La bestemmia e la morale della Chiesa Cattolica

In e-mail il 17 Marzo 2017 dc dal compagno Masaniello del PCL-Partito Comunsta dei Lavoratori

La bestemmia e la morale della Chiesa Cattolica

di Masaniello

In Italia fino al 1999 bestemmiare in pubblico era reato penale, oggi c’è “solo” una sanzione pecuniaria, che va da 51 a 309 euro, nonostante la laicità dello Stato. Perché mi punisci quindi se non credo? Io potrei offendermi se vilipendi il salame, ma tant’è.

È curioso il nostro ordinamento giuridico: fascisti in ogni dove, nei social, nelle piazze, nelle università, nelle forze dell’ordine, nonostante la legge 645 del 20 giugno del 1952, e si condanna una bestemmia.

Ma del resto l’Italia non è nuova a queste contraddizioni, nel caso della Chiesa Cattolica poi dà il meglio di sé. Basti pensare all’8 x1000 che frutta alla Chiesa un miliardo e undici milioni di euro all’anno, o alla proprietà del 22% del patrimonio immobiliare sul suolo italico, ovviamente esentasse.

Qualcuno chiederà: “la Chiesa ha tutti questi soldi?”

Se consideriamo il patrimonio assai sottostimato queste sono briciole, si dice che la Chiesa Cattolica abbia 2 miliardi di euro di beni immobiliari nel mondo, senza contare le riserve d’oro (alcune stime interne della segreteria di Stato parlano di 140 miliardi di euro, il doppio della Banca d’Italia), lo IOR (Banca Vaticana) che gestisce un patrimonio da 6 miliardi di euro, nonostante questa negli ultimi 30 anni sia al centro degli scandali italiani, dallo scandalo Enimont a Calciopoli, per non dimenticare le uccisioni di Giorgio Ambrosoli e di Roberto Calvi insieme alla sua segretaria.

Si stima che la Chiesa abbia 1 miliardo e 272 milioni di fedeli a cui vengono taciuti i segreti più nefasti sui rappresentanti di un ipotetico dio, uomini che sotto l’abito talare nascondono abusi sessuali su minori e donne prevalentemente povere, passando per festini a base di sesso e droga, uomini che la domenica predicano bene ma durante la settimana razzolano molto male.

Ovviamente il Vaticano tacita, minimizza e non condanna, o lo fa se è proprio obbligato come nello scandalo statunitense in cui, tra il 1950 e il 2002, 10.667 americani denunciano o riferiscono di abusi sessuali da parte dei servitori di dio.

Il Vaticano verificò 6 mila casi. Dopo l’inchiesta si presero provvedimenti disciplinari nei confronti di 1021 preti, mentre 3300 non hanno avuto nessun processo perché morti, dopo l’inchiesta non si è mai saputo chi fossero gli abusati, né tanto meno la Santa Sede chiese scusa. Anzi la Chiesa asserì che i preti che compiono atti di pedofilia lo fanno perché omosessuali, non volendo affrontare né tanto meno risolvere il problema. Il Vaticano spinge sempre di più nell’ignoranza i suoi seguaci.

Marx diceva che la religione è l’oppio dei popoli, mentre Leonardo da Vinci esortava ad aprire gli occhi nei confronti della Chiesa, per non parlare di Giordano Bruno o di altre grandi menti pensanti bruciate sul rogo.

Eppure la chiesa fa cassa su tutto, dalle opere benefiche ai lasciti dei fedeli, addirittura nei santuari più famosi del mondo non è raro vedere una cassetta per le offerte per fare usare la toilette, oltre agli oboli per vedere le opere di inestimabile valore custodite all’interno del Vaticano e in chiese, monasteri o luoghi di culto. La Chiesa fa soldi anche per le case in affitto per i pellegrini che vanno in cerca di una grazia, tra cui molti malati, da cui il Vaticano spreme 4 miliardi di euro all’anno. Pensate che Propaganda Fide, l’ufficio che dirige l’attività missionaria, gestisce un patrimonio di 10 miliardi di euro.

Il Vaticano ha bisogno di propaganda? Cos’è, la Chiesa di Gesù Cristo o uno Stato capitalistico? La risposta è ovvia.

Eppure non bisogna andare molto lontano per capire cos’è la Chiesa, dalle crociate all’inquisizione a oggi: possiamo tranquillamente dire che è lo Stato più assassino al mondo. Basti pensare alla benedizione papale di svariate guerre nella storia europea e mondiale (tra cui la conquista coloniale dell’Etiopia nel 1936… non nel medioevo!) e  ai Patti Lateranensi in cui si diede appoggio al fascismo nonostante l’uccisione a bastonate di don Giovanni Minzoni (per mano fascista). I patti sancirono accordi per benefit propri e non per il popolo o i fedeli, benefit di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze, dal maestro di religione al crocifisso negli edifici pubblici.

Calcolando l’immensità di tali ricchezze viene da chiedersi quante vite si potrebbero salvare, potendole usare realmente per il bene dei diseredati, e non del clero. Dicono che la Chiesa è speranza, ma chi di speranza vive disperato muore, come i milioni di poveri che muoiono di malattie o di deperimento, citati solo ogni tanto nel sermone della domenica.

L’essere umano non ha bisogno della carità cristiana, l’essere umano ha bisogno della dignità, di essere libero da qualsiasi catena, religiosa e capitalistica. Per conquistare questa libertà occorre smettere di chiedere timidamente ciò che ci spetta, e attendere una vergognosa carità, ma prenderlo con la forza dei numeri, che è dalla parte di noi sfruttati.

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Mutilazioni genitali femminili. Un orrore da combattere seriamente

da Hic Rhodus 6 Febbraio 2017 dc

Mutilazioni genitali femminili. Un orrore da combattere seriamente

6 Febbraio: Giornata internazionale contro le mutilazioni genitali femminili: una delle tante ricorrenze? Un’occasione rituale? Vogliamo credere di no. Anche se meno enfatizzata di altre ricorrenze in qualche modo conquistate all’opinione pubblica (e semmai al mercato) questa ci sembra più importante proprio perché più specifica. Non una generica giornata “per le donne” ma una in cui riflettere su un orrore specifico, primitivo, terribile, che segna una condanna irreversibile per circa tre milioni di bambine ogni anno, che si aggiungono ai 125 milioni di ragazze e donne che si stima abbiano già subito la mutilazione (fonte Unicef; riportiamo in fondo il testo intero di questa pagina Unicef, che ci sembra migliore di qualunque nostra sintesi).

Le pratiche mutilanti sono diverse e l’OMS le distingue in quattro tipi:

  • I TIPO, circoncisione: resezione del prepuzio clitorideo con o senza l’escissione di parte o dell’intera clitoride.
  • II TIPO, escissione: resezione del prepuzio e della clitoride insieme alla rimozione parziale o totale delle piccole labbra.
  • III TIPO, infibulazione (o circoncisione faraonica), la forma di mutilazione genitale tipica dei Paesi del Corno d’Africa: consiste nella escissione parziale o totale dei genitali esterni. I due lati della vulva vengono poi cuciti con una sutura o con spine, riducendo in tal modo la dimensione dell’orifizio della vulva e lasciando solo un piccolo passaggio nell’estremità inferiore, per l’emissione del flusso mestruale e dell’urina.
  • IV TIPO: include varie pratiche di manipolazione degli organi genitali femminili: piercing, pricking, incisione della clitoride e/o delle labbra, allungamento della clitoride e/o delle labbra, cauterizzazione per ustione della clitoride e dei tessuti circostanti, raschiatura dell’orifizio vaginale o taglio della vagina, introduzione di sostanze corrosive nella vagina per causare sanguinamento oppure immissione di erbe con lo scopo di restringere la vagina.

L’orrore prosegue con pratiche di defibulazione (taglio dell’infibulazione per riaprire la vulva cucita) e di reinfibulazione (ricucitura delle labbra precedentemente defibulate) che posso essere ripetute negli anni (fonte). Inutile purtroppo rammentare che nella maggior parte dei casi queste mutilazioni vengono inflitte senza anestesia e con strumenti inadeguati e non sterilizzati.

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La pratica è diffusissima anche in Europa, portata dai migranti come parte della loro cultura tradizionale. Stime non verificabili parlano di 500.000 donne mutilate e di 180.000 ragazze a rischio (fonte); e l’Italia, naturalmente, registra lo stesso fenomeno con una stima di 57.000 donne mutilate nel 2010 (fonte).

infibulazione1Ben consapevole dell’enorme differenza, sia in termini sociali e culturali che sanitari, vorrei ricordare che esiste anche la pratica delle mutilazioni genitali maschili. Generalmente si tratta dell’asportazione (parziale o totale) del prepuzio, ma esistono pratiche più estreme come l’esposizione dell’uretra esterna e lo schiacciamento di un testicolo (fonte). Anche limitandosi alla circoncisione, essa appare più “accettabile” perché praticata da popoli vicini e sentiti come culturalmente prossimi, come gli ebrei (per ragioni religiose, praticate anche da musulmani e alcune sette cristiane) e americani (è stupefacente la diffusione della pratica in America, considerata benefica sotto l’aspetto della salute, cosa assai mistificata o, nel migliore dei casi, non accertata; fonte). L’idea che per pregiudizi religiosi si impongano scelte irreversibili a neonati e minori mi sembra intollerabile (ne ho parlato diffusamente QUI); che in Occidente poi si pratichino mutilazioni genitali maschili neppure per un mandato diretto da dio, ma per presunte credenze pseudoscientifiche (quella sulla circoncisione, per esempio, è nata fortuitamente in un caso specifico e documentato, per tracimare poi in senso irresponsabilmente generalizzato) mi pare stupido, come stupide sono le considerazioni antiscientifiche degli antivaccinisti.

mutilacion-genital2Infine è assolutamente necessaria qualche parola sui limiti del relativismo culturale. Noi che siamo super-relativisti e cerchiamo di costruire ponti di comprensione verso l’alterità, la diversità, la novità, dobbiamo essere i primi anche a combattere il relativismo stupido, quello cioè incapace di distinguere, scegliere e decidere. Il relativismo assoluto e cieco, come una qualunque fede, porta direttamente nella notte buia in cui tutti i gatti appaiono bigi. Noi occidentali siamo portatori di determinati valori che abbiamo conquistato sanguinosamente negli ultimi quattro secoli di storia: la separazione fra Stato e Chiesa (e più in generale fra società civile e religione), i diritti individuali (alla salute, alla libertà, alle opinioni…), l’eguaglianza di genere (lungi dall’essere raggiunta, per carità, ma chiaramente inscritta nei valori liberali e democratici) e così via. Il nostro relativismo quindi può valere in assoluto come capacità di comprensione antropologica, ma deve essere orientato dai valori che abbiamo menzionato: l’infibulazione è una violenza inaccettabile, non ha alcuna ragione sanitaria ed è invece causa di gravi problemi di salute e psicologici delle bambine, è una forma evidente di sottolineatura violenta della subalternità femminile, non può essere accettata neppure come forzato e bizzarro richiamo a dogmi religiosi. A mio avviso ciò vale anche per la circoncisione, anche se gli aspetti sociali e sanitari in cui prevalentemente avviene non sono minimamente comparabili alle mutilazioni genitali femminili.

Risorse:

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Mutilazioni genitali femminili

(tratto dalla pagina Unicef http://www.unicef.it/doc/371/mutilazioni-genitali-femminili.htm)

Le mutilazioni genitali femminili (MGF) sono un fenomeno vasto e complesso,che include pratiche tradizionali che vanno dall’incisione all’asportazione, parziale o totale, dei genitali femminili esterni.

Bambine, ragazze e donne che le subiscono devono fare i conti con rischi gravi e irreversibili per la loro salute, oltre a pesanti conseguenze psicologiche.

Si stima che in nel mondo il numero di donne che convivono con una mutilazione genitale siano circa 125 milioni. Dati gli attuali trend demografici, possiamo calcolare che ogni anno circa tre milioni di bambine sotto i 15 anni si aggiungano a queste statistiche.

Gran parte delle ragazze e delle donne che subiscono queste pratiche si trovano in 29 Paesi africani, mentre una quota decisamente minore vive in Paesi a predominanza islamica dell’Asia.

In alcuni Stati del Corno d’Africa (Gibuti, Somalia, Eritrea) ma anche in Egitto e Guinea l’incidenza del fenomeno rimane altissima, toccando il 90% della popolazione femminile. In molti altri, invece, le mutilazioni riguardano una minoranza – fino ad arrivare a quote dell’1-4% in Paesi come Ghana, Togo, Zambia, Uganda, Camerun e Niger.

Si registrano casi di MGF anche in Europa, Australia, Canada e negli Stati Uniti, soprattutto fra gli immigrati provenienti dall’Africa e dall’Asia sud-occidentale: si tratta di episodi che avvengono nella più totale illegalità, e che quindi sono difficili da censire statisticamente.

Pregiudizi alla base delle MGF

Le mutilazioni genitali femminili (MGF) vengono praticate per una serie di motivazioni:

  • Ragioni sessuali: soggiogare o ridurre la sessualità femminile
  • Ragioni sociologiche: es. iniziazione delle adolescenti all’età adulta, integrazione sociale delle giovani, mantenimento della coesione nella comunità
  • Ragioni igieniche ed estetiche: in alcune culture, i genitali femminili sono considerati portatori di infezioni e osceni
  • Ragioni sanitarie: si pensa a volte che la mutilazione favorisca la fertilità della donna e la sopravvivenza del bambino
  • Ragioni religiose: molti credono che questa pratica sia prevista da testi religiosi (Corano)

Le MGF vengono praticate principalmente su bambine tra i 4 e i 14 anni di età. Tuttavia, in alcuni Paesi vengono operate bambine con meno di un anno di vita, come accade nel 44% dei casi in Eritrea e nel 29% dei casi nel Mali, o persino neonate di pochi giorni (Yemen).

Ad eseguire le mutilazioni sono essenzialmente donne: levatrici tradizionali o vere e proprie ostetriche.

Le MGF sono spesso considerate un servizio di elevato valore, da remunerare lautamente: lo status sociale e il reddito di chi le compie è direttamente connesso all’esito di questi interventi.

Una pratica da condannare senza mezzi termini

L’UNICEF considera le mutilazioni genitali femminili, in qualunque forma, una palese violazione dei diritti della donna.

Le MGF sono discriminatorie e violano il diritto delle bambine alla salute, alle pari opportunità, a essere tutelate da violenze, abusi, torture o trattamenti inumani, come prevedono tutti i principali strumenti del diritto internazionale.

Le ragazze che le subiscono sono private anche della capacità di decidere sulla propria salute riproduttiva.

Oltre che umilianti, le mutilazioni genitali sono estremamente dolorose. Le bambine che vi sono sottoposte possono morire per cause che vanno dallo shock emorragico (le perdite ematiche sono cospicue) a quello neurogenico (provocato dal dolore e dal trauma), all’infezione generalizzata (sepsi).

Per tutte, l’evento è un grave trauma: molte bambine entrano in uno stato di shock a causa dell’intenso dolore e del pianto irrefrenabile che segue.

Conseguenze di lungo periodo sono la formazione di ascessi, calcoli e cisti, la crescita abnorme del tessuto cicatriziale, infezioni e ostruzioni croniche del tratto urinario e della pelvi, forti dolori nelle mestruazioni e nei rapporti sessuali, maggiore vulnerabilità all’infezione da HIV/AIDS, epatite e altre malattie veicolate dal sangue, infertilità, incontinenza, maggiore rischio di mortalità materna per travaglio chiuso o emorragia al momento del parto.

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A Locri casca l’asino…democratico

In e-mail il 21 Marzo 2017 dc

A Locri casca l’asino…democratico

La sceneggiata del signor Mastella & Compari a Locri (19 marzo) ha suscitato alcune, molte, tante perplessità, di cui il compagno Carlo Pallavicini si é fatto coraggiosamente portavoce, precisando il reale stato delle cose. Ovviamente, le sue precisazioni hanno pestato le code di paglia degli amici di don Ciotti/Libera (& compari), al punto che costoro vorrebbero denunciare il compagno Carlo. Alle loro minacce, il compagno Carlo risponde.

Apprendo da amici che persone riconducibili a “Libera” sarebbero intenzionate a denunciarmi per le mie opinioni scritte fra ieri sera ed oggi rispetto alla ipocritissima – e a mio avviso impresentabile – giornata nazionale che con cui lo Stato oggi si è lavato la coscienza dichiarandosi “antimafia”.

Attendo con ansia questo ennesimo gesto, una volta di più (ce ne fosse bisogno) rivolto esclusivamente a combattere chi la mafia la contrasta davvero, a rischio della propria pelle, a partire dalle sue occasioni di guadagno, per poterli mettere in mutande conducendo una sacrosanta battaglia per la libertà di opinione, che li riveli per quelli che sono.

Non sarebbero nuovi a gesti inqualificabili e vigliacchi come questi, ricordiamo che già il 1 marzo il PM Maresca (conflitto in casa loro quindi) fu costretto sotto minaccia di denuncia a ritrattare delle dichiarazioni che aveva rilasciato circa il “regime di monopolio” (parole sue) in cui viaggia una certa associazione rispetto al grosso business dei beni confiscati alle mafie.

Che vengano avanti dunque, queste persone evidentemente così deboli di argomentazioni e timorose del fatto che, se non fossero costretti dalle scuole, non avrebbero nessun ragazzo al loro seguito.

Per quanto mi riguarda non ci stancheremo di fare lotte sociali e fare davvero antimafia, senza guadagnarci un euro e anzi venendo fisicamente e penalmente perseguiti e perseguitati dai loro amici che oggi hanno fatto parlare dai palchi qua e là per lo stivale.

Non ci stancheremo, a costo di mille denunce e mille anni di carcere, di denunciare l’ipocrisia dello Stato e la sua attiva complicità nel favorire gli interessi economici delle mafie. Non ci stancheremo di ripetere che no, non siamo “tutti sbirri” come hanno gridato oggi, ma fieramente antagonisti a questo sistema corrotto. Non ci stancheremo di camminare per il vero e il giusto, nonostante l’infamia armata dei falsi e degli ipocriti.

Non ci stancheremo di ricordare chi era davvero il loro modello generale Dalla Chiesa, non ci stancheremo di rivendicare il nostro diritto a dissentire.

Costoro, invece che perdere tempo con denunce e infamate simili, si prendano un bel libro di Gramsci e studino la questione meridionale, che evidentemente ne hanno parecchio bisogno.

Ah, per finire ricopio qui sotto i due post da cui (presumo, anche se come è evidente hanno ben poco a cui appigliarsi) sia derivata la loro smania di infamata, così che tutti possano farsi un’idea e loro riflettere una volta di più su che bella figura farebbero a stare zitti.

Post 1 (di ieri sera): “Le scritte a Locri contro “don Ciotti” (“don ciotti sbirro” e “più lavoro meno sbirri”) non sono opera, come dicono i TG, della ‘ndrangheta. Sono opera di qualcuno che sa e probabilmente vive sulla propria pelle come ci siano delle incoerenze nella autonominatasi antimafia che delega alle forze dell’ordine quella che è invece una enorme questione sociale. Quelle scritte sono giuste, anche se a qualcuno potrà dare fastidio la nettezza dovuta a sintesi. Ma nella sintesi sta il succo della faccenda.”

Post 2 (di stamattina, 21 marzo): “Ascolto la diretta di Radio Popolare mentre viaggio in macchina e confermo, come per fortuna ha detto anche qualche ascoltatore, che la giornata di Locri è veramente la sagra dell’ipocrisia: quando la mafia si occupava principalmente di spaccio di eroina lo Stato la aiutava (magari commissionando a qualche fascista l’omicidio di chi faceva controinchiesta sul tema), quando si occupava principalmente di appalti edilizi si voltava dall’altra parte (magari mettendo a palazzo Chigi chi quell’affare dirigeva), ora che lucra sulla schiavizzazione dei migranti al lavoro manda a pestare (se serve a bruciare, li senza la divisa..) chi chiede che quella schiavitù finisca (per non parlare dell’ostinazione nel far girare gli appalti per le opere ingiustificabili e dannose come la TAV, che sotto le coop rosse anche le coop ndranghetine devono mangiare…).

No, cari liberini e boyscout che vi adunate, il nemico lo avete alla vostra testa, e in questo momento siete solo suoi portatori d’acqua.

P.S. io non dimentico chi era davvero il generale Dalla Chiesa … Capito?! Capito cosa spaventa questa gente?
CHI PENSA CON LA PROPRIA TESTA SENZA FARSI INDOTTRINARE
DA CHI NON NE HA I TITOLI.

VEDI: HTTPS://WWW.FACEBOOK.COM/CARLO.PALLAVICINI.3/POSTS/10154815978588429 (nota mia: il post non è visibile il 5 Aprile 2017 dc)

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Qualche riflessione sugli Stati Uniti

In e-mail il 2 Marzo 2017 dc:

Qualche riflessione sugli Stati Uniti

TANTO PER COMINCIARE, è bene precisare che l’elezione di Trump è avvenuta nonostante, in novembre, il voto popolare si fosse espresso a suo svantaggio: 62 contro 65 milioni di voti. La sua vittoria è stata resa possibile grazie all’antiquato Collegio Elettorale per 304 voti contro 227. Questo sistema fu adottato alla fine del Settecento per garantire che i piccoli Stati (in maggior parte agrari e schiavisti) potessero tenere sotto controllo il potere degli Stati a maggiore urbanizzazione industriale. Trump ha perso tutto il Northeast (Stato di New York, Massachusetts, ecc.) e la West Coast (California, ecc.) e ha vinto nella maggior parte degli Stati centrali.

Inoltre, negli USA, ci sono 220 milioni di adulti potenzialmente votanti, tra i quali 90 milioni non hanno votato, a questo proposito vari studi dimostrano che i non-votanti prevalgono nella parte più povera della popolazione e riguardo argomenti specifici (come sanità, welfare, ecc.) sono schierati più a sinistra di entrambi i maggiori partiti, Democratico e Repubblicano. Il non-voto negli USA non esprime solo l’atteggiamento qualunquista (o snob) del “chi se ne frega”, ma è il risultato di una politica consapevole di attacco all’elettorato attivo, a cominciare dagli Stati del Sud. L’eterna “guerra contro la droga” ha criminalizzato e condannato milioni di cittadini (soprattutto nella popolazione di colore) che mai più voteranno, e i governi degli Stati conservatori creano qualsiasi altro genere di impedimento al voto dei poveri, colpendo ovviamente la gente di colore.

Questo è a grandi linee l’aspetto puramente elettorale di ciò che è avvenuto nel novembre 2016. Strettamente in termini di voti, Trump assume il proprio incarico come il presidente degli Stati Uniti più vulnerabile e impopolare, a memoria d’uomo.

Molto più importante era stato il successo di Trump quando si guadagnò il significativo sostegno della classe operaia e dei bianchi poveri, specialmente nel cosiddetto “Rust Bowl”, di quelli che un tempo furono gli Stati industriali: in primis Pennsylvania, Michigan, Wisconsin e Indiana. Trump, il miliardario sopravvissuto a una serie di fallimenti, è riuscito ad assegnarsi il ruolo del candidato “outsider”, “anti-establishment” contro Hillary Clinton, i cui legami con Wall Street non avrebbero mai potuto essere taciuti. Inoltre, la campagna elettorale della Clinton ha intenzionalmente scelto di disprezzare il voto della classe operaia, contando di vincere con il voto delle più benestanti classi alte e medio-alte. Questa strategia le si è ritorta contro alla grande (vedi il brillante articolo The Unnecessariat in https://morecro ws.wordpress.com/2016/05/10/unnecessariat/] sui bianchi poveri nell’America delle campagne e delle small towns, che hanno il più alto tasso di decessi per suicidio, droga e alcol e che vivono proprio nelle contee con la più alta percentuale di voti a favore di Trump.

 

Va notato che la totalità virtuale dei gruppi di potere Repubblicani e Democratici, compresi militari, servizi di intelligence e diplomatici, denunciò Trump prima della sua elezione, molto di più di quanto non fecero i gruppi di potere inglesi quando denunciarono Brexit. Non fece la differenza, servì solo a sottolineare la distanza tra l’intera elite politica (intellettuali e mezzi di comunicazione) e la gente comune. E, come commentò un famoso politico inglese, “La gente comune è nauseata dagli esperti”

La sinistra liberale con la Clinton è stata spazzata via dal razzismo, dalla misoginia, dalla posizione anti-immigranti e anti-Musulmana di Trump, tutto abbastanza verosimile. Ma ignorava il fascino di “classe” falso e distorto di Trump, che attraeva molte persone le quali, condividendo o meno queste opinioni, prestavano ascolto e gravitavano attorno alle promesse di Trump di “ricostruire l’industria americana” e di far tornare al lavoro milioni di lavoratori, attrazione mai esercitata da alcun candidato dei grandi partiti.

Inoltre, ci sono stati importanti esempi come quello della Macomb County, Michigan, alla periferia di Detroit. Era ed è composta da una popolazione di operai bianchi, che già negli anni Ottanta era diventata “Reagan Democrats”, cioè lavoratori che votavano a favore delle promesse di Reagan di “ricostruire l’America” dopo la crisi e la stagnazione degli anni Settanta.

Nel 2008 e nel 2012 la Macomb County aveva votato per Barack Obama, nelle primarie Democratiche del 2016 aveva votato per il populista di sinistra Bernie Sanders e nelle elezioni di novembre ha votato per … Trump. Questo è un fenomeno ben evidente di sinistra volubile e di populismo di destra che segna un ritorno agli anni Sessanta. Scalza qualsiasi analisi semplicistica su una base elettorale di Trump soprattutto razzista, misogina e anti-Musulmana, anche se di fatto potrebbe essere così. Il 53% delle donne e il 30% dei Latinos hanno votato per Trump.

 

È fuor di dubbio che l’ascesa e la vittoria di Trump abbia sguinzagliato vecchi e nuovi fascisti, dal Ku Klux Klan ai cosiddetti “alt right” (Alternative Right = Destra Alternativa) un fenomeno pericoloso e con un certo peso, diffusosi via Internet, ma con relativamente pochi elementi “on the ground” (in campo). Gli episodi di anti-semitismo sono lievitati, come anche gli attacchi ai Musulmani: una moschea in Texas è stata completamente distrutta da un incendio. Gli annunciati piani di Trump di deportare milioni di immigranti illegali hanno gettato nella paura le comunità Latine e Musulmane negli Stati Uniti, compresa la middle-class integrata e con cittadinanza statunitense.

Una volta al potere, Trump ha nominato il governo più di destra della storia degli Stati Uniti, che comprende sette miliardari: un Segretario al Tesoro, Mnuchin, proveniente da Goldman Sachs, specializzato in migliaia di pignoramenti di case durante la crisi del 2008-2009 e negli anni successivi; una Segretaria all’Istruzione, la miliardaria Betty Devos, che desidera privatizzare tutte le scuole pubbliche; un Procuratore Generale, Jeff Sessions, originario dell’Alabama, con un lungo e indiscusso primato in tema di misure legali contro i neri, un Direttore dell’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (Environmental Protection Administration EPA) che pensa che il riscaldamento globale sia una truffa, un Segretario agli Interni che vuole svendere i terreni demaniali, compresi i parchi nazionali, alle società minerarie e petrolifere, un Segretario di Stato, Tillerson, che la lasciato la carica di Ceo in Exxon dopo anni di accordi petroliferi in Russia e legami con Vladimir Putin. E così via. Ci si potrebbe chiedere cosa se ne fa la base operaia di Trump di questo Sabba di apprendisti stregoni, ma la verità potrebbe essere che la gran parte di questi operai non si renda conto di questa brutta “realtà”, essendo loro tele-dipendenti di un canale televisivo spazzatura come Fox News, ammesso che prestino una qualche attenzione alle notizie. Sembra che il bando di Trump contro gli immigrati abbia funzionato molto bene con questa gente.

Nel frattempo. Steve Bannon, appartenente agli “alt-right” e alto consulente di Trump, ex editore del giornale di estrema destra «Breitbart News», si rivela come la figura più potente del cerchio magico di Trump. Ha convocato i responsabili di diversi sindacati di categoria che rappresentano quei lavoratori che beneficeranno più direttamente del piano di Trump di ricostruzione delle infrastrutture, dando così vita, come Mussolini, a una potenziale e particolare base sindacale (corporativa, ndt).

Ciononostante, le prime tre settimane di Trump al potere denunciano un regime cosciente della propria debolezza e impopolarità (i sondaggi di consenso che si attestano intorno al 30% sono i più bassi nella storia dei presidenti appena eletti). Quindi Trump (e Bannon) hanno emesso a getto continuo decreti presidenziali, molti di dubbia legalità, e il più noto è il recente bando sui viaggi e sull’immigrazione da sette Paesi Musulmani (Iraq, Siria, Yemen, Iran, Somalia, Libia e Sudan) che hanno suscitato proteste di massa negli aeroporti di tutto il Paese, richiedendo che alle persone trattenute fosse consentito di entrare negli USA.

Mentre sto scrivendo, il bando è stato dichiarato illegale dalle corti di giustizia, ma rimaniamo in attesa del verdetto finale.

Potremmo concludere, in via provvisoria, con l’ironia Orwelliana della macchina di propaganda non-stop di Trump, iniziando dal flusso quotidiano di “Tweets”, che ha la pretesa di creare “realtà alternative” a quelle riportate dai mezzi di comunicazione che, di recente, Trump ha dichiarato che rappresentino il principale “partito di opposizione” negli USA. Un altro consulente di Trump, Kellyanne Conway, difende apertamente queste “realtà alternative”, tipo quella di Trump, secondo cui nelle elezioni del 2016 hanno votato da tre a cinque milioni di immigranti illegali o che ci sia un legame tra il vaccino contro il morbillo e l’autismo (perché il figlio Barron soffre di una leggera forma di autismo, ndt) e che riscaldamento globale sia una truffa creata dalla Cina per minare l’industria statunitense. Ben prima delle elezioni, si affermava che gli “Stati blu” (democratici) e gli “Stati rossi” (repubblicani) vivessero in realtà digitali separate con poco o nulla in comune. Adesso il regime al potere è apertamente impegnato a creare, laddove sia necessario e utile, “realtà alternative”, tali da far sembrare, in confronto, dilettantesca l’antiquata “Grande Bugia” low-tech di Hitler.

Il punto più vulnerabile di Trump è proprio il suo punto forte ai fini del risultato elettorale: la sua pretesa di offrire quei milioni di posti di lavoro nell’industria e nelle infrastrutture che i suoi sostenitori della classe operaia (i blue-collar) si aspettano. Come già affermato, egli giunge al potere in modo estremamente vulnerabile. Non c’è molto spazio, infatti, nel capitalismo USA per un programma di questo tipo, a causa del noto disavanzo pubblico e non tralasciando la costante automazione dei settori industriali attraverso la robotica. Di fronte a questo “cul de sac”, Trump dovrà creare una cortina di fumo di nuove “realtà alternative” che risulteranno assai illusorie. A quel punto, per scongiurare una ribellione della classe operaia, Trump e Bannon potrebbero essere tentati di creare uno stato di emergenza, basato sullo spauracchio di una guerra apparente (molto probabilmente con la Cina) o su una azione terroristica negli Stati Uniti, della gravità dell’11 settembre. In mancanza, loro stessi ne potrebbero creare una.

Questa crisi determinerà una svolta nell’amministrazione Trump che dipenderà dalla reazione della classe operaia, di colore e bianca.

Loren Goldner, New York, 11 febbraio 2017

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Trump: catastrofe ambientale certa, nucleare probabile

In e-mail l’8 febbraio 2017 dc

Considerazioni Inattuali n.100

La finzione al potere negli Stati Uniti d’America

TRUMP: CATASTROFE AMBIENTALE CERTA, NUCLEARE PROBABILE.

Le lancette dell’orologio del giudizio universale a due minuti e trenta secondi dalla mezzanotte. Prevista per l’autunno una nuova e più grave crisi economica in Europa, ma il Donald dice al nostro presidente pro-tempore del consiglio di “avere a cuore l’Italia”

di Lucio Manisco

Il 28 gennaio del 2016, nove mesi prima delle elezioni americane, avevamo previsto la vittoria di Donald Trump e l’ascesa al potere in Francia di Marine Le Pen (vedi Considerazioni Inattuali n° 85). Auguriamoci che la nostra sfera di cristallo in questo 2017 si dimostri fallace e menzognera perché le nostre previsioni sono più catastrofiche di quelle dello scorso anno, non sono intuitive o basate unicamente su una modesta, quarantennale esperienza giornalistica negli Stati Uniti, ma sono basate sui fatti, sul work on progress della nuova amministrazione che ha assunto i poteri a Washington e sono condivise da osservatori politici, economici e scientifici ben più autorevoli di chi scrive queste note. Quanto segue è un elenco sommario ed incompleto dei fatti, degli sviluppi delle ultime settimane.

          Abbiamo il capo esecutivo della più grande potenza mondiale che ha esteso alla sfera dell’amministrazione della cosa pubblica e della gestione degli affari internazionali gli stessi metodi leciti e più spesso illeciti che gli hanno permesso di accumulare ricchezza come imprenditore immobiliare. Metodi riassumibili nel dogma dilatato, ossessivo e dissennato che la pubblicità è l’anima della politica e la politica è l’anima del commercio. Il commercio come utile personale in violazione del conflitto di interessi, esteso al famigerato uno percento di supermiliardari che fanno parte del suo governo. Il tutto spacciato con il brand trumpista, la marca “America First”, l’interesse esclusivo del popolo che richiama alla memoria l’Italia proletaria e fascista dell’antesignano Benito Mussolini.

          Al metodo e ai suoi traguardi a breve, brevissima scadenza, si aggiungono l’ignoranza delle procedure legislative e costituzionali di una repubblica federale complessa, oligarchica e caratterizzata da formali e carenti osservanze democratiche, una megalomania psicopatologica, razzismo, sessismo, negazione del problema primario del pianeta e cioè il cambiamento climatico, accompagnata da un irresponsabile approccio alla potenza nucleare degli Stati Uniti come surrogato del loro declino imperiale.

          Queste due ultime disastrose, chiamiamole “tendenze” di Donald Trump hanno indotto i premi Nobel del “Bullein of Atomic Scientists” a portare avanti per il 2017 di trenta secondi a due minuti e mezzo dalla mezzanotte le lancette del loro già allarmante “Doomsday Clock”, l’orologio del Giudizio Universale. Condivide il loro parere il linguista del Massachussetts Institute of Tecnology e radicale saggista politico Noam Chomsky che ha scritto sic et simpliciter che Donald Trump rappresenta una minaccia per il genere umano per quanto concerne il cambiamento climatico e una guerra nucleare. Si è trovato in una compagnia a lui sgradita, quella del “New York Times” del 5 febbraio che in un articolo dal titolo “Il dito sul bottone nucleare” ha scritto:”Il signor Trump ha assunto il potere con ben poca conoscenza del vasto arsenale nucleare, dei missili, degli aerei strategici e dei sommergibili che lo compongono. Ha parlato, in termini allarmanti, dell’impiego di queste armi contro i terroristi e di volere incrementare il dispositivo nucleare americano. Ha anche detto di credere nell’alto valore della impredicability, nel presumibile significato di voler mantenere in drammatica tensione altre nazioni sul suo possibile intento di fare ricorso alle armi nucleari….”.

          Due giorni prima lo stesso quotidiano aveva sparato in prima pagina la notizia che il riscaldamento climatico aveva esteso di 27 chilometri, in meno di due mesi, una pre-esistente profonda fessurazione della calotta artica denominata Larsen C; è quindi imminente la separazione di un enorme massa di ghiacci che creeranno nell’Atlantico un iceberg di dimensioni mai prima registrate. L’aumento del livello dei mari sarà sensibile anche se minimo. E c’è anche chi esagera nel blog “Artic News” con un’analisi dal titolo “Estinzione del genere umano entro il 2026?”. Una scadenza decennale viene esclusa dagli scienziati del clima, non altrettanto di una data terminale dei cento anni a cui si arriverebbe per la combinazione di tutti i fattori di inquinamento a cui il neo presidente degli Stati Uniti intende alacremente contribuire con la riapertura di miniere di carbone ed il via libera a due giganteschi oleodotti dal Nord al Sud dell’emisfero nordamericano.

Ma ci sono problemi meno cataclismici ma più immediati che incombono sul mondo industrializzato ed in via di sviluppo. Riguardano la pressoché certa, imminente e grave depressione economica che il protezionismo e le guerre commerciali programmate dal signor Trump colpirà per prima l’Europa, a partire dall’Italia. Ne hanno parlato a porte chiuse ed in pubblico i governanti dell’Unione Europea a Malta e ne hanno parlato in termini duri e sferzanti rivolti al nuovo inquilino della Casa Bianca. Non sembra che il nostro presidente del consiglio si sia unito al coro, concentrando i suoi interventi sulle corresponsabilità europee per i crescenti problemi dell’immigrazione. Sembra comunque che sia stato l’unico a ricevere una telefonata di congratulazioni del Presidente americano che ha proclamato di “avere a cuore l’Italia”. Chi scrive, in quanto italiano, è rimasto turbato dall nozione di occupare una millesimale porzione dell’organo cardiaco di Trump. Se ne dovrebbero preoccupare gli estremisti della destra nostrana, l’allegra brigata dei Salvini & Co., che hanno esultato per la sua vittoria elettorale e dovranno fare ad autunno i conti con un aumento della disoccupazione in Italia. Ma se ne dovranno anche preoccupare quei pochi estremisti dell’estrema sinistra che gioiscono della obsolescenza della NATO proclamata a parole e poi rinnegata dal Donald – un verdetto da noi condiviso prima ancora che l’imprenditore immobiliare abilissimo nel trarre profitti anche dalle sue bancarotte assumesse il potere. Questi saltimbanchi della sinistra, nella definizione di Lenin, ignorano che anche l’amicizia con Putin potrà essere messa da parte nel divide et impera anti Europa del giocatore d’azzardo che occupa la bianca magione di Pennsylvania Avenue.

Lucio Manisco

http://www.luciomanisco.eu

 

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Panegirico sulle religioni

Dal sito Homo Laicus, senza data:

Panegirico sulle religioni

Bangkok

Poiché il cristianesimo (almeno per la sua parte moralistica relativa ai premi e ai castighi) proviene soprattutto dall’orfismo, e siccome questo proviene dal più antico induismo, allora dobbiamo arguire che il cristianesimo è, in un certo senso, figlio dell’induismo, salvo un aspetto di derivazione ebraica. San Paolo, infatti (il vero fondatore del cristianesimo), ha voluto sintetizzare alcuni elementi pagani con altri giudaici, facendo nascere una nuova religione, che non poteva essere accettata né dall’induismo, perché troppo sociale e politicamente impegnata, né dall’ebraismo, perché troppo mistica e filosoficamente idealistica.

Ora però bisognerebbe cercare di capire quali aspetti prevalgono nel cristianesimo: quelli induisti o quelli ebraici? Un dio uno e trino, con tanto di angeli e santi, sembra provenire di più dall’induismo. Anche il concetto di “resurrezione” sembra essere una variante di quello induistico di “reincarnazione”.

Probabilmente il cristianesimo ha preso dall’ebraismo non tanto i contenuti religiosi quanto piuttosto un certo modo (collettivistico) di viverli. Forse il contenuto che maggiormente distingue il cristianesimo dall’induismo (ma anche dall’ebraismo) è relativo al fatto che si è voluto trasformare un uomo in un dio, in via assolutamente esclusiva, come mai a nessun altro uomo potrebbe accadere.

Naturalmente anche nelle religioni pagane esistono figure che muoiono e risorgono, ma nel cristianesimo sono troppi gli elementi realistici per poter sostenere che la figura di Cristo sia interamente mitica. Gli aspetti sovrannaturali si mescolano con quelli storici, al punto che ancora oggi tanti credenti non osano metterli in dubbio. Infatti coi vangeli non si è tanto in presenza di una palese falsificazione o di una mera invenzione dei fatti, quanto piuttosto di una sorta di mistificazione, cioè di un’interpretazione distorta, capziosa o tendenziosa, che è qualcosa di più sofisticato.

Forse però la vera novità del cristianesimo sta sul piano del metodo, dove il debito nei confronti dell’ebraismo è più evidente.

Per “metodo” bisogna intendere varie cose: 1) l’organizzazione ecclesiastica, che ha elementi gerarchici e collegiali (là dove prevalgono i primi si ha il cattolicesimo-romano; là dove i secondi si ha l’ortodossia greco-slava); 2) la capacità di unire in maniera molto stretta la teologia al diritto, o comunque gli aspetti religiosi a quelli civili (cosa che anche nell’islam è molto evidente): non a caso ebraismo, cristianesimo e islam vengono definite “religioni del libro”; 3) la volontà di diffondere il proprio credo a livello universale (cosa che agli ebrei non è però riuscita a motivo dell’eccessiva importanza che attribuiscono alla loro origine biologica, dovuta al sangue materno): gli ebrei si sono diffusi nel pianeta non per loro volontà ma perché costretti da circostanze esterne (guerre, persecuzioni ecc.). Se dipendesse da loro, vivrebbero tutti in Palestina, ammesso e non concesso che siano ancora credenti e praticanti.

Cattolicesimo, Ortodossia ed Ebraismo credono molto nello spirito collettivo della loro religione. Per i cattolici c’è collegialità là dove c’è gerarchia (il papismo); per gli ortodossi là dove una determinata nazione lì riconosce come religione dominante o prevalente; e, in ogni caso, anche se non possono far coincidere la loro fede con quella di una nazione, ritengono che la vera collegialità possa esprimersi soprattutto a livello locale, attorno alla figura del vescovo e del presbitero.

I protestanti sono invece una categoria a parte di cristiani. Da un lato, infatti, risultano essere molto individualisti, in quanto divisi in una miriade di sette; dall’altro sono quelli che presumono di studiare in maniera scientifica le Sacre Scritture, giungendo, spesso e volentieri, a formulare tesi vicine all’ateismo o all’agnosticismo.

Anche gli islamici sono molto nazionalistici e collettivistici e non sopportano granché la libertà di coscienza in materia di religione. Tuttavia la loro fede è piuttosto formale: si basa su poche e semplici regole e non ha mai prodotto una teologia sofisticata (quando l’ha fatto, con Avicenna e Averroè, p.es., l’hanno considerata un fenomeno marginale da ostacolare).

Hanno però il pregio di adeguarsi a qualunque sistema sociale (meglio se non di tipo capitalistico avanzato), anche se l’integrazione, in realtà, sembra essere solo apparente. Quando vengono nei paesi occidentali, gli islamici o smettono d’essere dei veri “credenti”, oppure si chiudono a riccio, covando dentro di loro un risentimento mai risolto. Non a caso usano la loro religione in chiave anticapitalistica o antioccidentale. Questo perché si sentono “colonizzati”.

Generalmente infatti provengono da contesti e culture pre-capitalistici, dove l’islam ha potuto attecchire proprio a motivo della sua semplicità (che spesso sconfina nello schematismo). Il loro senso della democrazia non gli proviene tanto da questa religione, quanto dal fatto che sono riusciti a innestarla in comunità pre-borghesi, le quali però han dovuto subire il colonialismo e l’imperialismo occidentali, sin dai tempi delle crociate.

Una delle contraddizioni maggiori di questa religione è che, da un lato, danno grande importanza alla famiglia, mentre dall’altro tendono a discriminare le donne, a motivo delle concezioni moralistiche in campo sessuale (simili, peraltro, a quelle che avevano i cattolici medievali o i puritani inglesi).

Considerato astrattamente, per quello che è, il cristianesimo non ha nulla da imparare da ebraismo, islam e indo-buddismo. Queste tre religioni, infatti, o sono troppo formali, o troppo individualistiche, o troppo relativistiche, o troppo fanatiche. È vero, il cristianesimo è anche tutto questo, ma non lo è mai “troppo”, proprio perché sa convivere tranquillamente con qualunque forma di sistema sociale, e lo dimostra anche quando assume un atteggiamento contestativo. Esso ritrova la sua forza là dove sembrava averla perduta. È riuscito, p.es., a lottare contro il socialismo statale, uscendone indenne. Fa capire al capitalismo che non apprezza né la logica del profitto, né la devastazione ambientale, né le sperimentazioni scientifiche che non tengono conto di alcun principio morale.

I fatti han dimostrato che non si supera il cristianesimo col semplice ateismo. Lo stesso capitalismo ha capito che è meglio averlo per alleato che nemico. Oggi in occidente nessuno si farebbe uccidere per sostenere un’idea cristiana. Questo perché sono gli stessi Stati, con la loro ideologia politica e giuridica, a darsi, in forma laicizzata, una patente di legittimità cristiana. Oggi, in nome dei diritti umani, si bombardano gli Stati che non li rispettano, e gli statisti che lo fanno non mancano d’invocare la protezione divina sui loro paesi e non smettono di cercare il consenso delle loro chiese cristiane.

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Tsipras e il governo Syriza secondo Paolo Ferrero

In e-mail il 19 Febbraio 2017 dc:

Tsipras e il governo Syriza secondo Paolo Ferrero

La solidarietà di Ferrero a Tsipras è la dimostrazione della comune natura traditrice dei riformisti

18 Febbraio 2017

«Tsipras non ha mai tradito», ha dichiarato testualmente Paolo Ferrero in una recente intervista a il Manifesto. È la confermata fedeltà del gruppo dirigente del Partito della Rifondazione Comunista a quella Sinistra Europea che ha assunto Tsipras come propria bandiera.

Eppure la drammatica esperienza del governo Tsipras mostra una realtà capovolta. A due anni dalla sua formazione, a un anno e mezzo dalla sua capitolazione alla troika, il governo Syriza-Anel sta macinando giorno dopo giorno le peggiori politiche di rapina del capitale finanziario sulla pelle dei lavoratori greci. Come era facile prevedere, il memorandum del luglio 2015 si è rivelato un cappio al collo sempre più stretto per la popolazione povera.

L’impegno ad onorare il pagamento del debito pubblico, in perfetta continuità con i governi precedenti, fa del governo Tsipras l’agenzia dei creditori della Grecia. Questi creditori hanno nome e cognome: sono in misura preponderante gli Stati imperialisti europei. La Germania detiene 60 miliardi del debito greco, la Francia 46 miliardi, l’Italia 40 miliardi. I 326 miliardi versati complessivamente dalla troika alla Grecia servono a riempire casse e portafogli di questi famelici creditori attraverso il pagamento di debito e interessi. Nel frattempo il debito pubblico greco è ormai salito a 180% del prodotto lordo (e secondo il FMI è destinato a crescere sino al 275% entro il 2060!).

Sulla Grecia si scaricano anche le contraddizioni interne al campo dei creditori. Il FMI dichiara da tempo che il debito greco è ormai «insostenibile», e propone a UE e BCE una sua ristrutturazione (cancellazione dei crediti inesigibili in cambio di una stretta ulteriore del rigore). Ma gli Stati europei creditori (Germania, Francia, Italia) non hanno alcuna intenzione di tagliare le proprie quote di credito, a detrimento delle proprie casse e delle proprie banche, tanto più alla vigilia di elezioni politiche interne delicatissime. Al tempo stesso sono terrorizzati dall’idea che il FMI possa lasciarli soli sul fronte greco. Ecco allora la “soluzione”. Per mostrare al FMI che il debito pubblico greco è nonostante tutto rimborsabile, chiedono a Tsipras un supplemento di rapina: gli chiedono di portare l’avanzo primario (il rapporto tra entrate e uscite al netto degli interessi sul debito) al 3,7% del prodotto lordo, a fronte di una economia che nel 2016 è “cresciuta” dello 0,3%. Come? Attraverso altri quattro miliardi di tagli sociali (ancora sulle pensioni) e di tasse sui consumi (a scapito dei salari). Nei fatti chiedono un nuovo colpo alle masse popolari, già stremate da sacrifici senza fine.

E Tsipras? Tsipras obbedisce, negoziando come sempre il piano degli strozzini. Certo, lamenta che «si sta giocando col fuoco». Ma solo per ricordare ai creditori che è nel loro interesse che il debitore non tiri le cuoia. È un punto sensibile. Tsipras governa ormai con una maggioranza parlamentare di soli tre voti di scarto. I sondaggi danno Syriza al 17%, un consenso più che dimezzato dopo un anno e mezzo di gestione dell’austerità. La destra di Nuova Democrazia, attorno al suo nuovo leader Kyriakos Mitsotakis, è data al 34%, misura di una ripresa rapidissima grazie alla capitalizzazione reazionaria del malcontento sociale, mentre Alba Dorata spera di incassare l’onda del lepenismo francese. All’interno di Syriza e dei suoi gruppi parlamentari lo spettro di una disfatta annunciata apre manovre e conflitti.

Tsipras cerca disperatamente di sfuggire al disastro della propria esperienza politica.

Supplica i creditori di rinnovargli fiducia dopo la dimostrazione eroica di fedeltà alla troika. Usa la svolta Trump per rammentare al governo tedesco che è suo interesse salvaguardare l’unità della UE contro le spinte nazionaliste e protezioniste. Si offre come cortigiano delle socialdemocrazie europee, per cercare di incassarne benemerenze e favori. Chiede insomma al capitale finanziario e ai suoi governi di lasciargli uno spazio residuo di sopravvivenza.
Di certo, conferma anche per questa via di aver rotto da tempo con quella base di massa, giovanile e proletaria, che due anni fa ne aveva sospinto l’ascesa e che il governo ha svenduto alla troika.

Il fatto che Paolo Ferrero – ex ministro di un imperialismo creditore – continui inossidabile a garantire per Tsipras, conferma solamente la solidarietà dei riformismi al di là delle frontiere, attorno al proprio unico motto comune: dalla parte della borghesia, ieri, oggi, domani.

Partito Comunista dei Lavoratori

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