Quando il profitto confessa il proprio crimine

In e-mail il 14 Marzo 2020 dc:

Quando il profitto confessa il proprio crimine

Il coronavirus e la ricerca scientifica

Si è soliti dipingere il coronavirus come “il cigno nero”, l’evento catastrofico assolutamente imprevedibile che cambia il quadro d’insieme. È inesatto. Indubbiamente la nuova grave epidemia ha un impatto enorme su scala internazionale, ed in particolare in Italia. Ma era talmente poco imprevedibile che una parte della comunità scientifica aveva previsto la sua eventualità.

Sono diciotto anni infatti che imperversa una stessa famiglia di virus, con epidemie che si accendono, si spengono, si riaccendono, a seconda delle mutazioni del virus, senza che vengano rintracciate cure.

Prima la SARS del 2002/2003, poi la MERS del 2012 in Medio Oriente, ora il SARS-CoV-2 (Covid-19).

Già, ma perché non vengono rintracciate cure?

Lo spiega candidamente la Goldman Sachs in un rapporto del 10 aprile 2018, dal titolo “Rivoluzione del genoma”.

«Esistono terapie dei mali “non sostenibili per il business delle case farmaceutiche” Questo perché il giorno in cui si trova il rimedio definitivo […] il “pool” dei malati scende e i guadagni crollano.

L’esempio portato è quello dell’epatite C» (Il Fatto Quotidiano, 5 marzo). Scoperto il farmaco risolutivo, il numero dei malati crollò, e l’azienda che aveva investito nel farmaco, la Gilead Sciences, andò praticamente in rovina. «Il cancro è “meno rischioso”. Mancando cure risolutive “il pool dei malati resta stabile”: un vantaggio per Big Pharma» (FQ), conclude candidamente lo studio della Goldman.

Difficile essere più chiari. È la confessione di un crimine.

Così è andata per il coronavirus.

Dopo la fine dell’epidemia della SARS il virologo francese Bruno Canard e la sua equipe di ricercatori previde il ritorno dell’epidemia nella forma di una “SARS due”, a partire dalla diffusione della sua famiglia virale, la stessa del Covid-19. «Ma il nostro appello è rimasto inascoltato, le ricerche si sono fermate, e ora si vorrebbe trovare d’incanto vaccino e medicine per il coronavirus. Ma i programmi seri di ricerca non si improvvisano. Richiedono spesso un decennio» (Le Monde, 4 marzo).

Tutto chiaro.

In tutto il mondo la ricerca scientifica pubblica è stata tagliata, e appaltata alle case farmaceutiche. E la ricerca delle case farmaceutiche segue unicamente il profitto a breve, in contrasto col senso e coi tempi della ricerca scientifica. Non si poteva descrivere meglio la natura cinica del capitalismo. Una associazione a delinquere che non può essere riformata, può essere solo rovesciata.

Partito Comunista dei Lavoratori

Un virus ma non solo

In e-mail il 25 Febbraio 2020 dc:

Un virus ma non solo

Coronavirus: un fattore imprevedibile investe l’economia internazionale, la vita ordinaria di centinaia di milioni di esseri umani, la stessa società italiana.

L’immaginario collettivo e il discorso pubblico conoscono per questa via una improvvisa distrazione di segno, un cambio di vocabolario. Sembra che la stessa vita politica sia in qualche modo sospesa, ovunque rimpiazzata dalla emergenza virus.

Nel merito fioriscono interpretazioni discordanti, spesso opposte, nella stessa comunità scientifica, tra chi minimizza il fenomeno trattandolo alla stregua di una normale influenza, seppure più perniciosa, e chi invece giunge a paragonarlo alla spagnola del primo ‘900 (che fece, per inciso, decine di milioni di vittime).

Non saremo noi a improvvisare un giudizio clinico, non avendo le competenze scientifiche richieste. Vogliamo invece formulare prime considerazioni e proposte da un punto di vista di classe. Perché è vero che il virus non distingue le classi sociali, ma le risposte che si danno ad esso e le loro ricadute sono tutt’altro che socialmente neutre.

Una prima considerazione riguarda la percezione e rappresentazione pubblica del contagio, delle sue proporzioni, della sua progressività, della sua incidenza mortale.

Al netto delle diverse interpretazioni scientifiche, e della necessaria verifica del suo itinere, parliamo di un fenomeno ancora relativamente circoscritto su scala planetaria.

Il tasso di mortalità è in Cina attorno al 3%, e dell’1% fuori della Cina: un tasso sicuramente più alto di una normale influenza ma contenuto. Inoltre le vittime si concentrano nella fascia alta di età, in particolare tra persone molto anziane, già debilitate e/o immunodepresse. Come dire che l’effetto mortale sarà determinato da ritmo e raggio della propagazione del virus più che dalla sua potenza in quanto tale.

Vi sono stati e vi sono Paesi poveri semicoloniali, lontani dallo sguardo dei media d’occidente, segnati da fenomeni più devastanti relativamente al proprio territorio. È il caso dello Yemen, colpito dal colera, con una altissima mortalità infantile, o dell’Africa subsahariana dove nel solo 2001 l’AIDS fece oltre due milioni di morti.

Solo per dare l’ordine delle proporzioni.

Naturalmente non possiamo ad oggi valutare la portata del coronavirus, lo si potrà fare solo a bilancio.

Non sappiamo se le sue dimensioni finali saranno simili, o poco superiori, a quelle della Sars del 2003 (700 decessi nel mondo) o dell’Asiatica del 1957 (2 milioni di morti), o peggio ancora della terribile spagnola del 1918-1920.

Diciamo che la rappresentazione pubblica del fenomeno è oggi condizionata da due fattori, tra loro intrecciati, non strettamente clinici: la sua ricaduta potenziale sull’economia mondiale, già in fase di ulteriore rallentamento (netto calo della crescita USA, nuova possibile recessione in Giappone, calo della produzione industriale in Germania, Francia, Italia), e il fatto di essersi prodotto in Cina, prima potenza manifatturiera su scala globale, oggi minacciata come mai in precedenza da una regressione marcata del suo tasso di crescita, con effetti moltiplicati sul capitalismo internazionale.

La seconda considerazione attiene ai rimedi. La borghesia non sa bene come fronteggiare l’emergenza. Le stesse classi dominanti che hanno tagliato la spesa sanitaria per pagare il debito pubblico alle banche sono alle prese con gli effetti dell’austerità: dal taglio degli investimenti nella ricerca scientifica, totalmente appaltata all’industria farmaceutica, alla carenza ovunque di personale medico e paramedico oggi in Italia costretto, nelle zone interessate dal contagio, a turni di lavoro massacranti (oltre le 12 ore giornaliere).

Nulla più del coronavirus rende evidente l’irrazionalità della società borghese.

Crescono ovunque i bilanci militari, trainati dalla nuova grande corsa tra potenze imperialiste vecchie e nuove per la spartizione del mondo; cresce a dismisura il parassitismo del capitale finanziario, con migliaia di miliardi investiti dalle aziende nell’acquisto delle proprie azioni, per sostenerne il valore di borsa (mentre arretra la produzione reale e si distruggono i posti di lavoro).

In compenso nella sola Italia 9 milioni di persone non riescono ad accedere alle cure sanitarie, o perché non possono affrontarne le spese, o perché debbono aspettare un anno per una visita medica, o perché semplicemente l’ospedale del territorio è stato soppresso. Mentre i lavoratori e le lavoratrici della sanità pubblica si vedono negato persino il rinnovo del contratto, e quelli/e della sanità privata lo aspettano da ben 13 anni.

Oggi questa organizzazione capitalistica preposta alla distruzione ordinaria della sanità è incapace di fronteggiare un’emergenza straordinaria. E per questo ricorre di fatto a misure draconiane di ordine pubblico, sino a vietare ogni forma di manifestazione ben al di là dei territori contagiati. In una corsa panica tra governatori regionali e governo nazionale a cautelarsi da un possibile disastro, mentre le forze più reazionarie inzuppano in pane nel coronavirus per rilanciare pulsioni xenofobe e securitarie.

È necessario fronteggiare l’emergenza con ben altre misure: esame sanitario capillare di tutte le persone che possono essere entrate a contatto col virus; approntamento di nuovi presidi sanitari capaci di gestire sul territorio questo intervento straordinario; assunzione massiccia di nuovo personale medico e paramedico; investimento concentrato nella ricerca pubblica, scientifica e sanitaria; una patrimoniale straordinaria sulle grandi ricchezze per finanziare tali misure; nazionalizzazione dell’industria farmaceutica, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori.

A pagare il conto siano i capitalisti, gli azionisti, i banchieri, non i lavoratori e le lavoratrici!

 

Partito Comunista dei Lavoratori

Il “virus” della paura

In e-mail il 27 Febbraio 2020 dc:

Il “virus” della paura

di Lucio Garofalo

La paura è, com’è noto, una pulsione ancestrale del genere umano, è un impulso ferino ed irrazionale, preesistente ad ogni stadio della civiltà e a qualsiasi forma di cultura e di raziocinio, è un elemento insito nella stato di natura animale ed è riconducibile all’istinto più antico e primordiale di auto-conservazione della specie.

La paura discende da un sentimento più che naturale, ossia il terrore inconscio ed incontrollabile della morte. Perciò, la paura è una pena che si sconta e si vince vivendo.

Sin dai suoi lontani primordi, l’umanità ha imparato (per una necessità insopprimibile, e non per volontà) a convivere con lo sgomento destato dalla furia naturale e dalle sue terribili manifestazioni più frequenti: tuoni e fulmini, terremoti, eruzioni vulcaniche ed altri cataclismi.

Nel corso dei millenni della preistoria l’uomo ha provato ad esorcizzare la paura, cercando di interpretare i vari fenomeni fisici come eventi soprannaturali di origine divina.

In tal modo sono sorte le antiche religioni mitologiche che affondano le loro radici nei timori più ancestrali e remoti dell’umanità.

Ancor oggi, in un’epoca apparentemente soggiogata dal razionalismo e dal delirio/complesso di onnipotenza tecnicistica ed utilitaristica dell’uomo, la paura è un elemento costante della nostra esistenza. Essa assume innumerevoli manifestazioni, si insinua nei meandri più oscuri e reconditi dell’animo umano, come un “virus” subdolo e letale che genera più danni e iatture di qualsiasi morbo e di ogni epidemia infettiva.

È fuori discussione che la paura sia uno dei tratti più tipici e peculiari della natura animale che è insita nell’uomo, ma non dev’essere un’ossessione che non concede pace o tregua.

Eppure, la realtà che viviamo oggi è sempre più assillata da paure, a cominciare dalla paura di morire fino alla paura di vivere.

Non a caso, il triste e lugubre primato dei suicidi, in modo particolare tra le generazioni più giovani, è conteso dalle nazioni più opulente ed evolute dell’Occidente, il Giappone in testa.

Non a caso, le società vengono governate anche con il ricorso alla paura, e gli Stati più avanzati sul fronte tecnologico si avvalgono anche delle paure per esercitare una forma di controllo sociale sempre più esteso e capillare.

Non a caso, si vincono le elezioni politiche proprio “giocando” la carta dell’idiosincrasia o della fobia isterica verso qualcuno, un nemico, un diverso, da demonizzare ed agitare come uno spauracchio.

In primis, la “paura del comunismo”, che costituisce tuttora un’avversione ed un’inquietudine ossessiva della borghesia. Lo “spettro del comunismo”, dopo il fallimento del “comunismo reale”, dopo la caduta del muro di Berlino ed il tracollo dell’URSS, viene agitato assai più che in passato, proprio allo scopo di conquistare e di preservare il potere e l’ordine costituito.

In passato, in Italia venne importata dall’Estremo Oriente una nuova paura incarnata nel virus dell’Aviaria, meglio nota come “influenza dei polli”, che suscitò timori assai spropositati, infondati ed isterici, prefigurando vari scenari apocalittici addirittura di stragi “pandemiche”, paragonabili alle peggiori pestilenze dei secoli passati.

Invece, come si è verificato in altre occasioni, il panico si rivelò assai più pernicioso della stessa patologia “ornitologica”.

Che polli! I veri “polli” si rivelarono gli utenti e gli spettatori più sciocchi e passivi delle campagne di disinformazione di massa. L’aviaria si dimostrò essere una bufala. Già nel 1998/99 numerosi polli perirono a causa del contagio, ma i mass-media non ne parlarono e tutti continuarono a mangiare polli senza allarmismi di ordine sanitario.

Lo spavento suscitato dall’aviaria in anni successivi, mise in ginocchio un’intera economia agricola, contribuendo ad incrementare i già colossali profitti delle multinazionali farmaceutiche.

La vicenda conferma l’abnorme ruolo dei mass-media, la cui “influenza” è assai più deleteria di ogni virus influenzale.

Aveva pienamente ragione il ministro della propaganda nazista, Goebbels, quando affermava: “Una bugia, ripetuta continuamente, è accettata dalle masse popolari come una verità incontestabile”.

Negli anni ’80, il virus HIV (l’Aids) seminò un’enorme psicosi nel mondo occidentale, ma fu presto scongiurato, tuttavia ancor oggi rappresenta una delle principali malattie infettive in Africa e nel Sud del mondo, un morbo assai più letale della tubercolosi e della malaria, che provocano stermini di massa.

Mentre in Occidente il virus dell’AIDS è oramai debellato grazie ai risultati ottenuti sul versante della ricerca, nei Paesi del Terzo mondo esso uccide più di ogni altra malattia a causa degli esorbitanti costi dei vaccini, imposti dalle multinazionali farmaceutiche, che risultano potenti e totalitarie quanto lo sono le compagnie petrolifere e quelle legate all’industria bellica, per cui si configurano come i padroni assoluti ed incontrastati del nostro pianeta.

Nei secoli bui della storia, il terrore provocato dalla peste bubbonica causava più danni del morbo stesso. Ad esempio, nell’Europa medievale la paura degli untori era assai più nociva e deleteria della stessa peste che sterminava milioni di vite umane. Le testimonianze che ci hanno lasciato il Boccaccio ed il Manzoni nelle loro opere (Decameron e Storia della colonna infame) ci trasmettono degli insegnamenti assai preziosi. Ma, come spesso accade, la storia insegna, ma non ha scolari (cit. Antonio Gramsci).

Le vicende relative al nuovo virus, il Covid-19, meglio conosciuto come il Coronavirus, temo che confermino il fatto che la paura è assai più subdola e più perniciosa di qualsiasi morbo epidemico eppure, nel contempo, può rivelarsi lucrosa per chi, in modo cinico e spregiudicato, riesca a trarne profitto.

L’isteria collettiva generata dal nuovo virus, assai meno nocivo dell’influenza stagionale, è un fenomeno di proporzioni immani e spaventose.

La mia ipotesi, dettata dalle esperienze storiche, è che le attuali campagne mediatiche di allarmismo e di terrorismo psicologico di massa serviranno a giustificare e ad incentivare la corsa futura all’acquisto di milioni di dosi di vaccino ad un titolo preventivo e cautelativo, che farà la fortuna dei principali colossi farmaceutici multinazionali.

Solidarietà ai compagni Mattia e Cleanto Donadel. Il dissenso non si arresta!

In e-mail il 12 Febbraio 2020 dc:

Solidarietà ai compagni Mattia e Cleanto Donadel. Il dissenso non si arresta!

La sezione “Pietro Tresso” di Venezia del Partito Comunista dei Lavoratori esprime la propria totale vicinanza e solidarietà al compagno Mattia Donadel, esponente del comitato “Opzione Zero”, e a suo padre, il compagno Cleanto Donadel, fatti oggetto del violento intervento repressivo di Polizia Locale e, soprattutto, Carabinieri, a seguito delle proteste che hanno avuto luogo durante il consiglio comunale svoltosi lunedì 10 gennaio a Mira, in cui si discuteva del progetto di ampliamento dell’inceneritore di Fusina, con la presenza del direttore di Veritas Razzini.

Mattia Donadel, da sempre attivista per i diritti sociali e a difesa dell’ambiente, sempre da una posizione di classe, nella seduta del consiglio comunale di Mira era presente come relatore da parte del comitato “Opzione Zero” per esporre il punto di vista ambientalista contro la scellerata decisione di Veritas di ampliare l’inceneritore di Fusina.

Durante la sessione del consiglio comunale è nata una protesta da parte degli attivisti del comitato, e il richiamo all’ordine impartito dal presidente del consiglio comunale Giorgio Zappalori, segretario del PD di Mira, ha fatto sì che il compagno Mattia fosse portato fuori con la forza dalla sala consiliare dalla Polizia Locale, per poi essere ammanettato dai Carabinieri, messo in stato di fermo e condotto in caserma per essere rilasciato solo a tarda notte, dopo essere stato denunciato assieme all’anziano padre.

Mattia è stato accusato di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale e interruzione di servizio pubblico.

Come ben sappiamo, il dissenso dà sempre fastidio, e quando il dissenso si trasforma in protesta organizzata la soluzione la si trova con l’utilizzo della forza repressiva. In questo caso le istituzioni borghesi hanno dimostrato a tutti di essere meri strumenti al servizio del capitale e del profitto: Veritas può tranquillamente spadroneggiare e a nessuno deve poter venire in mente di intralciare i progetti aziendali.

La salute della popolazione è chiaramente l’ultima delle preoccupazioni per le aziende e le istituzioni, e la verità può tranquillamente essere imbavagliata (o, in questo caso, ammanettata).

Il Partito Comunista dei Lavoratori, nel confermare il proprio sostegno al compagno Mattia e a suo padre Cleanto, oltre che a tutto il comitato “Opzione Zero”, continuerà a sostenere la lotta della popolazione del veneziano contro l’ampliamento dell’inceneritore e a denunciare l’assurdità delle rassicurazioni di Veritas che da un lato intende investire milioni di euro per quel progetto, e dall’altro dichiara che non saranno incrementati i volumi di materiale incenerito.

Emerge con forza la necessità di porre Veritas sotto il diretto controllo dei lavoratori, e che sia immediatamente costituita una commissione popolare di controllo.

Partito Comunista dei Lavoratori – sezione di Venezia “Pietro Tresso”

Omologati di merda!

Da Hic Rhodus, 30 Gennaio 2020 dc:

Omologati di merda!

di Claudio Bezzi

Ci dice l’Eurispes che Il 15,6% degli italiani nega la Shoah (nel 2004 era il 2,7%). E il 16,1% (era l′11,1% oltre quindici anni fa) ridimensiona la portata dell’Olocausto, sostenendo che avrebbe determinato un numero di vittime inferiore a quanto documentato dai libri di storia.

Ok. Perché i titoloni sui giornali? Non avrei saputo dire se la massa dei negazionisti o quasi-negazionisti fosse il 14,7, il 15,6 o qualcos’altro, ma che fosse una massa consistente era logico. In un’epoca in cui i complottisti delle scie chimiche fanno convegni in sedi istituzionali, i no-vax hanno ampio diritto di parola, i terrapiattisti impazzano, i terrorizzati dal coronavirus hanno crisi isteriche (ieri alla radio, da Nicoletti, una buona metà di ascoltatori in diretta temeva l’apocalisse, imputandola a misteriosi laboratori segreti di guerra batteriologica) e i pentadementi sono al governo, di cosa esattamente dovrei stupirmi?

Ma veramente credevate che il crollo dell’Impero Romano fosse stato causato dall’ennesima invasione barbarica che avrebbe soppiantato il più imponente e meglio organizzato esercito del mondo? Le cause furono interne, le lotte intestine, il cristianesimo, la crisi economica e sociale e via narrando. Ecco: noi stiamo assistendo a qualcosa di simile. Non serve mica un asteroide per distruggerci, né un virus della malora, o l’Isis. Fanno enormi più danni Netflix, Facebook, i selfie, il populismo, la sistematica distruzione della scuola, la democrazia impotente nell’epoca del globalismo, le ideologie che non si decidono a morire, il pensiero breve…

(P.S. Il titolo è una citazione cinematografica… lascio ai cinefili scoprire quale la fonte…)

Voto ai sedicenni? Anche NO

Da Hic Rhodus, 30 Settembre 2019 dc:

Voto ai sedicenni? Anche NO

di Claudio Bezzi

Per la serie “Una boiata al giorno”, per distrarre il popolo che si annoia, si sta blaterando di dare il voto ai 16enni, che se fossero quelli del primo Novecento si potrebbe anche discutere, mentre questi del nuovo millennio non sanno mettere due parole in fila e non sono informati su nulla, grazie a una scuola fallimentare e a genitori più bambocci di loro (eccezioni lodevoli a parte, quali i lettori di questo pregevole blog).

Io faccio una modesta proposta alternativa: voto solo ai 40enni, purché lavorino e paghino le tasse, che abbiano fatto almeno un paio di viaggi all’estero, che sappiano italiano (lo Ius Culturae, cazzo!) e inglese e che manifestino espressamente il desiderio di partecipare attivamente alla vita politica iscrivendosi in apposite liste, previo superamento di un esame di educazione civica (qualche nozione di Costituzione, sapete, per non dire per esempio che “Conte non l’ha eletto nessuno”).

(Nota mia: sul fatto che sappiano l’italiano – e non solo per il voto! –  sono ovviamente non solo d’accordo, ma fanaticamente d’accordo! Ma sull’inglese no: sono infatti contrario al colonialismo linguistico dell’inglese di cui siamo succubi un po’ in tutto il mondo, e sono da sempre per l’utilizzo, idealmente in tutto il pianeta, di una lingua creata o adottata apposta:che sia l’esperanto, o una neolingua, o l’elfico di Tolkien o la lingua Klingor mi è sostanzialmente indifferente, purché sia facile da apprendere e facile da usare, e che sia insegnata ovunque come seconda lingua. Purtroppo, un sogno irrealizzabile…)

Dare diritto di voto ai sedicenni? Piuttosto dovremmo toglierlo ai loro genitori

Da Hic Rhodus, 4 Ottobre 2019 dc:

Dare diritto di voto ai sedicenni? Piuttosto dovremmo toglierlo ai loro genitori

di LibertarianMind

Sì, me ne rendo conto: il titolo del post è provocatorio, e la ragione principale è che mettere titoli provocatori ai post è l’unico modo per farsi notare, al giorno d’oggi, nel selvaggio web.

Al tempo stesso, però, questo titolo rispecchia in pieno, e senza bisogno di parafrasi, ciò che penso a proposito della proposta di Enrico Letta di abbassare a 16 anni l’età per il voto.
Una proposta che ha avuto, suo malgrado, se non altro un merito: all’osservazione di molti adulti, secondo i quali a 16 anni difficilmente si può avere piena consapevolezza del mondo, alcuni hanno replicato: “perché, dopo i 16 invece sì?”.

La questione l’ha spiegata l’attuale Premier, in un’intervista a Skuola.net:

“NEGLI ORDINAMENTI GIURIDICI SI FISSA UNA CERTA SOGLIA ANAGRAFICA E, PER CONVENZIONE, SI RITIENE CHE A QUELL’ETÀ SI ABBIA UN’ADEGUATA MATURITÀ”.

“Per convenzione si ritiene”. Queste sono le parole magiche che ciascuno di noi dovrebbe scolpirsi nella memoria. Si dà per scontato che un individuo, arrivato all’età di 18 anni, abbia ormai acquisito tutti gli strumenti culturali per seguire un dibattito politico e decidere in piena consapevolezza quale partito porti avanti le proposte più convincenti.

Si dà per scontato tutto ciò, nonostante l’evidenza dei fatti. Nonostante, cioè, l’ormai celeberrimo dato sull’analfabetismo funzionale che colpisce quasi un italiano su due, o l’altrettanto famoso report di IPSOS-MORI che ci vede primeggiare in Europa in quanto a percezione distorta della realtà.
Questo per stare solo ai fatti, e tralasciare l’esperienza che ciascuno di noi può avere nel quotidiano: i commenti su Facebook, le conversazioni al bar, dal barbiere, sull’autobus.

Il punto che a molti sembra sfuggire è che quest’ignoranza non è frutto del caso, e nemmeno imputabile al pessimo funzionamento della scuola italiana.

Le persone scelgono di rimanere ignoranti sulle questioni politiche proprio perché non esiste alcun meccanismo premiante per chi si informa, né tantomeno un meccanismo penalizzante per chi non lo fa. E’ come se un giorno, in una scuola, l’insegnante annunciasse che d’ora in avanti nei compiti in classe non assegnerà a ciascuno il voto che si merita, ma darà a tutti lo stesso voto, ottenuto facendo la media aritmetica dei compiti. Quale sarebbe la conseguenza di ciò? Semplice: molti – e in particolare i più bravi – smetterebbero di studiare, sapendo che il loro voto dipenderà molto più dalla performance dei compagni che dalla loro. Perché impegnarsi per un compito da 10, se tanto so che la maggior parte dei miei compagni non studierà e prenderà 4, trascinandomi al ribasso?

Scegliere per chi votare non è come scegliere tra due polizze assicurative o tra due alberghi; in questi ultimi casi la scelta avrà delle ripercussioni tangibili, immediate e soprattutto personali sull’individuo. Ma dentro l’urna tutto è più sfumato, più in dubbio. Si sceglie tra una serie di promesse la cui realizzazione dipende da un’enorme quantità di variabili: il partito o la coalizione che ho scelto vincerà? Se sì, avrà i numeri per farlo da sola? Nel caso: posso essere certo che a metà legislatura metà dei deputati di quel partito o coalizione non decidano di passare all’opposizione? (ci tengo a precisare che non sto invocando il vincolo di mandato) (Nota mia: io invece ho sempre sostenuto il vincolo di mandato!).

Differenza ancor più fondamentale, nell’urna l’individuo è deresponsabilizzato: il suo è solo uno tra milioni di voti, e preso individualmente non fa alcuna differenza.

Prendete un elettore sovranista medio, e chiedetegli a chi preferirebbe affidare i suoi risparmi privati per farli fruttare, se la scelta fosse tra Cottarelli e Di Maio. Eppure, se anziché dei suoi risparmi si parla del denaro pubblico, sceglierà sempre Di Maio. Perché l’italiano è così: prudente col denaro proprio, “coraggioso” con quello pubblico (perché questo, per definizione, appartiene a lui personalmente solo in parte minima).

Vincolare l’esercizio del voto al conseguimento di un’apposita patente avrebbe svariati effetti benefici: il principale è che terrebbe lontani dalle urne tutti quelli (e credo siano tanti) che ritengono che spremersi troppo le meningi non valga la pena, se è solo per poter votare.

Per quanto mi riguarda, non dovrebbero esserci limiti di età per provare a prendere la patente del voto: l’opinione di un sedicenne ben informato dovrebbe contare di più di quella di un cinquantaduenne che non distingue Lercio.it dal Corriere della Sera.

Eppure, parlare di epistocrazia in questo Paese resta un tabù. Ipotizzare una patente del voto fa subito scattare sull’attenti soggetti come Michela Murgia, secondo la quale aver pensato anche solo una volta nella vita “Ma guarda che scandalo, il voto di quel deficiente vale quanto il mio” è un chiaro indice di indole fascistoide. Qualcuno votato al martirio dovrebbe provare a spiegare alla signora che il principale sostenitore mondiale dell’epistocrazia – Jason Brennan – è un Libertario d.o.c., e che il libertarianesimo sta agli antipodi di qualunque totalitarismo statalista, incluso il fascismo. E che in gioco c’è la libertà dell’individuo, il suo diritto a non vedersi danneggiato dalla stupidità della massa.

“Perché, da iraniana, ho sofferto nel vedere il velo sul palco delle sardine”

Ottimo articolo su Micromega, 19 Dicembre 2019 dc:

“Perché, da iraniana, ho sofferto nel vedere il velo sul palco delle sardine”

“Perché gran parte di voi femministe e persone di sinistra date sempre la parola solo alle donne musulmane col velo? Perché non date mai voce a tutte quelle donne che ogni giorno lottano per toglierselo il velo, in Italia e nel mondo?”. L’accorato appello di una donna iraniana che vive in Italia e che afferma: “Se volete chiamarmi islamofoba avete il mio permesso, perché io ho una vera fobia dell’islam. L’islam mi ha fatto sempre male. Sia quando vivevo in Iran, sia adesso che sono qui in Italia”.
di Atussa Tabrizi

Mi chiamo Atussa, sono una donna, sono iraniana e sono atea.

Quello che ho visto una settimana fa sul palco delle sardine a Roma mi ha fatto male, come quando in Iran sono stata arrestata dalla polizia morale perché non ero vestita adeguatamente (avevo una sciarpa sui capelli).

Non sono sicura se le sardine hanno intenzione di lottare per la laicità o vogliono solo andare contro il razzismo di persone come Meloni e Salvini, ma chiaramente non hanno nessuna idea di cosa sia la laicità dello Stato. Vanno contro croci e madonne di Salvini e Meloni con il velo e con pensieri oscurantisti.

Il velo per me, in quanto donna iraniana, è simbolo di oppressione, simbolo del male.

Non so cosa pensavano le sardine quando hanno deciso di presentare Nibras Asfa come un simbolo di laicità contro Meloni e Salvini, ma chiedo loro se non potevano dare voce a un’altra donna. Una donna – italiana o straniera – che crede nella laicità e nella libertà delle donne.

Se voi, sardine, come la maggior parte delle persone di sinistra e delle femministe italiane, pensate davvero che sostenere una donna col velo significa sostenere la sua libertà, state sbagliando.

È vero che ci sono persone come Meloni e Salvini che non vedono bene le donne con il velo, ed è vero che le donne con il velo vengono disturbate per strada nei Paesi occidentali, ma non dobbiamo e non dovete dimenticare che nei Paesi musulmani le donne che decidono di mettere il velo sono la minoranza, se non proprio inesistenti.

La maggioranza delle donne sono obbligate a metterlo, e non appena ne hanno l’occasione se lo tolgono.

Guardate il mio Paese per esempio, guardate come le donne tolgono il velo sapendo che saranno arrestate e condannate al carcere o anche peggio.

Guardate le donne in Arabia Saudita che con quella piccola, finta libertà che hanno ottenuto ultimamente la prima cosa che fanno è togliere il velo.

Guardate le donne come Ayan Hirsi Ali. Perché la maggior parte di voi femministe e di sinistra non parla mai di queste donne ma invece sempre, dico SEMPRE, delle donne musulmane col velo. Perché non date mai voce a una donna di origine straniera contro il velo e contro l’islam? Perché non sostenete mai queste persone?

Sicuramente andare contro il cristianesimo di Salvini e Meloni scegliendo l’islam è la scelta più sbagliata. Non si può lottare per la laicità presentando una donna musulmana, come non si può farlo con una suora cristiana. Se volete andare avanti a lottare contro i pensieri oscurantisti di Salvini e Meloni, l’islam non è la scelta giusta.

donne musulmane che credono nella laicità e vogliono cambiare qualcosa per le donne dovrebbero sostenere le donne che lottano per la libertà in Paesi come Arabia Saudita, Iran, Indonesia.

E invece spesso le donne che non mettono il velo sono considerate contro l’islam, blasfeme, non modeste e addirittura prostitute. E chi critica l’islam è considerato islamofobo e razzista.

La parola islamofobia è stata inventata dai musulmani con il supporto di una grande parte delle persone di sinistra per collegare subito qualsiasi tipo di critica contro l’islam al razzismo.

Mentre, come sappiamo, essere musulmano non è una caratteristica di un gruppo di persone legata a una “razza”.

Se volete chiamarmi islamofoba avete il mio permesso, perché io veramente ho una fobia dell’islam, perché l’islam mi ha fatto sempre male. Sia quando vivevo in Iran, sia adesso che sono qui in Italia.

Peggio di tutto questo è presentare tutte le donne immigrate come donne simili a Nibras Asfa, mentre anche qui in Italia tante donne immigrate soffrono e lottano per la loro libertà fuori dalla gabbia dell’islam e del velo.

Mie care sardine, se volete fare i veri rivoluzionari, se volete cambiare qualcosa, non dovete dare precedenza alle donne col velo, ma esattamente al contrario dovete dare spazio alle donne che lottano per i loro diritti, nei Paesi in cui anche lottare per un proprio diritto è punibile, e dovete imparare da loro come si lotta contro qualsiasi tipo di oscurantismo.

Voglio concludere ripetendo quello che ho detto all’inizio: mi chiamo Atussa, sono orgogliosamente una donna, sono iraniana, sono atea e sono orgogliosamente contro l’islam e il velo.

 

Scrivere non è più una professione, e la colpa è di…

Su Hic Rhodus il 17 Dicembre 2019 dc:

Scrivere non è più una professione, e la colpa è di…

di Ottonieri

In questi giorni, ho letto con attenzione due post selezionati su Facebook da The Frontpage Post, un’interessante pagina che sceglie e ripropone i post giudicati più meritevoli di sfuggire all’inesorabile oblio che inghiotte ciò che tutti noi scriviamo sui Social. L’idea è buona e ben condotta, e ogni tanto leggo qualcuno dei contenuti suggeriti dalla pagina; come dicevo, negli ultimi giorni ne ho letti due, scritti da due giornaliste sullo stesso argomento, e cioè l’insostenibilità della condizione del “giornalista” (si capirà poi perché uso le virgolette).

Il primo post è stato scritto da Barbara D’Amico, collaboratrice di Corriere della Sera e non solo, che (per ironia della sorte, o forse no) ha scritto anche di lavoratori free lance nella rubrica La nuvola del lavoro. Ebbene, dopo anni (la D’Amico ne ha 36), di fronte all’ennesimo taglio senza preavviso ai compensi che riceveva per i suoi “pezzi” (15 Euro lordi ad articolo, una cifra onestamente imbarazzante), ha deciso di dar lei stessa un taglio e interrompere il lavoro per il Corriere. Lo scrive con sincerità quasi brutale:

“SE IL LAVORO DEI COLLABORATORI NEL GIORNALISMO NON È RITENUTO ECONOMICAMENTE SOSTENIBILE PERCHÉ CONTINUARE AD AVVALERSENE?”

Il suo annuncio non è rimasto senza seguito. Il sito di informazione Lettera 43 le ha dedicato un’intervista nella quale la D’Amico ha sottolineato che la sua condizione non è certo isolata, e che dopo il suo post è stata contattata da molti free lance, che l’hanno ringraziata per aver avuto il coraggio di denunciare una patologia di sistema che penalizza chi di fatto fa il giornalista ma non ne ricava un reddito dignitoso. Che il caso di Barbara D’Amico sia tipico lo dimostra il secondo post che dicevo, scritto da Sara Mauricollaboratrice del Giornale, che racconta una vicenda personale non dissimile (la Mauri è praticamente coetanea della D’Amico), per giungere alla stessa conclusione: “Con quei numeri, la situazione non era economicamente sostenibile (grassetto mio).

La mia interpretazione di queste situazioni è semplice: i contratti che una volta erano normali oggi sono un miraggio per qualunque giovane, anzi, anche per un non più tanto giovane con alle spalle anni di “professione”. Il precariato, che in questo settore si confonde col nobile appellativo di free lance, è la regola a cui è ben difficile sfuggire, e di giornalismo free lance non si vive. Anzi, come si legge in questo vecchio articolo, il giornalismo free lance è morto di fame. E una professione in cui non si guadagna abbastanza da sopravvivere non è una professione. Può essere un hobby, un lusso, al limite un investimento per poi fare altro, ma non una professione.

E non è solo il giornalismo a non essere più una professione. Poche settimane fa, sempre tramite Facebook (eh, sì; come confesserò alla fine, io faccio parte del problema), ho scoperto un’intervista illuminante pubblicata sulla rivista culturale online Pangea. A essere intervistato era un editor di successo, che su Facebook si cela dietro lo pseudonimo di Monica Rossi, e che, senza troppi peli sulla lingua, smantella la “professione” di scrittore:

“SE TI DEFINISCI SCRITTORE VUOL DIRE CHE, IN CONCRETO, QUELLO È IL TUO LAVORO. CON I PROVENTI DEI TUOI LIBRI CI PAGHI L’AFFITTO, LE BOLLETTE, LA SPESA, LA MACCHINA, LE VACANZE, I VESTITI, LA SCUOLA PER I FIGLI? ALLORA SI, SEI UNO SCRITTORE. SE INVECE CON I PROVENTI DEI TUOI LIBRI CI PAGHI GIUSTO UNA CENA, UNA CASSAPANCA, UNA BORSETTA, UNA VACANZA O UN MOTORINO ALLORA VUOL DIRE CHE SEI UNO CHE FA TUTT’ALTRO E POI SCRIVE. […] ANCORA, SE CON I PROVENTI DEI TUOI LIBRI CI PUOI COMPRARE GIUSTO UN’AUTOMOBILE MA NEL CONTEMPO INSEGNI SCRITTURA CREATIVA, COLLABORI CON UN QUOTIDIANO, HAI UN BLOG E FAI TUTTO CIÒ CHE È INERENTE ALL’EDITORIA E ARRIVI AGEVOLMENTE A FINE MESE, BEH MI SPIACE, NON SEI COMUNQUE UNO SCRITTORE.”

Ecco fatto: senza troppi giri di parole, la tua professione è scrittore, o giornalista, se i soldi che spendi tutti i giorni vengono dalla vendita di libri e articoli che scrivi; altrimenti no.

Semplice e vero.

Ma quanti sono, secondo questo criterio, gli scrittori e i giornalisti?

Pochissimi, direi: per gli scrittori, basti leggere questo articolo, che sintetizza: “In Italia gli autori che possono permettersi di vivere di soli romanzi sono una decina al massimo” (e non chiediamoci troppo di cosa vivessero Svevo, o Calvino, o altri nostri grandi narratori).

Ma un’attività in cui ogni anno diecimila entusiasti provano a “entrare”, e alla fine forse uno diventa un “caso letterario” e si unisce alla decina di privilegiati di cui sopra, non è una professione, altrimenti sarebbe una professione anche giocare al SuperEnalotto.

E nel caso del giornalismo le cose non vanno molto diversamente, come abbiamo visto, a parte coloro che in anni migliori sono entrati in una redazione e oggi devono difendere coi denti il posto di lavoro dalla crisi di vendite di quotidiani e riviste.

Scrivere, in Italia, non è più una professione, punto e basta.

Nella migliore delle ipotesi, può essere un modo per conquistare visibilità e sfruttarla facendo i conduttori o gli opinionisti in TV e alla radio, entrando in politica, diventando influencer, blogger o Youtuber, insegnando scrittura ad altri aspiranti “non professionisti”.

Ma come mai è accaduto questo, e di chi è la colpa?

Ci ho pensato su, ritornando alla fine degli anni Ottanta, prima dell’esplosione del Web. Allora io m’affacciavo in edicola quasi tutti i giorni, e in libreria almeno un paio di volte al mese, restandoci ore. Compravo un quotidiano tutti i giorni, riviste tutti i mesi, e almeno una trentina di libri l’anno: la lettura era il mio principale capitolo di spesa, al quale dedicavo direi non meno di 700-800.000 lire l’anno, senza contare i regali a parenti e amici.

E oggi?

Oggi, lo confesso, spenderò forse un decimo di quella cifra.

Per i quotidiani, zero assoluto, anche perché, onestamente, tolte le notizie d’agenzia ci trovo pochissimo che valga la pena di leggere; piuttosto, a seconda dell’argomento, mi rivolgo a fonti online (solo per fare un esempio, per l’economia leggo lavoce.info, che secondo me non ha niente da invidiare al Sole 24 Ore e ha meno lacciuoli), tipicamente gratuite.

Per i libri, leggo meno e comunque compro ormai quasi solo e-book, che in genere costano molto meno dei libri cartacei: quest’anno ho finalmente letto Alla ricerca del tempo perduto, e l’e-book mi è costato 5,99 Euro anziché i 60 o 70 che avrei speso per un’edizione cartacea ben fatta.

Peggio ancora, pubblico qui su Hic Rhodus articoli che, buoni o cattivi (io immodestamente confesso di non ritenerli peggiori di tanti che si leggono sui siti informativi professionali), sono totalmente gratuiti, senza neanche il fastidio della pubblicità, e con Claudio Bezzi abbiamo autopubblicato su Amazon alcuni libri, sempre “hicrhodusiani”, ovviamente a un prezzo simbolico.

La conclusione è inesorabile: se è vero che la scrittura non è più una professione, la colpa non è degli editori (neanche quelli a pagamento), dello spirito corporativo dei “vecchi” giornalisti, della TV che ci ha rimbambito o dei Social che ci risucchiano il tempo tra polemiche e giochini: la colpa è mia, personalmente e direttamente mia.

Per fare inadeguata ammenda, offro una cena al primo scrittore o giornalista che ne faccia richiesta, a patto che non sia un professionista

Risoluzione finale del 7 dicembre

In e-mail il 10 Dicembre 2019 dc:

Risoluzione finale del 7 dicembre

Conclusione condivisa dell’assemblea nazionale unitaria delle sinistre di opposizione del 7 dicembre 2019

 

ass_concl

La numerosa ed articolata presenza che registriamo, come già sottolineato in apertura, conferma l’importanza della promozione di questa assemblea nazionale unitaria delle sinistre d’opposizione.

Le ragioni poste alla base della stessa, sottolineate dallo specifico appello, rimarcate dalla relazione introduttiva, sono profonde, dettate dal cosa accade, dal perché accade, ed hanno trovato conferma nell’ampio e qualificato dibattito che ne è scaturito.

L’obiettivo condiviso è quello di ricostruire un’opposizione radicale, di massa, al governo Conte, espressione dei poteri forti, nazionali ed europei, alle politiche dettate dall’Unione Europea e dallo stesso ossequiosamente perseguite, in sostanziale continuità con i governi, ascrivibili al centrodestra ed al centrosinistra, che l’hanno preceduto, politiche che trovano nella proposta di revisione del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) un’ulteriore stretta, contro la quale occorre mobilitarsi, contro la quale ci mobiliteremo.

Politiche all’insegna della cultura liberista imperante, dell’austerità, degli interessi del grande capitale, il cui esito fallimentare per gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori, per i ceti popolari, è sotto gli occhi di tutti: più povertà, più insicurezza, più solitudine.

Lo stesso progetto di autonomia differenziata preserva la logica della secessione dei ricchi, promossa dalla Lega ed amministrata dal PD.

L’obiettivo condiviso è quello di ricostruire un’opposizione capace di rappresentare un’alternativa di società, in grado di sostanziare le speranze di cambiamento, che in tanti, anche nel mondo del lavoro, sbagliando, avevano riposto nei confronti della Lega e del Movimento 5 Stelle, e che avevano portato all’affermazione del primo governo Conte le cui politiche, reazionarie e liberticide, si sono tradotte in un crescente consenso ad una destra il cui carattere è sempre più evidente ed alla quale è necessario sbarrare la strada.

L’impegno condiviso è quello di ricostruire un’opposizione che, sostenendo, valorizzando e unendo le lotte di resistenza delle lavoratrici e dei lavoratori a difesa del lavoro, come testimoniano, tra le tante, le esperienze della Whirlpool, dell’Ilva, di Unicredit, punti a contrastare i nuovi grandi processi di ristrutturazione capitalista.

Puntiamo ad un’opposizione che si proponga come utile riferimento per connettere i diversi movimenti sociali, ambientalisti e femministi in campo, sempre più impegnati ad un cambio radicale delle politiche date, come ben testimonia, ad esempio, lo sciopero promosso dal movimento femminista per il prossimo 8 marzo.

L’obiettivo condiviso è quello di ricostruire un’opposizione capace di saldare le diverse esperienze di lotta e di resistenza, che si palesano nella società, in una vasta opposizione popolare, che si raccolga attorno ad una piattaforma generale indipendente, in una prospettiva di alternativa anticapitalista.

Un’opposizione che, in considerazione dello sviluppo della propria iniziativa, dell’evoluzione della fase, delle politiche che il governo si accinge a mettere in campo, a partire dalla legge di bilancio, che ne costituisce il manifesto, assuma l’impegno a dare vita ad una giornata di mobilitazione nazionale articolata tra il 24 ed il 25 gennaio prossimi.

Una scelta importante, alla cui definizione, caratterizzazione e gestione è necessario si adoperi l’insieme delle realtà interessate, anche attraverso la promozione di assemblee territoriali aperte a ciò finalizzate.

Ciò che si propone, al fine di sostanziare un’opposizione avente gli obiettivi su richiamati, è lo sviluppo di un’azione comune attorno ad alcune specifiche rivendicazioni:

– per l’uscita dell’Italia dalla NATO, per il ritiro delle truppe italiane dalle missioni estere, per il rifiuto delle politiche militariste e di guerra, per il no all’acquisto degli F35;

– per la nazionalizzazione dei settori strategici della finanza e dell’economia, a partire dalle aziende che licenziano ed inquinano;

– per una generalizzata riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario; per la qualificazione, tutela e valorizzazione dei rapporti di lavoro, anche in risposta, da un versante di classe, alla grave crisi occupazionale data, alle ripercussioni che al riguardo porta con se la cosiddetta quarta rivoluzione industriale;

– per la cancellazione dei cosiddetti decreti sicurezza e degli accordi stipulati con la Libia, contro ogni politica xenofoba e razzista, a favore di un comune fronte di lotta tra lavoratori nativi e migranti;

– per l’abolizione della Legge Fornero, per affermare un nuovo sistema pensionistico pubblico, per tutti i generi e per tutte le generazioni. Una questione, quella della previdenza, attorno alla quale si registra una forte ripresa dell’iniziativa in altri Paesi, come evidenzia la lotta che ha investito la Francia, ed alla quale va la nostra solidarietà.

Le su richiamate rivendicazioni rappresentano un terreno comune di iniziativa in direzione della costruzione dell’opposizione alla quale siamo impegnati, ed in funzione di ciò è possibile ed opportuno dare vita ad un coordinamento nazionale dell’unità d’azione.

Un coordinamento aperto, gestito collegialmente, volto al coinvolgimento di tutte le realtà impegnate in tale direzione, e capace, anche in forme flessibili, di un’articolazione territoriale.

Anche a tal fine si rivolge l’invito a promuovere nelle prossime settimane assemblee aperte a chiunque si riconosca nella necessità sottolineata.

Ciò su cui si conviene è la promozione di un’unità d’azione pienamente consapevole e rispettosa delle differenze esistenti, di ciò che connota le diverse componenti chiamate a darvi vita, dell’iniziativa che le stesse, autonomamente, decidono di promuovere, un’unità d’azione funzionale a sostanziare l’obiettivo condiviso.

L’unità nella diversità è la risposta, questa assemblea non è un punto di arrivo, da qui ripartiamo, ed insieme possiamo farcela!

 

Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Comunista Italiano, Sinistra Anticapitalista

Francia: i ferrovieri votano la continuità dello sciopero

In e-mail il 23 Dicembre 2019 dc:

Francia: i ferrovieri votano la continuità dello sciopero

cheminots2019

Dopo 18 giorni di sciopero a oltranza contro “la legge Fornero di Macron”, i ferrovieri francesi non mollano.

Il governo cerca di montare l’opinione pubblica contro lo sciopero usando il ricatto del Natale e combinandola con qualche piccola concessione.

La burocrazia del secondo sindacato dei ferrovieri francesi (UNSA Ferroviaire) usa queste concessioni come pretesto per sfilarsi dal fronte dello sciopero e dichiarare la “tregua natalizia”.

La moderata CFDT, che solo il 14 dicembre era scesa in sciopero contro l’aumento dell’età pensionabile da 62 a 64 anni, si è affrettata ad “apprezzare il nuovo gesto di dialogo che viene dal governo”, lanciando un messaggio implicito di smobilitazione.

Infine, il fronte intersindacale (CGT, FO, Solidaires, FSU, UNEF…) che dirige lo sciopero e rivendica, a differenza della CFDT, il ritiro del progetto di legge governativo, annuncia una giornata di manifestazioni… per il 9 gennaio. Un annuncio che formalmente non smobilita, ma suona ambiguo sulla continuità dello sciopero nel momento più delicato e difficile per la sua tenuta.

Di fronte a questa congiunzione di fattori, il 21 dicembre la stampa borghese di Parigi si è affrettata a dare la buona novella natalizia dello sfarinamento dell’agitazione. “Il governo riesce a rompere il fronte dello sciopero”, annunciava il (pur prudente) Le Monde in prima pagina.

Ma i conti non si fanno senza l’oste.

Le assemblee dei lavoratori in sciopero hanno respinto le ingiunzioni del governo e i segnali di smobilitazione delle burocrazie.

Di primo mattino alla Gare de Lyon, all’assemblea generale della stazione di Saint-Lazare, alla Gare de l’Est e alla Gare d’Austerlitz, il pronunciamento operaio è uno solo: lo sciopero continua sino al ritiro del progetto di legge. La larghissima maggioranza delle assemblee in tutta la Francia segue a ruota. I delegati di base dei sindacati CGT e Solidaires sono la punta trainante del pronunciamento. Ma la stessa CFDT-ferrovieri è costretta a dichiarare la continuità del blocco, e persino il 50% delle sezioni dell’UNSA si ribellano ai propri dirigenti nazionali: “Non capisco la strategia del gruppo dirigente del mio sindacato… Non si spezza una lotta nel momento decisivo”, dichiara in assemblea un delegato UNSA della Gare Paris Est. Il risultato è che la Francia resta bloccata. Anche a Natale, nonostante il Natale.

Seguiremo come sempre, giorno per giorno, la dinamica dello sciopero francese.

Certo, pesa sulla prospettiva l’ipoteca della burocrazia sindacale.

Sia di quella che sogna un accordo separato col governo in cambio di una onorevole foglia di fico (CFDT), sia di quella sicuramente più combattiva che vuole sopravvivere al macronismo costringendo il governo a riconoscere la sua forza di burocrazia (CGT).

Ma i fatti dimostrano che la burocrazia non ha ad oggi il pieno controllo delle assemblee, nelle quali una nuova generazione di delegati operai si è fatta le ossa nelle lotte di questi anni (come nella lotta contro la legge El Khomri), ha accumulato una esperienza preziosa, non ha alcuna voglia di arrendersi.

Anzi, ha voglia di vincere.

Gli insegnanti hanno aderito in massa allo sciopero al fianco dei ferrovieri e, nonostante le scuole siano in vacanza natalizia, manifestano la continuità della propria lotta partecipando spesso ai picchetti degli cheminots e alle loro assemblee, mentre continua lo sciopero a oltranza della metropolitana, e la mobilitazione radicale degli infermieri, che in realtà aveva anticipato quella dei ferrovieri.

Si estenderà la lotta al settore privato, innanzitutto alle fabbriche? Questo è l’interrogativo sospeso che può decidere della piega degli avvenimenti. È ciò che terrorizza la borghesia francese. Ma anche la burocrazia sindacale.

Ai lavoratori francesi, e ai militanti marxisti rivoluzionari, impegnati in prima fila per la generalizzazione della lotta, va tutto il nostro sostegno internazionalista.

Partito Comunista dei Lavoratori

La disinformazione di Ma.ta

17 Novembre 2019 dc

La disinformazione di Ma.ta

di Jàdawin di Atheia

Da tempo sostengo che nei programmi di Rai, come in tutti gli altri, dovrebbero essere presenti, in incognito e mai gli stessi, dei correttori: i correttori delle scempiaggini che vengono dette nei programmi, anche da autorevoli esperti.

È intollerabile che in televisione vengano dette tonnellate di scempiaggini, e di errori di italiano, senza che i responsabili vengano sbugiardati davanti al loro amato pubblico.

L’ultimo episodio a cui mi è capitato di assistere è in questa settimana o nella precedente: su Rai1 c’è il programma Unomattina, al cui interno c’è una rubrica su salute e alimentazione, “condotta” da quella che chiamerò, senza troppa fantasia, Ma.ta: sostituite al punto la giusta lettera e scoprirete subito di chi si tratta.

La sventurata ha voltuto citare, ad esempio delle diete improvvisate e deleterie per la salute, quella dello sciroppo d’acero, affermando, avendo alle spalle le immagini di persone obese che camminavano per strada, che era ovvio che, assumendo questo sciroppo (lasciando intendere: oltre la solita alimentazione, ovviamente sbagliata) le persone addirittura aumentassero ulteriormente di peso!

L’esperta Ma.ta non sa, o non lo sanno gli autori delle parole che ha pronunciato (ho il sospetto, infatti, che l’individua non sia autrice nemmeno di quello che dice), che lo sciroppo d’acero (detto anche succo d’acero), estratto dalla pianta omonima principalmente in Canada ma anche negli Usa, e raffinato per ebollizione in tre gradi di concentrazione e densità, viene usato da moltissimo tempo essenzialmente come dolcificante in alternativa a zucchero e miele, e come componente di dolci e torte. Chi si recasse negli Usa e in Canada lo troverà sicuramente sui tavoli dei bar e delle tavole calde accanto a sale, zucchero, olio e aceto, e anche a varie salse.

Cercando in internet si trovano numerose pagine dedicate a questo prodotto, indico qui quella in Wikipedia, consultata ora, di cui voglio riportare l’inizio: Lo sciroppo d’acero viene oggi prodotto dalle province orientali del Canada ed in alcune zone degli Stati Uniti. La linfa viene raccolta all’inizio della primavera (in genere in marzo o aprile) quando l’acero è in stato quiescente, in aree di coltivazione note come sugarbush o sugarwoods. La linfa è composta di sostanza solida di circa il 3-5%, in gran parte costituita da saccarosio. È inoltre composta da acido malico, potassio, calcio, ferro, vitamine e componenti fenoliche. Lo sciroppo deriva dal processo di concentrazione della linfa, che si effettua in costruzioni ad hoc chiamate sugarshacks o cabanes à sucre; può essere classificato in base al grado di translucenza (per esempio dal più al meno translucente: fancy, grade A, grade B).

La dieta, con molte varianti, nasce come azione depurativa della durata di un giorno.

Consiglio di eseguire una ricerca in internet con la stringa dieta dello sciroppo d’acero: ci sarà da leggere e divertirsi, sicuro!

Vi spiego ora la versione che conosco io, e che ho personalmente sperimentato con successo nella versione dieta di 10 giorni.

Molto pratico è usare le bottigliette di acqua minerale da 500 cl, meglio se oligominerale.

Si versano tre cucchiai da minestra di sciroppo d’acero, un cucchiaio di succo di limone e una spolveratina di peperoncino piccante in polvere (pochi granelli sono più che sufficienti), si chiude la bottiglia, si agita bene e si tiene in frigo, se si preferisce bere la bevanda fresca.

Nella dieta depurativa questo preparato viene usato un giorno solo alla settimana, preferibilmente un giorno sempre fisso, le tre bottigliette sostituiscono i tre pasti della giornata (colazione, pranzo e cena), è importante non assumere altri cibi o bevande: vi assicuro che si può fare, con un po’ di volontà. La funzione è, come accennato, depurativa.

Le proprietà, vitaminiche ed energetiche, contenute nello sciroppo d’acero, unitamente al fatto che è il terzo dolcificante meno calorico dopo la melassa, di canna da zucchero o di barbabietola, e la stevia, che il succo di limone fornisce vitamina C e che il peperoncino piccante in polvere fornisce un po’ di energia supplementare fanno sì che l’acero fornisca proteine, energia e sostanza senza grassi e tutte le altre sostanze che normalmente assumiamo.

Io, a suo tempo, ho usato un prodotto, in vendita nelle erboristerie, risultato di una miscela di sciroppo d’acero e succo di palma tropicale, le cui proprietà si compensano reciprocamente. Non vorrei fare pubblicità ma trovo necessario informare che lo potete trovare qui: ha anche una bella e colorata confezione. Nel sito sono indicate anche tre diete-tipo con il succo.

I dieci giorni si iniziano con, al primo giorno, una sola bottiglietta, in sostituzione del pasto che preferite. Il secondo giorno sono due, sempre a scelta, poi la sostituzione sarà integrale dal terzo all’ottavo giorno, il nono sarà di due pasti sostituiti, il decimo sarà di uno, all’undicesimo si riprende la dieta normale. Ovviamente senza recuperare con spaghetti alla carbonara per primo, stinco al forno con patate fritte per secondo e sacher torte per dolce….

Io ho perso sei chili ma non ho proseguito col mantenimento, che consiste nel seguire la dieta integrale di tre bottigliette in un giorno fisso della setitmana, sempre uguale.

Ovviamente, nel giro di alcuni mesi, ho ripreso i chili persi ma questo succede in tutte le diete: a una prima fase d’impatto va sempre fatto seguire il mantenimento, che deve essere costante. È anche chiaro che, se si segue una dieta costante nel tempo (cioè perpetua) non si ha questo inconveniente.

Si può anche praticare la dieta, per una settimana o dieci giorni, due volte all’anno, preferibilmente in primavera e in autunno (stagioni di maggiore cambiamento rispetto alla precedente), con o senza giorno settimanale fisso di mantenimento. Ci sono, comunque, ulteriori varianti.

Quindi, cara signora Ma.ta, è invitata a informarsi, prima di dire stupidaggini.

 

 

 

Ilva: nazionalizzazione, la sola soluzione

In e-mail il 5 Novembre 2019 dc:

Ilva: nazionalizzazione, la sola soluzione

La battaglia dell’Ilva assume oggi una valenza centrale.

LA BUFALA DELL’ACCORDO DI UN ANNO FA

L’accordo firmato un anno fa dal primo governo Conte (M5S-Lega) concedeva la principale azienda siderurgica italiana al più grande colosso della siderurgia mondiale, Arcelor Mittal. Le burocrazie sindacali firmatarie dell’accordo, CGIL, CISL, UIL, lo celebrarono come l’accordo del secolo, magnificandone le virtù: difesa dell’occupazione e dei diritti dei lavoratori, garanzia di risanamento ambientale, un orizzonte radioso.

Persino USB firmò, unendosi al coro. Il tutto a copertura, incredibile a dirsi, dell’allora governo M5S-Lega, ma anche col plauso del PD e di larga parte delle sinistre “radicali”.

Del resto… garantiva il mitico Maurizio Landini, neosegretario generale CGIL, come si poteva sconfessarlo?

Ma l’anno trascorso ha fatto tabula rasa di questa retorica.

Riduzione dell’occupazione reale a regime, selezione antisindacale delle riassunzioni, taglio dei diritti acquisiti per i lavoratori riassunti, aumento della cassa integrazione, risparmi sulla sicurezza del lavoro, ritardi sugli impegni ambientali.

Basti pensare che ad oggi i soli interventi di risanamento avvenuti, compresa la copertura dei parchi minerari, sono stati finanziati dai fondi sequestrati a Riva.

Insomma, un vero bidone. Come il nostro partito aveva denunciato e previsto.

Il “recesso” di ieri di Arcelor Mittal è solo la confessione pubblica di questa verità.

L’IMMUNITÀ PENALE PER IL PROFITTO

Il colosso franco-indiano ha acquistato gli stabilimenti ex Ilva dietro garanzia dell’immunità penale. Una clausola inesistente altrove. Sta a dire che la messa a norma della produzione dal punto di vista ambientale richiede un certo tempo, e che in questo tempo l’azienda è immune sotto il profilo giudiziario, cioè non risponde di reati ambientali o di mancata sicurezza sul lavoro.

L’esistenza stessa di questa clausola, quale condizione dell’acquisto, chiarisce, se ve n’era bisogno, la sua spregiudicatezza e persino la sua natura incostituzionale. Il profitto reclamava una zona franca a garanzia dei azionisti, governo e sindacati acconsentivano.

Ma dopo il tracollo elettorale dei Cinque Stelle a Taranto, e non solo, il panico dei parlamentari pugliesi, la minaccia di un loro abbandono, in particolare al Senato, col rischio conseguente di una possibile caduta del governo, il buon Di Maio è dovuto correre ai ripari concedendo alla fronda interna la rimozione parziale dell’immunità.

E Arcelor Mittal ha colto la palla al balzo per tirarsi fuori. Senza immunità penale il profitto se ne va.

LA GUERRA MONDIALE DELL’ACCIAIO

Una mossa contrattuale per riottenere lo scudo giudiziario, oppure per negoziare magari un nuovo accordo con tagli maggiori sull’occupazione? Lo vedremo. Certo l’operazione ha risvolti più ampi che vanno ben al di là dell’aspetto giuridico. Arcelor Mittal ha acquisito gli stabilimenti ex Ilva per sottrarli innanzitutto alla concorrenza. La sovrapproduzione dell’acciaio è enorme sul piano mondiale, anche per l’ingresso della concorrenza cinese. Tutti i grandi gruppi del settore sono dunque impegnati in una guerra senza risparmio di colpi. Questa guerra si combatte attraverso l’abbattimento dei costi: riduzione della manodopera, distruzione dei diritti, aggiramento delle clausole ambientali (laddove esistono).

Arcelor Mittal è in prima fila in questa guerra, una guerra che investe la siderurgia europea, a partire da Germania e Francia. L’Italia è solo un frammento di questa partita di domino.

I grandi azionisti di Arcelor si muovono e si muoveranno in Italia secondo le convenienze del proprio piano industriale globale. Di certo la nomina come nuovo amministratore delegato della mastina Lucia Morselli, nota “tagliatrice di teste” in fatto di posti di lavoro, non promette nulla di buono. Le cifre che circolano sui cosiddetti esuberi annunciano una possibile mattanza.

NON CI SONO PADRONI BUONI

Tutta la lunga esperienza della privatizzazione della siderurgia italiana conferma che non vi sono padroni buoni. Vi sono solo padroni interessati al profitto. A qualsiasi costo, per l’appunto, cancro incluso. Sempre con l’assistenza dello Stato, spesso con la complicità dei burocrati sindacali.

Padron Riva comprò nel 1995 la vecchia Italsider per un pugno di lire, allo scopo di spolparla per quasi vent’anni e portare in Svizzera i miliardi fatti, mentre le polveri sottili dei parchi scoperti avvelenavano Taranto. Le burocrazie sindacali, a partire da Taranto, finirono (letteralmente) sul libro paga dei Riva per garantire pace sociale in fabbrica e protezione sul territorio.

La vicenda della FIOM tarantina fu emblematica. Ora i nuovi acquirenti di Arcelor Mittal hanno prima avuto in dono dallo Stato un contratto vantaggioso penalmente immune, e ora minacciano di rifarsi contro gli operai, per di più pretendendo come faceva Riva la “solidarietà delle maestranze”.

Nessuna solidarietà va data invece ai nuovi padroni.

L’interesse di classe degli operai non ha nulla da spartire col loro. La siderurgia va certo salvaguardata, fuori e contro la pretesa specularmente opposta di chi chiede la chiusura degli stabilimenti (chi rivendica la chiusura nel nome del risanamento del territorio dia un occhiata al deserto di Bagnoli, presidiato da camorra e disperazione, e poi ne riparliamo). Ma gli operai non possono scegliere tra morire di fame o morire di cancro.

Possono e debbono rivendicare insieme lavoro e salute, diritti inseparabili, e possono farlo solo contro la legge del profitto. Per questo avanziamo la parola d’ordine della nazionalizzazione dell’Ilva, senza alcun risarcimento per i nuovi acquirenti, e sotto il controllo dei lavoratori.

NAZIONALIZZAZIONE E RICONVERSIONE

La produzione di acciaio è indispensabile, come il risanamento ambientale dei territori inquinati. Tenere insieme queste due esigenze è perfettamente possibile, sulla base delle acquisizione della tecnica e della scienza. La stessa Arcelor Mittal ha riconosciuto che la produzione di acciaio attraverso il gas e non il carbone è tecnicamente possibile, salvo lamentare i maggiori costi e dunque la non convenienza di mercato.

Ma la non convenienza per gli azionisti coincide con la massima convenienza per i lavoratori e la maggioranza della società.

Per questo gli stabilimenti ex Ilva vanno nazionalizzati sotto controllo operaio.

Perché solo gli operai, nel loro proprio interesse, possono tutelare i posti di lavoro, anche attraverso la riduzione dell’orario a parità di paga.

Perché solo gli operai, nel loro proprio interesse, possono conciliare la tutela del lavoro con la riorganizzazione radicale della produzione dell’acciaio, dando risposta reale alla domanda di sicurezza ambientale della popolazione povera dei quartieri.

Più in generale, va nazionalizzata l’intera produzione dell’acciaio, riorganizzando la produzione secondo un piano del lavoro definito dai lavoratori stessi, finalmente sottratto al cinismo cieco del mercato.

DI INCOMPATIBILE C’E SOLO IL CAPITALISMO

La nazionalizzazione è “incompatibile” con la legislazione della UE, con il libero mercato, con le virtù del capitale? È vero. Ma solo nel senso che è il capitale ad essere incompatibile con le esigenze della società umana.

La battaglia per la nazionalizzazione dell’ex Ilva o diventa una battaglia anticapitalistica per un governo dei lavoratori, o non è. Il PCL farà della battaglia per la nazionalizzazione l’asse del proprio intervento tra i lavoratori Ilva. Ed è una battaglia che non può limitarsi all’Ilva. Se la più grande azienda del Paese è sotto attacco, se sono in gioco 20.000 operai, sommando l’indotto, se è in gioco il cuore della produzione industriale su scala nazionale, lo scontro riguarda l’intero movimento operaio italiano. Il fronte unico a difesa del lavoro per la nazionalizzazione dell’Ilva è la parola d’ordine centrale di tutte le avanguardie di classe.

Marco Ferrando

Partito Comunista dei Lavoratori

A proposito di progetti e corsi di formazione

In e-mail il 20 ottobre 2019 dc:

A proposito di progetti e corsi di formazione

di Lucio Garofalo

Negli ultimi anni ho seguito diversi corsi di formazione di cui mi è rimasta impressa solo una noia mortale.

Sui contenuti tecnici dei vari corsi conviene per lo più sorvolare: le mie idee a riguardo sono negative. Non so se gli altri colleghi e colleghe avvertono la stessa sensazione di tedio e frustrazione interiore in tali esperienze, ma è amareggiante che dei corsi di formazione professionale riservati ai docenti non servano ad illuminare ed aprire le menti più refrattarie, né a fugare eventuali dubbi, o stimolare una presa di coscienza più matura e profonda.

Al termine di ogni corso, invece, mi sono sentito assai più confuso e disorientato di prima, più demotivato per non aver raccolto motivi di interesse, di attrazione da quelle esperienze formative.

Anziché porre l’alunno al centro delle nostre riflessioni e del nostro impegno professionale di studio e di aggiornamento, lo si è relegato ai margini del discorso.

Il vero e primo protagonista del processo dialettico di insegnamento ed apprendimento è stato depennato dall’agenda programmatica e politica della scuola, per anteporre il tema e l’esigenza dei format e delle griglie, dei grafici aridi (soltanto muffa e fuffa) in cui ingabbiare progetti privi di vitalità e valore.

È uno scoglio in cui si arena anche la migliore visione di una didattica attiva, rivolta all’educazione di un soggetto pensante ed artefice del proprio destino esistenziale.

In questo carrozzone di stampo clientelare ed affaristico prevalgono gli interessi ed i valori (anzi, direi disvalori) economici a beneficio degli “esperti esterni” e di quanti approfittano per lucrare grazie al “business” dei percorsi di formazione.

La mia idea di scuola

In e-mail il 2 Ottobre 2019 dc:

La mia idea di scuola

di Lucio Garofalo

La mia idea di scuola: un luogo di confronto pluralistico, in cui i discenti ed i docenti possano respirare un clima di libertà e che non sia l’emulazione di modelli aziendali goffi e maldestri, decotti ed anacronistici, bensì un ambiente che valorizzi i talenti e le attitudini di ognuno e permetta la partecipazione più ampia alla gestione degli organi collegiali e ad una direzione il più possibile democratica.

Ogni realtà scolastica presenta le proprie peculiarità in quanto comunità educativa e di apprendimento ed in quanto comunità professionale, per cui ogni singola scuola ha l’esigenza di essere valorizzata nella sua identità particolare.

A tale scopo occorre che alla guida della scuola non siano preposti dei burocrati arroganti ed ottusi, calati dall’alto, bensì soggetti scelti in modo libero e diretto dalla stessa comunità professionale che vi opera, cioè dei presidi eletti e con scadenza temporale.

Inoltre, è necessario che siano riconosciute la dignità professionale dei docenti e la libertà di insegnamento, da fin troppo tempo umiliate e calpestate da una sequenza devastante di “schiforme”, varate dai tanti governi (sia di centro-destra, che di centro-sinistra) che si sono avvicendati negli ultimi decenni, senza soluzione di continuità e senza alcuna pietà.

L’insegnamento come “vocazione”

In e-mail il 16 Settembre 2019 dc:

L’insegnamento come “vocazione”

di Lucio Garofalo

Ogni tanto si riaffaccia la teoria dell’insegnamento come una “vocazione”.

A fasi alterne riemerge l’antica disputa tra chi reputa gli insegnanti una sorta di “fannulloni” ed una categoria privilegiata, e chi li concepisce come “missionari”.

Due estremi antinomici, ma entrambi non rendono giustizia a noi docenti.

Per cui c’è chi ha l’ardire di ipotizzare ulteriori incrementi dell’orario di servizio, a parità di retribuzione salariale. Sorvolo sul fatto (da molti ignorato) che un notevole carico di lavoro e di studio è già sopportato ogni giorno da qualsiasi insegnante scrupoloso, nei tempi extra-scolastici ed in forma gratuita.

Mi riferisco agli adempimenti individuali aggiuntivi e volontari, un lavoro che si presenta oltre l’orario di lezione, necessario e funzionale all’attività didattica quotidiana: preparazione delle lezioni e correzione dei compiti, compilazione dei registri ed altri documenti burocratici, cartacei e digitali, e via discorrendo.

Mi preme evidenziare un aspetto essenziale della professione docente, vilipesa da campagne ideologiche infamanti. In base alla mia memoria, ed alle mie esperienze professionali, ho avuto modo di riscontrare come nella scuola italiana prevalga una corrente di pensiero e di prassi clericaleggiante: è una visione quasi religiosa che, con malcelata ipocrisia, concepisce la funzione pedagogica nei termini di una “missione”.

In base ad una simile congettura, i docenti dovrebbero lavorare di più, animati da una “vocazione”, offrendo  prestazioni di lavoro a titolo gratuito.

Ma quale strana e bizzarra visione, inerente solo agli insegnanti, bensì non, ad esempio, ai presidi o ai bidelli. Pardon, dirigenti e collaboratori scolastici. Idem per gli avvocati, i notai, o i medici, e tutti gli altri professionisti.

Insomma, a tutti i lavoratori del comparto sia pubblico che privato, tranne gli insegnanti, le ore eccedenti (gli straordinari) vengono retribuite in modo decente. Gli unici ad essere offesi, bistrattati e derisi sono proprio i “missionari” della scuola, che per altri sarebbero dei “lavativi privilegiati”. Ebbene, si mettano d’accordo tra di loro: sono missionari o nullafacenti? Né l’uno, né l’altro. Molto più laicamente, dovremmo essere qualificati come professionisti, da onorare e retribuire in quanto tali, cioè in termini più dignitosi!

Ai miei amici qualcun-ani e qualcos-isti

Dal sito Hic Rhodus, pubblicato il 15 Settembre 2019 dc:

Ai miei amici qualcun-ani e qualcos-isti

 

Non qui sul plumbeo Hic Rhodus, ma sul frivolissimo Facebook, molte mie lapidarie e assertive affermazioni (come il mezzo permette, perché per i ragionamenti complessi nulla è meglio di questo blog) vengono rigettate da amici (di Facebook) di lunga data con affermazioni tipo: “Io sono renziano, quindi…” (“Io sono bersaniano, io sono qualcun-ano”) oppure “Io sono riformista, quindi…” (“io sono socialista, io sono qualcos-ista”). Un’etichetta, e un ‘quindi’ (esplicito o implicito) a significare che in quanto qualcun-ano o qualcos-ista sono vincolati, hanno le mani legate, non possono che pensare e dire in un certo modo.

Cari amici tutti, ovviamente ognuno di noi ha simpatie e antipatie politiche, si sente più rappresentato da un certo leader, da un certo partito, ma state attenti con le etichette; state attenti a dichiarare le appartenenze; e soprattutto state attenti agli E QUINDI impliciti.

Nell’epoca dei legami deboli le appartenenze a figure simboliche stanno sostituendo le ideologie; ormai in pochi si dichiarano ‘comunisti’ o ‘liberali’ e, più spesso, ci si richiama a Renzi o Salvini, per dire i due più popolari. Ma non cambia il risultato: essere dichiaratamente qualcun-ani significa rinunciare al pensiero critico, libero, sospeso nel giudizio e capace di leggere una realtà mutevole. Parliamo un attimo dei renziani (dato che amici salviniani non ne ho); cosa significa dichiararsi ‘renziani’? Che Renzi ha sempre ragione? Che tutte le sue riforme erano giuste e ben concepite? Che ha fatto bene a fare una giravolta di 180° (con figura di tolla per renziani doc come Giachetti e Ascani) lanciando il governo PD-5Stelle? Ora, supponiamo per un momento che a me la visione liberalsocialista di Renzi sembri interessante, ma che la giravolta mi sembri un grave errore dettato da tatticismo politico; supponiamo. Che etichetta dovrei appiccicarmi addosso?

Ecco allora che la rinuncia alle etichette fa di me qualcosa che assomiglia a un uomo libero. Se vedo del buono in Renzi lo dico e lo scrivo (e ne abbiamo scritto qui su HR), ma se sono critico su altri aspetti, ugualmente lo dico e lo scrivo, generalmente con dovizia di argomentazioni. E a proposito di queste ultime: se io argomento i perché e i percome dei miei pareri, chiunque può controargomentare, che dovrebbe essere il sale del dibattito, mentre se io giustifico una posizione con “sono renziano” (bersaniano, salviniano…) asserisco qualcosa che rinvia al pensiero del leader (reale o supposto) e non ci può essere seguito al nostro incontro, alla crescita, al progresso.

Essere qualcun-ano o qualcos-ista è una forma di omologazione che ci rassicura, ci consola, ma ci priva del nostro pensiero.

Un’annosa “quaestio”

In e-mail il 15 Settembre 2019 dc:

Un’annosa “quaestio”

di Lucio Garofalo

La presunta “didattica delle competenze”, che oggi è il nuovo verbo e l’imperativo categorico della “scuola-azienda”, non tiene affatto conto di una considerazione logica elementare e di carattere generale, che è addirittura di “buon senso”, traducubile in un’organica ed efficace sintesi dialettica tra la teoria e la prassi.

È la soluzione più corretta rispetto ad un’annosa diatriba che colloca i due termini in perfetta antinomia.

In realtà, i due termini concettuali non si escludono, né si precludono tra loro, se non in una ingannevole mistificazione di tipo ideologico, di sponde di pensiero speculari ed antitetiche, che si delineano in maniera altrettanto astratta ed estremista: idealismo ed empirismo.

In altri termini, teoria e prassi, idea ed esperienza, o come dir si voglia, cioè conoscenze teoriche e competenze pratiche, forniscono entrambi una serie di valori che si compenetrano tra di loro in una relazione di interdipendenza e di reciprocità dialettica.

Per cui anteporre ed esaltare un elemento a discapito dell’altro, o viceversa, è un errore anzitutto dal punto di vista logico. Sotto il profilo squisitamente didattico-cognitivo, la recente disputa tra chi si ostina a privilegiare ed osannare il valore assoluto dei “compiti di realtà”, la priorita di competenze tecniche verificabili/certificabili formalmente, ad onta delle conoscenze e del sapere teorico, inteso in una visione astratta, si risolve in un vincolo di interdipendenza e di interconnessione sia a livello logico-dialettico, che sul versante più strettamente didattico e pedagogico, tra i due coefficienti, che sono entrambi essenziali ed indispensabili ad una formazione integrale, organica e dinamica del soggetto in un’età evolutiva.

Servirebbe un amalgama prezioso ed assai fecondo tra i due fattori, collocati in una posizione distorta, fuorviante ed assurda, di antitesi concettuale e terminologica.

Ma il pragmatismo, insito nelle esperienze reali, è il “lievito” che serve a tradurre le conoscenze teoriche, più libresche, in capacità tecniche e pratiche, più operative, e concorre a mitigare l’astrattismo fin troppo astruso e metafisico, che ristagna oramai in un’antiquata, polverosa impostazione culturale di origine gentiliana, di cui è ancora imbevuta e “pregna” la tradizione scolastica del nostro Paese.

Per contro, una architettura di matrice anti-idealistica, che si colloca alla base della sedicente “didattica delle competenze”, è il “frutto marcio” di una esasperata ideologia utilitaristica, di palese estrazione capitalista anglosassone, insinua un assioma che tende ad assolutizzare, alla stessa stregua di un dogma, il primato delle competenze empiriche rispetto alle cognizioni astratte.

Nel contempo conviene scongiurare il rischio, incombente in modo costante, di magnificare lo status di superiorità dell’idea sull’empiria concreta. Teoria e prassi devono diventare ingredienti di una “ricetta” organica, che contribuisca ad una maturazione sana, corretta ed equilibrata della persona in fase evolutiva.

Nella scuola odierna si antepone il valore o il criterio di un “format”, di una griglia, i diktat di adempimenti burocratici calati dalle alte sfere istituzionali, senza tenere conto di quelle istanze culturali, spirituali ed interiori di una “forma mentis” e di un senso critico, che servono a creare una personalità autonoma e matura.

Il “bandolo della matassa” risulta una sequenza insulsa di crocette da segnare sulla carta, o su un file digitale, dietro le quali si nasconde una visione di stampo aziendalista di scuola e società.

Sotto cumuli di griglie e di scartoffie, perlopiù inutili e vuote, di aride cifre, si seppelliscono gli allievi in carne ed ossa. La questione più urgente, da inserire tra le priorità di un’agenda politica seria, al di là di facili proclami verbali, per rilanciare davvero il ruolo della scuola, è il tema dell’autonomia didattica, un principio sancito dalla nostra Costituzione, ma che finisce letteralmente in malora e si svuota per tutta la “muffa” che si accumula tra le carte. Mi riferisco agli oneri burocratici eccessivi, sofferti in modo tacito e supino dai docenti, a discapito proprio del valore della libertà che la Costituzione (tuttora vigente) assegna alla funzione docente ed al diritto all’istruzione di ciascun discente.

Per un’iniziativa unitaria di mobilitazione contro il governo Conte di tutte le sinistre di opposizione

In e-mail l’8 Settembre 2019 dc:

Per un’iniziativa unitaria di mobilitazione contro il governo Conte di tutte le sinistre di opposizione

A: Potere al Popolo, Sinistra Anticapitalista, Lotta Comunista, Partito Comunista, Sinistra Classe Rivoluzione, Partito Comunista Italiano

A: Il sindacato è un’altra cosa-opposizione CGIL, Confederazione Unitaria di Base, Sindacato Generale di Base, Sindacato Intercategoriale Cobas, Unione Sindacale di Base, Confederazione Cobas, Unione Sindacale Italiana

Il governo Conte bis nasce sotto il segno poteri forti, nazionali e internazionali. Un governo salutato dall’entusiasmo della Borsa e del capitale finanziario, e al tempo stesso sostenuto dai principali sindacati, dalla sinistra parlamentare (Sinistra Italiana), e in parte, seppur criticamente, dal PRC. Tutto ciò designa uno scenario politico nuovo.

Il programma reale del governo PD-M5S è il riflesso della sua natura sociale: privilegiamento degli interessi europeisti della grande impresa, concertazione con la burocrazia sindacale, consolidamento dell’asse atlantista in politica estera, sostegno attivo agli interessi specifici dell’imperialismo italiano, innanzitutto in Africa. Le stesse rivendicazioni democratiche dei movimenti di opposizione a Salvini (sociali, antirazzisti, femministi, ambientalisti) sono destinate ad essere cestinate, mentre la compromissione nel governo o attorno al governo della sinistra politica e sindacale (CGIL) lascerà a Salvini il monopolio dell’opposizione e uno spazio obiettivo di rivincita.

Il nostro partito si colloca senza riserve all’opposizione del nuovo governo. Per questo sosterremo ogni iniziativa di lotta del movimento operaio e dei movimenti sociali e democratici, a difesa della loro autonomia, contro ogni logica di subordinazione all’esecutivo. In questo quadro appoggiamo l’azione di sciopero generale promosso da CUB, SGB, SI Cobas, USI per il 25 ottobre, e riteniamo sarebbe importante la massima convergenza unitaria di tutto il sindacalismo di classe attorno a questa iniziativa, contro ogni logica di frammentazione e concorrenza tra sigle.

Più in generale consideriamo importante la più ampia unità d’azione delle sinistre di opposizione sul terreno dell’opposizione al governo. Abbiamo bisogno di costruire una vera unità d’azione dell’opposizione di classe. Per questo proponiamo, in tempi brevi, un incontro nazionale delle sinistre di opposizione che discuta e definisca l’agenda comune delle iniziative di mobilitazione e di lotta contro il governo.

Non si tratta ovviamente di risolvere divergenze di impostazione strategica che hanno una radice nella storia del movimento operaio e che si sono in questi anni consolidate, né dunque si tratta per parte nostra di perseguire aggregazioni politiche confuse basate sulla rimozione di tali divergenze. Rivendichiamo la nostra autonomia quanto rispettiamo l’autonomia altrui. Ciò che proponiamo invece è combinare la massima chiarezza del confronto con la massima unità sul piano dell’azione comune contro il governo e il padronato, facendo dell’opposizione di classe e di massa al governo il terreno centrale di unità d’azione, fuori e contro ogni logica settaria.

Pensiamo che un coordinamento nazionale unitario delle sinistre di opposizione potrebbe rappresentare un punto di riferimento comune per migliaia di militanti e attivisti di diversa collocazione, ed anche un fattore di incoraggiamento e valorizzazione delle loro disponibilità di lotta.

Su questa proposta contatteremo direttamente le vostre organizzazioni per verificare le concrete disponibilità. Per parte nostra siamo naturalmente disponibili a convergere su iniziative da altri proposte che abbiano la stessa logica e finalità unitaria.

Partito Comunista dei Lavoratori