Pandemic. Come funziona il complottismo

Su Hic Rhodus il 7 Agosto 2020 dc:

Pandemic. Come funziona il complottismo

di Claudio Bezzi

L’articolata ostilità contro le misure imposte dai governi per il contenimento del Covid 19 assume un arco veramente ampio di forme. Non tutta questa ostilità è complottista, naturalmente, almeno non in forma eclatante e specifica, anche se germi complottisti possono essere rintracciati abbastanza facilmente in “ostili” semplicemente inconsapevoli, perché si innestano su bufale e complotti precedenti, per esempio quello sui vaccini, quello sul nuovo ordine mondiale e via discorrendo, che in forma nebulizzata sono arrivati un po’ a tutti, mescolandosi con mezze notizie, mezze bufale, notizie vere ma male interpretate, ignoranza pura e semplice e così via.

E anche nell’alveo del complottismo c’è complotto e complotto.

In tema di pandemia probabilmente la teoria complottista più elaborata e interessante, e anche la più diffusa e pericolosa, è quella proposta da Judy Mikovits, una biochimica, addirittura direttrice di un importante istituto di medicina molecolale americano (poi licenziata), screditata in tutta la comunità scientifica per studi fasulli di stampo anti vaccinista (notizie tratte da Wikipedia USA). La Mikovits, che vive ormai una vita piuttosto movimentata e controversa, è ovviamente una campionessa internazionale del complottismo antivaccinista, ed è tornata sulla cresta dell’onda per la sua teoria relativa al Covid 19, che lei ha sintetizzato in un video ancora – ahimé – rintracciabile in rete, nonché in un libro (non metto i link volutamente).

La teoria complottista della Mikovits viene chiamata Plandemic, ed è un bellissimo caso di studio per capire come funziona il complottismo.

Primo. C’è uno scienziato disgraziato a monte: esattamente come per l’antivaccinismo, dove a monte per esempio della (falsa) relazione fra vaccini e autismo troviamo un medico inglese, Wakefield, che pubblicò i risultati di una ricerca falsa (come poi lui stesso confessò) per dimostrare una correlazione che invece non c’era (QUI tutta la storia del rapporto fra vaccini e antivaccinismo).

L’articolo di Wakefield fu ritirato (l’aveva pubblicato nientedimeno che Lancet), lui fu radiato dall’ordine dei medici, ma niente: gli antivaccinisti pensano che quella relazione ci sia e – suppongo – che Wakefield sia un martire. La biografia della Mikovits sembra la fotocopia: ricerche addomesticate, smentite, articolo pubblicato (su Science) e ritirato, lei licenziata. Ma non solo è una paladina, no: è attualmente in sella al movimento complottista e il suo video ha totalizzato oltre 8 milioni di click (che, sia chiaro, son soldi).

Secondo. Il complotto affonda le radici in un passato difficile da controllare: per esempio Mikovits e complottisti affermano che all’inizio del ‘900 

John D. Rockefeller, acquistò una società farmaceutica tedesca che in seguito avrebbe aiutato Hitler ad implementare la sua visione basata sull’eugenetica, producendo prodotti chimici e veleni per la guerra. Rockefeller voleva eliminare i concorrenti della medicina occidentale, così ha presentato una relazione al Congresso affermando che c’erano troppi medici e scuole di medicina in America, e che tutte le modalità di guarigione naturale erano ciarlatanerie non scientifiche.

Rockefeller ha chiesto la standardizzazione dell’educazione medica, quindi solo la sua organizzazione poteva concedere la licenza per le scuole di medicina negli Stati Uniti. E così iniziò la pratica delle droghe immunosoppressive, sintetiche e tossiche. Una volta che le persone sono diventate dipendenti da questo nuovo sistema e dalle droghe che esso fornisce, il sistema si è trasformato in un programma a pagamento, creando clienti a vita per i Rockefeller. (fonte)

Ovviamente, se avete un po’ di tempo da spendere, potrete notare come ci sia un frullato di mezze verità, dilatate fantasiosamente in modo plausibile per creare gli antefatti necessari per spiegare il presente. La fabbrica tedesca in questione era la IG_Farben, che produsse effettivamente anche il famigerato Zyklon-B, e a cavallo fra le due guerre fondò una holding americana. Rockfeller non c’entra un piffero, senonché la sua banca partecipava a tale holding con un suo membro nel direttivo.

Vale la pena dire che ci fu un continuo intreccio fra questa fabbrica (che non realizzava solo veleni per Hitler) e aziende americane, e che dopo la guerra la IG Farben fu smembrata e ora i vari pezzi si chiamano Agfa, Bayer, BASF.

In merito a Rockefeller c’è del vero; il suo filantropismo sanitario, che fu notevolissimo agli inizi del secolo scorso, aveva anche una motivazione utilitarista: avere operai sani per l’opera di industrializzazione del Sud degli States, o nuovi mercati fuori dagli USA (importanti programmi furono finanziati in Cina, Filippine e America Latina).

È vero anche che Rockefeller finanziò largamente l’educazione professionale in tema di sanità pubblica (1 milione di dollari dell’epoca alla Johns Hopkins fra il 1916 e il 1922). Come scrive Richard Brown nell’articolo Public Health in Imperialism: Early Rockefeller Programs at Home and Abroad, “American Journal of Public Health”, vol. 66, n. 9, 1976 (QUI il pdf)

Nel mentre favoriva [la fondazione Rockefeller] un miglioramento economico in America ed Europa, era anche una forza insidiosa che lavorava a discapito delle persone che apparentemente stava aiutando. Secondo l’ideologia comunque prevalente all’epoca […]  la salute è stata definita come la capacità di lavorare e l’aumento della produttività delle popolazioni erano la misura del successo dei programmi di sanità pubblica.

Insomma: in questa approfondita analisi, certamente scritta con un punto di vista critico sul capitalismo sfruttatore, Rockefeller viene dipinto come un filantropo interessato, forse cinico, ma non come un tale che – attraverso il suo potere – infila droghe tossiche negli organismi dei terrestri per renderli schiavi.

Per raccattare queste informazioni, e per insistere un pochino per cercare il malvagio ruolo di Rockefeller nella somministrazione di droghe immunodepressive, ho impiegato un paio d’ore di tempo, districandomi fra siti americani e cercando di distinguere fra quelli complottisti e di junk news, e siti seri.

È stata comunque una discreta fatica e non ho trovato nulla (cercando meglio, forse…). Ecco allora che la Mikovits – che indubbiamente ha moltissimi strumenti più di me per districarsi anche tecnicamente in questo mondo – produce un falso clamoroso a partire da una somma di mezze verità in parte note al grande pubblico americano (dire Rockefeller in America è un po’ come dire Agnelli in Italia, salvo che la dinastia dei primi ancora sopravvive e quella degli Agnelli è sostanzialmente evaporata). Chi va a controllare? Chi si prende la briga di ricostruire, verificare, e capire che la Mikovits ha semplicemente messo la sua pietra angolare sulla quale edificare il complotto?

Terzo. Tutto l’ambaradan è tecnicamente o scientificamente complesso: in tutti i complotti ci sono complesse questioni scientifiche non alla portata della media dei cittadini; secondo il complotto che afferma che non siamo mai stati sulla Luna, la prova schiacciante è l’insuperabilità delle fasce di Van Allen (QUI il debunk); secondo gli antivaccinisti ci sono velenosissimi metalli pesanti (QUI il debunk) etc.

Naturalmente chi non è astrofisico nel primo caso e medico nel secondo non ne capisce nulla, e si deve fidare del parere di “esperti”. Purtroppo, come vediamo, ci sono anche scienziati e ricercatori infidi, che tradiscono impunemente ogni etica scientifica e professionale, e quelli, pur essendo un’infima minoranza screditata internazionalmente, sono portati ad esempio dai complottisti che non credono in nulla alla maggioranza scientifica e, anzi, credono che quest’ultima faccia parte del complotto.

Quarto. Il Potere è oscuro e malefico per definizione: se hai un animo complottista, sei certo che tutto ciò che accade è una macchinazione del Potere, del fantomatico Deep State che ha disegni oscuri per dominare il mondo; così la Mikovits, che dichiara che il virus pandemico è uscito dai laboratori americani di Fort Detrick. Così come l’11 settembre è una cospirazione della CIA, gli Illuminati o il Grande Ordine Mondiale che bramano il potere…

Qui, ovviamente, non c’è ricerca su Google che tenga. Se il virus fosse sfuggito da Fort Detrick, o da un laboratorio di Wuhan – come preferisce dire Trump – non credo che qualcuno possa saperlo salvo una ristrettissima cerchia di militari e Trump stesso. In questo caso specifico, comunque, abbiamo commenti autorevoli che dichiarano che il Covid 19 non è un virus costruito in laboratorio. Per chi – fra i pur intelligenti lettori di HR – avesse qualche dubbio, se non altro per la potente macchina propagandistica di Trump e Pompeo, riporto solo un passaggio di un articolo completo riportato su Valigia Blu:

Gli esperti concordano nel sostenere che lo scenario più attendibile è quello dell’origine naturale del virus anche se potrebbe esserci l’eventualità che non riusciremo mai a tracciare l’intera catena di trasmissione, riporta Live Science. La tesi della realizzazione in laboratorio del virus e che SARS-CoV-2 sia stato geneticamente modificato è priva di fondamento mentre, al momento, non è possibile escludere con certezza l’ipotesi che gli scienziati cinesi stessero studiando un coronavirus naturale che poi è fuoriuscito dal laboratorio, per quanto tale scenario sia tutto da verificare. 

Quindi: origine cinese, non americana, naturale e non artificiale. Ma che importa? Fort Detrick era già nelle mire dei complottisti che ruotano attorno a un altro eroe del complotto, Michel Chossudovsky in quanto, come vedemmo a suo tempo discutendo delle scie chimiche, i complottisti citano sempre grandi referenze che, a guardare, sono tutte interne al loro ambiente; una rinforza l’altra.

Quinto e ultimo. È tutta una questione di libertà, no? Tutti questi incroci intricati hanno una base necessaria nella paura dei cittadini come climax (contro il Potere oscuro, contro il virus, contro qualunque cosa) e nelle generica richiesta di libertà come anticlimax.

I complottisti, con le loro astruse teorie, stanno semplicemente cercando di difendersi dal mondo complesso dal quale si sentono dominati senza capirlo; la paura del presente e del futuro, la sensazione di non contare nulla, di essere agìti da forze esterne…

E allora – quando ci si accorge di essere in tanti (come i 15.000 di Berlino pochi giorni fa) – si va a reclamare, per esempio, più libertà. Poiché è tutto un complotto, e i numeri che ci danno sui morti sono falsi, e tutte le altre balle assortite, allora io rivendico la mia indipendenza, penso con la mia testa (così loro assicurano) e mi ribello. E questa ribellione cospirazionista non deve farci ridere neppure un po’, perché è una quantità immane di energia psichica, di capitale sociale, di relazioni che vanno sprecate. È la paura che li muove, è il senso di impotenza e, con loro e sopra di loro, la spregiudicatezza di cinici burattinai che sanno come manipolarli.

Oggi contro il Covid 19. E domani?

L’argomentazione, cribbio!

Su Hic Rhodus l’1 Giugno (La Crusca può dire quello che vuole, io lo scrivo così!) 2020 dc:

L’argomentazione, cribbio!

di Claudio Bezzi

Siamo spettacolosamente inadatti alla comunicazione complessa. Credo che il linguaggio si sia sviluppato, nell’uomo, per cose tipo “Tigre-con-denti-a-sciabola, scappa!”, o “Tu raccogli erba io scuoio capriolo” o il sempreverde “Dare soldi, vedere cammello”. Perché quando qualcuno poi replica “Ma sei sicuro fosse proprio una tigre coi denti a sciabola?”, o “Vacci tu a cogliere l’erba che io non ne ho voglia”, si apre un ginepraio di discussioni in cui le parole, anziché strumenti di spiegazione e chiarimento, entrano in gioco come elementi che producono nuova confusione e incertezza.

Fortunatamente abbiamo da poco pubblicato la nostra Mappa 30 – Guida pratica al pensiero dove abbiamo necessariamente incluso una discreta bibliografia hicrhodusiana sul linguaggio e come funziona, così i lettori interessati possono andare là a cercare approfondimenti. Anzi, questo post, tutto sommato, è da aggiungere a quanto già indicato nella Mappa 30.

Reduce da alcuni consueti incontri con ragionamenti errati (sì, certo, dal mio punto di vista), ne faccio qui un breve riepilogo, a favore di quei quattro lettori che non si disperano nel solipsismo linguistico.

1) Gli asserti non sono argomenti: ovviamente questo (che in effetti è esso stesso un asserto) è il principe dei “ragionamenti” errati, proprio perché non è un ragionamento. Gli asserti sono mattoni fondamentali della costruzione del pensiero e del linguaggio, nonché elementi caratterizzanti il metodo scientifico. Un asserto è una dichiarazione che viene costruita combinando concetti in modo semanticamente adeguato, cioè in modo che la proposizione abbia un significato. “Hic Rhodus è un blog” è un asserto, così come “Hic Rhodus è un blog che cerca di unire il rigore della documentazione proposta con una scrittura per quanto possibile divulgativa”.

In entrambi i casi nulla viene spiegato, ma solo dichiarato. Gli asserti sono fondamentali nella comunicazione quotidiana, e sono talmente comuni e utili che una gran parte di nostri interlocutori non si accorge che asserire senza spiegare i presupposti degli asserti, induce ad affermare verità indimostrate.

Per esempio: “Hic Rhodus è il miglior blog italiano” è un asserto, formulato in maniera corretta, ma include una “verità” diversa dai due precedenti, perché introduce delle categorie di valore sulle quali nulla si dice: ‘migliore’ in che senso, sotto quale profilo? ‘Migliore’ di tutti? Come si è stimato tale primato?

A parte il comunicare quotidiano, che qui non ci interessa, la politica, il giornalismo, i virologi in TV e la filosofia di Diego Fusaro, sono infarcite di asserti non argomentati che nell’economia del discorso vengono intesi come veri.

Naturalmente il virologo in TV non può tenere una lezione di due ore per spiegare a noi profani le caratteristiche del Covid 19, alla luce di ricerche recenti da lui lette, per potere, alla fine, giungere a determinate conclusioni; in questo caso, quindi, acconsentiamo all’assertività del virologo (in TV, non al convegno scientifico) e ci fidiamo del fatto che dietro quegli asserti ci siano comunque complesse argomentazioni, che semplicemente ci vengono risparmiate.

Questa nostra fiducia è ingenua, naturalmente, ma al momento fermiamoci. La stessa fiducia, anziché ingenua diventa sciocca quando la lasciamo ai politici o ai giornalisti o a Fusaro, ma non vorrei andare oltre spiegando i perché, visto che li troverete in altri articoli di Hic Rhodus.

2) La reazione all’oggetto è una specie perniciosa di fallacia logica: anche se abbiamo già trattato le fallacie logiche nella citata Mappa 30, vorrei segnalare questa specifica, assai insidiosa, peraltro, anche nelle scienze sociali applicate. Se io scrivessi, per esempio: “La magistratura italiana è affetta da una pericolosa deriva populista” (è un asserto) sarei tenuto ad argomentare o, in caso contrario, otterrei un assenso a priori da chi già di suo pensa quel medesimo asserto, e un dissenso altrettanto a priori da chi ha maturato per conto suo pensieri differenti.

Gli asserti sono in realtà invalutabili (se costruiti nel rispetto della logica linguistica); se io non spiego in lungo e in largo il perché di quella frase, non potete sapere se realmente collima oppure no col vostro pensiero sullo stesso argomento. Facciamo un passo avanti: se io dovessi scrivere: “Come sostiene anche Zingaretti, la Magistratura bla bla…”, ecco allora che scatterebbe, in molti lettori, il senso di appartenenza, oppure il semplice pre-giudizio (positivo o negativo) su Zingaretti, del tipo “Io stimo Zingaretti, e se lui dice questo immagino abbia delle buone ragioni, quindi concordo con lui”; mi piacerebbe imbrogliarvi un po’, attorno a un tavolo e con un buon bicchiere di vino, portandovi a concordare su frasi di questo genere e poi, solo dopo, dirvi: “Vi ho fregati! Questa frase l’ha detta Berlusconi, Cicchitto, Salvini, …” e vedere la faccia che fate. Perché molte delle cose che diciamo vengono accettate o rifiutate non perché valutate nel merito, ma perché collegate a un fattore terzo accettato o rifiutato. Se quella frase sulla Magistratura (adeguatamente argomentata) è corretta e giustificabile, allora lo è a prescindere da chi l’ha detta, sia che si tratti di Claudio Bezzi, di Zingaretti o di Salvini (certo, semmai si può aprire un’altra discussione sul perché abbia sentito il bisogno di citare Zingaretti o Salvini, ma si tratterebbe comunque di un’altra discussione).

3) La maledetta ideologia. La madre di tutti gli errori e gli orrori del nostro pensare è l’ideologia, intesa qui in senso negativo. È la sclerotizzazione della reazione all’oggetto, ma in forme tortuose e complicate; l’ideologia è l’elaborata costruzione di argomentazioni quasi tutte corrette e logiche, basate però su alcuni a priori indimostrati, o falsi; l’ideologia mostra quindi un’architettura avvincente – a patto di non scavare a fondo – e solitamente salvifica, morale, finalistica. L’ideologia fa sentire forti di un pensiero pensato da altri, altrove, semmai in un’altra epoca, e ipostatizzato e a volte sacralizzato per l’eternità. Tutto questo artificio vale, ovviamente, per le grandi ideologie, tutte le religioni, per esempio (scusate se da blasfemo quale sono, per spicciare il discorso, includo le religioni nelle grandi ideologie), il comunismo e il fascismo, sono splendidi esempi di ideologie ampie, articolate, capaci di affascinare moltitudini. Poi ci sono le ideologie abbozzate, spezzoni, simulacri, ideologie prêt-à-porter buone da indossare al momento giusto, tanto per esserci e testimoniare il proprio nulla: sovranismo, nazionalismo, razzismo non sono, in sé, delle ideologie, ma fungono alla bisogna quando sono esibite da numerose persone, tutte assieme, per meschine necessità di un nascondiglio.

4) Infine un grande classico: l’omologazione. L’omologazione è il pensiero di massa, è la voce della moltitudine alla quale ci accodiamo per trovare protezione. Spesso inconsapevolmente, e questo è sociologicamente interessantissimo: pensarla tutti alla stessa maniera credendo, veramente, di proporre un pensiero autonomo e originale. L’omologazione è un cardine imprescindibile della tenuta della società nel suo insieme, che non può sopportare un numero eccessivo di anarchici, bizzarri, bastiancontrari, pena il suo collasso. E quindi – per isole, insiemi, “province di significato” – ecco i salviniani lepenisti mio capitano tutti irregimentati dietro il Truce, i renziani che hanno capito tutto e salveranno la Patria dietro il loro leader come un sol uomo, i populisti antivaccinisti contro i microchip sotto pelle che andranno ad aprire il Parlamento come una scatoletta e vaffanculo, e così via per tribù, perché la contemporaneità consente la compresenza di omologazioni apparentemente differenti ma, nella sostanza, affini come meccanismi psicologici, culturali e sociali e tutti, indistintamente, fucine di uomini massificati e senza capacità di pensiero critico.

Ecco, cari lettori, questi quatto pilastri del pensiero ristretto e sbagliato sono comode scorciatoie quando parliamo di sport (anzi, qui sono d’obbligo!), sono modi veloci per discutere del più e del meno in treno con uno sconosciuto, e stanno alla base della comunicazione strumentale e immediatamente operativa (da “Buono questo spezzatino” a “Fate la raccolta differenziata”). E sembrano andare bene per Facebook e Twitter, sì, certo, ma già su questi social accade che mcluhanamente il medium sia il messaggio, vale a dire: scriverlo su una piattaforma che inchioda quell’asserto e lo fissa per l’eternità, rendendolo disponibile (ed equivocabile) a centinaia, migliaia, milioni di persone (pensate ai tweet di Trump), cambia sostanzialmente tutto. Ecco perché i social, ecco perché la televisione, ecco perché i quotidiani (meno) posso davvero essere strumenti spaventosi di omologazione, veicolazione del consenso, diffusione di stereotipie.

Quindi, almeno tentare – nelle giuste occasioni di discussione politica e filosofica e sociologica – di non asserire banalmente bensì argomentare; di evitare le reazioni all’oggetto (mostrando ancor più di sapere argomentare, e non essere distratti da fattori disturbanti); rifuggite ogni ideologia incominciando col riconoscere gli a priori che condizionano il vostro pensiero, e quindi metterli in discussione e diffidarne; e infine, certo, sempre, ma sempre, e come sempre, fate lo sforzo di un pensiero critico e indipendente, ancorché errato. Insomma: non omologatevi!

Voto ai sedicenni? Anche NO

Da Hic Rhodus, 30 Settembre 2019 dc:

Voto ai sedicenni? Anche NO

di Claudio Bezzi

Per la serie “Una boiata al giorno”, per distrarre il popolo che si annoia, si sta blaterando di dare il voto ai 16enni, che se fossero quelli del primo Novecento si potrebbe anche discutere, mentre questi del nuovo millennio non sanno mettere due parole in fila e non sono informati su nulla, grazie a una scuola fallimentare e a genitori più bambocci di loro (eccezioni lodevoli a parte, quali i lettori di questo pregevole blog).

Io faccio una modesta proposta alternativa: voto solo ai 40enni, purché lavorino e paghino le tasse, che abbiano fatto almeno un paio di viaggi all’estero, che sappiano italiano (lo Ius Culturae, cazzo!) e inglese e che manifestino espressamente il desiderio di partecipare attivamente alla vita politica iscrivendosi in apposite liste, previo superamento di un esame di educazione civica (qualche nozione di Costituzione, sapete, per non dire per esempio che “Conte non l’ha eletto nessuno”).

(Nota mia: sul fatto che sappiano l’italiano – e non solo per il voto! –  sono ovviamente non solo d’accordo, ma fanaticamente d’accordo! Ma sull’inglese no: sono infatti contrario al colonialismo linguistico dell’inglese di cui siamo succubi un po’ in tutto il mondo, e sono da sempre per l’utilizzo, idealmente in tutto il pianeta, di una lingua creata o adottata apposta:che sia l’esperanto, o una neolingua, o l’elfico di Tolkien o la lingua Klingor mi è sostanzialmente indifferente, purché sia facile da apprendere e facile da usare, e che sia insegnata ovunque come seconda lingua. Purtroppo, un sogno irrealizzabile…)

Dare diritto di voto ai sedicenni? Piuttosto dovremmo toglierlo ai loro genitori

Da Hic Rhodus, 4 Ottobre 2019 dc:

Dare diritto di voto ai sedicenni? Piuttosto dovremmo toglierlo ai loro genitori

di LibertarianMind

Sì, me ne rendo conto: il titolo del post è provocatorio, e la ragione principale è che mettere titoli provocatori ai post è l’unico modo per farsi notare, al giorno d’oggi, nel selvaggio web.

Al tempo stesso, però, questo titolo rispecchia in pieno, e senza bisogno di parafrasi, ciò che penso a proposito della proposta di Enrico Letta di abbassare a 16 anni l’età per il voto.
Una proposta che ha avuto, suo malgrado, se non altro un merito: all’osservazione di molti adulti, secondo i quali a 16 anni difficilmente si può avere piena consapevolezza del mondo, alcuni hanno replicato: “perché, dopo i 16 invece sì?”.

La questione l’ha spiegata l’attuale Premier, in un’intervista a Skuola.net:

“NEGLI ORDINAMENTI GIURIDICI SI FISSA UNA CERTA SOGLIA ANAGRAFICA E, PER CONVENZIONE, SI RITIENE CHE A QUELL’ETÀ SI ABBIA UN’ADEGUATA MATURITÀ”.

“Per convenzione si ritiene”. Queste sono le parole magiche che ciascuno di noi dovrebbe scolpirsi nella memoria. Si dà per scontato che un individuo, arrivato all’età di 18 anni, abbia ormai acquisito tutti gli strumenti culturali per seguire un dibattito politico e decidere in piena consapevolezza quale partito porti avanti le proposte più convincenti.

Si dà per scontato tutto ciò, nonostante l’evidenza dei fatti. Nonostante, cioè, l’ormai celeberrimo dato sull’analfabetismo funzionale che colpisce quasi un italiano su due, o l’altrettanto famoso report di IPSOS-MORI che ci vede primeggiare in Europa in quanto a percezione distorta della realtà.
Questo per stare solo ai fatti, e tralasciare l’esperienza che ciascuno di noi può avere nel quotidiano: i commenti su Facebook, le conversazioni al bar, dal barbiere, sull’autobus.

Il punto che a molti sembra sfuggire è che quest’ignoranza non è frutto del caso, e nemmeno imputabile al pessimo funzionamento della scuola italiana.

Le persone scelgono di rimanere ignoranti sulle questioni politiche proprio perché non esiste alcun meccanismo premiante per chi si informa, né tantomeno un meccanismo penalizzante per chi non lo fa. E’ come se un giorno, in una scuola, l’insegnante annunciasse che d’ora in avanti nei compiti in classe non assegnerà a ciascuno il voto che si merita, ma darà a tutti lo stesso voto, ottenuto facendo la media aritmetica dei compiti. Quale sarebbe la conseguenza di ciò? Semplice: molti – e in particolare i più bravi – smetterebbero di studiare, sapendo che il loro voto dipenderà molto più dalla performance dei compagni che dalla loro. Perché impegnarsi per un compito da 10, se tanto so che la maggior parte dei miei compagni non studierà e prenderà 4, trascinandomi al ribasso?

Scegliere per chi votare non è come scegliere tra due polizze assicurative o tra due alberghi; in questi ultimi casi la scelta avrà delle ripercussioni tangibili, immediate e soprattutto personali sull’individuo. Ma dentro l’urna tutto è più sfumato, più in dubbio. Si sceglie tra una serie di promesse la cui realizzazione dipende da un’enorme quantità di variabili: il partito o la coalizione che ho scelto vincerà? Se sì, avrà i numeri per farlo da sola? Nel caso: posso essere certo che a metà legislatura metà dei deputati di quel partito o coalizione non decidano di passare all’opposizione? (ci tengo a precisare che non sto invocando il vincolo di mandato) (Nota mia: io invece ho sempre sostenuto il vincolo di mandato!).

Differenza ancor più fondamentale, nell’urna l’individuo è deresponsabilizzato: il suo è solo uno tra milioni di voti, e preso individualmente non fa alcuna differenza.

Prendete un elettore sovranista medio, e chiedetegli a chi preferirebbe affidare i suoi risparmi privati per farli fruttare, se la scelta fosse tra Cottarelli e Di Maio. Eppure, se anziché dei suoi risparmi si parla del denaro pubblico, sceglierà sempre Di Maio. Perché l’italiano è così: prudente col denaro proprio, “coraggioso” con quello pubblico (perché questo, per definizione, appartiene a lui personalmente solo in parte minima).

Vincolare l’esercizio del voto al conseguimento di un’apposita patente avrebbe svariati effetti benefici: il principale è che terrebbe lontani dalle urne tutti quelli (e credo siano tanti) che ritengono che spremersi troppo le meningi non valga la pena, se è solo per poter votare.

Per quanto mi riguarda, non dovrebbero esserci limiti di età per provare a prendere la patente del voto: l’opinione di un sedicenne ben informato dovrebbe contare di più di quella di un cinquantaduenne che non distingue Lercio.it dal Corriere della Sera.

Eppure, parlare di epistocrazia in questo Paese resta un tabù. Ipotizzare una patente del voto fa subito scattare sull’attenti soggetti come Michela Murgia, secondo la quale aver pensato anche solo una volta nella vita “Ma guarda che scandalo, il voto di quel deficiente vale quanto il mio” è un chiaro indice di indole fascistoide. Qualcuno votato al martirio dovrebbe provare a spiegare alla signora che il principale sostenitore mondiale dell’epistocrazia – Jason Brennan – è un Libertario d.o.c., e che il libertarianesimo sta agli antipodi di qualunque totalitarismo statalista, incluso il fascismo. E che in gioco c’è la libertà dell’individuo, il suo diritto a non vedersi danneggiato dalla stupidità della massa.

Spegniamo le parole…

Da Hic Rhodus il 22 Marzo 2019 dc:

Spegniamo le parole…

di Claudio Bezzi

Graziano dice un’infinità di nulla (più di ogni uomo a Venezia). Le sue ragioni sono come due chicchi di grano sepolti in due staia di pula: ci metterai tutto il giorno a trovarli, e quando li hai trovati, non valgono la fatica che hai fatto. (William Shakespeare, Il Mercante di Venezia)

Di Battista è sparito. Da un mese non se ne sa più nulla. Eppure sta su tutte le pagine dei quotidiani da giorni, da settimane… Di Battista è sparito Di Battista è sparito Di Battista è sparito Di Battista è sparito Di Battista è sparito Di Battista è sparito Di Battista è sparito…

BASTA! Di Battista è diventato una presenza ingombrante e stomachevole, ne stiamo facendo indigestione con la sua scelta nannimorettiana di “non esserci” per essere più visibile.

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Per non dire dei Ferragnez. Cosa fanno, realmente, nella vita? Per carità, niente moralismi: una è una fashion blogger e l’altro un cantante rap, due nobilissime attività del Terzo millennio che li ha resi multimilionari senza sudare eccessivamente… Ma oltre le loro indubbie competenze, la loro fortuna è stata costruita sull’abilissima capacità di esserci sempre, ma proprio sempre, su tutti i social media, su tutti i quotidiani, vendendo, in realtà, non pareri di moda l’una e canzonette l’altro, bensì la narrazione di loro medesimi, l’ennesima favola moderna e falsa con tanto di storia d’amore a lieto fine (per ora)… Il segno profondo del loro successo è l’inserimento del neologismo ‘Ferragnez’ nell’annuale lista della Treccani… Hanno vinto loro, questo è il senso della loro stordente cacofonia di vita.

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Luca Traini sui caricatori degli attentatori di Christchurch. Una nullità, un fallito, un pazzoide la cui vicenda è racchiusa in un trascurabile battito di ciglia della Storia. Ma ecco che un esaltato suprematista gli dà, con una semplice scritta sul caricatore, una specie di immortalità: Traini come simbolo, come modello, come archetipo suprematista. Sarà pure finito nel Pantheon delle forze oscure ma quel semplice gesto, con un pennarello su un pezzo di metallo e poi (nell’ “e poi” c’è il senso della pragmatica del linguaggio) l’uso mortale di quel metallo, ha reso Traini qualcosa di diverso, lo ha trasfigurato. Da adesso si potrà aggettivare il suo nome come si fa con quello dei Grandi (buoni o cattivi): Marx → marxiano/marxista (seguace di); Mussolini → mussoliniano (ispirato da); Traini → trainiano (suprematista bianco)…

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Tajani dice una bischerata su Mussolini. È solo una bischerata. Una caduta di stile, uno scivolone grave per un politico navigato, tanto più spacciato come “moderato”. Una cosa che detta al bar non vale neppure una replica (alzi la mano chi non ha mai sentito qualche fesso dire “Mussolini ha fatto anche cose buone”). Ma se intelligenti cronisti, a questa sparata di Tajani, avessero fatto spallucce e non se lo fossero filato? Avremmo evitato le furiose polemiche, le rituali repliche dell’ANPI, due faticosissime giornate su Facebook a dire tutto e (specialmente) nulla su questa sua miserabile uscita… Tajani sarebbe rimasto confinato al suo ruolo di politico di scarsa rilevanza, anziché trasformarsi in COLUI CHE HA OSATO INNEGGIARE A MUSSOLINI!!!111!!!

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Ma la nausea mi assale, alla fine, con la ragazzina con le treccine che adesso prende il premio Nobel, salva il pianeta dall’inquinamento, riceverà sei o sette lauree honoris causa, scriverà un bestseller e si butterà in politica, per la gioia materiale, sia chiaro, di coloro che hanno costruito un’immagine, una strategia di comunicazione, un business, e per quella effimera dei ragazzini al potere che scioperano, gridano, nel tripudio giornalistico che annusa la fuffa e la fa diventare realtà. Amici biologi, amici ambientalisti, amici geologi, climatologi e via discorrendo, è finita la pacchia (cit.), ora i problemi li risolve Greta. Sipario.

La parola, nella società 2.0 del Terzo Millennio, da strumento di rappresentazione e costruzione di senso è diventata senso in sé, è diventata l’oggetto attorno al quale costruiamo un senso (ovvero: si è capovolto il rapporto di significazione), è diventata la narrazione (indipendente da ciò che viene narrato). Le conseguenze sociali, in particolare quelle di potere, sono enormi.

La divulgazione scientifica provoca danni?

Da Hic Rhodus il 17 Dicembre 2018 dc:

La divulgazione scientifica provoca danni?

di Ottonieri

Spoiler: pare di sì. Intendiamoci, sto per affrontare un tema estremamente scivoloso, perché dovrò basarmi su una definizione di danno che sarà di per sé controversa, e che potrebbe essere contestata dalle stesse persone che indicherò come concausa del danno in questione. Insomma, sto per infilarmi in un ginepraio da cui potrei non uscire.

Eppure, è difficile ignorare la questione, e tanto più difficile lo è per noi che già in passato abbiamo pubblicato diversi articoli sulla (crescente?) tendenza dei cittadini di paesi progrediti e dove la cultura scientifica è sviluppata, se non necessariamente diffusa, a compiere scelte irrazionali e contrarie alle evidenze, appunto, scientifiche. Io stesso, in alcuni post (ad esempio questo e questo) ho cercato di superare i limiti della semplice osservazione del fenomeno per addentrarmi nel più insidioso territorio della ricerca delle cause del fenomeno stesso.

Ma andiamo con ordine. Cominciamo quindi da un articolo pubblicato sulla rivista medica Lancet, intitolato The State of Vaccine Confidence, nel quale si annota con preoccupazione che

“L’OMS ha riportato 52.958 casi di morbillo in Europa a partire dall’inizio del 2018, più del doppio dei 23.757 casi riscontrati in Africa nello stesso periodo. Nell’inverno 2017-2018 gli USA hanno registrato circa 80.000 decessi per influenza a seguito di un record di oltre 950.000 ricoveri per ragioni legate all’influenza”

Cosa vuol dire? Essenzialmente che la disponibilità di vaccini contro il morbillo o contro l’influenza non basta a evitare un aumento delle vittime di morbillo e influenza se i cittadini per i quali la vaccinazione è raccomandata non si vaccinano.

Ovviamente, i vaccini non sono tutti uguali; anzi, parlare di “vaccini” è fuorviante, come se tutti avessero la stessa efficacia, gli stessi effetti collaterali, le stesse indicazioni e controindicazioni, e soprattutto come se tutte le malattie che essi prevengono fossero ugualmente diffuse e pericolose.

Tutti questi parametri, e altri, contribuiscono alla valutazione che conduce le autorità sanitarie a stabilire quali vaccinazioni siano raccomandate e per chi; ed è appena il caso di osservare che noi normali cittadini non solo non abbiamo accesso a tutte le informazioni necessarie a questa valutazione, ma non disponiamo (soprattutto) delle conoscenze e delle metodiche necessarie per compiere la valutazione stessa, frutto della ricerca scientifica. Per decidere a quale quota e velocità è opportuno che viaggi un aereo di linea è certamente necessario conoscere una serie di dati sull’aereo, la rotta, le condizioni meteorologiche, eccetera.

Tuttavia, se anche io conoscessi perfettamente tutti questi dati resterei incapace di stabilire quota e velocità ottimali per l’aereo: l’informazione non è condizione sufficiente per la conoscenza.

Premesso questo, il motivo per cui ad esempio in Europa ci sono molti più casi di morbillo che in un continente più popoloso e con standard igienici e sanitari mediamente molto inferiori è probabilmente ricercabile nell’affollata figura qui sotto, pubblicata nella ricerca The State of Vaccine Confidence 2016, che mostra chiaramente come l’Europa sia di gran lunga il continente più scettico circa la sicurezza e l’utilità dei vaccini (inutile dirlo, tra i paesi più scettici c’è l’Italia), mentre i paesi africani e del sud-est asiatico sono i meno scettici.

Fonte: EBioMedicine, The State of Vaccine Confidence 2016

Inutile osservare che l’Europa è anche, generalmente parlando, una delle aree dove i cittadini hanno più facilmente accesso a informazioni di ogni genere, incluse quelle di carattere scientifico e medico. La ricerca infatti ha riscontrato che

“Paesi con alti livelli di istruzione e un buon accesso ai servizi sanitari sono associati a livelli più bassi di opinioni positive [verso i vaccini], indicando l’emergere di una relazione inversa tra le opinioni sui vaccini e le condizioni socioeconomiche”

Cosa si può concludere da queste osservazioni? Una possibilità, naturalmente, è che chi è scettico verso i vaccini (o, forse più esattamente, verso le raccomandazioni delle autorità sanitarie) abbia ragione: nessun farmaco è assolutamente sicuro, né è giustificato un atteggiamento fideistico verso “i vaccini” o qualsiasi altro trattamento medico, e anche le autorità possono commettere errori per mille ragioni, incluse quelle dolose.

Forse la maggiore disponibilità di informazioni fa sì che gli scettici europei abbiano capito quello che sfugge ai meno informati africani? L’esperienza dice il contrario: senza pretendere di discutere qui la letteratura in materia, il morbillo tra gennaio e settembre 2018 ha provocato 37 morti in Unione Europea, di cui sei in Italia su circa 2.600 casi: sono numeri sufficientemente bassi da non generare un vero allarme, ma basta risalire all’inizio degli anni Ottanta per trovare nel nostro Paese medie annue di 40.000 – 50.000 casi segnalati (stimati essere forse il 10% di quelli reali), con il conseguente pedaggio in termini di parecchie decine di morti l’anno e molti più casi di complicazioni gravi.

A fronte di questo, la frequenza tipica di complicazioni derivanti da effetti avversi del vaccino combinato è riportata nella tabella qui sotto. In pratica, anche se tutti i neonati italiani fossero vaccinati entro il primo anno di età, l’effetto sarebbe avere in media uno o due casi di complicazioni gravi ma non fatali. La differenza tra il costo sociale delle complicazioni da vaccino e quello della maggior diffusione della malattia è un danno quantificabile, sostenuto a più livelli da tutti i cittadini, e imputabile appunto alle scelte divergenti dalle raccomandazioni di cui sopra.

Fonte: http://www.epicentro.iss.it

Ma naturalmente queste sono solo informazioni: e le informazioni da sole, come abbiamo visto, non generano di per sé conoscenza, né cambiano il modo preconcetto di pensare delle persone. Al contrario: l’ampia disponibilità di informazioni, più o meno attendibili e certificate, fa sì che ciascuno tenda a selezionare e “adottare” quelle che possono essere interpretate a favore delle sue credenze preesistenti, trovando invece modi per dichiarare inattendibili quelle che le confuterebbero (“non crederete mica alle statistiche dell’OMS, vero? Vi indico io una fonte affidabile!”).

Anzi, un recente articolo della rivista Scientific American riporta risultati di alcune ricerche in ambito psicologico che fanno ritenere che una maggiore preparazione su argomenti scientifici e sulla matematica, e un “punteggio” più alto in quello che gli autori definiscono “actively open-minded thinking”, non solo non riducano la tendenza ad accettare solo l’evidenza scientifica che rafforza i propri preconcetti, ma addirittura l’accentuino. Come evidenzia la figura qui sotto, relativa alle opinioni sul riscaldamento globale, più aumenta il grado di “alfabetizzazione scientifica” delle persone, più queste tendono ad adottare con forza l’opinione allineata con il proprio schieramento politico.

Fonte: Scientific American, cit.

Come spiegare risultati così sorprendenti? L’autore di alcune ricerche citate nell’articolo propone questa interpretazione:

“È razionale a livello individuale per i comuni componenti del pubblico [della comunicazione] recepire le informazioni in modo tale da ricondurle saldamente alle posizioni che prevalgono nel gruppo sociale o politico in cui essi si identificano”

Insomma, per molti la conferma del proprio senso di identità è più importante di sostenere un’opinione scientificamente corretta, e disporre di maggiori informazioni e preparazione serve solo a essere più efficaci nel trovare conferme ai propri preconcetti “di schieramento” nel mare delle informazioni cui abbiamo accesso.

Anche essere abituati a riflettere sulle proprie posizioni (l’indice CRT della figura, che sta per Cognitive Reflection Test) non sembra condurre a opinioni più scientificamente corrette, anzi. E, come dicevo in apertura, adottare attivamente non solo opinioni, ma anche scelte pratiche, divergenti dalla migliore policy definita dagli esperti sulla base delle conoscenze scientifiche disponibili, ha un costo personale e spesso sociale che si traduce in un danno collettivo più o meno grave (si noti che questo è un caso diverso da quello di chi, ad esempio, pur sapendo che il fumo fa male continua a fumare: una cosa è rifiutare di seguire una raccomandazione sanitaria per ottenere un piacere, un’altra cosa è rifiutare di seguire una raccomandazione sanitaria senza contropartita perché si rifiuta di credere che essa sia valida).

Il paradossale risultato è che aumentare gli sforzi nella divulgazione scientifica potrebbe avere come risultato il rafforzarsi delle opinioni antiscientifiche, e investire per rendere “aperto” l’accesso alle informazioni di base (che non sono conoscenza) ha probabilmente l’effetto di moltiplicare le interpretazioni errate delle informazioni stesse!

Dobbiamo quindi giungere all’amara conclusione che “si stava meglio quando si stava peggio” e che non ci sia modo di indurre il cittadino medio del mondo sviluppato a utilizzare in modo intellettualmente corretto la messe di informazioni e gli strumenti di informatizzazione di base di cui dispone? Oppure trincerarci in una posizione “antidemocratica” e cercare piuttosto di sottrarre all’opinione pubblica la possibilità di influenzare le policy pubbliche su temi scientifici?

Lo stesso articolo di Scientific American propone una possibile alternativa: l’attitudine che, unita all’alfabetizzazione scientifica e alla disponibilità di informazioni conduce a ridurre la polarizzazione delle opinioni sarebbe la curiosità scientifica. Il grafico qui sotto indica che la probabilità che una persona preferisca leggere un articolo che sostiene una posizione opposta a quella che si è predisposti a sostenere aumenta quasi proporzionalmente a un indice scelto per misurare la “curiosità scientifica”.

Fonte: Scientific American, cit.

Il risultato è che se si ripete la prova precedente, si vede che la distanza tra i due “poli” su un argomento politicamente divisivo come il riscaldamento globale si riduce al crescere della “curiosità scientifica”:

Fonte: D. Kahan et al., Science Curiosity and Political Information Processing

Conclusioni? A mio avviso, una che confuta le mie precedenti convinzioni e una che le conferma:

1) la formazione e l’informazione scientifica “convenzionali” non solo non aumentano la conoscenza scientifica diffusa ma rischiano di produrre l’effetto opposto. Chi fa divulgazione e comunicazione su argomenti scientifici (incluso immagino articoli come questo…) deve chiedersi se non stia agendo in modo controproducente rispetto ai propri obiettivi.

2) la scienza non è una collezione di informazioni e teorie ma un metodo di formazione della conoscenza, che si basa sui fatti e non su schemi preconcetti. Promuovere quel metodo e la passione per la ricerca della conoscenza è più importante che diffondere “informazioni”.

D’altronde, anch’io devo accettare i fatti anche quando non sono in linea con le mie idee presistenti, no?

Ci siamo persi in un universo parallelo

Dal sito Hic Rhodus del 5 Ottobre 2018 dc:

Ci siamo persi in un universo parallelo

di Claudio Bezzi

Questo post tratta di cose che sappiamo, e che abbiamo discusso e argomentato molte volte su HR. Il motivo per riprendere l’argomento è il salto di qualità. Delle bufale. Un salto di qualità ben lungi dall’essere concluso e che sta per approdare a livelli indistinguibili di mistificazione della realtà.

Per iniziare vi presento questa allucinante trovata del Milanese abbruttito che ha messo in giro questo scherzo (presentato come tale, qui siamo sul piano del gioco e della demistificazione, non della bufala). Vi prego di guardarlo prima di proseguire con la lettura.

 

Quello che ha colpito me, e presumo anche voi, è la facilità con la quale tante persone dichiarano di conoscere Christian Vogue, che è un personaggio inventato. Al netto di chi ha mentito sapendo di mentire (una minoranza, presumo), la risposta positiva (“conosco Christian Vogue, lo seguo, mi piace il suo stile…”) nasce da qualcosa di più del semplice desiderio, più o meno inconscio, di compiacere l’intervistatore; io credo – e qui inizio a tremare – che nel flusso caotico e massivo delle informazioni “formato social”, c’è ormai talmente tanto posto per tutto, incluse molteplici gradazioni di vero/falso, plausibile/implausibile, reale/apparente, che la figura di Christian Vogue diventa “vera”, “reale” e per ciò spesso in qualche oscuro modo “già nota”, “già frequentata”, per il fatto stesso che si palesa con tutti i cliché di una post verità del momento: bella donna al braccio, fotografi che paparazzano e – attenzione – molteplici altre persone che fotograno e chiedono selfie, ciascuna che ritiene “vero” il personaggio perché reso tale dagli altri.

La verità diventa vera perché la rendiamo tale in un coro autodiretto. O meglio: questa verità è per forza di cose sollecitata dall’esterno, voluta, imposta coscientemente; ma poi si auto-alimenta.

Schermata 2018-09-19 alle 12.16.26Dal gioco, dall’esperimento del Milanese imbruttito, passiamo ora alle fake news, ormai chiaramente uno strumento consapevolmente agito come randello politico. In questi giorni è apparsa questa: Enrico Mentana avrebbe ucciso con l’automobile un bimbo sulle strisce;

come vedete il falsario ha messo una certa cura nel copiare logo e caratteri tipici del quotidiano la Repubblica, in modo da far apparire come autentico ritaglio di giornale la sua menzogna; fino a poco tempo fa analoghe bugie venivano realizzate in maniera più grossolana; andavano bene 2-3 anni fa ma, a furia di indicare questa piaga, evidentemente una certa (piccola) percentuale di utenti social Schermata 2018-09-19 alle 12.27.41sono diventati più diffidenti, e quindi il nuovo livello è la falsificazione del medium, oltre che del messaggio (e chi ricorda Luhman sa che così, indubbiamente, la falsità viene enormemente rafforzata). Analoga a  questa bufala su Mentana quella contro il debunker David Puente, sempre con grafica la Repubblica, infamato con l’accusa di essere un pedofilo (accostando questo alle sue origini semitiche.)…

Ce ne sono state altre ancora, ma avete capito il senso.

Oggi chiunque, assolutamente chiunque, può essere attaccato, e pesantemente, in un modo che “appare” vero. Mi aspetto che – con tecnologie ancora costose ma già presenti – si possano a breve costruire dei video in cui il giornalista o il politico scomodo viene ritratto compiere illeciti (ricordate la principessa Leila nell’ultimo Star Wars; l’attrice Carrie Fischer, morta prima di poter fare le riprese, è stata ricostruita digitalmente). A quel punto diventa facile cadere in una rete di percorsi veri (ma quali?), quasi veri, in piccola parte veri, assolutamente falsi, sostenuti da immagini, da video, da migliaia di indignati che concorrono a dare vita, a sostenere, sollevare, diffondere quel falso. E se milioni di mosche mangiano merda, cribbio, significherà pure che hanno ragione, e quindi via, tutti imbrancati nella facile esaltazione degli indignati da salotto (una categoria odiosa), a sanzionare e diffondere. Chi potrà salvarsi?

Che poi, stiamo scoprendo, ci sono, sì, persone isolate che costruiscono i falsi per sbarcare il lunario, ma in generale non solo c’è una regia, ma una vera e propria  organizzazione attenta a cogliere, dal flusso dei social, quegli ‘alert’ che segnalano codice giallo uscire dal novecento per battere salvini_cover Claudio Bezzi copianotizie sgradite, attivisti insistenti, l’espandersi di opinioni pericolose. A noi promotori di Codice giallo (io e la mia amica ed editor Fantasma-madre) sono già partite le “trollate”, a volte sciocche e a volte minacciose, nel corso della prima settimana di uscita del volume; ancora roba da poco, ma ci possiamo aspettare, ora che abbiamo iniziato una promozione più capillare) di diventare a breve bersagli di un flame anche più inquietante.

A scanso di equivoci: io non sono pregiudicato, non ho investito nessuno, non sono pedofilo, non ho molestato donne, non ho evaso milioni e neppure centesimi, non sono satanista, non ho imbrogliato sul curriculum, non mi sono comperato la laurea, non sono massone, né illuminato, né rettiliano, Soros non mi ha mai dato un centesimo, Bilderberg non so neppure dove sia, non ho mai maltratto un’animale e raccolgo la cacca della mia cagna al parco. Tutto ciò a futura memoria.

Infine: guardate che la proposta di Vito Crimi di tagliare i fondi per l’editoria, sembra superficialmente un attacco a Berlusconi (ma poi: un sottosegretario fa proposte di legge contro un individuo o un impresa?) e alla stampa sostenuta dal denaro pubblico (vecchia canzone dei populisti casaleggini) ma è – nel disegno attuale – un attacco alla stampa libera, che spesso senza quel fondo sarebbe destinata a morire. L’attacco all’editoria (mascherata da norma per ristabilire presunte equità) è una faccia dell’attacco del governo grigio-nero alla libertà di stampa e di opinione, esattamente come l’esercito di troll e bufalari che – con tutta evidenza – persegue un disegno al servizio di… mettete voi nome e cognome, è facile. A breve ci aspettiamo una bella censura ai blog (no, non ci riferiamo alle norme europee sul copyright), alle manifestazione di piazza e, perché no, una bella censura alle email.

No, non sto scherzando.

Eduardo Galeano

Dalla newsletter del 20 Aprile 2015 dc di www.puntorossoblog.com (da me corretta oggi 24 Novembre 2015 dc di alcuni errori, in alcuni casi avventurosamente interpretando quanto scritto):

Eduardo Galeano

come metafora della cultura critica, necessaria ai movimenti antisistemici. Con alcune considerazioni finali sul ruolo del Forum Sociale Mondiale.

di Giorgio Riolo

Ci sono opere e persone che, al di là del valore intrinseco, grande o piccolo, non importa, svolgono un ruolo formidabile nel contesto storico in cui sorgono. Diventano metafore di un moto storico, di un cammino in corso.

Diciamo subito che il valore letterario e di contenuti degli scritti di Galeano era veramente grande. Fossero libri o i suoi tipici folgoranti pezzi giornalistici egli mostrava quale forza si può celare nella penna, se la si sa usare e a qual fine usarla.

Sciascia ricorreva a questa metafora della penna come spada, pensando al suo ruolo di scrittore e di intellettuale. Impensabilmente coincidente con quello che l’analfabeta bracciante siciliano riteneva a proposito del valore, dell’importanza della cosa scritta. Ma oggi con il minimalismo, la ciarlataneria chiassosa, le parole in libertà, in ogni dove (la falsa democrazia del Twitter, Facebook e minchiate varie), tutto ciò assume distanza, alterità omerica, biblica.

La cultura, la letteratura, la grande arte non cambiano il mondo, sicuramente. Ma è sacrosanto che esse contribuiscano a preparare, a invogliare, a spingere gli esseri umani a “desiderare” un altro mondo, a cambiare la propria vita e la vita quindi dei gruppi associati. L’antropologia culturale viene prima della politica, sostanzia la politica e la spinge in avanti. Non al contrario, come taluni bonzi si ostinano a pensare e a praticare. Il risultato necessario, di causa ed effetto, come il giorno segue alla notte, è inevitabilmente la malapolitica.

Molti della mia generazione, tra la fine degli anni sessanta e gli anni settanta, avevano come uno dei retroterra di formazione il cosiddetto terzomondismo, allora spesso declinato come visione manichea di bene e di male, dislocati spazialmente, centro e periferie, Nord e Sud, mondo sviluppato e mondo sottosviluppato (il terzo mondo) ecc. Poi immediatamente aggiornato, una volta considerato che la dinamica si riproduceva all’interno degli stessi centri sviluppati e all’interno delle periferie stesse (ricchi e poveri, padroni e salariati, classi dominanti e classi subalterne ecc.).

Ma una cosa è certa. Il terzomondismo costituiva allora la forma ingenua, ma fondamentale, indispensabile, del pensare che la storia dell’umanità è la globalizzazione-mondializzazione, accelerata in modo impressionante dal sorgere del capitalismo e dalla sua prorompente, irrefrenabile vocazione a espandersi e a occupare i quattro angoli del pianeta. Che il sistema è mondiale immediatamente e non per astrazione. Che occorreva il “pensiero planetario” (Ernesto Balducci) come grado minimo, come primissima base, per un discorso serio e sensato sul mondo. Che tutto cambia a misura della prospettiva con cui si guarda il mondo.

E così si cercava di sfuggire all’eurocentrismo, al colonizzatore e all’imperialista che era in noi (e molta sinistra questo non lo faceva) e si cercava di guardare il mondo “dal rovescio della storia” (Teologia della Liberazione). Di guardare con gli occhi dei popoli vessati, depredati, umiliati dal colonialismo prima e dall’imperialismo poi. Tutto cambia, ripetiamo.

Opere come “Le vene aperte dell’America Latina” del 1971, prima, e in seguito le tre parti di “Memoria del fuoco” (apparse tra il 1982 e il 1986), vennero ad aggiungersi al breviario minimo di questo pensiero planetario di cui avevamo bisogno, che avidamente cercavamo. Così come i tanti interventi, articoli e saggi, inconfondibili, che il fine letterato-intellettuale e attivista ci ha offerto fino alla fine dei suoi giorni.

Latinoamericano come prima sostanza e radice, come prima attenzione, come un entomologo che scruta il brulicare della propria gente, che scruta la microstoria, la vita quotidiana, i recessi della storia, così spesso trascurati, ma che sa collegare la sua prospettiva latinoamericana, la sua realtà, alla prospettiva mondiale. Che sa collegare la microstoria e la vita quotidiana alla macrostoria, alla politica, alle dinamiche più vaste. Alle lotte necessarie in America Latina e nel mondo. Poiché la concezione della penna come spada implica sempre mettersi in gioco, agire, collaborare con altri gruppi umani, con partiti, con gruppi, con movimenti sociali affinché qualcosa cambi. Altrimenti ci si limita a scrivere libri, ci si rifugia nel piccolo narcisismo dell’intellettuale, anche se raffinato.

Il ricordo, la perdita di Eduardo Galeano ci impone di fare alcune modeste, non peregrine, considerazioni sui movimenti antisistemici.

Altri hanno scritto e scriveranno molto e bene su di lui.

Recentemente, concluso il Fsm (Forum Sociale Mondiale) di Tunisi del 2015, Roberto Savio, un giornalista-saggista molto attivo nel movimento altermondialista, uno dei fondatori del Fsm, ha scritto un intervento critico, una sorta di bilancio dello stesso Fsm dopo 15 anni di esistenza. Di bilanci ne abbiamo fatti nel passato in vari scritti e interventi. Qui ripetiamo solo alcuni spunti.

Anche se con le sue parole, Savio riprende nel suo articolo la vecchia questione delle due anime del Fsm e quindi del movimento altermondialista. Da una parte, per utilizzare la metafora di un altro fondatore del Fsm, François Houtart, il Forum è una sorta di “Woodstock sociale” (il Fsm come “spazio aperto”, come luogo di ritrovo e di messa in comunicazione dei tanti attori mondiali contro il neoliberismo), dall’altra è una sorta di Internazionale in cui organizzarsi e in cui assumere direttive, vincolanti per gli stessi attori, per contrastare il neoliberismo e il capitalismo e le sue dinamiche, opprimenti popoli, ambiente, diritti ecc.

Queste due anime rimangono e condizionano e hanno condannato il Fsm nel tempo, dall’iniziale forza e rilevanza mondiali, fino al marzo 2003 (“la seconda potenza mondiale” secondo The New York Times e la retorica e metafisica di cui dicevo in un mio precedente articolo), alla attuale relativa irrilevanza. Come dice Samir Amin, le lotte decisive nel mondo ormai si svolgono fuori dal Fsm. Come afferma Savio, non c’è osmosi tra Fsm e mondo. Non è investita nel suo processo l’intera società civile globale. Alla quale appartengono, aggiunge Emir Sader, anche i partiti e le formazioni, partitiche e di movimento, sostanziate di materiale umano che lotta, pensa, si istruisce, agisce contro il sistema. Superando il rituale autoreferenziale dei Fsm, con i ripetitivi seminari, workshops, di edizione in edizione, mentre fuori nel mondo infuriano guerre, conflitti, crisi climatica, emergenze sociali, ambientali, democratiche ecc.

Savio incentra molto il suo discorso sul ruolo del Consiglio Internazionale del Fsm. Il suo ruolo si è ridotto a quello del “facilitatore” e non quello, indispensabile, che miri a creare visione e strategia. Che miri ad avere un minimo di “verticalità”, di organizzare, senza venir meno alla “orizzontalità” delle pratiche e delle procedure.

Aggiungo solo, rispetto al discorso di Savio, che molto ruolo nel Fsm e nel Consiglio Internazionale hanno le élite mondiali, spesso europee e Usa, ma non solo, che possono pagarsi viaggi e soggiorni, soprattutto organismi come Ong ecc., che dispongono di molti mezzi. I movimenti sociali di Asia, Africa e America Latina, ciascuno costituito da milioni, e non migliaia, di aderenti spesso non dispongono dei mezzi necessari, non dico per essere presenti al Consiglio Internazionale, ma anche semplicemente per inviare un delegato a partecipare a una qualche edizione del Fsm.

Un solo episodio, come testimonianza personale, per tornare a Galeano e per concludere.

Al Fsm di Porto Alegre 2005, il quinto della serie, un gruppo di 19 intellettuali, strettamente legati al movimento altermondialista, tra i quali Galeano, Saramago, Amin, Houtart, Ramonet, Savio, Walden Bello, Aminata Traorè, Perez Esquivel, Petrella, Wallerstein, Frei Betto e altri, firmarono un testo, passato come “Manifesto di Porto Alegre”, contenente alcune affermazioni di principio e l’indicazione di 12 punti come programma minimo del movimento altermondialista. Per prendere seriamente di petto la questione “un altro mondo è possibile”, oltre la retorica e l’autonarrazione gratificante di cui sopra. I punti erano semplici indicazioni di lavoro, non direttive del Consiglio Internazionale. Ma erano punti precisi.

La reazione di tanti, non tutti fortunatamente, piccoli leaderini di movimento, di Ong ecc., tra i quali molti italiani, autoreferenziali i più, è stata stizzita. Si trattava di discutere, magari di proporre variazioni, integrazioni e via dibattendo. Ma la cosa è stata interpretata come ingerenza, come violazione della Carta dei Principi del Fsm, come lesa maestà democratica e via movimentando.

È l’usuale invocazione della democrazia quando non si hanno argomenti veri, coerenti, e si elude la vera questione: come essere efficaci e antisistemici veramente. Non a parole, una volta raggiunta e superata la soglia iniziale della presa di coscienza, della cultura e del sapere del movimento, della delegittimazione del sistema, della sottrazione del consenso. Per tentare di cambiare veramente le cose.

E in ciò concorrono le parole e le idee, la penna appunto, come quella di Galeano, e la lotta quotidiana, la politica e il movimento contro le brutture del mondo, altrimenti chiamate neoliberismo, capitalismo, imperialismo, razzismo, sessismo ecc.

La difficile, faticosa, necessaria sintesi di sempre.

Il berretto girato…

di Jàdawin di Atheia, 29 Luglio 2014 dc. Pubblicato anche sul mio sito www.jadawin.info alla pagina “Stupidità”

Il berretto girato…

Vi propongo alcune immagini, tratte da Google immagini:

il berretto da ragazzino scemorapperrapperrapper?rapper cretino

 

Non mi interessa sapere chi siano, cosa fanno, come “spiegano” il loro aspetto. In Italia altri individui che hanno usato o usano la moda del berretto girato sono Vasco e Valentino Rossi, Jovanotti e J-Ax. Anche un tennista, ed è il motivo perché tifo contro, a prescindere.

Tanti anni fa qualcuno si girò il berretto, e milioni di imbecilli lo imitarono.

È vero, la stessa cosa è successa innumerevoli volte: i pantaloni stretti e a vita bassa degli anni Sessanta e Settanta (la stupidità, come si vede, ritorna ciclicamente), gli assurdi e ingombranti pantaloni a “zampa di elefante”, le camicie e le giacche talmente strette che a volte facevi fatica a respirare, l’orologio sul polsino e via imbecillando.

Ma questa del berretto la trovo una moda veramente stupida, brutta, becera, insignificante e senza senso.

Guardate, proprio non mi vengono altre parole, se non insulti, e la finisco qui….La prossima sarà quella di infilarsi i pantaloni al contrario, perché il concetto è lo stesso….

La stupidità della moda (e in particolare dei pantaloni a vita bassa)

Dal mio sito Jàdawin di Atheia 4 Novembre 2012 dc:

La stupidità della moda (e in particolare dei pantaloni a vita bassa)

A mio modo di vedere già l’esistenza della moda è una forma di stupidità, una sorta di suggestione, o autosuggestione, irrazionale. È solo grazie a dei preconcetti pre-esistenti, o indotti, che una data foggia di un vestito, di un paio di scarpe o di un accessorio ci possono sembrare diversi, opposti, controcorrente, anticonformisti, belli, brutti, antiquati, moderni etc. rispetto a qualcosa d’altro. Io sono nato nel 1954, e verso la fine degli anni Sessanta iniziò, e si protrasse per gran parte degli anni Settanta, la moda dei pantaloni “scampanati”, o “a zampa di elefante”.

Mi ricordo benissimo quanto faticai per “adeguarmi”, io che ero figlio di un sarto che non si adeguava alle mode e giudicava questa, e oggettivamente aveva anche ragione, una pura follia. Con qualche soldo, e la complicità di mia madre, sarta anche lei ma più comprensiva, riuscii ad avere qualche pantalone o jeans fatti in quel modo assurdo. Per fortuna, ora che io stavo adeguando, la moda “cambiò”, guarda caso per ritornare al classico pantalone a “tubo” o, addirittura, a quello a “imbuto” che tanto destavano orrore, e così non dovetti sprecare altri soldi per comprare pantaloni che nel giro di pochi anni non avrei più “potuto” indossare.

Perché dunque era nata questa moda? Semplicemente a qualche stilista (o magari a qualche semplice sarto di paese a cui qualcuno rubò l’idea, chi lo sa?) era venuto in mente di inventare qualcosa di diverso, di dirompente, di alternativo. E con un implicito fondo di contestazione. E nel giro di pochissimo tempo chi non si adeguava veniva deriso, guardato con commiserazione, considerato un poveretto, succube di una moda da matusa.

La stessa cosa successe per i capelli, per camicie e giacche strette fino all’inverosimile, per le scarpe (ah già, per i compagni era quasi obbligatorio portare le scarpe di camoscio con suola in gomma, per i camerati le scarpe a punta o le Clark), per  i giacconi (se portavi l’eskimo e giravi intorno a piazza (San) Babila rischiavi le botte, e lo stesso ti facevi vedere in montgomery nei pressi della Statale), addirittura per gli occhiali da sole (finché il “compagno” Venditti non li sdoganò – e sarebbe ora che li cambiasse, che caspita! – se portavi i costosi Ray-Ban eri sicuramente un fascista….!)

Arrivando ai giorni nostri, la moda dei pantaloni a vita bassa, per uomini e donne, è più che stupida, è assolutamente idiota, oltre che proprio scomoda. Non c’è alcun senso in questa tendenza, proprio nessuno: chi ha la responsabilità di averla inventata andrebbe solo preso a calci nel posteriore per qualche chilometro. Ma la responsabilità del suo successo è, ovviamente, di chi l’ha sostenuta: I COMPRATORI!

A tal proposito, tra le mie cartacce, è spuntato un articolo comparso su la Repubblica del 26 Maggio 2005 dc: è rimasto lì tutti questi anni perché lo volevo pubblicare, e finalmente (meglio tardi che mai!) è venuto il suo momento. C’era anche la foto di due ragazze, per fortuna almeno carine, sedute per terra e ritratte di spalle, con le mutande belle in vista. Già, perché questa moda la ostenta anche chi è meglio che indossi il burka: grassone che dovrebbero coprire invece che mostrare (e magari fare una dieta e un po’ di attività fisica). E anche per tutte le altre, affette in massa oltre che dalla cellulite fin dai tredici anni anche da queste adiposità ai fianchi che fino a qualche anno fa non erano così comuni, questa moda infausta rende evidente ciò che, con un normale pantalone, non si vedrebbe, sarebbe mascherato, e la cui rotondità, come è sempre stato prima, sarebbe attraente invece che, lasciatemelo dire anche se so di esagerare, ributtante.

Quei poveri studenti ossessionati dalle mode

di Marco Lodoli

A volte mi domando: ma come ero vestito quando avevo otto o dieci  o dodici anni? Che camicie indossavo, che tipo di pantaloni, com’erano le scarpe, e i capelli, com’erano tagliati?Non so se si tratta di amnesia totale, di precoce spappolamento delle cellule della memoria, ma non ricordo quasi nulla. Forse all’epoca non dedicavo alla questione tutta l’attenzione che oggi pare necessaria e inevitabile. Avevo, come tutti i miei coetanei, un grembiule blu e un fiocco bianco che spesso si scioglieva e pendeva malinconicamente sul petto. Avevo calze dagli elastici poco robusti che mi calavano sempre sulle caviglie. E  i miei amici li ricordo solo per i visi, Dado paffuto e Stefano magro come un cerbiato, e per quello che facevamo assieme, per come ridevano o piangevano.

I vestiti erano pesanti d’inverno e leggeri d’estate, punto e basta. Li comprava la mamma e andavano bene. L’importante era correre, leggere giornaletti, giocare a pallone, prendersi a spinte, cantare e fare amicizia e studiare almeno un poco.

Tutto avveniva in un corpo spettinato e nervoso, coperto da un anonimo grembiule o da abiti senza firme né prezzi. Solo un ragazzino portava nella “bella” (le virgolette sono mie, Jàdawin di Atheia) stagione le magliette con il coccodrillino, ma quello sgorbietto per me valeva quanto il timone o il delfino cuciti sulle mie.

Oggi tutto è cambiato. Tutto cambia sempre e non bisogna irrigidirsi nella nostalgia. Però devo ammettere che non mi fanno alcuna simpatia questi ragazzini ossessionati dagli indumenti, che sbraitano se non hanno il cappelletto con la virgola e pantaloni bragaloni che vogliono loro. A dieci anni sono già vestiti come ridicoli manichini, hanno gli occhiali da sole e i capelli sagomati ciuffo a ciuffo, e le femmine le pancine scoperte e le canottierine sexy. La colpa non è loro, ovviamente, loro sono solo il debole terminale di un processo marpionissimo che parte dal mondo degli adulti, da gente che sa cosa vendere e come.

È così difficile cominciare a capire cosa si è, cosa si desidera, dove si vuole andare: è un percorso doloroso che coinvolge da subito tutto l’essere, “anima” (anche queste virgolette sono mie, Jàdawin di Atheia) e corpo. Molto più semplice è acquistare un simulacro di personalità in un negozio, agghindarsi come dettano lo spirito e l’economia del tempo. Anche a scuola, e tra gli amici, è troppo complicato farsi apprezzare per quello che si è realmente, ansie e insicurezze incluse.

Oggi basta il vestito per fare il monaco o il ragazzino vincente. Insomma, forse tornare al tempo dei grembiuli è assurdo, ma quanto è triste vedere i bambini vestiti come poveri deficienti, come penose miniature dell’altrettanto penoso mondo degli adulti impacchettati dalla moda.

Voi

Dal sito http://www.donzauker.it/

Voi

Voi,

i cristiani, gli ebrei, i musulmani, i buddisti, gli scintoisti, gli avventisti, i panteisti, i testimoni di questo e di quello, i satanisti, i guru, i maghi, le streghe, i santoni, quelli che tagliano la pelle del pistolino ai bambini, quelli che cuciono la passerina alle bambine, quelli che pregano ginocchioni, quelli che pregano a quattro zampe, quelli che pregano su una gamba sola, quelli che non mangiano questo e quello, quelli che si segnano con la destra, quelli che si segnano con la sinistra, quelli che si votano al Diavolo, perché delusi da Dio, quelli che pregano per far piovere, quelli che pregano per vincere al lotto, quelli che pregano perché non sia Aids, quelli che si cibano del loro Dio fatto a rondelle, quelli che non pisciano mai controvento, quelli che fanno l’elemosina per guadagnarsi il cielo, quelli che lapidano il capro espiatorio, quelli che sgozzano le pecore, quelli che credono di sopravvivere nei loro figli, quelli che credono di sopravvivere nelle loro opere, quelli che non vogliono discendere dalla scimmia, quelli che benedicono gli eserciti, quelli che benedicono le battute di caccia, quelli che cominceranno a vivere dopo la morte…

Tutti voi,
che non potete vivere senza un Papà Natale e senza un Padre castigatore.

Tutti voi,
che non potete sopportare di non essere altro che vermi di terra con un cervello.

Tutti voi,
che vi siete fabbricati un dio “perfetto” e “buono” tanto stupido, tanto meschino, tanto sanguinario, tanto geloso, tanto avido di lodi quanto il piu’ stupido, il piu’ meschino, il piu’ sanguinario, il piu’geloso, il piu’ avido di lodi tra voi.

Voi, oh, tutti voi

NON ROMPETECI I COGLIONI!

Fate i vostri salamelecchi nella vostra capanna, chiudete bene la porta e soprattutto non corrompete i nostri ragazzi.

Non rompeteci i coglioni, cani!

François Cavanna

La Libreria Babele di Milano ha chiuso!

La libreria Babele ha chiuso!

Vengo a sapere, con ritardo e per puro caso, che la storica Libreria Babele di Milano, ai primi di Settembre, ha chiuso definitivamente i battenti.

Per sapere qualcosa intorno alla vicenda è utile leggere in CulturaGay.it http://www.culturagay.it/cg/saggio.php?id=405 e su Anelli di Fumo http://anellidifumo.ilcannocchiale.it/post/2090148.html la storia della libreria e la dichiarazione dell’ultimo proprietario Rolando Canzano, su cui non voglio dilungarmi lasciando ai lettori farsi un’idea di ciò che è avvenuto (oltre a manifestare la mia solidarietà per le ignobili scritte omofobe lasciate di notte dai soliti fascisti nel mese di Aprile 2008 dc – di cui non sapevo nulla – e di cui si può leggere qui in Isole della Rete http://isole.ecn.org/antifa/article/1437/MilanoscritteomofobeallalibreriaBabele3denunceperForzaNuova) .

Certo che un una notizia così, aggravata da quella dell’ulteriore chiusura della Libreria Babele di Roma, non può che lasciare un vuoto incolmabile e una tristezza infinita per questo ridicolo Paese.

Ho avuto modo di conoscere Gianni Dalle Foglie, improvvisamente scomparso recentemente, e poi Rolando Canzano prima per le mensili riunioni del Circolo UAAR di Milano e poi per alcune iniziative, da me condotte in quella ospitale libreria, con l’Associazione Atheia, e sempre mi sono trovato assai bene in loro compagnia.

Che l’Italia fosse un Paese di illetterati, di incolti, di bigotti, di ipocriti e di imbecilli dediti al dio denaro e al culto della Stupidità elevato a sistema si sapeva già,  queste vicende non fanno che confermarlo ancora una volta, e tristemente.

Spero, perlomeno, che l’iniziativa della Libreria Babele possa presto in qualche modo proseguire.

Jàdawin di Atheia

su www.jadawin.info pagina “Cultura”