Fabrizio De Andrè


Fabrizio De Andrè

De Andrè con barba-1975 dc
De Andrè con la barba, 1975 dc

Pagina ereditata dal sito di Atheia

Nella notte tra Domenica 10 e Lunedì 11 Gennaio 1999 dc é spirato un amico. Lo hanno definito grande poeta, cantautore, anarchico, libertario, comunista anarchico, libero pensatore. Fabrizio De Andrè.

Sono state interessanti le due ore di concerto che la RAI ha trasmesso nei giorni successivi alla sua scomparsa. Prima di cantare i pezzi di “La buona novella” Fabrizio ha chiarito, una volta ancora, il suo pensiero: la sua religiosità era più che dubbiosa, per lui Gesù Cristo era un uomo e basta, il più grande rivoluzionario della storia , ED IO SU QUESTO NON SONO AFFATTO D’ACCORDO, ma non importa. Ma mi piaceva il personaggio, e molti di noi sono cresciuti con le sue canzoni: la sua scomparsa ci ha lasciati, anzitempo, orfani e sgomenti.

ADDIO FABRIZIO, RIPOSA IN PACE


Luglio 2009 dc:
“Dal 10 Luglio all’8 Agosto in Provincia di Viterbo, nella Tuscia, “La Buona Novella e altre storie”, rassegna in omaggio a Fabrizio De Andrè, che veniva spesso in vacanza presso una famiglia di Soriano nel Cimino. Convegni, dibattiti, una mostra itinerante, inaugurazioni di centri culturali e di spazi pubblici e concerti, tra cui Cristiano De Andrè, il bassista di Faber Pier Micheletti e l’Orchestra del Tuscia Operafestival che eseguirà la trasposizione sinfonica de La buona novella. Informazioni presso http://www.provincia.vt.it


dal 31 Dicembre 2008 al 31 Maggio 2009 dc:

Genova: dal sito http://www.palazzoducale.genova.it/

“Fabrizio De Andrè. La mostra”

31 dicembre 2008 dc – 3 maggio 2009 dc

Palazzo Ducale, Sottoporticato

Orario: Dalle ore 09.00 alle ore 20.00
Chiusura: lunedì

Genova rende omaggio a Fabrizio De Andrè a dieci anni dalla sua scomparsa con una grande mostra a Palazzo Ducale, organizzata in collaborazione con la Fondazione Fabrizio De Andrè e curata da Vittorio Bo, Guido Harari, Vincenzo Mollica e Pepi Morgia, che si presenta come un vero e proprio viaggio multimediale nella musica, nelle parole e nella vita di Faber. Megaschermi, installazioni video e speciali postazioni interattive permettono non solo di esplorare e approfondire le sue tematiche, quali l’amore e le donne, la guerra, l’anarchia, la libertà, gli ultimi, e naturalmente Genova, ma anche di ricostruire il mosaico della sua vita attraverso videointerviste allo stesso Fabrizio e testimonianze della moglie Dori Ghezzi e dei suoi più stretti collaboratori e amici. Attraverso sale ricche di suggestioni visive e acustiche, tra fotografie, manostritti, libri annotati e oggetti unici, grazie alla sofisticata tecnologia ideata e realizzata da Studio Azzurro, il visitatore interagisce con le immagini e i suoni e può comporre, all’interno della vita e dell`opera del poeta e cantautore, il proprio personale percorso emozionale.


12 Gennaio 2009 dc:

Serata per l’ateo De Andrè all’insegna dell’ecumenismo

Ieri sera, per circa tre ore su Rai 3, è andata in onda la Serata Speciale di Che tempo che fa dedicata al grande cantautore (che qualcuno insiste a definire anche poeta quasi che la più comune definizione non sia sufficientemente nobile…) Fabrizio De Andrè, purtroppo scomparso dieci anni fa. La trasmissione è stata condotta, come sempre, da Fabio Fazio, che anche questa volta non si è sottratto al suo solito servilismo verso il potere e il conformismo, anche se viene sempre da chiedersi, come si suole dire dalle parti di Roma, se ci è o ci fa: nel primo caso è da compatire e nel secondo da biasimare, in ogni modo non ci fa una bella figura. Accanto a lui, per tutta la trasmissione, la vedova Dori Ghezzi, che ha dato ancora una volta l’impressione di essere troppo presa nella parte della Vedova del Grande Personaggio e sua erede culturale, che francamente non le si addice proprio, nonché abbastanza piena di sé da risultare fastidiosa.

Al di là di questo l’immediata impressione, che si è mantenuta costante per tutta la durata della trasmissione, è che si facesse di tutto per glorificare il grande Faber in due modi principali. Il primo sembrerebbe quello di dargli a tutti costi la patente di poeta, come si è detto, quasi che quello che ha fatto come cantautore, come lui stesso ha dichiarato preferire di essere definito (intervista filmata che compare nella trasmissione stessa!), non fosse sufficiente per gli orrendi intellettuali o, meglio, intellettualoidi) che abbondano sulla carta stampata, nel web, nei media radiotelevisivi e tra gli stessi colleghi cantanti, cantautori e discografici.

Il secondo, più evidente, è parso quello di trasformare la vena dissacratoria e controcorrente di De Andrè, a cui debitamente si era subito reso omaggio, quasi non potendone fare a meno come forse si sarebbe voluto, in una più tollerabile contestazione globale inserita in un cercato e voluto senso religioso e in una pretesa ricerca, da parte di Fabrizio, di un ecumenismo cristiano universale anche se, e questo non sono riusciti a negarlo, lontano anni luce dalla ideologia della Chiesa Cattolica. E, del resto, questo era stato anche l’intento perpetrato ai funerali di Faber a Genova (cerimonia religiosa decisa, si disse, dalla famiglia De Andrè) nell’omelia del prelato officiante condivisa, innegabilmente, da una parte consistente del pubblico presente anche fuori dalla chiesa.

Il tentativo è stato evidente già dalla presenza stessa di molti degli ospiti canori, che per fortuna non hanno aggiunto granché di proprio, ben noti per il loro bigottismo: il devoto Lucio Dalla, non a caso il primo della serie, la neo-ispirata Antonella Ruggiero, che non poteva cantare se non Ave Maria da a buona novella, il dotto messia di un po’ di tutto Franco Battiato, che più il tempo passa più si crede e si atteggia da santone culturale, il cantante dalla ottima e pulita pronuncia Jovanotti, noto profeta dell’unica grande chiesa da Che Guevara a Madre Teresa, il chiesastico esecutore Nicola Piovani, pur eccellente autore musicale degli splendidi Non al denaro non all’amore né al cielo e Storia di un impiegato.

Il clou si è avuto, però, con Ermanno Olmi, a cui il mellifluo Fazio, iniziando con un discorso sul comune rapporto con la terra e la tradizione rurale, ha dato l’abbrivio chiedendosi come mai l’ateo De Andrè fosse così interessato a certi valori così profondamente cristiani. L’immeritatamente pluri-premiato regista non poteva esimersi, a questo punto, approvato visibilmente da un gongolante Fabio Fazio e da una annuente Dori Ghezzi, dal riproporre una già collaudata corbelleria sul fatto che Dio avrebbe più gusto a colloquiare con gli atei piuttosto che con i soliti fedeli credenti, e men che meno questi ultimi tra di loro.

Non ci si aspettava, a seguire, niente di diverso dal solito agrodolce ed annacquato criticismo dalla pur brava Littizzetto e, similmente, non ci si attendeva sfracelli anticlericali dall’ottimo Antonio Albanese ma, forse, si sarebbe preferito non sorbirsi Piero Pelù, protagonista della cover forse più riuscita dell’intera serata, Il pescatore, mentre, alla fine della sua esibizione, manda un saluto al solito prete impegnato, subito applaudito e approvato dal solito entusiasta Fazio.

Senza nulla togliere alla validità ed al grande pregio dell’intera opera di Fabrizio De Andrè, che il sottoscritto annovera assolutamente tra i suoi preferiti dai primissimi anni ’70, non bisogna nascondere le innegabili contraddizioni di un autore che, ardente assetato di conoscenza e cultura come pochi altri, ha letto e divorato tonnellate di autori e di concetti, dal super-ateo Max Stirner e dai grandi autori dell’anarchismo ai dottori della Chiesa, dai maledetti Brassens, Rimbaud, Baudelaire, Trenet ai mistici medievali, aspirando ad un impossibile sincretismo tra Gesù, da lui tragicamente definito ripetutamente, ahinoi, il più grande rivoluzionario mai esistito, e le ben più serie istanze rivoluzionarie degli ultimi due secoli che, invece, Fabrizio ha più volte aspramente criticato, sottovalutandole e male interpretandole, in nome di un non molto definito ribellismo solo individuale e mai collettivo.

Non è certo il caso di fare una colpa a Faber se non sapeva decidersi tra la vaga speranza in un qualsiasi aldilà e l’affermazione incerta di un ateismo solo sfiorato, ma non è tollerabile che, per l’ennesima volta, i parrucconi del carrozzone Rai, e i suoi melliflui ed ambigui conduttori, con la complicità di cantanti, musicisti, vedove ed esperti giornalisti, speculino sulla grandezza di chi non c’è più e travisino platealmente il loro pensiero e la loro opera, a uso e consumo della Menzogna Globale e dei suoi scherani.

Jàdawin di Atheia, su  https://jadawin4atheia.wordpress.com  e su www.resistenzalaica.it (sito non più attivo)


Da “Kataweb musica” www.kataweb.it il 23 maggio 2005:

Morgan canta De Andrè

L’ex Bluvertigo rifà Non al denaro non all’amore nè al cielo (1971). Versione rispettosa, forse anche in teatro.

Intervista di Enrico Deregibus

È la prima volta che succede in Italia: un disco di tre decenni prima integralmente rifatto da un altro interprete. Il disco è Non al denaro non all’amore nè al cielo di Fabrizio De Andrè (del 1971), tratto dall’Antologia di Spoon River del poeta americano Edgar Lee Master, scritto con Giuseppe Bentivoglio per i testi e Nicola Piovani per le musiche. Il nuovo interprete è Morgan. La sua versione è estremamente fedele all’opera originaria, filtrata attraverso il gusto del musicista monzese che peraltro ha potuto trovare terreno fertile per la sua creatività. Ne abbiamo parlato con lui e con Dori Ghezzi, presidente della Fondazione De Andrè.

L’idea

Dori Ghezzi: Il progetto c’era da tanto, ma doveva maturare. Prima ho pensato a un’opera teatrale, poi a un disco. Morgan non è stato pescato nel mucchio. L’ho sentito l’anno scorso a Roma mentre faceva due pezzi di questo disco. E lì ho capito che l’interprete ideale era lui.

Morgan: …e Dori mi ha letto nel pensiero. Da tempo volevo fare un remake, che è una cosa che in altri ambiti viene fatta normalmente. Volevo valorizzare quest’opera come un grande classico, cristallizzato nella musica italiana. L’ho fatto in modo rispettoso, come quando nella musica classica si rifà un’opera senza alterarne la scrittura, ma lavorando sulla dinamica, sui timbri, sui tempi.

La realizzazione

Morgan: Ho chiesto a Piovani le partiture, ma erano difficili da recuperare. Proprio lì il progetto si è focalizzato. Ho capito che dovevo trascrivere quel disco, anche con un margine di errore, basandomi inizialmente sulla mia memoria. Anche perché era 15 anni che so suonarlo. Poi mi sono messo a sentire il vinile originale di mio padre. Lì ho avvertito la necessità di aggiungere più che di togliere. Come De Andrè con Lee Master, che aveva arricchito, aggiunto. De Andrè era andato sopra a Lee Master e io sono andato sopra a De Andrè. Il disco già era barocco, del Seicento, io l’ho reso ancora più barocco. E’ stato inebriante, appagante, anche se molto difficoltoso.

In inglese

Morgan: Ora sto lavorando alla ritraduzione in inglese, partendo dal lavoro di De Andrè, dalle sue modifiche, dalle sue aggiunte. Di originale terrò i nomi e i luoghi. Secondo me De Andrè è stato davvero un poeta, adattando splendidamente queste poesie in canzone. Comincerò anche a cantarle in inglese queste canzoni. Spero poi che qualcuno voglia anche pubblicare il disco in inglese.

Estero

Morgan: La versione in inglese è di difficile realizzazione. Più che altro è un mio desiderio. Il problema è che la discografia italiana non ha un minimo di competitività. E’ praticamente impossibile per un artista italiano fare qualcosa, tanto più per un artista che, come me, non fa musica italiota, come Ramazzotti o la Pausini. Forse all’estero ci sarebbe anche più spazio per le cose che faccio io. Conosco la musica inglese e Bowie tanto come la conoscono gli inglesi. Il fatto di non poter andare all’estero non è un mio limite, è un limite di chi mi gestisce. Questa può essere l’occasione: perché sono poesie di Lee Master, perché sono musiche di Piovani.

Live

Dori Ghezzi: Questo è solo un primo passo perché stiamo pensando a una rappresentazione teatrale.

Morgan: Sarà un atto unico di 40 minuti senza interruzioni e sarà arricchito da poesie di Lee Masters.

La fortuna

Morgan: Sono fortunato ad aver potuto realizzare e pubblicare un’opera come questa. Ci sono poche cose oggi con una profondità così. Questo per merito di De Andrè ma anche della grande libertà creativa degli anni Settanta. Oggi se avessi proposto io di fare una cosa così mi avrebbero riso in faccia, perché è tratta dalla poesia, perché è un concept e oggi siamo nell’epoca della frammentarietà.

Il futuro

Morgan: Non ho ancora pensato a un prossimo mio disco. Penso che sarà una cosa ancora diversa, qualcosa che non ho mai fatto. Anzi, in realtà ci ho già pensato: è qualcosa in cui la musica è solo uno degli aspetti. Penso a una scatola che suona, con tutti gli strumenti autocostruiti. Mi piacerebbe farlo con i Bluvertigo. Dopo un anno in cui non ci siamo visti abbiamo passato il Capodanno assieme. Gliene ho parlato e sono rimasti un po’ perplessi, mi hanno detto “Non si potrebbe fare un semplice disco?”.

In Rete:

Morgan (sito ufficiale)

Fondazione Fabrizio De Andrè (sito ufficiale)

(5 maggio 2005)


Recensione

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

FRATELLI FRILLI EDITORI, Genova, www.frillieditori.com 

Collana      Controcorrente

Autore        Alfredo Franchini

Titolo          Uomini e donne di Fabrizio De Andrè.             Formato   14 x 21

                    Conversazioni ai margini

ISBN           88-87923-05-1                                                   Pagine      160 circa

In libreria    novembre  2000 dc                                       Prezzo       Lit. 25.000 

Fabrizio parla di politica, d’arte, di economia e le sue parole prendono la forma d’insegnamenti. Non lezioni, ma sommesso argomentare da “maestro di vita”. Come nelle sue canzoni traspare così l’impronta della sua anima, l’ansia di giustizia mai venuta meno e il sogno, sempre coltivato, dell’anarchia.

Chi ha conosciuto Fabrizio De Andrè sa che con lui si poteva parlare di tutto ed apprendere; mai una cosa sola: suonare, mangiare, discutere, bere, fumare; con lui, molto semplicemente “si viveva”.  A queste conversazioni fa da sfondo il clima culturale e politico degli anni Settanta-Ottanta, col forte incremento dei nuovi poveri, immigrati, zingari, ai margini di quella società che Fabrizio aveva definito “l’economia del dono”.

In mezzo le opere del cantautore-poeta, quelle canzoni che, attraverso le storie di molti eroi “al contrario“, in una magica fusione tra musica e versi, ci hanno fatto conoscere la sopraffazione dei forti, le loro e le altrui miserie, le tante solitudini di uomini e donne, la guerra, la follia, la morte.

“Uomini e donne di Fabrizio De Andrè” si dipana tra l’immensità d’un mare odoroso e inquieto, la durezza della campagna sarda, i luoghi dei concerti, vero filo conduttore del libro, dalla prima apparizione in pubblico nel 1975 sino all’ultima del 1998.

Il libro, esaurito nella prima edizione (Cagliari 1997), viene riproposto dall’autore in una nuova edizione completamente rivista ed ampliata.

L’autore, Alfredo Franchini nato a Carovigno (Brindisi) nel 1954, è giornalista professionista. Si occupa di economia e politica per il quotidiano La Nuova Sardegna nel quale lavora dal 1983. Ha collaborato in passato con Panorama e con Liberal, ha curato dal 1990 al 1994 l’Annuario Politico ed Economico della Sardegna.

***

Marco Frilli per la casa editrice ci comunica:

disponibili per ulteriori informazioni circa le date e le città in cui verrà presentato il libro, potete eventualmente contattarci via e-mail o ai seguenti numeri telefonici: 010-3071280 010-3772846 fax 010-3772845.


Alcune osservazioni…

di Jàdawin di Atheia

In perfetta coerenza con la mia linea di pensiero, che non dà nulla per scontato, e per la quale sono restio a fare di uomini, personalità e idee dei feticci, dei totem, degli idoli da adorare e mai criticare, ho letto, su “La Repubblica” del 14 Marzo ’99 dc, un estratto da uno scritto di De Andrè che illustrava i temi del suo tour ’97-’98 dc, e non sono d’accordo su alcune cose. De Andrè scrive “…perché riproporre “La buona novella”? Perché, per i tempi in cui é stata scritta, si é trattato di un discorso, a parer mio, rivoluzionario. E questo per due motivi: ho preso spunto dagli evangelisti apocrifi armeni, arabi, bizantini, comunque uomini, scrittori non appartenenti alla confessione del Cristo, insomma non il suo ufficio stampa. Ne è derivata una de-sacralizzazione dei personaggi del Vangelo a vantaggio, credo, di una loro maggiore umanizzazione. Ma quando scrissi “La buona novella” (1969) eravamo in piena rivolta studentesca e ai meno attenti, vale a dire la maggioranza dei fruitori di musica popolare, il disco apparve come anacronistico. Ma cosa andava predicando Gesù di Nazareth se non l’abolizione delle classi sociali, dell’autoritarismo, in nome di un egualitarismo e di una fratellanza universali?”.

A mio parere Gesù, ammesso che sia esistito veramente, predicava la carità per i poveri da parte di chi povero non era, l’umiltà dei poveri e degli emarginati perché tali restassero e, in parole povere, l’immutabilità della società in nome di un’altra vita, solo questa vera ed addirittura eterna, in cui, appunto, sarebbero stati “beati i poveri di spirito perché di essi sarà il regno dei cieli”. Tuttaltro che rivoluzione, quindi, predicava Gesù, ed era tuttaltro che rivoluzionario.

Ma De Andrè continua “…È un po’ come se io mi fossi rivolto ai miei coetanei che si battevano contro smisurati abusi di potere e di autorità e avessi detto loro: guardate che lo stesso tipo di lotta l’ha già sostenuta un grande rivoluzionario 1969 anni fa e tutti sappiamo come é andata a finire”.

Sembra quasi una giustificazione a non agire, a lasciar perdere. Ma vorrei far notare a Fabrizio, se fosse possibile, che allora c’era anche chi si batteva non soltanto “contro smisurati abusi di potere e di autorità” e basta, lasciando inalterato il sistema, ma anche e soprattutto per ribaltarlo definitivamente e una volta per tutte. Non è andata bene, lo sappiamo tutti, e le colpe e le storture di cieco fanatismo e molta stupidità le conosciamo bene….

Ma ancora Fabrizio “la lotta contro l’autorità, il potere e i suoi abusi va combattuta ogni giorno individualmente: certo, ci sono momenti e casi eccezionali in cui é meglio lottare insieme, ma questo insieme deve essere una somma di individualità, non un branco di pecore che lotta in nome di una ideologia astratta e che si ponga come obiettivo quello di rimpiazzare attraverso l’imposizione dei suoi dogmi lo stesso potere contro cui lotta, nella logica di <<leva il culo tu che ce lo metto io>>.

Certo che la lotta va combattuta ogni giorno individualmente ma i momenti e i casi in cui é meglio lottare assieme NON SONO ECCEZIONALI: È SEMPRE MEGLIO LOTTARE ASSIEME! E sono d’accordo che questo “insieme” deve essere una somma di individualità, e detesto anch’io il “branco di pecore”, ma il marxismo, il comunismo e l’anarchismo non sono affatto ideologie astratte e se qualcuno si è semplicemente “sostituito” ad altri e precedenti “poteri” sono il primo a condannarlo. Ma continuo a giudicare separatamente le idee e la loro realizzazione da parte degli uomini. L’individualismo di De Andrè non è il mio individualismo, il suo anarchismo poco approfondito non sarebbe comunque il mio (che anarchico non sono mai stato).

Alla luce di tutto ciò forse dovrei rimangiarmi di avere pensato a Fabrizio De Andrè come un “compagno”….ma, come “individualista”, guardo alla persona nel suo complesso e continuo ad amarlo.


Discografia

Piuttosto complesso è ricostruire la copiosa produzione di De Andrè comprendendo le numerose antologie, lo faccio utilizzando quella pubblicata sul sito della Fondazione De Andrè www.fondazionedeandre.it . Non ho considerato le antologie né le riedizioni in CD degli LP né alcune riedizioni. Sotto le immagini delle copertine, se presenti, la relativa didascalia.

1967 Bluebell Records BBLP 39 BB LP 39, Edizione con "Caro Amore"

Volume 1 (conosciuto come “Via del Campo”), 1967, Bluebell record, LP

RCP 704

Nuvole barocche, 1969, Roman Record Company, LP, due edizioni del periodo Karim, con e senza titoli in copertina

Volume 1, 1970, Produttori Associati, LP, questo, come le successive edizioni, contiene “La stagione del tuo amore” invece di “Caro amore”.

Volume 1, 1970, Ricordi, LP

Volume 1, 1983, Ricordi Orizzonte, LP

BBLP 32

Tutti morimmo a stento, 1968, Bluebell record, LP

Tutti morimmo a stento, 1971, Produttori Associati, LP

Tutti morimmo a stento, 1971, Ricordi, LP

Tutti morimmo a stento, 1983, Ricordi Orizzonte, LP

BBLPS33

Volume 3 (conosciuto come “La canzone di Marinella”), 1968, Bluebell record, LP

Volume 3, dicembre 1970, Produttori Associati, LP, edizione rara con “Il pescatore” al posto de “Il gorilla”

Volume 3, 1971, Produttori Associati, LP

Volume 3, 1971, Ricordi, LP

Volume 3, 1983, Ricordi Orizzonte, LP

PALPS34

La buona novella, 1970, Produttori Associati, LP, copertina senza foto, color ocra

PALPS34

La buona novella, 1970, Produttori Associati, LP, copertina bianca con foto bianco/nero

La buona novella, 1970, Ricordi, LP, copertina bianca

La buona novella, 1983, Ricordi Orizzonte, LP, copertina con foto di trittico di chiesa

PALP40

Non al denaro non all’amore né al cielo, 1971, Produttori Associati, LP

SMRL 6231

Non al denaro non all’amore né al cielo, 1973, Ricordi, LP

Non al denaro non all’amore né al cielo, 1983, Ricordi Orizzonte, LP

PALP49

Storia di un impiegato, 1973, Produttori Associati, LP

Storia di un impiegato, 1973, Ricordi, LP

Storia di un impiegato, 1983, Ricordi Orizzonte, LP

PA/LP 52

Canzoni, 1974, Produttori Associati, LP, copertina rosa con bordi arrotondati e scritte nere

Canzoni, 1974, Produttori Associati, LP, copertina rosa con bordi tondi e scritte blu

Canzoni, 1974, Ricordi, LP, copertina rosa con bordi quadri

Canzoni, 1983, Ricordi Orizzonte, LP, copertina con foto

queste edizioni erano da acquistare, all’epoca, per avere su LP due canzoni uscite solo su 45 giri, entrambe originali di Leonard Cohen, “Suzanne” e “Giovanna d’Arco”

PA/LP54

Volume 8°, 1975, Produttori Associati, LP, copertina apribile ad album, discografia interna con un errore

Volume 8°, 1975, Ricordi, LP

Volume 8°, 1983, Ricordi Orizzonte, LP, copertina diversa

Rimini, 1978, Ricordi, LP, copertina apribile ad album, inserto con testi e foto

Rimini, 1983, Ricordi Orizzonte, LP

In concerto con PFM, Volume 1°, 1979, Ricordi, LP, con inserto fotografico

In concerto con PFM, Volume 1°, 1983, Ricordi Orizzonte, LP

In concerto con PFM, Volume 2°, 1980, Ricordi, LP

Fabrizio De Andrè, senza titolo, conosciuto come “L’indiano”, 1981, Ricordi, LP, edizione speciale con la scritta “Merano 81”, copertina diversa sagomata con medesima foto ma più piccola al centro, vinile colorato

Fabrizio De Andrè, senza titolo, conosciuto come “L’indiano”, 1981, Ricordi, LP

Creuza de ma, 1984, Ricordi, LP

Le nuvole, 1990, Fonit Cetra, LP, copertina con ologramma

Le nuvole, 1990, Fonit Cetra, LP, copertina senza ologramma

1991: concerti, 1991, Fonit Cetra, 2 LP

Anime salve, 1996, BMG-Ricordi, LP, c’è anche un’edizione limitata e numerata


Alcuni testi

(di mia scelta e nell’ordine più o meno cronologico degli album)

Tutto Fabrizio De Andrè

La città vecchia

Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi
ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi,
una bimba canta la canzone antica della donnaccia
quello che ancor non sai tu lo imparerai solo qui tra le mie braccia.

E se alla sua età le difetterà la competenza
presto affinerà le capacità con l’esperienza
dove sono andati i tempi di una volta per Giunone
quando ci voleva per fare il mestiere anche un po’ di vocazione.

Una gamba qua, una gamba là, gonfi di vino
quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino
li troverai là, col tempo che fa, estate e inverno
a stratracannare a stramaledire le donne, il tempo ed il governo.

Loro cercan là, la felicità dentro a un bicchiere
per dimenticare d’esser stati presi per il sedere
ci sarà allegria anche in agonia col vino forte
porteran sul viso l’ombra di un sorriso tra le braccia della morte.

Vecchio professore cosa vai cercando in quel portone
forse quella che sola ti può dare una lezione
quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie.
Quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie.

Tu la cercherai, tu la invocherai più di una notte
ti alzerai disfatto rimandando tutto al ventisette
quando incasserai delapiderai mezza pensione
diecimila lire per sentirti dire “micio bello e bamboccione”.

Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale, gonfia di odori
lì ci troverai i ladri gli assassini e il tipo strano
quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano.

Se tu penserai, se giudicherai
da buon borghese
li condannerai a cinquemila anni più le spese
ma se capirai, se li cercherai fino in fondo
se non sono gigli son pur sempre figli
vittime di questo mondo.

La guerra di Piero

Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma son mille papaveri rossi

lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i lucci argentati
non più i cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente

così dicevi ed era inverno
e come gli altri verso l’inferno
te ne vai triste come chi deve
il vento ti sputa in faccia la neve

fermati Piero , fermati adesso
lascia che il vento ti passi un po’ addosso
dei morti in battaglia ti porti la voce
chi diede la vita ebbe in cambio una croce

ma tu no lo udisti e il tempo passava
con le stagioni a passo di giava
ed arrivasti a varcar la frontiera
in un bel giorno di primavera

e mentre marciavi con l’anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore

sparagli Piero , sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo sangue

e se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore

e mentre gli usi questa premura
quello si volta , ti vede e ha paura
ed imbraccia l’artiglieria
non ti ricambia la cortesia

cadesti in terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che il tempo non ti sarebbe bastato
a chiedere perdono per ogni peccato

cadesti interra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che la tua vita finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato un ritorno

Ninetta mia crepare di maggio
ci vuole tanto troppo coraggio
Ninetta bella dritto all’inferno
avrei preferito andarci in inverno

e mentre il grano ti stava a sentire
dentro alle mani stringevi un fucile
dentro alla bocca stringevi parole
troppo gelate per sciogliersi al sole

dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.

Il testamento

Quando la morte mi chiamerà
forse qualcuno protesterà
dopo aver letto nel testamento
quel che gli lascio in eredità

non maleditemi non serve a niente
tanto all’inferno ci sarò già

ai protettori delle battone
lascio un impiego da ragioniere
perché provetti nel loro mestiere
rendano edotta la popolazione

ad ogni fine di settimana
sopra la rendita di una puttana
ad ogni fine di settimana
sopra la rendita di una puttana

voglio lasciare a Bianca Maria
che se ne frega della decenza
un attestato di benemerenza
che al matrimonio le spiani la via
con tanti auguri per chi c’è caduto
di conservarsi felice e cornuto
con tanti auguri per chi c’è caduto
di conservarsi felice e cornuto

sorella morte lasciami il tempo
di terminare il mio testamento
lasciami il tempo di salutare
di riverire di ringraziare
tutti gli artefici del girotondo
intorno al letto di un moribondo

signor becchino mi ascolti un poco
il suo lavoro a tutti non piace
non lo consideran tanto un bel gioco
coprir di terra chi riposa in pace
ed è per questo che io mi onoro
nel consegnarle la vanga d’oro
ed è per questo che io mi onoro
nel consegnarle la vanga d’oro

per quella candida vecchia contessa
che non si muove più dal mio letto
per estirparmi l’insana promessa
di riservarle i miei numeri al lotto
non vedo l’ora di andar fra i dannati
per rivelarglieli tutti sbagliati
non vedo l’ora di andar fra i dannati
per rivelarglieli tutti sbagliati

quando la morte mi chiederà
di restituirle la libertà
forse una lacrima forse una sola
sulla mia tomba si spenderà
forse un sorriso forse uno solo
dal mio ricordo germoglierà

se dalla carne mia già corrosa
dove il mio cuore ha battuto un tempo
dovesse nascere un giorno una rosa
la do alla donna che mi offrì il suo pianto
per ogni palpito del suo cuore
le rendo un petalo rosso d’amore
per ogni palpito del suo cuore
le rendo un petalo rosso d’amore

a te che fosti la più contesa
la cortigiana che non si dà a tutti
ed ora all’angolo di quella chiesa
offri le immagini ai belli ed ai brutti
lascio le note di questa canzone
canto il dolore della tua illusione
a te che sei costretta per tirare avanti
costretta a vendere Cristo e i santi

quando la morte mi chiamerà
nessuno al mondo si accorgerà
che un uomo è morto senza parlare
senza sapere la verità
che un uomo è morto senza pregare
fuggendo il peso della pietà

cari fratelli dell’altra sponda
cantammo in coro già sulla terra
amammo tutti l’identica donna
partimmo in mille per la stessa guerra
questo ricordo non vi consoli
quando si muore si muore si muore soli
questo ricordo non vi consoli
quando si muore si muore soli.

Volume I (Via del Campo)

Marcia nuziale

Matrimoni per amore, matrimoni per forza
ne ho visti di ogni tipo, di gente d’ogni sorta
di poveri straccioni e di grandi signori
di pretesi notai e di falsi professori
ma pure se vivrò fino alla fine del tempo
io sempre serberò il ricordo contento
delle povere nozze di mio padre e mia madre
decisi a regolare il loro amore sull’altare.

Fu su un carro da buoi se si vuole essere franchi
tirato dagli amici e spinto dai parenti
che andarono a sposarsi dopo un fidanzamento
durato tanti anni da chiamarsi ormai d’argento.

Cerimonia originale, strano tipo di festa,
la folla ci guardava gli occhi fuori dalla testa
eravamo osservati dalla gente civile
che mai aveva visto matrimoni in quello stile.

Ed ecco soffia il vento e si porta lontano
il cappello che mio padre tormentava in una mano
ecco cade la pioggia da un cielo mal disposto
deciso ad impedire le nozze ad ogni costo.

Ed io non scorderò mai la sposa in pianto
cullava come un bimbo i suoi fiori di campo
ed io per consolarla, io con la gola tesa
suonavo la mia armonica come un organo da chiesa.

Mostrando i pugni nudi gli amici tutti quanti
gridarono “per Giove, le nozze vanno avanti”
per la gente bagnata, per gli dei dispettosi
le nozze vanno avanti, viva viva gli sposi.

Via del Campo

Via del Campo c’è una graziosa
gli occhi grandi color di foglia
tutta notte sta sulla soglia
vende a tutti la stessa rosa.

Via del Campo c’è una bambina
con le labbra color rugiada
gli occhi grigi come la strada
nascon fiori dove cammina.

Via del Campo c’è una puttana
gli occhi grandi color di foglia
se di amarla ti vien la voglia
basta prenderla per la mano

e ti sembra di andar lontano
lei ti guarda con un sorriso
non credevi che il paradiso
fosse solo lì al primo piano.

Via del Campo ci va un illuso
a pregarla di maritare
a vederla salir le scale
fino a quando il balcone ha chiuso.

Ama e ridi se amor risponde
piangi forte se non ti sente
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior.

La morte

La morte verrà all’improvviso
avrà le tue labbra e i tuoi occhi
ti coprirà di un velo bianco
addormentandosi al tuo fianco
nell’ozio, nel sonno, in battaglia
verrà senza darti avvisaglia
la morte va a colpo sicuro
non suona il corno né il tamburo.

Madonna che in limpida fonte
ristori le membra stupende
la morte no ti vedrà in faccia
avrà il tuo seno e le tue braccia.

Prelati, notabili e conti
sull’uscio piangeste ben forte
chi ben condusse sua vita
male sopporterà sua morte.

Straccioni che senza vergogna
portaste il cilicio o la gogna
partirvene non fu fatica
perché la morte vi fu amica.

Guerrieri che in punto di lancia
dal suol d’Oriente alla Francia
di strage menaste gran vanto
e fra i nemici il lutto e il pianto

davanti all’estrema nemica
non serve coraggio o fatica
non serve colpirla nel cuore
perché la morte mai non muore.

Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers

Re Carlo tornava dalla guerra
lo accoglie la sua terra
cingendolo d’allor

al sol della calda primavera
lampeggia l’armatura
del sire vincitor

il sangue del principe del Moro
arrossano il ciniero
d’identico color

ma più che del corpo le ferite
da Carlo son sentite
le bramosie d’amor

“se ansia di gloria e sete d’onore
spegne la guerra al vincitore
non ti concede un momento per fare all’amore

chi poi impone alla sposa soave di castità
la cintura in me grave
in battaglia può correre il rischio di perder la chiave”

così si lamenta il Re cristiano
s’inchina intorno il grano
gli son corona i fior

lo specchi di chiara fontanella
riflette fiero in sella
dei Mori il vincitor

Quand’ecco nell’acqua si compone
mirabile visione
il simbolo d’amor

nel folto di lunghe trecce bionde
il seno si confonde
ignudo in pieno sol

“Mai non fu vista cosa più bella
mai io non colsi siffatta pulzella”
disse Re Carlo scendendo veloce di sella

“De’ cavaliere non v’accostate
già d’altri è gaudio quel che cercate
ad altra più facile fonte la sete calmate”

Sorpreso da un dire sì deciso
sentendosi deriso
Re Carlo s’arrestò

ma più dell’onor potè il digiuno
fremente l’elmo bruno
il sire si levò

codesta era l’arma sua segreta
da Carlo spesso usata
in gran difficoltà

alla donna apparve un gran nasone
e un volto da caprone
ma era sua maestà

“Se voi non foste il mio sovrano”
Carlo si sfila il pesante spadone
“non celerei il disio di fuggirvi lontano,

ma poiché siete il mio signore”
Carlo si toglie l’intero gabbione
“debbo concedermi spoglia ad ogni pudore”

Cavaliere egli era assai valente
ed anche in quel frangente
d’onor si ricoprì

e giunto alla fin della tenzone
incerto sull’arcione
tentò di risalir

veloce lo arpiona la pulzella
repente la parcella
presenta al suo signor

“Beh proprio perché voi siete il sire
fan cinquemila lire
è un prezzo di favor”

“E’ mai possibile o porco di un cane
che le avventure in codesto reame
debban risolversi tutte con grandi puttane,

anche sul prezzo c’è poi da ridire
ben mi ricordo che pria di partire
v’eran tariffe inferiori alle tremila lire”

Ciò detto agì da gran cialtrone
con balzo da leone
in sella si lanciò

frustando il cavallo come un ciuco
fra i glicini e il sambuco
il Re si dileguò

Re Carlo tornava dalla guerra
lo accoglie la sua terra
cingendolo d’allor

al sol della calda primavera
lampeggia l’armatura
del sire vincitor

(continua)

 

 

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