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Eduardo Galeano

Dalla newsletter del 20 Aprile 2015 dc di www.puntorossoblog.com (da me corretta oggi 24 Novembre 2015 dc di alcuni errori, in alcuni casi avventurosamente interpretando quanto scritto):

Eduardo Galeano

come metafora della cultura critica, necessaria ai movimenti antisistemici. Con alcune considerazioni finali sul ruolo del Forum Sociale Mondiale.

di Giorgio Riolo

Ci sono opere e persone che, al di là del valore intrinseco, grande o piccolo, non importa, svolgono un ruolo formidabile nel contesto storico in cui sorgono. Diventano metafore di un moto storico, di un cammino in corso.

Diciamo subito che il valore letterario e di contenuti degli scritti di Galeano era veramente grande. Fossero libri o i suoi tipici folgoranti pezzi giornalistici egli mostrava quale forza si può celare nella penna, se la si sa usare e a qual fine usarla.

Sciascia ricorreva a questa metafora della penna come spada, pensando al suo ruolo di scrittore e di intellettuale. Impensabilmente coincidente con quello che l’analfabeta bracciante siciliano riteneva a proposito del valore, dell’importanza della cosa scritta. Ma oggi con il minimalismo, la ciarlataneria chiassosa, le parole in libertà, in ogni dove (la falsa democrazia del Twitter, Facebook e minchiate varie), tutto ciò assume distanza, alterità omerica, biblica.

La cultura, la letteratura, la grande arte non cambiano il mondo, sicuramente. Ma è sacrosanto che esse contribuiscano a preparare, a invogliare, a spingere gli esseri umani a “desiderare” un altro mondo, a cambiare la propria vita e la vita quindi dei gruppi associati. L’antropologia culturale viene prima della politica, sostanzia la politica e la spinge in avanti. Non al contrario, come taluni bonzi si ostinano a pensare e a praticare. Il risultato necessario, di causa ed effetto, come il giorno segue alla notte, è inevitabilmente la malapolitica.

Molti della mia generazione, tra la fine degli anni sessanta e gli anni settanta, avevano come uno dei retroterra di formazione il cosiddetto terzomondismo, allora spesso declinato come visione manichea di bene e di male, dislocati spazialmente, centro e periferie, Nord e Sud, mondo sviluppato e mondo sottosviluppato (il terzo mondo) ecc. Poi immediatamente aggiornato, una volta considerato che la dinamica si riproduceva all’interno degli stessi centri sviluppati e all’interno delle periferie stesse (ricchi e poveri, padroni e salariati, classi dominanti e classi subalterne ecc.).

Ma una cosa è certa. Il terzomondismo costituiva allora la forma ingenua, ma fondamentale, indispensabile, del pensare che la storia dell’umanità è la globalizzazione-mondializzazione, accelerata in modo impressionante dal sorgere del capitalismo e dalla sua prorompente, irrefrenabile vocazione a espandersi e a occupare i quattro angoli del pianeta. Che il sistema è mondiale immediatamente e non per astrazione. Che occorreva il “pensiero planetario” (Ernesto Balducci) come grado minimo, come primissima base, per un discorso serio e sensato sul mondo. Che tutto cambia a misura della prospettiva con cui si guarda il mondo.

E così si cercava di sfuggire all’eurocentrismo, al colonizzatore e all’imperialista che era in noi (e molta sinistra questo non lo faceva) e si cercava di guardare il mondo “dal rovescio della storia” (Teologia della Liberazione). Di guardare con gli occhi dei popoli vessati, depredati, umiliati dal colonialismo prima e dall’imperialismo poi. Tutto cambia, ripetiamo.

Opere come “Le vene aperte dell’America Latina” del 1971, prima, e in seguito le tre parti di “Memoria del fuoco” (apparse tra il 1982 e il 1986), vennero ad aggiungersi al breviario minimo di questo pensiero planetario di cui avevamo bisogno, che avidamente cercavamo. Così come i tanti interventi, articoli e saggi, inconfondibili, che il fine letterato-intellettuale e attivista ci ha offerto fino alla fine dei suoi giorni.

Latinoamericano come prima sostanza e radice, come prima attenzione, come un entomologo che scruta il brulicare della propria gente, che scruta la microstoria, la vita quotidiana, i recessi della storia, così spesso trascurati, ma che sa collegare la sua prospettiva latinoamericana, la sua realtà, alla prospettiva mondiale. Che sa collegare la microstoria e la vita quotidiana alla macrostoria, alla politica, alle dinamiche più vaste. Alle lotte necessarie in America Latina e nel mondo. Poiché la concezione della penna come spada implica sempre mettersi in gioco, agire, collaborare con altri gruppi umani, con partiti, con gruppi, con movimenti sociali affinché qualcosa cambi. Altrimenti ci si limita a scrivere libri, ci si rifugia nel piccolo narcisismo dell’intellettuale, anche se raffinato.

Il ricordo, la perdita di Eduardo Galeano ci impone di fare alcune modeste, non peregrine, considerazioni sui movimenti antisistemici.

Altri hanno scritto e scriveranno molto e bene su di lui.

Recentemente, concluso il Fsm (Forum Sociale Mondiale) di Tunisi del 2015, Roberto Savio, un giornalista-saggista molto attivo nel movimento altermondialista, uno dei fondatori del Fsm, ha scritto un intervento critico, una sorta di bilancio dello stesso Fsm dopo 15 anni di esistenza. Di bilanci ne abbiamo fatti nel passato in vari scritti e interventi. Qui ripetiamo solo alcuni spunti.

Anche se con le sue parole, Savio riprende nel suo articolo la vecchia questione delle due anime del Fsm e quindi del movimento altermondialista. Da una parte, per utilizzare la metafora di un altro fondatore del Fsm, François Houtart, il Forum è una sorta di “Woodstock sociale” (il Fsm come “spazio aperto”, come luogo di ritrovo e di messa in comunicazione dei tanti attori mondiali contro il neoliberismo), dall’altra è una sorta di Internazionale in cui organizzarsi e in cui assumere direttive, vincolanti per gli stessi attori, per contrastare il neoliberismo e il capitalismo e le sue dinamiche, opprimenti popoli, ambiente, diritti ecc.

Queste due anime rimangono e condizionano e hanno condannato il Fsm nel tempo, dall’iniziale forza e rilevanza mondiali, fino al marzo 2003 (“la seconda potenza mondiale” secondo The New York Times e la retorica e metafisica di cui dicevo in un mio precedente articolo), alla attuale relativa irrilevanza. Come dice Samir Amin, le lotte decisive nel mondo ormai si svolgono fuori dal Fsm. Come afferma Savio, non c’è osmosi tra Fsm e mondo. Non è investita nel suo processo l’intera società civile globale. Alla quale appartengono, aggiunge Emir Sader, anche i partiti e le formazioni, partitiche e di movimento, sostanziate di materiale umano che lotta, pensa, si istruisce, agisce contro il sistema. Superando il rituale autoreferenziale dei Fsm, con i ripetitivi seminari, workshops, di edizione in edizione, mentre fuori nel mondo infuriano guerre, conflitti, crisi climatica, emergenze sociali, ambientali, democratiche ecc.

Savio incentra molto il suo discorso sul ruolo del Consiglio Internazionale del Fsm. Il suo ruolo si è ridotto a quello del “facilitatore” e non quello, indispensabile, che miri a creare visione e strategia. Che miri ad avere un minimo di “verticalità”, di organizzare, senza venir meno alla “orizzontalità” delle pratiche e delle procedure.

Aggiungo solo, rispetto al discorso di Savio, che molto ruolo nel Fsm e nel Consiglio Internazionale hanno le élite mondiali, spesso europee e Usa, ma non solo, che possono pagarsi viaggi e soggiorni, soprattutto organismi come Ong ecc., che dispongono di molti mezzi. I movimenti sociali di Asia, Africa e America Latina, ciascuno costituito da milioni, e non migliaia, di aderenti spesso non dispongono dei mezzi necessari, non dico per essere presenti al Consiglio Internazionale, ma anche semplicemente per inviare un delegato a partecipare a una qualche edizione del Fsm.

Un solo episodio, come testimonianza personale, per tornare a Galeano e per concludere.

Al Fsm di Porto Alegre 2005, il quinto della serie, un gruppo di 19 intellettuali, strettamente legati al movimento altermondialista, tra i quali Galeano, Saramago, Amin, Houtart, Ramonet, Savio, Walden Bello, Aminata Traorè, Perez Esquivel, Petrella, Wallerstein, Frei Betto e altri, firmarono un testo, passato come “Manifesto di Porto Alegre”, contenente alcune affermazioni di principio e l’indicazione di 12 punti come programma minimo del movimento altermondialista. Per prendere seriamente di petto la questione “un altro mondo è possibile”, oltre la retorica e l’autonarrazione gratificante di cui sopra. I punti erano semplici indicazioni di lavoro, non direttive del Consiglio Internazionale. Ma erano punti precisi.

La reazione di tanti, non tutti fortunatamente, piccoli leaderini di movimento, di Ong ecc., tra i quali molti italiani, autoreferenziali i più, è stata stizzita. Si trattava di discutere, magari di proporre variazioni, integrazioni e via dibattendo. Ma la cosa è stata interpretata come ingerenza, come violazione della Carta dei Principi del Fsm, come lesa maestà democratica e via movimentando.

È l’usuale invocazione della democrazia quando non si hanno argomenti veri, coerenti, e si elude la vera questione: come essere efficaci e antisistemici veramente. Non a parole, una volta raggiunta e superata la soglia iniziale della presa di coscienza, della cultura e del sapere del movimento, della delegittimazione del sistema, della sottrazione del consenso. Per tentare di cambiare veramente le cose.

E in ciò concorrono le parole e le idee, la penna appunto, come quella di Galeano, e la lotta quotidiana, la politica e il movimento contro le brutture del mondo, altrimenti chiamate neoliberismo, capitalismo, imperialismo, razzismo, sessismo ecc.

La difficile, faticosa, necessaria sintesi di sempre.

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Il berretto girato…

di Jàdawin di Atheia, 29 Luglio 2014 dc. Pubblicato anche sul mio sito www.jadawin.info alla pagina “Stupidità”

Il berretto girato…

Vi propongo alcune immagini, tratte da Google immagini:

il berretto da ragazzino scemorapperrapperrapper?rapper cretino

 

Non mi interessa sapere chi siano, cosa fanno, come “spiegano” il loro aspetto. In Italia altri individui che hanno usato o usano la moda del berretto girato sono Vasco e Valentino Rossi, Jovanotti e J-Ax. Anche un tennista, ed è il motivo perché tifo contro, a prescindere.

Tanti anni fa qualcuno si girò il berretto, e milioni di imbecilli lo imitarono.

È vero, la stessa cosa è successa innumerevoli volte: i pantaloni stretti e a vita bassa degli anni Sessanta e Settanta (la stupidità, come si vede, ritorna ciclicamente), gli assurdi e ingombranti pantaloni a “zampa di elefante”, le camicie e le giacche talmente strette che a volte facevi fatica a respirare, l’orologio sul polsino e via imbecillando.

Ma questa del berretto la trovo una moda veramente stupida, brutta, becera, insignificante e senza senso.

Guardate, proprio non mi vengono altre parole, se non insulti, e la finisco qui….La prossima sarà quella di infilarsi i pantaloni al contrario, perché il concetto è lo stesso….

La stupidità della moda (e in particolare dei pantaloni a vita bassa)

Dal mio sito Jàdawin di Atheia 4 Novembre 2012 dc:

La stupidità della moda (e in particolare dei pantaloni a vita bassa)

A mio modo di vedere già l’esistenza della moda è una forma di stupidità, una sorta di suggestione, o autosuggestione, irrazionale. È solo grazie a dei preconcetti pre-esistenti, o indotti, che una data foggia di un vestito, di un paio di scarpe o di un accessorio ci possono sembrare diversi, opposti, controcorrente, anticonformisti, belli, brutti, antiquati, moderni etc. rispetto a qualcosa d’altro. Io sono nato nel 1954, e verso la fine degli anni Sessanta iniziò, e si protrasse per gran parte degli anni Settanta, la moda dei pantaloni “scampanati”, o “a zampa di elefante”.

Mi ricordo benissimo quanto faticai per “adeguarmi”, io che ero figlio di un sarto che non si adeguava alle mode e giudicava questa, e oggettivamente aveva anche ragione, una pura follia. Con qualche soldo, e la complicità di mia madre, sarta anche lei ma più comprensiva, riuscii ad avere qualche pantalone o jeans fatti in quel modo assurdo. Per fortuna, ora che io stavo adeguando, la moda “cambiò”, guarda caso per ritornare al classico pantalone a “tubo” o, addirittura, a quello a “imbuto” che tanto destavano orrore, e così non dovetti sprecare altri soldi per comprare pantaloni che nel giro di pochi anni non avrei più “potuto” indossare.

Perché dunque era nata questa moda? Semplicemente a qualche stilista (o magari a qualche semplice sarto di paese a cui qualcuno rubò l’idea, chi lo sa?) era venuto in mente di inventare qualcosa di diverso, di dirompente, di alternativo. E con un implicito fondo di contestazione. E nel giro di pochissimo tempo chi non si adeguava veniva deriso, guardato con commiserazione, considerato un poveretto, succube di una moda da matusa.

La stessa cosa successe per i capelli, per camicie e giacche strette fino all’inverosimile, per le scarpe (ah già, per i compagni era quasi obbligatorio portare le scarpe di camoscio con suola in gomma, per i camerati le scarpe a punta o le Clark), per  i giacconi (se portavi l’eskimo e giravi intorno a piazza (San) Babila rischiavi le botte, e lo stesso ti facevi vedere in montgomery nei pressi della Statale), addirittura per gli occhiali da sole (finché il “compagno” Venditti non li sdoganò – e sarebbe ora che li cambiasse, che caspita! – se portavi i costosi Ray-Ban eri sicuramente un fascista….!)

Arrivando ai giorni nostri, la moda dei pantaloni a vita bassa, per uomini e donne, è più che stupida, è assolutamente idiota, oltre che proprio scomoda. Non c’è alcun senso in questa tendenza, proprio nessuno: chi ha la responsabilità di averla inventata andrebbe solo preso a calci nel posteriore per qualche chilometro. Ma la responsabilità del suo successo è, ovviamente, di chi l’ha sostenuta: I COMPRATORI!

A tal proposito, tra le mie cartacce, è spuntato un articolo comparso su la Repubblica del 26 Maggio 2005 dc: è rimasto lì tutti questi anni perché lo volevo pubblicare, e finalmente (meglio tardi che mai!) è venuto il suo momento. C’era anche la foto di due ragazze, per fortuna almeno carine, sedute per terra e ritratte di spalle, con le mutande belle in vista. Già, perché questa moda la ostenta anche chi è meglio che indossi il burka: grassone che dovrebbero coprire invece che mostrare (e magari fare una dieta e un po’ di attività fisica). E anche per tutte le altre, affette in massa oltre che dalla cellulite fin dai tredici anni anche da queste adiposità ai fianchi che fino a qualche anno fa non erano così comuni, questa moda infausta rende evidente ciò che, con un normale pantalone, non si vedrebbe, sarebbe mascherato, e la cui rotondità, come è sempre stato prima, sarebbe attraente invece che, lasciatemelo dire anche se so di esagerare, ributtante.

Quei poveri studenti ossessionati dalle mode

di Marco Lodoli

A volte mi domando: ma come ero vestito quando avevo otto o dieci  o dodici anni? Che camicie indossavo, che tipo di pantaloni, com’erano le scarpe, e i capelli, com’erano tagliati?Non so se si tratta di amnesia totale, di precoce spappolamento delle cellule della memoria, ma non ricordo quasi nulla. Forse all’epoca non dedicavo alla questione tutta l’attenzione che oggi pare necessaria e inevitabile. Avevo, come tutti i miei coetanei, un grembiule blu e un fiocco bianco che spesso si scioglieva e pendeva malinconicamente sul petto. Avevo calze dagli elastici poco robusti che mi calavano sempre sulle caviglie. E  i miei amici li ricordo solo per i visi, Dado paffuto e Stefano magro come un cerbiato, e per quello che facevamo assieme, per come ridevano o piangevano.

I vestiti erano pesanti d’inverno e leggeri d’estate, punto e basta. Li comprava la mamma e andavano bene. L’importante era correre, leggere giornaletti, giocare a pallone, prendersi a spinte, cantare e fare amicizia e studiare almeno un poco.

Tutto avveniva in un corpo spettinato e nervoso, coperto da un anonimo grembiule o da abiti senza firme né prezzi. Solo un ragazzino portava nella “bella” (le virgolette sono mie, Jàdawin di Atheia) stagione le magliette con il coccodrillino, ma quello sgorbietto per me valeva quanto il timone o il delfino cuciti sulle mie.

Oggi tutto è cambiato. Tutto cambia sempre e non bisogna irrigidirsi nella nostalgia. Però devo ammettere che non mi fanno alcuna simpatia questi ragazzini ossessionati dagli indumenti, che sbraitano se non hanno il cappelletto con la virgola e pantaloni bragaloni che vogliono loro. A dieci anni sono già vestiti come ridicoli manichini, hanno gli occhiali da sole e i capelli sagomati ciuffo a ciuffo, e le femmine le pancine scoperte e le canottierine sexy. La colpa non è loro, ovviamente, loro sono solo il debole terminale di un processo marpionissimo che parte dal mondo degli adulti, da gente che sa cosa vendere e come.

È così difficile cominciare a capire cosa si è, cosa si desidera, dove si vuole andare: è un percorso doloroso che coinvolge da subito tutto l’essere, “anima” (anche queste virgolette sono mie, Jàdawin di Atheia) e corpo. Molto più semplice è acquistare un simulacro di personalità in un negozio, agghindarsi come dettano lo spirito e l’economia del tempo. Anche a scuola, e tra gli amici, è troppo complicato farsi apprezzare per quello che si è realmente, ansie e insicurezze incluse.

Oggi basta il vestito per fare il monaco o il ragazzino vincente. Insomma, forse tornare al tempo dei grembiuli è assurdo, ma quanto è triste vedere i bambini vestiti come poveri deficienti, come penose miniature dell’altrettanto penoso mondo degli adulti impacchettati dalla moda.

Voi

Dal sito http://www.donzauker.it/

Voi

Voi,

i cristiani, gli ebrei, i musulmani, i buddisti, gli scintoisti, gli avventisti, i panteisti, i testimoni di questo e di quello, i satanisti, i guru, i maghi, le streghe, i santoni, quelli che tagliano la pelle del pistolino ai bambini, quelli che cuciono la passerina alle bambine, quelli che pregano ginocchioni, quelli che pregano a quattro zampe, quelli che pregano su una gamba sola, quelli che non mangiano questo e quello, quelli che si segnano con la destra, quelli che si segnano con la sinistra, quelli che si votano al Diavolo, perché delusi da Dio, quelli che pregano per far piovere, quelli che pregano per vincere al lotto, quelli che pregano perché non sia Aids, quelli che si cibano del loro Dio fatto a rondelle, quelli che non pisciano mai controvento, quelli che fanno l’elemosina per guadagnarsi il cielo, quelli che lapidano il capro espiatorio, quelli che sgozzano le pecore, quelli che credono di sopravvivere nei loro figli, quelli che credono di sopravvivere nelle loro opere, quelli che non vogliono discendere dalla scimmia, quelli che benedicono gli eserciti, quelli che benedicono le battute di caccia, quelli che cominceranno a vivere dopo la morte…

Tutti voi,
che non potete vivere senza un Papà Natale e senza un Padre castigatore.

Tutti voi,
che non potete sopportare di non essere altro che vermi di terra con un cervello.

Tutti voi,
che vi siete fabbricati un dio “perfetto” e “buono” tanto stupido, tanto meschino, tanto sanguinario, tanto geloso, tanto avido di lodi quanto il piu’ stupido, il piu’ meschino, il piu’ sanguinario, il piu’geloso, il piu’ avido di lodi tra voi.

Voi, oh, tutti voi

NON ROMPETECI I COGLIONI!

Fate i vostri salamelecchi nella vostra capanna, chiudete bene la porta e soprattutto non corrompete i nostri ragazzi.

Non rompeteci i coglioni, cani!

François Cavanna

La Libreria Babele di Milano ha chiuso!

La libreria Babele ha chiuso!

Vengo a sapere, con ritardo e per puro caso, che la storica Libreria Babele di Milano, ai primi di Settembre, ha chiuso definitivamente i battenti.

Per sapere qualcosa intorno alla vicenda è utile leggere in CulturaGay.it http://www.culturagay.it/cg/saggio.php?id=405 e su Anelli di Fumo http://anellidifumo.ilcannocchiale.it/post/2090148.html la storia della libreria e la dichiarazione dell’ultimo proprietario Rolando Canzano, su cui non voglio dilungarmi lasciando ai lettori farsi un’idea di ciò che è avvenuto (oltre a manifestare la mia solidarietà per le ignobili scritte omofobe lasciate di notte dai soliti fascisti nel mese di Aprile 2008 dc – di cui non sapevo nulla – e di cui si può leggere qui in Isole della Rete http://isole.ecn.org/antifa/article/1437/MilanoscritteomofobeallalibreriaBabele3denunceperForzaNuova) .

Certo che un una notizia così, aggravata da quella dell’ulteriore chiusura della Libreria Babele di Roma, non può che lasciare un vuoto incolmabile e una tristezza infinita per questo ridicolo Paese.

Ho avuto modo di conoscere Gianni Dalle Foglie, improvvisamente scomparso recentemente, e poi Rolando Canzano prima per le mensili riunioni del Circolo UAAR di Milano e poi per alcune iniziative, da me condotte in quella ospitale libreria, con l’Associazione Atheia, e sempre mi sono trovato assai bene in loro compagnia.

Che l’Italia fosse un Paese di illetterati, di incolti, di bigotti, di ipocriti e di imbecilli dediti al dio denaro e al culto della Stupidità elevato a sistema si sapeva già,  queste vicende non fanno che confermarlo ancora una volta, e tristemente.

Spero, perlomeno, che l’iniziativa della Libreria Babele possa presto in qualche modo proseguire.

Jàdawin di Atheia

su www.jadawin.info pagina “Cultura”