Sono ateo, grazie a dio!

In e-mail il 21 Giugno 2020 dc:

Sono ateo, grazie a dio!

di Lucio Garofalo

Di Anselmo d’Aosta (o di Canterbury) io rammento in modo particolare la prova ontologica a favore dell’esistenza di dio (nel Proslogion).

In sintesi, tale tesi a priori sostiene che la mente umana può concepire l’esistenza di un ente perfetto, che viene definito come “una cosa della quale non può essere concepita un’altra più grande”. Questo essere non potrebbe essere perfetto se non possedesse anche l’attributo dell’esistenza. Da ciò si deduce che un essere perfetto deve esistere per forza, a priori, cioè a prescindere da qualsiasi prova, o dimostrazione a posteriori, di ordine empirico.

Tale tesi venne introdotta da Anselmo d’Aosta alla fine dell’XI secolo ed è stata accolta, tra gli altri, da pensatori quali Cartesio, Spinoza e Leibniz.

Tuttavia, una simile formula attesta solo che il concetto di Dio include il concetto di esistenza, come la nozione di penna include il concetto di “scrittura”, ma ciò che la mente umana concepisce non esiste poi necessariamente nella realtà.

Già il monaco Gaunilone, contemporaneo di Anselmo, obiettò che: “si può immaginare l’esistenza di isole meravigliose, ma non è detto che esse esistano realmente”. Quindi, Tommaso d’Aquino aggiunse che “tra gli atei non è a tutti noto che Egli è quanto di più grande si possa pensare”, negando così la tesi di Anselmo.

Ma fu Immanuel Kant a scrivere la più nota confutazione di tale prova nella sua celebre opera, “Critica della ragion pura”: “essere, manifestamente, non è un predicato reale, cioè un concetto di qualche cosa che si possa aggiungere al concetto di una cosa”, per cui si deduce che nessun ragionamento può mai trasformare la nostra idea di cento talleri (una banconota in uso nell’epoca di Kant) in cento talleri realmente presenti nelle nostre tasche.

Il pensiero di Kant ha certificato che è impossibile provare l’esistenza di dio.

Rimanendo in tema circa l’esistenza di dio, la concezione del “libero arbitrio”, che nell’opera di Agostino d’Ippona assume un rilievo centrale, anticipa, in un certo senso, l’elaborazione del pensiero ateo.

Mi spiego meglio con un paradosso.

“Io mi dichiaro ateo”. Ma perché posso proclamarmi ateo? “Grazie a dio”! È la risposta assurda a tale interrogativo, se possibile senza complicare troppo il ragionamento, essenzialmente di ordine teorico.

La mia adesione alle posizioni del più esplicito e radicale ateismo discende da una riflessione logica ed astratta, che può spiegarsi facilmente, “grazie a dio”, sulla base del concetto del “libero arbitrio”. In teoria, se dio non esistesse, tanto meglio, vorrà dire che avrebbero già ragione quanti lo negano. Ma anche se dio esistesse, il discorso ipotetico non muterebbe di una virgola, perché:
1) se, per ipotesi, il vostro dio fosse onnipotente, come asseriscono i suoi vescovi e sacerdoti in Terra, o le sacre scritture, perché mai, dunque, egli non interviene al fine di eliminare, una volta per tutte, il male, la violenza, il dolore e le iatture che affliggono il nostro mondo?
2) invece, se dio non è onnipotente, quindi è incapace di intervenire per combattere il male, la violenza, il dolore insiti nell’esistenza dell’uomo, è come se non ci fosse, per cui sarebbe un ente inutile, una sorta di “soprammobile”, né bello da ammirare, essendo invisibile;
3) la terza ipotesi, la più accreditata, sia dalla dottrina ufficiale della curia romana che dagli stessi atei, si ispira proprio al pensiero del sommo padre della Chiesa, ossia: iddio ha concesso all’uomo il dono del “libero arbitrio”, la libertà di pensare e agire assumendosi ogni responsabilità delle proprie azioni, anche la possibilità di rinnegarlo.

Ora, sulla base di simili postulati logici (che forse potrebbero risultare oltremodo banalizzati), si può evincere il percorso astratto e razionale che può orientarsi verso un approdo di tipo ateistico e materialistico. Alla stessa stregua in cui potrebbe anche scaturire un senso di gratitudine verso dio, in quanto ci ha offerto il prezioso dono del “libero arbitrio”, in virtù del quale io esercito la prerogativa/facoltà di professare il mio ateismo convinto.

Perciò, grazie a dio!

(Nota mia: confesso senza vergogna di non avere capito nulla di tali ragionamenti…Io sono ateo perché non credo esista un ente superiore che abbia creato l’universo. Fino a che esso stesso non si manifesti concretamente dando le prove scientifiche, misurabili e dimostrabili della sua esistenza. Punto.)

 

Trieste, 13 luglio: una maldestra sceneggiata

Inoltrato in e-mail il 21 Luglio 2020 dc:

Trieste, 13 luglio: una maldestra sceneggiata

MANO NELLA MANO, I DUE PRESIDENTI HANNO VOLUTO METTERE UNA PIETRA su vecchie beghe che, periodicamente, turbano i rapporti tra comunità italiana e comunità slovena, in una zona di confine, nevralgica per gli scambi di merci e lavoratori.

Recentemente, le beghe le aveva riaccese l’ex presidente Giorgio Napolitano quando, nel Giorno del ricordo [il 9 febbraio 2012], enfatizzò il vittimismo italiano, colpevolizzando, implicitamente, gli slavi (sloveni e croati), nei massacri delle foibe.

Il 13 luglio, il presidente italiano Mattarella e il presidente sloveno Pahor sono ricorsi al furbo espediente di far ricadere la colpa sui passasti regimi: il fascismo italiano e il titismo (comunismo) iugoslavo (di cui la Slovenia era parte integrante).

L’occasione è stata offerta dal centenario dell’incendio del Narodni Dom, la Casa del Popolo della comunità slovena, per opera dei fascisti, senza dire che le squadracce nere erano protette da soldati, carabinieri e guardie regie, con il consenso del governo liberale di Giolitti.

Contestualmente, sono stati riabilitati come antifascisti – e non più come TERRORISTI –: Ferdo Bidovec, Fran Marušič, Zvonimir Miloš, Alojz Valenčič, condannati a morte dal Tribunale Speciale e fucilati il 6 settembre 1930.

In realtà. i quattro fucilati erano militanti del TIGR (acronimo di: Trieste, Istria, Gorizia, Rivoluzione, o altre variazioni sul tema. Vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/TIGR), orga- nizzazione irredentista sloveno-croata. Che fossero del TIGR non è un mistero, è detto chiaramente nel titolo di un recente articolo: PIERO TALANDINI, «I fucilati del Tigr riabilitati». Pahor accende la polemica, «Il Piccolo», 2 luglio 2020, p. 20.

I quattro patrioti sloveni furono fucilati a Basovizza dove, appunto, davanti alla foiba si è consumato il clou della sceneggiata italo-slovena. Con la moltiplicazione dei cadaveri infoibati, come fece Nostro Signore Gesù Cristo, con i pani e i pesci!

«Dopo i 400 infoibati quotati nel 1945 dal CLN giuliano, scesi a una decina in base alle esplorazioni effettuate dagli angloamericani, dopo le centinaia quotate dal vicesindaco di Trieste Paolo Polidori [leghista, ndr] nel 2017, la visita del presidente della Slovenia Borut Pahor al monumento alla presunta “foiba” di Basovizza hanno fatto schizzare le quotazioni a duemila infoibati secondo il “Corriere della Sera”» [vedi: https://www.facebook.com/pages/category/Journalist/Claudia-Cernigoi-154067661976583/].

A parte i pacchiani incidenti di percorso, l’espediente furbetto mostra la corda a partire dal suo stesso presupposto, che vorrebbe spalmare le responsabilità su entrambe le comunità/nazionalità. Nascondendo, maldestramente, l’esclusivo ruolo vessatorio che ebbe il nazionalismo italiano. Fin dall’inizio della Grande Guerra (dicembre 1915), quando il governo Salandra decise di deportare le popolazioni delle terre «redente», ovvero i giuliani.

Furono deportate migliaia di famiglie. Come documenta l’intervento parlamentare del deputato comunista Giuseppe Tuntar, pronunciato il 21 luglio 1921, e pubblicato col titolo: Il Martirio del Proletariato nella Venezia Giulia [Libreria Editrice del Partito Comunista d’Italia, 1921, disponibile in rete: https://www.international-communist-party.org/comunism/Comuni70.htm#Archivio].

In quel clima di esasperato sciovinismo i fascisti inaugurarono la turpe consuetudine di infoibare gli avversari, soprattutto se slavi. E quelli che reagivano finivano davanti ai plotoni di esecuzione italiani: su 31 condanne a morte, 26 colpirono patrioti sloveni e croati.

Sulla tribolata storia delle foibe, ho pubblicato l’opuscolo: Nella linea di faglia tra Est e Ovest. Venezia Giulia, Istria e Dalmazia: alle radici della violenza nazionalista [Milano, 2012].

Dino Erba, Milano, 14 luglio 2020.

Recovery fund. La svolta europea e il portafoglio dei salariati

In e-mail il 24 Luglio 2020 dc:

Recovery fund. La svolta europea e il portafoglio dei salariati

23 Luglio 2020

Il fatto nuovo c’è, ed è rilevante. La più grande crisi capitalistica del dopoguerra ha spinto gli imperialismi europei a una parziale gestione comune del debito pubblico, cioè all’emissione di titoli continentali coperti dal bilancio comunitario. I famosi Eurobond, a lungo evocati da ambienti borghesi liberali e riformisti, hanno visto di fatto la luce.

Il valore complessivo dei titoli emessi, secondo i diversi programmi previsti (Sure , Bei, Recovery Fund), corrisponde a una cifra imponente. Superiore in termini di incidenza percentuale sul Pil europeo del piano Marshall del 1948/1951 (ben il 5% del Pil continentale).

La spartizione della somma ricavata dalla loro collocazione sul mercato è direttamente proporzionale all’impatto della crisi sulle diverse economie nazionali. Italia, Spagna, Francia, sono dunque le prime beneficiarie.

La suddivisione interna tra prestiti e sussidi (a fondo perduto) varia anch’essa in rapporto alla portata della recessione annunciata. Per l’Italia è pertanto prevista una destinazione di risorse obiettivamente consistente.

Il significato politico dell’accordo è chiaro: il capitalismo tedesco ha accettato quella soluzione di parziale mutualizzazione del debito (futuro) che aveva rigorosamente respinto come impossibile per decenni. Lo ha fatto per timore che il crollo di Italia e Spagna potesse trascinare in rovina l’economia tedesca, profondamente integrata con quella italiana a partire dal settore centrale dell’automotive, e precipitare così la disgregazione del mercato europeo.

Inoltre ha sicuramente giocato un ruolo centrale l’asse della Germania con la Francia, di cui Berlino non può privarsi. Un salto verso l’Europa capitalista “federale”? No. La gestione comune del nuovo indebitamento pubblico è stata concordata dal Consiglio Europeo, dunque dai capi di governo nazionali. Il Consiglio Europeo avrà un ruolo importante nel controllo della destinazione delle risorse pattuite.

Il complesso meccanismo previsto, per quanto non preveda il diritto di veto, garantisce gli interessi dei vari Stati capitalisti dentro un faticoso equilibrio, fonte di possibili contenziosi.

I parlamenti nazionali, incluso quello olandese, dovranno ratificare l’accordo intervenuto, come fosse una modifica del Trattato.

Basterebbe il no di un Parlamento per far saltare l’accordo.

Il blocco dei capitalismi nordici (Svezia, Olanda, Danimarca), insieme all’Austria, eserciterà una funzione di freno, e ha consentito l’accordo solo grazie all’ottenimento del taglio dei propri contributi al bilancio continentale. Il cosiddetto blocco di Visegrad, a partire da Ungheria e Polonia, mercanteggia l’avallo dell’accordo con la preservazione dei propri regimi reazionari, in un quadro di negoziato permanente.

Occorre dunque prudenza nel misurare portata e prospettive del Recovery Fund. Una svolta è avvenuta. Al tempo stesso non è ancora consolidata, né è irreversibile.

Il punto vero, tuttavia, è un altro: una svolta nelle relazioni capitalistiche non è affatto una svolta per il portafoglio dei lavoratori. Tutt’altro.

UNA GIGANTESCA OPERAZIONE A DEBITO L’intera operazione del Recovery Fund, come quella di Sure e Bei, è a debito. L’Unione degli Stati capitalisti vende titoli continentali sul mercato finanziario. Chi li comprerà? I cosiddetti investitori istituzionali: banche, fondi, compagnie di assicurazione.

Dunque l’Unione degli Stati capitalisti accumula un proprio debito nei confronti del capitale finanziario, con l’impegno a ripagarlo coi dovuti interessi. Con quali risorse lo ripagherà? Con quelle del bilancio comunitario, di cui dispone la Commissione Europea.

Ma il bilancio comunitario è estremamente ridotto (l’1% del Pil continentale) ed oltretutto ha visto dopo la Brexit e prima della pandemia un ulteriore restringimento.

Dunque per soddisfare i creditori, cioè gli acquirenti dei titoli, occorre espandere le risorse di bilancio disponibili. Si può farlo in due modi: applicando nuove imposte continentali e/o aumentando i versamenti statali al bilancio europeo. L’Italia si è impegnata ad esempio ad accrescere di 50 miliardi il proprio versamento, così altri Paesi.

Come finanziano gli Stati nazionali, a loro volta, questi accrescimenti di spesa? O attraverso la fiscalità generale, che grava ovunque sui lavoratori salariati, o/e tagliando le spese sociali a danno prevalentemente della popolazione povera.

Dunque, il primo dato certo dell’indebitamento europeo è che verrà scaricato sul portafoglio dei lavoratori.

E non è che il primo aspetto.

A CHI ANDRANNO I SOLDI? Una volta che la UE ha venduto i nuovi titoli continentali sul mercato finanziario, coprendoli con risorse prese da salari e spese sociali, distribuisce il ricavato ai diversi Paesi secondo il criterio prima indicato, parte in prestiti, parte a fondo perduto. Ma a chi andranno concretamente questi soldi? In buona misura a imprese e banche, colpite dalla recessione. Gli Stati nazionali hanno già varato per proprio conto grandi operazioni di finanziamento dei capitalisti attraverso l’apposizione di garanzie pubbliche al credito bancario.

Ora il Recovery Fund interviene sullo stesso tracciato, sotto forma del “sostegno alla competitività delle imprese” e della “sostenibilità del credito”. Gli stessi investimenti green, infrastrutturali e in digitalizzazione sono di fatto trasferimenti alle imprese sotto forma di incentivi, sussidi, detassazioni. Un affidamento al mercato, che come l’esperienza insegna non promette alcuna svolta né sul terreno ambientale né su quello sociale. La novità è che parte di questa elargizione non dovrà essere rimborsata. Si tratta di regalia pura, senza accrescimento del debito pubblico. Peraltro, già il solo annuncio della nuova pioggia di miliardi in arrivo ha coperto una ulteriore detassazione dei capitali.

In Italia è stata tagliata in piena pandemia la prima tranche dell’IRAP (4 miliardi) che oggi finanzia la sanità. Confindustria chiede in queste ore che la prossima legge di stabilità cancelli definitivamente la tassa (13,4 miliardi complessivi). Lo stesso ordine del giorno, in varie forme, viene posto in Francia e in Spagna. Ovunque i soldi europei finanziano la detassazione dei padronati nazionali, tutti in corsa gli uni contro gli altri per la massimizzazione dei propri profitti.

Non solo. Per poter ridurre i contributi di Olanda, Svezia, Danimarca e Austria al bilancio europeo, e al tempo stesso allargare quest’ultimo, il Consiglio Europeo ha tagliato 9,4 miliardi di spese sanitarie e 7 miliardi per la ricerca. Il primo biglietto da visita del Recovery Fund lo pagano la sanità pubblica e la ricerca medica. E ciò in presenza della più grande pandemia del dopoguerra.

LE “RIFORME” AL SERVIZIO DI CHI?

A sua volta, questa destinazione ai capitalisti dei diversi Paesi di quanto ricavato dalla vendita dei titoli europei ai gruppi capitalisti è condizionata dal varo delle famigerate “riforme”.

Le “riforme” hanno il marchio di sempre: liberalizzazione del mercato, flessibilizzazione del lavoro, e soprattutto piani di rientro credibili dal debito pubblico. Il debito pubblico di ogni Paese è cresciuto enormemente per le spese legate alla pandemia, il soccorso pubblico a imprese e banche, la precipitazione della recessione. Non volendo tassare i capitalisti ed anzi volendo continuare a detassarli, i governi borghesi sono ricorsi ben prima del Recovery fund a nuovo deficit e nuovo debito. Cioè hanno emesso propri titoli pubblici, ordinari o straordinari, per venderli sul mercato finanziario. Li hanno comprati banche nazionali, compagnie di assicurazione, e la BCE. Una BCE che oggi continua a finanziare massicciamente innanzitutto l’Italia, comprando i suoi titoli, ben al di là della quota detenuta in BCE da Bankitalia.

Questa enorme crescita del debito pubblico sovrano è una mina vagante per l’economia mondiale ed europea. Occorrono dunque piani di rientro. Nel 2020 ovviamente è impossibile, dal 2021 è inevitabile, pena la fuga degli investitori, la minaccia di crack, l’impennata dei tassi di interesse.

Come avvengono i piani di rientro? Consolidando il cosiddetto avanzo primario, cioè il rapporto tra entrate e uscite al netto dei tassi di interesse. Significa che ogni anno i tagli dovranno essere superiori al prelievo fiscale. Punto.

Non a caso l’avanzo primario è una costante delle leggi di bilancio in Italia negli ultimi vent’anni. Il ministro del Tesoro Gualtieri ha assicurato che manterrà questo «percorso virtuoso». È la garanzia offerta dall’Italia ai propri creditori, banche italiane in testa e BCE. La piena preservazione della Legge Fornero, la cancellazione della elemosina di quota 100, sono già nella partita di scambio.

Nessun pranzo è gratis, come dicono i padroni. Tranne per i padroni.

NÉ EUROPEISTI NÉ SOVRANISTI. SEMPLICEMENTE COMUNISTI

Qual è dunque l’indicazione di fondo che emerge dal nuovo accordo europeo? L’Unione Europea, stretta nella morsa tra USA e Cina, preserva la propria esistenza attraverso una gigantesca operazione a debito, che si somma al crescente indebitamento pubblico di tutti gli Stati nazionali. La montagna del debito, nazionale ed europeo, poggia sulla schiena di centinaia di milioni di lavoratori salariati del vecchio continente.

C’è un solo modo di liberarsene: rovesciare la classe dei capitalisti, a partire dai capitalisti di casa nostra. È possibile recuperando l’autonomia della classe lavoratrice contro gli europeisti borghesi e contro i sovranisti reazionari.

La linea divisoria non è tra Unione Europea e Indipendenza Nazionale.

È tra i capitalisti, italiani ed europei, e i salariati di ogni Paese. L’abolizione del debito pubblico verso il capitale finanziario, la nazionalizzazione delle banche, vanno posti all’ordine del giorno nei programmi di mobilitazione della classe lavoratrice, in ogni Paese e su scala continentale, legandoli alle battaglie per la ripartizione del lavoro (30 ore pagate 40), di riorganizzazione ecologica della produzione, di un investimento massiccio nel sistema sanitario e nell’istruzione, pagata dai grandi patrimoni, rendite, profitti.

La crisi la paghi chi l’ha provocata, non chi l’ha subita.

Partito Comunista dei Lavoratori

Sulla scritta “Fontana assassino”. Conferenza stampa mercoledì 20 maggio.

In e-mail il 19 Maggio 2020 dc:

Sulla scritta “Fontana assassino”. Conferenza stampa mercoledì 20 maggio.

 

Agli organi di informazione

Mercoledì 20 maggio alle h. 12 è convocata una conferenza stampa tramite piattaforma Zoom. È invitata la stampa. Per l’accesso richiedere le credenziali via mail (specificando nome, cognome e testata) a carc@riseup.net

Di seguito il comunicato di indizione.

Milano, 19 maggio 2020

In questi giorni i media riportano la notizia dell’apertura di un’inchiesta per la scritta apparsa su un muro di Milano che esprimeva un concetto semplice, chiaro: “Fontana assassino”. Sgomberiamo il campo da possibili fraintendimenti: per Fontana si intende Attilio Fontana, il Presidente della Regione Lombardia.

Siamo consapevoli che un messaggio tanto esplicito, benché traduca i sentimenti di parte consistente dei 12 milioni di cittadini lombardi, possa arrecare disturbo a chi cerca di nascondere le responsabilità e sia indigesto a chi è abituato alla politica della retorica, dell’ipocrisia, dell’omertà e della conciliazione. Ma siamo in una situazione in cui da conciliare non c’è niente, in cui i fatti hanno messo a nudo la montagna di ipocrisia e correità esistente nel governo centrale, nei governi e istituzioni regionali, nella Confindustria, nelle istituzioni finanziarie e affaristiche, nei partiti di governo e di “opposizione”.

Oggi chi promuove la conciliazione con una classe dirigente parassitaria, invischiata nei traffici, nelle speculazioni, nel malaffare di ogni tipo e in ogni ambito è complice, parte del problema, non un’alternativa.

Vogliamo precisare alcune questioni per essere certi che il contenuto di quella scritta e il suo valore, simbolico e pratico, siano effettivamente chiari e non interpretabili.

  1. A fine aprile la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo ed epidemia colposa per la gestione delle RSA in Lombardia. Il reato di epidemia colposa riconduce agli effetti di una strage. Per essere chiari: un omicida è responsabile di un omicidio. Ma 15mila morti non sono responsabilità di un omicida, sono responsabilità di un’organizzazione criminale, che ha una sua struttura e un vertice di comando. Questa è la giusta dimensione delle cose. La Procura di Milano non l’ha scritto sui muri, ma sugli atti dell’inchiesta.

Sono indagati i vertici del Pio albergo Trivulzio. Atto dovuto. Ma chi ha la responsabilità politica della gestione delle RSA? Chi ha emesso l’ordinanza dell’8 marzo che spediva a ricovero nelle RSA gli anziani ancora infetti dal virus? Da chi è arrivato l’ordine (o, se ordine non è stato, di certo il benestare ai comportamenti della Direzione ha un profilo di complicità e consenso) di perseguitare i lavoratori che denunciavano la situazione? Suvvia, non siate ipocriti: Regione Lombardia. E Attilio Fontana, è il suo “governatore”, come ama definirsi quando gli fa comodo.

La scritta sul muro ha quindi un evidente limite: ridimensiona, del tutto involontariamente, la portata delle responsabilità di Fontana.

Vogliamo considerare, a consolidamento di questo ragionamento, che

– è in corso una petizione per il commissariamento della Regione Lombardia,

– è in corso una campagna per le dimissioni di Fontana e Gallera e il resto della Giunta Regionale,

– sono state presentate varie denunce per l’inadeguatezza nel rifornimento di DPI agli operatori sanitari,

– ci sono ben più che ombre rispetto alla decisione di non ricorrere all’uso dell’ospedale di Legnano, ma di costruirne uno nuovo in Fiera a costi – sia passato l’eufemismo – spropositati anziché usare quei soldi (21 milioni di euro) in modo utile,

– ha sollevato ben più che indignazione il non avere dichiarato Nembro e Alzano “zona rossa” giocando a fare lo scaricabarile con Conte.

Una domanda retorica: si tratta di iniziative basate sul pregiudizio? Sul “piano politico antilombardo” o “antiLega”? Chi le promuove è convinto che Fontana, Gallera, la Giunta si siano comportati da bricconcelli? Oppure c’è un’ampia fetta di popolazione, organismi politici e sindacali, di categoria, di società civile che ha riconosciuto delle chiare responsabilità? Responsabilità rispetto a cosa? Non giocate con le parole! Diffusione del contagio, omesse cure, speculazioni, abbandono dei malati, morti. Il risultato è una strage. 

Un incompetente qualunque si sarebbe dimesso. Ma 1. quali interessi e quali motivi spingono Fontana, invece, a rivendicare tutto? 2. perché dovremmo sopportare in silenzio?

Se ci fosse una giustizia degna di questo nome, Fontana e soci sarebbero stati immediatamente cacciati dai posti di governo e poi processati. Ma la “giustizia” è fatta per colpire i ladri di polli e multare i vecchietti che escono di casa senza permesso dell’Autorità.

I ricchi e i potenti continuano a gozzovigliare, i politici a farsi la campagna elettorale (in piena strage, Gallera si è pure proposto come candidato a sindaco di Milano) sulla pelle di migliaia di morti. Questi sono i fatti.

  1. Quella scritta sul muro, oltre che ridimensionare la portata delle responsabilità di Fontana, ha un altro limite. Sintetizza in modo unilaterale e quasi escludente quelle responsabilità. È vero che non sono solo di Fontana. Ma anche di Gallera, della giunta regionale tutta, dei dirigenti della sanità posizionati dalla Lega e Forza Italia come si posizionano le pedine su una scacchiera per giocare la grande partita della spartizione dei soldi pubblici fra i gestori privati della sanità. Sono anche di chi è venuto prima e oggi fa il verginello: da Formigoni a Maroni. E sono, inevitabilmente, del governo, che è troppo invischiato o sottomesso a questo sistema di potere. E del PD. Sì del PD che cogestisce gli affari della sanità lombarda, mentre in altre regioni – Emilia Romagna, Marche, Toscana, Lazio – è a capo della banda che ha smantellato la sanità pubblica. Lo ha ammesso con coraggio e onestà anche Carmela Rozza in un messaggio giusto a fine aprile. E lo dimostrano i ripugnanti balletti sulla commissione di inchiesta regionale. Il PD chiede a Fontana di istituire la commissione di inchiesta. Come si chiama a casa vostra un simile atteggiamento? Loro lo chiamano “responsabilità” e “rispetto delle regole democratiche”, ma ci vuole un impegnativo esercizio di travisamento della realtà per non chiamarla “complicità”, che va ben oltre gli attestati di solidarietà – ad esempio di Sala – che sono arrivati a Fontana per la scritta. Nel nostro paese, quando si vuole insabbiare qualcosa, si istituisce una “commissione di inchiesta”.
  2. Quindi sì, abbiamo sbagliato, siamo stati moderati definendo solo assassino Fontana, siamo stati unilaterali nello scrivere solo Fontana. Ma è una scritta su un muro, non I Promessi Sposi. Faremo di meglio in futuro.
  3. Veniamo alla ventilata inchiesta della Procura di Milano, della Sezione antiterrorismo. Se l’apertura dell’inchiesta è una notizia vera, questo non fa altro che confermare ancora una volta come vengono utilizzati la giustizia e gli apparati investigativi: non per indagare e colpire chi commette crimini e stragi contro la popolazione, ma gli oppositori politici.

Siamo ben pronti e disponibili a rispondere politicamente delle affermazioni che facciamo e faremo in modo, anzi, che esse possano essere anche più chiare, esplicite e ricorrenti.

Per come stanno le cose, un tribunale è il luogo adatto per Fontana e soci. Auspichiamo, pertanto, che la Procura di Milano voglia essere solerte, come lo è per una scritta su un muro e quando si tratta di colpire lavoratori e oppositori politici, con le inchieste per la strage nelle RSA, per il giro di fondi dell’ospedale in Fiera, per le speculazioni sul prezzo dei tamponi, ecc. Di norma invece è lenta e clemente verso i padroni, i ricchi e i “potenti”: le inchieste contro di loro finiscono spesso nelle sabbie mobili dei tempi della giustizia…

Per quanto riguarda noi, non abbiamo intenzione di scusarci né di difenderci in modo particolare. Politicamente, eticamente, umanamente non ne abbiamo bisogno. Tecnicamente l’eventuale processo a nostro carico sarà occasione per dare voce alle testimonianze, che qualcuno fa finta di non conoscere, delle persone che sono state malate, a casa, senza cure e senza diagnosi per settimane. Di chi ancora non sa se è stato malato o se è guarito. Di chi non ha potuto avere neanche la visita del medico di base. Di chi ha rimediato un provvedimento disciplinare o il licenziamento per aver denunciato la situazione negli ospedali e nelle RSA.

Sì, faremo un bel processo. Ma non siamo gli accusati. Noi, assieme ai famigliari degli anziani uccisi nelle RSA, agli infermieri licenziati o sanzionati perché denunciano, ai sindacalisti colpiti, ai cittadini privati di DPI, siamo gli accusatori.

  1. Per completare il quadro è bene specificare subito che violeremo ogni dispositivo di condanna che sarà eventualmente comminato a nostro carico in quell’eventuale processo. Non pagheremo multe, non rispetteremo restrizioni della libertà individuale, non metteremo firme in caserma, non adempiremo a lavori socialmente utili… Non saremo i carcerieri né gli esattori di noi stessi per conto dello Stato.

Anzi, in caso di condanna andremo – e i giornalisti sono convocati fin da oggi – ordinatamente ma risolutamente, a bussare al carcere di Bollate: il carcere è l’unico modo per farci espiare “la colpa”. Bisogna che qualcuno si prenda la responsabilità di mettere in carcere dei comunisti per una scritta che afferma la verità (benché parziale), che esercitano l’articolo 21 della Costituzione.

Pretendiamo di essere tradotti a Bollate, lo stesso carcere da cui Formigoni è uscito con beneficio dei domiciliari dovendo scontare 5 anni e 10 mesi per corruzione. Corruzione nella sanità. È stato precursore e mentore di Fontana. È uno stragista come lui. Anche lui impunito.

  1. C’è un piano politico dietro la scritta? Certo. Siamo comunisti, siamo e saremo sempre e comunque dalla parte della classe operaia e delle masse popolari. Rispondiamo ad esse delle nostre azioni. Il piano politico che promuoviamo e perseguiamo è cacciare i Fontana, i Gallera e i loro soci in affari e in politica (quale sia il loro partito di appartenenza) e farli sostituire dalla parte sana e organizzata delle masse popolari che sta mostrando che può prendere in mano la gestione delle aziende e dei quartieri, delle città, delle regioni e dell’intero paese. Farla finita con il sistema dei Fontana, dei Gallera e dei loro soci che siedono al governo nazionale e costituire un governo di emergenza popolare con persone che godono della fiducia delle organizzazioni operaie e popolari, costituendo quello che abbiamo chiamato Governo di Blocco Popolare.

Ci rivolgiamo agli operai, ai lavoratori, alle casalinghe, agli studenti, ai pensionati, alle Partite IVA, ai precari e a tutte quelle persone che per vivere hanno bisogno di lavorare, coloro che per la loro appartenenza di classe sono stati duramente colpite da questa crisi sanitaria, economica e sociale. Sono loro che hanno dimostrato con forte senso di responsabilità e solidarietà di poter gestire l’emergenza autorganizzandosi. Pensiamo agli operai che hanno scioperato alla FCA, alla Whirlpool, alla Piaggio, alla Electrolux e nella logistica, ad esempio, imponendo la chiusura di gran parte delle attività produttive e oggi vigilano sulle condizioni di sicurezza.

Partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza – per il Comunismo (CARC)

Via Tanaro, 7 – 20128 Milano – Tel/Fax 02.26306454

e-mail: carc@riseup.net – sito: www.carc.it

25 aprile senza tricolori

Da un’e-mail ricevuta da www.arivista.org A rivista anarchica il 25 Aprile 2020 dc:

25 aprile senza tricolori

Fin dagli inizi, subito dopo la nascita del movimento fascista (1919), il movimento anarchico si è opposto con fermezza alle prime scorrerie, violenze, assalti alle case del popolo, invitando i lavoratori e la gente in genere alla resistenza. E poi l’opposizione alla progressiva legittimazione del fascismo da parte dello Stato democratico, la denuncia delle connivenze tra forze dell’ordine e squadracce fasciste. E con l’instaurarsi del regime, insieme alle altre componenti della sinistra, gli anarchici conoscono carcere, confino, esilio.

Significativa la presenza di tante/i libertari italiani in Spagna, nella stagione rivoluzionaria del 1936/1937, mentre in Germania e negli altri Paesi, poi occupati dai nazisti, la nostra presenza è stata una costante. Oltre un centinaio gli anarchici italiani internati nei lager nazisti. A Ventoténe, nei primi anni ’40, gli anarchici erano per numero la seconda comunità politica, dopo quella comunista.

Oggi, nel ricordare la partecipazione anarchica alla lotta antifascista in tutte le sue fasi e ovunque nel mondo, ci sembra importante valorizzare – nel comune impegno antifascista – la specificità delle aspirazioni libertarie e rivoluzionarie.

La nostra resistenza prosegue oggi anche nella critica alla gestione della ”lotta” alla pandemia basata per tanta parte sull’accentuazione del controllo statale, a livelli mai avvenuti finora.

Ci sono forze politiche e persone che non sollevano alcun dubbio e accettano passivamente tutto quello che il potere oggi impone alla società e ai singoli.

Cittadini del mondo come ci sentiamo, non possiamo riconoscerci, nemmeno di questi tempi, nei tricolori che sventolano numerosi. “Nostra patria è il mondo intero, nostra legge la libertà”, recitava una canzone anarchica dell’800, per noi valida anche oggi.

L’internazionalismo è per noi un valore fondante.

Siamo cittadini responsabili, lo siamo sempre stati. Riteniamo nostro compito segnalare quando si oltrepassano i limiti della necessità e si impongono visioni “scientifiche” e comportamenti autoritari che, a nostro avviso, poco hanno a che fare con la ”tutela della salute pubblica” – di cui i governi si sono in genere assai poco interessati – e molto con l’esercizio sfrenato del potere.

Per leggere “Gli anarchici contro il fascismo” (da “A” 20, aprile 1973)  CLICCA QUI

Per leggere il dossier “Gli anarchici italiani deportati in Germania durante il Secondo conflitto mondiale”, a cura di Franco Bertolucci, (da “A” 415, aprile 2017)  CLICCA QUI

Più siamo peggio è

Nel numero 442 aprile 2020 dc di A-rivista anarchica, all’interno del Dossier Clima, c’è questa interessante intervista, che ripropongo, sul tema a me molto caro (e che mi fa tremendamente incazzare da sempre) della sovrappopolazione:

Più siamo peggio è

intervista di Carlotta Pedrazzini a Luca Mercalli

Perché, quando ci occupiamo di crisi ambientale, è importante parlare anche di controllo delle nascite? Lo abbiamo chiesto a Luca Mercalli, climatologo, divulgatore scientifico, presidente della Società Meteorologica Italiana.

In un sistema chiuso nessuna specie può crescere all’infinito senza creare danni irreversibili all’ambiente in cui è inserita e a se stessa. Nemmeno quella umana.

Eppure parlare di controllo delle nascite in relazione alla crisi climatica e ambientale è considerato un tabù, non solo negli ambienti religiosi e di destra.

Anche la sinistra non ha mai voluto occuparsi seriamente della questione per non entrare in conflitto con la chiesa, lasciando la battaglia per il controllo delle nascite a una minoranza più radicale e anarchica, che la porta avanti da oltre un secolo.

Certo sarebbe scorretto pensare di fronteggiare il cambiamento climatico concentrandosi solo sulla demografia: il controllo delle nascite non sostituisce la critica all’attuale sistema economico e sociale generatore di diseguaglianze e inquinamento, ma questo non può farci tralasciare il tema dell’impossibilità di una crescita infinita, anche della popolazione.

Carlotta – Che relazione c’è tra crescita demografica e crisi ambientale?

Luca – Tutti noi consumiamo risorse e, in una società sempre più tecnologica, ogni persona consuma sempre più energia, beni, materie. Dunque al di là dell’emotività, dei tabù sociali e religiosi di cui possiamo caricare il problema demografico, se ci concentriamo su parametri fisici non c’è nulla da fare: il mondo ha una capacità limitata di rifornirci (di materie prime, di energia, ecc.) e di assorbire i nostri rifiuti, che diventano sempre più complessi.

Quello dell’uso delle risorse non rinnovabili e dei rifiuti non biodegradabili è un problema a lungo termine.

In passato ci sono stati momenti di crisi locali di sovrappopolazione, con relativi problemi alimentari o anche sanitari, ma gli effetti non ricadevano sulle spalle delle generazioni future – pensiamo alla Londra del Seicento, una città sovrappopolata con problemi nella gestione dei rifiuti, che erano organici e biodegradabili e dunque non producevano effetti a lungo termine.

Oggi invece è tutto cambiato, abbiamo materiali complessi, chimica di sintesi, tutto un insieme di prodotti di scarto che sono tossici e che generano lasciti a lungo termine, per secoli, per millenni.

Anche per quanto riguarda il cambiamento climatico, il danno che stiamo facendo oggi è a lunghissimo termine. Il problema odierno è quello dell’irreversibilità delle alterazioni che provochiamo. Se non ci fosse il problema dell’irreversibilità, la questione non sarebbe così pressante, invece lo diventa perché tutti i danni fatti a partire dalla rivoluzione industriale si sono trasformati in problemi globali a lungo termine che andranno a toccare il funzionamento dei processi futuri del pianeta per un periodo indeterminato, per secoli e millenni, compromettendo la vita di tutte le generazioni future.

Come si risponde, da un punto di vista ambientale, a chi parla di crisi demografica e di necessità di fare più figli per sostenere l’attuale sistema economico e sociale?

C’è chi oggi invoca l’aumento della natalità pensando, ad esempio, alle pensioni, senza riflettere sul fatto che le risorse sono finite.

Ma se il sistema pensionistico, così com’è impostato, ha funzionato bene fino a un certo punto e adesso non si sostiene più, possiamo cambiarlo.

È più facile cambiare il sistema pensionistico piuttosto che le leggi della termodinamica, eppure questa cosa non riusciamo a capirla. Le leggi fisiche, a differenza dei sistemi pensionistici, sono invarianti, sono così da miliardi di anni e non cambiano secondo i desideri umani; come diceva Leopardi nel Dialogo della natura e di un islandese: “Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo”. Chi non si avvede? La natura, il complesso delle leggi fisiche, chimiche, biologiche che funzionano da miliardi di anni su questo pianeta. Ritengo che sia assurdo voler rimettere in moto la natalità quando si ferma, come in Italia, perché se ciò accade significa che si è raggiunto un equilibrio.

A dire il vero in Italia, anche se la natalità è rallentata, non si è comunque raggiunto un equilibrio, perché si vive molto al di sopra delle proprie possibilità in termini di risorse, che infatti vengono prelevate da altri Paesi del mondo.

Se dovessero vivere utilizzando le risorse del loro territorio, le persone che oggi abitano in Italia, 61 milioni di persone, avrebbero un tenore di vita peggiore di quello degli anni ‘30, perché la terra a disposizione non basta a produrre il cibo che consumano e l’energia che utilizzano.

Alla fine quello che conta, quando si affronta questo argomento, sono i numeri, la quantità di risorse, per questo è necessario il controllo delle nascite; queste cose erano già state dette e scritte più di quarant’anni fa, ma ci si è sempre approcciati all’argomento con un modo scostante e offensivo e il risultato è che oggi siamo ancora fermi qui.

Il concetto è trovare quello che gli ecologi, da oltre 50 anni, chiamano la “giusta capacità di carico”, ossia quel numero di persone che possono stare su un territorio – o, per estensione globale, sull’intero pianeta – vivendo bene e senza creare danni al territorio stesso. Farlo è utile e non va inteso come qualcosa di ideologico, ma di fisico; quel limite, infatti, può essere calcolato, perché ognuno di noi usa una certa quantità di energia, di cibo, di terreno, di legno, di pesce degli oceani, produce una certa quantità di rifiuti.

I tre indicatori a cui guardare quando si affronta questo tema sono: risorse disponibili, numero di esseri umani e livello di vita di questi esseri umani.

È giusto rendere il mondo più sostenibile con l’economia circolare, facendosi aiutare dalla tecnologia, ma dobbiamo tenere conto che se si vuole stare bene e assicurare a tutti un alto livello di benessere, dovremmo essere 2 miliardi. Invece siamo 8.

Perché? Chi ci ordina di continuare a essere sempre di più?

Ovviamente la questione non è ridurre la popolazione attuale, ci tengo a sottolinearlo, ma fermarsi al momento giusto, non continuare a crescere in maniera esponenziale.

IL PERICOLO DI UNA DERIVA AUTORITARIA

Carlotta – Chi si occupa di aborto e di controllo delle nascite spesso viene accusato di voler limitare la libertà delle donne, la loro scelta di maternità. Lo stesso succede a chi mette in relazione aumento demografico e crisi ambientale. Cosa rispondi a chi ritiene che sottolineare la correlazione tra aumento demografico e crisi climatica significa auspicare politiche autoritarie e lesive della libertà delle donne, come le politiche del figlio unico in Cina, ad esempio?

Luca – Dico che è vero il contrario. È proprio nei Paesi in cui si verificano esplosioni demografiche che la libertà delle donne è limitata.

Nelle società patriarcali africane, ad esempio, la donna fa tanti figli anche se non li vuole.

Ci sono persone che dicono che il controllo delle nascite è una limitazione della libertà delle donne, quando invece le donne che fanno tanti figli molto spesso sono quelle che non hanno la libertà di scegliere.

Cominciamo a fare in modo che queste donne abbiano la libertà di scegliere; in tutti i Paesi in cui questo è stato fatto la natalità è sempre scesa.

Se non inizieremo a mettere in relazione l’aumento demografico e la crisi ambientale, le disposizioni autoritarie arriveranno sicuramente.

Lo dimostra l’attuale emergenza sanitaria legata al coronavirus. Non si stanno forse prendendo misure autoritarie? Però le persone con la strizza stanno zitte e le accettano, accettano che si blindino paesi e che si metta la polizia alle porte, ma ci rendiamo conto che si tratta di un coprifuoco che non si vedeva dal 1945?

Qualcuno, per caso, ha sollevato il problema della libertà? Quando i problemi ambientali diventeranno pari a quelli oggi percepiti per il coronavirus o peggio, verranno fatte scelte autoritarie.

Al contrario, la riduzione della popolazione raggiunta attraverso l’educazione sessuale è una disposizione democratica. Fare semplicemente educazione familiare e sessuale, e riconoscere alle donne il ruolo che meritano nella società, risolverebbe la questione.

Carlotta – Visto che nessuna specie, inclusa quella umana, può crescere in maniera illimitata all’interno di un sistema chiuso, è chiaro che dietro alla negazione che fare molti figli influisca sull’ambiente ci siano, di fatto, dei pregiudizi di tipo politico e religioso: politico perché non si vuole che la donna si sottragga all’unico ruolo previsto per lei nella società: il ruolo di madre; religioso perché parlare di controllo delle nascite significa parlare di contraccezione, di aborto, di sessualità libera, significa slegare il sesso dalla procreazione.

Luca – Assolutamente sì, si tratta di temi che frequento di meno perché solitamente mi occupo della parte fisica della questione, ma mi portano a dire che se non apriamo una seria discussione priva di pregiudizi, non potremo risolvere un problema così complesso.

La soluzione non ce l’ha nessuno, e io non voglio certo mettermi nella situazione di dire “so come risolvere, vi do la soluzione”. Mi limito a esporre il problema, la soluzione poi la dobbiamo trovare insieme.

Ci dovrà essere un colossale sforzo scientifico e umanistico, dove tutta la conoscenza che abbiamo dovrà essere messa a disposizione.

Quindi parliamo, affrontiamo l’argomento, perché se non lo facciamo continueremo a vivere nel problema. Se non parliamo, non troveremo certo le soluzioni.

In ultimo, ci tengo a dare qualche consiglio bibliografico: vorrei segnalare il libro di Alan Weisman, Conto alla rovescia (Einaudi 2014), un testo molto interessante proprio sul tema della sovrappopolazione, e i miei due libri Non c’è più tempo (Einaudi 2018) e Il clima che cambia (BUR 2019).

Carlotta Pedrazzini

Scordatevi la libertà che date per scontata

Da Hic Rhodus l’articolo del 25 Marzo 2020 dc:

Scordatevi la libertà che date per scontata

di Claudio Bezzi

L’articolo è incentrato sul corona virus e, soprattutto, sul dopo. Essendo molto lungo ed articolato, e con numerosi rimandi interni ed esterni, lo potete trovare per intero qui.

Di seguito riporterò solo la parte finale.


***

Molti dei marchingegni che mi hanno tolto un pezzettino di libertà sono nati probabilmente per ottime ragioni: le telecamere per scoraggiare i ladri; la tracciabilità delle carte per combattere l’evasione; i controlli all’aeroporto per contrastare il terrorismo.

Altri sono stati elaborati, in mancanza di leggi e di reali possibilità di impedirlo, per imbrogliarci, o quanto meno per sedurci, subornarci, invogliarci a comperare un certo prodotto o – udite udite! – a votare un certo partito, e sappiamo ormai bene come esistano centrali eversive dedicate a questo (si legga sempre Ottonieri su questo punto).

È spaventoso: sappiamo che ci sono centrali eversive dedicate a questo, ma non possiamo farci nulla, salvo vedere folle manipolate in occasione di importanti appuntamenti politici. E poiché gli esiti di quegli appuntamenti politici si riverberano pesantemente sulle vite di tutti, mia inclusa, io mi irrito molto e ritengo di essere privato di alcune libertà fondamentali del mio essere cittadino.

Il progresso, in particolare tecnologico, ci ha dato con una mano il potere di controllare sempre più e meglio le azioni illegali, mentre con l’altra ci ha sottratto pezzi crescenti di libertà.

Il mondo distopico che ci attende, ben previsto dalla letteratura fantascientifica, è quello del controllo totale. Un bel microchip e nessuno potrà delinquere, perché saremo tutti, sempre, sotto l’occhio dell’autorità.

Chi, a questo punto, dovesse dire “ma io sono una persona onesta, non ho nulla da nascondere, ben venga il microchip”, è un agente inconsapevole del Grande Fratello prossimo venturo.

***

L’aumento del controllo nasce come rincorsa dell’autorità al mantenimento di una funzione sempre più residuale: il Potere, così come conosciuto fino al Novecento, che si esprime con la gestione della concessione delle libertà, come scritto sopra.

Ti concedo la libertà d’impresa e ti impongo le tasse; poiché potresti non pagare le tasse ti controllo; poiché i controlli sono lunghi, complicati e colgono a caso nel mucchio, ti obbligo a procedure elettroniche che posso controllare, memorizzare, incrociare con altri dati.

Ti concedo la libertà di viaggiare, ma ci sono pericoli, potresti trasportare armi, droga o, in questi giorni (Nota mia: marzo 2020 dc), virus; allora ti obbligo a controlli sull’identità, sul carico, su cosa potresti portare illegalmente dentro il tuo corpo.

Ti concedo la libertà di produrre e commerciare, ma sotto una valanga di norme, restrizioni, vincoli, decreti, procedure sanitarie, procedure commerciali, procedure fiscali…

Oggi non esiste una sola libertà che non sia, nei fatti, monitorata e controllata come minimo, ristretta e condizionata sempre più.

***

Quale risposta dare agli agenti del Grande Fratello che non trovano poi così spaventosa questa cosa?

La risposta è la disumanizzazione già in fase avanzata di realizzazione.

In un mondo prossimo venturo non avremo, forse, criminali, ma saremo automi totalmente omologati. Mangeremo le stesse cose, vedremo gli stessi programmi tv, andremo nelle stesse palestre a tenerci forma all’insegna degli stessi ideali di bellezza e salute.

Se non vedete il nesso, e vi sembra che io abbia compiuto un salto logico, cercherò di spiegarmi avanzando in un terreno forse azzardato ma che a me appare una semplice conseguenza logica: una volta che tutti saremo profilati, controllati, “costretti” alla legalità per come stabilita dall’autorità, non credete forse che sarà decisamente facile, facilissimo, imporre comportamenti convenienti sul lavoro, sulla cultura e l’istruzione, sulla forma di cittadinanza…? Ormai nella rete, completamente dipendenti da quelle medesime tecnologie che ci controllano, cosa sarebbe dei nostri diritti?

L’autorità (che sia il Partito Comunista Cinese, il congresso degli Stati Uniti o il presidente Putin al suo venticinquesimo mandato) troverà, nel controllo assoluto, la risposta all’ingovernabilità della complessità. La complessità sarà semplicemente abolita per legge, i cittadini saranno resi inermi e prevedibili, totalmente prevedibili.

6) Una strada senza uscita

Se ritenete che io sia andato troppo avanti con la fantasia, abbandonando la strada del rigore logico, vi mostro un chiaro esempio di ciò che stiamo diventando, perché c’è un bellissimo caso empirico contemporaneo: la Cina.

Grazie al controllo capillare della popolazione, al diffusissimo riconoscimento facciale, alle forze di polizia, a leggi repressive, al controllo dell’informazione, alla possibilità di mobilitare dall’oggi al domani mano d’opera e risorse (il famoso ospedale costruito in sette giorni…) e –  si badi bene, questo è fondamentale – grazie a uno straordinario consenso di massa, tradotto in disciplina e accettazione delle privazioni di libertà, grazie a tutto questo la Cina ha pagato un prezzo sostanzialmente limitato alla crisi del coronavirus mentre noi in Italia siamo in mezzo al guado, abbiamo già da giorni superato, in numero di vittime, la Cina e, quel che è peggio, non ne vediamo la fine.

Perché l’autorità è stata debole e timida sin dall’inizio, e ha progressivamente reso più rigide le norme di comportamento inseguendo il virus e l’indisciplina dei suoi cittadini, anziché prevenire. Perché noi siamo LIBERI, e un sacco di nostri amabili concittadini ritiene che essere liberi consista, innanzitutto, nel non farsi mettere i piedi sul collo da un Conte qualunque, da un Renzi qualunque, da un Di Maio qualunque, insomma: da un’autorità qualunque.

***
Ed ecco il trade off (Nota mia: scelta? Perché ostinatamente scriverlo in inglese?).

Da un lato il virus non ci piace e ci uccide.

D’altro lato la risposta cinese ci fa orrore.

E così maciniamo morti, si deve sperare in miracoli (il caldo rallenterà il virus? Meno male che andiamo verso l’estate…), l’economia va a rotoli, l’Europa si sfascia, a New York fanno la fila per comperare armi, molto più utili del pane in tempo di crisi, insomma: assomiglia abbastanza a una piccola Apocalisse.

Vorrei segnalare che abbiamo in realtà solo tre, e non più di tre, soluzioni, ciascuna delle quali ben rappresentata da un caso storico contemporaneo:

• il timido inseguire la crisi, tipico delle società occidentali; da noi la libertà è sacra, e ne possiamo sacrificare piccoli pezzetti, un po’ alla volta, solo dopo l’evidenza della crisi, e sempre con incertezza, con limiti, con defezioni;

• il rigido intervento illiberale alla cinese, di cui sapete già;

• il laissez faire (Nota mia: lasciate fare) alla Putin, che sta con tutta evidenza fingendo che il virus non ci sia, o sia una sciocchezzuola; il coronavirus dilagherà, ammazzerà un bel po’ di persone (in prevalenza vecchi e malati, dopotutto non un grande danno, anzi…) ma non minerà le strutture fondamentali del Paese, la sua economia e, men che meno, la sua Autorità, che non avrà avuto necessità – come in Occidente – di avere un confronto difficile con la popolazione.

Se adesso riuscite a fare un ragionamento puramente logico e non emotivo, vedrete facilmente che il modello cinese ha funzionato alla grande; quello putiniano chissà, potrebbe anche essere un successo; mentre quello occidentale è sotto gli occhi di tutti: un disastro immane sotto ogni punto di vista: sanitario, economico, sociale, istituzionale.

***

Attenzione perché adesso arriva la questione veramente centrale, alla quale è difficile rispondere col cuore, col fegato, con la pancia o con qualunque altra frattaglia.

La domanda che ora si pone è: cosa vogliamo, veramente, dalla vita?

Ricordate sopra l’esempio della sicurezza sociale: più controlli significano più sicurezza, ma meno libertà. Anche nel caso del coronavirus la questione si pone in maniera analoga: volete pochi contagiati e pochi morti? Occorreva da subito il pugno di ferro; vi fa orrore e preferite la libertà (e la responsabilità) individuale? Allora vi tenete i morti e il tracollo economico.

Occorre accettare il fatto che non c’è una via intermedia: salvezza del virus con libertà per tutti; no malavitosi in giro con libertà per tutti; no evasori fiscali con libertà per tutti… Chi fra voi è vecchio come me morirà prima di vedere chi avrà avuto ragione, ma i giovani saranno presi in pieno dal ciclone che si sta preparando e che arriverà in tempi brevissimi.

Questo ciclone si chiama tracollo delle democrazie occidentali nate dalle due rivoluzioni (Nota mia: una mi immagino sia la Rivoluzione Francese ma l’altra, qual’è? Quella sovietica? Non credo che l’autore pensi a quella…) e morte silenziosamente alla fine del Novecento. E con esse, evidentemente, il concetto di ‘libertà’ di cui stiamo trattando e molti altri collegati.

***

C’è una considerazione ancora, importante.

La complessità non si può spegnere.

Le tecnologie non si possono spegnere, così come non si può spegnere il progresso, coi doni che ci porta assieme alle trappole che ci tende.

Non possiamo spegnere la globalizzazione, Internet, la WTO, la ricerca biologica, quella sull’intelligenza artificiale… Non possiamo spegnere l’inquinamento, non possiamo spegnere la sovrappopolazione, come non possiamo spegnere la stupidità dilagante.

Siamo tutti su un aereo in volo, il pilota è morto, la rotta ignota e quel che accadrà, che ci piaccia o no, accadrà.

La complessità, come ho già detto, non è governabile.

Una conseguenza di questa ingovernabilità è che il modello di governo vincente, fra i tre menzionati sopra, si affermerà comunque, indipendentemente da ciò che faremo.

E onestamente, se proprio devo dirlo, non scommetterei un euro sulla vittoria finale del modello democratico occidentale. Guardo con viva simpatia al modello putiniano, così amorale e cinico che – lo confesso – ben si attaglia al mio carattere; ma il famoso euro, alla fin fine, lo piazzerei sul modello cinese. Loro sono già al traguardo, hanno già vinto.

Sono autoritari e massimalisti? Chiedetelo a un cinese tipico, anche colto, e vedrete se trovano di che lamentarsi sul modo in cui Xi Jinping ha gestito la crisi.

E con questo vi saluto.

Italiani brava gente? Questa sì che sarebbe una novità!

Su Hic Rhodus il 13 Marzo 2020 dc:

Italiani brava gente? Questa sì che sarebbe una novità!

di Claudio Bezzi

Ben comprendendone la necessità positiva, e in parte apprezzando anche lo sforzo, non nego di stupirmi un pochino nella descrizione dell’italianità positiva, capace, vincente che ne danno Cerasa sul FoglioBergamini sul RiformistaSevergnini sul Corriere e altri.

Intanto: calma e gesso. Aspettiamo di veder passare una settimana, poi due, poi semmai tre, senza vedere benefici immediati (deve passare “la coda” dell’epidemia, quella degli infettati in questi giorni che si manifesteranno nei giorni a venire), e vedremo come si comporterà il paese. Vedremo le partite iva a spasso senza reddito, i baristi chiusi, le aziende in ginocchio, ma anche semplicemente la vicina di casa senza il parrucchiere, l’umarel senza lavori in corso da guardare, lo studente senza movida e il giovane rampante senza apericena. Vedremo cosa diranno, cosa faranno.

Squarci di interviste, filmati apparsi sui quotidiani, ma anche la mia semplice osservazione diretta, vanno tristemente ad aggiungersi alla grande fuga da Milano dei giorni scorsi, all’assalto ai supermercati, alla gente che continua ad ammucchiarsi ignara, a formare un quadro complessivo che a me pare confermare che no, per niente, gli italiani sono gli stessi inaffidabili di sempre.

A questo punto mi assale un dubbio: e se tutta la mia diffidenza sulle capacità degli italiani di essere ordinati, razionali, composti, fosse solo un mio enorme errore? Se fossimo un popolo stravagante, sì, sempre a un passo dal baratro, ma alla fine capace di quel colpo di reni che ci rende così speciali, così sublimi? Che bello essere italiani! E che si fottano in Europa, che mica ci hanno capiti! Noi, ora, ci caviamo fuori dall’impaccio con un esempio storico di civismo, mo vediamo cosa combineranno loro, visto che l’onda virale gli si sta scagliando addosso! Ecco: se mi fossi sempre sbagliato io? Un vecchio brontolone, un cinico fuori della realtà, ecco quello che sono! Uno che gioca a fare l’antitaliano fuori tempo, che se lo potevano permettere il buon Montanelli, Pasolini anche, forse Moravia, ma io…

E però – ve lo dico – un tarlo continua a rodermi. Possibile che un popolo così virtuoso (virtuoso solo alla fine, sì, in zona Cesarini e preso per bavero, ma al dunque virtuoso) abbia potuto esprimere una classe dirigente così assolutamente sotto la soglia della decenza? Possibile che il meraviglioso e maledetto Sud stia già col culo stretto temendo l’affollamento negli ospedali, che farebbe crollare in due e due quattro una Sanità cronicamente malandata e saccheggiata (da chi? Dai sabaudi?). Possibile che certi stronzi che non nomino con nome e cognome per non beccarmi una querela (non ho i soldi di Travaglio, io non posso permettermelo) possano andare in giro a dire cose orrende, spaventose, false, non solo senza essere denunciati ma ricevendo lodi, ricevendo soldi, accumulando fan? Come si conciliano questi estremi?

Insomma: l’ipotesi di una virtù italica che al dunque saprebbe emergere, mi pare scontrarsi con tutta la storia italica, almeno dal ‘900 a oggi, che in mille modi mi mostra particolarismo, egotismo, superficialità, piccole furbizie e ricerca della linea di comportamento civico meno faticosa possibile.

Sto cercando allora di riflettere, da sociologo, sulle interdipendenze fra sottosistemi (economico, sociale, culturale…) per cercare di capire se sia possibile essere, assieme, dei furbetti da strapazzo ma anche dei pazienti disposti a sacrifici; dei populisti gradassi ma anche dei generosi capaci di solidarietà; dei fanfaroni egocentrici ma anche cittadini con senso civico. 

Pensa che ti ripensa non trovo una sola teoria sociologica, antropologica, psicologico-sociale, in grado di confortarmi in questa visione positiva.

I valori che sottostanno al tipico carattere nazionale (narcisismo, egoismo, familismo…) sono totalmente contrari ai valori che sorreggono il buon comportamento civico (sacrificio, senso della comunità, responsabilità). A meno di non ricorrere a teorie psichiatriche quali il doppio legame di Bateson, che farebbe di noi un popolo non solo meraviglioso, ma anche completamente pazzo. Può essere…

Chi vivrà (è tristemente il caso di dirlo) vedrà. Il vostro stanco e cinico blogger promette solennemente che una volta passata questa crisi (qualche settimana come dice Conte? Qualche mese come suggeriscono le proiezioni matematiche?) verrà su queste pagine a lodare le meravigliose virtù dei suoi connazionali, se sarà stato il caso di lodarle, facendo una feroce autocritica e promettendo di migliorare il suo caratteraccio per il futuro. 

In caso contrario io – e il blog tutto – faremo il nostro usuale lavoro di riflessione e di critica, e non cercheremo di indorare la pillola con lodi immeritate a un popolo che da decenni non pare azzeccarne una.

Intanto, spero come voi,

#iorestoacasa

(In copertina: il vostro blogger guarda mestamente fuori della finestra, dovendo restare in casa. Foto scattata da lui medesimo) (Nota mia: foto omessa)

Quando il profitto confessa il proprio crimine

In e-mail il 14 Marzo 2020 dc:

Quando il profitto confessa il proprio crimine

Il coronavirus e la ricerca scientifica

Si è soliti dipingere il coronavirus come “il cigno nero”, l’evento catastrofico assolutamente imprevedibile che cambia il quadro d’insieme. È inesatto. Indubbiamente la nuova grave epidemia ha un impatto enorme su scala internazionale, ed in particolare in Italia. Ma era talmente poco imprevedibile che una parte della comunità scientifica aveva previsto la sua eventualità.

Sono diciotto anni infatti che imperversa una stessa famiglia di virus, con epidemie che si accendono, si spengono, si riaccendono, a seconda delle mutazioni del virus, senza che vengano rintracciate cure.

Prima la SARS del 2002/2003, poi la MERS del 2012 in Medio Oriente, ora il SARS-CoV-2 (Covid-19).

Già, ma perché non vengono rintracciate cure?

Lo spiega candidamente la Goldman Sachs in un rapporto del 10 aprile 2018, dal titolo “Rivoluzione del genoma”.

«Esistono terapie dei mali “non sostenibili per il business delle case farmaceutiche” Questo perché il giorno in cui si trova il rimedio definitivo […] il “pool” dei malati scende e i guadagni crollano.

L’esempio portato è quello dell’epatite C» (Il Fatto Quotidiano, 5 marzo). Scoperto il farmaco risolutivo, il numero dei malati crollò, e l’azienda che aveva investito nel farmaco, la Gilead Sciences, andò praticamente in rovina. «Il cancro è “meno rischioso”. Mancando cure risolutive “il pool dei malati resta stabile”: un vantaggio per Big Pharma» (FQ), conclude candidamente lo studio della Goldman.

Difficile essere più chiari. È la confessione di un crimine.

Così è andata per il coronavirus.

Dopo la fine dell’epidemia della SARS il virologo francese Bruno Canard e la sua equipe di ricercatori previde il ritorno dell’epidemia nella forma di una “SARS due”, a partire dalla diffusione della sua famiglia virale, la stessa del Covid-19. «Ma il nostro appello è rimasto inascoltato, le ricerche si sono fermate, e ora si vorrebbe trovare d’incanto vaccino e medicine per il coronavirus. Ma i programmi seri di ricerca non si improvvisano. Richiedono spesso un decennio» (Le Monde, 4 marzo).

Tutto chiaro.

In tutto il mondo la ricerca scientifica pubblica è stata tagliata, e appaltata alle case farmaceutiche. E la ricerca delle case farmaceutiche segue unicamente il profitto a breve, in contrasto col senso e coi tempi della ricerca scientifica. Non si poteva descrivere meglio la natura cinica del capitalismo. Una associazione a delinquere che non può essere riformata, può essere solo rovesciata.

Partito Comunista dei Lavoratori

Un virus ma non solo

In e-mail il 25 Febbraio 2020 dc:

Un virus ma non solo

Coronavirus: un fattore imprevedibile investe l’economia internazionale, la vita ordinaria di centinaia di milioni di esseri umani, la stessa società italiana.

L’immaginario collettivo e il discorso pubblico conoscono per questa via una improvvisa distrazione di segno, un cambio di vocabolario. Sembra che la stessa vita politica sia in qualche modo sospesa, ovunque rimpiazzata dalla emergenza virus.

Nel merito fioriscono interpretazioni discordanti, spesso opposte, nella stessa comunità scientifica, tra chi minimizza il fenomeno trattandolo alla stregua di una normale influenza, seppure più perniciosa, e chi invece giunge a paragonarlo alla spagnola del primo ‘900 (che fece, per inciso, decine di milioni di vittime).

Non saremo noi a improvvisare un giudizio clinico, non avendo le competenze scientifiche richieste. Vogliamo invece formulare prime considerazioni e proposte da un punto di vista di classe. Perché è vero che il virus non distingue le classi sociali, ma le risposte che si danno ad esso e le loro ricadute sono tutt’altro che socialmente neutre.

Una prima considerazione riguarda la percezione e rappresentazione pubblica del contagio, delle sue proporzioni, della sua progressività, della sua incidenza mortale.

Al netto delle diverse interpretazioni scientifiche, e della necessaria verifica del suo itinere, parliamo di un fenomeno ancora relativamente circoscritto su scala planetaria.

Il tasso di mortalità è in Cina attorno al 3%, e dell’1% fuori della Cina: un tasso sicuramente più alto di una normale influenza ma contenuto. Inoltre le vittime si concentrano nella fascia alta di età, in particolare tra persone molto anziane, già debilitate e/o immunodepresse. Come dire che l’effetto mortale sarà determinato da ritmo e raggio della propagazione del virus più che dalla sua potenza in quanto tale.

Vi sono stati e vi sono Paesi poveri semicoloniali, lontani dallo sguardo dei media d’occidente, segnati da fenomeni più devastanti relativamente al proprio territorio. È il caso dello Yemen, colpito dal colera, con una altissima mortalità infantile, o dell’Africa subsahariana dove nel solo 2001 l’AIDS fece oltre due milioni di morti.

Solo per dare l’ordine delle proporzioni.

Naturalmente non possiamo ad oggi valutare la portata del coronavirus, lo si potrà fare solo a bilancio.

Non sappiamo se le sue dimensioni finali saranno simili, o poco superiori, a quelle della Sars del 2003 (700 decessi nel mondo) o dell’Asiatica del 1957 (2 milioni di morti), o peggio ancora della terribile spagnola del 1918-1920.

Diciamo che la rappresentazione pubblica del fenomeno è oggi condizionata da due fattori, tra loro intrecciati, non strettamente clinici: la sua ricaduta potenziale sull’economia mondiale, già in fase di ulteriore rallentamento (netto calo della crescita USA, nuova possibile recessione in Giappone, calo della produzione industriale in Germania, Francia, Italia), e il fatto di essersi prodotto in Cina, prima potenza manifatturiera su scala globale, oggi minacciata come mai in precedenza da una regressione marcata del suo tasso di crescita, con effetti moltiplicati sul capitalismo internazionale.

La seconda considerazione attiene ai rimedi. La borghesia non sa bene come fronteggiare l’emergenza. Le stesse classi dominanti che hanno tagliato la spesa sanitaria per pagare il debito pubblico alle banche sono alle prese con gli effetti dell’austerità: dal taglio degli investimenti nella ricerca scientifica, totalmente appaltata all’industria farmaceutica, alla carenza ovunque di personale medico e paramedico oggi in Italia costretto, nelle zone interessate dal contagio, a turni di lavoro massacranti (oltre le 12 ore giornaliere).

Nulla più del coronavirus rende evidente l’irrazionalità della società borghese.

Crescono ovunque i bilanci militari, trainati dalla nuova grande corsa tra potenze imperialiste vecchie e nuove per la spartizione del mondo; cresce a dismisura il parassitismo del capitale finanziario, con migliaia di miliardi investiti dalle aziende nell’acquisto delle proprie azioni, per sostenerne il valore di borsa (mentre arretra la produzione reale e si distruggono i posti di lavoro).

In compenso nella sola Italia 9 milioni di persone non riescono ad accedere alle cure sanitarie, o perché non possono affrontarne le spese, o perché debbono aspettare un anno per una visita medica, o perché semplicemente l’ospedale del territorio è stato soppresso. Mentre i lavoratori e le lavoratrici della sanità pubblica si vedono negato persino il rinnovo del contratto, e quelli/e della sanità privata lo aspettano da ben 13 anni.

Oggi questa organizzazione capitalistica preposta alla distruzione ordinaria della sanità è incapace di fronteggiare un’emergenza straordinaria. E per questo ricorre di fatto a misure draconiane di ordine pubblico, sino a vietare ogni forma di manifestazione ben al di là dei territori contagiati. In una corsa panica tra governatori regionali e governo nazionale a cautelarsi da un possibile disastro, mentre le forze più reazionarie inzuppano in pane nel coronavirus per rilanciare pulsioni xenofobe e securitarie.

È necessario fronteggiare l’emergenza con ben altre misure: esame sanitario capillare di tutte le persone che possono essere entrate a contatto col virus; approntamento di nuovi presidi sanitari capaci di gestire sul territorio questo intervento straordinario; assunzione massiccia di nuovo personale medico e paramedico; investimento concentrato nella ricerca pubblica, scientifica e sanitaria; una patrimoniale straordinaria sulle grandi ricchezze per finanziare tali misure; nazionalizzazione dell’industria farmaceutica, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori.

A pagare il conto siano i capitalisti, gli azionisti, i banchieri, non i lavoratori e le lavoratrici!

 

Partito Comunista dei Lavoratori

Il “virus” della paura

In e-mail il 27 Febbraio 2020 dc:

Il “virus” della paura

di Lucio Garofalo

La paura è, com’è noto, una pulsione ancestrale del genere umano, è un impulso ferino ed irrazionale, preesistente ad ogni stadio della civiltà e a qualsiasi forma di cultura e di raziocinio, è un elemento insito nella stato di natura animale ed è riconducibile all’istinto più antico e primordiale di auto-conservazione della specie.

La paura discende da un sentimento più che naturale, ossia il terrore inconscio ed incontrollabile della morte. Perciò, la paura è una pena che si sconta e si vince vivendo.

Sin dai suoi lontani primordi, l’umanità ha imparato (per una necessità insopprimibile, e non per volontà) a convivere con lo sgomento destato dalla furia naturale e dalle sue terribili manifestazioni più frequenti: tuoni e fulmini, terremoti, eruzioni vulcaniche ed altri cataclismi.

Nel corso dei millenni della preistoria l’uomo ha provato ad esorcizzare la paura, cercando di interpretare i vari fenomeni fisici come eventi soprannaturali di origine divina.

In tal modo sono sorte le antiche religioni mitologiche che affondano le loro radici nei timori più ancestrali e remoti dell’umanità.

Ancor oggi, in un’epoca apparentemente soggiogata dal razionalismo e dal delirio/complesso di onnipotenza tecnicistica ed utilitaristica dell’uomo, la paura è un elemento costante della nostra esistenza. Essa assume innumerevoli manifestazioni, si insinua nei meandri più oscuri e reconditi dell’animo umano, come un “virus” subdolo e letale che genera più danni e iatture di qualsiasi morbo e di ogni epidemia infettiva.

È fuori discussione che la paura sia uno dei tratti più tipici e peculiari della natura animale che è insita nell’uomo, ma non dev’essere un’ossessione che non concede pace o tregua.

Eppure, la realtà che viviamo oggi è sempre più assillata da paure, a cominciare dalla paura di morire fino alla paura di vivere.

Non a caso, il triste e lugubre primato dei suicidi, in modo particolare tra le generazioni più giovani, è conteso dalle nazioni più opulente ed evolute dell’Occidente, il Giappone in testa.

Non a caso, le società vengono governate anche con il ricorso alla paura, e gli Stati più avanzati sul fronte tecnologico si avvalgono anche delle paure per esercitare una forma di controllo sociale sempre più esteso e capillare.

Non a caso, si vincono le elezioni politiche proprio “giocando” la carta dell’idiosincrasia o della fobia isterica verso qualcuno, un nemico, un diverso, da demonizzare ed agitare come uno spauracchio.

In primis, la “paura del comunismo”, che costituisce tuttora un’avversione ed un’inquietudine ossessiva della borghesia. Lo “spettro del comunismo”, dopo il fallimento del “comunismo reale”, dopo la caduta del muro di Berlino ed il tracollo dell’URSS, viene agitato assai più che in passato, proprio allo scopo di conquistare e di preservare il potere e l’ordine costituito.

In passato, in Italia venne importata dall’Estremo Oriente una nuova paura incarnata nel virus dell’Aviaria, meglio nota come “influenza dei polli”, che suscitò timori assai spropositati, infondati ed isterici, prefigurando vari scenari apocalittici addirittura di stragi “pandemiche”, paragonabili alle peggiori pestilenze dei secoli passati.

Invece, come si è verificato in altre occasioni, il panico si rivelò assai più pernicioso della stessa patologia “ornitologica”.

Che polli! I veri “polli” si rivelarono gli utenti e gli spettatori più sciocchi e passivi delle campagne di disinformazione di massa. L’aviaria si dimostrò essere una bufala. Già nel 1998/99 numerosi polli perirono a causa del contagio, ma i mass-media non ne parlarono e tutti continuarono a mangiare polli senza allarmismi di ordine sanitario.

Lo spavento suscitato dall’aviaria in anni successivi, mise in ginocchio un’intera economia agricola, contribuendo ad incrementare i già colossali profitti delle multinazionali farmaceutiche.

La vicenda conferma l’abnorme ruolo dei mass-media, la cui “influenza” è assai più deleteria di ogni virus influenzale.

Aveva pienamente ragione il ministro della propaganda nazista, Goebbels, quando affermava: “Una bugia, ripetuta continuamente, è accettata dalle masse popolari come una verità incontestabile”.

Negli anni ’80, il virus HIV (l’Aids) seminò un’enorme psicosi nel mondo occidentale, ma fu presto scongiurato, tuttavia ancor oggi rappresenta una delle principali malattie infettive in Africa e nel Sud del mondo, un morbo assai più letale della tubercolosi e della malaria, che provocano stermini di massa.

Mentre in Occidente il virus dell’AIDS è oramai debellato grazie ai risultati ottenuti sul versante della ricerca, nei Paesi del Terzo mondo esso uccide più di ogni altra malattia a causa degli esorbitanti costi dei vaccini, imposti dalle multinazionali farmaceutiche, che risultano potenti e totalitarie quanto lo sono le compagnie petrolifere e quelle legate all’industria bellica, per cui si configurano come i padroni assoluti ed incontrastati del nostro pianeta.

Nei secoli bui della storia, il terrore provocato dalla peste bubbonica causava più danni del morbo stesso. Ad esempio, nell’Europa medievale la paura degli untori era assai più nociva e deleteria della stessa peste che sterminava milioni di vite umane. Le testimonianze che ci hanno lasciato il Boccaccio ed il Manzoni nelle loro opere (Decameron e Storia della colonna infame) ci trasmettono degli insegnamenti assai preziosi. Ma, come spesso accade, la storia insegna, ma non ha scolari (cit. Antonio Gramsci).

Le vicende relative al nuovo virus, il Covid-19, meglio conosciuto come il Coronavirus, temo che confermino il fatto che la paura è assai più subdola e più perniciosa di qualsiasi morbo epidemico eppure, nel contempo, può rivelarsi lucrosa per chi, in modo cinico e spregiudicato, riesca a trarne profitto.

L’isteria collettiva generata dal nuovo virus, assai meno nocivo dell’influenza stagionale, è un fenomeno di proporzioni immani e spaventose.

La mia ipotesi, dettata dalle esperienze storiche, è che le attuali campagne mediatiche di allarmismo e di terrorismo psicologico di massa serviranno a giustificare e ad incentivare la corsa futura all’acquisto di milioni di dosi di vaccino ad un titolo preventivo e cautelativo, che farà la fortuna dei principali colossi farmaceutici multinazionali.

Solidarietà ai compagni Mattia e Cleanto Donadel. Il dissenso non si arresta!

In e-mail il 12 Febbraio 2020 dc:

Solidarietà ai compagni Mattia e Cleanto Donadel. Il dissenso non si arresta!

La sezione “Pietro Tresso” di Venezia del Partito Comunista dei Lavoratori esprime la propria totale vicinanza e solidarietà al compagno Mattia Donadel, esponente del comitato “Opzione Zero”, e a suo padre, il compagno Cleanto Donadel, fatti oggetto del violento intervento repressivo di Polizia Locale e, soprattutto, Carabinieri, a seguito delle proteste che hanno avuto luogo durante il consiglio comunale svoltosi lunedì 10 gennaio a Mira, in cui si discuteva del progetto di ampliamento dell’inceneritore di Fusina, con la presenza del direttore di Veritas Razzini.

Mattia Donadel, da sempre attivista per i diritti sociali e a difesa dell’ambiente, sempre da una posizione di classe, nella seduta del consiglio comunale di Mira era presente come relatore da parte del comitato “Opzione Zero” per esporre il punto di vista ambientalista contro la scellerata decisione di Veritas di ampliare l’inceneritore di Fusina.

Durante la sessione del consiglio comunale è nata una protesta da parte degli attivisti del comitato, e il richiamo all’ordine impartito dal presidente del consiglio comunale Giorgio Zappalori, segretario del PD di Mira, ha fatto sì che il compagno Mattia fosse portato fuori con la forza dalla sala consiliare dalla Polizia Locale, per poi essere ammanettato dai Carabinieri, messo in stato di fermo e condotto in caserma per essere rilasciato solo a tarda notte, dopo essere stato denunciato assieme all’anziano padre.

Mattia è stato accusato di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale e interruzione di servizio pubblico.

Come ben sappiamo, il dissenso dà sempre fastidio, e quando il dissenso si trasforma in protesta organizzata la soluzione la si trova con l’utilizzo della forza repressiva. In questo caso le istituzioni borghesi hanno dimostrato a tutti di essere meri strumenti al servizio del capitale e del profitto: Veritas può tranquillamente spadroneggiare e a nessuno deve poter venire in mente di intralciare i progetti aziendali.

La salute della popolazione è chiaramente l’ultima delle preoccupazioni per le aziende e le istituzioni, e la verità può tranquillamente essere imbavagliata (o, in questo caso, ammanettata).

Il Partito Comunista dei Lavoratori, nel confermare il proprio sostegno al compagno Mattia e a suo padre Cleanto, oltre che a tutto il comitato “Opzione Zero”, continuerà a sostenere la lotta della popolazione del veneziano contro l’ampliamento dell’inceneritore e a denunciare l’assurdità delle rassicurazioni di Veritas che da un lato intende investire milioni di euro per quel progetto, e dall’altro dichiara che non saranno incrementati i volumi di materiale incenerito.

Emerge con forza la necessità di porre Veritas sotto il diretto controllo dei lavoratori, e che sia immediatamente costituita una commissione popolare di controllo.

Partito Comunista dei Lavoratori – sezione di Venezia “Pietro Tresso”

Omologati di merda!

Da Hic Rhodus, 30 Gennaio 2020 dc:

Omologati di merda!

di Claudio Bezzi

Ci dice l’Eurispes che Il 15,6% degli italiani nega la Shoah (nel 2004 era il 2,7%). E il 16,1% (era l′11,1% oltre quindici anni fa) ridimensiona la portata dell’Olocausto, sostenendo che avrebbe determinato un numero di vittime inferiore a quanto documentato dai libri di storia.

Ok. Perché i titoloni sui giornali? Non avrei saputo dire se la massa dei negazionisti o quasi-negazionisti fosse il 14,7, il 15,6 o qualcos’altro, ma che fosse una massa consistente era logico. In un’epoca in cui i complottisti delle scie chimiche fanno convegni in sedi istituzionali, i no-vax hanno ampio diritto di parola, i terrapiattisti impazzano, i terrorizzati dal coronavirus hanno crisi isteriche (ieri alla radio, da Nicoletti, una buona metà di ascoltatori in diretta temeva l’apocalisse, imputandola a misteriosi laboratori segreti di guerra batteriologica) e i pentadementi sono al governo, di cosa esattamente dovrei stupirmi?

Ma veramente credevate che il crollo dell’Impero Romano fosse stato causato dall’ennesima invasione barbarica che avrebbe soppiantato il più imponente e meglio organizzato esercito del mondo? Le cause furono interne, le lotte intestine, il cristianesimo, la crisi economica e sociale e via narrando. Ecco: noi stiamo assistendo a qualcosa di simile. Non serve mica un asteroide per distruggerci, né un virus della malora, o l’Isis. Fanno enormi più danni Netflix, Facebook, i selfie, il populismo, la sistematica distruzione della scuola, la democrazia impotente nell’epoca del globalismo, le ideologie che non si decidono a morire, il pensiero breve…

(P.S. Il titolo è una citazione cinematografica… lascio ai cinefili scoprire quale la fonte…)

Voto ai sedicenni? Anche NO

Da Hic Rhodus, 30 Settembre 2019 dc:

Voto ai sedicenni? Anche NO

di Claudio Bezzi

Per la serie “Una boiata al giorno”, per distrarre il popolo che si annoia, si sta blaterando di dare il voto ai 16enni, che se fossero quelli del primo Novecento si potrebbe anche discutere, mentre questi del nuovo millennio non sanno mettere due parole in fila e non sono informati su nulla, grazie a una scuola fallimentare e a genitori più bambocci di loro (eccezioni lodevoli a parte, quali i lettori di questo pregevole blog).

Io faccio una modesta proposta alternativa: voto solo ai 40enni, purché lavorino e paghino le tasse, che abbiano fatto almeno un paio di viaggi all’estero, che sappiano italiano (lo Ius Culturae, cazzo!) e inglese e che manifestino espressamente il desiderio di partecipare attivamente alla vita politica iscrivendosi in apposite liste, previo superamento di un esame di educazione civica (qualche nozione di Costituzione, sapete, per non dire per esempio che “Conte non l’ha eletto nessuno”).

(Nota mia: sul fatto che sappiano l’italiano – e non solo per il voto! –  sono ovviamente non solo d’accordo, ma fanaticamente d’accordo! Ma sull’inglese no: sono infatti contrario al colonialismo linguistico dell’inglese di cui siamo succubi un po’ in tutto il mondo, e sono da sempre per l’utilizzo, idealmente in tutto il pianeta, di una lingua creata o adottata apposta:che sia l’esperanto, o una neolingua, o l’elfico di Tolkien o la lingua Klingor mi è sostanzialmente indifferente, purché sia facile da apprendere e facile da usare, e che sia insegnata ovunque come seconda lingua. Purtroppo, un sogno irrealizzabile…)

Dare diritto di voto ai sedicenni? Piuttosto dovremmo toglierlo ai loro genitori

Da Hic Rhodus, 4 Ottobre 2019 dc:

Dare diritto di voto ai sedicenni? Piuttosto dovremmo toglierlo ai loro genitori

di LibertarianMind

Sì, me ne rendo conto: il titolo del post è provocatorio, e la ragione principale è che mettere titoli provocatori ai post è l’unico modo per farsi notare, al giorno d’oggi, nel selvaggio web.

Al tempo stesso, però, questo titolo rispecchia in pieno, e senza bisogno di parafrasi, ciò che penso a proposito della proposta di Enrico Letta di abbassare a 16 anni l’età per il voto.
Una proposta che ha avuto, suo malgrado, se non altro un merito: all’osservazione di molti adulti, secondo i quali a 16 anni difficilmente si può avere piena consapevolezza del mondo, alcuni hanno replicato: “perché, dopo i 16 invece sì?”.

La questione l’ha spiegata l’attuale Premier, in un’intervista a Skuola.net:

“NEGLI ORDINAMENTI GIURIDICI SI FISSA UNA CERTA SOGLIA ANAGRAFICA E, PER CONVENZIONE, SI RITIENE CHE A QUELL’ETÀ SI ABBIA UN’ADEGUATA MATURITÀ”.

“Per convenzione si ritiene”. Queste sono le parole magiche che ciascuno di noi dovrebbe scolpirsi nella memoria. Si dà per scontato che un individuo, arrivato all’età di 18 anni, abbia ormai acquisito tutti gli strumenti culturali per seguire un dibattito politico e decidere in piena consapevolezza quale partito porti avanti le proposte più convincenti.

Si dà per scontato tutto ciò, nonostante l’evidenza dei fatti. Nonostante, cioè, l’ormai celeberrimo dato sull’analfabetismo funzionale che colpisce quasi un italiano su due, o l’altrettanto famoso report di IPSOS-MORI che ci vede primeggiare in Europa in quanto a percezione distorta della realtà.
Questo per stare solo ai fatti, e tralasciare l’esperienza che ciascuno di noi può avere nel quotidiano: i commenti su Facebook, le conversazioni al bar, dal barbiere, sull’autobus.

Il punto che a molti sembra sfuggire è che quest’ignoranza non è frutto del caso, e nemmeno imputabile al pessimo funzionamento della scuola italiana.

Le persone scelgono di rimanere ignoranti sulle questioni politiche proprio perché non esiste alcun meccanismo premiante per chi si informa, né tantomeno un meccanismo penalizzante per chi non lo fa. E’ come se un giorno, in una scuola, l’insegnante annunciasse che d’ora in avanti nei compiti in classe non assegnerà a ciascuno il voto che si merita, ma darà a tutti lo stesso voto, ottenuto facendo la media aritmetica dei compiti. Quale sarebbe la conseguenza di ciò? Semplice: molti – e in particolare i più bravi – smetterebbero di studiare, sapendo che il loro voto dipenderà molto più dalla performance dei compagni che dalla loro. Perché impegnarsi per un compito da 10, se tanto so che la maggior parte dei miei compagni non studierà e prenderà 4, trascinandomi al ribasso?

Scegliere per chi votare non è come scegliere tra due polizze assicurative o tra due alberghi; in questi ultimi casi la scelta avrà delle ripercussioni tangibili, immediate e soprattutto personali sull’individuo. Ma dentro l’urna tutto è più sfumato, più in dubbio. Si sceglie tra una serie di promesse la cui realizzazione dipende da un’enorme quantità di variabili: il partito o la coalizione che ho scelto vincerà? Se sì, avrà i numeri per farlo da sola? Nel caso: posso essere certo che a metà legislatura metà dei deputati di quel partito o coalizione non decidano di passare all’opposizione? (ci tengo a precisare che non sto invocando il vincolo di mandato) (Nota mia: io invece ho sempre sostenuto il vincolo di mandato!).

Differenza ancor più fondamentale, nell’urna l’individuo è deresponsabilizzato: il suo è solo uno tra milioni di voti, e preso individualmente non fa alcuna differenza.

Prendete un elettore sovranista medio, e chiedetegli a chi preferirebbe affidare i suoi risparmi privati per farli fruttare, se la scelta fosse tra Cottarelli e Di Maio. Eppure, se anziché dei suoi risparmi si parla del denaro pubblico, sceglierà sempre Di Maio. Perché l’italiano è così: prudente col denaro proprio, “coraggioso” con quello pubblico (perché questo, per definizione, appartiene a lui personalmente solo in parte minima).

Vincolare l’esercizio del voto al conseguimento di un’apposita patente avrebbe svariati effetti benefici: il principale è che terrebbe lontani dalle urne tutti quelli (e credo siano tanti) che ritengono che spremersi troppo le meningi non valga la pena, se è solo per poter votare.

Per quanto mi riguarda, non dovrebbero esserci limiti di età per provare a prendere la patente del voto: l’opinione di un sedicenne ben informato dovrebbe contare di più di quella di un cinquantaduenne che non distingue Lercio.it dal Corriere della Sera.

Eppure, parlare di epistocrazia in questo Paese resta un tabù. Ipotizzare una patente del voto fa subito scattare sull’attenti soggetti come Michela Murgia, secondo la quale aver pensato anche solo una volta nella vita “Ma guarda che scandalo, il voto di quel deficiente vale quanto il mio” è un chiaro indice di indole fascistoide. Qualcuno votato al martirio dovrebbe provare a spiegare alla signora che il principale sostenitore mondiale dell’epistocrazia – Jason Brennan – è un Libertario d.o.c., e che il libertarianesimo sta agli antipodi di qualunque totalitarismo statalista, incluso il fascismo. E che in gioco c’è la libertà dell’individuo, il suo diritto a non vedersi danneggiato dalla stupidità della massa.

“Perché, da iraniana, ho sofferto nel vedere il velo sul palco delle sardine”

Ottimo articolo su Micromega, 19 Dicembre 2019 dc:

“Perché, da iraniana, ho sofferto nel vedere il velo sul palco delle sardine”

“Perché gran parte di voi femministe e persone di sinistra date sempre la parola solo alle donne musulmane col velo? Perché non date mai voce a tutte quelle donne che ogni giorno lottano per toglierselo il velo, in Italia e nel mondo?”. L’accorato appello di una donna iraniana che vive in Italia e che afferma: “Se volete chiamarmi islamofoba avete il mio permesso, perché io ho una vera fobia dell’islam. L’islam mi ha fatto sempre male. Sia quando vivevo in Iran, sia adesso che sono qui in Italia”.
di Atussa Tabrizi

Mi chiamo Atussa, sono una donna, sono iraniana e sono atea.

Quello che ho visto una settimana fa sul palco delle sardine a Roma mi ha fatto male, come quando in Iran sono stata arrestata dalla polizia morale perché non ero vestita adeguatamente (avevo una sciarpa sui capelli).

Non sono sicura se le sardine hanno intenzione di lottare per la laicità o vogliono solo andare contro il razzismo di persone come Meloni e Salvini, ma chiaramente non hanno nessuna idea di cosa sia la laicità dello Stato. Vanno contro croci e madonne di Salvini e Meloni con il velo e con pensieri oscurantisti.

Il velo per me, in quanto donna iraniana, è simbolo di oppressione, simbolo del male.

Non so cosa pensavano le sardine quando hanno deciso di presentare Nibras Asfa come un simbolo di laicità contro Meloni e Salvini, ma chiedo loro se non potevano dare voce a un’altra donna. Una donna – italiana o straniera – che crede nella laicità e nella libertà delle donne.

Se voi, sardine, come la maggior parte delle persone di sinistra e delle femministe italiane, pensate davvero che sostenere una donna col velo significa sostenere la sua libertà, state sbagliando.

È vero che ci sono persone come Meloni e Salvini che non vedono bene le donne con il velo, ed è vero che le donne con il velo vengono disturbate per strada nei Paesi occidentali, ma non dobbiamo e non dovete dimenticare che nei Paesi musulmani le donne che decidono di mettere il velo sono la minoranza, se non proprio inesistenti.

La maggioranza delle donne sono obbligate a metterlo, e non appena ne hanno l’occasione se lo tolgono.

Guardate il mio Paese per esempio, guardate come le donne tolgono il velo sapendo che saranno arrestate e condannate al carcere o anche peggio.

Guardate le donne in Arabia Saudita che con quella piccola, finta libertà che hanno ottenuto ultimamente la prima cosa che fanno è togliere il velo.

Guardate le donne come Ayan Hirsi Ali. Perché la maggior parte di voi femministe e di sinistra non parla mai di queste donne ma invece sempre, dico SEMPRE, delle donne musulmane col velo. Perché non date mai voce a una donna di origine straniera contro il velo e contro l’islam? Perché non sostenete mai queste persone?

Sicuramente andare contro il cristianesimo di Salvini e Meloni scegliendo l’islam è la scelta più sbagliata. Non si può lottare per la laicità presentando una donna musulmana, come non si può farlo con una suora cristiana. Se volete andare avanti a lottare contro i pensieri oscurantisti di Salvini e Meloni, l’islam non è la scelta giusta.

donne musulmane che credono nella laicità e vogliono cambiare qualcosa per le donne dovrebbero sostenere le donne che lottano per la libertà in Paesi come Arabia Saudita, Iran, Indonesia.

E invece spesso le donne che non mettono il velo sono considerate contro l’islam, blasfeme, non modeste e addirittura prostitute. E chi critica l’islam è considerato islamofobo e razzista.

La parola islamofobia è stata inventata dai musulmani con il supporto di una grande parte delle persone di sinistra per collegare subito qualsiasi tipo di critica contro l’islam al razzismo.

Mentre, come sappiamo, essere musulmano non è una caratteristica di un gruppo di persone legata a una “razza”.

Se volete chiamarmi islamofoba avete il mio permesso, perché io veramente ho una fobia dell’islam, perché l’islam mi ha fatto sempre male. Sia quando vivevo in Iran, sia adesso che sono qui in Italia.

Peggio di tutto questo è presentare tutte le donne immigrate come donne simili a Nibras Asfa, mentre anche qui in Italia tante donne immigrate soffrono e lottano per la loro libertà fuori dalla gabbia dell’islam e del velo.

Mie care sardine, se volete fare i veri rivoluzionari, se volete cambiare qualcosa, non dovete dare precedenza alle donne col velo, ma esattamente al contrario dovete dare spazio alle donne che lottano per i loro diritti, nei Paesi in cui anche lottare per un proprio diritto è punibile, e dovete imparare da loro come si lotta contro qualsiasi tipo di oscurantismo.

Voglio concludere ripetendo quello che ho detto all’inizio: mi chiamo Atussa, sono orgogliosamente una donna, sono iraniana, sono atea e sono orgogliosamente contro l’islam e il velo.

 

Scrivere non è più una professione, e la colpa è di…

Su Hic Rhodus il 17 Dicembre 2019 dc:

Scrivere non è più una professione, e la colpa è di…

di Ottonieri

In questi giorni, ho letto con attenzione due post selezionati su Facebook da The Frontpage Post, un’interessante pagina che sceglie e ripropone i post giudicati più meritevoli di sfuggire all’inesorabile oblio che inghiotte ciò che tutti noi scriviamo sui Social. L’idea è buona e ben condotta, e ogni tanto leggo qualcuno dei contenuti suggeriti dalla pagina; come dicevo, negli ultimi giorni ne ho letti due, scritti da due giornaliste sullo stesso argomento, e cioè l’insostenibilità della condizione del “giornalista” (si capirà poi perché uso le virgolette).

Il primo post è stato scritto da Barbara D’Amico, collaboratrice di Corriere della Sera e non solo, che (per ironia della sorte, o forse no) ha scritto anche di lavoratori free lance nella rubrica La nuvola del lavoro. Ebbene, dopo anni (la D’Amico ne ha 36), di fronte all’ennesimo taglio senza preavviso ai compensi che riceveva per i suoi “pezzi” (15 Euro lordi ad articolo, una cifra onestamente imbarazzante), ha deciso di dar lei stessa un taglio e interrompere il lavoro per il Corriere. Lo scrive con sincerità quasi brutale:

“SE IL LAVORO DEI COLLABORATORI NEL GIORNALISMO NON È RITENUTO ECONOMICAMENTE SOSTENIBILE PERCHÉ CONTINUARE AD AVVALERSENE?”

Il suo annuncio non è rimasto senza seguito. Il sito di informazione Lettera 43 le ha dedicato un’intervista nella quale la D’Amico ha sottolineato che la sua condizione non è certo isolata, e che dopo il suo post è stata contattata da molti free lance, che l’hanno ringraziata per aver avuto il coraggio di denunciare una patologia di sistema che penalizza chi di fatto fa il giornalista ma non ne ricava un reddito dignitoso. Che il caso di Barbara D’Amico sia tipico lo dimostra il secondo post che dicevo, scritto da Sara Mauricollaboratrice del Giornale, che racconta una vicenda personale non dissimile (la Mauri è praticamente coetanea della D’Amico), per giungere alla stessa conclusione: “Con quei numeri, la situazione non era economicamente sostenibile (grassetto mio).

La mia interpretazione di queste situazioni è semplice: i contratti che una volta erano normali oggi sono un miraggio per qualunque giovane, anzi, anche per un non più tanto giovane con alle spalle anni di “professione”. Il precariato, che in questo settore si confonde col nobile appellativo di free lance, è la regola a cui è ben difficile sfuggire, e di giornalismo free lance non si vive. Anzi, come si legge in questo vecchio articolo, il giornalismo free lance è morto di fame. E una professione in cui non si guadagna abbastanza da sopravvivere non è una professione. Può essere un hobby, un lusso, al limite un investimento per poi fare altro, ma non una professione.

E non è solo il giornalismo a non essere più una professione. Poche settimane fa, sempre tramite Facebook (eh, sì; come confesserò alla fine, io faccio parte del problema), ho scoperto un’intervista illuminante pubblicata sulla rivista culturale online Pangea. A essere intervistato era un editor di successo, che su Facebook si cela dietro lo pseudonimo di Monica Rossi, e che, senza troppi peli sulla lingua, smantella la “professione” di scrittore:

“SE TI DEFINISCI SCRITTORE VUOL DIRE CHE, IN CONCRETO, QUELLO È IL TUO LAVORO. CON I PROVENTI DEI TUOI LIBRI CI PAGHI L’AFFITTO, LE BOLLETTE, LA SPESA, LA MACCHINA, LE VACANZE, I VESTITI, LA SCUOLA PER I FIGLI? ALLORA SI, SEI UNO SCRITTORE. SE INVECE CON I PROVENTI DEI TUOI LIBRI CI PAGHI GIUSTO UNA CENA, UNA CASSAPANCA, UNA BORSETTA, UNA VACANZA O UN MOTORINO ALLORA VUOL DIRE CHE SEI UNO CHE FA TUTT’ALTRO E POI SCRIVE. […] ANCORA, SE CON I PROVENTI DEI TUOI LIBRI CI PUOI COMPRARE GIUSTO UN’AUTOMOBILE MA NEL CONTEMPO INSEGNI SCRITTURA CREATIVA, COLLABORI CON UN QUOTIDIANO, HAI UN BLOG E FAI TUTTO CIÒ CHE È INERENTE ALL’EDITORIA E ARRIVI AGEVOLMENTE A FINE MESE, BEH MI SPIACE, NON SEI COMUNQUE UNO SCRITTORE.”

Ecco fatto: senza troppi giri di parole, la tua professione è scrittore, o giornalista, se i soldi che spendi tutti i giorni vengono dalla vendita di libri e articoli che scrivi; altrimenti no.

Semplice e vero.

Ma quanti sono, secondo questo criterio, gli scrittori e i giornalisti?

Pochissimi, direi: per gli scrittori, basti leggere questo articolo, che sintetizza: “In Italia gli autori che possono permettersi di vivere di soli romanzi sono una decina al massimo” (e non chiediamoci troppo di cosa vivessero Svevo, o Calvino, o altri nostri grandi narratori).

Ma un’attività in cui ogni anno diecimila entusiasti provano a “entrare”, e alla fine forse uno diventa un “caso letterario” e si unisce alla decina di privilegiati di cui sopra, non è una professione, altrimenti sarebbe una professione anche giocare al SuperEnalotto.

E nel caso del giornalismo le cose non vanno molto diversamente, come abbiamo visto, a parte coloro che in anni migliori sono entrati in una redazione e oggi devono difendere coi denti il posto di lavoro dalla crisi di vendite di quotidiani e riviste.

Scrivere, in Italia, non è più una professione, punto e basta.

Nella migliore delle ipotesi, può essere un modo per conquistare visibilità e sfruttarla facendo i conduttori o gli opinionisti in TV e alla radio, entrando in politica, diventando influencer, blogger o Youtuber, insegnando scrittura ad altri aspiranti “non professionisti”.

Ma come mai è accaduto questo, e di chi è la colpa?

Ci ho pensato su, ritornando alla fine degli anni Ottanta, prima dell’esplosione del Web. Allora io m’affacciavo in edicola quasi tutti i giorni, e in libreria almeno un paio di volte al mese, restandoci ore. Compravo un quotidiano tutti i giorni, riviste tutti i mesi, e almeno una trentina di libri l’anno: la lettura era il mio principale capitolo di spesa, al quale dedicavo direi non meno di 700-800.000 lire l’anno, senza contare i regali a parenti e amici.

E oggi?

Oggi, lo confesso, spenderò forse un decimo di quella cifra.

Per i quotidiani, zero assoluto, anche perché, onestamente, tolte le notizie d’agenzia ci trovo pochissimo che valga la pena di leggere; piuttosto, a seconda dell’argomento, mi rivolgo a fonti online (solo per fare un esempio, per l’economia leggo lavoce.info, che secondo me non ha niente da invidiare al Sole 24 Ore e ha meno lacciuoli), tipicamente gratuite.

Per i libri, leggo meno e comunque compro ormai quasi solo e-book, che in genere costano molto meno dei libri cartacei: quest’anno ho finalmente letto Alla ricerca del tempo perduto, e l’e-book mi è costato 5,99 Euro anziché i 60 o 70 che avrei speso per un’edizione cartacea ben fatta.

Peggio ancora, pubblico qui su Hic Rhodus articoli che, buoni o cattivi (io immodestamente confesso di non ritenerli peggiori di tanti che si leggono sui siti informativi professionali), sono totalmente gratuiti, senza neanche il fastidio della pubblicità, e con Claudio Bezzi abbiamo autopubblicato su Amazon alcuni libri, sempre “hicrhodusiani”, ovviamente a un prezzo simbolico.

La conclusione è inesorabile: se è vero che la scrittura non è più una professione, la colpa non è degli editori (neanche quelli a pagamento), dello spirito corporativo dei “vecchi” giornalisti, della TV che ci ha rimbambito o dei Social che ci risucchiano il tempo tra polemiche e giochini: la colpa è mia, personalmente e direttamente mia.

Per fare inadeguata ammenda, offro una cena al primo scrittore o giornalista che ne faccia richiesta, a patto che non sia un professionista

Risoluzione finale del 7 dicembre

In e-mail il 10 Dicembre 2019 dc:

Risoluzione finale del 7 dicembre

Conclusione condivisa dell’assemblea nazionale unitaria delle sinistre di opposizione del 7 dicembre 2019

 

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La numerosa ed articolata presenza che registriamo, come già sottolineato in apertura, conferma l’importanza della promozione di questa assemblea nazionale unitaria delle sinistre d’opposizione.

Le ragioni poste alla base della stessa, sottolineate dallo specifico appello, rimarcate dalla relazione introduttiva, sono profonde, dettate dal cosa accade, dal perché accade, ed hanno trovato conferma nell’ampio e qualificato dibattito che ne è scaturito.

L’obiettivo condiviso è quello di ricostruire un’opposizione radicale, di massa, al governo Conte, espressione dei poteri forti, nazionali ed europei, alle politiche dettate dall’Unione Europea e dallo stesso ossequiosamente perseguite, in sostanziale continuità con i governi, ascrivibili al centrodestra ed al centrosinistra, che l’hanno preceduto, politiche che trovano nella proposta di revisione del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) un’ulteriore stretta, contro la quale occorre mobilitarsi, contro la quale ci mobiliteremo.

Politiche all’insegna della cultura liberista imperante, dell’austerità, degli interessi del grande capitale, il cui esito fallimentare per gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori, per i ceti popolari, è sotto gli occhi di tutti: più povertà, più insicurezza, più solitudine.

Lo stesso progetto di autonomia differenziata preserva la logica della secessione dei ricchi, promossa dalla Lega ed amministrata dal PD.

L’obiettivo condiviso è quello di ricostruire un’opposizione capace di rappresentare un’alternativa di società, in grado di sostanziare le speranze di cambiamento, che in tanti, anche nel mondo del lavoro, sbagliando, avevano riposto nei confronti della Lega e del Movimento 5 Stelle, e che avevano portato all’affermazione del primo governo Conte le cui politiche, reazionarie e liberticide, si sono tradotte in un crescente consenso ad una destra il cui carattere è sempre più evidente ed alla quale è necessario sbarrare la strada.

L’impegno condiviso è quello di ricostruire un’opposizione che, sostenendo, valorizzando e unendo le lotte di resistenza delle lavoratrici e dei lavoratori a difesa del lavoro, come testimoniano, tra le tante, le esperienze della Whirlpool, dell’Ilva, di Unicredit, punti a contrastare i nuovi grandi processi di ristrutturazione capitalista.

Puntiamo ad un’opposizione che si proponga come utile riferimento per connettere i diversi movimenti sociali, ambientalisti e femministi in campo, sempre più impegnati ad un cambio radicale delle politiche date, come ben testimonia, ad esempio, lo sciopero promosso dal movimento femminista per il prossimo 8 marzo.

L’obiettivo condiviso è quello di ricostruire un’opposizione capace di saldare le diverse esperienze di lotta e di resistenza, che si palesano nella società, in una vasta opposizione popolare, che si raccolga attorno ad una piattaforma generale indipendente, in una prospettiva di alternativa anticapitalista.

Un’opposizione che, in considerazione dello sviluppo della propria iniziativa, dell’evoluzione della fase, delle politiche che il governo si accinge a mettere in campo, a partire dalla legge di bilancio, che ne costituisce il manifesto, assuma l’impegno a dare vita ad una giornata di mobilitazione nazionale articolata tra il 24 ed il 25 gennaio prossimi.

Una scelta importante, alla cui definizione, caratterizzazione e gestione è necessario si adoperi l’insieme delle realtà interessate, anche attraverso la promozione di assemblee territoriali aperte a ciò finalizzate.

Ciò che si propone, al fine di sostanziare un’opposizione avente gli obiettivi su richiamati, è lo sviluppo di un’azione comune attorno ad alcune specifiche rivendicazioni:

– per l’uscita dell’Italia dalla NATO, per il ritiro delle truppe italiane dalle missioni estere, per il rifiuto delle politiche militariste e di guerra, per il no all’acquisto degli F35;

– per la nazionalizzazione dei settori strategici della finanza e dell’economia, a partire dalle aziende che licenziano ed inquinano;

– per una generalizzata riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario; per la qualificazione, tutela e valorizzazione dei rapporti di lavoro, anche in risposta, da un versante di classe, alla grave crisi occupazionale data, alle ripercussioni che al riguardo porta con se la cosiddetta quarta rivoluzione industriale;

– per la cancellazione dei cosiddetti decreti sicurezza e degli accordi stipulati con la Libia, contro ogni politica xenofoba e razzista, a favore di un comune fronte di lotta tra lavoratori nativi e migranti;

– per l’abolizione della Legge Fornero, per affermare un nuovo sistema pensionistico pubblico, per tutti i generi e per tutte le generazioni. Una questione, quella della previdenza, attorno alla quale si registra una forte ripresa dell’iniziativa in altri Paesi, come evidenzia la lotta che ha investito la Francia, ed alla quale va la nostra solidarietà.

Le su richiamate rivendicazioni rappresentano un terreno comune di iniziativa in direzione della costruzione dell’opposizione alla quale siamo impegnati, ed in funzione di ciò è possibile ed opportuno dare vita ad un coordinamento nazionale dell’unità d’azione.

Un coordinamento aperto, gestito collegialmente, volto al coinvolgimento di tutte le realtà impegnate in tale direzione, e capace, anche in forme flessibili, di un’articolazione territoriale.

Anche a tal fine si rivolge l’invito a promuovere nelle prossime settimane assemblee aperte a chiunque si riconosca nella necessità sottolineata.

Ciò su cui si conviene è la promozione di un’unità d’azione pienamente consapevole e rispettosa delle differenze esistenti, di ciò che connota le diverse componenti chiamate a darvi vita, dell’iniziativa che le stesse, autonomamente, decidono di promuovere, un’unità d’azione funzionale a sostanziare l’obiettivo condiviso.

L’unità nella diversità è la risposta, questa assemblea non è un punto di arrivo, da qui ripartiamo, ed insieme possiamo farcela!

 

Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Comunista Italiano, Sinistra Anticapitalista

Francia: i ferrovieri votano la continuità dello sciopero

In e-mail il 23 Dicembre 2019 dc:

Francia: i ferrovieri votano la continuità dello sciopero

cheminots2019

Dopo 18 giorni di sciopero a oltranza contro “la legge Fornero di Macron”, i ferrovieri francesi non mollano.

Il governo cerca di montare l’opinione pubblica contro lo sciopero usando il ricatto del Natale e combinandola con qualche piccola concessione.

La burocrazia del secondo sindacato dei ferrovieri francesi (UNSA Ferroviaire) usa queste concessioni come pretesto per sfilarsi dal fronte dello sciopero e dichiarare la “tregua natalizia”.

La moderata CFDT, che solo il 14 dicembre era scesa in sciopero contro l’aumento dell’età pensionabile da 62 a 64 anni, si è affrettata ad “apprezzare il nuovo gesto di dialogo che viene dal governo”, lanciando un messaggio implicito di smobilitazione.

Infine, il fronte intersindacale (CGT, FO, Solidaires, FSU, UNEF…) che dirige lo sciopero e rivendica, a differenza della CFDT, il ritiro del progetto di legge governativo, annuncia una giornata di manifestazioni… per il 9 gennaio. Un annuncio che formalmente non smobilita, ma suona ambiguo sulla continuità dello sciopero nel momento più delicato e difficile per la sua tenuta.

Di fronte a questa congiunzione di fattori, il 21 dicembre la stampa borghese di Parigi si è affrettata a dare la buona novella natalizia dello sfarinamento dell’agitazione. “Il governo riesce a rompere il fronte dello sciopero”, annunciava il (pur prudente) Le Monde in prima pagina.

Ma i conti non si fanno senza l’oste.

Le assemblee dei lavoratori in sciopero hanno respinto le ingiunzioni del governo e i segnali di smobilitazione delle burocrazie.

Di primo mattino alla Gare de Lyon, all’assemblea generale della stazione di Saint-Lazare, alla Gare de l’Est e alla Gare d’Austerlitz, il pronunciamento operaio è uno solo: lo sciopero continua sino al ritiro del progetto di legge. La larghissima maggioranza delle assemblee in tutta la Francia segue a ruota. I delegati di base dei sindacati CGT e Solidaires sono la punta trainante del pronunciamento. Ma la stessa CFDT-ferrovieri è costretta a dichiarare la continuità del blocco, e persino il 50% delle sezioni dell’UNSA si ribellano ai propri dirigenti nazionali: “Non capisco la strategia del gruppo dirigente del mio sindacato… Non si spezza una lotta nel momento decisivo”, dichiara in assemblea un delegato UNSA della Gare Paris Est. Il risultato è che la Francia resta bloccata. Anche a Natale, nonostante il Natale.

Seguiremo come sempre, giorno per giorno, la dinamica dello sciopero francese.

Certo, pesa sulla prospettiva l’ipoteca della burocrazia sindacale.

Sia di quella che sogna un accordo separato col governo in cambio di una onorevole foglia di fico (CFDT), sia di quella sicuramente più combattiva che vuole sopravvivere al macronismo costringendo il governo a riconoscere la sua forza di burocrazia (CGT).

Ma i fatti dimostrano che la burocrazia non ha ad oggi il pieno controllo delle assemblee, nelle quali una nuova generazione di delegati operai si è fatta le ossa nelle lotte di questi anni (come nella lotta contro la legge El Khomri), ha accumulato una esperienza preziosa, non ha alcuna voglia di arrendersi.

Anzi, ha voglia di vincere.

Gli insegnanti hanno aderito in massa allo sciopero al fianco dei ferrovieri e, nonostante le scuole siano in vacanza natalizia, manifestano la continuità della propria lotta partecipando spesso ai picchetti degli cheminots e alle loro assemblee, mentre continua lo sciopero a oltranza della metropolitana, e la mobilitazione radicale degli infermieri, che in realtà aveva anticipato quella dei ferrovieri.

Si estenderà la lotta al settore privato, innanzitutto alle fabbriche? Questo è l’interrogativo sospeso che può decidere della piega degli avvenimenti. È ciò che terrorizza la borghesia francese. Ma anche la burocrazia sindacale.

Ai lavoratori francesi, e ai militanti marxisti rivoluzionari, impegnati in prima fila per la generalizzazione della lotta, va tutto il nostro sostegno internazionalista.

Partito Comunista dei Lavoratori

La disinformazione di Ma.ta

17 Novembre 2019 dc

La disinformazione di Ma.ta

di Jàdawin di Atheia

Da tempo sostengo che nei programmi di Rai, come in tutti gli altri, dovrebbero essere presenti, in incognito e mai gli stessi, dei correttori: i correttori delle scempiaggini che vengono dette nei programmi, anche da autorevoli esperti.

È intollerabile che in televisione vengano dette tonnellate di scempiaggini, e di errori di italiano, senza che i responsabili vengano sbugiardati davanti al loro amato pubblico.

L’ultimo episodio a cui mi è capitato di assistere è in questa settimana o nella precedente: su Rai1 c’è il programma Unomattina, al cui interno c’è una rubrica su salute e alimentazione, “condotta” da quella che chiamerò, senza troppa fantasia, Ma.ta: sostituite al punto la giusta lettera e scoprirete subito di chi si tratta.

La sventurata ha voltuto citare, ad esempio delle diete improvvisate e deleterie per la salute, quella dello sciroppo d’acero, affermando, avendo alle spalle le immagini di persone obese che camminavano per strada, che era ovvio che, assumendo questo sciroppo (lasciando intendere: oltre la solita alimentazione, ovviamente sbagliata) le persone addirittura aumentassero ulteriormente di peso!

L’esperta Ma.ta non sa, o non lo sanno gli autori delle parole che ha pronunciato (ho il sospetto, infatti, che l’individua non sia autrice nemmeno di quello che dice), che lo sciroppo d’acero (detto anche succo d’acero), estratto dalla pianta omonima principalmente in Canada ma anche negli Usa, e raffinato per ebollizione in tre gradi di concentrazione e densità, viene usato da moltissimo tempo essenzialmente come dolcificante in alternativa a zucchero e miele, e come componente di dolci e torte. Chi si recasse negli Usa e in Canada lo troverà sicuramente sui tavoli dei bar e delle tavole calde accanto a sale, zucchero, olio e aceto, e anche a varie salse.

Cercando in internet si trovano numerose pagine dedicate a questo prodotto, indico qui quella in Wikipedia, consultata ora, di cui voglio riportare l’inizio: Lo sciroppo d’acero viene oggi prodotto dalle province orientali del Canada ed in alcune zone degli Stati Uniti. La linfa viene raccolta all’inizio della primavera (in genere in marzo o aprile) quando l’acero è in stato quiescente, in aree di coltivazione note come sugarbush o sugarwoods. La linfa è composta di sostanza solida di circa il 3-5%, in gran parte costituita da saccarosio. È inoltre composta da acido malico, potassio, calcio, ferro, vitamine e componenti fenoliche. Lo sciroppo deriva dal processo di concentrazione della linfa, che si effettua in costruzioni ad hoc chiamate sugarshacks o cabanes à sucre; può essere classificato in base al grado di translucenza (per esempio dal più al meno translucente: fancy, grade A, grade B).

La dieta, con molte varianti, nasce come azione depurativa della durata di un giorno.

Consiglio di eseguire una ricerca in internet con la stringa dieta dello sciroppo d’acero: ci sarà da leggere e divertirsi, sicuro!

Vi spiego ora la versione che conosco io, e che ho personalmente sperimentato con successo nella versione dieta di 10 giorni.

Molto pratico è usare le bottigliette di acqua minerale da 500 cl, meglio se oligominerale.

Si versano tre cucchiai da minestra di sciroppo d’acero, un cucchiaio di succo di limone e una spolveratina di peperoncino piccante in polvere (pochi granelli sono più che sufficienti), si chiude la bottiglia, si agita bene e si tiene in frigo, se si preferisce bere la bevanda fresca.

Nella dieta depurativa questo preparato viene usato un giorno solo alla settimana, preferibilmente un giorno sempre fisso, le tre bottigliette sostituiscono i tre pasti della giornata (colazione, pranzo e cena), è importante non assumere altri cibi o bevande: vi assicuro che si può fare, con un po’ di volontà. La funzione è, come accennato, depurativa.

Le proprietà, vitaminiche ed energetiche, contenute nello sciroppo d’acero, unitamente al fatto che è il terzo dolcificante meno calorico dopo la melassa, di canna da zucchero o di barbabietola, e la stevia, che il succo di limone fornisce vitamina C e che il peperoncino piccante in polvere fornisce un po’ di energia supplementare fanno sì che l’acero fornisca proteine, energia e sostanza senza grassi e tutte le altre sostanze che normalmente assumiamo.

Io, a suo tempo, ho usato un prodotto, in vendita nelle erboristerie, risultato di una miscela di sciroppo d’acero e succo di palma tropicale, le cui proprietà si compensano reciprocamente. Non vorrei fare pubblicità ma trovo necessario informare che lo potete trovare qui: ha anche una bella e colorata confezione. Nel sito sono indicate anche tre diete-tipo con il succo.

I dieci giorni si iniziano con, al primo giorno, una sola bottiglietta, in sostituzione del pasto che preferite. Il secondo giorno sono due, sempre a scelta, poi la sostituzione sarà integrale dal terzo all’ottavo giorno, il nono sarà di due pasti sostituiti, il decimo sarà di uno, all’undicesimo si riprende la dieta normale. Ovviamente senza recuperare con spaghetti alla carbonara per primo, stinco al forno con patate fritte per secondo e sacher torte per dolce….

Io ho perso sei chili ma non ho proseguito col mantenimento, che consiste nel seguire la dieta integrale di tre bottigliette in un giorno fisso della setitmana, sempre uguale.

Ovviamente, nel giro di alcuni mesi, ho ripreso i chili persi ma questo succede in tutte le diete: a una prima fase d’impatto va sempre fatto seguire il mantenimento, che deve essere costante. È anche chiaro che, se si segue una dieta costante nel tempo (cioè perpetua) non si ha questo inconveniente.

Si può anche praticare la dieta, per una settimana o dieci giorni, due volte all’anno, preferibilmente in primavera e in autunno (stagioni di maggiore cambiamento rispetto alla precedente), con o senza giorno settimanale fisso di mantenimento. Ci sono, comunque, ulteriori varianti.

Quindi, cara signora Ma.ta, è invitata a informarsi, prima di dire stupidaggini.