“Perché, da iraniana, ho sofferto nel vedere il velo sul palco delle sardine”

Ottimo articolo su Micromega, 19 Dicembre 2019 dc:

“Perché, da iraniana, ho sofferto nel vedere il velo sul palco delle sardine”

“Perché gran parte di voi femministe e persone di sinistra date sempre la parola solo alle donne musulmane col velo? Perché non date mai voce a tutte quelle donne che ogni giorno lottano per toglierselo il velo, in Italia e nel mondo?”. L’accorato appello di una donna iraniana che vive in Italia e che afferma: “Se volete chiamarmi islamofoba avete il mio permesso, perché io ho una vera fobia dell’islam. L’islam mi ha fatto sempre male. Sia quando vivevo in Iran, sia adesso che sono qui in Italia”.
di Atussa Tabrizi

Mi chiamo Atussa, sono una donna, sono iraniana e sono atea.

Quello che ho visto una settimana fa sul palco delle sardine a Roma mi ha fatto male, come quando in Iran sono stata arrestata dalla polizia morale perché non ero vestita adeguatamente (avevo una sciarpa sui capelli).

Non sono sicura se le sardine hanno intenzione di lottare per la laicità o vogliono solo andare contro il razzismo di persone come Meloni e Salvini, ma chiaramente non hanno nessuna idea di cosa sia la laicità dello Stato. Vanno contro croci e madonne di Salvini e Meloni con il velo e con pensieri oscurantisti.

Il velo per me, in quanto donna iraniana, è simbolo di oppressione, simbolo del male.

Non so cosa pensavano le sardine quando hanno deciso di presentare Nibras Asfa come un simbolo di laicità contro Meloni e Salvini, ma chiedo loro se non potevano dare voce a un’altra donna. Una donna – italiana o straniera – che crede nella laicità e nella libertà delle donne.

Se voi, sardine, come la maggior parte delle persone di sinistra e delle femministe italiane, pensate davvero che sostenere una donna col velo significa sostenere la sua libertà, state sbagliando.

È vero che ci sono persone come Meloni e Salvini che non vedono bene le donne con il velo, ed è vero che le donne con il velo vengono disturbate per strada nei Paesi occidentali, ma non dobbiamo e non dovete dimenticare che nei Paesi musulmani le donne che decidono di mettere il velo sono la minoranza, se non proprio inesistenti.

La maggioranza delle donne sono obbligate a metterlo, e non appena ne hanno l’occasione se lo tolgono.

Guardate il mio Paese per esempio, guardate come le donne tolgono il velo sapendo che saranno arrestate e condannate al carcere o anche peggio.

Guardate le donne in Arabia Saudita che con quella piccola, finta libertà che hanno ottenuto ultimamente la prima cosa che fanno è togliere il velo.

Guardate le donne come Ayan Hirsi Ali. Perché la maggior parte di voi femministe e di sinistra non parla mai di queste donne ma invece sempre, dico SEMPRE, delle donne musulmane col velo. Perché non date mai voce a una donna di origine straniera contro il velo e contro l’islam? Perché non sostenete mai queste persone?

Sicuramente andare contro il cristianesimo di Salvini e Meloni scegliendo l’islam è la scelta più sbagliata. Non si può lottare per la laicità presentando una donna musulmana, come non si può farlo con una suora cristiana. Se volete andare avanti a lottare contro i pensieri oscurantisti di Salvini e Meloni, l’islam non è la scelta giusta.

donne musulmane che credono nella laicità e vogliono cambiare qualcosa per le donne dovrebbero sostenere le donne che lottano per la libertà in Paesi come Arabia Saudita, Iran, Indonesia.

E invece spesso le donne che non mettono il velo sono considerate contro l’islam, blasfeme, non modeste e addirittura prostitute. E chi critica l’islam è considerato islamofobo e razzista.

La parola islamofobia è stata inventata dai musulmani con il supporto di una grande parte delle persone di sinistra per collegare subito qualsiasi tipo di critica contro l’islam al razzismo.

Mentre, come sappiamo, essere musulmano non è una caratteristica di un gruppo di persone legata a una “razza”.

Se volete chiamarmi islamofoba avete il mio permesso, perché io veramente ho una fobia dell’islam, perché l’islam mi ha fatto sempre male. Sia quando vivevo in Iran, sia adesso che sono qui in Italia.

Peggio di tutto questo è presentare tutte le donne immigrate come donne simili a Nibras Asfa, mentre anche qui in Italia tante donne immigrate soffrono e lottano per la loro libertà fuori dalla gabbia dell’islam e del velo.

Mie care sardine, se volete fare i veri rivoluzionari, se volete cambiare qualcosa, non dovete dare precedenza alle donne col velo, ma esattamente al contrario dovete dare spazio alle donne che lottano per i loro diritti, nei Paesi in cui anche lottare per un proprio diritto è punibile, e dovete imparare da loro come si lotta contro qualsiasi tipo di oscurantismo.

Voglio concludere ripetendo quello che ho detto all’inizio: mi chiamo Atussa, sono orgogliosamente una donna, sono iraniana, sono atea e sono orgogliosamente contro l’islam e il velo.

 

Perché non possiamo non dirci anticlericali

Da Micromega

Perché non possiamo non dirci anticlericali

 

di Carlo Troilo

Anche quest’anno l’anniversario del Concordato – pur essendo particolarmente importante perché è il novantesimo – rischiava di passare pressoché inosservato e di ridursi a qualche notizia di cronaca sulla patetica cerimonia che ogni anno vede i vertici delle istituzioni italiane nazionali (presidenti dei due rami del Parlamento, capo del governo e ministri a vario titolo competenti) e locali (presidente della Regione Lazio e sindaco di Roma) recarsi alla ambasciata italiana presso la Santa Sede per incontrare le più alte gerarchie del Vaticano e “festeggiare” quel Concordato clerico-fascista che ha ridotto la laicità dello Stato ed ha regalato alla Chiesa privilegi economici scandalosi: il prezzo pagato dal Duce per ottenere la legittimazione della sua dittatura da parte di un Vaticano che aveva “rimosso”, fra le altre vergogne del fascismo, anche l’uccisione di un coraggioso prete antifascista, don Giovanni Minzoni, massacrato a bastonate dai sicari di Italo Balbo il 23 agosto del 1923.
Un Concordato che andrebbe abrogato o quanto meno profondamente modificato, come in parte era avvenuto con la revisione Craxi-Casaroli del 1984: una buona revisione subito neutralizzata perché lo stesso governo Craxi – ed ancor più i governi successivi – hanno di fatto annullato, con una serie di leggi pro-Vaticano, i progressi fatti con quell’accordo.

Per questo, mi sono fatto promotore di un “appello” – firmato fino ad oggi (prima ancora di essere reso pubblico) da 200 esponenti della cultura o militanti per i diritti civili – in cui si chiedono tre cose:

– Abolizione dell’ora di religione.

– Revisione degli attuali criteri per la ripartizione della quota (circa il 50 %) dell’8 per mille “non destinato”, che privilegiano nettamente la Chiesa Cattolica.

– Revisione delle norme relative all’IMU sui beni immobili della Chiesa e azione determinata per dare attuazione alla recente sentenza della Corte Europea, recuperando nella misura del possibile l’ICI non pagata in passato (4-5 miliardi di euro).

“Tre provvedimenti ‘facili’ – conclude l’appello – in attesa di trovare le soluzioni giuridiche e le condizioni politiche per rimettere profondamente in discussione il Concordato, così da ridurre l’ingerenza del Vaticano nella politica italiana, volta ad impedire la conquista di nuovi diritti civili”.

Nei numerosi colloqui che ho avuto con amici e conoscenti per indurli a firmare l’appello ho ricevuto spesso due raccomandazioni, che qui riassumo.

La prima è quella di non attaccare “i cattolici” ma solo le gerarchie vaticane. E su questa sono d’accordo, ed anzi mi pento di non avere inserito nell’appello un accenno al ruolo positivo svolto da tante associazioni cattoliche operanti nel sociale. Cercherò di rimediare nel corso delle iniziative che seguiranno alla pubblicazione dell’appello.

La seconda è quella di evitare di apparire anticlericale. Su questa non sono d’accordo, e provo a spiegare perché. Lo faccio anche come dirigente della “Associazione Luca Coscioni per la libertà della ricerca scientifica” che si batte, oltre che per la ricerca, per i diritti civili, in particolare sul tema delle scelte di fine vita. Su entrambi questi terreni, infatti, il nemico da battere è rappresentato innanzitutto dalle alte gerarchie ecclesiastiche, che sulla libertà della ricerca, e più in generale del pensiero, si sono espresse da secoli con i tribunali ed i roghi (Galileo Galilei e Giordano Bruno sono i casi più clamorosi). E continuano incessantemente nella loro azione oscurantista, come dimostrano fra l’altro le battaglie su cellule staminali embrionali, utilizzo di embrioni, riproduzione in vitro e contraccezione.

Il Vaticano è stato da sempre il nemico da battere per consentire la conquista di nuovi diritti civili e poi – una volta conquistati – per assicurare la concreta possibilità di fruire di quei diritti (la vicenda degli obiettori di coscienza è il caso più vistoso di “sabotaggio” di una legge dello Stato da parte del Vaticano e delle sue potenti strutture ospedaliere).

Lo sa bene un ottantenne come me, che è stato impegnato da giovane nelle campagne per il divorzio e per l’aborto e, in anni più recenti, in quella per il Testamento Biologico e per la legalizzazione della eutanasia.

Voglio ricordare in particolare la durissima battaglia portata avanti dal Cardinale Ruini – per venti anni onnipotente presidente della CEI – con una entrata a gamba tesa nella politica italiana per far mancare il quorum nel referendum per l’abolizione della legge 40 sulla Procreazione Medicalmente Assistita (PMA), che aveva introdotto una serie di divieti inumani, al punto di configurarsi come una legge contro la PMA. Ma lo stesso scontro si è verificato per le unioni civili, che l’Italia ha riconosciuto venti anni dopo i PACS francesi.

A queste mie osservazioni la risposta più frequente è l’invito a considerare la grande apertura di Papa Bergoglio ed il suo impegno umanitario.

Purtroppo, non condivido affatto il diffuso entusiasmo per il Papa argentino, anche senza considerare i dubbi espressi da alcuni giornalisti del suo paese sulla sua convivenza con la spietata dittatura del generale Videla.

Papa Francesco, a mio avviso, è abile come tutti i gesuiti nel dire e nel non fare. Tre esempi per dare concretezza a questa mia valutazione.

Lo sfarzo del Vaticano. Per alcune sue scelte iniziali Francesco fu subito definito “il Papa della austerità” da una stampa sempre benigna – e spesso servile – con il Vaticano. Ma dinanzi ad uno scandalo come quello dell’attico del cardinale Bertone – ristrutturato a caro prezzo anche con soldi destinati ai piccoli malati del Bambin Gesù – non risulta che il Papa sia intervenuto (almeno pubblicamente). Né ci sono altri segnali di un minore sfarzo fra le alte sfere ecclesiastiche. Mi colpiscono ogni volta le vetrine dei due negozi di abbigliamento per alti prelati nei pressi del Pantheon: haute couture per i seguaci di Cristo in una Italia con cinque milioni di poveri.

La pedofilia nella Chiesa. Prima di Francesco, non ricordo alcun Papa così spietatamente determinato – sempre a parole – nel combattere la pedofilia nella Chiesa e soprattutto gli alti prelati accusati di aver protetto i preti pedofili alle loro dipendenze. In questo caso il contrasto fra il dire e il fare è stato davvero clamoroso e particolarmente vergognosa la scarsissima attenzione della stampa italiana. La vicenda più clamorosa è quella del Cardinale australiano George Pell. Bergoglio lo volle a capo del neonato Dicastero economico, che aveva l’obiettivo di mettere in ordine conti, bilanci e finanze della Città del Vaticano. E la nomina avvenne benché fossero già note le accuse che la Magistratura australiana muoveva a Pell, chiedendone invano l’estradizione. Un tira e molla durato anni, finché Pell non ha più potuto evitare di rientrare in patria per affrontare il processo e le nuove accuse di due suoi connazionali che affermano di essere stati abusati dallo stesso Pell: con successiva condanna del Cardinale (nel dicembre scorso) che diverrà definitiva dopo una nuova fase processuale in primavera. Non è stata invece una scelta di Bergoglio ma di Giovanni Paolo II e dell’allora segretario di Stato Angelo Sodano quella di aiutare il Cardinale di Boston Bernard Law chiamandolo in Vaticano e nominandolo Arciprete alla Basilica di Santa Maria Maggiore. Law è stato reso tristemente famoso dal film “Spotlight” e si è sottratto grazie al suo ruolo in Vaticano alla giusta condanna che lo attendeva negli Stati Uniti. Quando è morto, pochi giorni prima dello scorso Natale, il Vaticano ha deciso di dedicargli solenni funerali in san Pietro e Papa Bergoglio ha scelto – a mio avviso del tutto inopportunamente – di parteciparvi.

Il dramma dei migranti. A Papa Bergoglio vanno riconosciute molte e decise prese di posizione a favore della accoglienza dei migranti. Prese di posizione che sembrarono destinate a tradursi in fatti concreti nel settembre del 2015 quando il Papa, in un solenne discorso, invitò tutte le parrocchie italiane ad ospitare almeno una famiglia di migranti. Poiché le parrocchie in Italia sono 25mila, avrebbero trovato ospitalità circa 100mila migranti. In pratica, il problema della loro accoglienza sarebbe stato risolto per anni. Purtroppo, secondo recenti inchieste giornalistiche, quasi nessuna parrocchia ha accolto migranti. Né risulta che il Papa sia tornato con forza sull’argomento, non fosse che per riaffermare la sua autorità. Per non dire che nella vicenda della nave Diciotti – dopo l’inumano comportamento del nostro ministro degli Interni – i 10 migranti (sottolineo: dieci) “assegnati” all’Italia sono stati ospitati non dalla Chiesa Cattolica ma da quella Valdese.

Una notazione finale: è noto che in Italia i ginecologi che praticano l’aborto sono circa il 20%, mentre tutti gli altri sono obiettori di coscienza: alcuni per convinzione, altri per convenienza (è più piacevole dedicarsi ai parti che agli aborti), altri ancora (i tanti che lavorano nelle strutture ospedaliere cattoliche) per ovvia necessità.

Sono dunque dei medici che fanno la scelta più difficile e dolorosa. Ma lo fanno, oltre che per personale convinzione, per obbedire ad una legge dello Stato, che dopo 40 anni è riconosciuta come una delle migliori al mondo e che ha ridotto di molto il numero degli aborti che si verificavano quando abortire era reato. Ebbene, Bergoglio non ha esitato a definirli “sicari”. E ancora una volta il silenzio – o le rare e flebili proteste – hanno dimostrato come il Vaticano ed i Papi siano praticamente intoccabili. Ho detto “i Papi”, ma aggiungo “e i Cardinali”, ricordando solo una delle scelte a mio giudizio vergognose di uno di loro, il Cardinale Ruini, che negò a Piergiorgio Welby i funerali religiosi, benché li chiedessero la moglie Mina, la madre e la sorella di Welby, tutte credenti e praticanti. Una pagina di crudeltà che appare ancor più ingiustificabile e feroce se si pensa che pochi giorni prima della morte di Welby nella Cattedrale di Santiago del Cile erano stati celebrati – presenti diversi Cardinali – i solenni funerali di Augusto Pinochet, uno dei peggiori boia del secolo scorso.

Per tutte queste ragioni sono e mi dichiaro anticlericale. E ricordo il mio nonno paterno – medico condotto in un paesino delle montagne abruzzesi, vecchio liberale mangiapreti – che trascorreva qualche ora degli interminabili inverni componendo filastrocche conto i preti. Una la ricordo ancora:

Sono preti e tanto basta

Sono tutti di una pasta

E guardarsene bisogna

Come fossero la rogna.

Ma per rifarmi ad una fonte più autorevole, provo a parafrasare il titolo di un famoso libro di Benedetto Croce: “Perché non posso non dirmi anticlericale”.

(28 gennaio 2019)

Avanzi di fedeltà

In e-mail il 20 Dicembre 2018 dc da Democrazia Atea:

Avanzi di fedeltà

Il ministro della paura e della insicurezza pronuncia un discorso alla scuola di formazione politica della Lega, ad uso e consumo dell’imbecillità:

“Io penso che una vita vissuta senza credere che alla fine dei nostri giorni ci sia qualcosa è una vita a cui manca qualcosa. E lo dico da ultimo dei credenti, perché mi piacerebbe credere di più. Ma quando c’è qualcuno che pensa che [in una scuola] Dio e Gesù siano fuori posto, che pensa che ‘Tu scendi dalla stelle’ debba uscire dalle classi, questo non è un insegnante, è una persona che va curata, che deve cambiare mestiere.”

Un simile discorso solletica l’identità religiosa a scapito della coscienza critica che invece si nutre del dubbio e della ricerca di contenuti.

La tirannide non passa attraverso la militarizzazione, basta fomentare la discriminazione su base religiosa e la popolazione si trasforma in un esercito pronto a delinquere in nome del capo.

In prima fila, a oltraggiare il cadavere di Mussolini, c’erano i fascisti milanesi.

La storia non insegna e si ripete.

I primi ad abbandonarlo saranno coloro che oggi lo sostengono.

Non tutti, qualche tifoso gli resterà comunque fedele.

Carla Corsetti
Segretario nazionale di Democrazia Atea
Componente del coordinamento nazionale di Potere al Popolo

Atto di terrorismo religioso in una scuola pubblica

In e-mail da Democrazia Atea il 15 Dicembre 2018 dc:

Atto di terrorismo religioso in una scuola pubblica

Al Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca

Al Direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Puglia

Al Direttore dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Bari

Al Dirigente scolastico del Polo Liceale Galileo Galilei di Monopoli

All’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza

Apprendiamo dalle cronache giornalistiche che, nel corso dell’ora di religione, è stato consentito ad una associazione fondamentalista cattolica di proiettare immagini che riproducevano interruzioni di gravidanza.

Se per terrorismo secolare si intende il compimento di azioni violente messe in atto per modificare la società, per terrorismo religioso si intende invece il compimento di atti quali strumenti di identificazione e appartenenza ad una organizzazione per affermarsi politicamente, e in questo caso la violenza diventa un dovere religioso.

La visione di immagini volte a criminalizzare un diritto come l’aborto è di sicuro un  terrorismo di matrice religiosa.

Sia ben chiaro che non si parla di violenza fisica ma psicologica che si manifesta con parole e atti tesi a opprimere e a orientare la volontà di altre persone, nel caso di specie, dei minori.

Le immagini proiettate hanno determinato di sicuro un impatto psichico volto a negare alla interruzione di gravidanza, nella percezione dei minori, la qualificazione che sia un diritto delle donne, così come riconosciuto nelle convenzioni internazionali europee e nelle legislazioni dei Paesi più progrediti.

Sappiamo che l’aborto non è riconosciuto come diritto nei Paesi africani e nei Paesi asiatici, ed è evidente che il modello legislativo delle associazioni come quella protagonista di questa squallida vicenda sia quello africano o asiatico, ma si dà il caso che il modello legislativo italiano si sia smarcato da oltre quarant’anni dalle prospettive anacronistiche di questi personaggi.

Orbene, è innegabile che l’associazione che ha messo in atto un simile scempio, con la complicità dell’insegnante di religione, attraverso questa barbara intrusione abbia usato la scuola non con finalità divulgativa, ma con la scientifica determinazione di strumentalizzare l’istituzione scolastica per finalità connesse al fondamentalismo religioso, al pari di qualsiasi scuola coranica o indù.

Poiché il fondamentalismo cattolico non è contemplato nelle scuole laiche della Repubblica italiana, e poiché le vittime sono state degli studenti minorenni, si chiede che sia avviata una indagine volta ad individuare premesse e risvolti di questa vicenda, ma soprattutto a disporre quanto necessario affinché in nessuna scuola italiana possano ripetersi simili violenze psichiche a danno delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi.

Carla Corsetti

Segretario nazionale di Democrazia Atea

Il problema degli omofobi è il senso della vita

Da Hic Rhodus 19 Ottobre 2018 dc:

Il problema degli omofobi è il senso della vita

di Claudio Bezzi

Abbiamo scritto e riscritto, su Hic Rhodus, a sostegno delle più ampie libertà personali anche nella sfera sessuale, a difesa di LGBT (inclusa la possibilità per coppie omosessuali di avere figli), sulla fecondazione assistita e, insomma, chi ci segue sa che siamo, su questo punto almeno, iperlibertari. Poiché non possiamo annoiare i lettori fino all’esasperazione su pochi temi e circoscritti, sia pure importanti, abbiamo ultimamente trascurato l’argomento a favore di altri, ma il manifesto dei provita ci consente di ritornare su una certa attualità. 1539690199-campagna-provita-facebookVorrei però trattare il tema sotto un profilo diverso. In precedenti post ho a sufficienza perorato la causa, per esempio, degli e delle omosessuali sotto un profilo politico; sostenendo che si tratta di diritti non già a una categoria (gli omosessuali) ma a delle persone. Trattando laicamente il tema è chiaro che tutte le minoranze religiose, etniche, sessuali, culturali, linguistiche eccetera, saranno sempre discriminate fintanto che le si tratta come tali, come “minoranze” con bisogni specifici. Se invece le immaginiamo come persone, ecco che i problemi assumono un volto diverso: in quanto persone, cittadini, hanno semplicemente tutti gli stessi diritti: di voto, di parola, di lavoro, di viaggio, di avere figli, di avere casa e, insomma, di provare a cercare la felicità nel modo più consono.

L’argomento sarebbe già chiaramente finito così se non fosse per un maledetto (oops, forse non era la parola da usare…) particolare: i fanatici provita, omofobi e compagnia danzante non sono laici ma – generalmente – cattolici. I cattolici pongono, avanti a tutto, il loro a-priori trascendente: Dio non vuole. Dio vuole l’amore fra uomo e donna al fine di popolare il mondo, il sesso serve per procreare se no è peccato e via tutta la dottrina già discussa in post di qualche anno fa. All’epoca eravamo rimasti con la domanda retorica: perché diavolo (oops, giuro che m’è scappata) non fanno quel che pare a loro (eterosessualmente, mettendo al mondo figli come conigli…) senza rompere l’anima (!) a chi vuole fare diversamente? Schermata 2018-10-17 alle 19.27.43Questa domanda oziosa circola anche sui social; per esempio su Facebook, proprio ora, è comparso questo vecchio cartello che dice pressapoco di amarci come siamo, facendo ciascuno ciò che meglio crede. Questa saggia posizione, molto laica, del consentire a tutti di vivere la vita da cattolici se si è cattolici, da vegani se si è vegani, da laici o da omosessuali se si è l’una o l’altra cosa, non funziona. E il guaio, il guaio vero, è che l’Italia non ha alcuna tradizione realmente liberale, e i cattolici riescono a usare gli strumenti della democrazia contro la maggioranza laica, e impedire la promulgazione di leggi libertarie.

Quindi: perché accade questo? Cosa importa al cattolico omofobo se io vado a letto con un uomo o con una donna, se offro il mio amore di coppia omosessuale a un bimbo o no? Questa offesa a Dio, che non compiono loro ma altre persone, estranee, perché dovrebbe riguardarli? Perché dovrebbe agitarli così tanto da investire energie, tempo, denaro, sforzi politici, mobilitazioni di massa, ingerenze ecclesiastiche, per impedire a me di fare ciò che loro sono liberissimi di non fare? Perché?

Perché lo vuole Dio? Ma io sarò già punito dal loro Dio…

Perché Dio vuole che loro agiscano contro di me? È così poco evangelico…

Forse è perché Dio ha un essenziale ruolo sociale: quello di esaltare il significato della vita umana. Dio, nel suo potere infinito, ha fatto Noi; si interessa a noi, vuole il nostro bene. Ci ha fatti a Sua immagine e somiglianza! Siamo veramente esseri straordinari per meritare questa ossessiva attenzione della divinità! La presenza di Dio è il segno della disperazione umana; la barriera all’assoluto annientatore. Cosa facciamo, noi miserabili e fragili animaletti spaventati, in questo enorme mondo minaccioso? Qual è il nostro scopo? E soprattutto, la domanda chiave: siamo sicuri che abbiamo uno scopo? La risposta è ovviamente “Sì” se credete in Dio. Lo scopo è Dio. L’uomo ha inventato Dio per trovare una ragione a se stesso, per dare un senso alla vita, per porre un argine all’assoluto vuoto cosmico della nostra effimera esistenza.

Ecco allora che i peccatori, certi tipi di peccatori, negando sfacciatamente Dio (la vita dei bambini, la maternità, ovvero la radice profonda dell’angoscia delle ragioni per le quali vivere) indicano scandalosamente che forse, forse, quantomeno per alcuni, non c’è questa ragione per vivere, se non nel vivere stesso. È questo scandalo che priva l’uomo del suo Dio, e quindi del senso alla sua vita, gettandolo nell’angoscia.

Il fanatico religioso vede vacillare se stesso, nella negazione di Dio, e non può permetterselo. Ecco la violenza di tante religioni sugli atei, sui dubbiosi, sugli umanisti, liberi pensatori, libertari… Gli omosessuali gridano non tanto la loro disubbidienza a Dio, ma la sua inutilità per trovare – come persone – una ragione di vita, uno scopo, ovvero l’accettazione che la vita, di scopi, non ne ha proprio.

E quindi creano una prigione di costrutti, una gabbia di regole, un sistema di precetti. Per compiacere quel Dio che dà senso alla vita si mangiano oppure no determinati cibi, si mutila oppure no qualche pezzo di corpo, si ritualizzano comportamenti fideistici che perdono qualunque significato mistico e resistono come rituale, come superstizione. E, soprattutto, si impedisce (o si cerca di impedire) agli altri di esprimere quella libertà laica che loro non posseggono.

Luride zampe

In e-mail da Democrazia Atea il 12 Agosto 2018 dc:

Luride zampe

Ancora una volta la Chiesa Cattolica argentina mette le sue luride zampe sull’autodeterminazione delle donne.

Non abbiamo dimenticato le responsabilità della Chiesa Cattolica argentina all’epoca della dittatura di Videla, quando i prelati di Buenos Aires non si limitavano ad andare a braccetto con la giunta sanguinaria ma erano pronti ad assolvere dalle loro responsabilità i militari della Marina che gettavano in mare dagli aerei giovani civili innocenti, dopo averli torturati.

Né abbiamo dimenticato che i prelati argentini sono stati accusati di aver presenziato compiacenti alle torture dell’ESMA, e che la diocesi, di cui faceva parte anche il caro Bergoglio, non ha mai pronunciato parole di condanna contro la dittatura, ma è sempre stata in prima fila a pronunciare parole di condanna contro le donne che abortivano.

Non abbiamo dimenticato che il metodo di gettare in mare i giovani torturati, legati ad una pietra, è stato rivendicato dallo stesso vescovo di Buenos Aires che ha auspicato di applicarlo al Ministro della Salute il quale aveva manifestato una apertura verso la doverosa legalizzazione dell’aborto.

Dunque questi soggetti che hanno approvato torture ed esecuzioni, che hanno spalleggiato compiacenti la dittatura, sono gli stessi che si oppongono all’aborto.

Questi soggetti hanno determinato una ennesima frattura nella società influenzando la decisione del Senato argentino che ha respinto la legge sulla legalizzazione della interruzione volontaria di gravidanza.

A credere che il concepito abbia “diritti” e che sia già “vita” sono rimaste due categorie di persone: la casta dei pedofili clericali e gli imbecilli.

Carla Corsetti Segretario nazionale di Democrazia Atea e membro del coordinamento nazionale di Potere al Popolo

Perle di sterco

In e-mail da Democrazia Atea il 10 Giugno 2018 dc:

Perle di sterco

“Ognuno può credere nel dio che vuole non è un problema di confessione religiosa, basta che quel dio parli al tuo cuore e alla tua anima e non mi imponga un modo di vivere incompatibile con i nostri diritti e le nostre libertà perché se per quel dio la donna vale meno dell’uomo non è il mio dio”.

Queste le parole pronunciate da Salvini durante un comizio.

Nelle sue intenzioni c’era ovviamente un attacco alla religione islamica ma, come gli è capitato in altre circostanze, senza esserne minimamente consapevole, pensa di poter richiamare il Principio di Laicità, che nemmeno conosce, solo per usarlo contro un’altra religione.

Non sa che nella sua religione cattolica la donna deve essere sottomessa all’uomo.

Non sa che nei testi sui quali giura ci sono parole infamanti e criminali contro le donne.

Non sa che i cosiddetti Padri della Chiesa negano alla donna ogni autonomia decisionale.

Non sa che la religione cattolica che professa si è organizzata affidando ad una gerarchia di soli maschi ogni rappresentanza e “mediazione trascendente” e che le donne sono escluse dalle cariche religiose.

Finge di non sapere che la religione che lui professa vorrebbe negare tutte le libertà della donna, dall’aborto alla sessualità consapevole, dal matrimonio alla genitorialità tra persone dello stesso sesso, cercando di imporre “un modo di vivere incompatibile con i nostri diritti e le nostre libertà”.

Salvini poi ha detto che ad alcune femministe, quelle che non incontrano i suoi gusti, il burqa starebbe anche bene, perché secondo lui, quando l’aspetto esteriore di una donna non incontra il compiacimento del maschio, la donna dovrebbe coprirsi.

Ciò che è grave, però, è che la pessima uscita di Salvini ha trovato un pubblico compiacente, perché è stata accompagnata dalle risate idiote delle donne che erano con lui sul palco, e dagli applausi di quelle sotto il palco.

I sistemi prostitutivi di Arcore avevano veicolato nella società una idea estesa di mercificazione della donna, tanto degradante quanto disumana.

Oggi quella mentalità si declina nel disprezzo per quelle donne che, per il loro aspetto, non incontrano i gusti sessuali del Ministro dell’interno.

Dobbiamo ringraziare il M5S se ha consentito che si istituzionalizzassero queste perle di sterco.

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