli il Risorgimento non conosciuto e forse quello vero e reale. Gli intrallazzi tra potenze europee e politici italiani. Ma spiega anche un’altra cosa: la questione meridionale.

I libri di storia che ci fanno studiare a scuola descrivono il periodo post 1861 come il periodo dei briganti senza approfondire l’argomento che porterebbe ad indignarsi su come il Regno di Sardegna ovvero il Regno d’Italia risolvette il problema meridionale.
Tanto che oggi non è ancora stato risolto.
Ecco i fatti.

Nel marzo 1861 il ministro dell’Interno, Marco Minghetti presentò un progetto di legge che prevedeva un notevole decentramento amministrativo.
Di fatto però il progetto Minghetti non superò l’esame delle commissioni parlamentari e venne ritirato “temporaneamente” dal Consiglio dei ministri il 9 maggio successivo. In realtà, le istanze dei Federalisti – che volevano un maggiore rispetto per le specificità locali – vennero completamente abbandonate e l’applicazione delle leggi del Regno di Sardegna venne estesa al resto d’Italia provocando il collasso del sistema economico meridionale e una crisi senza precedenti nel secolo che sfocerà nel corso forzoso della lira (1866). Il 6 giugno morì Cavour. A ottobre il nuovo presidente del consiglio Bettino Ricasoli infatti estese a tutta Italia l’ordinamento locale piemontese.

La politica del nuovo Regno d’Italia favorì la nascita di una disparità fra le due parti del Paese, assente prima dell’Unità. Si cita ad esempio la tassa sull’emigrazione verso le Americhe, che colpiva gli emigranti meridionali che sceglievano quella come principale destinazione. Gli introiti di questa tassa venivano poi usati per finanziare l’emigrazione verso l’Europa: quattro quinti delle persone che emigravano in Europa erano del Nord.

Nell’agosto 1861 venne inviato a Napoli il generale Enrico Cialdini con poteri eccezionali per affrontare l’emergenza del brigantaggio.
Egli seppe rafforzare il partito sabaudo arruolando militi del disciolto esercito meridionale di Garibaldi e perseguendo il clero e i nobili legittimisti.

In una seconda fase comandò una dura repressione messa in atto attraverso un sistematico ricorso ad arresti in massa, esecuzioni sommarie, distruzione di casolari e masserie, vaste azioni contro interi centri abitati: fucilazioni sommarie e incendi di villaggi in cui si rifugiavano i briganti erano all’ordine del giorno, restano famigerati il cannoneggiamento di Mola di Gaeta del 17 febbraio 1861 (dopo l’unità italiana dall’aggregazione del borgo con altri Comuni limitrofi nasce Formia), nonché gli eccidi di Casalduni e Pontelandolfo nell’agosto 1861.

Nell’agosto 1863 venne emanata la “famigerata” legge Pica. Tale legge, contraria a molte disposizioni costituzionali, colpiva non solo i presunti briganti, ma affidava ai tribunali militari anche i loro parenti e congiunti o semplici sospetti.

Secondo le stime di alcuni giornali stranieri che si affidavano alle informazioni “ufficiali” del nuovo Regno d’Italia, dal settembre del 1860 all’agosto del 1861 vi furono nell’ex Regno delle Due Sicilie:

8.964 fucilati,
10.604 feriti,
6.112 prigionieri,
64 sacerdoti uccisi,
22 frati uccisi,
60 ragazzi uccisi,
50 donne uccise,
13.529 arrestati,
918 case incendiate,
6 paesi dati a fuoco,
3.000 famiglie perquisite,
12 chiese saccheggiate,
1.428 comuni sollevati;
poiché ufficiali c’è da considerare che come tali queste cifre furono sicuramente sottostimate dal ministero della guerra, nonostante si riferissero ad un solo anno.

Credo che per risolvere oggi la questione meridionale dobbiamo partire da quei giorni.

Uno Stato che ripercorre la sua storia, che riconosce i suoi errori e le sue tragedie, è in grado di vedere e sperare nel futuro.
Ed è quello che auspico. Ma non credo che si farà niente per risolvere una volta per tutte la secolare questione meridionale.

Politica e Società, Storia

1861: unità d’Italia e guerra di secessione, due anniversari e una polemica

Dal blog http://lanostrastoria.corriere.it 17 gennaio 2011 dc:

1861: unità d’Italia e guerra di secessione, due anniversari e una polemica

di Dino Messina

Il 17 marzo 1861 venne proclamato il Regno d’Italia. In quello stesso mese, dall’altra sponda dell’Atlantico, un amico del presidente Abramo Lincoln, che tuttavia sarebbe diventato vicepresidente dei confederati, Alexander Stephens, tenne un discorso in cui diceva tra l’altro:  “In contrasto con coloro che ritengono che la schiavitù sia sbagliata, il nostro nuovo governo è fondato sull’idea opposta. Il negro (sic!) non è uguale all’uomo bianco. La schiavitù, ossia la subordinazione alla razza superiore, è la sua normale e naturale condizione”.

Ecco le premesse ideologiche della guerra di secessione americana, che contrappose il Sud schiavista al Nord industrializzato e liberale. Scoppiata il 12 aprile 1861, la guerra di secessione si sarebbe conclusa il 26 maggio 1865 con la vittoria del Nord. Lincoln era stato intanto ucciso il 14 aprile dopo che il 31 gennaio il Congresso aveva approvato l’abolizione della schiavitù.

Della coincidenza tra l’anniversario dell’Italia unita e quello della guerra dicesessione si sono oggi occupati Mario Cervi su “il Giornale” e Claudio Gorlier su “la Stampa”. Il primo, grande giornalista e collaboratore di Montanelli nella stesura della “Storia d’Italia”, nota come gli americani siano molto più avanti di noi in quella che potremmo definire una pacificazione storiografica rispetto a fatti risalenti a un secolo e mezzo fa.

C’è qualche storico americano che rivendica le ragioni dei combattenti del Sud (non tutti schiavisti), ma nessuno che canti le lodi di un regime indifendibile, come invece da noi alcuni fanno, anche forzando le prove, con il regno borbonico, diventato in alcuni libri nuovo Paese di Bengodi…

Letteraria è invece l’analisi di Claudio Gorlier, il quale si sofferma sula grande letteratura nata dal sangue della guerra: basti citare i versi “O capitano! mio capitano!” di Walt Whitman, la raccolta di Herman Melville “Battle Pieces”, “Il segno rosso del coraggio” di Stephen Crane, “che si colloca tra Tolstoj e Hemingway”, per finire all’epopea popolare di “Via col vento” di Margaret Mitchell, sudista della Georgia che pubblicò il suo romanzo nel 1936. Gorlier non lo dice, ma leggendo il suo pezzo a me è venuta una domanda: il nostro Risorgimento e la nostra guerra di brigantaggio hanno ispirato una letteratura di tale livello?

Laicità e Laicismo, Politica e Società, Storia

Siamo certi che nel 1861 si sia realizzata l’unità d’Italia?

In e-mail il 2 Dicembre 2010 dc:

Siamo certi che nel 1861 si sia realizzata l’unità d’Italia?

Prima dell'unità d'Italia

Non voglio essere frainteso e tanto meno ho l’intenzione di modificare la storia, perché la storia rimane tale, casomai la si può interpretare in modi diversi, ma mai cambiare.

Perché dico ciò?  Per il fatto che per quanto attiene l’unità d’Italia ovvero l’affermazione del Risorgimento, ci sono diverse scuole di pensiero, principalmente in riferimento al processo politico istituzionale ed anche geografico della Nazione Italiana.

Ne voglio parlare non solo come italiano, ma anche come romagnolo, perché molti romagnoli sono stati fautori di quel processo di rinnovamento e progresso che ha portato all’unità della Nazione.

Se l’unità d’Italia corrisponde all’unità nazionale allora, la datazione convenzionale del 1861 non è esatta. E’ invece più verosimile la datazione al 1870 che equivale all’episodio di Porta Pia con l’annessione dei restanti territori della chiesa al Regno d’Italia.

Il 1861 segna la proclamazione del Regno d’Italia e non l’Unità, poiché a tal data e dopo l’impresa dei mille del 1860  (vedi cartina n.1)  non erano ancora annessi il Veneto (sotto la dominazione austriaca) ed il Lazio, compresa Roma (sotto lo Stato Pontificio).  Se due territori così importanti dell’Italia, ed addirittura la sua futura capitale, non erano ancora stati inclusi, di che tipo di unità si trattava, se non la sola affermazione del Regno d’Italia?

L'impresa dei MilleSe la risposta di Garibaldi al Re con il famoso“obbedisco”, se la morte dei fratelli Bandiera e se la terza guerra di indipendenza fanno parte del Risorgimento e se il Risorgimento ha portato all’unità d’Italia, allora la data più consona è il 1870.  Con l’armistizio di Cormons del 12 agosto 1866 ed il successivo plebiscito del 22 ottobre, veniva annesso il Veneto e parte del Friuli. Dopo questa data rimanevano ancora fuori dal Regno il Lazio, il Trentino – Alto Adige e la Venezia Giulia, la cui annessione era necessaria per completare il processo di unificazione. Dobbiamo attendere   il 20 settembre 1870  quando i Bersaglieri ed i Carabinieri entrarono a Roma dalla breccia di Porta Pia,  sancendosi poi con il plebiscito del 2 ottobre 1870 l’annessione di Roma al Regno d’Italia con la fine del potere temporale della chiesa sul territorio italiano (Cartina n. 2)

Si potrebbe quindi datare al settembre del 1870 l’Unità d’Italia, ma volendo essere ancor più precisi c’è da dire che il Trentino-Alto Adige, la Venezia Giulia e l’Istria, entreranno a far parte del Regno d’Italia dopo la vittoria della Prima guerra mondiale (1918).

Se dovessi dare un parere proporrei le seguenti ricorrenze con o senza festività: 1861 proclamazione del regno d’Italia (che personalmente non festeggerei), 1870 Unità d’Italia (che personalmente festeggerei), 1918 consolidamento dell’Unità d’Italia (che sto ancora pensando se festeggerei o meno).

Perché fu scelta la data convenzionale del 1861? Stante i tempi, forse la data del 20 settembre 1870 sarebbe stata troppo indigesta per qualcuno e quindi, per non creare dissapori si è preferito il 1861.  Non me lo so spiegare in altro modo se non con un significato diplomatico più che storico.

Ugo Cortesi – Alfonsine (Dicembre 2010)

Politica e Società, Storia

Argentina, ex dittatore Videla: “Chiesa fornì consulenza per uccisione dei desaparecidos”

Argentina, ex dittatore Videla: “Chiesa fornì consulenza per uccisione dei desaparecidos”.