Cultura, Politica e Società

Perché è corretto dare dell’ignorante

Sottoscrivo pienamente e pubblico contemporaneamente anche sul mio sito www.jadawin.info, su Hic Rhodus il 28 Giugno 2017 dc:

Perché è corretto dare dell’ignorante

di SignorSpok

Siamo talmente abituati ai benefici della civiltà da aver permesso a troppi di dimenticare da quanta conoscenza e disciplina essi dipendano. Si, la vita lunga, le cure mediche, l’acqua corrente, gli antibiotici, le auto, i viaggi intercontinentali, internet, la conoscenza disponibile gratis e persino i giochi sulle playstation: tutto questo è costato moltissimo alle migliori menti delle generazioni passate, ma sempre più persone non sanno o peggio combattono attivamente la conoscenza che gli permette di vivere, consentitemi l’espressione, molto al di sopra delle loro possibilità.

Per quale motivo? Perché la narrazione, ideologizzata e politicizzata, della realtà ha preso il posto della realtà stessa. Ce ne siamo occupati, en passant, 3 anni fa qui.

Da allora la situazione è molto peggiorata. I politici hanno spinto a fondo sulla ignoranza delle persone per presentare problemi (e non soluzioni) unicamente a fini di catturare un consenso ignorante (lo hanno fatto tutti, purtroppo, anche se ai vertici di questa pratica criminale ci sono M5S, Lega e partitini di estrema destra e sinistra). I cittadini hanno mostrato tutta la loro ignoranza (o mancanza di indignazione per l’ignoranza) nella vicenda dei vaccini. Si sono lette considerazioni fatte seriamente e lasciate pubbliche tali da far pensare che le persone che le hanno fatte dovrebbero, a tutela loro, ma soprattutto dei loro figli e della società, essere messe in condizioni di non nuocere a sè e agli altri (è recente un ottimo post di Burioni che pone le discussioni in proposito nella luce corretta, e un altro ottimo di MedBunker che tratta il tema delle bugie e della “libertà”).

Bene, è ora di dire esplicitamente che non esiste alcun diritto associato alla libertà di essere ignoranti. Ovvero, tu puoi essere ignorante a piacere, ma la conseguenza è che della tua opinione non si deve tener alcun conto, mai.

Non è democratico? C’è un problema. Ciò che è vero o falso non lo decide la gente, ma la scienza, con il metodo scientifico. Ci fosse una maggioranza schiacciante a decidere che la peste bubbonica rafforza il sistema immunitario, la peste bubbonica rimarrebbe una malattia spiacevolmente mortale. Ci fosse una maggioranza schiacciante che non capisce, o semplicemente nega (come oggi va di moda) i dati associati al cambiamento climatico, questa gente verrà lo stesso sgombrata da dove abita quando le conseguenze dello stesso devasteranno i luoghi dove abitano. Perché i fatti hanno la piacevolissima abitudine di fregarsene di quello che la gente CREDE: vanno avanti indifferenti nella loro realtà FISICA.

Veniamo dunque al punto centrale del problema. Esiste un diritto a fare del male agli altri e alla società nella quale si vive e della quale si godono i benefici perché si è ignoranti? Bene, la risposta è NO. Se sei ignorante, non hai alcun diritto di pensare che quello che ritieni giusto debba essere imposto agli altri, né che tu debba essere libero da vincoli per il fatto di godere di benefici che la tua ignoranza non comprende da dove vengano. Non si lede alcuna tua libertà semplicemente dandoti dell’ignorante: si enuncia un dato di fatto. È un orrendo residuo culturale della demagogia ideologica anni ’70 e decenni seguenti della sinistra, ripreso poi negli anni ’90 dalla destra e ora del M5S quello di disprezzare il sapere (i “professoroni”).

Dobbiamo quindi essere preda dei voleri di elite di “intellettuali” che non capiscono i bisogni della società civile (che orrore, magari borghesi)? E chi ci dice che faranno le cose giuste per noi? (questa domanda è deliziosa: suppone che “noi”, ignoranti, si sappia quali siano le cose giuste per “noi”, anzi si pretenda di imporle agli altri). Per finire, giustamente, come gli abitanti dell’isola di Pasqua: estinti. Molto interessante, anche nella sua conclusione, questo articolo di Jared Diamond).

C’è un modo sicuro per non essere preda di nessuno: studiare. Maggiore è la propria competenza, maggiore è la probabilità di capire, se non il sapere specialistico soggiacente ad una soluzione, l’evidenza della efficacia della soluzione e gli imbrogli evidenti presenti nelle “soluzioni alternative” (anche, qui, un termine vergognoso, coltivato dai giornalisti (una categoria tra le più ignoranti e prive di dignità: non esistono le “soluzioni alternative”, esistono risposte sbagliate, oppure opinioni non provate di una minoranza estrema di persone, senza alcuna dignità di rappresentanza equivalente o, infine, argomenti nei quali il dibattito scientifico è ancora aperto. Qualcuno, ovviamente non in Italia, comincia a porsi il problema).

Ma, si dirà, nessuno è in grado di avere conoscenza approfondita delle decine di materie necessarie per comprendere se un argomento è stato correttamente delineato dalla scienza. Questo è un punto centrale, quindi spendiamoci qualche parola. Proprio perché non si sta parlando di calcio (che sebbene sia uno sport non completamente banale, è oggetto di opinioni da parte di chiunque se ne occupi), gli argomenti davvero complessi sono fuori della portata di grandissima parte della popolazione. Questo significa che l’opinione di questa parte della popolazione non conta molto, anzi non conta affatto, ma NON significa che non si possano fare domande (una ottima iniziativa è quella del CICAP) ma attenzione: si deve essere in grado di riconoscere la validità delle prove, quindi, se un ignorante dice “per me queste non sono prove”, non esprime una opinione sensata, dice semplicemente che lui è troppo ignorante per capire anche il significato delle prove stesse. È una posizione, ahi lui, che va semplicemente ignorata, proprio al fine di proteggere lui stesso, e la società che lo mantiene in vita, dalla sua ignoranza.

Ma, si dirà, oggi le persone sono straordinariamente meno ignoranti del passato, grazie alla scuola dell’obbligo e alla percentuale dei laureati. Una considerazione così, senza pesarla, è molto pericolosa, per due motivi. Il primo è che il livello di conoscenze che oggi supporta il nostro livello di vita è straordinariamente più elevato che in passato (per fortuna), direi molto più elevato di quello medio molto stentatamente elargito dalla scuola post sessantottina, nella quale sono “todos caballeros”. Il secondo è che, grazie all’internet, ovvero proprio a una conquista della scienza, l’influenza degli ignoranti è enormemente aumentata, tanto che oggi spesso non sono gli ignoranti a dover giustificare la loro ignoranza, ma gli esperti a dover rispondere agli attacchi degli ignoranti.

Che i laureati abbiano poi le conoscenze adatte per discernere il vero dal falso in argomenti complessi è da dimostrare. La percentuale di laureati nella materie STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) è sempre stata molto bassa in Italia (una nazione dove ancora si fa la distinzione tra cultura e scienza, come se fosse possibile essere colti essendo delle perfette capre in scienze), all’interno di una situazione sociale dove i laureati tout court sono in larghissima minoranza rispetto ad equivalenti Paesi europei.

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Il futuro ci mostra un Paese inesistente dal punto di vista della comprensione e gestione dei fenomeni complessi, destinato quindi alla deriva, preda della disinformazione (la quale, attenzione, è molto ben gestita da gente molto preparata, volta ad usarla per i propri fini: un magnifico complotto):

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Cosa dobbiamo dedurne? Che è importante, sempre ed in ogni modo possibile, quando incontriamo un ignorante, fargli/le capire che lo è. “Lei è un ignorante” non è un insulto. È una necessaria forma di censura sociale, al fine di salvare la società stessa dai disastri che gli ignoranti vogliono. Non perché siano cattivi, proletari, sfortunati, onesti, etc.: perché sono ignoranti, e membri del più grande complotto contro la razza umana mai esistito. Essendo ignoranti, non sanno neppure questo.

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Comunicati, Politica e Società

La catena di (sant)’Antonio della sinistra riformista

In e-mail l’11 Giusgno 2017 dc:

La catena di (sant)’Antonio della sinistra riformista

La crisi politica e la sinistra italiana

10 Giugno 2017

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È in scena un nuovo passaggio della crisi politica, con ripetute convulsioni e capovolgimenti di fronte.

Il 21 maggio Renzi e Berlusconi sembravano aver concluso uno scambio politico vincente: Renzi concede a Berlusconi una legge elettorale a impianto proporzionale con soglia di sbarramento al 5%, dando la possibilità al Cavaliere di sganciarsi dall’abbraccio della Lega e di correre liberamente per un proprio ritorno di governo (con Renzi); Berlusconi concede a Renzi il semaforo verde per elezioni politiche anticipate, che eviterebbero al fiorentino le spine avvelenate della prossima legge di stabilità, da delegare al prossimo governo dopo il voto. Entrambi interessati, Renzi e Berlusconi, a una legge elettorale che garantiva il pieno controllo delle segreterie su candidature ed eletti.

Attorno a questo patto scattava la improvvisa convergenza di Lega e M5S. La prima libera di giocare in tempi brevi la partita di incasso della recente stagione lepenista, prima che possa disperdersi. Il secondo interessato a capitalizzare l’assenza di ogni premio elettorale di coalizione per giocarsi direttamente il testa a testa col PD , offrendo per di più a Grillo e Casaleggio la selezione dei propri nominati.

Questo patto Renzi-Grillo-Berlusconi-Salvini giungeva a prenotare pubblicamente non solo le elezioni in autunno, ma la data stessa del voto (il 24 settembre), mettendo la presidenza della Repubblica di fronte al fatto compiuto di un accordo apparentemente blindato dall’80% del Parlamento.

Ma le quattro gambe non hanno retto. Le contraddizioni interne a M5S e PD, unite al mal di pancia trasversale di settori parlamentari contrari alla legge elettorale e/o al voto anticipato, hanno prodotto alla Camera un incidente letale al momento del voto sugli emendamenti. Il PD si è rapidamente sfilato annunciando la “morte” della legge e attribuendo la responsabilità al M5S. Il M5S ha gridato al “tradimento” del PD. La verità è che quanto avvenuto misura l’estrema fragilità del patto politico e dei suoi principali contraenti.

LA CRISI POLITICA DI FRONTE A UN NUOVO BIVIO

Ora la crisi politica è di fronte a un nuovo bivio che interroga innanzitutto il PD. Insistere nella richiesta delle elezioni a settembre o accettare il decorso della conclusione della legislatura? Entrambe le vie sono impervie.

Insistere sul voto a settembre significa o riprendere rapidamente la tela del patto saltato provando a ricomporre l’accordo a quattro sulla legge elettorale proporzionale, oppure dichiarare il fallimento definitivo di ogni ipotesi di nuova legge elettorale, sancire la fine del governo Gentiloni, e puntare sul voto anticipato col Consultellum. Soluzioni molto difficili. La prima, sostenuta da Berlusconi, sconta il logoramento dei rapporti politici tra PD e M5S, oltretutto entrambi sfibrati da quanto avvenuto. La seconda richiede di uniformare i sistemi di voto tra Camera e Senato, possibile solo attraverso una legge e non per decreto (data l’indisponibilità di Mattarella). Ma quale legge, con quale maggioranza, e in quali tempi? Il gioco dell’oca riporta le bocce al punto di partenza.

Accettare il decorso di fine legislatura è l’opzione sostenuta dal capitale finanziario, da Confindustria, dalla grande stampa borghese e soprattutto dalla presidenza della Repubblica: tutti interessati a mettere al sicuro la prossima legge di stabilità e ad evitare complicazioni sui mercati. Ma il governo Gentiloni è in grado di reggere la navigazione della propria fragile maggioranza, pesantemente minata dallo scontro avvenuto tra PD e suoi alleati (Alfano e MDP) e attesa dal salto a ostacoli di ogni prova parlamentare (voucher, ius soli, biotestamento e soprattutto legge di stabilità)?

Verificheremo gli sviluppi. Ma quanto è avvenuto misura una volta di più le particolarità della crisi italiana. Il crollo del vecchio bipolarismo non è stato rimpiazzato da un nuovo equilibrio politico. Tutto procede al buio. La crisi di governabilità delle relazioni politiche è il portato fisiologico di questo fatto.

IL GIOCO DELLE MASCHERE A SINISTRA. L’INGANNO DEL 18 GIUGNO

In compenso, al di là del suo epilogo, la vicenda dell’ultimo mese ha rappresentato una formidabile cartina di tornasole della realtà della sinistra italiana, mostrando il volto scoperto di tutti i suoi attori. Lungo il piano inclinato di una infinita catena di sant’Antonio, in un’autentica commedia dell’arte.

Il primo attore di scena è Campo Progressista di Giuliano Pisapia.
Testimonial del Sì al referendum istituzionale, Pisapia ha sperato sino all’ultimo in un accordo col PD di Renzi. E Renzi aveva investito inizialmente sulla figura di Pisapia e sulla possibile coalizione con Campo Progressista per prevenire la scissione del PD e chiuderle lo spazio politico. Ma dopo la sconfitta del 4 dicembre e dopo la scissione, quel ruolo diventava inutile e ingombrante. Ingenerosamente scaricato da Renzi, Pisapia sogna ora il rifacimento del “vero centrosinistra”, con la benedizione di tutti i padri putativi dell’Ulivo (Prodi, Veltroni, Letta) e con la sponsorizzazione di Repubblica. La sua preoccupazione principale sembra quella di indossare i panni (impossibili) di un nuovo Prodi per federare sinistra e PD. Cioè per coalizzarsi con… Renzi nel prossimo Parlamento. La repulsione ostentata verso la sinistra cosiddetta radicale è il pegno della sua fedeltà (postuma) al renzismo. L’imbarco sul proprio carro del personale borghese liberale o di estrazione cattolica è la ricerca di un attestato di affidabilità presso i salotti democratici del capitale.

MDP è il secondo attore.
Minacciati nella loro stessa sopravvivenza politica e istituzionale, Bersani e D’Alema sanno bene che la soglia del 5% è tutt’altro che scontata. Per questo chiedono a Pisapia di evitare ostracismi a sinistra, in particolare verso Sinistra Italiana. C’è bisogno di caricare tutti sul medesimo carro: “una sola lista a sinistra” è la loro parola d’ordine. “Unità, unità, unità”! L’iniziativa del 18 giugno, formalmente promossa da Falcone e Montanari (in realtà da D’Alema) vuole offrire a questa campagna unitaria una coreografia civica e “popolare”. Il tutto per fare cosa? Per sbarcare nel prossimo Parlamento e «chiedere al PD di scegliere tra MDP e Berlusconi», come ha detto Bersani. In altre parole, per fare una coalizione di governo col PD. Cioè con Renzi. C’è forse da meravigliarsi, visto che Bersani e i suoi hanno votato le politiche antioperaie di Renzi (inclusa l’abolizione dell’articolo 18) e si presentano oggi come i migliori tutori del governo Gentiloni?

Sinistra Italiana è il terzo attore.
La sua massima aspirazione è evitare di essere esclusa dal carro, e rimanere appiedata. Il congresso fondativo di SI aveva formalmente celebrato l’alternatività a Renzi e al renzismo. Di più: aveva sentenziato «la fine del vecchio centrosinistra». Ma era solo il tentativo di difendere lo spazio politico e contrattuale del proprio fortino dalle insidie concorrenziali del nuovo MDP. Ora la campagna di Nicola Fratoianni impugna la bandiera dell’”unica lista a sinistra”. Ossia del blocco con Bersani e Pisapia, aspiranti rifacitori dell’eterno centrosinistra. La manifestazione del 18 giugno serve a riequilibrare il rapporto di forze con Pisapia, a rimuovere le sue resistenze, a sancire la legittimità della presenza di SI nel grande accordo unitario. Lo stesso sostegno di SI alla legge elettorale di Renzi-Berlusconi-Grillo-Salvini, incluso lo sbarramento del 5%, è indicativa: siccome c’è lo sbarramento sarà più facile essere imbarcati a bordo. Ci si può meravigliare se si considera che i gruppi dirigenti di Sinistra Italiana, già coinvolti nei governi Prodi, già in blocco col PD di Bersani, sono gli stessi che tuttora governano diverse regioni col PD di Renzi, con tanto di tagli a sanità e servizi?

Rifondazione Comunista è il quarto attore.
Il suo congresso aveva rivendicato solennemente la fine di ogni ambiguità circa i rapporti col PD e il centrosinistra («liberista e antipopolare»). Il nuovo segretario Maurizio Acerbo aveva formalmente rivendicato sulle colonne de Il Fatto il rifiuto di ogni subordinazione «a Pisapia e D’Alema» nel nome di una sinistra finalmente alternativa. Ma ora Acerbo e l’ex ministro Ferrero figurano tra i primi firmatari dell’appello unitario del 18 giugno per una unica lista della sinistra. Cioè, se le parole hanno un senso, per una lista con Pisapia e Bersani. Gli stessi che rivendicano la prospettiva della coalizione di governo col PD nel prossimo Parlamento. Sotto le vesti truccate di “una lista civica, democratica e costituzionale”, anche il PRC, alla coda di SI, prova dunque a inserirsi nel grande cartello unitario dell’aborrito centrosinistra? Certo, un partito che titola il proprio congresso con la parola “rivoluzione” nel mentre sostiene il governo Tsipras, nuovo governo della troika in Grecia, non merita davvero un attestato di affidabilità.

PER UN PARTITO INDIPENDENTE DEI LAVORATORI

Ora il fallimento del patto tra Renzi e Berlusconi sulla legge elettorale concordata può disfare la tela del grande accordo a sinistra. E magari diversi attori in commedia riprenderanno ognuno la propria maschera. Ma non si può rimuovere la lezione di fondo dell’esperienza avvenuta. Non siamo in presenza di “politiche sbagliate”, per quanto recidive, e di “errori”, per quanto ripetuti. Siamo in presenza di gruppi dirigenti della sinistra italiana la cui unica vera ambizione è la propria salvezza o ricollocazione istituzionale, nel grande gioco della democrazia borghese, nella prospettiva del governo del capitalismo.

La classe lavoratrice, a partire dalla sua avanguardia, ha bisogno di costruire il proprio partito indipendente. Sul solo terreno possibile: quello anticapitalista e rivoluzionario.

Partito Comunista dei Lavoratori

Economia, Politica e Società

Tanto rumore per nulla

in e-mail il 12 Gennaio 2017 dc:

Tanto rumore per nulla

Che fine ha fatto il No Sociale?

A un mese dalla strepitosa vittoria del No al referendum costituzionale, sembra che nulla sia cambiato. Renzi, uscito dalla porta, è subito rientrato dalla finestra, con le sembianze di Gentiloni. Il nuovo governo ha solo fatto un piccolo maquilagge.

Come prima? No, più di prima!

In alcuni casi, il cambio di poltrona serve a tamponare le falle della gestione precedente. Per esempio, all’istruzione, dove l’ex sindacalista Valeria Fedeli è chiamata a rimediare al valzer delle cattedre, causato dalla buona scuola di Valeria Giannini.

In altri, ci sono da affrontare problemi più spinosi, come il crescente flusso di profughi, demonizzati con la scusa del terrorismo. Per questo, agli interni, c’è Marco Minniti che ha riesumato i Cie, i Centri di identificazione ed espulsione, istituiti nel 2008 dal governo Berlusconi con la legge Bossi-Fini. Veri e propri lager, il cui unico scopo è creare paura e malessere tra profughi e migranti, per dissuaderli dal venire in Italia.

Al lavoro resta Giuliano Poletti. Deve solo fare qualche piccolo ritocco indolore al JobsAct, attenuando il ricorso sfrenato ai voucher che si sono rivelati un comodo espediente per coprire il lavoro nero. Corollario dell’imperante lavoro precario.

Con le nubi che si stanno addensando all’orizzonte politico, i vuoti di potere sono pericolosi. Motivo per cui, nel fronte del NO, si è presto frantumata l’opposizione parlamentare al governo Renzi. A destra e a sinistra. Ed è sempre più flebile la voce di coloro che chiedono le elezioni anticipate. Di fronte a Pil depresso, baraonda bancaria, licenziamenti dilaganti, calamità naturali, profughi in arrivo, e con credibilità politica in caduta libera, tra i partiti dell’opposizione è prevalso un prudente «buon senso» che, magari, potrà dare qualche vantaggio. Con le elezioni anticipate, invece, c’è il rischio di trovarsi con un pugno di mosche.

Nel gioco al massacro tra partiti, sta naufragando anche il Movimento 5 Stelle, ultima spiaggia della democrazia parlamentare italiana.

Ma questi sono problemi loro. Vediamo cosa succede nel fronte sociale, nel fronte delle lotte. Che invece ci riguarda.

Se Atene piange, Sparta non ride

In queste circostanze, il No sociale ha mostrato tutta la sua deleteria sostanza. Finita la kermesse elettoralistica, si è visto chiaramente che il No sociale portava solo acqua al mulino di una presunta opposizione parlamentare di sinistra. Peggio, poiché alla prova dei fatti, quel mulino macina a vuoto, stante l’ignavia della sinistra parlamentare. Dopo la «vittoria» del 4 dicembre, quella sinistra non è stata in grado di (o non ha voluto?) prendere la ben che minima iniziativa!

Ben più gravi sono le conseguenze nei confronti delle lotte proletarie, nei posti di lavoro, nei quartieri e nelle piazze. L’adesione al No sociale ha prodotto una deviazione politica che si è tradotta in un arretramento per buona parte del sindacalismo di base (la Cub di Tiboni in primis, con al seguito Sgb ecc.). Eccezioni meritorie il SolCobas e poche altre sigle, tra cui una parte dell’Usi-Ait.

Particolarmente sconcertante è stata la posizione del SiCobas che, dopo il delitto padronale di Piacenza (14 settembre), si è messo al carro dell’Usb. Ovvero al carro di un sindacato che, come è noto, è la longa manus di quella composita diaspora di nostalgici del fu Pci (cascami di Rifondazione & Co.), di cui ripropongono la medesima logica politica, senza capire che oggi è fuori tempo massimo. E può fare solo danni.

Lo stesso è avvenuto con alcune realtà politiche, anche di ben diverso orientamento. Realtà che, pur con una presenza assai più modesta, nelle situazioni di lotta erano comunque riuscite a conquistarsi spazi, a volte significativi. Dopo la capriola referendaria, dovranno faticare per recuperare il terreno perduto. Per ora, qualcuno si sta arrampicando sugli specchi per dare un significato alle sue scelte dissennate.

Del referendum istituzionale, non ce ne poteva frega di meno. Era l’occasione ideale per una forte astensione che solo dei collusi e degli sciocchi hanno voluto ostacolare.

Che dire? All’origine di questa balorda vicenda, c’è quella strategia politica che vuole separare la lotta economica dalla lotta politica e che, oggi più mai, ci porta in un vicolo cieco. Sempre più tetro.

È una strategia che rivela il disprezzo per l’autonomia politica e teorica dei proletari, da parte di coloro che pretendono di averne la rappresentanza politica.

Certo, l’Italia è un paese cattolico, dove siamo abituati ad affidarci alla provvidenza, e a raccomandarci a qualche santo in paradiso, per evitare la fatica di assumerci le nostre responsabilità. Ma fino a quando?

Seguendo questa strada, mai si uscirà dall’in-ferno del capitale.

Dino Erba, Milano, 12 gennaio 2017.

Economia, Politica e Società

C’è chi dice Si. C’è chi dice NO. C’ è chi dice Organizzazione Autonoma!

In e-mail il 29 Novembre 2016 dc (non do un giudizio sui gruppi che firmano il documento), originale qui:

C’è chi dice Si. C’è chi dice NO. C’ è chi dice Organizzazione Autonoma!

Pubblichiamo alcune riflessioni frutto di tre dibattiti sviluppati fra compagne e compagni comunisti a Roma e Viterbo nel mese di novembre 2016.

L’avvicinarsi dell’oramai fatidica giornata referendaria del 4 dicembre va intensificando il dibattito nell’opinione pubblica e negli ambienti militanti e moltiplicando le prese di posizione sui temi della riforma costituzionale proposta dal governo Renzi. I partecipanti alla sfida elettorale stanno caricando l’ennesima chiamata al voto referendario di significati e valenze (riformiste o difensive) che nulla hanno a che vedere con le reali motivazioni alla base della modifica costituzionale e del sistema di voto.

L’estremo trasversalismo dei due schieramenti del si e del no, mascherato dallo “scontro” tra riformatori moderni e difensori amanti della “costituzione più bella del mondo”, esprime invece una aspra lotta tra chi continua a sostenere il processo di integrazione europea e chi si dice favorevole al mantenimento dello status quo, ancora legato a logiche nazionali e clientelari.

 Insomma, comunque vada, lor signori padroni e servitori cascano in piedi, scaricando crisi e riforme contro di noi.

La Costituzione del ’46: il compromesso della borghesia post fascista.

La Costituzione, lungi dal rappresentare uno strumento di difesa della classe lavoratrice o addirittura un’arma da utilizzare per un’offensiva rivoluzionaria, fu dalla sua promulgazione la fonte principale di legittimazione della nuova classe dirigente ascesa al potere e il canale di riciclaggio di forze sociali ed economiche che del fascismo avevano costituito il nerbo del consenso (forze armate, Chiesa e gruppi padronali).

I rapporti di forza creati dalla Resistenza costrinsero i padri costituenti ad acrobazie per rassicurare le classi lavoratrici sulla presunta neutralità dello Stato repubblicano. E se è vero che i provvedimenti più efficaci per garantire sulla carta tale neutralità entrarono in funzione solo dopo decenni, sin da subito le più rilevanti scelte strategiche della nuova classe dirigente furono fatte in ossequio dei dettati costituzionali.

La Repubblica fondata sul lavoro riconosceva di fatto il primato delle forze produttive e non intaccava un sistema di relazioni industriali che, rimanendo rigidamente gerarchico e sbilanciato a favore del padronato, inaugurava la stagione più difficile per la classe lavoratrice, costituzionalmente impossibilitata a dispiegare quel patrimonio di lotta di classe che la stagione della Resistenza aveva comunque rilanciato.

Tra la fine degli anni ’40 e gli anni ’50, in nome del primato del “lavoro”, ovvero della produzione industriale, fu costituzionalmente garantita l’azione di contenimento delle spinte operaie causate dalla repressione interna alla fabbrica da parte dei padroni e da quella dello Stato, nonché da forze sindacali intimamente connesse ai partiti e alla logica dei bassi salari, tutti protagonisti consapevoli della distruzione ambientale e della tragedia dell’emigrazione operaia. La riforma agraria del governo De Gasperi pose fine al movimento di occupazione delle terre e significò la consacrazione costituzionale della piccola proprietà privata e del modello rurale maschile e cattolico.

E di fronte alla nuova composizione operaia e al ciclo di lotte degli anni ’60, le soluzioni eversive di Stato, la violenza stragista e le tentazioni golpiste mostrarono quanto l’involucro costituzionale divenisse superfluo quando non in grado di mantenere i rapporti sociali ed economici in termini favorevoli ai padroni.

E di fronte all’offensiva rivoluzionaria delle avanguardie e delle masse maschili e femminili coscienti negli anni ’70, la  corporazione politica si compattò in nome della costituzione e per conto della costituzione. Lo stesso Pci si autolegittimò tra le sfere dello stato militare e tra gli uffici riservati e reclamò assieme a gran parte dei sinceri democratici la feroce repressione “antiterrorista”, bloccando in maniera apparentemente definitiva il processo di autonomia e di potere operaio e il movimento femminista rivoluzionario.

E di fronte alle sfide internazionali seguite alla caduta del blocco sovietico, anche il presunto ripudio della guerra, sin dal 1949 sacrificato sull’altare dell’adesione all’alleanza militare NATO, produsse solo un fiorire di formule convenzionali (guerra umanitaria, missione di pace) a copertura della fondamentale sostanza guerrafondaia di ogni Stato borghese e di ogni blocco imperialista.

La Costituzione servì in effetti come arma nelle mani del potere, per legittimare in termini politici e giuridici la subalternità dei lavoratori e delle donne e la persecuzione dei rivoluzionari e delle rivoluzionarie. E non lo fece per colpa di una malcelata strumentalizzazione da parte del gruppo di potere che governò l’Italia nel secondo dopoguerra (la DC) ma perché era costitutivamente intesa a rendere più efficace lo sviluppo capitalista. Perché costitutivamente intesa a collocare  tale processo di sviluppo dentro la sfera di mercato occidentale. Perché costitutivamente borghese.

I motivi del sì, una riforma funzionale.

 I promotori, dopo aver inopinatamente indicato nel referendum una sorta di plebiscito per rafforzare un governo privo della “normale” legittimazione del voto, hanno fatto poi ricorso a una serie di argomenti populisti per spiegare i motivi della scelta di modificare una parte della Costituzione. La riduzione dei costi della politica, lo snellimento delle procedure legislative, la “maggiore partecipazione dei cittadini” (sic!), la valorizzazione delle autonomie sono tutte prese per i fondelli che nascondono i reali motivi esogeni che sono alla base dell’avventura referendaria.

È  bene ricordare che essa nasce non come risposta a specifici mali italiani, ma perché coerente con i disegni di ridefinizione degli Stati nazionali dettati a livello europeo. Il processo di concentrazione continentale politica, monetaria e industriale che risponde al nome di Unione europea, processo per noi irreversibile nonostante i conati reazionari dei sovranisti, impone il riadeguamento delle forme statuali e delle costituzioni che le dettano, piegandole alle esigenze del capitalismo europeo.

In assenza di un movimento di lavoratori e lavoratrici cosciente e di profilo internazionale le costituzioni “progressiste” diventano inutili e obsolete, perché non servono più ad assorbire conflitti deboli e sconnessi (nonostante le profezie dei “nostri amici”) e risultano troppo lente e costose a fronte della velocità richiesta dai cicli attuali di estrazione di profitto.

 Il superamento della costituzione del 1948 infatti, è già avvenuto attraverso l’introduzione di meccanismi finanziari, strumenti legislativi e pratiche di governo che ne hanno” de facto” modificato la struttura e l’indizione del referendum non è -come si vuol far credere- né una gentile concessione del governo Renzi, né il frutto di una mobilitazione popolare, bensì di una clausola prevista dalla Costituzione dato che in Parlamento non si è raggiunta la maggioranza dei due terzi necessaria per approvare la riforma. Altrimenti non staremmo nemmeno a discutere.

 In una formula, la riforma costituzionale vuole consacrare il processo già in atto, finalizzato a rendere più facile, economico e veloce prendere le decisioni di merda che comunque la classe dirigente ha preso, prende e continuerà a prendere.

I motivi del no, declinato a piacimento.

 Seguendo il dibattito sul referendum, balza agli occhi come il variegato fronte del no, che svaria da raggruppamenti politici che preferiamo non citare, fino a gran parte del movimento antagonista, individuino nella possibile caduta di Renzi il motivo principale della loro propaganda referendaria. Se dal punto di vista dei raggruppamenti politici tale visione è certamente comprensibile, meno chiari risultano i moventi del “no sociale”, del “no costituente” o del “no operaio”, anch’essi precipitati nella visione personalistica della politica che tanto piace al giornalismo attuale.

 Si dice che le ragioni del no rappresenterebbero dal punto di vista tecnico un vantaggio per i lavoratori, favoriti da contrappesi istituzionali. Già facciamo fatica a individuare nella storia dell’Italia repubblicana momenti in cui tali contrappesi fossero realmente serviti alla classe lavoratrice; già prendiamo atto di come tali contrappesi siano allo stato attuale svuotati di senso, logica ed efficacia dal compiuto processo di internazionalizzazione del capitale e dalla costruzione di un blocco di potere europeo.

Ci sembra poi veramente difficile comprendere perché le ragioni del no siano tecnicamente più vicine agli interessi dei lavoratori. Se andiamo a studiare la riforma proposta, l’istituto referendario, che tanta parte di movimento e di sinistra radicale hanno sempre individuato come un terreno praticabile e preferibile di democrazia diretta, riesce addirittura rafforzato, sacrificando, in finale, solo un’istituzione di regia memoria (Senato) che, al pari, per esempio, dell’arma dei carabinieri, rappresenta nel panorama politico internazionale un’anomalia tutta italiana, una vestigia di tempi passati e, per fortuna, sepolti dalla storia.

Ci risulta altresì complicato comprendere come un rafforzamento dell’esecutivo, tendenza peraltro già in atto in diversi Paesi d’Europa tramite provvedimenti eccezionali e decretazione d’urgenza, significhi ineluttabilmente un peggioramento per i lavoratori, a meno di non magnificare virtù taumaturgiche di parlamenti che da sempre sono luoghi deputati a legiferare in funzione del capitalismo e, al massimo, servono in certi casi da ostacolo non in virtù di meccanismi di rappresentanza, bensì a causa di rapporti di forza sociali ed economici più favorevoli ai lavoratori e costruiti all’esterno della sfera statale.

Ci risulta infine inaccettabile che a causa del desiderio di attaccare il processo di funzionalizzazione e centralizzazione del potere continentale si giunga a difendere di fatto una realtà infame come lo Stato-Nazione, individuandolo come bastione contro la rapacità dell’imperialismo europeo, soprattutto di marca tedesca. La forma dello Stato-Nazione non solo, come detto, ci sembra superato in termini politici ed economici, ma è stato combattuto per decenni da quelle stesse forze che il fronte del no aspira a “rappresentare”. Tale atteggiamento contraddittorio e ambiguo da ogni punto di vista giunge oggettivamente a porsi a fianco a forze “sovraniste”, se non peggio, che, molto più coerentemente, perseguono il consenso e sfruttano il risentimento popolare per indirizzarlo a una visione di dominio nazionale e identitario.

 Il problema, al nocciolo, non può quindi essere tecnico. Non può essere un problema di Europa, non può essere un problema di svolta autoritaria. Il problema è politico e ha due facce: Renzi e il movimento stesso.

 Si dice che Renzi stia perdendo consenso, che stia alla frutta, che esista un variegato blocco popolare più o meno distinto e sicuramente maggioritario antirenziano da conquistare magicamente alle ragioni del movimento e delle campagne ambientali e sociali che esistono ma che stentano, secondo tale visione, a farsi conoscere al di là dei soliti canali militanti.

Non è certo la prima volta che ad autunno le truppe del Movimento cominciano ad agitarsi per qualche “grande evento” capace di catalizzare l’attenzione, evidentemente incapaci (o forse non desiderosi) di provare a imporre e valorizzare una propria agenda di lotta. La logica da “grande evento”, così osteggiata quando si tratta di un evento capitalista, sembra in effetti da contrastare solo fino a un certo punto, ovvero fino a quando non garantisca visibilità e pubblicità alla propria autorappresentazione.

Probabilmente tutti i compagni e tutte le compagne sanno bene che una scheda in un’urna referendaria non può modificare o fermare processi che trovano nel mercato mondiale la propria storica sedimentazione e nelle istituzioni dei blocchi continentali le proprie sedi vincolanti per gli stati. Ma si lasciano comunque affascinare dal mito di una “comunità dei movimenti” e di quello delle “mille piazze” che appaiono come soluzioni adatte a liberarsi di quei fantasmi che infestano le menti e agitano le notti delle individualità che compongono l’antagonismo attuale: isolamento, marginalità e invisibilità.

 È un problema antico, certamente impossibile da evitare, che sin dagli albori del movimento rivoluzionario ha determinato scelte e revisioni di consolidati patrimoni teorici, magari mai smentiti dalla realtà dei fatti, ma spesso giudicati dalle soggettività “impazienti” come limiti all’allargamento e all’affermazione della propria opzione sociale. Eppure è un problema che la partecipazione a ogni referendum e, soprattutto, a questo referendum non fa altro che aggravare, destinando, al netto delle scelte opportuniste, l’inquietudine che anima le pur sincere coscienze di molti compagni e molte compagne a naufragare sugli scogli della poltiglia mediatica e della retorica politicista.

 Proprio nel momento storico-politico in cui grandi masse, la maggioranza dei cittadini italiani ed europei, perdono fiducia nell’istituto truffaldino del suffragio universale, rendendo il “partito dell’astensione” il primo partito, ci si mette a rincorrere tornate elettoralistiche o a mettersi al soldo di qualche magistrato-sindaco o di qualche finto partigiano.

Sinceramente la partecipazione del movimento antagonista alla sfida referendaria di dicembre ci sembra il punto più basso mai raggiunto  in termini di autonomia della classe e dei movimenti stessi, in termini di prospettiva reale e politica di cambiamento, in termini di proposta di ricomposizione delle lavoratrici e dei lavoratori, in termini di adeguamento del dibattito militante, in termini di salvaguardia del patrimonio di lotte sociali ed economiche, in termini di scissione dal pantano della politica, di chiarezza delle proprie identità e delle proprie proposte.

 L’idea di rilanciare cicli di lotte e di entusiasmo a partire da “grandi eventi” ha mostrato la sua inefficacia in decine e decine di occasioni. Al contrario, alti momenti di rivolta e insurrezione, pure se avvenuti in occasione di crisi istituzionali, sono riusciti più “forti” perché erano il risultato di un clima di conflittualità militante diffusa, oggi pressoché del tutto assente.

 Quella al referendum, anche quando non  mossa da moventi di opportunismo, anche quando non esprima il tentativo di ricondurre all’ovile elettorale, è quindi una partecipazione politica e militante insipiente, vecchia, stanca. Uno spreco di energie. Non appassionante e non produttivo.

Uscire dall’impasse

L’attuale scarnificazione dei rapporti sociali ha rivelato apertamente il carattere brutale, assassino e nocivo del modello di produzione capitalista. Il capitalismo stesso si va giovando della necessità, a causa delle sofferenze finanziarie, e della possibilità, a causa dell’assenza di conflitto reale, di fare a meno degli strumenti tradizionali di mediazione tra capitale e lavoro. La crisi dello Stato democratico non corrisponde a una crisi del dominio reale del Capitale, che, snellendo l’apparato burocratico, distruggendo il Welfare State, accorpando unità amministrative, riducendo i costi del lavoro, procede a concentrare il potere politico ed economico e tenta di rilanciare il profitto.

Il nostro problema non è quello di arginare tale riadeguamento capitalista, a meno di non destinare la nostra azione a una battaglia di retroguardia e di conservazione di un sistema preesistente che abbiamo fino ad oggi combattuto. Come Marx giudicava più conveniente per la rivoluzione la “libertà di commercio” rispetto ai protezionismi, così i rivoluzionari romani a inizi del ‘900 non rimpiangevano lo Stato pontificio, sebbene la Chiesa costituisse un freno alla speculazione capitalista nella Capitale.

E’ chiaro quindi che un intervento autonomo e di classe in questa situazione, più che attardarsi nell’utopico sogno di salvare una vecchia signora decrepita (la Costituzione) dovrebbe stare nel “movimento reale che supera lo stato di cose presenti”, cioè sfruttare le opportunità che, seppure con rapporti di forza sfavorevoli, si pongono nel corso della lotta tra le classi. E oggi queste opportunità si chiamano diffusione del modo di produzione capitalista all’intero pianeta con conseguente rottura dei confini tra generi, contaminazione migratoria e concentrazione metropolitana del proletariato.

Partecipare al referendum costituzionale non è un errore solo in termini di strategia. Ma anche in termini di un presunto interesse tattico. Sostenere che la scadenza referendaria rappresenti una opportunità da cogliere, è un segno di debolezza perché indice di una scelta subalterna allo scontro interno al sistema dei partiti sul terreno del parlamentarismo. L’agenda dei movimenti sembra ancora una volta influenzata da logiche istituzionali, tanto più se si considera l’apertura di credito riservata da ampi settori di movimento alle giunte “anomale” che governano Roma, Torino e Napoli.

 Che si tratti del governo delle città o di quello del Paese ci sembra che – in questa fase – l’agire e il pensare dei movimenti esista solo in quanto riflesso delle contraddizioni del Potere, che non si dia capacità autonoma di elaborazione ed iniziativa per tutte quelle aspirazioni/necessità di vasti settori sociali che pure esprimono una domanda politica.

 Ritenere residuali le battaglie nelle scuole, sul lavoro, in difesa dell’ambiente, sulla casa può anche paradossalmente essere giusto, ma solo se ci si interroga sull’assenza della capacità di costruire organizzazione autonoma a partire da tali lotte. Questo referendum non è evidentemente vicino ai problemi della classe cui si ritiene di appartenere, ma solo a quelli dei leader che di tale classe si ritengono i rappresentanti. È questo il ceto con il quale si pensa di ricostruire il tessuto connettivo della classe?

Dal punto di vista teorico occorre cogliere nella semplificazione dei meccanismi burocratici e nella velocizzazione istituzionale che il referendum potrebbe sancire a dicembre, ma che saranno eventualmente realizzate sotto altre forme e in altri momenti, anche senza il burattino Renzi, la nostra urgenza di riadeguare una pratica e una teoria di lavoro militante che mostra ogni giorno drammaticamente la sua insufficienza e la sua autoreferenzialità.

Certamente il lento processo molecolare di ricostruzione di un terreno propizio alla lotta di classe, necessario per sedimentare processi di autorganizzazione, è lento, talvolta noioso e quasi sempre faticoso, scandito più da denunce penali e provvedimenti amministrativi che da risultati felici e brillanti.

Dal punto di vista pratico occorre ribadire che, nonostante le difficoltà e le asperità, solo lo stimolo e la valorizzazione delle lotte e della capacità di autorganizzazione della classe lavoratrice, nonché la capacità di sedimentare, coordinare e collegare i risultati acquisiti in mesi e anni di “scavo della talpa” dentro un processo di organizzazione autonoma, fuori e contro la Democrazia e i suoi istituti e per abolire lo stato di cose presenti,  possono rilanciare un’opzione concreta di comunismo e di libertà.

Comitato di Lotta Quadraro

Centro Sociale I Pò

Assemblea per l’Autorganizzazione

Iskra Roma

Comitato di lotta Studenti, Lavoratori e Disoccupati Viterbo e Civita Castellana

Cultura, Politica e Società

Con Dario Fo muore la sinistra del tempo che fu

In e-mail il 16 Ottobre 2016 dc:

Con Dario Fo muore la sinistra del tempo che fu

A Milano, il 15 ottobre 2016, con Dario Fo è stata sepolta la sinistra del tempo che fu. Ovvero, quella sinistra sorta nel corso del Novecento sull’onda, ma spesso ai margini (almeno in Italia), dello sviluppo del modo di produzione capitalistico. Senza mai metterlo in discussione.

La sinistra rappresenta, o meglio ha rappresentato, una corrente politica che cercò di conciliare gli interessi degli operai e dei ceti medi, in breve, del popolo, riconducendoli all’interesse generale, nazionale. Il suo punto di riferimento fu lo Stato, cui delegò le politiche sociali a favore dei «lavoratori» (del braccio e della mente), con il cosiddetto  Welfare State.

Con la crisi economica globale, anche la prospettiva della sinistra entrava in crisi, dal momento che venivano meno i suoi presupposti, ovvero: non c’è più trippa per gatti. La prospettiva di giustizia ed equità sociale (l’equa ripartizione del reddito) subiva una lenta ma inesorabile metamorfosi, lasciando il posto all’equa ripartizione dei sacrifici. Sempre in nome dell’interesse nazionale. In Italia, questa logica di sacrifici aveva i suoi precedenti nella politica di ricostruzione nazionale, sostenuta dal Partito comunista italiano di Palmiro Togliatti nel dopoguerra. Dopo una breve parentesi negli anni del boom economico, la logica  dei sacrifici fu rilanciata nel gennaio 1977 da Enrico Berlinguer (austerità, diceva lui). E da allora la sinistra ha iniziato a scivolare lungo una china che la sta conducendo alla disgregazione.

Nel corso degli anni, in seno al popolo della sinistra, si sono manifestati atteggiamenti divergenti, e a volte anche contrastanti, seppur riconducibili a una comune visione politica di fondo. Dario Fo è stato l’espressione più emblematica di queste diverse anime e, al tempo stesso, ha rappresentato il tessuto connettivo che ha consentito di tenerle unite. Nel bene e nel male.

Il vero esordio politico di Dario Fo avvenne in occasione della bomba di piazza Fontana (12 dicembre 1969). In tali circostanze, la sinistra (Pci e Psi) restò attonita, anzi, inizialmente, condivise la tesi della «bomba anarchica» [vedi: http://www.vbtv.it/2015/12/12/12-dicembre-1969-strage-piazza-fontana-milano/], diffusa da governo e questure. E partecipò implicitamente al linciaggio morale di Pietro Valpreda. Peggio, lo definì fascista.

Controcorrente ci furono solo le poche voci dei sovversivi di nome e di fatto: anarchici e comunisti. A queste voci, Dario dette fiato e contribuì a rafforzarle, grazie anche al successivo concorso di Lotta Continua e di qualche giornalista.

Via via che la tesi della «bomba anarchica» mostrava la corda, la denuncia contro la manovra forcaiola del governo acquistò forza. Le manifestazioni e le proteste dilagarono. Anche il Pci rientrò in scena. E riuscì cavalcare la tigre della protesta, imprimendole quella svolta moderata antifascista che avrebbe insabbiato le inchieste. Con buona pace delle istituzioni.

Negli anni Settanta, con Franca Rame (e altri), Dario dette vita al Soccorso Rosso, un importante punto di riferimento contro un’ondata repressiva che aveva nel Pci di Berlinguer la sua punta di lancia. Nello stesso periodo, Franca e Dario sostennero le campagne per il divorzio e l’aborto, che videro il Pci assai tiepido. Erano gli anni del compromesso storico, e il Pci non voleva turbare i rapporti con la Democrazia cristiana.

In seguito, Dario si barcamenò nei flutti di una sinistra sempre più alla deriva, di cui, con maggiore o minore coerenza, cercò sempre di essere la coscienza critica. E lo fu, molto di più di tanti illustri (e pallosi) maîtres à penser.

Con la sua morte, la disgregazione della sinistra non avrà più freni. Come mostra la contrapposizione tra coloro che difendono (con settori della destra) i cascami di una malnata costituzione borghese e coloro che la vogliono riformare, per rendere più forte lo Stato dei padroni.

Poer nano, direbbe Dario.

Dino Erba, Milano, 16 ottobre 2016.

Addenda

È noto che Dario Fo fece parte dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana. Aveva 18 anni. Nel 1946/1947 Enrico Berlinguer, segretario della Federazione giovanile comunista italiana, su direttive di Palmiro Togliatti, aprì le porte della Federazione (e del Partito) a un’infornata di giovani ex repubblichini, alcuni dei quali fecero carriera nel Pci, mentre ex partigiani venivano emarginati [vedi: Pietro Buchignani, Fascisti rossi. Da Salò al PCI. La storia sconosciuta di una migrazione politica 1943-53, Mondadori, Milano, 1998]. Tra questi «fascisti rossi», non mi sembra che ci fosse Dario Fo che, probabilmente, si vergognò sempre dei suoi trascorsi repubblichini e cercò di nasconderli. Nell’esercito di Salò, tra gli attori, ci furono anche Walter Chiari e Ugo Tognazzi. Costoro erano soldati semplici, mentre Giorgio Albertazzi era ufficiale ed ebbe responsabilità di comando. E non se ne vergognò mai.

Politica e Società

Per farla finita con l’idea di sinistra, per superare il non-movimento.

In e-mail il 4 Giugno 2016 dc:

Ricevo, condivido e diffondo. Forse, qualche anima bella cresciuta nei salotti politicanti della sinistra (magari estrema) potrebbe sollevare qualche sciocca illazione, gli ricordo che il suo mondo (il modo di produzione capitalistico) sta andando a fondo. E noi, proletari, vorremmo salvare la ghirba. E, possibilmente, dar vita a un altro mondo, dove vivere (e sognare).

Dino Erba

Per farla finita con l’idea di sinistra, per superare il non-movimento.

Sala ha vinto le primarie, come ha vinto Expo, così come sta vincendo il partito della nazione, un progetto politico che mira ad unire le personalità e i gruppi di potere progressisti e dinamici dell’Italia sotto la bandiera del nuovo partito del neo-liberalismo italiano, il Pd. Le conseguenze su larga scala le stiamo vedendo con l’eliminazione degli ultimi residui di welfare sociale, con una zona di indistinzione sempre più palese tra politica, polizia e magistratura, con il governo dei commissariamenti che attuano di fatto gli interessi di una classe politica ed economica che cerca di mantenere i propri privilegi sulla pelle di tutti.

Chi sta dall’altra parte della barricata, chi dal basso cerca un cambiamento reale, dove si posiziona in questo momento? C’è bisogno di autocritica e di cambiamenti radicali per poter fare piazza pulita degli errori collettivi fatti negli ultimi decenni e per dissipare la confusione generale di un non-movimento disgregato  in parrocchie impegnate più a mantenere la propria schiera di fedeli in disfacimento che a costruire comunità, pensieri e pratiche di autodeterminazione e un immaginario rivoluzionario.

Il Primo Maggio milanese ha segnato un momento di rottura e dopo un anno bisogna riflettere sul divenire: non tanto per trovare colpevoli o innocenti, né tanto meno per misurare i muscoli, ma per trovare alla radice il problema di un fallimento collettivo nato tanto tempo dietro lo smarrimento generale dopo la Mayday del 2015  ha solo mostrato l’inconsistenza di un modo di concepire la lotta privo di idee, proposte e pratiche di cambiamento reali, poco coraggioso e troppo ingenuo, debole credendosi furbo, poco proletario e molto borghese. Un movimento non si sviluppa né muore in quattro incroci e quattro vie vittima di qualche vetrina rotta e qualche macchina incendiata. Il primo maggio non è stato ne l’inizio né la fine di qualcosa, ma l’affermazione di una debolezza e di una contraddizione collettiva. Soffiamo su queste ceneri, e ci apparirà sotto un mondo che palpita.

Perché un non-movimento?

Un movimento è l’espressione dei percorsi, delle lotte, del conflitto locale e nazionale. Un movimento ragiona in termini di avanzamento e non di auto-rappresentanza, mette insieme esperienze, risorse, idee, ipotesi e le mette in pratica. Ma soprattutto questi percorsi dovrebbero avere una prospettiva territoriale, essere  in grado di far nascere forme di vita  e di creare una forza collettiva che agisce nel territorio in termini di costruzione di comunità solidali e conflittuali. Questo vuol dire gettarsi nella mischia a partire dai luoghi in cui siamo, ascoltare e discutere in modo orizzontale e collettivo, rompere le barriere della diffidenza e della paura. Non pensare a sé stessi ma alla potenza comune di un movimento rivoluzionario.

I movimenti di lotta per la casa negli ultimi anni nonostante abbiano portato in piazza, davanti ai picchetti contro sfratti e sgomberi, migliaia di persone, nella maggior parte migranti, nonostante in certe occasioni fossero dei veri e propri movimenti di massa, ora si trovano intrappolati tra la debolezza della prospettiva collettiva e l’accelerazione sfrenata a livello legislativo e repressivo che se non impediscono di certo riducono di tanto la riproducibilità di pratiche di massa come l’occupazione e addirittura colpiscono con leggi come l’art.5 le fondamenta di una vita in lotta.  Di pari passo c’è la difficoltà di inserire percorsi di riappropriazione nel tessuto territoriale e di rompere le barriere tra occupanti e non occupanti, tra italiani e stranieri.

Pensiamo all’eccezionale lotta che i facchini combattono davanti a centinaia di stabilimenti e magazzini. A parte la partecipazione e la solidarietà espressa da tanti compagni generosi, quel blocco conflittuale e di classe non fa parte di quello che si intende tradizionalmente come movimento. Nonostante ciò la questione dell’agibilità e del rapporto di forza è la regola in tanti magazzini e stabilimenti della logistica dove centinaia di lavoratori iscritti al Si Cobas esprimono una resistenza ed un attacco che mettono in difficoltà le politiche criminali delle aziende a volte superando il sindacato stesso.

Allo stesso modo tanti occupanti di casa e sfrattati fanno fatica a comprendere l’agenda di movimento soprattutto quando manca quel sentire comune che permette di agire come forza collettiva e non come atomi disgregati. É anche successo che si chiedesse una moratoria degli spazi sociali e non degli sfratti e degli sgomberi palesando di fatto una separazione tra un ambito di lotta e uno spazio di autoriproduzione. Quando questa separazione invece si riduce, la contaminazione e l’amicizia creata nella lotta permettono lo svilupparsi di tutt’altre prospettive.

E poi ci sono i sindacati impegnati più ai numeri degli iscritti che alla potenza collettiva, più alla vertenza che a preservare l’autonomia conquistata. Accordi su accordi, giochi di potere interni e una competizione infinita tra sigle ci descrivono un panorama sindacale disgregato e incapace di creare avanzamento al di fuori della rappresentanza e dell’auto celebrazione.

Detto ciò tutti i settori  si trovano a dover subire forti attacchi da parte del governo intenzionato ad eliminare ogni forma di dissenso che metta in pericolo gli interessi e gli affari del partito della nazione. Davanti a questi attacchi non c’è un movimento di studenti, operai, migranti, occupanti, sindacati o assemblee di quartiere che si mobilitano compatte, così come non c’era durante la riforma del lavoro, della scuola e delle pensioni.

Gli  errori sono normali. Nessuno ha la già la ricetta pronta a meno di non essere abbastanza umile o sincero con sé stessi. Fraintendimenti e scazzi, se si è nell’ottica di una potenza collettiva, andrebbero  risolti nelle sedi adeguate lontane dagli occhi dei nostri nemici, a costo di pigliarci a sediate e di creare rotture, per avanzare nelle possibilità rivoluzionarie che sono in gioco, non guardando alle nostre identità politiche, ai nostri calcoli e ai nostri egoismi.

Il non-movimento invece può permettersi di prescindere da necessità etiche e strategiche, non ponendosi il problema della solidarietà davanti alla repressione, perché la solidarietà si dà solo ai propri amici, anche se di mezzo ci va l’agibilità di tutti (e la vita di alcuni).

Forse allora il problema non è il movimento, ma la sua assenza. Bisogna ripartire da questo vuoto e questa assenza, rimettendosi in discussione e sciogliendosi nel movimento reale, quello che può abolire per davvero lo stato di cose presenti. Per questo è fondamentale stare in mezzo alle contraddizioni per capirle e superarle. I rivoluzionari oggi devono avere la capacità di  trovarsi nel luogo giusto al momento giusto.

Abbiamo bisogno di comunità di quartiere, di gruppi di studenti, di lavoratori combattivi, di migranti in lotta: forme collettive reali che si pongono la questione dell’auto-organizzarsi, la questione della vita a partire dalla lotta che portano avanti. Quello che non serve più sono i contenitori politici, sigle vuote ed esclusivamente rappresentative, i centri sociali che rappresentano se stessi e che al massimo soffocano le istanze politiche in dinamiche identitarie parrocchiali, i maestri di radicalismo tutti tesi a seguire le proprie pulsioni soggettive.

Dicotomia movimenti-istituzioni, forza popolare-governo.

Torniamo indietro di 5 anni,  a Milano, quando Pisapia era l’anti Moratti, la nuova speranza per la sinistra cittadina.

Quando il movimento milanese era diviso tra chi non ne voleva sapere niente della politica istituzionale e chi invece era in attesa di quella “vittoria” che mettesse fuori gioco la destra che da anni governava Milano.

Qualcuno la poteva chiamare ai tempi strategia, ma il problema è sempre la stessa modalità ambigua e confusa di confondere il patrimonio delle lotte dal basso con ciò che si decide nei piani superiori, come se Pisapia fosse stato il risultato di anni di lotte che in quel momento si stessero ponendo la questione della rappresentanza e del governo. C’è chi crede in questo percorso politico e prende ispirazione cercando ridicolamente di replicare in Italia le esperienze dei governi di sinistra dell’America Latina o di Siryza in Grecia o di Podemos in Spagna.

L’appartenenza ai residui di un’ideologia, più che la ricerca di pratiche rivoluzionarie e emancipatrici ha fatto in modo che tanti non riuscissero a vedere i limiti di questi modelli.

Abbiamo visto in America Latina, la distanza che si è venuta a creare negli anni tra la classe dirigente e la base militante, il tradimento dei governi nei confronti dei movimenti indigeni e sociali. Perché in mancanza di idee su come creare un mondo nuovo, di cosa farcene della potenza e della forza materiale autonoma accumulata nei territori, la questione del governo prende sempre il posto della rivoluzione e in Latino America a parte le esperienze collettive di riappropriazione, di autogoverno e autogestione dei territori dei vari movimenti indigeni, rurali e urbani, dai piani alti non si è mai vista nessuna proposta che mettesse in discussione il modello neo liberalista di sviluppo capitalista.

La politica dell’estrattivismo petrolifero e minerario e dello sfruttamento delle risorse naturali è ancora oggi il modello di vita che i governi progressisti propongono come alternativa al mondo vecchio. In nome dello sviluppo la “Pachamama”[1] è stata violentata e calpestata nonostante fosse il pilastro delle nuove costituzioni andine e chi ha osato sfidare i governi per difenderla è stato duramente represso e in alcuni casi accusato addirittura di terrorismo.

La stessa cosa l’abbiamo vista in Grecia dopo la vittoria di Tsipras, una dirigenza politica che addirittura butta nell’immondizia  la forza di un “No” collettivo per cedere ai poteri forti, dopo aver  pacificato e frammentato quella forza che si era creata nelle lotte, nelle piazze, nelle fabbriche, nelle università, nelle scuole e nei quartieri della Grecia con la scusa del cambiamento.

Ora qualcuno vorrà aspettare di vedere cosa combina Podemos.

Ma forse qui non si tratta di tradimento. É necessario capire effettivamente di cosa parliamo quando diciamo “sinistra”. Cominciamo a considerare come la politica nell’accezione moderna designi sostanzialmente un ambito di gestione di un sistema economico e sociale inamovibile. Il capitalismo ha da un lato le sue strutture economiche (lavoro, valore, merce, denaro) e dall’altro ciò che è necessario al suo funzionamento e ad una riproduzione dinamica (governo, diritto, esercito, polizia), che nell’accezione comune si chiama politica. L’idea di sinistra per quanto voglia attaccare il capitalismo non rompe mai questo schema. Cerca spasmodicamente una gestione “alternativa” di un sistema del quale non mette in questione le fondamenta. Non  vuole rompere con il lavoro salariato, il mondo della merce, del valore o del denaro, con il Mercato, il Partito o lo Stato,  che spaccia come “orizzonti insuperabili” (quando dovremmo ricordarci che esistono da non più di qualche secolo).

Forse il problema è qui, ogni volta che sono scoppiate delle rivolte incontrollabili in giro per il mondo, la rappresentanza ha aperto la strada alla pace sociale e ha disgregato in mille particelle quella rabbia e quella massa di persone che erano state capaci di mettere in questione un intero modo di vivere. Con il voto si smette di pensare collettivamente come si fa quando bisogna organizzare un’assemblea, uno sciopero, una barricata, un’azione e torniamo ad essere individui soli. Si elimina un tiranno e si invitano i rivoltosi a tornare a casa davanti alla tv per poi andare alle urne a votare il prossimo politico, la nuova maschera sopra il vecchio cadavere.

É la lotta a permettere ciò che prima sembrava impossibile, il buttarsi nelle contraddizioni, il lavoro di base quotidiano, quel lavoro che crea teoria, immaginario e apre delle possibilità. La potenza cresce quando smettiamo di essere spettatori del nostro destino e decidiamo di essere protagonisti. La catastrofe si trasforma in possibilità quando si trova un contatto con il mondo, quando ci accorgiamo di non essere soli e che il cambiamento può partire solo da ciò che dal basso riusciamo a costruire per rovesciare il mondo di sopra.

Quindi la domanda è ci interessa costruire dei territori in grado di organizzarsi e autogovernarsi o avere dei territori da governare? Ci interessa porci il problema di come creare forme di vita rivoluzionarie o elettori disposti a salire sul carrozzone della speranza? Vogliamo forse una Repubblica socialista, un Capitalismo verde o di Stato, un auto-sfruttamento gestito collettivamente?  O cerchiamo piuttosto un autorganizzazione delle nostre vite, uno sviluppo autonomo dei nostri mondi?

Milano tra promesse tradite e rappresentanza borghese.

Dove  sono rimaste le promesse della giunta arancione e quanto il movimento é stato rallentato da chi aveva  i piedi in due scarpe? Abbiamo visto la politica sociale dell’alternativa al PD  a Palazzo Marino. Il conto degli spazi sociali  sgomberati lo abbiamo perso, gli sfratti e gli sgomberi di famiglie sono aumentati. Nella memoria collettiva rimarrà impresso quel tentativo di sgomberare 200 famiglie in nome di Expo nel novembre del 2014 e lo vediamo oggi con il piano regionale che smantellerà definitivamente l’edilizia pubblica o con  i piani di intervento nelle periferie.

Un esempio della confusione che regna sono i piani speculativi che il governo cittadino e regionale hanno sul quartiere Giambellino.  Rappresentanti di associazioni e di progetti finanziati dalle istituzioni (e quindi ricattabili) che siedono a tavoli con rappresentanti del governo locale e prendono decisioni al posto degli abitanti del quartiere. Associazioni e personaggi con i piedi in due scarpe che arrivano a fare patti con Renzo Piano spacciandoli per riqualificazione partecipata e dal basso.

Nella storia i movimenti si sono posti sempre il problema del rapporto con le istituzioni e con i governi. Quando si picchetta davanti a una fabbrica lo si fa per ottenere degli obiettivi che a volte passano per dei tavoli di trattativa, lo stesso fanno a volte i movimenti di lotta per la casa, ma ciò ha senso se si punta sempre a mettere davanti il  rapporto di forza  e a preservare l’autonomia conquistata con la lotta. Quell’autonomia che distingue i politicanti da chi lotta per costruire mondi nuovi e non per essere riconosciuti e assorbiti dal mondo vecchio.  Come se le istituzioni a priori fossero amiche delle lotte.

Gli ultimi si devono auto-organizzare, il mondo di sotto deve tornare a fare tremare questa città e questo paese. Solo questo potrebbe cambiare i rapporti di forza attuali e porre fine alla borghesia dei ceti politici di sinistra e di movimento, ma soprattutto al modo coloniale di vedere la lotta e la rivoluzione. Il mondo vecchio non può essere riformato, la nostra sfida riguarda la secessione verso ciò che fu e la scoperta di ciò che può e deve essere. Chi non ha paura di perdere qualcosa perché non ha niente, chi non pensa a un domani perché un presente non ce l’ha,  chi il problema della violenza non se lo pone perché la violenza la subisce tutti i giorni, ecco chi fa paura alla borghesia.

Rompere con l’esistente, abitare le rotture.

I tempi che stiamo vivendo ci parlano chiaro, è finito il tempo delle mediazioni, il potere vorrebbe chiudere ogni spazio di agibilità che abbiamo conquistato. Tanto si è detto sul significato e la declinazione della parola conflitto. Si può chiamare conflitto un corteo in cui si manifesta senza scontri, una Street parade, il lanciare delle uova, l’occupare una sede. O per conflitto si può intendere lo scontro con la polizia, i picchetti davanti alle fabbriche, il gesto di occupare una casa. In realtà è poco interessante il dibattito sulla pratica più o meno rivoluzionaria, il vero nodo è se ciò che mettiamo in campo agisce in termini di rottura con l’esistente e i suoi poteri o serve a perpetuare un’auto-narrazione dentro agli stessi meccanismi di sfruttamento. Esistono fattori come il rapporto tra le forze in campo, la percezione nel e del territorio, la puntualità nel dibattito che ovviamente influiscono sulla recezione collettiva di un’azione o un gesto, sul sentirsi parte di qualcosa.

Ciò che oggi è possibile molto probabilmente prima non lo era, così come ciò che ora non è assumibile domani lo potrà essere, se sarà cresciuta l’intensità delle lotte. Perché ciò che è in questione sono quei gesti che ci fanno passare alla tappa successiva, con i quali tutti assieme superiamo paure e incrostazioni del passato.

La differenza sta negli obiettivi, nella strategia. Se lottiamo per colmare i vuoti dello Stato e non per esplicitare la vita che vorremmo la rottura non può avvenire e per quanto ci possa essere lo scontro e anche la vittoria, questa tante volte sacrifica l’autonomia e l’organizzazione che si è stati in grado di mettere in campo. I nostri nemici quando concedono qualcosa lo fanno per evitare il peggio, per fare calmare le acque in vista della prossima mossa. Le istituzioni sanno mettere in campo una strategia che mira a recuperare consensi, a dividere i buoni dai cattivi e a eliminare i processi di autorganizzazione che nascono.

Poi c’è il nodo del consenso, su cui si fa sempre appello quando si vuole nascondere la propria debolezza o vigliaccheria. Il consenso serve, i nostri gesti devono essere raggiungibili, desiderabili, la gente deve avere voglia di fare lo stesso, di venire con noi. Il problema è quale consenso ci interessa, quello della borghesia o quello dei proletari? Il consenso che ci interessa è quello delle persone con cui costruiamo o potremo costruire giorno dopo giorno un’idea diversa di gioia/felicità. Nessuno si è mai chiesto quale fosse l’opinione della gente dei quartieri dopo gli scontri del Primo Maggio milanese, tutte le valutazioni partivano dall’opinione “politica” di chi era stato colpito a livello materiale o morale, il racconto del giorno dopo rifletteva il modo di vedere e pensare della borghesia milanese preoccupata di difendere i propri privilegi o del cittadino medio legalitario e perbenista.

Allo stesso modo la discussione in  rete che è avvenuta (l’unica che c’è stata) è stata influenzata dal racconto maggioritario, di chi ha in mano il monopolio dei mezzi di comunicazione. Cosa ne pensavano gli abitanti del Giambellino, di Corvetto, di San Siro, di Quarto Oggiaro, di Cimiano, di Barona, del Ticinese o degli altri quartieri popolari, vedi occupazioni, in giro per l’Italia? Nelle discussioni a voce in periferia i termini del discorso erano meno imbarazzanti di quelli ufficiali, sia del nostro non-movimento, sia del potere.

Qualunque sia il giudizio su ciò che è successo, quando i compagni parlano come parla il potere, bisogna preoccuparsi.

Quando difendiamo uno sfratto, quando picchettiamo davanti ai cancelli di una fabbrica, quando facciamo i collettivi a scuola l’obiettivo non è semplicemente l’affermare una mancanza o una ingiustizia ma affermare una possibilità, il ricompattare un sentire e una presenza in termini collettivi e conflittuali. Fare la lotta agli sfratti senza occupare una casa, vincere una vertenza sindacale senza cambiare i rapporti di forza dentro il magazzino, chiedere la libertà di movimento dei migranti senza farsi carico dell’illegalità che comporta il rendere reale la solidarietà, limitarsi a fare appello alla scuola e all’università pubblica senza interrogarsi  sul modello di istruzione che ci interessa, sono tanti modi di mantenere e migliorare lo stato di cose presenti e non di rompere con i processi e i meccanismi di pacificazione e di riproduzione sociale che impediscono lo svilupparsi dei divenire e dei possibili rivoluzionari.

Una strategia rivoluzionaria si deve scontrare di continuo con ogni ostacolo gli si presenti davanti, per aprire nuovi possibili deve essere in grado di farla finita con gli automatismi, l’auto-rappresentanza. Deve sviluppare processi organizzativi in grado di mettere in difficoltà la contro parte, fargli paura, rendere difficile il loro lavoro di mediazione politica.

Dobbiamo tornare ad essere imprevedibili.

Bisogna però essere in grado di abitare gli spazi che si aprono con le rotture, essere in grado di riempire i vuoti che si creano, di creare proposta politica in grado di superare ciò con cui si è rotto. Se questo non avviene, le rotture vengono abitate e gli spazi chiusi dal potere che si ristruttura, che cambia forma, che rovescia a suo favore la rottura, riassorbendo tutta la potenza che non è riuscita a dispiegarsi. Uno dei problemi e degli errori più grandi di chi oggi agisce in termini conflittuali è  l’incapacità di abitare le rotture che si producono, perché il limite del conflitto vengono a gala quando non si ha la capacità di leggere i cambiamenti, di fare nascere qualcosa in grado di seppellire ciò che c’era prima. Se questo non avviene il conflitto e la rottura rimangono immortalati e chiusi in una giornata, in poche ore e non si dispiegano nel territorio, nell’immaginario collettivo. Se non si riescono ad abitare le rotture indirettamente si finisce per mantenere intatto lo stato di cose presenti. I compagni zapatisti ci suggeriscono: “Sapete? Uno degli inganni di quelli che stanno sopra è convincere quelli in basso che quello che non si ottiene rapidamente e facilmente, non si otterrà mai. Convincerci che le lotte lunghe e difficili stancano e non arrivano a niente. Truccano il calendario del basso sovrapponendo il calendario di sopra: elezioni, apparizione, riunioni, appuntamenti con la storia, date commemorative che occultano solo il dolore e la rabbia.”

Il coraggio dei migranti, una nuova lotta di classe.

Se pensiamo alla risposta che i movimenti stanno mettendo in campo davanti agli attacchi del governo il morale scende subito. L’ultima volta che si sono visti gli studenti incazzati era nel 2010 ma quella mobilitazione fu cavalcata dal “Partito di Repubblica” intenzionato a far cadere Berlusconi. É più facile ricordare l’ultimo comizio della Camuso che il conflitto operaio in piazza. Se 40 anni fa qualcuno avesse descritto la situazione attuale sarebbe stato preso per pazzo.

Le piazze sono vuote, come vuota è la politica e l’interesse generale per ciò che ci accade intorno. La televisione e gli smartphones insieme a trent’anni di contro insurrezione hanno distrutto ogni comunità e senso d’appartenenza  e prosciugato il mare in cui i movimenti nuotavano. Attraverso un uso strategico della scuola, della fabbrica e del quotidiano, il potere ha costruito, orientato e addomesticato le proprie soggettività impedendo di fatto la possibilità di prendere parte al mondo se no come soggetti disgregati, privi di relazioni sociali reali e collettive.

É da qui che partiamo e senza ritrovare affluenti in grado di impedire al fiume della rivoluzione di prosciugarsi definitivamente, saremo dei pesci fuori acqua destinati a una dura e triste sconfitta.

La parola guerra è tornata a far paura negli ultimi 15 anni. Con la scusa della guerra al terrorismo si bombardano e saccheggiano intere zone del pianeta.  Allo stesso tempo l’Italia ha visto crescere l’ingresso di persone provenienti da ogni dove negli ultimi anni.

All’inizio i padroni si leccavano i baffi, mano d’opera a basso costo e un nemico interno da esporre per nascondere malaffari, corruzione e giochi di potere.

Ora la situazione è distinta perché la guerra in Medio Oriente ha scatenato una diaspora verso l’Europa che nessun Paese è in grado di sostenere a livello economico e politico. I flussi migratori continuano ad aumentare e nonostante “gli sforzi” dell’occidente per tenere lontani i “barbari” nei prossimi mesi e anni i profughi da non-soggetti, ignorati, lasciati a morire di fame, potrebbero diventare  i protagonisti della messa in discussione del modello Europeo e occidentale.

Il profugo è un soggetto creato dal potere coloniale, quando emigra si porta dietro questo ruolo, sia nella sofferenza e sacrificio del viaggio, sia nella richiesta di accoglienza. Forse è proprio quando le condizioni materiali che lui si aspetta di trovare vengono tradite che si mette a lottare. Sicuramente su di loro giocano meno le convinzioni morali che frenano gli italiani, come la legalità, la violenza, la disciplina del lavoro. Forse sarebbero gli unici in grado di fare realmente in occidente la guerra alla guerra.

Chi scappa dalle guerre, dalla povertà e dalla fame, chi lavora in condizioni al limite dello schiavismo non ha niente da perdere e la rassegnazione è l’unica cosa che queste persone hanno dimenticato cosa sia. É per questo che i magazzini di mezza Italia scioperano sommersi da mille lingue e dalla determinazione e il coraggio di tanti operai quasi tutti stranieri. É per questo che i movimenti di lotta per la casa sono composti maggiormente da migranti. É per questo che Ventimiglia e la lotta alle frontiere fa  paura al potere, perché non si parla più soltanto di diritti, di documenti, ma di libertà di circolazione, di vita, e si lotta per tutto questo.

Una nuova guerra di classe si combatte sulla pelle dei migranti, chi non ha subito la sconfitta degli anni 70, 80 e 90, chi ha rischiato la vita lasciando affetti e sogni per cercare di costruirsi un futuro migliore è meno propenso ad abbassare la testa. Di questo magistrati, poliziotti e politici hanno paura, per questo cercano di ricattare i migranti attraverso mille procedure prima di arrivare alla regolarizzazione vera e propria. Arrivare ad essere un cittadino Italiano per un migrante vuol dire sopravvivere ad anni di sfruttamento e percorsi a ostacoli.

La cittadinanza stessa è poi posta sotto ricatto: può sempre essere revocata se viene ritenuto che la condotta mette in discussione la sicurezza dello Stato. Un recinto disposto ad inculcare la rassegnazione. Anche per questo le frontiere sono tornate. Per questo bisogna lottare al fianco dei migranti, imparando da ogni comunità, mettendo a disposizioni mezzi e saperi, contaminandosi a vicenda, distruggendo definitivamente ogni visione coloniale della lotta.

Essere presenti dove le lotte dei migranti nascono, fare inchiesta per capire e imparare dalle comunità straniere, studiare i bisogni, creare incontri, sviluppare solidarietà, intrecciare mondi e culture, contaminare e lasciarsi contaminare.

Senza sinistra alla ricerca di mondi nuovi

Non è il dibattito intorno a sterili giochi elettorali ad interessarci, bensì la riflessione ed il confronto intorno ai territori che viviamo, i percorsi che scegliamo di intraprendere, le nostre difficoltà ed invece i punti di forza.   É questo il dibattito che ci dovrebbe interessare e che va costruito partendo dal vuoto e dalle difficoltà materiali che ci troviamo ad affrontare nel presente.

Il panorama politico mondiale è sconvolto da guerre e dalla violenza del capitalismo, ma in tanti posti del mondo il problema della costruzione di infrastrutture partigiane, di forza popolare, di comunità, di autonomia, di autogoverno e di forme di vita come nel Rojava e nelle comunità zapatiste, è pratica quotidiana.  Allo stesso modo ci sono tante comunità indigene del Sudamerica che dopo il tradimento di quella sinistra che hanno portato al potere, ora ricominciano ad organizzarsi e a coordinarsi anche con i movimenti sociali metropolitani, così come le esperienze di autorganizzazione delle periferie di tante metropoli del “continente perdido”  e anche forme di comunità in Mexico che combattono quotidianamente contro il narcotraffico creando delle vere e proprie zone di autogoverno autodifese.

I nostri modelli vanno cercati nelle pratiche resistenti del ventunesimo secolo.

Il dibattito sulla forza materiale autonoma va rilanciato perché a livello strategico è qualcosa di fondamentale. La costruzione di comunità solidali non è qualcosa di scontato, è qualcosa su cui bisogna scrivere, creare momenti di discussione. A Bologna durante un anno di occupazione dell’ex Telecom decine di famiglie mettevano in comune, per risolverli insieme, problemi quotidiani che solitamente rimangono confinati alle quattro mura domestiche: come iscrivere i figli all’asilo o come ottenere la tessera sanitaria. Perché è questa la base per qualsiasi possibilità di discorso politico. Senza comunità, senza relazioni, senza un sentire comune la politica rimane ai margini, al di fuori della riproduzione della vita di chi abita in un determinato luogo. Forzare questo vuoto, le condizioni sfavorevoli, fare parte della vita che in un territorio si sviluppa, ecco il nostro compito.

Come costruiamo qui e ora una forza in grado di creare autonomia, potenza popolare e solidarietà, come diffondiamo mondi nuovi in ogni angolo delle penisola? Come teniamo lontani gli sciacalli, gli sbirri, gli speculatori, i politici facendo parte di un tessuto sociale reale e non di un ceto politico? Come ci posizioniamo dentro l’attuale scontro di classe?

Cominciamo a riflettere sulla nostra incapacità di organizzarci, saccheggiamo tutto ciò che si muove in giro per il mondo, riscoprendo la curiosità e complicità per lotte ed esperienze geograficamente lontane da noi, una curiosità che abbiamo perso negli anni.

Passo dopo passo, granello di sabbia dopo granello di sabbia, sarà un processo lento e lungo, ma bisogna cominciare perché questo è molto meglio che vivere aggrappati ai cadaveri degli Iglesias , dei Tsipras, dei Correa, dei Morales e dei Pisapia di turno e che buttare via sogni e desideri alla ricerca eterna di una “Nuova Sinistra” che meno male non tornerà mai più.

Vogliamo abolire la “politica” solo per poterla realizzare. Vogliamo abolirla come sfera separata dalla vita quotidiana. Vogliamo costruire un autonomia che afferma la sua pratica e la sua etica. Dobbiamo rinunciare ad una concezione del politico fondata sulla potenza di entità astratte e unificanti e abitare nella molteplicità concreta degli spazi e dei momenti, ridando alla politica le sue proprietà originarie: un tempo, un luogo, degli esseri, una vita che si fa e si disfa al presente.

Compagni e compagne per l’autonomia diffusa
autonomiadiffusa@inventati.org

Politica e Società

L’attualità del trotskismo

Dal sito della Lit-Quarta Internazionale Partito di Alternativa Comunista 26 Agosto 2016 dc (pubblicato anche su jadawin.info alla pagina “Trotsky”):

A 76 anni dall’assassinio di Trotsky
L’attualità del trotskismo

Trotsky a Mosca

di Alejandro Iturbe (*)

Il 21 agosto 1940, in Messico, moriva assassinato Leon Trotsky, leader con Lenin della rivoluzione russa del 1917. Il giorno precedente, Ramon Mercader, un agente di Stalin che fingeva di essere un militante trotskista, aveva scaricato sulla sua testa un colpo di picozza a tradimento. Ciò avvenne nella casa in cui Trotsky viveva, a Città del Messico, nel quartiere di Coyoacán.

Trotsky aveva ottenuto asilo politico in Messico nel 1937, otto anni dopo la sua espulsione dall’URSS e dopo che i governi di vari Paesi europei gli avevano negato ospitalità.

Al momento della sua uccisione, molti dei principali dirigenti del Partito bolscevico che con Lenin avevano guidato la Rivoluzione d’Ottobre, erano stati sterminati da Stalin a conclusione dei vergognosi “processi di Mosca”, nel corso dei quali furono condannati (incluso Trotsky, che non era presente) per crimini e tradimenti inesistenti, sulla base di mostruose falsificazioni e di “confessioni” forzate.

Culminava così il processo di burocratizzazione – rafforzatosi dopo la morte di Lenin – del primo Stato operaio, con l’ascesa al potere di una casta burocratica controrivoluzionaria, portatrice della falsa teoria del “socialismo in un solo Paese”, che nel giro di cinque decenni finirà col ripristinare il capitalismo nel primo Paese in cui era stato espropriato.

Migliaia di militanti dell’opposizione di sinistra, guidata da Trotsky in Unione Sovietica, furono perseguitati, imprigionati e uccisi. La classe lavoratrice in Cina, Germania, Spagna subì pesanti sconfitte per la responsabilità dei partiti comunisti diretti dalla Comintern (III Internazionale o Internazionale Comunista), controllata dall stalinismo. Così come la morte durante la guerra civile di gran parte dell’avanguardia operaia rivoluzionaria e la sconfitta della rivoluzione tedesca favorirono l’ascesa dello stalinismo in URSS, le nuove sconfitte a loro volta spianarono la strada a Hitler e allo scoppio della seconda guerra mondiale. I militanti trotskisti erano pochi, eppure Stalin vedeva in Trotsky il suo peggior nemico, e ucciderlo era diventata la sua ossessione.

Non era il rancore personale la ragione principale di ciò, ma la fredda logica controrivoluzionaria. Trotsky incarnava in sé l’esperienza delle tre rivoluzioni russe (1905, febbraio e ottobre 1917) e le tradizioni rivoluzionarie del Partito bolscevico. Finché Trotsky era in vita, la nuova ascesa della mobilitazione di massa causata dagli stenti della nuova guerra avrebbe trovato in lui e nella IV Internazionale, di recente fondazione, una direzione rivoluzionaria alternativa.

La sua opera più importante

Trotsky, due volte presidente del Soviet di Pietrogrado, fondatore e organizzatore dell’Armata rossa, il grande teorico e leader del partito bolscevico e della Terza Internazionale, riteneva tuttavia che la sua opera più importante era stata la fondazione della Quarta internazionale. Dopo che la politica criminale dello stalinismo aveva permesso il trionfo del nazismo in Germania, Trotsky concluse che la Comintern era definitivamente passata dalla parte della controrivoluzione.

Era essenziale fondare una nuova internazionale per continuare la lotta per la costruzione di una direzione rivoluzionaria della classe operaia. La nuova internazionale raggruppava appena alcune centinaia di quadri rivoluzionari in tutto il mondo, ma era forte per la sua guida, la sua morale e i suoi principi rivoluzionari, e per la teoria e il programma che la cementavano: la teoria della rivoluzione permanente e il programma di transizione. Così, nonostante il duro colpo dovuto alla perdita del suo principale dirigente, la Quarta internazionale sopravvisse alla morte del suo fondatore. Trotsky aveva ragione, era riuscito a salvare la continuità del marxismo rivoluzionario per le nuove generazioni.

Un programma per la crisi attuale

La burocrazia stalinista portò alla restaurazione del capitalismo nell’ex Urss e negli altri Stati operai burocratizzati. Alla fine degli anni ’80 e ai primi anni ’90 le masse popolari dell’Urss e dell’Europa orientale misero in atto grandi mobilitazioni che liquidarono i regimi stalinisti, che ormai amministravano Stati capitalisti. Queste rivoluzioni liberarono i lavoratori del mondo dagli apparati controrivoluzionari dello stalinismo. È stata una grande vittoria che ha aperto una nuova fase della lotta di classe internazionale, e nel 2007 è scoppiata la più grande crisi del capitalismo dal 1929.

La crisi si approfondisce ogni settimana e nei Paesi imperialisti i governi varano finanziarie gigantesche di miliardi di dollari per salvare le banche e le imprese più importanti. Grecia e Spagna sono già in bancarotta, l’Italia e il Portogallo ne seguono i passi e tutta l’Unione europea è scossa. La ricetta dei governi per superare la crisi è la vecchia e amara medicina capitalista: attacchi selvaggi al mondo del lavoro, ai salari, alle pensioni, ai diritti, alla sanità e all’istruzione, con un brutale incremento dello sfruttamento. Come diceva Trotsky “la borghesia prende ogni volta con la mano destra il doppio di quanto dà con la sinistra”.

Questo ha innescato una risposta da parte dei lavoratori e dei settori popolari che non si vedeva da decenni. Milioni di lavoratori hanno organizzato scioperi generali combattivi in Grecia e Spagna. Centinaia di migliaia di persone scendono in piazza in Spagna contro le politiche di austerità e forniscono un supporto di massa all’eroico sciopero dei minatori.

Ma questo è anche il momento in cui il programma della Quarta internazionale mostri tutta la sua attualità e la sua validità storica come l’unica vera uscita dalla crisi per i lavoratori. Misure come la scala mobile dei salari in base all’inflazione, la distribuzione delle ore di lavoro con la stessa paga per garantire l’occupazione, la nazionalizzazione senza indennizzo delle banche e delle grandi imprese sotto il controllo dei lavoratori, contenute nel Programma di transizione, sono indispensabili per fornire al movimento operaio e popolare un piano alternativo per i lavoratori. E sono, come sosteneva Trotsky, il ponte attraverso il quale oggi il movimento operaio con la sua mobilitazione può avanzare per conquistare un proprio governo e aprire la strada ad una soluzione socialista.

Per la ricostruzione della Quarta Internazionale

La Lega Internazionale dei Lavoratori-Quarta Internazionale, organizzazione internazionale fondata da Nahuel Moreno, ha compiuto 34 anni. È l’erede della corrente guidata da Moreno, che ha lottato per decenni all’interno della IV Internazionale contro l’abbandono dei principi rivoluzionari che ha portato alla crisi e alla dispersione del trotskismo. Dopo aver superato la grave crisi causata dalla morte del nostro principale dirigente, e l’“alluvione opportunistica” che ha travolto la sinistra negli anni ’90, la Lit-Qi ha ripreso la dura battaglia per la ricostruzione della IV Internazionale e il raggruppamento dei rivoluzionari.

Grazie all’intervento nella lotta di classe, al riarmo teorico, programmatico e politico degli ultimi anni siamo riusciti a fare dei passi avanti a livello mondiale.

Il Pstu è parte attiva delle principali mobilitazioni in Brasile ed ha un ruolo nella direzione di CSP-Conlutas, principale sindacato di base del Paese.

Corriente Roja, in Spagna, sta svolgendo un ruolo essenziale nello scontro col governo Rajoy, supportando la lotta dei minatori e lavorando al raggruppamento del sindacalismo conflittuale.

Il Mas ha una parte importante nelle lotte in Portogallo.

Il Partito di Alternativa Comunista ha un ruolo nella direzione del coordinamento No austerity, in Italia.

In Argentina, una riunificazione di organizzazioni rivoluzionarie ha portato alla fondazione del Pstu.

In Paraguay, i compagni del Pt costituiscono parte attiva della CCT.

In Colombia, il Pst guida il coordinamento delle lotte a Cartagena e Bogotà.

La Lit-Qi è cresciuta anche in nuovi Paesi in America latina, come Honduras, Costa Rica, El Salvador.

Più recentemente, abbiamo incorporato nelle nostre file la nostra prima sezione africana (Lps, Senegal) e abbiamo avviato il lavoro nel continente asiatico (attraverso la formazione del Comitato per le repubbliche socialiste dell’Asia), in India e Pachistan.

Le battaglie attuali

Quando Trotsky fondò la IV Internazionale, lo fece, come abbiamo detto, per difendere la teoria e il programma rivoluzionari di fronte alla deformazione e alla distruzione che essi subirono da parte dello stalinismo.

Una delle principali battaglie politiche affrontate dalla IV Internazionale è stata la dura lotta contro il riformismo e la collaborazione di classe con la borghesia, che lo stalinismo e la vecchia socialdemocrazia incoraggiavano in tutto il mondo. Sebbene le due tendenze abbiano giocato ruoli differenti e abbiano tenuto posizioni diverse, entrambe contribuirono a salvare il capitalismo e ad evitare il trionfo della Rivoluzione socialista nazionale ed internazionale.

Attualmente, la maggior parte delle organizzazioni socialdemocratiche (pagando il costo del sostegno incondizionato all’imperialismo) è in profonda decadenza. Lo stalinismo è entrato in una profonda crisi dopo la caduta dell’URSS, e una parte delle sue organizzazioni si è trasformata direttamente in partiti borghesi, mentre l’altra parte si è riciclata nella tendenza castro-chavista (quella che abbiamo combattuto in tutti questi anni), anch’essa duramente colpita dalla profonda crisi in Venezuela e dalla restaurazione del capitalismo a Cuba.

La realtà delle dinamiche sempre più regressive del capitalismo imperialista (intensificatesi pesantemente a partire dalla crisi apertasi nel 2007) non lascia spazio a concessioni o piccole riforme per ridurre i livelli di sfruttamento. Così, qualora dovessero arrivare al potere o pochi anni dopo, queste tendenze saranno costrette ad attuare rigidi piani di aggiustamento, che ne riveleranno il vero volto di agenti del capitalismo e dell’imperialismo.

Il chavismo in Venezuela e il Pt in Brasile avevano uno spazio di pochi anni, che ora è esaurito. Ma Alexis Tspiras e Syriza in Grecia non ne avevano, e fin dall’inizio dovevano attaccare duramente i lavoratori e le masse. Queste sono le ragioni che rafforzano la necessità dei rivoluzionari di opporsi a questi governi borghesi di sinistra, e di posizionarsi chiaramente accanto ai lavoratori e alle masse oppresse.

Un aspetto specifico della lotta in corso contro il neo-riformismo è il duro dibattito con quelle tendenze, provenienti dal movimento rivoluzionario e trotskista, che abbandonano la battaglia centrale di Trotsky e sostengono questi governi, apertamente o in silenzio, con argomentazioni secondo cui “essi riflettono l’attuale rapporto di forze e il livello di coscienza di massa”.

Questa è una falsa argomentazione che va contro la realtà, come la Grecia e il Brasile dimostrano, ad esempio. Ma anche se ciò avesse un fondamento reale, la necessità di lottare contro il riformismo, la collaborazione di classe e questo tipo di governi è una questione di principio per il trotskismo. In altre parole, questa lotta non può essere soggetta a considerazioni di circostanza. Chi ha abbandonato questi principi ha abbandonato anche le lezioni di Trotsky (sebbene, per nascondere la capitolazione, si rivendichi la figura del grande rivoluzionario).

Queste sono le battaglie che la Lit-Qi oggi affronta, e il modo concreto di sviluppare le lezioni di Trotsky. Siamo orgogliosi di rivendicare la sua eredità, e ancora una volta, facciamo nostro il suo grido di battaglia: Lavoratori di tutto il mondo, uniamoci sotto la bandiera della Quarta Internazionale, perché è la bandiera della nostra prossima vittoria!

* Dal sito della Lit-Quarta Internazionale: http://www.litci.org
(traduzione dallo spagnolo di Mauro Buccheri)