Laicità e Laicismo, Politica e Società

Tra benedizioni e società civile a scuola muore la laicità

da Italialaica 1 Marzo 2016 dc:

Tra benedizioni e società civile a scuola muore la laicità

di Giovanni Fioravanti

Mentre a Parigi si va a scuola di laicità, a Bologna la laicità della scuola necessita di una sentenza del TAR per essere tutelata. Ma Parigi val bene una messa, come si sa, così l’Ufficio Scolastico Regionale ha affidato all’Avvocatura di Stato il compito di vagliare le possibilità di un ricorso contro la sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale che tiene lontana dalle scuole la benedizione pasquale.

È come dire che lo Stato, laico per Costituzione, faccia causa contro se stesso e la propria laicità. Schizofrenia istituzionale? Disturbo della personalità statale? Non c’è da stupirsi se non siamo un Paese normale.

I sostenitori della benedizione delle aule scolastiche hanno deciso che, se l’aspersione d’acqua benedetta non può essere compiuta all’interno dell’edificio scolastico, si procederà comunque con il rito dall’esterno, dal marciapiede antistante la scuola.

Viene da chiedersi cosa aggiunga o cosa tolga alla scuola la benedizione pasquale. Forse rende più intelligenti alunni ed alunne, forse li preserva dai pericoli di un crollo, considerato lo stato della nostra edilizia scolastica, chissà. Per non dire delle profonde perplessità sul valore formativo per bambini e adolescenti chiamati a fare da pubblico ad un rito che nulla ha da invidiare alle antiche rogazioni nelle campagne.

La senatrice Pd, Francesca Puglisi, dichiara: “Non credo che sia la benedizione a violare la laicità dello Stato” e il parroco che avrebbe dovuto impartirla sostiene che la benedizione pasquale non è un rito religioso, ma una tradizione civile del nostro popolo.

A questo punto verrebbe da chiedersi cos’è dunque laico e cosa religioso, cosa razionale e cosa irrazionale. Ma soprattutto perché debba essere sempre la scuola a Natale e a Pasqua oggetto di polemiche religiose spacciate per tradizioni civili che non offenderebbero la laicità dei laici.

Ora, che non si voglia vedere strumentalità in tutto questo bisogna essere davvero delle anime belle.

Nella nostra società, sempre più secolarizzata e sempre più multietnica, certi credenti si sentono minacciati da quanti praticano la propria religione con una coerenza che loro hanno perduto ormai da tempo. Di qui la risposta in difesa: affermare la propria identità ricorrendo alla tradizione, alle forme esteriori di una fede che non ha più radici nella vita interiore delle persone.

Per legge sono i Consigli di Istituto che nei loro regolamenti devono prevedere le condizioni per concedere l’uso degli spazi scolastici in orario extrascolastico. Non mi risulta che rabbini, imam o pastori protestanti abbiano mai fatto richiesta d’uso delle aule scolastiche per le loro funzioni religiose, perché i preti sì allora? E perché solo per la benedizione pasquale e non per la messa tutte le domeniche?

È dunque chiara la volontà di portare la scuola su un terreno molto pericoloso. In tutto questo c’è più uno spirito di crociata, che di pietà religiosa.

Lo esprimono chiaramente i promotori delle benedizioni scolastiche, chiedendosi perché le moschee sì e le benedizioni no, paventando il rischio di dover cancellare le chiese per non disturbare i musulmani o che sia impedito ai loro figli di sentirsi italiani e cristiani anche a scuola, fino a vedere calpestata la propria religione.

Eppure la sentenza del tribunale amministrativo emiliano romagnolo, nel suo buon senso, non solo pare laica, ma direi anche cristiana. Non fa altro che affermare come il principio costituzionale della laicità non significhi indifferenza rispetto all’esperienza religiosa, ma comporti piuttosto equidistanza e imparzialità rispetto a tutte le confessioni religiose.

Questi signori della benedizione prêt à porter, che semmai si scandalizzano delle madrasa, le scuole coraniche altrui, non si scandalizzano che nelle nostre scuole statali, pubbliche e aconfessionali si manipolino le menti dei più piccoli, perché si sa più assorbenti e plasmabili, a partire dalla scuola dell’infanzia, con la narrazione confessionale della religione cattolica.

È la questione di sempre, per cui ci si preoccupa più di educare che di istruire. Del resto educare pare essere più facile che istruire, come è più facile trasmettere il dover essere che il divenire. La scuola da sempre offre un terreno molto favorevole a quanti sono preoccupati di plasmare le coscienze anziché formare le intelligenze, perché raduna tutti i giovani quando sono facilmente manipolabili, condizionabili e suggestionabili, perché le loro menti ancora devono maturare e quest’ultima possibilità difficilmente la nostra scuola gliela offre.

La scuola è terreno estremamente delicato, perché luogo di formazione della parte più fragile della nostra società: le bambine e i bambini, le ragazze e i ragazzi. Tutti si dovrebbe fare un passo in dietro, essere molto attenti ad evitare interferenze, tenersi distanti con le proprie idee e convinzioni da chi le idee e le convinzioni deve conquistarsele da sé, con la propria testa e non con quella degli altri.

“È decisivo abbandonare l’attuale modello istituzionale statalista per sostituirlo con uno nuovo, espressione delle più vive dinamiche sociali”, scriveva nel 2002 l’attuale direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale dell’Emilia Romagna in un testo da lui curato, “La scuola della società civile tra Stato e mercato”, forse questo spiega la sua intenzione di ricorrere contro la sentenza del TAR.

Il tema che la benedizione pasquale delle scuole ripropone è sempre quello da tempo caro a certi ambienti cattolici del nostro paese, del rapporto tra scuola e società civile. Un tema da interferenze e corto circuiti, fino a quando cattolici e teorici del libero mercato dell’istruzione anche nel nostro paese non saranno in grado di provvedere da soli a farsi le loro scuole, senza ricorrere allo Stato, ai bonus scuola e, ovviamente, alle benedizioni pasquali.

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Come educare senza dogmi. Una guida per genitori atei e agnostici

Prima fonte: MicroMega http://temi.repubblica.it/micromega-online/ 14 Gennaio 2016 dc, pubblicato anche da Sestante il 18 Gennaio 2016 dc:

Come educare senza dogmi. Una guida per genitori atei e agnostici

di Cecilia M. Calamani (cronachelaiche.it)

«Mi batto per educare figli indipendenti, che ragionino in modo logico, svincolato dal dogma religioso». Con queste parole la blogger americana Deborah Mitchell spiega il perché del suo libro “Growing up godless”, tradotto e pubblicato in Italia dalla casa editrice Nessun Dogma con il titolo “Crescere figli senza dogmi”.

La domanda nasce a libro ancora chiuso: perché un’americana sente il bisogno di scrivere un libro su questo tema? Siamo talmente abituati allo stereotipo che dipinge gli Stati Uniti come il Paese della libertà per antonomasia che questo volume, una vera e propria guida per genitori atei e agnostici, fa un po’ effetto. Eppure la realtà, soprattutto in alcuni Stati – Mitchell è texana –, è ben diversa da come immaginiamo. E in effetti andando avanti nella lettura scopriamo una società chiusa e bigotta, ligia alle tradizioni e intollerante nei confronti del libero pensiero al punto di stigmatizzare con l’isolamento chi si professa ateo o agnostico. (nota mia: l’autore dell’articolo si stupisce, io e alcuni altri no, non abbiamo mai creduto in questo “stereotipo”, non abbiamo mai considerato in questo modo gli Usa…)

Come la stessa Mitchell riferisce, in Texas una delle prime domande che si fanno le persone quando si conoscono è quale chiesa frequentino. Il che stupisce poco se solo si legge cosa c’è scritto senza mezzi termini nella Carta costituzionale del Paese: «In questo Stato non verrà mai richiesto alcun test religioso per ricoprire un pubblico ufficio o una carica onorifica; né alcuno sarà mai escluso da una carica a motivo dei suoi sentimenti religiosi, purché ammetta l’esistenza di un Essere Supremo» (art. 1, par. 4). Ecco perché scegliere per i propri figli un’educazione libera dalla fede è un problema. Chi non crede per lo più si nasconde e segue i riti e le tradizioni della massa. Ed è quello che ha fatto anche Mitchell fino ai primi anni di vita dei suoi figli, quando ha deciso di uscire allo scoperto in famiglia e di aprire un blog, inizialmente dietro pseudonimo, per scrivere le sue esperienze di madre agnostica e confrontarsi con altri genitori nella sua stessa situazione.

Nel libro riporta la sua esperienza e anche quelle più significative delle persone con cui è venuta in contatto. Ne esce un prontuario per affrontare tutte le situazioni cui un genitore ateo o agnostico si trova di fronte quando vive in un ambiente che non ammette altri modi di essere se non quello scandito, nei valori così come nei tempi, dalla religione.

Il paragone con la situazione italiana, leggendo queste pagine scritte da un’occidentale, è d’obbligo. Se è vero che il nostro Paese è ancora molto poco secolarizzato e subisce una continua ingerenza da parte della Chiesa cattolica nella sfera legislativa (per tacere di quanto la foraggi finanziariamente), è anche vero che, almeno sulla carta, educare i figli al di fuori dei dettami religiosi è ormai un falso problema e lo dimostra la percentuale sempre più alta di ragazzi non battezzati o che disertano l’ora di religione a scuola.

Le difficoltà semmai riguardano il rapporto tra i nostri figli e le istituzioni scolastiche. Non solo è ancora previsto l’insegnamento della religione cattolica nell’orario curriculare, ma chi non se ne avvale – come già detto un numero sempre screscente di ragazzi – è costretto a girovagare per l’istituto, andare in altra classe o partecipare a uno dei rarissimi corsi alternativi allestiti nelle scuole per “raccogliere” gli studenti non credenti.

Potremmo poi parlare dei crocifissi ancora appesi nelle aule, delle recite natalizie che celebrano la nascita del figlio di dio (guarda caso spesso organizzate proprio dal docente di religione) o delle pagliacciate di certi amministratori leghisti che distribuiscono presepi nelle scuole del Nord, ma insomma il problema non è, o almeno non più, dichiarare in famiglia e al mondo di rifiutare le verità dogmatiche della fede.

Piuttosto, il punto è che una legislazione sempre più obsoleta non sta al passo con l’evoluzione culturale del Paese e la sperequazione dei diritti che ne consegue investe tutti i campi, istruzione inclusa. Diversa la situazione in Texas, dove la difficoltà di un’educazione laica per i propri figli è innanzitutto di origine sociale.

Ciò nonostante, il libro ci tocca da vicino sia perché gli Stati Uniti sono per noi un imprescindibile modello culturale di riferimento (nota mia: non certo per me!), sia perché focalizza bene alcuni aspetti che riguardano anche la nostra società. È innegabile che la fede religiosa faciliti il ruolo del genitore perché lo esime dall’onere di elaborare da sé risposte adeguate alle difficili domande dei figli.

Ad esempio, come spiegare a un bambino cosa significa morire senza farlo sprofondare nell’angoscia? Per un genitore credente è più semplice. Basta ricorrere al paradiso o all’aldilà attraverso una narrazione pronta all’uso che taciti (ma per quanto tempo?) i dubbi esistenziali del figlio e lo porti a credere in una vita in cielo dopo la morte. Tuttavia il ricorso alla religione deresponsabilizza il genitore, che si limita a ripetere quello che i propri genitori hanno ripetuto a lui senza aiutare lo sviluppo dell’autonomia di pensiero del figlio.

In questa delega alla fede poi c’è un ulteriore pericolo per la crescita consapevole e responsabile dei ragazzi e riguarda l’educazione sugli aspetti comportamentali. Mitchell lo descrive bene: «Ai bambini si insegna a essere buoni soltanto perché alla fine saranno ricompensati con la vita eterna, ma questo costituisce una debole base per la moralità, poiché si focalizza sul fare ciò che altri definiscono giusto agitando la carota di una ricompensa, e non sul fare ciò che ognuno considera giusto in base a un ragionamento. E, quel che è peggio, si può agire male più volte, visto che non poche religioni offrono il perdono mediante una serie di canti o preghiere».

Per dirla alla Margherita Hack, il non credente si comporta bene perché lo ritiene giusto, non perché spera in una ricompensa futura. Il che dà maggior vigore alle sue convinzioni morali.

Educare i figli al di fuori di comode verità prêt-à-porter è faticoso, sia chiaro, ma molto meno di quanto sembri. Spesso siamo noi, condizionati dal nostro vissuto culturale in un Paese in cui fino a trent’anni fa il cattolicesimo era religione di Stato, a proiettare sui nostri figli delle paure che loro neanche percepiscono perché liberi dai nostri preconcetti. Tuttavia, va anche detto che la libertà di pensiero è tra tutti il concetto più difficile da trasmettere perché si contrappone a quell’omologazione di massa – la religione ne è un esempio ma non l’unico – che rappresenta un comodo riparo soprattutto durante infanzia e adolescenza. Ma ne vale la pena.

Aiutare un figlio a costruire la propria strada invece di prenderla in prestito da chi dispensa verità predefinite lo rende più solido nei suoi valori e lo libera dal condizionamento ancestrale del peccato, una micidiale arma di ricatto che da millenni tiene in scacco coscienze e intelligenze.

Morale e religione non sono sinonimi e non è detto che vadano d’accordo. Nonostante la storia l’abbia dimostrato e la cronaca ce lo ricordi ogni giorno, il preconcetto che le vede strettamente collegate è duro a morire. Anche in Occidente.

Laicità e Laicismo, Politica e Società, Sessualità

Il gender è una cosa bellissima 

Sorgente: Il gender è una cosa bellissima | Sestante

Articolo originale su http://www.internazionale.it 15 Dicembre 2015 dc

Il gender esiste ed è una cosa bellissima.

Invece l’ideologia gender è una creatura inesistente ma con un fine abbastanza preciso.

“Uno dei temi trattati al Sinodo è quello dell’ideologia gender che non parla più di ‘sessi’ ma di ‘generi’ per superare la divisione biologica maschio-femmina, minacciando l’esistenza della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Si è parlato dell’imposizione di questa teoria come pensiero unico nelle scuole, calpestando il diritto primario dei genitori all’educazione dei figli” (Sinodo. Maradiaga: ideologia gender distrugge famiglia e società, 10 ottobre 2015, Radio Vaticana).

E quale sarebbe la soluzione a questo mostro a più teste del gender? “Il Vangelo, la parola di Dio! Perché la parola di Dio illumina tutti i secoli, illumina tutto il tempo, illumina tutte le diverse società, non per un assolutismo, ma per una luce. Non per niente il Signore Gesù ci dice: ‘Io sono la luce del mondo’”.

E quel mondo è semplice e ordinato, come lo descrive la Genesi: “Maschio e femmina Dio li creò”.

La sessualità umana è un universo molto complesso, impossibile da ridurre a una visione binaria

Ma nel frattempo ci siamo accorti che non ci sono solo maschi e femmine, che l’identità di genere può non coincidere con il sesso, che non c’è un unico orientamento sessuale buono e giusto (quello eterosessuale) e che addirittura può variare, che i ruoli di genere non sono intrinsecamente determinati dall’appartenenza a un sesso.

La sessualità umana è un universo molto complesso, impossibile da ridurre a una visione binaria F e M anche se ci fermiamo sul piano biologico, figuriamoci quando ci spostiamo su quello delle preferenze e su quello del significato di essere donna o essere uomo.

Quella visione di un mondo semplice e ordinato è incompatibile con la realtà.

La scuola è il terreno di scontro preferito e la protezione dei bambini innocenti è la scusa preferita. “Per affermare il diritto prioritario della famiglia nell’educazione dei figli contro l’ideologia gender nelle scuole, Generazione famiglia, in collaborazione con la nostra ProVita onlus, con i Giuristi per la vita e Voglio la mamma, presenta due importanti iniziative. Si tratta della giornata nazionale per il diritto di priorità educativa della famiglia e dell’’Operazione Caro Ministro’” (ProVita e Generazione Famiglia uniti contro il gender: unisciti a noi!, 18 novembre 2015, Notizie ProVita).

Un giorno “di assenza simbolica dalla scuola […] per ribadire che nell’educazione sessuale, affettiva e morale viene prima la famiglia” e una lettera da inviare al ministro dell’istruzione da parte dei “genitori preoccupati per l’introduzione delle teorie gender nelle scuole”.

Caro ministro, ti scrivo perché dobbiamo denunciare la temibile ideologia gender, ovvero

l’idea che l’identità sessuale della persona non sia radicata nel suo essere maschio o femmina e non si sviluppi intorno a questa fondamentale realtà biologica, ma che consista nella momentanea e assolutamente autonoma autopercezione di sé, che permetterebbe a ciascuno di ‘sentirsi’ (e dunque essere ed essere riconosciuto dalla società in quanto) uomo, donna o appartenente a una serie sterminata di altre ‘identità di genere’ (cisgender, transgender, bigender, agender, pangender, genderfluid, ecc.).

I nostri figli devono essere sottratti al “monopolio culturale con cui associazioni Lgbtqia (lesbian, gay, bisexual, transsexual, queer, intersex, asexual) impongono ai nostri figli e nipoti visioni sulla sessualità ascientifiche, spesso funzionali alla sponsorizzazione all’interno delle scuole di questioni di natura politica come le rivendicazioni del ‘matrimonio gay’ e della c.d. ‘omogenitorialità’”.

E ancora: “L’ideologia che tende a destrutturare gli individui e la società e che chiamiamo ‘gender’. ‘C’era una volta un gatto che si comportava in modo strano……’” (Gender a scuola: immedesimarsi nel Canegatto, 26 novembre 2015, Notizie ProVita).

La citazione viene dall’inizio di una favola letta da una maestra in una quarta elementare, ma per l’articolo di ProVita non si tratta di una favola come tante altre e soprattutto nasconde un obiettivo ben preciso, ovvero “far conoscere ai bambini alcune miserie del mondo degli adulti e renderli più ‘tolleranti’ nei confronti della diversità”.

È l’ennesima dimostrazione che “l’ideologia sia viceversa penetrata ovunque, anche nelle scuole tenute da ignare suore”.

E gli ignari bambini devono subire la lettura del Canegatto, continua ProVita:

“È proprio necessario far crescere i bambini così in fretta? Qual è la ragione per la quale invece di lasciarli tranquilli a vivere la loro infanzia si inizia a metterli al corrente di quel guazzabuglio che è il mondo degli adulti? Anche qui ognuno si può esercitare in prima persona a cercare di capire la ragione per la quale ai bambini si vuole togliere l’infanzia, quel periodo che chi ha qualche anno sulle spalle ricorda, con tenerezza e nostalgia, come un periodo meraviglioso di un mondo incantato in cui babbo Natale lanciava le caramelle giù dal camino. Qualcuno ha deciso che ci deve levare anche il ricordo del periodo meraviglioso che dovrebbe essere l’infanzia, ha deciso che bisogna togliere ai bambini i miti irrazionali, bisogna immergerli nella realtà cruda di un mondo che non ha pietà per nessuno ed è bene, dunque, che siano abituati da subito al nuovo mondo in cui i miti sono scomparsi e al loro posto sono arrivati i variopinti colori Lgbtp, dove il ‘p’ non sta per pedofili, come era all’inizio della rivoluzione arcobaleno, ma per pansessuali, quella sessualità perversa polimorfa che Sigmund Freud aveva scoperto essere l’essenza dell’animo dei bambini e che qualcuno si ostina invece a voler vedere come puro e incontaminato.”

E poi basterebbe sapere chi è l’autore della favola incriminata per sentire odore di bruciato: “Luigi Malerba, definito come scrittore e sceneggiatore, ma, si badi bene, Malerba è solo uno pseudonimo perché il cognome vero dell’autore è Luigi Bonardi. La ‘mala erba’ entra, dunque, nelle aule dei bambini delle elementari e le insegnanti sono talmente benpensanti che non si rendono conto di diventare il veicolo della follia del gender”.

In principio fu la teoria del genere femminile

Ma qual è l’origine della “rivoluzione gender”? Tutto comincia con la Conferenza internazionale su popolazione e sviluppo dell’Onu del 1994. Il rapporto finale ha una posizione rivoluzionaria sulle donne: uguaglianza, promozione delle loro condizioni, parità tra i sessi. Inevitabile l’attacco ai ruoli predefiniti e angusti di moglie e madre. Il rapporto adottato dalla Conferenza del Cairo segna un momento storico condannando duramente la riduzione delle donne alle funzioni riproduttive e alla maternità, scrive Odile Fillod in Le mariage raté du Vatican et de la science.

“L’adozione di questo rapporto è un dramma per Dale O’Leary, la cui militanza pro-vita si fonda sull’impegno esplicitamente antifemminista”.

La posizione di Dale O’Leary – ultraconservatrice, cattolica e prolifesulle donne è esemplare.

Nel 1995 a Pechino si svolge la quarta conferenza mondiale sulla donna. Basta leggere le dichiarazioni riportate in sintesi all’inizio per comprendere il taglio “femminista radicale” del rapporto:

“La comunità ritiene la parità fra le donne e gli uomini un principio fondamentale. I diritti delle donne e delle ragazze sono inalienabili, indivisibili e costituiscono parte integrante dei diritti universali dell’uomo. Le politiche e i programmi devono insistere sui provvedimenti a favore del riconoscimento della funzione fondamentale svolta dalle donne nei processi sociali, economici e politici, della partecipazione delle donne alla gestione del potere e del loro accesso all’indipendenza economica. […] Far sì che le donne del mondo intero abbiano il diritto di decidere, come persone libere e responsabili, il numero di figli desiderati, l’intervallo tra due nascite, il momento della gravidanza, e che esse dispongano in proposito delle informazioni e dei mezzi necessari.”

O’Leary e i conservatori di tutto il mondo sono molto allarmati. Questa agitazione porterà alla realizzazione del Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche. Sarà Jutta Burggraf a redigere il lemma “gender”. Il femminismo mette in discussione il capofamiglia e la gerarchia familiare, e questo non sta bene.

Burggraf accusa l’ideologia di genere di mettere in discussione la famiglia e il suo ruolo sociale. Condanna la volontà di liberarsi della vocazione materna delle donne come destino necessario e unico per tutte. Il “femminismo radicale” aveva osato considerare l’istinto materno come un prodotto sociale e culturale, e non come un istinto viscerale e intrinseco.

La natura femminile, secondo Burggraf, incoraggia l’incontro e lo scambio, perché è costruita per dare la vita; è la natura femminile a essere delicata, capace di ascoltare i bisogni altrui e di dedicarsi agli altri.

Si parte dal sistema riproduttivo e si arriva direttamente ai ruoli predefiniti “in quanto donna”.

La furia “antigender” è sorprendente solo se la si considera un capriccio passeggero. Provare a togliere loro il giocattolo è pericoloso. Perché poi vogliono riprenderselo e per farlo sono disposti a deformare termini e concetti, cercando i modi più tortuosi per ribadire discriminazioni e ingiustizie senza doverle chiamare così. Perché nessuno vuole essere esplicitamente un bigotto e un sostenitore di forme di apartheid, nessuno vuole ammettere di aver tirato su i recinti dei buoni e dei cattivi – che decidono loro e che devono rimanere ben separati perché altrimenti l’infezione si propaga – né di aver costruito riserve dove infilare i non presentabili. Se poi venite a messa, vi perdoniamo. Ma se volete i diritti, se chiedete non pietà e condiscendenza ma uguaglianza, ecco allora siete radicali, estremisti, ideologi del gender e relativisti sciovinisti. Siete individui confusi, moralmente dubbi e sessualmente lussuriosi. Qualcuno deve pur riportarvi alla ragione e al senso del pudore.

Nostalgia dell’oppressione

Ma chi deve autorizzarci a sentirci donna o uomini o qualcosa nel mezzo o qualcosa che ancora non sappiamo dire e a verificarne le condizioni necessarie e sufficienti? Dobbiamo chiedere il permesso se vogliamo cambiare il nostro corpo? Possiamo avere rapporti sessuali con chi ci pare oppure non averne senza dover spiegare e giustificare?

Opengender è uno dei termini usati da Paul B. Preciado in Testo tossico che io ogni volta traduco mentalmente: non rompeteci i coglioni.

“Il mio genere non appartiene né alla mia famiglia, né allo Stato, né all’industria farmaceutica”, scrive Preciado. “Il mio genere non appartiene nemmeno al femminismo, non alla comunità lesbica e neppure alla teoria queer”.

È davvero troppo da digerire per chi è affezionato ai ruoli fissi e alla natura femminile remissiva e tollerante, che saluta sempre e dice grazie e per favore.

Il gender è assenza di oppressione riguardo ai comportamenti, alle preferenze, alle identità sessuali e di genere; ai ruoli di genere predefiniti e alle nature umane sdoppiate in femminile e maschili, rigide e immodificabili; al possibile cambiamento del nostro corpo.

L’ideologia gender è la nostalgia per quell’oppressione.

Questo articolo è un estratto del libro New gen(d)eration. Orgoglio e pregiudizio di genere.

Cultura, Politica e Società

Chiudete le scuole son come galere!

CHIUDETE LE SCUOLE SON COME GALERE! – la Repubblica.it. di Giovanni Papini dall’archivio de la Repubblica 13 Giugno 1992 dc

Laicità e Laicismo, Politica e Società

Il Senato di Vaticalia

Da Democrazia Atea il 25 Maggio 2015 dc:

Il Senato di Vaticalia

Ministri del PD, raccogliendo l’eredità della destra berlusconiana e interpretandola con maggior disprezzo per le classi lavoratrici, non perdono occasione per mostrare insofferenza contro le organizzazioni sindacali.

Eppure in tema di politiche del lavoro i sindacati dovrebbero essere interlocutori privilegiati.

In sintonia con l’insofferenza dei Ministri verso i sindacati, il Senato della Repubblica italiana si è adeguato.

Dovendo raccogliere pareri qualificati in tema di reddito minimo garantito, in audizione ha convocato tale Bregantini, in arte arcivescovo.

Costui, pur sapendo di far parte di una casta di mantenuti, pur sapendo di essere inserito in una struttura parassitaria che si alimenta con il prelievo fiscale degli italiani, pur sapendo di essere una sanguisuga inutile alla vita, si è pure preso il lusso di dire che il reddito minimo garantito è una forma di assistenzialismo negativo.

Uno che per mestiere campa sulle spalle degli altri esprime giudizi contro una misura di sostegno alla dignità umana sollecitata da una Direttiva europea già dal 2002.

È insopportabile sapere che il Senato, per assumere una qualsiasi iniziativa legislativa, possa aver consultato un ministro di uno Stato extracomunitario.

L’anomalia del Vaticano, comunque, non sta solo nel fatto che è uno Stato formato solo da maschi, ma anche che in quel sistema malato nessuno lavora, non c’è alcuna realtà produttiva, eppure i cittadini del Vaticano hanno un reddito pro capite di 407.000,00 euro l’anno.

Dal pulpito della sua ricchezza di mantenuto Bregantini si è espresso negativamente contro una misura economica che ha come finalità il mantenimento della dignità sociale.

Del resto quando il loro capo parla di Chiesa povera intende una comunità di fedeli poveri, non di certo la povertà dei mediatori mercificati della spiritualità.

Bregantini è andato in Senato a dire che è preferibile una società di poveri privati della dignità e che il reddito minimo garantito intralcia l’influenza che la pretaglia ha sulla società, posto che una società cui è tutelata la dignità potrebbe affrancarsi dallo sfruttamento clericale.

I senatori che lo hanno ascoltato, del resto, per arrivare a programmare una simile audizione, devono essere stati ispirati davvero da un rigurgito di imbecillità.

http://www.democrazia-atea.it

Politica e Società

Borghesia e Sottoproletariato

da Democrazia Atea il 21 Aprile 2015 dc:

Borghesia e Sottoproletariato

Se non ci fossero stati i social network le espressioni di bassezza dei nostri connazionali avremmo potuto intuirle a distanza, illudendoci che forse potesse trattarsi di qualche sporadico mentecatto.

Invece ciò che abbiamo letto in queste ore nei commenti sui social sulla tragedia degli africani va nella direzione opposta a quella auspicata.

Il sottoproletariato italiano, ovvero quel proletariato che non ha coscienza della propria condizione, quello che non conosce solidarietà né dignità umana, quel sottoproletariato che vive esaltandosi nell’odio verso una nuova categoria di ultimi, oggi si è sentito protagonista perché Salvini ha dato voce al suo istinto, quell’istinto viscerale che si nutre del disprezzo per coloro che sono ancora più poveri di quanto sia possibile immaginare.

Mettere i piedi in testa agli ultimi significa per molti godere dell’illusione di scalare un gradino in più nella gerarchia sociale della ricchezza e del benessere.

Ascoltare Salvini oggi è stata una esperienza antropologicamente interessante perché con le sue considerazioni è riuscito ad unire in un afflato di comuni istinti il sottoproletariato con la borghesia reazionaria.

Li ha uniti nel credere, con convinzione, che i poveri dell’Africa ci stessero invadendo, e che fossero colpevoli di non aver accettato di morire nelle loro terre durante le guerre che abbiamo portato loro in casa, ma di essere morti in prossimità delle nostre coste.

E mentre la gran parte degli italiani è stata attratta da Salvini che l’ha dirottata verso la preoccupazione di dover arginare l’arrivo dei barconi, la restante parte continua ad essere attratta da Renzi il quale nel corso dell’ultimo summit NATO ha sottoscritto un impegno ad innalzare la spesa militare portandola da 80 milioni di euro al giorno a 100 milioni di euro al giorno, per alimentare quella macchina da guerra che sta devastando i Paesi di provenienza dei migranti.

Sostenere Salvini significa accecarsi vergognosamente contro i sintomi, incapaci di focalizzare le cause.

Sostenere Renzi, invece, significa condividere, senza dubbi interpretativi, una politica di armamenti e di guerre.

Entrambi si contendono il primato della “migliore” italianità

Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea

http://www.democrazia-atea.it

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Tradizioni

da Democrazia Atea 5 Aprile 2015 dc:

Tradizioni

Le stagioni astronomiche della Terra sono sempre state scandite dagli equinozi e dai solstizi, e non c’è popolazione che non abbia legato a questi eventi astronomici riti e divinità.

L’equinozio di primavera si lega alla rinascita arborea e in generale alla fertilità della terra.

I simboli delle uova, ad esempio, intesi come talismani di fertilità, sono presenti in moltissimi culti arcaici, dall’Europa all’Asia.

Come ogni anno si ripete l’equinozio di primavera, allo stesso modo ogni anno si ripetono i culti propiziatori con le rappresentazioni della morte e della rinascita, e con il cibarsi di uova che, nel rituale collettivo, diventa la partecipazione individuale alla nuova vita e quindi alla resurrezione.

Con il radicamento delle usanze e delle consuetudini si ottiene anche un altro risultato antropologico, ovvero l’identificazione di un gruppo umano che si riconosce in quelle usanze e in quelle consuetudini, che si riconosce nelle tradizioni.

Nella trasmissione delle tradizioni tra individui dello stesso gruppo sociale, si consuma l’esclusione degli altri.

Con la tradizione le consuetudini si bloccano, si cristallizzano, per consentire coesione e sicurezza.

Al di fuori della tradizione si perde il legame con il gruppo perché non ci si identifica più nel legante condiviso dagli altri.

Le ritualità religiose ne sono l’espressione antropologicamente più statica e respingente.

Al di fuori della tradizione, tuttavia, si sceglie la scoperta e la crescita, l’esplorazione e lo scambio.

Non c’è evoluzione nella tradizione, quanto piuttosto la negazione di un processo di crescita culturale cui ogni individuo può intelligentemente aspirare passando attraverso l’elaborazione autonoma di ciò che già conosce.

Conoscere le tradizioni ha senso solamente nella capacità di ricordarle avendole già relegate ad un tempo passato.

Solo così si impedisce che le società rimangano ancorate alle pressioni illogiche di chi ne trae potere attraverso il loro perpetuarsi come stile di vita e non come folklore da sagra di provincia.

Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea

Ateoagnosticismo, Economia, Laicità e Laicismo, Politica e Società

L’assurdo di Napoli

da Democrazia Atea 21 Marzo 2015 dc:

L’assurdo di Napoli

Luigi De Magistris, già collaudato baciatore di ampolle, Sindaco di una città della Repubblica italiana, offre al monarca vaticano le chiavi della città di Napoli, e lo fa con “deferente gratitudine”.

De Magistris, ex magistrato, già condannato in primo grado, non si accontenta di questa “sottomissione” teocratica, e, nella veste istituzionale che ancora ricopre, chiede al capo di Stato di una monarchia nella quale il codice canonico ha prevalenza giuridica sul codice penale “l’affermazione dei Principi di Giustizia e Legalità”.

Il monarca vaticano, dal canto suo, nel giorno in cui si viene a sapere che le automobili vaticane erano utilizzate per un traffico di oro e diamanti nel Burundi, chiede ai criminali di convertirsi al cattolicesimo.

Sembra il canovaccio di una commedia di Ionesco, ma di assurdo c’è che è tutto reale.

Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea

Cultura, Laicità e Laicismo, Politica e Società

Si torna alle benedizioni nelle scuole?

da Cobas scuola Bologna – 14 Marzo 2015 dc:

Si torna alle benedizioni nelle scuole?

A Bologna un attacco alla laicità della scuola statale

In un Istituto comprensivo di Bologna sta accadendo una vicenda paradossale.

Tutto inizia un paio di mesi fa, quando tre parroci delle parrocchie locali inviano una lettera al Dirigente per chiedere di poter dare la benedizione pasquale agli alunni delle tre scuole dell’Istituto. Il Consiglio di Istituto, senza nemmeno perdere tempo per mettere all’ordine delgiorno la richiesta, dibatte nelle “varie” e vota a maggioranza la benedizione a scuola. Salvo accorgersi poi che la faccenda non rappresentava un assolvimento burocratico scontato, macostituiva una decisione pesante, che non aveva chiari appigli normativi, che capovolgeva le consuetudini delle scuole in questione, che non partiva da esigenze o richieste di alcuna componente diffusa (genitori o docenti), che tra l’altro era stata presa in modo irrituale perché con votazione di un tema non incluso nell’ordine del giorno.

A questo punto uno potrebbe pensare che un tale sbilanciamento, effettuato solamente per accontentare tre parroci, poteva rientrare almeno parzialmente e divenire occasione di verifica della normativa e di ascolto delle componenti scolastiche, insomma: poteva essere occasione di un’apertura ad una dialettica “democratica”.

Invece di lì a meno di un mese il Consiglio viene riconvocato con l’inclusione della “benedizione” quale oggetto dell’ordine del giorno e, sotto gli occhi esterrefatti di alcuni docenti presenti come pubblico, la celebrazione del rito viene approvata, con le sole limitazioni di non essere obbligatoria (ci mancherebbe anche questo) e di venir svolta non nell’orario curricolare. A nulla valgono le proposte di mediazione di chi propone una strada più rispettosa della fisionomia pluralista e costituzionale della scuola pubblica, quella di affiggere nelle bacheche della scuola un cartello delle parrocchie con l’appuntamento alle rispettive chiese: la determinazione della maggioranza è di ferro e non viene scalfita.

Per comprendere bene su quale terreno si innesta tale determinazione però occorre conoscere qualche dato aggiuntivo. Bisogna sapere cioè che nel 1993, oltre vent’anni prima, quello stesso Istituto scolastico aveva approvato addirittura la celebrazione di riti cattolici all’interno dell’orario curricolare e che già allora un ricorso al Tar aveva cassato come illegittima questa pratica e nella motivazione aveva aggiunto che anche come attività in orario extrascolastico la pratica non era giustificata, sostanzialmente perché la benedizione o la messa è la celebrazione di un rito e la scuola non è luogo deputato a ciò. Almeno la scuola statale, perché nelle scuole confessionali il problema non si pone.

Quindi sembra di capire che, passati vent’anni, pur non essendo intervenuti cambiamenti legislativi sul tema, un nuovo tentativo nella stessa scuola esprime la volontà di riprovare a far entrare nella scuola un rito cattolico creando un precedente significativo. La speranza degli ostinati sostenitori del prete a scuola (e – immaginiamo – di quei preti che hanno avanzato la richiesta) è evidentemente quella di provare a incrinare il carattere laico che caratterizza in parte la scuola italiana (teniamo presente che comunque a scuola sono previste due ore di insegnamento della religione cattolica) facendo marcare il territorio al sacerdote attraverso la benedizione, una benedizione che le anime credenti potrebbero benissimo recarsi a ricevere nella chiesa viciniore.

A questo punto un gruppo non piccolo di insegnanti e genitori di quell’Istituto si ritrova a ragionare su tale scelta e – non condividendone le ragioni e avendo dubbi sulla legittimità – decide di rivolgersi ad un avvocato e – a proprie spese – di fare ricorso al Tar. Sono evidentemente insegnanti che considerano la scuola statale come uno spazio in cui non si svolgono riti religiosi, ma semmai si parla di religioni studiandone gli aspetti culturali.

Pensano che la presenza nella società italiana di scolaresche sempre più composite per credo religioso o non religioso suggerisca comportamenti che non creino divisioni tra alunni credenti e alunni non credenti in quella religione specifica o non credenti affatto; reputano quindi scontata la tutela dello spazio scolastico – curricolare ed extracurricolare – dalle celebrazioni religiose di qualsiasi confessione. Questi insegnanti e genitori quindi ricorrono e attendono di sapere dalla magistratura amministrativa chi ha ragione sulla legittimità – poiché il diritto a confrontarsi sulla base di
diverse opinioni lo garantisce la Costituzione. Il pronunciamento sulla richiesta di sospensiva è previsto per il 26 marzo e quindi rimarrebbe tutto il tempo, qualora la sospensiva non venisse accordata, per dare corso successivamente alla delibera del Consiglio di Istituto.

Su questa situazione però si innesta un incredibile capovolgimento mediatico delle posizioni.

Attorno a questi docenti e genitori che hanno un’opinione diversa si scatena una canea mediatica vergognosa, a tratti intimidatoria, francamente imbarazzante. Dapprima Don Raffaele Buono afferma in un testo inviato alla stampa che “l’effetto della benedizione sarà di
incoraggiamento e consolazione per chi crede in un Dio d’amore e misericordia; per chi non crede sarà certo meno preoccupante dello sventolare di una bandiera nera”. Poi l’allusione all’Isis fa scuola e riappare più volte. Vediamo alcune citazioni: per Camillo Langone su “il Giornale nuovo” (prima pagina, titolo principale) ricorrere al Tar diventa “una mossa degna del califfato”, i professori sono “indiavolati”, “la sinistra che tifa per l’Isis” e le ragioni dei ricorrenti sono bollate come “delirio laicista”. “Il Resto del Carlino” titola “sì alle benedizioni, basta con i prepotenti”, il direttore descrive gli insegnanti ricorrenti come “pervasi da spirito ideologico che mal si concilia con la funzione che svolgono”, il vicedirettore decreta: “gente come gli 11 di cui sopra andrebbero a loro volta portati davanti ai giudici perché impediscono ad altri di coltivare i propri valori”… Fermiamoci qui. Appellarsi ad uno strumento costituzionale della giustizia amministrativa diviene un atto bollato come vergognoso e violento: il fango mediatico ha realizzato il suo scopo: oscurare il dibattito e demonizzare i soggetti che la pensano diversamente (molti – tra l’altro – cattolici praticanti).

Ma ciò non è bastato a suggerire riflessioni e a rallentare la determinazione di chi ritiene che si debba procedere con forza verso queste benedizioni. Oggi, 12 marzo 2014, un nuovo Consiglio di Istituto, convocato in tutta fretta, ha fissato l’organizzazione delle benedizioni per i giorni precedenti la data del pronunciamento del Tar, in modo da vanificare il ricorso dei docenti e dei genitori e per mettere tutti – giudici del Tar compresi – di fronte al fatto compiuto
(oltretutto con voto favorevole della rsu Flc-Cgil). Tutto ciò nonostante nel frattempo il Consiglio di interclasse di una delle tre scuole si sia riunito e, tra le altre materie all’ordine del giorno, abbia discusso sul tema esprimendo praticamente all’unanimità (un solo astenuto) l’imbarazzo per una scelta che risulta divisiva per i bambini e le famiglie, fuori dalle tradizionali scelte educative della scuola, non in linea con la precedente sentenza del Tar.

In definitiva quindi si conferma la determinazione della maggior parte dei consiglieri d’istituto di andare avanti nonostante tutto e a tutti i costi mentre l’unica voce proveniente dal basso (i docenti di una scuola riuniti in un organo collegiale) esprime un parere diametralmente opposto che non viene preso in considerazione.

I Cobas – Comitati di base della scuola sostengono insegnanti e genitori in questa lotta per la laicità della scuola, per il rispetto delle diverse scelte religiose o non religiose di ognuno.

Deplorano i toni e i contenuti fortemente diffamatori e intimidatori di molti interventi giornalistici sul tema, si stupiscono che dalla dirigenza dell’istituto non emerga una parola di difesa della professionalità dei docenti che sono ricorsi al Tar in virtù dei loro pieni diritti di cittadinanza. La scuola statale italiana è laica e la Costituzione garantisce tale laicità. Queste forzature in direzione clericale rivelano solamente la pochezza delle argomentazioni di questi paladini della benedizione a tutti i costi.

Cronaca, Laicità e Laicismo, Politica e Società, Sessualità

In 5 giorni la Tunisia celebra i suoi 2 primi Gay Pride

In 5 giorni la Tunisia celebra i suoi 2 primi Gay Pride. Da www.ilgrandecolibri.com 30 Marzo 2015 dc

Laicità e Laicismo, Politica e Società, Scienza e Natura

La via francese al fine vita

La via francese al fine vita. su Lucidamente 2 Gennaio 2015 dc

Ateoagnosticismo, Cronaca, Laicità e Laicismo, Politica e Società, Sessualità

Sesso, droga e Vaticano

da Democrazia Atea 2 Dicembre 2014 dc:

Sesso, droga e Vaticano

Qualche tempo fa intercettarono in Germania una partita di cocaina diretta al Vaticano, che fu spedita utilizzando dei profilattici.

Dunque dalle parti del Vaticano avevano trovato un utilizzo dei profilattici alternativo a quello per il quale sono stati prodotti, avendo sempre condannato ogni forma di prevenzione dal contagio di Hiv trasmissibile per via sessuale.

Hanno ottenuto, in questi decenni, un doppio risultato: le persone contagiate da Hiv si sono sentite moralmente condannate dalla comunità perché la compromissione del loro stato di salute è stata associata ad una sessualità libertina, mentre le persone non contagiate si sono sentite “virtuose” agli occhi di tutti, per il solo fatto di non essersi contagiate.

Qualche anno fa alcune agenzie di stampa si erano sbizzarrite nel dire che Ratzinger aveva modificato la “tradizionale” posizione della Chiesa Cattolica contro l’uso dei profilattici, ma la notizia era stata immediatamente smentita dalla Congregazione per la dottrina della fede che si era precipitata a riaffermare il solito ritornello medievale, attribuendo l’errata interpretazione delle parole del monarca ad una imprecisa traduzione dal tedesco.

La Chiesa cattolica era ed è rimasta contro l’uso del profilattico e la dottrina morale della Chiesa non è mai cambiata: hanno continuato a combattere l’uso del profilattico, con consapevolezza criminale, anche di fronte alla certezza del contagio da Hiv.

C’è ancora qualche sprovveduto che non riesce a mettere insieme cause ed effetti, e magari continua a sostenere che quanto propalato dall’organizzazione cattolica in tema di profilattici, attraverso i rappresentanti di quello Stato extracomunitario, compresi i rappresentanti periferici, in definitiva non possa incidere più di tanto nelle abitudini degli italiani.

Stavolta dovranno prendere atto del contrario.

L’avversione al profilattico decisa dal Vaticano è stata talmente interiorizzata dagli italiani da incidere sulle statistiche planetarie sulla diffusione dell’aids.

In Italia, infatti, secondo le cifre fornite nel novembre 2014 dall’ONU, si ha la più alta prevalenza di persone affette da Hiv in Europa occidentale.

Stavolta il finto rivoluzionario Bergoglio non ha emanato alcun provvedimento per modificare l’andamento di un contagio di cui l’organizzazione religiosa che presiede è moralmente responsabile.

Del resto da quelle parti i profilattici preferiscono usarli per riempirli di cocaina.

Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea

Cultura, Laicità e Laicismo, Politica e Società

Chiesa Cattolica tra omofobia e pedofilia

da Democrazia Atea 16 Novembre 2014 dc:

Chiesa Cattolica tra omofobia e pedofilia

È di questi giorni la notizia che la Curia di Milano  ha inviato una lettera segreta a seimila insegnanti di Religione Cattolica della medesima Diocesi, invitati a trasformarsi in spie perché segnalassero e denunciassero quelle Scuole in cui si tengono iniziative e incontri volti a parlare di omosessualità e di identità di genere.

Tra i contenuti gravissimi di questa lettera si tende a far passare come forme di “indottrinamento” il contrasto, la lotta  e una conseguente educazione anti-omofobica.

Nonostante che da anni la Comunità Scientifica dichiari che non si sceglie il proprio orientamento sessuale, nella lettera tale orientamento viene presentato come fosse una scelta.

Ancora una volta è chiara l’ingerenza della Chiesa Cattolica, non solo in questi temi, ma nella stessa libertà d’insegnamento, come se gli insegnanti di Religione Cattolica non fossero, purtroppo,  dipendenti dello Stato, pagati dallo Stato.

Democrazia Atea vuole ancora una volta denunciare una campagna di delegittimazione della Scuola Pubblica che si ritorce alla fine contro  la vita degli adolescenti gay e lesbiche che frequentano le Scuole Pubbliche Italiane e che sono a tutt’oggi oggetto di pesanti discriminazioni, insulti, esclusione sociale, a volte con gravissime conseguenze, come ci è capitato di leggere negli ultimi tempi.

In un’Italia che dovrebbe essere laica, in una Scuola che dovrebbe educare alle differenze per il rispetto reciproco di tutte le persone, per il semplice fatto, contrariamente a quanto affermato esplicitamente in quella lettera, che non c’è una differenza che vale di più e una differenza che vale di meno.

Democrazia Atea vuole denunciare per l’ennesima volta la deprecabile ingerenza delle Autorità Ecclesiastiche che, come al solito, sottintendono un pensiero ipocrita che impedisce ai giovani di appropriarsi di certe tematiche in maniera corretta che solo una Scuola aperta, laica e coraggiosa può fornire loro, contribuendo a sconfiggere quegli atteggiamenti e comportamenti che anche questa lettera della Curia Milanese contribuisce criminalmente a diffondere.

Carlo Chionne

Segretario Provinciale di Livorno di Democrazia Atea

http://www.democrazia-atea.it

Laicità e Laicismo, Politica e Società

Magistratura di sinistra

da Democrazia Atea 10 Novembre 2014 dc:

Magistratura di sinistra

Magistratura Democratica è una associazione di magistrati che si identifica in un’area culturale progressista.

Se apri il loro sito trovi in evidenza il discorso pronunciato dal monarca Bergoglio in occasione di una audizione che lo stesso monarca ha concesso ad una Delegazione dell’Associazione Internazionale di Diritto Penale .

Cosa ci sia di culturale nelle riflessioni di un monarca che nega la distinzione tra potere giudiziario, potere legislativo e potere esecutivo, assumendoli tutti e tre sulla sua persona, non è dato sapere, ma forse i magistrati di quella associazione lo sanno.

Magistratura Indipendente, altra associazione di magistrati italiani, annovera, invece, tra i propri scopi statutari, l’indipendenza e l’autonomia della magistratura.

Scorrendo le pagine del loro sito trovi, in evidenza, la pubblicazione di un discorso che Wojtyla fece ai magistrati nel 2000, richiamandoli non certo alla legge degli uomini, per la cui applicazione sono pagati dallo Stato, ma alla legge del dio cattolico, giusto per puntualizzare il valore dell’indipendenza e dell’autonomia.

Recentemente ha lasciato sorpresi, anche sotto un profilo di stretta applicazione del diritto processuale, l’arresto dell’attivista politico di Roma Nunzio D’Erme, reo di aver reagito ad una provocazione messa in atto da Militia Christi, un movimento politico di destra ultracattolico che professa la teocrazia.

Brevemente: D’Erme, noto per essere un attivista delle tematiche sulla laicità, aveva organizzato un convegno sull’omofobia presso la sede del Settimo Municipio di Roma e durante i lavori si erano presentati gli attivisti di Militia Christi.

Ne era scaturita una bagarre con immediato intervento della Digos.

Il parapiglia che ne era seguito configurava di certo estremi di reato che avrebbero trovato una verifica in sede dibattimentale, ma il magistrato che ha firmato l’ordine di arresto per D’Erme lo ha motivato con argomentazioni tali da trasformarla in una misura cautelare incomprensibile.

L’ex senatore Franco Turigliatto nel 2008, durante una trasmissione televisiva, si era rifiutato di stringere la mano a Roberto Fiore, il fondatore di Forza Nuova, un movimento di estrema destra che si richiama ai valori del fondamentalismo cattolico, definendo Fiore un fascista.

Sentendosi offeso, Fiore aveva denunciato Turigliatto.

Apprendiamo dalla stampa che un magistrato ha firmato un decreto penale di condanna ritenendo Turigliatto colpevole di diffamazione, pur sapendo che la Cassazione già nel 2010 si era pronunciata su un caso simile stabilendo, a grandi linee, che definire Fiore un fascista non era reato.

D’Erme e Turigliatto, verso i quali si esprime solidarietà, sono gli esempi più eclatanti di una applicazione della legge che non solo non coincide con la giustizia, ma si avvicina di molto ad una giustizia teocratica come la sharia.

Si aggiunge a tutto questo una riflessione beffarda: la maggior parte degli italiani è convinta che la maggior parte dei magistrati italiani sia “di sinistra”.

Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea

http://www.democrazia-atea.it

Cultura, Laicità e Laicismo, Politica e Società

Scuola medievale

da Democrazia Atea il 28 Agosto 2014 dc:

Scuola medievale

La riforma della scuola, preannunciata nelle linee essenziali, si prospetta in linea con le precedenti riforme berlusconiane.

Colpisce il sistema premiale previsto per gli insegnanti virtuosi.

Il virtuosismo preteso dagli insegnanti è di certo una qualità che merita di essere approfondita.

La scuola pubblica, che nel dettato costituzionale avrebbe dovuto essere laica e autonoma, è stata progressivamente trasformata da Berlusconi in confessionale e dirigistica, con la complicità di certa magistratura amministrativa più che compiacente.

Renzi, delfino di Berlusconi, si pone in perfetta continuità con il suo mentore, continuando a smantellare ogni ipotesi di autonomia, in una gerarchizzazione e burocratizzazione penalizzante per gli insegnanti e, di riflesso, per gli studenti.

Il virtuosismo preteso dagli insegnanti si declina, inevitabilmente, con una valenza moralistica posto che la terminologia usata, inserita nel contesto scolastico ormai confessionale, si risolve in una sottomissione ai vertici e in una repressione delle eventuali posizioni di dissenso.

Affidare ai dirigenti scolastici la valutazione degli insegnanti virtuosi, e mettere nella loro disponibilità la possibilità di ricompensare gli insegnanti con somme di denaro, significherà medievalizzare la scuola in un sistema in cui la dirigenza, grazie alle precedenti riforme, è già interpretata come feudo e dove gli insegnanti dovranno comportarsi da valvassori idioti proni alle angherie del feudatario di turno.

Cosa diversa sarebbe stata, ad esempio, una riforma volta alla autonomia degli istituti, con una dirigenza elettiva espressa da un collegio di docenti e personale ATA, a tempo determinato, fino a nuova elezione.

Il rapporto tra dirigente e insegnanti sarebbe stato costruito su una premessa certamente democratica, che oggi invece è negata.

Se la scuola pubblica nel dettato costituzionale doveva essere espressione della democrazia inclusiva, oltre che del merito derivante dalle competenze, oggi viene smantellata da un Presidente del Consiglio che si è formato come boy scout.

Lo scoutismo è una delle tante organizzazioni giovanili cattoliche nelle quali si opera nella negazione dei principi costituzionali.

Tra gli scouts non c’è democrazia inclusiva perché chi non è cattolico ed eterosessuale non può farne parte.

Tra gli scouts matura il convincimento che la competenza che si acquisisce attraverso lo studio è secondaria rispetto all’apprendimento che si attua attraverso l’esaltazione delle esperienze pratiche.

Non c’è parità di genere tra gli scouts e non è difficile incontrare orde di ragazzotti sessuofobici, pronti a farsi paladini di una religiosità fondamentalista.

Pensare che queste devianze non abbiano influito sullo scout Renzi è pura illusione.

C’è da augurarsi uno protesta estesa ed articolata e Democrazia Atea non si sottrarrà all’impegno di difendere un sistema scolastico che sia aderente alla Costituzione.

Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea

Laicità e Laicismo, Sessualità, Varie: attualità, costume, stampa etc

Perché gli eterosessuali devono difendere con convinzione i diritti degli omosessuali

“Perché gli eterosessuali devono difendere con convinzione i diritti degli omosessuali” sul sito « Hic Rhodus, 10 Settembre 2014 dc

Laicità e Laicismo, Politica e Società, Sessualità

Incesto, ecco perché ha senso depenalizzarlo

Incesto, ecco perché ha senso depenalizzarlo – Il Fatto Quotidiano. 29 Settembre 2014 dc. Finalmente qualche parola fuori dal coro di ipocrisie reazionarie e bigotte!

Economia, Politica e Società, Scienza e Natura, Sovrappopolazione

Un pianeta sempre più affollato – Le Scienze

Un pianeta sempre più affollato – Le Scienze. 22 Settembre 2014 dc. “Limitare la popolazione nei Paesi in via di sviluppo”. Certo, ma anche in quelli “sviluppati”, siamo in troppi anche lì!

Jàdawin di Atheia

Ateoagnosticismo, Laicità e Laicismo, Politica e Società

Laique e Laico

da Democrazia Atea www.democrazia-atea.it 30 Luglio 2014 dc:

Laique e Laico

Alcuni linguisti dicono che la lingua è l’uso che se ne fa, ovvero l’uso che ne fa nel quotidiano la maggioranza della gente che parla quella lingua.
 
In Francia con il termine laïque la maggioranza dei francesi intende comunemente “colui che esige la separazione tra lo Stato e le religioni”.
 
Tuttavia, in Italia, con il termine laico la maggioranza degli italiani, nell’uso quotidiano che fa di tale termine, intende “cattolico non chierico”.
 
Laico, in Italia, per esempio, è l’inserviente del convento.
 
Può quindi accadere che un candido laicista, sentito che un italiano si dichiara laico, gli chieda: “Allora anche tu vuoi la netta separazione tra lo Stato e le religioni?”
 
E che poi, con la bocca aperta e gli occhi strabuzzati, si senta rispondere: “Ma manco per niente, io voglio che noi cattolici continuiamo ad avere tutti i privilegi che abbiamo, anzi, se possibile dovremmo rimarcare anche di più il fatto che l’Italia è cattolica, gli altri possono al massimo essere tollerati, specie ora che arrivano tutti questi pericolosi alieni.”
 
Ah …
 
È vero che la Corte Costituzionale ha statuito il supremo principio costituzionale di laicità dello Stato, ma nel farlo ha usato la formula “Supremo Principio di laicità o non-confessionalità”.
 
Ed è quel “o non-confessionalità” che marca la differenza tra la competenza linguistica dei giudici della Corte Costituzionale e il candido laicista.
 
Se in italiano volete dire laïque senza ingenerare equivoci sorrisi di assenso nell’interlocutore cattolico, dovete usare non-confessionale.
 
Allora vedrete che il “laico” ci terrà subito a rimarcare che lui è cattolico e giammai non-confessionale.
 
Laïque (colui che esige la separazione tra lo Stato e le religioni) è falso amico di “laico” (cattolico non chierico), è invece sinonimo inequivocabile di non-confessionale (colui che esige la separazione tra lo Stato e le religioni).
 
In questo caso, evitare i falsi amici è semplice e redditizio. Perché insistete con la traduzione letterale?
 
Fiorenzo Nacciariti

Ateoagnosticismo, Laicità e Laicismo, Politica e Società

Padova in croce

Da Democrazia Atea www.democrazia-atea.it il 27 Luglio 2014 dc:

Padova in croce

Egregio signor Sindaco,

fingo stupore nell’apprendere che Lei si pone in continuità con il percorso intrapreso dal suo partito, ovvero, blandire politicamente il cattolicesimo più becero e reazionario, presentando provocatoriamente mozioni in favore della presenza del crocifisso negli edifici pubblici comunali, provinciali e regionali.

Il suo attaccamento alla dittatura fascista e all’ossequio verso i regi decreti è imbarazzante.

Le sfugge che nel frattempo è intervenuta una Repubblica e una ‘carta dei diritti’ comunemente chiamata Costituzione, sulla quale lei ha prestato giuramento, e intuisco, a questo punto, quale valore morale il suo cattolicesimo le suggerisce rispetto alla solennità di un impegno.

Qualora non le fosse nota, le suggerisco la lettura della sentenza n. 439 del 1.3.2000 con la quale la IV Sezione penale della Corte di Cassazione ha sentenziato l’illiceità dell’ostensione dei crocifissi negli uffici pubblici perché violano il Principio Supremo di Laicità che si sostanzia – come costantemente affermato dalla Corte Costituzionale – nell’obbligo dello Stato e dei suoi funzionari di essere neutrali, imparziali ed equidistanti nei confronti di tutte le religioni e di tutti i singoli cittadini, in relazione alla loro fede o credo.

Solo questo aspetto dovrebbe suggerirle qualche dubbio sulle modalità etiche con le quali amministra il Comune che rappresenta.

Non le sarà sfuggito che l’art. 3 della Costituzione dice che “tutti i cittadini hanno pari dignità e sono uguali dinanzi alla legge, senza distinzione di religione” e che la religione cattolica è solo una delle circa 30.000 religioni, sette e aggregazioni tribali del pianeta.

Ed inoltre che l’art. 8 della Costituzione dice che “tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge”; che l’art. 19 della Costituzione dice che “tutti hanno il diritto di professare liberamente la propria fede o non fede religiosa, di farne propaganda e di esercitarne il culto anche in pubblico”; che l’art. 9 della Convenzione internazionale sui diritti dell’Uomo dice che “ogni persona ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione”; che l’art. 14 della medesima convenzione dice che “il godimento dei diritti civili e delle libertà riconosciuti nella presente Convenzione deve essere garantito a tutti.”

In ultima, ma non meno importante , cito la sentenza n. 203 del 1989, con la quale la Corte costituzionale ha inteso affermare l’esistenza nel nostro ordinamento della cosiddetta Laicità Positiva, quella cioè della “non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale”.

Il simbolo cattolico, a tutto voler concedere, è anche esteticamente inquietante atteso che raffigura un cadavere appeso ad una croce, e anche sotto questo aspetto non è ammissibile che possa essere imposto senza dare, nel contempo, la possibilità a tutti i cittadini di potere esporre il simbolo religioso che più li rappresenta.

Né vi sarebbe alcun motivo di negare, ad esempio, ad un pastafariano di esporre, accanto al cadavere appeso alla croce, il proprio simbolo che consta di uno scolapasta.

Nella foto che campeggia sul suo profilo Facebook si legge lo slogan “Massimo Bitonci Sindaco di tutti” e auguro vivamente ai suoi concittadini che il significato che lei attribuisce allo slogan non sia diverso da quello che deve essere attribuito al giuramento sulla Costituzione.

In attesa di conoscere quale significato intende attribuire al Principio di Laicità, porgo distinti saluti.

Ciro Verrati
Segretario Provinciale di Venezia di Democrazia Atea