Riflessione sulla scomparsa di Ciriaco De Mita

In e-mail il 29 Maggio 2022 dc:

Riflessione sulla scomparsa di Ciriaco De Mita

di Lucio Garofalo

Seppur volessi, non riuscirei ad associarmi alla “canea” delle dichiarazioni di cordoglio, al coro quasi unanime delle condoglianze, più o meno sincere ed ipocrite che siano, per il lutto che ha investito la comunità di Nusco, in particolare la famiglia De Mita, nonché il territorio dell’Irpinia e dintorni.

Non riesco ad avvertire alcun dolore autentico.

Si potrà obiettare che “il sentimento del cordoglio è per l’uomo, non per il politico”…  In verità, l’uomo e il politico sono inscindibili da circa 70 anni, se non oltre, da quando, nel 1953, se non erro, la “buonanima” esordì sulla scena politica aderendo alla corrente della “Sinistra di Base” che apparteneva alla “Balena bianca”, la Democrazia Cristiana.

La carriera politica di De Mita decollò grazie anche alla moglie, che era la segretaria di Fiorentino Sullo, esponente di spicco della DC, anch’egli originario dell’Irpinia, precisamente di Paternopoli…

Negli anni ’80 il figlio del sarto di Nusco riuscì a diventare uno degli uomini politici più potenti d’Italia, costituì il punto di riferimento, il perno centrale attorno a cui ruotava un ceto dirigente democristiano che annoverava numerosi elementi provenienti dall’Irpinia: Gerardo Bianco, Giuseppe Gargani, Salverino De Vito, Lorenzo De Vitto ed altri.

Fu l’unico leader DC a ricoprire nello stesso tempo la carica di Presidente del Consiglio, dal 1988 al 1989, e quella di segretario nazionale del partito, dal 1982 al 1989. Ciriaco De Mita è stato un astuto ed abile politico, nonché un intellettuale colto e raffinato, provvisto di una mente acuta, capace di elaborare un pensiero progettuale di ampio respiro, ma tali qualità politiche ed intellettuali furono subordinate ad un disegno egoistico di accrescimento e mantenimento del potere, per sé e per la propria cerchia familiare, amicale e clientelare.

Ma il fallimento storico-politico del demitismo è testimoniato da numerosi fatti ed elementi concreti, alcuni dei quali appaiono in una dimensione drammatica e raccapricciante: dallo spopolamento crescente ed inarrestabile delle comunità dell’entroterra irpino, la zona del cratere sismico in maniera particolare, alla chiusura di numerose fabbriche (alcune erano già decotte in partenza) ed di intere aree industriali, costruite durante la lunga stagione della ricostruzione post-sismica, grazie agli ingenti fondi pubblici erogati dalla Legge n. 219 del 1981, ben 60 mila miliardi di lire, di cui una percentuale assai cospicua è stata dirottata per finanziare la camorra e rimpinguare le attività illecite ed il malaffare.

Senza omettere che la nostra terra, l’Irpinia, detiene il lugubre primato dei suicidi in tutto il Meridione d’Italia.

Potrei proseguire qui nel “dipingere” il macabro e desolante quadro storico-politico ed esistenziale, ma ritengo che la sintesi che ho formulato basti. Sorvolerei sul caso, arcinoto (ma non ai più), dell’Irpiniagate, sul quale venne scritto e pubblicato un libro nel 1989.

Insomma, con la dipartita di Ciriaco De Mita è scomparso un “nemico di classe” per il movimento comunista ed antagonista irpino (o, almeno, per i soggetti sopravvissuti, per i “cani sciolti”, tra cui il sottoscritto)… De Mita è stato un avversario politico per intere generazioni di comunisti e dissidenti che hanno osteggiato il suo sistema di potere, instaurato soprattutto in Irpinia e nel Sannio. Un sistema di potere molto ramificato e radicato principalmente nel settore della sanità regionale, delle imprese industriali, delle banche e dovunque si allungassero i suoi tentacoli voraci.

In futuro si dovrà contrastare il “demitismo senza De Mita”, cioè il sistema di potere imposto ed esercitato dagli epigoni del “podestà” di Nusco. Perciò, temo che si rischi di rimpiangere (!) il “demitismo” con De Mita.

La democrazia non obbliga all’intelligenza

15 Luglio 2022 dc, articolo su Hic Rhodus il 27 Aprile 2022 dc (Nota mia: non sono d’accordo su tutto, ma non intervengo, ma sul fatto che ormai non si tratta più da tempo di lotta di classe ma di lotta tra intelligenti e imbecilli, approvo senza riserve):

La democrazia non obbliga all’intelligenza

di Claudio Bezzi

In un duplice senso: non occorre una diffusa intelligenza di massa affinché la democrazia si sostenga, e la democrazia non impone ai suoi cittadini un livello minimo di intelligenza sotto il quale – per dire – scatta una sanzione. Tutto questo è bellissimo, direi entusiasmante; e se non la pensassi così dovrei ricorrere a massicce dosi di antidepressivi visto quel che si è visto alle manifestazioni del 25 aprile, per dire solo l’ultima (una cronaca QUI).

La democrazia (nel senso e nelle forme tipiche dell’Europa occidentale, per esempio) parte dal presupposto liberale che ciascuno ha diritto al proprio pensiero, ad esprimerlo, ad organizzarsi per diffonderlo, e a concorrere alle elezioni per affermarlo, candidandosi quindi a governare il Paese per fare e disfare sulla linea di quel pensiero. Gente, se non è libertà questa, non saprei proprio quale potrebbe esserla! E ce l’abbiamo noi, qui, in Europa Occidentale, assieme ai nordamericani, agli australiani, ai giapponesi e pochi altri popoli.

Ma che bello!

Ma la democrazia è anche ambigua: sì, ti lascia la libertà di dire e fare ciò che vuoi, ma conta sul fatto che tutte le imbecillità restino sostanzialmente contenute e marginali.

Questa specie di ipocrisia aveva una ragion d’essere quando le democrazie occidentali assunsero la loro forma attuale, ovvero all’indomani del secondo conflitto mondiale (qualcuna prima, certo, è per fissare una specie di data convenzionale). A quell’epoca – secondo la famosa sintesi di Umberto Eco – gli imbecilli sproloquiavano nei bar dopo un bicchiere di vino, e semplicemente non avevano alcuna scala pubblica per arrivare a un qualunque potere (amministrativo, politico, mediatico). La cosa finiva lì, i compaesani sopportavano e semmai sghignazzavano, e all’amministrazione cittadina arrivava un galantuomo come tale conosciuto dai cittadini (qualche volta azzeccandoci, qualche volta no, ma non cavilliamo).

Poi quell’amministratore, se si era fatto notare, veniva invitato dal suo partito a candidarsi alle regionali, poi alle politiche, faceva “carriera”, dava il suo contributo, mentre l’imbecille continuava con le sue sciocchezze in quel medesimo bar. Vigeva una sorta di omeostasi sociale: il consenso veniva costruito non tanto sul dire quanto su un fare coerente col detto, ed efficace in sé, visibilmente efficace per una quota consistente di beneficiari (cittadini, quindi elettori). Anche nei momenti di grave crisi democratica (per esempio gli anni di piombo, che ricordo assai bene) il dibattito politico anche fra posizioni distanti riusciva a trovare una sintesi, e le lacerazioni democratiche (tale fu l’assassinio di Moro) riuscivano a ricomporsi: con fatica, col tempo, ma si ricomponevano.

Una serie di eventi separati, alcuni tecnologici (Internet soprattutto) altri geopolitici (la fine dei blocchi) ed economici (la Cina nel WTO) hanno semplicemente cambiato il mondo in molteplici e irreversibili modi (ne parlai QUI tempo fa). Una tremenda eterogenesi dei fini che ha reso impossibile l’omeostasi necessaria alla democrazia per difendersi dall’imbecillità.

Oggi vediamo legioni di imbecilli proiettate dal nulla della loro periferia (periferia culturale e sociale) al Parlamento, grazie a una manciata di voti rionali raccattati facendo due smorfie sui social, e guidati da un ometto insignificante che ha lavato le mutande a Salvini prima, a Letta poi, e si crede un leader senza saper prendere una posizione che sia una.

Oggi vediamo un vignettista, che ha nel curriculum solo l’essere stato sempre un vignettista (fonte: Wikipedia, una delle biografie più desolate che ho letto sulla Wiki) che può dire in diretta TV che il capo dello Stato “non è più il garante della Costituzione” che, sia ben chiaro, è un pensiero lecito e legittimo, nelle democrazie occidentali, specie se asserito dall’imbecille di paese, al bar, dopo due bicchieri di vino: e invece Vauro – che te lo dico a fare? – è un “opinionista”, un influencer, come la Murgia, come Povia, come Puzzer, e ho a bella posta citato una scrittrice, un cantante e un (ex) scaricatore di porto che possono essere bravi e competenti nei loro ruoli professionali e artistici, ma non per questo hanno titolo a sparare dabbenaggini qualunquiste e nella sostanza antidemocratiche ai microfoni che sempre, sempre, qualche solerte giornalista ficca loro sotto la bocca.

Oggi Karl Popper, parlando del pericolo democratico dovuto agli intolleranti (ne La società aperta e i suoi nemici), credo che non si riferirebbe più ai prepotenti fisici, ai mascalzoni prevaricatori (lui scriveva nel 1945 pensando ai massimalismi comunista e fascista) ma agli imbecilli.

Nelle democrazie occidentali i rigurgiti della prepotenza fisica sono sempre più rari (oddio, Capitol Hill è recentissimo…) mentre pervasivi, estesi, diuturni, permeabili, inevitabili sono i quotidiani miasmi dell’imbecillità.

Abbiamo quotidiani interamente scritti da imbecilli e a loro dedicati, e anche quelli più pluralisti si riservano comunque una certa dose di cretineria. La televisione è un Vietnam di trappole e imboscate degli imbecilli, che per fare uno share (ascolto) più elevato – rappresentando costoro una quota interessante di telespettatori – vengono sempre invitati. I social, poi, sono la cloaca del pensiero imbecille.

Attenti: oltre agli imbecilli integrali, che probabilmente non sono compresi nella lista dei vostri “amici” Facebook (o Twitter…), ognuno di noi scrive, prima o poi, una sciocchezza, fa un commento inadeguato, si lascia scappare un pensiero stanco. Ecco: le dieci cose intelligenti che avete scritto su Facebook cadono nel vuoto, salvo i like (mi piace) d’ordinanza che alcuni amici e parenti si sentono in obbligo di concedervi; ma quella boiata, quella frase veloce e scarsamente riflettuta, quella battuta pungente, accidenti quanto girano, vengono condivise, ottengono cuoricini! È così vera questa constatazione, che ne è nata una professione: Yuotuber, Tiktoker, Instagrammer e altri protagonisti dei social più diffusi sono diventati ricchi avendo capito come scatenare il peggio che alberga nell’anima (?) e nel cervello della gente, che clicca, condivide, apprezza le peggiori stronzate.

È bellissimo che qualcuno pensi che la guerra in Ucraina sia sbagliata perché sbaglia Zelensky a resistere e se si arrendesse sarebbe meglio. Perché mai non dovremmo accettare questo pensiero? Che qualcuno non apprezzi Mattarella è giusto, ovvio e vorrei dire “sano”. Che sopravvivano dei comunisti nel terzo millennio è bizzarro ma corretto, diamine, è pluralismo, se ci sono i terrapiattisti possono ben esserci anche i comunisti! Che un ex comico bollito, con alcuni scappati di casa ignoti ai più, sparino boiate sesquipedali autonominandosi “eretici guerrieri” fa ridere, sì, ma dai… c’è spazio anche per loro. Che si fischino le brigate ebraiche al corteo del 25 aprile è scandaloso, ovvio, ma sappiamo che la storia è ignota, l’ideologia potente, la cretineria dilaga quando si è in gruppo e ci si sente spalleggiati, ma sì, sopportiamo anche questo…

Ma tutti insieme, questi imbecilli e molti altri, attenzione: tutti insieme possono far vincere la destra fascista alle prossime elezioni politiche; possono far fallire il PNRR; possono bloccare pezzi di Italia; possono impedire riforme essenziali e favorirne di idiote (la riforma della giustizia di Bonafede, come caso esemplare). Tutti insieme, vociando le loro imbecillità, non formano un coro ma una cacofonia assordante che è forte in tutto il mondo occidentale: in Francia l’abbiamo scampata, in Slovenia pure. E in Italia?

Referendum (San) Siro: pronti a ripartire

In e-mail il 27 Giugno 2022 dc:

Referendum (San) Siro: pronti a ripartire

Buongiorno a tutte e tutti,

Nell’attesa di parlare della risposta da parte del Comune di Milano sull’ammissibilità o meno dei nostri referendum, attesa a breve, pensiamo sia importante concentrarsi su tutte le azioni in corso in difesa dei diritti dei cittadini.

Al momento i riflettori si sono concentrati sull’organizzazione del Dibattito Pubblico che l’Amministrazione sta cercando palesemente di condizionare e indirizzare a suo piacimento.

Dibattito Pubblico che noi, come Comitato Referendario, riteniamo utile sia per la possibilità di un risultato positivo e soprattutto come momento di conoscenza e consapevolezza da parte della cittadinanza in vista del successivo Referendum.

È necessario quindi vigilare perché il Dibattito Pubblico si svolga con la reale e fattiva partecipazione della cittadinanza

Una possibilità che l’attuale indirizzo dell’amministrazione sta vanificando.

Per questo, sotto la supervisione legale dell’avvocata Veronica Dini, è stato redatto un documento di denuncia di tutte le irregolarità e imprecisioni con cui si sta definendo il percorso del Dibattito.

Ve lo alleghiamo e vi invitiamo quindi a sottoscriverlo individualmente cliccando sul link sotto

per sottoscrivere

nota bene: il link per firmare è personalizzato per ogni destinatario, condividendo questa email, altri destinatari non potrebbero aggiungere la propria firma.

Raccolte le adesioni è nostra intenzione, entro fine settimana, pubblicizzarlo con una conferenza stampa/assemblea pubblica o con gli strumenti che condivideremo essere i più efficaci per mantenere alta l’attenzione sull’area di (San) Siro.

Pensiamo sia importante continuare a denunciare, ed evidenziare, come l’amministrazione continui a boicottare la partecipazione cittadina nelle scelte che condizionano la vita e la vivibilità, e come questa azione di denuncia possa essere utile a convincere la cittadinanza che il referendum sarà l’unico strumento efficace ad evitare la speculazione a cui ci stiamo opponendo.

In attesa delle vostre considerazioni in merito vi preannunciamo che a breve organizzeremo un incontro con la cittadinanza in cui riprendere tutti i nostri temi e definire i successivi passi ed azioni.

I portavoce del Comitato per Il Referendum per (San) Siro

La guerra in Ucraina e i “nazisti bravi” del battaglione Azov

24 Maggio 2022 dc, da Micromega, articolo del 20 Aprile 2022 dc:

La guerra in Ucraina e i “nazisti bravi” del battaglione Azov

L’ampio consenso che i paramilitari di estrema destra stanno raccogliendo è l’ennesimo errore di lettura che porterà allo sdoganamento di forze reazionarie. In Italia ne sappiamo qualcosa. Per questo è utile ricordare chi sono veramente i “ragazzi” di Azov.

di Valerio Nicolosi

“Questo è il fiore del partigiano, morto per la libertà” recita Bella ciao, canzone della resistenza italiana conosciuta in tutto il mondo e tradotta in oltre 40 lingue, anche in ucraino. A inizio marzo la cantante Khrystyna Soloviy ha riadattato il testo contro l’invasore russo e l’ha fatta diventare una delle canzoni della resistenza ucraina. Il testo recita: “Uccideremo i boia maledetti senza pietà (…) nella Difesa territoriale ci sono dei ragazzi migliori, nelle nostre forze armate combattono veri eroi”.

Scorrendo la bacheca Facebook di Khrystyna Soloviy, esattamente sotto al post in cui lancia la rivisitazione di Bella ciao, c’è una foto dei suoi anfibi in cui spicca la scritta “Батько нaш Банде́ра” che tradotto significa “Nostro padre Bandera”. Il riferimento è a Stepan Bandera, il capo dei nazionalisti ucraini durante la Seconda guerra mondiale che giurò fedeltà a Hitler e che oggi continua a essere ricordato in Ucraina nei settori di estrema destra e nazionalisti, che nel 2012 con la formazione Svoboda hanno raggiunto il 10% dell’elettorato e che hanno cavalcato il movimento di Piazza Maidan del 2014, entrando a far parte del governo provvisorio. Una parabola poi discendente: Poroschenko li caccia rapidamente dal governo e alle elezioni del 2019 ottengono poco più del 2% dei voti.

Dell’estrema destra ucraina fanno parte anche Pravy Sector e il Corpo Nazionale, gruppo politico legato al Battaglione Azov: entrambi si rifanno al nazismo e, dopo aver partecipato alle manifestazioni del 2014, hanno perso parte del consenso elettorale ma si sono rafforzati su quello militare, combattendo in Donbass contro i separatisti filorussi acquistando prestigio militare, tanto che nel gennaio 2015 il Battaglione Azov viene integrato alla Guardia Nazionale Ucraina.

Con l’inizio della guerra abbiamo assistito a quello che potremmo chiamare un’operazione di pulizia dell’immagine di questi gruppi, in particolare del Battaglione Azov, con interviste da parte dei media in cui dichiarano di non essere nazisti, di leggere Kant e di combattere per la libertà. Versione che confligge con il loro simbolo, la runa Wolfsangel, utilizzata da un battaglione delle SS e ripresa in Italia dall’organizzazione eversiva neofascista Terza Posizione, operativa dal 1978 al 1982 e sciolta dopo una serie di arresti e processi.

Fino a poco tempo fa invece il Battaglione Azov era collegato alle inchieste giornalistiche e giudiziarie sul suprematismo bianco e all’antisemitismo: nell’autunno 2019 in Campania sono stati arrestati alcuni membri di un’associazione spirituale che secondo gli inquirenti funzionava da base per il reclutamento e l’addestramento paramilitare di singoli militanti, spesso fuoriusciti dalle organizzazioni neofasciste italiane. Secondo le indagini c’è un filo che collega questa attività al Battaglione Azov e alle altre organizzazioni neonaziste e suprematiste internazionali. Sempre nel 2019 negli Stati Uniti c’è stata la richiesta da parte di alcuni deputati del Congresso di Washington di inserire i Azov nella lista delle organizzazioni terroristiche, anche per i rapporti con i suprematisti d’oltreoceano che spesso si sono arruolati nelle sue fila.

Ma non c’è solo Azov nell’estrema destra ucraina paramilitare, ci sono anche Aidar, Donbass, Dnepr 1 e Dnepr 2, tutti battaglioni sostenuti economicamente dallo stesso oligarca, Ihor Kolomoyskyi, tra le prime tre persone più ricche d’Ucraina, dal 2021 ospite non gradito negli Usa, con un mandato di cattura sulla sua testa da parte dei tribunali russi. Personaggio molto controverso, è stato ex-governatore dell’oblast di Dnipropetrovsk, presidente della maggiore banca ucraina “Privat Bank”, proprietario della squadra di calcio FC Dnipro Dnipropetrovsk nonché dell’emittente televisiva 1+1, quella che ha trasmesso la serie tv “Servant of the People” in cui Vlodomyr Zelensky interpretava proprio la parte del presidente dell’Ucraina.

Secondo il giornale “Politico” Kolomoyskyi avrebbe finanziato il battaglione Dnepr con 10 milioni di euro, costituendo di fatto un suo esercito privato che ha respinto le truppe separatiste, mantenendo la regione in pace. “Mentre il Donbass brucia, la nostra città è tranquilla come un cimitero. E questo è grazie al nostro governatore Kolomoisky” è una frase attribuita a un ristoratore di Dnipro sempre da Politico.

Durante la campagna elettorale gli altri candidati accusavano Zelensky di essere il burattino di Kolomoisky e che di fatto sarebbe stato lui il vero presidente in caso di vittoria del comico.

Aldar, uno dei battaglioni che il magnate ucraino avrebbe sostenuto dal 2014, si è reso protagonista di una serie di violazioni dei diritti umani denunciati da un rapporto di Amnesty International. “Sono stati coinvolti in abusi diffusi, inclusi rapimenti, detenzioni illegali, maltrattamenti, furti, estorsioni e possibili esecuzioni” accusa l’organizzazione umanitaria mentre una donna di Donetsk ha raccontato a Newsweek di aver ricevuto la testa di suo figlio, combattente filo-russo, in una scatola di legno.

Complessivamente dopo il 2014 in Ucraina sono nati circa 30 battaglioni indipendenti che sono andati a colmare le falle che l’esercito nazionale aveva lasciato nell’Est e nel Sud del Paese, tanto da essere comunque coordinati dal Ministero della Difesa di Kiev e, con tempi e modalità differenti, inseriti nella Guardia Nazionale ucraina, a eccezione del battaglione Alder che, dopo una serie di provocazioni e interferenze con la politica di Kiev, è stato sciolto nel 2015 e di fatto trasformato nel 24° battaglione d’assalto. “In connessione con la necessità di una regolamentazione legislativa dell’esistenza di battaglioni di volontari, nonché di prevenzione di azioni illegali da parte di alcuni rappresentanti di formazioni di volontari, lo Stato maggiore delle forze armate dell’Ucraina ha deciso di formare unità militari delle forze armate sulla base dei battaglioni di volontari”, ha dichiarato Vladislav Seleznev, all’epoca capo del servizio stampa dello stato maggiore ucraino.

Stessa sorte è toccata al Battaglione Azov dopo aver riconquistato la città di Mariupol, strategica per l’affaccio sul Mar d’Azov e oggi tornata centrale in questa guerra, tanto che proprio i militari dell’Azov stanno resistendo all’interno del plesso industriale della città, cosa per la quale sono stati paragonati da Giuliano Ferrara agli spartani alle Termopili, con un editoriale intitolato “Ora che sta per soccombere, il battaglione Azov merita solo rispetto” e nel quale dice: “Qualche curvaiolo della Dinamo Kyiv, tatuato con la svastika, fa parte di un battaglione nazionalista chiamato battaglione Azov. E dunque?”.

L’editoriale di Ferrara non è un caso isolato, anzi. Come sottolineato in apertura i media europei, soprattutto italiani, stanno facendo un’operazione di pulizia dei “ragazzi”, come spesso vengono definiti, del battaglione Azov, sminuendo la rilevanza che potrebbero avere a livello politico dopo questa guerra. Non è un caso, infatti, se Zelensky in conferenza con il parlamento greco li ha fatti presenziare insieme a lui. La comparsata degli “eroi di Mariupol” ha creato molte polemiche ad Atene, dove appena un anno e mezzo fa è stata messa al bando l’organizzazione neofascista Alba Dorata che con il Battaglione Azov ha condiviso l’esperienza del Forum “Iron March”, chiuso nel 2017, e che è stato un punto di aggregazione dei neofascisti e neonazisti a livello internazionale.

Al momento Azov ha due battaglioni nell’Oblast di Kiev, è presente a Zaporižžja e ha circa 1.500 uomini a Mariupol, dove si trova anche “l’eroe d’Ucraina” Denis Prokopenko, il comandante del Battaglione che è stato insignito da Zelenski della più alta carica del Paese. Dalla loro postazione  hanno affermato attraverso un video che i russi stanno usando armi chimiche, notizia ripresa dai giornali italiani come fonte attendibile mentre il governo di Kiev non si sbilanciava e i servizi d’intelligence occidentali davano la notizia come non verificata.

La centralità di Azov e degli altri gruppi neonazisti è quindi cresciuta nel corso della guerra, l’attenzione mediatica che ricevono e l’attendibilità come fonte conferisce loro anche una credibilità politica, potenzialmente pericolosa per il futuro.

Le trappole cognitive e come evitarle

21 Aprile 2022 dc, da Hic Rhodus, articolo del 22 Marzo 2022 dc:

Le trappole cognitive e come evitarle

di Carlo Bezzi

Premessa: qui parliamo degli “intellettuali” smarriti, a partire da uno degli esempi  recenti, quello della professoressa Di Cesare che insiste col negazionismo dell’intervento russo in Ucraina: ultima uscita di costei un vergognoso tweet che riproduco.

Non parlerò di lei in particolare, un’ottima riflessione l’ha proposta Sofia Ventura sull’HuffPost.

Una riflessione più generale la trovate su Hic Rhodus. E per la Di Cesare basta e avanza.

Qui voglio fare un discorso generale, ancora una volta. Poiché il rischio di ripetersi è facile, in un blog, procedo così: riproduco il pezzo finale del mio precedente post, che se l’avete già letto lo saltate, ma vi serve come promemoria. Poi aggiungo quello che desidero aggiungere, che costituisce l’oggetto di questa riflessione.

Ripetizione dal post precedente:

Linee guida definitive per distinguere gli intellettuali buoni e apprezzabili da quelli cattivi come il fumo negli occhi:

  1. il titolo di studio non conta; è logico aspettarsi più ingegno, sapienza, moderazione da persone istruite rispetto ai porcai, e fra tutte le persone istruite quelle che scrivono libri, e fra quelli che scrivono libri quelli che sono perfino docenti universitari; ma non è così: costoro hanno certamente più cultura, più sapienza in un campo specifico (che comunque non è trasferibile automaticamente a qualunque altro oggetto di discussione), ma non necessariamente più intelligenza, o più moderazione;
  2. chi indossa un’ideologia certamente non è un intellettuale, al più è un militante; se sei comunista non puoi essere intellettuale nel senso che vorrei indicare qui; neppure se ti autodefinisci liberale, sia chiaro; non sei un’intellettuale se ti proclami femminista, non lo sei ogni e qualunque volta la tua opinione si dichiara, a priori, schierata. Se sei un intellettuale comunista, prima di tutto sei comunista, e in quanto “intellettuale” pieghi le circostanze all’ideologia che ti comanda, e di cui tu ti fai servo (vale – come già detto – per chi si proclama in qualunque modo: fascista, populista, postcolonialista, liberista…);
  3. l’intellettuale, in ogni e qualunque caso, ha l’obbligo dell’argomentazione delle sue opinioni e tesi; poiché nessuno possiede la verità, né il porcaro né l’intellettuale, è obbligo di quest’ultimo (diversamente dal porcaro) di citare compiutamente, criticare sul filo della logica, evitare fallacie, spiegare e argomentare. Poi sbaglia ugualmente, certo, ma consente ad altri, di diverso parere, di riconoscere i concetti messi in campo e controargomentarli opportunamente, perché è da tale alternarsi di argomentazioni che nasce il senso sociale, base fondamentale per una sana opinione pubblica.

Parte nuova, un po’ difficile da esprimere ma ci provo.

Ciascuno di noi, intellettuali con o senza bollino, persone ragionevoli desiderose di capire il mondo, uomini e donne della strada che non per questo smettono di riflettere, ciascuno di noi, proprio tutti, è il prodotto della sua storia e della sua educazione, e quindi sì, ovvio, qualcuno ha elaborato valori più inclusivi, o più egocentrici, o più pacifisti o più libertari o più intolleranti, in ogni caso coerenti con una cornice generale di senso cui diamo, spesso, un’etichetta: liberale o comunista; cattolico o laico; pacifista o resistente (o guerrafondaio, ma nessuno si autodefinisce ‘guerrafondaio’); atlantista, europeista, sovranista, liberista, terzomondista, femminista, marxista, eccetera eccetera.

Bene: so per certo che qualunque etichetta vi attribuiate la ritenere la sintesi di valori positivi, buoni in sé, che sapreste argomentare e discutere con passione, così come con analoga passione sapreste argomentare, in negativo, valori e opinioni ed etichette antagonisti. Ci siamo fin qui?

Ecco, buttate via tutto. Non sarete liberi se vi autodefinite a priori. Chi si etichetta è schierato, e chi è schierato è in qualche modo servo, semmai un servo felice di servire (servire il popolo, la Causa, la Scienza, Dio…) ma sempre servo, che esprime pensieri pensati altrove e da altri. Ci si salva solo nudi, spogli, disarmati di pre-concetti, pre-asserti, pre-saperi, convincimenti, fedi, ideologie, adesioni a scuole di pensiero.

Solo se vi spogliate di tutto potete incominciare a ragionare. È così evidente! Solo se buttate via il vostro femminismo potete parlare degnamente di rapporti fra i sessi; solo se vi spogliate del vostro liberismo potete parlare sensatamente di lavoro e mercato; solo se vi spogliate del vostro marxismo potete usare le intuizioni di Marx assieme a quelle di decine di altri pensatori; solo spogliandovi di ritualismo e di scolastiche potete usare le idee, le intuizioni, le teorie di chi ci ha preceduto, senza renderle dogma, senza trasformarle in feticci.

Se siete cattolici, e non riuscite a separare quella vostra intima convinzione dall’analisi del mondo, sarete sempre gabbati dalla realtà. Se siete libertari, ma non capite che il libertarismo può essere una trappola arrogante che vieta a se medesima di interpretare il mondo, sarete presuntuosi e basta, limitati nella vostra possibilità di capire, e quindi provare a cambiare il mondo.

Bisogna spogliarsi di tutto, anche sapendo che in realtà è impossibile, perché in fondo al nostro foro interiore restiamo marxisti, cattolici, liberali. Ciò provoca una sanissima contraddizione nell’individuo che cerca; sana e dolorosa, dolorosa ma feconda. Grattarsi via tutte le incrostazioni che ci rendono ciò che siamo fa male, ci si scortica, esce il sangue, ma ci rende un pochino più liberi. Gettate via i vostri vecchi stracci ideologici, controllate continuamente l’origine delle vostre idee e siate pronti a usare la brusca per grattarvele via.

Grattando via i preconcetti cosa resta? Resta il metodo della parola: la logica; l’argomentazione prova di fallacie logiche; l’analisi delle fonti; lo scetticismo della relazione sociale; il dubbio sulle inferenze prodotte; l’acuto rifiuto per l’adesione a tesi; il pungente fastidio per le frasi fatte; l’orrore per il politicamente corretto tanto quanto la provocazione gratuita politicamente scorretta; la necessità di fermarsi a riflettere prima di controbattere; l’idea che l’altro da te non è per forza di cose uno scemo se arriva a conclusioni diverse dalle tue; l’idea che non esistono giganti sulle cui spalle infischiarsene delle evidenze; che l’argomentazione deve essere chiara principalmente per rendersi disponibile alla controargomentazione.

E questo è più o meno tutto.

Intervista al professor Boris J. Kagarlickij sulla guerra in Ucraina

4 Marzo 2022 dc, dal sito Bollettino Culturale, articolo del 7 Marzo 2022 dc:

Intervista al professor Boris J. Kagarlickij sulla guerra in Ucraina

L’intervista a Boris Jul’evič Kagarlickij sulla guerra in Ucraina è molto utile per avere informazioni di prima mano sulla tenuta del fronte interno russo. L’intervistato è una nostra vecchia conoscenza. Si tratta di uno dei più importanti intellettuali della New Left russa. Informazioni del genere saranno sempre più difficili da reperire dopo la legge, approvata dalla Duma, che “che introduce multe fino a 5 milioni di rubli e carcere fino a 15 anni per chi diffonde notizie diverse dalle fonti ufficiali – anche inoltrando sui social materiale vietato”. La mia vicinanza va a quanti in Russia e nel resto del mondo si stanno mobilitando in queste settimane contro la guerra.

1. Come sta vivendo la guerra la società russa? C’è consenso per l’invasione dell’Ucraina?

1.  La società russa, rispetto all’invasione dell’Ucraina, può essere divisa in tre fazioni. Le prime due hanno fatto una scelta ideologica rispetto al conflitto. La prima fazione, che rappresenta una buona fetta della società civile, è contro la guerra perché contro Putin e le sue politiche reazionarie. La seconda fazione sostiene la guerra perché condivide l’ideologia reazionaria del regime. Infine abbiamo una terza fazione, la maggioranza della popolazione, che è mossa dal panico e non dalla politica. Ancora non è toccata materialmente, a causa delle sanzioni, dalla guerra. La sua esistenza è spiegabile da una trasformazione precisa della società russa. Non è più quella di 30, 40 o 100 anni fa. Si tratta della società più individualista del mondo, estremamente materialista. Per farvi un esempio, in questi giorni IKEA sta abbandonando la Russia. Si sono create file enormi davanti ai suoi negozi perché molti cittadini russi vogliono comprare l’ultimo prodotto di questa azienda prima della chiusura di ogni sua sede nel Paese.

2. Che conseguenze avranno le sanzioni economiche sul potere di Putin?

2. Il panico di cui parlavo prima esiste perché ancora non stiamo vivendo pienamente le conseguenze delle sanzioni. Non sono uguali a quelle del 2014, le quali erano solamente simboliche. Si tratta di sanzioni adatte ad una situazione di vera e propria guerra. Colpiscono l’economia in maniera profonda. Non solo dal punto di vista della finanza [esclusione dallo SWIFT, impossibilità di rifinanziare il debito in euro o dollari, utilizzo delle riserve auree del paese per sostenere le banche private russe ndr], che è il problema minore per la Russia, ma soprattutto in termini di perdite di posti di lavoro e dipendenza tecnologica. Vi faccio un altro esempio. Negli scorsi giorni sono stato in Siberia. Per andare da Mosca alla Siberia vengono utilizzati aerei comprati in leasing dall’Occidente. Grazie alle sanzioni non potranno più essere utilizzati, andando a colpire direttamente le comunicazioni interne al Paese. Per non parlare delle limitazioni nell’utilizzo della tecnologia occidentale. Nelle prossime settimane vedremo meglio le conseguenze delle sanzioni sulla Russia.

Questi sono i motivi che spiegano l’agitazione di alcuni oligarchi che si sono schierati contro la guerra. Hanno paura di perdere il loro business.

3. Che giudizio hai delle manifestazioni contro la guerra in Russia e credi che debbano essere sostenute dai comunisti?

3. Il mio giudizio è positivo. Le manifestazioni sono piene di militanti di sinistra e liberali. I manifestanti vengono arrestati in massa. A dimostrazione di come gli spazi di democrazia verranno ulteriormente ristretti a causa della guerra. Ma la notizia positiva è che anche la risposta dell’opposizione si sta radicalizzando in modo inedito rispetto al passato. Un grande protagonista di queste lotte è il movimento studentesco che si sta organizzando nelle università russe. Un fatto inedito nella nostra storia.

4. Quali sono le posizioni dei sindacati russi rispetto alla guerra?

4. I sindacati russi stanno iniziando a prendere posizioni sulla guerra. Ci sono sindacalisti ostili al conflitto per le conseguenze che avrà sulla perdita dei posti di lavoro. Sono destinati a rafforzarsi parallelamente ai posti di lavoro persi a causa delle sanzioni (pensiamo alle aziende occidentali che stanno lasciando in questo momento la Russia).

5. Quali sono le posizioni del KPRF sulla guerra?

5.  Zyuganov è una marionetta di Putin che accetta tutte le scelte del governo. Nel partito la situazione è più complicata a tutti i livelli, dai militanti alle sezioni locali. Recentemente ho partecipato a delle conferenze organizzate dal KPRF in Siberia. I militanti più anziani e nostalgici sono favorevoli alla guerra e vicini a Putin. Quelli più giovani sono più radicali e ostili a Putin e alla guerra.

6. La Bielorussia che ruolo ha nell’invasione dell’Ucraina?

6. Ai russi Lukashenko ora sembra meno autoritario di Putin. Non ha alcun interesse nel conflitto, è costretto ad agire dalla presenza dei militari russi nel suo Paese.

7. Come valuti la posizione della Cina in questa guerra?

7. La tradizione politica cinese è contraddistinta da un’ostilità verso l’avventurismo. Non è contenta della guerra di Putin perché potrebbe diventare un conflitto nucleare che colpirebbe anche le città russe in Estremo Oriente, molto vicine alla Cina. Anche la possibilità di fare affidamento su questo Paese per compensare le sanzioni occidentali va chiarita. La Cina pubblicamente afferma di essere contro le sanzioni alla Russia ma le sue banche vi partecipano come quelle occidentali.

8. Ti aspettavi questa guerra?

8. Mi aspettavo una guerra locale, confinata al Donbass e che finisse in una maniera tale da consentire ad entrambi gli schieramenti di dichiararsi vincitori. La scelta di Putin è stata totalmente irrazionale, figlia di un gruppo dirigente senza più un contatto con la realtà e che ormai crede alla propria propaganda. Non so se la guerra potrà estendersi in altri Paesi come la Moldavia o la Georgia. La Russia non potrà vincere questa guerra, deve quanto prima sedersi a trattare. E non esistono neanche margini per creare un governo fantoccio in Ucraina perché il conflitto ha contribuito a rafforzare i nazionalisti ucraini.

9. Di chi è la responsabilità per lo scoppio di questo conflitto? In Italia spesso i comunisti accusano la NATO, che si è espansa ad Est dagli anni ‘90 non rispettando i patti siglati con Gorbaciov dopo la riunificazione della Germania, di aver provocato questa reazione della Russia.

9.  La situazione di tensione è stata sicuramente alimentata dall’Occidente e possiamo metterci a ragionare su queste questioni quanto vogliamo ma la responsabilità della guerra in quanto tale è tutta di Putin e del suo gruppo dirigente reazionario. Non hanno voluto in alcun modo trovare alternative al conflitto.

10. Un commento finale sulla montante russofobia in Occidente?

10. Semplicemente qualcosa di ridicolo. Leggevo che volevano impedire la partecipazione a dei concorsi di bellezza per animali ai gatti russi. Ho risposto in un commento di non aver mai visto un gatto votare per Putin.

1) L’individuo umano è inconoscibile (in modo finito)-Parte I

4 Aprile 2022 dc, dal sito Hic Rhodus la prima parte di un’interessante serie di articoli, pubblicata il 21 Marzo 2022 dc:

1) L’individuo umano è inconoscibile (in modo finito)-Parte I

di Claudio Bezzi

1.1) Chi siete voi?

Pensate a voi stessi in questo momento. Come vi sentite? Bene, benino, più o meno come al solito… State leggendo queste note, perché? Vi interessano, vi ci siete imbattuti per caso? Avete tempo di leggere e meditare o avete fretta e volete solo scorrere il testo per capirne il senso? Chi c’è attorno a voi? La folla sconosciuta di un treno, l’ambiente noto e monotono dell’ufficio, quello cordiale di casa vostra? Oppure sì, è casa vostra ma avete litigato col coniuge e vi siete rifugiati in questa lettura come forma di autoisolamento, un po’ risentiti? Oppure in ufficio, come pausa da una grana che il vostro superiore vi ha rifilato? O sul treno che è in ritardo e vi farà perdere un impegno importante? Ieri sera avete mangiato bene? Oggi? Un panino al volo, un caffè bruciacchiato alla macchinetta del corridoio, coi colleghi, incluso quello che fa sempre battute da deficiente e voi non lo sopportate? E la frizione della macchina, che fa quel difetto, quando vi decidete a portarla dal meccanico? È caldo o freddo? Siamo in una stagione che amate? Avete difficoltà a pagare il mutuo, la biondina dell’ufficio contabilità vi corrisponde (o il moretto del protocollo…)? Vostro figlio ha combinato un guaio e dovete andare a parlare coi professori, il rubinetto sgocciola e vi ha fatto dormire male, avete scoperto che siete ipotiroidei e la cosa vi preoccupa, avete appena notato una macchia sulla camicia e fra cinque minuti avete un colloquio importante, vi sono entrati i ladri in casa, avete vinto alla lotteria, il film di ieri sera vi ha fatto riflettere, la guerra in Ucraina vi angoscia…

Chi siete voi? Come siete, come vi sentite?

Appena provate a descrivervi, il mondo attorno a voi è ruotato un pochino, altri otto miliardi di esseri umani hanno fatto qualcosa, tutti contemporaneamente, per la stragrande parte ignorando la vostra esistenza ma, in infiniti modi e forme, contribuendo a far sì che voi oggi, adesso, siate quello che siete. Voi siete infinite persone, tutte quelle che siete state nei miliardi di “momenti” della vostra vita: quella volta che avete sorriso a un bambino è una di quelle infinite persone che siete voi; quella volta che avete urlato al coniuge, quella volta che avete parcheggiato nello stallo per disabili, quella volta che avete organizzato una festa per la persona amata, quella volta che proprio non avevate voglia di fare una cosa, quella volta che avete scalato la collina senza motivo… Ognuno di questi “voi” è il frutto di elementi di quello che chiamiamo il carattere (caparbietà, timidezza, volontà, superbia…), pressato da molteplici caratteri degli altri individui coi quali siamo in relazione, nei tempi, modi, circostanze sempre differenti che rendono ogni momento completamente differente da qualunque altro, perché le permutazioni fra tutti questi elementi sono sostanzialmente infinite.

Diventa piuttosto complicato, per non dire impossibile, stabilire chi siamo noi in un qualunque istante; l’enormità di elementi che contribuiscono, in ogni diverso istante, a renderci chi siamo, non è immaginabile, salvo forse una piccolissima e insignificante manciata di condizioni note: sì, sono agitato per il lavoro, effettivamente ieri sera ho visto un bel film e mi ha messo di buon umore, la primavera si avvicina e son contento, accidenti che devo andare dal dentista e non ne ho voglia. Se ci chiediamo “Chi sono io, in questo istante?” possiamo dare solo una risposta approssimativa e tendenzialmente autoconfermativa e rassicurante.

1.2) Frutti del caso 

Se fossimo macchine, programmate in un determinato modo, avremmo giornate tutte uguali: ci relazioneremmo agli altri secondo protocolli prevedibili, la nostra storia sarebbe sempre al giorno Uno, perché tutto si ripeterebbe uguale, salvo per circostanze terze (il terremoto distruttivo, il mutamento climatico naturale) che sarebbero, man mano che accadono, acquisite come possibili esperienze episodiche alle quali rispondere con nuovi protocolli. Non avremmo una “Storia”, ma solo un accumulo di esperienze che genererebbero nuovi problemi, ai quali opporre soluzioni che aggiornerebbero i protocolli. Sarebbe una storia tecnologica. Invece conosciamo una Storia rivelatrice di passioni, eventi subitanei, uomini e donne, occasioni colte e mancate, casualità, passi avanti e indietro, esaltazioni e mostruosità.

Chi poteva pensare che Adolf Hitler, quel bimbo così carino con gli occhioni, che amava la mamma, sarebbe diventato il carnefice del XX secolo? Come ha fatto a diventare “il Führer”? Pensiamoci un attimo: se avesse avuto un padre più affettuoso, se avesse incontrato o non incontrato questo e quello, se avesse proseguito nell’idea della carriera ecclesiastica, se i suoi professori alla Realschule di Linz fossero stati meno ottusi, e avanti così, i milioni di nodi, bivii, sliding doors in cui ciascuno di noi si imbatte, ecco, bastava uno snodo imboccato diversamente e semmai non ci sarebbe stato l’Olocausto.

O forse ci sarebbe stato ugualmente per opera di Goebbels, che in un mondo ipotetico privo di Hitler sarebbe stato lui il Führer, oppure no, Stalin avrebbe invaso l’Europa, chissà, forse oggi saremmo tutti sovietici (Nota mia: falsi sovietici, ma staliniani autentici).

In generale siamo abbastanza consapevoli di questo. Pensate alla vostra vita e scrivete su un foglio come sia stato che avete incontrato il vostro coniuge, come e perché avete scelto un certo percorso universitario, come sia capitato che fate il lavoro che state facendo… Più ci pensate e più vedrete che quell’incontro, quella lettura, quel viaggio, quella circostanza, sono state delle sliding doors; oggi voi potevate essere tutt’altro, altrove, più felici o più disperati, e siete quello che siete per una serie di combinazioni fortuite che sono state tali anche per gli altri: anche il resto del mondo è capitato fortuitamente, in piccolissima parte anche per avere incontrato voi.

Se chiedete all’imprenditore di successo, come parte di un caso di studio, di un’inchiesta, di spiegarvi le ragioni del suo successo, costui vi racconterà un sacco di balle, perché razionalizzerà ex post buona parte delle circostanze che gli sono capitate, e non sono affatto state “scelte” da lui (ci tornerò al par. 1.5).

1.3) La vita quotidiana come elemento caotico

Anche la nostra vita quotidiana è un intrico di bivi e scelte. Perlopiù sono scelte microscopiche (mettere lo zucchero nel caffè o decidersi una buona volta a ridurlo? Fermarsi a comperare il vino per la cena o farsi bastare quello che era avanzato ieri?): a volte ci sembrano più rilevanti (stipulare un mutuo impegnativo e comperare casa; licenziarsi dal lavoro poco gratificante e mettersi in proprio), e a volte lo sono davvero (candidarsi sindaco; emigrare; avere un figlio); a volte sono addirittura drammatiche (in caso di catastrofe o guerra; dopo malattie e incidenti). Ma se abbiamo accumulato un po’ di anni sulle spalle, e ci volgiamo indietro, sappiamo riconoscere le principali sliding doors che abbiamo attraversato facendo una scelta, le persone incontrate che sono state decisive, o quanto meno importanti, le coincidenze fortuite (nel bene e nel male), quelle che riconosciamo sono in realtà una minima parte, perché di molte non ci siamo proprio accorti, e di molte altre preferiamo ignorare l’esistenza perché ci piace di più l’idea del libero arbitrio, ci piace attribuirci per intero il merito dei nostri successi e minimizzare le responsabilità dei nostri insuccessi, scaricando le colpe (quelle che a nostro avviso sono tali) su altri, sulla sfortuna, il caso, le invidie.

Cos’avete mangiato oggi? Perché? Ve l’hanno messo sotto il naso? Ve lo siete preparato da soli? Vi è piaciuto? Avete bevuto? Cosa? Avete digerito bene? Sapete che ciò che avete mangiato e bevuto incide fortemente sul vostro umore, sul vostro modo di pensare, sulla vostra lucidità? La cameriera alla caffetteria dove avete consumato l’insalatone era carina? Vi ha guardato? Avete fatto una fantasia erotica su di lei (o sul cameriere, a seconda del vostro orientamento sessuale)? O è stata scorbutica e sbrigativa, vi ha trattato come se non vi vedesse, faccia fra le facce di cento impiegati che vanno lì all’ora di pranzo? Sapete che la vostra brevissima interazione con la cameriera (o il cameriere) incide sul vostro stato d’animo lasciando piccoli segni che germoglieranno, a vostra insaputa, quando farete due ore dopo la presentazione del progetto ai colleghi?

Adesso immaginate che, appena usciti dalla caffetteria, un tizio vi si avvicini per farvi alcune domande, per un sondaggio: capite che rispondete secondo pensieri e pareri (raramente competenze) maturati chissà come, e filtrati dal cibo appena ingerito e dalla relazione con la cameriera?

State andando a un appuntamento importante e siete in auto, bloccati dal traffico, tutti i semafori sembrano diventare rossi appena vi avvicinate, ci sono buche sulla strada, forate, vi tamponano… Arrivate in ritardo, trafelati, sudati e innervositi, sapete di esserlo e fate una cattiva impressone, o viceversa il traffico è scorrevole, i semafori verdi, arrivate col vento in poppa, pure in anticipo e vi sentite già vittoriosi, lasciando un ottima impressione al vostro interlocutore. Chi dei due è veramente voi? Quando chiedete informazioni a un individuo, nell’ambito di un’indagine, chiedete se per arrivare all’appuntamento ha trovato i semafori verdi? Forse dovreste.

(Continua…)

Le origini cristiane dell’Europa tra retorica e mistificazioni

4 Aprile 2022 dc, dal sito Italialaica, articolo del 15 Marzo 2022 dc:

Le origini cristiane dell’Europa tra retorica e mistificazioni

di Marco Comandè

Avevamo scampato l’elezione dell’integralista Marcello Pera a Presidente della Repubblica, ma ci ritroviamo con un despota che ha attuato tutti i punti programmatici della sua battaglia contro il relativismo religioso, per poi scatenare una guerra contro l’Ucraina: le origini cristiane nella costituzione russa nell’art. 71, la difesa della tradizione con l’inaugurazione della mostra “I Romanov e la Santa Sede: 1613-1917” nel mese di dicembre del 2017, l’imposizione della festività patriottica il 7 novembre (in ricordo della cacciata dei polacchi da Mosca nel 1612).

C’è una certa macabra ironia nel citare il pensiero di Marcello Pera e Joseph Ratzinger, sul rischio della mancata trascrizione delle origini cristiane nella Costituzione europea: “il rischio che il timore delle scelte induca i cristiani a pensare che, se il cristianesimo comporta oneri gravosi, allora è meglio affievolire la fede o abbassare la voce piuttosto che rischiare un conflitto”.

E il politologo si riferiva alla possibilità di uno scontro con l’Islam, non con il cristianesimo ortodosso russo, il cui Patriarca ha di recente giustificato il conflitto in Ucraina con la crociata contro i gay!

Tanto medievale è l’ultima giustificazione, da ricordare una celebre frase del monaco Arnaud Amaury prima del massacro contro gli eretici gnostici a Béziers, dove il 22 luglio 1209 avrebbe detto: “Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi!”, per significare che era preferibile avere morti un cristiano giusto ed uno sbagliato piuttosto che salvarli entrambi. La frase è stata messa in dubbio dagli storici, ma il senso della frase è realmente condiviso dai fanatici cattolici ed ortodossi, come dimostra la battaglia contro i relativisti-materialisti-democratici-gay ucraini.

Tutti questi giri di parole non possono lasciare inevasa la questione di fondo sulle reali, autentiche origini del cristianesimo in Europa, se il nuovo zar Putin rinnega il dialogo con l’Occidente cristiano per affermare la supremazia dell’Oriente cristiano. Ben lungi dall’essere una rivendicazione del ruolo della religione nel mondo multipolare, l’ostinazione nell’attribuire alla Divina Provvidenza il ruolo preponderante nella storia universale ha un che di minaccioso, che non si arresta nemmeno di fronte alla minaccia atomica. Esistono tante soluzioni per un’Ucraina neutrale che non contemplano la guerra, ma tutte devono necessariamente passare attraverso le regole laiche della democrazia pluralista.

Vorremmo infine sollevare il velo sulla polemica innescata dagli integralisti cattolici, contro l’Europa relativista che censura il Natale e le persecuzioni cristianofobe nel mondo. I vari Marcello Pera, Marcello Veneziani, Antonio Socci, Magdi Allam ogni giorno elencano le stragi compiute nelle civiltà “altre” contro i cristiani, disinteressandosi poi degli equivalenti genocidi contro i musulmani, dall’India governata dal fanatico indù Narendra Modi alla Birmania del Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Ora, è innegabile che le vittime in Ucraina siano cristiane. Questo non significa affatto che esista una cristianofobia nel mondo, bensì che il fanatismo religioso rigetta ovunque i principi laici della tolleranza e della pace e giustifica le violenze con la presunta supremazia culturale tanto cara ai Marcello Pera e Vladimir Putin.

Marco Comandè
Reggio Calabria

Facciamocene una ragione: gli intellettuali fanno pena

4 Aprile 2022 dc, dal sito Hic Rhodus, articolo del 18 Marzo 2022 dc:

Facciamocene una ragione: gli intellettuali fanno pena

di Claudio Bezzi

Vi rubo pochi minuti per una riflessione sul fallimento degli intellettuali. La conclusione sarà che serve un nuovo criterio di validazione di chi appelliamo in tal guisa, o vorremmo farlo, o loro medesimi desidererebbero noi facessimo.

Il fatto da cui tutto questo ambaradan scaturisce è una noterella di Mattia Feltri sull’HuffPost di ieri, che mi permetto di riassumere: sul quotidiano La Stampa – ci racconta Feltri – appare una foto di guerra dall’Ucraina; lo storico comunista Angelo d’Orsi la critica aspramente perché ambigua, e anziché testimoniare certamente la crudeltà russa potrebbe (hai visto mai?) essere il frutto della crudeltà ucraina. d’Orsi affonda di più la critica prendendosela poi con Feltri (che scrive anche sulla Stampa) per avere sbertucciato Canfora che, come sapete, è critico sulla guerra e non molto sulla Russia. Feltri, nell’articolo che sto citando, riporta per filo e per segno quanto da lui scritto, nell’articolo denunciato, dove si legge in realtà una lode sperticata a Canfora; Feltri non è d’accordo con l’opinione di Canfora, ma lo stima e tesse un lungo elogio. Conclude Feltri:

Mi risulta difficile pensare che un accademico del calibro d’Orsi abbia potuto equivocare parole così poco equivoche; forse come tutti noi pure lui è vittima di qualche pregiudizio, probabilmente ha giudicato un articolo sulle sue aspettative, senza leggerlo. Non lo scrivo per difendere la mia reputazione: ognuno sopravvaluta la propria. Riconoscerò a d’Orsi la buona fede – in fondo costa poco e solo gli sciocchi pensano che la buona fede non sia invece un aggravante – e pazienza, è soltanto un piccolo incidente. Né tirerò in ballo la violenza o la volgarità o la disonestà e tantomeno i principi etici, che bisognerebbe maneggiare con estrema prudenza. Ma è soltanto per sottolineare la deliziosa circostanza di un uomo che denuncia una falsificazione oggettiva mentre fa una falsificazione oggettiva.

Cose di questo genere si incontrano tutti i giorni; gente con la bava alla bocca che spara filippiche abominevoli sulla base del titolo, al massimo delle prime 5 righe di un articolo (che poi il troppo leggere stanca), semplicemente perché, oggi più di ieri, abbiamo abbandonato la discussione, l’argomentazione, il dialogo, la critica, e le abbiamo sostituite con un giudizio tranchant orientato dall’ideologia, dai pregiudizi, dai luoghi comuni e dalle scorciatoie del pensiero che sembrano orientare sempre maggiori masse di popolazione. E di intellettuali, a quanto pare, perché a parte d’Orsi sono anni che su questo blog denunciamo il decadimento degli intellettuali, o di persone che dovrebbero, in astratto, fregiarsi di questo titolo.

L’informazione mediocre, di parte, faziosa, alimenta l’ideologismo, ma quegli intellettuali che dovrebbero sapersi sottrarre diventano, invece, cospicua parte del problema.

Poiché altre volte mi è stato chiesto chi sarebbero, comunque, questi intellettuali, sulla base di quali criteri riconoscere i buoni dai cattivi, eccovi allora le linee guida definitive.

Linee guida definitive per distinguere gli intellettuali buoni e apprezzabili da quelli cattivi come il fumo negli occhi:

  1. il titolo di studio non conta: è logico aspettarsi più ingegno, sapienza, moderazione da persone istruite rispetto ai porcai, e fra tutte le persone istruite quelle che scrivono libri, e fra quelli che scrivono libri quelli che sono perfino docenti universitari, ma non è così, costoro hanno certamente più cultura, più sapienza in un campo specifico (che comunque non è trasferibile automaticamente a qualunque altro oggetto di discussione), ma non necessariamente più intelligenza, o più moderazione;
  2. chi indossa un’ideologia certamente non è un intellettuale, al più è un militante: se sei comunista non puoi essere intellettuale nel senso che vorrei indicare qui, neppure se ti autodefinisci liberale, sia chiaro; non sei un’intellettuale se ti proclami femminista, non lo sei ogni e qualunque volta la tua opinione si dichiara, a priori, schierata. Se sei un intellettuale comunista, prima di tutto sei comunista, e in quanto “intellettuale” pieghi le circostanze all’ideologia che ti comanda, e di cui tu ti fai servo (vale – come già detto – per chi si proclama in qualunque modo: fascista, populista, postcolonialista, liberista…);
  3. l’intellettuale, in ogni e qualunque caso, ha l’obbligo dell’argomentazione delle sue opinioni e tesi: poiché nessuno possiede la verità, né il porcaro né l’intellettuale, è obbligo di quest’ultimo (diversamente dal porcaro) di citare compiutamente, criticare sul filo della logica, evitare fallacie, spiegare e argomentare. Poi sbaglia ugualmente, certo, ma consente ad altri, di diverso parere, di riconoscere i concetti messi in campo e controargomentarli opportunamente, perché è da tale alternarsi di argomentazioni che nasce il senso sociale, base fondamentale per una sana opinione pubblica.

Arrestati in Ukraina Mikhail e Aleksander

13 Marzo 2022 dc, in e-mail il 12/03/22 dc da ListaNoNato:

Arrestati in Ukraina Mikhail e Aleksander

Chi sono Mikhail e Aleksander Kononovich?

Sono due giovani ucraini, arrestati la notte del 6 marzo dalla polizia governativa di Zelensky.

Perché?

I due sono stati accusati di essere spie russe e bielorusse per la loro appartenenza ad un’organizzazione dichiarata illegale e terroristica, l’Unione della Gioventù Comunista Leninista dell’Ucraina.

Mikhail ne è il primo segretario.

Detenuti attualmente in un carcere di massima sicurezza, i ragazzi potrebbero essere assassinati nelle prossime ore.

Mentre tutto l’Occidente presenta Zelensky come il campione della democrazia che si batte contro la dittatura, diverso è il punto di vista di chi si è opposto all’ascesa del governo di Kiev sostenuto dai neonazisti.

I due ragazzi incriminati, infatti, sin dal 2014 sono stati alla testa delle mobilitazioni giovanili e studentesche che tentarono di aprire gli occhi al popolo ucraino sulla vera natura di Euromaidan.

Quelle battaglie vennero perseguitate e poi represse nel sangue da Pravi Sektor, Azov e altre organizzazioni di estrema destra mentre l’Occidente si tappava occhi e orecchie.

Per la loro adesione alla Gioventù Comunista Leninista di Ucraina Mikhail e Aleksander sono stati aggrediti e picchiati per le strade di Kiev e arrestati più volte. I loro parenti e amici hanno subito minacce e intimidazioni.

Questo è ciò che migliaia di militanti politici e sindacali subiscono in Ucraina dal governo Zelensky nel più totale oscuramento mediatico del nostro sistema informativo.

È chiaro che una notizia del genere offuscherebbe il mito di un Presidente dell’Ucraina, presentato come leader democratico della resistenza anti-russa, che un giorno sì e l’altro pure invoca l’intervento armato della NATO e la guerra atomica.

Cosa ne pensa, invece, l’opinione pubblica occidentale di questi episodi?

Per ora, nulla! Si campa nell’ignoranza della realtà sulle malefatte del governo populista e neofascista di Kiev.

La Federazione Mondiale della Gioventù Democratica (WFDY/FMJD) ha chiamato alla mobilitazione internazionale in solidarietà di Mikhail e Aleksander Kononovich.

All’appello hanno risposto diverse organizzazioni nel Mondo, tra cui il Partito Comunista Brasiliano (PCB), che oggi scenderà in piazza in diverse città del Brasile per chiedere la loro liberazione e protestare contro il regime neofascista ucraino, al fine di cercare di usare la pressione internazionale per prevenire il possibile assassinio di due dei numerosi oppositori politici di Zelensky.

Chiediamo il rilascio immediato di Mikhail,  Aleksander e di tutti i prigionieri politici che hanno sfidato il regime di Kiev.

Solidarietà internazionalista, pace e uguaglianza fra gli oppressi, guerra agli oppressori.

PS: i comunisti in Ucraina sono dichiarati illegali dal 2014. In Russia, invece, il Partito Comunista della Federazione Russa è la principale opposizione al governo Putin.