Ateoagnosticismo, Laicità e Laicismo, Politica e Società, Sessualità

Il problema degli omofobi è il senso della vita

Da Hic Rhodus 19 Ottobre 2018 dc:

Il problema degli omofobi è il senso della vita

di Claudio Bezzi

Abbiamo scritto e riscritto, su Hic Rhodus, a sostegno delle più ampie libertà personali anche nella sfera sessuale, a difesa di LGBT (inclusa la possibilità per coppie omosessuali di avere figli), sulla fecondazione assistita e, insomma, chi ci segue sa che siamo, su questo punto almeno, iperlibertari. Poiché non possiamo annoiare i lettori fino all’esasperazione su pochi temi e circoscritti, sia pure importanti, abbiamo ultimamente trascurato l’argomento a favore di altri, ma il manifesto dei provita ci consente di ritornare su una certa attualità. 1539690199-campagna-provita-facebookVorrei però trattare il tema sotto un profilo diverso. In precedenti post ho a sufficienza perorato la causa, per esempio, degli e delle omosessuali sotto un profilo politico; sostenendo che si tratta di diritti non già a una categoria (gli omosessuali) ma a delle persone. Trattando laicamente il tema è chiaro che tutte le minoranze religiose, etniche, sessuali, culturali, linguistiche eccetera, saranno sempre discriminate fintanto che le si tratta come tali, come “minoranze” con bisogni specifici. Se invece le immaginiamo come persone, ecco che i problemi assumono un volto diverso: in quanto persone, cittadini, hanno semplicemente tutti gli stessi diritti: di voto, di parola, di lavoro, di viaggio, di avere figli, di avere casa e, insomma, di provare a cercare la felicità nel modo più consono.

L’argomento sarebbe già chiaramente finito così se non fosse per un maledetto (oops, forse non era la parola da usare…) particolare: i fanatici provita, omofobi e compagnia danzante non sono laici ma – generalmente – cattolici. I cattolici pongono, avanti a tutto, il loro a-priori trascendente: Dio non vuole. Dio vuole l’amore fra uomo e donna al fine di popolare il mondo, il sesso serve per procreare se no è peccato e via tutta la dottrina già discussa in post di qualche anno fa. All’epoca eravamo rimasti con la domanda retorica: perché diavolo (oops, giuro che m’è scappata) non fanno quel che pare a loro (eterosessualmente, mettendo al mondo figli come conigli…) senza rompere l’anima (!) a chi vuole fare diversamente? Schermata 2018-10-17 alle 19.27.43Questa domanda oziosa circola anche sui social; per esempio su Facebook, proprio ora, è comparso questo vecchio cartello che dice pressapoco di amarci come siamo, facendo ciascuno ciò che meglio crede. Questa saggia posizione, molto laica, del consentire a tutti di vivere la vita da cattolici se si è cattolici, da vegani se si è vegani, da laici o da omosessuali se si è l’una o l’altra cosa, non funziona. E il guaio, il guaio vero, è che l’Italia non ha alcuna tradizione realmente liberale, e i cattolici riescono a usare gli strumenti della democrazia contro la maggioranza laica, e impedire la promulgazione di leggi libertarie.

Quindi: perché accade questo? Cosa importa al cattolico omofobo se io vado a letto con un uomo o con una donna, se offro il mio amore di coppia omosessuale a un bimbo o no? Questa offesa a Dio, che non compiono loro ma altre persone, estranee, perché dovrebbe riguardarli? Perché dovrebbe agitarli così tanto da investire energie, tempo, denaro, sforzi politici, mobilitazioni di massa, ingerenze ecclesiastiche, per impedire a me di fare ciò che loro sono liberissimi di non fare? Perché?

Perché lo vuole Dio? Ma io sarò già punito dal loro Dio…

Perché Dio vuole che loro agiscano contro di me? È così poco evangelico…

Forse è perché Dio ha un essenziale ruolo sociale: quello di esaltare il significato della vita umana. Dio, nel suo potere infinito, ha fatto Noi; si interessa a noi, vuole il nostro bene. Ci ha fatti a Sua immagine e somiglianza! Siamo veramente esseri straordinari per meritare questa ossessiva attenzione della divinità! La presenza di Dio è il segno della disperazione umana; la barriera all’assoluto annientatore. Cosa facciamo, noi miserabili e fragili animaletti spaventati, in questo enorme mondo minaccioso? Qual è il nostro scopo? E soprattutto, la domanda chiave: siamo sicuri che abbiamo uno scopo? La risposta è ovviamente “Sì” se credete in Dio. Lo scopo è Dio. L’uomo ha inventato Dio per trovare una ragione a se stesso, per dare un senso alla vita, per porre un argine all’assoluto vuoto cosmico della nostra effimera esistenza.

Ecco allora che i peccatori, certi tipi di peccatori, negando sfacciatamente Dio (la vita dei bambini, la maternità, ovvero la radice profonda dell’angoscia delle ragioni per le quali vivere) indicano scandalosamente che forse, forse, quantomeno per alcuni, non c’è questa ragione per vivere, se non nel vivere stesso. È questo scandalo che priva l’uomo del suo Dio, e quindi del senso alla sua vita, gettandolo nell’angoscia.

Il fanatico religioso vede vacillare se stesso, nella negazione di Dio, e non può permetterselo. Ecco la violenza di tante religioni sugli atei, sui dubbiosi, sugli umanisti, liberi pensatori, libertari… Gli omosessuali gridano non tanto la loro disubbidienza a Dio, ma la sua inutilità per trovare – come persone – una ragione di vita, uno scopo, ovvero l’accettazione che la vita, di scopi, non ne ha proprio.

E quindi creano una prigione di costrutti, una gabbia di regole, un sistema di precetti. Per compiacere quel Dio che dà senso alla vita si mangiano oppure no determinati cibi, si mutila oppure no qualche pezzo di corpo, si ritualizzano comportamenti fideistici che perdono qualunque significato mistico e resistono come rituale, come superstizione. E, soprattutto, si impedisce (o si cerca di impedire) agli altri di esprimere quella libertà laica che loro non posseggono.

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Luride zampe

In e-mail da Democrazia Atea il 12 Agosto 2018 dc:

Luride zampe

Ancora una volta la Chiesa Cattolica argentina mette le sue luride zampe sull’autodeterminazione delle donne.

Non abbiamo dimenticato le responsabilità della Chiesa Cattolica argentina all’epoca della dittatura di Videla, quando i prelati di Buenos Aires non si limitavano ad andare a braccetto con la giunta sanguinaria ma erano pronti ad assolvere dalle loro responsabilità i militari della Marina che gettavano in mare dagli aerei giovani civili innocenti, dopo averli torturati.

Né abbiamo dimenticato che i prelati argentini sono stati accusati di aver presenziato compiacenti alle torture dell’ESMA, e che la diocesi, di cui faceva parte anche il caro Bergoglio, non ha mai pronunciato parole di condanna contro la dittatura, ma è sempre stata in prima fila a pronunciare parole di condanna contro le donne che abortivano.

Non abbiamo dimenticato che il metodo di gettare in mare i giovani torturati, legati ad una pietra, è stato rivendicato dallo stesso vescovo di Buenos Aires che ha auspicato di applicarlo al Ministro della Salute il quale aveva manifestato una apertura verso la doverosa legalizzazione dell’aborto.

Dunque questi soggetti che hanno approvato torture ed esecuzioni, che hanno spalleggiato compiacenti la dittatura, sono gli stessi che si oppongono all’aborto.

Questi soggetti hanno determinato una ennesima frattura nella società influenzando la decisione del Senato argentino che ha respinto la legge sulla legalizzazione della interruzione volontaria di gravidanza.

A credere che il concepito abbia “diritti” e che sia già “vita” sono rimaste due categorie di persone: la casta dei pedofili clericali e gli imbecilli.

Carla Corsetti Segretario nazionale di Democrazia Atea e membro del coordinamento nazionale di Potere al Popolo

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Perle di sterco

In e-mail da Democrazia Atea il 10 Giugno 2018 dc:

Perle di sterco

“Ognuno può credere nel dio che vuole non è un problema di confessione religiosa, basta che quel dio parli al tuo cuore e alla tua anima e non mi imponga un modo di vivere incompatibile con i nostri diritti e le nostre libertà perché se per quel dio la donna vale meno dell’uomo non è il mio dio”.

Queste le parole pronunciate da Salvini durante un comizio.

Nelle sue intenzioni c’era ovviamente un attacco alla religione islamica ma, come gli è capitato in altre circostanze, senza esserne minimamente consapevole, pensa di poter richiamare il Principio di Laicità, che nemmeno conosce, solo per usarlo contro un’altra religione.

Non sa che nella sua religione cattolica la donna deve essere sottomessa all’uomo.

Non sa che nei testi sui quali giura ci sono parole infamanti e criminali contro le donne.

Non sa che i cosiddetti Padri della Chiesa negano alla donna ogni autonomia decisionale.

Non sa che la religione cattolica che professa si è organizzata affidando ad una gerarchia di soli maschi ogni rappresentanza e “mediazione trascendente” e che le donne sono escluse dalle cariche religiose.

Finge di non sapere che la religione che lui professa vorrebbe negare tutte le libertà della donna, dall’aborto alla sessualità consapevole, dal matrimonio alla genitorialità tra persone dello stesso sesso, cercando di imporre “un modo di vivere incompatibile con i nostri diritti e le nostre libertà”.

Salvini poi ha detto che ad alcune femministe, quelle che non incontrano i suoi gusti, il burqa starebbe anche bene, perché secondo lui, quando l’aspetto esteriore di una donna non incontra il compiacimento del maschio, la donna dovrebbe coprirsi.

Ciò che è grave, però, è che la pessima uscita di Salvini ha trovato un pubblico compiacente, perché è stata accompagnata dalle risate idiote delle donne che erano con lui sul palco, e dagli applausi di quelle sotto il palco.

I sistemi prostitutivi di Arcore avevano veicolato nella società una idea estesa di mercificazione della donna, tanto degradante quanto disumana.

Oggi quella mentalità si declina nel disprezzo per quelle donne che, per il loro aspetto, non incontrano i gusti sessuali del Ministro dell’interno.

Dobbiamo ringraziare il M5S se ha consentito che si istituzionalizzassero queste perle di sterco.

http://www.democrazia-atea.it

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Io, di chi sono io?

Da Hic Rhodus 24 Aprile 2017 dc:

Io, di chi sono io?

di Bezzicante

Passata alla Camera la legge sul biotestamento. Ora andrà al Senato dove – posso scommettere – subirà variazioni dovendo così tornare alla Camera e, con un po’ di fortuna (a scanso di equivoci, sì, sono sarcastico), fra una cosa e l’altra, potrebbe anche finire la legislatura impedendo alla legge di vedere la luce. Una legge che, malgrado i cattolici à la Binetti si scaldino tanto, è una camomilla rispetto a una vera legge sull’eutanasia, o suicidio assistito. Con questa legge posso chiedere di interrompere le terapie se sono malato terminale; e il medico si può rifiutare di farlo. Per i credenti, immagino, sarà già uno scandalo questo, mentre per i laici stiamo parlando proprio del minimo, ancora insufficiente per dirci soddisfatti. E torniamo sempre allo stesso punto: il grande baratro culturale fra i tanti laici (e cattolici con un minimo di apertura mentale) e i pochi cattolici oltranzisti. Pochi. Perché tutti gli indicatori parlano di un’Italia ormai ampiamente secolarizzata in cui il peso politico dei cattolici è assolutamente sbilanciato. Sarà che abbiamo il Vaticano. Sarà che la Democrazia Cristiana non è mai morta. O più semplicemente che è più comodo, politicamente, non cavalcare i temi etici dalla parte della modernità.

Il punto chiave, da cui nasce questo dibattito fasullo, è stato ripreso anche nel titolo: di chi sono io? Se devo la mia vita a Dio, se vivo per rispondere ai Suoi precetti perché alla fine Suo sarà il giudizio, è inevitabile che non voglia sottrarmi al destino che Lui ha in serbo per me; che voglia vivere la vita così come Lui ha deciso per me, sofferenze incluse, perché Sua è la mia vita. Se Sua è la mia vita io non ne dispongo, non posso concluderla anzitempo, sottraendomi alla Sua volontà. Se invece la vita è mia, e sotto un principio di responsabilità voglio morire, per un motivo che riguarda solo me, la mia rappresentazione del mondo, la mia relazione col mondo, ebbene questa circostanza, questa volontà, sono unicamente mie. È noto che i valori non sono negoziabili: il cattolico non può rinunciare “un po’” alle sue convinzioni, accontentare “in parte” il suo Dio per venirmi incontro… e neppure io, laico, avrei intenzione di accettare una parte di cattolicesimo giusto per quieto vivere. Ognuno ha il sacrosanto (mai aggettivo fu più azzeccato) diritto di esprimere le proprie convinzioni e vivere in base esse, se ciò non impedisce agli altri di vivere bene.

Ed è qui che casca l’asino. Io non penso affatto di imporre ai cattolici l’eutanasia, se loro preferiscono vedere nella sofferenza della malattia la strada verso la santità. Perché mai i cattolici vogliono impormi la loro santità, da me negata, e obbligarmi a vivere secondo le loro coscienze? È esattamente questo che rende sbilanciato e ingiusto il dibattito: i cattolici oltranzisti (o, più in generale, chi difende questa idea) si rifanno a un’etica (in questo caso religiosa, come spesso accade) che non può essere dello Stato. Il punto chiave è semplicemente questo. Lo Stato (moderno, democratico, liberale, occidentale) non può avere etica, perché qualunque scelta etica sarebbe solo di alcuni, e non di tutti, e quindi sarebbe oppressiva per una parte dei suoi cittadini. Senza contare che l’etica cambia col tempo, nelle latitudini, rispetto alle circostanze e via discorrendo. Questi cattolici, quindi, accettano le regole dello stato democratico finché conviene a loro, poi usano gli strumenti che il medesimo stato offre (libertà di pensiero e di rappresentanza politica, innanzitutto) per affermare, e cercare di imporre, scelte etiche che fanno parte di un’altra ontologia, di un’altra provincia di significato, di un orizzonte culturale e valoriale affatto diverso.

Questi cattolici – e guardate che li capisco bene, specie quelli sinceri e non opportunisti – rispondono prima di tutto a Dio, poi alle leggi dello Stato. Ma le leggi di Dio (di quel dio) sono solo loro, mentre le leggi dello Stato sono di tutti, proprio perché laiche. I Testimoni di Geova non pretendono di imporre il rifiuto della trasfusione di sangue a tutti; gli ebrei non ci impongono di oziare il sabato; i vegani non impongono di evitare la carne; i liberali non pretendono di convertire per legge i socialisti. Le minoranze hanno tutte diritto di esistenza e convivenza in un ambiente armonico che le contempli tutte; questa si chiama inclusione. E l’inclusione ha senso, vita e sostanza in uno Stato plurale, tollerante e inclusivo, che accetta tutti ma senza fare prevalere nessuno. La Binetti (e tutti gli altri) si può dispiacere, e naturalmente è libera di biasimare (nel suo fòro interiore) chi la pensa diversamente; può anche scrivere meravigliosi articoli, e fare bellissime conferenze, nelle quali perorare il suo punto di vista, esattamente come l’Associazione Luca Coscioni ha diritto di sostenere la causa dell’eutanasia e cercare di fare proseliti. Quello che trovo inevitabile, ma fortemente irritante, è che Binetti, e tutti gli altri, siano rappresentanti del popolo che utilizzano una doppia appartenenza confliggente: sono parlamentari quando si votano questioni ordinarie, oppure quando occorre sostenere leggi favorevoli ai cattolici; e sono servi di Dio quando si tocca la dottrina cristiana che è, appunto, dei soli cristiani, e neppure di tutti.

Avanti quindi, ancora e ancora, per l’affermazione dei diritti civili che riguardano la visione etica di ogni singolo individuo; questioni personali e non negoziabili.

La mappa che riassume i principali post su temi analoghi:

 

Mappa 24 Ingombrante cattolicesimoEcco i link:

Il tema:

Vaticano:

Laicità dello Stato:

Ingerenze e provocazioni:

Ateoagnosticismo, Cultura, Laicità e Laicismo, Scienza e Natura, Sessualità

La famiglia innaturale (e gli equivoci del relativismo)

Da Hic Rhodus 24 Febbraio 2017 dc:

La famiglia innaturale (e gli equivoci del relativismo)

di Bezzicante

In questo post intendo precisare concetti importanti che ho trattato molte volte in maniera troppo essenziale (tutto sommato questo è solo un blog!). Prima di tutto parlerò di famiglia “naturale”, un concetto sciocco e sbagliato di cui si riempie la bocca la destra ottusa e la religione dogmatica. E probabilmente moltissimi altri semplicemente poco informati e radicati in pre-concetti senza basi scientifiche assunti come a priori per tradizione, comodità, artificio retorico e via discorrendo. Dovrò poi precisare qualcosa sul relativismo culturale, per ragioni che diverranno chiare leggendo. Il mio punto di vista è piuttosto noto ai lettori di HR per averlo esposto non poche volte:

Sulla famiglia rimando a La morte della famiglia, dove confrontavo la morale familiare della dottrina cattolica con la realtà sociologica che mostra famiglie problematiche, separate o addirittura violente (ora invece assumeremo una prospettiva antropologica che là mancava).

Del relativismo, oltre a utilizzarne il concetto qua e là, ho parlato specificatamente in Verità e relativismo a partire sostanzialmente dall’impossibilità di stabilire una verità assoluta. Il ‘relativismo’ era quindi inteso in forma minore, limitata, come antagonista positiva di una verità pretesa ma raggiunta solo come forzatura. Ora invece chiarirò meglio il concetto mostrandone dei necessari vincoli.

Perché abbia scritto un post unico dove trattare due questioni così importanti nasce casualmente dal coincidere di due fatti:

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Vi prego di non considerare il merito della questione posta dalla commentatrice, non ha importanza se siete d’accordo o no sulla questione figli; mi ha colpito l’accusa di relativismo cieco, di relativismo demagogico, che potrebbe finire coll’accettare qualunque cosa, anche sbagliata. Sbagliata; da che punto di vista? Ecco il nesso fra tutte le questioni poste fin qui a premessa: accetto qualunque forma di famiglia perché non esiste quella “naturale”, ma condanno l’infibulazione perché violentemente contraria ai principi della società in cui vivo. C’è una (apparente) contraddizione, e la devo sciogliere.

Partiamo dall’aggettivo naturale riferito alla famiglia. |Naturale| ha varie sfumature di significato, da “secondo natura” (chiamiamolo significato duro) a “spontaneo, non affettato” (significato morbido). Ebbene l’idea di una famiglia naturale di un uomo più una donna che hanno figli non ha giustificazione in alcuno dei due significati estremi segnalati. Neppure il primo, che può apparire il più ovvio e indiscutibile, per la semplice ragione che la famiglia è un concetto sociale, e non biologico. Ovvio quindi che per riprodursi serva lo spermatozoo maschile e l’ovulo femminile, come in tutti i mammiferi (e non solo) alla cui classe appartiene anche l’umanità, ma questo fatto biologico ha conseguenze sociali differenti nelle varie specie e, nell’uomo, differenze sociali e culturali differenti nel tempo e nello spazio. I lupi sono solitamente monogami per tutta la vita come molti altri animali di classi differenti; ma sono minoranze perché nel regno animale è assai più diffusa la poligamia, generalmente maschile ma a volte anche femminile (fonte). Alla natura non importa un fico secco degli eventuali drammi sentimentali degli individui di ciascuna specie; le interessa che siano messe in atto strategie riproduttive efficaci, che sono diverse a secondo delle abilità delle specie, delle condizioni naturali in cui vivono, dei vincoli biologici che hanno. La strategia riproduttiva della specie umana è simile a quella dei lupi: vivere in branco, accoppiarsi e dividersi il lavoro sociale: la donna partorisce, ha scarsa mobilità e quindi raccoglie cibo e alleva piccoli animali; l’uomo difende la femmina e la prole e va a caccia. Il gruppo si sostiene e difende i suoi membri.

Questa è la parte “naturale”, oltre la quale, e anzi sopra la quale, si sono eretti millenni di cultura, che è ciò che ci differenzia dalle altre specie (anche se elementi rudimentali che si potrebbero definire culturali sono stati registrati in alcuni mammiferi superiori). Il fatto di accoppiarsi per riprodursi non costituisce una “famiglia” ma risponde solo a necessità biologiche. Tant’è vero che ci sono molte ipotesi su cosa e come sia accaduto che da pura ricerca della femmina per copulare e riprodursi, la specie umana degli albori sia giunta a costruire un’elaborata sovrastruttura culturale, quindi simbolica, che nel caso in questione riguarda le parentele, inclusi i suoi obblighi e divieti (per esempio il divieto dell’incesto), mentre in altri ambiti riguarda religione, arte, linguaggio, manifattura e miriadi di altri comportamenti, ciascuno dei quali soggetto a norme, credenze, riti. Prendete il lemma ‘famiglia’ nell’Enciclopedia Treccani e vedrete che la definizione recita:

Istituzione fondamentale in ogni società umana, attraverso la quale la società stessa si riproduce e perpetua, sia sul piano biologico, sia su quello culturale. Le funzioni proprie della f. comprendono il soddisfacimento degli istinti sessuali e dell’affettività, la procreazione, l’allevamento, l’educazione e la socializzazione dei figli, la produzione e il consumo dei beni. Tuttavia, malgrado la sua universalità, la f. assume nei diversi contesti sociali e culturali una straordinaria varietà di forme, sì da rendere problematico individuare un tratto distintivo che la caratterizzi in ogni circostanza [evidenze mie].

Il fatto che la famiglia intesa come uomo + donna + loro figli sia la più diffusa ha ovviamente un significato non trascurabile, ma tale significato affonda nella storia dell’evoluzione della specie umana, nelle strategie relazionali e riproduttive che abbiamo in comune coi lupi (ma se volete cercare un’ipotesi antropologica estremamente più sofisticata e suggestiva leggete Il tabù dell’incesto di Fabio Ceccarelli; qualche vecchia copia si trova ancora on line, vi garantisco che non vi pentirete dell’acquisto). È solo il livello simbolico dell’uomo culturale che dà, a un certo punto, un significato alle relazioni di parentela, e quindi a quella relazione primaria che chiamiamo famiglia, organizzandola in forma assai differente da luogo a luogo, come racconta sommariamente anche Vincenzo Matera nell’articolo menzionato e linkato all’inizio di questo post.

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Come relativista – e ci avviamo al secondo argomento – sostengo che non c’è una famiglia superiore all’altra, che qualcuna è giusta e altre sbagliate. Tutte le bizzarre varianti citate da Matera sono parimenti “naturali” quanto la nostra o meglio, per essere chiari: tutte innaturali (= non secondo natura) ma piuttosto culturali e quindi sociali. In questo senso per me sono tutte accettabili nel loro contesto; non mi sognerei di fare come i missionari dell’Ottocento che obbligavano i selvaggi a coprire le vergogne, sposarsi cristianamente e vivere infelici. La conseguenza del mio ragionamento è che, evidentemente, ogni persona maggiorenne può accoppiarsi con chi crede, nei modi che reputa più soddisfacenti, adempiendo riti propiziatori oppure no. Tradotto: se (uomo) volete sposatevi in bianco con la vostra compagna di scuola va bene, se preferite sposatevi in nero col vostro compagno, oppure convivete, oppure restate single e cercate molteplicità di rapporti o altro ancora, va bene lo stesso, fate quello che vi pare perché l’amore è essenziale ma non codificabile. E che esistano leggi che impediscano questa completa libertà (fra adulti) mi sembra profondamente sbagliato.

Perché allora non sono altrettanto relativista con l’infibulazione? Anche qui si tratta di cultura e certamente posso essere relativista sotto il profilo della comprensione antropologica; vale a dire che posso dare un’interpretazione di questo meccanismo, capirne la funzione locale. Ma proprio questo tentativo di comprensione mi porta a vedere violenza, sopraffazione, intimidazione, sottomissione di genere. Non vedo amore. Non vedo necessità sociali se non quelle del dominio maschile e della paura verso la femmina e il suo corpo (di questa paura ho scritto QUI). Qui il relativismo si deve fermare per dare luogo a una scelta: o qualunque valore è lecito (la violenza dell’infibulazione perché in quei posti si fa da secoli, ma anche allora la violenza della pedofilia perché si è sempre praticata, ma anche l’uccisione di eretici perché, si capisce, ognuno ha diritto di dare risposta al proprio dio…) o qualche valore non lo è. Non lo è per noi, e in quel momento in cui lo concepiamo segnaliamo una differenza e, implicitamente, una superiorità. Ebbene sì. Una superiorità c’è fra chi ha cercato di salire sulla pianta della tolleranza e chi è rimasto nella savana della violenza. L’Occidente, con mille difficoltà e tuttora in maniera incerta, è incamminata nel sentiero dell’inclusione e dell’uguaglianza; abbiamo combattuto e siamo morti per secoli per arrivare agli incerti e parziali risultati di oggi, e un lungo cammino ancora ci attende. Ma, per esempio, il corpo non va violato; il minore non va torturato e abusato; le donne non devono subire violenza e cattività; lo straniero non deve essere considerato nemico; il povero e il malato vanno soccorsi; le opinioni vanno rispettate… L’infibulazione – che posso capire come studioso – è da combattere come cittadini liberi che vogliono garantire la libertà altrui dalla violenza. Ma allora anche il niqab (velo integrale) e il burkini stridono coi valori occidentali. Non feriscono il corpo, e moltissime musulmane dichiarano di indossarli per loro scelta, ma ci sono moltissime ragioni per credere che non sia così e molti autori musulmani non radicali che possono spiegare come il velo integrale sia esattamente una forma di costrizione, che diviene fatto culturale diffuso, utilizzato come strategia radicale e quindi da combattere (ne scrive molto e con competenza Sherif El Sebaie su Panorama e nel suo profilo Facebook).

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Il relativismo intelligente, in conclusione, dice a tutto ciò che riguarda comportamenti individuali o di gruppo consenzienti, liberi, che non danneggiano fisicamente, economicamente, socialmente e psicologicamente nessuna persona: vestirsi come a ciascuno pare, credere o non credere in una qualsiasi trascendenza, mangiare carne o essere vegani, far l’amore in tutti i modi e forme possibili, farsi seppellire dal prete o farsi cremare, decidere di porre fine alla propria vita se si vuole, cacciare e poetare. Il nostro relativismo arretra invece verso ogni violenza e sopraffazione specie e soprattutto se collettivamente sostenuta da ideologie, credenze, religioni che tendono ad annichilire la ragione critica, trasformando la violenza in tradizione, in volere di dio, in imposizione sociale.

Nota mia: vestirsi come a ciascuno pare proprio no, perché il velo, ad esempio, in tutte le sue fogge e varianti, cristiane o islamiche o indù, è chiaramente oppressione della donna in quanto concepita come immonda, peccatrice e tentatrice. No, caro Bezzicante, tutto il tuo ragionamento di cui sopra, condivisibile, si infrange proprio qui. E se poi vogliamo continuare, c’è il berretto girato, la cresta sulla testa, i tatuaggi dappertutto, le calze corte rifiutate ma sostituite dal fantasmino purchè non si veda: tutte forme di moda e di stupidità (e i due aspetti sono, spesso, equivalenti)

Jàdawin di Atheia

Laicità e Laicismo, Politica e Società

Tra benedizioni e società civile a scuola muore la laicità

da Italialaica 1 Marzo 2016 dc:

Tra benedizioni e società civile a scuola muore la laicità

di Giovanni Fioravanti

Mentre a Parigi si va a scuola di laicità, a Bologna la laicità della scuola necessita di una sentenza del TAR per essere tutelata. Ma Parigi val bene una messa, come si sa, così l’Ufficio Scolastico Regionale ha affidato all’Avvocatura di Stato il compito di vagliare le possibilità di un ricorso contro la sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale che tiene lontana dalle scuole la benedizione pasquale.

È come dire che lo Stato, laico per Costituzione, faccia causa contro se stesso e la propria laicità. Schizofrenia istituzionale? Disturbo della personalità statale? Non c’è da stupirsi se non siamo un Paese normale.

I sostenitori della benedizione delle aule scolastiche hanno deciso che, se l’aspersione d’acqua benedetta non può essere compiuta all’interno dell’edificio scolastico, si procederà comunque con il rito dall’esterno, dal marciapiede antistante la scuola.

Viene da chiedersi cosa aggiunga o cosa tolga alla scuola la benedizione pasquale. Forse rende più intelligenti alunni ed alunne, forse li preserva dai pericoli di un crollo, considerato lo stato della nostra edilizia scolastica, chissà. Per non dire delle profonde perplessità sul valore formativo per bambini e adolescenti chiamati a fare da pubblico ad un rito che nulla ha da invidiare alle antiche rogazioni nelle campagne.

La senatrice Pd, Francesca Puglisi, dichiara: “Non credo che sia la benedizione a violare la laicità dello Stato” e il parroco che avrebbe dovuto impartirla sostiene che la benedizione pasquale non è un rito religioso, ma una tradizione civile del nostro popolo.

A questo punto verrebbe da chiedersi cos’è dunque laico e cosa religioso, cosa razionale e cosa irrazionale. Ma soprattutto perché debba essere sempre la scuola a Natale e a Pasqua oggetto di polemiche religiose spacciate per tradizioni civili che non offenderebbero la laicità dei laici.

Ora, che non si voglia vedere strumentalità in tutto questo bisogna essere davvero delle anime belle.

Nella nostra società, sempre più secolarizzata e sempre più multietnica, certi credenti si sentono minacciati da quanti praticano la propria religione con una coerenza che loro hanno perduto ormai da tempo. Di qui la risposta in difesa: affermare la propria identità ricorrendo alla tradizione, alle forme esteriori di una fede che non ha più radici nella vita interiore delle persone.

Per legge sono i Consigli di Istituto che nei loro regolamenti devono prevedere le condizioni per concedere l’uso degli spazi scolastici in orario extrascolastico. Non mi risulta che rabbini, imam o pastori protestanti abbiano mai fatto richiesta d’uso delle aule scolastiche per le loro funzioni religiose, perché i preti sì allora? E perché solo per la benedizione pasquale e non per la messa tutte le domeniche?

È dunque chiara la volontà di portare la scuola su un terreno molto pericoloso. In tutto questo c’è più uno spirito di crociata, che di pietà religiosa.

Lo esprimono chiaramente i promotori delle benedizioni scolastiche, chiedendosi perché le moschee sì e le benedizioni no, paventando il rischio di dover cancellare le chiese per non disturbare i musulmani o che sia impedito ai loro figli di sentirsi italiani e cristiani anche a scuola, fino a vedere calpestata la propria religione.

Eppure la sentenza del tribunale amministrativo emiliano romagnolo, nel suo buon senso, non solo pare laica, ma direi anche cristiana. Non fa altro che affermare come il principio costituzionale della laicità non significhi indifferenza rispetto all’esperienza religiosa, ma comporti piuttosto equidistanza e imparzialità rispetto a tutte le confessioni religiose.

Questi signori della benedizione prêt à porter, che semmai si scandalizzano delle madrasa, le scuole coraniche altrui, non si scandalizzano che nelle nostre scuole statali, pubbliche e aconfessionali si manipolino le menti dei più piccoli, perché si sa più assorbenti e plasmabili, a partire dalla scuola dell’infanzia, con la narrazione confessionale della religione cattolica.

È la questione di sempre, per cui ci si preoccupa più di educare che di istruire. Del resto educare pare essere più facile che istruire, come è più facile trasmettere il dover essere che il divenire. La scuola da sempre offre un terreno molto favorevole a quanti sono preoccupati di plasmare le coscienze anziché formare le intelligenze, perché raduna tutti i giovani quando sono facilmente manipolabili, condizionabili e suggestionabili, perché le loro menti ancora devono maturare e quest’ultima possibilità difficilmente la nostra scuola gliela offre.

La scuola è terreno estremamente delicato, perché luogo di formazione della parte più fragile della nostra società: le bambine e i bambini, le ragazze e i ragazzi. Tutti si dovrebbe fare un passo in dietro, essere molto attenti ad evitare interferenze, tenersi distanti con le proprie idee e convinzioni da chi le idee e le convinzioni deve conquistarsele da sé, con la propria testa e non con quella degli altri.

“È decisivo abbandonare l’attuale modello istituzionale statalista per sostituirlo con uno nuovo, espressione delle più vive dinamiche sociali”, scriveva nel 2002 l’attuale direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale dell’Emilia Romagna in un testo da lui curato, “La scuola della società civile tra Stato e mercato”, forse questo spiega la sua intenzione di ricorrere contro la sentenza del TAR.

Il tema che la benedizione pasquale delle scuole ripropone è sempre quello da tempo caro a certi ambienti cattolici del nostro paese, del rapporto tra scuola e società civile. Un tema da interferenze e corto circuiti, fino a quando cattolici e teorici del libero mercato dell’istruzione anche nel nostro paese non saranno in grado di provvedere da soli a farsi le loro scuole, senza ricorrere allo Stato, ai bonus scuola e, ovviamente, alle benedizioni pasquali.

Ateoagnosticismo, Laicità e Laicismo, Politica e Società

Come educare senza dogmi. Una guida per genitori atei e agnostici

Prima fonte: MicroMega http://temi.repubblica.it/micromega-online/ 14 Gennaio 2016 dc, pubblicato anche da Sestante il 18 Gennaio 2016 dc:

Come educare senza dogmi. Una guida per genitori atei e agnostici

di Cecilia M. Calamani (cronachelaiche.it)

«Mi batto per educare figli indipendenti, che ragionino in modo logico, svincolato dal dogma religioso». Con queste parole la blogger americana Deborah Mitchell spiega il perché del suo libro “Growing up godless”, tradotto e pubblicato in Italia dalla casa editrice Nessun Dogma con il titolo “Crescere figli senza dogmi”.

La domanda nasce a libro ancora chiuso: perché un’americana sente il bisogno di scrivere un libro su questo tema? Siamo talmente abituati allo stereotipo che dipinge gli Stati Uniti come il Paese della libertà per antonomasia che questo volume, una vera e propria guida per genitori atei e agnostici, fa un po’ effetto. Eppure la realtà, soprattutto in alcuni Stati – Mitchell è texana –, è ben diversa da come immaginiamo. E in effetti andando avanti nella lettura scopriamo una società chiusa e bigotta, ligia alle tradizioni e intollerante nei confronti del libero pensiero al punto di stigmatizzare con l’isolamento chi si professa ateo o agnostico. (nota mia: l’autore dell’articolo si stupisce, io e alcuni altri no, non abbiamo mai creduto in questo “stereotipo”, non abbiamo mai considerato in questo modo gli Usa…)

Come la stessa Mitchell riferisce, in Texas una delle prime domande che si fanno le persone quando si conoscono è quale chiesa frequentino. Il che stupisce poco se solo si legge cosa c’è scritto senza mezzi termini nella Carta costituzionale del Paese: «In questo Stato non verrà mai richiesto alcun test religioso per ricoprire un pubblico ufficio o una carica onorifica; né alcuno sarà mai escluso da una carica a motivo dei suoi sentimenti religiosi, purché ammetta l’esistenza di un Essere Supremo» (art. 1, par. 4). Ecco perché scegliere per i propri figli un’educazione libera dalla fede è un problema. Chi non crede per lo più si nasconde e segue i riti e le tradizioni della massa. Ed è quello che ha fatto anche Mitchell fino ai primi anni di vita dei suoi figli, quando ha deciso di uscire allo scoperto in famiglia e di aprire un blog, inizialmente dietro pseudonimo, per scrivere le sue esperienze di madre agnostica e confrontarsi con altri genitori nella sua stessa situazione.

Nel libro riporta la sua esperienza e anche quelle più significative delle persone con cui è venuta in contatto. Ne esce un prontuario per affrontare tutte le situazioni cui un genitore ateo o agnostico si trova di fronte quando vive in un ambiente che non ammette altri modi di essere se non quello scandito, nei valori così come nei tempi, dalla religione.

Il paragone con la situazione italiana, leggendo queste pagine scritte da un’occidentale, è d’obbligo. Se è vero che il nostro Paese è ancora molto poco secolarizzato e subisce una continua ingerenza da parte della Chiesa cattolica nella sfera legislativa (per tacere di quanto la foraggi finanziariamente), è anche vero che, almeno sulla carta, educare i figli al di fuori dei dettami religiosi è ormai un falso problema e lo dimostra la percentuale sempre più alta di ragazzi non battezzati o che disertano l’ora di religione a scuola.

Le difficoltà semmai riguardano il rapporto tra i nostri figli e le istituzioni scolastiche. Non solo è ancora previsto l’insegnamento della religione cattolica nell’orario curriculare, ma chi non se ne avvale – come già detto un numero sempre screscente di ragazzi – è costretto a girovagare per l’istituto, andare in altra classe o partecipare a uno dei rarissimi corsi alternativi allestiti nelle scuole per “raccogliere” gli studenti non credenti.

Potremmo poi parlare dei crocifissi ancora appesi nelle aule, delle recite natalizie che celebrano la nascita del figlio di dio (guarda caso spesso organizzate proprio dal docente di religione) o delle pagliacciate di certi amministratori leghisti che distribuiscono presepi nelle scuole del Nord, ma insomma il problema non è, o almeno non più, dichiarare in famiglia e al mondo di rifiutare le verità dogmatiche della fede.

Piuttosto, il punto è che una legislazione sempre più obsoleta non sta al passo con l’evoluzione culturale del Paese e la sperequazione dei diritti che ne consegue investe tutti i campi, istruzione inclusa. Diversa la situazione in Texas, dove la difficoltà di un’educazione laica per i propri figli è innanzitutto di origine sociale.

Ciò nonostante, il libro ci tocca da vicino sia perché gli Stati Uniti sono per noi un imprescindibile modello culturale di riferimento (nota mia: non certo per me!), sia perché focalizza bene alcuni aspetti che riguardano anche la nostra società. È innegabile che la fede religiosa faciliti il ruolo del genitore perché lo esime dall’onere di elaborare da sé risposte adeguate alle difficili domande dei figli.

Ad esempio, come spiegare a un bambino cosa significa morire senza farlo sprofondare nell’angoscia? Per un genitore credente è più semplice. Basta ricorrere al paradiso o all’aldilà attraverso una narrazione pronta all’uso che taciti (ma per quanto tempo?) i dubbi esistenziali del figlio e lo porti a credere in una vita in cielo dopo la morte. Tuttavia il ricorso alla religione deresponsabilizza il genitore, che si limita a ripetere quello che i propri genitori hanno ripetuto a lui senza aiutare lo sviluppo dell’autonomia di pensiero del figlio.

In questa delega alla fede poi c’è un ulteriore pericolo per la crescita consapevole e responsabile dei ragazzi e riguarda l’educazione sugli aspetti comportamentali. Mitchell lo descrive bene: «Ai bambini si insegna a essere buoni soltanto perché alla fine saranno ricompensati con la vita eterna, ma questo costituisce una debole base per la moralità, poiché si focalizza sul fare ciò che altri definiscono giusto agitando la carota di una ricompensa, e non sul fare ciò che ognuno considera giusto in base a un ragionamento. E, quel che è peggio, si può agire male più volte, visto che non poche religioni offrono il perdono mediante una serie di canti o preghiere».

Per dirla alla Margherita Hack, il non credente si comporta bene perché lo ritiene giusto, non perché spera in una ricompensa futura. Il che dà maggior vigore alle sue convinzioni morali.

Educare i figli al di fuori di comode verità prêt-à-porter è faticoso, sia chiaro, ma molto meno di quanto sembri. Spesso siamo noi, condizionati dal nostro vissuto culturale in un Paese in cui fino a trent’anni fa il cattolicesimo era religione di Stato, a proiettare sui nostri figli delle paure che loro neanche percepiscono perché liberi dai nostri preconcetti. Tuttavia, va anche detto che la libertà di pensiero è tra tutti il concetto più difficile da trasmettere perché si contrappone a quell’omologazione di massa – la religione ne è un esempio ma non l’unico – che rappresenta un comodo riparo soprattutto durante infanzia e adolescenza. Ma ne vale la pena.

Aiutare un figlio a costruire la propria strada invece di prenderla in prestito da chi dispensa verità predefinite lo rende più solido nei suoi valori e lo libera dal condizionamento ancestrale del peccato, una micidiale arma di ricatto che da millenni tiene in scacco coscienze e intelligenze.

Morale e religione non sono sinonimi e non è detto che vadano d’accordo. Nonostante la storia l’abbia dimostrato e la cronaca ce lo ricordi ogni giorno, il preconcetto che le vede strettamente collegate è duro a morire. Anche in Occidente.

Laicità e Laicismo, Politica e Società, Sessualità

Il gender è una cosa bellissima 

Sorgente: Il gender è una cosa bellissima | Sestante

Articolo originale su http://www.internazionale.it 15 Dicembre 2015 dc

Il gender esiste ed è una cosa bellissima.

Invece l’ideologia gender è una creatura inesistente ma con un fine abbastanza preciso.

“Uno dei temi trattati al Sinodo è quello dell’ideologia gender che non parla più di ‘sessi’ ma di ‘generi’ per superare la divisione biologica maschio-femmina, minacciando l’esistenza della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Si è parlato dell’imposizione di questa teoria come pensiero unico nelle scuole, calpestando il diritto primario dei genitori all’educazione dei figli” (Sinodo. Maradiaga: ideologia gender distrugge famiglia e società, 10 ottobre 2015, Radio Vaticana).

E quale sarebbe la soluzione a questo mostro a più teste del gender? “Il Vangelo, la parola di Dio! Perché la parola di Dio illumina tutti i secoli, illumina tutto il tempo, illumina tutte le diverse società, non per un assolutismo, ma per una luce. Non per niente il Signore Gesù ci dice: ‘Io sono la luce del mondo’”.

E quel mondo è semplice e ordinato, come lo descrive la Genesi: “Maschio e femmina Dio li creò”.

La sessualità umana è un universo molto complesso, impossibile da ridurre a una visione binaria

Ma nel frattempo ci siamo accorti che non ci sono solo maschi e femmine, che l’identità di genere può non coincidere con il sesso, che non c’è un unico orientamento sessuale buono e giusto (quello eterosessuale) e che addirittura può variare, che i ruoli di genere non sono intrinsecamente determinati dall’appartenenza a un sesso.

La sessualità umana è un universo molto complesso, impossibile da ridurre a una visione binaria F e M anche se ci fermiamo sul piano biologico, figuriamoci quando ci spostiamo su quello delle preferenze e su quello del significato di essere donna o essere uomo.

Quella visione di un mondo semplice e ordinato è incompatibile con la realtà.

La scuola è il terreno di scontro preferito e la protezione dei bambini innocenti è la scusa preferita. “Per affermare il diritto prioritario della famiglia nell’educazione dei figli contro l’ideologia gender nelle scuole, Generazione famiglia, in collaborazione con la nostra ProVita onlus, con i Giuristi per la vita e Voglio la mamma, presenta due importanti iniziative. Si tratta della giornata nazionale per il diritto di priorità educativa della famiglia e dell’’Operazione Caro Ministro’” (ProVita e Generazione Famiglia uniti contro il gender: unisciti a noi!, 18 novembre 2015, Notizie ProVita).

Un giorno “di assenza simbolica dalla scuola […] per ribadire che nell’educazione sessuale, affettiva e morale viene prima la famiglia” e una lettera da inviare al ministro dell’istruzione da parte dei “genitori preoccupati per l’introduzione delle teorie gender nelle scuole”.

Caro ministro, ti scrivo perché dobbiamo denunciare la temibile ideologia gender, ovvero

l’idea che l’identità sessuale della persona non sia radicata nel suo essere maschio o femmina e non si sviluppi intorno a questa fondamentale realtà biologica, ma che consista nella momentanea e assolutamente autonoma autopercezione di sé, che permetterebbe a ciascuno di ‘sentirsi’ (e dunque essere ed essere riconosciuto dalla società in quanto) uomo, donna o appartenente a una serie sterminata di altre ‘identità di genere’ (cisgender, transgender, bigender, agender, pangender, genderfluid, ecc.).

I nostri figli devono essere sottratti al “monopolio culturale con cui associazioni Lgbtqia (lesbian, gay, bisexual, transsexual, queer, intersex, asexual) impongono ai nostri figli e nipoti visioni sulla sessualità ascientifiche, spesso funzionali alla sponsorizzazione all’interno delle scuole di questioni di natura politica come le rivendicazioni del ‘matrimonio gay’ e della c.d. ‘omogenitorialità’”.

E ancora: “L’ideologia che tende a destrutturare gli individui e la società e che chiamiamo ‘gender’. ‘C’era una volta un gatto che si comportava in modo strano……’” (Gender a scuola: immedesimarsi nel Canegatto, 26 novembre 2015, Notizie ProVita).

La citazione viene dall’inizio di una favola letta da una maestra in una quarta elementare, ma per l’articolo di ProVita non si tratta di una favola come tante altre e soprattutto nasconde un obiettivo ben preciso, ovvero “far conoscere ai bambini alcune miserie del mondo degli adulti e renderli più ‘tolleranti’ nei confronti della diversità”.

È l’ennesima dimostrazione che “l’ideologia sia viceversa penetrata ovunque, anche nelle scuole tenute da ignare suore”.

E gli ignari bambini devono subire la lettura del Canegatto, continua ProVita:

“È proprio necessario far crescere i bambini così in fretta? Qual è la ragione per la quale invece di lasciarli tranquilli a vivere la loro infanzia si inizia a metterli al corrente di quel guazzabuglio che è il mondo degli adulti? Anche qui ognuno si può esercitare in prima persona a cercare di capire la ragione per la quale ai bambini si vuole togliere l’infanzia, quel periodo che chi ha qualche anno sulle spalle ricorda, con tenerezza e nostalgia, come un periodo meraviglioso di un mondo incantato in cui babbo Natale lanciava le caramelle giù dal camino. Qualcuno ha deciso che ci deve levare anche il ricordo del periodo meraviglioso che dovrebbe essere l’infanzia, ha deciso che bisogna togliere ai bambini i miti irrazionali, bisogna immergerli nella realtà cruda di un mondo che non ha pietà per nessuno ed è bene, dunque, che siano abituati da subito al nuovo mondo in cui i miti sono scomparsi e al loro posto sono arrivati i variopinti colori Lgbtp, dove il ‘p’ non sta per pedofili, come era all’inizio della rivoluzione arcobaleno, ma per pansessuali, quella sessualità perversa polimorfa che Sigmund Freud aveva scoperto essere l’essenza dell’animo dei bambini e che qualcuno si ostina invece a voler vedere come puro e incontaminato.”

E poi basterebbe sapere chi è l’autore della favola incriminata per sentire odore di bruciato: “Luigi Malerba, definito come scrittore e sceneggiatore, ma, si badi bene, Malerba è solo uno pseudonimo perché il cognome vero dell’autore è Luigi Bonardi. La ‘mala erba’ entra, dunque, nelle aule dei bambini delle elementari e le insegnanti sono talmente benpensanti che non si rendono conto di diventare il veicolo della follia del gender”.

In principio fu la teoria del genere femminile

Ma qual è l’origine della “rivoluzione gender”? Tutto comincia con la Conferenza internazionale su popolazione e sviluppo dell’Onu del 1994. Il rapporto finale ha una posizione rivoluzionaria sulle donne: uguaglianza, promozione delle loro condizioni, parità tra i sessi. Inevitabile l’attacco ai ruoli predefiniti e angusti di moglie e madre. Il rapporto adottato dalla Conferenza del Cairo segna un momento storico condannando duramente la riduzione delle donne alle funzioni riproduttive e alla maternità, scrive Odile Fillod in Le mariage raté du Vatican et de la science.

“L’adozione di questo rapporto è un dramma per Dale O’Leary, la cui militanza pro-vita si fonda sull’impegno esplicitamente antifemminista”.

La posizione di Dale O’Leary – ultraconservatrice, cattolica e prolifesulle donne è esemplare.

Nel 1995 a Pechino si svolge la quarta conferenza mondiale sulla donna. Basta leggere le dichiarazioni riportate in sintesi all’inizio per comprendere il taglio “femminista radicale” del rapporto:

“La comunità ritiene la parità fra le donne e gli uomini un principio fondamentale. I diritti delle donne e delle ragazze sono inalienabili, indivisibili e costituiscono parte integrante dei diritti universali dell’uomo. Le politiche e i programmi devono insistere sui provvedimenti a favore del riconoscimento della funzione fondamentale svolta dalle donne nei processi sociali, economici e politici, della partecipazione delle donne alla gestione del potere e del loro accesso all’indipendenza economica. […] Far sì che le donne del mondo intero abbiano il diritto di decidere, come persone libere e responsabili, il numero di figli desiderati, l’intervallo tra due nascite, il momento della gravidanza, e che esse dispongano in proposito delle informazioni e dei mezzi necessari.”

O’Leary e i conservatori di tutto il mondo sono molto allarmati. Questa agitazione porterà alla realizzazione del Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche. Sarà Jutta Burggraf a redigere il lemma “gender”. Il femminismo mette in discussione il capofamiglia e la gerarchia familiare, e questo non sta bene.

Burggraf accusa l’ideologia di genere di mettere in discussione la famiglia e il suo ruolo sociale. Condanna la volontà di liberarsi della vocazione materna delle donne come destino necessario e unico per tutte. Il “femminismo radicale” aveva osato considerare l’istinto materno come un prodotto sociale e culturale, e non come un istinto viscerale e intrinseco.

La natura femminile, secondo Burggraf, incoraggia l’incontro e lo scambio, perché è costruita per dare la vita; è la natura femminile a essere delicata, capace di ascoltare i bisogni altrui e di dedicarsi agli altri.

Si parte dal sistema riproduttivo e si arriva direttamente ai ruoli predefiniti “in quanto donna”.

La furia “antigender” è sorprendente solo se la si considera un capriccio passeggero. Provare a togliere loro il giocattolo è pericoloso. Perché poi vogliono riprenderselo e per farlo sono disposti a deformare termini e concetti, cercando i modi più tortuosi per ribadire discriminazioni e ingiustizie senza doverle chiamare così. Perché nessuno vuole essere esplicitamente un bigotto e un sostenitore di forme di apartheid, nessuno vuole ammettere di aver tirato su i recinti dei buoni e dei cattivi – che decidono loro e che devono rimanere ben separati perché altrimenti l’infezione si propaga – né di aver costruito riserve dove infilare i non presentabili. Se poi venite a messa, vi perdoniamo. Ma se volete i diritti, se chiedete non pietà e condiscendenza ma uguaglianza, ecco allora siete radicali, estremisti, ideologi del gender e relativisti sciovinisti. Siete individui confusi, moralmente dubbi e sessualmente lussuriosi. Qualcuno deve pur riportarvi alla ragione e al senso del pudore.

Nostalgia dell’oppressione

Ma chi deve autorizzarci a sentirci donna o uomini o qualcosa nel mezzo o qualcosa che ancora non sappiamo dire e a verificarne le condizioni necessarie e sufficienti? Dobbiamo chiedere il permesso se vogliamo cambiare il nostro corpo? Possiamo avere rapporti sessuali con chi ci pare oppure non averne senza dover spiegare e giustificare?

Opengender è uno dei termini usati da Paul B. Preciado in Testo tossico che io ogni volta traduco mentalmente: non rompeteci i coglioni.

“Il mio genere non appartiene né alla mia famiglia, né allo Stato, né all’industria farmaceutica”, scrive Preciado. “Il mio genere non appartiene nemmeno al femminismo, non alla comunità lesbica e neppure alla teoria queer”.

È davvero troppo da digerire per chi è affezionato ai ruoli fissi e alla natura femminile remissiva e tollerante, che saluta sempre e dice grazie e per favore.

Il gender è assenza di oppressione riguardo ai comportamenti, alle preferenze, alle identità sessuali e di genere; ai ruoli di genere predefiniti e alle nature umane sdoppiate in femminile e maschili, rigide e immodificabili; al possibile cambiamento del nostro corpo.

L’ideologia gender è la nostalgia per quell’oppressione.

Questo articolo è un estratto del libro New gen(d)eration. Orgoglio e pregiudizio di genere.

Ateoagnosticismo, Laicità e Laicismo, Politica e Società

Il Vaticano processa. Lo Stato tace. La sinistra anche.

dal Partito Comunista dei Lavoratori il 26/11/2015 dc:

Il Vaticano processa. Lo Stato tace. La sinistra anche.

Vaticano processa

Il processo intentato dal Vaticano contro i due giornalisti italiani Nuzzi e Fittipaldi- responsabili di “rivelazione di notizie riservate”- illustra una volta di più la natura della Chiesa e dell’attuale  Pontificato.

Il processo ha natura inquisitoria e totalmente arbitraria, da ogni punto di vista. Esso si fonda sul nuovo articolo 10 del Codice penale vaticano che prescrive pene severe, sino a 8 anni di carcere, “per chiunque riveli notizie e documenti riservati”. Un’aberrazione giuridica di per sè da un punto di vista liberale: significa di fatto negare il diritto alla libera stampa.

Ancor più aberrante la pretesa di applicare questo codice penale non a dipendenti del Vaticano ma a cittadini di un altro Stato, senza neppure la formalità di una richiesta di rogatoria. Per di più i giornalisti italiani processati non hanno potuto né conoscere per tempo gli atti di accusa nè scegliersi i propri avvocati: perchè gli articoli 24 e 26 dell’ordinamento giudiziario vaticano riservano alla “Santa Sede” il diritto di ammettere o meno un avvocato in tribunale, e la “Santa Sede” ha rifiutato gli avvocati scelti dai giornalisti. Insomma: una monarchia assoluta di natura teocratica ha una giurisdizione a propria immagine e somiglianza.

Ma non di tratta solo dell’ordinamento vaticano. Si tratta anche delle scelte politiche di chi lo guida.

Il processo in atto riconduce infatti alla precisa responsabilità di Papa Bergoglio. In primo luogo perchè il nuovo articolo 10 (iper reazionario) del Codice penale vaticano è stato voluto e dettato dall’attuale Papa nel 2013, in reazione alla rivelazione di documenti segreti avvenuta sotto il precedente Pontificato. In secondo luogo perchè è stato l’attuale Papa a dare mandato formale al Procuratore di Giustizia vaticano per mettere a processo i due giornalisti, come sottovoce, con malcelato imbarazzo, è stato ammesso dagli stessi organi di stampa.

Il fine dell’operazione è molto chiaro: il Papato vuole intimidire a futura memoria chiunque voglia denunciare e documentare l’effettiva realtà della vita della Chiesa, i suoi rapporti col capitale
finanziario e con la proprietà immobiliare (4 miliardi di patrimonio immobiliare solo a Roma), le truffe operate ai danni degli stessi fedeli con le speculazioni sull’obolo di (S.) Pietro e sull’otto per
mille, la vita dorata delle gerarchie ecclesiastiche finanziata dal denaro pubblico…. Tutto ciò che smentisce la recita francescana del Papa populista , a caccia di consensi nelle favelas africane . Per di più il Papa vuole che il processo si faccia in fretta e si concluda prima dell’ otto Dicembre (contro ogni principio di garanzia per gli “imputati”) per non fare ombra all’avvio del Giubileo e alla celebrazione solenne dell’anno della …Misericordia, cioè della sua persona.

Colpisce in questo quadro l’ermetico silenzio delle autorità italiane e dei partiti borghesi. Tutti pronti a rivendicare, nel nome della Patria e con aria sdegnata, l’estradizione dall’India di due marò accusati dell’assassinio di pescatori. Ma incapaci di balbettare una sola sillaba per difendere due giornalisti italiani accusati di libertà di stampa dallo Stato Vaticano. Nessuna meraviglia: il compromesso tra borghesia liberale e Vaticano è impermeabile ad ogni evento perchè è fondativo della Repubblica borghese.

Alle sinistre politiche e sociali, chiediamo invece: non avete nulla da
dire su un processo oscurantista contro la libertà? Fino a quando la subordinazione culturale al Papa della Misericordia, e il rispetto dell’ipocrisia istituzionale, vi imporrà il silenzio anche su questa
infamia ?

Partito Comunista dei Lavoratori

Laicità e Laicismo, Politica e Società

Femminicidi, l’orrore della lapidazione 

Sorgente: Femminicidi, l’orrore della lapidazione 

Da http://www.osservatorioafghanistan.org/ 10 Novembre 2015 dc

Ateoagnosticismo, Cultura, Laicità e Laicismo, Politica e Società

Comunione e discriminazione

Da Democrazia Atea il 10 Maggio 2015 dc:

Comunione e discriminazione

Erano molte le religioni primitive, soprattutto nell’antica Grecia, nelle quali si praticava la teofagia, intesa come consumo rituale di cibo considerato parte stessa della divinità.

La teofagia non è altro che la metamorfosi religiosa simbolica della antropofagia.

Nell’età contemporanea è presente ancora in molti culti, tra i quali quello cattolico, nel quale prende il nome comune di “comunione”.

In Italia è sempre più frequente che il predetto rituale di teofagia costituisca motivo di discriminazione nei confronti di coloro che non lo praticano.

È anche accaduto che alcune maestre di scuola elementare in Toscana, ritenendo di fare cosa gradita al loro dio, abbiano discriminato nella loro classe i bambini esonerati dal rituale teofago facendo regali solo a coloro che invece lo praticavano.

Le riforme scolastiche che il PD sta imponendo al Paese vanno nella direzione della scuola confessionalistica che è l’esatto contrario della scuola pubblica e laica.

Ad oggi, però, questa deriva non si è ancora compiuta e possiamo ancora affermare che le maestre che premiano i rituali teofagici in classe sono responsabili, quantomeno sotto il profilo risarcitorio, di atti di discriminazione.

http://www.democrazia-atea.it

Ateoagnosticismo, Cultura, Laicità e Laicismo, Scienza e Natura, Varie: attualità, costume, stampa etc

Tradizioni

da Democrazia Atea 5 Aprile 2015 dc:

Tradizioni

Le stagioni astronomiche della Terra sono sempre state scandite dagli equinozi e dai solstizi, e non c’è popolazione che non abbia legato a questi eventi astronomici riti e divinità.

L’equinozio di primavera si lega alla rinascita arborea e in generale alla fertilità della terra.

I simboli delle uova, ad esempio, intesi come talismani di fertilità, sono presenti in moltissimi culti arcaici, dall’Europa all’Asia.

Come ogni anno si ripete l’equinozio di primavera, allo stesso modo ogni anno si ripetono i culti propiziatori con le rappresentazioni della morte e della rinascita, e con il cibarsi di uova che, nel rituale collettivo, diventa la partecipazione individuale alla nuova vita e quindi alla resurrezione.

Con il radicamento delle usanze e delle consuetudini si ottiene anche un altro risultato antropologico, ovvero l’identificazione di un gruppo umano che si riconosce in quelle usanze e in quelle consuetudini, che si riconosce nelle tradizioni.

Nella trasmissione delle tradizioni tra individui dello stesso gruppo sociale, si consuma l’esclusione degli altri.

Con la tradizione le consuetudini si bloccano, si cristallizzano, per consentire coesione e sicurezza.

Al di fuori della tradizione si perde il legame con il gruppo perché non ci si identifica più nel legante condiviso dagli altri.

Le ritualità religiose ne sono l’espressione antropologicamente più statica e respingente.

Al di fuori della tradizione, tuttavia, si sceglie la scoperta e la crescita, l’esplorazione e lo scambio.

Non c’è evoluzione nella tradizione, quanto piuttosto la negazione di un processo di crescita culturale cui ogni individuo può intelligentemente aspirare passando attraverso l’elaborazione autonoma di ciò che già conosce.

Conoscere le tradizioni ha senso solamente nella capacità di ricordarle avendole già relegate ad un tempo passato.

Solo così si impedisce che le società rimangano ancorate alle pressioni illogiche di chi ne trae potere attraverso il loro perpetuarsi come stile di vita e non come folklore da sagra di provincia.

Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea

Ateoagnosticismo, Economia, Laicità e Laicismo, Politica e Società

L’assurdo di Napoli

da Democrazia Atea 21 Marzo 2015 dc:

L’assurdo di Napoli

Luigi De Magistris, già collaudato baciatore di ampolle, Sindaco di una città della Repubblica italiana, offre al monarca vaticano le chiavi della città di Napoli, e lo fa con “deferente gratitudine”.

De Magistris, ex magistrato, già condannato in primo grado, non si accontenta di questa “sottomissione” teocratica, e, nella veste istituzionale che ancora ricopre, chiede al capo di Stato di una monarchia nella quale il codice canonico ha prevalenza giuridica sul codice penale “l’affermazione dei Principi di Giustizia e Legalità”.

Il monarca vaticano, dal canto suo, nel giorno in cui si viene a sapere che le automobili vaticane erano utilizzate per un traffico di oro e diamanti nel Burundi, chiede ai criminali di convertirsi al cattolicesimo.

Sembra il canovaccio di una commedia di Ionesco, ma di assurdo c’è che è tutto reale.

Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea

Cultura, Laicità e Laicismo, Politica e Società

Si torna alle benedizioni nelle scuole?

da Cobas scuola Bologna – 14 Marzo 2015 dc:

Si torna alle benedizioni nelle scuole?

A Bologna un attacco alla laicità della scuola statale

In un Istituto comprensivo di Bologna sta accadendo una vicenda paradossale.

Tutto inizia un paio di mesi fa, quando tre parroci delle parrocchie locali inviano una lettera al Dirigente per chiedere di poter dare la benedizione pasquale agli alunni delle tre scuole dell’Istituto. Il Consiglio di Istituto, senza nemmeno perdere tempo per mettere all’ordine delgiorno la richiesta, dibatte nelle “varie” e vota a maggioranza la benedizione a scuola. Salvo accorgersi poi che la faccenda non rappresentava un assolvimento burocratico scontato, macostituiva una decisione pesante, che non aveva chiari appigli normativi, che capovolgeva le consuetudini delle scuole in questione, che non partiva da esigenze o richieste di alcuna componente diffusa (genitori o docenti), che tra l’altro era stata presa in modo irrituale perché con votazione di un tema non incluso nell’ordine del giorno.

A questo punto uno potrebbe pensare che un tale sbilanciamento, effettuato solamente per accontentare tre parroci, poteva rientrare almeno parzialmente e divenire occasione di verifica della normativa e di ascolto delle componenti scolastiche, insomma: poteva essere occasione di un’apertura ad una dialettica “democratica”.

Invece di lì a meno di un mese il Consiglio viene riconvocato con l’inclusione della “benedizione” quale oggetto dell’ordine del giorno e, sotto gli occhi esterrefatti di alcuni docenti presenti come pubblico, la celebrazione del rito viene approvata, con le sole limitazioni di non essere obbligatoria (ci mancherebbe anche questo) e di venir svolta non nell’orario curricolare. A nulla valgono le proposte di mediazione di chi propone una strada più rispettosa della fisionomia pluralista e costituzionale della scuola pubblica, quella di affiggere nelle bacheche della scuola un cartello delle parrocchie con l’appuntamento alle rispettive chiese: la determinazione della maggioranza è di ferro e non viene scalfita.

Per comprendere bene su quale terreno si innesta tale determinazione però occorre conoscere qualche dato aggiuntivo. Bisogna sapere cioè che nel 1993, oltre vent’anni prima, quello stesso Istituto scolastico aveva approvato addirittura la celebrazione di riti cattolici all’interno dell’orario curricolare e che già allora un ricorso al Tar aveva cassato come illegittima questa pratica e nella motivazione aveva aggiunto che anche come attività in orario extrascolastico la pratica non era giustificata, sostanzialmente perché la benedizione o la messa è la celebrazione di un rito e la scuola non è luogo deputato a ciò. Almeno la scuola statale, perché nelle scuole confessionali il problema non si pone.

Quindi sembra di capire che, passati vent’anni, pur non essendo intervenuti cambiamenti legislativi sul tema, un nuovo tentativo nella stessa scuola esprime la volontà di riprovare a far entrare nella scuola un rito cattolico creando un precedente significativo. La speranza degli ostinati sostenitori del prete a scuola (e – immaginiamo – di quei preti che hanno avanzato la richiesta) è evidentemente quella di provare a incrinare il carattere laico che caratterizza in parte la scuola italiana (teniamo presente che comunque a scuola sono previste due ore di insegnamento della religione cattolica) facendo marcare il territorio al sacerdote attraverso la benedizione, una benedizione che le anime credenti potrebbero benissimo recarsi a ricevere nella chiesa viciniore.

A questo punto un gruppo non piccolo di insegnanti e genitori di quell’Istituto si ritrova a ragionare su tale scelta e – non condividendone le ragioni e avendo dubbi sulla legittimità – decide di rivolgersi ad un avvocato e – a proprie spese – di fare ricorso al Tar. Sono evidentemente insegnanti che considerano la scuola statale come uno spazio in cui non si svolgono riti religiosi, ma semmai si parla di religioni studiandone gli aspetti culturali.

Pensano che la presenza nella società italiana di scolaresche sempre più composite per credo religioso o non religioso suggerisca comportamenti che non creino divisioni tra alunni credenti e alunni non credenti in quella religione specifica o non credenti affatto; reputano quindi scontata la tutela dello spazio scolastico – curricolare ed extracurricolare – dalle celebrazioni religiose di qualsiasi confessione. Questi insegnanti e genitori quindi ricorrono e attendono di sapere dalla magistratura amministrativa chi ha ragione sulla legittimità – poiché il diritto a confrontarsi sulla base di
diverse opinioni lo garantisce la Costituzione. Il pronunciamento sulla richiesta di sospensiva è previsto per il 26 marzo e quindi rimarrebbe tutto il tempo, qualora la sospensiva non venisse accordata, per dare corso successivamente alla delibera del Consiglio di Istituto.

Su questa situazione però si innesta un incredibile capovolgimento mediatico delle posizioni.

Attorno a questi docenti e genitori che hanno un’opinione diversa si scatena una canea mediatica vergognosa, a tratti intimidatoria, francamente imbarazzante. Dapprima Don Raffaele Buono afferma in un testo inviato alla stampa che “l’effetto della benedizione sarà di
incoraggiamento e consolazione per chi crede in un Dio d’amore e misericordia; per chi non crede sarà certo meno preoccupante dello sventolare di una bandiera nera”. Poi l’allusione all’Isis fa scuola e riappare più volte. Vediamo alcune citazioni: per Camillo Langone su “il Giornale nuovo” (prima pagina, titolo principale) ricorrere al Tar diventa “una mossa degna del califfato”, i professori sono “indiavolati”, “la sinistra che tifa per l’Isis” e le ragioni dei ricorrenti sono bollate come “delirio laicista”. “Il Resto del Carlino” titola “sì alle benedizioni, basta con i prepotenti”, il direttore descrive gli insegnanti ricorrenti come “pervasi da spirito ideologico che mal si concilia con la funzione che svolgono”, il vicedirettore decreta: “gente come gli 11 di cui sopra andrebbero a loro volta portati davanti ai giudici perché impediscono ad altri di coltivare i propri valori”… Fermiamoci qui. Appellarsi ad uno strumento costituzionale della giustizia amministrativa diviene un atto bollato come vergognoso e violento: il fango mediatico ha realizzato il suo scopo: oscurare il dibattito e demonizzare i soggetti che la pensano diversamente (molti – tra l’altro – cattolici praticanti).

Ma ciò non è bastato a suggerire riflessioni e a rallentare la determinazione di chi ritiene che si debba procedere con forza verso queste benedizioni. Oggi, 12 marzo 2014, un nuovo Consiglio di Istituto, convocato in tutta fretta, ha fissato l’organizzazione delle benedizioni per i giorni precedenti la data del pronunciamento del Tar, in modo da vanificare il ricorso dei docenti e dei genitori e per mettere tutti – giudici del Tar compresi – di fronte al fatto compiuto
(oltretutto con voto favorevole della rsu Flc-Cgil). Tutto ciò nonostante nel frattempo il Consiglio di interclasse di una delle tre scuole si sia riunito e, tra le altre materie all’ordine del giorno, abbia discusso sul tema esprimendo praticamente all’unanimità (un solo astenuto) l’imbarazzo per una scelta che risulta divisiva per i bambini e le famiglie, fuori dalle tradizionali scelte educative della scuola, non in linea con la precedente sentenza del Tar.

In definitiva quindi si conferma la determinazione della maggior parte dei consiglieri d’istituto di andare avanti nonostante tutto e a tutti i costi mentre l’unica voce proveniente dal basso (i docenti di una scuola riuniti in un organo collegiale) esprime un parere diametralmente opposto che non viene preso in considerazione.

I Cobas – Comitati di base della scuola sostengono insegnanti e genitori in questa lotta per la laicità della scuola, per il rispetto delle diverse scelte religiose o non religiose di ognuno.

Deplorano i toni e i contenuti fortemente diffamatori e intimidatori di molti interventi giornalistici sul tema, si stupiscono che dalla dirigenza dell’istituto non emerga una parola di difesa della professionalità dei docenti che sono ricorsi al Tar in virtù dei loro pieni diritti di cittadinanza. La scuola statale italiana è laica e la Costituzione garantisce tale laicità. Queste forzature in direzione clericale rivelano solamente la pochezza delle argomentazioni di questi paladini della benedizione a tutti i costi.

Cronaca, Laicità e Laicismo, Politica e Società, Sessualità

In 5 giorni la Tunisia celebra i suoi 2 primi Gay Pride

In 5 giorni la Tunisia celebra i suoi 2 primi Gay Pride. Da www.ilgrandecolibri.com 30 Marzo 2015 dc

Ateoagnosticismo, Laicità e Laicismo, Politica e Società

Hanno ucciso Intissar

da Democrazia Atea il 24 Febbraio 2015 dc (pubblicato anche su mio sito Jàdawin di Atheia alla pagina Politica e Società-12 2015 dc):

Hanno ucciso Intissar

È stata uccisa a Tripoli Intissar Al Hassari.

Le hanno sparato perché era una attivista e faceva parte del movimento “Donne libiche per l’illuminismo”.

Chiedeva il disarmo delle milizie e accusava apertamente i miliziani dell’ISIS delle brutalità commesse in nome del fondamentalismo religioso.

Aveva aperto una biblioteca-bar tenuta da una cooperativa femminile, nel centro di Tripoli e su Facebook invitava la gente a donare libri nella convinzione che la cultura può vincere sulla violenza.

Ha pagato con la vita il suo impegno per la libertà nel suo Paese.

Democrazia Atea esprime il proprio cordoglio per la sua morte.

A mai più.

La Segreteria Nazionale di Democrazia Atea

Laicità e Laicismo, Politica e Società, Scienza e Natura

La via francese al fine vita

La via francese al fine vita. su Lucidamente 2 Gennaio 2015 dc

Laicità e Laicismo, Politica e Società, Sessualità, Varie: attualità, costume, stampa etc

“Professoressa? Meglio prostituta!”

“Professoressa? Meglio prostituta!”. su Lucidamente 3 Gennaio 2015 dc

Laicità e Laicismo, Politica e Società, Storia

Un pericloso slalom tra razzismo occidentale e fanatismo islamico

da Dino Erba tramite e-mail al Circolo Culturale Giordano Bruno di Milano, 21 Gennaio 2015 dc:

Un pericloso slalom tra razzismo occidentale e fanatismo islamico

Di fronte al raid contro la redazione di «Charlie Hebdo», la sinistra radicale, di orientamento comunista e anarchico, si è divisa tra l’ingenua difesa della «libertà» e l’ingenua solidarietà agli islamici.

In un mondo dove non c’è spazio per le ingenuità, la difesa della libertà si traduce in difesa dell’Occidente mentre la solidarietà agli «islamici» si traduce in difesa di regimi regressivi e oscurantisti.

Sono dilemmi che, sostanzialmente, affogano i proletari dei Paesi islamici nel fanatismo religioso, dimenticando peraltro la resistenza kurda contro Isis. Tutt’ora in corso.

Peso del passato e incubi del presente

In entrambi i casi manca una visione che sappia emanciparsi dalle scorie del passato, religiose o laiche, che sono sempre succube delle ideologie dominanti. L’emancipazione ideologica è il presupposto per la critica teorica (e quindi per il superamento pratico-politico) di «questa valle di lacrime», ossia dell’attuale società basata sui rapporti di produzione capitalistici.

È proprio vero, le vecchie idee e le vecchie tradizioni pesano come un macigno nella testa degli uomini. Anche nelle teste di coloro che vorrebbero essere rivoluzionari. E li tengono alla superficie apparente dei fenomeni, senza far loro vedere che cosa, in realtà, ribolle al di sotto.

Come ho già scritto, i valori dell’Occidente sono il frutto dell’Illuminismo, che è intriso di razzismo, anzi è la culla ideologica del razzismo grazie al quale viene legittimata l’oppressione e lo sfruttamento dei «diversi» (meglio se poveri e colorati).

Con questi presupposti «libertari», discutibili ma, se proprio vogliamo, in astratto accettabili, a favore di «Charlie Hebdo» viene invocata una libertà d’espressione francamente metafisica. La libertà di espressione segue una sua evoluzione storica e sociale: libertà di chi e libertà per che cosa?

La satira è la voce dell’oppresso contro l’oppressore e ha una decisa connotazione eversiva, altrimenti scade nella facile ironia o, peggio, nel dileggio, come a suo tempo le vignette naziste del «Kladderadatsch» sugli ebrei (o sui negri), che a volte potevano anche essere «gustose» ma erano decisamente razziste.

«Charlie Hebdo» si barcamenava tra queste due sponde, tra la satira e la facile ironia, ma senza grandi successi, poiché le vendite stagnavano sotto le 50mila copie; «Il Vernacoliere» è sulle 35mila copie, certo è mensile ma ha una diffusione in gran parte regionale. I numeri sono sempre eloquenti!

Le avanguardie della regressione

La solidarietà agli «islamici» tocca un tasto più complicato, poiché porta allo scoperto il Dna cattolico che in Occidente, e soprattutto in Italia, interagisce con il successivo mutamento genetico illuministico. Questo mix di tradizione & progresso (e moralismo) caratterizzò il terzomondismo italiano negli anni Sessanta e, nel decennio successivo, confluì nei movimenti della «nuova sinistra», con effetti più o meno significativi ma pur sempre con una prevalente accentuazione «progressista».

Con il riflusso di fine decennio rifluì anche l’accentuazione «progressista», lasciando spazio a pulsioni moderate se non reazionarie. Gli effetti furono comunque politicamente aberranti.

Tra le cause scatenanti della regressione ideologica ci furono i giudizi espressi sull’onda della cacciata dello scià (1979), capo di una dittatura sanguinaria e legata a filo doppio agli Usa, in funzione di gendarme di quell’area, cerniera tra Medio Oriente e Asia centrale.

Tuttavia, il regime dello scià aveva anche varato alcune significative riforme economiche, nell’industria e nelle campagne. Sul piano sociale aveva migliorato la condizione femminile: istruzione, lavoro, divorzio, diritto di voto.

Queste riforme ed altre di stampo «occidentalista» in materia religiosa avevano suscitato l’opposizione del clero scita e delle mafie dell’assistenzialismo religioso (bonyad)[1] che seppero cavalcare a proprio vantaggio il crescente malcontento, provocato dalle difficoltà economiche di larga parte della popolazione operaia, contadina e commerciale (bazari), cui il regime rispondeva con violente repressioni.

Scelta scellerata in linea coi tempi

Il Comitato Rivoluzionario guidato dall’ayatollah Kohmeini trovò imprevisti sponsor in Occidente, tra ex gauchistes, in cerca di «nuove emozioni» dopo le delusioni di un socialismo reale ormai appannato e poco appetibile, in Cina come in Urss, e con Cuba sul viale del tramonto.

Nonostante l’opposizione al regime dello scià fosse assai articolata, comprendeva liberali, comunisti (e non tutti filo sovietici), nonché il movimento di liberazione kurdo, in Italia le apparenze prevalsero. In nome dello sciocco concetto che «il nemico del mio nemico è mio amico», il quotidiano «Lotta Continua» e Radio Popolare[2] alimentarono la simpatia per l’ayatollah Khomeini, facendolo diventare simbolo di una rivoluzione di nuovo modello contro l’omologazione capitalistica made in Usa dello scià. Dipingevano una fantasiosa immagine di una situazione sociale assai più intricata.

In  realtà, gli ayatollah furono gli artefici di una controrivoluzione preventiva che rimodellò l’establishment iraniano attraverso un cambio della guardia a proprio esclusivo vantaggio.

Regressione continua

Che dire dei fan occidentali di Khomeini? Ingenuità? Demenza? Collusione? Ardua sentenza. Pur considerando che anche in Italia erano presenti e vive organizzazioni e voci in lotta sia contro lo scià e sia contro Khomeini, di cui il volantino dei Mojahedin del popolo iraniano[3], qui riprodotto, è un’evidente testimonianza che denuncia la sanguinaria repressione dei preti boia di Teheran. Ma c’è poco da fare, quando il vento del riflusso sociale ti oscura la vista.

A portar acqua al mulino della regressione politica, c’era anche il Pci[4], non c’è da stupirsi. Rispetto ai fan gauchistes, il Pci si comportava con una maggiore cautela che era dettata dai suoi legami con l’Urss. Mosca era infatti preoccupata per movimenti islamisti che avrebbero potuto contagiare le vicine repubbliche sovietiche e, soprattutto, avrebbero potuto incrociarsi con l’incombente disastro afghano. Come avvenne alla fine del 1979, con l’invasione sovietica dell’Afghanistan.

Si aprì allora una nuova diatriba tra i difensori della civiltà «sovietica», comunque esportata, e i difensori della libertà «religiosa», comunque intesa. La successiva evoluzione della situazione afghana ha sparso le sue metastasi in giro per il mondo, generando devastanti mutazioni genetiche nelle ideologie politiche.

Le conseguenze sono sotto i nostri occhi e dovrebbero mostrare le perverse implicazioni di questa contrapposizione tra tesi che sono entrambe figlie di un passato remoto e che sarebbe bene seppellire. Almeno con le armi della critica, prima di passare alla critica delle armi.

Altrimenti, la critica delle armi continueranno a farla mangia-preti razzisti & bacia-pile integralisti … E intanto i nazionalismi sono sempre in agguato. Ma questa è un’altra storia.

O no?

[1] Le bonyad sono fondazioni esentasse, sul loro giro d’affari vedi: Alberto Negri, La fondazione di Khamenei che vale di più dell’export iraniano, «Il Sole 24Ore», 3 dicembre 2013.
[2] Vedi: Carlo Panella, Ayatollah atomici. Tutto quello che non ho capito della Rivoluzione iraniana 1978-1979, Mursia, Milano, 2010. Il libro è un tardivo mea culpa dell’autore delle corrispondenze a «Lotta Continua» e a Radio Popolare che provocarono il disastro ideologico, trovando comunque un terreno fertile o già fertilizzato. A onor del vero, il mea culpa rincara la dose; si capisce quindi come mai Panella, invece di sparire dalla scena giornalistica, sia divenuto sodale di Giuliano Ferrara, di Emilio Fede, di Paolo Liguori …, a Mediaset, a contar balle. Dal 2007, collabora anche col quotidiano telematico «L’Occidentale». [http://www. informazionecorretta.com/ – http://www.ilvelino.it/it/article/2014/06/28/la-rivoluzione-iraniana-fine-di-unillusione-genesi-del-terrorismo-islamico/ecc
[3] I Mojahedin del popolo iraniano (o Esercito di liberazione nazionale dell’Iran) sono un movimento politico progressista che, in origine, cercò di conciliare l’islam con una visione sociale «marxista». In seguito è approdato a un riformismo di stampo socialdemocratico. Ciò nonostante, fino al 2009 l’Unione Europea la considerò un’organizzazione terroristica. Obama sta ancora pensando se toglierla dalla black list…
[4] Maurizio Caprara, Il comunista Minucci «Khomeini fu una liberazione, il Pci non sbandò». Il direttore di «Rinascita»: «Quegli ayatollah hanno avuto il grande merito di rompere le catene del regime dello Scia», «Corriere della Sera», 17 luglio 1999 [http://archivio storico.corriere.it/1999/luglio/17/Khomeini_una_liberazione_Pci_non_co_0_9907177161.shtml].

Ateoagnosticismo, Cultura, Laicità e Laicismo, Politica e Società, Sessualità

Bergoglio come se fosse Antani

da Democrazia Atea il 20 Gennaio 2015 dc:

Bergoglio come se fosse Antani

I Capi dello Stato Vaticano si sono negati, almeno apparentemente, la sessualità e nello stesso tempo legano al fallo l’autorevolezza delle loro asserzioni, perché si autoproclamano infallibili, un po’ come gli Ayatollah in Iran che non possono essere contestati da nessuno quando esprimono le loro interpretazioni religiose.

Sia il Capo di Stato Vaticano che l’Ayatollah iraniano si sono arrogati il potere di imporre alle masse le regole morali che interpretano secondo convenienza a fini di potere.

E non è difficile che un capo cattolico e un capo islamico possano trovarsi sulla stessa lunghezza d’onda quando si tratta di reprimere la libertà d’espressione.

Gli integralisti islamici, nell’attualità del loro medioevo, uccidono, mentre invece il finto povero Bergoglio, che il medioevo vorrebbe restaurarlo, di fronte a ciò che reputa offesa incita a tirare di pugni.

Una espressione più sessista e maschilista, come quella recentemente profferita davanti alle telecamere, non sarebbe stata ugualmente idonea ad interpretare la volgarità del suo pensiero.

Nel suo mondo misogino infatti le donne devono essere protette con i pugni, perché l’insulto ad una donna, qualunque esso sia, non può trovare nel sistema processuale sanzionatorio la giusta valutazione, ma deve trovare nella violenza l’espressione di riaffermazione della proprietà, e per giunta non in via diretta, ma attraverso il maschio preposto a difesa della femmina subordinata.

Forse nel prossimo sinodo decideranno che la reazione con i pugni sarà una new entry nei manuali del catechismo cattolico, e così decenni di cultura della non-violenza andranno a farsi friggere, perché anche l’ultimo dei bulli di periferia sarà in grado di picchiare e di giustificarsi dicendo “lo ha detto Bergoglio”.

Per fortuna una buona parte delle donne italiane non si riconosce nella miseria maschilista di un recinto nel quale non c’è autonomia di scelta né di giudizio.

Molte donne hanno compreso che la sottomissione al maschio va interpretata come devianza patologica, e sanno che la dignità non si concilia con la violenza del messaggio religioso cattolico, ma con l’affermazione delle regole di diritto, e maggiormente quelle che si devono adire in via diretta quando si subisce un’offesa.

Stavolta Bergoglio ha detto una castroneria di troppo, ha travalicato la consapevolezza dei suoi limiti, si crede infallibile e ha lasciato trapelare la sua vera natura che è stata allevata in un retroterra di ordinario maschilismo.

Le donne consapevoli non hanno bisogno di essere difese con i pugni.

Le donne consapevoli non hanno bisogno dei messaggi subliminali di un triste gesuita che ogni giorno di più sproloquia come “come se fosse antani”.

Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea