Attrici, coriste, costumiste. E orgogliosamente direttrici d’orchestra.

Dal sito dell’Opposizione CGIL, 7 Marzo 2021 dc:

Attrici, coriste, costumiste. E orgogliosamente direttrici d’orchestra.

di Eliana Como

Su Beatrice Venezi e le sue dichiarazioni al festival di Sanremo.

Cara Beatrice, usare correttamente l’italiano non è solo una questione di grammatica, è una questione culturale e politica. E da qualunque parte prendiamo le tue dichiarazioni, non possiamo che rigettarle.

Cara Beatrice, il tuo rivendicare di farti chiamare «direttore d’orchestra» non è un «calcio al politicamente corretto», ma uno schiaffo a chi ogni giorno lotta per la parità di genere: l’inaudita violenza che si consuma nel nostro Paese, dove ogni tre giorni una donna viene uccisa per mano del proprio compagno, è l’acme di una cultura che dobbiamo combattere assieme e che passa anche attraverso il linguaggio. Perché il linguaggio veicola il pensiero e il pensiero è lo specchio della cultura che emana.

Quella cultura per cui una donna è subalterna ad un uomo. La stessa per cui va bene se siamo attrici, cantanti, violiniste o coriste, meglio ancora se sarte o costumiste, ma guai a essere direttrici d’orchestra.

E poi, sei diplomata in pianoforte, in direzione d’orchestra, hai studiato con grandissimi maestri, come Lucchesini e Gelmetti. Francamente saremmo stati più felici di vederti al Festival non come ospite per affiancare Amadeus, ma per dirigerne l’orchestra.

Pensaci, sei stata invitata al Festival come oggetto, per stare un «passo indietro» a un uomo conduttore, non invece davanti a lui, come direttrice d’orchestra, come meriti e come tutte noi abbiamo il diritto e il dovere di rivendicare!

#RiconquistiamoTutto – opposizione in Cgil/Slc – spettacolo dal vivo

L’ignoranza

Da Hic Rhodus 2 Marzo 2021 dc:

L’ignoranza

La puntata 10. di un dossier in 10 punti da titolo Pensare la Democrazia nel Terzo Millennio

10. L’ignoranza è sempre eversiva. Se non causata dalla stupidità, l’ignoranza è il secondo enorme male sociale dal quale occorre difendersi ma, al contrario della precedente, l’ignoranza può essere sconfitta dall’istruzione, dall’esperienza, dalle buone relazioni sociali. Una società felice mette a disposizione dei suoi cittadini ogni occasione per combattere l’ignoranza.

10.1 Moltissimi stupidi sono anche ignoranti, ma ricadono completamente in quanto già scritto [Capitolo 9].

Qui trattiamo quindi l’ignoranza dovuta a scarsa educazione, limitata scolarizzazione, mancanza di occasioni di esperienza, di viaggio, di relazioni sociali vivificanti. Sono tantissimi i borghi, i paesini, le periferie dove persone di modesto livello sociale crescono figli che non possono frequentare scuole, non hanno mai viaggiato, crescono fra quattro mura e i soliti dieci amici altrettanto deprivati.

Questi ragazzi non sanno, non conoscono, strutturano i loro schemi mentali in forma primitiva e rigida, e ovviamente cadono facilmente preda di teorie fantasiose quando non di ambienti pericolosi.

C’è un’enormità di capitale sociale sprecato, di potenziale intellettuale non sviluppato, di infelicità, che resta abbandonata a sé stessa, anziché essere sviluppata positivamente al servizio della collettività, oltre che per una vita migliore per gli interessati. Uno Stato razionalista, attuatore dei diritti dei suoi cittadini, investirebbe ingentissime risorse per consentire il migliore sviluppo culturale a partire naturalmente dalle generazioni più giovani.

10.1.1 Al primissimo posto la scuola, da troppi decenni abbandonata a se stessa, dovrebbe essere una delle prime preoccupazioni di uno Stato democratico: più edifici scolastici in ottime condizioni, più tecnologie, insegnanti in aggiornamento continuo, un buon sistema di valutazione, tempo pieno, apertura al territorio, attività estive, ammodernamento dei programmi. E, possibilmente, meno bieco corporativismo dei docenti.

10.1.2 Poi le agenzie educative informali: circoli giovanili, boy scout, fino alle parrocchie, tutti coloro che si occupano di giovani dovrebbero essere maggiormente qualificati e sostenuti (Nota mia: da ateo e anticlericale boy scout e parrocchie non dovrebbero occuparsi né di giovani né di adulti!). Occorre sottolineare la banalità e scarsa incidenza dei numerosi progetti di intervento sociale destinati ai giovani, con uno spreco di risorse comunque notevole. La progettualità sociale in campo educativo dovrebbe essere potenziata e rinforzata (e valutata) con criteri moderni e con senso critico.

10.1.3 L’Università è uscita in pezzi dalle ultime riforme. È noto a tutti che moltissimi corsi di laurea sono scadenti e che numerosi atenei fanno carte false (= laurea garantita facilmente) pur di avere studenti e mantenere le cattedre. Gli Atenei di un qualche valore, in Italia, sono pochi ed elitari, ma il contrario dell’elitarismo non è certo la laurea facile. Un poderoso giro di vite, in senso scientifico e didattico, deve essere fatto per portare le nostre università a un diffuso livello di eccellenza, sostenendo parimenti gli studenti meritevoli con adeguate borse di studio.

10.1.4 Viaggiare è un potente antidoto all’ignoranza, alla visione ristretta del mondo, al razzismo: offrire condizioni di vero favore (fino alla totale gratuità dei trasporti e degli alloggi) ai ragazzi che desiderano viaggiare per il mondo costerebbe poco e avrebbe grandi risultati.

10.1.5 Le relazioni sociali sono il terzo grande pilastro per lo sviluppo di una mentalità aperta, curiosa, intelligente. Le relazioni sociali non possono essere imposte, ma indiscutibilmente possono essere favorite dalla bonifica delle peggiori periferie-dormitorio, col sovvenzionamento di luoghi di aggregazione permanenti (biblioteche, centri giovanili, associazionismo) o temporanei (fiere, manifestazioni) nei luoghi dove la possibilità di nuove e significative esperienze e relazioni sono più problematiche.

10.2 Queste misure sono assolutamente di modesto costo economico per uno Stato che desideri investire sulla cultura e sullo sviluppo intellettuale dei giovani. Occorre quindi domandarsi perché non lo si faccia. Perché scuola e Università sono un disastro, perché i giovani sono abbandonati, la ricerca negletta…? Crescere delle nuove generazioni nel sapere, nell’arte, nella cultura, nella migliore visione del mondo e delle relazioni sociali, significa crescere una società meno conflittuale, più armonica, più democratica.

Verrebbe da pensare che non si voglia codesta migliore società, e che le meschinissime beghe di piccolo cabotaggio politico cui assistiamo quotidianamente siano considerate più importanti rispetto allo spreco di vite, di competenze e di maggiore felicità che si perpetra. Scavando un pochino a fondo, poi, si può notare come una buona parte dei politici che abbiamo siano loro stessi il frutto di questo spreco, figli di periferie culturali e di disarmo morale.

Quando è iniziato tutto questo?

Come sempre la ricerca dell’origine dei mali sociali rischia di arretrare nei tempi fino ad Adamo ed Eva, rifuggendo – in questa regressione – dal riconoscere precise responsabilità che possiamo leggere e riconoscere nelle buone intenzioni demagogiche di tante riforme intraprese dal secondo dopoguerra: quelle buone intenzioni demagogiche sempre cattive consigliere ma che piacciono così tanto ai politici con poco senso dello Stato, con la preoccupazione di piacere alle piazze e di guadagnare benemerenze per le prossime elezioni.

Prossimo tema: la malvagità.

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La stupidità

Da Hic Rhodus 22 Febbraio 2021 dc (trovate lo stesso articolo nella pagina La stupidità):

Capita a proposito la puntata 9. di un dossier in 10 punti da titolo Pensare la Democrazia nel Terzo Millennio. E il titolo è proprio

La stupidità.

9. La stupidità e sempre eversiva. Poiché l’intelligenza è un accidente fortuito, non è del tutto colpa degli stupidi essere tali.

Naturalmente non parliamo di persone con ritardo mentale diagnosticato ma di coloro che – più o meno dotati di una intelligenza “nella norma” – compiono atti violenti (generalmente si tratta di questo), avventati, insensati, che si contraddistinguono per un semplice elemento: danneggiano la società (o singole persone) senza un reale vantaggio per gli stupidi se non di natura simbolica ed effimera (allagare la scuola per non andare a lezione il giorno dopo; picchiare uno sconosciuto perché ti aveva guardato storto; sfasciare un negozio perché ti avevano chiesto di mettere la mascherina anticovid…).

Le persone che compiono questi atti, se non hanno la pur debole giustificazione di avere agito in preda all’alcol o a droghe, hanno solitamente delle rimarchevoli tare educative e personologiche: non sanno valutare le conseguenze dei loro gesti, hanno un’opinione esagerata di sé, non hanno freni morali, credono di avere poteri che li rendono immuni dall’essere perseguiti e via discorrendo. Indipendentemente dal loro reale Q.I. e altre questioni tecniche di competenza di psicologi e psichiatri, chiamiamo costoro ‘stupidi’. La società ha il dovere di difendersi dalla stupidità.

9.1 Fra le varie forme di stupidità, oltre a quelle palesi e violente indicate sopra, ve ne sono di meno eclatanti e meno immediatamente dannose: i complottisti, per esempio, sono degli stupidi che possono anche far ridere ma i cui comportamenti sono dannosi in molteplici modi. I complottisti anti Covid, per esempio, minacciano la salute dei loro concittadini, ma anche un banale terrapiattista può avere comportamenti dannosi per sé ed è comunque un esempio di capitale sociale sprecato, di dedizione a cause perse, di perdita di tempo per chi è loro vicino. Tenendo poi presente che il complottista è, in generale, un paranoico che crede a un insieme correlato di baggianate, ai poteri occulti che ci vogliono dominare, alle società segrete etc., in una classifica dei peggiori stupidi dai quali la società si deve difendere mettiamo certamente, al primo posto, i complottisti.

9.2 Al secondo posto coloro che, a causa della loro stupidità corredata da un totale analfabetismo funzionale, senza essere specificatamente complottisti aderiscono con particolare facilità a qualunque fake news vista su Twitter e Facebook. Questa categoria di stupidi pensa di essere una cima, si nutre di cliché disarmanti (“la politica è tutta un magna magna” è un grande classico), aderisce ai gruppi Facebook più demenziali, sprizza odio, invidia e luoghi comuni nei suoi commenti che non risparmia su qualunque argomento, commenta gli articoli giornalistici dal titolo, non riesce a sviluppare un discorso con un senso logico. Se anche possono sembrare più innocui dei precedenti, sono in un numero eccezionalmente alto, sono capaci di spostare gli orientamenti dei partiti, eleggere rappresentanti in Parlamento e fare gravi danni politici e sociali.

9.3 Numerose altre categorie di stupidi, semmai folcloristici ma assai meno dannosi, possono essere aggiunte: il sempliciotto di paese, il trentenne universitario che vive da dieci anni fuori corso coi soldi di papà, una discreta quantità di mamme sulle chat scolastiche e così via.

9.4 Gli stupidi – da quelli violenti a quelli semplicemente sciocchi – hanno in comune una prerogativa rilevante: godono di tutti i diritti dei loro connazionali, inclusi i diritti politici attivi e passivi. Il complottista più esasperato, come l’analfabeta funzionale più conclamato, votano e possono essere votati, e alcuni esempi ben noti rappresentano il popolo italiano nel nostro Parlamento.

Questo è sbagliato per una ragione logica assai semplice da argomentare: poiché abbiano definito gli stupidi come persone che danneggiano loro stessi e la società, è del tutto evidente che come rappresentanti del popolo il loro danno è decuplicato, ma anche come semplici elettori – essendo loro in numero consistentissimo – possono favorire o impedire scelte politiche che possono avere conseguenze gravi per il Paese (anche qui: è cronaca di questi anni, non dovrebbero servire esempi espliciti).

L’ovvia conseguenza è che una società votata alla logica, alla razionalità, al perseguimento del maggiore benessere dei cittadini, dovrebbe almeno in astratto impedire agli stupidi di votare e di essere eletti oltre che, ovviamente, di accedere a cariche e impieghi pubblici di responsabilità.

9.4.1 Per una ragione di mera opportunità pratica, suonando come “non democratica” un’eventuale norma per limitare il potere degli stupidi (che chi scrive qui è invece favorevolissimo ad approvare) si potrebbe quanto meno decidere per una pena civica supplementare per i rei di evidente stupidità che si sia tradotta in un reato socialmente dannoso e già perseguibile di per sé. Hai picchiato per futili motivi un individuo? Hai devastato un compartimento ferroviario perché la tua squadra di calcio ha perso? Hai fatto uno scherzo cretino che si è trasformato in un danno fisico per la vittima? Oltre a quanto previsto dai Codici si deve applicare una particolare interdizione dai pubblici uffici per un giusto numero di anni (istituto che già esiste nel nostro ordinamento, non si tratterebbe di inventare nulla ma solo di estenderne la casistica).

Sarebbe poco, naturalmente, rispetto all’enorme massa di stupidi in circolazione ma, come dire, piuttosto che niente è meglio poco, qualche stupido non andrebbe a votare e sarebbe un segnale positivo (non per gli stupidi, che se ne infischierebbero, ma per tutti noialtri).

9.4.2 Un altro intervento che uno Stato logico e razionale applicherebbe senza battere ciglio sarebbe impedire ai complottisti comportamenti dannosi. Tutti ricordiamo la farsa dell’obbligo vaccinale per poter iscrivere i bambini alle scuole primarie, obbligo parziale e facilissimamente aggirabile. Uno Stato serio non proporrebbe mezze misure: la vaccinazione è un obbligo, punto; se non vaccini tuo figlio sei perseguibile, punto. Così per i “No Mask” e ogni altra forma di complottismo con concrete e pericolose ricadute sociali.

9.5 Le eventuali obiezioni in merito al carattere illiberale e repressivo di questi ultimi punti sono concettualmente errate, e solo un’analisi superficiale qui trova una sorta di paradosso (“Si pretende la libertà e i pieni diritti, salvo poi privarne una specifica categoria”).

L’errore nasce da quanto già segnalato a proposito della differenza fra diritti e bisogni [Capitoli 1 e 4].

Tutti hanno il diritto alla salute, per esempio, e questo diritto deve essere riconosciuto e tutelato dallo Stato che deve prodigarsi per offrire un sistema sanitario ottimo, per come le scienze mediche sanno indicare, organizzato con efficienza ed equità. Questo è il diritto, e deve valere per qualunque individuo, indipendentemente da ciò che pensa in merito alla medicina tradizionale, l’omeopatia, la naturopatia o i riti voodoo. Ma se un individuo pensa che i vaccini siano parte di un complotto per controllarci, e non vaccinando sé e i suoi figli, laddove esistano le ragioni di salute collettiva sufficienti a giustificare un obbligo di legge, minaccia la mia e altrui salute, qui siamo usciti dal terreno dei diritti ed entriamo in quello dei bisogni patologici: bisogno di aderire a comportamenti antagonisti per soddisfare il proprio ego, bisogno di disubbidire per rivalsa sociale, bisogno di credere a delle sciocchezze palesemente false per ignoranza, e di sostenerle ad oltranza per non rischiare un confronto di realtà col proprio reale potenziale intellettuale, e così via. Se vuoi infibulare la figlia perché è sempre stata una tradizione tribale della tua comunità originaria, quello è un bisogno culturale che contrasta fortemente coi diritti alla vita, alla salute, alla dignità di tua figlia, e quindi, democraticamente, te lo impediamo.

9.6 Gli obblighi di legge e le relative sanzioni contro gli stupidi sono comunque solo un segnale simbolico: doveroso, legittimo ma marginale come reale capacità di far desistere, gli stupidi, dalla loro stupidità.

Il deterrente migliore e più forte resta quello dello stigma sociale. Sono i probi, i logici, gli intelligenti, gli onesti che devono apertamente contrastare gli stupidi: cacciateli dalle amicizie Facebook; irrideteli apertamente; sottolineate e biasimate con chiarezza e fermezza la stupidità degli stupidi; allontanateli da voi e dalla comunità cui partecipate.

Gli stupidi devono avere terra bruciata attorno a loro, sentire il disprezzo e la riprovazione degli intelligenti. Il silenzio acquiescente, il lasciar correre per quieto vivere, il non impicciarsi, sono i più grandi complici del dilagare della stupidità e del suo approdo vittorioso a tanti comportamenti dannosi.

Prossimo tema: l’ignoranza.

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Nell’inferno del saccheggio africano

In e-mail il 27 Febbraio 2021 dc (questa volta non mi sono limitato a correggere alcuni errori, ma ho sostituito Santa Sede con Vaticano!):

Nell’inferno del saccheggio africano

di Marco Castaldo

L’uccisione nella Repubblica Democratica del Congo dell’ambasciatore italiano e del carabiniere che gli faceva da scorta offre l’occasione per riflettere su quello che è un vero e proprio inferno causato dalle potenze coloniali in quel continente in una fase di crisi, come quella attuale, del moto-modo di produzione capitalistico, aggravata per di più dalla pandemia del Covid-19.

Ovviamente si sprecano da una parte le parole di riprovazione e di orrore nei confronti dei responsabili del fatto di sangue, mentre dalla parte opposta si sprecano gli elogi per le qualità delle due vittime cadute nell’imboscata in quel paese. E il popolo “beve”.

Passano pochi giorni e tutto si dimentica, tutto riprende come prima. Eppure tutti quelli che devono sapere sanno, ma tutti fingono di non sapere. Tutti conoscono la verità, ovvero gli interessi da cui sono mosse determinate strutture statali e/o umanitarie, ma tutti mentono spudoratamente sapendo di mentire.

Eppure la verità è talmente evidente in certi ambienti che nel darne notizia – come nel caso del telegiornale delle 20 de La7, il suo direttore Mentana dice due cose in netto contrasto fra loro: «Diamo notizia del tremendo fatto di sangue avvenuto nel Congo, un paese poverissimo», per poi proseguire affermando, poche parole dopo: «una nazione ricchissima di materie prime di importanza strategica». Una realtà talmente forte che, come la tosse, non può essere contenuta e fuoriesce dalle labbra di un noto asservito al potere del capitale.

Due verità che vengono lasciate poi cadere nelle distratte cene degli italiani assopiti dai colori regioni attribuiti dal governo e dalle paure per la pandemia. Dalle parole di un altro noto giornalista e scrittore, come Domenico Quirico, vien fuori un quadro orrido nella sua descrizione delle varie tribù di disumani più simili alle bastie che al restante dell’umanità. Lui, “profondo” conoscitore dell’area subsahariana e dell’estremismo islamista, non perde occasione per sputare fango sui martoriati popoli africani schiavizzati da secoli dai popoli “civili” dell’Occidente sviluppato.

Eppure, nonostante le montagne di parole per imprigionarla, la verità emerge forte e potente quando sono costretti a dire: «Le guerre nel Kivu [regione del Congo che si affaccia sul lago Kivu] hanno nomi misteriosi, legati non alla geopolitica ma alla tavola di Mendeleev: il coltan, l’oro, il tungsteno, il tantalio che resiste alla corrosione, o la cassiterite che serve per saldare e per leghe speciali».

A differenza degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, in questi ultimi decenni è calato un silenzio tombale sulla rapina coloniale delle potenze occidentali in Africa e, quel che è peggio, è calato anche il silenzio nei confronti della Cina che in quel continente e in concorrenza con i Paesi occidentali sta facendo man bassa delle risorse minerarie di ogni tipo. E fa specie, lo diciamo senza veli, che a tale silenzio partecipano anche formazioni politiche che si autodefiniscono di sinistra e che guardano alla Cina come modello sociale centralizzato e possibile struttura sociale diversa dal capitalismo.

Non ci lasciamo impressionare neppure da incantatori di serpenti come certi padri missionari comboniani che si presentano con l’aspetto caritatevole, ma sono l’altra faccia della stessa medaglia del colonialismo capitalistico mondiale, che denuncia sì l’impotenza delle istituzioni internazionali come l’Onu o la stessa Fao, ma poi fungono da controllori della realtà.

Non ingannino perciò certe iperboliche espressioni come «Questo è il Congo di tutti i giorni! Un paradiso della natura, un inferno per gli uomini. Con una guerra civile da 20 anni, per prendersi le ricchezze minerarie. […] chi è il mandante di questo delitto? La gara per le commodities: il petrolio di Viruga e nei grandi laghi, il gas naturale a Kivu, il coltan per fare i telefonini, il cobalto in mano ai cinesi, il columbio, i diamanti, il rame, l’uranio, praticamente tutto … L’ordine è fregare al Congo tutte le materie prime. E far scappare la gente che ci abita sopra, pagando mercenari per ammazzare».

Una fredda e lucida analisi dove però manca l’agente fondamentale, ovvero il soggetto vero di tale devastazione. Il missionario che scrive per L’Osservatore Romano, il quotidiano del Vaticano, rimuove totalmente il ruolo centrale dell’Occidente, ovvero di un mercato capitalistico originato dal colonialismo e che si è via via esteso in tutto il mondo, al punto da ingolfarsi, producendo una crisi per la produzione di valore che mette a confronto il continente asiatico, con la Cina che fa da traino, e l’Occidente con il suo centro maggiore, gli Usa, in una crisi senza precedenti nella storia moderna.

Ora, il padre missionario comboniano dice che «l’ambasciatore Luca Attanasio è morto da santo, mentre andava ad aiutare».

Non è questo il punto in discussione – è bene ripeterlo all’infinito – non è la persona fisica, che abbia studiato alla Bocconi di Milano o meno. Per il materialista si tratta del ruolo che va ad assumere in determinati rapporti che obbediscono a determinate leggi. È questa la questione che non si vuole o non si riesce a capire neppure dai cosiddetti intellettuali di sinistra che brancolano nel buio della democrazia tradita senza riuscire ad afferrare il senso storico del moto di produzione capitalistico di questa fase.

Quando il padre comboniano parla della «gara per accaparrarsi le commodity» da parte di gruppi locali, omette di dire che si tratta di una guerra che viene scatenata dalle grandi compagnie occidentali o/e – come negli ultimi anni – dai grandi gruppi cinesi statali o privati. Si tratta di licenze per lo sfruttamento delle risorse minerarie che lasciano solo briciole ai gruppi locali che equivalgono a misere rendite, mentre la produzione di valore, che avviene attraverso la trasformazione delle materie prime in prodotti destinati al mercato, va solo a beneficiare le potenze straniere, e l’insieme delle nazioni africane ricche di ingenti risorse minerarie rimangono povere.

Si tratta di un meccanismo semplice che Tom Burgis descrive in modo didascalico nel suo libro La macchina del saccheggio (Francesco Brioschi Editore, 2020), quando scrive: «L’esportazione di petrolio, gas e minerali in forma grezza contribuisce a tenere gli Stati africani ricchi di risorse all’ultimo gradino dell’economia globale, eliminando ogni possibilità di industrializzazione».

Sicché certe domande sono oziose: «Non è chiaro che cosa cercassero i killer. Soldi? Un’azione terroristica? O magari un’arma di ricatto sugli investimenti energetici, anche italiani, nel nord di Kivu?». È un modo per sviare dalla questione di fondo, ovvero per imbrigliare il lettore in vie di fuga e non affrontare la questione delle questioni: la presenza degli italiani nel Congo come nel resto dell’Africa per curare gli interessi del “nostro” capitalismo nazionale, cioè delle nostre imprese e delle nostre banche. Sic et simpliciter.

Che ruolo può assolvere anche il più buono, il più bravo, il più coraggioso, il più generoso, il più onesto degli uomini in simili meccanismi se non quello della piccola rondella d’ingranaggio funzionale agli interessi di società che sovrastano in modo impersonale la persona e l’individuo? È questo il punto teorico e politico che racchiude il senso del capitalismo neocoloniale, in modo particolare in questa fase. Divide et impera è la legge che regola i rapporti tra i Paesi capitalisticamente più forti nei confronti del continente africano, dove vengono letteralmente comprati e armati gruppi etnici per contrapporli ad altri gruppi e alimentare una guerra continua per avere buon gioco nella rapina coloniale.

Sul fatto specifico accaduto nelle foreste di Goma in Congo non ci interessa avventurarci in ipotesi investigative, non è nostro mestiere. Registriamo il fatto come riflesso di una accelerazione della crisi generale del modo di produzione capitalistico in quella zona, sia all’interno delle potenze occidentali, sia fra queste e quelle asiatiche, la Cina in modo particolare, sia come milizie sparse di ribelli locali in concorrenza fra loro per accaparrarsi le “commodities”. Dunque ha ragione Burgis sul punto cruciale d’analisi che espone nel suo libro quando scrive: «Esteriormente sono rivali, eppure tutti sfruttano la ricchezza naturale la cui maledizione danneggia le vite di centinaia di milioni di africani».

Due parole chiare sull’Onu.

Da più parti (negli ambienti dell’establishment) ci si lamenta del fallimento dell’Onu, incapace cioè di mettere ordine in un’area immensa come il continente africano. Ci vuole una bella faccia tosta a sostenere una tesi tanto assurda quanto stupida, perché l’Onu può mettere ordine, e lo ha messo, quando col suo consenso sono partiti gli eserciti comandati da generali di potenze imperialiste, come nel 1991 in Iraq contro Saddam Hussein che aveva osato sfidare l’impero del male, come gesto di autodifesa delle proprie risorse petrolifere, occupando il Kuwait, oppure nei Balcani contro il ribelle “dittatore” Milosevic e per ridurre a miti consigli il popolo serbo.

Ora, illudersi che una istituzione, costituita dagli imperialisti per tenere sotto scacco l’ordine mondiale dell’accumulazione capitalistica, possa fare da tappo alle esplosive contraddizioni che tale accumulazione sprigiona, può rappresentare solo la foglia di fico sulle tragedie causate dalla rapina coloniale.

E le stesse organizzazioni cosiddette umanitarie, laiche o religiose che siano, si possono ammantare di pacifismo, ma al dunque, quando si tratta di precisare e definire i ruoli, non fanno sconti.

Si vuole un esempio?

Bene. L’organizzazione Nigrizia, di padre Zanotelli, in un documento del 2003 scriveva: «L’Onu, istituzione multilaterale per antonomasia, è indispensabile per gestire l’ordine mondiale nel rispetto di tutti i diritti umani per tutti e per un’economia di giustizia. C’è bisogno di una istituzione mondiale in cui tutti gli Stati, grandi e piccoli, siano rappresentati e tutti i popoli, anche i più lontani e diseredati, possono far sentire la loro voce. Quale istituzione può perseguire i molteplici e conplessi obiettivi dello “human development” e della “human security” se non l’Onu messa in condizione di farlo? E chi deve metterla in questa condizione se non gli Stati che ne sono membri, in particolare i più potenti?»

Ecco la vera ragione, espressa a chiare lettere, della costituzione di una istituzione sorta allo scopo di garantire l’ordine mondiale dell’accumulazione capitalistica, ad opera dei più potenti. Non a caso venne tenuta fuori da quel consesso la Cina di Mao, la nazione più popolosa al mondo, mentre vi veniva accolta Taiwan. Ecco spiegata la ragione per cui si bombardò l’Iraq, per lesa maestà, perché si era annesso il Kuwait e perché da oltre 70 anni si tollera che lo Stato di Israele criminalizzi il popolo palestinese, dopo averlo espropriato delle proprie terre.

Signori, siamo seri, ma veramente vorreste farci credere che il vero volto degli occidentali sia la faccia sorridente del povero Luca Attanasio circondato dai bambini neri e sorridenti con il lecca lecca in mano, oppure le suorine che insegnano l’italiano ai bambini nelle comunità missionarie? Quella è la maschera del rapinatore dietro cui si nasconde il brigante. Come si fa a mantenere le Missioni religiose? Come si finanziano? Chi le deve finanziare? Oppure: come si mantengono le cosiddette organizzazioni non governative, le Ong? Come si tiene una nave in mare con l’equipaggio, il carburante e la manutenzione, pronta per “soccorrere” in mare i poveri disperati, i naufraghi fatti arrivare nel mare nostrum per essere buttati sul mercato del lavoro in competizione con i lavoratori autocton, per abbassarne il costo e reggere la concorrenza delle merci prodotte?

Come si tiene in vita una Comunità, tipo S. Egidio, presente in più parti del mondo? Col solo volontariato? Ma allora veramente si dà da bere al popolo “sovrano” che la befana vien di notte a portare i doni calandosi dai comignoli delle case. Suvvia, d’accordo che bisogna costruire le notizie, ma c’è un limite a tutto.

Sicché il tutto, tradotto, ci dice che nel Congo, come nel resto dell’Africa, è in atto un saccheggio da parte delle potenze economiche maggiori e che questo produce delle reazioni uguali e contrarie da parte di gruppi sociali che si difendono come possono.

Sono questi i criminali? Si, ma in sedicesimo rispetto a chi, lontani migliaia di chilometri dalle loro terre, le ha invase prima ed ha continuato a rapinarle poi con i mezzi della finanza e della corruzione.

Sicché i veri responsabili dell’uccisione dell’ambasciatore Attanasio, del povero carabiniere Iacovacci e di Mustafa Milambo stanno a Roma, a Milano, a Torino, a Parigi, a Berlino, ad Anversa, a Bruxelles, a Londra, a New York, a Pechino, a Shangai e così via, ed è fuorviante cercarli nelle foreste del Kivu.

Su Draghi profezie telegrafiche di Tiresia?

In e-mail il 24 Febbraio 2021 dc:

Su Draghi profezie telegrafiche di Tiresia?

di Lucio Manisco

Il neo-presidente del Consiglio non ama parlare, ma quando ha parlato per più di un’ora al senato ha intonato una filastrocca di traguardi da raggiungere senza indicare scadenze, mezzi e procedure.

Non siamo astuti come lui ma le astuzie altrui meritano la nostra attenzione.

Ne abbiamo decifrate due.

Per la sua politica contro il cambiamento climatico ha usato il termine di “transizione” verso direttive a tal uopo. E del rilancio dell’economia ha detto che debbono essere “selettive”.

Allusioni indicative? Non tanto.

Per citare l’Alighieri i termini usati erano “Sì come cosa in suo segno diretta”. La transizione vuol dire solo prender tempo, rinviare, fors’anche devolvere a governi futuri quel compito. I provvedimenti economici e finanziari per il Super Mario vanno promossi con metodo selettivo: sostenere fiscalmente le aziende produttive e privare di qualsiasi sostegno quelle – la maggioranza – colpite dalla crisi che rischiano il fallimento. Il che, diciamo noi, vuol dire disoccupazione di massa e povertà senza ritorno.

Il Draghi è un “Chicago’s boy”, un prodotto della scuola economica iper-libertista fondata da ultra-conservatori del calibro di Milton Friedman e George Stigler. Ha lasciato vistose tracce, su quanto ha appreso alla Goldman Sachs ed ha applicato alla BCE.

Ritenere che possa cambiare idea a Palazzo Chigi è una pia illusione. Anzi, la grave crisi che ha colpito il Bel Paese potrà stimolare la sua creatività e il suo rigore.

Non riuscirà ad aumentare significativamente il Pil di 1.649 miliardi ma cercherà di ridurre l’astronomico debito pubblico di 2.620 miliardi.

Come?

Ristrutturare e mimetizzare la destinazione dei 209 miliardi rateizzati dall’Unione Europea?

Troppo poco! Tagliare lo Stato sociale e la sanità, investendo quel che resta nelle misure anti covid-19 e le vaccinazioni. Scelta obbligata per un regime capitalistico. E se non basta ancora, affittare il Colosseo alla McDonald’s e vendere la Fontana di Trevi.

Non è solo una battuta: mentre il signor Draghi strangolava la Grecia un giornale inglese menzionò la possibilità per il British Museum di comprarsi metà dell’Acropoli.

La politica estera: il Draghi si dichiara atlantico convinto proprio mentre la Merkel e Macron, al Presidente Biden che al G-7 proclama “l’America è tornata”, ribattono che per l’Europa ci vuole più autonomia. I mass media italiani evitano di menzionare quanto sopra: il silenzio è totale: “tutto tace, questa pace fuor di qui dove trovarla?”.

Non prevediamo come il cieco indovino Tiresia il futuro. Guardiamo al presente stato delle cose senza transizioni e selettività.

Interessanti sviluppi giuridici a Reggio Calabria su aborto e libertà

Su Italialaica 21 Febbraio 2021 dc:

Interessanti sviluppi giuridici a Reggio Calabria su aborto e libertà

di Marco Comandè

Ha fatto scalpore la decisione del sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà, di oscurare i manifesti contro l’aborto affissi dalle associazioni Pro-Life, sui quali era stata pubblicizzata la frase: “Il corpo di mio figlio NON è il mio corpo. Sopprimerlo NON è una mia scelta. #stopaborto”.

La conseguenza, come è naturale in una società civile, è stata il ricorso al tribunale di Stato, dove si dovranno chiarire i punti controversi della questione.

Considerazioni extra-giudiziarie si possono comunque elaborare, partendo proprio dalla decisione di portare Falcomatà in un tribunale laico, dove è noto che l’iter giudiziario è del tipo di quello che aveva sentenziato il diritto di Beppino Englaro di far interrompere le cure alla figlia Eluana.

Senza dover ricamare per l’ennesima volta la retorica pro o contro l’ingerenza della laicità sulla sfera religiosa, sarebbe doveroso riconoscere una volta per tutte che i principi della laicità e della convivenza umana non coincidono con i precetti religiosi, in quanto hanno metodologie diverse per interpretare la realtà del vissuto: materialistica per un laico e spirituale per un credente.

O, per condurre il ragionamento agli estremi della retorica e della vis polemica che tanto piace al popolo dei social, se l’etica religiosa potesse imporsi in quanto non contraria all’etica laica, allora perché i principi religiosi non dovrebbero sottomettersi alle norme laiche, proprio in virtù della non discordanza dei primi sulle seconde?

La domanda improvvisamente fa scattare il riflesso condizionato sulle affermazioni estreme contro la “tirannia dei tribunali civili” in nome dei “principi non negoziabili”.

Ma cerchiamo di concedere la buona fede (in senso civile) agli operatori di fede (in senso religioso) e riconsideriamo la diatriba tra scienza e prodigio divino, facendo finta che tutti siano concordi sull’affermazione che “la materia è stata creata per mezzo di Dio e dunque non è impura”.

Dunque l’argomento del contendere è la definizione di embrione come individuo dotato di pieni diritti civili. Da dove parte l’affermazione? Consultando i manuali religiosi, cristiani e non, parrebbe che i paladini pro-life abbiano abbandonato la propaganda sul soffio divino che impegna la carne donandole l’anima. Sarebbe interessante domandarsi se la decisione sia correlata al fatto che il “soffio divino” dia il là alle credenze eretiche dell’animismo non cristiano, laddove si crede siano gli spiriti a far muovere la materia donandole la vita vegetale ed animale, ma proviamo di nuovo ad essere obiettivi, concedendo che i nemici dell’aborto partano dall’argomento che l’embrione è vitale in quanto contenente il DNA unico ed irripetibile rimarcato dalla scienza, o meglio che abbiano adattato il proprio linguaggio al positivismo scientista che impregna la società moderna.

Ci sarebbe spazio per domandarsi se l’argomentazione strimpellata non sia controproducente per il credente, in quanto il DNA è l’oggetto principale dello studio della teoria darwiniana dell’evoluzione. Nemmeno l’affermazione di “DNA unico ed irripetibile” è tecnicamente corretta, se si considera che non sono rari i casi di gemelli omozigoti nati dalla scissione del singolo embrione. Un embrione, due persone. Suona bene come slogan, ma evidenzia ancora di più il divario tra il concepimento in grembo materno ed il riconoscimento dello stato civile all’individuo: finché l’embrione non è formato (al quattordicesimo giorno, secondo la metodologia scientista, materialista, relativista, edonistica, evoluzionistica, atea: in una parola, laica), non è possibile concedere la certezza giuridica di “individuo con pieni poteri”; infatti per il codice civile (laico) lo stato civile si acquisisce con la nascita, non con il concepimento.

Ad aggravare la diatriba è la considerazione che i gemelli omozigoti possono trovarsi nella condizione non invidiabile di essere anche gemelli siamesi, in cui la duplicazione dell’embrione dotato di DNA “unico e NON irripetibile” non produce una perfetta scissione in due individui dotati di piena autonomia fisica. In termini grezzi, lo sviluppo delle due cellule embrionali fino allo stato di feti avviene quando una parte del corpo viene condivisa da entrambi i gemelli siamesi: un braccio, un addome, un cuore…

Finché non si tratta di organi vitali detenuti in comune, i due gemelli siamesi possono essere separati con un intervento chirurgico.

Ma negli altri casi i medici si trovano realmente a dover scegliere quale dei due gemelli siamesi far sopravvivere, senza che la propaganda pro-life possa marchiare l’affermazione con il termine “egoisticamente”.

A questo punto è obbligatorio rammentare che la sentenza della Corte Costituzionale di rendere legittimo l’aborto, nell’Italia post-fascista, fa riferimento alla situazione di due corpi attaccati per mezzo di cellule carnose (il cordone ombelicale) ed in cui uno dei due (la madre) si trova in condizioni di salute precarie (magari un tumore o un rischio emorragie, o anche depressione). La situazione, checché ne dicano i fondamentalisti cristiani, è reale quanto quella dei gemelli siamesi accomunati da organi vitali.

Il manifesto censurato dal sindaco Falcomatà non accenna affatto a questa possibilità, rendendo vacua la retorica sulla difesa della vita con ogni mezzo. Se si fosse scelto un approccio laico e non confessionale, il manifesto pro-life avrebbe invitato i cittadini (le donne) a conoscere gli aspetti della legge 194 rimasti ignorati: la possibilità di ricorrere ad un consultorio o di chiedere sovvenzioni dallo Stato.

E l’approccio giuridico avrebbe evidenziato un’altra similitudine con le norme che Salvini tenacemente aveva difeso nel primo governo Conte: il diritto di sparare a qualcuno che entra in una proprietà privata.

Siamo buoni ed evitiamo l’approccio brutale con la domanda: se la vita va difesa ad ogni costo, non dovrebbe valere anche per i casi di violazione della proprietà privata? Gli avvocati sanno che le questioni legali sono basate sulle sottigliezze del diritto civile e penale, roba da azzeccagarbugli incalliti. Sarebbe anche ovvio: se il diritto fosse alla portata di tutti, i cittadini non avrebbero bisogno di avvocati!

Dunque, la sottigliezza dei decreti Salvini sulla sicurezza non sta nel diritto di sparare all’intruso. Come avevano ripetuto alla noia i giornalisti e gli esperti intervistati a spron battente, il diritto di sparare “per legittima difesa” è da sempre riconosciuto e non c’era bisogno di Salvini per rimarcarlo. Sarebbe quello stesso diritto associato alla donna cagionevole di salute e che abortisce.

Il problema è che sparare senza lo stato di immediato pericolo non è affatto una legittima difesa! La differenza con lo stato di gravidanza sta qui: la sentenza costituzionale, sopra ricordata, evidenzia che lo stato di rischio della madre non è una questione di “pericolo di salute immediato ed evidente”, in quanto non è possibile prevedere come può protrarsi la gravidanza e la salute può benissimo peggiorare in seguito.

Di qui la raccomandazione della Corte Costituzionale al legislatore affinché trovi una soluzione che possa consentire l’aborto libero senza ledere i diritti del feto: fino a tre mesi l’aborto è libero mentre, dopo, l’interruzione di gravidanza può essere portata a termine solo se lo stato di rischio per la donna è evidente, e solo in un ospedale pubblico.

Il problema a questo punto è che lo status dei tre mesi non è scientifico ma giuridico: è arbitrario, perché non consente di considerare lo status di embrione che nelle prime due settimane si sviluppa in un concepimento di gemelli omozigoti ed in un parto di gemelli siamesi. Esistono pillole abortive di vario tipo che regolano questo stato embrionale: per puro caso, i sostenitori pro-life così sfacciatamente ignoranti sulle sottigliezze del diritto laico tra “rivolgersi al consultorio” e “dare pieni diritti all’embrione”, improvvisamente si rivelano esperti in materia imponendo alle donne che usano le pillole abortive di andare in un ospedale pubblico.

Da laici che non si intromettono nell’autonomia ed indipendenza dei giudici civili non sappiamo come andrà a finire la diatriba in tribunale tra un’istituzione civile (il sindaco) ed una formazione sociale riconosciuta dalla Costituzione (l’associazione religiosa).

Ma le considerazioni emerse sopra stuzzicano il desiderio di capire in che modo il diritto civile riesca a far incastrare le tessere sullo status civile “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” come da art. 3 della Carta Costituzionale.

Niente aborto sicuro in Lombardia. Non è una regione che rispetta le donne.

In e-mail il 25 Febbraio 2021 dc:

Niente aborto sicuro in Lombardia. Non è una regione che rispetta le donne.

La maggioranza consiliare di centro destra ha bocciato il testo di una legge popolare dal Titolo “Aborto sicuro”che aveva raccolto più di 8000 firme per rendere più agevole e civile l’applicazione della Legge 194 per la interruzione di gravidanza.

Essa trova ancora tanti ostacoli, a partire dalla obiezione di coscienza, (70% dei medici  coinvolti)dalla restrizione dei servizi dei consultori pubblici e il proliferare di quelli privati pro-life, per non parlare delle organizzazioni antiabortiste che illegittimamente agiscono anche all’interno delle strutture ospedaliere per convincere le donne a non abortire.

La legge non era particolarmente eversiva, ma un accurato regolamento che cercava semplicemente di rendere meno difficoltoso il percorso delle donne che non vogliono portare a termine la gravidanza. Prevedeva tra l’altro che:

-in ogni consultorio si mettessero a disposizione tutte le informazioni su Ivg e si potesse prenotare per qualsiasi sede regionale ospedaliera dove si pratica l’aborto senza costringere le donne a ricerche infinite;

-si fornissero alle donne che abortiscono anticoncezionali gratuiti;

-le strutture accreditate dove si pratica la fecondazione assistita e la diagnosi prenatale organicamente obiettrici siano obbligate a fornire le indicazioni e i luoghi dove praticare l’aborto terapeutico.

La giunta, nella persona dell’assessora alla famiglia Alessandra Locatelli, ha intrattenuto il Consiglio con una esaltazione della maternità. L’esito del voto conferma la cultura integralista e misogina di questa maggioranza che di fatto continua a non garantire in tutto il territorio lombardo l’applicazione della 194.

Una ragione in più per partecipare allo sciopero femminista globale del giorno 8 marzo, non una festa, ma una lotta complessiva per tutti i nodi dell’autodeterminazione.

Milano, 25/02/2021

Fabrizio Baggi – Segretario regionale Lombardia

Giovanna Capelli – Responsabile regionale sanità Lombardia

Partito della Rifondazione Comunista / Sinistra Europea

Il governo del banchiere taumaturgo

Il governo del banchiere taumaturgo

In e-mail il 15 Febbraio 2021 dc:

Il governo del banchiere taumaturgo

di Michele Castaldo

Non solo i racconti delle religioni, ma anche la storia laica è ricca di personaggi raccontati in modo mitologico, in genere dopo la loro morte, anzi nella stragrande maggioranza dei casi dopo che da moltissimi anni avevano abbandonato la grigia terra. Nel caso di Mario Draghi, ancora in vita, è già un mito, ovvero l’uomo dei miracoli in economia. E chi se no poteva essere chiamato a governare un paese in crisi? Sicché le speranze superano la fantasia e nel personaggio si ripongono le certezze di uscire dalla crisi e di riprendere il cammino fulgido del capitalismo italiano. Dunque da destra, da centro e da sinistra, tutti concordi nell’applaudire finalmente l’uomo giusto, quello che ci salverà dalla pandemia del Covid-19 con la vaccinazione di massa e ci rilancerà come paese nella nuova fase economica, politica, sociale, culturale e ambientale. Insomma un nuovo mondo di un nuovo benessere.

L’uomo giusto, al posto giusto, nel momento giusto.

Il tentativo di queste note è quello di cercare di ragionare con freddezza evitando stupidi proclami. Ce n’è già troppi in giro che vi si dedicano.

Partiamo da un primo dato di fatto: il banchiere Mario Draghi è stato chiamato (da Mattarella o dai grandi gruppi dell’economia?) perché, come dice il filosofo Cacciari, la politica ha fallito. Il che è vero, ma siamo alla constatazione del fatto, non alla sua spiegazione. Allora dovremmo cercare di spiegare perché la politica ha fallito. Se in meno di tre anni cadono due strani governi di segno “opposto” vuol dire che c’è qualcosa di grosso che si muove nelle viscere della terra che sobbalza poi in superficie.

Renzi, che aveva voluto e si era adoperato perché nascesse il governo Conte.2 di segno opposto al Conte.1, si scinde dal Pd e dopo che per alcuni mesi ha pungolato il nuovo esecutivo a aumentare il passo – perché la crisi è grave – annuncia il ritiro degli esponenti di Italia Viva dalla compagine governativa. È matto il Matteo o c’è di mezzo qualcosa di grosso? Come sempre, se il dito indica la luna, i fessi guardano il dito. In realtà Renzi era ed è la punta dell’iceberg di necessità oggettive del capitalismo italiano che andavano affrontate di petto e con coraggio. Altrimenti detto: tutto il can can sul Recovery Fund e Recovery Plan si deve sintetizzare in questa semplice domanda: in che modo devono essere distribuite le risorse del nuovo debito che la Bce concede all’Italia per aiutarla a uscire dalla doppia crisi, della pandemia Covid-19 e dell’economia? Tutto il resto sono parole da intrattenitori dei talk show che avvolgono in fumisterie misteriose una cosa semplice da capire, perché il popolo meno capisce e più è possibile prenderlo per i fondelli; una legge antica quanto è antico il mondo.

Non per fare dietrologia, o, peggio ancora, andare alla ricerca di complotti e complottisti, ma solo per informare il lettore di queste note, che il 26 gennaio si dimette Conte.2 e il 28 gennaio, edito da Solferino-Corriere della sera, viene pubblicato un testo molto piccante di un autore di tutto rispetto, Roger Abravanel, il cui titolo dovrebbe far rizzare i capelli ai moderni democratici: Aristocrazia 2.0. Un libro che si fa leggere allegramente, perché l’autore non ha remore, non si nasconde, non usa le mezze frasi dei mestieranti della politica o dei filosofi da strapazzo, ma chiama le cose per nome. Un libro che mette in guardia una certa quota dell’establishment italiano da seri rischi, perché zavorrato dal familismo e da valori tradizionali. Il che sembra aver ispirato Matteo Renzi nella sua azione degli ultimi anni e additato dai mediocri equilibristi della democrazia parlamentare come uno che ribalta il tavolo.

Il propugnatore di una moderna classe di aristocratici la dice chiara: il post-Covid colpirà le piccole imprese e le grandi sfrutteranno meglio l’economia della conoscenza. Ecco la posta in palio, ecco perché viene chiamato Mario Draghi a dirigere un’operazione economica e politica per conto del capitale italiano nei confronti della valanga della concorrenza asiatica che si approssima. E Matteo Renzi ben si presta a un’operazione di prospettiva strategica, altro che chiacchiere. Pertanto la domanda è: com’è possibile che il governo della repubblica sia appeso a un personaggio che conta il 2% nei sondaggi? È da falsi ingenui di costruttori di “moderni” sistemi rappresentativi. La risposta è semplice: la forza delle leggi dell’economia sovrasta di gran lunga la volontà di chi si propone di tarpare ad esse le ali, in modo particolare in una fase di grave crisi dell’insieme del modo di produzione capitalistico, come in questo momento. Questa è la verità nuda e cruda.

Che l’Italia, sul piano politico, ovvero della rappresentatività delle varie necessità economiche e sociali, fosse una baraonda lo abbiamo potuto verificare sì nei momenti più acuti della crisi pandemica del 2020 e tuttora in corso, ma dovremmo anche avere la decenza di dire che la confusione tra il governo centrale e le varie regioni ha origine nella cosiddetta distribuzione dei poteri e delle autonomie. In un momento di grandi difficoltà, il buon senso consiglierebbe di centralizzare tutto e di organizzare in modo piramidale ogni iniziativa. E se l’italianizzato R. Abravanel nel suo libro indica la Cina piuttosto che l’Italia, come modello da seguire in certi frangenti gravosi, e quello attuale certamente lo è, tutto gli si può rimproverare meno che di essere un idealista comunista.

Col rischio di scandalizzare una certa sinistra ipocrita e meschina, andrebbe detto che nel 2016 Renzi tentò il colpo gobbo col referendum sul «combinato disposto» di ridurre il peso delle autonomie regionali per avocare allo Stato centrale le decisioni più importanti sul piano economico e su quello delle opere pubbliche, e rendere più funzionali alcune strutture burocratiche che la nuova fase di crisi richiedeva. Premesso che in campo non c’era un movimento reale di mobilitazione di massa che si opponesse all’iniziativa renziana, confluirono nel No politico al referendum tanto la destra sovranista quanto la sinistra, anche quella cosiddetta estrema, in nome della democrazia rappresentativa e delle autonomie regionali. A distanza di qualche anno, qualche domanda andrebbe posta. Ma il popolo politico metabolizza tutto con grande celerità. Poi però la borghesia italica messa alle strette, per la famosa valanga che avanza, mette da parte la baraonda dei politici e chiama a scendere in campo, e fare il lavoro sporco, direttamente chi di economia se ne intende e sa come manovrare senza scrupolo le vere leve del potere, cioè quello economico.

Non ci si meravigli, peraltro, se nella formazione del nuovo governo della Repubblica compaiono ancora più politici che tecnici: saranno i politici ad obbedire ai tecnici e non viceversa, in quanto sono i tecnici che devono dirigere la barca in una certa direzione. Ma perché? Perché – dice Abravanel – «il capitalismo di Stato italiano dovrà attuare una grande trasformazione nell’era del post-Covid ».

Ma perché? Perché – dice il moderno aristocratico Abravanel – « il capitalismo di Stato italiano dovrà attuare una grande trasformazione nell’era del post-Covid ».

Dalla lettura del testo che sto citando emerge con chiarezza la necessità di uno sforzo ulteriore, un vero e proprio colpo di reni per contrastare la concorrenza – la famosa valanga asiatica – in Occidente, e per quel che da vicino ci riguarda, in Italia, senza precedenti. Non a caso si criticano le baronie universitarie e i salotti del capitalismo familista. L’autore di Aristocrazia 2.0 suona la sveglia per un capitalismo impigrito e zavorrato che alla lunga rischia di fare la fine dell’Argentina. Dunque, detto in modo brutale, certe pere cotte alla Conte.1 e Conte.2, non servono. Tanto meno servono certe prediche domenicali contro la selezione « darwiniana » della specie, che si impone come una assoluta necessità in questa fase. Sicché « I docenti che strombazzano a destra e a manca la diseguaglianza difendono un modello d’istruzione tipico di quelle società medioevali, pensato per chi non deve guadagnarsi da vivere grazie all’istruzione, ma studia per hobby e per fare bella figura nella società, tanto il lavoro non è necessario per produrre ricchezza perché la posizione o la ricchezza si ereditano », leggiamo a p. 210.

È certamente difficile digerire un linguaggio crudo come questo, che disegna certamente uno spaccato richiamando «il 6 politico, gli studenti fuori corso e i Mario Capanna alla Statale di Milano». È una rottura epocale dovuta alla pressione delle leggi oggettive del capitale che si innalzano verso un nuovo ciclo concorrenziale a una potenza superiore. Un ciclo nel quale invocare Spinoza per un diritto eguale o una fervida democrazia fra gli uomini equivale e perdere tempo. Abravanel, con la chiamata alla guerra per la costituzione di una nuova classe aristocratica che si ponga come missione, attraverso la ricchezza individuale, di produrre un nuovo sviluppo per l’umanità, in realtà chiama alla guerra tutte le classi sociali che il modo di produzione capitalistico ha sin qui prodotto per un nuovo balzo in avanti, una ristrutturazione “rivoluzionaria” al suo interno. L’idea che l’insieme del modo di produzione possa viaggiare dritto verso la catastrofe non lo sfiora minimamente.

Più di un autore occidentalizzato, come per esempio Parag Khanna, di origine indiana, oltre al nostro italianizzato Abravanel, ci invita a guardare all’Asia per come riesce a preparare la sua classe dirigente, la sua burocrazia, le sue istituzioni e la sua attività imprenditoriale, e in modo particolare ci indica l’isola-città di Singapore come esempio da seguire. Addirittura, ci viene riferito che «I più impegnati a studiare il modello meritocratico di Singapore sono stati i cinesi che da vent’anni vedono come obiettivo della loro burocrazia la crescita economica del Paese diventata il motore di una profonda meritocrazia nel settore pubblico cinese che riscopre i valori degli antichi mandarini». Chissà cosa penseranno certi orfani del maoismo che guardano ancora alla Cina come possibile modello del comunismo.

A certe esortazioni a fare come Singapore, almeno per quel che ci riguarda, si potrebbe facilmente aggiungere che l’Occidente ha fatto talmente schifo col suo liberismo, grazie ai super-profitti del colonialismo, che i popoli asiatici una volta conquistata la possibilità di uno sviluppo autoctono cercano di capitalizzare al meglio le proprie risorse.

Il dottor Abravanel ne ha per tutti e in modo particolare per quelle strutture, come le università, che dovrebbero formare, in una fase come quella attuale, l’Aristocrazia 2.0. «Forse con l’unica eccezione della Bocconi (privata), il sistema delle università pubbliche italiane, anche quello delle migliori, si è chiamato fuori” dalla corsa per la leadership intellettuale dei paesi avanzati. […] Hanno abbandonato la competizione per l’eccellenza. La classifica QS del 2020 dimostra che tra le prime cento non c’è nessuna italiana. La prima a comparire, il Politecnico di Milano, è al numero 149 ».

Insomma il quadro è chiaro, l’eccellenza universitaria dovrebbe avere queste caratteristiche: «I laureati al MIT hanno creato aziende come Intel, Qualcomm, Akamai, Bose, Raytheon, Dropbox con un fatturato stimato in 3 mila miliardi di dollari e tre milioni di high value jobs; studenti come Bill Gates e Mark Zuckerberg che hanno fondato Microsoft e Facebook». Dunque l’università italiana va ristrutturata da cima a fondo e lo deve fare in funzione di una nuova aristocrazia che faccia da volano per l’economia italiana chiamata ad affrontare una sfida epocale.

Non vogliamo intrattenere oltre il dovuto il lettore su questo argomento, i cui capisaldi sono chiari come la luce del sole, ma soltanto evidenziare il fatto che negli Usa, il Paese che viene citato come esempio per le sue università, Harvard e Oxford, giusto per dirne qualcuna cui guardare, bene, proprio in quel Paese, nel 2020, cioè in piena pandemia, si sono verificati fatti di un certo rilievo storico, anche se solo apparentemente di segno opposto, come le rivolte per l’uccisione di G. Floyd e l’occupazione di Capitol Hill da parte degli elettori di Trump, originati però dagli stessi fattori, cioè dalla crisi economica di sistema che ha ispirato il libro di Massimo Gaggi dal titolo Crack America. E c’è stato chi ha identificato le ragioni di quel crack in una causa precisa: nel blocco dell’ascensore sociale denunciato da Michel Sandel nel suo saggio The Tiranny of Merit (La tirannia del merito) che ancor prima di essere pubblicato in Italia (lo sarà nel prossimo aprile 2021 per la Feltrinelli) il nostro Abravanel ha già criticato in modo frontale per riaffermare che non esistono alternative a una legge naturale come quella della selezione darwiniana della specie umana, dunque avanti tutta con la costituzione anche in Italia di una moderna aristocrazia in missione storica per un nuovo sviluppo dell’economia, in vista di una sfida globale.

Vorremmo essere chiari su un punto qualificante: ogni tesi, la più razionale che possa sembrare, cammina sempre sul filo del rasoio e se viene assolutizzata presenta sempre i rischi di scivolare da una parte o dall’altra. A dimostrazione di non avere preconcetti riguardo alla tesi di Abravanel sulla meritocrazia, diciamo che in astratto essa è preferibile rispetto al clientelismo e alle raccomandazioni. Ma non avremmo risolto il problema, perché lavorare per merito o far carriera per lo stesso motivo, in una società di liberi e uguali in cui dovesse vigere il principio comunitario, non ci sarebbe nulla da obiettare, il merito si dimostrerebbe nei fatti. Ma viviamo da alcuni secoli in rapporti sociali dove vige il principio dell’accumulazione e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, un principio che in partenza costituisce perciò il fattore discriminante di un uomo nei confronti del suo simile. Sicché il merito non si misura in astratto, ma commisurato a quella funzione prestabilita di meccanismi oggettivi per l’accumulazione e lo sfruttamento. In simili rapporti ha buon gioco la posizione di chi sostiene che l’applicazione della legge del merito è la più sana e corretta che si possa applicare nei rapporti sociali. Una “correttezza” – come dice lo stesso Abravanel – che va bene per la destra, in funzione dell’accumulazione capitalistica, e va bene alla sinistra perché esalta il merito, dunque l’eguaglianza del diritto eguale, di fronte alla discriminazione della raccomandazione e della corruzione.

Senza nasconderci dietro il dito, la tesi del filosofo Michael Sandel, che compare chiara e netta nell’intervista rilasciata a Corriere della sera del 6 dicembre 2020, è: « Ma i mercati non sono neutri. La cosa preoccupante è che ad essi, e ai loro valori, abbiamo delegato la responsabilità di risolvere le questioni morali. Infatti, se ne vedono le conseguenze sul dibattito pubblico, sempre più impoverito e in realtà scevro di temi etici. Abbiamo smarrito la capacità di avviare un dibattito etico a livello pubblico. Uno degli scopi di questo libro era quello di incoraggiare, di ispirare un dibattito».

Si tratta di una posizione teorica debole, incapace cioè di affondare il bisturi alla radice del male per estirparlo, e per questa ragione ha buon gioco Abravanel nel criticarla, semplicemente perché la forza delle leggi dell’economia e dei rapporti impersonali dei ruoli dell’attuale sistema sociale non possono essere affrontati con l’arma della morale. Lo stesso Sandel dopo aver criticato la sinistra americana per aver accettato e fatto proprio il principio del merito, arriva alla conclusione che « La reazione populista degli ultimi anni è stata una rivolta contro la tirannia del merito, così come è stata vissuta da chi si sente umiliato dalla meritocrazia e da questo intero progetto politico», figurarsi di fronte all’ipotesi dell’Aristocrazia 2.0 di Abravanel.

Ma resta il punto fermo: la questione non è merito sì merito no, ma la funzione del rapporto dell’uomo con i mezzi di produzione in funzione dell’accumulazione di capitale si o no. Questa è la questione che si comincia finalmente e seriamente a porre in questa fase storica. E che sia gravida di scenari preoccupanti lo dimostra ancora una volta proprio l’autore che stiamo esaminando, che paventa un pericolo Argentina per l’Italia: « I mercati stanno accettando che aumenti, come aumenterà il debito di altri Paesi (il nostro di più), e il Recovery Fund è una garanzia almeno nell’immediato, ma se il Paese non inizia a rendere credibile una vera inversione di tendenza sulla crescita, ferma da quarant’anni, non saremo debitori credibili e il default con controllo dei capitali dello “scenario Argentina” diventerà sempre più probabile (p.275) ».

Ora, chi sia stato o chi sia Mario Draghi non ci interessa un bel niente, perché le forze impersonali del capitale e dei riflessi sui meccanismi sociali si imporranno anche a lui come si sono imposte alla necessità di chiamarlo alla Bce prima e a dirigere l’attuale governo oggi. Non a caso la Lega sovranista e salviniana si è subito adeguata al nuovo ruolo, pronta ad applicare la massima ciceroniana: ubi bene ibi patria (Nota mia: dove sto bene li è la mia patria). Se l’Europa ci finanzia, viva l’Europa. E pazienza – saranno costretti a dire Georgetti e suoi seguaci – se a farne le spese saranno piccole aziende o aziende in difficoltà, perché la crisi pandemico-economica seleziona e non tutti potranno allo stesso modo sopravvivere, anzi mors tua vita mea. Un concetto che Ferruccio De Bortoli va ripetendo continuamente: la pandemia farà chiudere un bel po’ di aziende.

Stesso discorso per quanto riguarda personaggi della portata di Roberto Cingolani, il fisico posto al Ministero per la Transizione Ecologica come bandierina del nuovo corso, che il M5S metterà al petto come trofeo per il sostegno a questo governo. Contenti loro, attratti nella rete governativa del nuovo salvatore della patria, felici noi. Attenzione bene, però, che la campana suona proprio per un settore specifico di elettori 5Stelle, cioè di giovani diplomati e laureati che hanno riposto grandi speranze nel voto al grillismo e ai governi cui stanno partecipando e che pagheranno un prezzo molto alto perché la digitalizzazione, come sostiene Abravanel, è più selettiva che mai (e serviranno ancor meno i 30 e lode rilasciati nel sud italiano), anzi proprio con essa si dovrà procedere per riuscire a formare dei manager rampanti e aristocratici in funzione di una imprenditoria capace di reggere alla valanga in arrivo.

Per quanto riguarda l’ambientalismo la nostra diffidenza non è riferita al personaggio e tanto per essere chiari diciamo che a fine febbraio del 2020 un nome altisonante come Carlo Rovelli, anche lui fisico su Corriere della sera scriveva: « Il valore del Green Deal europeo è centrato sull’idea di trasformare la sfida ambientale in opportunità anche economica. Non è presentato come limite alla crescita ma come una nuova strategia di crescita ». Eravamo allora alle prime notizie che giungevano da Wuhan e l’emerito scienziato si avventurava in una nuova proposta per una nuova crescita dell’economia. Dopo poco più di un mese lo stesso scienziato pubblicava sempre su Corriere della sera (del 2 aprile) un articolo al cui cospetto l’urlo di Munch avrebbe fatto la figura dell’oca giuliva.

Leggiamo solo qualche passaggio «La realtà forse più difficile da accettare è che quello che sta succedendo non è colpa di nessuno. Non è come la guerra, scatenata dalla follia di noi umani. […] Ma la realtà è che questo disastro non ha colpevoli. […] siamo nelle mani della natura, che a volte ci riempie di regali, a volte ci maltratta brutalmente, con sovrana indifferenza».

Ma lo stesso Rovelli solo un mese prima scriveva: «L’emergenza ambientale è grave. Abbiamo già cominciato a subirne avvisaglie con danni ingenti e morti causati da ondate di calore, mega-incendi, inondazioni in regioni costiere, siccità, problemi per la pesca, uragani, riduzione delle risorse idriche, e altro. Ma i dati indicano che la situazione si aggraverà». Di chi la colpa? Di nessuno, risponde Rovelli. Evidentemente c’è qualcosa che non va.

Ma non è finita, perché se fino a un mese prima pensava che la scienza potesse creare nuove opportunità di crescita dell’economia, ora scrive: « Ma mai come adesso vediamo che la scienza non sa, ovviamente, risolvere tutti i problemi ».

Per concludere diciamo che il mondo capitalistico occidentale da alcuni anni si sta avvitando su sé stesso continuando a indebitarsi e scommette continuamente sulla possibilità di una nuova ripresa economica. L’Italia non fa eccezione, anzi è stretta nella morsa non solo di concorrenti asiatici spietati, ma anche dei paesi europei che sono al contempo alleati e concorrenti, e degli stessi Usa che la dovrebbero “proteggere”. Sicché il nuovo debito del Recovery Plan, che non è un nuovo piano Marshall come dicono gli imbonitori di professione, si presenta come una scure sull’insieme dell’economia italiana per due motivi: primo perché si tratta di una coperta fin troppo corta per poter coprire tutte le necessità dei settori sociali coinvolti nella crisi economica e in quella pandemica; e secondo motivo perché per pagare il nuovo debito in assenza di una robusta ripresa economica saranno dolori.

Non vorremmo apparire profeti di sventura, ma vediamo troppe spie rosse lampeggiare che ci dicono che il modo di produzione capitalistico è arrivato a un punto dove non è più possibile fare “miracoli”, perché il paradiso è diventato piccolo ed è pieno di santi che implorano il padreterno, che ormai è vecchio, stanco, stufo e anche rincoglionito e non sa più a chi dare retta, tanto è vero che sono in difficoltà anche i banchieri di Dio. Farà eccezione Mario Draghi? Sognare non costa niente e illudersi ancor meno. Gli Usa solo un anno fa pensavano di aver sistemato una questione internazionale con l’Iran con l’uccisione di Soleimani e si sono ritrovati con una destabilizzazione interna di un certo interesse storico. L’ondata arriverà inevitabilmente anche in Europa e l’Italia è certamente fra le prime candidate.

In ultimo una nota su Alessandro Di Battista.

Riccardo Cocciante negli anni ’70 cantava: «povero diavolo, che pena mi fai». Si, i personaggi del M5S fanno pena. E chi si erge da padreterno per condannarli sbaglia e non di poco, perché non ha la forza e la capacità di affrontare una questione molto complicata che sta sotto la tragedia di una generazione tradita da un sistema sociale che l’aveva illusa, contro cui si è scagliata rabbiosamente, così come poteva, illudendosi, da dilettante allo sbaraglio, che pensa di cambiare il mondo. Tutti i nuovi movimenti sociali nascono con le stesse caratteristiche, quelle di spaccare il mondo se riescono a prendere le redini in mano, poi le prendono e vengono imbrigliati dai meccanismi del modo di produzione capitalistico. Il M5S non poteva fare eccezione, era un movimento composito e come tale doveva – alla prova delle dure leggi dell’economia – sbriciolarsi, non morire.

Ad Alessandro Di Battista va riconosciuto un solo merito, quello di aver denunciato, attraverso il libricino Politicamente scorretto, la forza di ingabbiamento delle stanze ovattate del potere politico e istituzionale. Lui però non sa che quel potere obbedisce agli ordini di leggi potenti come quelle del capitale. Questo è il suo limite. Un limite che può essere perdonato ad un giovane digiuno di teoria, di storia e di filosofia, che si presenta come ribelle, ma non a vecchi marpioni alla Grillo, abituato a rasentare in mille modi il potere economico e dunque anche a conoscere il potere politico. E se si pone come argine ai movimenti di piazza, come il Beppe andava continuamente ripetendo, è reazionario. E chi all’estrema sinistra si era illuso di cavalcare e utilizzare il M5S è servito. La decenza consiglierebbe il silenzio, ma chi ha le mani infarinate non riesce a tacere. Difatti Di Maio, il più scaltro e coerente di tutti gli altri, non tace, mentre Grillo inneggia al grillismo di Draghi. Poi ci sono gli illusi cresciuti alla scuola di Indro Montanelli che si appellano ai giudici, alle leggi e alla Costituzione e frignano per la caduta di Conte.2 dopo aver sostenuto vergognosamente il Conte.1 con Salvini ministro degli Interni.

Mentre Cocciante canta ancora: «Povero diavolo che pena mi fai, e quando a letto lui – il capitale – ti chiederà di più, glielo concederai perché tu fai così, come sai fingere se ti fa comodo! ».

 

Il governo neo-democristiano di Mario Draghi

In e-mail il 15 Febbraio 2021 dc:

Il governo neo-democristiano di Mario Draghi

di Lucio Garofalo

Ricordo che i golpe, un tempo, venivano attuati dai militari, oggi li ispirano i grandi banchieri e i tecnocrati dell’alta finanza, emissari della Confindustria ed alti referenti del Vaticano.

Tuttavia, in modo ipocrita li chiamano “governi tecnici”. Lungi da me l”intenzione di formulare un’analisi dietrologica: qui mi limito ad una presa d’atto, ad una mera constatazione di quanto è accaduto sotto i nostri occhi nell’ultimo mese.

Ad insinuare dubbi non sono i “perfidi bolscevichi” ed i “sovversivi rossi”, bensì pennivendoli al servizio degli apparati di potere, alti funzionari organicamente inseriti nei Palazzi del potere da anni. Viceversa, stupisce (non più di tanto) che i soggetti di un fantomatico e vago “centro-sinistra”, in cui si riconoscono oggi il PD, il M5S e vari “cespuglietti”, non abbiano mai battuto ciglio, né proferito verbo, per denunciare, né per stigmatizzare una congiura di palazzo in piena regola, che è stata orchestrata da elementi politici che fanno capo al potere economico sovranazionale ed “anonimo”, vale a dire il capitalismo cosmopolita, che non è più tanto occulto ed agisce in modo eversivo.

Una trama in cui il doppiogiochista Renzi ha fornito il ruolo dell’ariete di sfondamento, per rovesciare Conte e insediare un nuovo esecutivo, di tipo “tecnico”, che dai nominativi di alcuni ministri “riesumati” alla stregua del dottor Frankenstein (Brunetta e Gelmini, giusto per citare un paio di nomi che ci fanno rabbrividire), si preannuncia già tetro e sinistro.

Mi viene in mente una vignetta disegnata da Vauro ai tempi del governo Monti, che apparve su il Manifesto, in cui un tizio chiedeva: “E la democrazia?”, e un altro rispondeva: “L’hanno pignorata le banche!”. È una sintesi geniale di quanto è accaduto ancora nella realtà odierna.

Anzitutto, la squadra del neonato esecutivo Draghi concentra una serie di figure legate a doppio filo con i poteri forti e tradizionali, che da anni condizionano il triste destino del nostro Paese: le banche d’affari, la Confindustria, il Vaticano, i vertici militari. Tali poteri sono rappresentati nel governo Draghi in modo completo, usando il vecchio “manuale Cencelli”.

Infatti, figurano vari portavoce della Confindustria e dei poteri economici di regime, bocconiani, nonché docenti di università private, più alcuni fiduciari delle alte gerarchie ecclesiastiche, ed infine vecchi arnesi del berlusconismo,che credevamo, in modo ingenuo, che fossero ben riposti in una soffitta, e via discorrendo.

Il loro compito sarà di ordine prettamente tecnico-esecutivo, più che politico, in quanto dovranno tradurre in atti ed in provvedimenti di legge immediati le direttive dettate dai vertici del mondo confindustriale: si tratta di una linea politica sposata in pieno dalle più alte istituzioni globali, come il FMI e tutto l’establishment al completo, bancario e finanziario, di tipo sovranazionale.

Si potrebbe azzardare l’ipotesi che Draghi sia solo l’esecutore di un “disegno” di commissariamento del governo del nostro Paese.

Si è passati ad un tipo di esecutivo in cui figurano i referenti delle grandi banche d’affari, i “tecnici” confindustriali ed i referenti della curia pontificia, nonché lo “stato maggiore” berlusconiano. È arduo scegliere il “meno peggio” in un calderone pieno di personaggi a dir poco discutibili, di cui già abbiamo sperimentato le “capacità”: ricordo solo l’operato del già citato Brunetta.

L’esecuzione dei principali punti programmatici, prescritti dall’alto al governo del nostro Paese, da parte dei soggetti che in vari modi costituiscono l’emanazione più diretta delle più alte oligarchie del mondo finanziario, comporterà forse ulteriori violazioni dei diritti e principi di tipo democratico e sindacale, ovvero delle residue tutele sociali che ancora hanno garantito il mondo del lavoro nei comparti della Scuola e Pubblica Amministrazione in Italia.

È assai lecito paventare il rischio che incasseremo ulteriori sacrifici in quanto lavoratori. Dalle enunciazioni ancora piuttosto vaghe e generiche, direi ambigue, a tal punto che Mario Draghi si potrebbe ribattezzare come “democristiano”, si evince una palese assenza di rottura rispetto alla linea seguita dai governi negli ultimi lustri. Al contrario, si coglie una linea di aperta continuità con la politica adottata in passato da diversi governi sul fronte economico-sociale, e in particolare sul tema dell’istruzione scolastica e della Pubblica Amministrazione.

Il Mago, il Genio e il vaso di Pandora

Da Hic Rhodus, 5 Febbraio 2021 dc:

Il Mago, il Genio e il vaso di Pandora

di Ottonieri

Il momento è arrivato: il disegno di Renzi, come ha scritto qui Claudio Bezzi, è giunto a compimento, con la designazione di Mario Draghi come Presidente del Consiglio. Renzi, da spregiudicato pokerista, ha puntato tutte le (nostre) fiches sperando in un en plein che faccia saltare il banco, e, mentre la ruota della roulette ancora gira, è difficile capire quale sarà l’esito di questo azzardo.

Al momento della nascita del governo giallo-verde, avevo preso spunto da un articolo che avvicinava la narrazione politica ai modelli letterari basati sull’uso degli archetipi per chiedermi: Fare politica contro la propria narrazione: chi ci rimetterà di più? . In quell’occasione, osservavo che il governo Conte-bis obbligava quasi tutti gli attori politici a “recitare” una parte contraddittoria con il loro Storytelling naturale, tranne Renzi, che però per restare fedele al “suo” archetipo narrativo, il Mago, avrebbe dovuto sorprendere, giocare il tutto per tutto, fare la parte del governo e dell’opposizione allo stesso tempo, per rubare il palcoscenico ai suoi antagonisti (cioè a tutti, per natura di Renzi).

Un anno e mezzo dopo, e purtroppo dopo anche una terribile e tuttora aperta contabilità di malati e morti, le parti non sono molto cambiate: Il M5S e il PD hanno continuato a svolgere un ruolo stridente con i loro modelli archetipali (rispettivamente, il Ribelle e il Saggio), e lo stesso Salvini, che due anni fa sembrava inarrestabile, ha completamente perso l’iniziativa politica, anche lui tradendo il suo archetipo di Eroe guerriero. In questa situazione, Renzi ha visto l’occasione per fare, appunto, l’en plein, spiazzando tutti, riducendo ulteriormente lo spazio politico della Lega (vai a dire agli imprenditori lombardi che Draghi non va bene…), frantumando definitivamente il M5S e paralizzando il PD che, con la gestione Zingaretti, onestamente si era già ampiamente paralizzato da solo. Tutto questo chiamando in causa il Genio, l’unico uomo di cui nessuno oserà (per ora) mettere in dubbio la competenza, ma di cui non c’è da temere la concorrenza politica perché, e la storia italiana lo dimostra, i tecnici, anche di altissimo rilievo, servono per togliere le castagne dal fuoco finché i politici non si sentono abbastanza sicuri da rituffare le mani nel sacco delle castagne stesse.

Un azzardo? Enorme. La situazione complessiva del paese, la fragilità di ogni possibile maggioranza parlamentare, la complessità dei piani che occorrerà mettere a punto e realizzare per spendere i soldi del Recovery Fund, la dipendenza dell’Italia dai partner europei, dagli USA di Biden, dalla Cina e persino dalle multinazionali, sono tutti fattori di estrema incertezza. Un governo Draghi potrebbe cadere in qualsiasi momento, e un governo Draghi composto di persone serie e competenti non potrebbe che entrare in tensione con il M5S, che serietà e competenza non sa neanche dove siano di casa, e che quindi prima o poi dovrà per forza ritirare il suo, oggi ancora dubbio, appoggio a Draghi, pena diventare il partito dell’establishment tanto quanto l’odiatissimo PD.

Ma in questo azzardo Renzi non rischia nulla, per la buona ragione che non ha alcun capitale politico. La sua rappresentanza parlamentare è stata eletta con i voti del PD, voti che Italia Viva oggi non prenderebbe mai; lui, personalmente, è intollerabile per la grandissima maggioranza degli elettori, e lo sono altrettanto i suoi collaboratori più visibili; la sua squadra di fedelissimi ha una statura mediocrissima, e non ha molte altre virtù oltre l’obbedienza. Renzi, paradossalmente, al tavolo della roulette non rischia del suo; si gioca la nostra salute, il nostro benessere, la nostra pace sociale, in una parola il nostro futuro. Se la scommessa su Draghi fallirà, a pagare saremo noi cittadini. Insomma, Renzi per evocare il Genio Mario Draghi anziché la lampada di Aladino ha fatto ricorso al vaso di Pandora, con tutto quel che ne potrà conseguire, se SuperMario non riuscirà a domarne i cattivi genii.

In conclusione, e con questo rispondo indirettamente anche all’amico Claudio, non facciamoci ingannare dall’ennesimo gioco di prestigio di Matteo Renzi: quella banconota che sta tagliuzzando assicurandoci che la ricomporrà miracolosamente ce l’ha sfilata dal portafogli, dove in ogni caso sarà difficile che la faccia tornare: appena distoglieremo gli occhi, se la ficcherà in tasca.

Fiscalismo a distanza

In e-mail il 15 Novembre 2020 dc:

Fiscalismo a distanza

di Lucio Garofalo

Negli ultimi tempi, ho notato in alcune colleghe e colleghi un eccesso di zelo e di fiscalismo burocratico.

In un periodo di grave crisi sociale ed economica, di emergenza di tipo sanitario, nonché di sofferenza, disagio ed inquietudine esistenziale dei ragazzi, visto che la DaD è quello che è, mi permetto di osservare che un po’ di empatia e di comprensione in più da parte degli insegnanti forse non guasterebbe. Anzi, servirebbe a non far detestare oltremodo la DaD ai nostri allievi.

Mi pare che l’empatia sia una dote a dir poco preziosa ed indispensabile per chi insegna. Ma è una merce assai rara, perlomeno da quanto risulta dagli atteggiamenti poco garbati ed elastici, mostrati da alcuni insegnanti, che ho avuto occasione di rilevare negli ultimi tempi.

Ma chi non risulta empatico in presenza non lo è manco a distanza.

A dispetto di altre/i colleghe/i che la pensano in modo diverso io non mi riparo dietro veli di ipocrisia, né mi dissimulo dietro maschere di circostanza. Ogni volta tiro un mezzo sospiro di sollievo per aver concluso una riunione inutile, oppure un corso di formazione che non mi trasmette assolutamente nulla, tranne una ulteriore, ennesima conferma che la scuola odierna è (vi piaccia o meno, è così) alla mercé di burocrati ottusi e dei loro tirapiedi.

E chiunque osasse mettere in dubbio o in discussione tale “regime” vigente rischierebbe di incappare nelle maglie della censura, ovvero nel biasimo morale da parte del capo, se non addirittura nell’iscrizione in una sorta indice o di categoria etica infamante, quella dei “fannulloni”.

Ma contestare un tale “sistema” non equivale a sottrarsi al proprio dovere, a costo di far fronte ad un lavoraccio di tipo burocratico. Al contrario, provare a contestare un siffatto modello di istruzione, ovvero una visione della scuola che pone in cima all’agenda le scartoffie, le circolari, i format, i verbali, la “muffa” della burocrazia cartacea e digitale, rispetto agli allievi in carne ed ossa e alle loro esigenze culturali, affettive, psicologiche e formative, per me è un diritto-dovere sacrosanto, poiché sono un docente, e cioè un intellettuale che ha una mente pensante ed una coscienza civica, etica e critica.

Una scuola che si regge su cumuli di inutili circolari e scartoffie ammuffite è solo la tomba di ogni sapere, di ogni conoscenza e cognizione, ma altresì di ogni autentica, preziosa ed effettiva competenza tecnica derivante dallo studio e dallo scibile umano.

Pfizer, AstraZeneca, Moderna…la vaccinazione di massa ostaggio del profitto

In e-mail il 30 Gennaio 2021 dc:

Pfizer, AstraZeneca, Moderna… la vaccinazione di massa ostaggio del profitto

29 Gennaio 2021

Il mercato e la concorrenza imperialistica non fanno eccezione per la produzione e la distribuzione di vaccini, e quindi per le vaccinazioni. Di fronte alla più grande pandemia degli ultimi cento anni, la vita dell’umanità è ridotta a variabile dipendente del profitto.

La campagna europea per la vaccinazione di massa era partita con grande squillo di trombe. Non era e non è solamente una campagna propagandista tesa a celebrare il volto umanitario dell’Unione Europea di fronte al contagio. Era ed è anche un investimento strategico nella ripresa economica del capitalismo continentale dopo la grande recessione del 2020, un investimento decisivo sul terreno della competizione mondiale con l’imperialismo USA e l’imperialismo cinese.

Ma il diavolo fa le pentole dimenticandosi dei coperchi. I colossi capitalistici della farmaceutica, gli uni contro gli altri armati, hanno prima incassato le regalie pubbliche dei rispettivi Stati e ora tagliano la produzione del vaccino. È il caso dell’americana Pfizer, poi dell’anglo-svedese AstraZeneca, infine dell’americana Moderna.

L’obiettivo è tanto cinico quanto semplice: sfruttare il proprio peso monopolista per alzare i prezzi pattuiti, vendere i vaccini a clienti più compiacenti (magari perché più ricchi o più ricattabili), privilegiare i propri Stati nazionali di riferimento, usare in ogni caso senza pudore la segretezza dei contratti stipulati con UE, a tutela dei propri brevetti e dei relativi affari.

I governi imperialisti della UE e la loro Commissione protestano ora per le mancate consegne, e “chiedono” ai colossi farmaceutici di poter “pubblicare” i contratti. Il fatto stesso di dover chiedere ad azionisti privati il permesso di pubblicare contratti che riguardano l’interesse pubblico dell’umanità è già di per sé indicativo della natura della società capitalista. Oltretutto le case farmaceutiche hanno buon gioco nel rivendicare il sacro diritto della concorrenza a tutela dei propri brevetti: è la legge del mercato, bellezza! Quella stessa legge che i governi capitalisti di tutto il mondo invocano ogni giorno per giustificare la compressione dei salari, i licenziamenti di massa, la distruzione dei diritti, il taglio delle spese sociali… Si tratta dell’interesse mondiale dei capitalisti a continuare a scannarsi tra di loro sul mercato mondiale prendendo in ostaggio i propri salariati e arruolandoli nelle proprie guerre.

Ora l’esigenza di ripresa dell’economia capitalistica mondiale richiederebbe una gigantesca e rapida produzione di massa dei vaccini su scala planetaria. Ma la concorrenza sul mercato dei diversi Stati o poli imperialisti si riflette sui processi di vaccinazione, i loro tempi e le loro forme. Anche la vaccinazione è diseguale e combinata, come l’anarchia del capitalismo mondiale. Pfizer e Moderna privilegiano il proprio imperialismo USA, impegnato innanzitutto a contrastare la Cina. AstraZeneca tutela in primo luogo l’imperialismo inglese, impegnato nella complessa gestione della Brexit. Gli imperialismi continentali europei arrancano in salita sgomitando tra loro, in inferiorità di mezzi. Si pensi solo che l’Unione Europea ha previsto per il piano di vaccinazione due miliardi e settecento milioni, gli USA ne hanno investito diciotto. La disparità di potenza si occupa a modo suo della salute.

E ora? La Commissione Europea si divide sul da farsi, a seconda degli interessi nazionali in gioco. L’Italia minaccia ricorsi legali contro Pfizer e AstraZeneca. I governi nordici, a partire dalla Svezia, rimproverano alla Commissione di essersi mossa in ritardo e difendono i diritti contrattuali dei colossi. Germania e Francia dal canto loro si affidano alle soluzioni di outsourcing delle case farmaceutiche, auspicando liberi accordi tra interessi privati foraggiati da nuovi aiuti pubblici, come quello che vede la francese Sanofi produrre insieme a Pfizer e BioNTech (tedesca) 125 milioni di dosi del farmaco.

L’unico elemento certo è che di fronte alla più grande pandemia degli ultimi cento anni, la vita dell’umanità è ridotta a variabile dipendente del profitto, mentre le spese militari aumentano vertiginosamente a tutte le latitudini del mondo, assieme al volume d’affari delle Borse. Nel mondo dell’intelligenza artificiale e dei miracoli della scienza, la vita umana resta segnata dalla legge della giungla. «Genio tecnico e idiozia sociale», così Trotsky definì il capitalismo alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Una caratterizzazione perfetta anche per l’oggi.

La vaccinazione di massa, rapida e universalmente disponibile, è un’esigenza primaria dell’umanità.

Via il segreto commerciale sui contratti stipulati fra gli Stati e le case farmaceutiche: tutti hanno diritto di conoscere ciò che riguarda la loro vita!

Via i brevetti a tutela dei profitti: le conquiste della scienza medica vanno subito messe al servizio di tutto il genere umano!

Nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori dell’industria farmaceutica, in ogni Paese e su scala mondiale, per sviluppare una produzione di massa pianificata dei vaccini e la loro distribuzione sull’intero pianeta in base ai bisogni di tutti e di tutte!

Liberare l’umanità del capitalismo è più che mai oggi una esigenza morale e vitale.

La lotta per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, che riorganizzi la società da cima a fondo, si ripropone ovunque, oggi più di ieri, come l’unica vera soluzione alternativa.

Il socialismo è il solo ordine nuovo; la rivoluzione l’unica via per realizzarlo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Accolta Petizione per San Siro in Commissione Ue

In e-mail il 28 Gennaio 2021 dc:

Accolta Petizione per San Siro in Commissione Ue

Buonissime notizie ! 

 
È stata accettata – con votazione unanime – la procedura d’urgenza per la Petizione a sostegno della ristrutturazione dello stadio Meazza a San Siro da parte della Commissione Europea.

La discussione in Parlamento potrebbe essere calendarizzata già per marzo o aprile.

La Petizione “In difesa dello stadio pubblico Meazza a San Siro” era stata inoltrata dal Comitato Coordinamento San Siro alla Commissione Europea in dicembre ed era anche stata richiesta di una procedura d’urgenza, richiesta presentata dall’europarlamentare Eleonora Evi.

È davvero una buona notizia. E ancor più perché è stata una votazione unanime: dimostrazione che – come abbiamo sempre sostenuto – la questione Stadio San Siro non è solo una storia di un quartiere e nemmeno di una sola città, bensì una questione internazionale. 
Lo stadio Meazza a San Siro come dimostrato si può ristrutturare e ammodernare alla grande, mantenendo però le sue caratteristiche iconiche. In questo modo non c’è necessità di costruire un nuovo stadio e distruggere il verde esistente.


Come ricorderete la nostra Petizione si basa su tre pilastri: il valore storico e architettonico, l’importanza antropologica e la rilevanza paesaggistica di uno stadio che si può ristrutturare.

In particolare chiede:
● Salvaguardia di una area pubblica di 5 ettari di verde profondo con alberi ad alto fusto
● Stop ad una speculazione finanziaria di società estere
● L’arresto di un’enorme cementificazione con forte impatto ambientale
● Conservazione dell’identità del quartiere
● Partecipazione alle scelte urbanistiche della città e l’ascolto dei pareri cittadini, le cui proposte di progetti alternativi non sono state presi in considerazione
● Riconoscimento dei diritti dei cittadini



Quanto sopra, anche in considerazione del fatto che si tratta di:
● Opera pubblica di proprietà del Comune di Milano
● Affittata a società estere
● Società estere che vorrebbero abbattere un bene pubblico dello Stato italiano

La petizione si oppone alla proposta da parte di investitori privati esteri di un’enorme speculazione immobiliare a danno di un bene pubblico con edificazione, oltre a grattacieli, centro commerciale, centro congressi, hotel sopra la suddetta area verde, anche un nuovo stadio con abbattimento dell’esistente.

Speriamo che la notizia abbia risalto sui media (è stato diffuso un comunicato a oltre 200 giornalisti).

Oltre a ciò alcune altre notizie :

“Sua altezza … La Galleria Panoramica” https://www.facebook.com/groups/www.coordinamentosansiro.it/permalink/1034339603719564/

Gli ingegneri Riccardo Aceti e Nicola Magistretti hanno depositato in Comune il loro progetto di ristrutturazione dello stadio esistente:

https://www.facebook.com/groups/www.coordinamentosansiro.it/permalink/1033620403791484/

https://www.facebook.com/groups/www.coordinamentosansiro.it/permalink/1034386447048213/

https://www.facebook.com/groups/www.coordinamentosansiro.it/permalink/1032221440598047/

Progetto nuovo stadio – tutto quello che vorrebbero costruire nell’area di San Siro. Il verde ?… di superficie!
https://www.facebook.com/groups/www.coordinamentosansiro.it/permalink/1035989180221273/

Anche un rapper ama San Siro
https://www.facebook.com/groups/www.coordinamentosansiro.it/permalink/1034229293730595/

Torna Moratti?

https://www.fcinternews.it/in-primo-piano/i-la-repubblica-i-interspac-il-progetto-torna-in-auge-vogliamo-anche-moratti-l-ex-patron-li-ascoltero-358953

Persino gli inglesi …
https://www.facebook.com/groups/www.coordinamentosansiro.it/permalink/1029665907520267/

È di questi giorni per altro la certificazione di idoneità dello stadio Meazza per altri 10 anni – per il decennio 2020-2030 – superando i recenti collaudi.

Dagli ultimi sondaggi emerge che ora 2 cittadini su 3 vedono il progetto Nuovo stadio come inutile e addirittura dannoso. Il sondaggio rileva un ribaltamento di visione rispetto a un semestre fa. E ciò fa ben sperare circa i prossimi sviluppi.

https://www.facebook.com/groups/www.coordinamentosansiro.it/permalink/1029689594184565/

Ora abbiamo anche un video “emozionale” per il nostro amato stadio, grazie al lavoro del nostro amico e sostenitore Lorenzo che ringrazio ancora.

https://www.facebook.com/1021899463/videos/10222451641092785/

ricordiamo di firmare e far firmare

https://www.change.org/p/ristrutturare-il-meazza-si-pu%C3%B2-e-conviene-lo-stadio-%C3%A8-solo-la-punta-di-un-iceberg-con-esso-in-arrivo-tonnellate-di-cemento-alla-faccia-della-milano-green-we-will-restructure-the-meazza-and-will-also-save-from-the-cementing-of-san-siro-hippodrome?utm_source=share_petition&utm_medium=custom_url&recruited_by_id=87f5cbd0-66dd-0130-d1c9-3c764e049c4f

Comitato Coordinamento San Siro

www.coordinamentosansiro.it

info@coordinamentosansiro.it

Rifondazione: oscurata nostra pagina Facebook

In e-mail il 15 Gennaio 2021 dc:

Rifondazione: oscurata nostra pagina Facebook

Oscurata nostra pagina Facebook che parla di mafie. Interrogazione in Senato e denuncia.

Venerdì 15 gennaio Facebook ha oscurato,senza alcuna motivazione o preavviso, la pagina della nostra federazione di Venezia. Un atto decisamente illiberale, una censura intollerabile. Chi segue le nostre pagine sa che noi le usiamo per diffondere contenuti assolutamente legittimi con la massima correttezza senza mai trascendere nei plebeismi molto diffusi nei social.

Il fatto diventa ancora più grave perché l’oscuramento della nostra pagina è avvenuto  alla vigilia di una nostra conferenza Web, “Le mani sul litorale”, organizzata dalla federazione di Venezia per denunciare e discutere delle infiltrazioni della criminalità organizzata nel Veneto Orientale e delle complicità politiche che la hanno permessa.

La conferenza si è tenuta  comunque nella pagina della federazione di Padova di Rifondazione Comunista ed è stata un successo per partecipazione e qualità dei contenuti del dibattito. Il lavoro volontario e l’attivismo generoso delle nostre compagne e compagni ci ha permesso di superare il tentativo di costringerci al silenzio.

In ogni caso siamo assolutamente intenzionati a fare luce su questa vicenda. Vogliamo sapere perché la nostra pagina è stata oscurata, da chi è venuta la richiesta, e le procedure seguite, in questo caso come in altri, da Facebook.

In questi giorni la senatrice Paola Nugnes presenterà in Senato una interrogazione su quanto accaduto. La Federazione di Venezia farà una denuncia alle autorità di Polizia perché sia fatta chiarezza. Andiamo avanti senza farci togliere la parola o intimorire da nessuno.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale
Paolo Benvegnu, segretario regionale
Renato Panciera, segretario Federazione di Venezia
Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea 

Coronavirus, un volo dell’angelo esistenziale e politico

In e-mail il 13 Aprile 2020 dc, pubblico colpevolmente in ritardo il 15 Dicembre 2020 dc:

Coronavirus, un volo dell’angelo esistenziale e politico

Abbiamo messo a disposizione sul nostro sito la traduzione di un articolo di Quentin Hardy. A questo link si può scaricare l’articolo:
https://www.nautilus-autoproduzioni.org/corona-virus-il-volo-dellangelo/

«Finalmente, dopo settant’anni di boom economico e tre secoli di maratona, l’umanità rallenta la sua corsa frenetica.»

La rapidissima progressione del Covid-19 ci mette tutti in una situazione senza precedenti. Lo shock è planetario e quasi sincronizzato. Colpisce tutte le aree della società: salute, società, politica, economia. Cambia il modo di abitare, amare, vivere e sopravvivere, lavorare, parlarsi, morire ed essere sepolti. Più che mai, il mondo vacilla sulle sue basi.



Il nostro indirizzo è:
NAUTILUS AUTOPRODUZIONI
C.P. 1311
Torino, TO 10100
Italy

Siamo ignari di essere sudditi

Dal sito La Bottega dei Barbieri 25 Novembre 2020 dc:

Siamo ignari di essere sudditi

Intervista a Marco D’Eramo dopo l’uscita del libro «Dominio»

di Daniele Barbieri (*)

MarcoDeramo-Dominio

Fra tante guerre, aperte e sotterranee, la più importante degli ultimi 50 anni è stata resa invisibile. È quella dei padroni contro i sudditi. Lo aveva rivendicato 14 anni fa uno degli uomini più ricchi del mondo, Warren Buffett: «certo che c’è guerra di classe, ma è la mia classe, che la sta conducendo e stiamo vincendo».

Di questa vittoria storica ragiona Marco D’Eramo in Dominio appena uscito da Feltrinelli. Dopo aver scritto per anni sul quotidiano il Manifesto ora D’Eramo collbora con Micromega e con New Left Review. Alcuni suoi libri – come Il maiale e il grattacielo (appena ristampato) o Il selfie del mondo sono ormai classici.

«Una guerra ideologica totale» al punto che la Troika, non contenta di avere imposto lacrime e sangue alla Grecia, decise perfino «la forma delle pagnotte». La distruzione del Welfare viene chiamata «riforme strutturali». I ricchi ne parlano senza ritrosia «mentre noi – scrive D’Eramo – solo a nominare questa guerra ci vergogniamo e siamo subito sospettati di estremismo».

«Tutto avviene alla luce del sole». Il neoliberismo non complotta ma conquista le menti. Ma qualche segretuccio, per esempio sulle Fondazioni, fa comodo?

«Non ci sono segreti: il nuovo modo di nascondere è sommergerti di notizie e tu non distingui più fra informazioni pertinenti e non pertinenti. Che il Nobel dell’economia non sia un Nobel è risaputo però non lo sa nessuno. Il ruolo delle fondazioni è stato descritto decine di volte in libri, riviste importanti, autorevoli quotidiani. Le stesse fondazioni se ne sono sempre vantate pubblicamente. Fa ridere la vecchia Unione Sovietica che aveva paura delle fotocopiatrici! I nostri hanno capito che per rendere innocuo un messaggio basta sommergerlo con il rumore di fondo di altri milioni di messaggi».

Parole nuove e altre vietate (o travisate), il trionfo dell’eufemismo. È anche uno scontro sui linguaggi?

«La guerra delle idee è sempre uno scontro di linguaggi. Negli Usa per secoli è stato lecito dire negro, poi è diventato indicibile e si usava nero, ma anche questo è diventato maleducato e si è usato afroamericano e adesso nella nuova destra torna negro. Guarda Trump che usa la parola antifa(-scista) come un insulto, mentre nel dopoguerra era quasi obbligatorio dichiararsi antifa. Quando Voltaire e gli Illuministi riuscirono a imporre l’idea che il Medioevo erano i secoli bui e loro la luce avevano già vinto. Oppure: la guerra delle idee è a chi si appropria del nuovo; quando un filosofo riesce ad appropriarsi dell’etichetta di “nuovo filosofo” relega gli altri nel vecchiume. Certo che la lotta delle idee è una guerra sulle parole. Può essere anche insidiosa. Il nostro sistema sanitario è passato dalle Unità sanitarie locali alle Aziende sanitarie locali».

I neoliberisti si muovono «col denaro dello Stato» contro tutto ciò che è pubblico. È il paradosso più grande?

«Usare le risorse dell’avversario contro di lui è uno dei più antichi insegnamenti nell’arte della guerra, per esempio in Sun Zu, ed è la base di arti marziali come il judo. No, il paradosso più inquietante è che in nome della libertà ci rendono servi e in nome del privato aboliscono la privacy. È il conio di una neolingua alla Orwell: quando un’innovazione ti è presentata come smart (smartphone, smart-home) sta pur sicuro che ti stanno fregando. Guarda lo smartwork di cui tanto si ciancia: la prima forma di sfruttamento protocapitalista era il lavoro a domicilio delle filatrici».

Accenni che con le misure anti-Covid è in atto «un colossale esperimento di ingegneria sociale». Puoi chiarire?

«Non era mai successo che due miliardi di persone contemporaneamente fossero messe agli arresti domiciliari volontari e lo accettassero. Si è mai visto un esperimento sociale con due miliardi di cavie? Sono sicuro che i ricercatori di mezzo mondo, dal Pentagono a Novosibirsk all’università di Beijing, stanno studiando quel che succede: quanto a lungo saranno accettate le restrizioni? In che modalità? Con quali strumenti? Sono tutti dati preziosi per i prossimi studi comportamentali».

L’Italia (per dire un Paese) non potrà mai risanare il debito. E nessuno chiederà agli Usa di farlo. Debito e credito come armi: se esistessero ancora forze di sinistra cosa dovrebbero fare?

«Quando un partito che si dice progressista non fa parola del problema di ristrutturare il debito, gatta ci cova: vuole dire che ha già deposto le armi e accettato per sé un ruolo subalterno e ausiliare a quei poteri a cui afferma di opporsi».

Ricordi che «gli Usa dominano il mondo con la forza militare» e poi aggiungi: «non sto dicendo che l’impero Usa è pessimo», nella Storia vi fu di peggio. Se il 4 novembre Trump perdesse ma cercasse di restare lì ti sembra credibile che il capitalismo Usa vada verso una mini-guerra interna?

«Uno degli errori della sinistra è sempre sottovalutare gli avversari, in particolare degli Usa che in un solo secolo hanno conquistato il mondo militarmente ed economicamente ma anche conquistato l’immaginario mondiale, imposto lingua e sistema giuridico, controllato le reti e lo spazio. E noi continuiamo a vedere questi dirigenti americani come rozzi giovialoni un po’ ingenui! Trump sarà quello che è, ma dietro di lui, come dimostro nel libro, c’è fior fiore di intelligentsia di destra: infatti lui ha realizzato molto più di altri celebrati alfieri della reazione quali Reagan e Bush Jr».

Il post scriptum si intitola «In nome del padre, del figlio e del conto corrente» e spieghi benissimo il vecchio/nuovo ruolo delle religioni. Però su Bergoglio neanche una parola. Lo consideri un’anomalia o è solo un bluff?

«No, lo considero transitorio. Comunque in America latina il cattolicesimo è il grande perdente e i pentecostali sono i trionfatori. E io guardo al connubio Bolsonaro-pentecostali in Brasile e al patto d’acciaio Trump-Christian conservatives negli Usa».

Parli da subito di marines (che studiano l’ideologia) e poi del commercio che non esiste senza guerra. Però scrivi poco sulla nuova corsa al riarmo e sull’uso sempre più frequente di armi mostruose. Dai per scontato che tutti sappiano?

«Delle armi, della corsa agli armamenti parlano tutti ma è uno degli argomenti più innocui che vi siano: nessuna manifestazione pacifista negli ultimi 70 anni è mai servita a qualcosa. Per una buona ragione: senza le armi non si può dominare, ma non si domina solo con le armi. In un momento di disgelo Urss e Usa decisero di fare uno scambio di esposizioni di tecnologia. I sovietici mandarono a New York il solito armamentario di missilistica, Gagarin, cagnetta Laika, centrali nucleari, dighe. Gli Usa mandarono a Mosca una cucina attrezzata (di frullatore, spremiarance, tostapane, frigorifero, congelatore, lavastoviglie): da far sbavare qualunque massaia sovietica. Questa è l’egemonia: gli Usa hanno vinto la guerra fredda soprattutto perché dietro la cortina di ferro tutti sognavano America, un po’ come gli albanesi che venendo qui credevano l’Italia fosse quella mostrata dalla tv».

(*) pubblicato la settimana passata sul settimanale «Left»

Omioddio! Sono un ordoliberista-mandrakista

Un interessante articolo su Hic Rhodus, pubblicato il 31 Marzo 2017 dc:

Omioddio! Sono un ordoliberista-mandrakista

di Claudio Bezzi

Le etichette mi uccidono. Non ne trovo una che mi si attagli con soddisfazione. Per esempio: sono ateo, agnostico, libero pensatore, umanista, laico, cattolico a mia insaputa o cosa? Boh? Sono vegano, vegetariano, salutista, diversamente onnivoro, animalista, consapevole, antispecista o solo preda di mode effimere? Ah, saperlo! Ogni etichetta delimita in maniera apparentemente precisa un oggetto, o una persona o un suo comportamento, ma in realtà ha sempre confini vaghi, frastagliati, cangianti e, specialmente, molto diversamente interpretabili. Se poi passiamo alla politica, campo di guerra fredda civile permanente, occorre evitare attentamente e con assoluta fermezza qualunque etichetta, perché poi sei segnato per tutta la vita e qualunque cosa dici viene interpretata alla luce dell’etichetta affibbiata.

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Marco Pannella: di sinistra? Di destra?

Prima di andare avanti, alcune importanti dichiarazioni in merito all’autore di questo post. Bezzicante non è iscritto ad alcun partito; in effetti, epoche geologiche fa fui iscritto a due differenti partiti (in epoche diverse, ovviamente), molto diversi, e simpatizzante attivo di un terzo. Sono passati quarant’anni dall’ultimo, quindi rubricherei questi remoti eventi come errori di gioventù e la chiudiamo lì. Non ho neppure tessere di associazioni, fondazioni, circoli, logge, club e bocciofile, con eccezioni di una sola associazione culturale totalmente apolitica con soci di tutte le appartenenze. Questo accade perché sono un pochino indisciplinato e anarchico, tutte le consorterie mi sembrano strette e poco disponibili al mio vagare col pensiero, e mi piace pensare con la mia testa a costo di sbagliare un bel po’. Tutto quello che scrivo su Hic Rhodus (ma questo accade anche agli altri autori) è genuino frutto del mio pensiero che presumo libero, per quanto possa essere libero un pensiero calato in un contesto, in una società, in una rete complessa di relazioni, con radici nella propria esperienza, credo, valori e via discorrendo. Ovvio che ho le mie idee, le mie convinzioni e le mie preferenze politiche; vado a votare, e scelgo un partito, ma non sono di quel partito che ho votato. Semmai vi sembra un grave difetto, ma io ho votato, negli anni, per tutti i partiti dell’arco che va dal centro moderato alla sinistra, assumendomi ogni volta l’onere di ragionare su programma, candidati, opportunità e scenari politici, e anche compiendo un percorso interiore che mi ha fatto oscillare, nell’arco di decenni, da una certa area a un’altra, e ritorno. È questo che mi fa sentire libero. Non il fatto di avere ragione, che non posso essere certo di averla, ma il fatto di sentirmi libero di pensare e decidere, e cambiare oppure no, e criticare allegramente chi a mio avviso sbaglia, che sia del “mio” partito (nel senso dell’ultimo che ho votato) o di una parte avversa. E se siete lettori di Hic Rhodus potete intuire quali parti mi piacciano di più o di meno, ma certamente avrete letto critiche per ciascun partito, dall’estrema sinistra all’estrema destra, senza eccezioni.

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Giorgio Gaber: di sinistra? Di Destra?

Tutto ciò premesso, forzando questa mia antipatia per le etichette, mi domando chi sono, o cosa sono… Mi potreste dire che non siete così interessati alle mie appartenenze incasinate, lo so, ma insisto. Insisto perché, se riesco a classificarmi, potrei riuscire a farlo per altri, avendo trovato il metodo; potrei così capire, fra le altre cose, se Renzi è così a destra come dice Bersani, se D’Alema è sul serio così a sinistra come dice lui, se Grillo è più o meno fascista di Salvini e altre interessanti questioni che semplificherebbero il mio pensiero. Sempre per rendere un servizio migliore ai lettori di HR, naturalmente. Come lo troviamo questo metodo? Non c’è un “metro politico” definitivo; non c’è una bilancia della purezza ideologica, né un recipiente con le tacche per verificare il tasso di verità che ci riempie. Abbiamo solo concetti, definizioni, argomentazioni, disquisizioni. E controargomentazioni, repliche, interpretazioni, esegesi e contraddittori. Insomma (e questo dobbiamo stamparcelo bene in mente) non esiste alcun criterio per definire oggettivamente l’appartenenza politica (né etica, religiosa, artistica, filosofica…) restando solo un possibile uso pragmatico di termini convenzionali che riescono a dare idee più o meno vaghe, raramente precise, utili al più per un primo inquadramento generale, che è poi l’obiettivo più frequente.

Procediamo quindi per tentativi ed errori. Sono più a sinistra di Meloni e più a destra di Ferrero. Fin qui era facile. Ritengo di essere enormemente più a sinistra di Bersani e D’Alema, ma ho la profonda convinzione che loro pensino di essere molto più a sinistra di me. Oops…

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Mario Segni: di sinistra? Di destra?

Loro pensano che essere “di sinistra” significhi, per esempio, aiutare ad ogni costo le classi disagiate, anche spendendo danaro pubblico in attività improduttive, e ritengono – così io immagino – che desiderare meno intervento dello stato sia “liberista”. Io mi informo e scopro che liberismo è una parolaccia (avete notato quanti esponenti di sinistra parlano – spregiativamente – di liberismo, da un po’ di tempo?). I liberisti vogliono che lo Stato proprio non si impicci perché il mercato si regolerebbe da sé in un processo virtuoso che finirebbe coll’aiutare anche i disoccupati che otterrebbero lavoro e i poveracci che riceverebbero reddito. Ma poiché da qualche decennio il liberismo, o quello che si suppone essere liberismo, sta facendo strame di diritti e uguaglianze, effettivamente io proprio non voglio essere un liberista seguace di Friedman. Io sono assolutamente convinto che la società debba propendere verso l’uguaglianza (una parola chiave dell’essere di sinistra, questo lo so per certo), ma ritengo ci siano altri modi, oltre a quello di spendere denaro pubblico, per consentire, assieme, sviluppo dell’impresa ed uguaglianza, ricchezza e diritti, merito e libertà. E non vengo a scoprire che questa idea si chiama ordoliberalismo? Una scuola di pensiero che viene schifata alla grande da sinistra (quella vera, intendo) come raccontato, en passant, QUI.

Eppure non mi sembra “di sinistra” negare la libertà di impresa, se si garantisce equità e controllo sugli eccessi, per favorire semmai una spesa incontrollata che grava sempre più come un macigno sui nostri figli e nipoti; non mi sembra “equo” placare la serrata (non lo sciopero, per favore, ma la serrata) dei tassinari da parte di un governo di centro-sinistra (Gentiloni premier, Delrio ministro, del PD, no?) mantenendo un sistema che è una sentina fetida, impedendo l’arrivo della modernità rappresentata da Uber, non osservando il pessimo servizio taxi che penalizza utenti e turisti; e cosa ci sarebbe “di sinistra” nella lotta senza quartiere a una riforma seria del mercato del lavoro che garantisce i garantiti e ignora totalmente giovani e precari (sì, parliamo di Jobs Act); ed è egualitario un sistema, che non si riesce ad abbattere, che getta oneri, tasse e incertezze nel privato e tutela una minoranza di lazzaroni del pubblico? O non si tratterà anche qui di stare in corporazioni forti, serbatoi di voti per i politici e di consenso per i sindacati? Ed evitare accuratamente il merito in molteplici settori strategici, uno per tutti l’istruzione? Il merito è forse di destra?

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Susanna Camusso: di sinistra?

Ma il merito va valutato e la scuola dice no-no-no (non apriamo una polemica; se si volesse fare una seria e imparziale valutazione si potrebbe benissimo). E via discorrendo. Queste cose le dicono e le scrivono da anni i liberali democratici come Alesina e Giavazzi ma, udite udite!, anche marxisti come Gennaro Migliore, che non sarà un professore e che ha la disgrazia di militare nel PD dopo un passato rifondarolo ma, insomma, non per questo deve riceve l’aggettivazione di Kautsky e non si devono considerare con rispetto le sue posizioni. Bertinotti può andarvi meglio? Volete Sanders? Siete sicuri che Bernie Sanders sia proprio proprio “socialista” (no, non lo è proprio proprio, leggete QUI), come alcuni frettolosi commentatori nostrani hanno creduto? Volete Tsipras o saltiamo direttamente a Castro?

Insomma: molti idoli di sinistra non sono, o non sono stati, così nobili e puri come Ferrero e Fratoianni. Molti liberali, diversamente ( = in modo diverso, a partire da visioni diverse) si sono posti il problema e hanno cercato soluzioni al dilemma: sviluppo con uguaglianza. Tutto questo per dire che se andate in giro ad appiccicare etichette potreste scoprire che il mondo è più variegato e articolato delle etichette che avete in mano. Ciò non significa affatto che non ci sia una destra e una sinistra. Ci sono ed è importante riconoscerle, ne ho parlato QUI, ma con tre avvertenze: la prima, che occorre ammodernare le definizioni, perché quelle del Novecento sono ormai logore; la seconda, che servono come cornici generali che hanno molteplici e complesse variazioni, e quindi attenzione; la terza, che spesso confondiamo ‘destra’ e ‘sinistra’ con altri concetti, in parte semanticamente coestesi, come per esempio ‘conservatore’ e ‘progressista’ ma anche ‘conservatore’ e ‘riformista’, per non parlare di termini che ognuno usa come gli pare come ‘democratico’, ‘liberale’, etc. Per capirsi: Bersani, citato sopra, sarà pure “di sinistra” sotto un certo profilo, e anche un “democratico”, ci mancherebbe, ma certamente non è un “riformista” né un “progressista”. Questo ci fa capire che non esiste più un continuum lineare come nel ‘900 (Fig. 1) ma una complessità di intrecci, posizioni solo in parte sovrapponibili come in Fig. 2 (evidentemente solo indicativa):

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Io navigo da qualche parte nella zona rosa-arancio-arancino chiaro. A domanda rispondo “Sì, sono di sinistra”, ma non di questo e quel tipo bensì di quello e quell’altro, e anzi sono un pochino (ma poco poco) anche di quelli là con una spruzzata di quell’altro là. A questo punto volete ancora darmi un’etichetta? Ma sì, allora, chiamatemi ordoliberista se volete, che mi importa! Le etichette non sono un problema mio. Ma, vi prego, considerate anche la mia prerogativa di insofferenza e insubordinazione, così poco liberaliste! Il desiderio di uscire dagli schemi e di essere pronto alla critica, se non altro in senso storicista-marxista. Posso definirmi mandrakista? Me lo permettete? Va bene, andata: sono un ordoliberista-mandrakista. E non parliamone più.

Grazie.

Io vi accuso

Condiviso in WhatsApp il 21 Novembre 2020 dc:

Io vi accuso

di Marco Galice

Barbara D’Urso, Maria De Filippi, Alfonso Signorini, Alessia Marcuzzi e tutta la schiera della vostra bolgia infernale… io vi accuso.

Vi accuso di essere tra i principali responsabili del decadimento culturale del nostro Paese, del suo imbarbarimento sociale, della sua corruzione e corrosione morale, della destabilizzazione mentale delle nuove generazioni, dell’impoverimento etico dei nostri giovani, della distorsione educativa dei nostri ragazzi.

Voi, con la vostra televisione trash, i vostri programmi spazzatura, i vostri pseudo spettacoli artefatti, falsi, ingannevoli, meschini, avete contribuito in prima persona e senza scrupoli al Decadentismo del terzo millennio che stavolta, purtroppo, non porta con sé alcun valore ma solo il nulla cosmico.

Siete complici e consapevoli promotori di quel perverso processo mediatico che ha inculcato la convinzione di una realizzazione di sé stessi basata esclusivamente sull’apparenza, sull’ostentazione della fama, del successo e della bellezza, sulla costante ricerca dell’applauso, sull’approvazione del pubblico, sulla costruzione di ciò che gli altri vogliono e non di ciò che siamo.

Questo è il vostro mondo, questo è ciò che da anni vomitate dai vostri studi televisivi.

Avete sdoganato la maleducazione, l’ignoranza, la povertà morale e culturale come modelli di relazioni e riconoscimento sociale, perché i vostri programmi abbondano con il vostro consenso di cafoni, ignoranti e maleducati. Avete regalato fama e trasformato in modelli da imitare personaggi che non hanno valori, non hanno cultura, non hanno alcuno spessore morale.

Rappresentate l’umiliazione dei laureati, la mortificazione di chi studia, di chi investe tempo e risorse nella cultura, di chi frustrato abbandona infine l’Italia perché la ribalta e l’attenzione sono per i teatranti dei vostri programmi.

Parlo da insegnante, che vede i propri alunni emulare esasperatamente gli atteggiamenti di boria, di falsità, di apparenza, di provocazione, di ostentazione, di maleducazione che diffondono i personaggi della vostra televisione; che vede replicare nelle proprie aule le stesse tristi e squallide dinamiche da reality, nella convinzione che sia questo e solo questo il modo di relazionarsi con i propri coetanei e di guadagnarsi la loro accettazione e la loro stima; che vede lo smarrimento, la paura, l’isolamento negli occhi di quei ragazzi che invece non si adeguano, non cedono alla seduzione di questo orribile mondo, ma per questo vengono ripagati con l’emarginazione e la derisione.

Ho visto nei miei anni di insegnamento prima con perplessità, poi con preoccupazione, ora con terrore centinaia di alunni comportarsi come replicanti degli imbarazzanti personaggi che popolano le vostre trasmissioni, per cercare di essere come loro. E provo orrore per il compiacimento che trasudano le vostre conduzioni al cospetto di certi personaggi.

Io vi accuso, dunque, perché di tutto ciò siete responsabili in prima persona.

Spero nella vostra fine professionale e nella vostra estinzione mediatica, perché solo queste potranno essere le giuste pene per gli irreparabili danni causati al Paese.

Sommosse e complotti

In e-mail il 28 Ottobre 2020 dc:

Sommosse e complotti.

Quando le acque si agitano, gli stronzi vengono a galla.

Ma stronzi restano.

di Dino Erba, Milano, 28 Ottobre 2020 dc

IL «QUASI» LOCKDOWN PROCLAMATO DAL GOVERNO CONTE (DPCM, 25/10/2020) ha suscitato un prevedibile malcontento sociale che, in modo più o meno vivace, ha scaldato numerose città. Le proteste arrivano in Italia con qualche ritardo rispetto ad altri Paese, vicini e lontani. Soprattutto negli USA che le anime belle nostrane avevano decantato.

In Italia, molti politicanti e pennivendoli, schierati sia col governo sia con l’opposizione, pensavano che fosse possibile tener sotto controllo l’incipiente malcontento, orientandolo a proprio favore. E invece, il malcontento, diventato sommossa, si sta rivelando poco controllabile.

I più scalmanati, ovviamente, sono i politicanti e i pennivendoli governativi che si son messi a sbraitare contro i «violenti», invocando l’intervento repressivo delle forze dell’ordine: il braccio armato della legge! Le opposizioni sono apparentemente più moderate, nel timore di perdere credito e simpatie negli ambienti in cui vorrebbero pescare consensi. In poche parole, una reazione bipartisan.

LA TEORIA DEL COMPLOTTO

Le reazioni forcaiole contro i cosiddetti «violenti» affondano le loro radici nella teoria del complotto, di cui ho già avuto occasione di occuparmi [Spie & Barbe finte. La concezione poliziesca della storia, 30 novembre 2014]. In sostanza, è una teoria truffaldina che ha le gambe corte. Vive solo sugli incubi della classe dominante. Incubi che hanno informato tutti i provvedimenti governativi, da quando il Covid 19 dilaga. La loro risposta: l’esercito nelle strade!

Ma non è bastato: nelle strade le sommosse sono scoppiate lo stesso.
E allora, politicanti e i pennivendoli hanno parlato di provocatori, sovversivi, fascisti, camorristi, centri sociali, pregiudicati, ultras, baby teppisti, «professionisti della violenza» (sic)… facendo di ogni erba un fascio.

Ora, non escludo che fossero presenti fascisti, camorra e mala vita. Quando le acque si agitano, gli stronzi vengono a galla. Ma a portarli a galla sono politicanti e pennivendoli, di sinistra e di destra.

Ragioniamo a bocce ferme.

Discutibile è la presenza fascista, con Giorgia Meloni che dialoga col governo «rosso giallo». Sembra che, a Milano, i fascisti abbiano fatto da «servizio d’ordine» per evitare il saccheggio dei negozi (vedi: https://www.ilmes- saggero.it/italia/dpcm_scontri_e_proteste_arresti_a_mi- lano_e_torino_news_oggi-5548998.html).

A Milano la protesta aveva come obiettivo primario Palazzo Lombardia, dove governa il leghista Fontana col forzista Gallera. Pacifico il presidio a Palazzo Marino, dove amministra l’insulso pidiota Sala.

Tanto per rinfrescare la memoria, vediamo chi amministra città e regioni toccate dalle manifestazioni.
– Torino, sindaca è la pentastellata Appendino e governatore è il leghista Cirio.
– Trieste (si parla di migliaia di dimostranti), sindaco è il forzista Di Piazza e governatore è il leghista Fedriga.
– Roma, sindaca è la pentastellata Raggi e governatore è il pidiota Zingaretti.
– Napoli, sindaco è l’eclettico De Magistris, governatore è il cabarettista De Luca.
– Catania, sindaco è il fratello italiano Pogliese, governatore è il filo fratello italiano Musumeci.

Situazioni analoghe troviamo in altre città e regioni, dove ci sono state e ci saranno proteste.

Come si vede, nelle proteste la destra (neo)fascista (Fd’I), leghista o forzista c’entra come i cavoli a merenda. In alcune occasioni (come a Milano), ha svolto funzioni di contenimento, in altre c’erano, probabilmente, «schegge impazzite» (forse Casa Pound e Forza Nuova, peraltro parlamentaristi), che non mancano mai.

Veniamo alla presenza di camorra e mala vita. A che pro? Camorra e, in genere, mala vita preferiscono condurre i loro affari all’ombra, senza destare attenzione. La loro presenza è puramente accidentale. Vedremo poi perché, anche se marginale, questa presenza ci sia. Domanda che ci porta al cuore della questione, per poter definire la natura delle proteste in corso attualmente in Italia.

CHI PROTESTA?

A un osservatore distratto, la composizione sociale delle proteste sembrerebbe piccolo borghese: piccoli imprenditori del commercio, soprattutto titolari di bar e ristoranti o di altre attività penalizzate dal DPCM del 25 ottobre. Connotazione superficiale che non spiega assolutamente una presenza attiva particolarmente eterogenea, essenzialmente giovanile. Tra l’altro, tale connotazione enfatizza il ruolo dei ceti medi.

Poveri untorelli!

Sappiamo che i ceti medi italiani sono assai ridondanti. Ridondanza favorita dalla classe dirigente italiana poiché, da oltre un secolo, sui ceti medi essa ha costruito l’asse dei propri assetti politici, in base all’evoluzione economico-sociale del Bel Paese [vedi il mio recente: DINO ERBA, Le vecchie e le nuove classi medie all’epoca della crisi del capitale, All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2020].

SOMMOSSE & COMPLOTTI
QUANDO LE ACQUE SI AGITANO, GLI STRONZI VENGONO A GALLA MA STRONZI RESTANO

Nonostante la batosta del crash del 2008, i ceti medi si sono rigenerati grazie alla bolla turistica che si è gonfiata con l’Expo 2015. E che il Covid 19 ha fatto scoppiare, provocando le attuali tensioni. Al contempo, è stata esasperata la competitività delle piccole aziende rivolte all’export, col risultato di ridurre all’osso i costi di produzione, limando all’osso gli investimenti produttivi (macchinari) e accrescendo lo sfruttamento operaio. Anche in questo caso il Covid 19 ha disastrato le vie dell’export.


Quindi, bolla turistica ed esasperazione dell’export, con il loro vasto indotto, sono alla base delle attuali tensioni sociali. A latere, c’è l’esercito dei lavoratori in proprio (imprese individuali): tassisti, ambulanti, idraulici, elettricisti… Ma questa spiegazione resta solo al primo livello della questione. Approfondendo, vediamo che nelle piccole imprese spesso si crea un rapporto clientelare tra padrone e lavoratore, con poche luci e molte ombre. Rapporto clientelare che assolutamente non c’è quando il padrone è una grande impresa, come nel caso dei riders di Uber Eats.

Il rapporto clientelare ha indotto molti lavoratori a unirsi alle proteste dei loro padroni. Ma, sulla piazza, si sta consumando una scissione che vede i lavoratori «incendiare» e i padroni «spegnere».

I padroni chiedono i «ristori», i cui costi ricadranno inevitabilmente sui lavoratori dipendenti (in servizio o meno) e sui pensionati.

Le proteste sono poi occasione di incontro con emigrati precarissimi delle periferie o senza dimora. E pregiudicati… Ma quale proletario ha la fedina penale pulita? In sostanza, in piazza ci sono i senza risorse di Marx o i «motherfucker» di Noi non abbiamo patria (Sta per finire il tempo della lotta in guanti bianchi).

Qualcuno ha obbiettato che le attuali proteste sono tardive e che, in precedenza, non si erano unite agli scioperi degli operai delle fabbriche e della logistica, i più determinati. La risposta è semplice: nelle fabbriche come nei centri logistici l’aggregazione è immediata. Altrettanto non avviene nel pulviscolo delle piccole imprese commerciali e produttive.
Siamo solo all’inizio. E incombe l’alternativa tra morire di Covid o morire di fame, di cancro, di infarto … o di lavoro.

Pandemic. Come funziona il complottismo

Su Hic Rhodus il 7 Agosto 2020 dc:

Pandemic. Come funziona il complottismo

di Claudio Bezzi

L’articolata ostilità contro le misure imposte dai governi per il contenimento del Covid 19 assume un arco veramente ampio di forme. Non tutta questa ostilità è complottista, naturalmente, almeno non in forma eclatante e specifica, anche se germi complottisti possono essere rintracciati abbastanza facilmente in “ostili” semplicemente inconsapevoli, perché si innestano su bufale e complotti precedenti, per esempio quello sui vaccini, quello sul nuovo ordine mondiale e via discorrendo, che in forma nebulizzata sono arrivati un po’ a tutti, mescolandosi con mezze notizie, mezze bufale, notizie vere ma male interpretate, ignoranza pura e semplice e così via.

E anche nell’alveo del complottismo c’è complotto e complotto.

In tema di pandemia probabilmente la teoria complottista più elaborata e interessante, e anche la più diffusa e pericolosa, è quella proposta da Judy Mikovits, una biochimica, addirittura direttrice di un importante istituto di medicina molecolale americano (poi licenziata), screditata in tutta la comunità scientifica per studi fasulli di stampo anti vaccinista (notizie tratte da Wikipedia USA). La Mikovits, che vive ormai una vita piuttosto movimentata e controversa, è ovviamente una campionessa internazionale del complottismo antivaccinista, ed è tornata sulla cresta dell’onda per la sua teoria relativa al Covid 19, che lei ha sintetizzato in un video ancora – ahimé – rintracciabile in rete, nonché in un libro (non metto i link volutamente).

La teoria complottista della Mikovits viene chiamata Plandemic, ed è un bellissimo caso di studio per capire come funziona il complottismo.

Primo. C’è uno scienziato disgraziato a monte: esattamente come per l’antivaccinismo, dove a monte per esempio della (falsa) relazione fra vaccini e autismo troviamo un medico inglese, Wakefield, che pubblicò i risultati di una ricerca falsa (come poi lui stesso confessò) per dimostrare una correlazione che invece non c’era (QUI tutta la storia del rapporto fra vaccini e antivaccinismo).

L’articolo di Wakefield fu ritirato (l’aveva pubblicato nientedimeno che Lancet), lui fu radiato dall’ordine dei medici, ma niente: gli antivaccinisti pensano che quella relazione ci sia e – suppongo – che Wakefield sia un martire. La biografia della Mikovits sembra la fotocopia: ricerche addomesticate, smentite, articolo pubblicato (su Science) e ritirato, lei licenziata. Ma non solo è una paladina, no: è attualmente in sella al movimento complottista e il suo video ha totalizzato oltre 8 milioni di click (che, sia chiaro, son soldi).

Secondo. Il complotto affonda le radici in un passato difficile da controllare: per esempio Mikovits e complottisti affermano che all’inizio del ‘900 

John D. Rockefeller, acquistò una società farmaceutica tedesca che in seguito avrebbe aiutato Hitler ad implementare la sua visione basata sull’eugenetica, producendo prodotti chimici e veleni per la guerra. Rockefeller voleva eliminare i concorrenti della medicina occidentale, così ha presentato una relazione al Congresso affermando che c’erano troppi medici e scuole di medicina in America, e che tutte le modalità di guarigione naturale erano ciarlatanerie non scientifiche.

Rockefeller ha chiesto la standardizzazione dell’educazione medica, quindi solo la sua organizzazione poteva concedere la licenza per le scuole di medicina negli Stati Uniti. E così iniziò la pratica delle droghe immunosoppressive, sintetiche e tossiche. Una volta che le persone sono diventate dipendenti da questo nuovo sistema e dalle droghe che esso fornisce, il sistema si è trasformato in un programma a pagamento, creando clienti a vita per i Rockefeller. (fonte)

Ovviamente, se avete un po’ di tempo da spendere, potrete notare come ci sia un frullato di mezze verità, dilatate fantasiosamente in modo plausibile per creare gli antefatti necessari per spiegare il presente. La fabbrica tedesca in questione era la IG_Farben, che produsse effettivamente anche il famigerato Zyklon-B, e a cavallo fra le due guerre fondò una holding americana. Rockfeller non c’entra un piffero, senonché la sua banca partecipava a tale holding con un suo membro nel direttivo.

Vale la pena dire che ci fu un continuo intreccio fra questa fabbrica (che non realizzava solo veleni per Hitler) e aziende americane, e che dopo la guerra la IG Farben fu smembrata e ora i vari pezzi si chiamano Agfa, Bayer, BASF.

In merito a Rockefeller c’è del vero; il suo filantropismo sanitario, che fu notevolissimo agli inizi del secolo scorso, aveva anche una motivazione utilitarista: avere operai sani per l’opera di industrializzazione del Sud degli States, o nuovi mercati fuori dagli USA (importanti programmi furono finanziati in Cina, Filippine e America Latina).

È vero anche che Rockefeller finanziò largamente l’educazione professionale in tema di sanità pubblica (1 milione di dollari dell’epoca alla Johns Hopkins fra il 1916 e il 1922). Come scrive Richard Brown nell’articolo Public Health in Imperialism: Early Rockefeller Programs at Home and Abroad, “American Journal of Public Health”, vol. 66, n. 9, 1976 (QUI il pdf)

Nel mentre favoriva [la fondazione Rockefeller] un miglioramento economico in America ed Europa, era anche una forza insidiosa che lavorava a discapito delle persone che apparentemente stava aiutando. Secondo l’ideologia comunque prevalente all’epoca […]  la salute è stata definita come la capacità di lavorare e l’aumento della produttività delle popolazioni erano la misura del successo dei programmi di sanità pubblica.

Insomma: in questa approfondita analisi, certamente scritta con un punto di vista critico sul capitalismo sfruttatore, Rockefeller viene dipinto come un filantropo interessato, forse cinico, ma non come un tale che – attraverso il suo potere – infila droghe tossiche negli organismi dei terrestri per renderli schiavi.

Per raccattare queste informazioni, e per insistere un pochino per cercare il malvagio ruolo di Rockefeller nella somministrazione di droghe immunodepressive, ho impiegato un paio d’ore di tempo, districandomi fra siti americani e cercando di distinguere fra quelli complottisti e di junk news, e siti seri.

È stata comunque una discreta fatica e non ho trovato nulla (cercando meglio, forse…). Ecco allora che la Mikovits – che indubbiamente ha moltissimi strumenti più di me per districarsi anche tecnicamente in questo mondo – produce un falso clamoroso a partire da una somma di mezze verità in parte note al grande pubblico americano (dire Rockefeller in America è un po’ come dire Agnelli in Italia, salvo che la dinastia dei primi ancora sopravvive e quella degli Agnelli è sostanzialmente evaporata). Chi va a controllare? Chi si prende la briga di ricostruire, verificare, e capire che la Mikovits ha semplicemente messo la sua pietra angolare sulla quale edificare il complotto?

Terzo. Tutto l’ambaradan è tecnicamente o scientificamente complesso: in tutti i complotti ci sono complesse questioni scientifiche non alla portata della media dei cittadini; secondo il complotto che afferma che non siamo mai stati sulla Luna, la prova schiacciante è l’insuperabilità delle fasce di Van Allen (QUI il debunk); secondo gli antivaccinisti ci sono velenosissimi metalli pesanti (QUI il debunk) etc.

Naturalmente chi non è astrofisico nel primo caso e medico nel secondo non ne capisce nulla, e si deve fidare del parere di “esperti”. Purtroppo, come vediamo, ci sono anche scienziati e ricercatori infidi, che tradiscono impunemente ogni etica scientifica e professionale, e quelli, pur essendo un’infima minoranza screditata internazionalmente, sono portati ad esempio dai complottisti che non credono in nulla alla maggioranza scientifica e, anzi, credono che quest’ultima faccia parte del complotto.

Quarto. Il Potere è oscuro e malefico per definizione: se hai un animo complottista, sei certo che tutto ciò che accade è una macchinazione del Potere, del fantomatico Deep State che ha disegni oscuri per dominare il mondo; così la Mikovits, che dichiara che il virus pandemico è uscito dai laboratori americani di Fort Detrick. Così come l’11 settembre è una cospirazione della CIA, gli Illuminati o il Grande Ordine Mondiale che bramano il potere…

Qui, ovviamente, non c’è ricerca su Google che tenga. Se il virus fosse sfuggito da Fort Detrick, o da un laboratorio di Wuhan – come preferisce dire Trump – non credo che qualcuno possa saperlo salvo una ristrettissima cerchia di militari e Trump stesso. In questo caso specifico, comunque, abbiamo commenti autorevoli che dichiarano che il Covid 19 non è un virus costruito in laboratorio. Per chi – fra i pur intelligenti lettori di HR – avesse qualche dubbio, se non altro per la potente macchina propagandistica di Trump e Pompeo, riporto solo un passaggio di un articolo completo riportato su Valigia Blu:

Gli esperti concordano nel sostenere che lo scenario più attendibile è quello dell’origine naturale del virus anche se potrebbe esserci l’eventualità che non riusciremo mai a tracciare l’intera catena di trasmissione, riporta Live Science. La tesi della realizzazione in laboratorio del virus e che SARS-CoV-2 sia stato geneticamente modificato è priva di fondamento mentre, al momento, non è possibile escludere con certezza l’ipotesi che gli scienziati cinesi stessero studiando un coronavirus naturale che poi è fuoriuscito dal laboratorio, per quanto tale scenario sia tutto da verificare. 

Quindi: origine cinese, non americana, naturale e non artificiale. Ma che importa? Fort Detrick era già nelle mire dei complottisti che ruotano attorno a un altro eroe del complotto, Michel Chossudovsky in quanto, come vedemmo a suo tempo discutendo delle scie chimiche, i complottisti citano sempre grandi referenze che, a guardare, sono tutte interne al loro ambiente; una rinforza l’altra.

Quinto e ultimo. È tutta una questione di libertà, no? Tutti questi incroci intricati hanno una base necessaria nella paura dei cittadini come climax (contro il Potere oscuro, contro il virus, contro qualunque cosa) e nelle generica richiesta di libertà come anticlimax.

I complottisti, con le loro astruse teorie, stanno semplicemente cercando di difendersi dal mondo complesso dal quale si sentono dominati senza capirlo; la paura del presente e del futuro, la sensazione di non contare nulla, di essere agìti da forze esterne…

E allora – quando ci si accorge di essere in tanti (come i 15.000 di Berlino pochi giorni fa) – si va a reclamare, per esempio, più libertà. Poiché è tutto un complotto, e i numeri che ci danno sui morti sono falsi, e tutte le altre balle assortite, allora io rivendico la mia indipendenza, penso con la mia testa (così loro assicurano) e mi ribello. E questa ribellione cospirazionista non deve farci ridere neppure un po’, perché è una quantità immane di energia psichica, di capitale sociale, di relazioni che vanno sprecate. È la paura che li muove, è il senso di impotenza e, con loro e sopra di loro, la spregiudicatezza di cinici burattinai che sanno come manipolarli.

Oggi contro il Covid 19. E domani?