INPS: parlarne male è come sparare sulla Croce Rossa…

Non posso più tacere sull’inefficienza di questi signori. Esperienza personale, ottobre 2017 dc

INPS: parlarne male è come sparare sulla Croce Rossa…

di Jàdawin di Atheia

Sono pensionato, e quindi è abbastanza frequente che entri nel sito dell’Inps: lo facevo anche quando lavoravo.

Solo per la consultazione avevo ottenuto il Pin di 16 cifre poi, seguendo la procedura, ho ottenuto il Pin Dispositivo, di 8 caratteri, con cui si hanno più possibilità nel sito.

Il sito era pessimo: confuso, illogico, caotico. Tra il 2016 dc e il 2017 dc ne hanno tanto strombazzato il rifacimento in meglio, ma le attese sono state superiori al concreto miglioramento.

Nel frattempo ho ottenuto lo SPID-Servizio Pubblico Identità Digitale, tramite Poste Italiane. E ho utilizzato anche questo servizio, che potrebbe essere comunque migliorato.

Per entrare in My INPS ci sono dunque tre possibilità: con il PIN, e la maschera che si apre recita “Per l’accesso ai servizi online è necessario il possesso di un codice PIN rilasciato dall’INPS oppure di una identità SPID o di una Carta Nazionale dei Servizi (CNS).” Ritengo di conoscere abbastanza bene l’italiano: queste tre modalità sembrerebbero dunque ALTERNATIVE tra loro. Una, o l’altra, o l’altra ancora. La seconda modalità è dunque lo SPID, e la terza è la Carta Nazionale dei Servizi, ma questo sistema è più complicato perché devi avere il lettore di smart card collegato e i driver dello stesso nel pc.

Qualche mese fa, per stampare il listino della pensione (o, meglio, dell’isopensione, vedi Articolo 4 della cosiddetta Legge Fornero) netro digitando il Pin ma mi compare un errore che, come al solito, dice che la Userid o la password sono errate (senza ovviamente sfruttare la teconologia che è in grado di dire quale delle due digitazioni è errata). Non sono stato ad indagare, e sono entrato con lo SPID.

La stessa cosa è successa in ottobre 2017 dc: ho ottenuto quello che volevo con lo SPID ma ho voluto chiedere al tanto pubblicizzato servizio INPS risponde l’informazione definitiva.

Le risposte arrivano in e-mail.

Leggete bene da qui in poi: io ho fatto questa domanda:

“AVEVO UN PIN PER ACCESSO A INPS, DIVENTATO PIN DISPOSITIVO. HO POI ATTIVATO LO SPID TRAMITE POSTE.IT DAL 19/04/2016, DA ALLORA NON RIESCO A ENTRARE IN INPS COL PIN DISPOSTIVO (RICEVO UN MESSAGGIO DI ERRORE DELLO USERID O DEL PIN!), MA SOLO CON LO SPID. IL PROBLEMA È CHE NON HO LETTO DA NESSUNA PARTE CHE, EVENTUALMENTE, L’ACCESSO CON LO SPID “ANNULLA” L’ACCESSO CON IL PIN DISPOSITIVO, MI POTETE CHIARIRE QUESTO PUNTO? GRAZIE”. (Nota bene, io ho scritto in minuscolo, l’orrendo tutto maiuscolo lo hanno trasformato loro)

Con un po’ di attenzione si dovrebbe capire che la domanda è: ora che ho lo SPID per entrare in INPS non serve più il PIN, che mi da infatti errore?

I genii dell’INPS mi hanno così risposto:

“Gli utenti già in possesso di un PIN possono accedere a tutti i servizi loro autorizzati anche con le credenziali SPID.”

I commenti li lascio a voi……

 

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Perché è corretto dare dell’ignorante

Sottoscrivo pienamente e pubblico contemporaneamente anche sul mio sito www.jadawin.info, su Hic Rhodus il 28 Giugno 2017 dc:

Perché è corretto dare dell’ignorante

di SignorSpok

Siamo talmente abituati ai benefici della civiltà da aver permesso a troppi di dimenticare da quanta conoscenza e disciplina essi dipendano. Si, la vita lunga, le cure mediche, l’acqua corrente, gli antibiotici, le auto, i viaggi intercontinentali, internet, la conoscenza disponibile gratis e persino i giochi sulle playstation: tutto questo è costato moltissimo alle migliori menti delle generazioni passate, ma sempre più persone non sanno o peggio combattono attivamente la conoscenza che gli permette di vivere, consentitemi l’espressione, molto al di sopra delle loro possibilità.

Per quale motivo? Perché la narrazione, ideologizzata e politicizzata, della realtà ha preso il posto della realtà stessa. Ce ne siamo occupati, en passant, 3 anni fa qui.

Da allora la situazione è molto peggiorata. I politici hanno spinto a fondo sulla ignoranza delle persone per presentare problemi (e non soluzioni) unicamente a fini di catturare un consenso ignorante (lo hanno fatto tutti, purtroppo, anche se ai vertici di questa pratica criminale ci sono M5S, Lega e partitini di estrema destra e sinistra). I cittadini hanno mostrato tutta la loro ignoranza (o mancanza di indignazione per l’ignoranza) nella vicenda dei vaccini. Si sono lette considerazioni fatte seriamente e lasciate pubbliche tali da far pensare che le persone che le hanno fatte dovrebbero, a tutela loro, ma soprattutto dei loro figli e della società, essere messe in condizioni di non nuocere a sè e agli altri (è recente un ottimo post di Burioni che pone le discussioni in proposito nella luce corretta, e un altro ottimo di MedBunker che tratta il tema delle bugie e della “libertà”).

Bene, è ora di dire esplicitamente che non esiste alcun diritto associato alla libertà di essere ignoranti. Ovvero, tu puoi essere ignorante a piacere, ma la conseguenza è che della tua opinione non si deve tener alcun conto, mai.

Non è democratico? C’è un problema. Ciò che è vero o falso non lo decide la gente, ma la scienza, con il metodo scientifico. Ci fosse una maggioranza schiacciante a decidere che la peste bubbonica rafforza il sistema immunitario, la peste bubbonica rimarrebbe una malattia spiacevolmente mortale. Ci fosse una maggioranza schiacciante che non capisce, o semplicemente nega (come oggi va di moda) i dati associati al cambiamento climatico, questa gente verrà lo stesso sgombrata da dove abita quando le conseguenze dello stesso devasteranno i luoghi dove abitano. Perché i fatti hanno la piacevolissima abitudine di fregarsene di quello che la gente CREDE: vanno avanti indifferenti nella loro realtà FISICA.

Veniamo dunque al punto centrale del problema. Esiste un diritto a fare del male agli altri e alla società nella quale si vive e della quale si godono i benefici perché si è ignoranti? Bene, la risposta è NO. Se sei ignorante, non hai alcun diritto di pensare che quello che ritieni giusto debba essere imposto agli altri, né che tu debba essere libero da vincoli per il fatto di godere di benefici che la tua ignoranza non comprende da dove vengano. Non si lede alcuna tua libertà semplicemente dandoti dell’ignorante: si enuncia un dato di fatto. È un orrendo residuo culturale della demagogia ideologica anni ’70 e decenni seguenti della sinistra, ripreso poi negli anni ’90 dalla destra e ora del M5S quello di disprezzare il sapere (i “professoroni”).

Dobbiamo quindi essere preda dei voleri di elite di “intellettuali” che non capiscono i bisogni della società civile (che orrore, magari borghesi)? E chi ci dice che faranno le cose giuste per noi? (questa domanda è deliziosa: suppone che “noi”, ignoranti, si sappia quali siano le cose giuste per “noi”, anzi si pretenda di imporle agli altri). Per finire, giustamente, come gli abitanti dell’isola di Pasqua: estinti. Molto interessante, anche nella sua conclusione, questo articolo di Jared Diamond).

C’è un modo sicuro per non essere preda di nessuno: studiare. Maggiore è la propria competenza, maggiore è la probabilità di capire, se non il sapere specialistico soggiacente ad una soluzione, l’evidenza della efficacia della soluzione e gli imbrogli evidenti presenti nelle “soluzioni alternative” (anche, qui, un termine vergognoso, coltivato dai giornalisti (una categoria tra le più ignoranti e prive di dignità: non esistono le “soluzioni alternative”, esistono risposte sbagliate, oppure opinioni non provate di una minoranza estrema di persone, senza alcuna dignità di rappresentanza equivalente o, infine, argomenti nei quali il dibattito scientifico è ancora aperto. Qualcuno, ovviamente non in Italia, comincia a porsi il problema).

Ma, si dirà, nessuno è in grado di avere conoscenza approfondita delle decine di materie necessarie per comprendere se un argomento è stato correttamente delineato dalla scienza. Questo è un punto centrale, quindi spendiamoci qualche parola. Proprio perché non si sta parlando di calcio (che sebbene sia uno sport non completamente banale, è oggetto di opinioni da parte di chiunque se ne occupi), gli argomenti davvero complessi sono fuori della portata di grandissima parte della popolazione. Questo significa che l’opinione di questa parte della popolazione non conta molto, anzi non conta affatto, ma NON significa che non si possano fare domande (una ottima iniziativa è quella del CICAP) ma attenzione: si deve essere in grado di riconoscere la validità delle prove, quindi, se un ignorante dice “per me queste non sono prove”, non esprime una opinione sensata, dice semplicemente che lui è troppo ignorante per capire anche il significato delle prove stesse. È una posizione, ahi lui, che va semplicemente ignorata, proprio al fine di proteggere lui stesso, e la società che lo mantiene in vita, dalla sua ignoranza.

Ma, si dirà, oggi le persone sono straordinariamente meno ignoranti del passato, grazie alla scuola dell’obbligo e alla percentuale dei laureati. Una considerazione così, senza pesarla, è molto pericolosa, per due motivi. Il primo è che il livello di conoscenze che oggi supporta il nostro livello di vita è straordinariamente più elevato che in passato (per fortuna), direi molto più elevato di quello medio molto stentatamente elargito dalla scuola post sessantottina, nella quale sono “todos caballeros”. Il secondo è che, grazie all’internet, ovvero proprio a una conquista della scienza, l’influenza degli ignoranti è enormemente aumentata, tanto che oggi spesso non sono gli ignoranti a dover giustificare la loro ignoranza, ma gli esperti a dover rispondere agli attacchi degli ignoranti.

Che i laureati abbiano poi le conoscenze adatte per discernere il vero dal falso in argomenti complessi è da dimostrare. La percentuale di laureati nella materie STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) è sempre stata molto bassa in Italia (una nazione dove ancora si fa la distinzione tra cultura e scienza, come se fosse possibile essere colti essendo delle perfette capre in scienze), all’interno di una situazione sociale dove i laureati tout court sono in larghissima minoranza rispetto ad equivalenti Paesi europei.

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Il futuro ci mostra un Paese inesistente dal punto di vista della comprensione e gestione dei fenomeni complessi, destinato quindi alla deriva, preda della disinformazione (la quale, attenzione, è molto ben gestita da gente molto preparata, volta ad usarla per i propri fini: un magnifico complotto):

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Cosa dobbiamo dedurne? Che è importante, sempre ed in ogni modo possibile, quando incontriamo un ignorante, fargli/le capire che lo è. “Lei è un ignorante” non è un insulto. È una necessaria forma di censura sociale, al fine di salvare la società stessa dai disastri che gli ignoranti vogliono. Non perché siano cattivi, proletari, sfortunati, onesti, etc.: perché sono ignoranti, e membri del più grande complotto contro la razza umana mai esistito. Essendo ignoranti, non sanno neppure questo.

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Sulla Catalogna

In e-mail il 30 Ottobre 2017 dc:

Comunicato congiunto di CNT, CGT e Solidaridad Obrera sulla situazione in Catalogna

Le organizzazioni sottoscritte, in qualità di sindacati a livello nazionale, condividono la stessa preoccupazione per la situazione in Catalogna, per la repressione che lo Stato ha scatenato, per la riduzione dei diritti e delle libertà che questo presuppone e paventa e per l’aumento di un nazionalismo rancido che si ripropone in gran parte dello Stato spagnolo.

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Noi difendiamo l’emancipazione di tutti i lavoratori della Catalogna e nel resto del mondo. Forse, in questo contesto, è necessario ricordare che noi non intendiamo il diritto all’autodeterminazione in modo statalista, come proclamano i partiti e le associazioni nazionalisti, bensì come diritto all’autogestione della nostra classe in un determinato territorio. In questo senso, l’autodeterminazione si realizza più attraverso il controllo della produzione e del consumo da parte dei lavoratori e di una democrazia diretta dal basso verso l’alto, organizzata secondo principi federalisti, piuttosto che con l’istituzione di una nuova frontiera o con la creazione di un nuovo Stato.

Come internazionalisti, sappiamo che la solidarietà tra i lavoratori non deve limitarsi ai confini nazionali, per cui ci importa poco dove questi vengono tracciati. Ciò che ci sembra molto preoccupante è la reazione che si sta vivendo in molte parti del resto dello Stato, con l’esaltazione di uno spagnolismo rancido, che ricorda per lo più epoche passate, coccolato da parte dei media e in sintonia con la deriva autoritaria del governo, viatico per l’imprigionamento di persone accusate di aver convocato atti di disobbedienza o per l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione. Siamo consapevoli che questa epidemia nazionalista pone le basi per ulteriori tagli dei diritti e delle libertà, contro cui dobbiamo agire in modo preventivo. L’asfissiante unità delle cosiddette “forze democratiche” per giustificare la repressione, fa presagire un quadro desolante per tutte le dissidenze future. Sembra che il regime post-franchista che ci governa da 40 anni, serrerà i ranghi per garantire la sua continuità.

Questo regime, che è esistito ed esiste in Catalogna e nel resto della Spagna, ritiene che sia in gioco la sua sopravvivenza. Ampiamente messo in discussione e immerso in una profonda crisi di legittimità, questo regime è allarmato all’accumularsi di fronti aperti. La minaccia per l’integrità territoriale dello Stato si aggiunge agli scandali di corruzione, al discredito della monarchia, alla questione dei salvataggi finanziari e dei tagli che sono stati imposti alla popolazione, al malcontento per la schiavitù nei luoghi di lavoro derivata dalle recenti riforme del lavoro, allungando l’età pensionabile e tagliando gli assegni pensionistici, ecc … Gli appelli continui per difendere la Costituzione devono essere intesi come rintocchi di campane per affrontare questa vera e propria crisi esistenziale in cui versa il regime. Il pericolo è che in questo processo si legittimo e diventino normalità i comportamenti repressivi come quelli recentemente osservati in molte città catalane. O peggio.

Ovviamente non sappiamo in quale senso evolveranno gli eventi. Rimarremo attenti a ciò che succede, pronti a difendere gli interessi dei lavoratori in tutto lo Stato. Ci opporremo con tutte le nostre forze alla repressione e alla legittimazione, già in atto, delle manifestazioni della destra radicale. Naturalmente, non ci metteremo al servizio delle strategie dei partiti politici i cui obiettivi ci sono estranei. Allo stesso tempo, non smetteremo di incoraggiare le mobilitazioni della classe lavoratrice quando è essa stessa a decidere, infine, è il momento di scrollarsi di dosso la dittatura di élite politiche ed economiche che da troppo tempo gestiscono il controllo del territorio per servire esclusivamente i propri interessi. Come sindacati di classe combattivi e libertari saremo nelle strade, nelle mobilitazioni, come abbiamo dimostrato in molte occasioni, contro la repressione, per i diritti e per le libertà, contro i tagli e contro la corruzione.

La crisi catalana può essere il punto di volta di un modello di stato morente. Se questo cambiamento andrà in una certa direzione o in un’altra dipenderà dalla nostra capacità, come classe, di portare il processo in atto nella direzione opposta alla repressione e alla crescita dei nazionalismi. Speriamo che il risultato finale sia più libertà e più diritti e non viceversa. La posta in gioco è alta.

PER I DIRITTI E PER LE LIBERTA’! NO ALLA REPRESSIONE CONTRO LE CLASSI LAVORATRICI!

CGT – Solidaridad Obrera – CNT
(traduzione a cura di Alternativa Libertaria/fdca – Ufficio Relazioni Internzionali)
Link esterno: http://cnt.es/noticias/comunicado-conjunto-de-cnt-cgt-y…lunya

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Lettera di un italiano in Svizzera

In e-mail il 17 Ottobre 2017 dc:

Lettera di un italiano in Svizzera

Sono un italiano: fin qui, nessuna colpa.

Appartengono alla “classe 1984”: nemmeno questa una colpa. Una “sfiga” forse si: quella di appartenere ad una generazione di mezzo, quella generazione “Y” nata a cavallo tra gli anni ’80 e ‘90, né “figli dei fiori” (per lo più “figli di papà” in lotta per superbi ideali, almeno finchè non entrati in banca o ottenuto un posto fisso), né figli della globalizzazione (svezzati a pane e smartphone e quanto mai “cittadini del mondo”). Una generazione “ibrida” cresciuta in un mondo jurassico ormai estinto, dopato da un benessere diffuso e indottrinato dal mito della crescita felice.

“Studia e farai strada”, dicevano in tanti: “una laurea in Legge è meglio di un’assicurazione sulla vita”, aggiungevano altri. Ed eccomi qui, a 33 anni, crocifisso dal mercato del lavoro, con una Laurea (cum Laude) in tasca e tanti sogni in un cassetto che non si aprirà mai… Il miraggio resta sempre lo stesso: né la fama, né il successo, né la ricchezza, nemmeno il famigerato “posto fisso”… Semplicemente un lavoro, un dignitosissimo lavoro, che consenta finalmente di esclamare: “ce l’ho fatta!”.

Una doverosa puntualizzazione (per tutti i tastieristi seriali pronti a sparare giudizi come sentenze): non datemi del “choosy” o “kippers” o “neet”, per favore! In primis, perchè odio l’esterofilia imperante: quantomeno usate un epiteto nostrano (“sfaticato”, “fannullone”…); in secundis, poichè non mi sono di certo adagiato sugli allori. La laurea è stata un traguardo raggiunto dopo anni di fuori corso, ma al prezzo di mantenersi a tutti i costi da solo, alternando lavoretti in nero e tirocini “aggratis” (anzi, a proprie spese): per definire al meglio la mia posizione, conierei il neologismo di “diversamente occupato”!

Dimenticavo: oltre ad esser figlio degli anni ’80, sono un figlio del Sud, la medaglia al petto di “sfigato”, dunque, me la sono meritatamente conquistata! Cosa vuol dire, per un giovane – non raccomandato e senza un’impresa di famiglia alle spalle – cercare lavoro al Sud? Il più delle volte un gioco al lotto: con la differenza, in questo caso, di giocare sulla propria pelle!

Arrivati al primo bivio della propria vita (i trent’anni), così, è facile voltarsi indietro ed accorgersi di aver sprecato i propri anni migliori tra cumuli di libri e lavoretti eternamente precari, temporanei, a scadenza… Il prezzo necessario da pagare per non essere scavalcati da chi gioca al rialzo nella disperazione!

Si superano i trent’anni, poi, e si scopre d’improvviso di esser troppo presto invecchiati per il mondo del lavoro: bonus a go-go per l’assunzione di under-29, con buona pace per chi non è né tanto giovane né tanto vecchio!

Allora ci si ributta nuovamente a capofitto negli studi, preparandosi per un concorso pubblico. Peccato che, eliminati tutti quelli per i quali vige il solito dolente limite d’età, di corposi ne restano ben pochi. E quando per mesi ti prepari per uno dei pochi concorsi a cui aspirare (si veda quello per Assistenti Giudiziari), ti ritrovi a tirare le somme con altri 300 mila candidati per poche centinaia di posti!

Giunge inesorabile, così, il momento di pensare alla fuga, a scappare all’estero! Quale meta migliore della vicinissima Svizzera (e dell’italianissimo Canton Ticino)? Ripensi ai tanti che ce l’hanno fatta, trovando la loro fortuna tra la Svizzera, il Belgio e la Germania, e molli tutto – gli affetti e le amicizie di una vita – per partire, pronto a sfidare la sorte per un tozzo di pane.

Passano i mesi, e ti rendi però conto che il Paradiso non è di questa Terra… Cerchi un lavoro attinente ai tuoi studi? Ben presto ti accorgi che qui la tua laurea è fondamentalmente “carta straccia”! Cerchi un qualsiasi lavoro, pur umilissimo, che ti permetta di vivere dignitosamente? Nella migliore delle ipotesi, qualora non si richieda il Tedesco Madrelingua (un’oscenità per qualsiasi italiano medio!), o uno dei tanti attestati federali immaginabili (anche per un posto di lavapiatti!) o un permesso di soggiorno (un miraggio senza prima un contratto in mano…), ti rispondono: “ma lei è sprecato per questa posizione…”.

Col morale a terra, continui ancora a cercare la tua strada, tra cartelloni pubblicitari che raffigurano gli italiani come “ratti” e, un po’ ovunque, giornali che sfoggiano titoli a tutta pagina del tipo “Costretti ad emigrare!” (riferiti, stavolta, ai Ticinesi, a causa dell’immigrazione italiana).

Sconfortato, sull’orlo di una crisi di nervi, chiudi gli occhi, e ti accorgi di vivere con un pugno di mosche in mano… ma un tesoro inestimabile attorno: la tua Famiglia, gli affetti più cari, sempre al tuo fianco, comunque pronti a sorreggerti. Ed è in questi momenti che un dilemma, come una preghiera, ti scuote brutalmente la coscienza: si può certamente vivere “per” la Famiglia, ma fin quando si può sopravvivere “di” Famiglia???

G.S. (Un italiano in Svizzera)

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L’assassinio della storia

In e-mail il 4 Ottobre 2017 dc:

Considerazioni Inattuali n°107

25 Settembre 2017

PREMESSA

A proposito di fake news. Un esempio chiaro viene fornito in questi giorni negli Stati Uniti d’America da “La Guerra in Vietnam”, un documentario “kolossal” di 17 ore prodotto dalla rete PBS. Ne abbiamo seguito “on line” le prime due puntate e ci sono bastate. Per chi come noi ha seguito da vicino o da lontano questa violenta e barbarica guerra di aggressione l’indignazione per le mistificazioni, le ipocrisie, le omissioni e i furti di verità è stata o dovrebbe essere unanime. Di questa indignazione si è fatto ammirevole e documentato portavoce John Pilger, famoso nel mondo per le inchieste, i libri, i veri documentari sulle crisi mondiali degli ultimi 50 anni. Segue la traduzione dell’articolo di John Pilger sul tema apparso sulla rete “Counterpunch” il 22 settembre u.s..

Lucio Manisco

L’assassinio della storia

di John Pilger

Uno degli “eventi” più pubblicizzati della televisione americana, “La Guerra del Vietnam”, ha preso il via sulla “Public Broadcasting System”, registi e conduttori Ken Burns e Lynn Novick. Acclamato per i suoi documentari sulla Guerra Civile, la Grande Depressione e la Storia del Jazz, Burns dice di questi suoi filmati sul Vietnam: ”Ispireranno il nostro Paese a discutere e pensare sulla guerra del Vietnam da una prospettiva del tutto nuova”.

In una società spesso privata di memoria storica e schiava della propaganda sul suo “eccezionalismo”, la “prospettiva del tutto nuova sulla guerra del Vietnam” viene presentata come “un’opera epica, storica”. L’imponente campagna pubblicitaria elogia la sua principale finanziatrice, la Banca d’America, la cui sede nel 1971 venne incendiata dagli studenti di Santa Barbara in California come simbolo emblematico della detestata guerra del Vietnam. Burns professa la sua gratitudine “all’intera famiglia della Banca d’America” che “da molto tempo sostiene la causa dei reduci di guerra nel nostro Paese”.

La Banca d’America ha in realtà fornito un sostegno corporativo ad un’invasione che ha provocato la morte di qualcosa come quattro milioni di vietnamiti e devastato ed avvelenato una terra una volta bella. Più di 58.000 i caduti tra i soldati americani e si stima che un numero pressocché uguale di essi si siano suicidati.

Ho visto a New York la prima puntata. Sin dall’inizio non vi lascia alcun dubbio sui suoi intenti. La narrativa esplicita che “la guerra venne varata in buona fede da personaggi onesti sulla base di fatali malintesi, un’esagerata sicumera americana, una generica incomprensione della guerra fredda. La disonestà di queste asserzioni non deve suscitare sorpresa. La cinica fabbricazione di falsi vessilli che portò all’invasione è ormai basata su inoppugnabili documenti. L’”incidente” del Golfo del Tonkino del 1964 – che Burns sostiene sia realmente accaduto – è un esempio indicativo. Le menzogne pullulano in un enorme numero di documenti ufficiali, prime tra tutte le Carte del Pentagono che il grande denunziatore dei misfatti governativi Daniel Ellesberg rese di pubblica ragione nel 1971.

Non c’è mai stata buona fede. La fede è stata sempre marcia e cancerogena. Per me – come dovrebbe essere per molti americani – è molto difficile seguire nel filmato il cumolo di mappe sul “pericolo rosso”, incomprensibili intervistatori, inetti tagli ai materiali di archivio e le disconnesse sequenze dei combattimenti.

Nella serie dei comunicati stampa in Inghilterra – la BBC trasmetterà l’opera – non vengono menzionati i morti vietnamiti, ma solo quelli americani. “Stiamo solo cercando un qualche significato in questa terribile tragedia” è il commento di Novick. Che conclusione dopo un’autopsia! Tutto ciò apparirà familiare a tutti coloro che hanno osservato come il colossale bestiario dei mass media e della cultura popolare americana abbia revisionato e servito in tavola un grande crimine della seconda metà del ventesimo secolo con film quali “The Green Berets”, “The Deer Hunter”, “Rambo” e così facendo ha legittimato le successive guerre di aggressione. Il revisionismo non si ferma mai ed il sangue continua a scorrere. L’invasore viene commiserato e purificato da ogni senso di colpa mentre si cerca “un qualche significato in questa terribile tragedia”. Citiamo Bob Dylan:”Oh, dove sei stato figlio mio dagli occhi azzurri?”.

La onestà e la buona fede hanno richiamato alla memoria le mie esperienze di giovane reporter in Vietnam: la visione ipnotica della pelle che si staccava come vecchia pergamena dai corpi dei bambini napalmizzati e le bombe a cascata che lasciavano gli alberi pietrificati e decorati da brandelli di carne umana. E il comandante americano Generale William Westmoreland che definiva “termiti” questi esseri umani.

All’inizio degli anni ’70 mi recai nella provincia di Quang Ngai, dove nel villaggio di My Lai tra 347 e 500 uomini, donne e bambini erano stati assassinati (Burns preferisce il termine “uccisi”) dalle truppe americane. Allora l’evento venne presentato come un’aberrazione, “una tragedia americana”, come scrisse Newsweek. Si stima che in questa sola provincia 50.000 persone vennero massacrate nell’era americana del “fuoco a volontà”. Omicidi di massa di cui non venne data notizia.

Più a nord nella provincia di Quang Tri vennero sganciate più bombe di quelle sganciate sulla Germania durante la seconda guerra mondiale. Dal 1975, dopo la fine della guerra in Vietnam, gli ordigni inesplosi hanno provocato 40.000 morti, gran parte nel Vietnam del Sud, il Paese che l’America voleva “salvare”, un palese stratagemma imperialista concepito di concerto con la Francia.

Il “significato” della guerra in Vietnam non è stato dissimile dal significato delle guerre genocide contro gli abitanti originari d’America, i massacri coloniali nelle Filippine, le bombe atomiche sul Giappone, tutte le città della Corea del Nord rase al suolo. Questi i traguardi, le finalità illustrate dal Colonnello Edward Lansdale, il famoso uomo della CIA, protagonista centrale de “The Quiet American”, il romanzo di Graham Greene.

Citando Robert in “La Guerra della pulce”, Lansdale dichiarava: ”C’è un solo mezzo per sconfiggere un popolo che si ribella e non si arrende, distruggere quel popolo. C’è un solo modo di controllare un territorio che alimenta la resistenza, farne un deserto”.

Non è cambiato nulla. Quando Donald Trump ha pronunziato il 19 settembre il suo discorso alle Nazioni Unite – un organismo fondato per risparmiare all’umanità il “flagello della guerra” – egli ha proclamato di “essere pronto, disposto e capace” di “distruggere totalmente” la Corea del Nord con i suoi 26 milioni di abitanti. I presenti hanno trattenuto il fiato non credendo alle loro orecchie. Ma non era certo la prima volta che Trump ricorreva ad un linguaggio del genere. Del resto la sua rivale per la presidenza Hillary Clinton aveva vantato di essere pronta ad “annientare” l’Iran, una nazione con più di 80 milioni di abitanti. Questo è l’”american way”, ora solo gli eufemismi sono venuti meno.

Per tornare sugli Stati Uniti, io sono colpito dal silenzio e dalla mancanza di un’opposizione – nelle strade, nel giornalismo, nelle arti – come se il dissenso ieri tollerato dal comune sentire sia oggi tornato ad essere una metaforica resistenza sotterranea. Certo, c’è il vociferare e la furia contro Trump l’odioso, il “fascista”, ma non contro un Trump simbolo e caricatura di un sistema permanente di conquista ed estremismo.

Dove sono andati a finire i fantasmi delle grandi manifestazioni contro la guerra che invadevano Washington negli anni settanta? Dove è finito l’equivalente del movimento per il “congelamento” o blocco degli armamenti che negli anni ottanta sulle strade di Manhattan chiedeva a gran voce al presidente Reagan di ritirare dall’Europa i missili nucleari a media gittata? La mera energia e persistenza morale di questi grandi moti popolari nel 1987 contribuirono in gran parte a convincere Reagan a portare a buon fine il negoziato con Mikhail Gorbachev sul Trattato della Forza Nucleare a medio Raggio che pose fine a tutti gli effetti alla Guerra Fredda.

Oggi, secondo documenti segreti della Nato pubblicati dal quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung, questo trattato vitale verrà probabilmente abrogato di pari passo con l’incremento della pianificazione e individuazione dei bersagli da colpire con armi nucleari. Il ministro degli esteri tedesco Sigmar Gabriel ha levato alto il monito contro “la ripetizione dei peggiori errori della guerra fredda. Vengono posti a grave rischio tutti i buoni patti Gorbachev-Reagan sul disarmo e sul controllo degli armamenti. La minaccia per l’Europa è di diventare nuovamente teatro operativo per l’addestramento all’impiego di armi nucleari. Dobbiamo levare la nostra voce contro questo sviluppo”.

No di certo in America. Le migliaia e migliaia di persone che avevano sostenuto la “rivoluzione” di Bernie Sanders nella campagna presidenziale dello scorso anno collettivamente non hanno detto una parola su questi pericoli. Il fatto che la maggior parte delle violenze dell’America sul pianeta non è stata perpetrata dai Repubblicani o da un loro mutante come Trump, ma da liberal Democratici rimane un tabù. Ad Obama va l’apoteosi, con sette guerre simultanee, un primato presidenziale che include la distruzione della Libia come Stato moderno. La defenestrazione ordinata da Obama del governo eletto dall’Ucraina ha ottenuto l’effetto voluto: il massiccio dispiego delle forze Nato a guida americana su quelle frontiere occidentali della Russia attraverso cui venne lanciata l’invasione nazista del 1941.

La “svolta sull’Asia” di Obama nel 2011 ha dato il via al trasferimento della maggior parte delle forze navali ed aeree sui teatri asiatico e del pacifico con l’unico proposito di confrontare e provocare la Cina. Si può sostenere che la campagna di assassinii in ogni angolo del mondo del Premio Nobel per la Pace sia stata la più estesa impresa terroristica dopo il 9/11.

Quella che negli Stati Uniti passa per “sinistra” si è alleata a tutti gli effetti con i più torbidi recessi del potere istituzionale, principalmente il Pentagono e la CIA, per eliminare qualsiasi accordo di pace tra Trump e Putin, per restituire alla Russia il ruolo di potenza nemica sulla base, priva di prova alcuna, di presunte interferenze nelle elezioni presidenziali del 2016.

Il vero scandalo è la subdola assunzione di poteri da parte di rappresentanti di interessi guerrafondai per i quali nessun americano ha mai votato. La rapida ascesa del Pentagono e delle agenzie per la sorveglianza e il controllo durante l’amministrazione Obama costituisce uno storico trasferimento del potere a Washington. Daniele Ellesberg lo aveva giustamente definito un colpo di Stato. I tre generali che gestiscono Trump ne sono visibili testimoni. Tutto ciò non aiuta a penetrare in quei “cervelli liberali nella salamoia alla formalina della politica d’identità”, come vennero memorabilmente definiti da Luciana Bohne. Mercificata e a prova di mercato la “diversità” è il nuovo marchio di fabbrica: questa non è più la classe che serve il popolo senza differenze di genere e di colore e tantomeno viene menzionata la responsabilità di tutti per fermare una guerra barbarica e porre fine a tutte le guerre.

“Come cazzo si è arrivati a questo punto?” si chiede Micheal Moore nel suo spettacolo a Broadway “Termini della mia resa”, un vaudeville sugli insoddisfatti e arrabbiati che ha come fondale un Trump Grande Fratello. Avevo ammirato il film di Moore “Roger e me” sulla devastazione economica e sociale della sua città natale Flint nel Michigan, anche l’altro film “Malaticcio” sulla corruzione dell’assistenza medica in America. Nello spettacolo dell’altra notte il suo pubblico, tutto felice e battimano, sembrava plaudire alla sua rassicurazione che “noi siamo maggioranza” e il suo invito a “impeach, a destituire Trump, mentitore e fascista”. Un messaggio che sembrava indicare: se turandovi il naso aveste votato per Hillary Clinton la vita avrebbe avuto nuovamente un corso prevedibile.

Può darsi che abbia ragione. Invece di insultare il mondo intero come fa Trump, la “Grande Annientatrice” avrebbe attaccato l’Iran e lanciato missili su Putin, quest’ultimo da lei paragonato a Hitler: un paragone blasfemo se si pensa ai 27 milioni di russi caduti nella resistenza all’invasione nazista.

“Ascoltatemi bene – ha detto Moore – a parte quello che fanno i nostri governi, gli Americani sono amati in tutto il mondo”.

E ci fu il silenzio.

John Pilger
(Da “Counterpunch”, 22 settembre 2017 l’articolo di Pilger anche sul sito http://www.luciomanisco.eu)

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Noi ridiamo dei loro congiuntivi…

Da Hic Rhodus 28 Agosto 2017 dc:

Noi ridiamo dei loro congiuntivi. Loro intanto si preparano a darci il colpo di grazia.

di bezzicante

Se andate a cercare qualche recente sondaggio elettorale (con tutte le cautele che si devono avere per questi sondaggi) scoprirete che il Movimento 5 Stelle è dato – a seconda dei diversi Istituti – fra il 27 e il 28% delle dichiarazioni di voto. Lega al 14-15 e Fratelli d’Italia 4-5 (sondaggi fine luglio – primi di agosto). Se siete populisti di destra sarete contenti ma qui a Hic Rhodus non lo siamo e ci sentiamo depressi perché queste tre forze sono oltre il 45%. Direte: ma che calcoli fai? Mica si possono sommare! Perché no? La riflessione riguarda il caotico, reazionario e distruttivo populismo che minaccia seriamente l’Italia, e 45% a pochi mesi dalle elezioni significa essere a un soffio dal governo. Se la scelta – per Grillo, o Salvini – è fra allearsi o stare all’opposizione per altri 5 anni, onestamente cosa scegliereste? Abbiamo speso molti post, in passato, per argomentare come il M5S non sia affatto un terzo polo, ma una forza di destra, populista e fascistoide. Non desidero tornarci sopra ma, onestamente, se qualcuno fra i lettori ritiene che non sia vero (che siano di destra populista e fascistoide) è difficile che ci si possa intendere. Le affinità fra 5 Stelle e Lega sono molteplici; tante quante ne bastano per poter pensare di allearsi, e l’aggiunta poco significativa dei Fratelli di Meloni sarebbe rapidamente metabolizzata, nello pseudo-movimento di Grillo, con la solita “consultazione” farlocca. E’ altamente probabile che prima delle elezioni smentiscano, come Berlusconi e Renzi smentiranno di potersi alleare (proprio in funzione antigrillina), come Bersani e i Veri Giusti di sinistra smentiranno di essere più che disponibili ad appiccicarsi al PD per far fallire un eventuale suo governo e così via. Con l’ignobile proporzionale tutti giocheranno a dissimulare l’enorme propensione a fare qualsiasi alleanza per governare nell’ambito di non più di tre possibili schieramenti:

  1. tutta la destra contro tutta la sinistra (scenario poco probabile);
  2. la destra populista detta sopra contro la sinistra (PD+Bersani e i Veri Giusti, con FI in mezzo a fare il palo, scenario ancor meno probabile);
  3. la destra populista contro una specie di accrocco centrista FI+PD con esclusione della sinistra (su questo, invece, scommetterei).

Se i nostri lettori hanno voglia di farci un pensierino, considerando il sistema elettorale attuale e quello prevedibile se si decidono a riformarlo minimamente, credo che concorderanno che le soluzioni sono solo queste, e in particolare la n° 3.

Perché Salvini e Grillo devono, assolutamente, allearsi? Presto detto: Salvini, dopo la palude leghista lasciata da Bossi, ha velocemente riportato la Lega a livelli ragguardevoli, sia pure snaturando le idee (parola grossa…) delle origini; ma da molto tempo si è fermato lì. Salvini ha raccolto tutti gli ottusi sovranisti razzistelli ruttatori e non ha speranze di raggiungere altri risultati. Una logica intuitiva porta a capire come da qui in poi la Lega non possa che andare giù, anche perché Salvini non è l’unico a dire scemenze in TV e la concorrenza di Di Maio è feroce. Portare a una clamorosa vittoria la Ruspa, raggiungere una posizione di governo, poco che duri, confermerebbe la sua leadership a lungo, anche se il suo governo sarebbe destinato a durare pochissimo. Analogo problema per Grillo: a sua volta stupito che due anni (all’epoca delle politiche) di disastroso governo Raggi a Roma non abbia spazzato via il Movimento, non scalfito dallo scandalo della Groviera-Rousseau, dalle boiate della senatrice Lezzi, dal faccione ipocrita di Di Maio e, più in generale, della totale inanità della loro politica. Anche Grillo, che conosce bene il suo pubblico, sa che continuare con le stesse gag ancora a lungo non può aiutarlo, visto che – come la Lega – la sua base elettorale non cresce. Non cala, ma non cresce neppure. O cala l’asso e vince una mano, o anche per lui si profila un inglorioso declino. Le prossime politiche, insomma, sono quelle decisive, specie per movimenti rumorosi, che vivono di iperboli, sempre sulla denuncia emergenziale e dello scandalo del mondo. La partita da vincere è ora.

Quanto sopra è l’ipotesi di lavoro, l’argomento che possiamo utilizzare (in quanto peggiore scenario) per lavorare sul cosa fare. Non possiamo pensare di fare un granché in pochi mesi, ovviamente, anche se prima iniziamo meglio sarà. Che fare? Educato alla politica in epoche arcaiche sono abituato all’autocritica, e vorrei invitarvi tutti a farla assieme a me. Continuare a sfottere le grossolane topiche grilline e consolarsi di farlo fra amici di Facebook che ridono amaro assieme a noi non serve a nulla. Noi ridiamo, li additiamo come stupidi inemendabili, ma non serve a metterli in crisi, a fare vergognare qualcuno, a far discutere grillini intelligenti (ossimoro) e indurli a migrare in partiti diversi. Loro continuano a veleggiare su percentuali che insidiano quelle del PD e potrebbero affermarsi come primo partito in Italia. Inutile indignarsi per Salvini (ormai indignarsi è come farsi un caffettino fra amici: ciao, come va? Ci facciamo un’indignatina?) e pubblicarlo su Twitter per le sue affermazioni rutto-fasciste. Lui ci campa, con quelle, e ogni nostro Tweet lo ingrassa. Immaginate cosa sarebbe Salvini, fenomeno interamente mediatico, se nessuno più se lo filasse! Ecco: tutto inutile. Così come la dialettica politica è morta da vent’anni, anche la denuncia 2.0 ha perso ogni utilità destrutturante e controinformativa per divenire flusso omologante. Sissignori. Io e voi, che sbeffeggiamo Di Maio e buuamo Salvini, senz’altro fare, non cambiamo un ette nel loro potenziale e anzi contribuiamo al loro successo. E’ così; è triste ma è così. Ci sentiamo colti, e intelligenti, e saggi, e per bene; ma siamo una minoranza che lavora di fioretto, di sottili allusioni divertenti, di humor raffinato, di sarcasmo elitario che non serve a nulla. E loro intanto si preparano a governarci. Sai quanto rideremo, dopo.

L’esiguità del nostro gruppetto di narcisi democratici ve lo voglio mostrare con una piccola raffica di dati. Le percentuali che seguono sono ovviamente in grande parte sovrapposte, e non certamente da sommare. Comunque…

  • destra populista 46%;
  • popolazione con un quoziente di intelligente inferiore alla media: 50%;
  • il 59% ha come titolo di studio massimo la licenza media (2011);
  • il 58% non ha letto nemmeno un libro nell’anno precedente (2015);
  • il 56% non ha letto un quotidiano cartaceo e il 64% un quotidiano on line nei precedenti tre mesi (2016)
  • il 76,5% si informa dalla TV e il 43,7% da Facebook (??), ma fra i giovani sono il 71,1% (2015);
  • l’80% non è mai stato a teatro; il 67% mai stato a mostre e musei (2016).

Con un po’ di pazienza si possono trovare molti altri dati, semmai più omogenei, ma la mia pazienza è finita. E poi i dati, aridi, andrebbero approfonditi: poca scuola, ma brutta; molta tv, ma pessima; molti social, grandemente manipolatòri.

Non ho la minima idea di come comporre assieme tutti questi dati frammentari ma la sensazione finale è la seguente: le persone con una cultura almeno media (diciamo il diploma), un’intelligenza almeno media (diciamo oltre il quarto decile), che si informi con fonti differenziate e multiple ma non solo con la TV o Facebook, che leggano un paio di libri l’anno e vadano, ogni tanto, a una mostra, eccetera, non dovrebbero essere più del 30% di italiani. Ovviamente, in questo 30% c’è una bella fetta di istruiti stupidi, di lettori idioti, di frequentatori di mostre inconsapevoli, pareggiati da un analogo gruppo, nell’altro 70%, di scarsamente alfabetizzati intelligenti e consapevoli. Pari e patta. Diciamo che 30% è una buona base di partenza che troviamo trasversalmente un po’ in tutti i partiti; pochissimi nella destra populista e di più nel centro e nella sinistra non populista. Per favore non fatemi spiegare perché sia così certo che nella destra populista grillo-salvinista vi siano poche persone che rispondono ai nostri requisiti; se a questo punto della lettura avete ancora questo dubbio non ci stiamo capendo per nulla.

Fra gli scenari apocalittici che intravedo questi i più probabili:

  1. Waterloo: niente, annichiliti e frastornati non riusciremo neppure più a insistere. Perché farlo? Se vogliono il disastro, allora disastro sia, e muoia Sansone con tutti i filistei! Merde!
  2. Fort Alamo: ci chiudiamo nei nostri gruppi social, nei nostri blog, nei nostri circoli e aspettiamo la catastrofe; perché se loro vincono e vanno al governo non ci saranno ripresine e indicatorini di produzione industriale a reggere; niente Europa a salvarci; dentro il nostro fortino combatteremo con tutte le nostre munizioni fatte di argomenti, dati, fatti, dimostrazioni e, quando avremo finito la polvere da sparo, brandendo gli schioppi per le canne giù botte in testa, come Davy Crocket; quasi certo che sarà questo lo scenario più probabile vi ho dedicata la copertina.
  3. La Lunga Marcia: una lunga marcia di costruzione di idee, perché la tempesta sarà tremenda, ma ogni tempesta finirà, e un governo fascio-grillo-leghista non durerà più di due anni. E quando getteranno la spugna lasciando macerie e cadaveri, qualcuno deve prendere la bandiera e rimboccarsi le maniche. Qualcuno che ha smesso da un pezzo di ridere dei congiuntivi di Di Maio, e che sa che la ricostruzione sarà lunghissima, costerà lacrime e sangue, e nessuno disposto a ringraziarti. Poco fiducioso, ho dedicato a questa ipotesi la figura conclusiva.

Io sto preparando il mio zaino e mi alleno. Mi raccomando: portate solo l’indispensabile: buoni argomenti, buone idee, pochi preconcetti e una giusta quantità di apertura mentale.

Ci vediamo sui monti.

marcia

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Uno spettro si aggira per l’Europa, la teocrazia

Da Democrazia Atea in e-mail il 16 Luglio 2017 dc:

Uno spettro si aggira per l’Europa, la teocrazia

Anche Peter Gomez è caduto nella trappola gesuitica e anche lui propone, in un editoriale, il governo di Bergoglio, anche lui auspica una teocrazia.

L’apoteosi suicidaria della alternativa borghese approda anche per lui al governo della casta sacerdotale.

Gomez crede addirittura che Bergoglio voglia modificare la sua Chiesa e crede che quella massa di mantenuti milionari si stia effettivamente opponendo ad una fantomatica riforma della Chiesa che il loro capo mostra di volere attuare.

Sarebbe come credere che un generale in guerra voglia trasformare tutte le sue truppe in disertori.

È vero che l’etica di un popolo si modifica se si modificano le sue strutture religiose, ma è pur vero che l’etica dell’Italia è la sintesi perfetta dell’etica cattolica, e si stenta a credere che si auspichi addirittura una maggiore cattolicizzazione della società e delle istituzioni.

La struttura stessa dell’irresponsabilità individuale e politica degli italiani trae origine dall’”ego me absolvo”, dalla modalità assolutoria e perdonista che quella religione attua da secoli.

La cattolicizzazione delle istituzioni ha avuto, quali effetti tangibili, che la solidarietà sociale è stata sostituita con la cattolica carità, l’insegnamento critico e autonomo è stato sostituito con il nozionismo e con la catechizzazione cattolica, la morale collettiva è stata modellata attorno all’opportunismo, più o meno delinquenziale, che si nasconde dietro la maschera del moralismo cattolico, il diritto al lavoro è stato sostituito con la “concessione” o con la “raccomandazione”, ovvero con meccanismi verticistici attraverso i quali le tutele legislative non valgono quanto l’intercessione del santo del giorno.

La corruzione è parte strutturale della Chiesa Cattolica, è la modalità consolidata che garantisce l’irrinunciabile privilegio.

Bergoglio è stato abile nel coprire il piano organizzativo e di penetrazione nelle istituzioni, vero fulcro della teocratizzazione progressiva, con il piano, legittimo, della spiritualità, a tal punto che tutti, ottenebrati dal secondo, hanno addirittura negato l’esistenza del primo.

Ha fatto credere di voler combattere la pedofilia modificando il codice penale, ma si è guardato bene dal modificare il codice canonico, perché vuole mantenere a tutti i costi la protezione giudiziaria sui suoi pedofili, sa bene che il potere clericale ha il suo punto di forza nello stupro sistematico dei minori, la più potente arma per mantenere l’intera popolazione nel timore reverenziale verso la casta sacerdotale.

Del resto continuare a tenersi come stretto collaboratore Pell, sapendo già da due anni di cosa era accusato, vuol dire che Bergoglio non ha alcun imbarazzo nel frequentare chi è accusato di pedofilia e ha continuato a tenerselo nel suo più ristretto entourage, come se nulla fosse.

C’è un passaggio assai grave e preoccupante nell’editoriale di Gomez: “Pensate come sarebbe una repubblica dove chi sbaglia venisse perdonato, ma solo dopo aver ammesso e riparato il proprio errore.”

Gomez descrive il meccanismo del reato come se fosse quello del peccato, con la sequenza confessione-espiazione-perdono che, nella sua aspirazione ideale, dovrebbe sostituire quella del processo-condanna-riabilitazione.

Accettare la sovrapposizione reato=peccato reca in sé una pericolosissima degenerazione che ha visto nella teocratizzazione delle società l’accettazione della equazione successiva peccato=reato, per cui la mancata adesione alle regole morali della religione dominante comporta punizioni e restrizioni alla propria libertà, proprio come accadeva da noi con il tribunale dell’Inquisizione e come accade oggi nei Paesi islamici.

Insomma il medioevo dell’umanità.

Gomez dimentica che Bergoglio è un gesuita e che non farà mai ciò che dice, dimentica che è un reazionario che vuol far credere di essere progressista, dimentica che si è appropriato di un significante (Francesco) per modificare la struttura del significato (adesione alla povertà) perché il potere economico è l’unica strada possibile per mantenere in piedi la sua Chiesa, e dispone di una capacità comunicativa non comune per dare ad intendere il contrario.

Francesco De Sanctis ha descritto magistralmente il lavoro che hanno fatto i gesuiti di cui Bergoglio è senza dubbio l’esponente più rappresentativo che ci sia mai stato: “la morale gesuita è riuscita ad abbassare la morale del popolo, ad avvezzarlo all’ipocrisia, a contentarsi dell’apparenza, negligendo la sostanza”.

Da Peter Gomez ci aspettavamo maggior sostanza.

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