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La lunga notte delle Scuole Armate italiane

Dal sito La Bottega del Barbieri 18 Giugno 2018 dc:

La lunga notte delle Scuole Armate italiane

di Antonio Mazzeo (*)

Se in tempi di “pace” le forze armate superano ogni limite di decenza nelle loro sempre più invasive occupazioni di scuole e attività didattiche, è doveroso interrogarsi su cosa potrebbe accadere in caso di “guerra guerreggiata” nell’Italia della cosiddetta Terza Repubblica. Peggio di così l’anno scolastico 2017-18 non poteva concludersi: sfilate, parate, cori e bande musicali di studenti e militari “uniti nel Tricolore”; party-saluti di alunne e alunni in basi e installazioni di guerra, con tanto di selfie ai piedi di cingolati, carri armati, cacciabombardieri e sottomarini; saggi ginnico-militar-sportivi e gare di corsa al passo dei bersaglieri; borse di studio/formazione e certificazioni per l’alternanza scuola-lavoro nei corpi d’assalto dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica o nelle aziende dell’export degli strumenti di morte.

Sono centinaia ormai le “esperienze” didattico-educative che le forze armate, in assoluta autonomia e fuori da ogni doveroso controllo degli insegnanti, impongono alle studentesse e agli studenti italiani. Realmente impossibile censirle, ma tra quelle svolte nelle ultime settimane ce ne sono alcune che meritano essere menzionate per la loro gravità e il prevedibile impatto negativo sul processo di formazione e crescita di tanti nostri figli.

Giovedì 31 maggio 2018, ad esempio, una rappresentanza del 9° Reggimento d’Assalto “Col Moschin” (il reparto d’eccellenza delle forze speciali di terra che opera in tutti gli scenari di guerra internazionali) si è recata presso l’Istituto scolastico “Leonardo da Vinci” di Guidonia (Roma) per incontrare gli alunni della scuola elementare. “Il primo incontro tra gli Incursori e la classe era avvenuto nei giorni precedenti proprio presso l’aeroporto militare di Guidonia dove i bambini assistevano alle prove della parata prevista per la Festa del 2 giugno ed in maniera del tutto spontanea ed assolutamente inattesa per gli uomini del Col Moschin, gli alunni si sono lanciati in acclamazioni e applausi riecheggiando il grido Arditi lanciato dagli incursori”, riporta l’ufficio stampa dello Stato Maggiore dell’Esercito. “Incuriositi da tale spontaneo slancio, gli Incursori hanno avvicinato la scolaresca che li ha travolti con slancio affettuoso. In particolare un bambino, che si era infortunato poco prima, ha raccontato che siccome gli arditi sono i più coraggiosi tra i coraggiosi, avrebbe sopportato il dolore come loro. Non potendo lasciar passare così tale manifestazione di affetto gli Incursori hanno, a loro volta, fatto una sorpresa ai bambini e incontrandoli in aula regalando il crest del 9° reggimento Col Moschin e ringraziandoli da parte di tutti gli Incursori dell’Esercito”. Coronano l’articolo che ci riporta ai tempi più bui dell’Istituto Luce, numerose fotografie che ritraggono le lezioni frontali degli ufficiali-arditi in una classe di primaria dove le divisioni di genere sono giù belle e strutturate: i bambini mostrano orgogliosi bicipiti e pettorali, le bambine sorridono estasiate.

Innocenze rubate, coscienze stuprate, i corpi sottratti, cooptati, convertiti in icone di guerra e di morte. La “campagna” militare nelle scuole di Guidonia ha avuto un’indicazione precisa, inequivocabile: Adotta un sorriso di un soldato. Una serie d’iniziative che hanno coinvolto oltre 800 studenti delle scuole di ogni ordine e grado, promosse dal personale del 60° Stormo dell’Aeronautica Militare alla vigilia della “Rivista” per la Festa della Repubblica. “Il progetto mira a creare una possibilità di contatto tra le realtà sociali attraverso una comunicazione comune, quella di sorridere insieme”, si legge nel sito internet dell’Aeronautica. “La fatica della marcia sotto il sole o sotto l’acqua, l’impegno di tutti gli organizzatori per la buona riuscita viene ricompensata dal sorriso, anche se timido, che i bambini e gli adolescenti esternano senza pregiudizio o filtro ma in maniera del tutto incondizionata. L’incontro tra il personale militare di Guidonia e gli studenti avviene attraverso la presentazione dei simboli, delle uniformi e della storia dei Reparti che ogni anno prendono parte alla Sfilata. (…) L’attività ludica e culturale allo stesso tempo si trasforma in un valore aggiunto che consolida quella relazione emotiva, la quale attraverso l’espressione facciale del sorriso, innesca automaticamente sentimenti quali l’empatia, la serenità e la voglia di stare tutti insieme uniti nella gioia. Riconoscere i Reparti attraverso le loro uniformi e le attività esperienziali, quali la marcia insieme ai soldati, sono stati i punti cardini della relazione soldato-bambino in Patria”.

Non è andata purtroppo meglio a 3.000 studenti frequentanti gli istituti scolastici napoletani dove la Divisione “Acqui” (alla guida delle brigate terrestri d’élite “Granatieri di Sardegna”, “Aosta”, “Pinerolo”, “Sassari” e “Garibaldi”), ha oraganizzato e gestito in prima persona il Progetto Legalità, “per tracciare l’importanza delle Forze Armate e in particolare dell’Esercito Italiano, non solo nel solco del centenario della Grande Guerra, ma anche su alcune attività del territorio nazionale, come ad esempio con l’Operazione Strade Sicure”. “Nell’ambito delle attività didattiche e di orientamento del percorso scolastico – prosegue il comunicato dell’Esercito – un team di soldati della Acqui ha divulgato nelle classi l’importanza dei valori di fiducia, coraggio, solidarietà, dignità e sacrificio”.

Abdicando alle proprie funzioni costituzionali, tantissime scuole hanno affidato alle forze armate la rielaborazione e la narrazione “storico-culturale” della Prima Guerra Mondiale, una delle peggiori carneficine della storia dell’umanità. Un processo di mistificazione, quello condotto dai militi-arditi-insegnanti che culminerà con i Festeggiamenti della Vittoria del prossimo 4 novembre, prevedibile apoteosi della partnership scuole–forze armate e della militarizzazione a fini dichiaratamente bellici del sistema educativo nazionale, contro il sapere libero e critico.

Ci troviamo di fronte a un processo inarrestabile? Non lo crediamo, anzi riteniamo che sia ancora possibile intervenire contro questa “marcia sulla scuola” di generali, ammiragli, paramilitari e nostalgici dell’Italia colonial-fascista. Per questo facciamo nostro l’appello lanciato qualche giorno fa da un gruppo di insegnanti (primi firmatari Luca Cangemi, RSU del Liceo “Lombardo Radice” di Catania; Marina Boscaino, docente e pubblicista di Roma; Dina Balsamo dell’IC “G.Romano” di Eboli; Natya Migliori dell’IIS di Palazzolo Acreide; Piero Bevilacqua, professore emerito di Storia Contemporanea all’Università “La Sapienza” di Roma, ecc.) per “aprire una riflessione generale che individui nella salvaguardia degli spazi di discussione e nel rifiuto della pervasiva presenza militare nelle scuole due nodi importanti”. “Chiediamo alle/ai docenti, alle studentesse e agli studenti, al mondo intellettuale di prendere parola e di avviare una stagione di impegno che leghi ancora più strettamente la lotta alla legge 107 a quella alla militarizzazione del sapere e all’autoritarismo e sin d’ora prepariamo un grande appuntamento di riflessione e di iniziativa per l’apertura del prossimo anno scolastico”, scrivono i promotori dell’appello docenticontrolaguerra.

Chi ha cuore le sorti della scuola pubblica italiana e ritiene doverosa e imprescindibile la difesa della sua vocazione autenticamente democratica, ugualitaria e pacifista, può socializzare nei territori e negli spazi scolastici la Campagna Scuole Smilitarizzate che è stata promossa da Pax Christi Italia “proprio per arginare la crescente invasione e occupazione dei militari nelle scuole, e rivendicare invece all’istituzione scolastica un ruolo educativo e di formazione delle coscienze nel solco della Costituzione per un mondo di pace”. Scuole Smilitarizzate chiede alle istituzioni di ogni ordine e grado di rifiutare ogni attività in partenariato con le forze armate, dalla propaganda all’arruolamento alla “sperimentazione” della vita militare degli studenti; dall’organizzazione di visite a strutture riferibili ad attività militari, all’alternanza scuola-lavoro nei corpi armati e nelle industrie belliche. “Ogni volta che la scuola spalanca le porte a chi propaganda la guerra, tradisce la sua specifica missione educativa e non tutela la propria sopravvivenza ed efficienza”, afferma Pax Christi. “Così si è creato il paradosso di una scuola che, da un lato, denuncia giustamente i tagli continui cui è sottoposta, dall’altro collabora con quella struttura militare che ingoia somme faraoniche per i suoi strumenti di morte, sottratte all’istruzione”.

(*) ripreso da http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/

Mia nota: bello l’appello, ma proveniendo da Pax Christi perde di qualsiasi significato…

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Scuole? No, “progettifici scolastici”

In e-mail il 5 Luglio 2017 dc (mancando del titolo l’ho creato io):

Scuole? No, “progettifici scolastici”

di Lucio Garofalo

Le scuole, da quando sono gestite da sedicenti “presidi-manager”, ovvero “presidi-sceriffi” o come si preferisce apostrofarli, che mirano ad esercitare un certo tipo di “politica”, intesa nell’accezione più ignobile e deteriore del termine, ossia nel senso di un’operazione di squallido proselitismo clientelare ad esclusivo vantaggio di sé e di altri notabili politici locali, non sono più ambienti sani ed integri moralmente, frequentabili dai discenti.

Le scuole, infette dai “virus” dell’utilitarismo aziendalista/capitalista, dell’affarismo e del clientelismo, non sono più ambienti educativi e adatti agli obiettivi di apprendimento e di socializzazione, in cui si estrinseca il processo di formazione dell’uomo e del cittadino.

Ormai sono diventate dei “progettifici scolastici”, vale a dire mega-fabbriche di inutili progetti-fantasma, che vengono prodotti in quantità industriale, non certo per soddisfare le istanze sociali, culturali e formative degli allievi, bensì per appagare gli appetiti venali e la sete di potere dei dirigenti e dei loro cortigiani. Ebbene, le malcapitate scuole, divorate dalla metastasi dell’affarismo e dell’utilitarismo capitalista, sono ormai diventate dei carrozzoni politico-clientelari ed assistenziali che curano gli interessi esclusivi di ristrette cricche di servi, faccendieri e traffichini che corteggiano i capi d’istituto. I quali, spesso, agiscono in maniera arrogante e dispotica, atteggiandosi quasi alla stregua di “satrapi locali”.

La legge 107 del 2015 ha istituzionalizzato tutto ciò, rendendo la vita più difficile agli insegnanti onesti e coscienziosi, intenzionati a svolgere il proprio dovere in aula.

Repetita iuvant. Sugli errori nello scrivere e come risolverli

Da Hic Rhodus 19 Aprile 2017 dc:

Repetita iuvant. Sugli errori nello scrivere e come risolverli

di Michelasan

Gli italiani scrivono. Scrivono tanto, scrivono molto più di una volta, scrivono tutti. E purtroppo, scrivono male.

Sintassi approssimativa, che spesso compromette la comprensione di un testo, errori morfologici (tempi e modi verbali scorretti, pronomi sbagliati, uso ‘creativo’ degli avverbi) e gli onnipresenti, inossidabili e irriducibili errori d’ortografia: così diffusi, fastidiosi, esecrabili ed esecrati.

Si notano di più perché siamo in tanti a scrivere, e ciò che scriviamo ha più visibilità, oppure perché siamo mediamente più ignoranti e commettiamo più errori di un tempo? Di chi è colpa: della scuola o dei social media e della tecnologia digitale? E soprattutto: è possibile porvi rimedio? O conviene piuttosto rassegnarsi alla loro diffusione e sperare che le grammatiche li accolgano e li legittimino come inevitabili mutamenti linguistici?

Che la correttezza della lingua italiana scritta stia subendo una diffusa corrosione è sotto gli occhi di tutti, e da più parti si cerca di reagire: il manifesto dei 600 docenti universitari è solo l’ultimo dei disperati appelli che da più parti si lanciano per cercare di salvare la lingua italiana dallo scempio che ne fanno le nuove generazioni; e non solo loro: nel mirino ci sono sempre più giornalisti e speaker televisivi, politici e insegnanti, proprio coloro da cui ci aspetteremmo un esempio del corretto uso del nostro bel idioma.

tfi0hr6t01-bart-simpson-scrive-alla-lavagna-chi-e-causa-del-suo-mal-pianga-se-stesso_aPer quanto riguarda l’italiano parlato ci si batte per salvare il congiuntivo dall’estinzione, contro l’uso indiscriminato degli inglesismi, del ‘piuttosto che’ con valore disgiuntivo, e così via a difendere la nostra lingua dai quotidiani oltraggi che gli italiani perpetrano ai suoi danni; mentre sul fronte dell’italiano scritto (quando distinguiamo l’italiano scritto dal parlato, trattiamo di due lingue diverse) è l’ortografia che perde i pezzi: nessuno sa più scrivere un monosillabo accentato o una locuzione avverbiale o preposizionale corretti; i pò, i fù, gli apparte, i qual’è, le scielte e le coscenze si sprecano.

E tutto ciò è amplificato dal fatto che mai come oggi l’essere umano ‘scrive’. Nell’era digitale e dei social è enorme il numero di persone che hanno l’opportunità, oltre alla necessità, di scrivere, di esternare la propria opinione, o semplicemente di comunicare con altri esseri umani mediante la scrittura.

Diviene più evidente quindi anche l’errore ortografico; in Italia a metà del secolo scorso era ancora abbastanza diffuso l’analfabetismo (ancora nel 1981, dati del censimento della popolazione italiana, gli analfabeti erano il 3,5 %) (Tullio De Mauro, Guida all’uso delle parole, Editori Riuniti, 2003); l’obbligo scolastico si fermava alla licenza elementare (la scuola media diventa obbligatoria nel 1962) e alla maggioranza degli italiani adulti capitava rarissimamente di dover scrivere qualcosa; non sappiamo se con errori ortografici più o meno frequenti degli attuali, ma difficilmente il nostro scritto avrebbe avuto la visibilità che ottiene oggi.

Significativo è inoltre il fatto che la sanzione sociale dell’errore di ortografia sia una delle forme di riprovazione che meno tolleriamo, memori di vergogne e derisioni subite ai tempi della scuola. Non escludo un pizzico di desiderio di rivalsa in molti dei cosiddetti ‘grammar nazi’, desiderosi di calcare sulle teste altrui il cappello a cono ornato di orecchie d’asino che li terrorizzava da scolaretti. Come ricorda Luca Serianni a proposito dell’ortografia,

pur non rappresentando una delle abilità linguistiche fondamentali, espone chi non la domina a una forte sanzione sociale.

Le radici della disortografia diffusa vengono fatte risalire da molti all’utilizzo delle abbreviazioni negli sms, e tuttavia mi sento in dovere di scagionarle: ben vengano le abbreviazioni, invece, che hanno un passato glorioso che risale ai latini, ed il pregio di essere utilissime quando si prendono appunti oppure quando è richiesta rapidità di comunicazione. Anche se potremmo disquisire a lungo sulla reale necessità di rincorrere la velocità esasperata (e francamente ridicola se si considera il tempo risparmiato scrivendo ‘nn’ invece di ‘non’), le abbreviazioni vengono memorizzate come tali e possono tranquillamente sopravvivere affiancate alle parole scritte per esteso correttamente, senza influenzarle se non in modo marginale. Si tratta di un codice diverso, che solo per pigrizia e disattenzione viene utilizzato, da scolari poco attenti, anche nella produzione scritta scolastica così come da adulti frettolosi; questo codice viene percepito come tale e utilizzato nelle comunicazioni indipendentemente dalla lingua impiegata per scrivere un testo formale. Un esempio: le abbreviazioni più ricorrenti (tvtb, xké, cmq, xò, ecc.) quasi mai danno origine, quando scritte per esteso, agli errori di ortografia più diffusi.

errori-20La produzione della lingua scritta è la più complicata delle quattro abilità linguistiche (parlare, leggere, ascoltare e scrivere): si impara a scuola, e tuttavia le scuole elementari non sono sufficienti per sviluppare una competenza di scrittura adeguata alle molteplici esigenze della vita adulta. Ciò che noi scriviamo è frutto di abilità sviluppate mediante l’elaborazione personale di un procedimento di scrittura che si perfeziona nel corso della scuola dell’obbligo (che dura dieci anni). Si tratta di una competenza di difficile acquisizione, alla quale mi piacerebbe dedicare un altro articolo in futuro.

Ma se imparare a scrivere comprende l’uso corretto della sintassi e della grammatica in genere, credo sia utile trattare separatamente gli errori di ortografia da quelli morfosintattici, che sono ben più gravi e che spesso, come ho già detto, compromettono la comprensione stessa del testo prodotto. Imparare la corretta grafia delle parole avviene in modo relativamente semplice (se non vi sono problemi come ad esempio la dislessia, la cui incidenza tuttavia è abbastanza rara nella popolazione).

L’ortografia è legata al primo approccio con la lingua scritta e la si acquisisce nei primi anni della scuola elementare, addirittura già nella scuola dell’infanzia, per cui il rigore con cui gli insegnanti danno quello che potrei definire l’imprinting ortografico è fondamentale. Non è dunque trascurabile ciò che recentemente è emerso, in occasione del concorso per il reclutamento degli insegnanti, e cioè che nemmeno la metà dei candidati abbia superato le prove selettive: i nostri insegnanti (dato che chi non ha superato la prova continuerà comunque ad insegnare come supplente) sono ignoranti e commettono anch’essi errori di ortografia (Zecchi, Zunino e Stella per approfondire).

Fortunatamente però si imparano sempre nuovi vocaboli mano a mano che si diventa lettori più esperti. Sempre che lo si diventi. Perché è proprio la lettura la fonte primaria di apprendimento della corretta grafia di una lingua, e quanto maggiore è la frequenza di lettura di una parola, tanto più significativo sarà l’effetto sulla memoria. Nel bene e nel male, come vedremo.

Quindi gli errori di ortografia così diffusi potrebbero essere la spia della sempre più scarsa propensione alla lettura dell’italiano medio, realtà confermata dai dati sulle vendite di libri e quotidiani che sono in costante e preoccupante diminuzione (qui i dati ISTAT).

Tuttavia, per capire le origini del fenomeno della disortografia diffusa, credo sia utile focalizzare l’attenzione sulle nuove generazioni, soprattutto sugli adolescenti che stanno ancora frequentando la scuola e che quindi, a differenza degli adulti che possono essere vittime del noto fenomeno dell’analfabetismo di ritorno, sono ancora immersi in un mondo di sollecitazioni linguistiche molteplici, con la lettura come elemento decisivo; i libri, per gli alunni di una scuola secondaria inferiore o superiore, sono ancora il pane quotidiano. Inoltre è la fascia d’età tra gli 11 e i 14 anni quella in cui attualmente, su tutta la popolazione italiana, si legge di più (idem).

Perché dunque anche i ragazzini in età scolare commettono tutti quegli errori di ortografia che tanto deprechiamo negli adulti? Non sto analizzando la situazione degli alunni delle scuole elementari, poiché loro si trovano ancora nella fase di acquisizione, impegnati nei primi tentativi di riproduzione grafica e sintattica, in cui interferiscono altri fattori che possono compromettere la correttezza degli elaborati. E qui è basilare l’intervento correttivo dell’insegnante, argomento scabroso che riprenderò più avanti.

Parlo invece della fascia intermedia, degli adolescenti dagli 11 ai 14 anni, coloro i quali oltre ad aver già frequentato le aule scolastiche per cinque anni, cominciano anche ad attuare la riflessione sulla lingua, l’elaborazione più sofisticata di modelli di scrittura; ragazzi che interagiscono in differenti modalità di scrittura usufruendo di diverse fonti di acquisizione dei dati.

La mia ipotesi, avvalorata da una seppur limitata sperimentazione sul campo, è che ci siano almeno tre elementi decisivi e controproducenti per un uso corretto della lingua, quasi una serie di interferenze negli input linguistici.

c3d9d17a-2b96-11e4-bf0e-20cf300687d7_500_375Innanzitutto i libri, testi stampati soggetti ad un controllo ortografico abbastanza efficace (i refusi di stampa sono praticamente ininfluenti), che non sono più l’unica fonte dalla quale il cervello in formazione degli alunni acquisisce la forma delle parole, la loro corretta grafia, memorizzandola poi per gli usi futuri. Le applicazioni come whatsapp, la rete Internet, i social network, utilizzano la lingua scritta per comunicare, come mai prima d’ora. Ma chi scrive in rete o sui social producendo e facendo circolare questi testi? Praticamente tutti, sia che si tratti di produttori di testi esperti in grado di scrivere in un italiano corretto, sia che si tratti di altri ragazzini, oppure di adulti che trascurano la lingua, magari i cosiddetti analfabeti funzionali.

In secondo luogo: leggere non basta. Osservare le parole più e più volte durante la lettura di un testo non è sufficiente: la memorizzazione avviene quando alla visualizzazione segue il gesto della scrittura, ed è importante l’azione della mano che impugna lo strumento di scrittura. Gli scolari tuttavia scrivono sempre meno, digitano perlopiù, e quando lo fanno spesso usano lo stampatello minuscolo o maiuscolo che non ha la stessa efficacia del corsivo. Studi recenti confermano l’efficacia della scrittura a mano in corsivo per lo sviluppo delle funzioni cerebrali nei bambini: non è una buona idea abbandonare la scrittura manuale in corsivo, come hanno già fatto alcuni paesi nel mondo a causa del dilagare della scrittura su tastiera (approfondimenti QUI e QUI).

Un terzo aspetto da non sottovalutare riguarda il supporto sul quale le parole vengono visualizzate: si tratta di uno schermo luminoso, colorato, innegabilmente dall’impatto più significativo dal punto di vista mnemonico. Ed è di importanza fondamentale poiché se la comunicazione scritta è associata ad aspetti emozionali ed affettivi ciò rende la memorizzazione nettamente più efficace (alcune interessanti slide di corsi QUI).

Se poi volessimo analizzare la frequenza con cui il cervello legge una parola (memorizzandone la grafia), e se l’abbia incontrata più volte sulle pagine di un libro o su di uno schermo digitale, il conto è presto fatto: lo schermo digitale, soprattutto per quanto riguarda parole e locuzioni di uso più frequente, batte senz’altro il libro o altri supporti cartacei. È un problema di fonti, ed è evidente quindi come i ragazzi che stanno ancora acquisendo nuovi vocaboli da immagazzinare nella propria memoria a lungo termine, siano fortemente influenzati dalla scarsa qualità degli input: la scorrettezza ortografica degli scriventi, che sono altri ragazzini o adulti poco avvertiti, come già detto.

Non si spiegherebbe altrimenti come mai ci sia confusione negli alunni della scuola secondaria, così freschi nell’apprendimento della lingua eppure così soggetti a frequenti errori, senz’altro più di quanto ci si aspetterebbe.

Senza titolo2Esistono soluzioni o dobbiamo rassegnarci?

Naturalmente nell’opera di “rieducazione” la scuola ha un ruolo fondamentale, a cui tuttavia pare aver rinunciato da tempo. Mi spiego: come già accennato sopra, gli insegnanti, durante la fase di acquisizione e anche oltre, hanno il compito di correggere l’errore ed adottare tecniche in grado di cancellare l’informazione errata sostituendola con quella corretta. I segni rossi e blu sui quaderni dei bambini della scuola elementare e media hanno avuto da sempre questo scopo. Ma negli ultimi decenni hanno assunto una connotazione punitiva e proprio per questo sono stati abbandonati perché considerati deleteri per la crescita dell’autostima degli alunni, per la formazione di un carattere equilibrato nei bambini. Moltissimi insegnanti e genitori, sulla scorta delle idee diffuse dai grandi pedagoghi dell’era della libertà educativa (dall’americano dott. Spock all’italiano Marcello Bernardi), hanno confuso le punizioni con la sottolineatura dell’errore e conseguente correzione. Addirittura molti genitori, che abbracciano tesi di cui forse non hanno approfondito bene presupposti e conseguenze, in caso di difficoltà ortografiche e di disgrafia chiedono agli insegnanti (e in questo sono supportati da psicologi e logopedisti!) di non sottolineare gli errori ortografici dei figli. Il timore dei genitori è che il figlio, umiliato dal segno rosso sul proprio elaborato, acquisisca un senso di inadeguatezza che poi si ripercuoterebbe negativamente anche nei comportamenti della vita di relazione e nello svolgimento dei più diversi compiti quotidiani, compromettendone la crescita sana e serena.

Niente di più sbagliato, a mio parere: una cosa è l’errore ortografico, e la sua correzione, un’altra è il comportamento e la sanzione dello stesso, che può, se mal condotto, ottenere gli effetti di cui sopra così temuti. Tuttavia, anche se molti insegnanti sono consapevoli di questo malinteso di fondo, piuttosto che trovarsi a dover combattere battaglie perse in partenza con agguerriti genitori, timorosi che si leda la “libertà” dei figli di crescere liberi appunto, e quindi sani (binomio tutto da dimostrare, come ben sappiamo visti i disastri educativi delle ultime generazioni) hanno deciso di rinunciare ad evidenziare gli errori di ortografia considerandoli un male minore, tollerandoli e sperando che con il tempo si correggano da soli.

Cosa che tutta via non succederà mai, poiché il cervello non farà altro che consolidare l’errore ripetendolo ed immagazzinando la forma grafica scorretta.

errori-grammaticaliPerché dunque non rivalutare i vecchi metodi? Perché pur non conoscendo le funzionalità del nostro cervello come le conosciamo oggi grazie ai progressi delle neuroscienze, gli antichi maestri sapevano che repetita iuvant.

Che cosa meglio della scrittura ripetuta 20 o 30 volte di una parola consente di correggere l’errore e non ripeterlo in futuro?

Oggi noi conosciamo come il cervello crei una sorta di “solco” percorrendo più e più volte la strada lastricata dagli errori ortografici, ed è proprio per questo che bisogna correggere il percorso sbagliato con la ripetizione meccanica della parola corretta. È divertente un esperimento che sono solita fare con gli alunni in classe: il semplice dettato di un testo contenente un assortimento dei più frequenti sbagli. Segue la correzione e una pioggia di pessimi voti. Sì, proprio pessimi voti, perché nulla come le emozioni, positive o negative, aiutano il cervello a ricordare le esperienze. Quindi una bella sessione di lavoro in cui gli alunni (non importa se hanno 11 o 14 anni) devono scrivere 30 volte ciascuna parola, finalmente corretta. Lamentele e mormorii di disapprovazione per una pratica percepita come inutile ed antiquata, vengono rapidamente sostituite dallo stupore dato dall’esito di un successivo dettato, a sorpresa qualche tempo dopo, in cui gli errori precedenti sono stati sanati ed i voti sono ampiamente positivi.

Del resto non capita forse a tutti noi, a volte, un’indecisione sulla corretta grafia di un termine (anche in lingua straniera)? Capita. È normale, visto l’affollamento di dati cui siamo quotidianamente sottoposti e l’interferenza degli errori che sempre più spesso siamo costretti a leggere sugli scritti altrui. E che cosa si può fare per aiutare il nostro povero cervello, così carico di informazioni e a volte così stanco? Si scrivono entrambe le versioni sulle quali si è in dubbio e automaticamente il nostro cervello riconoscerà quella giusta per averla confrontata con il modello, contenuto nel magazzino di memoria personale, dove la corretta grafia è stata scolpita dalle innumerevoli volte in cui se ne è visualizzata la forma corretta.

Credetemi: la conferma di quanto sia potente l’input negativo quando viene reiterato innumerevoli volte (tanto quanto l’input positivo del resto) mi viene dopo una sessione di correzione degli elaborati dei miei alunni: dopo qualche decina di apparte, avvolte, fù, stò, pò e qual’è comincio ad avere dei dubbi anch’io…

Montessori e Steiner: i due metodi educativi

Dal sito Mamma for Dummies 8 Marzo 2016 dc:

Montessori e Steiner: i due metodi educativi

Spesso mi chiedono ragguagli sul metodo Montessoriano o Steineriano (metodo Waldorf) e rimango basita su quanto io venga sopravvalutata!

Partendo dal presupposto che prima di essere Mamma conoscevo la Sig.ra Montessori, unicamente grazie alla linea di giochi Ikea, cercherò di riportare brevemente ciò che ho imparato documentandomi sul tema.

Innanzitutto sono due metodi pedagogici che fanno capo rispettivamente a Maria Montessori (1870-1952) e Rudolf Steiner (1861-1925).

Entrambi hanno avuto ruolo importantissimo per lo sviluppo dei sistemi educativi di tutto il mondo.

I due diversi approcci sono accomunati da diversi elementi. Entrambi considerano ciascun individuo come un “diamante grezzo”, ossia un essere già dotato di potenzialità, le quali devono essere semplicemente sviluppate.

Una visione innovativa per l’epoca in cui sono state sviluppate queste teorie pedagogiche e certamente in antitesi con la comune visione de bambino come una “pagina bianca” da rimpiere inculcando nozioni ed insegnamenti.

Montessori e Steiner erano entrambe convinti che lavorare sul bambino significhi creare i presupposti per la società futura. Entrambi gli approcci riconoscono un ruolo fondamentale all’arte come strumento per stimolare la creatività e l’intelligenza del bambino e pongono come principio primario la libertà del bambino.

Nel metodo Montessori:

    • l’insegnante ha un ruolo di mediatore tra il bambino e i suoi interessi: deve essere una guida silenziosa nelle nuove scoperte ed interazioni.
    • nelle Case de Bambini  (così chiamate le scuole di ispirazione montessoriana) solitamente i bambini imparano a leggere e a scrivere intorno ai 4/5 anni, lettere e numeri vengono introdotti già a tre anni attraverso materiale didattico apposito.
    • non vengono dati voti, anzi vengono addirittura considerati “nocivi”: viene spronata l’auto-correzione, si cerca di sviluppare una forte consapevolezza sui ciò che è giusto e ciò che è sbagliato
    • un’obiettivo fondamentale è l’autodisciplina dell’individuo e la sua indipendenza: già da più piccoli infatti vengono spronati a svolgere attività quotidiane da soli come vestirsi o lavarsi i denti..
    • i bambini godono di libertà di scelta delle attività da svolgere
    • i materiali montessoriani vengono presentati all’allievo dall’insegnante e devono essere utilizzati esclusivamente per lo scopo al quale sono destinati.
    • l’arredamento è a misura di bambino
    • l’attività sensoriale è molto importante come strumento di sviluppo dei sensi del bambino
    • viene sviluppato il lato creativo di ciascun bambino, ma mantenendo una netta distinzione tra realtà e immaginazione (mentre il metodo Steineriano ha un approccio marcatamente fiabesco)
    • sono fondamentali i materiali, individuati con cura dalla Montessori studiandone il  valore pedagogico. I bambini hanno libero accesso ai materiale, ma è l’insegnante che ha il compito di illustrarli al bambino.

i materiali a disposizione dei bambini inoltre sono di un tipo per ciascun “gioco” e ogni bambino può tenerlo per il tempo che vuole, perciò gli altri sono portati ad aspettare il proprio turno.

Nel metodo Steineriano ( scuola Waldorf):

  • il bambino ha libero accesso ai materiali di gioco, ma l’insegnante non interviene nè mostra come debbano essere utilizzati, anzi i bambini sono incoraggiati a manipolare i materiali e a trasformarli a piacimento in relazione alla propria fantasia
  • l’insegnante viene vissuto “alla vecchia maniera”: accompagna i bambini per tutto il percorso e ha la funzione di maestro di vita e modello di comportamento
  • la creatività è il centro dell’educazione del bambino:le attività svolte vanno dalla fabbricazione della carta, all’euritmia, alla recitazione, all‘apprendimento di uno strumento musicale. L’insegnamento di lettura e scrittura invece avviene verso i 7 anni, età in cui secondo Steiner il bambino è pronto per l’apprendimento
  • nella scuola Waldorf i genitori sono attivamente partecipi, grazie alle attività della scuola, a finanziamenti e a lavori manuali di vera e propria manutenzione degli spazi scolastici
  • il bambino al momento del gioco viene lasciato libero, in modo da favorire lo sviluppo della sua fantasia
  • I bambini seguono una routine precisa in modo da ricreare sicurezza all’interno delle proprie abitudini

Sul sito www.rudolfsteiner.it potete cercare la scuola più vicina a voi.

Purtroppo le strutture non sono moltissime, specialmente per chi, come me, non abita in città e spesso le rette sono anche particolarmente care, ma trovo comunque interessante approfondire la propria conoscenza di entrambi gli approcci anche per una riflessione sul sistema educativo dei propri figli.

I professori bravi meritano un premio. Ma non quello improvvisato dal governo

da Il Fatto Quotidiano di sabato  20 novembre 2010 dc

I professori bravi meritano un premio. Ma non quello improvvisato dal governo

di Marina Boscaino

È mancanza di rispetto verso i docenti spacciare la resistenza che parte della scuola democratica e attiva sta esprimendo nei confronti del piano-valutazione Gelmini-Brunetta-Aprea come tentativo di sottrarsi al giudizio.

Le molte persone serie, in nome delle quali mi sento di poter parlare, non hanno questa intenzione. Ma criticano le soluzioni improvvisate: siamo docenti e conosciamo il valore di ricerca e di riflessione. Nella consueta medietà dei toni – dopo “la riforma epocale” ecco “un giorno storico per la scuola italiana: si iniziano a valutare i professori e le scuole su base meritocratica” – la meritevolissima Gelmini (quale cursus honorum le avrà garantito la poltrona di ministro?) ha annunciato la fase 2 della strategia. Dopo aver delegittimato i docenti in ogni modo, amplificato il dramma del precariato, ridotto le scuole in ginocchio   e alienato agli studenti il diritto allo studio, con una scrematura che ha fruttato allo Stato 8 miliardi di euro e alla scuola 140.000 posti di lavoro tagliati, ecco il premio.

Si tratta di due diversi progetti: il primo, rivolto alle scuole medie (per ora delle province di Pisa e Siracusa), prevede di valutare gli istituti. Considererà i risultati dei test Invalsi e una serie di indicatori (tassi di abbandono, rapporto scuola-famiglia, scuola-territorio, virtuosità nella gestione delle risorse). Valutatori: un ispettore ministeriale e due esperti indipendenti (perché, ci sono quelli dipendenti?). Le relazioni finali definiranno una graduatoria.

ALLE SCUOLE MIGLIORI premi fino a 70 mila euro. Un secondo progetto – che riguarderà i docenti di Napoli e Torino – prevede di individuare quelli che si “distinguono per le capacità e le professionalità dimostrate”. Dirigente, due docenti eletti dai colleghi e, come osservatore, il presidente del Consiglio di Istituto (un genitore) valuteranno. Il curriculum e un misterioso “documento di valutazione”, nonché l’indice di gradimento presso studenti e genitori, costituiranno gli elementi   di giudizio.

Quali i finanziamenti? La sperimentazione sarà pagata con parte del 30% dei risparmi ottenuti grazie a “razionalizzazioni” di spesa, al netto delle risorse per il recupero degli scatti biennali   (questa la buona notizia). Di tale somma si parla già dall’inaugurazione della “cura da cavallo” per la scuola (i tagli) che avrebbe da tempo consentito il “premio” ai meritevoli. In questa strana politica in cui tagli, fannullonismo, inefficienza, semplificazione e razionalizzazione sono artatamente finiti in un solo calderone, assestando un colpo definitivo alla credibilità sociale di scuola e docenti, in questo strano Paese che non è ancora in grado – a 3 anni da un documento di Fioroni in merito – di certificare seriamente e oggettivamente le competenze degli alunni, come l’Europa chiede di fare e fa da anni – la rincorsa a misurazione che non transiti attraverso una seria cultura della valutazione (inaugurata nei sistemi scolastici di alcuni Paesi UE più di 30 anni fa attraverso studio e finanziamenti) appare un re-styling frettoloso e pericoloso.

COME TENER CONTO della differenza abissale che implica l’insegnare in una zona o nell’altra del Paese? Come non trasformare le scuole in meccanici progettifici, per essere più concorrenziali sul mercato della premialità? Come ponderare i risultati di un test Invalsi a Scampia o ai Parioli a Roma? Come evitare la costituzione di cordate di potere nelle scuole, e il diffondersi di competizione senza competitività? Non ci s’interroga, infine, sul fatto che l’“utenza”, talvolta, potrebbe non avere ragione? Basta pensare alle ristrettezze in cui gli istituti versano e ai salari degli insegnanti per intuire che la lotta sarà tra dediti al volontariato o seguaci del neoliberismo. Comunque una guerra tra poveri. La tanto decantata Finlandia non ha mai riformato la propria scuola, che fornisce performance eccezionali. Ha solo mantenuto alta la considerazione sociale dei propri docenti.

L’azienduola

La Lega Nord, vero e proprio “cane da guardia” del padrone di Arcore, un partito da sempre aduso ad oltraggiare e demonizzare i propri avversari, o chi non fa parte del proprio elettorato, oppure chi semplicemente non si piega e non si conforma agli schemi dogmatici del “pensiero unico”, questa volta attacca ed insulta i precari della scuola definendoli addirittura come “disadattati sociali”. Si legga, infatti, il seguente articolo: http://www.territorioscuola.com/interazioni_2/2009/07/18/2226-180709-italiani-imbecilli-la-lega-attacca-i-precari-della-scuola-disadattati-sociali/

Di fronte alle scellerate e incessanti offese inflitte alle istituzioni della Scuola Pubblica e alla professionalità docente, che spesso ha saputo e dovuto supplire alle inadempienze e alle mancanze dello Stato, non si può fare a meno di reagire con sdegno e decisione. Simili aggressioni, vigliacche e vergognose, provenienti da “autorevoli” ambienti legati alle forze di governo, vanno immediatamente esecrate e respinte con fermezza. Nel contempo, credo che a simili attacchi vandalici si debba replicare facendo ricorso soprattutto alle “armi”, efficacissime in questi casi, del sarcasmo e dell’ironia.

Pertanto, se mi è consentito replicare, mi piacerebbe postare un breve intervento, a sfondo satirico, che scrissi qualche tempo fa, esattamente all’epoca – non molto remota – del ministro Mor-Attila. La quale, col senno di poi, si è rivelata davvero una dilettante, persino maldestra, rispetto all’attuale ministro, molto più abile, esperta e specializzata nel devastare e cancellare quanto di buono esiste nella scuola italiana. Segue l’articolo.

L’azienduola

Ormai sono cosciente di lavorare in un’azienda!…

Quando, anni fa, decisi di fare l’insegnante e fui assunto nella scuola in quel ruolo, non immaginavo certo di dover operare in un’azienda. Anzi, ero convinto che il mondo della scuola fosse totalmente estraneo ed immune da ogni logica capitalista. Anche per questo scelsi l’insegnamento, che reputavo una professione creativa e pensavo offrisse molto tempo libero, un bene più prezioso del denaro.

A distanza di anni dal mio esordio lavorativo, eccomi catapultato in un ingranaggio di fabbricazione industriale, con la differenza che nella scuola non si producono merci di consumo. Del resto, non mi pare di aver ricevuto una preparazione idonea ad un’attività manifatturiera – ma si sa, viviamo nell’era della “flessibilità”…

Ormai sento sempre più spesso adoperare un lessico tipicamente imprenditoriale: termini e locuzioni come “economizzare”, “profitto”, “utenza”, “competitività”, “produttività”, “tagliare i rami secchi” e via dicendo, sono diventati di uso assai comune, soprattutto tra i cosiddetti “dirigenti scolastici” che non sono più esperti di psico-pedagogia e didattica, ma pretendono di essere considerati “presidi-manager”. Perlomeno, in tanti si proclamano e si reputano “manager”, ma sono in pochi a saper decidere abilmente come e perché spendere i soldi, laddove ci sono.

Inoltre, anche nella Scuola Pubblica si sono ormai affermati tipi di organigramma e metodi di gestione mutuati dalla struttura manageriale dell’impresa neocapitalista. All’interno di questo assetto gerarchico sono presenti vari livelli di comando e subordinazione.

Si pensi, ad esempio, al “collaboratore-vicario” che, stando all’attuale normativa, viene designato dall’alto, direttamente dal dirigente (prima, invece, era il Collegio dei docenti che eleggeva democraticamente, cioè dal basso, i suoi referenti, a supportare il preside nell’incarico direttivo). Si pensi alle R.S.U., ossia i rappresentanti sindacali che sono eletti dal personale lavorativo, docente e non docente. Si pensi alle “funzioni strumentali”, ossia le ex “funzioni-obiettivo”.

In altri termini, si cerca di emulare, in maniera comunque maldestra, la mentalità economicistica, i sistemi ed i rapporti produttivi, i comportamenti e gli schemi psicologici, la terminologia e l’apparato gerarchico, di chiara provenienza industriale, all’interno di un ambiente come la Scuola Pubblica, cioè nel contesto di un’istituzione statale che dovrebbe perseguire come suo fine supremo “la formazione dell’uomo e del cittadino” così come detta la nostra Costituzione (altro che fabbricazione di merci).

E’ evidente a tutte le persone dotate di buon senso o di raziocinio, che si tratta di uno scopo diametralmente opposto a quello che è l’interesse primario di un’azienda, cioè il profitto economico privato.

La Mor-Attila (oggi la Gelmini) e i vari “manager” della scuola, in buona o in mala fede confondono tali obiettivi, alterando e snaturando il senso originario dell’azione educativa, una funzione che è sempre più affine a quella di un’agenzia di collocamento o, peggio ancora, a quella di un’ area di parcheggio per disoccupati permanenti.

Perché nessuno mi ha avvertito quando feci il mio ingresso nella scuola? Probabilmente, qualcuno potrebbe obiettare: “Ora che lo sai, perché non te ne vai?”. Ma questa sarebbe un’obiezione aziendalista e come tale la rigetto!

Lucio Garofalo

Spagna: giudice toglie crocefissi da scuola

22 Novembre 2008 dc, dal sito UAAR:

 

Il giudice di Valladolid, in Spagna, ha ordinato di togliere i crocefissi dalle aule e gli spazi comuni di una scuola pubblica della città. E’ la prima volta che accade in Spagna: la sentenza afferma che la presenza di simboli religiosi come il crocefisso viola i diritti fondamentali della costituzione. “Lo stato” scrive il giudice “non può aderire nè dare appoggio a nessun credo religioso, perché non deve esistere alcuna confusione tra fini religiosi e fini statali”; inoltre, proprio perché nelle scuole pubbliche vi sono minori “nella piena fase di formazione della personalità”, la presenza del simbolo religioso “può provocare in questi minori il sentimento che lo stato è più vicino alla confessione con cui vedono la relazione”.

Il processo giudiziario che ha portato alla sentenza è stato promosso dall’associazione Escuela Laica, il cui portavoce afferma: “è la prima volta che un giudice dà ragione alla libertà di coscienza e all’igiene democratica”.

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Segnaliamo il sondaggio sul “Corriere della Sera” proprio su questo caso.