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Iran: in affanno le avanguardie della regressione

In e-mail da Dino Erba l’8 Gennaio 2018 dc (con alcune mie correzioni):

Iran: in affanno le avanguardie della regressione

Strana illusione ottica, veder dappertutto uno stato di cose che fino a questo momento regna solo in via eccezionale in alcune parti dell’orbe terracqueo.

Karl Marx, Il Capitale, Libro Primo, Sezione Quinta, cap. 14.

Quanto sta avvenendo in Iran rientra a pieno titolo nella generale crisi sistemica del modo di produzione capitalistico. Non ci piove. Tuttavia, le verità troppo vere, come questa, rischiano di cadere nelle banalità, smarrendo per via gli aspetti peculiari che caratterizzano un evento, ovvero il suo background. Aspetti che, nel caso dell’Iran, da almeno quarant’anni, determinano una situazione di crisi nella crisi, con soluzioni momentanee e, di fatto, contingenti. Un rapido schizzo storico è utile per meglio orientarsi.

L’Iran è l’unico Paese extraeuropeo che, nonostante le inevitabili ingerenze coloniali, non ha subito occupazioni, se non temporaneamente e parzialmente, vivendo in una sorta di limbo, creato dall’equilibrio delle forze tra contrapposte Potenze (in origine: Inghilterra e Russia).

È un privilegio che è stato favorito soprattutto da una configurazione geografica protettiva: un altopiano con alte montagne, deserti, steppe (circa il 70% de territorio) e coste dai difficili accessi al mare. Configurazione che pose l’Iran ai margini delle grandi vie di comunicazione terrestri, concentrate nella sua area settentrionale – la più ricca – e rivolte all’Asia centrale.

Un fiacco dispotismo asiatico

Dopo l’invasione di Tamerlano (secolo XIV), l’Iran (o Persia) assunse l’assetto geopolitico che si sarebbe definito nell’Ottocento, raggiungendo una sostanziale unità etnica (persiani), linguistica (farsi) e religiosa (islamismo sciita duodecimano). Le monarchie che si succedettero rappresentarono una forma fiacca di dispotismo orientale che determinò una secolare stagnazione.

Questa situazione era il frutto di una formazione economica e sociale contraddistinta da comunità agricole tendenzialmente autosufficienti, con ridotti contatti con i centri urbani, dove fiorivano attività artigiane e mercantili, anch’esse contraddistinte da un’analoga condizione di autosufficienza. Un potere centrale debole, attraverso i suoi funzionari, manteneva con le campagne un controllo limitato, a causa della crescente ingerenza degli esponenti religiosi (gli ʿulamāʾ) i quali, nelle città, univano spesso le loro ingerenze nei confronti del potere centrale a quelle del ceto mercantile (il bazar). Di conseguenza, il prelievo fiscale risultava frazionato e, tra l’altro, nelle campagne, una parte del prelievo veniva gestita direttamente dalle istituzioni tribali locali (uymaq). Questa situazione condizionava le risorse destinate ai lavori pubblici e all’esercito, tenendole a livelli inferiori rispetto a Paesi come la Cina, l’India e l’Impero Ottomano.

All’inizio del Novecento, la situazione mutò radicalmente: la scoperta di grandi giacimenti petroliferi vide l’intervento diretto dell’Inghilterra, con conseguenze economiche che dettero impulso alla modernizzazione del Paese. Fu un processo tardivo (rispetto a India, Turchia, Cina) che prese avvio solo negli anni Venti del Novecento, ma fu sconvolgente, per impulso della crescente produzione di petrolio (più che triplicata dal 1938 al 1950). Le pur tirchie royalties versate dalle compagnie petrolifere alle casse dello Stato iraniano e, soprattutto, gli interventi infrastrutturali, legati all’estrazione e al trasporto del petrolio, destarono bruscamente l’Iran dal suo secolare isolamento. Ma fino a un certo punto.

Per usare un linguaggio figurato, l’Iran subì massicce e rapide iniezioni di capitalismo, offrendo un ambiente disponibile e senza forti resistenze, che evitò violenti interventi militari. Ciò nonostante, sotto il velo della modernizzazione, permaneva il vecchio background. Al tempo stesso, nelle campagne entrava in crisi la comune agricola, già erosa dai grandi proprietari terrieri, un marcio pilastro della monarchia. Le conseguenze sulla produzione agricola e sul patrimonio zootecnico furono disastrose: entrambe, negli anni Quaranta del Novecento, calarono, mentre la popolazione aumentava del 2,3%.

Negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, grazie all’equilibrio delle forze, in cui veniva a trovarsi tra le aree di influenza sovietica, inglese e, ben presto, yankee, l’Iran poté vivere una condizione che favorì la formazione di una classe tendenzialmente borghese, relativamente indipendente, ma pur sempre con le vecchie tare che la spingevano a cercare un appoggio alle proprie esigenze in ambienti clericali, fieramente reazionari.

Statalismo in salsa laico-yankee

Come in altri Paesi cosiddetti in via di sviluppo, anche in Iran lo Stato assunse un ruolo centrale nelle politiche economiche. Ruolo che divenne decisivo soprattutto con lo Shah Reza Phalavi (1941-1979), fautore di grandi interventi nell’industria pesante, ispirati al modello sovietico. Tuttavia, il centralismo statale dello Shah dovette presto confrontarsi con le spinte autonomiste di quel vecchio ceto mercantile e imprenditoriale che, sull’onda della modernizzazione, stava assumendo caute connotazioni borghesi e auspicava ricadute a vantaggio proprio e del Paese, mettendo in discussione gli accordi capestro con le grandi compagnie petrolifere (le Sette Sorelle). In generale, di fronte a benefici destinati a pochi privilegiati, le condizioni delle masse popolari andavano peggiorando: nel 1951 più dell’80% della popolazione soffriva di denutrizione cronica.

Non appena il governo di Mossadeq tentò la nazionalizzazione del petrolio (1951), dovette subito fare i conti con Gran Bretagna e Usa, i cui interessi si sposarono con quelli dello Shah e del suo entourage, nonché di gran parte del clero, tutti timorosi che gli inevitabili sviluppi riformisti potessero pregiudicare i loro privilegi. Nel 1953, un colpo di Stato made in Usa abbatté il governo riformista di Mossadeq, dopo di che prese piede il regime autoritario di Reza Phalavi che, per 25 anni, poté reggersi grazie alla congiuntura economica espansiva. Il regime cercò di accattivarsi il consenso e le simpatie del ceto medio urbano, offrendo sbocchi nell’apparato statal-industriale e varando riforme (Rivoluzione bianca) rivolte all’emancipazione femminile, all’istruzione e alla sanità, peraltro caldeggiate dai partner occidentali. Infine, lo status quo era garantito dalla sostanziale separazione della città dalla campagna dove, negli anni Cinquanta/Sessanta, viveva oltre il 60% della popolazione.

A metà degli anni Settanta, il clima politico iniziò a scaldarsi: nel 1976, dopo una spettacolare ascesa, il prezzo del petrolio si arrestò, frustrando i faraonici progetti industriali dello Shah e causando una pesante riduzione dell’occupazione (- 40%).

La crisi economica rendeva evidente la stridente sperequazione sociale tra i ceti urbani e quelli rurali. In poco più di dieci anni la popolazione era passata da 25 a 40 milioni, di cui  la maggior parte viveva nelle campagne, dove la riforma agraria dello Shah non aveva portato alcun beneficio, anzi ne aggravò il dissesto. Tanto è vero che ancora oggi la bilancia agricola iraniana – nonostante l’agricoltura occupi circa il 30% della popolazione (pari a 24 milioni) e rappresenti il 20% del Pil – è passiva e l’Iran è costretto a importare derrate alimentari, soprattutto, cereali.

Un crescente flusso di contadini immiseriti che cercava di sbarcare il lunario nelle città, in primis a Teheran (capitale politica ed economica), alimentò un malcontento che si incrociava con l’insofferenza di gran parte del ceto borghese urbano al modello di sviluppo statalista del regime, in cui i «ceti emergenti» traevano opportunità marginali o per lo meno non rispondenti alle loro aspettative.

Punto di riferimento della borghesia fu, ancora una volta, l’alleanza con il clero che, tra l’altro, esorcizzava eventuali sbocchi radicali del movimento popolare, in cui il proletariato industriale andava maturando la propria, pericolosa, autonomia politica.

Fu un’alleanza precaria che saltò non appena venne scacciato lo Shah (febbraio 1979).

Nel giro di pochi mesi il clero, cavalcando e blandendo il malcontento dei ceti popolari di origine rurale, represse le tendenze socialiste radicali operaie, emarginò la componente democratico-borghese e rapidamente prese il sopravvento.

Statalismo in salsa nazionalclericale

E sorse così il regime degli ayatollah (la Repubblica Islamica): una versione riveduta e corretta del regime dello Shah, purificato dalle scorie occidentaliste (laiche!), ma altrettanto statalista, se non di più. In pratica, fu un passaggio dallo statalismo laico allo statalismo clericale: dalla padella alla brace!

Gli ayatollah troncarono con gli Usa e si fecero paladini di un deciso nazionalismo che si richiama alla tradizione religiosa sciita. Ma la veste religiosa era ed è più formale che sostanziale, in quanto le vecchie fondamenta della società iraniana erano ormai sconvolte dalle modernizzazioni di Reza Phalavi, in primis dalla riforma agraria. In sintesi: il nuovo regime si basava e si basa sul rapporto gestito dagli ayatollah con la burocrazia statale, gli apparati militari, i tecnocrati delle industrie di Stato e, dulcis in fundo, sulle politiche protezioniste a favore della campagna, stile Coldiretti di democristiana memoria.

Sono tutti rapporti quanto mai prosaici (e volgari), che vengono mascherati accentuando gli aspetti più bigotti e odiosi della shari’ah, come il velo delle donne.

Il pesante clima repressivo, che fin dall’inizio prevalse, trovò la sua giustificazione nella lunga e devastante guerra con l’Iraq (1980 al 1988). Nonostante la conclusione di stallo della guerra, la Repubblica Islamica ne uscì rafforzata, rompendo l’isolamento e assumendo un peso significativo nelle relazioni internazionali. E, soprattutto, il regime definì un assetto economico e sociale che avrebbe retto per circa un ventennio, senza troppe strette repressive, almeno fino alle elezioni del 2009.

Quelle elezioni furono un banco di prova del problematico rapporto del regime con la borghesia imprenditoriale e delle professioni, sempre subalterna e marginale ai centri di potere economico, come le bonyad, (vedi: http://www.cinquantamila.it/storyTellerArticolo.php? storyId=0000002340082), passate dalla cricca dei Phalavi a quella degli ayatollah. Ma ancor più problematico diventa il rapporto con il proletariato industriale, cui potrebbe congiungersi quella che ieri era plebe e che oggi è, a tutti gli effetti, esercito industriale di riserva.

I recenti avvenimenti confermano la debolezza degli equilibri sociali iraniani e dei conseguenti compromessi politici. Via via che la crisi sistemica del modo di produzione capitalistico si approfondisce, tali equilibri sono destinati a erodersi, rendendo fragili le possibilità di mediazione tra le classi sociali. La prospettiva resta comunque un’incognita, poiché, com’è evidente da quanto ho premesso, sarebbe assolutamente fuorviante far previsioni secondo schemi, analogie ed esperienze che si richiamano a Paesi dell’Occidente capitalistico. Come sciaguratamente hanno fatto e fanno molti sedicenti marxisti.

Dino Erba, Milano, 8 gennaio 2018.

Indicazioni bibliografiche

Behman Nirumand, La Persia. Modello di un paese in via di sviluppo. Ovvero La dittatura del Mondo Libero, Con una nota di Hans Magnus Enzensberger, Feltrinelli, Milano, 1968. Forse la prima e importante critica del regime di Reza Phalavii apparsa in Italia.

Alessandro Mantovani (et alii), Rivoluzione islamica e rapporti di classe. Afghanistan – Iran – Iraq, Graphos, Genova, 2006. Nonostante le concessioni alla scuola marxista-leninista, propone una buona documentazione.

Farian Sabahi, Storia dell’Iran 1890-2008, Bruno Mondadori, Milano, 2009. Un excursus storico attraverso la secolare alleanza tra preti e mercanti.

Lotte proletarie in Iran:

–Sur l’Iran:  https://bibliothequedumarxisme.wordpress.com/

–  Iran: «l’abolition de la peur»: http://dndf.org/?p=16575

Modernizzazione, statalismo e libero mercato:

Robert Kurz, Il collasso della modernizzazione. Dal crollo del socialismo da caserma alla crisi dell’economia mondiale, a cura di Samuele Cerea, Mimesis, Milano-Udine, 2017, in particolare cap. VIII: Il naufragio della modernizzazione.

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Sul movimento di massa in Iran

In e-mail l’8 Gennaio 2018 dc:

Sul movimento di massa in Iran

“Mullah capitalisti, ridateci i nostri soldi!”

3 Gennaio 2018

Un importante movimento di giovani e di donne si è levato in Iran. È la più importante esperienza di mobilitazione dopo la cosiddetta “onda verde” del 2009.

Il movimento è nato nella città di Mashhad, per protestare contro l’aumento del 40% del prezzo delle uova. È possibile che questa prima protesta sia stata in qualche modo incentivata dalle autorità religiose locali, vicini alle posizioni reazionarie più integraliste della Guida Suprema Khamenei, e per questo critiche verso il Presidente “moderato” Rouhani. Ma è certo che la dinamica della mobilitazione è andata ben al di là delle sue basi iniziali.

LA DINAMICA DEL MOVIMENTO

Il movimento si è propagato in molte città e realtà di provincia. La sua dimensione di massa è complessivamente minore (ad oggi) di quella del 2009, ma la sua estensione geografica sul territorio nazionale è più ampia. Soprattutto, le sue rivendicazioni appaiono più radicali. Nel 2009 il movimento era nato in opposizione alla rielezione del presidente reazionario Ahmadinejad, nel nome di rivendicazioni democratiche limitate che non mettevano in discussione il regime religioso dei mullah. Il movimento aveva una natura progressiva, ma la sua direzione politica (Moussavi, consigliere del presidente “riformista” Kathami) era in qualche modo interna al regime. Oggi il quadro è diverso.

Il movimento attuale ha innanzitutto un contenuto sociale più esplicito, di contrapposizione al carovita e alle politiche economiche del governo (aumento di prezzo dei beni alimentari, taglio dei sussidi sociali, speculazioni bancarie a danno di piccoli risparmiatori caduti in rovina, aumento della disoccupazione giovanile al 30%). È la reazione sociale al mancato rispetto delle promesse annunciate a seguito degli accordi con la presidenza Obama. “Avevate promesso benessere e prosperità, ma dopo due anni abbiamo raccolto solo miseria”: questo il senso comune della protesta. Per questa stessa ragione il movimento ha assunto una dinamica di contrapposizione non solo a Rouhani, ma al regime teocratico reazionario.

Il clero sciita non è solo l’architrave del regime confessionale integralista che domina l’Iran da quasi quarant’anni, responsabile della repressione sistematica e brutale delle organizzazioni del movimento operaio e di tutte le più elementari rivendicazioni democratiche dei giovani e delle donne. È anche strettamente compenetrato con la classe capitalistica iraniana. L’alto clero, i vertici militari, i comandi degli apparati repressivi, controllano interi comparti dell’economia nel campo della produzione e della finanza.

Era dunque inevitabile che un movimento di contestazione delle ingiustizie sociali entrasse in collisione col cuore profondo del regime. “Mullah capitalisti, restituiteci i nostri soldi”, lo slogan che è rimbalzato in molte manifestazioni, è la documentazione plastica di questa connessione, assieme alla distruzione di manifesti e immagini della guida spirituale Khamenei.

Per le stesse ragioni, anche la politica estera dell’Iran è divenuta bersaglio delle proteste. L’Iran è una potenza capitalistica regionale del Medio Oriente, in lotta da sempre con l’Arabia Saudita. Le risorse risparmiate dal taglio (parziale) delle sanzioni sono state investite da Teheran nel consolidamento ed estensione dell’area di influenza regionale sciita (sostegno ad Assad in Siria, a Hezbollah in Libano…), con un indubbio successo sul fronte siriano grazie all’appoggio determinante dell’imperialismo russo. Ma le glorie militari sui campi di guerra non hanno comportato solamente migliaia di caduti, hanno trascinato con sé aumento delle tasse, carovita, inasprimento dello sfruttamento sul fronte interno, nel nome del superiore interesse della nazione. Anche per questo la contestazione sociale è rapidamente divenuta contestazione politica: “Pensate a noi, non ad Assad”, gridano migliaia di manifestanti.

GLI IMPERIALISMI DIVISI

In questo quadro è naturale che l’imperialismo USA, lo Stato sionista d’Israele, il regime reazionario saudita, cerchino di strumentalizzare la mobilitazione sociale e politica contro il regime iraniano in funzione dei propri interessi strategici in Medio Oriente e su scala globale. È sempre accaduto in tutta la storia del mondo che lotte progressive, e persino rivoluzioni, all’interno di un determinato Paese, vengano “usate” (e talvolta appoggiate) da potenze straniere conservatrici e reazionarie. Ci si potrebbe meravigliare del contrario? Così è naturale che il reazionario Trump provi a strumentalizzare la protesta in Iran in funzione della svolta della propria politica estera in Medio Oriente e della polemica interna contro Obama, come è naturale che il governo sionista d’Israele voglia utilizzare gli avvenimenti iraniani per consolidare l’asse col nuovo corso di Washington e col regime saudita.

Ma chi vede ciò che avviene in Iran come esecuzione del “piano” di Trump e dei suoi agenti segreti ha la stessa visione della storia delle polizie di tutto il mondo, inclusa naturalmente quella iraniana: la ribellione è sempre figlia del “complotto straniero contro i superiori interessi della patria”, che guarda caso coincidono con quelli della classe che detiene il potere. È l’argomento che sospinge ovunque, in ogni epoca, la repressione di ogni rivolta interna. L’Iran non fa certo eccezione.

Peraltro gli amanti dell’interrogativo dietrologico “a chi giova?”, pronti a vedere in ogni rivolta la mano straniera dell’imperialismo, dovrebbero evitare di guardare solo all’imperialismo USA. Gli imperialismi europei (Italia inclusa) non si allineano affatto a Donald Trump sulla vicenda iraniana. Anzi. Vogliono inserirsi nella contraddizione apertasi tra Iran e Trump per sostenere i propri interessi imperialisti in Persia e allargarvi la propria area di influenza: dagli investimenti dell’industria automobilistica francese agli appetiti inesauribili di ENI ed ENEL. Per questo la UE tace sull’Iran, strizzando l’occhio al regime e augurandosi la sua tenuta.

La verità è che la mobilitazione in corso in Iran tende oggi ad amplificare le contraddizioni interimperialiste, non a ridurle.

IL RUOLO DEL PROLETARIATO E LA QUESTIONE DELLA DIREZIONE

In ogni caso i settori di massa e di gioventù che oggi alzano la testa in Iran non sono sospinti dagli agenti della CIA ma dal rifiuto dell’oppressione. Il regime lo sa ed è scosso. L’apparato repressivo dello Stato colpisce le manifestazioni con centinaia di arresti e con armi da fuoco, assassinando decine di giovani. E intanto chiude le piattaforme digitali per bloccare la propagazione ulteriore del movimento. Il Presidente Rouhani, dal canto suo, cerca di ritagliarsi un proprio spazio di manovra parlando del diritto a manifestare, ma è consapevole di essere bersaglio diretto della protesta e per questo spalleggia la repressione, nel mentre cerca di organizzare una propria contromobilitazione a difesa del regime.

In realtà le diverse frazioni del regime teocratico attribuiscono la responsabilità della rivolta alla frazione rivale, ma proprio le contraddizioni interne al regime possono ampliare la dinamica della mobilitazione. Mentre la reazione attiva di settori di manifestanti alla repressione (e in qualche caso persino l’assalto alle caserme alla ricerca di armi) misura la potenzialità della radicalizzazione.

Inutile aggiungere che una eventuale trascrescenza del movimento in atto in un processo rivoluzionario potrebbe avere ripercussioni enormi in tutto il Medio Oriente.

Ripercussioni che darebbero agli stessi USA e Israele grattacapi infinitamente più seri degli effimeri vantaggi di qualche strumentalizzazione diplomatica delle proteste in corso.

Seguiremo la dinamica della mobilitazione in atto. La sua base sociale sembra al momento limitata a settori di gioventù della popolazione povera, dei disoccupati, della classe media (studenti), con un ruolo importante delle donne. La classe operaia non è ancora scesa nell’arena della lotta. Questo sarà uno snodo decisivo per lo sviluppo degli avvenimenti. La classe operaia iraniana è una enorme potenza sociale. La sua discesa in campo alla testa della gioventù potrebbe segnare un capovolgimento dei rapporti di forza e aprire una pagina nuova dello scontro. Senza l’ingresso nell’arena della classe lavoratrice, la mobilitazione rischia di schiantarsi nel muro della repressione e di sfaldarsi. È la lezione del 2009.

Ma la semplice mobilitazione della classe lavoratrice non è sufficiente. È necessaria una sua direzione indipendente e rivoluzionaria, che sappia saldare nel vivo della lotta le rivendicazioni sociali, laiche e democratiche elementari, con la prospettiva di un’alternativa di potere della classe lavoratrice; che sappia costruire l’egemonia della classe lavoratrice sull’insieme delle domande progressive delle masse oppresse, delle città e delle campagne, nella prospettiva di un governo operaio e contadino. L’unica vera alternativa.

Nel 1979 la mobilitazione della classe operaia iraniana fu determinante per il rovesciamento dello Scià, dando vita in centinaia di fabbriche a forme di autorganizzazione democratica di massa (shorà). Ma l’assenza di una direzione indipendente, unita al ruolo collaborazionista del Tudeh stalinista, subordinò la classe operaia a Khomeini, che giunto al potere distrusse il movimento operaio organizzato e dopo pochi anni (1982) lo stesso Tudeh. La classe operaia iraniana ha pagato con quarant’anni di nuova dittatura la capitolazione del Tudeh al khomeinismo. Il Tudeh ha pagato a sua volta con cinquemila militanti assassinati.

La costruzione di una direzione marxista rivoluzionaria resta dunque la questione decisiva, come mostra la stessa esperienza della rivoluzione tunisina ed egiziana del 2010-2011.

L’irruzione nella lotta di una giovane generazione dell’avanguardia potrà rappresentare il bacino naturale della sua costruzione.

Partito Comunista dei Lavoratori

Sulla Catalogna

In e-mail il 30 Ottobre 2017 dc:

Comunicato congiunto di CNT, CGT e Solidaridad Obrera sulla situazione in Catalogna

Le organizzazioni sottoscritte, in qualità di sindacati a livello nazionale, condividono la stessa preoccupazione per la situazione in Catalogna, per la repressione che lo Stato ha scatenato, per la riduzione dei diritti e delle libertà che questo presuppone e paventa e per l’aumento di un nazionalismo rancido che si ripropone in gran parte dello Stato spagnolo.

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Noi difendiamo l’emancipazione di tutti i lavoratori della Catalogna e nel resto del mondo. Forse, in questo contesto, è necessario ricordare che noi non intendiamo il diritto all’autodeterminazione in modo statalista, come proclamano i partiti e le associazioni nazionalisti, bensì come diritto all’autogestione della nostra classe in un determinato territorio. In questo senso, l’autodeterminazione si realizza più attraverso il controllo della produzione e del consumo da parte dei lavoratori e di una democrazia diretta dal basso verso l’alto, organizzata secondo principi federalisti, piuttosto che con l’istituzione di una nuova frontiera o con la creazione di un nuovo Stato.

Come internazionalisti, sappiamo che la solidarietà tra i lavoratori non deve limitarsi ai confini nazionali, per cui ci importa poco dove questi vengono tracciati. Ciò che ci sembra molto preoccupante è la reazione che si sta vivendo in molte parti del resto dello Stato, con l’esaltazione di uno spagnolismo rancido, che ricorda per lo più epoche passate, coccolato da parte dei media e in sintonia con la deriva autoritaria del governo, viatico per l’imprigionamento di persone accusate di aver convocato atti di disobbedienza o per l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione. Siamo consapevoli che questa epidemia nazionalista pone le basi per ulteriori tagli dei diritti e delle libertà, contro cui dobbiamo agire in modo preventivo. L’asfissiante unità delle cosiddette “forze democratiche” per giustificare la repressione, fa presagire un quadro desolante per tutte le dissidenze future. Sembra che il regime post-franchista che ci governa da 40 anni, serrerà i ranghi per garantire la sua continuità.

Questo regime, che è esistito ed esiste in Catalogna e nel resto della Spagna, ritiene che sia in gioco la sua sopravvivenza. Ampiamente messo in discussione e immerso in una profonda crisi di legittimità, questo regime è allarmato all’accumularsi di fronti aperti. La minaccia per l’integrità territoriale dello Stato si aggiunge agli scandali di corruzione, al discredito della monarchia, alla questione dei salvataggi finanziari e dei tagli che sono stati imposti alla popolazione, al malcontento per la schiavitù nei luoghi di lavoro derivata dalle recenti riforme del lavoro, allungando l’età pensionabile e tagliando gli assegni pensionistici, ecc … Gli appelli continui per difendere la Costituzione devono essere intesi come rintocchi di campane per affrontare questa vera e propria crisi esistenziale in cui versa il regime. Il pericolo è che in questo processo si legittimo e diventino normalità i comportamenti repressivi come quelli recentemente osservati in molte città catalane. O peggio.

Ovviamente non sappiamo in quale senso evolveranno gli eventi. Rimarremo attenti a ciò che succede, pronti a difendere gli interessi dei lavoratori in tutto lo Stato. Ci opporremo con tutte le nostre forze alla repressione e alla legittimazione, già in atto, delle manifestazioni della destra radicale. Naturalmente, non ci metteremo al servizio delle strategie dei partiti politici i cui obiettivi ci sono estranei. Allo stesso tempo, non smetteremo di incoraggiare le mobilitazioni della classe lavoratrice quando è essa stessa a decidere, infine, è il momento di scrollarsi di dosso la dittatura di élite politiche ed economiche che da troppo tempo gestiscono il controllo del territorio per servire esclusivamente i propri interessi. Come sindacati di classe combattivi e libertari saremo nelle strade, nelle mobilitazioni, come abbiamo dimostrato in molte occasioni, contro la repressione, per i diritti e per le libertà, contro i tagli e contro la corruzione.

La crisi catalana può essere il punto di volta di un modello di stato morente. Se questo cambiamento andrà in una certa direzione o in un’altra dipenderà dalla nostra capacità, come classe, di portare il processo in atto nella direzione opposta alla repressione e alla crescita dei nazionalismi. Speriamo che il risultato finale sia più libertà e più diritti e non viceversa. La posta in gioco è alta.

PER I DIRITTI E PER LE LIBERTA’! NO ALLA REPRESSIONE CONTRO LE CLASSI LAVORATRICI!

CGT – Solidaridad Obrera – CNT
(traduzione a cura di Alternativa Libertaria/fdca – Ufficio Relazioni Internzionali)
Link esterno: http://cnt.es/noticias/comunicado-conjunto-de-cnt-cgt-y…lunya

L’assassinio della storia

In e-mail il 4 Ottobre 2017 dc:

Considerazioni Inattuali n°107

25 Settembre 2017

PREMESSA

A proposito di fake news. Un esempio chiaro viene fornito in questi giorni negli Stati Uniti d’America da “La Guerra in Vietnam”, un documentario “kolossal” di 17 ore prodotto dalla rete PBS. Ne abbiamo seguito “on line” le prime due puntate e ci sono bastate. Per chi come noi ha seguito da vicino o da lontano questa violenta e barbarica guerra di aggressione l’indignazione per le mistificazioni, le ipocrisie, le omissioni e i furti di verità è stata o dovrebbe essere unanime. Di questa indignazione si è fatto ammirevole e documentato portavoce John Pilger, famoso nel mondo per le inchieste, i libri, i veri documentari sulle crisi mondiali degli ultimi 50 anni. Segue la traduzione dell’articolo di John Pilger sul tema apparso sulla rete “Counterpunch” il 22 settembre u.s..

Lucio Manisco

L’assassinio della storia

di John Pilger

Uno degli “eventi” più pubblicizzati della televisione americana, “La Guerra del Vietnam”, ha preso il via sulla “Public Broadcasting System”, registi e conduttori Ken Burns e Lynn Novick. Acclamato per i suoi documentari sulla Guerra Civile, la Grande Depressione e la Storia del Jazz, Burns dice di questi suoi filmati sul Vietnam: ”Ispireranno il nostro Paese a discutere e pensare sulla guerra del Vietnam da una prospettiva del tutto nuova”.

In una società spesso privata di memoria storica e schiava della propaganda sul suo “eccezionalismo”, la “prospettiva del tutto nuova sulla guerra del Vietnam” viene presentata come “un’opera epica, storica”. L’imponente campagna pubblicitaria elogia la sua principale finanziatrice, la Banca d’America, la cui sede nel 1971 venne incendiata dagli studenti di Santa Barbara in California come simbolo emblematico della detestata guerra del Vietnam. Burns professa la sua gratitudine “all’intera famiglia della Banca d’America” che “da molto tempo sostiene la causa dei reduci di guerra nel nostro Paese”.

La Banca d’America ha in realtà fornito un sostegno corporativo ad un’invasione che ha provocato la morte di qualcosa come quattro milioni di vietnamiti e devastato ed avvelenato una terra una volta bella. Più di 58.000 i caduti tra i soldati americani e si stima che un numero pressocché uguale di essi si siano suicidati.

Ho visto a New York la prima puntata. Sin dall’inizio non vi lascia alcun dubbio sui suoi intenti. La narrativa esplicita che “la guerra venne varata in buona fede da personaggi onesti sulla base di fatali malintesi, un’esagerata sicumera americana, una generica incomprensione della guerra fredda. La disonestà di queste asserzioni non deve suscitare sorpresa. La cinica fabbricazione di falsi vessilli che portò all’invasione è ormai basata su inoppugnabili documenti. L’”incidente” del Golfo del Tonkino del 1964 – che Burns sostiene sia realmente accaduto – è un esempio indicativo. Le menzogne pullulano in un enorme numero di documenti ufficiali, prime tra tutte le Carte del Pentagono che il grande denunziatore dei misfatti governativi Daniel Ellesberg rese di pubblica ragione nel 1971.

Non c’è mai stata buona fede. La fede è stata sempre marcia e cancerogena. Per me – come dovrebbe essere per molti americani – è molto difficile seguire nel filmato il cumolo di mappe sul “pericolo rosso”, incomprensibili intervistatori, inetti tagli ai materiali di archivio e le disconnesse sequenze dei combattimenti.

Nella serie dei comunicati stampa in Inghilterra – la BBC trasmetterà l’opera – non vengono menzionati i morti vietnamiti, ma solo quelli americani. “Stiamo solo cercando un qualche significato in questa terribile tragedia” è il commento di Novick. Che conclusione dopo un’autopsia! Tutto ciò apparirà familiare a tutti coloro che hanno osservato come il colossale bestiario dei mass media e della cultura popolare americana abbia revisionato e servito in tavola un grande crimine della seconda metà del ventesimo secolo con film quali “The Green Berets”, “The Deer Hunter”, “Rambo” e così facendo ha legittimato le successive guerre di aggressione. Il revisionismo non si ferma mai ed il sangue continua a scorrere. L’invasore viene commiserato e purificato da ogni senso di colpa mentre si cerca “un qualche significato in questa terribile tragedia”. Citiamo Bob Dylan:”Oh, dove sei stato figlio mio dagli occhi azzurri?”.

La onestà e la buona fede hanno richiamato alla memoria le mie esperienze di giovane reporter in Vietnam: la visione ipnotica della pelle che si staccava come vecchia pergamena dai corpi dei bambini napalmizzati e le bombe a cascata che lasciavano gli alberi pietrificati e decorati da brandelli di carne umana. E il comandante americano Generale William Westmoreland che definiva “termiti” questi esseri umani.

All’inizio degli anni ’70 mi recai nella provincia di Quang Ngai, dove nel villaggio di My Lai tra 347 e 500 uomini, donne e bambini erano stati assassinati (Burns preferisce il termine “uccisi”) dalle truppe americane. Allora l’evento venne presentato come un’aberrazione, “una tragedia americana”, come scrisse Newsweek. Si stima che in questa sola provincia 50.000 persone vennero massacrate nell’era americana del “fuoco a volontà”. Omicidi di massa di cui non venne data notizia.

Più a nord nella provincia di Quang Tri vennero sganciate più bombe di quelle sganciate sulla Germania durante la seconda guerra mondiale. Dal 1975, dopo la fine della guerra in Vietnam, gli ordigni inesplosi hanno provocato 40.000 morti, gran parte nel Vietnam del Sud, il Paese che l’America voleva “salvare”, un palese stratagemma imperialista concepito di concerto con la Francia.

Il “significato” della guerra in Vietnam non è stato dissimile dal significato delle guerre genocide contro gli abitanti originari d’America, i massacri coloniali nelle Filippine, le bombe atomiche sul Giappone, tutte le città della Corea del Nord rase al suolo. Questi i traguardi, le finalità illustrate dal Colonnello Edward Lansdale, il famoso uomo della CIA, protagonista centrale de “The Quiet American”, il romanzo di Graham Greene.

Citando Robert in “La Guerra della pulce”, Lansdale dichiarava: ”C’è un solo mezzo per sconfiggere un popolo che si ribella e non si arrende, distruggere quel popolo. C’è un solo modo di controllare un territorio che alimenta la resistenza, farne un deserto”.

Non è cambiato nulla. Quando Donald Trump ha pronunziato il 19 settembre il suo discorso alle Nazioni Unite – un organismo fondato per risparmiare all’umanità il “flagello della guerra” – egli ha proclamato di “essere pronto, disposto e capace” di “distruggere totalmente” la Corea del Nord con i suoi 26 milioni di abitanti. I presenti hanno trattenuto il fiato non credendo alle loro orecchie. Ma non era certo la prima volta che Trump ricorreva ad un linguaggio del genere. Del resto la sua rivale per la presidenza Hillary Clinton aveva vantato di essere pronta ad “annientare” l’Iran, una nazione con più di 80 milioni di abitanti. Questo è l’”american way”, ora solo gli eufemismi sono venuti meno.

Per tornare sugli Stati Uniti, io sono colpito dal silenzio e dalla mancanza di un’opposizione – nelle strade, nel giornalismo, nelle arti – come se il dissenso ieri tollerato dal comune sentire sia oggi tornato ad essere una metaforica resistenza sotterranea. Certo, c’è il vociferare e la furia contro Trump l’odioso, il “fascista”, ma non contro un Trump simbolo e caricatura di un sistema permanente di conquista ed estremismo.

Dove sono andati a finire i fantasmi delle grandi manifestazioni contro la guerra che invadevano Washington negli anni settanta? Dove è finito l’equivalente del movimento per il “congelamento” o blocco degli armamenti che negli anni ottanta sulle strade di Manhattan chiedeva a gran voce al presidente Reagan di ritirare dall’Europa i missili nucleari a media gittata? La mera energia e persistenza morale di questi grandi moti popolari nel 1987 contribuirono in gran parte a convincere Reagan a portare a buon fine il negoziato con Mikhail Gorbachev sul Trattato della Forza Nucleare a medio Raggio che pose fine a tutti gli effetti alla Guerra Fredda.

Oggi, secondo documenti segreti della Nato pubblicati dal quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung, questo trattato vitale verrà probabilmente abrogato di pari passo con l’incremento della pianificazione e individuazione dei bersagli da colpire con armi nucleari. Il ministro degli esteri tedesco Sigmar Gabriel ha levato alto il monito contro “la ripetizione dei peggiori errori della guerra fredda. Vengono posti a grave rischio tutti i buoni patti Gorbachev-Reagan sul disarmo e sul controllo degli armamenti. La minaccia per l’Europa è di diventare nuovamente teatro operativo per l’addestramento all’impiego di armi nucleari. Dobbiamo levare la nostra voce contro questo sviluppo”.

No di certo in America. Le migliaia e migliaia di persone che avevano sostenuto la “rivoluzione” di Bernie Sanders nella campagna presidenziale dello scorso anno collettivamente non hanno detto una parola su questi pericoli. Il fatto che la maggior parte delle violenze dell’America sul pianeta non è stata perpetrata dai Repubblicani o da un loro mutante come Trump, ma da liberal Democratici rimane un tabù. Ad Obama va l’apoteosi, con sette guerre simultanee, un primato presidenziale che include la distruzione della Libia come Stato moderno. La defenestrazione ordinata da Obama del governo eletto dall’Ucraina ha ottenuto l’effetto voluto: il massiccio dispiego delle forze Nato a guida americana su quelle frontiere occidentali della Russia attraverso cui venne lanciata l’invasione nazista del 1941.

La “svolta sull’Asia” di Obama nel 2011 ha dato il via al trasferimento della maggior parte delle forze navali ed aeree sui teatri asiatico e del pacifico con l’unico proposito di confrontare e provocare la Cina. Si può sostenere che la campagna di assassinii in ogni angolo del mondo del Premio Nobel per la Pace sia stata la più estesa impresa terroristica dopo il 9/11.

Quella che negli Stati Uniti passa per “sinistra” si è alleata a tutti gli effetti con i più torbidi recessi del potere istituzionale, principalmente il Pentagono e la CIA, per eliminare qualsiasi accordo di pace tra Trump e Putin, per restituire alla Russia il ruolo di potenza nemica sulla base, priva di prova alcuna, di presunte interferenze nelle elezioni presidenziali del 2016.

Il vero scandalo è la subdola assunzione di poteri da parte di rappresentanti di interessi guerrafondai per i quali nessun americano ha mai votato. La rapida ascesa del Pentagono e delle agenzie per la sorveglianza e il controllo durante l’amministrazione Obama costituisce uno storico trasferimento del potere a Washington. Daniele Ellesberg lo aveva giustamente definito un colpo di Stato. I tre generali che gestiscono Trump ne sono visibili testimoni. Tutto ciò non aiuta a penetrare in quei “cervelli liberali nella salamoia alla formalina della politica d’identità”, come vennero memorabilmente definiti da Luciana Bohne. Mercificata e a prova di mercato la “diversità” è il nuovo marchio di fabbrica: questa non è più la classe che serve il popolo senza differenze di genere e di colore e tantomeno viene menzionata la responsabilità di tutti per fermare una guerra barbarica e porre fine a tutte le guerre.

“Come cazzo si è arrivati a questo punto?” si chiede Micheal Moore nel suo spettacolo a Broadway “Termini della mia resa”, un vaudeville sugli insoddisfatti e arrabbiati che ha come fondale un Trump Grande Fratello. Avevo ammirato il film di Moore “Roger e me” sulla devastazione economica e sociale della sua città natale Flint nel Michigan, anche l’altro film “Malaticcio” sulla corruzione dell’assistenza medica in America. Nello spettacolo dell’altra notte il suo pubblico, tutto felice e battimano, sembrava plaudire alla sua rassicurazione che “noi siamo maggioranza” e il suo invito a “impeach, a destituire Trump, mentitore e fascista”. Un messaggio che sembrava indicare: se turandovi il naso aveste votato per Hillary Clinton la vita avrebbe avuto nuovamente un corso prevedibile.

Può darsi che abbia ragione. Invece di insultare il mondo intero come fa Trump, la “Grande Annientatrice” avrebbe attaccato l’Iran e lanciato missili su Putin, quest’ultimo da lei paragonato a Hitler: un paragone blasfemo se si pensa ai 27 milioni di russi caduti nella resistenza all’invasione nazista.

“Ascoltatemi bene – ha detto Moore – a parte quello che fanno i nostri governi, gli Americani sono amati in tutto il mondo”.

E ci fu il silenzio.

John Pilger
(Da “Counterpunch”, 22 settembre 2017 l’articolo di Pilger anche sul sito http://www.luciomanisco.eu)

Le foibe

In e-mail l’11 Febbraio 2017 dc:

Le Foibe

… Ma nelle Foibe non ci finiranno solo i miliziani fascisti, ci finiranno anche oppositori politici, anche quei partigiani, militanti comunisti di base e anarchici che – pur se in modo estremamente confuso – non guardavano di buon occhi gli intenti nazionalistici e borghesi della resistenza e disertavano le file titine. Persecuzioni portate avanti con ogni mezzo, presumibilmente anche con denunce segrete presso le SS…
Leggi tutto qui sotto dal giornale Comunista Internazionalista Battaglia Comunista del marzo 2011 a pag. 5 link in PDF:

2011-03-01-battaglia-comunista.pdf


Qui sotto Opuscolo di 12 pagine dell’infaticabile Compagno Dino Erba:

  1. [PDF] Nella linea di faglia tra Est e Ovest – Biblioteca Multimediale Marxista
  2. www.bibliotecamarxista.org/…/...


In copertina. Sopra. Incendio dell’Hotel Balkan, avvenuto a Trieste il 13 luglio 1920, da parte delle squadre fasciste, capeggiate da Francesco Giunta e protette da soldati, carabinieri e guardie regie…

STRALCIO…

Su femo i bravi. In fondo xe un brusar Ebrei e Slavi.

CAROLUS CERGOLY,  Fuma el camin, in Ponterosso, Guanda, Parma 1976.

Il riferimento è al forno crematorio della “Risiera di San Sabba” di Trieste,

l’unico operante in Italia, … e xera anca un brusar Italiani…

A Pola xe l’Arena
La Foiba xe a Pisin
Che buta zo in quel fondo
Chi ga certo morbin 
 (1) .
(Canto dei giovani fascisti di Pisino, 1919) 

(1) “A Pola c’è l’Arena, a Pisino c’è la foiba: in quell’abisso vien gettato chi ha certi pruriti.” Lo squadrista istriano Giorgio Alberto Chiurco, nella sua Storia della rivoluzione fascista (Vallecchi Editore, Firenze, 1929) si gloria di un’orrenda serie di violenze, tra cui l’infoibamento di slavi e antifascisti italiani. Cfr. Giacomo Scotti, Foibe e foibe, «Il Ponte della Lombardia», n. 2. febbraio/marzo 1997, numero speciale. 

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CIRCOLO DI INIZIATIVA PROLETARIA
GIANCARLO LANDONIO
VIA STOPPANI,15
-21052 BUSTO ARSIZIO –VA- Italia
(Quart. Sant’Anna dietro la piazza principale)
e-mail:  circ.pro.g.landonio@tiscali.it
……………………………………………….Archivio giornali murali diffusi e affissi in prov. di Varese anno 1996.

Dall’ ex  blog ITALIA ROSSA

Per una soluzione rivoluzionaria della crisi italiana

Domenica, 11 febbraio 2007 (prima edizione)

I morti non sono tutti uguali

Ci sono oppressi e ci sono oppressori; aggrediti e aggressori; vittime e boia .

Solo i primi meritano rispetto

Nelle “Foibe” vennero gettati gerarchi fascisti e nazisti miliziani e collaborazionisti, oppositori vari. La violenza dei partigiani di Tito contro gli invasori fascisti e nazisti, nonché quella dei partigiani triestini, era legittima; fu reazionaria nei confronti di operai e avanguardie comuniste. L’equiparazione postuma dei morti non supera il passato né elimina le responsabilità. La storia non si cancella. Condanniamo il cordoglio odierno, di fascisti e antifascisti, sui morti delle “Foibe” come manifestazione di revanschismo imperialistico e mettiamo in guardia “esuli” italiani e sloveni confinari sulle mire espansionistiche dell’Italia. (Riceviamo e pubblichiamo)

Istria e Trieste, da luoghi di massacri, debbono ritornare centri di INTERNAZIONALISMO PROLETARIO.

Le “ foibe” non furono né un genocidio del totalitarismo “comunista” (non c’era comunismo né in Russia né in Jugoslavia ed è una bestialità allineare Marx – Lenin con Tito, Stalin, Mao, Pol Pot); né una pulizia etnica né una “folle vendetta“ attuata da gente disperata; né una “barbarie di guerra”; né una “grande tragedia”; né altro di consimili cose sciorinano giornali e televisioni con grande noncuranza o mistificazione degli avvenimenti storici. Le “foibe”, cui ci limitiamo a quelle del 1945, furono una pratica di giustiziazione politica attuata dall’esercito di liberazione jugoslavo contro i nazi-fascisti e i loro accoliti che, che con le loro atrocità e invasione, avevano causato la morte di 1.700.000 persone.

La presenza delle truppe di Tito a Trieste e Gorizia va dal 2 maggio al 12 giugno 1945. In questi quaranta giorni ci furono esecuzioni e deportazioni nei campi di concentramento jugoslavi ma non ci fu alcun genocidio o pulizia etnica. L’esercito di Tito epurò le due città essendo nei suoi piani, avvallati da Togliatti, spostare il confine fino al Tagliamento, ma non operò alcuna eliminazione sistematica in base alla nazionalità. Le direttive ai comandanti sloveni erano di arrestare i nemici e di epurare in base all’appartenenza al fascismo (gli sloveni avevano giustiziato più di 10.000 connazionali perché collaborazionisti ).

Dal novembre 1945 all’aprile 1948 sono state recuperate dai crepacci tra Trieste e Gorizia circa 500 salme. Metà erano di militari metà di civili. Le “foibe” furono quindi la modalità esecutiva di un più vasto repulisti politico operato con metodi sommari e feroci da una armata di liberazione nazionale che tendeva a stabilire la padronanza sul campo prima delle trattative di pace in una zona di confine conteso.

Il P.C.I. triestino ammetteva la tattica delle “foibe” raccomandando ai propri militanti di non sbagliare bersaglio e di colpire dirigenti responsabili del regime fascista e della RSI membri della milizia e della guardia repubblichina collaboratori aperti dei nazisti . Quindi scaraventare l’avversario nei crepacci faceva parte della lotta antifascista ed era una giusta reazione alla violenza nera. Questo il contesto storico di allora. Dal 1992 operano 2 commissioni miste, una italo- slovena, l’altra italo-croata, per ricostruire questi episodi. Non c’è molto da scoprire. I fatti storici a parte i dettagli sono noti.

L’unico capitolo da ricostruire è la distruzione dei reparti più combattivi della classe operaia giuliana e delle avanguardie comuniste ad opera congiunta del nazionalismo titino e dello stalinismo del P.C.I. triestino. Ma non ci aspettiamo niente dalle predette commissioni e esortiamo perciò quanti hanno a cuore l’argomento e la possibilità di farlo di cimentarsi in questa ricostruzione.

Che oggi gli ex partigiani si inchinino davanti le “fobie” in compagnia degli ex fascisti , i quali per quaranta anni ne hanno fatto un vessillo speculando sul dramma dei profughi da loro creato, non ci sorprende affatto. Fascismo e antifascismo sono due facce della stessa medaglia borghese e già nell’89 il P.C.I. di allora aveva deposto i primi fiori alla “foiba” di Basovizza. Ma è un incolmabile atto di ipocrisia sostenere che tutti i morti sono uguali e che la violenza parifica i soggetti. Nossignori. Le repressioni, le atrocità, gli stermini degli imperialisti e degli oppressori non possono essere equiparati alle uccisioni e violenze dei movimenti nazionali né tantomeno a quelli degli oppressi. La persona umana non è un’entità astratta; è una cellula sociale; e ha un posto di serie A-B-C-D a seconda che appartenga a questa o quella classe, in vita e in morte. Quindi si abbraccino pure i nemici di ieri la storia non si cancella.

E’ logico che ogni qualvolta si parla di “foibe” il clima per gli italiani dell’ex Istria si fa più pesante in quanto cresce l’ostilità di sloveni e croati. Certo che la raggiunta unità post-fascista di ex camice nere e di ex partigiani non prelude a nulla di buono. Essa esprime la grande voglia dei gruppi economico-finanziari e militari di ritornare da padroni in queste terre ed è dunque foriera di nuove e più sanguinose avventure.

I MORTI NON SONO TUTTI UGUALI: CI SONO OPPRESSI E CI SONO OPPRESSORI, AGGREDITI E AGGRESSORI, VITTIME E BOIA.  SOLO I PRIMI MERITANO RISPETTO.

                                                                    Articolo del suppl. al giornale murale di Rivoluzione Com. del 15 settembre 1996, affisso negli ambienti proletari anche recentemente in provincia di Varese.

 —Edizione a cura di—
RIVOLUZIONE COMUNISTA
SEDE CENTRALE: P.za Morselli 3 – 20154 Milano
e-mail: rivoluzionec@libero.it
http://digilander.libero.it/rivoluzionecom/

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Alla ricerca del proletariato perduto. Le tante storie del comunismo italiano.

In e-mail il 18 Maggio 2016 dc:

Alla ricerca del proletariato perduto. Le tante storie del comunismo italiano.

Recentemente, sono stati pubblicati alcuni libri sul comunismo italiano che, sotto differenti profili, propongono una panoramica utile per capire e affrontare la storia del movimento comunista che in Italia, ebbe un’evoluzione e un’involuzione del tutto particolari.

Il comunismo italiano generò infatti una tendenza marxista rivoluzionaria (la cosiddetta Sinistra comunista «italiana») che, seppure in ambiti limitati, ha avuto un rilievo politico e teorico a livello internazionale[1]. Al tempo stesso, ha generato una tendenza nazional-popolare che si è proposta come alternativa sia al modello politico di matrice sovietica sia alla socialdemocrazia classica. Seppure implicitamente, questi libri sottendono le implicazioni che le specificità storiche e sociali italiane ebbero sulla nascita e gli sviluppi del movimento comunista, sia nella versione rivoluzionaria internazionalista sia in quella moderata nazional-popolare.

Le metamorfosi politiche, ovviamente, hanno coinvolto socialmente il proletariato, il cui ruolo, nel corso degli anni, veniva però sminuito e, alla fine, svaniva del tutto. Motivo per cui, le ricostruzioni storiche del movimento comunista italiano spesso perdono di vista il vero protagonista della storia. Cerchiamo di rintracciarlo.

Un esempio di concezione politologica della storia

[Rivoluzione Comunista], La fine del P.C.d’It. Il Congresso di Lione 1926, Vol. V, Edizioni L’Internazionale, Milano, 2015.

Il volume fa parte della Storia documentaria del comunismo italiano pubblicata degli internazionalisti di Rivoluzione Comunista. Dedicato a un nodo cruciale nella storia del comunismo italiano, il Terzo congresso del Partito comunista d’Italia (Lione, 1926), il volume è assai più ponderoso, rispetto ai quattro precedenti, le pagine sono 470. Raccoglie una gran mole di documenti, molti dei quali inediti o poco conosciuti, accompagnati da brevi note.

I documenti sono sicuramente interessanti, in quanto trattano un periodo estremamente denso di eventi di grande rilievo sia per l’Italia che per l’Unione Sovietica. In Italia il fascismo divenne regime; in Unione Sovietica si affermò la tesi di Stalin-Bucharin sulla possibilità del socialismo in un solo Paese.

Sono eventi politici che, a distanza di quasi un secolo, richiedono una contestualizzazione storico-sociale che spieghi in quali frangenti avvennero.  La spiegazione è invece del tutto assente. È un’assenza assai grave, tenendo conto che nella breve introduzione al volume (37 pp) ci sono anatemi perentori in merito a questioni tutt’altro che scontate (se non con il senno di poi, di cui son piene le fosse): questioni come appunto il «socialismo in un solo Paese», la «bolscevizzazione» dei partiti della Terza Internazionale, il fascismo e l’antifascismo, con tutti gli eventi di contorno. Dulcis in fundo, l’introduzione si conclude con la sentenza che a Lione si consumò la sconfitta del comunismo rivoluzionario a favore del nazional-comunismo di matrice stalinista.

Per inciso, tra le cause della sconfitta, viene annoverata la responsabilità politica della Sinistra comunista «italiana» che aveva in Amadeo Bordiga in suo punto di riferimento e, in generale, anche della corrente di opposizione di matrice trotzkista. Sono affermazioni pesanti che dovrebbero essere argomentate. E, soprattutto, tutti i giudizi espressi dovrebbero essere sostenuti da una pur breve definizione del periodo storico in cui quegli scontri politici avvennero. Altrimenti si cade in petizioni di principio che lasciano il tempo che trovano. Come devo tristemente constatare.

E devo infine constare che in questa esposizione è del tutto evanescente la lotta sociale, la lotta tra le classi, mentre prevale una concezione politologica della storia. Ovvero la «lotta delle idee». Stravagante visione per chi si richiama al marxismo. D’altro canto, analoga via hanno battuto i fratelli (coltelli) di Programma Comunista nella Storia della sinistra comunista da loro curata, con la parziale eccezione del Primo volume (1964), curato personalmente da Amadeo Bordiga[2].

Opera inutile? No, la raccolta propone un’apprezzabile documentazione, soprattutto dove il confronto politico mostra spunti analitici il cui approfondimento consentirebbe di dare dignità storiografica a studi che, altrimenti, non escono dalle secche della politologia. Ed è questo il lavoro che sarebbe da fare.

Le aberrazioni della politologia

Corrado Basile, L’«ottobre» tedesco del 1923 e il suo fallimento. La mancata estensione della rivoluzione in Occidente, Colibrì, Paderno Dugnano (Milano), 2016.

Il libro rilancia la tesi di Corrado Basile già avanzata in precedenza[3]. E già in precedenza, avevo evidenziato le aberrazioni politologiche insite in quella tesi, in particolare laddove Basile esaminava la risposta di Bordiga alla proposta di Karl Korsch (1926) di dar vita a una corrente internazionale di opposizione alla degenerazione del Komintern[4].

Questione cui fa cenno anche il libro di Rivoluzione Comunista (p. 348), esprimendo una valutazione critica analoga a quella di Basile.

Nella sua ricostruzione del cosiddetto «Ottobre tedesco» del 1923 Basile aveva posto i presupposti di una visione meramente politologica che sfocia nel (social) nazionalismo «rivoluzionario». Più recentemente, ho sottolineato come il suo tormentato iter politico fosse approdato all’antiamericanismo più becero, spacciato per antimperialismo, finendo nelle allegre schiere della brigata dei nostalgici di baffone e dei negazionisti olocaustici[5].

Sia ben chiaro che non faccio alcuna analogia tra le aberrazioni di Basile e l’ingenua ricostruzione che Rivoluzione Comunista fa di quel periodo (1926). Voglio solo denunciare i rischi di una simile impostazione storiografica, cui contrappongo l’esempio di Danilo Montaldi.

Un tentativo di concezione materialistica della politica

Danilo Montaldi, Saggio sulla politica comunista in Italia (1919-1970), Centro d’Iniziativa Luca Rossi (Milano) – Colibrì, Paderno Dugnano (Milano), 2016. Nuova Edizione[6].

Finalmente, dopo anni d’attesa, ecco la nuova edizione del prezioso saggio di Danilo Montaldi, corredata con note che ne accompagnano la lettura dopo i decenni trascorsi dalle questioni e dagli eventi affrontati.

Lo definisco «tentativo» in quanto la morte accidentale di Danilo (1975) interruppe la sua difficile impresa che, tra l’altro, si arresta al 1970, un anno alla soglia di eventi (il compromesso storico) che avrebbero portato allo scoperto la natura retriva del Partito comunista italiano di fronte alle prime tensioni sociali alimentate dall’incipiente crisi del modo di produzione capitalistico.

Ci sono gli inevitabili difetti di tutte le opere postume (se non incompiute) e, di conseguenza, la lettura non è sempre agevole. Ma è l’impresa stessa che è stata quanto mai impegnativa e le lettere incluse nella nuova edizione documentano le difficoltà incontrate.

Nel dipanare i momenti salienti del comunismo italiano, spesso, l’autore passa da un argomento all’altro, evocando episodi e persone che, quando scriveva, erano stati sommersi dalla coltre d’oblio della storia scritta dai vincitori. E, solo in seguito, sarebbero riemersi nelle successive ricostruzioni storiche, svolte anche grazie al fondamentale contributo e, soprattutto, grazie allo stimolo politico di Montaldi. E allora avrebbero riconquistato significato politico e validità storica.

La storia del comunismo italiano è strettamente intrecciata alle vicende della Russia sovietica, nelle cui circonvoluzioni bisogna trovare il bandolo della matassa. Pur affrontando problematiche politiche, Montaldi cerca sempre il contatto con la realtà sociale italiana che, nel corso di mezzo secolo, aveva subito notevoli mutamenti. L’«espe-rienza proletaria» è il filo conduttore attraverso cui egli intende mostrare come il sentimento anti-nazionale (se non internazionalista) maturato dai proletari italiani durante la Prima guerra mondiale e che animava lo spirito del Partito comunista d’Italia nel 1921, sarebbe stato riconvertito, o meglio costretto, nell’alveo nazionale (se non nazionalista), da Antonio Gramsci, con illusioni progressiste (se non rivoluzionarie), e da Palmiro Togliatti, in nome di una realpolitik squisitamente conservatrice.

Stalin fu complice, fu il pretesto, e non l’artefice dell’involuzione nazional-popolare, come spesso si dice. Fu questa metamorfosi maturata a Lione nel 1926 a creare le premesse del grande partito nazional-popolare che, pur cambiando pelle, è giunto fino ai giorni nostri, svolgendo sempre un ruolo di primo piano nell’amministrazione e nel governo del Bel Paese. Caso unico, nel panorama dei Partiti comunisti europei nati nell’ambito della Terza internazionale. E questo bel risultato, grazie a quel nazionalismo cui Basile attribuisce valenze rivoluzionarie.

Segnalo altri tre libri che sono meno significativi per la storia della Sinistra comunista italiana, ma che offrono interessanti spunti di riflessione per la storia del Partitone. E dei proletari …

Adriano Guerra, Comunismo e comunisti. Dalle «svolte» di Togliatti e Stalin del 1944 al crollo del comunismo democratico, Dedalo, Bari, 2005.

Non è recentissimo ed è un po’ cerchiobottista, ma la sua documentazione è assai utile per capire i rapporti che il Pci ebbe con Mosca. Certamente, furono rapporti difficili, ma anche nei momenti più caldi non ci fu una piatta subordinazione. Togliatti e il gruppo dirigente da lui forgiato (il partito «nuovo») seppero infatti trovare le soluzioni «creative» per stabilire un equilibrio con la «casa madre» che consentisse autonomia al partito italiano.

Il frutto di quella «creatività» fu la «via nazionale al socialismo», il cui percorso avvenne sempre all’insegna della massima prudenza (come dicono i preti). Queste esperienze contribuirono a creare i cauti equilibri politici, interni ed esterni, in cui si plasmò il partito nazional-popolare di Togliatti e di Berlinguer, «partito di lotta e di governo». Nonostante il profilo basso della sua azione politica, il Pci riuscì sempre a riassorbire il dissenso, anche di fronte a drammatici eventi (Ungheria, 1956) o a forti tensioni sociali (la contestazione studentesca e l’«autunno caldo» nel biennio 1968-1969). Ma prudenza e cauti equilibri finirono per ingabbiare in schemi politici obsoleti le dinamiche sociali scaturite dal boom economico. Il risultato furono ibridi compromessi, sulla pelle dei lavoratori del braccio e della mente.

Sull’altro versante, intanto, il partito concorrente, la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi, aveva vissuto una situazione analoga, dovendo fare i conti con la tutela Usa. Ne derivarono scelte politiche deteriori che distorsero il successivo sviluppo della società italiana. Contro le nefaste conseguenze delle ingerenze vatican-yankee, il Pci fece un’opposizione di facciata, tanto chiassosa quanto inconcludente[7], favorendo invece gli inciuci che furono la strisciante premessa del futuro compromesso storico, quello che Guerra chiama «comunismo democratico»! I frutti avvelenati si vedono oggi, con il Partito Democratico, in cui son confluite le anime dannate del Pci e della Dc[8].

Franco Andreucci, Da Gramsci a Occhetto. Nobiltà e miseria del PCI 1921-1991, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2014.

Nonostante contenga  una gran mole di informazioni e di riferimenti, il libro non ha citazioni bibliografiche, salvo rimandare il tutto alla vasta bibliografia finale. L’autore, benché sia uno «storico di professione», ha scelto un taglio  giornalistico, a tutto vantaggio di una lettura molto scorrevole. Penso che sia stata una scelta voluta, per esprimere giudizi spassionati sulle vicende  del comunismo italiano, senza dover fornire «pezze giustificative» a ogni piè sospinto.

L’autore è stato un «intellettuale organico» e ha vissuto a stretto contatto con gli ultimi 25 anni del Pci, ne ha studiato la storia e ha curato la pubblicazione delle opere del suo leader massimo. Inoltre, ebbe anche incarichi politici a livello istituzionale. Andreucci parla quindi con cognizione di causa e con un pizzico di comprensibile risentimento, soprattutto quando evoca un clima poco edificante di relazioni umane[9]. In realtà porta solo allo scoperto lati non troppo «oscuri», dopo che tanta acqua è passata sotto i ponti del Partitone.

Il libro è un drammatico affresco sociale di quel «popolo della sinistra» che, per settant’anni, affrontò grandi sacrifici, rischiando la vita in nome di un ideale. E questa è la Nobiltà.

I sacrifici potevano essere sorretti solo da grandi aspettative, da un sogno, il comunismo, che bisognava saper alimentare. Fu alimentato sfruttando il mito sovietico, e, aimè, quella realtà non era proprio il «paradiso in terra». Anzi, era un inferno. Nonostante ciò, la pillola veniva addolcita, per far accettare a operai e contadini scelte politiche fallimentari.

E tutte le volte che la disillusione subentrava bisognava saperla gestire, possibilmente a vantaggio del Partito. E, in questo, Togliatti & Co. furono maestri, trasformando le sconfitte in vittorie. E questa è la Miseria.

Miseria tanto più deprecabile quanto più il disastro sovietico divenne palese. In Italia, il sipario venne calato sullo spettacolo del comunismo .

Fu allora che i corifei delle menzogne divennero i più spietati accusatori della prospettiva stessa della rivoluzione e del comunismo[10].

I proletari poterono solo leccarsi le ferite. E non hanno ancora smesso.

Roberto Festorazzi, Rivoluzionari. Il secolo comunista raccontato da Gino Longo, Pietro Macchione Editore, Varese, 2016.

Gino (Luigi Libero) Longo è il figlio di Luigi, «vice capo amato» del Partito comunista italiano. Nel corso della sua lunga vita, è nato nel 1923, Gino Longo ha vissuto la parabola del movimento comunista internazionale di matrice sovietica e ne ha conosciuto molti esponenti. Nel 1991, dopo l’ultima (ma non ultima) metamorfosi del Partitone, ha posto fine alla sua lunga militanza, smettendo anche di votare, e ha stilato un memoriale di duemila pagine. Sono ricordi vissuti in presa diretta, conditi con qualche simpatico e pungente pettegolezzo. Roberto Festorazzi ne ha fatto una sintesi (solo 330 pagine), di piacevole e, per certi versi, sorprendente lettura. Molti episodi e molti leader sono ricondotti a dimensioni ben più piccole da quelle tramandate da un’agio-grafia ancora persistente. Ma soprattutto a sorprendere sono le opinioni del «vecchio marxista». Un esempio, per restare in argomento, è il giudizio sul congresso di Lione:

«Soltanto con il III Congresso di Lione del 1926, Gramsci scalzerà definitivamente Bordiga dalle posizioni di predominio, dentro il Pci, avviando quella pericolosa deriva verso l’imitazione dei modelli staliniani che minerà a fondo l’indipendenza e l’originalità del partito italiano». [p. 30]

E sempre per restare in argomento, altrettanto sorprendente è la valutazione della natura economica e sociale sovietica che Longo assimila al modo di produzione asiatico (dispotismo orientale), grazie all’ardito passaggio dall’antistatalismo di Karl Marx allo statalismo di Fedinand Lassalle, operato da Stalin.

Peccato che questi e altri eloquenti giudizi ci giungano fuori tempo massimo. Ma forse non è mai troppo tardi …

Dino Erba, Milano, 18 maggio 2015.

Di seguito, due piccole note che dovrebbero far riflettere i nostalgici del vecchio Pci.

La prima nota è un esempio dell’ardito trasformismo che brillò in occasione delle elezioni amministrative del 1956 e che preannunciò la cosiddetta operazione Milazzo, ovvero il sostegno all’elezione dell’ex DC Silvio Milazzo alla presidenza della Regione siciliana (1958) che vide il Pci e il Msi alleati «in nome dei superiori interessi dei siciliani».

Milazzo, espulso dalla Democrazia Cristiana, aveva dato vita all’Unione Siciliana Cristiano Sociale. Auspice dell’operazione (benedetta da Togliatti) fu Emanuele Macaluso che oggi fa il moralista.

La seconda nota mostra in modo inequivocabile il radicale sentimento antistatale di Karl Marx. Soprattutto, ci dice che il vecchio Karl qualificò «merda dello Stato» quella burocrazia che poi volle «costruire il socialismo» a proprio esclusivo vantaggio. E non solo in Russia … Ma questa è un’altra storia.

Entrambi gli articoletti sono tratti da: «il Programma Comunista», a. V, n. 12, 5-12 giugno 1956.

[1] Vedi il recente: Philippe Bourrinet, Internationalisme ou «national bolchevisme». Le deuxième congrès du Kapd (1er- 4 août 1920). Le «congrè des dècisions» èliminations du national-bolchevisme, Parti, Unions et IIIe Internaionale, Edizione a cura di Philippe Bourrinet, Parigi, 2014.
[2] [il programma comunista], Storia della sinistra comunista, Edizioni il programma comunista, Milano, 1964. Disponibile in: http://www.quinterna.org/.
[3] Victor Serge, Germania 1923. La rivoluzione mancata, Con un saggio introduttivo di Corrado Basile, In Appendice: Karl Radek, Paul Frölich, Arthur Moeller van der Bruck, Ernst Reventlow. Comunismo e movimento nazionale. Shlageter, un confronto, Graphos, Genova, 2003.
[4] Vedi: Dino Erba, Presentazione alla seconda edizione in: Dino Erba, Ottobre 1917 – Wall Street 1929. La Sinistra comunista italiana tra bolscevismo e radicalismo: la tendenza di Michelangelo Pappalardi, Quaderni di Pagine Marxiste, Milano, 2010 (2a ed.).
[5] Vedi: Dino Erba, Corrado  Basile alla Calusca: una brutta faccenda. I fascisti son sempre fascisti, anche se tinti di rosso, Milano, 23 marzo 2015.
[6] Con l’occasione, ricordo la relazione inedita di Arturo Peregalli presentata al Dibattito su Danilo Montaldi (Centro Sociale Scaldasole, Milano, 1 febbraio 1992), disponibile nel sito: http://www.avantibarbari.it/
[7] Vedi: Ermanno Rea, Mistero napoletano. Feltrinelli, Milano, 1995. Il libro è uno spaccato di proto iniciucio, foriero di grandi disastri, che provocò l’intervento risentito dell’ineffabile Giorgio Napolitano.
[8] A questo proposito, ricordo il recente: Massimo Teodori, Il vizietto cattocomunista. La vera anomalia italiana, Marsilio, Venezia, 2015.
[9] Una descrizione di quel bel clima in: Guido Morselli, Il comunista, Adelphi, Milano, 1976. Nel 1965, Morselli lo aveva ingenuamente proposto all’Einaudi, il direttore editoriale era  Italo Calvino che lo respinse con le motivazioni tipiche di un buon gesuita zdanoviano.
[10] Un esempio tra i tanti, Maria Antonietta Macciocchi che non smise mai di raccontar balle. Leggi una perla: Franco Andreucci, Da Gramsci a Occhetto, op. cit., p. 258.

Un pericloso slalom tra razzismo occidentale e fanatismo islamico

da Dino Erba tramite e-mail al Circolo Culturale Giordano Bruno di Milano, 21 Gennaio 2015 dc:

Un pericloso slalom tra razzismo occidentale e fanatismo islamico

Di fronte al raid contro la redazione di «Charlie Hebdo», la sinistra radicale, di orientamento comunista e anarchico, si è divisa tra l’ingenua difesa della «libertà» e l’ingenua solidarietà agli islamici.

In un mondo dove non c’è spazio per le ingenuità, la difesa della libertà si traduce in difesa dell’Occidente mentre la solidarietà agli «islamici» si traduce in difesa di regimi regressivi e oscurantisti.

Sono dilemmi che, sostanzialmente, affogano i proletari dei Paesi islamici nel fanatismo religioso, dimenticando peraltro la resistenza kurda contro Isis. Tutt’ora in corso.

Peso del passato e incubi del presente

In entrambi i casi manca una visione che sappia emanciparsi dalle scorie del passato, religiose o laiche, che sono sempre succube delle ideologie dominanti. L’emancipazione ideologica è il presupposto per la critica teorica (e quindi per il superamento pratico-politico) di «questa valle di lacrime», ossia dell’attuale società basata sui rapporti di produzione capitalistici.

È proprio vero, le vecchie idee e le vecchie tradizioni pesano come un macigno nella testa degli uomini. Anche nelle teste di coloro che vorrebbero essere rivoluzionari. E li tengono alla superficie apparente dei fenomeni, senza far loro vedere che cosa, in realtà, ribolle al di sotto.

Come ho già scritto, i valori dell’Occidente sono il frutto dell’Illuminismo, che è intriso di razzismo, anzi è la culla ideologica del razzismo grazie al quale viene legittimata l’oppressione e lo sfruttamento dei «diversi» (meglio se poveri e colorati).

Con questi presupposti «libertari», discutibili ma, se proprio vogliamo, in astratto accettabili, a favore di «Charlie Hebdo» viene invocata una libertà d’espressione francamente metafisica. La libertà di espressione segue una sua evoluzione storica e sociale: libertà di chi e libertà per che cosa?

La satira è la voce dell’oppresso contro l’oppressore e ha una decisa connotazione eversiva, altrimenti scade nella facile ironia o, peggio, nel dileggio, come a suo tempo le vignette naziste del «Kladderadatsch» sugli ebrei (o sui negri), che a volte potevano anche essere «gustose» ma erano decisamente razziste.

«Charlie Hebdo» si barcamenava tra queste due sponde, tra la satira e la facile ironia, ma senza grandi successi, poiché le vendite stagnavano sotto le 50mila copie; «Il Vernacoliere» è sulle 35mila copie, certo è mensile ma ha una diffusione in gran parte regionale. I numeri sono sempre eloquenti!

Le avanguardie della regressione

La solidarietà agli «islamici» tocca un tasto più complicato, poiché porta allo scoperto il Dna cattolico che in Occidente, e soprattutto in Italia, interagisce con il successivo mutamento genetico illuministico. Questo mix di tradizione & progresso (e moralismo) caratterizzò il terzomondismo italiano negli anni Sessanta e, nel decennio successivo, confluì nei movimenti della «nuova sinistra», con effetti più o meno significativi ma pur sempre con una prevalente accentuazione «progressista».

Con il riflusso di fine decennio rifluì anche l’accentuazione «progressista», lasciando spazio a pulsioni moderate se non reazionarie. Gli effetti furono comunque politicamente aberranti.

Tra le cause scatenanti della regressione ideologica ci furono i giudizi espressi sull’onda della cacciata dello scià (1979), capo di una dittatura sanguinaria e legata a filo doppio agli Usa, in funzione di gendarme di quell’area, cerniera tra Medio Oriente e Asia centrale.

Tuttavia, il regime dello scià aveva anche varato alcune significative riforme economiche, nell’industria e nelle campagne. Sul piano sociale aveva migliorato la condizione femminile: istruzione, lavoro, divorzio, diritto di voto.

Queste riforme ed altre di stampo «occidentalista» in materia religiosa avevano suscitato l’opposizione del clero scita e delle mafie dell’assistenzialismo religioso (bonyad)[1] che seppero cavalcare a proprio vantaggio il crescente malcontento, provocato dalle difficoltà economiche di larga parte della popolazione operaia, contadina e commerciale (bazari), cui il regime rispondeva con violente repressioni.

Scelta scellerata in linea coi tempi

Il Comitato Rivoluzionario guidato dall’ayatollah Kohmeini trovò imprevisti sponsor in Occidente, tra ex gauchistes, in cerca di «nuove emozioni» dopo le delusioni di un socialismo reale ormai appannato e poco appetibile, in Cina come in Urss, e con Cuba sul viale del tramonto.

Nonostante l’opposizione al regime dello scià fosse assai articolata, comprendeva liberali, comunisti (e non tutti filo sovietici), nonché il movimento di liberazione kurdo, in Italia le apparenze prevalsero. In nome dello sciocco concetto che «il nemico del mio nemico è mio amico», il quotidiano «Lotta Continua» e Radio Popolare[2] alimentarono la simpatia per l’ayatollah Khomeini, facendolo diventare simbolo di una rivoluzione di nuovo modello contro l’omologazione capitalistica made in Usa dello scià. Dipingevano una fantasiosa immagine di una situazione sociale assai più intricata.

In  realtà, gli ayatollah furono gli artefici di una controrivoluzione preventiva che rimodellò l’establishment iraniano attraverso un cambio della guardia a proprio esclusivo vantaggio.

Regressione continua

Che dire dei fan occidentali di Khomeini? Ingenuità? Demenza? Collusione? Ardua sentenza. Pur considerando che anche in Italia erano presenti e vive organizzazioni e voci in lotta sia contro lo scià e sia contro Khomeini, di cui il volantino dei Mojahedin del popolo iraniano[3], qui riprodotto, è un’evidente testimonianza che denuncia la sanguinaria repressione dei preti boia di Teheran. Ma c’è poco da fare, quando il vento del riflusso sociale ti oscura la vista.

A portar acqua al mulino della regressione politica, c’era anche il Pci[4], non c’è da stupirsi. Rispetto ai fan gauchistes, il Pci si comportava con una maggiore cautela che era dettata dai suoi legami con l’Urss. Mosca era infatti preoccupata per movimenti islamisti che avrebbero potuto contagiare le vicine repubbliche sovietiche e, soprattutto, avrebbero potuto incrociarsi con l’incombente disastro afghano. Come avvenne alla fine del 1979, con l’invasione sovietica dell’Afghanistan.

Si aprì allora una nuova diatriba tra i difensori della civiltà «sovietica», comunque esportata, e i difensori della libertà «religiosa», comunque intesa. La successiva evoluzione della situazione afghana ha sparso le sue metastasi in giro per il mondo, generando devastanti mutazioni genetiche nelle ideologie politiche.

Le conseguenze sono sotto i nostri occhi e dovrebbero mostrare le perverse implicazioni di questa contrapposizione tra tesi che sono entrambe figlie di un passato remoto e che sarebbe bene seppellire. Almeno con le armi della critica, prima di passare alla critica delle armi.

Altrimenti, la critica delle armi continueranno a farla mangia-preti razzisti & bacia-pile integralisti … E intanto i nazionalismi sono sempre in agguato. Ma questa è un’altra storia.

O no?

[1] Le bonyad sono fondazioni esentasse, sul loro giro d’affari vedi: Alberto Negri, La fondazione di Khamenei che vale di più dell’export iraniano, «Il Sole 24Ore», 3 dicembre 2013.
[2] Vedi: Carlo Panella, Ayatollah atomici. Tutto quello che non ho capito della Rivoluzione iraniana 1978-1979, Mursia, Milano, 2010. Il libro è un tardivo mea culpa dell’autore delle corrispondenze a «Lotta Continua» e a Radio Popolare che provocarono il disastro ideologico, trovando comunque un terreno fertile o già fertilizzato. A onor del vero, il mea culpa rincara la dose; si capisce quindi come mai Panella, invece di sparire dalla scena giornalistica, sia divenuto sodale di Giuliano Ferrara, di Emilio Fede, di Paolo Liguori …, a Mediaset, a contar balle. Dal 2007, collabora anche col quotidiano telematico «L’Occidentale». [http://www. informazionecorretta.com/ – http://www.ilvelino.it/it/article/2014/06/28/la-rivoluzione-iraniana-fine-di-unillusione-genesi-del-terrorismo-islamico/ecc
[3] I Mojahedin del popolo iraniano (o Esercito di liberazione nazionale dell’Iran) sono un movimento politico progressista che, in origine, cercò di conciliare l’islam con una visione sociale «marxista». In seguito è approdato a un riformismo di stampo socialdemocratico. Ciò nonostante, fino al 2009 l’Unione Europea la considerò un’organizzazione terroristica. Obama sta ancora pensando se toglierla dalla black list…
[4] Maurizio Caprara, Il comunista Minucci «Khomeini fu una liberazione, il Pci non sbandò». Il direttore di «Rinascita»: «Quegli ayatollah hanno avuto il grande merito di rompere le catene del regime dello Scia», «Corriere della Sera», 17 luglio 1999 [http://archivio storico.corriere.it/1999/luglio/17/Khomeini_una_liberazione_Pci_non_co_0_9907177161.shtml].