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La grande adunata degli Alpini e la piccola adunata dei (gesti) refrattari

In e-mail l’8 Maggio 2019 dc:

La grande adunata degli Alpini e la piccola adunata dei (gesti) refrattari

Un po’ di storia in tempi di amnesia interessata

In guerra la prima vittima e “la verità”.

Eschilo

La Prima guerra mondiale è costata al proletariato italiano 680 mila morti, mezzo milione di invalidi e mutilati, un milione di feriti.

A conferma del fatto che, tolti i cenacoli nazionalisti e le ridotte schiere dell’interventismo cosiddetto democratico o “rivoluzionario”, la gran massa dei coscritti visse la guerra come tragica fatalità o come immane macello a cui sottrarsi, parlano gli atti dei tribunali militari: 870 mila denunce, delle quali 470 mila per renitenza; 350 mila processi celebrati; circa 170 mila pene detentive, tra le quali 15 mila all’ergastolo; 4028 condanne a morte (in gran parte in contumacia), delle quali 750 eseguite.

Un numero, quest’ultimo, assai superiore a quello delle condanne capitali eseguite in Francia (600), Gran Bretagna (330) e Germania (meno di 50), nonostante la più lunga partecipazione al conflitto e il maggior numero di soldati impegnati dai rispettivi eserciti.

I numerosi atti di ribellione e di ammutinamento – dallo “sciopero” per le mancate licenze agli spari in aria, al fuoco indirizzato contro gli ufficiali particolarmente odiati – hanno incontrato una repressione spietata, fatta di decimazioni, di fucilazioni sommarie, di spari alle spalle da parte dei carabinieri, il cui ruolo era quello di spingere anche con le baionette i soldati fuori dalle trincee durante gli assalti suicidi ordinati dai comandanti per conquistare qualche metro di territorio nemico.

Tra i generali, «che la guerra l’avete voluta,/ scannatori di carne venduta/ e rovina della gioventù» (Gorizia tu sei maledetta), oltre a Cadorna, «nato d’un cane» (E anche ar me marito), si distinsero nelle fucilazioni sommarie Andrea Graziani, Gugliemo Pecori Giraldi e Carlo Petitti di Roreto, a cui ancora oggi sono intitolati monumenti, vie, piazze, targhe commemorative e rifugi montani (come il rifugio Graziani ai piedi del Monte Altissimo in Trentino).

Al tempo della guerra contadini e contrabbandieri si mettevano delle foglie di Xanti-Yaca sotto le ascelle per cadere ammalati. Le febbri artificiali, la malaria presunta di cui tremavano e battevano i denti, erano il loro giudizio sui governi e sulla storia (Vittorio Bodini).

Va detto che, dal punto di vista dei rapporti fra Stati, il governo italiano attaccò un governo – quello austro-ungarico – con cui era precedentemente alleato. Se la nozione di «guerra difensiva» è quasi sempre una mistificazione, nel caso dell’entrata in guerra dell’Italia nel «radioso maggio» del 1915 è palesemente falsa.

 

Nelle Province austro-ungariche di Trento e Trieste vengono arruolati circa 120 mila «italiani d’Austria», spediti in gran parte sul fronte orientale (Galizia, Bucovina, Volinia) a contrastare le truppe russe.

Un soldato su cinque vi trova la morte, per lo più nei primi mesi di combattimento. Molti altri finiranno prigionieri nei campi o nelle infinite distese della Siberia. Guardati con sospetto in quanto potenziali «filo-italiani» dagli ufficiali austro-ungarici e poi come potenziali «austriacanti» dalle autorità italiane, per molti l’odissea dell’internamento continuerà anche in Italia a guerra finita. I «redenti», cioè quelli che dopo la disfatta austro-ungarica in Russia si arruolarono nel regio Corpo Italiano di spedizione in Estremo Oriente (Cseo), parteciparono alla repressione bianca contro la rivoluzione russa. Altri, disertando, si arruolarono nell’Armata rossa.

A tutto ciò vanno aggiunte le migliaia di profughi spediti dal Trentino ai «campi di baracche» dell’Alta Austria, tra fame, malattie e ostilità della popolazione locale.

Se in Trentino gli arruolati nell’esercito austro-ungarico furono 60 mila, i volontari che passarono nelle file italiane furono 687, tra i primi dei quali il deputato socialista e ufficiale degli Alpini Cesare Battisti. Se i coscritti furono in gran parte contadini, i volontari «irredentisti» furono per lo più di estrazione borghese.

Gli operai e i contadini sopravvissuti trovarono, al ritorno dal fronte, fame e disoccupazione al posto del lavoro e delle terre promessi. Viceversa, per la classe dominante in generale e per gli industriali degli armamenti in particolare il conflitto fece aumentare vertiginosamente i profitti.

Frutto avvelenato della “Vittoria” e dell’ubriacatura nazionalista fu, di lì a poco, il fascismo. Non a caso, uno dei primi provvedimenti di Mussolini al potere fu la chiusura della assai timida «inchiesta sui profitti di guerra», il che permise agli industriali (in particolare agli Ansaldo, tra i maggiori finanziatori del «Popolo d’Italia» e poi delle camicie nere) di non risarcire nemmeno una lira per le forniture militare di cui avevano gonfiato a dismisura il valore.

Il 3 novembre 1918 le truppe italiane entrano a Trento, mentre ciò che rimane dell’esercito austro-ungarico si ritira verso nord. L’esercito italiano il 4 novembre è a Salorno, il 6 a Bolzano, il 10 al passo del Brennero. Il comandante in capo sul fronte trentino è il fucilatore di ammutinati Guglielmo Pecori Giraldi.

Se l’«italianizzazione» del Trentino, dove la popolazione tedesca corrisponde al 3,5 per cento, avviene senza grandi resistenze (e senza grandi applausi, tranne quelli iniziali per la fine della guerra), diverso è il discorso per il Sudtirolo, subito ribattezzato «Alto Adige». Qui i tedeschi rappresentano il 90 per cento della popolazione. All’oltranzismo nazionalista di Ettore Tolomei, nominato dal governo Orlando capo dell’«Ufficio di preparazione per il trattamento del germanesimo cisalpino», seguirà la violenza del fascismo nel chiudere scuole di lingua tedesca, nell’italianizzare toponomastica e cognomi tedeschi e nel reprimere ogni pur timida espressione di autonomismo.

In Trentino, invece, sarà la Legione trentina, nata nel 1915 per propagandare l’arruolamento nell’esercito italiano, ad occuparsi di “spiegare” alla popolazione, con lapidi, cippi, opuscoli e musei del Risorgimento, che d’ora in poi avrebbe vissuto in una «terra redenta». La Legione passerà poi il testimone, senza urti di sorta, ai Fasci di combattimento di Achille Starace.

Trento 2018

Da questi rapidi cenni storici si capisce il senso della scelta di Trento come sede della 91° adunata degli Alpini: celebrare la Vittoria della Prima guerra mondiale in una delle terre «redente».

E giustificare, con il mito dell’Alpino solidale e generoso, le attuali guerre a cui lo Stato italiano partecipa in nome della democrazia.

Per questo si sono scomodati il presidente della Repubblica, il ministro della Difesa, il Capo di Stato Maggiore, altri vertici delle forze armate e i redivivi cappellani militari.

Benché la Preghiera dell’Alpino continui a chiedere a «Dio onnipotente» di rendere «forti le nostre armi contro chiunque minacci la nostra Patria, la nostra Bandiera, la nostra millenaria civiltà cristiana», al tutto bisognava dare un tocco di «pace» e di «riconciliazione».

Se già Saragat nel 1968 aveva rivolto un pensiero a chi era morto con la divisa austro-ungarica, Mattarella quest’anno si è recato al monumento che ricorda i circa 12 mila uomini che con quella divisa sono stati uccisi. Ma, come ha precisato il Capo di Stato Maggiore generale Graziano, «ovviamente siamo qui per festeggiare la vittoria». E questo era il senso della salita di Mattarella al fascistissimo mausoleo di Cesare Battisti sul Doss Trent, inaugurato nel «radioso maggio» del 1935 alla presenza della vedova di Battisti e dei due figli, per l’occasione in camicia nera. A fianco del mausoleo già all’epoca Mussolini voleva un «museo delle truppe alpine». Lo accontenterà la «Repubblica nata dalla Resistenza», che nel 1958 vi inaugurerà il Museo nazionale degli Alpini.

Il punto, ovviamente, non è ricordare i caduti.

Si possono ricordare i caduti con entrambe le divise e non dire nulla contro la guerra, contro chi la volle e ne ricavò lauti profitti.

Anche i socialisti del primo dopoguerra costruivano monumenti ai caduti. Ma con parole come queste: «Morirono per avidità di regnanti/ per gelosia di potenti/ che la terra insanguinata/ fecondi/ odio contro la guerra/ maledizioni contro coloro che la benedirono e la esaltarono» (queste parole, scritte sul monumento di Gazzuolo in provincia di Mantova, si possono leggere ora solo sui libri, perchè iscrizioni simili furono tutte distrutte dai fascisti).

«Per la pace» non significa nulla. Anche la Campana di Rovereto, inaugurata nel 1925, ha questo nome, ma fu voluta da Antonio Rossaro, prete interventista e poi fedele del duce, affinché «risuonasse e scuotesse i cuori nella solenne rievocazione di tanti eroi scomparsi». O vogliamo parlare del monumento all’Alpino di via Dante, da cui è partito, nei giorni dell’adunata, un percorso pedonale «per la pace»? Quel monumento fu inaugurato nel 1940 da Leonida Scanagatta, cavaliere del Re e squadrista roveretano della prima ora, tra gli assalitori nel 1921 della Camera del Lavoro di piazza Rosmini. Con gli Alpini già schierati a difesa dell’Italia e dell’Impero, quel bronzo era forse un monito «per la pace»?

D’altronde, che durante l’adunata di Trento in gioco non fosse tanto e solo la «memoria» (quale?), era rappresentato in modo evidente e plastico dallo stand dell’Iveco Vehicles Defense con i suoi Lince in piazza Dante e dai mezzi corazzati dell’esercito al (S.) Chiara.

Con quelli non si racconta la storia né si ricordano i caduti. Con quelli si fa la guerra.

Associazione Nazionale Alpini

Il presidente del Museo storico di Trento, cicerone del capo dello Stato durante la visita sul Doss Trent, ha detto che questa adunata è stata meno retorica e militaresca di altre.

Forse lo «storico» non si è accorto che si svolgeva a Trento e non a Bassano.

Qui, nel 1915-1918, gli Alpini hanno sparato contro i «trentini d’Austria». Ed è un po’ più difficile presentare gli 80 trentini caduti «per l’Italia» come eroi e i 12 mila caduti «per l’Austria» come «barbari austriacanti». Comunque, se nella società i discorsi sulla Vittoria, sul martirio di Battisti, sul sacrificio per la Patria sono oggi meno presentabili non è grazie, bensì malgrado l’Ana.

Se fosse per l’Associazione Nazionale Alpini (l’associazione combattentistica più grossa d’Europa), saremmo ancora ai cappellani militari che benedicono i gagliardetti in nome di Dio, della Patria e dell’Impero (e se, per certi aspetti, ci stiamo ritornando, è proprio perchè negli ultimi vent’anni sono diminuite le resistenze nella società).

Qualche esempio lo dimostrerà anche ai più distratti, persino agli «storici» istituzionali.

L’Ana viene fondata a Milano nel 1919. Il primo direttore del suo bollettino ufficiale, ancora oggi stampato e diffuso, «L’Alpino», è Italo Balbo, comandante squadrista e futuro ras del regime.

Il bollettino si caratterizza per un violento anti-socialismo, come si evince dal nono Decalogo del perfetto Alpino: «Ricordati di odiare i nemici di dentro e di fuori anche in pace, come li hai odiati in guerra». I «nemici di dentro» non sono né la monarchia, né la Chiesa, né la borghesia, bensì i «rossi», cioè gli antimilitaristi, i socialisti, gli anarchici.

Durante il regime la retorica dell’Ana ricalca quella di Mussolini, compreso il motto per cui per l’Alpino «niente è impossibile» (ripreso anche per l’adunata di quest’anno…).

Con la Resistenza, si dirà, cambia tutto. Spostiamoci allora negli anni Cinquanta.

Quando, nel 1959, esce e viene premiato alla Mostra del cinema di Venezia La grande guerra di Mario Monicelli, i vertici dell’Ana e 2350 ex cappellani militari scrivono una lettera di protesta contro un film che, narrando le vicende di due soldati «imboscati» che si «redimono» solo perchè offesi in quanto italiani da parte di un ufficiale austro-ungarico prima della fucilazione, ha lo scopo di «oltraggiare tanta generosa im- molazione offerta all’onore dell’Italia e alla sua salvezza». A sostenere la difesa dell’eroismo militare si schierano, oltre ai deputati missini, le firme più prestigiose del giornalismo italiano (compreso qualche «antifascista»).

Anche durante la polemica di Lorenzo Milani contro i cappellani militari («reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri»; «l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni», scriveva, come è noto, nel 1965 il prete di Barbiana), l’Ana si scaglia contro la «vigliaccheria» della diserzione e dell’obiezione di coscienza.

Ma poi ci fu il ’68, si dirà.

E proprio quell’anno, a Trento, alcuni studenti di Sociologia si lanciarono contro l’auto di Saragat durante l’adunata degli Alpini con un cartello che diceva «600.000 morti inutili».

Certo, ci fu il ’68, la riscoperta dei canti proletari contro la guerra, le ricerche di Mario Isnenghi, gli archivi di scrittura popolare… Ma non per gli Alpini, fedeli nei secoli.

Ancora nel 2015, sul mensile dell’Ana la Prima guerra mondiale è sempre l’eroico compimento del Risorgimento: «riprovevole» la diserzione, «inaccettabile» l’obiezione fiscale alle spese militari. Quando un prete, dalle parti di Vittorio Veneto, si rifiuta di recitare la militarista Preghiera dell’Alpino, l’Ana risponde che «Dio fu con loro» e di «questi uomini furono degni di Dio». Può bastare?

Storici

A partire dagli anni Settanta, fra Rovereto e Trento è nata una generazione di storici attenti alla scrittura popolare e alla storia dal basso. A loro si devono studi e ricerche importanti sui contadini in guerra, sulla contro-memoria, sulle forme di opposizione sociale.

Seguendo i nessi storici dello sfruttamento, ad esempio, troviamo pagine significative su come la meccanizzazione della guerra abbia profondamente cambiato il paesaggio alpino, aprendo le porte al successivo turismo di massa. Ora, si può dire che, con qualche rara e onesta eccezione, questi storici siano affetti da ciò che si potrebbe chiamare schizofrenia opportunistica. Più volte, infatti, li abbiamo ritrovati a fare da appendice a convegni e manifestazioni in cui si sostiene l’esatto contrario di quanto si può trovare nei loro libri, quando non ad assumersi in proprio l’onere di contribuire al mito dell’Alpino.

Consapevoli, tra l’altro, che la memoria collettiva è fatta molto più di monumenti, discorsi mediatici, film, adunate e canzonette che non di storiografia (altrimenti del buon Alpino non rimarrebbe più traccia!). Questo per dire una cosa molto semplice: sono le lotte a cambiare i dibattiti, non gli storici.

Scritte, sassi, sabotaggi e luci spinte

E veniamo ora a quella che si potrebbe chiamare una piccola, minuscola “adunata dei refrattari” (per richiamare il titolo del giornale fondato negli Stati Uniti dall’anarchico

Luigi Galleani).

Quando si tratta del mito intoccabile dell’Alpino, basta poco per creare scandalo.

Reazioni indignate hanno accolto la sparizione di un po’ degli onnipresenti tricolori e il danneggiamento di qualche striscione di “benvenuto” ai cappelli piumati.

Tra l’8 e il 9 maggio si è tenuta, all’interno della facoltà di Sociologia, una due giorni contro la guerra.

Fuori della Facoltà, che per una notte è stata anche occupata, campeggiavano due striscioni: uno per chiarire che «la rivolta non è un’arma da museo» e l’altro contro gli Alpini.

Occorre ricordare che esattamente cinquant’anni fa quella Facoltà fu occupata per settimane e che alcuni studenti vicini a Lotta Continua contestarono platealmente l’adunata degli Alpini (in seguito a quella contestazione, in città si scatenò da parte dei cappelli piumati una vera e propria caccia «al sociologo» con veri e propri pestaggi, in cui vennero coinvolti, in quanto «rossi», persino degli innocui militanti del Pci).

Tutte cose che le mostre storiche istituzionali sul ’68 a Trento ricordano. Ma si sa che le lotte possono essere elogiate dai loro recuperatori istituzionali solo quando… sono morte e sepolte. Che un corpo militare (questo sono gli Alpini, tutt’ora ben presenti in Afghanistan, in Libano, in Libia…) venga definito «assassino», come hanno fatto manifesti e scritte apparsi a Rovereto, a Trento e a Bolzano, dovrebbe essere quasi una constatazione.

Che tra gli iscritti all’Ana ci sia per lo più gente che non ha mai partecipato a guerre e ricorda con il proprio cappello in testa solo di aver fatto orgogliosamente la naja, non cambia nulla.

Anzi.

È proprio questo diffuso sentimento di appartenenza nazional-patriottica che inquina e mistifica.

Se a Trento avessero sfilato solo ufficiali e soldati di professione la natura militarista dell’adunata sarebbe stata più evidente. Ma l’Ana ‒ a differenza, poniamo, della Lega proletaria dei reduci e mutilati di guerra ‒ è stata fondata da interventisti e nazionalisti, il cui scopo non era far pagare la guerra a chi l’aveva voluta, bensì attaccare chi vi si era strenuamente e coraggiosamente opposto.

In tal senso, figure come quella di Battisti sono state molto più nocive per il campo proletario di quelle di un Marinetti o di un D’Annunzio. La retorica del Risorgimento compiuto attraverso la Prima guerra mondiale, tipica dell’interventismo democratico e poi del fascismo, la ritroveremo negli accenti patriottici della Resistenza e nella propaganda dell’Anpi degli anni Cinquanta.

Nella stessa notte in cui la facoltà di Sociologia veniva occupata, è stato preso a sassate da anonimi antimilitaristi un punto vendita degli Alpini. La titolare del negozio, a cui il presidente della Provincia in persona ha portato un mazzo di fiori in segno di scuse, ha affermato che non le era mai capitato nulla di simile nelle tante adunate a cui ha partecipato. E ha aggiunto, per sottolineare la natura inqualificabile di quei sassi, che la propria azienda fornisce le divise alle forze amate e alle forze di polizia.

A proposito di «violenza», sarà il caso di notare che quelle divise hanno degli uomini dentro, dotati di armi, scudi e manganelli che hanno colpito e colpiscono manifestanti, scioperanti, immigrati e inermi popolazioni civili.

Il pomeriggio precedente l’adunata, ignoti hanno tagliato i cavi e distrutto i led che alimentavano il cappello illuminato di Villa Lagarina, «uno dei più grandi mai realizzati», come ci informano i giornali. È rimasto spento per una giornata.

Nella notte precedente l’adunata, dei sabotaggi hanno colpito le centraline elettriche e i cavi di alimentazione sulla linea ferroviaria del Brennero e su quella della Valsugana. I giornali dicono che sono stati incendiati anche i cavi della Trento-Malè, senza tuttavia causare blocchi o rallentamenti.

Complessivamente, gli incendi hanno provocato la soppressione di una trentina di treni e consistenti ritardi fino al pomeriggio del giorno dopo. Questo sabotaggio ha dato particolarmente fastidio perchè strideva non solo con il clima di dichiarata unanimità a favore dell’adunata (l’unanimismo a pretese totalitarie non permette smagliature), ma anche con l’imponente apparato di sicurezza messo in piedi ed elogiato dai giornali: centrale operativa comune alle diverse forze di polizia, nuclei «antiterrorismo», tiratori scelti sui tetti, elicottero…

Reazione

I limiti dell’insulto democratico. Titoli di giornali, editoriali e prese di posizione politiche o questurine hanno fatto emergere lo sforzo di raschiare il fondo del barile degli epiteti di riprovazione. I gesti di contestazione, in particolare i sabotaggi, e gli anarchici per estensione, sono stati definiti «scemi», «ignoranti», «deliranti», «mentecatti», «deficienti», con l’aggiunta cautelativa di «isolati» e di «quattro gatti».

L’ineffabile questore D’Ambrosio ha parlato di «gente senza storia né memoria». Poi, essendo quasi finita la rosa dell’insulto politicamente corretto, ha aggiunto: «reietti» (improbabile, nel suo caso, la suggestione de I reietti dell’altro pianeta della romanziera anarchica Ursula Le Guin).

Sarà il caso di far notare al questore che gli anarchici sono stati tra i più fermi oppositori della Prima guerra mondiale, avversari coerenti e risoluti dei Mussolini, dei Battisti, dei Corridoni, e che erano già attivi in questo Paese settantanni prima che nascesse la Repubblica che gli paga lo stipendio?

Se è stata una bella gara reazionaria quella di urlare alla repressione e di esprimere solidarietà agli Alpini «portatori di pace e solidarietà», le più viscide mistificazioni sono arrivate, come al solito, da sinistra.

Solo il presidente del Consiglio provinciale Dorigatti (PD) e il presidente provinciale dell’Anpi Cossali (PD) hanno parlato, a proposito dei sabotaggi ferroviari, di «minacce terroristiche» e di «atti di stampo terroristico, che mettono a repentaglio la vita dei cittadini». Peccato che sugli stessi giornali i tecnici di RFI impegnati nel ripristino delle linee dichiarassero: «In realtà non c’è stato pericolo per gli eventuali passeggeri in quanto automaticamente, al momento del danneggiamento della centralina, i semafori diventano rossi e quindi eventuali treni in transito bloccano la loro corsa». L’unica cosa «dei cittadini» che viene messa «a repentaglio», in questo fiume di maldestre menzogne, è il più basilare senso critico.

Se Cossali, ex «leader di Lotta Continua», difendendo gli Alpini che i suoi stessi compagni contestavano cinquant’anni fa dimostra semplicemente quanto popolato sia il mondo dei voltagabbana, in quanto presidente dell’Anpi segue invece una via tutt’altro che incoerente. Su «Patria indipendente», il quindicinale dell’Anpi fondato nel 1952, costante quanto mistificatorio è il parallelo tra gli Alpini del ’15-’18 e i partigiani del ’43-’45. E nelle polemiche degli anni Cinquanta contro la Democrazia Cristiana, con cui lo stalinismo voleva competere sul terreno nazional-patriottico, De Gasperi veniva definito… «austriaco».

Per quanto ci riguarda preferiamo ricordare il socialista e poi anarchico Emilio Strafelini di Rovereto, il quale nel 1914 disertò dall’esercito austro-ungarico non per passare a quello italiano, ma per darsi anima e corpo alla propaganda antimilitarista e internazionalista.

Così come facciamo nostre le parole di un manifesto del 1916 firmato i senza patria: «Ai Battisti, ai Corridoni ecc. ecc. caduti per una patria, per un re, per un militarismo, noi contrapponiamo il sacrificio fecondo di Bresci, di Caserio, di Angiolillo, di Adler. … Viva la rivoluzione sociale ‒ A morte i tiranni d’Europa».

A proposito di degrado

Per l’adunata è stata sospesa l’ordinanza comunale che vieta di bere alcol nei parchi.

Ciò che, fatto da studenti o immigrati o senza fissa dimora era fino al giorno prima «degrado», è stato trasformato da trecentomila Alpini in «festa», «amicizia», «solidarietà».

Se un qualsiasi corteo o altra iniziativa non istituzionale avesse lasciato strade e piazza cento volte meno lerce di rifiuti dietro il proprio passaggio, il coro dei benpensanti avrebbe tuonato per giorni, chiedendo il pugno di ferro contro gli «incivili».

Invece, trattandosi di Alpini, nessuna critica.

Per diversi abitanti, tagliati fuori dalle loro strade abituali, l’adunata ha provocato un disagio assai più duraturo di quello causato ai passeggeri dei treni rimasti fermi il primo giorno per via dei sabotaggi. Gli unici a trarre profitto da queste tre giornate, oltre ai politici e ai militari, sono stati i commercianti del centro, il cui giro d’affari è aumentato esponenzialmente. Per questo erano tutti animati dal senso di Patria (che guarda caso coincideva con i loro interessi di bottega).

Per avere un esempio al contrario, bastava farsi un giro a Riva del Garda. Dal momento che albergatori, ristoratori e commercianti vivono grazie ai turisti tedeschi, lì di tricolori ce n’erano davvero pochini. Meno patrioti i rivani?

Ultima nota, più seria. Un collettivo femminista e diverse donne hanno denunciato l’atteggiamento sessista e molesto da parte di gruppi di Alpini avvinazzati: apprezzamenti viscidi e palpeggiamenti. Di questa «goliardia» tutta maschile e militare c’era anche un corrispettivo dichiarato: il torneo di miss alpina bagnata, che consisteva nell’annaffiare con la birra la ragazza trentina «più carina». Un giornale ha anche parlato dell’arrivo in città di qualche centinaio di prostitute straniere per l’occasione.

Italiani brava gente. Come si può vedere, anche senza bombardamenti, le divise portano con sè sempre il proprio mondo.

Un mondo che fa schifo. Un mondo da sabotare. 14 maggio 2018

romperelerighe

romperelerighe.noblogs.org

Bibliografia minima

‒ Ernesto Rossi, I padroni del vapore. La collaborazione Fascismo-Confindustria durante il Ven- tennio, Kaos, Milano, 2001
‒ Marco Rossi, Gli ammutinati delle trincee. Dalla guerra di Libia al Primo conflitto mondiale 1911-1918, BSF, Pisa, 2014

‒ Ugo De Grandis, Guerra alla guerra! I socialisti scledensi e vicentini al “processo di Pradama-no” (luglio-agosto 1917), Schio, 2017
‒ Quinto Antonelli, Cento anni di grande guerra. Cerimonie, monumenti, memorie e contromemorie, Donzelli, Roma, 2018

Comunicati, Cronaca, Politica e Società

Olimpiadi a Milano e Cortina?

In e-mail il 18 Febbraio 2019 dc:

Olimpiadi a Milano e Cortina?

COMUNICATO STAMPA: 
 
dichiarazione di Antonello Patta – segretario regionale Rifondazione Comunista Lombardia – in merito alla candidatura di Milano e Cortina come città ospiti delle Olimpiadi invernali del 2026 
 
«Il Partito della Rifondazione Comunista considera irresponsabile la scelta del sindaco di Milano e dei Presidenti delle Regioni Lombardia e Veneto di candidarsi ad ospitare le olimpiadi invernali del 2026. 
 
Con questa operazione si dà il via, come avvenuto in altre olimpiadi ad esempio quelle di Torino, ad un grande spreco di soldi pubblici a vantaggio di privati, soldi che potrebbero essere spesi molto meglio a beneficio delle comunità. 
 
Rifondazione Comunista avvierà domani, 19 febbraio, una grande campagna in Lombardia ed in Veneto per sensibilizzare le cittadine e i cittadini sulle gravi criticità del progetto previsto sia per quanto riguarda i contenuti sia per il metodo che è stato seguito per avviarlo.

I bisogni del territorio, delle comunità, delle attività produttive, delle cittadine e dei cittadini sono altri e richiedono che le risorse vengano utilizzate verso un grande piano di tutela e salvaguardia di territorio, ambiente, abitazioni, edifici pubblici, impianti produttivi, beni architettonici.

L’unica vera grande opera di cui abbiamo bisogno. 
 
Questa è la risposta necessaria per: 
 
– Valorizzare le comunità montane che ancora non hanno abbandonato la spina dorsale del nostro paese e che portano avanti un ‘agricoltura ricca di migliaia di prodotti unici al mondo.  
 
– Offrire ai giovani un’alternativa all’emigrazione con lavori che riscoprano i mille tesori nascosti del nostro paese, primo al mondo per quantità e valore dei siti protetti dall’UNESCO, tra i quali le Dolomiti, oltraggiate da questa proposta. 
 
– Mettere in campo processi decisionali che coinvolgano le varie comunità in un processo partecipativo capace di elaborare proposte e di guidarne la realizzazione. 
 
Il Prc/SE con questa proposta intende anche indicare la strada alternativa di utilizzo delle risorse che, nella condizione di crisi economica e occupazionale che si riaffaccia nel paese può diventare un volano importante per un rilancio economico di qualità, rispettoso dei diritti e dell’ambiente». 
 
 
Milano, 15/2/2019 
Partito della Rifondazione Comunista/Sinistra Europea_Lombardia
Milano, Via Benaco n°16
www.rifondazionelombardia.it
prclombardia@gmail.com
Cronaca, Politica e Società

Gilet gialli: è lotta di classe

In e-mail il 26 Dicembre 2018 dc:

Gilet gialli: è lotta di classe

di Aldo Calcidese

I pennivendoli della borghesia e del revisionismo avevano decretato già da molto tempo la fine della lotta di classe, un concetto arcaico e superato.

Hanno fatto finta di non vedere che l’ondata reazionaria, fascista e xenofoba che investe ormai tutti i Paesi non è altro che l’espressione della più feroce e spietata lotta di classe dei padroni contro i proletari e i lavoratori.

In Ungheria il ”sovranista” Orban ha fatto approvare ”la legge sulla schiavitù” che porta da 250 a 400 ore l’anno il monte ore che le imprese possono chiedere a operai e impiegati.

Il pagamento delle ore extra può essere effettuato entro 3 anni.

In Austria un altro governo ”sovranista” dispone che le imprese possono chiedere ai dipendenti di lavorare fino a 12 ore al giorno e 60 ore alla settimana.

In Russia Putin ha dato mandato al governo di Medvedev di chiedere l’innalzamento di 5 anni dell’età pensionabile per gli uomini, da 60 a 65 anni, quando la durata della vita media per gli uomini è di 67 anni, e di 8 anni per le donne, da 55 a 63.

In Brasile il governo Temer stabilisce che la durata normale della giornata lavorativa sia di 12 ore e che la pensione piena si potrà avere con 49 anni di lavoro, quando la vita media è di 66 anni!

In Francia Macron ha completato l’attacco alle 35 ore iniziato già con la legge Fillon nel 2003.

UNA LUCE NEL BUIO

Nel tenebroso panorama della reazione borghese, si è accesa improvvisamente una luce.

Ancora una volta il segnale viene dalla Francia, quella Francia in cui per la prima volta il proletariato ha tentato l’assalto al cielo.

Una rivolta popolare scuote tutto il Paese, con imponenti manifestazioni che hanno rotto la pace sociale tanto utile ai padroni.

Naturalmente i pennivendoli come sempre di fronte a un grande movimento di massa si sono soffermati su qualche macchina incendiata.

Il movimento che si è scatenato in tutto il Paese e che coinvolge operai, disoccupati, lavoratori, studenti, ha espresso precisi obiettivi e rivendicazioni come l’aumento dei salari, il diritto alla casa, le tasse sui grandi capitali.

Il carattere politico delle manifestazioni si è espresso nello slogan ”BOURGEOIS PARIS SOUMET TOI!-BORGHESE PARIGI SOTTOMETTITI, (ARRENDITI)!

Macron ha avuto paura e si è presentato in una conferenza stampa in cui, balbettando, ha recitato una specie di ”mea culpa” e accettato, almeno a parole, le richieste.

Anche l’ Unione Europea, sempre forte con i deboli, si è spaventata, e ha concesso alla Francia di andare oltre il 3% del debito.

Altro che il 2,04 ”coraggiosamente conquistato” da grillini e leghisti!

La borghesia francese, una classe marcia e corrotta, ha una storia infinita di crimini contro il suo popolo e contro altri popoli.

Ha soffocato nel sangue con le armi prussiane la rivolta dei comunardi nel 1871, ha commesso crimini e infamie in Indocina, in Algeria e in altri Paesi, fino all’ultima impresa, la distruzione della Libia per appropriarsi del petrolio di quel Paese e per impedire a Gheddafi di aprire una banca panafricana.

Nel grande movimento di massa che si sta sviluppando spetterà naturalmente ai comunisti assumerne la direzione per indirizzarlo verso l’unico obiettivo, che è l’abbattimento della dittatura borghese.

Nella terribile situazione attuale, ancora una volta l’alternativa è SOCIALISMO O BARBARIE.

Ma, come ebbe ad affermare Bertolt Brecht, in una situazione in cui sembrava che il fascismo dovesse dominare tutto il mondo, ”LA NOTTE PIÙ LUNGA ETERNA NON È”

Cronaca, Politica e Società

La lunga notte delle Scuole Armate italiane

Dal sito La Bottega del Barbieri 18 Giugno 2018 dc:

La lunga notte delle Scuole Armate italiane

di Antonio Mazzeo (*)

Se in tempi di “pace” le forze armate superano ogni limite di decenza nelle loro sempre più invasive occupazioni di scuole e attività didattiche, è doveroso interrogarsi su cosa potrebbe accadere in caso di “guerra guerreggiata” nell’Italia della cosiddetta Terza Repubblica. Peggio di così l’anno scolastico 2017-18 non poteva concludersi: sfilate, parate, cori e bande musicali di studenti e militari “uniti nel Tricolore”; party-saluti di alunne e alunni in basi e installazioni di guerra, con tanto di selfie ai piedi di cingolati, carri armati, cacciabombardieri e sottomarini; saggi ginnico-militar-sportivi e gare di corsa al passo dei bersaglieri; borse di studio/formazione e certificazioni per l’alternanza scuola-lavoro nei corpi d’assalto dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica o nelle aziende dell’export degli strumenti di morte.

Sono centinaia ormai le “esperienze” didattico-educative che le forze armate, in assoluta autonomia e fuori da ogni doveroso controllo degli insegnanti, impongono alle studentesse e agli studenti italiani. Realmente impossibile censirle, ma tra quelle svolte nelle ultime settimane ce ne sono alcune che meritano essere menzionate per la loro gravità e il prevedibile impatto negativo sul processo di formazione e crescita di tanti nostri figli.

Giovedì 31 maggio 2018, ad esempio, una rappresentanza del 9° Reggimento d’Assalto “Col Moschin” (il reparto d’eccellenza delle forze speciali di terra che opera in tutti gli scenari di guerra internazionali) si è recata presso l’Istituto scolastico “Leonardo da Vinci” di Guidonia (Roma) per incontrare gli alunni della scuola elementare. “Il primo incontro tra gli Incursori e la classe era avvenuto nei giorni precedenti proprio presso l’aeroporto militare di Guidonia dove i bambini assistevano alle prove della parata prevista per la Festa del 2 giugno ed in maniera del tutto spontanea ed assolutamente inattesa per gli uomini del Col Moschin, gli alunni si sono lanciati in acclamazioni e applausi riecheggiando il grido Arditi lanciato dagli incursori”, riporta l’ufficio stampa dello Stato Maggiore dell’Esercito. “Incuriositi da tale spontaneo slancio, gli Incursori hanno avvicinato la scolaresca che li ha travolti con slancio affettuoso. In particolare un bambino, che si era infortunato poco prima, ha raccontato che siccome gli arditi sono i più coraggiosi tra i coraggiosi, avrebbe sopportato il dolore come loro. Non potendo lasciar passare così tale manifestazione di affetto gli Incursori hanno, a loro volta, fatto una sorpresa ai bambini e incontrandoli in aula regalando il crest del 9° reggimento Col Moschin e ringraziandoli da parte di tutti gli Incursori dell’Esercito”. Coronano l’articolo che ci riporta ai tempi più bui dell’Istituto Luce, numerose fotografie che ritraggono le lezioni frontali degli ufficiali-arditi in una classe di primaria dove le divisioni di genere sono giù belle e strutturate: i bambini mostrano orgogliosi bicipiti e pettorali, le bambine sorridono estasiate.

Innocenze rubate, coscienze stuprate, i corpi sottratti, cooptati, convertiti in icone di guerra e di morte. La “campagna” militare nelle scuole di Guidonia ha avuto un’indicazione precisa, inequivocabile: Adotta un sorriso di un soldato. Una serie d’iniziative che hanno coinvolto oltre 800 studenti delle scuole di ogni ordine e grado, promosse dal personale del 60° Stormo dell’Aeronautica Militare alla vigilia della “Rivista” per la Festa della Repubblica. “Il progetto mira a creare una possibilità di contatto tra le realtà sociali attraverso una comunicazione comune, quella di sorridere insieme”, si legge nel sito internet dell’Aeronautica. “La fatica della marcia sotto il sole o sotto l’acqua, l’impegno di tutti gli organizzatori per la buona riuscita viene ricompensata dal sorriso, anche se timido, che i bambini e gli adolescenti esternano senza pregiudizio o filtro ma in maniera del tutto incondizionata. L’incontro tra il personale militare di Guidonia e gli studenti avviene attraverso la presentazione dei simboli, delle uniformi e della storia dei Reparti che ogni anno prendono parte alla Sfilata. (…) L’attività ludica e culturale allo stesso tempo si trasforma in un valore aggiunto che consolida quella relazione emotiva, la quale attraverso l’espressione facciale del sorriso, innesca automaticamente sentimenti quali l’empatia, la serenità e la voglia di stare tutti insieme uniti nella gioia. Riconoscere i Reparti attraverso le loro uniformi e le attività esperienziali, quali la marcia insieme ai soldati, sono stati i punti cardini della relazione soldato-bambino in Patria”.

Non è andata purtroppo meglio a 3.000 studenti frequentanti gli istituti scolastici napoletani dove la Divisione “Acqui” (alla guida delle brigate terrestri d’élite “Granatieri di Sardegna”, “Aosta”, “Pinerolo”, “Sassari” e “Garibaldi”), ha oraganizzato e gestito in prima persona il Progetto Legalità, “per tracciare l’importanza delle Forze Armate e in particolare dell’Esercito Italiano, non solo nel solco del centenario della Grande Guerra, ma anche su alcune attività del territorio nazionale, come ad esempio con l’Operazione Strade Sicure”. “Nell’ambito delle attività didattiche e di orientamento del percorso scolastico – prosegue il comunicato dell’Esercito – un team di soldati della Acqui ha divulgato nelle classi l’importanza dei valori di fiducia, coraggio, solidarietà, dignità e sacrificio”.

Abdicando alle proprie funzioni costituzionali, tantissime scuole hanno affidato alle forze armate la rielaborazione e la narrazione “storico-culturale” della Prima Guerra Mondiale, una delle peggiori carneficine della storia dell’umanità. Un processo di mistificazione, quello condotto dai militi-arditi-insegnanti che culminerà con i Festeggiamenti della Vittoria del prossimo 4 novembre, prevedibile apoteosi della partnership scuole–forze armate e della militarizzazione a fini dichiaratamente bellici del sistema educativo nazionale, contro il sapere libero e critico.

Ci troviamo di fronte a un processo inarrestabile? Non lo crediamo, anzi riteniamo che sia ancora possibile intervenire contro questa “marcia sulla scuola” di generali, ammiragli, paramilitari e nostalgici dell’Italia colonial-fascista. Per questo facciamo nostro l’appello lanciato qualche giorno fa da un gruppo di insegnanti (primi firmatari Luca Cangemi, RSU del Liceo “Lombardo Radice” di Catania; Marina Boscaino, docente e pubblicista di Roma; Dina Balsamo dell’IC “G.Romano” di Eboli; Natya Migliori dell’IIS di Palazzolo Acreide; Piero Bevilacqua, professore emerito di Storia Contemporanea all’Università “La Sapienza” di Roma, ecc.) per “aprire una riflessione generale che individui nella salvaguardia degli spazi di discussione e nel rifiuto della pervasiva presenza militare nelle scuole due nodi importanti”. “Chiediamo alle/ai docenti, alle studentesse e agli studenti, al mondo intellettuale di prendere parola e di avviare una stagione di impegno che leghi ancora più strettamente la lotta alla legge 107 a quella alla militarizzazione del sapere e all’autoritarismo e sin d’ora prepariamo un grande appuntamento di riflessione e di iniziativa per l’apertura del prossimo anno scolastico”, scrivono i promotori dell’appello docenticontrolaguerra.

Chi ha cuore le sorti della scuola pubblica italiana e ritiene doverosa e imprescindibile la difesa della sua vocazione autenticamente democratica, ugualitaria e pacifista, può socializzare nei territori e negli spazi scolastici la Campagna Scuole Smilitarizzate che è stata promossa da Pax Christi Italia “proprio per arginare la crescente invasione e occupazione dei militari nelle scuole, e rivendicare invece all’istituzione scolastica un ruolo educativo e di formazione delle coscienze nel solco della Costituzione per un mondo di pace”. Scuole Smilitarizzate chiede alle istituzioni di ogni ordine e grado di rifiutare ogni attività in partenariato con le forze armate, dalla propaganda all’arruolamento alla “sperimentazione” della vita militare degli studenti; dall’organizzazione di visite a strutture riferibili ad attività militari, all’alternanza scuola-lavoro nei corpi armati e nelle industrie belliche. “Ogni volta che la scuola spalanca le porte a chi propaganda la guerra, tradisce la sua specifica missione educativa e non tutela la propria sopravvivenza ed efficienza”, afferma Pax Christi. “Così si è creato il paradosso di una scuola che, da un lato, denuncia giustamente i tagli continui cui è sottoposta, dall’altro collabora con quella struttura militare che ingoia somme faraoniche per i suoi strumenti di morte, sottratte all’istruzione”.

(*) ripreso da http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/

Mia nota: bello l’appello, ma proveniendo da Pax Christi perde di qualsiasi significato…

Ateoagnosticismo, Comunicati, Cronaca, Laicità e Laicismo, Politica e Società

Funerale con la Digos

Inoltrata in e-mail l’8 Marzo 2017 dc:

Comunicato stampa

Funerale con la Digos

Lunedì 6 marzo è venu­to improvvisamente a ­mancare Claudio Marai­a, militante anarchic­o di vecchia data e a­ttivista NO MUOS. Mar­tedì 7 si sono svolti­ i funerali laici di ­Claudio, con un corte­o funebre che lo ha a­ccompagnato dalla pro­pria abitazione fino ­alla Rotonda Maria Oc­chipinti, dove si è t­enuta una breve comme­morazione (visto che ­al cimitero cittadino­ non esiste una sala ­adeguata a commiati d­i questo tipo).

Ebbene in mattinata s­iamo stati contattati­ telefonicamente dall­a Digos in quanto c’e­ra un certo stato d’a­llerta per questo “co­rteo” che avevamo ann­unciato. Ma la Digos ­non si è limitata all­a telefonata, bensì h­a presenziato con due­ agenti il funerale, ­fotografando i presen­ti.

Quanto è avvenuto è i­naudito e vergognoso: abbiamo accompagnato­ il nostro compagno con le nostre bandiere­, assieme ai familiar­i, ai colleghi di lav­oro dell’AST e ai con­oscenti, omaggiandolo­ nella maniera per no­i più adeguata, ma qu­esto è diventato addi­rittura un problema d­i ordine pubblico che­ ha allertato la Ques­tura di Ragusa.

Un funerale laico ad ­un militante libertar­io e antimilitarista,­ che verrà cremato gi­ovedì pomeriggio nel ­crematorio di Messina­: quanto possa essere­ pericoloso tutto ciò­ è evidente a tutti!

Ragusa, 7-3-2017­

Gruppo anarchico di R­agusa

Comitato di Base NO M­UOS di Ragusa

Cronaca, Economia, Politica e Società

Pacho, un esempio da non seguire

in e-mail il 9 Gennaio 2017 dc

Pacho, un esempio da non seguire

Sabato 7 gennaio 2017, Eduardo Dellagiovanna (Pacho), un compagno argentino esule politico in Italia dalla fine degli anni 70, ha deciso di morire sparandosi un colpo di pistola nella sua abitazione nel centro di Brescia. Prima di spararsi, Pacho ha inviato via e-mail una lettera a Radio Onda d’Urto e ad alcuni altri amici e amiche (vedi allegato).

È una lettera struggente che ci invita a una profonda e impietosa riflessione.

Pacho era un esule argentino, con un passato peculiare, ma la sua vicenda è simile a quella di molti di noi. E ci riguarda.

La sua morte di è certamente dovuta alle spietate leggi del capitale che, in Italia, sono impersonate dalla signora Fornero & Co.

A questo tragico evento, un sostanziale contributo l’ha anche dato l’IDEOLOGIA DEL LAVORO, un’ideologia dissennata che lega la nostra esistenza al lavoro: senza lavoro non abbiamo diritto di esistere. Chi non lavora NON MANGIA, ovvero muore.

Da quando è scoppiata la crisi (2007), i suicidi dei senza lavoro sono in costante aumento (vedi lo studio dell’Università di Zurigo pubblicato su «Lancet Psychiatry», vol. 2, n. 3, marzo 2015).

È troppo bello, per lorsignori che vorrebbero vederci uscire di scena in punta di piedi, ricorrendo al suicidio, per non turbare la loro società di merda con la vergognosa presenza dei senza lavoro.

Dovrebbe essere ormai chiaro, se non chiarissimo, che tutte le lotte che in questi anni hanno richiesto il LAVORO hanno prodotto solo un crescente peggioramento delle nostre condizioni di lavoro e di vita, generando NUOVA DISOCCUPAZIONE.  E GRANDE SOLITUDINE.

Per uscire da questo desolante destino, non chiediamo il lavoro, PRETENDIAMO il SALARIO GARANTITO, che consenta di far fronte alle nostre esigenze di vita.

E perché la nostra sia un vita veramente dignitosa, rifiutiamo le elemosine del reddito di cittadinanza, reddito di base, ecc. Questi sono solo espedienti per rendere sopportabile, e controllare, la miseria crescente che bussa alle nostre porte.

Non chiedere, riprendere il maltolto.

  1. e., Milano, 9 gennaio 2017.

La lettera di Pacho.

ALL’AUTORITA’ LEGALE CHE CORRISPONDA:

Un giorno (veramente oggi è 07 Gennaio 2017), incominciai a scrivere quello che penso e da qualche maniera vivo da tanto tempo, anni per essere sincero (e faro il tentativo di spiegarlo, provando ad essere sintetico).

Mi permetto, per evitare interpretazione equivoche, di farlo nella mia madrelingua, dove meglio posso  raccontarvi le mie ragioni, anche se non è facile in queste circostanze .Vi chiedo di trovare un interprete o traduttore, Grazie.

Io, Eduardo Dellagiovanna ( più conosciuto con il soprannome “Pacho” dagli amici) sto per compiere 66 anni (il 30/01/2017); dal Gennaio 2015 tra ferie, permessi retribuiti, cassa Integrazione etc. non sto più lavorando. Impossibile proseguire con le collaborazioni esterne (personalmente “collaboratore della Provincia di Brescia nel settore Trasporto pubblico” tramite Cooperativa Sociale, per la legislazione e i tagli di bilancio politici, per tanto disoccupato “ufficiale” dal Giugno 2015 e riscuoto un sussidio di disoccupazione (INPS-Naspi) che terminerà ad Aprile o Giugno del 2017 non lo so esattamente (oggi non mi interessa più); quindi dopo oltre 34 anni di contributi pensionistici allo stato italiano, con le nuove disposizioni legali in materia (grazie sig.ra Fornero!), io resterei 18 mesi senza la possibilità economica di sopravvivere, dato che non avrei entrate fino al momento in cui la legge mi permetterebbe di percepire una pensione.

La mia possibilità reale di poter trovare un’occupazione oggi in Italia, per “arrivare all’età del pensionamento” è così poco probabile come vincere una lotteria senza possedere il numero vincente.

L’ultimo sussidio che ho ricevuto (il 14/12/2016) è stato di 599,00 euro; come potrete immaginare, è totalmente insufficiente. Quando iniziai a riceverlo era di 880 euro (anche se il mio stipendio sfiorava i 1.300 mensili e già mi costava arrivare alla fine del mese, però pagavo tutte le fatture.

Ho letto su Facebook (non so se sia vero) dichiarazioni di un ministro Italiano che con 350,99 euro si può vivere dignitosamente, lo stesso che dichiarò che i giovani andassero all’estero (questo è verità perchè ha ritrattato pubblicamente), senza commenti…., in tal caso provi lui, che mi risulta incassi qualcosa come 10.000 euro mensili, a spiegarmi come faccio io a pagare 380,00 euro di affitto più luce, gas, acqua, telefono, prestito bancario -180,00 mensile- e mangiare per sopravvivere?, gran sorete…mi piacerebbe pubblicare le mie riflessioni-condizioni di vita (per lo meno queste che condivido con milioni di persone in questo paese e nel mondo) ma credo che mi censurerebbero su Facebook; soltanto per vedere quanti “likes” riceverei…e, naturalmente, che mi risponda anche se io non potrò leggere (la sua risposta) perchè per me sarà “time over”…

Se a questa situazione aggiungo il mio stato fisico (la cardiopatia e il tumore alla corda vocale) il mio stato psicologico; la mia separazione e posteriore divorzio nel 1997 (?) la mia lenta ma certa dipendenza dall’alcohol (vino per essere chiaro e al tabacco 25/30 sigarette al giorno) la malattia della mia compagna nel 2006 che è terminata con la sua morte quando aveva compiuto 44 anni di vita (2009), l’infarto risolto con 3 by-pass nel 2010; il suicidio della mia seconda ex-moglie in quello stesso anno, il tumore e operazione del carcinoma nella mia corda vocale nel 2013, la disoccupazione…. credo che la conclusione (mi riferisco alla mia azione) era e sarà evidente, l’unica possibile. Forse l’ho cercata con altri mezzi ma è un cammino molto lento per le mie necessità attuali.

Dopo tutto, cosa mi resta?, che io perda amici stretti e sinceri?; ho perso la mia autostima e ciò ha provocato che il mio istinto di sopravvivenza (eros, crolli davanti al mio thanatos), di conservazione scarseggi; quando mi sveglio, ciò che mi spinge ad alzarmi è la mia vescica piena…e l’appetito dei miei gatti.

Psicologicamente, la mancanza di soluzioni possibili e/o reali mi angoscia e deprime. Ha chiamato la mia banca (o la finanziaria) perchè devo due rate del prestito (saranno 3 il 27/01/2017), le bollette che mi arrivano e confesso, non sono cifre esose (chissà per un politico o un occupato sia differente, ma per me 1.000 o 1.00.000 fa lo stesso: qualunque cifra NON POSSO PAGARLA). Semplicemente perchè non l’ho.

Perdonate l’analisi superficiale e ripetitiva del sistema e cause… ma in quest’ ultimo momento ragiono con i gomiti.

Non ho più voglia di vivere nè incentivi per farlo;la questione sta peggiorando non da giorno a giorno, ma da ora in ora.

Dovrei faremi una visita medica oculistica (è dieci anni che non lo faccio, vedo malissimo!) ma; non ho denaro.

Dovrei consultare un dentista (ho vari elementi in auto-espulsione per non parlare dell’igiene dentale) ma; non ho denaro.

Dovrei rinnovare il mio porto d’armi, il passaporto, il vestiario, etc. non ho denaro.

Le fatture già arrivate che dovrei cancellare a Gennaio 2017 (per non parlare di quelle scadute) ma; non ho denaro per saldarle..

Questa è la mia vita oggi in un paese “democratico” (con una costituzione bellissima e disapplicata) dove un parlamentare (destra-centro-sinistra?) -in 1 mese guadagna quanto io non guadagno in 1 anno (ll NASPI non contempla neppure una tredicesima!) e la sopportazione di questa realtà, situazione (non solo in Italia) diventa per mè troppo pesante. Politiche e sistema di governo decidono come devo morire, se di fame o di debiti; mi hanno tolto l’illusione che la vita anche se difficile è bella; non sopravvivo con il sorriso di un bambino o la bellezza di un tramonto /albeggiare; questo sistema mi impone che se non pago e/o non produco, non servo, per tanto scompaio.

Confesso, non mi hanno vinto i militari argentini, ma adesso non ne posso più. Ho sottostimato il nemico (sistema), non lo credevo, non lo immaginavo tanto inumano e feroce ( como direbbe Galeano). In ogni modo non rinnego assolutamente tutta la mia vita militante in Sudamerica. In Italia ho militato per anni in solidarietà e cooperazione internazionale, ho conosciuto la generosità umana di tanti italiani e non solo, ma generosità reale.

Devo chiedere “aiuto” al municipio?, non credo che sia corretto, la mia esperienza di vita per dirlo in qualche maniera (capitemi, non è un momento in cui penso serenamente per esprimere idee e sentimenti): credo che corretto sia che ciò che mangio e consumo, devo guadagnarmelo!.

Possibilità attuali in Italia nella mia situazione di guadagnarmelo: nessuna!!!

Mi dispiace per quegli amici sinceri che mi circondano; non li nomino per timore a non menzionarli tutti e anche alla proprietaria di questa casa, la dottoressa A.V. alla quale devo 7 mesi di affitto non saldato, realmente non se lo merita ma non sono in condizioni di pagare, semplicemente non ho il denaro nè possibilità di averlo.

Chiedo, (neppure so a chi farlo) immagino ai Servizi Sociali del Municipio della Città di Brescia dove vivo e risiedo, dato che sono indigente e non ho familiari in Italia, di essere cremato nel modo più laico, semplice e rapido possibile, al tempo stesso ripeto, mi piacerebbe che i miei gatti non siano sacrificati.

Nessuno mi ha suggerito questa soluzione; è il sistema vigente e la mia impotenza che mi produce ciò che mi porta a prendere questa mia decisione, l’unica possibile. Questo è tutto, sicuramente i miei amici si incaricheranno di dare comunicazione ai miei parenti che ancora ho in Argentina.

Chiedo a tutti, sinceramente scusa per i problemi reali e burocratici che credo (polizia, pompieri, amici destinatari di questo messaggio, etc.)

Dovranno entrare dalla via e utilizzare qualcosa per tagliare la catenella di sicurezza della porta d’ingresso (1° piano, porta a destra -vetri e sbarre, unica), la seconda possibilità è dalla via, la finestra grande all’altezza del balcone del mio vicino che lascerò aperta. Non voglio lasciare un arma alla mercè di qualunque persona che entri nel mio domicilio. Nella cassaforte (aperta, troverete le munizioni).

 (Recordatevi della mia richiesta per i miei meravigliosi gatti anche se sarà difficile e soprattutto che non li separino dopo 10 anni di vita in comune tra di loro ).

Eduardo (Pacho) Dellagiovanna. – Vicolo del Moro, 15 – primo piano – Città di Brescia (Centro Storico). Per aprire il portone d’ingresso dalla via, dovrete disturbare qualche vicino.

P.S. 1.: Ieri mi ha chiamato la banca: per il 27/12 avrei dovuto pagare 360,00 euro e, è arrivata la fattura dell’energia elettrica e del gas: 108 e qualcosa euro…non li ho.

Mi restano (oggi 06/01/2017) sul mio C/C meno di 1,85 cent di euro e nel portafoglio niente, ho potuto fumare grazie alla generosità di Elizabetta ieri, al pranzo di Beppe e 50,00 euro che mi ha lasciato Gigio la settimana scorsa….più i pranzi pagati da Livio.

Come si potrà apprezzare, non ho scritto questo in un solo giorno, è quasi come un diario.

Termino con un haiku del meraviglioso scrittore uruguaiano Mario Benedetti:

Dopo tutto

la morte è solo un sintomo,

del fatto che ci è stata una vita…

P.S. 2: PiChiedo scusa per lo stato della casa (pulizia, ordine, etc.), como immaginerete, è da tempo ciò che meno mi preoccupa.

Condividete questo ultimo messaggio (se volete) con chi considerate gli possa interessare o cancellatelo.

Ancora grazie e chau a tutti. Oggi 07/01/2017. . .

Pacho.

Cronaca, Politica e Società

Barbarie e fanatismo

da Lucio Garofalo 26 Agosto 2016 dc (pubblicato anche sul mio sito Jàdawin di Atheia alla pagina “Politica e Società-13 2016”)

Barbarie e fanatismo

Tra le abitazioni private e gli edifici pubblici che sono crollati a causa del sisma dell’altra notte, rientra addirittura una scuola costruita nel 2012, per cui dovrebbe essere stata, almeno in teoria, una struttura antisismica. In ogni caso, alcuni giorni fa si è verificata in Giappone una scossa della stessa entità (magnitudo 6 scala Richter), ma non si sono registrati danni alle persone.

Da noi si verificano ancora disastri inauditi, come se vivessimo ancora prima del 1980 (quando ci fu il terremoto in Irpinia e Lucania), o addirittura nel 1600, in un’epoca oscurantista, in cui non era ancora sorta la sismologia come scienza, non si sapeva assolutamente nulla di fenomeni tellurici, delle loro cause, e non si disponeva dei mezzi scientifico-tecnologici e degli strumenti legislativi per predisporre un’efficace opera di prevenzione.

I soldi per rimettere in sicurezza il territorio della nostra penisola vengono dirottati altrove, destinati ad opere inutili e dispendiose come la TAV, a progetti faraonici come il ponte sullo stretto di Messina, a rimpinguare gli affari che interessano le mafie e le cricche politico-economiche che imperversano e dettano legge in Italia.

Quando si verifica l’ennesima tragedia collettiva come quella a cui stiamo assistendo in queste ore, si levano cori di farisei indignati, si versano fiumi di lacrime di coccodrillo, e si invoca un concetto che dovrebbe suonare del tutto anacronistico ed irrazionale alle nostre orecchie: la “fatalità”. Ma di “fatale” non c’è nulla tranne la stupidità e l’ignoranza delle persone. I terremoti non si possono prevedere, ma si può evitare che arrechino disastri come quelli del Belice, del Friuli, dell’Irpinia, dell’Aquila e di oggi.

Non siamo attrezzati come il Giappone, ma ciò non è dovuto al “fato”, bensì ad una carenza di volontà politica, a condizioni antropologico-culturali che pregiudicano in modo grave il progresso civile di questo “sventurato” Paese.

Cronaca, Politica e Società, Varie: attualità, costume, stampa etc

Buffon: in perfetto “stile” Juventus

Buffon: in perfetto “stile” Juventus

di Jàdawin di Atheia

Mi spiace abbassarmi allo stesso livello di tutti i tifosi, che ho sempre biasimato, sempre considerati degli alienati e da cui ho sempre cercato di distinguermi. Ma il mio passato di interista, iniziato in tenera età e da cui invano tento sempre di allontanarmi, non mi rende in grado di resistere al commento acido, tipico del tifoso, malato di un errato senso dello sport e dell’agonismo.

Qualche giorno fa il signor Buffon, portiere della Juventus e della nazionale, ha rilasciato delle dichiarazioni in cui dice che dal 2007 non ci sono state squadre italiane che abbiano vinto la Champions League, ignorando volutamente l’Inter.

Questo atteggiamento, pur non sorprendendo, offende non solo gli interisti ma anche tutti i tifosi veri del calcio, che ben sanno, oltre le illazioni su atteggiamenti fascisti del nostro, che la Juventus, i cui giocatori hanno corso per il campo con un bandierone con scritto “31” senza che nessuno li sanzionasse, è la squadra più padronale del mondo, in quanto squadra della Fiat. In quanto squadra della Fiat, azienda che da più di 150 anni gode di periodici e sostanziosi finanziamenti dello Stato, e che il suo degno amministratore delegato ha avuto la sfacciataggine di negare in un’intervista alla Rai, ha goduto, fin dalla nascita, di innumerevoli favori da parte di organizzatori, arbitri, guardialinee, designatori arbitrali, istituzioni nazionali e internazionali dello “sport”, tanto che qualcuno ha conteggiato che almeno dieci o undici dei suoi scudetti siano stati raggiunti in questo modo.

Che il suo peggior rapresentante, pluri indagato per intrallazzi e corruzione e mai punito, anche se forse è il migliore in campo, si lasci andare a simili sprezzanti dichiarazioni non fa che avvalorare quanto di peggio i veri tifosi e i veri amanti dello sport, in Italia come nel mondo, hanno sempre pensato: di lui, della sua squadra e dell’allenatore che ha avuto, altro pessimo esempio di arroganza e presunzione che ora, allenatore della nazionale, fa di tutto perché molti tifino contro la nazionale, e io sono fra questi. Finché c’è lui.

 

 

 

Cronaca, Politica e Società

Siamo in guerra!

In e-mail il 5 Marzo 2016 dc:

Siamo in guerra!

Sì, siamo in guerra.

Solo Renzi e Mattarella fanno finta di niente mentre armano aerei, usano decine di basi militari e tengono vertici di guerra.
Invece sì, siamo in guerra, una guerra che da anni ormai attraversa il medio oriente, l’Europa orientale, i mari cinesi, che è arrivata a Parigi e Londra.

La guerra e l’uso della forza militare sono oggi il principale strumento di politica internazionale. Interessi vari e diversi, protagonisti globali e potenze locali cozzano tra sé e travolgono quelle regioni in una spirale di lutti e sofferenze immani: gli interessi in gioco sono quelli delle classi dirigenti, petrolio, gas, vendita di armi, tratta di esseri umani.

L’Italia è impegnata da anni sia in conflitti gestiti dalla NATO – a guida USA – sia nelle avventure geopolitiche promosse in seno all’UE.
Adesso si profila un ulteriore intervento militare, ancora più pesante, con un possibile intervento in Libia sotto guida italiana.
I mostri evocati da queste politiche imperialiste stanno portando gli incubi della guerra anche nei nostri Paesi.

Il protagonismo neocoloniale francese è sicuramente connesso con gli attacchi subiti a Parigi e le piccole smanie del governo italiano potrebbero evocare analoghi disastri nelle nostre città; i “nostri” lutti non sono più importanti di quelli altrui, ma è bene che l’opinione pubblica si risvegli e sappia che anche il nostro governo sta portandoci la guerra in casa.

Mentre si preparano altre guerre, si continuano a tagliare le spese sociali, la sanità, la scuola, i servizi di ogni tipo, ma non le spese militari.
Solo per il mantenimento della basi NATO in Italia occorrono 50 MILIONI AL GIORNO.
La legge di stabilità 2015 prevede per l’anno venturo quasi 18 miliardi di spese militari, di cui oltre 5 miliardi per l’acquisito di nuovi armamenti.

E questo accade in tutti i Paesi della Unione Europea, che è pienamente investita dall’arco di crisi che va dall’Ucraina alla Siria: in ben 31 Paesi europei si stima in media un aumento delle spese militari nel 2016 pari all’8,3 per cento rispetto al 2015.

Come oppositori a queste politiche di guerra crediamo sia necessario denunciare:

  • l’impoverimento che queste scelte di guerra causano alle classi subalterne,
  • le politiche di riarmo sono anche di concentrazione di ricchezza e di smantellamento dei residui di welfare,
  • la militarizzazione della vita e dei territori,
  • la presenza di ordigni nucleari nelle basi di Ghedi e Aviano,
  • le armi atomiche sono presenti in Medio Oriente: Israele, Pakistan e Arabia Saudita le possiedono e quest’ultima ne minaccia l’uso, in una situazione di pericolosa estensione dei conflitti,
  • che l’esodo enorme verso l’Europa di tanti profughi è figlio diretto delle scelte politiche di guerra,
  • che l’emergenza, la paura, il caos sono strumenti per demolire anche quel poco che resta di una falsa democrazia liberale; un autoritarismo sempre più pervasivo sta diventando la norma in ogni luogo,
  • che esistono forme di resistenza e autogoverno che possono indicare una via per uscire dal disastro globale: dalle sinistre popolari arabe e palestinesi agli esempi del movimento curdo legato al PKK

12 Marzo manifestazione a Camp Darby (Pisa)

Assemblea Fiorentina contro la Guerra e la NATO

Cronaca, Economia, Politica e Società

Grecia: sciopero generale contro Tsipras

Comunicato del PCL Partico Comunista dei Lavoratori 12 Novembre 2015 dc:

Grecia: sciopero generale contro Tsipras

Sciopero generale in Grecia 12 Novembre 2015 dc

12 novembre. Milioni di lavoratori e lavoratrici in Grecia sono oggi in sciopero generale contro le politiche del governo Tsipras. Lo sciopero è stato indetto congiuntamente dai sindacati del settore pubblico e privato.

A due mesi dalla vittoria elettorale di Tsipras il governo Syriza-Anel sta fedelmente applicando le politiche di lacrime e sangue concordate con la troika. Taglio ai sussidi per le pensioni minime, colpi alla contrattazione collettiva, aumento dell’Iva sui beni di prima necessità, tagli drastici alla spesa sanitaria e aumento dei tickets per le cure, sviluppo delle privatizzazioni nei trasporti e servizi. Una valanga che nuovamente si abbatte sulle condizioni sociali di una popolazione povera già saccheggiata da anni e anni di memorandum.

Il governo Syriza-Anel sta continuando la politica dei suoi predecessori. Se possibile in termini ancor più pesanti, a fronte di una crisi sociale ulteriormente aggravata.

Emerge in tutto il suo cinismo il vero volto della politica di Tsipras. Altro che stella dell’opposizione alla troika, come continuano a presentarlo i Vendola e i Ferrero di casa nostra!

Dopo la clamorosa capitolazione alla troika in luglio, Tsipras ha scelto di andare subito al voto prima che le masse popolari potessero sperimentare le conseguenze sociali dell’accordo stipulato. In questo modo Tsipras ha potuto incassare un voto di fiducia alla propria persona e alla propria popolarità da parte di masse stremate da anni di lotta e sfiduciate nella propria forza.

Ma la ruota gira. Gli inganni hanno le gambe corte. A soli due mesi dalle elezioni politiche grandi masse iniziano a capire e vedere con i propri occhi, e a sperimentare sulla propria pelle, la continuità della dittatura del capitale finanziario europeo, di cui il governo Syriza-Anel è leale esecutore.

Lo sciopero generale di oggi può segnare l’apertura di una fase nuova. Quella della ricostruzione di una opposizione di massa alle politiche di austerità, alla troika che le comanda, al governo che le gestisce.

Si conferma una volta di più che il “riformismo” non solo è una truffa ma è una maschera dell’austerità. Solo una rottura anticapitalista (abolizione del debito pubblico, nazionalizzazione delle banche, esproprio dei grandi gruppi capitalistici a partire dagli armatori) può avviare una vera svolta sociale in Grecia. Solo un governo dei lavoratori, basato sulla loro organizzazione e sulla loro forza, può realizzare questa rottura.

I nostri compagni del Partito Operaio Rivoluzionario greco (EEK) sono oggi in piazza con i lavoratori in sciopero sulla base di questo programma anticapitalista. Il PCL è al fianco dei lavoratori greci in lotta contro Tsipras, in piena solidarietà con i compagni di EEK.

La vostra lotta è la nostra lotta!

Partito Comunista dei Lavoratori

Cronaca, Politica e Società

Contro Scientology

Sorgente: Contro Scientology sul sito Hic Rhodus 2 Novembre 2015 dc

Writing for a penny a word is ridiculous. If a man really wants to make a million dollars, the best way would be to start his own religion (Scrivere una parola per un penny è ridicolo. Se un uomo realmente vuole fare un milione di dollari, il miglior modo sarebbe far nascere la sua religione-Ron Hubbard, fondatore di Scientology)

Mi rendo conto che è un brutto titolo. È brutto essere programmaticamentecontro qualcuno o qualcosa, e chi scrive sa che attraggono di più argomentazioni positive, che è bene usare una retorica che accenni a qualcosa di buono per poi sparare bordate critiche con un bel sorriso stampato in viso. Ma non è questo il caso, o semplicemente io non ci riesco. Le posizioni di Hic Rhodus sulle fedi in generale sono note ai nostri lettori: siamo laici, vogliamo una chiara separazione fra Stato e Chiesa, Papa Francesco non ci entusiasma e non siamo stati teneri neppure con certo islamismo. Ma in generale ci siamo sforzati, quanto meno, di assumere posizioni critiche sì, ma rispettose: come non rispettare, per esempio, duemila anni di cristianesimo?

Ma con Scientology, che ha inaugurato sabato a Milano la sua nuova chiesa (?) da 20 milioni di Euro non ci riesco proprio. Altre “religioni” moderne, spesso nate all’incrocio della naïveté di frontiera americana con una discreta ignoranza, disperazione, desiderio confuso di spiritualità… le avrei probabilmente trattate più sociologicamente, con un bel post sulle ragioni di queste predicazioni bizzarre nell’esplodere della modernità. Anzi, prima o poi lo scriverò. Ma Scientologynon riesco a trattarla neppure sotto il profilo sociologico sembrandomi tema a cavallo fra psichiatria e cronaca giudiziaria.

Poiché non desidero far perdere tempo ai lettori scriverò comunque un testo abbastanza breve lasciandovi con due doni: la testimonianza di un amico che li ha incontrati e le consuete “Risorse” finali fra le quali potrete documentarvi a dovere. La testimonianza, è bene precisarlo, riguarda un aspetto per certi versi collaterale diScientology; non riguarda per esempio il ritorno alla ragione di un pentito che ha abbandonato la setta e ne racconta i retroscena; di queste storie ne troverete tantissime sul Web seguendo le nostre indicazioni finali. Ma è una testimonianza per certi aspetti più spaventosa perché ne mostra la capacità di infiltrazione sociale ed economica, una cosa che fa molto pensare. Naturalmente nomi e contesti sono stati cambiati per non creare problemi ai protagonisti di quella storia.

Ron Hubbard

Ron Hubbard

Scientology in breve: L. Ron Hubbard, uno scrittore pulp (di fantascienza, nota Jàdawin di Atheia) degli anni ’40 e ’50 molto prolifico, con un discreto successo mai sfociato nella consacrazione letteraria importante, con una vita personale rocambolesca (o discutibile, per taluni) scrive nel 1950, senza alcuna competenza specifica, una sorta di teoria psicologica che chiama Dianetica (Dianetics: The Modern Science of Mental Health), bollata dalla comunità scientifica come una baggianata.

Sullo slancio del libro, che ebbe un momentaneo successo, Hubbard fonda diversi istituti dianetici che lo lasciano in un mare di debiti e senza diritti sul libro (diritti acquisiti da tale Don Purcell in cambio del pagamento dei debiti). Il fertile ingegno di Hubbard immagina quindi nel 1952 una specie di filosofia new age che chiamerà Scientology, formalmente istituita come chiesa (?), associazione (?) o non si sa bene cosa nel 1954, e avvia una storia complessa, in gran parte oscura, ricca di denunce, casi di cronaca nera, espulsioni e condanne in diversi Paesi del mondo, gente disperata e, specialmente, tanti, tanti, tanti soldi.

Perché se siete angosciati e volete equilibrare il vostro spirito Scientology(che avversa fortemente psicologia, psichiatria etc.) vi accoglie a braccia aperte per sottoporvi ai suoi rituali e pratiche che vi libereranno dagli engram (le cattive esperienze accumulate nelle vite precedenti) facendovi diventare clear, ovvero purificati.

Scientology non predica un dio, non ha una teologia codificata e non richiede fede; ma ha rituali e una sorta di spiritualità (?) che include l’immortalità dell’essenza spirituale umana e la sua enorme potenzialità che si potrebbe liberare compiendo i percorsi da Hubbard stabiliti. Se siete propensi a questo tipo di cultura Scientology può fare per voi, ma solo se avete un bel conto in banca perché per accedere ai vari gradi in cui vi purificate la mente dovete sborsare tanti, ma tanti, bei soldini.

Non proprio una chiesa, forse non una religione, ma qualcosa che potrebbe essere definito un culto o, se non siete timorosi di denigrarla, una setta. Il timore può nascere in voi che leggete (o più in me che scrivo) per il fatto che è notorio l’atteggiamento estremamente aggressivo (e codificato dallo stesso Hubbard) verso coloro che criticano Scientology, indagano su essa e diffondono documenti critici.

Quindi mi cautelo e dichiaro che tutto quanto sopra è un riassunto dell’ottima pagina Wikipedia (Scientology, con piccole integrazioni dalla Wiki relativa a Hubbard; ma vi suggerisco anche la pagina su Dianetics) quindi, stimati seguaci della scientologia, arrabbiatevi con loro e non con me.

I pericoli di Scientology. Se questa fosse solo una storia di ciarlatani che spillano quattrini ai fessi, onestamente non sarebbe di grande interesse. Se il dio cristiano non vi basta, se non vi convince quello di Maometto, se il buddhismo non ha per voi il fascino dei bei tempi e se realmente preferite affidarvi alle teorie ascientifiche di un ex studente (mai laureato) di ingegneria che vi promette equilibrio mentale in cambio di sonori soldoni, beh… accomodatevi.

Il problema grave, argomentato da numerosissime testimonianze di sventurati protagonisti, è lo stato di costrizione psicologica (ma anche a volte di reclusione fisica e maltrattamenti) in cui non poche persone problematiche cadono, non riuscendo a liberarsi delle maglie inizialmente protettive poi soffocanti dell’organizzazione.

Quello che un tempo si chiamava “lavaggio del cervello” e che è tipico di diverse sette, viene, secondo moltissime testimonianze, applicato in maniera organizzata, pianificata, spietata. Resti in Scientology e ti fai spremere i quattrini e con enormi difficoltà (e non sempre senza pesanti reazioni da parte della stessa organizzazione) riesci a distaccartene (sempre nelle Risorse troverete link anche a questo).

Tom Cruise, rilevante membro di Scientology

Tom Cruise, rilevante membro di Scientology

Finisco la mia parte ricordandovi che in Italia Scientology non è riconosciuta come religione (altrettanto accade nella maggior parte dei Paesi del mondo). Ma non si ravvisa alcun estremo per impedirne l’attività. La setta ha subito innumerevoli accuse e processi per una discretamente variegata quantità di reati gravi: spionaggio, truffa, frode, estorsione, uso illecito di pratiche mediche, sequestro di persona, violenze e coinvolgimenti nella morte di alcune persone.

In alcuni casi i processi si sono conclusi con la condanna di Scientology e di alcuni suoi membri e con il bando, anche temporaneo, dal Paese ospitante. Quindi, per carità! Siamo un Paese democratico e liberale e possiamo ospitare anche Scientology ma spero che le autorità preposte la tengono d’occhio, veglino sui traffici, sulle infiltrazione politiche ed economiche (vedi nelle Risorse), sulle eventuali costrizioni e subornazioni, sugli aspetti finanziari e fiscali. Si vegli e si controlli perché in Italia hanno già fatto male ma ancora in maniera poco clamorosa e non c’è alcun bisogno di aspettare il peggio. Prevenire è meglio che curare.

Controllare la setta oggi è meglio che dover piangere qualche guaio dopo.

La testimonianza: 

Nel 2006 una florida azienda del Centro Italia operante nel settore dell’edilizia decise di formare i propri dipendenti affidando il compito ad una società specializzata che adottava il metodo “Wise” (World Institute of Scientology Enterprises) il brand consulenziale di Scientology [sempre nelle “Risorse” troverete informazioni su Wise]. I corsi motivazionali durarono all’incirca 18 mesi con costi ragguardevoli. Al termine di questo percorso fu suggerito al titolare di integrare la sua forza vendita con un manager di comprovata (a sentir loro) esperienza e in grado di sviluppare sia fatturati nel core businessaziendale che mantenere alto il livello motivazionale e di concentrazione dei dipendenti. Inutile dire che il titolare accettò e diede pieni poteri a questa figura. Nei primi sei mesi del nuovo corso se ne andarono due dei responsabili di settore che non si adeguarono alle nuove strategie commerciali che prevedevano un cambio netto di mercato passando da un modello che prevedeva commesse provenienti da una clientela di alto livello remunerativo, ma numericamente medio bassa, ad un modello di clientela più numerosa ma con un livello remunerativo enormemente più basso. Contestualmente tutti i fornitori che avevano avuto rapporti fiduciari e di amicizia sia con i responsabili di settore che con i titolari venivano piano piano “centrifugati” fuori dal cerchio operativo aziendale.

Nel giro di un anno (complice anche la crisi del settore nelle nuove costruzioni che cominciava a farsi sentire) il fatturato crollò e aumentò l’indebitamento. Circa allo scadere del secondo anno la situazione aziendale era drammatica: la quasi totalità della forza vendita e degli impiegati era cambiata: chi non si piegava al nuovo management veniva di fatto estromesso dalla vita aziendale in maniera subdola, mettendo il malcapitato in una situazione vischiosa dove veniva esortato a migliorare le sue performance, dandogli un falso credito, per poi rigettarlo nella polvere addebitando a volte a lui i cattivi risultati aziendali. Così dopo un po’ di tempo tutte le persone contrarie furono buttate fuori dall’azienda e rimpiazzate da elementi graditi al manager. Ad alcuni dei fornitori allontanati vennero anche tentate richieste di risarcimento con cinque zeri imputando loro indefinite responsabilità nel declino aziendale. Nel giro di 2 anni e mezzo la situazione debitoria era diventata ingestibile e a quel punto il manager offrì la soluzione al titolare: vendere l’azienda ormai decotta ad un gruppo di “imprenditori” in grado di risollevarla, ovviamente a prezzo stracciato.

Lo stabile in viale Fulvio Testi a Milano che ospita la nuova sede di Scientology che verra' inaugurata sabato prossimo, 29 ottobre 2015. ANSA / MATTEO BAZZI

La sede di Scientology a Milano

Il titolare, capendo tardivamente la situazione, rifiutò l’offerta e licenziò in tronco il manager. Ha pagato una buona parte dei debiti contratti per la mala gestione svendendo immobili di sua proprietà. Ad oggi, a oltre 5 anni dall’allontanamento della persona, continua a pagare.

Risorse:

  • Scientology d’Italia. La mappa esclusiva, un vecchio articolo dell’”Espresso” (2000) in cui si tratta del braccio professionale e consulenziale di Scientology; molto pertinente con la testimonianza che abbiamo riportato sopra;
  • Ragnatela Scientology, articolo più recente sempre dell’”Espresso” che mostra la ragnatela politica stesa dalla setta, i suoi interessi nella sanità, nelle imprese e nella famelica ricerca di introiti;
  • Allarme Scientology; un ricco e storico portale italiano con veramente tanto materiale utile; troverete le teorie di Hubbard ma anche la descrizione che ne fanno persone che sono riuscite a fatica ad uscire dall’incubo; argomentazioni su come sia possibile anche per persone colte restarne coinvolte; i suicidi e i decessi sui quali grava l’ombra di Scientology; le storie dei bambini di Scientology e molto altro materiale. Una fonte imprescindibile se siete interessati ad approfondire;
  • Operation Clambake; analogo al precedente ma in inglese.
Cronaca, Politica e Società

Le pressioni USA sul governo italiano

da Lucio Manisco Considerazioni Inattuali n. 68, 31 Marzo 2015 dc:

Le pressioni USA sul governo italiano

L’assoluzione di Amanda Knox.

Secondo il “Guardian” un verdetto di colpevolezza e la richiesta di estradizione avrebbero posto a dura prova i rapporti diplomatici tra i due Paesi. Improbabile, data la comprovata arrendevolezza italiana di fronte ai sistematici rifiuti di Washington di rispettare il trattato bilaterale. “La faccia di un angelo”, il film inglese sull’assassinio di Meredith Kercher e i “guazzabugli” della giustizia italiana.

Ci sono state ripetute pressioni USA sulle autorità governative italiane per evitare un verdetto di colpevolezza a carico di Amanda Knox e l’inevitabile richiesta di estradizione della cittadina statunitense? Se cambiamo pro forma il termine “pressioni” in monitoraggi, intense consultazioni o scambi diplomatici tra i due governi la risposta non può non essere affermativa anche se non ha coinvolto direttamente la nostra magistratura, nota in tutto il mondo per la sua indipendenza e per il suo rigetto di qualsiasi condizionamento ambientale.

Del verdetto finale della Cassazione, in attesa delle motivazioni, si può solo parlare di convergenze parallele o più propriamente di coincidenze temporali, a giudicare almeno da quanto accaduto negli ultimi sette anni: quando ad esempio il magistrato della prima assoluzione a Perugia respinse con sdegno le accuse di essere stato influenzato o addirittura corrotto dal governo di Washington e dalla CIA (!?), accuse da lui attribuite a colleghi colpevolisti e invidiosi che poi gli rovinarono la carriera.

E che dire poi delle affermazioni di Michael Scadron, ex consulente legale del Dipartimento di Stato, che alla vigilia della soluzione finale del caso ha testualmente dichiarato: “Gli italiani faranno di tutto per evitare una richiesta di estradizione. Gli Stati Uniti impiegheranno ogni espediente ufficioso della diplomazia per scongiurare la possibilità di un ricorso all’estradizione”. Questa possibilità è stata invece evidenziata, sempre alla vigilia della chiusura del caso, dal quotidiano britannico The Guardian del 21 marzo: “Se l’Alta Corte Italiana ribadirà la colpevolezza della cittadina americana – recita il titolo – i rapporti diplomatici tra i due Paesi verranno messi a dura prova”.

Perché, secondo i corrispondenti da Roma e da Seattle del quotidiano, gli Stati Uniti saranno “tecnicamente” costretti a concedere l’estradizione, anche se poi gli stessi autori dell’articolo elencano le lunghe e dilatorie procedure prescritte prima di un’eventuale rispedizione in Italia della Knox: indagini ed esami della richiesta da parte del Dipartimento di Stato e da quello della giustizia, analisi processuale di un tribunale statunitense che potrebbe approvare o bocciare la richiesta, nel primo caso la decisione finale delegata ai poteri discrezionali del segretario di Stato John Kerry.

Non intendiamo in queste note schierarci con i colpevolisti o con gli innocentisti nel dibattito sulla Knox e sul coimputato Sollecito che ha beneficiato del verdetto assolutorio: intervistati negli ultimi due anni dalla CNN e dalla Fox News ci eravamo limitati ad osservare che in altri Paesi le giravolte, le prove a carico respinte e poi convalidate nei diversi gradi di giudizio, le otto sentenze di segno opposto e via dicendo, avrebbero portato al non luogo a procedere. Qui vogliamo occuparci unicamente del contesto giuridico internazionale in cui operano gli Stati Uniti d’America e della comprovata arrendevolezza italiana di fronte a qualsiasi istanza avanzata dal Grande Impero d’Occidente.

Questo è l’Impero che per i prevedibili ostacoli del diritto internazionale osservato dal Regno Unito delega al Governo Conservatore Svedese il compito di chiedere l’estradizione per presunti reati sessuali di Julian Assange, autore delle rivelazioni di Wikileaks (con destinazione finale Stati Uniti) e da più di due anni tutelato dall’immunità diplomatica nell’ambasciata londinese di un piccolo Paese coraggioso e indipendente, l’Ecuador.  Ed è lo stesso grande impero che alza il sipario di una nuova guerra fredda con la Federazione Russa perché Vladimir Putin ha concesso asilo politico ad Edward Snowden, il “whistleblower” della National Security Agency.

La verità è che gli Stati Uniti esigono ed ottengono quasi sempre estradizioni da governi subalterni e respingono o addirittura ignorano le richieste di estradizione di questi stessi governi soprattutto se i casi sono clamorosi e se l’osservanza dei trattati potrebbe apparire come un cedimento della più grande potenza mondiale.

Il caso Knox è uno di questi casi clamorosi con la maggior parte dell’opinione pubblica americana convinta della sua innocenza o comunque della necessità di sottrarla alla giustizia italiana. Per una minoranza altrettanto agguerrita “Foxyknoxy” era ed è una furbastra e per giunta una maniaca sessuale capace di tutto.

Sul merito della sottomissione italiana ai diktat di Washington il caso più madornale e scandaloso, per fortuna risolto a buon fine da un intervento in extremis di un’altra Corte di Cassazione, è stato quello di Pietro Venezia, reo-confesso dell’assassinio di un esattore delle tasse in Florida e fuggito in Italia nel 1994. Se fosse stato estradato sarebbe finito certamente sulla sedia elettrica. La perentoria richiesta USA di estradizione era accompagnata da una vaga promessa statale di non applicare la pena capitale.

Forte del mandato costituzionale che proibisce il trasferimento di un cittadino italiano o straniero residente in Italia in un Paese dove i suoi reati siano punibili sul patibolo diversi senatori e deputati, tra i quali chi scrive queste note, incalzarono il Governo a respingere la richiesta di Washington. L’allora presidente del consiglio Lamberto Dini con decreto ministeriale non solo accolse la richiesta, ma la rese immediatamente esecutiva. Solo un intervento d’urgenza dell’Alta Corte portò i carabinieri sull’aereo su cui era stato portato ed affidato a due sceriffi della Dade County in Florida il Pietro Venezia, poi processato e condannato a 22 anni da un tribunale di Taranto per il grave reato da lui perpetrato su suolo americano.

Sorvoliamo sul caso Baraldini, condannata negli Stati Uniti a ventidue anni di carcere (poi raddoppiati per non aver collaborato con lo FBI) per concorso nell’evasione incruenta della attivista afroamericana Joanne Chesimard (Assata Shakur) dal carcere femminile di Clinton nel New Jersey. Per dieci anni gli Stati Uniti hanno respinto le caute ed ossequiose richieste italiane – alcune annunziate ma mai inoltrate – perché venisse applicata al suo caso la convenzione di Strasburgo che permette lo sconto della pena nel Paese natale. Solo l’intervento del Guardasigilli comunista Oliviero Diliberto nel Governo D’Alema portò al suo rimpatrio con l’accettazione di condizioni così severe e disumane che violavano la Costituzione della Repubblica.

I due casi più recenti sono quelli dell’ottantenne Giuseppe Lo Porto, ammalato di cancro, arrestato ed estradato in due settimane dalla richiesta di Washington, quello dell’ex deputato di Forza Italia Massimo Romagnoli che nel febbraio del corrente anno è stato prontamente estradato e rinchiuso nel Correctional Center di Manhattan, malgrado una sentenza a suo favore emessa da un tribunale olandese e senza che le autorità italiane gli dessero il tempo di appellarsi ai tribunali del suo Paese natale.

Questa settiman un film del regista inglese Michael Winterbottom dal titolo “La faccia di un angelo” è in distribuzione nelle sale cinematografiche londinesi: la faccia dell’angelo non è quella di Amanda Knox, ma l’altra, oscurata dai mass media italiani, della vera protagonista del caso, la giovane vittima inglese Meredith Kercher, assassinata, secondo la magistratura italiana, da fantasmi senza nome in un appartamento di Perugia più di sette anni fa. Il film ricostruisce i “guazzabugli” della giustizia nostrana. Degli stessi “guazzabugli” si è occupato oggi su “Il fatto quotidiano” Gian Carlo Caselli la cui argentea chioma ad ogni sua apparizione sembra sia stata affidata alle amorevoli cure di un Vidal Sassoon. L’ex magistrato, famoso per aver condotto l’istruttoria del processo a Giulio Andreotti che ha permesso all’illustre uomo politico di uscire indenne da qualsiasi condanna per evidenti collusioni con la mafia dal 1981 in poi, ha bistrattato come si deve i giudici del caso Knox ma, alla pari dei giornali e delle televisioni nazionali, non ha fatto menzione alcuna – magari per negarne l’esistenza – delle interferenze del Governo USA nella gestione della cosa pubblica e della giustizia in questa nostra sventurata Repubblica.

Lucio Manisco
www.luciomanisco.eu

Cronaca, Laicità e Laicismo, Politica e Società, Sessualità

In 5 giorni la Tunisia celebra i suoi 2 primi Gay Pride

In 5 giorni la Tunisia celebra i suoi 2 primi Gay Pride. Da www.ilgrandecolibri.com 30 Marzo 2015 dc

Ateoagnosticismo, Cronaca, Laicità e Laicismo, Politica e Società, Sessualità

Sesso, droga e Vaticano

da Democrazia Atea 2 Dicembre 2014 dc:

Sesso, droga e Vaticano

Qualche tempo fa intercettarono in Germania una partita di cocaina diretta al Vaticano, che fu spedita utilizzando dei profilattici.

Dunque dalle parti del Vaticano avevano trovato un utilizzo dei profilattici alternativo a quello per il quale sono stati prodotti, avendo sempre condannato ogni forma di prevenzione dal contagio di Hiv trasmissibile per via sessuale.

Hanno ottenuto, in questi decenni, un doppio risultato: le persone contagiate da Hiv si sono sentite moralmente condannate dalla comunità perché la compromissione del loro stato di salute è stata associata ad una sessualità libertina, mentre le persone non contagiate si sono sentite “virtuose” agli occhi di tutti, per il solo fatto di non essersi contagiate.

Qualche anno fa alcune agenzie di stampa si erano sbizzarrite nel dire che Ratzinger aveva modificato la “tradizionale” posizione della Chiesa Cattolica contro l’uso dei profilattici, ma la notizia era stata immediatamente smentita dalla Congregazione per la dottrina della fede che si era precipitata a riaffermare il solito ritornello medievale, attribuendo l’errata interpretazione delle parole del monarca ad una imprecisa traduzione dal tedesco.

La Chiesa cattolica era ed è rimasta contro l’uso del profilattico e la dottrina morale della Chiesa non è mai cambiata: hanno continuato a combattere l’uso del profilattico, con consapevolezza criminale, anche di fronte alla certezza del contagio da Hiv.

C’è ancora qualche sprovveduto che non riesce a mettere insieme cause ed effetti, e magari continua a sostenere che quanto propalato dall’organizzazione cattolica in tema di profilattici, attraverso i rappresentanti di quello Stato extracomunitario, compresi i rappresentanti periferici, in definitiva non possa incidere più di tanto nelle abitudini degli italiani.

Stavolta dovranno prendere atto del contrario.

L’avversione al profilattico decisa dal Vaticano è stata talmente interiorizzata dagli italiani da incidere sulle statistiche planetarie sulla diffusione dell’aids.

In Italia, infatti, secondo le cifre fornite nel novembre 2014 dall’ONU, si ha la più alta prevalenza di persone affette da Hiv in Europa occidentale.

Stavolta il finto rivoluzionario Bergoglio non ha emanato alcun provvedimento per modificare l’andamento di un contagio di cui l’organizzazione religiosa che presiede è moralmente responsabile.

Del resto da quelle parti i profilattici preferiscono usarli per riempirli di cocaina.

Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea

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USA, al ristorante ordina per sbaglio un vino da 3750 dollari

USA, al ristorante ordina per sbaglio un vino da 3750 dollari – Yahoo Finanza Italia. L’articolo è di venerdì 7 Novembre 2014 dc.

La vicenda è interessante e curiosa di per sè, ma io mi vorrei soffermare su una questione linguistica, leggete qua:

“Lei ha indicato una bottiglia sul menu, ma non avevo con me gli occhiali. Le ho chiesto quanto costava e lei mi ha detto ‘Thirty-seven fifty‘”, che in inglese può essere inteso tanto come “Trentasette e cinquanta” quanto “Tremilasettecentocinquanta”.

No, non ci siamo. Che la lingua americana parlata sia spesso sconcertantemente becera e sguaiata si sà, e zeppa di abbreviazioni e modi di dire alquanto discutibili, ma normalmente 3750 si leggerebbe three thousand (tremila) seven hundred (settecento) and fifty (e cinquanta). Capisco che sia lungo da dire, ma con tutta la fantasia e immaginazione possibile NON E’ UMANAMENTE POSSIBILE che si pronunci, per far prima, come 37,50, e comunque anche questo importo sarebbe detto in modo errato, perché, se si volesse essere precisi, bisognerebbe specificare i centesimi, oppure dire “37 e mezzo dollaro”, thirty seven and half dollar.

Jàdawin di Atheia

Cronaca, Politica e Società, Varie: attualità, costume, stampa etc

Decoro urbano

da Democrazia Atea 4 Luglio 2014 dc

Decoro urbano

La dittatura stalinista viene ricordata storicamente solo per gli aspetti ideologici ma viene trascurata la tragedia che ha stravolto la quotidianità di milioni di individui ai quali fu imposta la delazione come stile di vita: o si denunciava o si veniva denunciati.

La delazione è sempre stata un’arma potentissima in tutti i regimi totalitaristici e polizieschi.

Né la censura, nè la soppressione della libertà di pensiero hanno avuto gli stessi risultati nefasti come la delazione.

Ogni persona sentiva il peso delle parole pronunciate e di come il delatore di turno le avrebbe interpretate e riferite.

Le menti si imprigionarono in una paura che privò molti delle più elementari forme di socialità.

I popoli che hanno subito l’oppressione della delazione, come quello sovietico o quello romeno, col tempo sono diventati generalmente ostili se non violenti, plasmati nella diffidenza che nega ogni forma di convivenza serena.

Il meccanismo della delazione non è estraneo tuttavia ai sistemi democratici, anche se si è evoluto e oggi si ammanta di modalità apparentemente partecipative e tecnologizzate.

La modalità poliziesca di chi “democraticamente” le innesta non è dissimile dalla modalità poliziesca di chi le innesta in un contesto totalitaristico.

La finalità è sempre quella del controllo delle masse facendo in modo che i controllori siano gli stessi controllati, i quali, privi di specifiche competenze, aumentano gradualmente il livello di conflittualità e di ostilità reciproca.

Recentemente è invalsa la moda, da parte di alcune amministrazioni, di adottare il sistema della delazione per il decoro urbano qualificandola come partecipazione attiva.

Il concetto stesso di decoro non ha una chiave di lettura universale ed è oggettivamente differente se la comparazione la si fa, ad esempio, tra Scampia e Bergamo alta.

Portare il concetto di decoro sul piano soggettivo diventa ancora più arduo se si ipotizza, ad esempio, come, attraverso la delazione sul decoro urbano, in molti si prodigherebbero nel danneggiare i propri antagonisti utilizzando canali apparentemente legali, al cui utilizzo sono addirittura sollecitati, deponendo, ad esempio, materiale di risulta sul prato del vicino per poi godere della sanzione che gli verrebbe comminata dopo averlo denunciato.

Denunciare le situazioni di degrado, comunque la si interpreti, è una sconfitta.

È la sconfitta dell’individuo che denuncia, nella impotenza di contribuire a migliorare il livello di civiltà nel quale vive, posto che le sanzioni che inevitabilmente sollecita se gli autori del degrado sono individuati, di per sé, non costituiscono spinta al miglioramento.

È la sconfitta delle istituzioni che ricevono la denuncia, nella incapacità di organizzare sistemi istituzionalizzati di controllo e di prevenzione.

È la sconfitta di una società nella quale in molti si sentono protagonisti in una attività di per sé avvilente, gli stessi che hanno subito indossato il ruolo di denuncianti e non si sono soffermati nemmeno per un istante a pensarsi nel ruolo di denunciati.

Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea

http://www.democrazia-atea.it

 

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Australia, Norrie ha vinto la sua battaglia: ora è il simbolo del “terzo sesso” – Repubblica.it

Australia, Norrie ha vinto la sua battaglia: ora è il simbolo del “terzo sesso” – Repubblica.it. Sul sito di la Repubblica il 3 Aprile 2014 dc.

Personalmente non posso che essere favorevole a che una persona, sui documenti ufficiali, possa risultare di genere “neutro” o “non precisato” o anche, come ho ipotizzato in un mio racconto, “erma”. Forse, a livello generale, queste “diversità” ci imbarazzano ancora, ma dobbiamo superare antichi pregiudizi e condizionamenti millennari e aprire la nostra mentalità

Jàdawin di Atheia

Cronaca, Laicità e Laicismo, Politica e Società, Sessualità

La guerra alle donne

La guerra alle donne, di Camilla Baresani, giugno 2012 dc

Cronaca, Politica e Società

Volgarità

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da Democrazia Atea, 28 Novembre 2013 dc

Volgarità

Finanziamento illecito ai partiti – falso in bilancio aggravato – frode fiscale – appropriazione indebita – corruzione semplice – corruzione giudiziaria – riciclaggio di denaro – violazione della legge antitrust – concussione -rivelazione di segreto d’ufficio -corruzione di parlamentari -diffamazione aggravata – abuso d’ufficio -corruzione e istigazione alla corruzione -sfruttamento della prostituzione minorile.

Nessun accenno al furto di bestiame o guida in stato alcolemico.

Il ventennio criminale purtroppo non è ancora finito, ora comincia la fase più difficile.

La distruzione morale in cui ha trascinato il Paese avrà conseguenze per molto tempo ancora.

Un codazzo di parlamentari votati alla mistificazione avrà il compito di rallentare la ricostruzione etica del Paese con propositi vendicativi.

Ma la responsabilità del ventennio va cercata anche tra coloro che non hanno impedito l’ascesa di questo criminale, con accordi sottobanco e omertà inqualificabili.

Le coalizioni di destra si sono alimentate della corruzione del loro capo, le coalizioni di sinistra hanno ammorbidito ogni vera opposizione pur di raccogliere briciole di consenso e potere residuale.

L’eredità politica di questo inqualificabile personaggio sarà raccolta da chi riuscirà ad essere più populista di lui, e la volgarità delle sue azioni, vero collante del suo consenso, potrà essere temporaneamente sostituita da chi riuscirà a mantenere alto il livello di volgarità nella Nazione, anche soltanto con il linguaggio.

Cultura ed emancipazione sono le soluzioni, ma ancora non sono state individuate come priorità.

Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea
http://www.democrazia-atea.it

Ateoagnosticismo, Cronaca, Laicità e Laicismo, Sessualità

Bologna 16.12.13 – “Voi occupate i consultori e gli ospedali, noi invadiamo le chiese” | Global Project

Bologna 16.12.13 – “Voi occupate i consultori e gli ospedali, noi invadiamo le chiese” | Global Project.