Economia, Politica e Società

Dissesto idrogeologico, decine di morti. Un solo responsabile: il profitto

In e-mail il 10 Novembre 2018 dc:

Dissesto idrogeologico, decine di morti. Un solo responsabile: il profitto

6 Novembre 2018

Gli eventi che si sono abbattuti sull’Italia negli ultimi giorni non sono solo “naturali”. Non lo sono i cambiamenti climatici planetari, legati al lungo ciclo delle energie fossili, che oggi si riversano con mareggiate anomale sulle coste liguri, con venti mai visti sulle montagne del bellunese, con straripamenti più intensi e frequenti di fiumi e torrenti. Non lo sono soprattutto le decine di morti che questi eventi hanno prodotto.

“Ogni volta dobbiamo lamentare con le stesse parole le stesse tragedie”, recita ipocrita la stampa borghese. Qualche intervista, qualche inchiesta, la rituale invocazione al governo di turno di misure risolutive. E il governo di turno annuncia ogni volta mirabolanti investimenti, riorganizzazione della protezione civile, rigore ambientale. Un mare di chiacchiere, in attesa della tragedia successiva.

La verità è che queste tragedie hanno un solo responsabile: la società capitalista, la dittatura del profitto. La stessa che ha minato il Ponte Morandi, la stessa che dissesta il territorio italiano.

Il suolo italiano è divorato dalla speculazione edilizia come nessun altro Paese. Otto metri quadri al secondo con un tasso demografico quasi a zero. Senza edilizia popolare ma con sette milioni di appartamenti sfitti. L’abusivismo che inghiotte intere regioni (Campania, Sicilia) è legato a questa realtà. Si delega ai comuni l’onere del risanamento nello stesso momento in cui li si priva, con i Patti di Stabilità, delle risorse minime necessarie. I comuni (tutti) ricorrono all’urbanistica contrattata per incassare gli oneri di urbanizzazione, e così si affidano ai costruttori che dettano loro piani regolatori a immagine e somiglianza dei propri interessi.

Lo stesso vale per la manutenzione dei fiumi, spesso assegnata alle Province. La Legge Delrio e l’abolizione delle Province ha cancellato l’intera manutenzione dei fiumi minori, quelli più incustoditi, privi di argini, causa spesso dei maggiori disastri. Mentre il taglio delle spese operato da ogni legge finanziaria ha colpito anche la Protezione Civile e ha cancellato di fatto il Corpo Forestale incorporandolo ai Carabinieri (decreto legislativo del 19 agosto 2016). Il fatto che il “governo del cambiamento” abbia affidato a un ex ufficiale dei carabinieri, Sergio Costa, il ministero dell’ambiente è il risvolto grottesco di questa politica, per nulla “cambiata”.

Peraltro proprio la Legge di stabilità del governo SalviMaio ne è la conferma. Riassetto idrogeologico, messa in sicurezza antisismica di edifici pubblici e privati, bonifiche ambientali, sono capitoli assenti. Il ministro degli interni attribuisce addirittura la colpa dei disastri all’«ambientalismo da salotto», mentre allarga la maglia dei condoni e taglia ai comuni un altro miliardo, in linea con le finanziarie precedenti. Sarebbe questo il “cambiamento”?

Il ministro dell’ambiente annuncia ora trafelato che sarà destinato alla messa in sicurezza del territorio un miliardo di euro in tre anni. Ma è il nulla: il nulla rispetto al disastro, il nulla a maggior ragione per il risanamento. Che sia il nulla lo conferma involontariamente lo stesso Salvini quando dichiara che per il riassetto idrogeologico sarebbero necessari 40 miliardi, cifra in realtà molto sottostimata. Ma soprattutto lo conferma il Politecnico di Milano, che ha studiato seriamente la materia: per la sola messa in sicurezza degli edifici in muratura servirebbero 36 miliardi; per intervenire sulle strutture in calcestruzzo armato realizzate prima del 1971 il costo salirebbe a 46 miliardi, 56 comprendendo gli edifici in cemento armato; se il lavoro fosse esteso a tutti i comuni si arriverebbe alla cifra di 870 miliardi.

La questione è in realtà strutturale e interroga la natura stessa della società capitalista.

Andiamo al sodo. Perché si tagliano i fondi ai comuni, si taglia sulla Protezione Civile, si elimina il Corpo Forestale, non si destina nulla per il risanamento ambientale? Perché si continuano ad abbassare le tasse sui profitti, come avviene ovunque sul mercato mondiale in omaggio alla concorrenza spietata tra gli Stati capitalisti (all’interno della stessa UE) per attrarre gli investimenti privati. Perché si continua a pagare l’enorme debito pubblico alle banche (prevalentemente italiane) e alle grandi compagnie di assicurazione che hanno investito nei titoli di Stato, e che incassano di soli interessi tra i 70 e gli 80 miliardi ogni anno. Sono peraltro le stesse ragioni per cui si tagliano le spese per la scuola, per la sanità, per i servizi sociali. Oggi come ieri. “Prima gli italiani” significa prima i capitalisti e le banche italiane, poi tutto il resto. E il resto possono essere solo elemosine, per di più centellinate col contagocce.

La verità è che per rimettere in sesto il territorio occorrono risorse enormi che il capitalismo reale non può reperire. Occorre abolire il debito pubblico verso le banche e una tassazione progressiva dei grandi patrimoni, rendite, profitti, finanziando un grande piano di opere sociali e lavori pubblici, che potrebbe dare lavoro a milioni di disoccupati, immigrati inclusi. Occorre nazionalizzare la grande industria edilizia e le industrie a questa collegate, come l’industria del cemento, che è in mano alla criminalità. Occorre un controllo pubblico sulle leve fondamentali della produzione e del credito, a partire dalla nazionalizzazione delle banche. Senza queste misure si resta in attesa della prossima tragedia, e dell’ennesimo coro della pubblica ipocrisia.

Ma sono misure che solo un governo dei lavoratori può prendere, e solo una rivoluzione può realizzare.

Partito Comunista dei Lavoratori
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Politica e Società

La sinistra fa da ignaro bersaglio fisso

In e-mail l’8 Novembre 2018 dc:

NEWSCOMIDAD

Ecco le news settimanali del Comidad: chi volesse consultare le news precedenti, può reperirle sul sito http://www.comidad.org/ sotto la voce “Commentario”.

La sinistra fa da ignaro bersaglio fisso

La “sinistra” è oggi in predicato di arruolarsi nella campagna contro il presunto pericolo fascista costituito dal cosiddetto populismo.

Il problema è che si andrebbe alla guerra con armi spuntate, poiché la stessa “sinistra” ha subito passivamente nel recente passato delle campagne tese a screditare proprio l’antifascismo.

Nel 2003 la pubblicazione del libro di Giampaolo Pansa “Il Sangue dei Vinti”, con la relativa campagna mediatica a supporto, ha fatto sì che si passasse direttamente dalla mitizzazione acritica della Resistenza (il “Secondo Risorgimento”) ad una altrettanto acritica, quanto pretestuosa, criminalizzazione.

Non si tratterebbe di una questione di incoerenza, in quanto purtroppo una coerenza della “sinistra” ci sarebbe, poiché ora, come quindici anni fa, la costante è sempre quella della dipendenza dalla comunicazione mainstream.

Molti hanno notato che queste campagne tese a screditare l’antifascismo coincidevano con le tesi, esplicitamente enunciate da documenti di JP Morgan, secondo cui i problemi economici dell’Europa deriverebbero dalle “Costituzioni antifasciste”.

Dagli stessi ambiti della finanza globale erano provenute quaranta anni prima le lamentele di marca Trilateral circa presunti “eccessi di democrazia”, cioè l’eccesso di una cosa che non esiste.

Il documento commissionato nel 1975 dalla Trilateral sulla crisi delle democrazie ripercorreva i soliti schemi del lamento dei ricchi per il presunto assalto dei poveri alla cassa.

Il punto è che qualsiasi mediazione sociale, o semplice gestione sociale, ha comunque un costo.

Anche se si decidesse di eliminare i poverissimi ed i pensionati nei campi di concentramento o in forni crematori condominiali, ciò comporterebbe inevitabilmente una spesa che, nel loro eterno vittimismo, i ricchi interpreterebbero come assistenzialismo per poveri.(1)

Il documento di JP Morgan era del 2013 e segnalava che dal 1975 la linea della finanza globale non è cambiata.

Nel 2007 infatti era stato lanciato un altro best-seller, “La Casta”, dei giornalisti Stella e Rizzo.

In questo caso il bersaglio era costituito dai costi e dai privilegi del ceto politico, in altri termini dai costi della “democrazia reale”.

Manco a dirlo, la “sinistra” non reagì anche in quel caso, andando completamente in braccio alla retorica dei “vincoli esterni” necessari per tenere a freno un ceto politico spendaccione.

La delegittimazione si completava così in un’auto-delegittimazione.

A far le spese di questo clima ostile alla politica fu il secondo governo Prodi, quotidianamente attaccato dai media e dalla Confindustria.

Ma negli attacchi alla “sinistra” ed alle amministrazioni locali da essa gestite, si era distinto già all’epoca della prima esperienza di governo di centrosinistra degli anni ‘90 anche il quotidiano “La Repubblica”, pur considerato il massimo referente mediatico della stessa “sinistra”.

L’alibi invocato per questa incongruenza era quello dell’imparzialità, ma gli sviluppi successivi dimostrarono che si trattava d’altro.

Nel febbraio 2001, a ridosso della campagna elettorale per il rinnovo del parlamento, “la Repubblica” avviò lo scandalo Telekom Serbia, con un’inchiesta di Giuseppe D’Avanzo e Carlo Bonini che riguardava presunte tangenti versate nel 1997 durante il primo governo Prodi.

Si trattava di un mega-affare tra la italiana Telecom e l’omologa azienda di Stato serba.

L’affare aveva disturbato potentati economici sia statunitensi che europei.

Il successivo governo D’Alema rientrò all’ovile, non solo partecipando al bombardamento della Serbia, ma anche privatizzando la Telecom che sino ad allora era stata al 60% di proprietà del Tesoro.

Rientrare all’ovile però non servì a nulla, poiché nel 2001 lo scandalo scoppiò lo stesso ad opera del quotidiano “amico”; uno scandalo che fu usato dalla propaganda di destra finché non si sgonfiò sul piano giudiziario, quando però ormai i danni erano fatti.

In parlamento l’allora ministro degli Esteri, Lamberto Dini, osservò che il dossier presentato da D’Avanzo e Bonini non era alla portata di due semplici giornalisti, perciò ipotizzò un’imbeccata da parte della CIA; cosa che comportò anche un contenzioso giudiziario tra i giornalisti e Dini.

Il procedimento si concluse con una più che prevedibile non autorizzazione a procedere da parte del Senato.(2)

Strano che la “sinistra” non si sia mai accorta di questa subdola ostilità dei quotidiani “amici”.

Nelle elezioni del 2006 il “Corriere della Sera” diretto da Paolo Mieli prese esplicitamente posizione a favore della coalizione di centrosinistra diretta da Prodi, che poi vinse di misura.

Ma nel 2007 fu proprio la casa editrice Rizzoli-Corriere della Sera a pubblicare “La Casta”.

Ci si è sorpresi poi della nascita e della crescita improvvisa della “antipolitica”, cioè del Movimento 5 Stelle (avrebbe dovuto chiamarsi “5 Stelle e 5 Rizzi”, visto che i veri teorici erano stati loro e non Grillo).

I 5 Stelle si sono ampiamente giovati del fatto di non avere un passato che potesse essere loro rinfacciato, come accade invece alla “sinistra”.

Il passato senza consapevolezza non diventa Storia ma mera coazione a ripetere, così una “sinistra” che non ha superato il trauma della destalinizzazione è caduta in una sorta di smania del parricidio: prima D’Alema ha fatto fuori Occhetto, poi D’Alema è stato criminalizzato da Renzi, poi il PD in parlamento ha ammazzato il padre fondatore Prodi non votandolo per la Presidenza della Repubblica.

Il moralismo/onestismo dei 5 Stelle aveva trovato ulteriore spinta in altre operazioni mediatiche, come quella del docu-romanzo “Gomorra”, del 2006.

Nel 2013 è arrivato anche il romanzo “Suburra”, un best seller, con annessa campagna mediatica, funzionale alla criminalizzazione/meridionalizzazione di Roma.

Il coautore di “Suburra” è quello stesso Bonini dello scandalo Telekom-Serbia.

A conferma dell’aforisma di Oscar Wilde, secondo cui è la vita ad imitare l’arte, nel 2014 arrivava l’inchiesta giudiziaria su Mafia Capitale, di cui faceva le spese l’ignaro e ingenuo sindaco del PD, Ignazio Marino, brutalmente spodestato da Renzi.

Il procedere della campagna di meridionalizzazione/criminalizzazione di Roma ha comportato che la tempesta giudiziaria colpisse anche il sindaco 5 Stelle Raggi, ma le sue peripezie sono nulla al confronto dell’entità delle accuse che avevano travolto Marino.

La “sinistra” è un bersaglio delle agenzie di disinformazione ma non sa di esserlo, poiché non ne capirebbe giustamente il motivo.

Il punto è che questi attacchi non partono da centrali europee, ben consapevoli che la sinistra non esiste più, bensì da centrali statunitensi che non conoscono la realtà europea e che agiscono ancora in base a schemi di guerra fredda.

Gli esecutori europei di queste operazioni di psicoguerra non sono probabilmente nelle condizioni di avvisare i propri mandanti della cantonata che prendono, poiché ciò comporterebbe il rischio di perderne la fiducia e quindi i finanziamenti.

Eppure i segnali concreti per la sinistra che la guerra fredda per gli USA non era mai finita non sono mancati.

Agli iscritti alla CGIL ancora dieci anni fa era infatti precluso di poter lavorare nella costruzione di basi NATO o di svolgervi attività di rappresentanza sindacale.(3)

8 novembre 2018

     1)  http://trilateral.org/download/doc/crisis_of_democracy.pdf

     2)  https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/657787.pdf

     3)  http://www.filcams.cgil.it/baseusa-la-nato-ancora-non-riabilita-la-cgil-2/

Ateoagnosticismo, Economia, Laicità e Laicismo, Politica e Società

Santi privilegi, governo genuflesso

In e-mail l’8 Novembre 2018 dc:

Santi privilegi, governo genuflesso

8 Novembre 2018

La Corte di Giustizia Europea ha sentenziato che lo Stato italiano dovrà recuperare enormi arretrati sulla vecchia imposta comunale relativa ai beni ecclesiastici (scuole, cliniche, alberghi, strutture turistiche…). Qualcosa che oscilla tra i 4 e i 5 miliardi.

Si tratta di privilegi scandalosi, garantiti dai famigerati Concordati e soprattutto codificati da tutti i governi capitalistici, gli stessi che in questi decenni hanno imposto ai lavoratori lacrime e sangue con la benedizione del clero. Il governo Amato, nel mentre picconava pensioni e risparmi, decretava l’esenzione fiscale per i beni del clero (1992). Il governo Berlusconi, che tagliava otto miliardi alla scuola pubblica, confermava la loro esenzione totale (2005). Il governo Prodi (Rifondazione Comunista inclusa) sanciva che l’esenzione avrebbe riguardato solo “gli edifici adibiti ad attività non esclusivamente commerciali” (2007), laddove l’avverbio “esclusivamente” serviva alla Chiesa per mantenere l’esenzione per una miriade di proprietà finalizzate al lucro ma provviste di una cappella. Una truffa. Oggi le scuole cattoliche di ogni ordine e grado (8800) che hanno rette inferiori ai settemila euro sono esentate da IMU e TARI. Lo stesso vale per le strutture sanitarie assistenziali cattoliche (ambulatori, ospedali, case di cura…) che sono convenzionate con la struttura sanitaria nazionale. Per non parlare degli alberghi ecclesiastici (uno su quattro a Roma) che al 50% non versano un euro di IMU. Si potrebbe continuare.

E ora? Ora assistiamo all’imbarazzato mutismo di tutti gli attori politici di fronte alla sentenza europea. Per applicare la sentenza della Corte Europea sarebbe necessaria una legge. Ma chi vuole intestarsi questa legge, o anche solo la sua proposta? Nessuno.

I vecchi partiti liberali di centrosinistra e centrodestra, organicamente legati al capitale, e dunque anche al Vaticano, se ne guardano bene. Il loro europeismo si arresta di fronte alla Chiesa. I nuovi partiti borghesi populisti oggi al governo fanno lo stesso. Altro che “governo del cambiamento”! Il M5S ha pubblicamente dichiarato che ha da tempo archiviato la pratica (“se ne occupava in passato il senatore Perilli, che ora non sta trattando alcun provvedimento inerente alla sentenza”). Come dire un conto l’opposizione, un conto il governo. La Lega ha dichiarato che la sentenza europea è un’operazione “contro l’Italia, perché sanno benissimo che non potremo chiedere alla Chiesa quelle cifre”. Del resto, chi poteva attendersi il contrario? Il premier Conte ardente fedele di Padre Pio; Di Maio reverente verso le lacrime di San Gennaro; Salvini impugnatore di crocifissi durante i comizi, potrebbero mai entrare in collisione con la Chiesa? Non si tratta peraltro di convinzioni individuali, religiose o meno. Si tratta dei legami materiali tra il capitale finanziario con cui i partiti borghesi – di ogni colore – governano e il fiorente capitalismo ecclesiastico che del capitale finanziario internazionale è parte integrante e inseparabile.

La sentenza europea può forse servire a Bruxelles nel negoziato in corso col governo italiano sulle politiche di bilancio. Di certo non servirà per incassare i soldi evasi dalla Chiesa.

La verità è che solo la classe lavoratrice può porre nel proprio programma la totale abolizione dei privilegi clericali, perché è l’unica classe che può rovesciare il capitale, e dunque il capitalismo ecclesiastico. Partiti borghesi e populisti stanno tutti dall’altra parte della barricata, compreso il governo “del popolo”, più che mai genuflesso all’Altare.

Partito Comunista dei Lavoratori
Ateoagnosticismo, Laicità e Laicismo, Politica e Società, Sessualità

Il problema degli omofobi è il senso della vita

Da Hic Rhodus 19 Ottobre 2018 dc:

Il problema degli omofobi è il senso della vita

di Claudio Bezzi

Abbiamo scritto e riscritto, su Hic Rhodus, a sostegno delle più ampie libertà personali anche nella sfera sessuale, a difesa di LGBT (inclusa la possibilità per coppie omosessuali di avere figli), sulla fecondazione assistita e, insomma, chi ci segue sa che siamo, su questo punto almeno, iperlibertari. Poiché non possiamo annoiare i lettori fino all’esasperazione su pochi temi e circoscritti, sia pure importanti, abbiamo ultimamente trascurato l’argomento a favore di altri, ma il manifesto dei provita ci consente di ritornare su una certa attualità. 1539690199-campagna-provita-facebookVorrei però trattare il tema sotto un profilo diverso. In precedenti post ho a sufficienza perorato la causa, per esempio, degli e delle omosessuali sotto un profilo politico; sostenendo che si tratta di diritti non già a una categoria (gli omosessuali) ma a delle persone. Trattando laicamente il tema è chiaro che tutte le minoranze religiose, etniche, sessuali, culturali, linguistiche eccetera, saranno sempre discriminate fintanto che le si tratta come tali, come “minoranze” con bisogni specifici. Se invece le immaginiamo come persone, ecco che i problemi assumono un volto diverso: in quanto persone, cittadini, hanno semplicemente tutti gli stessi diritti: di voto, di parola, di lavoro, di viaggio, di avere figli, di avere casa e, insomma, di provare a cercare la felicità nel modo più consono.

L’argomento sarebbe già chiaramente finito così se non fosse per un maledetto (oops, forse non era la parola da usare…) particolare: i fanatici provita, omofobi e compagnia danzante non sono laici ma – generalmente – cattolici. I cattolici pongono, avanti a tutto, il loro a-priori trascendente: Dio non vuole. Dio vuole l’amore fra uomo e donna al fine di popolare il mondo, il sesso serve per procreare se no è peccato e via tutta la dottrina già discussa in post di qualche anno fa. All’epoca eravamo rimasti con la domanda retorica: perché diavolo (oops, giuro che m’è scappata) non fanno quel che pare a loro (eterosessualmente, mettendo al mondo figli come conigli…) senza rompere l’anima (!) a chi vuole fare diversamente? Schermata 2018-10-17 alle 19.27.43Questa domanda oziosa circola anche sui social; per esempio su Facebook, proprio ora, è comparso questo vecchio cartello che dice pressapoco di amarci come siamo, facendo ciascuno ciò che meglio crede. Questa saggia posizione, molto laica, del consentire a tutti di vivere la vita da cattolici se si è cattolici, da vegani se si è vegani, da laici o da omosessuali se si è l’una o l’altra cosa, non funziona. E il guaio, il guaio vero, è che l’Italia non ha alcuna tradizione realmente liberale, e i cattolici riescono a usare gli strumenti della democrazia contro la maggioranza laica, e impedire la promulgazione di leggi libertarie.

Quindi: perché accade questo? Cosa importa al cattolico omofobo se io vado a letto con un uomo o con una donna, se offro il mio amore di coppia omosessuale a un bimbo o no? Questa offesa a Dio, che non compiono loro ma altre persone, estranee, perché dovrebbe riguardarli? Perché dovrebbe agitarli così tanto da investire energie, tempo, denaro, sforzi politici, mobilitazioni di massa, ingerenze ecclesiastiche, per impedire a me di fare ciò che loro sono liberissimi di non fare? Perché?

Perché lo vuole Dio? Ma io sarò già punito dal loro Dio…

Perché Dio vuole che loro agiscano contro di me? È così poco evangelico…

Forse è perché Dio ha un essenziale ruolo sociale: quello di esaltare il significato della vita umana. Dio, nel suo potere infinito, ha fatto Noi; si interessa a noi, vuole il nostro bene. Ci ha fatti a Sua immagine e somiglianza! Siamo veramente esseri straordinari per meritare questa ossessiva attenzione della divinità! La presenza di Dio è il segno della disperazione umana; la barriera all’assoluto annientatore. Cosa facciamo, noi miserabili e fragili animaletti spaventati, in questo enorme mondo minaccioso? Qual è il nostro scopo? E soprattutto, la domanda chiave: siamo sicuri che abbiamo uno scopo? La risposta è ovviamente “Sì” se credete in Dio. Lo scopo è Dio. L’uomo ha inventato Dio per trovare una ragione a se stesso, per dare un senso alla vita, per porre un argine all’assoluto vuoto cosmico della nostra effimera esistenza.

Ecco allora che i peccatori, certi tipi di peccatori, negando sfacciatamente Dio (la vita dei bambini, la maternità, ovvero la radice profonda dell’angoscia delle ragioni per le quali vivere) indicano scandalosamente che forse, forse, quantomeno per alcuni, non c’è questa ragione per vivere, se non nel vivere stesso. È questo scandalo che priva l’uomo del suo Dio, e quindi del senso alla sua vita, gettandolo nell’angoscia.

Il fanatico religioso vede vacillare se stesso, nella negazione di Dio, e non può permetterselo. Ecco la violenza di tante religioni sugli atei, sui dubbiosi, sugli umanisti, liberi pensatori, libertari… Gli omosessuali gridano non tanto la loro disubbidienza a Dio, ma la sua inutilità per trovare – come persone – una ragione di vita, uno scopo, ovvero l’accettazione che la vita, di scopi, non ne ha proprio.

E quindi creano una prigione di costrutti, una gabbia di regole, un sistema di precetti. Per compiacere quel Dio che dà senso alla vita si mangiano oppure no determinati cibi, si mutila oppure no qualche pezzo di corpo, si ritualizzano comportamenti fideistici che perdono qualunque significato mistico e resistono come rituale, come superstizione. E, soprattutto, si impedisce (o si cerca di impedire) agli altri di esprimere quella libertà laica che loro non posseggono.

Media:Cinema, Televisione, Teatro, Musica, Varie: attualità, costume, stampa etc

Ignoranza ed idiozia

Ignoranza ed idiozia

di Jàdawin di Atheia

Solo poche righe: da qualche giorno in televisione gira una pubblicità di un noto apparecchio acustico. A un signore fanno dire il beneficio che ha con quel prodotto, e dice quasi esattamente “riesco a sentire bene gli audi dei film….”.

Ovviamente a me sono cominciate le convulsioni: è più o meno dalle medie che so che audio e video non vogliono il plurale. Ma gli idioti autori dello spot, ignoranti e beceri, evidentemente non lo sanno.

Probabilmente qualche telespettatore sì, lo ha fatto notare a quell’emittente (o, chissà, se ne sono accorti da soli…) e le parole sono prontamente (dopo circa due settimane) cambiate in “riesco a sentire bene i dialoghi dei film…”. A parte che in un film non ci sono solo i dialoghi (bastava dire il sonoro, o il suono), è una buona cosa. Non voglio fare pubblicità positiva, ma questa emittente finisce per “sette”.

Un’altra emittente non se n’è invece accorta, e si continua a sentire di “audi”. Non voglio fare pubblicità negativa, ma questa televisione finisce per “quattro”, e si proclama anche “nuova”.

Varie: attualità, costume, stampa etc

Ci siamo persi in un universo parallelo

Dal sito Hic Rhodus del 5 Ottobre 2018 dc:

Ci siamo persi in un universo parallelo

di Claudio Bezzi

Questo post tratta di cose che sappiamo, e che abbiamo discusso e argomentato molte volte su HR. Il motivo per riprendere l’argomento è il salto di qualità. Delle bufale. Un salto di qualità ben lungi dall’essere concluso e che sta per approdare a livelli indistinguibili di mistificazione della realtà.

Per iniziare vi presento questa allucinante trovata del Milanese abbruttito che ha messo in giro questo scherzo (presentato come tale, qui siamo sul piano del gioco e della demistificazione, non della bufala). Vi prego di guardarlo prima di proseguire con la lettura.

 

Quello che ha colpito me, e presumo anche voi, è la facilità con la quale tante persone dichiarano di conoscere Christian Vogue, che è un personaggio inventato. Al netto di chi ha mentito sapendo di mentire (una minoranza, presumo), la risposta positiva (“conosco Christian Vogue, lo seguo, mi piace il suo stile…”) nasce da qualcosa di più del semplice desiderio, più o meno inconscio, di compiacere l’intervistatore; io credo – e qui inizio a tremare – che nel flusso caotico e massivo delle informazioni “formato social”, c’è ormai talmente tanto posto per tutto, incluse molteplici gradazioni di vero/falso, plausibile/implausibile, reale/apparente, che la figura di Christian Vogue diventa “vera”, “reale” e per ciò spesso in qualche oscuro modo “già nota”, “già frequentata”, per il fatto stesso che si palesa con tutti i cliché di una post verità del momento: bella donna al braccio, fotografi che paparazzano e – attenzione – molteplici altre persone che fotograno e chiedono selfie, ciascuna che ritiene “vero” il personaggio perché reso tale dagli altri.

La verità diventa vera perché la rendiamo tale in un coro autodiretto. O meglio: questa verità è per forza di cose sollecitata dall’esterno, voluta, imposta coscientemente; ma poi si auto-alimenta.

Schermata 2018-09-19 alle 12.16.26Dal gioco, dall’esperimento del Milanese imbruttito, passiamo ora alle fake news, ormai chiaramente uno strumento consapevolmente agito come randello politico. In questi giorni è apparsa questa: Enrico Mentana avrebbe ucciso con l’automobile un bimbo sulle strisce;

come vedete il falsario ha messo una certa cura nel copiare logo e caratteri tipici del quotidiano la Repubblica, in modo da far apparire come autentico ritaglio di giornale la sua menzogna; fino a poco tempo fa analoghe bugie venivano realizzate in maniera più grossolana; andavano bene 2-3 anni fa ma, a furia di indicare questa piaga, evidentemente una certa (piccola) percentuale di utenti social Schermata 2018-09-19 alle 12.27.41sono diventati più diffidenti, e quindi il nuovo livello è la falsificazione del medium, oltre che del messaggio (e chi ricorda Luhman sa che così, indubbiamente, la falsità viene enormemente rafforzata). Analoga a  questa bufala su Mentana quella contro il debunker David Puente, sempre con grafica la Repubblica, infamato con l’accusa di essere un pedofilo (accostando questo alle sue origini semitiche.)…

Ce ne sono state altre ancora, ma avete capito il senso.

Oggi chiunque, assolutamente chiunque, può essere attaccato, e pesantemente, in un modo che “appare” vero. Mi aspetto che – con tecnologie ancora costose ma già presenti – si possano a breve costruire dei video in cui il giornalista o il politico scomodo viene ritratto compiere illeciti (ricordate la principessa Leila nell’ultimo Star Wars; l’attrice Carrie Fischer, morta prima di poter fare le riprese, è stata ricostruita digitalmente). A quel punto diventa facile cadere in una rete di percorsi veri (ma quali?), quasi veri, in piccola parte veri, assolutamente falsi, sostenuti da immagini, da video, da migliaia di indignati che concorrono a dare vita, a sostenere, sollevare, diffondere quel falso. E se milioni di mosche mangiano merda, cribbio, significherà pure che hanno ragione, e quindi via, tutti imbrancati nella facile esaltazione degli indignati da salotto (una categoria odiosa), a sanzionare e diffondere. Chi potrà salvarsi?

Che poi, stiamo scoprendo, ci sono, sì, persone isolate che costruiscono i falsi per sbarcare il lunario, ma in generale non solo c’è una regia, ma una vera e propria  organizzazione attenta a cogliere, dal flusso dei social, quegli ‘alert’ che segnalano codice giallo uscire dal novecento per battere salvini_cover Claudio Bezzi copianotizie sgradite, attivisti insistenti, l’espandersi di opinioni pericolose. A noi promotori di Codice giallo (io e la mia amica ed editor Fantasma-madre) sono già partite le “trollate”, a volte sciocche e a volte minacciose, nel corso della prima settimana di uscita del volume; ancora roba da poco, ma ci possiamo aspettare, ora che abbiamo iniziato una promozione più capillare) di diventare a breve bersagli di un flame anche più inquietante.

A scanso di equivoci: io non sono pregiudicato, non ho investito nessuno, non sono pedofilo, non ho molestato donne, non ho evaso milioni e neppure centesimi, non sono satanista, non ho imbrogliato sul curriculum, non mi sono comperato la laurea, non sono massone, né illuminato, né rettiliano, Soros non mi ha mai dato un centesimo, Bilderberg non so neppure dove sia, non ho mai maltratto un’animale e raccolgo la cacca della mia cagna al parco. Tutto ciò a futura memoria.

Infine: guardate che la proposta di Vito Crimi di tagliare i fondi per l’editoria, sembra superficialmente un attacco a Berlusconi (ma poi: un sottosegretario fa proposte di legge contro un individuo o un impresa?) e alla stampa sostenuta dal denaro pubblico (vecchia canzone dei populisti casaleggini) ma è – nel disegno attuale – un attacco alla stampa libera, che spesso senza quel fondo sarebbe destinata a morire. L’attacco all’editoria (mascherata da norma per ristabilire presunte equità) è una faccia dell’attacco del governo grigio-nero alla libertà di stampa e di opinione, esattamente come l’esercito di troll e bufalari che – con tutta evidenza – persegue un disegno al servizio di… mettete voi nome e cognome, è facile. A breve ci aspettiamo una bella censura ai blog (no, non ci riferiamo alle norme europee sul copyright), alle manifestazione di piazza e, perché no, una bella censura alle email.

No, non sto scherzando.

Politica e Società, Storia

Il mito maoista

Inoltrato in e-mail il 16 Settembre 2018 dc:

Il sonno della ragione genera mostri. Il mito maoista e gli utili idioti dell’Occidente

Spunti di riflessione: Mario Tesini eLorenzo Zambernardi ( a cura di), Quel che resta di Mao. Apogeo e rimozione di un mito occidentale, Introduzione di Gianni Belardelli, Le Monier, Firenze, 2018, pagine VII-304, €22.

Sulle onde del Sessantotto, navigò il maoismo, un fenomeno cultural-politico apparentemente stravagante. In realtà, fu stravagante per le manifestazioni che esso assunse in Occidente. E a questi aspetti mi sembra si soffermi il ponderoso libro curato da Mario Tesini e Lorenzo Zambernardi. Forse per presunzione non ho letto il libro, ben conoscendo il clima in cui fermentò in Italia il maoismo, e di cui fui partecipe, ma per un periodo tanto breve che non esige la mia autocritica. Motivo per cui, ritengo di potermi basare sulla lunga recensione (ben due pagine) di Paolo Mieli (Chi gridava viva Mao, «Corriere della Sera» 5 settembre 2018, p. 36). (Nota mia: il venduto e voltagabbana Paolo Mieli è proprio una garanzia, ma prendiamolo pure per buona…)

In breve, il libro raccoglie un florilegio (per non dir bestiario) di giudizi espressi negli anni Settanta da esponenti della cultura e della politica – in gran parte italiani – su Mao e sulla «via cinese al socialismo». Gli encomi degli intellettuali sono risibili, a volte demenziali (il giornalista Alberto Jacoviello sentenziò che «Mao aveva trasformato la Cina in un paese di filosofi»); ma anche i politici non scherzavano, basta sentire la Rossana Rossanda…

Di fronte a tanta insipienza, ci si aspetterebbe una spiegazione più approfondita di quella che i curatori abbozzano qua e là. Certamente, in Occidente, l’infatuazione maoista si consumò nel giro di pochi anni e coinvolse ambienti abbastanza limitati. Ebbe comunque un effetto spettacolare e, soprattutto, offre un desolante spettacolo sullo spessore intellettuale e morale di molti illustri maître à penser, assai osannati, ieri e oggi, ne nomino alcuni, ma la schiera è lunga. A questo punto, sarebbe opportuna una bella riflessione sulla forza delle ideologie dominanti … ma questa è un’altra storia.

Mi fermo a un livello più basso, cercando di spiegare i motivi che animarono la regia di quel grande spettacolo. A mio avviso, sono essenzialmente due e sono tra loro strettamente connessi.

La via cinese al socialismo

A metà degli anni Cinquanta, via via che la Repubblica Popolare Cinese definiva la propria fisionomia economica e sociale, entrarono in crisi i rapporti con l’ingombrante partner sovietico. La Cina non aveva alcuna intenzione di vivere nella condizione di «satellite». E sarebbe stato un’assurdità. Non stupisce che la leadership cinese spiasse l’occasione per defilarsi. Nel 1956, il XX Congresso del Pcus offrì alla Cina i pretesti politici per costruire una propria via al socialismo, autonoma e diversa da quella dell’Urss, ma in linea con il dogma marxista-leninista. In poche parole, la Cina non faceva altro che rivendicare la propria indipendenza nazionale.

In quelle circostanze, la Cina cercò di accattivarsi le simpatie degli ambienti politici e intellettuali occidentali. Per esempio, nel 1955, una folta delegazione italiana visitò la Cina, riportandone un’immagine entusiasta (vedi: Aa. Vv., La Cina d’oggi, «Il Ponte», Anno XII, Suppl. al n. di aprile 1956, La Nuova Italia, Firenze, 1956, pp. 728). Ne facevano parte: Ferruccio Parri, Norberto Bobbio, Piero Calamandrei, Francesco Flora, Carlo Cassola, Cesare Musatti … ovvero, il fior fiore dell’intellighenzia democratica. Costoro furono l’avanguardia di quello stuolo di proseliti che, nel decennio successivo, avrebbe inneggiato al presidente Mao, senza pudore.

Nel frattempo, i rapporti sino-sovietici si erano deteriorati, in un clima di reciproche accuse, coinvolgendo tutti i partiti comunisti che confermarono la loro fede sovietica (tranne il Partito del Lavoro d’Albania). Il colpo di grazia venne nel 1961, con il ritiro degli specialisti russi dalla Cina.

L’isolamento dal «mondo comunista» aggravava il quasi completo isolamento diplomatico. Pochissimi Paesi riconoscevano la Cina, poiché il suo riconoscimento toccava la questione spinosa del seggio permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, allora detenuto dalla Cina nazionalista (Taiwan), secondo la volontà yankee.

Per rompere l’isolamento, la Cina scatenò una grandiosa campagna propagandistica, il cui fulcro era la formazione di partiti comunisti «veramente marxisti-leninisti», alternativi e concorrenti a quelli filo moscoviti. Nella seconda metà degli anni Sessanta, Pechino diffuse periodici e opuscoli in una quarantina di lingue, ben curati graficamente e con tirature altissime, il Libretto rosso, con i pensieri del presidente Mao, raggiunse il miliardo di copie.

Tanto fumo, e l’arrosto brucia…

Lo spettacolo propagandistico era inversamente proporzionale ai risultati realmente conseguiti dalla via cinese al socialismo. Privo dei mezzi e dei tecnici forniti da Mosca, il governo cinese dette spazio all’improvvisazione, proposta con fantasiose espressioni: Cento fiori, Grande balzo in avanti … Il fallimento di questi esperimenti velleitari provocò un grave dissesto economico e pericolose tensioni sociali, che Mao affrontò creativamente, con la parola d’ordine: Bombardiamo il quartier generale, lanciando la Grande rivoluzione culturale proletaria e suscitando il movimento delle Guardie rosse, che coinvolse, si calcola, circa 30 milioni di studenti.

Le dimensioni e le ripercussioni dei fatti di Cina furono una fonte di enormi equivoci per l’intellighenzia occidentale che visse l’iniziativa maoista in chiave libertaria, come fosse una poderosa spinta democratica, verso un effettivo potere dal basso…

In realtà, le Guardie Rosse erano l’embrione di una burocrazia statal-partitica di estrazione studentesca, il cui compito era prendere il controllo nelle fabbriche e nelle campagne, eliminando i vecchi quadri statal-politici, con la pretestuosa accusa di aver provocato i dissesti, da cui l’indicazione di Mao: Sparate sul quartier generale! Ma non sul Grande Timoniere, ovviamente. L’epurazione si risolse in un paio d’anni (1966-1968), dopo di che le Guardie Rosse – che stavano prendendo alla lettera le indicazioni del Presidente – furono a loro volta emarginate e normalizzate.  Il testimone passò ai militari. Epurazione prima e normalizzazione dopo avvennero in un clima di grande violenza, fu una vera guerra civile che, ovviamente, l’intellighenzia occidentale ignorò allegramente, anzi, travisò completamente gli eventi cinesi, esaltandoli in un’idilliaca, demenziale, visione.

A questo punto, si potrebbe arguire che la Cina, a livello propagandistico, qualche risultato l’avesse raggiunto, mascherando disastri e violenze.  Sotto un profilo meno labile l’enorme sforzo (pagato col sangue e sudore dei proletari e contadini cinesi) ebbe ricadute politiche modeste. In Asia e in Africa qualche partito comunista sposò il maoismo, ma per breve tempo: nel 1971 gli accordi con gli Usa raffreddarono gli ardori antimperialisti, accesi dal maoismo. Intanto la Cina aveva ottenuto il riconoscimento internazionale e il seggio nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu. E si era emancipata dal rapporto con l’Unione sovietica.

Un pasticcio all’italiana, ma per palati forti

In Occidente, nei primi anni Sessanta, sorsero partitini filo cinesi (gli emme-elle, come furono definiti) con un peso sociale irrisorio (tranne in alcune brevi occasioni) e, presto, si frammentarono. Significativa è l’esperienza dell’Italia, dove la nascita del partito filocinese fu il frutto di un ambiente assai eterogeneo, per di più con componenti contrastanti. Politicamente, a parte i nostalgici stalinisti, c’erano quadri che erano stati emarginati dal partito sull’onda del XX Congresso del Pcus (febbraio 1956, cui fece eco il VII Congresso del Pci, dicembre 1956) e militanti scontenti di una prassi di corto respiro, sia rispetto alle aspettative resistenziali sia rispetto ai mutamenti sociali, prodotti dal boom economico. E non tutti erano nostalgici di Stalin, anzi, alcuni vedevano in Mao un antidoto antiburocratico.

Queste erano manifestazioni superficiali di un malessere-dissenso che, nel Pci, aveva radici più profonde. La sua prassi politica, pur senza rispondere ai mutamenti sociali, subiva, per forza di cose, l’allentamento di quell’alleanza tra classe operaia e piccola borghesia produttiva (artigiani e contadini), sulla quale il partitone aveva costruito la propria strategia politica. Di conseguenza, il Pci restava fermo in mezzo al guado, nonostante le acque si stessero agitando.

Il movimento filocinese attrasse alcune frange contadine, soprattutto in Calabria, ma fu un idillio di breve durata. Nel 1968 la contestazione studentesca esprimeva il fermento dei ceti medi emergenti, trascurati dal Pci. Costoro reclamavano un posto al sole nei ruoli e nelle professioni sollecitate, e in parte create, dalla crescita della struttura produttiva italiana, in cui l’industria e il terziario avevano ristretto gli spazzi del vecchio mondo agricolo e artigiano. Un piccolo mondo antico, da cui la scuola stentava a emanciparsi. Motivo per cui l’istruzione fu un fattore che connotò fortemente la contestazione studentesca in Italia.

Inizialmente, i nuovi ceti emergenti italiani furono suggestionati dalle Guardie Rosse cinesi ed ebbero qualche simpatia per il movimento emme-elle, la loro adesione fu però limitata ed effimera, e soprattutto fu problematica, tanto da sollevare contrasti che, nel giro di due/tre anni, ne provocarono la disgregazione e la scomparsa. Andavano prendendo il sopravvento altre organizzazioni (Avanguardia Operaia e Manifesto in primis) che, pur esprimendo una generica simpatia per Mao, meglio rispondevano ai mutamenti sociali in corso. A incensare Mao, restarono solo gli intellettuali nostalgici del bel tempo che fu …(Nota mia: clamoroso il caso di una quarta di copertina del giornale Avanguardia Operaia, con un articolo molto critico e allarmato sulla campagna contro la cosiddetta Banda dei Quattro, ritenuti i rivoluzionari nel maoismo. Il giornale venne ritirato e l’articolo sostituito con un altro, molto più moderato….)

Alcuni di costoro si pentirono, sposando ideologie decisamente bacchettone per non dire reazionarie. Stendo un velo pietoso su di loro, tanto contano come il due di picche. Il loro sciocco fanatismo ebbe però deleterie conseguenze alla fine degli anni Settanta, quando il modo di produzione capitalistico entrava in una fase di crisi irreversibile, mentre il mondo «comunista», con l’Urss, si avviava a un tragico tramonto e la Cina si avviava sull’impervia via di un capitalismo sui generis… ma pur sempre capitalismo.

L’avanguardia della regressione

Proprio in questa congiuntura storica, che avrebbe richiesto lucidità intellettuale e politica, trionfò un acritico pentimento che, in prima linea, vide coloro che, un momento prima, avevano brillato per il loro ottuso fanatismo. Fin qui, non ci sarebbe nulla di male, non era la prima volta e non sarà l’ultima che s’incontrano pentiti sulla via di Damasco. Ma c’è un aspetto particolarmente fetente.  Costoro, i pentiti, crearono il brodo di cultura intellettuale in cui sarebbe germogliata l’«avanguardia della regressione»: i «nouveaux philosophes».

La via fu aperta nel 1975, dal vecchio maoista pentito André Glucksmann, con La cuoca e il mangia-uomini: sui rapporti tra Stato, marxismo e campi di concentramento (edizione italiana: L’erba voglio, Milano, 1977), in cui egli stabilisce una stretta equazione tra nazismo e comunismo. Gli argomenti addotti, per quanto modesti, crearono il clima per i più raffinati argomenti di Bernard-Henri Lévy, vero leader dei «nouveaux philosophes».

Prese così avvio una campagna contro il «totalitarismo» sans phrase, fondata su un’impostazione squisitamente metafisica, priva di connotati storico-sociali, che dà spazio a tutte le ambiguità possibili, favorendo scelte politiche reazionarie, mascherate da una foglia di fico liberal-democratica, spesso assai esile e frusta. Come dicevo, folta è la schiera dei pentiti passati, armi e bagagli, al servizio della classe dominante. E costoro furono tanto meglio accolti, quanto più il sistema mostrava le sue crepe.  Il loro compito diventava prezioso, poiché, stroncando senza appello i miti di redenzione sociale del Novecento, celebravano, di converso, l’accettazione di una società che, nonostante gli evidenti segni di declino, sarebbe «il migliore dei mondi possibili». A santificare il presente giunse, nel 1992, Francis Fukuyama, annunciando la «fine della storia»: così è, così è stato e così sarà. Amen.

Corollario di questo debosciato clima ideologico fu la deriva antiautoritaria e pacifista che ha impestato i cascami della fu sinistra antagonista e/o radicale, con l’approdo ai più screditati lidi parlamentari e, in genere, legalitari, da cui non sono immuni neppure alcuni eredi degeneri del povero Bakunin. Sempre in nome dell’antiautoritarismo… benché, come sappiamo, la rivoluzione non sia un pranzo di nozze … lo diceva anche il presidente Mao.

Prima di concludere, due parole su alcuni riferimenti bibliografici riportati da Mieli: sono opere ex post, uscite nella seconda metà degli anni Settanta (per esempio egli cita: Simon Leys, Ombre cinesi. Il fenomeno totalitario in Cina, Traduzione di Alberto Flores d’Arcais, Sugrco, Milano, 1978), quando le magagne cinesi erano venute a galla, e solo i dementi non le vedevano. Ma, già da tempo, circolavano, anche in Italia, libri che offrivano un’apprezzabile visione critica sulla Cina di Mao, ricordo:

– Philippe Devillers, Mao parla da sé. La carriera e il potere di Mao prima e dopo la rivoluzione culturale rivelati da lui stesso, Traduzione di Lapo Berti, Longanesi, Milano, 1970.

– Jean Esmein, Storia della rivoluzione culturale cinese, Traduzione di Giovanni Ferrara, Laterza, Bari, 1971.

– Charles Reeve, La tigre di carta. Saggio sullo sviluppo del capitalismo in Cina dal 1949 al 1972, Edizioni La Fiaccola, Ragusa, 1974.

Come si vede, son tutti libri pubblicati dapprima in Francia. In Italia, c’erano pubblicazioni marxiste di sinistra, spesso con approfondite analisi, ma non riscuotevano molti riscontri. Sulla scena, imperversava la Mariantonietta Maciocchi …

Dino Erba, Milano, 16 settembre 2018.

Ateoagnosticismo, Laicità e Laicismo, Politica e Società

Luride zampe

In e-mail da Democrazia Atea il 12 Agosto 2018 dc:

Luride zampe

Ancora una volta la Chiesa Cattolica argentina mette le sue luride zampe sull’autodeterminazione delle donne.

Non abbiamo dimenticato le responsabilità della Chiesa Cattolica argentina all’epoca della dittatura di Videla, quando i prelati di Buenos Aires non si limitavano ad andare a braccetto con la giunta sanguinaria ma erano pronti ad assolvere dalle loro responsabilità i militari della Marina che gettavano in mare dagli aerei giovani civili innocenti, dopo averli torturati.

Né abbiamo dimenticato che i prelati argentini sono stati accusati di aver presenziato compiacenti alle torture dell’ESMA, e che la diocesi, di cui faceva parte anche il caro Bergoglio, non ha mai pronunciato parole di condanna contro la dittatura, ma è sempre stata in prima fila a pronunciare parole di condanna contro le donne che abortivano.

Non abbiamo dimenticato che il metodo di gettare in mare i giovani torturati, legati ad una pietra, è stato rivendicato dallo stesso vescovo di Buenos Aires che ha auspicato di applicarlo al Ministro della Salute il quale aveva manifestato una apertura verso la doverosa legalizzazione dell’aborto.

Dunque questi soggetti che hanno approvato torture ed esecuzioni, che hanno spalleggiato compiacenti la dittatura, sono gli stessi che si oppongono all’aborto.

Questi soggetti hanno determinato una ennesima frattura nella società influenzando la decisione del Senato argentino che ha respinto la legge sulla legalizzazione della interruzione volontaria di gravidanza.

A credere che il concepito abbia “diritti” e che sia già “vita” sono rimaste due categorie di persone: la casta dei pedofili clericali e gli imbecilli.

Carla Corsetti Segretario nazionale di Democrazia Atea e membro del coordinamento nazionale di Potere al Popolo

Economia, Scienza e Natura

Prima l’ambiente e la salute

In e-mail da Democrazia Atea il 07 Agosto 2018 dc:

Prima l’ambiente e la salute

La gestione dei rifiuti in Italia non è considerato dal punto di vista ambientale, ma purtroppo, come molte altre cose che riguardano l’ambiente, solo dal punto di vista economico e di potenzialità redditizia.

La criminalità organizzata ha preso in mano da anni queste attività, creando il fenomeno delle Ecomafie.
Non è un caso che il nostro Paese abbia numerose procedure di infrazione aperte per il mancato recepimento di direttive europee sul tema ambientale.
La collusione tra politica e criminalità impedisce al nostro Paese di fare progressi in questo campo, mette a rischio la salute dei cittadini e dell’ambiente, e grava sui cittadini anche dal punto di vista economico a cause delle conseguenti sanzioni.

La direttiva 2008/98/CE è stata in realtà recepita con il DL 205/2010 ma il rapporto Rifiuti Urbani 2013 dell’ISPRA mostra un quadro sconfortante.
La percentuale di raccolta differenziata in Italia, analizzata nel suo complesso, ha raggiunto il 52,6%, poco al di sopra della percentuale obiettivo del 2007.
L’obiettivo 2012, che è del 65%, è troppo lontano da raggiungere: a livello regionale solo Veneto e Trentino hanno raggiunto l’obiettivo 2011 del 60%, e, a livello provinciale, solo 19 province italiane si sono adeguate a questo obiettivo.

L’analisi di questo documento potrebbe occupare pagine e pagine, ma il risultato è che l’Italia deve rivedere e aggiornare tutto il sistema di gestione, adeguandosi e anche proponendo soluzioni alternative rispetto alla legislazione europea.

Il primo caposaldo deve essere, invece della parola riciclaggio, la parola riduzione.

La parola riciclaggio ci autorizza a produrre tonnellate di rifiuti nell’utopia che possano essere riciclati, e ci deresponsabilizza.
Dobbiamo produrre meno rifiuti, cambiando le modalità di produzione e distribuzione, riducendo al minimo gli imballaggi superflui, e anche trovando nuove modalità igienicamente compatibili che permettano utilizzo di materiali non plastici.

Il secondo caposaldo deve essere: no alla plastica.

La plastica non è riciclabile, può essere riutilizzata ma prima o poi diventa un rifiuto da smaltire, la cui combustione, se non effettuata sotto un controllo competente, può produrre materiale tossico.

Il terzo caposaldo: chi produce rifiuti paga per lo smaltimento.

I cittadini non possono pagare un prodotto ad un prezzo che comprende anche il suo imballaggio o contenitore, e poi dover pagare anche per lo smaltimento dello stesso.
Questo autorizza le industrie a non curarsi della quantità di rifiuti che producono.
Sarebbe auspicabile, per alcuni prodotti, il vecchio vuoto a rendere, che permetteva un riciclo vero e continuo, senza creare inutili intermediari che si occupano del riciclaggio.

Il quarto caposaldo: responsabilizzare.

I cittadini devono essere informati e responsabilizzati sulla quantità di rifiuti che producono e sui metodi alternativi.
Sapere che tutto ciò che esce da casa finisce in una discarica in qualche lontano luogo ci fa disinteressare, almeno fino a quando, come è successo, il lontano luogo diventa un luogo vicino casa nostra.

Il quinto caposaldo: i rifiuti devono essere gestiti creando un reddito alla comunità interessata.

Berlino è un esempio di come lo smaltimento dei rifiuti possa rappresentare un modo di trovare risorse per la comunità.
Le scelte legislative hanno responsabilizzato i produttori e i consumatori ed è stata veicolata una propensione al riciclo che oggi costituisce fonte di ricchezza.

Il metodo adottato a Berlino non privilegia tuttavia il parametro della redditività, ma antepone sempre la salute dei cittadini e dell’ambiente.

 

Politica e Società, Storia

La mitologia bolscevica

Inoltrata in e-mail il 7 Agosto 2018 dc:

La mitologia bolscevica

LA MITOLOGIA BOLSCEVICA DALL’ASSALTO AL CIELO ALLA DISCESA AGLI INFERI

A PROPOSITO DI UN BUON LIBRO: CHRISTIAN SALMON, Il progetto Blumkin, Laterza, Bari-Roma, 2018, pp. 263. € 18.

Era un cekista e un poeta, un mistico e un assassino, fu amico dei più grandi poeti e dei boia della Lubjanka (p. 256).

NEL CENTENARIO DELLA RIVOLUZIONE RUSSA, o meglio della sua versione bolscevizzata, si è detto e scritto di tutto e di più. Come ho avuto occasione di osservare.

In un panorama letterario spesso banalotto, il libro di Christian Salmon offre spunti di riflessione inediti, e spesso anomali, sulle suggestioni, e mitologie, che suscitarono la rivoluzione e che essa, poi, suscito, pervadendo tutto il Novecento, ai quattro angoli della Terra. Un aspetto certamente indagato (Nota 1) ma che lascia molti lati in ombra. Mi riferisco a quelle pulsioni ideologiche (o psichiche) che «pesano come un incubo sul cervello dei viventi», per dirla con Marx e che, all’improvviso, come un fiume carsico, emergono alla superficie. Si scatenano allora forze e passioni imprevedibili, in cui politica e religione si confondono, generando comportamenti apparentemente inconsulti, irrazionali, fanatici … l’«eclissi della ragione», secondo Max Horkheimer.

GUERRA, FAME, STRAGI … ECLISSI DELLA RAGIONE

A mio parere, l’eclissi della ragione ebbe il suo esordio negli orrori della guerra mondiale, orrori senza fine, mai conosciuti prima dall’umanità e che, in Russia, in quegli anni, toccarono il culmine, preparando il terreno a successivi orrori. Anche se i bolscevichi furono responsabili di grandi orrori, essi vi furono trascinati per i capelli. Il colpo di Stato bolscevico del 25 ottobre (7 novembre) 1917 provocò uno spargimento di sangue a ben vedere limitato, considerando il clima infuocato di tensioni e di scontri. La svolta cruenta avvenne con l’occupazione di Ucraina, Bielorussia e di vaste aree della Russia occidentale da parte della Germania, nonché di zone più limitate da parte di Austria-Ungheria e Impero e Ottomano, durante e in seguito le trattative di pace di Brest-Litovsk (inizio 1918).

Con il crollo degli Imperi centrali e la conseguente evacuazione dei loro eserciti dilagarono le armate bianche zariste, sostenute dall’Intesa che, già prima, si era preparata all’intervento. In quelle circostanze caotiche crebbe il marasma sociale, accompagnato da guerre, stragi, carestie, malattie – i quattro cavalieri dell’Apocalisse –, esacerbate dalla sfacciata opulenza di pochi che strideva con la miseria di molti. I bolscevichi, per farvi fronte, dovettero opporre violenza a violenza. Non c’erano alternative, caso mai si potrebbe ragionare come sarebbe stato meglio gestire la violenza. Senza fare chiacchiere accademiche.

Nota 1 Ne accenno in La rivoluzione russa. Cent’anni di equivoci. Marx, i marxisti e i costruttori del socialismo, All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2017, p. 7. Oltre a questo aspetto, nel libro affronto altre questioni, congruenti con le tematiche proposte da Salmon.

A questo proposito, ritengo assai peregrina la tesi avanzata da Francesco Dei, nel suo recente e poderoso studio (La rivoluzione sotto assedio. vol. I, Storia militare della guerra civile russa 1917-1918, Vol. II, Storia militare della guerra civile russa 1919-1922, Mimeis, Milano, 2018). Dei sostiene che la propaganda bolscevica ingiganti, pro domo sua, l’entità dell’intervento estero a favore delle armate bianche, che giustificherebbe l’estrema violenza repressiva dell’Armata Rossa. Non per nulla, Dei parla di guerra civile, mentre in realtà ci fu una vera e propria aggressione contro la Russia sovietica, soprattutto da parte di Inghilterra e Francia, nonché Polonia, con, sullo sfondo, Giappone e Stati Uniti. Oltre a queste evidenti circostanze eccezionali, l’orrore bolscevico fu attizzato anche dalla presunzione, conscia o inconscia, di redimere il mondo. Anche col sangue.

ASSALTO AL CIELO E DISCESA AGLI INFERI

L’orrore bolscevico (il terrore rosso) è noto fin dalle origini, e non per merito di studiosi amanti dello status quo (per non dire reazionari), di ieri e di oggi. Anzi, l’orrore è noto perché fu esaltato, fin dall’inizio, dallo stesso regime bolscevico. Al Terzo congresso panrusso dei soviet (10 gennaio 1918), il marinaio Anatolij Zelez- njakov dichiarò:

«Siamo pronti a fucilare non pochi, ma centinaia e migliaia, se sarà necessario un milione: sì, un milione» (Nota 2).

Nota 2 Ettore Cinnella, La Russia verso l’abisso. La storia della rivoluzione che sconvolse il mondo, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2017 (nuova edizione), p. 199.

La riflessione dovrebbe volgersi all’atmosfera carica di esaltazione palingenetica, in cui apparvero scritti come La scheggia di Vladimir Zazubrin (Nota 3). Un «libro terribile», secondo Lenin. Per tentare di capire l’origine di questa caduta agli inferi, mi sembra utile porre attenzione a un’affermazione di Salmon:

« […] la gloriosa rivoluzione d’Ottobre, fu oggetto di tre narrazioni successive: all’inizio fu l’epopea collettiva e anonima, quella degli operai e dei contadini, poi l’opera romanzesca dei teorici e degli strateghi bolscevichi, infine la prova del genio di uno solo. Epopea, romanzo, agiografia, sono i tre generi letterari ai quali la storiografia sovietica si rifà in successione. Ma la transizione dall’uno all’altro non è così immediata» (p. 64).

Nota 3 Vladimir Zazubrin, La scheggia. Racconto su lei e ancora su lei, A cura di Serena Vitale, Adelphi, Milano, 1990. Scritto nel 1923, Lenin lo giudicò un «libro terribile». Nel 1992, è stato girato il film Il cekista, con la regia di Aleksandr Rogozhkin. Argomento, le esecuzioni sommarie. La Lei del titolo è la rivoluzione. L’asettica descrizione degli orrori si inscrive nel medesimo filone letterario, sorto con la guerra, in cui rientra Nelle tempeste d’acciaio, di Ernst Jünger.

 

È proprio la transizione, da un genere letterario all’altro, l’argomento implicitamente affrontato da Salmon. Il filo conduttore della sua ricerca sono le vicende di Jakov Blumkin che, pur abbracciando solo un quindicennio, o poco piu, (1914-1929), offrono una sintesi quanto mai emblematica sulla nascente, e futura, civiltà bolscevica. Laddove mi è possibile, evito fermamente di dire sovietica. Così come evito di dire stalinista. Attributi entrambi fonte di equivoci.

ANGELI E DEMONI DI UNA TRAGICA MITOLOGIA

Jakov Blumkin nacque a Odessa alle soglie del Novecento, in una famiglia ebrea di bassa condizione sociale. Come lo era la maggior parte di loro. Una situazione che contribuì a fargli abbracciare scelte politiche radicali, eredi della tradizione populista e anarchica, con corollario di espropri e attentati. La guerra esacerbò i suoi orientamenti eversivi. Nel 1917, l’emergenza rivoluzionaria lo vide aderire al Partito Socialista Rivoluzionario, schierandosi subito con la tendenza di sinistra (Esse-Erre di sinistra). Nell’ottobre, i socialisti rivoluzionari di sinistra sostennero i bolscevichi e fecero parte della coalizione governativa sovietica, contribuendo in primis alla legge agraria (la terra ai contadini).

I socialisti rivoluzionari di sinistra condivisero cruciali responsabilità governative, come l’adesione di molti di loro – tra cui Blumkin – alla nascente Ceka (il servizio di sicurezza sorto il 20 dicembre 1917). Ciò nonostante, permanevano molte divergenze che esplosero riguardo alla pace di Brest-Litovsk. Mal digerita anche da molti esponenti bolscevichi. In quel clima di tensioni, maturò l’attentato all’ambasciatore tedesco Wilhelm Mirbach (6 luglio 1918), di cui Blumkin fu l’esecutore, favorito dal suo ruolo di cekista.

Formalmente, il governo sovietico condannò l’omicidio, costringendo l’autore a darsi alla macchia. L’imminente sconfitta degli Imperi Centrali contribuì tuttavia a smorzarne le implicazioni politiche. Tanto è vero che, nella primavera del 1919, egli fu reintegrato, «con tutti gli onori», nella Ceka, anche grazie alla sua dichiarazione di fede bolscevica. Nel frattempo, dilagava la guerra civile. Blumkin vi partecipo, svolgendo rischiose missioni. Fu inoltre a diretto contato con Trotsky, col quale strinse un solido rapporto. Che, nel 1929, gli costò la fucilazione.

In quegli anni, la sua vita si fuse con lo spirito dell’epoca. Sotto tutti gli aspetti. Uno spirito pervaso da un’estrema presunzione di onnipotenza (ὕβρις, dicevano i greci), in tutto, nelle arti (il Proletkul’t ispirato da Aleksandr Bogdanov in primis) come nelle scienze (la disastrosa agrobiologia di Trofim Lysenko). Passando attraverso i chiari di luna di una politica sempre più succuba della ragion di Stato furono tentate sperimentazioni apparentemente ardite, ma il più delle volte demenziali, culminate in quella disastrosa ingegneria sociale che, per settant’anni, segnò l’esistenza dei «sovietici».

Ho osservato che Lenin e il bolscevismo rappresentano la sintesi teorica (alla «russa») tra il volontarismo eversivo di Bakunin e l’oggettivismo evoluzionista di Kautsky, apparentemente divergenti, ma entrambi fondati sulla medesima fede nelle sorti progressive dell’umanita, protese verso uno sviluppo senza limiti.

 

Per inciso, il progressismo è una concezione insita nella civiltà occidentale, madre del modo di produzione capitalistico, da cui i bolscevichi mai si affrancarono. Anzi. Essi pretesero di innestare il capitalismo – con la pretesa di controllarlo politicamente – in un ambiente assolutamente refrattario, col risultato di riprodurne una copia mostruosa.

Dalle premesse di questo nefasto esito, si dovrebbe iniziare, quando si parla della rivoluzione russa. Altrimenti si cade nelle spire di una moralistica politologia, più o meno reazionaria.

IL PATHOS DEL RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE

Seguendo l’accurata ricostruzione di Salomon, vediamo Blumkin vivere il pathos di un eroe romantico: egli fu «esportatore» della rivoluzione e visionario «poeta», come molti «rivoluzionari di professione» del Novecento. Quasi tutti fans di Josif Stalin e con una forte propensione al martirio.

Esportando la rivoluzione nell’Oriente, «rivoluzionari di professione» come Blumkin ne rigenerarono il già dilagante fascino, ora non più in chiave colonialista (alla Kipling), bensì in chiave eversiva, catartica, con afflati mistici, sulla scia del colonnello Lawrence e del professor Guénon. In quelle circostanze, ci furono ambigue concessioni alla parapsicologia, sempre sulla spinta di un incontrollabile delirio di onnipotenza.

Sono questi i risvolti di un bolscevismo poco o per nulla conosciuto, ancor meno di quello scientismo mistico che ebbe il suo antesignano nel medico bolscevico Aleksandr Bogdanov (lo stesso del Proletkul’t). Un tema che Salmon sfiora, parlando del Pantheon dei Cervelli di Mosca, con una grottesca ironia, degna di Michail Bul- gakov.

IN LUCE GLI INTELLETTUALI, IN OMBRA I PROLETARI

Seppur a volo d’uccello, ho ripercorso i molteplici aspetti che Salmon illumina. Devo però concludere che egli si sofferma essenzialmente sull’«opera romanzesca dei teorici e degli strateghi bolscevichi». Per quanto ben sviluppato, il libro lascia quindi in ombra «l’epopea collettiva e anonima, quella degli operai e dei contadini». Coloro che la rivoluzione la fecero. E la difesero, tentando di portarla alle sue conseguenze estreme. E auspicabili. Costoro, la makhnovcina, Kronstadt … nonché molti altri fatti e molte altre voci, fuori dai convenzionali percorsi politici, restano avvolti nelle nebbie di una storiografia conformista che sarebbe ora di spazzare via. Dopo cent’anni.

DINO ERBA, MILANO, 3 agosto 2018.

Blumkin fu il primo bolscevico fucilato perché simpatizzante dell’opposizione. Non fu mai riabilitato.

Economia, Politica e Società

La morte di un manager dispotico e il futuro degli operai FCA

Inoltrato in e-mail il 26 Luglio 2018 dc, pubblico nonostante provenga da un partito stalinista:

La morte di un manager dispotico e il futuro degli operai FCA

Sergio Marchionne, l’a.d. di FCA, è morto. 
I comunisti non versano lacrime per un manager che è stato per 14 anni il salvatore dei profitti della famiglia Agnelli, lo spietato estorsore del plusvalore creato dal lavoro non pagato degli operai, il buttafuori dei sindacalisti combattivi e il compratore dei collaborazionisti che hanno appoggiato i suoi piani, i quali sono ora “profondamente addolorati”.

Il dirigente d’azienda più pagato d’Italia (nel 2015 ha intascato 54 milioni di euro, più o meno il monte salari annuo degli operai di Mirafiori) realizzò dopo la grande crisi del 2008 l’acquisizione della Chrysler, grazie ad un accordo con Obama. 
Cinque miliardi di profitti annui sono il suo ultimo bottino, ottenuto spremendo come limoni gli operai.

Nessuna meraviglia se viene santificato dalla borghesia, che lo qualifica come “un gigante”. 

Senza dubbio lo è stato dello sfruttamento e del comando capitalistico, che sono tanto più feroci quanto più si sviluppa la produzione su larga scala.

Per i proletari d’avanguardia la morte di Marchionne – un manager integrato nell’oligarchia finanziaria, che usava il bastone in fabbrica e il pullover in TV – è più leggera di una piuma. 

Sono altre le questioni che pesano: quale sarà il futuro delle fabbriche? 
Quali ricadute occupazionali? 
Come far ripartire la lotta?

Con la nomina del nuovo a.d. Manley, che viene dalla Chrysler, è prevedibile che FCA se ne andrà sempre più verso gli USA dove il marchio Jeep viene maggiormente prodotto e venduto.

Lo spostamento della produzione dall’altra parte dell’Atlantico sarà anche una conseguenza della politica di Trump, che condiziona tutte le multinazionali dell’auto. 

La minaccia del presidente nordamericano di imporre dazi doganali del 25% sulle vetture importate non può essere ignorata dalla famiglia Agnelli, pena la perdita di ingenti profitti.

A ciò va aggiunto un altro fattore: la strategia di FCA è sempre più centrata su SUV Jeep, auto di lusso Maserati e auto “premium”. 

I vertici aziendali hanno capito che non possono battere la concorrenza di monopoli come Volkswagen, Renault, Ford, Toyota, in un mercato automobilistico come quello europeo che è sempre più saturo a causa della riduzione del potere d’acquisto dei lavoratori. 

Per sopravvivere puntano su auto di alta gamma dai volumi di vendita inferiori.

L’ennesimo piano industriale FCA non offre alcuna certezza per il futuro degli stabilimenti italiani e nessun dettaglio su tempi e luoghi di produzione dei nuovi modelli. 

Non è difficile prevedere la fermata a breve della produzione della Fiat Punto a Melfi, e lo stop dell’Alfa Romeo Mito a Mirafiori, per concentrarsi sulla produzione di un SUV Maserati.

La produzione di Panda e 500 finirà in Polonia, dove il prezzo orario della forza-lavoro è circa un terzo di quella italiana. 
Forse a Pomigliano si produrrà un piccolo SUV Jeep.

A Melfi, una volta eliminata la Punto, rimarrà la Renegade, ma bisognerà vedere con quali volumi produttivi. A ciò si aggiunge l’addio al diesel che viene prodotto a Pratola Serra e a Cento, mentre la 500 elettrica è ancora un sogno.

Praticamente in Italia non verranno più prodotte utilitarie con il marchio Fiat. 

La fine dell’era Marchionne segna anche l’epilogo di un processo iniziato da decenni che comporterà riflessi devastanti sul piano occupazionale in tutte le fabbriche, non solo Mirafiori e Pomigliano. 

Si prospettano cassa integrazione a go-go e licenziamenti che diverranno massivi quando scoppierà la nuova crisi. 
Altro che la piena occupazione promessa da “Marpionne”!

Quale risposta mettere in campo? 
La forza di Marchionne e di FCA nell’ultimi anni si è basata sulla debolezza e sulla divisione degli operai, favorite dai collaborazionisti politici e sindacali.

Questo significa che nella misura in cui si svilupperà la mobilitazione e il fonte unico di lotta degli operai sarà molto più difficile per FCA far passare il suo piano antioperaio.

Sosteniamo perciò l’azione comune dal basso, realizzata sulla base della difesa intransigente degli interessi e dei diritti degli sfruttati. 

La solidarietà e l’unione sono necessità assoluta per gli operai dinanzi a cui sta il capitale monopolistico. Smascheriamo tutti coloro che vi si oppongono, svigorendo la lotta operaia e dividendo i lavoratori per aiutare i capitalisti.

Non bisogna aspettare che cali la mannaia. 
Nemmeno è possibile nutrire illusioni su FCA e sui sindacati complici. 
Tanto meno ci si può fidare di un governo nazional-populista spudoratamente asservito ai padroni, che oggi onora il suo manager preferito.

Bisogna ripartire al più presto con le assemblee e gli scioperi contro l’intensificazione dello sfruttamento, per forti aumenti salariali e condizioni di lavoro migliori, per la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, per la difesa dei posti di lavoro stabili in tutte le fabbriche, contro i licenziamenti di massa e quelli politici.

Questa lotta riguarda l’intera classe operaia, che con essa riprenderà fiducia nella sua enorme forza e nella giustezza dei suoi scopi: l’abolizione della schiavitù salariata e la socializzazione dei mezzi di produzione, per farla finita con lo sfruttamento, l’oppressione, la miseria, le guerre di rapina.

Perciò diciamo che è sempre più necessaria una direzione politica che sostenga nella lotta gli interessi comuni degli operai, portandovi la coscienza di classe: il partito indipendente e rivoluzionario degli operai. Tutti i proletari avanzati possono e debbono dare un importante contributo in questo senso.

Uniamoci, lottiamo, organizziamoci assieme!

25 luglio 2018
Piattaforma Comunista – per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia

Visita il sito http://www.piattaformacomunista.com

Ateoagnosticismo, Laicità e Laicismo, Politica e Società

I Nuovi Crociati

In e-mail da Democrazia Atea il 25 Luglio 2018 dc:

I Nuovi Crociati

Barbara Saltamartini, ex AN ora Lega, ha presentato una proposta di legge con la quale intende imporre il simbolo del crocifisso in tutte le scuole, in tutti gli edifici pubblici e in tutti i porti.

La poverina, e con lei tutti i minus habentes che la sostengono in questa iniziativa, pensano di dare ad intendere alla loro base elettorale, che così facendo fermeranno l’islamizzazione della società italiana, ma soprattutto con questa iniziativa pensano di stendere un velo pietoso sulla loro assoluta incapacità a governare.

Insomma, la solita arma di distrazione delle masse.

Pensare di spiegare ad una persona pentafascioleghista cosa sia il principio di laicità ha la stessa utilità che lavare la testa all’asino.

La proposta di legge della Saltamartini, nella sua articolazione, conferma quello che Democrazia Atea sostiene da sempre, ovvero che il crocifisso non è affatto un simbolo religioso, ma un simbolo di propaganda politica.

I simboli sono qualificabili come religiosi solo se esposti nella cornice del culto che li esprime, ma al di fuori dei luoghi di culto e al di fuori della sfera privata e personale di chi li condivide, i simboli smettono di essere religiosi e diventano simboli politici.

Un simbolo diventa politico quando viene brandito con lo scopo di far prevaricare un gruppo di potere sugli altri.

È invece culturale quando diventa l’effige di un gruppo sociale o comunque quando, nella convenzionalità comunicativa, lo si associa a molteplici contenuti evocativi.

Solo quando rimane circoscritto alla sfera religiosa può mantenere un significato legato alla credenza, ma al di fuori del contesto rituale, liturgico, fideistico, perde queste valenze e ne assume altre.

Nella proposta leghista si legge: “Il Crocifisso, emblema di valore universale della civiltà e della cultura cristiana, è riconosciuto quale elemento essenziale e costitutivo e perciò irrinunciabile del patrimonio storico e civico-culturale dell’Italia, indipendentemente da una specifica confessione religiosa”.
Quindi lo secolarizzano, pur di imporlo, e dicono che rappresenta un elemento essenziale della cultura italiana.

Nella loro infinita pochezza i leghisti non hanno evidentemente valutato che la secolarizzazione di un simbolo religioso comporta che si cristallizzi il suo significato socio-culturale non solo nella prospettiva da loro auspicata, ma anche in quella da loro superficialmente ignorata: come simbolo culturale il crocifisso è prevalentemente il simbolo del genocidio dei nativi americani, del genocidio delle donne durante l’inquisizione, è il simbolo degli stupratori sessuali seriali clericali, delle guerre di aggressione degli eserciti occidentali, dello sterminio degli ebrei nei campi nazisti, tutte azioni poste in essere in adesione a quella simbologia.

Non sorprende come i cattolici non siano stati in grado di difendere il loro crocifisso dalla strumentalizzazione politica.
Pur di imporlo accetteranno che sia un partito politico, la Lega, a secolarizzarlo irreversibilmente.
Ne chiedono l’ostensione persino nei porti, quegli stessi porti che nella storia dell’umanità sono stati sempre luoghi di accoglienza e ora, chiusi da quella fazione politica, sono diventati, nell’immaginario collettivo, luoghi di ostilità.

Bene avrebbero fatto i cattolici a proteggerlo nella riservatezza della sfera del culto, ma hanno da sempre difeso la loro imposizione anche a chi non condivideva la loro simbologia.

Hanno esultato sentendo che sarebbe stato imposto, e ora gli resterà difficile affermare che è un simbolo di pace, con quella proposta di legge è diventato politicamente il simbolo della disumanità e della barbarie leghista.

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Economia, Politica e Società

Uccidiamoli a casa loro

In e-mail da Democrazia Atea il 24 Luglio 2018 dc:

Uccidiamoli a casa loro

Generalmente le società civili adottano criteri di condivisione delle esperienze e delle conoscenze per arrivare alle migliori soluzioni possibili.

Le società civili organizzano convegni di medicina, di diritto, di economia, organizzano meeting, conferenze, perché la condivisione delle conoscenze diventa il modo migliore per ipotizzare risposte possibili e ridurre i margini di errore.

Anche negli USA si organizzano eventi per trovarsi preparati agli scenari futuri, ed essendo gli statunitensi degli inguaribili guerrafondai, i loro meeting sono incentrati sugli scenari di guerra.

Negli USA si organizzano dei giochi di guerra, durante i quali si devono misurare le capacità delle forze armate americane di affrontare ogni tipo di crisi.

Il War College in Pensilvanya ha ospitato Unified Quest 08, un evento durante il quale si radunarono militari di ogni età, provenienti da tutto il mondo, ma anche rappresentanti delle accademie, dell’industria, di molte agenzie governative per discutere le risposte ai conflitti globali del futuro.

Ed è curioso constatare che quando il Pentagono orchestra un “gioco di guerra” preventivando come comportarsi in un possibile conflitto, di lì a poco quella guerra ipotizzata, con stupefacente puntualità, si verifica.

Nel 2008 Unified Quest aveva ipotizzato quattro scenari e tra questi, quello nigeriano, collocandolo temporalmente nel 2013.

Era la prima volta che gli USA pianificavano uno scenario africano.

Con singolare “coincidenza”, l’anno successivo, nel 2009, il gruppo terroristico Boko Haram, presente in Nigeria già dal 2002 ma con attività che non avevano destato immediata preoccupazione, ha cominciato la sua ascesa vertiginosa, frutto di finanziamenti improvvisi, e ha scatenato i primi attentati in concomitanza con la creazione dell’Africom, un nuovo comando militare destinato al continente africano e creato dal Pentagono.

Gli orrori legati a questo gruppo terroristico sono inenarrabili, ma è necessario risalire a chi quell’orrore lo ha lucidamente pianificato.

I maggiori finanziatori di Boko Haram sono il fondo fiduciario Al-Muntada, con sede nel Regno Unito, e la Società mondiale islamica dell’Arabia Saudita, dunque Regno Unito e Arabia Saudita, entrambi fedeli alleati degli USA.

Zbigniew Brzezinski, già co-fondatore della Commissione Trilaterale, ideatore del progetto CIA di sostegno ai mujaheddin in Afghanistan, durante l’amministrazione Obama teorizzò la politica di deflagrazione degli stati nazionali per arrivare a micro-Stati divisi per etnie o religione, talmente irrilevanti da non poter essere minimamente in grado di opporsi ad una qualsiasi multinazionale del petrolio di medie dimensioni, e tra gli obiettivi di distruzione degli stati nazionali c’era la Nigeria.

Destabilizzare la Nigeria significava anche indebolire il rapporto privilegiato che la Nigeria aveva con la Cina, perché il petrolio nigeriano costituisce un irrinunciabile fonte di approvvigionamento anche per Pechino.

Nel 2010, la Cina ha firmato un accordo da 23 miliardi di dollari per la costruzione di tre raffinerie di carburanti in Nigeria, e la crescente presenza della Cina nella regione è stata interpretata, manco a dirlo, come una sfida agli interessi americani.

Agli USA interessano le risorse petrolifere nigeriane e non vuole contendersele con la Cina.

Durante l’amministrazione Obama le organizzazioni terroristiche sono state spudoratamente finanziate per destabilizzare intere aree, in tutto il pianeta, con la precisa finalità di meglio consentire il raggiungimento delle predazioni economiche.

L’amministrazione Obama, consentendo che Boko Haram venisse finanziato, ha ottenuto la destabilizzazione della nazione più popolosa dell’Africa.

Da non trascurare che alla distruzione della Nigeria ha contribuito, attraverso l’ENI, anche l’Italia.

L’Eni è stata accusata di aver grandemente, se non irreversibilmente, inquinato il Delta del Niger.
L’ENI si è difesa dicendo che le perdite erano causate proprio dai terroristi che rubavano il petrolio dalle tubature.
Un accurato studio di Amnesty International ha dimostrato invece, con documenti e fotografie, che le perdite sono causate, piuttosto, dal pessimo stato di manutenzione degli impianti.

Da sottolineare come l’economia della Nigeria era prevalentemente fondata su agricoltura e pesca e come gli idrocarburi e l’inquinamento del Niger abbiano distrutto l’economia nazionale tradizionale, ad onta dei progettini di sostegno all’agricoltura finanziati proprio dall’ENI.

Il bilancio complessivo è terrificante: centinaia e centinaia di civili uccisi, esecuzioni sommarie agghiaccianti, migliaia di famiglie impossibilitate a sostenersi, fame, miseria, malattie e, su tutto, incombe la bestialità della sharia.

Così li abbiamo uccisi a casa loro.

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Politica e Società

Sergio Marchionne, eroe borghese

In e-mail il 27 Luglio 2018 dc:

Sergio Marchionne, eroe borghese

Impressiona vedere in queste ore la commozione lirica della stampa padronale e dei media nel compiangere l’amministratore delegato di FCA, magnificarne la memoria, esaltarne le gesta. Uno slancio retorico e fluviale persino imbarazzante nella sua uniformità. Marchionne è il nuovo eroe dei due mondi finalmente ritrovato, bandiera dell’orgoglio nazionale, sintesi di patriottismo e internazionalismo (…del capitale).

Nessuna critica è “moralmente” consentita, neppure la più inoffensiva. Tutta l’Italia è tenuta ad onorare il capitano d’impresa morente. Ogni voce fuori dal coro diventa tradimento patrio.

C’è, in questa cantica di regime, il segno di una ipocrisia rivoltante. L’unica vittoria che Sergio Marchionne ha assicurato riguarda il portafoglio degli azionisti FIAT. Sede legale della FIAT ad Amsterdam, sede fiscale a Londra, propria residenza personale in Svizzera, per pagare meno tasse possibili. Fusione con la Chrysler in bancarotta grazie alle risorse pubbliche garantite da Obama (garanzia pubblica dei prestiti ottenuti), al saccheggio di fondi pensione e sanitari dei lavoratori americani, al drastico taglio del loro salario, al blocco per cinque anni del loro diritto allo sciopero (con il sindacato UAW complice).

Risanamento del debito aziendale della famiglia Agnelli, grazie a chiusure di stabilimenti, falcidie dei posti di lavoro, cancellazione dei diritti sindacali individuali e collettivi.

Il miracolo di Marchionne ha il segno della lotta di classe dal versante del capitale. Altro che interesse dell’impresa come interesse generale della società! La società ha pagato a peso d’oro il parassitismo degli azionisti.

Il caso italiano è emblematico. Il famoso Progetto Italia annunciato da Marchionne dieci anni fa, e lodato come sempre con squillo di fanfare da tutta la stampa nazionale, si è rivelato una clamorosa bufala. Invece che piena occupazione chiusura di fabbriche (a partire da Termini Imerese), una valanga di nuova cassa integrazione, un contratto aziendale separato che prevede più turni, taglia le pause, vieta lo sciopero, sbatte la FIOM fuori dai cancelli (salvo reintegro giudiziario) come mai era avvenuto, neppure negli anni ’50. Il tutto con l’arma più odiosa del ricatto (o accettate la distruzione dei diritti o ce ne andiamo) e con il ripristino dei famigerati reparti confino (Nola) per gli operai recalcitranti. Il perché di tutto questo l’ha confessato candidamente Marchionne: “occorre uniformare il contratto dei lavoratori italiani al contratto dei lavoratori americani”. Lo stesso che Marchionne aveva peraltro abbattuto.

L’intero padronato italiano, grazie alla complicità sindacale, è entrato successivamente nel varco aperto da Marchionne, generalizzando la sua vittoria. «Si va avanti per traumi o per confronti. Marchionne scelse la prima via e noi invece siamo arrivati più tardi, l’approdo però è lo stesso», dichiara l’attuale Presidente di Confindustria (Corriere della Sera, 23 luglio). Proprio così.

Salvo aggiungere un piccolo dettaglio. Se Marchionne vinse, e se l’intera borghesia ha capitalizzato il suo sfondamento, ciò non è avvenuto per un destino cinico e baro, per una forza superiore e imbattibile. È avvenuto perché la classe operaia non ha avuto una direzione all’altezza del livello di quello scontro. La FIOM rifiutò di occupare Termini Imerese, e poi di unire in una lotta sola gli operai dei diversi stabilimenti della FIAT, votandosi alla sconfitta fabbrica per fabbrica in ordine sparso. Le burocrazie sindacali accettarono negli anni successivi proprio il modello imposto da Marchionne, firmando la capitolazione al padronato. Landini ha concluso la propria carriera di segretario FIOM siglando il peggior contratto della storia dei metalmeccanici, assunto oggi a riferimento da Confindustria come paradigma dei contratti futuri.

La borghesia seppellisce Marchionne con tutti gli onori, salvo farlo quando è ancora in vita e a mercati chiusi per contenere i contraccolpi sulle azioni della Famiglia.

CGIL e FIOM tacciono pudicamente, perché non possono neppure rivendicare il vecchio disaccordo col padrone nel momento in cui si sono arresi.

Noi diciamo a voce alta, tanto più oggi, che la lotta per cancellare le vittorie di Marchionne è parte della lotta per la costruzione di un’altra direzione, sindacale e politica, del movimento operaio.

Partito Comunista dei Lavoratori
Cronaca, Politica e Società

La lunga notte delle Scuole Armate italiane

Dal sito La Bottega del Barbieri 18 Giugno 2018 dc:

La lunga notte delle Scuole Armate italiane

di Antonio Mazzeo (*)

Se in tempi di “pace” le forze armate superano ogni limite di decenza nelle loro sempre più invasive occupazioni di scuole e attività didattiche, è doveroso interrogarsi su cosa potrebbe accadere in caso di “guerra guerreggiata” nell’Italia della cosiddetta Terza Repubblica. Peggio di così l’anno scolastico 2017-18 non poteva concludersi: sfilate, parate, cori e bande musicali di studenti e militari “uniti nel Tricolore”; party-saluti di alunne e alunni in basi e installazioni di guerra, con tanto di selfie ai piedi di cingolati, carri armati, cacciabombardieri e sottomarini; saggi ginnico-militar-sportivi e gare di corsa al passo dei bersaglieri; borse di studio/formazione e certificazioni per l’alternanza scuola-lavoro nei corpi d’assalto dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica o nelle aziende dell’export degli strumenti di morte.

Sono centinaia ormai le “esperienze” didattico-educative che le forze armate, in assoluta autonomia e fuori da ogni doveroso controllo degli insegnanti, impongono alle studentesse e agli studenti italiani. Realmente impossibile censirle, ma tra quelle svolte nelle ultime settimane ce ne sono alcune che meritano essere menzionate per la loro gravità e il prevedibile impatto negativo sul processo di formazione e crescita di tanti nostri figli.

Giovedì 31 maggio 2018, ad esempio, una rappresentanza del 9° Reggimento d’Assalto “Col Moschin” (il reparto d’eccellenza delle forze speciali di terra che opera in tutti gli scenari di guerra internazionali) si è recata presso l’Istituto scolastico “Leonardo da Vinci” di Guidonia (Roma) per incontrare gli alunni della scuola elementare. “Il primo incontro tra gli Incursori e la classe era avvenuto nei giorni precedenti proprio presso l’aeroporto militare di Guidonia dove i bambini assistevano alle prove della parata prevista per la Festa del 2 giugno ed in maniera del tutto spontanea ed assolutamente inattesa per gli uomini del Col Moschin, gli alunni si sono lanciati in acclamazioni e applausi riecheggiando il grido Arditi lanciato dagli incursori”, riporta l’ufficio stampa dello Stato Maggiore dell’Esercito. “Incuriositi da tale spontaneo slancio, gli Incursori hanno avvicinato la scolaresca che li ha travolti con slancio affettuoso. In particolare un bambino, che si era infortunato poco prima, ha raccontato che siccome gli arditi sono i più coraggiosi tra i coraggiosi, avrebbe sopportato il dolore come loro. Non potendo lasciar passare così tale manifestazione di affetto gli Incursori hanno, a loro volta, fatto una sorpresa ai bambini e incontrandoli in aula regalando il crest del 9° reggimento Col Moschin e ringraziandoli da parte di tutti gli Incursori dell’Esercito”. Coronano l’articolo che ci riporta ai tempi più bui dell’Istituto Luce, numerose fotografie che ritraggono le lezioni frontali degli ufficiali-arditi in una classe di primaria dove le divisioni di genere sono giù belle e strutturate: i bambini mostrano orgogliosi bicipiti e pettorali, le bambine sorridono estasiate.

Innocenze rubate, coscienze stuprate, i corpi sottratti, cooptati, convertiti in icone di guerra e di morte. La “campagna” militare nelle scuole di Guidonia ha avuto un’indicazione precisa, inequivocabile: Adotta un sorriso di un soldato. Una serie d’iniziative che hanno coinvolto oltre 800 studenti delle scuole di ogni ordine e grado, promosse dal personale del 60° Stormo dell’Aeronautica Militare alla vigilia della “Rivista” per la Festa della Repubblica. “Il progetto mira a creare una possibilità di contatto tra le realtà sociali attraverso una comunicazione comune, quella di sorridere insieme”, si legge nel sito internet dell’Aeronautica. “La fatica della marcia sotto il sole o sotto l’acqua, l’impegno di tutti gli organizzatori per la buona riuscita viene ricompensata dal sorriso, anche se timido, che i bambini e gli adolescenti esternano senza pregiudizio o filtro ma in maniera del tutto incondizionata. L’incontro tra il personale militare di Guidonia e gli studenti avviene attraverso la presentazione dei simboli, delle uniformi e della storia dei Reparti che ogni anno prendono parte alla Sfilata. (…) L’attività ludica e culturale allo stesso tempo si trasforma in un valore aggiunto che consolida quella relazione emotiva, la quale attraverso l’espressione facciale del sorriso, innesca automaticamente sentimenti quali l’empatia, la serenità e la voglia di stare tutti insieme uniti nella gioia. Riconoscere i Reparti attraverso le loro uniformi e le attività esperienziali, quali la marcia insieme ai soldati, sono stati i punti cardini della relazione soldato-bambino in Patria”.

Non è andata purtroppo meglio a 3.000 studenti frequentanti gli istituti scolastici napoletani dove la Divisione “Acqui” (alla guida delle brigate terrestri d’élite “Granatieri di Sardegna”, “Aosta”, “Pinerolo”, “Sassari” e “Garibaldi”), ha oraganizzato e gestito in prima persona il Progetto Legalità, “per tracciare l’importanza delle Forze Armate e in particolare dell’Esercito Italiano, non solo nel solco del centenario della Grande Guerra, ma anche su alcune attività del territorio nazionale, come ad esempio con l’Operazione Strade Sicure”. “Nell’ambito delle attività didattiche e di orientamento del percorso scolastico – prosegue il comunicato dell’Esercito – un team di soldati della Acqui ha divulgato nelle classi l’importanza dei valori di fiducia, coraggio, solidarietà, dignità e sacrificio”.

Abdicando alle proprie funzioni costituzionali, tantissime scuole hanno affidato alle forze armate la rielaborazione e la narrazione “storico-culturale” della Prima Guerra Mondiale, una delle peggiori carneficine della storia dell’umanità. Un processo di mistificazione, quello condotto dai militi-arditi-insegnanti che culminerà con i Festeggiamenti della Vittoria del prossimo 4 novembre, prevedibile apoteosi della partnership scuole–forze armate e della militarizzazione a fini dichiaratamente bellici del sistema educativo nazionale, contro il sapere libero e critico.

Ci troviamo di fronte a un processo inarrestabile? Non lo crediamo, anzi riteniamo che sia ancora possibile intervenire contro questa “marcia sulla scuola” di generali, ammiragli, paramilitari e nostalgici dell’Italia colonial-fascista. Per questo facciamo nostro l’appello lanciato qualche giorno fa da un gruppo di insegnanti (primi firmatari Luca Cangemi, RSU del Liceo “Lombardo Radice” di Catania; Marina Boscaino, docente e pubblicista di Roma; Dina Balsamo dell’IC “G.Romano” di Eboli; Natya Migliori dell’IIS di Palazzolo Acreide; Piero Bevilacqua, professore emerito di Storia Contemporanea all’Università “La Sapienza” di Roma, ecc.) per “aprire una riflessione generale che individui nella salvaguardia degli spazi di discussione e nel rifiuto della pervasiva presenza militare nelle scuole due nodi importanti”. “Chiediamo alle/ai docenti, alle studentesse e agli studenti, al mondo intellettuale di prendere parola e di avviare una stagione di impegno che leghi ancora più strettamente la lotta alla legge 107 a quella alla militarizzazione del sapere e all’autoritarismo e sin d’ora prepariamo un grande appuntamento di riflessione e di iniziativa per l’apertura del prossimo anno scolastico”, scrivono i promotori dell’appello docenticontrolaguerra.

Chi ha cuore le sorti della scuola pubblica italiana e ritiene doverosa e imprescindibile la difesa della sua vocazione autenticamente democratica, ugualitaria e pacifista, può socializzare nei territori e negli spazi scolastici la Campagna Scuole Smilitarizzate che è stata promossa da Pax Christi Italia “proprio per arginare la crescente invasione e occupazione dei militari nelle scuole, e rivendicare invece all’istituzione scolastica un ruolo educativo e di formazione delle coscienze nel solco della Costituzione per un mondo di pace”. Scuole Smilitarizzate chiede alle istituzioni di ogni ordine e grado di rifiutare ogni attività in partenariato con le forze armate, dalla propaganda all’arruolamento alla “sperimentazione” della vita militare degli studenti; dall’organizzazione di visite a strutture riferibili ad attività militari, all’alternanza scuola-lavoro nei corpi armati e nelle industrie belliche. “Ogni volta che la scuola spalanca le porte a chi propaganda la guerra, tradisce la sua specifica missione educativa e non tutela la propria sopravvivenza ed efficienza”, afferma Pax Christi. “Così si è creato il paradosso di una scuola che, da un lato, denuncia giustamente i tagli continui cui è sottoposta, dall’altro collabora con quella struttura militare che ingoia somme faraoniche per i suoi strumenti di morte, sottratte all’istruzione”.

(*) ripreso da http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/

Mia nota: bello l’appello, ma proveniendo da Pax Christi perde di qualsiasi significato…

Economia, Politica e Società

Tossicità e cialtroneria

In e-mail da Democrazia Atea il 20 Giugno 2018 dc:

Tossicità e cialtroneria

Molti ricorderanno che nel 2008 la parola maggiormente pronunciata negli ambienti finanziari, e non solo, era “subprime”.

I debiti “subprime” erano in effetti, prestiti per acquisti immobiliari concessi senza garanzie da alcune banche statunitensi, anche a coloro di cui era certa l’insolvenza, allo scopo di mantenere alti quegli stessi livelli di profitto che le banche d’investimento avevano realizzato già nel 2004 con la cosiddetta “bolla immobiliare”.

In Goldman Sachs avevano brindato ai profitti immobiliari e dopo che avevano concesso prestiti, consapevolmente, anche a chi non li avrebbe mai restituiti, non erano rimasti a guardare.
Avevano inventato una colossale frode, intuendo che quei debiti ingestibili avrebbero potuto essere trasformati in “misteriosi” pacchetti finanziari da vendere sotto forma di cartolarizzazioni.
In questo modo avrebbero continuato a guadagnarci sopra e nel contempo avrebbero spalmato su altri soggetti un rischio che altrimenti non sarebbero stati più in grado di gestire.

Attraverso il processo di cartolarizzazione, i mutui subprime si incrociarono con i prestiti e si trasformarono nei cosiddetti CDO Collateralized Debt Obligation: i CDO a loro volta vennero piazzati presso altre banche.
Quasi tutte le banche europee si sono avventurate nell’acquisto di queste autentiche bufale contabili.
Attraverso il meccanismo della cartolarizzazione dei debiti in prodotti derivati, la crisi immobiliare/bancaria americana si è trasformata in una crisi finanziaria europea, il cui effetto immediatamente evidente è stato quello di una contrazione di liquidità e di una recessione.
I prodotti derivati vennero disvelati in tutta la loro pericolosità, e furono comunemente denominati titoli “tossici”.

I bilanci delle banche, inizialmente gonfiati a dismisura sulle previsioni delle speculazioni, non mostrarono immediatamente la debolezza della loro reale patrimonializzazione.
Solo a distanza di tempo si è cominciato a fare il conto di quanti titoli tossici ci fossero nelle banche europee.
Poiché le parole contano, ed è noto come nei bilanci non possano comparire definizioni troppo esplicative, i titoli tossici si sono trasformati in titoli “illiquidi”, e sono stati catalogati in tre tipologie differenti, per meglio mascherarne la tossicità, come la stadiazione dei tumori.

I titoli di «Livello 1» sono i liquidi, e hanno prezzi riscontrabili sul mercato, poi ci sono i titoli di «Livello 2» che non hanno una immediata quotazione sul mercato ma forniscono parametri idonei a determinarne il prezzo, infine ci sono i titoli per i quali non c’è nessuna valutazione, sono gli invalutabili e sono quelli di «Livello 3» i quali, in assenza di parametri di valutazione, vengono iscritti in bilancio utilizzando modelli matematici, insomma un’altra furbata contabile.

Le banche, smascherate sulle reali consistenze patrimoniali, hanno cominciato a risanare i bilanci e a liberarsi delle tossicità.
Nel bilancio della Deutsche Bank di cinque anni fa risultavano annotati 54,7 trilioni di euro in titoli tossici.
La banca tedesca è riuscita a venderne in quantità tali da avere, al 2017, un residuo di soli 5,8 miliardi di euro, e non c’è adeguata trasparenza nel sapere come quei titoli siano stati spalmati.

La Germania non è la sola, anche le altre banche europee sono esposte agli stessi rischi e viaggiano su una polveriera.

La Banca d’Italia ha avviato uno studio, pubblicato a dicembre 2017, ed ha evidenziato come le banche europee siano esposte complessivamente per 6.800 miliardi di euro di titoli tossici, ma ha anche evidenziato come tre quarti dei titoli illiquidi siano detenuti da Germania e Francia.
Stiamo parlando di una bomba finanziaria che se dovesse esplodere, travolgerebbe non solo l’Europa.

Dalla relazione di Banca d’Italia emerge un dato piuttosto curioso che si sintetizza in un passaggio cruciale: «le banche possedenti tali titoli sono incentivate ad utilizzare a proprio vantaggio la discrezionalità concessa per la loro contabilizzazione, allo scopo di alterare i risultati di bilancio».
In altri termini, le banche tedesche e francesi hanno ottenuto dalle autorità di vigilanza europee, l’autorizzazione a non avere bilanci troppo trasparenti rispetto alla tossicità dei titoli in loro possesso.
Siffatto enunciato merita di essere approfondito, quantomeno in relazione alle finalità.
È pacifico che queste evidenze sono potenzialmente idonee a provocare una nuova crisi finanziaria dalle dimensioni imprevedibili, ma risulta davvero difficile interpretarlo come un imparziale monito agli altri Paesi affinché correggano il tiro sulle pericolose discrezionalità applicate ai bilanci delle loro banche.
E’ invece assai probabile che Banca d’Italia si sia precostituita una carta da giocare se e quando le stesse autorità di vigilanza verranno a chiedere maggior rigore alla trasparenza bancaria italiana, la cui patrimonialità è indebolita dai crediti in sofferenza.

La vigilanza della BCE, infatti, se da un lato mostra accondiscendenza verso le partite truccate dei titoli tossici delle banche tedesche e francesi dall’altra, invece, inasprisce i controlli verso i crediti deteriorati, per intenderci quelli di coloro che non sono riusciti a pagare il mutuo o non sono stati in grado di restituire i prestiti, sia famiglie che imprese.

L’inasprimento dei controlli sui crediti deteriorati innesta una spirale negativa sull’economia reale, già in asfissia, dal momento che il credito bancario è la fonte di finanziamento primaria, non solo delle imprese ma anche delle famiglie.
Ormai è la politica monetaria a dettare la politica economica, e non il contrario, e la politica monetaria si è trasformata in monetarismo neoliberista, sicché la relazione della Banca d’Italia, in questo quadro, non sarà sufficiente ad arginare una eventuale, e molto probabile, nuova esplosione finanziaria.

Né potremmo auspicare soluzioni politiche di rilievo perché siamo sufficientemente consapevoli di essere governati da una compagine cialtrona.

(Carla Corsetti, Segretario nazionale di Democrazia Atea e Coordinamento nazionale di Potere al Popolo)

Politica e Società

L’invasione a casa loro

In e-mail il 20 Giugno 2018 dc:

L’invasione a casa loro

La corsa al grande affare dell’auto elettrica sospinge la concorrenza tra gli Stati imperialisti per l’accaparramento delle materie prime che la riguardano: litio e cobalto in primo luogo, ma anche rame e nickel. Negli ultimi due anni per effetto dell’accresciuta domanda il prezzo di litio e cobalto è più che triplicato; quello di rame e nickel segue a ruota. I profitti delle compagnie vanno alle stelle. Le aziende capitalistiche del settore minerario, dopo anni di crisi, sembrano vivere una seconda giovinezza. La Cina in particolare non bada a spese per dominare ogni fase della filiera produttiva delle batterie dell’auto futura, nella previsione che essa diventerà un fenomeno di massa e dunque un grande mercato della competizione mondiale.

L’Africa è oggi il principale teatro della corsa al cosiddetto “oro bianco” (litio).

In Congo, in Niger, in Costa d’Avorio centinaia di aziende minerarie europee e cinesi moltiplicano gli investimenti estrattivi comprando a prezzi stracciati i terreni e sfruttando per dodici ore al giorno i nuovi proletari espulsi dalle campagne. Lo sfruttamento dei bambini nelle miniere del Congo raggiunge tali livelli di orrore e di cinismo da superare abbondantemente in crudeltà la prima rivoluzione industriale in Gran Bretagna. I governi dell’Africa subsahariana sono asserviti alle grandi compagnie minerarie e si contendono i loro favori con offerte fiscali a tasso zero e un buon numero di mazzette. Gli Stati imperialisti e i loro apparati diplomatici, sgomitando gli uni contro gli altri, amministrano gli affari delle proprie aziende, facendo da intermediari. I cosiddetti aiuti allo sviluppo dell’Africa servono a oliare l’ingranaggio di questa rapina. I corpi militari delle innumerevoli missioni (prossima quella italiana in Niger) sono arma di pressione negoziale sul campo.

Analoga rapina in Corno d’Africa, con interessi diversi. L’Etiopia ne è l’epicentro. Qui si sta sviluppando un gigantesco comparto di supersfruttamento dell’industria tessile. Tutti i grandi marchi internazionali del settore – americani, europei, cinesi – si sono gettati sull’enorme disponibilità di manodopera a basso costo, senza protezione sindacale, soprattutto femminile. I soli investimenti cinesi occuperanno a breve due milioni di lavoratori e lavoratrici etiopi. I grandi marchi italiani investono qui come in Bangladesh.

L’intera filiera internazionale del fast fashion si è data appuntamento in Etiopia, per apparecchiarvi la produzione a basso costo consentita da salari da fame e orari di lavoro senza limite. La rivista Business Week racconta dei corsi lampo di cinque giorni per “imparare la disciplina” cui vengono sottoposti i giovani arruolati nel lavoro industriale che provengono dalle campagne. I loro nuovi padroni sono spesso coloro che hanno espropriato la loro terra, con l’aiuto delle autorità locali.

Naturalmente gli uffici di statistica parlano entusiasti del miracolo africano, snocciolando l’aumento del Pil dei Paesi coinvolti (il Pil della Costa D’Avorio è cresciuto l’anno scorso dell’8%). Ma chi pensa che questo significhi sviluppo dell’Africa tenga bene a mente questo dato: fame e malnutrizione conoscono oggi una nuova impennata proprio nel continente nero, per candida ammissione della stessa agenzia umanitaria delle Nazioni Unite (Le Monde, 12 giugno). «Ogni volta che la fame cresce dell’1%, le migrazioni crescono del 2%» afferma, dati alla mano, David Beasley, direttore del cosiddetto Programma alimentare mondiale, che confessa così inconsapevolmente il proprio annunciato fallimento (e l’ipocrisia delle Nazioni Unite).

Cosa resta allora di fronte a ciò delle campagne reazionarie sull’”aiutiamoli a casa loro”?

La verità capovolge l’attuale senso comune. Sono i capitalisti di “casa nostra” a invadere “casa loro”, a saccheggiare le loro risorse, espropriare le loro terre, sfruttare le loro braccia, arruolarli nelle proprie guerre. Le grandi migrazioni dall’Africa sono anche la fuga da questa rapina e dai suoi effetti. Recidere le radici dell’immigrazione significa restituire ai popoli africani la loro casa oggi occupata abusivamente dai nostri padroni. Gli stessi che “in casa nostra” tagliano salari, lavoro, pensione, salute, per ingrassare i propri profitti.

I padroni europei, americani e cinesi non devono esibire permessi di soggiorno, carte in regola, diritti di cittadinanza, per accamparsi in Africa. A loro basta il potere della propria ricchezza e la forza militare dei propri Stati: gli stessi strumenti che hanno usato in forme diverse nelle lunghe stagioni dello schiavismo e del colonialismo. Per questo la rivoluzione sociale contro il capitale è l’unica vera soluzione storica del dramma migratorio. In Europa, in Africa, ovunque.

Partito Comunista dei Lavoratori

Laicità e Laicismo, Politica e Società

Laicità come Costituzione vuole

In e-mail il 19 Giugno 2018 dc da Democrazia Atea:

Laicità come Costituzione vuole

In diversi Comuni cittadini esprimono dissenso sullo scampanio dei campanili parrocchiali.

Si tenga presente che vigono già norme per limitarne la eccessiva, ridondante emissione sonora.

Non si tratta, come di solito eccepito, di “tradizione”, peraltro tradizione corrispondente al periodo in cui il credo cattolico era divenuto religione dello Stato e quindi  obbligatoria, non più conciliabile con i principi Costituzionali del 1948.

Fu per questo che si pose tardivamente (1984) mano alla revisione del Concordato: fu sancita solo la facoltatività della scelta religiosa.

Restò obbligatoria in altro modo il finanziamento pubblico del clero ed attività complementari: la “congrua”, ovvero lo stipendio statale ai parroci, fu sostituito con l’8xMille, mentre per la riparazione o costruzione di chiese fu assegnato il 7% degli oneri di urbanizzazione, pagati dai cittadini per il ritiro di una concessione edilizia; questo 7% è erogato ogni anno dai Comuni alle diocesi, non alle parrocchie, che per il nuovo Diritto Canonico sono ora autonomi soggetti giuridici.

Sulla questione del “suono delle campane” sintetizzo l’esperienza  ultima di Massafra.

Ho inoltrato un esposto a Procura, Prefetto, Sindaco, Comando di Polizia Locale e Vescovo.

1) Il primo a rispondere è stato il dirigente di Polizia per lamentare la mancanza di apparecchio fonometrico;

2) poi L’Arpa di Taranto per riportare le normative vigenti ed i costi per il controllo (minimo € 636, 89) che il Comune avrebbe già assunto con determina dirigenziale.

3) il Vescovo per far differire l’inizio dello scampanio dalle ore 6,00 alle 7,00.

L ‘Arpa ha richiamato la circolare n.33 del 13 maggio 2002 della Conferenza Episcopale che affida alle Diocesi il compito di regolamentare le modalità di uso delle campane, nel rispetto del contesto sociale, senza arrecare disturbo.

La stessa CEI, dopo condanne e multe ai parroci, ha precisato che le emissioni sonore debbono avvenire “nei soli orari diurni, con breve durata dei rintocchi e moderata intensità” .

Il DPCM 14.11.97 precisa altresì: “-a: valgono stessi limiti per funzioni religiose, mentre tutte le manifestazioni assoggettate ad autorizzazioni da parte dei Comuni, come da regolamenti provinciali e regionali”.

L’Arpa richiama ancora decisioni della Cassazione Prima Sez.Pen. (n.443/2001 e n.2316/1998) per uso delle campane non “indiscriminato”, (cioè non “ad libitum”, ma “ad limitum”, n.d.r.).

Tribunale di Monza ha stabilito il limite di 40 rintocchi, mentre il Tribunale di Roma con provvedimento del  9 maggio 2011 ha disposto lo scampanio dalle 7,00 e per soli 20 secondi.

A Massafra invece, con riferimento alla pratica seguita dalle parrocchie di San Lorenzo e del Carmine, la prima si è adeguata all’orario di inizio, cioè dalle ore 7.00, con rintocchi ridotti da 200 a 150, con richiami ad una messa, a tre riprese: mezz’ora prima, un quarto d’ora prima, all’inizio del rito, una ridondante, non prevista procedura.

La seconda parrocchia rimane “autonoma” rispetto alle indicazioni del vescovo con scampanio dalle ore 6,00 che tanti reclami “caldi” da parte di fedeli confinanti ha provocato.

In più non manca, alle 21,00, un finale saluto musicale dal relativo operatore parrocchiale.

Il rispetto del principio costituzionale della laicità, cioè equidistanza dalle confessioni, parità, uguaglianza fra le varie concezioni della vita, filosofiche o culturali, senza preferenze o privilegi, potrà tutelare tutti da ogni futura presenza confessionale.

Giacomo Grippa

Referente di Democrazia Atea

Ateoagnosticismo, Laicità e Laicismo, Politica e Società

Conferme

Da Democrazia Atea in e-mail l’8 Giugno 2018 dc:

Conferme

Eccolo qui il governo del cambiamento, tutto intatto nel suo becero conservatorismo ultracattolico.

Che ti combina il nuovo Ministro della Istruzione?

Le agenzie riferiscono di un comunicato dal suo ufficio stampa: “Il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti condivide pienamente l’idea di un concorso riservato per i docenti di religione“.

E bravo!

Il primo comunicato a chi lo riserva?

Agli insegnanti della mitologia cattolica.

Riflessione, tempo disteso della conoscenza, pensiero critico-analitico, gratuità, inclusione, laicità: tutta roba che non serve, anche perchè a questi, pure se la spieghi loro dieci anni di fila, non capiscono.

A costoro non servono donne e uomini liberi, servono i non-pensanti, occorrono “muscoli saldi e garretti di acciaio”, occorrono dio e patria.

Il bello è che questo ha persino superato la Fedeli, il che è tutto dire, perchè mentre il precedente Ministro aveva avviato un concorso ordinario, il Ministro del cambiamento, d’accordo con la CEI, farà addirittura un concorso riservato.

Si conferma il giudizio già espresso: è un Governo emetico.

http://www.democrazia-atea.it

Politica e Società, Sessualità

Perle di sterco

In e-mail da Democrazia Atea il 10 Giugno 2018 dc:

Perle di sterco

“Ognuno può credere nel dio che vuole non è un problema di confessione religiosa, basta che quel dio parli al tuo cuore e alla tua anima e non mi imponga un modo di vivere incompatibile con i nostri diritti e le nostre libertà perché se per quel dio la donna vale meno dell’uomo non è il mio dio”.

Queste le parole pronunciate da Salvini durante un comizio.

Nelle sue intenzioni c’era ovviamente un attacco alla religione islamica ma, come gli è capitato in altre circostanze, senza esserne minimamente consapevole, pensa di poter richiamare il Principio di Laicità, che nemmeno conosce, solo per usarlo contro un’altra religione.

Non sa che nella sua religione cattolica la donna deve essere sottomessa all’uomo.

Non sa che nei testi sui quali giura ci sono parole infamanti e criminali contro le donne.

Non sa che i cosiddetti Padri della Chiesa negano alla donna ogni autonomia decisionale.

Non sa che la religione cattolica che professa si è organizzata affidando ad una gerarchia di soli maschi ogni rappresentanza e “mediazione trascendente” e che le donne sono escluse dalle cariche religiose.

Finge di non sapere che la religione che lui professa vorrebbe negare tutte le libertà della donna, dall’aborto alla sessualità consapevole, dal matrimonio alla genitorialità tra persone dello stesso sesso, cercando di imporre “un modo di vivere incompatibile con i nostri diritti e le nostre libertà”.

Salvini poi ha detto che ad alcune femministe, quelle che non incontrano i suoi gusti, il burqa starebbe anche bene, perché secondo lui, quando l’aspetto esteriore di una donna non incontra il compiacimento del maschio, la donna dovrebbe coprirsi.

Ciò che è grave, però, è che la pessima uscita di Salvini ha trovato un pubblico compiacente, perché è stata accompagnata dalle risate idiote delle donne che erano con lui sul palco, e dagli applausi di quelle sotto il palco.

I sistemi prostitutivi di Arcore avevano veicolato nella società una idea estesa di mercificazione della donna, tanto degradante quanto disumana.

Oggi quella mentalità si declina nel disprezzo per quelle donne che, per il loro aspetto, non incontrano i gusti sessuali del Ministro dell’interno.

Dobbiamo ringraziare il M5S se ha consentito che si istituzionalizzassero queste perle di sterco.

http://www.democrazia-atea.it