La Corte europea dei diritti umani contro l’Italia

Dal sito La Bottega del Barbieri ,il Blog di Daniele Barbieri & altr*, 30 Maggio 2021 dc , parte 1 di un articolo intitolato Violenza patriarcale: toghe, famiglie, religioni

La Corte europea dei diritti umani contro l’Italia

Denunciò lo stupro, i giudici la censurarono per la sua vita «non lineare»

Strasburgo. La Corte Europea dei Diritti Umani contro l’Italia: una sentenza «veicolò i pregiudizi sulle donne»

di Giuliano Santoro (*)

La Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU, nota mia) ha condannato l’Italia per aver violato i diritti di una «presunta vittima di stupro». La censura si riferisce ad una sentenza del 2015 della Corte d’Appello di Firenze che assolse sette imputati accusati di stupro di gruppo di una donna nella Fortezza da Basso nel 2008. Nelle motivazioni della sentenza la vicenda venne definita «incresciosa» ma si stabilì che non era «penalmente censurabile».
Il punto è che i giudici d’appello si spinsero fino a sostenere che con la sua denuncia la donna aveva cercato di «rimuovere» un suo «discutibile momento di debolezza e fragilità». Per i giudici di Strasburgo questo passaggio è «fuori contesto e deplorevole», da rigettare insieme alle valutazioni compiute dai magistrati sulla vita «non lineare» della presunta vittima.

Secondo la versione dell’accusa, dopo aver passato la serata insieme al gruppo, che l’aveva fatta bere, la ragazza venne accompagnata fino a un parcheggio. Qui, dentro un’automobile, sarebbe avvenuto lo stupro di gruppo. La vittima sporse denuncia e gli imputati vennero arrestati: rimasero un mese in carcere e circa due mesi ai domiciliari. In primo grado, cinque anni dopo, sei di loro vennero condannati a 4 anni e 6 mesi di reclusione e uno fu assolto. Due anni dopo, in appello, arrivò l’assoluzione per tutti: «Il fatto non sussiste». La storia giudiziaria sembrava finita qui perché la Procura Generale di Firenze non presentò mai ricorso alla Corte di Cassazione.

Tuttavia, quella sentenza di appello che assolse il gruppo, sostiene oggi la Corte Europea per i Diritti Umani, contiene «dei passaggi che non hanno rispettato la sua vita privata e intima» della donna coinvolta in questa storia, oltre a «commenti ingiustificati» ed è espressa con «linguaggio e argomenti che veicolano i pregiudizi sul ruolo delle donne che esistono nella società italiana». Da Strasburgo affermano che «gli argomenti e le considerazioni contenute (nella sentenza, Nota mia) della Corte d’appello di Firenze sono inutili per vagliare la credibilità della ricorrente, né determinanti per risolvere il caso». La Corte entra nello specifico e formula giudizi che hanno valore generale, oltre la questione specifica: considera «ingiustificato il riferimento alla biancheria intima che la ricorrente indossava la sera dei fatti, come i commenti sulla sua bisessualità, le sue relazioni sentimentali o i rapporti sessuali che aveva avuto prima dei fatti presi in esame» e «inappropriate le considerazioni fatte sull’attitudine ambivalente rispetto al sesso (da parte, Nota mia) della ricorrente» desunte dalle attività artistiche che ha svolto prima dei fatti. Insomma, è il succo della condanna, ogni osservazione sulla condotta di vita di una persona non può essere «pertinente per vagliare la credibilità dell’interessata e la responsabilità penale degli accusati». La Cedu ricorda ai giudici la necessità «di evitare di minimizzare le violenze di genere ed esporre le donne a una vittimizzazione secondaria usando argomenti colpevolizzanti e moralizzanti che possono scoraggiare la fiducia delle vittime nella giustizia».

I legali della donna sono soddisfatti e sottolineano il valore esemplare della condanna. «Purtroppo, questo non è l’unico caso in cui la non credibilità della donna si basa sulla vivisezione della sua vita personale, sessuale” – sintetizza l’avvocata Titti Carrano, che ha assistito la presunta vittima – “Nei tribunali civili e penali italiani succede spesso. Mi auguro che il governo accetti questa sentenza e intervenga affinché ci sia una formazione obbligatoria dei professionisti della giustizia per evitare che si riproducano stereotipi sessisti nelle sentenze».

(*) pubblicato sul quotidiano “il manifesto”

Le antiche origini pagane della pasqua

Dal sito Iridediluce 2 Aprile 2021 dc:

Le antiche origini pagane della pasqua

La Pasqua è una festa celebrata da milioni di persone in tutto il mondo che onorano la risurrezione di Gesù dai morti, descritta nel Nuovo Testamento come avvenuta tre giorni dopo la sua crocifissione sul Calvario. È anche il giorno in cui i bambini aspettano con entusiasmo l’arrivo del coniglietto pasquale e le loro prelibatezze di uova di cioccolato.

La data in cui si celebra la Pasqua varia di anno in anno e corrisponde alla prima domenica successiva alla luna piena dopo l’equinozio di marzo. Si verifica in date diverse in tutto il mondo poiché le Chiese occidentali usano il calendario gregoriano , mentre le Chiese orientali usano il calendario giuliano.

Mentre la Pasqua, come la conosciamo oggi, non è mai stata una  festa pagana, le sue radici e molte delle sue tradizioni hanno associazioni con antiche usanze e credenze pagane.

Secondo il New Unger’s Bible Dictionary “La parola Pasqua è di origine sassone, Eastra, la dea della primavera, a cui ogni anno venivano offerti sacrifici. Nel VIII secolo gli anglosassoni avevano adottato il nome per designare la celebrazione della risurrezione di Cristo “. Tuttavia, anche tra coloro che sostengono che la Pasqua abbia radici pagane, c’è qualche disaccordo su quale tradizione pagana sia emersa. Qui esploreremo alcune di queste prospettive.

Resurrezione come simbolo di rinascita

Una teoria avanzata è che la storia pasquale della crocifissione e della risurrezione simboleggia la rinascita e il rinnovamento e racconta il ciclo delle stagioni, la morte e il ritorno del sole.

Secondo alcuni studiosi, come il dottor Tony Nugent, docente di teologia e studi religiosi all’Università di Seattle e ministro presbiteriano, la storia della Pasqua proviene dalla leggenda sumera di Damuzi (Tammuz ) e sua moglie Inanna (Ishtar ), un mito epico chiamato “La Discesa di Inanna” ritrovato inscritto su tavolette cuneiformi di argilla risalenti al 2100 aC. Quando Tammuz muore, Ishtar è addolorata e lo segue negli inferi. Negli inferi, entra attraverso sette porte e il suo abbigliamento mondano viene rimosso. “Nuda e inchinata” viene giudicata, uccisa e poi appesa in mostra. In sua assenza, la terra perde la sua fertilità, i raccolti cessano di crescere e gli animali smettono di riprodursi. A meno che non si faccia qualcosa, tutta la vita sulla Terra finirà.

Dopo che Inanna è scomparsa da tre giorni, la sua assistente chiede aiuto ad altri dei. Infine uno di loro, Enki, crea due creature che portano la pianta della vita e l’acqua della vita giù negli Inferi, spruzzandole su Inanna e Damuzi, resuscitandoli e dando loro il potere di tornare sulla Terra come la luce del sole per sei mesi.

Dopo che i sei mesi sono scaduti, Tammuz ritorna negli inferi dei morti, rimanendovi per altri sei mesi, e Ishtar lo insegue, spingendo il dio dell’acqua a salvarli entrambi. Così erano i cicli della morte invernale e della vita primaverile.

La discesa di Inanna

Il dottor Nugent fa subito notare che tracciare parallelismi tra la storia di Gesù e l’epopea di Inanna “non significa necessariamente che non ci fosse una persona reale, Gesù, che fu crocifisso, ma piuttosto che, se c’era, la storia a riguardo è strutturata e impreziosita secondo uno schema molto antico e diffuso “.

La dea sumera Inanna è conosciuta al di fuori della Mesopotamia con il suo nome babilonese, “Ishtar”. Nell’antica Canaan Ishtar è conosciuta come Astarte, e le sue controparti nei pantheon greci e romani sono conosciute come Afrodite e Venere. Nel 4° secolo, quando i cristiani identificarono il sito esatto a Gerusalemme dove si trovava la tomba vuota di Gesù, selezionarono il punto in cui sorgeva un tempio di Afrodite (Astarte / Ishtar / Inanna). Il tempio fu abbattuto e così fu costruita la Chiesa del Santo Sepolcro, la chiesa più sacra del mondo cristiano.

Il dottor Nugent sottolinea che la storia di Inanna e Damuzi è solo uno dei numerosi racconti di dèi morenti e nascenti che rappresentano il ciclo delle stagioni e delle stelle. Ad esempio, la risurrezione dell’egiziano Horus, la storia di Mitra, che era adorato in primavera, e il racconto di Dioniso, resuscitato dalla nonna. Tra queste storie prevalgono i temi della fertilità, del concepimento, del rinnovamento, della discesa nell’oscurità e del trionfo della luce sull’oscurità o del bene sul male.

Pasqua come celebrazione della dela della primavera

Una prospettiva correlata è che, anziché essere una rappresentazione della storia di Ishtar, la Pasqua era originariamente una celebrazione di Eostre, dea della primavera, altrimenti nota come Ostara, Austra e Eastre. Uno degli aspetti più venerati di Ostara sia per gli osservatori antichi che per quelli moderni è lo spirito di rinnovamento.

Celebrata all’equinozio di primavera il 21 marzo, Ostara segna il giorno in cui la luce è uguale all’oscurità e continuerà a crescere. Portatrice di luce dopo un lungo e buio inverno, la dea veniva spesso raffigurata con la lepre, un animale che rappresenta l’arrivo della primavera oltre che la fertilità della stagione.

Secondo Deutsche Mythologie di Jacob Grimm, l’idea della resurrezione era radicata nella celebrazione di Ostara: “Ostara, Eástre, sembra quindi essere stata la divinità dell’alba radiosa, della luce nascente, uno spettacolo che porta gioia e benedizione, il cui significato poteva essere facilmente adattato dal giorno della risurrezione del Dio del cristiano “.

La maggior parte delle analisi dell’origine della parola “Pasqua” concorda sul fatto che sia stata chiamata dopo Eostre, un’antica parola che significa “primavera”, sebbene molte lingue europee utilizzino una forma o l’altra del nome latino per Pasqua, Pascha, che deriva dal Ebraico Pesach, che significa Pasqua.

Il legame con la pasqua ebraica

La Pasqua è associata alla festa ebraica della Pasqua attraverso il suo simbolismo e significato, nonché la sua posizione nel calendario.

Alcuni primi cristiani scelsero di celebrare la risurrezione di Gesù nella stessa data della Pasqua ebraica, che riflette l’entrata della Pasqua nel cristianesimo durante il suo primo periodo ebraico. La prova di una festa cristiana della Pasqua più sviluppata emerse intorno alla metà del II secolo.

Nel 325 d.C. l’imperatore Costantino convocò una riunione dei leader cristiani per risolvere importanti controversie al Concilio di Nicea. Poiché la Chiesa credeva che la risurrezione avvenisse di domenica, il Concilio stabilì che la Pasqua dovesse sempre cadere la prima domenica dopo la prima luna piena che segue l’equinozio di primavera. Da allora la Pasqua è rimasta senza una data fissa ma prossima alla luna piena, che ha coinciso con l’inizio della Pasqua stessa.

Sebbene ci siano differenze nette tra le celebrazioni di Pesach e la Pasqua, entrambe le feste celebrano la rinascita – nel cristianesimo attraverso la risurrezione di Gesù e nelle tradizioni ebraiche attraverso la liberazione degli israeliti dalla schiavitù.

Le origini delle usanze pasquali

Le usanze più praticate la domenica di Pasqua riguardano il simbolo del coniglio (“coniglietto pasquale”) e dell’uovo. Come accennato in precedenza, una lepre era un simbolo associato a Eostre, che rappresenta l’inizio della primavera. Allo stesso modo, l’uovo è arrivato a rappresentare la primavera, la fertilità e il rinnovamento. Nella mitologia germanica, si dice che Ostara abbia guarito un uccello ferito che ha trovato nei boschi trasformandolo in una lepre. Ancora parzialmente un uccello, la lepre ha mostrato la sua gratitudine alla dea deponendo le uova in dono.

L’Enciclopedia Britannica spiega chiaramente le tradizioni pagane associate all’uovo: “L’uovo come simbolo di fertilità e di rinnovata vita risale agli antichi egizi e persiani, che avevano anche l’usanza di colorare e mangiare uova durante la loro festa di primavera”. Nell’antico Egitto un uovo simboleggiava il sole, mentre per i babilonesi l’uovo rappresenta la schiusa della Venere Ishtar, caduta dal cielo sull’Eufrate.

Allora da dove viene la tradizione di un coniglietto pasquale armato di uova? Il primo riferimento si trova in un testo tedesco del 1572 dC: “Non preoccuparti se il coniglietto pasquale ti sfugge; se dovessimo perdere le sue uova, cucineremo il nido ”, si legge nel testo. Ma fu solo quando la tradizione si fece strada negli Stati Uniti, attraverso l’arrivo di immigrati tedeschi, che l’usanza prese la sua forma attuale.

Verso la fine del XIX secolo i negozi vendevano caramelle a forma di coniglio, che in seguito diventarono i coniglietti di cioccolato che abbiamo oggi, e ai bambini veniva raccontata la storia di un coniglio che consegna cestini di uova, cioccolato e altre caramelle la mattina di Pasqua.

In molte tradizioni cristiane l’usanza di dare le uova a Pasqua celebra una nuova vita. I cristiani ricordano che Gesù, dopo essere morto sulla croce, è risorto dai morti, mostrando che la vita poteva vincere sulla morte. Per i cristiani, l’uovo è un simbolo della tomba in cui è stato posto il corpo di Gesù, mentre lo spaccare l’uovo rappresenta la sua risurrezione. Nella tradizione ortodossa, le uova sono dipinte di rosso per simboleggiare il sangue che Gesù ha versato sulla croce.

Indipendentemente dalle origini antichissime del simbolo dell’uovo, la maggior parte delle persone concorda sul fatto che nulla simboleggia il rinnovamento più perfettamente dell’uovo: rotondo, infinito e pieno della promessa della vita.

Mentre molte delle usanze pagane associate alla celebrazione della primavera erano in una fase praticate insieme alle tradizioni cristiane della Pasqua, alla fine furono assorbite dal cristianesimo, come simboli della risurrezione di Gesù. Il Primo Concilio di Nicea (325 d.C.) stabilì la data di Pasqua come la prima domenica dopo la luna piena (la luna piena pasquale) dopo l’ equinozio di marzo .

Sia che sia osservata come una festa religiosa che commemora la risurrezione di Gesù Cristo, o un momento in cui le famiglie dell’emisfero settentrionale si godono l’arrivo della primavera e festeggiano con la decorazione delle uova e i conigli pasquali, la celebrazione della Pasqua conserva ancora lo stesso spirito di rinascita e rinnovamento, come ha fatto per migliaia di anni.

La malvagità

Da Hic Rhodus 8 Marzo 2021 dc:

La puntata 11. di un dossier (annunciato in) 10 punti da titolo Pensare la Democrazia nel Terzo Millennio

La malvagità

di Redazionerhodus

11. La malvagità esiste come conseguenza di un cattivo funzionamento di uno dei punti precedenti. Solitamente è conseguenza di stupidità e ignoranza, ma nei casi necessari la società ha il dovere di risolvere alla radice, e velocemente, la causa del male. Non voglio disconoscere anche una causa “organica” al male: ormai sappiamo che il cervello è una sorta di laboratorio chimico produttore di ogni stato d’animo, e possiamo anche immaginare una veramente esigua minoranza di individui che fanno il male per un problema, forse irrisolvibile, di carattere organico; oppure – se rifiutate questo approccio organicista – individui che fanno il male per un irrecuperabile mostruoso trauma infantile. O quello che vi pare. Ciò che intendiamo dire è questo: poniamo pure (non ci interessa) che ci sia un’infima percentuale di persone pericolose e malvagie che, per una qualunque ragione, sono irrecuperabili. Tutte le altre persone che fanno del male – questo sosteniamo – lo fanno solo per una delle seguenti ragioni: perché stupide, perché ignoranti, perché costrette, o per un insieme di queste cause.

11.1 Le eventuali persone malvagie irrecuperabili, ammesso e non concesso che si possa dimostrare che sono irrecuperabili, vanno messe in condizione di non nuocere alla società; decidete voi come ma qui smettiamo di interessarci al loro destino. Poiché però non crediamo ci sia accordo sull’irrecuperabilità degli individui malvagi, crediamo che i) ce li dobbiamo tenere e ii) ci dobbiamo nel contempo proteggere, nel mentre iii) cerchiamo forme adeguate di recupero (con farmaci, terapie psicologiche, esperienze rieducative…). Il punto centrale è la difesa della società. Se ci dobbiamo difendere dagli stupidi e dagli ignoranti dobbiamo anche identificare, isolare rendere innocui i malvagi considerati irrecuperabili o dei quali ipotizziamo, auspichiamo un recupero. Una giustizia giusta a protezione della collettività, con braccia investigative adeguate, è evidentemente imprescindibile in una società razionale e democratica. Lasciar correre, non investire in sicurezza, abbandonare le periferie allo spaccio e alla prostituzione, lasciare impuniti crimini odiosi, è il modo migliore per favorire reazioni populiste, giustizialiste, e infine antidemocratiche.

11.2 Alla malvagità derivante dalla stupidità e dall’ignoranza si contrappone una lotta alla stupidità e all’ignoranza, essendo la malvagità semplicemente una loro conseguenza.

11.3 C’è anche la malvagità indotta dalla necessità. Non il banale rubare perché si ha fame (questa non la chiameremmo malvagità) ma perché circostanze della vita ti hanno condotto in luoghi malvagi, e in seguito hai dovuto assuefarti ad essi, per sopravvivere. Crediamo che l’esempio più chiaro riguardi molti immigrati che diventano preda di cosche mafiose, di racket, di malfattori. Dubitiamo che questi migranti abbiano scelto di venire in Italia per delinquere; ma il loro destino si è incontrato con uno Stato assente, distratto, pauroso dell’opinione pubblica, semmai punitore a vanvera. Abbandonati a loro stessi, senza speranze e senza possibilità di costruirsi un progetto di vita, molti di questi finiscono per compiere azioni che probabilmente non avrebbero voluto, in circostanze migliori, e quindi – complice anche l’ignoranza, perché no? – possono compiere delitti che turbano l’opinione pubblica, in un circolo vizioso che produce solo più emarginazione e più dolore.

11.4 Uno stato democratico, intelligente, razionale, promuove la rimozione delle cause che possono creare stati di necessità e deriva malavitosa. In generale il proibizionismo e ogni legge liberticida inducono conseguenze malavitose e tendenzialmente violente. Queste leggi creano consenso perché inducono paura; la paura dei migranti violenti viene combattuta con leggi antimigranti assolutamente inefficaci che portano molti di costoro a delinquere, e ciò induce taluni a indicare, in tale delinquere, la necessità di quella legge. Così in tema di droga. Così in tema di aborto e fine vita. Così in tutti i temi sociali in cui, anziché una risposta sociale (economica, educativa…) si punta a una cieca e stolida repressione, che intasa inutilmente il lavoro dei magistrati e sovraffolla le galere, in una spirale discendente dove le vittime sono anche quelle finite nelle maglie di una giustizia ingiusta [Cap. 8].

11.5 Combattere le ingiustizie, abolire le leggi proibizioniste, ripensare all’immigrazione, non sono temi “di sinistra”, né temi “giusti” sotto il profilo morale, ma semplicemente comportamenti logici, razionali, di efficacia e pace sociale. Abolire le ingiustizie significa limitare la povertà, l’umiliazione, l’ignoranza, l’emarginazione, e quindi diminuire il malaffare, la violenza, l’insicurezza sociale e, di conseguenza, migliorare la convivenza e le fortune del nostro Paese. È naturalmente una cosa splendida che associazioni filantropiche si occupino di senzatetto, emarginati e immigrati, ma è lo Stato che deve essere l’attore principale delle rimozione delle ingiustizie proprio per la visione democratica che deve avere, cioè una visione di pace e armonia sociale, capitale sociale correttamente impiegato, efficacia ed efficienza dei meccanismi sociali, protezione dei diritti degli individui e, in conclusione, un migliorato livello di benessere per tutti.

Codice di comportamento dipendenti Comune di Milano

In e-mail il 18 Aprile 2021 dc, un estratto dell’intervento del consigliere Basilio Rizzo:

Codice di comportamento dipendenti Comune di Milano

Ho appreso in questi giorni dalla stampa la notizia riguardante il provvedimento della giunta comunale sul nuovo codice di comportamento del comune di Milano. Questo documento è ora al vaglio dei cittadini attraverso la consultazione via web e fino al 20 aprile con la possibilità di presentare osservazioni. 

Ho letto cose che faccio fatica a credere che vi possano essere contenute.

Mi riservo di studiare con attenzione il testo perché dal mio punto di vista vi sono contenute palesi violazioni dei diritti costituzionali.

I dipendenti comunali sono cittadini come tutti gli altri e, fino a prova contraria, hanno il diritto di esprimere le loro convinzioni.

In un articolo del codice addirittura c’è scritto che ogni dipendente comunale dovrebbe dichiarare ai suoi superiori se è iscritto ad una qualche associazione e poi il dirigente deciderà se questa sia compatibile o meno rispetto al suo lavoro e alla struttura in cui opera.

Mi meraviglio che possano essere scritte cose del genere, ma quello che più mi preoccupa è la logica che è sottesa.

L’aggettivo “pubblico”, in riferimento al dipendente, non è dato dal datore di lavoro, è la funzione pubblica che deve esercitare.

Il datore di lavoro del dipendente pubblico non è rappresentato dall’amministratore delegato di una azienda chiamata “comune”, ma dai cittadini. I dipendenti pubblici hanno, tra virgolette, come loro “padroni” i cittadini e a loro devono rispondere con il loro comportamento.

Noi consiglieri della commissione antimafia e anticorruzione invitiamo i lavoratori, attraverso gli strumenti previsti, ad indicare se rilevano delle ingiustizie e scorrettezze nella vita dell’amministrazione e poi facciamo un regolamento nel quale diffidiamo i dipendenti stessi dal portare a conoscenza la loro attività lavorativa? Scherziamo?

Farò verificare da persone competenti se ci siano delle violazioni costituzionali e lamento che a noi consiglieri comunali né in commissione né in consiglio sia stato sottoposto questo testo perché ritengo che i consiglieri possano dire il proprio parere.

Sono anche curioso di sapere come alcuni membri della giunta che sono dichiaratamente democratici abbiano potuto concepire di accettare delle logiche, delle frasi così come sono contenute nel testo.

Invito davvero a ritirare questo provvedimento sospendendo anche la consultazione pubblica per poterlo prima discutere nelle sedi opportune perché proprio questo testo pone in cattiva luce la nostra amministrazione comunale.

Non è certo un lavoratore che indica qualche disguido, qualche inesattezza, qualche errore compiuto nella pratica amministrativa che mette discredito.

Joe Biden e la Russia

Dal sito CVIG-Centro di Iniziative per la Verità e la Giustizia http://www.civg.it/, un interessante articolo su Biden, le ennesime illusioni di una cosiddetta sinistra italiana, e lo scacchiere internazionale:

Joe Biden e la Russia

di Enrico Vigna, marzo 2021 dc:

Molti nel periodo dell’ultima campagna elettorale negli Stati Uniti, in particolare nella cosiddetta sinistra italiana, avevano ingenuamente, maldestramente o strumentalmente interpretato la fine dell’era Trump,il giocatore di golf miliardario, narcisista, scriteriato e spesso disorientante, come un segnale di speranza in un cambiamento progressista e in una prospettiva di nuove e più amichevoli relazioni tra le potenze mondiali e nelle aree di crisi o guerra. In questi primi mesi di reggenza, la nuova amministrazione USA ha già delineato e sancito quali saranno gli scenari dei prossimi anni

Altro che processi di pacificazione, intesa o conciliazioni, la prospettiva sarà di un inasprimento delle relazioni internazionali, nuove tensioni e nuove conflittualità.

È iniziata l’era con cui i leader mondiali dovranno ora fare i conti: l’era di Joe Biden, il simbolo raffigurato del Liberal World Order, l’Ordine Liberale Mondiale.

Eppure sarebbe sufficiente leggere e documentarsi sui programmi e dichiarazioni elettorali e sulle personalità messe a guida dell’Amministrazione per immaginare i passi futuri.

Qui vorrei documentare in particolare l’aspetto del rapporto con la Russia, anche alla luce delle dichiarazioni offensive e minacciose dei giorni scorsi da parte di Biden verso Putin, un vero e proprio atto ostile e ingiurioso, fuori da qualsiasi prassi diplomatica nella storia delle relazioni internazionali tra Paesi. Ma che, a differenza di molti osservatori, ritengo tutt’altro che squilibrate o insensate, al contrario sono inserite in una lucida continuità con le concezioni storiche e politiche del secolo scorso, e innestate in una prospettiva politica futura estremamente articolata e strategica, soprattutto molto logica e conseguente, oltre che naturalmente molto pericolosa per il mondo. Sicuramente per la prima volta totalmente esplicite e dirette. 

Restano dichiarazioni di una gravità assoluta, perché, come già dichiarato da numerosissimi esponenti politici russi di diverse tendenze, queste diffamazioni non sono contro una figura soggettiva, ma sono contro l’intero popolo russo.

Qui cercherò sinteticamente di documentare e delineare questa lettura dei fatti.

Naturalmente la lettura degli avvenimenti, da me qui fatta, è fondata sugli interessi dei popoli, dei Paesi indipendenti e sovrani, al di là delle loro scelte politiche nazionali, ed è contrapposta alle logiche egemoniche e imperialiste.

Nel suo primo importante discorso di politica estera, il neoeletto presidente degli Stati Uniti ha subito chiarito che l’era della tradizionale politica interventista e conflittuale degli Stati Uniti sta per riprendere il sopravvento sulla concezione “America First” di Donald Trump, una politica controversa e contraddittoria che enfatizzava un nazionalismo economico e una riduzione del coinvolgimento degli Stati Uniti nei conflitti. Nel suo ultimo discorso da presidente, Trump ha sottolineato che era molto orgoglioso del fatto di essere stato il primo presidente negli ultimi decenni a completare il suo mandato senza aver iniziato una nuova guerra (…pur non avendone chiusa nessun’altra…). L’approccio di Biden, al contrario, mostra che l’interventismo e il tentativo di ristabilire la supremazia degli Stati Uniti nel mondo saranno i nuovi capisaldi della politica globale USA. Gli esponenti più radicalmente russofobi e sinofobi all’interno dell’establishment statunitense sono stati messi alla guida della potenza nordamericana, per questo è evidente quali saranno le politiche future primarie dell’amministrazione Biden: la ricerca della riaffermazione della supremazia degli Stati Uniti perduta in questi anni, indicata come “obiettivo ripristino”.

Il neo eletto presidente Biden aveva da tempo ribadito la sua ostilità verso la Russia. Egli ha più volte dichiarato anche in passato, che avrebbe fatto pagare a Mosca un prezzo concreto per le “presunte” interferenze, mai dimostrate con prove definite, ma sempre asserite “mediaticamente”, nelle elezioni americane o riguardo ad azioni altrettanto mitologiche di hacker russi, che presumibilmente avrebbero lanciato attacchi informatici su larga scala alle istituzioni governative. Ma tutti questi sono solo pretesti, le vere ragioni sono formulate nei documenti strategici. L’approccio dell’amministrazione Biden alla Russia è radicato in un concetto chiave di politica estera di Joe Biden e del Dipartimento di stato statunitense: fare degli USA l’unica potenza globale di primo piano. Negli ultimi quattro anni di amministrazione Trump,gli Stati Uniti hanno perso terreno a favore di Russia e Cina, non solo causa l’eccentrico ex presidente, ma anche in conseguenza delle nuove efficaci politiche e contromisure globali sino-russe e non solo. Il nuovo presidente durante la sua campagna elettorale, ha promesso di recuperare terreno su questo aspetto e da qui le sue posizioni aggressive. Il dominio del mondo, attraverso l’Ordine liberale mondiale ricordiamolo, è un’idea molto concreta nella mente dei circoli politici statunitensi. E questa non è una affermazione stravagante o estremista, tantomeno, una teorizzazione strampalata complottista. Il Council of Foreign Relations ha riconosciuto l’Ordine come necessità vitale per la difesa della democrazia, il Brookings Institute l’ha sostenuto, così come la prestigiosa rivista Foreign Affairs Magazine e anche l’Università di Princeton. Anche l’US Army War College ha una discussione approfondita su questo tema. Il New York Times ha affermato “L’ “Ordine Liberale Mondiale è costruito con il sangue“. così come divulgano tutti i principali think tank geopolitici occidentali nel mondo. Quindi, non sono teorie fantasiose è una progettualità concreta e tangibile. Loro ne discutono e studiano, da noi ci si sorride sopra…e si vedono i risultati politici.

Vediamo i fatti per capire

I fondamenti della Strategia di difesa nazionale USA

Nella strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Russia e Cina sono definite “potenze revisioniste” che hanno osato sfidare gli Stati Uniti. Sempre secondo la Strategia di difesa nazionale degli Stati Uniti, la Russia e la Cina sono definite un problema più grande persino del terrorismo: in quanto “cercano un dominio regionale, vogliono distruggere la NATO e adattare le economie e le politiche in Europa e Medio Oriente ai loro interessi ”.

L’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (USAID) è andata persino oltre nel suo concetto per contrastare un influenza dannosa del Cremlino, arrivando ad accusare il governo russo di perseguire l’obiettivo di “minare la liberalizzazione economica, fermare lo sviluppo democratico internazionale e indebolire la sovranità dei singoli stati“. Questi promotori dell’egemonismo americano non si rendono conto delle grottesche falsità e si dimenticano dei precedenti impegni che, per esempio erano: di: non espandere la NATO verso est o costruire basi militari vicino ai confini della Russia, riattivare il Trattato ABM, la non ingerenza nelle politiche interne dei vari paesi e non organizzare e sostenere le cosiddette rivoluzioni colorate, interventi o addestramenti militari e così via, solo per restare nell’area dell’ex spazio sovietico. Che significherebbe favorire processi di conciliazione e soluzione negoziale dei conflitti regionali.

Il nuovo reggente della Casa Bianca ha usato il suo primo discorso di politica estera da quando è entrato in carica, alla sessione internazionale online della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, dedicata alle relazioni tra Europa e Stati Uniti, non per lanciare un appello per progettualità costruttive, qualcosa che sarebbe oggettivamente necessario nel mondo di oggi, nella situazione di crollo generale causato dalla pandemia di coronavirus, ma al contrario per alimentare futuri scenari di scontri militari. Il nuovo presidente Biden, lasciando cadere la maschera di “amante della pace“, ha nuovamente accusato Cina e Russia di aspirare a indebolire la NATO e l’unità transatlantica, e ha promesso di rafforzare i valori e le forze militari delle democrazie occidentali, una visione del futuro incentrata all’isteria militare.

Lo stesso tono tenuto da Biden sull’aumento del confronto militare, ha prevalso al Forum del G7, con la richiesta di respingere collegialmente Pechino e Mosca. Il primo ministro britannico Boris Johnson, che presiedeva il vertice, è diventato immediatamente il rappresentante attivo delle politiche di Washington. Va comunque rilevata qualche crepa tra i paesi europei, infatti questa durezza di Biden nei confronti di Mosca e Pechino infastidisce apertamente molti leader europei e nel continente europeo non tutti danno segni entusiastici nel sostenere questa linea presa dalla Casa Bianca,non solo i “Paesi di Visegrad”, anche nel voler fare di Francia, Germania e Giappone le navi da guerra di Washington. 

Oggi, l’unico interesse oggettivo concreto in comune di statunitensi ed europei, è quello di ottenere un effetto leva come strumento di contrattazione per contenere Cina e Russia. Questa motivazione è particolarmente forte per gli europei, perché non vogliono perdere i loro profitti a causa della riduzione dei legami commerciali con la Cina o la Russia. Ed i segnali concreti sono che questa cooperazione economica tra le due parti continuerà, almeno per tutto questo decennio. Il deputato tedesco al Parlamento europeo Reinhard Butikofer, ha sintetizzato come gli Stati Uniti sono oggi percepiti in Europa: “La grandine splendente sulla collina non è più così brillante come una volta“.

Subito dopo la sua elezione, quando il neoeletto presidente degli Stati Uniti, chiamò la sua controparte russa e da subito sollevò alcune “questioni critiche“, penso che si poteva già capire, se non era chiaro che la politica estera di Biden nei confronti della Russia nei prossimi quattro anni, sarà guidata da un tipo di russofobia molto classico degli USA, che è stata una caratteristica primaria della politica estera degli Stati Uniti da decenni. Infatti i principali media statunitensi hanno interpretato le dichiarazioni di Biden come l’inizio del “confronto” con la Russia, che è iniziato quando Biden ha sollevato la “pelosa” questione dell’“ingerenza elettorale“, che i Democratici sollevano sin dalla sconfitta di Hilary Clinton nelle elezioni del 2016. 

“…Ho chiarito al presidente Putin, in un modo molto diverso dal mio predecessore, che i giorni in cui gli Stati Uniti subivano passivamente di fronte alle azioni aggressive della Russia, come interferire con le nostre elezioni, gli attacchi informatici, l’avvelenando dei suoi cittadini, sono finiti. Non esiteremo ad aumentare i prezzi da pagare per la Russia, nella difesa dei nostri interessi vitali e del nostro popolo. E saremo più efficaci nel trattare con la Russia quando lavoreremo in coalizione e coordinamento con gli altri partner che la pensano allo stesso modo… “, ha dichiarato Biden.

Ciò che il continuo riferimento all’ “ingerenza” indica, è che Biden intende portare le relazioni USA-Russia al punto in cui la Russia sia vista solo come un “aggressore” e come uno scaltro “interventista”. Questa insistenza sull’ “ingerenza“, finora mai documentata e provata, è utile agli interessi degli Stati Uniti anche in altri modi: per esempio potrebbe opportunamente essere utilizzata come discriminante e strumento di ricatto verso i paesi europei per le loro scelte negli scenari geopolitici europei conflittuali, come Ucraina, Donbass, Bielorussia, Pridnestrovie, Ossezia del Sud, Abkhazia, Serbia e Kosovo, Srpska in Bosnia, ecc. Inoltre l’Europa è un anello particolarmente fondamentale per gli Stati Uniti, sopratutto dopo che la Russia (e la Cina) in Europa hanno fatto passi da gigante nelle relazioni commerciali ed economiche con molti paesi, sia della UE che della NATO, grazie anche al progetto del gasdotto Nord Stream -2 . Dichiarando la Russia “aggressore” e “interventista”, Biden spera di ricostruire un rapporto di completa dipendenza e di riportare tutti i paesi europei sotto il suo dominio completo.

Mentre Biden propone la proroga di cinque anni con la Russia sull’unico trattato rimanente che limita i due più grandi arsenali nucleari del mondo, ha contemporaneamente fatto partire ulteriori e più serrate indagini di intelligence sulle “attività russe“. Un alto funzionario statunitense ha affermato che l’obiettivo è quello di “dimostrare come la Russia sia responsabile delle azioni sconsiderate e aggressive che si sono viste negli ultimi mesi e anni”. 

Finoral’unico modo in cui gli Stati Uniti puniscono la Russia come “responsabile” è stato attraverso le sanzioni. Ciò che l’amministrazione Biden sta pianificando quindi, è una nuova fase di ulteriori sanzioni, alcune già sancite il 18 marzo, per mantenere le relazioni USA-Russia sufficientemente gelide, in modo da sabotare e impedire una convergenza futura tra Russia ed Europa, anche al di là del progetto Nord Stream 2, fondata su interessi reciproci.

Un altro fattore importante che porta a non aspettarsi alcun cambiamento significativo nell’atteggiamento statunitense nei confronti della Russia è la questione della costante espansione della NATO. Questa espansione ha il chiaro obiettivo di circondare ulteriormente la Russia, come si è visto anche recentemente con il tentativo di coinvolgimento della NATO nella disputa Armenia-Azerbaigian, oltre alle ingerenze continue in tutti i Paesi dell’ex URSS, dalla Bielorussia alla Moldavia, dalla Georgia all’Ucraina e così via.

Va ricordato che Biden ha avuto un ruolo centrale nel colpo di stato ucraino nel 2014, così come oggi lo è con l’opposizione filo occidentale bielorussa, e da allora i suoi legami con quel paese sono rimasti forti. Di recente c’è stata molta pubblicità sulla condotta di suo figlio che ha goduto di benefici legati a sistemi di corruzione. Probabilmente tangenti di riconoscenza più per il padre che per le attività del figlio.

Come ha sottolineato recentemente  il giornalista e analista militare Brian Cloughley: “…La NATO è determinata a trovare minacce e sfide per giustificare la sua esistenza. In una sua recente pubblicazione (NATO 2030), l’obiettivo dell’organizzazione di continuare ad espandersi non è affatto diminuito. La loro capacità di espansione continua è pari solo alla convinzione delirante di essere una forza del bene, piuttosto che la più grande minaccia alla pace internazionale a cui il mondo abbia mai assistito…La NATO è una forza incompetente e disastrosamente destabilizzante, che cerca costantemente con minacce e sfide di giustificare la sua esistenza. Ancora una volta, non si può avere assolutamente alcuna fiducia che nessuna di queste ambizioni per il dominio militare globale sarà comunque incatenata o limitata sotto l’amministrazione Biden…”.

Per questo penso che l’amministrazione Biden ha iniziato un assalto diretto alla Russia pochi giorni dopo aver assunto il potere, semplicemente in continuità con un progetto strategico ben definito in questi decenni.

Gli uomini preposti da Biden alla realizzazione del progetto anti russo (e anti cinese)

Il direttore dell’intelligence nazionale Avril Haines, conosciuto per essere stato al centro di numerose operazioni di “cambi di regime” nel mondo, ha avuto mandato di cercare le prove e fornirle al presidente Biden, con una documentazione minuziosa, in particolare sulle presunte interferenze della Russia nelle elezioni del 2020, sul presunto tentativo di avvelenamento contro Alexei Navalny e sulle presunte taglie per soldati statunitensi in Afghanistan.

Il Segretario di Stato di Biden, Antony Blinken, ha recentemente dichiarato ai legislatori statunitensi che le sanzioni approvate dal Congresso per colpire Mosca saranno “estremamente utili per poter imporre più alti costi e conseguenze alla Russia”. Blinken ha anche detto al Senato durante l’udienza per confermare la necessità della fornitura di armi letali all’Ucraina per difendersi dalla Russia e ha invitato apertamente la Georgia, un’ex repubblica sovietica, ad aderire alla NATO.  Blinken è colui che ha tranquillamente svelato alla stampa la guerra per procura degli Stati Uniti in Siria, dicendo che 2.000 militari statunitensi hanno “utilizzato e addestrato” da 60 a 70 mila combattenti delle cosiddette Forze Democratiche Siriane, curdi e arabi. Il diplomatico ha detto che queste forze miravano a distruggere l’ISIS, ma tutti ormai sanno che Russia e Iran hanno spazzato via lo stato terrorista dell’ISIS, non la coalizione occidentale. Il Comando Centrale USA è impegnato nella copertura aerea per il mercato nero del petrolio siriano, se qualcuno lo ha dimenticato.

Il neo Segretario di Stato, come il suo predecessore Mike Pompeo, servono entrambi gli stessi precettori alla General Dynamics, alla Boeing e agli equivalenti britannici del complesso militare-industriale. In una testimonianza davanti al Congresso Blinken ha spiegato come gli Stati Uniti abbiano già pianificato la divisione della Siria e che l’amministrazione Biden cercherà di riorganizzare le Primavere arabe per eliminare tutti i nemici di Israele. Non mi sorprenderebbe rivedere una rinascita dell’ISIS, magari sotto nuove spoglie..

In un’intervista del 25 novembre 2020, Blinken ha dichiarato: “Il presidente Biden dovrebbe  sfidare Putin per la sua aggressività, non per abbracciarlo. Per non permettergli di sconfiggere la NATO e rafforzare il suo contenimento … oltre a fornire una potente assistenza per garantire la sicurezza a paesi come l’Ucraina, la Georgia, i Balcani occidentali…”. Quattro mesi dopo è stato accontentato!

L’approccio di Blinken appare in perfetta armonia con quanto affermato dal neo Segretario alla Difesa Lloyd Austin, che ha riconosciuto nella stessa audizione del Senato USA alla Commissione per le relazioni estere, che l’amministrazione Biden si identifica con la Strategia di difesa nazionale degli Stati Uniti del 2018, dove si indicano la Russia e la Cina come “potenze revisioniste”, cioè in contrapposizione e che gli Stati Uniti devono contrastare utilizzando tutti i mezzi disponibili.Solo per curiosità, Lloyd Austin, già a capo del Comando centrale degli Stati Uniti è un membro del consiglio di amministrazione di Raytheon , una delle società multinazionali che sfrutta al massimo la forte presenza militare di Washington nel mondo.

Sicuramente per lui la pace non è un buon affare ed è poco augurabile!.

Così si può capireanchela scelta di Biden per Victoria Nuland come sottosegretario di stato per gli affari politici, che dimostra come il nuovo presidente stia assemblando una squadra di falchi antirussi intorno a lui. Della Nuland non va dimenticato il suo ruolo operativo, certificato da quella famigerata conversazione telefonica registrata nel 2014 tra lei (in quel momento assistente segretario di Stato) e l’ambasciatore degli Stati Uniti in Ucraina Jeffrey Pyatt, dove furono svelate le trame del golpe in corso e il cinismo efferato verso le vittime ucraine. Essaè nota per essere una convinta sostenitrice di una politica aggressiva e di ostilità nei confronti della Russia. Lo scorso febbraio, ha sostenuto la necessità di “fermare Putin” affinché gli Stati Uniti possano guidare il mondo e limitare la Russia in modo che non possa perseguire i suoi interessi, proponendo un rozzo approccio interventista, essa ha affermato che la leadership degli Stati Uniti “deve anche impedire i  tentativi di Putin di isolare la sua popolazione dal mondo esterno e noi dovremmo parlare direttamente al popolo russo dei vantaggi di lavorare insieme e del prezzo che stanno pagando perle politiche antiliberali di Putin…La Russia ha violato i trattati sul controllo degli armamenti, ha messo in campo nuove armi destabilizzanti, minacciato la sovranità della Georgia, sequestrato la Crimea e gran parte del Donbass; ha sostenuto i despoti in Libia, Siria, Venezuela e Cuba. Ha usato armi informatiche contro banche straniere, reti elettriche e sistemi governativi; interferito nelle elezioni democratiche straniere e ha assassinato i suoi nemici sul suolo europeoLa sfida decisiva per gli Stati Uniti e i loro alleati in Europa nel 2021, sarà guidare le democrazie del mondo nella creazione di un approccio più efficace contro la Russia, basato sui loro punti di forza e mettere l’accento su Putin dove è vulnerabile, anche tra i suoi cittadini “.

….Ecco i futuri obiettivi della presidenza Biden, elencati in modo chiaro e netto.

Lo stesso candidato alla nuova presidenza della CIA, l’ex ambasciatore in Russia William Burns, aveva ripetutamente accusato Trump di disarmo diplomatico unilaterale a causa del suo tentativo di ricucire i rapporti con la Russia: “…non individuandola come una potenza che rappresenta una minaccia inimmaginabile un quarto di secolo fa…e non capendo che la Russia ha un complesso di inferiorità nei confronti degli Stati Uniti e del suo desiderio di essere presa sul serio come partner globale“.

Biden ha anche posizionato consiglieri come il generale in pensione Jake Sullivan, implicato in molte operazioni “coperte” contro governi non allineati, e Michael Carpenter che ritengono le vecchie sanzioni settoriali imposte dall’amministrazione Obama, come insufficienti e sostengono l’imposizione di sanzioni “sbarranti” alle banche russe, perseguendo anche l’obiettivo di severe restrizioni contro l’economia russa nel suo insieme. Inoltre essi sostengono che negli uffici del Congresso dal 2018, sono giacenti i progetti DETER e DASKA, annoveranti sanzioni dure contro le banche russe e il debito sovrano russo,. Queste misure seppelliranno finalmente tutte le iniziative a favore della cooperazione bilaterale, e sia necessario riprenderne l’iter di imposizione.

Un pensiero ugualmente inquietante per il futuro, se si conosce la candidata alla carica di vice segretario alla Difesa Kathleen Hicks di profonde convinzioni belliciste, che si era persino opposta al piano di Trump di ritirare circa 11.900 soldati americani dalla Germania. Era contraria nonostante il fatto che circa la metà di quelle forze venivano semplicemente ridistribuite in altri paesi NATO.

Accusando incessantemente e sistematicamente Mosca di interferenza nelle elezioni americane, conducendo indagini giudiziarie scriteriate su collusioni tra Trump e il Cremlino, la politica del Partito Democratico ha perseguito i propri obiettivi politici interni, nessuno o pochi di loro hanno fatto evidenziare, che tutto questo avrebbe causato danni a lungo termine alle relazioni tra i due Stati.

Secondo il direttore dell’Istituto internazionale di consulenza politica russo, Yevgeny Minchenko , una tale posizione è in qualche modo una misura necessaria per i propri interessi: “…Biden è costretto a prendere una posizione più dura nei confronti della Russia, perché ha promesso di punire la Russia oltre a Trump, puntando sull’unità dell’Occidente prima di tutto e dei Paesi dell’Unione europea, come logica strategica…”, ha spiegato Minchenko a Pravda.Ru .

Il direttore della Franklin Roosevelt Foundation for the Study of the United States presso l’Università statale di Mosca, Yuri Rogulev, ha dichiarato che “…i vertici politici degli Stati Uniti continuano a non considerare la Russia un partner alla pari e non considerano la possibilità, come prospettiva, di instaurare relazioni paritarie con essa. Fino a quando non riconosceranno che la Russia ha un ruolo autorevole negli affari internazionali è difficile aspettarsi un miglioramento nelle relazioni tra i due Paesi…”.

La Casa Bianca ha recentemente pubblicato un documento di orientamento strategico relativo sulla sicurezza internazionale, dove l’asse centrale è fondato sulla concezione che la democrazia nel mondo è minacciata. Ma dove anche si certifica, che è ormai una realtà il fatto che la distribuzione del potere nel mondo sta cambiando, ciò crea nuove minacce. In questa analisi vengono identificate la Cina e la Russia come i responsabili di questo, sottolineando che stanno diventando sempre più potenzialmente in grado, di unire potenza economica, diplomatica, militare e tecnologica, per lanciare una sfida pericolosa a un sistema internazionale stabile e aperto, come è stato fino al secolo scorso. Il rapporto prosegue asserendo che la Russia è determinata a rafforzare la sua influenza globale e svolgere un ruolo dirompente sulla scena mondiale. In questa logica “…negli ultimi anni sia la Cina che la Russia hanno investito molto negli sforzi volti a limitare la forza degli Stati Uniti e ostacolare la difesa dei nostri interessi e dei nostri alleati in tutto il mondo…”.

Anche in questo casosarebbe necessario sottolineare chi, negli ultimi 70 anni, ha usato il suo potere militare ed economico per minacciare, dominare e dove si è sentito indispensabile attaccare, distruggere e occupare quelle nazioni che non si prostravano o rifiutavano di soddisfare i diktat statunitensi. Quel Paese non è né la Russia né la Cina, ma gli Stati Uniti.

Ma Biden si muove integralmente in questo solco, ed è dimostrato dalle sue prime mosse, come il concentrare le attenzioni sull’Europa, aumentando le truppe degli Stati Uniti di stanza in un certo numero di Paesi e compiendo mosse aggressive in Bielorussia e nell’Oceano Artico. Non bisogna dimenticare che Biden è stato uno dei principali sostenitori del colpo di Stato in Ucraina nel 2014 e anche del piano che prevedeva di mettere una base militare USA in Crimea, progetto anticipato e spazzato via dal referendum che ha sancito il passaggio della stessa alla Federazione Russa. Boccone amaro che ancora è indigesto agli Stati Uniti.

I politici statunitensi e molti altri leader europei chiedono continuamente concessioni, avanzando tutti i tipi di ultimatum, minacciando sempre di far pagare costi pesanti alla Russia, in caso di rifiuti. Ma nessuno chiede quale prezzo sono disposti a pagare gli Stati Uniti, per raggiungere un ragionevole compromesso tra i due Paesi? Molti analisti chiedono se essi sono pronti a smettere di interferire negli affari interni della Russia e degli Stati confinanti con essa. Se sono disponibili a smettere di finanziare e supportare le opposizioni interne non legali. Se sono disponibili a smettere di inglobare i Paesi ex sovietici nella NATO, costruendo basi militari ai confini della Russia. E l’elenco potrebbe continuare. Ma soprattutto, quando le autorità statunitensi riconsidereranno la loro rischiosa politica di contenimento della Russia su tutti i fronti, volta a strangolare l’ economia e a disintegrare lo Stato russo? Risposte a questi quesiti non sono mai state date.

Questa continua minaccia dell’adozione delle famigerate “sanzioni infernali”, che pendono sulla Russia come una spada di Damocle se entrassero in vigore, per molti alti esponenti e studiosi russi potrebbe fare finalmente chiarezza, facendo uscire il dollaro dalle banche locali e spingendo in avanti il processo, già avviato comunque, di de-dollarizzazione e all’annullamento dell’autorizzazione al suo uso nel Paese. In questo modo la cosiddetta borghesia  “compradora” drussa dovrebbe fare la sua scelta finale: stare con la Russia e i suoi alleati internazionali o con l’Occidente. Come detto da Leonid Krutatov, esperto economico del governo russo “…gli Stati Uniti sono bravi a “strangolare col loro abbraccio“, vediamo se riusciranno a prevalere in una battaglia frontale e a viso aperto…”.

Riflessioni finali

L’era del dominio degli Stati Uniti sul mondo è finita, ed è altamente improbabile che possa mai essere ripresa. La vera domanda da porsi è quando gli USA riconosceranno questa realtà e si comporteranno di conseguenza, o se faranno mosse sempre più aggressive per mantenere la loro posizione, minacciando così il mondo con una guerra catastrofica.

Le decisioni finora prese dal neo presidente statunitense Biden, indicano in maniera netta e visibile che non sarà lui a guidare gli Stati Uniti in una nuova pacifica e razionale direzione.

Ha dimostrato con le sue scelte nei confronti di tutte le aree di crisi, dall’Iran, all’Afghanistan (dove ha già detto che rifiuterà il piano di Trump per il ritiro delle truppe entro maggio) dalla Cina alla Corea del Nord, dall’Ucraina alla Russia, dal Venezuela a Cuba, dalla Siria alla Bielorussia, per citarne solo alcune. Ciò conferma quel vecchio detto che “non puoi insegnare a un vecchio cane nuovi artifici”, come metafora della politica estera degli Stati Uniti.

Lo stesso vale per l’inutilità delle mosse ostili dell’Occidente verso la Russia, imponendo sanzioni o creando vari tipi di Circoli di amici degli Stati Uniti“, poiché non solo nel campo delle innovazioni militari e delle armi moderne, ma anche nello sforzo civile per combattere il disastro globale odierno: la pandemia di coronavirus, Mosca e Pechino hanno dimostrato i vantaggi che hanno su tutti. Non è per caso che il vaccino russo Sputnik V e i sistemi missilistici antiaerei russi S-400, sono stati recentemente sempre più paragonati al vecchio  “Kalashnikov russo” nel lessico di tutti i giorni.

Essendo chiaramente consapevole del poco tempo che trascorrerà alla Casa Bianca, Joe Biden sta attivamente cercando di dimostrare un approccio insolitamente aggressivo nei confronti di Russia e Cina, imponendo le condizioni per una nuova guerra fredda globale. Tuttavia, non si rende ancora conto che la nuova amministrazione di Washington dovrà condurre quattro guerre contemporaneamente: due guerre fredde nell’arena internazionale contro Cina e Russia, una “guerra civile” all’interno del paese e una grande guerra culturale a cominciare dal suo paese e poi in tutto il mondo. Non si può escludere la possibilità che, con ogni probabilità, a questi si aggiungeranno più di un conflitto militare locale, e per questo Biden non ridurrà, ma amplierà la presenza militare statunitense in Medio Oriente, Afghanistan, Europa, e sud-est asiatico. Inoltre, gli Stati Uniti dovranno combattere contemporaneamente su tutti i fronti, pur dovendo affrontare una profonda crisi economica e una crescente carenza di risorse. E il fatto che gli Stati Uniti non siano stati in grado di vincere una sola guerra negli ultimi 70 anni è di conoscenza comune a tutti, a partire da  Vietnam e Afghanistan. Oltre a non essere riuscita a piegare la piccola grande Cuba.

Entro la fine del decennio, la Cina sarà la più grande economia del mondo e la sua Belt and Road Initiative, con il suo massiccio programma di investimenti infrastrutturali globali, sta rapidamente espandendo l’influenza di Pechino. Mosca, da parte sua, ha già stretto una forte alleanza con Pechino per accelerare il declino dell’influenza di Washington.La Russia è impegnata nella proposta di un mondo multipolare che limiterà di fatto gli Stati Uniti. I suoi interventi militari in Georgia, Pridnestrovie, Ossezia del Sud, Donbass, Siria, Nagorno-Karabakh e Medio Oriente mirano a rafforzare questo obiettivo. Anche la Turchia, variabile eclettica dello scacchiere NATO/occidentale è coinvolta in questo scontro globale, con la sua presenza militare nel Caucaso, in Libia e in Siria e impegnata in un confronto con la Grecia per l’esplorazione del gas e la revisione dei confini marittimi nel Mediterraneo orientale. Ed è una contraddizione molto pericolosa per le forze occidentali e la NATO, è di queste settimane la notizia dell’intento di acquistare i SU 57 dalla Russia, che sarebbe un ennesima contraddizione per l’alleanza occidentale.

Come si dice in Oriente: “Il cane abbaia, ma la carovana va avanti. Perché abbaiare è una manifestazione dei deboli.”.

Ovviamente i russi conoscono molto a fondo la realtà. I più recenti discorsi del presidente Putin e del ministro degli Esteri Lavrov, indicano entrambi che la pazienza e tolleranza russa con gli USA sta finendo. Putin ha chiaramente delineato l’approccio di Biden quando ha detto: “…Possiamo aspettarci che anche la natura delle azioni pratiche diventi più aggressiva, inclusa la pressione sui paesi che non sono d’accordo con un ruolo di satelliti controllati e obbedienti, con l’uso di barriere commerciali, di sanzioni e restrizioni illegittime in ambito finanziario, tecnologico e cyber. Un gioco del genere senza regole aumenta in modo critico il rischio di un uso unilaterale della forza militare…L’era legata ai tentativi di costruire un ordine mondiale centralizzato e unipolare è finita. Ad essere onesti, questa era non è nemmeno iniziata. È stato fatto un semplice tentativo in questa direzione, ma anche questa è ormai storia. L’essenza di questo monopolio andava contro la diversità culturale e storica della civiltà umana “.

Infine, c’è la questione inespressadella salute di Biden. È una questione aperta se le sue facoltà mentali siano all’altezza delle estenuanti richieste legate a un mandato di quattro anni alla guida della potenza statunitense.  e Biden non sopravvive per quattro anni, mentalmente o fisicamente, le convinzioni e le capacità della vicepresidente Harris (…altro personaggio estremamente grezzo politicamente e radicale) diventano di fondamentale importanza. Questa è una domanda che dovrà essere affrontata e la risposta non sarà semplice per la leadership statunitense.

In ogni caso mi associo al Presidente Putin augurando buona salute a Joe Biden…anche perché ne ha veramente bisogno, sia a livello mentale che fisico…

 

Enrico Vigna,  Cumpanis, 20 marzo 2021

Attrici, coriste, costumiste. E orgogliosamente direttrici d’orchestra.

Dal sito dell’Opposizione CGIL, 7 Marzo 2021 dc:

Attrici, coriste, costumiste. E orgogliosamente direttrici d’orchestra.

di Eliana Como

Su Beatrice Venezi e le sue dichiarazioni al festival di Sanremo.

Cara Beatrice, usare correttamente l’italiano non è solo una questione di grammatica, è una questione culturale e politica. E da qualunque parte prendiamo le tue dichiarazioni, non possiamo che rigettarle.

Cara Beatrice, il tuo rivendicare di farti chiamare «direttore d’orchestra» non è un «calcio al politicamente corretto», ma uno schiaffo a chi ogni giorno lotta per la parità di genere: l’inaudita violenza che si consuma nel nostro Paese, dove ogni tre giorni una donna viene uccisa per mano del proprio compagno, è l’acme di una cultura che dobbiamo combattere assieme e che passa anche attraverso il linguaggio. Perché il linguaggio veicola il pensiero e il pensiero è lo specchio della cultura che emana.

Quella cultura per cui una donna è subalterna ad un uomo. La stessa per cui va bene se siamo attrici, cantanti, violiniste o coriste, meglio ancora se sarte o costumiste, ma guai a essere direttrici d’orchestra.

E poi, sei diplomata in pianoforte, in direzione d’orchestra, hai studiato con grandissimi maestri, come Lucchesini e Gelmetti. Francamente saremmo stati più felici di vederti al Festival non come ospite per affiancare Amadeus, ma per dirigerne l’orchestra.

Pensaci, sei stata invitata al Festival come oggetto, per stare un «passo indietro» a un uomo conduttore, non invece davanti a lui, come direttrice d’orchestra, come meriti e come tutte noi abbiamo il diritto e il dovere di rivendicare!

#RiconquistiamoTutto – opposizione in Cgil/Slc – spettacolo dal vivo

L’ignoranza

Da Hic Rhodus 2 Marzo 2021 dc:

L’ignoranza

La puntata 10. di un dossier in 10 punti da titolo Pensare la Democrazia nel Terzo Millennio

10. L’ignoranza è sempre eversiva. Se non causata dalla stupidità, l’ignoranza è il secondo enorme male sociale dal quale occorre difendersi ma, al contrario della precedente, l’ignoranza può essere sconfitta dall’istruzione, dall’esperienza, dalle buone relazioni sociali. Una società felice mette a disposizione dei suoi cittadini ogni occasione per combattere l’ignoranza.

10.1 Moltissimi stupidi sono anche ignoranti, ma ricadono completamente in quanto già scritto [Capitolo 9].

Qui trattiamo quindi l’ignoranza dovuta a scarsa educazione, limitata scolarizzazione, mancanza di occasioni di esperienza, di viaggio, di relazioni sociali vivificanti. Sono tantissimi i borghi, i paesini, le periferie dove persone di modesto livello sociale crescono figli che non possono frequentare scuole, non hanno mai viaggiato, crescono fra quattro mura e i soliti dieci amici altrettanto deprivati.

Questi ragazzi non sanno, non conoscono, strutturano i loro schemi mentali in forma primitiva e rigida, e ovviamente cadono facilmente preda di teorie fantasiose quando non di ambienti pericolosi.

C’è un’enormità di capitale sociale sprecato, di potenziale intellettuale non sviluppato, di infelicità, che resta abbandonata a sé stessa, anziché essere sviluppata positivamente al servizio della collettività, oltre che per una vita migliore per gli interessati. Uno Stato razionalista, attuatore dei diritti dei suoi cittadini, investirebbe ingentissime risorse per consentire il migliore sviluppo culturale a partire naturalmente dalle generazioni più giovani.

10.1.1 Al primissimo posto la scuola, da troppi decenni abbandonata a se stessa, dovrebbe essere una delle prime preoccupazioni di uno Stato democratico: più edifici scolastici in ottime condizioni, più tecnologie, insegnanti in aggiornamento continuo, un buon sistema di valutazione, tempo pieno, apertura al territorio, attività estive, ammodernamento dei programmi. E, possibilmente, meno bieco corporativismo dei docenti.

10.1.2 Poi le agenzie educative informali: circoli giovanili, boy scout, fino alle parrocchie, tutti coloro che si occupano di giovani dovrebbero essere maggiormente qualificati e sostenuti (Nota mia: da ateo e anticlericale boy scout e parrocchie non dovrebbero occuparsi né di giovani né di adulti!). Occorre sottolineare la banalità e scarsa incidenza dei numerosi progetti di intervento sociale destinati ai giovani, con uno spreco di risorse comunque notevole. La progettualità sociale in campo educativo dovrebbe essere potenziata e rinforzata (e valutata) con criteri moderni e con senso critico.

10.1.3 L’Università è uscita in pezzi dalle ultime riforme. È noto a tutti che moltissimi corsi di laurea sono scadenti e che numerosi atenei fanno carte false (= laurea garantita facilmente) pur di avere studenti e mantenere le cattedre. Gli Atenei di un qualche valore, in Italia, sono pochi ed elitari, ma il contrario dell’elitarismo non è certo la laurea facile. Un poderoso giro di vite, in senso scientifico e didattico, deve essere fatto per portare le nostre università a un diffuso livello di eccellenza, sostenendo parimenti gli studenti meritevoli con adeguate borse di studio.

10.1.4 Viaggiare è un potente antidoto all’ignoranza, alla visione ristretta del mondo, al razzismo: offrire condizioni di vero favore (fino alla totale gratuità dei trasporti e degli alloggi) ai ragazzi che desiderano viaggiare per il mondo costerebbe poco e avrebbe grandi risultati.

10.1.5 Le relazioni sociali sono il terzo grande pilastro per lo sviluppo di una mentalità aperta, curiosa, intelligente. Le relazioni sociali non possono essere imposte, ma indiscutibilmente possono essere favorite dalla bonifica delle peggiori periferie-dormitorio, col sovvenzionamento di luoghi di aggregazione permanenti (biblioteche, centri giovanili, associazionismo) o temporanei (fiere, manifestazioni) nei luoghi dove la possibilità di nuove e significative esperienze e relazioni sono più problematiche.

10.2 Queste misure sono assolutamente di modesto costo economico per uno Stato che desideri investire sulla cultura e sullo sviluppo intellettuale dei giovani. Occorre quindi domandarsi perché non lo si faccia. Perché scuola e Università sono un disastro, perché i giovani sono abbandonati, la ricerca negletta…? Crescere delle nuove generazioni nel sapere, nell’arte, nella cultura, nella migliore visione del mondo e delle relazioni sociali, significa crescere una società meno conflittuale, più armonica, più democratica.

Verrebbe da pensare che non si voglia codesta migliore società, e che le meschinissime beghe di piccolo cabotaggio politico cui assistiamo quotidianamente siano considerate più importanti rispetto allo spreco di vite, di competenze e di maggiore felicità che si perpetra. Scavando un pochino a fondo, poi, si può notare come una buona parte dei politici che abbiamo siano loro stessi il frutto di questo spreco, figli di periferie culturali e di disarmo morale.

Quando è iniziato tutto questo?

Come sempre la ricerca dell’origine dei mali sociali rischia di arretrare nei tempi fino ad Adamo ed Eva, rifuggendo – in questa regressione – dal riconoscere precise responsabilità che possiamo leggere e riconoscere nelle buone intenzioni demagogiche di tante riforme intraprese dal secondo dopoguerra: quelle buone intenzioni demagogiche sempre cattive consigliere ma che piacciono così tanto ai politici con poco senso dello Stato, con la preoccupazione di piacere alle piazze e di guadagnare benemerenze per le prossime elezioni.

Prossimo tema: la malvagità.

Per ritrovare tutti gli articoli di questo dossier cliccate QUI.

La stupidità

Da Hic Rhodus 22 Febbraio 2021 dc (trovate lo stesso articolo nella pagina La stupidità):

Capita a proposito la puntata 9. di un dossier in 10 punti da titolo Pensare la Democrazia nel Terzo Millennio. E il titolo è proprio

La stupidità.

9. La stupidità e sempre eversiva. Poiché l’intelligenza è un accidente fortuito, non è del tutto colpa degli stupidi essere tali.

Naturalmente non parliamo di persone con ritardo mentale diagnosticato ma di coloro che – più o meno dotati di una intelligenza “nella norma” – compiono atti violenti (generalmente si tratta di questo), avventati, insensati, che si contraddistinguono per un semplice elemento: danneggiano la società (o singole persone) senza un reale vantaggio per gli stupidi se non di natura simbolica ed effimera (allagare la scuola per non andare a lezione il giorno dopo; picchiare uno sconosciuto perché ti aveva guardato storto; sfasciare un negozio perché ti avevano chiesto di mettere la mascherina anticovid…).

Le persone che compiono questi atti, se non hanno la pur debole giustificazione di avere agito in preda all’alcol o a droghe, hanno solitamente delle rimarchevoli tare educative e personologiche: non sanno valutare le conseguenze dei loro gesti, hanno un’opinione esagerata di sé, non hanno freni morali, credono di avere poteri che li rendono immuni dall’essere perseguiti e via discorrendo. Indipendentemente dal loro reale Q.I. e altre questioni tecniche di competenza di psicologi e psichiatri, chiamiamo costoro ‘stupidi’. La società ha il dovere di difendersi dalla stupidità.

9.1 Fra le varie forme di stupidità, oltre a quelle palesi e violente indicate sopra, ve ne sono di meno eclatanti e meno immediatamente dannose: i complottisti, per esempio, sono degli stupidi che possono anche far ridere ma i cui comportamenti sono dannosi in molteplici modi. I complottisti anti Covid, per esempio, minacciano la salute dei loro concittadini, ma anche un banale terrapiattista può avere comportamenti dannosi per sé ed è comunque un esempio di capitale sociale sprecato, di dedizione a cause perse, di perdita di tempo per chi è loro vicino. Tenendo poi presente che il complottista è, in generale, un paranoico che crede a un insieme correlato di baggianate, ai poteri occulti che ci vogliono dominare, alle società segrete etc., in una classifica dei peggiori stupidi dai quali la società si deve difendere mettiamo certamente, al primo posto, i complottisti.

9.2 Al secondo posto coloro che, a causa della loro stupidità corredata da un totale analfabetismo funzionale, senza essere specificatamente complottisti aderiscono con particolare facilità a qualunque fake news vista su Twitter e Facebook. Questa categoria di stupidi pensa di essere una cima, si nutre di cliché disarmanti (“la politica è tutta un magna magna” è un grande classico), aderisce ai gruppi Facebook più demenziali, sprizza odio, invidia e luoghi comuni nei suoi commenti che non risparmia su qualunque argomento, commenta gli articoli giornalistici dal titolo, non riesce a sviluppare un discorso con un senso logico. Se anche possono sembrare più innocui dei precedenti, sono in un numero eccezionalmente alto, sono capaci di spostare gli orientamenti dei partiti, eleggere rappresentanti in Parlamento e fare gravi danni politici e sociali.

9.3 Numerose altre categorie di stupidi, semmai folcloristici ma assai meno dannosi, possono essere aggiunte: il sempliciotto di paese, il trentenne universitario che vive da dieci anni fuori corso coi soldi di papà, una discreta quantità di mamme sulle chat scolastiche e così via.

9.4 Gli stupidi – da quelli violenti a quelli semplicemente sciocchi – hanno in comune una prerogativa rilevante: godono di tutti i diritti dei loro connazionali, inclusi i diritti politici attivi e passivi. Il complottista più esasperato, come l’analfabeta funzionale più conclamato, votano e possono essere votati, e alcuni esempi ben noti rappresentano il popolo italiano nel nostro Parlamento.

Questo è sbagliato per una ragione logica assai semplice da argomentare: poiché abbiano definito gli stupidi come persone che danneggiano loro stessi e la società, è del tutto evidente che come rappresentanti del popolo il loro danno è decuplicato, ma anche come semplici elettori – essendo loro in numero consistentissimo – possono favorire o impedire scelte politiche che possono avere conseguenze gravi per il Paese (anche qui: è cronaca di questi anni, non dovrebbero servire esempi espliciti).

L’ovvia conseguenza è che una società votata alla logica, alla razionalità, al perseguimento del maggiore benessere dei cittadini, dovrebbe almeno in astratto impedire agli stupidi di votare e di essere eletti oltre che, ovviamente, di accedere a cariche e impieghi pubblici di responsabilità.

9.4.1 Per una ragione di mera opportunità pratica, suonando come “non democratica” un’eventuale norma per limitare il potere degli stupidi (che chi scrive qui è invece favorevolissimo ad approvare) si potrebbe quanto meno decidere per una pena civica supplementare per i rei di evidente stupidità che si sia tradotta in un reato socialmente dannoso e già perseguibile di per sé. Hai picchiato per futili motivi un individuo? Hai devastato un compartimento ferroviario perché la tua squadra di calcio ha perso? Hai fatto uno scherzo cretino che si è trasformato in un danno fisico per la vittima? Oltre a quanto previsto dai Codici si deve applicare una particolare interdizione dai pubblici uffici per un giusto numero di anni (istituto che già esiste nel nostro ordinamento, non si tratterebbe di inventare nulla ma solo di estenderne la casistica).

Sarebbe poco, naturalmente, rispetto all’enorme massa di stupidi in circolazione ma, come dire, piuttosto che niente è meglio poco, qualche stupido non andrebbe a votare e sarebbe un segnale positivo (non per gli stupidi, che se ne infischierebbero, ma per tutti noialtri).

9.4.2 Un altro intervento che uno Stato logico e razionale applicherebbe senza battere ciglio sarebbe impedire ai complottisti comportamenti dannosi. Tutti ricordiamo la farsa dell’obbligo vaccinale per poter iscrivere i bambini alle scuole primarie, obbligo parziale e facilissimamente aggirabile. Uno Stato serio non proporrebbe mezze misure: la vaccinazione è un obbligo, punto; se non vaccini tuo figlio sei perseguibile, punto. Così per i “No Mask” e ogni altra forma di complottismo con concrete e pericolose ricadute sociali.

9.5 Le eventuali obiezioni in merito al carattere illiberale e repressivo di questi ultimi punti sono concettualmente errate, e solo un’analisi superficiale qui trova una sorta di paradosso (“Si pretende la libertà e i pieni diritti, salvo poi privarne una specifica categoria”).

L’errore nasce da quanto già segnalato a proposito della differenza fra diritti e bisogni [Capitoli 1 e 4].

Tutti hanno il diritto alla salute, per esempio, e questo diritto deve essere riconosciuto e tutelato dallo Stato che deve prodigarsi per offrire un sistema sanitario ottimo, per come le scienze mediche sanno indicare, organizzato con efficienza ed equità. Questo è il diritto, e deve valere per qualunque individuo, indipendentemente da ciò che pensa in merito alla medicina tradizionale, l’omeopatia, la naturopatia o i riti voodoo. Ma se un individuo pensa che i vaccini siano parte di un complotto per controllarci, e non vaccinando sé e i suoi figli, laddove esistano le ragioni di salute collettiva sufficienti a giustificare un obbligo di legge, minaccia la mia e altrui salute, qui siamo usciti dal terreno dei diritti ed entriamo in quello dei bisogni patologici: bisogno di aderire a comportamenti antagonisti per soddisfare il proprio ego, bisogno di disubbidire per rivalsa sociale, bisogno di credere a delle sciocchezze palesemente false per ignoranza, e di sostenerle ad oltranza per non rischiare un confronto di realtà col proprio reale potenziale intellettuale, e così via. Se vuoi infibulare la figlia perché è sempre stata una tradizione tribale della tua comunità originaria, quello è un bisogno culturale che contrasta fortemente coi diritti alla vita, alla salute, alla dignità di tua figlia, e quindi, democraticamente, te lo impediamo.

9.6 Gli obblighi di legge e le relative sanzioni contro gli stupidi sono comunque solo un segnale simbolico: doveroso, legittimo ma marginale come reale capacità di far desistere, gli stupidi, dalla loro stupidità.

Il deterrente migliore e più forte resta quello dello stigma sociale. Sono i probi, i logici, gli intelligenti, gli onesti che devono apertamente contrastare gli stupidi: cacciateli dalle amicizie Facebook; irrideteli apertamente; sottolineate e biasimate con chiarezza e fermezza la stupidità degli stupidi; allontanateli da voi e dalla comunità cui partecipate.

Gli stupidi devono avere terra bruciata attorno a loro, sentire il disprezzo e la riprovazione degli intelligenti. Il silenzio acquiescente, il lasciar correre per quieto vivere, il non impicciarsi, sono i più grandi complici del dilagare della stupidità e del suo approdo vittorioso a tanti comportamenti dannosi.

Prossimo tema: l’ignoranza.

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Nell’inferno del saccheggio africano

In e-mail il 27 Febbraio 2021 dc (questa volta non mi sono limitato a correggere alcuni errori, ma ho sostituito Santa Sede con Vaticano!):

Nell’inferno del saccheggio africano

di Marco Castaldo

L’uccisione nella Repubblica Democratica del Congo dell’ambasciatore italiano e del carabiniere che gli faceva da scorta offre l’occasione per riflettere su quello che è un vero e proprio inferno causato dalle potenze coloniali in quel continente in una fase di crisi, come quella attuale, del moto-modo di produzione capitalistico, aggravata per di più dalla pandemia del Covid-19.

Ovviamente si sprecano da una parte le parole di riprovazione e di orrore nei confronti dei responsabili del fatto di sangue, mentre dalla parte opposta si sprecano gli elogi per le qualità delle due vittime cadute nell’imboscata in quel paese. E il popolo “beve”.

Passano pochi giorni e tutto si dimentica, tutto riprende come prima. Eppure tutti quelli che devono sapere sanno, ma tutti fingono di non sapere. Tutti conoscono la verità, ovvero gli interessi da cui sono mosse determinate strutture statali e/o umanitarie, ma tutti mentono spudoratamente sapendo di mentire.

Eppure la verità è talmente evidente in certi ambienti che nel darne notizia – come nel caso del telegiornale delle 20 de La7, il suo direttore Mentana dice due cose in netto contrasto fra loro: «Diamo notizia del tremendo fatto di sangue avvenuto nel Congo, un paese poverissimo», per poi proseguire affermando, poche parole dopo: «una nazione ricchissima di materie prime di importanza strategica». Una realtà talmente forte che, come la tosse, non può essere contenuta e fuoriesce dalle labbra di un noto asservito al potere del capitale.

Due verità che vengono lasciate poi cadere nelle distratte cene degli italiani assopiti dai colori regioni attribuiti dal governo e dalle paure per la pandemia. Dalle parole di un altro noto giornalista e scrittore, come Domenico Quirico, vien fuori un quadro orrido nella sua descrizione delle varie tribù di disumani più simili alle bastie che al restante dell’umanità. Lui, “profondo” conoscitore dell’area subsahariana e dell’estremismo islamista, non perde occasione per sputare fango sui martoriati popoli africani schiavizzati da secoli dai popoli “civili” dell’Occidente sviluppato.

Eppure, nonostante le montagne di parole per imprigionarla, la verità emerge forte e potente quando sono costretti a dire: «Le guerre nel Kivu [regione del Congo che si affaccia sul lago Kivu] hanno nomi misteriosi, legati non alla geopolitica ma alla tavola di Mendeleev: il coltan, l’oro, il tungsteno, il tantalio che resiste alla corrosione, o la cassiterite che serve per saldare e per leghe speciali».

A differenza degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, in questi ultimi decenni è calato un silenzio tombale sulla rapina coloniale delle potenze occidentali in Africa e, quel che è peggio, è calato anche il silenzio nei confronti della Cina che in quel continente e in concorrenza con i Paesi occidentali sta facendo man bassa delle risorse minerarie di ogni tipo. E fa specie, lo diciamo senza veli, che a tale silenzio partecipano anche formazioni politiche che si autodefiniscono di sinistra e che guardano alla Cina come modello sociale centralizzato e possibile struttura sociale diversa dal capitalismo.

Non ci lasciamo impressionare neppure da incantatori di serpenti come certi padri missionari comboniani che si presentano con l’aspetto caritatevole, ma sono l’altra faccia della stessa medaglia del colonialismo capitalistico mondiale, che denuncia sì l’impotenza delle istituzioni internazionali come l’Onu o la stessa Fao, ma poi fungono da controllori della realtà.

Non ingannino perciò certe iperboliche espressioni come «Questo è il Congo di tutti i giorni! Un paradiso della natura, un inferno per gli uomini. Con una guerra civile da 20 anni, per prendersi le ricchezze minerarie. […] chi è il mandante di questo delitto? La gara per le commodities: il petrolio di Viruga e nei grandi laghi, il gas naturale a Kivu, il coltan per fare i telefonini, il cobalto in mano ai cinesi, il columbio, i diamanti, il rame, l’uranio, praticamente tutto … L’ordine è fregare al Congo tutte le materie prime. E far scappare la gente che ci abita sopra, pagando mercenari per ammazzare».

Una fredda e lucida analisi dove però manca l’agente fondamentale, ovvero il soggetto vero di tale devastazione. Il missionario che scrive per L’Osservatore Romano, il quotidiano del Vaticano, rimuove totalmente il ruolo centrale dell’Occidente, ovvero di un mercato capitalistico originato dal colonialismo e che si è via via esteso in tutto il mondo, al punto da ingolfarsi, producendo una crisi per la produzione di valore che mette a confronto il continente asiatico, con la Cina che fa da traino, e l’Occidente con il suo centro maggiore, gli Usa, in una crisi senza precedenti nella storia moderna.

Ora, il padre missionario comboniano dice che «l’ambasciatore Luca Attanasio è morto da santo, mentre andava ad aiutare».

Non è questo il punto in discussione – è bene ripeterlo all’infinito – non è la persona fisica, che abbia studiato alla Bocconi di Milano o meno. Per il materialista si tratta del ruolo che va ad assumere in determinati rapporti che obbediscono a determinate leggi. È questa la questione che non si vuole o non si riesce a capire neppure dai cosiddetti intellettuali di sinistra che brancolano nel buio della democrazia tradita senza riuscire ad afferrare il senso storico del moto di produzione capitalistico di questa fase.

Quando il padre comboniano parla della «gara per accaparrarsi le commodity» da parte di gruppi locali, omette di dire che si tratta di una guerra che viene scatenata dalle grandi compagnie occidentali o/e – come negli ultimi anni – dai grandi gruppi cinesi statali o privati. Si tratta di licenze per lo sfruttamento delle risorse minerarie che lasciano solo briciole ai gruppi locali che equivalgono a misere rendite, mentre la produzione di valore, che avviene attraverso la trasformazione delle materie prime in prodotti destinati al mercato, va solo a beneficiare le potenze straniere, e l’insieme delle nazioni africane ricche di ingenti risorse minerarie rimangono povere.

Si tratta di un meccanismo semplice che Tom Burgis descrive in modo didascalico nel suo libro La macchina del saccheggio (Francesco Brioschi Editore, 2020), quando scrive: «L’esportazione di petrolio, gas e minerali in forma grezza contribuisce a tenere gli Stati africani ricchi di risorse all’ultimo gradino dell’economia globale, eliminando ogni possibilità di industrializzazione».

Sicché certe domande sono oziose: «Non è chiaro che cosa cercassero i killer. Soldi? Un’azione terroristica? O magari un’arma di ricatto sugli investimenti energetici, anche italiani, nel nord di Kivu?». È un modo per sviare dalla questione di fondo, ovvero per imbrigliare il lettore in vie di fuga e non affrontare la questione delle questioni: la presenza degli italiani nel Congo come nel resto dell’Africa per curare gli interessi del “nostro” capitalismo nazionale, cioè delle nostre imprese e delle nostre banche. Sic et simpliciter.

Che ruolo può assolvere anche il più buono, il più bravo, il più coraggioso, il più generoso, il più onesto degli uomini in simili meccanismi se non quello della piccola rondella d’ingranaggio funzionale agli interessi di società che sovrastano in modo impersonale la persona e l’individuo? È questo il punto teorico e politico che racchiude il senso del capitalismo neocoloniale, in modo particolare in questa fase. Divide et impera è la legge che regola i rapporti tra i Paesi capitalisticamente più forti nei confronti del continente africano, dove vengono letteralmente comprati e armati gruppi etnici per contrapporli ad altri gruppi e alimentare una guerra continua per avere buon gioco nella rapina coloniale.

Sul fatto specifico accaduto nelle foreste di Goma in Congo non ci interessa avventurarci in ipotesi investigative, non è nostro mestiere. Registriamo il fatto come riflesso di una accelerazione della crisi generale del modo di produzione capitalistico in quella zona, sia all’interno delle potenze occidentali, sia fra queste e quelle asiatiche, la Cina in modo particolare, sia come milizie sparse di ribelli locali in concorrenza fra loro per accaparrarsi le “commodities”. Dunque ha ragione Burgis sul punto cruciale d’analisi che espone nel suo libro quando scrive: «Esteriormente sono rivali, eppure tutti sfruttano la ricchezza naturale la cui maledizione danneggia le vite di centinaia di milioni di africani».

Due parole chiare sull’Onu.

Da più parti (negli ambienti dell’establishment) ci si lamenta del fallimento dell’Onu, incapace cioè di mettere ordine in un’area immensa come il continente africano. Ci vuole una bella faccia tosta a sostenere una tesi tanto assurda quanto stupida, perché l’Onu può mettere ordine, e lo ha messo, quando col suo consenso sono partiti gli eserciti comandati da generali di potenze imperialiste, come nel 1991 in Iraq contro Saddam Hussein che aveva osato sfidare l’impero del male, come gesto di autodifesa delle proprie risorse petrolifere, occupando il Kuwait, oppure nei Balcani contro il ribelle “dittatore” Milosevic e per ridurre a miti consigli il popolo serbo.

Ora, illudersi che una istituzione, costituita dagli imperialisti per tenere sotto scacco l’ordine mondiale dell’accumulazione capitalistica, possa fare da tappo alle esplosive contraddizioni che tale accumulazione sprigiona, può rappresentare solo la foglia di fico sulle tragedie causate dalla rapina coloniale.

E le stesse organizzazioni cosiddette umanitarie, laiche o religiose che siano, si possono ammantare di pacifismo, ma al dunque, quando si tratta di precisare e definire i ruoli, non fanno sconti.

Si vuole un esempio?

Bene. L’organizzazione Nigrizia, di padre Zanotelli, in un documento del 2003 scriveva: «L’Onu, istituzione multilaterale per antonomasia, è indispensabile per gestire l’ordine mondiale nel rispetto di tutti i diritti umani per tutti e per un’economia di giustizia. C’è bisogno di una istituzione mondiale in cui tutti gli Stati, grandi e piccoli, siano rappresentati e tutti i popoli, anche i più lontani e diseredati, possono far sentire la loro voce. Quale istituzione può perseguire i molteplici e conplessi obiettivi dello “human development” e della “human security” se non l’Onu messa in condizione di farlo? E chi deve metterla in questa condizione se non gli Stati che ne sono membri, in particolare i più potenti?»

Ecco la vera ragione, espressa a chiare lettere, della costituzione di una istituzione sorta allo scopo di garantire l’ordine mondiale dell’accumulazione capitalistica, ad opera dei più potenti. Non a caso venne tenuta fuori da quel consesso la Cina di Mao, la nazione più popolosa al mondo, mentre vi veniva accolta Taiwan. Ecco spiegata la ragione per cui si bombardò l’Iraq, per lesa maestà, perché si era annesso il Kuwait e perché da oltre 70 anni si tollera che lo Stato di Israele criminalizzi il popolo palestinese, dopo averlo espropriato delle proprie terre.

Signori, siamo seri, ma veramente vorreste farci credere che il vero volto degli occidentali sia la faccia sorridente del povero Luca Attanasio circondato dai bambini neri e sorridenti con il lecca lecca in mano, oppure le suorine che insegnano l’italiano ai bambini nelle comunità missionarie? Quella è la maschera del rapinatore dietro cui si nasconde il brigante. Come si fa a mantenere le Missioni religiose? Come si finanziano? Chi le deve finanziare? Oppure: come si mantengono le cosiddette organizzazioni non governative, le Ong? Come si tiene una nave in mare con l’equipaggio, il carburante e la manutenzione, pronta per “soccorrere” in mare i poveri disperati, i naufraghi fatti arrivare nel mare nostrum per essere buttati sul mercato del lavoro in competizione con i lavoratori autocton, per abbassarne il costo e reggere la concorrenza delle merci prodotte?

Come si tiene in vita una Comunità, tipo S. Egidio, presente in più parti del mondo? Col solo volontariato? Ma allora veramente si dà da bere al popolo “sovrano” che la befana vien di notte a portare i doni calandosi dai comignoli delle case. Suvvia, d’accordo che bisogna costruire le notizie, ma c’è un limite a tutto.

Sicché il tutto, tradotto, ci dice che nel Congo, come nel resto dell’Africa, è in atto un saccheggio da parte delle potenze economiche maggiori e che questo produce delle reazioni uguali e contrarie da parte di gruppi sociali che si difendono come possono.

Sono questi i criminali? Si, ma in sedicesimo rispetto a chi, lontani migliaia di chilometri dalle loro terre, le ha invase prima ed ha continuato a rapinarle poi con i mezzi della finanza e della corruzione.

Sicché i veri responsabili dell’uccisione dell’ambasciatore Attanasio, del povero carabiniere Iacovacci e di Mustafa Milambo stanno a Roma, a Milano, a Torino, a Parigi, a Berlino, ad Anversa, a Bruxelles, a Londra, a New York, a Pechino, a Shangai e così via, ed è fuorviante cercarli nelle foreste del Kivu.

Su Draghi profezie telegrafiche di Tiresia?

In e-mail il 24 Febbraio 2021 dc:

Su Draghi profezie telegrafiche di Tiresia?

di Lucio Manisco

Il neo-presidente del Consiglio non ama parlare, ma quando ha parlato per più di un’ora al senato ha intonato una filastrocca di traguardi da raggiungere senza indicare scadenze, mezzi e procedure.

Non siamo astuti come lui ma le astuzie altrui meritano la nostra attenzione.

Ne abbiamo decifrate due.

Per la sua politica contro il cambiamento climatico ha usato il termine di “transizione” verso direttive a tal uopo. E del rilancio dell’economia ha detto che debbono essere “selettive”.

Allusioni indicative? Non tanto.

Per citare l’Alighieri i termini usati erano “Sì come cosa in suo segno diretta”. La transizione vuol dire solo prender tempo, rinviare, fors’anche devolvere a governi futuri quel compito. I provvedimenti economici e finanziari per il Super Mario vanno promossi con metodo selettivo: sostenere fiscalmente le aziende produttive e privare di qualsiasi sostegno quelle – la maggioranza – colpite dalla crisi che rischiano il fallimento. Il che, diciamo noi, vuol dire disoccupazione di massa e povertà senza ritorno.

Il Draghi è un “Chicago’s boy”, un prodotto della scuola economica iper-libertista fondata da ultra-conservatori del calibro di Milton Friedman e George Stigler. Ha lasciato vistose tracce, su quanto ha appreso alla Goldman Sachs ed ha applicato alla BCE.

Ritenere che possa cambiare idea a Palazzo Chigi è una pia illusione. Anzi, la grave crisi che ha colpito il Bel Paese potrà stimolare la sua creatività e il suo rigore.

Non riuscirà ad aumentare significativamente il Pil di 1.649 miliardi ma cercherà di ridurre l’astronomico debito pubblico di 2.620 miliardi.

Come?

Ristrutturare e mimetizzare la destinazione dei 209 miliardi rateizzati dall’Unione Europea?

Troppo poco! Tagliare lo Stato sociale e la sanità, investendo quel che resta nelle misure anti covid-19 e le vaccinazioni. Scelta obbligata per un regime capitalistico. E se non basta ancora, affittare il Colosseo alla McDonald’s e vendere la Fontana di Trevi.

Non è solo una battuta: mentre il signor Draghi strangolava la Grecia un giornale inglese menzionò la possibilità per il British Museum di comprarsi metà dell’Acropoli.

La politica estera: il Draghi si dichiara atlantico convinto proprio mentre la Merkel e Macron, al Presidente Biden che al G-7 proclama “l’America è tornata”, ribattono che per l’Europa ci vuole più autonomia. I mass media italiani evitano di menzionare quanto sopra: il silenzio è totale: “tutto tace, questa pace fuor di qui dove trovarla?”.

Non prevediamo come il cieco indovino Tiresia il futuro. Guardiamo al presente stato delle cose senza transizioni e selettività.

Interessanti sviluppi giuridici a Reggio Calabria su aborto e libertà

Su Italialaica 21 Febbraio 2021 dc:

Interessanti sviluppi giuridici a Reggio Calabria su aborto e libertà

di Marco Comandè

Ha fatto scalpore la decisione del sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà, di oscurare i manifesti contro l’aborto affissi dalle associazioni Pro-Life, sui quali era stata pubblicizzata la frase: “Il corpo di mio figlio NON è il mio corpo. Sopprimerlo NON è una mia scelta. #stopaborto”.

La conseguenza, come è naturale in una società civile, è stata il ricorso al tribunale di Stato, dove si dovranno chiarire i punti controversi della questione.

Considerazioni extra-giudiziarie si possono comunque elaborare, partendo proprio dalla decisione di portare Falcomatà in un tribunale laico, dove è noto che l’iter giudiziario è del tipo di quello che aveva sentenziato il diritto di Beppino Englaro di far interrompere le cure alla figlia Eluana.

Senza dover ricamare per l’ennesima volta la retorica pro o contro l’ingerenza della laicità sulla sfera religiosa, sarebbe doveroso riconoscere una volta per tutte che i principi della laicità e della convivenza umana non coincidono con i precetti religiosi, in quanto hanno metodologie diverse per interpretare la realtà del vissuto: materialistica per un laico e spirituale per un credente.

O, per condurre il ragionamento agli estremi della retorica e della vis polemica che tanto piace al popolo dei social, se l’etica religiosa potesse imporsi in quanto non contraria all’etica laica, allora perché i principi religiosi non dovrebbero sottomettersi alle norme laiche, proprio in virtù della non discordanza dei primi sulle seconde?

La domanda improvvisamente fa scattare il riflesso condizionato sulle affermazioni estreme contro la “tirannia dei tribunali civili” in nome dei “principi non negoziabili”.

Ma cerchiamo di concedere la buona fede (in senso civile) agli operatori di fede (in senso religioso) e riconsideriamo la diatriba tra scienza e prodigio divino, facendo finta che tutti siano concordi sull’affermazione che “la materia è stata creata per mezzo di Dio e dunque non è impura”.

Dunque l’argomento del contendere è la definizione di embrione come individuo dotato di pieni diritti civili. Da dove parte l’affermazione? Consultando i manuali religiosi, cristiani e non, parrebbe che i paladini pro-life abbiano abbandonato la propaganda sul soffio divino che impegna la carne donandole l’anima. Sarebbe interessante domandarsi se la decisione sia correlata al fatto che il “soffio divino” dia il là alle credenze eretiche dell’animismo non cristiano, laddove si crede siano gli spiriti a far muovere la materia donandole la vita vegetale ed animale, ma proviamo di nuovo ad essere obiettivi, concedendo che i nemici dell’aborto partano dall’argomento che l’embrione è vitale in quanto contenente il DNA unico ed irripetibile rimarcato dalla scienza, o meglio che abbiano adattato il proprio linguaggio al positivismo scientista che impregna la società moderna.

Ci sarebbe spazio per domandarsi se l’argomentazione strimpellata non sia controproducente per il credente, in quanto il DNA è l’oggetto principale dello studio della teoria darwiniana dell’evoluzione. Nemmeno l’affermazione di “DNA unico ed irripetibile” è tecnicamente corretta, se si considera che non sono rari i casi di gemelli omozigoti nati dalla scissione del singolo embrione. Un embrione, due persone. Suona bene come slogan, ma evidenzia ancora di più il divario tra il concepimento in grembo materno ed il riconoscimento dello stato civile all’individuo: finché l’embrione non è formato (al quattordicesimo giorno, secondo la metodologia scientista, materialista, relativista, edonistica, evoluzionistica, atea: in una parola, laica), non è possibile concedere la certezza giuridica di “individuo con pieni poteri”; infatti per il codice civile (laico) lo stato civile si acquisisce con la nascita, non con il concepimento.

Ad aggravare la diatriba è la considerazione che i gemelli omozigoti possono trovarsi nella condizione non invidiabile di essere anche gemelli siamesi, in cui la duplicazione dell’embrione dotato di DNA “unico e NON irripetibile” non produce una perfetta scissione in due individui dotati di piena autonomia fisica. In termini grezzi, lo sviluppo delle due cellule embrionali fino allo stato di feti avviene quando una parte del corpo viene condivisa da entrambi i gemelli siamesi: un braccio, un addome, un cuore…

Finché non si tratta di organi vitali detenuti in comune, i due gemelli siamesi possono essere separati con un intervento chirurgico.

Ma negli altri casi i medici si trovano realmente a dover scegliere quale dei due gemelli siamesi far sopravvivere, senza che la propaganda pro-life possa marchiare l’affermazione con il termine “egoisticamente”.

A questo punto è obbligatorio rammentare che la sentenza della Corte Costituzionale di rendere legittimo l’aborto, nell’Italia post-fascista, fa riferimento alla situazione di due corpi attaccati per mezzo di cellule carnose (il cordone ombelicale) ed in cui uno dei due (la madre) si trova in condizioni di salute precarie (magari un tumore o un rischio emorragie, o anche depressione). La situazione, checché ne dicano i fondamentalisti cristiani, è reale quanto quella dei gemelli siamesi accomunati da organi vitali.

Il manifesto censurato dal sindaco Falcomatà non accenna affatto a questa possibilità, rendendo vacua la retorica sulla difesa della vita con ogni mezzo. Se si fosse scelto un approccio laico e non confessionale, il manifesto pro-life avrebbe invitato i cittadini (le donne) a conoscere gli aspetti della legge 194 rimasti ignorati: la possibilità di ricorrere ad un consultorio o di chiedere sovvenzioni dallo Stato.

E l’approccio giuridico avrebbe evidenziato un’altra similitudine con le norme che Salvini tenacemente aveva difeso nel primo governo Conte: il diritto di sparare a qualcuno che entra in una proprietà privata.

Siamo buoni ed evitiamo l’approccio brutale con la domanda: se la vita va difesa ad ogni costo, non dovrebbe valere anche per i casi di violazione della proprietà privata? Gli avvocati sanno che le questioni legali sono basate sulle sottigliezze del diritto civile e penale, roba da azzeccagarbugli incalliti. Sarebbe anche ovvio: se il diritto fosse alla portata di tutti, i cittadini non avrebbero bisogno di avvocati!

Dunque, la sottigliezza dei decreti Salvini sulla sicurezza non sta nel diritto di sparare all’intruso. Come avevano ripetuto alla noia i giornalisti e gli esperti intervistati a spron battente, il diritto di sparare “per legittima difesa” è da sempre riconosciuto e non c’era bisogno di Salvini per rimarcarlo. Sarebbe quello stesso diritto associato alla donna cagionevole di salute e che abortisce.

Il problema è che sparare senza lo stato di immediato pericolo non è affatto una legittima difesa! La differenza con lo stato di gravidanza sta qui: la sentenza costituzionale, sopra ricordata, evidenzia che lo stato di rischio della madre non è una questione di “pericolo di salute immediato ed evidente”, in quanto non è possibile prevedere come può protrarsi la gravidanza e la salute può benissimo peggiorare in seguito.

Di qui la raccomandazione della Corte Costituzionale al legislatore affinché trovi una soluzione che possa consentire l’aborto libero senza ledere i diritti del feto: fino a tre mesi l’aborto è libero mentre, dopo, l’interruzione di gravidanza può essere portata a termine solo se lo stato di rischio per la donna è evidente, e solo in un ospedale pubblico.

Il problema a questo punto è che lo status dei tre mesi non è scientifico ma giuridico: è arbitrario, perché non consente di considerare lo status di embrione che nelle prime due settimane si sviluppa in un concepimento di gemelli omozigoti ed in un parto di gemelli siamesi. Esistono pillole abortive di vario tipo che regolano questo stato embrionale: per puro caso, i sostenitori pro-life così sfacciatamente ignoranti sulle sottigliezze del diritto laico tra “rivolgersi al consultorio” e “dare pieni diritti all’embrione”, improvvisamente si rivelano esperti in materia imponendo alle donne che usano le pillole abortive di andare in un ospedale pubblico.

Da laici che non si intromettono nell’autonomia ed indipendenza dei giudici civili non sappiamo come andrà a finire la diatriba in tribunale tra un’istituzione civile (il sindaco) ed una formazione sociale riconosciuta dalla Costituzione (l’associazione religiosa).

Ma le considerazioni emerse sopra stuzzicano il desiderio di capire in che modo il diritto civile riesca a far incastrare le tessere sullo status civile “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” come da art. 3 della Carta Costituzionale.

Niente aborto sicuro in Lombardia. Non è una regione che rispetta le donne.

In e-mail il 25 Febbraio 2021 dc:

Niente aborto sicuro in Lombardia. Non è una regione che rispetta le donne.

La maggioranza consiliare di centro destra ha bocciato il testo di una legge popolare dal Titolo “Aborto sicuro”che aveva raccolto più di 8000 firme per rendere più agevole e civile l’applicazione della Legge 194 per la interruzione di gravidanza.

Essa trova ancora tanti ostacoli, a partire dalla obiezione di coscienza, (70% dei medici  coinvolti)dalla restrizione dei servizi dei consultori pubblici e il proliferare di quelli privati pro-life, per non parlare delle organizzazioni antiabortiste che illegittimamente agiscono anche all’interno delle strutture ospedaliere per convincere le donne a non abortire.

La legge non era particolarmente eversiva, ma un accurato regolamento che cercava semplicemente di rendere meno difficoltoso il percorso delle donne che non vogliono portare a termine la gravidanza. Prevedeva tra l’altro che:

-in ogni consultorio si mettessero a disposizione tutte le informazioni su Ivg e si potesse prenotare per qualsiasi sede regionale ospedaliera dove si pratica l’aborto senza costringere le donne a ricerche infinite;

-si fornissero alle donne che abortiscono anticoncezionali gratuiti;

-le strutture accreditate dove si pratica la fecondazione assistita e la diagnosi prenatale organicamente obiettrici siano obbligate a fornire le indicazioni e i luoghi dove praticare l’aborto terapeutico.

La giunta, nella persona dell’assessora alla famiglia Alessandra Locatelli, ha intrattenuto il Consiglio con una esaltazione della maternità. L’esito del voto conferma la cultura integralista e misogina di questa maggioranza che di fatto continua a non garantire in tutto il territorio lombardo l’applicazione della 194.

Una ragione in più per partecipare allo sciopero femminista globale del giorno 8 marzo, non una festa, ma una lotta complessiva per tutti i nodi dell’autodeterminazione.

Milano, 25/02/2021

Fabrizio Baggi – Segretario regionale Lombardia

Giovanna Capelli – Responsabile regionale sanità Lombardia

Partito della Rifondazione Comunista / Sinistra Europea

Il governo del banchiere taumaturgo

Il governo del banchiere taumaturgo

In e-mail il 15 Febbraio 2021 dc:

Il governo del banchiere taumaturgo

di Michele Castaldo

Non solo i racconti delle religioni, ma anche la storia laica è ricca di personaggi raccontati in modo mitologico, in genere dopo la loro morte, anzi nella stragrande maggioranza dei casi dopo che da moltissimi anni avevano abbandonato la grigia terra. Nel caso di Mario Draghi, ancora in vita, è già un mito, ovvero l’uomo dei miracoli in economia. E chi se no poteva essere chiamato a governare un paese in crisi? Sicché le speranze superano la fantasia e nel personaggio si ripongono le certezze di uscire dalla crisi e di riprendere il cammino fulgido del capitalismo italiano. Dunque da destra, da centro e da sinistra, tutti concordi nell’applaudire finalmente l’uomo giusto, quello che ci salverà dalla pandemia del Covid-19 con la vaccinazione di massa e ci rilancerà come paese nella nuova fase economica, politica, sociale, culturale e ambientale. Insomma un nuovo mondo di un nuovo benessere.

L’uomo giusto, al posto giusto, nel momento giusto.

Il tentativo di queste note è quello di cercare di ragionare con freddezza evitando stupidi proclami. Ce n’è già troppi in giro che vi si dedicano.

Partiamo da un primo dato di fatto: il banchiere Mario Draghi è stato chiamato (da Mattarella o dai grandi gruppi dell’economia?) perché, come dice il filosofo Cacciari, la politica ha fallito. Il che è vero, ma siamo alla constatazione del fatto, non alla sua spiegazione. Allora dovremmo cercare di spiegare perché la politica ha fallito. Se in meno di tre anni cadono due strani governi di segno “opposto” vuol dire che c’è qualcosa di grosso che si muove nelle viscere della terra che sobbalza poi in superficie.

Renzi, che aveva voluto e si era adoperato perché nascesse il governo Conte.2 di segno opposto al Conte.1, si scinde dal Pd e dopo che per alcuni mesi ha pungolato il nuovo esecutivo a aumentare il passo – perché la crisi è grave – annuncia il ritiro degli esponenti di Italia Viva dalla compagine governativa. È matto il Matteo o c’è di mezzo qualcosa di grosso? Come sempre, se il dito indica la luna, i fessi guardano il dito. In realtà Renzi era ed è la punta dell’iceberg di necessità oggettive del capitalismo italiano che andavano affrontate di petto e con coraggio. Altrimenti detto: tutto il can can sul Recovery Fund e Recovery Plan si deve sintetizzare in questa semplice domanda: in che modo devono essere distribuite le risorse del nuovo debito che la Bce concede all’Italia per aiutarla a uscire dalla doppia crisi, della pandemia Covid-19 e dell’economia? Tutto il resto sono parole da intrattenitori dei talk show che avvolgono in fumisterie misteriose una cosa semplice da capire, perché il popolo meno capisce e più è possibile prenderlo per i fondelli; una legge antica quanto è antico il mondo.

Non per fare dietrologia, o, peggio ancora, andare alla ricerca di complotti e complottisti, ma solo per informare il lettore di queste note, che il 26 gennaio si dimette Conte.2 e il 28 gennaio, edito da Solferino-Corriere della sera, viene pubblicato un testo molto piccante di un autore di tutto rispetto, Roger Abravanel, il cui titolo dovrebbe far rizzare i capelli ai moderni democratici: Aristocrazia 2.0. Un libro che si fa leggere allegramente, perché l’autore non ha remore, non si nasconde, non usa le mezze frasi dei mestieranti della politica o dei filosofi da strapazzo, ma chiama le cose per nome. Un libro che mette in guardia una certa quota dell’establishment italiano da seri rischi, perché zavorrato dal familismo e da valori tradizionali. Il che sembra aver ispirato Matteo Renzi nella sua azione degli ultimi anni e additato dai mediocri equilibristi della democrazia parlamentare come uno che ribalta il tavolo.

Il propugnatore di una moderna classe di aristocratici la dice chiara: il post-Covid colpirà le piccole imprese e le grandi sfrutteranno meglio l’economia della conoscenza. Ecco la posta in palio, ecco perché viene chiamato Mario Draghi a dirigere un’operazione economica e politica per conto del capitale italiano nei confronti della valanga della concorrenza asiatica che si approssima. E Matteo Renzi ben si presta a un’operazione di prospettiva strategica, altro che chiacchiere. Pertanto la domanda è: com’è possibile che il governo della repubblica sia appeso a un personaggio che conta il 2% nei sondaggi? È da falsi ingenui di costruttori di “moderni” sistemi rappresentativi. La risposta è semplice: la forza delle leggi dell’economia sovrasta di gran lunga la volontà di chi si propone di tarpare ad esse le ali, in modo particolare in una fase di grave crisi dell’insieme del modo di produzione capitalistico, come in questo momento. Questa è la verità nuda e cruda.

Che l’Italia, sul piano politico, ovvero della rappresentatività delle varie necessità economiche e sociali, fosse una baraonda lo abbiamo potuto verificare sì nei momenti più acuti della crisi pandemica del 2020 e tuttora in corso, ma dovremmo anche avere la decenza di dire che la confusione tra il governo centrale e le varie regioni ha origine nella cosiddetta distribuzione dei poteri e delle autonomie. In un momento di grandi difficoltà, il buon senso consiglierebbe di centralizzare tutto e di organizzare in modo piramidale ogni iniziativa. E se l’italianizzato R. Abravanel nel suo libro indica la Cina piuttosto che l’Italia, come modello da seguire in certi frangenti gravosi, e quello attuale certamente lo è, tutto gli si può rimproverare meno che di essere un idealista comunista.

Col rischio di scandalizzare una certa sinistra ipocrita e meschina, andrebbe detto che nel 2016 Renzi tentò il colpo gobbo col referendum sul «combinato disposto» di ridurre il peso delle autonomie regionali per avocare allo Stato centrale le decisioni più importanti sul piano economico e su quello delle opere pubbliche, e rendere più funzionali alcune strutture burocratiche che la nuova fase di crisi richiedeva. Premesso che in campo non c’era un movimento reale di mobilitazione di massa che si opponesse all’iniziativa renziana, confluirono nel No politico al referendum tanto la destra sovranista quanto la sinistra, anche quella cosiddetta estrema, in nome della democrazia rappresentativa e delle autonomie regionali. A distanza di qualche anno, qualche domanda andrebbe posta. Ma il popolo politico metabolizza tutto con grande celerità. Poi però la borghesia italica messa alle strette, per la famosa valanga che avanza, mette da parte la baraonda dei politici e chiama a scendere in campo, e fare il lavoro sporco, direttamente chi di economia se ne intende e sa come manovrare senza scrupolo le vere leve del potere, cioè quello economico.

Non ci si meravigli, peraltro, se nella formazione del nuovo governo della Repubblica compaiono ancora più politici che tecnici: saranno i politici ad obbedire ai tecnici e non viceversa, in quanto sono i tecnici che devono dirigere la barca in una certa direzione. Ma perché? Perché – dice Abravanel – «il capitalismo di Stato italiano dovrà attuare una grande trasformazione nell’era del post-Covid ».

Ma perché? Perché – dice il moderno aristocratico Abravanel – « il capitalismo di Stato italiano dovrà attuare una grande trasformazione nell’era del post-Covid ».

Dalla lettura del testo che sto citando emerge con chiarezza la necessità di uno sforzo ulteriore, un vero e proprio colpo di reni per contrastare la concorrenza – la famosa valanga asiatica – in Occidente, e per quel che da vicino ci riguarda, in Italia, senza precedenti. Non a caso si criticano le baronie universitarie e i salotti del capitalismo familista. L’autore di Aristocrazia 2.0 suona la sveglia per un capitalismo impigrito e zavorrato che alla lunga rischia di fare la fine dell’Argentina. Dunque, detto in modo brutale, certe pere cotte alla Conte.1 e Conte.2, non servono. Tanto meno servono certe prediche domenicali contro la selezione « darwiniana » della specie, che si impone come una assoluta necessità in questa fase. Sicché « I docenti che strombazzano a destra e a manca la diseguaglianza difendono un modello d’istruzione tipico di quelle società medioevali, pensato per chi non deve guadagnarsi da vivere grazie all’istruzione, ma studia per hobby e per fare bella figura nella società, tanto il lavoro non è necessario per produrre ricchezza perché la posizione o la ricchezza si ereditano », leggiamo a p. 210.

È certamente difficile digerire un linguaggio crudo come questo, che disegna certamente uno spaccato richiamando «il 6 politico, gli studenti fuori corso e i Mario Capanna alla Statale di Milano». È una rottura epocale dovuta alla pressione delle leggi oggettive del capitale che si innalzano verso un nuovo ciclo concorrenziale a una potenza superiore. Un ciclo nel quale invocare Spinoza per un diritto eguale o una fervida democrazia fra gli uomini equivale e perdere tempo. Abravanel, con la chiamata alla guerra per la costituzione di una nuova classe aristocratica che si ponga come missione, attraverso la ricchezza individuale, di produrre un nuovo sviluppo per l’umanità, in realtà chiama alla guerra tutte le classi sociali che il modo di produzione capitalistico ha sin qui prodotto per un nuovo balzo in avanti, una ristrutturazione “rivoluzionaria” al suo interno. L’idea che l’insieme del modo di produzione possa viaggiare dritto verso la catastrofe non lo sfiora minimamente.

Più di un autore occidentalizzato, come per esempio Parag Khanna, di origine indiana, oltre al nostro italianizzato Abravanel, ci invita a guardare all’Asia per come riesce a preparare la sua classe dirigente, la sua burocrazia, le sue istituzioni e la sua attività imprenditoriale, e in modo particolare ci indica l’isola-città di Singapore come esempio da seguire. Addirittura, ci viene riferito che «I più impegnati a studiare il modello meritocratico di Singapore sono stati i cinesi che da vent’anni vedono come obiettivo della loro burocrazia la crescita economica del Paese diventata il motore di una profonda meritocrazia nel settore pubblico cinese che riscopre i valori degli antichi mandarini». Chissà cosa penseranno certi orfani del maoismo che guardano ancora alla Cina come possibile modello del comunismo.

A certe esortazioni a fare come Singapore, almeno per quel che ci riguarda, si potrebbe facilmente aggiungere che l’Occidente ha fatto talmente schifo col suo liberismo, grazie ai super-profitti del colonialismo, che i popoli asiatici una volta conquistata la possibilità di uno sviluppo autoctono cercano di capitalizzare al meglio le proprie risorse.

Il dottor Abravanel ne ha per tutti e in modo particolare per quelle strutture, come le università, che dovrebbero formare, in una fase come quella attuale, l’Aristocrazia 2.0. «Forse con l’unica eccezione della Bocconi (privata), il sistema delle università pubbliche italiane, anche quello delle migliori, si è chiamato fuori” dalla corsa per la leadership intellettuale dei paesi avanzati. […] Hanno abbandonato la competizione per l’eccellenza. La classifica QS del 2020 dimostra che tra le prime cento non c’è nessuna italiana. La prima a comparire, il Politecnico di Milano, è al numero 149 ».

Insomma il quadro è chiaro, l’eccellenza universitaria dovrebbe avere queste caratteristiche: «I laureati al MIT hanno creato aziende come Intel, Qualcomm, Akamai, Bose, Raytheon, Dropbox con un fatturato stimato in 3 mila miliardi di dollari e tre milioni di high value jobs; studenti come Bill Gates e Mark Zuckerberg che hanno fondato Microsoft e Facebook». Dunque l’università italiana va ristrutturata da cima a fondo e lo deve fare in funzione di una nuova aristocrazia che faccia da volano per l’economia italiana chiamata ad affrontare una sfida epocale.

Non vogliamo intrattenere oltre il dovuto il lettore su questo argomento, i cui capisaldi sono chiari come la luce del sole, ma soltanto evidenziare il fatto che negli Usa, il Paese che viene citato come esempio per le sue università, Harvard e Oxford, giusto per dirne qualcuna cui guardare, bene, proprio in quel Paese, nel 2020, cioè in piena pandemia, si sono verificati fatti di un certo rilievo storico, anche se solo apparentemente di segno opposto, come le rivolte per l’uccisione di G. Floyd e l’occupazione di Capitol Hill da parte degli elettori di Trump, originati però dagli stessi fattori, cioè dalla crisi economica di sistema che ha ispirato il libro di Massimo Gaggi dal titolo Crack America. E c’è stato chi ha identificato le ragioni di quel crack in una causa precisa: nel blocco dell’ascensore sociale denunciato da Michel Sandel nel suo saggio The Tiranny of Merit (La tirannia del merito) che ancor prima di essere pubblicato in Italia (lo sarà nel prossimo aprile 2021 per la Feltrinelli) il nostro Abravanel ha già criticato in modo frontale per riaffermare che non esistono alternative a una legge naturale come quella della selezione darwiniana della specie umana, dunque avanti tutta con la costituzione anche in Italia di una moderna aristocrazia in missione storica per un nuovo sviluppo dell’economia, in vista di una sfida globale.

Vorremmo essere chiari su un punto qualificante: ogni tesi, la più razionale che possa sembrare, cammina sempre sul filo del rasoio e se viene assolutizzata presenta sempre i rischi di scivolare da una parte o dall’altra. A dimostrazione di non avere preconcetti riguardo alla tesi di Abravanel sulla meritocrazia, diciamo che in astratto essa è preferibile rispetto al clientelismo e alle raccomandazioni. Ma non avremmo risolto il problema, perché lavorare per merito o far carriera per lo stesso motivo, in una società di liberi e uguali in cui dovesse vigere il principio comunitario, non ci sarebbe nulla da obiettare, il merito si dimostrerebbe nei fatti. Ma viviamo da alcuni secoli in rapporti sociali dove vige il principio dell’accumulazione e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, un principio che in partenza costituisce perciò il fattore discriminante di un uomo nei confronti del suo simile. Sicché il merito non si misura in astratto, ma commisurato a quella funzione prestabilita di meccanismi oggettivi per l’accumulazione e lo sfruttamento. In simili rapporti ha buon gioco la posizione di chi sostiene che l’applicazione della legge del merito è la più sana e corretta che si possa applicare nei rapporti sociali. Una “correttezza” – come dice lo stesso Abravanel – che va bene per la destra, in funzione dell’accumulazione capitalistica, e va bene alla sinistra perché esalta il merito, dunque l’eguaglianza del diritto eguale, di fronte alla discriminazione della raccomandazione e della corruzione.

Senza nasconderci dietro il dito, la tesi del filosofo Michael Sandel, che compare chiara e netta nell’intervista rilasciata a Corriere della sera del 6 dicembre 2020, è: « Ma i mercati non sono neutri. La cosa preoccupante è che ad essi, e ai loro valori, abbiamo delegato la responsabilità di risolvere le questioni morali. Infatti, se ne vedono le conseguenze sul dibattito pubblico, sempre più impoverito e in realtà scevro di temi etici. Abbiamo smarrito la capacità di avviare un dibattito etico a livello pubblico. Uno degli scopi di questo libro era quello di incoraggiare, di ispirare un dibattito».

Si tratta di una posizione teorica debole, incapace cioè di affondare il bisturi alla radice del male per estirparlo, e per questa ragione ha buon gioco Abravanel nel criticarla, semplicemente perché la forza delle leggi dell’economia e dei rapporti impersonali dei ruoli dell’attuale sistema sociale non possono essere affrontati con l’arma della morale. Lo stesso Sandel dopo aver criticato la sinistra americana per aver accettato e fatto proprio il principio del merito, arriva alla conclusione che « La reazione populista degli ultimi anni è stata una rivolta contro la tirannia del merito, così come è stata vissuta da chi si sente umiliato dalla meritocrazia e da questo intero progetto politico», figurarsi di fronte all’ipotesi dell’Aristocrazia 2.0 di Abravanel.

Ma resta il punto fermo: la questione non è merito sì merito no, ma la funzione del rapporto dell’uomo con i mezzi di produzione in funzione dell’accumulazione di capitale si o no. Questa è la questione che si comincia finalmente e seriamente a porre in questa fase storica. E che sia gravida di scenari preoccupanti lo dimostra ancora una volta proprio l’autore che stiamo esaminando, che paventa un pericolo Argentina per l’Italia: « I mercati stanno accettando che aumenti, come aumenterà il debito di altri Paesi (il nostro di più), e il Recovery Fund è una garanzia almeno nell’immediato, ma se il Paese non inizia a rendere credibile una vera inversione di tendenza sulla crescita, ferma da quarant’anni, non saremo debitori credibili e il default con controllo dei capitali dello “scenario Argentina” diventerà sempre più probabile (p.275) ».

Ora, chi sia stato o chi sia Mario Draghi non ci interessa un bel niente, perché le forze impersonali del capitale e dei riflessi sui meccanismi sociali si imporranno anche a lui come si sono imposte alla necessità di chiamarlo alla Bce prima e a dirigere l’attuale governo oggi. Non a caso la Lega sovranista e salviniana si è subito adeguata al nuovo ruolo, pronta ad applicare la massima ciceroniana: ubi bene ibi patria (Nota mia: dove sto bene li è la mia patria). Se l’Europa ci finanzia, viva l’Europa. E pazienza – saranno costretti a dire Georgetti e suoi seguaci – se a farne le spese saranno piccole aziende o aziende in difficoltà, perché la crisi pandemico-economica seleziona e non tutti potranno allo stesso modo sopravvivere, anzi mors tua vita mea. Un concetto che Ferruccio De Bortoli va ripetendo continuamente: la pandemia farà chiudere un bel po’ di aziende.

Stesso discorso per quanto riguarda personaggi della portata di Roberto Cingolani, il fisico posto al Ministero per la Transizione Ecologica come bandierina del nuovo corso, che il M5S metterà al petto come trofeo per il sostegno a questo governo. Contenti loro, attratti nella rete governativa del nuovo salvatore della patria, felici noi. Attenzione bene, però, che la campana suona proprio per un settore specifico di elettori 5Stelle, cioè di giovani diplomati e laureati che hanno riposto grandi speranze nel voto al grillismo e ai governi cui stanno partecipando e che pagheranno un prezzo molto alto perché la digitalizzazione, come sostiene Abravanel, è più selettiva che mai (e serviranno ancor meno i 30 e lode rilasciati nel sud italiano), anzi proprio con essa si dovrà procedere per riuscire a formare dei manager rampanti e aristocratici in funzione di una imprenditoria capace di reggere alla valanga in arrivo.

Per quanto riguarda l’ambientalismo la nostra diffidenza non è riferita al personaggio e tanto per essere chiari diciamo che a fine febbraio del 2020 un nome altisonante come Carlo Rovelli, anche lui fisico su Corriere della sera scriveva: « Il valore del Green Deal europeo è centrato sull’idea di trasformare la sfida ambientale in opportunità anche economica. Non è presentato come limite alla crescita ma come una nuova strategia di crescita ». Eravamo allora alle prime notizie che giungevano da Wuhan e l’emerito scienziato si avventurava in una nuova proposta per una nuova crescita dell’economia. Dopo poco più di un mese lo stesso scienziato pubblicava sempre su Corriere della sera (del 2 aprile) un articolo al cui cospetto l’urlo di Munch avrebbe fatto la figura dell’oca giuliva.

Leggiamo solo qualche passaggio «La realtà forse più difficile da accettare è che quello che sta succedendo non è colpa di nessuno. Non è come la guerra, scatenata dalla follia di noi umani. […] Ma la realtà è che questo disastro non ha colpevoli. […] siamo nelle mani della natura, che a volte ci riempie di regali, a volte ci maltratta brutalmente, con sovrana indifferenza».

Ma lo stesso Rovelli solo un mese prima scriveva: «L’emergenza ambientale è grave. Abbiamo già cominciato a subirne avvisaglie con danni ingenti e morti causati da ondate di calore, mega-incendi, inondazioni in regioni costiere, siccità, problemi per la pesca, uragani, riduzione delle risorse idriche, e altro. Ma i dati indicano che la situazione si aggraverà». Di chi la colpa? Di nessuno, risponde Rovelli. Evidentemente c’è qualcosa che non va.

Ma non è finita, perché se fino a un mese prima pensava che la scienza potesse creare nuove opportunità di crescita dell’economia, ora scrive: « Ma mai come adesso vediamo che la scienza non sa, ovviamente, risolvere tutti i problemi ».

Per concludere diciamo che il mondo capitalistico occidentale da alcuni anni si sta avvitando su sé stesso continuando a indebitarsi e scommette continuamente sulla possibilità di una nuova ripresa economica. L’Italia non fa eccezione, anzi è stretta nella morsa non solo di concorrenti asiatici spietati, ma anche dei paesi europei che sono al contempo alleati e concorrenti, e degli stessi Usa che la dovrebbero “proteggere”. Sicché il nuovo debito del Recovery Plan, che non è un nuovo piano Marshall come dicono gli imbonitori di professione, si presenta come una scure sull’insieme dell’economia italiana per due motivi: primo perché si tratta di una coperta fin troppo corta per poter coprire tutte le necessità dei settori sociali coinvolti nella crisi economica e in quella pandemica; e secondo motivo perché per pagare il nuovo debito in assenza di una robusta ripresa economica saranno dolori.

Non vorremmo apparire profeti di sventura, ma vediamo troppe spie rosse lampeggiare che ci dicono che il modo di produzione capitalistico è arrivato a un punto dove non è più possibile fare “miracoli”, perché il paradiso è diventato piccolo ed è pieno di santi che implorano il padreterno, che ormai è vecchio, stanco, stufo e anche rincoglionito e non sa più a chi dare retta, tanto è vero che sono in difficoltà anche i banchieri di Dio. Farà eccezione Mario Draghi? Sognare non costa niente e illudersi ancor meno. Gli Usa solo un anno fa pensavano di aver sistemato una questione internazionale con l’Iran con l’uccisione di Soleimani e si sono ritrovati con una destabilizzazione interna di un certo interesse storico. L’ondata arriverà inevitabilmente anche in Europa e l’Italia è certamente fra le prime candidate.

In ultimo una nota su Alessandro Di Battista.

Riccardo Cocciante negli anni ’70 cantava: «povero diavolo, che pena mi fai». Si, i personaggi del M5S fanno pena. E chi si erge da padreterno per condannarli sbaglia e non di poco, perché non ha la forza e la capacità di affrontare una questione molto complicata che sta sotto la tragedia di una generazione tradita da un sistema sociale che l’aveva illusa, contro cui si è scagliata rabbiosamente, così come poteva, illudendosi, da dilettante allo sbaraglio, che pensa di cambiare il mondo. Tutti i nuovi movimenti sociali nascono con le stesse caratteristiche, quelle di spaccare il mondo se riescono a prendere le redini in mano, poi le prendono e vengono imbrigliati dai meccanismi del modo di produzione capitalistico. Il M5S non poteva fare eccezione, era un movimento composito e come tale doveva – alla prova delle dure leggi dell’economia – sbriciolarsi, non morire.

Ad Alessandro Di Battista va riconosciuto un solo merito, quello di aver denunciato, attraverso il libricino Politicamente scorretto, la forza di ingabbiamento delle stanze ovattate del potere politico e istituzionale. Lui però non sa che quel potere obbedisce agli ordini di leggi potenti come quelle del capitale. Questo è il suo limite. Un limite che può essere perdonato ad un giovane digiuno di teoria, di storia e di filosofia, che si presenta come ribelle, ma non a vecchi marpioni alla Grillo, abituato a rasentare in mille modi il potere economico e dunque anche a conoscere il potere politico. E se si pone come argine ai movimenti di piazza, come il Beppe andava continuamente ripetendo, è reazionario. E chi all’estrema sinistra si era illuso di cavalcare e utilizzare il M5S è servito. La decenza consiglierebbe il silenzio, ma chi ha le mani infarinate non riesce a tacere. Difatti Di Maio, il più scaltro e coerente di tutti gli altri, non tace, mentre Grillo inneggia al grillismo di Draghi. Poi ci sono gli illusi cresciuti alla scuola di Indro Montanelli che si appellano ai giudici, alle leggi e alla Costituzione e frignano per la caduta di Conte.2 dopo aver sostenuto vergognosamente il Conte.1 con Salvini ministro degli Interni.

Mentre Cocciante canta ancora: «Povero diavolo che pena mi fai, e quando a letto lui – il capitale – ti chiederà di più, glielo concederai perché tu fai così, come sai fingere se ti fa comodo! ».

 

Il governo neo-democristiano di Mario Draghi

In e-mail il 15 Febbraio 2021 dc:

Il governo neo-democristiano di Mario Draghi

di Lucio Garofalo

Ricordo che i golpe, un tempo, venivano attuati dai militari, oggi li ispirano i grandi banchieri e i tecnocrati dell’alta finanza, emissari della Confindustria ed alti referenti del Vaticano.

Tuttavia, in modo ipocrita li chiamano “governi tecnici”. Lungi da me l”intenzione di formulare un’analisi dietrologica: qui mi limito ad una presa d’atto, ad una mera constatazione di quanto è accaduto sotto i nostri occhi nell’ultimo mese.

Ad insinuare dubbi non sono i “perfidi bolscevichi” ed i “sovversivi rossi”, bensì pennivendoli al servizio degli apparati di potere, alti funzionari organicamente inseriti nei Palazzi del potere da anni. Viceversa, stupisce (non più di tanto) che i soggetti di un fantomatico e vago “centro-sinistra”, in cui si riconoscono oggi il PD, il M5S e vari “cespuglietti”, non abbiano mai battuto ciglio, né proferito verbo, per denunciare, né per stigmatizzare una congiura di palazzo in piena regola, che è stata orchestrata da elementi politici che fanno capo al potere economico sovranazionale ed “anonimo”, vale a dire il capitalismo cosmopolita, che non è più tanto occulto ed agisce in modo eversivo.

Una trama in cui il doppiogiochista Renzi ha fornito il ruolo dell’ariete di sfondamento, per rovesciare Conte e insediare un nuovo esecutivo, di tipo “tecnico”, che dai nominativi di alcuni ministri “riesumati” alla stregua del dottor Frankenstein (Brunetta e Gelmini, giusto per citare un paio di nomi che ci fanno rabbrividire), si preannuncia già tetro e sinistro.

Mi viene in mente una vignetta disegnata da Vauro ai tempi del governo Monti, che apparve su il Manifesto, in cui un tizio chiedeva: “E la democrazia?”, e un altro rispondeva: “L’hanno pignorata le banche!”. È una sintesi geniale di quanto è accaduto ancora nella realtà odierna.

Anzitutto, la squadra del neonato esecutivo Draghi concentra una serie di figure legate a doppio filo con i poteri forti e tradizionali, che da anni condizionano il triste destino del nostro Paese: le banche d’affari, la Confindustria, il Vaticano, i vertici militari. Tali poteri sono rappresentati nel governo Draghi in modo completo, usando il vecchio “manuale Cencelli”.

Infatti, figurano vari portavoce della Confindustria e dei poteri economici di regime, bocconiani, nonché docenti di università private, più alcuni fiduciari delle alte gerarchie ecclesiastiche, ed infine vecchi arnesi del berlusconismo,che credevamo, in modo ingenuo, che fossero ben riposti in una soffitta, e via discorrendo.

Il loro compito sarà di ordine prettamente tecnico-esecutivo, più che politico, in quanto dovranno tradurre in atti ed in provvedimenti di legge immediati le direttive dettate dai vertici del mondo confindustriale: si tratta di una linea politica sposata in pieno dalle più alte istituzioni globali, come il FMI e tutto l’establishment al completo, bancario e finanziario, di tipo sovranazionale.

Si potrebbe azzardare l’ipotesi che Draghi sia solo l’esecutore di un “disegno” di commissariamento del governo del nostro Paese.

Si è passati ad un tipo di esecutivo in cui figurano i referenti delle grandi banche d’affari, i “tecnici” confindustriali ed i referenti della curia pontificia, nonché lo “stato maggiore” berlusconiano. È arduo scegliere il “meno peggio” in un calderone pieno di personaggi a dir poco discutibili, di cui già abbiamo sperimentato le “capacità”: ricordo solo l’operato del già citato Brunetta.

L’esecuzione dei principali punti programmatici, prescritti dall’alto al governo del nostro Paese, da parte dei soggetti che in vari modi costituiscono l’emanazione più diretta delle più alte oligarchie del mondo finanziario, comporterà forse ulteriori violazioni dei diritti e principi di tipo democratico e sindacale, ovvero delle residue tutele sociali che ancora hanno garantito il mondo del lavoro nei comparti della Scuola e Pubblica Amministrazione in Italia.

È assai lecito paventare il rischio che incasseremo ulteriori sacrifici in quanto lavoratori. Dalle enunciazioni ancora piuttosto vaghe e generiche, direi ambigue, a tal punto che Mario Draghi si potrebbe ribattezzare come “democristiano”, si evince una palese assenza di rottura rispetto alla linea seguita dai governi negli ultimi lustri. Al contrario, si coglie una linea di aperta continuità con la politica adottata in passato da diversi governi sul fronte economico-sociale, e in particolare sul tema dell’istruzione scolastica e della Pubblica Amministrazione.

Il Mago, il Genio e il vaso di Pandora

Da Hic Rhodus, 5 Febbraio 2021 dc:

Il Mago, il Genio e il vaso di Pandora

di Ottonieri

Il momento è arrivato: il disegno di Renzi, come ha scritto qui Claudio Bezzi, è giunto a compimento, con la designazione di Mario Draghi come Presidente del Consiglio. Renzi, da spregiudicato pokerista, ha puntato tutte le (nostre) fiches sperando in un en plein che faccia saltare il banco, e, mentre la ruota della roulette ancora gira, è difficile capire quale sarà l’esito di questo azzardo.

Al momento della nascita del governo giallo-verde, avevo preso spunto da un articolo che avvicinava la narrazione politica ai modelli letterari basati sull’uso degli archetipi per chiedermi: Fare politica contro la propria narrazione: chi ci rimetterà di più? . In quell’occasione, osservavo che il governo Conte-bis obbligava quasi tutti gli attori politici a “recitare” una parte contraddittoria con il loro Storytelling naturale, tranne Renzi, che però per restare fedele al “suo” archetipo narrativo, il Mago, avrebbe dovuto sorprendere, giocare il tutto per tutto, fare la parte del governo e dell’opposizione allo stesso tempo, per rubare il palcoscenico ai suoi antagonisti (cioè a tutti, per natura di Renzi).

Un anno e mezzo dopo, e purtroppo dopo anche una terribile e tuttora aperta contabilità di malati e morti, le parti non sono molto cambiate: Il M5S e il PD hanno continuato a svolgere un ruolo stridente con i loro modelli archetipali (rispettivamente, il Ribelle e il Saggio), e lo stesso Salvini, che due anni fa sembrava inarrestabile, ha completamente perso l’iniziativa politica, anche lui tradendo il suo archetipo di Eroe guerriero. In questa situazione, Renzi ha visto l’occasione per fare, appunto, l’en plein, spiazzando tutti, riducendo ulteriormente lo spazio politico della Lega (vai a dire agli imprenditori lombardi che Draghi non va bene…), frantumando definitivamente il M5S e paralizzando il PD che, con la gestione Zingaretti, onestamente si era già ampiamente paralizzato da solo. Tutto questo chiamando in causa il Genio, l’unico uomo di cui nessuno oserà (per ora) mettere in dubbio la competenza, ma di cui non c’è da temere la concorrenza politica perché, e la storia italiana lo dimostra, i tecnici, anche di altissimo rilievo, servono per togliere le castagne dal fuoco finché i politici non si sentono abbastanza sicuri da rituffare le mani nel sacco delle castagne stesse.

Un azzardo? Enorme. La situazione complessiva del paese, la fragilità di ogni possibile maggioranza parlamentare, la complessità dei piani che occorrerà mettere a punto e realizzare per spendere i soldi del Recovery Fund, la dipendenza dell’Italia dai partner europei, dagli USA di Biden, dalla Cina e persino dalle multinazionali, sono tutti fattori di estrema incertezza. Un governo Draghi potrebbe cadere in qualsiasi momento, e un governo Draghi composto di persone serie e competenti non potrebbe che entrare in tensione con il M5S, che serietà e competenza non sa neanche dove siano di casa, e che quindi prima o poi dovrà per forza ritirare il suo, oggi ancora dubbio, appoggio a Draghi, pena diventare il partito dell’establishment tanto quanto l’odiatissimo PD.

Ma in questo azzardo Renzi non rischia nulla, per la buona ragione che non ha alcun capitale politico. La sua rappresentanza parlamentare è stata eletta con i voti del PD, voti che Italia Viva oggi non prenderebbe mai; lui, personalmente, è intollerabile per la grandissima maggioranza degli elettori, e lo sono altrettanto i suoi collaboratori più visibili; la sua squadra di fedelissimi ha una statura mediocrissima, e non ha molte altre virtù oltre l’obbedienza. Renzi, paradossalmente, al tavolo della roulette non rischia del suo; si gioca la nostra salute, il nostro benessere, la nostra pace sociale, in una parola il nostro futuro. Se la scommessa su Draghi fallirà, a pagare saremo noi cittadini. Insomma, Renzi per evocare il Genio Mario Draghi anziché la lampada di Aladino ha fatto ricorso al vaso di Pandora, con tutto quel che ne potrà conseguire, se SuperMario non riuscirà a domarne i cattivi genii.

In conclusione, e con questo rispondo indirettamente anche all’amico Claudio, non facciamoci ingannare dall’ennesimo gioco di prestigio di Matteo Renzi: quella banconota che sta tagliuzzando assicurandoci che la ricomporrà miracolosamente ce l’ha sfilata dal portafogli, dove in ogni caso sarà difficile che la faccia tornare: appena distoglieremo gli occhi, se la ficcherà in tasca.

Fiscalismo a distanza

In e-mail il 15 Novembre 2020 dc:

Fiscalismo a distanza

di Lucio Garofalo

Negli ultimi tempi, ho notato in alcune colleghe e colleghi un eccesso di zelo e di fiscalismo burocratico.

In un periodo di grave crisi sociale ed economica, di emergenza di tipo sanitario, nonché di sofferenza, disagio ed inquietudine esistenziale dei ragazzi, visto che la DaD è quello che è, mi permetto di osservare che un po’ di empatia e di comprensione in più da parte degli insegnanti forse non guasterebbe. Anzi, servirebbe a non far detestare oltremodo la DaD ai nostri allievi.

Mi pare che l’empatia sia una dote a dir poco preziosa ed indispensabile per chi insegna. Ma è una merce assai rara, perlomeno da quanto risulta dagli atteggiamenti poco garbati ed elastici, mostrati da alcuni insegnanti, che ho avuto occasione di rilevare negli ultimi tempi.

Ma chi non risulta empatico in presenza non lo è manco a distanza.

A dispetto di altre/i colleghe/i che la pensano in modo diverso io non mi riparo dietro veli di ipocrisia, né mi dissimulo dietro maschere di circostanza. Ogni volta tiro un mezzo sospiro di sollievo per aver concluso una riunione inutile, oppure un corso di formazione che non mi trasmette assolutamente nulla, tranne una ulteriore, ennesima conferma che la scuola odierna è (vi piaccia o meno, è così) alla mercé di burocrati ottusi e dei loro tirapiedi.

E chiunque osasse mettere in dubbio o in discussione tale “regime” vigente rischierebbe di incappare nelle maglie della censura, ovvero nel biasimo morale da parte del capo, se non addirittura nell’iscrizione in una sorta indice o di categoria etica infamante, quella dei “fannulloni”.

Ma contestare un tale “sistema” non equivale a sottrarsi al proprio dovere, a costo di far fronte ad un lavoraccio di tipo burocratico. Al contrario, provare a contestare un siffatto modello di istruzione, ovvero una visione della scuola che pone in cima all’agenda le scartoffie, le circolari, i format, i verbali, la “muffa” della burocrazia cartacea e digitale, rispetto agli allievi in carne ed ossa e alle loro esigenze culturali, affettive, psicologiche e formative, per me è un diritto-dovere sacrosanto, poiché sono un docente, e cioè un intellettuale che ha una mente pensante ed una coscienza civica, etica e critica.

Una scuola che si regge su cumuli di inutili circolari e scartoffie ammuffite è solo la tomba di ogni sapere, di ogni conoscenza e cognizione, ma altresì di ogni autentica, preziosa ed effettiva competenza tecnica derivante dallo studio e dallo scibile umano.

Pfizer, AstraZeneca, Moderna…la vaccinazione di massa ostaggio del profitto

In e-mail il 30 Gennaio 2021 dc:

Pfizer, AstraZeneca, Moderna… la vaccinazione di massa ostaggio del profitto

29 Gennaio 2021

Il mercato e la concorrenza imperialistica non fanno eccezione per la produzione e la distribuzione di vaccini, e quindi per le vaccinazioni. Di fronte alla più grande pandemia degli ultimi cento anni, la vita dell’umanità è ridotta a variabile dipendente del profitto.

La campagna europea per la vaccinazione di massa era partita con grande squillo di trombe. Non era e non è solamente una campagna propagandista tesa a celebrare il volto umanitario dell’Unione Europea di fronte al contagio. Era ed è anche un investimento strategico nella ripresa economica del capitalismo continentale dopo la grande recessione del 2020, un investimento decisivo sul terreno della competizione mondiale con l’imperialismo USA e l’imperialismo cinese.

Ma il diavolo fa le pentole dimenticandosi dei coperchi. I colossi capitalistici della farmaceutica, gli uni contro gli altri armati, hanno prima incassato le regalie pubbliche dei rispettivi Stati e ora tagliano la produzione del vaccino. È il caso dell’americana Pfizer, poi dell’anglo-svedese AstraZeneca, infine dell’americana Moderna.

L’obiettivo è tanto cinico quanto semplice: sfruttare il proprio peso monopolista per alzare i prezzi pattuiti, vendere i vaccini a clienti più compiacenti (magari perché più ricchi o più ricattabili), privilegiare i propri Stati nazionali di riferimento, usare in ogni caso senza pudore la segretezza dei contratti stipulati con UE, a tutela dei propri brevetti e dei relativi affari.

I governi imperialisti della UE e la loro Commissione protestano ora per le mancate consegne, e “chiedono” ai colossi farmaceutici di poter “pubblicare” i contratti. Il fatto stesso di dover chiedere ad azionisti privati il permesso di pubblicare contratti che riguardano l’interesse pubblico dell’umanità è già di per sé indicativo della natura della società capitalista. Oltretutto le case farmaceutiche hanno buon gioco nel rivendicare il sacro diritto della concorrenza a tutela dei propri brevetti: è la legge del mercato, bellezza! Quella stessa legge che i governi capitalisti di tutto il mondo invocano ogni giorno per giustificare la compressione dei salari, i licenziamenti di massa, la distruzione dei diritti, il taglio delle spese sociali… Si tratta dell’interesse mondiale dei capitalisti a continuare a scannarsi tra di loro sul mercato mondiale prendendo in ostaggio i propri salariati e arruolandoli nelle proprie guerre.

Ora l’esigenza di ripresa dell’economia capitalistica mondiale richiederebbe una gigantesca e rapida produzione di massa dei vaccini su scala planetaria. Ma la concorrenza sul mercato dei diversi Stati o poli imperialisti si riflette sui processi di vaccinazione, i loro tempi e le loro forme. Anche la vaccinazione è diseguale e combinata, come l’anarchia del capitalismo mondiale. Pfizer e Moderna privilegiano il proprio imperialismo USA, impegnato innanzitutto a contrastare la Cina. AstraZeneca tutela in primo luogo l’imperialismo inglese, impegnato nella complessa gestione della Brexit. Gli imperialismi continentali europei arrancano in salita sgomitando tra loro, in inferiorità di mezzi. Si pensi solo che l’Unione Europea ha previsto per il piano di vaccinazione due miliardi e settecento milioni, gli USA ne hanno investito diciotto. La disparità di potenza si occupa a modo suo della salute.

E ora? La Commissione Europea si divide sul da farsi, a seconda degli interessi nazionali in gioco. L’Italia minaccia ricorsi legali contro Pfizer e AstraZeneca. I governi nordici, a partire dalla Svezia, rimproverano alla Commissione di essersi mossa in ritardo e difendono i diritti contrattuali dei colossi. Germania e Francia dal canto loro si affidano alle soluzioni di outsourcing delle case farmaceutiche, auspicando liberi accordi tra interessi privati foraggiati da nuovi aiuti pubblici, come quello che vede la francese Sanofi produrre insieme a Pfizer e BioNTech (tedesca) 125 milioni di dosi del farmaco.

L’unico elemento certo è che di fronte alla più grande pandemia degli ultimi cento anni, la vita dell’umanità è ridotta a variabile dipendente del profitto, mentre le spese militari aumentano vertiginosamente a tutte le latitudini del mondo, assieme al volume d’affari delle Borse. Nel mondo dell’intelligenza artificiale e dei miracoli della scienza, la vita umana resta segnata dalla legge della giungla. «Genio tecnico e idiozia sociale», così Trotsky definì il capitalismo alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Una caratterizzazione perfetta anche per l’oggi.

La vaccinazione di massa, rapida e universalmente disponibile, è un’esigenza primaria dell’umanità.

Via il segreto commerciale sui contratti stipulati fra gli Stati e le case farmaceutiche: tutti hanno diritto di conoscere ciò che riguarda la loro vita!

Via i brevetti a tutela dei profitti: le conquiste della scienza medica vanno subito messe al servizio di tutto il genere umano!

Nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori dell’industria farmaceutica, in ogni Paese e su scala mondiale, per sviluppare una produzione di massa pianificata dei vaccini e la loro distribuzione sull’intero pianeta in base ai bisogni di tutti e di tutte!

Liberare l’umanità del capitalismo è più che mai oggi una esigenza morale e vitale.

La lotta per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, che riorganizzi la società da cima a fondo, si ripropone ovunque, oggi più di ieri, come l’unica vera soluzione alternativa.

Il socialismo è il solo ordine nuovo; la rivoluzione l’unica via per realizzarlo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Accolta Petizione per San Siro in Commissione Ue

In e-mail il 28 Gennaio 2021 dc:

Accolta Petizione per San Siro in Commissione Ue

Buonissime notizie ! 

 
È stata accettata – con votazione unanime – la procedura d’urgenza per la Petizione a sostegno della ristrutturazione dello stadio Meazza a San Siro da parte della Commissione Europea.

La discussione in Parlamento potrebbe essere calendarizzata già per marzo o aprile.

La Petizione “In difesa dello stadio pubblico Meazza a San Siro” era stata inoltrata dal Comitato Coordinamento San Siro alla Commissione Europea in dicembre ed era anche stata richiesta di una procedura d’urgenza, richiesta presentata dall’europarlamentare Eleonora Evi.

È davvero una buona notizia. E ancor più perché è stata una votazione unanime: dimostrazione che – come abbiamo sempre sostenuto – la questione Stadio San Siro non è solo una storia di un quartiere e nemmeno di una sola città, bensì una questione internazionale. 
Lo stadio Meazza a San Siro come dimostrato si può ristrutturare e ammodernare alla grande, mantenendo però le sue caratteristiche iconiche. In questo modo non c’è necessità di costruire un nuovo stadio e distruggere il verde esistente.


Come ricorderete la nostra Petizione si basa su tre pilastri: il valore storico e architettonico, l’importanza antropologica e la rilevanza paesaggistica di uno stadio che si può ristrutturare.

In particolare chiede:
● Salvaguardia di una area pubblica di 5 ettari di verde profondo con alberi ad alto fusto
● Stop ad una speculazione finanziaria di società estere
● L’arresto di un’enorme cementificazione con forte impatto ambientale
● Conservazione dell’identità del quartiere
● Partecipazione alle scelte urbanistiche della città e l’ascolto dei pareri cittadini, le cui proposte di progetti alternativi non sono state presi in considerazione
● Riconoscimento dei diritti dei cittadini



Quanto sopra, anche in considerazione del fatto che si tratta di:
● Opera pubblica di proprietà del Comune di Milano
● Affittata a società estere
● Società estere che vorrebbero abbattere un bene pubblico dello Stato italiano

La petizione si oppone alla proposta da parte di investitori privati esteri di un’enorme speculazione immobiliare a danno di un bene pubblico con edificazione, oltre a grattacieli, centro commerciale, centro congressi, hotel sopra la suddetta area verde, anche un nuovo stadio con abbattimento dell’esistente.

Speriamo che la notizia abbia risalto sui media (è stato diffuso un comunicato a oltre 200 giornalisti).

Oltre a ciò alcune altre notizie :

“Sua altezza … La Galleria Panoramica” https://www.facebook.com/groups/www.coordinamentosansiro.it/permalink/1034339603719564/

Gli ingegneri Riccardo Aceti e Nicola Magistretti hanno depositato in Comune il loro progetto di ristrutturazione dello stadio esistente:

https://www.facebook.com/groups/www.coordinamentosansiro.it/permalink/1033620403791484/

https://www.facebook.com/groups/www.coordinamentosansiro.it/permalink/1034386447048213/

https://www.facebook.com/groups/www.coordinamentosansiro.it/permalink/1032221440598047/

Progetto nuovo stadio – tutto quello che vorrebbero costruire nell’area di San Siro. Il verde ?… di superficie!
https://www.facebook.com/groups/www.coordinamentosansiro.it/permalink/1035989180221273/

Anche un rapper ama San Siro
https://www.facebook.com/groups/www.coordinamentosansiro.it/permalink/1034229293730595/

Torna Moratti?

https://www.fcinternews.it/in-primo-piano/i-la-repubblica-i-interspac-il-progetto-torna-in-auge-vogliamo-anche-moratti-l-ex-patron-li-ascoltero-358953

Persino gli inglesi …
https://www.facebook.com/groups/www.coordinamentosansiro.it/permalink/1029665907520267/

È di questi giorni per altro la certificazione di idoneità dello stadio Meazza per altri 10 anni – per il decennio 2020-2030 – superando i recenti collaudi.

Dagli ultimi sondaggi emerge che ora 2 cittadini su 3 vedono il progetto Nuovo stadio come inutile e addirittura dannoso. Il sondaggio rileva un ribaltamento di visione rispetto a un semestre fa. E ciò fa ben sperare circa i prossimi sviluppi.

https://www.facebook.com/groups/www.coordinamentosansiro.it/permalink/1029689594184565/

Ora abbiamo anche un video “emozionale” per il nostro amato stadio, grazie al lavoro del nostro amico e sostenitore Lorenzo che ringrazio ancora.

https://www.facebook.com/1021899463/videos/10222451641092785/

ricordiamo di firmare e far firmare

https://www.change.org/p/ristrutturare-il-meazza-si-pu%C3%B2-e-conviene-lo-stadio-%C3%A8-solo-la-punta-di-un-iceberg-con-esso-in-arrivo-tonnellate-di-cemento-alla-faccia-della-milano-green-we-will-restructure-the-meazza-and-will-also-save-from-the-cementing-of-san-siro-hippodrome?utm_source=share_petition&utm_medium=custom_url&recruited_by_id=87f5cbd0-66dd-0130-d1c9-3c764e049c4f

Comitato Coordinamento San Siro

www.coordinamentosansiro.it

info@coordinamentosansiro.it

Rifondazione: oscurata nostra pagina Facebook

In e-mail il 15 Gennaio 2021 dc:

Rifondazione: oscurata nostra pagina Facebook

Oscurata nostra pagina Facebook che parla di mafie. Interrogazione in Senato e denuncia.

Venerdì 15 gennaio Facebook ha oscurato,senza alcuna motivazione o preavviso, la pagina della nostra federazione di Venezia. Un atto decisamente illiberale, una censura intollerabile. Chi segue le nostre pagine sa che noi le usiamo per diffondere contenuti assolutamente legittimi con la massima correttezza senza mai trascendere nei plebeismi molto diffusi nei social.

Il fatto diventa ancora più grave perché l’oscuramento della nostra pagina è avvenuto  alla vigilia di una nostra conferenza Web, “Le mani sul litorale”, organizzata dalla federazione di Venezia per denunciare e discutere delle infiltrazioni della criminalità organizzata nel Veneto Orientale e delle complicità politiche che la hanno permessa.

La conferenza si è tenuta  comunque nella pagina della federazione di Padova di Rifondazione Comunista ed è stata un successo per partecipazione e qualità dei contenuti del dibattito. Il lavoro volontario e l’attivismo generoso delle nostre compagne e compagni ci ha permesso di superare il tentativo di costringerci al silenzio.

In ogni caso siamo assolutamente intenzionati a fare luce su questa vicenda. Vogliamo sapere perché la nostra pagina è stata oscurata, da chi è venuta la richiesta, e le procedure seguite, in questo caso come in altri, da Facebook.

In questi giorni la senatrice Paola Nugnes presenterà in Senato una interrogazione su quanto accaduto. La Federazione di Venezia farà una denuncia alle autorità di Polizia perché sia fatta chiarezza. Andiamo avanti senza farci togliere la parola o intimorire da nessuno.

Maurizio Acerbo, segretario nazionale
Paolo Benvegnu, segretario regionale
Renato Panciera, segretario Federazione di Venezia
Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea 

Coronavirus, un volo dell’angelo esistenziale e politico

In e-mail il 13 Aprile 2020 dc, pubblico colpevolmente in ritardo il 15 Dicembre 2020 dc:

Coronavirus, un volo dell’angelo esistenziale e politico

Abbiamo messo a disposizione sul nostro sito la traduzione di un articolo di Quentin Hardy. A questo link si può scaricare l’articolo:
https://www.nautilus-autoproduzioni.org/corona-virus-il-volo-dellangelo/

«Finalmente, dopo settant’anni di boom economico e tre secoli di maratona, l’umanità rallenta la sua corsa frenetica.»

La rapidissima progressione del Covid-19 ci mette tutti in una situazione senza precedenti. Lo shock è planetario e quasi sincronizzato. Colpisce tutte le aree della società: salute, società, politica, economia. Cambia il modo di abitare, amare, vivere e sopravvivere, lavorare, parlarsi, morire ed essere sepolti. Più che mai, il mondo vacilla sulle sue basi.



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