Comunicati, Politica e Società

Zingaretti e le illusioni di sinistra sul PD

In e-mail il 10 Marzo 2019 dc:

Zingaretti e le illusioni di sinistra sul PD

L’incoronazione di Luca Zingaretti a nuovo segretario del PD è stata celebrata da tanta stampa liberale, la Repubblica in testa, come il segno di una svolta attesa. Un settore significativo della borghesia liberale, rimasta orfana di una rappresentanza politica diretta, saluta con entusiasmo una possibile ripresa del PD. È la speranza del ritorno al “normale” bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra, che rimpiazzi l’attuale governo dei parvenu e ripristini l’agognata alternanza, il pendolo che per vent’anni ha incardinato in Italia il corso delle politiche borghesi di austerità.

 

È una via che non appare in discesa. Le destre (diversamente) reazionarie che governano l’Italia hanno ancora un capitale di consenso complessivamente maggioritario, grazie al tappeto che i governi del PD hanno loro offerto. E il vento europeo non promette nulla di buono. Tuttavia è vero che la crisi del blocco sociale del M5S e il capovolgimento dei rapporti di forza nella maggioranza possono minare la tenuta politica del governo, tanto più a fronte di un compito temerario: varare una legge di stabilità zavorrata in partenza da 23 miliardi per le clausole Iva sullo sfondo di una possibile recessione economica.

Quale alternativa di governo in caso di frana dell’attuale esecutivo? Questo è l’interrogativo che la borghesia liberale si pone. La speranza di una rinascita del PD si pone in questo orizzonte.

Ma cosa c’entra tutto questo con la sinistra?

Una parte di popolo della sinistra appare risucchiata dall’illusione di ritorno nel PD. Un tempo fu l’illusione per Bersani, dopo la stagione liberal di Veltroni. Oggi è l’illusione per Zingaretti, dopo (e contro) la stagione del renzismo.

Ogni volta si cerca nel PD il volto amico di una possibile sinistra rediviva, ma ogni volta si prende una inevitabile facciata. La natura politica e sociale di un partito non dipende dal nome del segretario, ma dalle sue relazioni materiali con le classi sociali e la loro lotta.

Certo, la fisionomia del gruppo dirigente non è irrilevante, e sicuramente il renzismo ha incarnato, coi suoi tratti populisti e bonapartisti di consorteria di provincia, un corso politico particolarmente reazionario del partito.

Ma quel corso politico potè farsi strada nel PD grazie alla natura borghese del partito, ai suoi legami organici col capitale, alla sua vocazione antioperaia.

Questa natura cambia forse con Zingaretti segretario? No. Cambia il corso politico del partito, subentra una gestione più collegiale e meno pirotecnica, si confeziona un’immagine pubblica meno respingente e più attenta in apparenza alle ragioni sociali; ma il cambio d’abito di stagione non cambia la natura del partito che l’indossa. E i primi fatti lo documentano eloquentemente.

Il primo atto di Nicola Zingaretti è stato osannare il TAV. Il secondo è stato applaudire al manifesto europeo di Macron. Non si tratta di scelte casuali. Il nuovo segretario del PD ha voluto segnalare al capitale italiano ed europeo che il partito non ha cambiato la propria ragione sociale: ha voluto assicurare la borghesia che può ancora affidarsi al PD.

Del resto: Gentiloni presidente del PD mette un timbro inconfondibile di continuità, non meno del sostegno a Zingaretti dell’area Franceschini e di Minniti, o del corteggiamento di Calenda. Lo stesso programma del nuovo segretario ne fa fede: nessuna revisione delle misure antioperaie del renzismo (l’articolo 18 resta soppresso), nessuna revisione delle politiche di Minniti sull’immigrazione, a parte il richiamo rituale ai valori democratici e progressisti.

Sarebbe questa… la svolta?

Certo, Luca Zingaretti non è così ingenuo da ripercorrere i sentieri suicidi di Bersani. Se dopo le europee il governo Conte cadrà non offrirà (probabilmente) i voti del PD a un nuovo governo Monti chiamato a varare lacrime e sangue, né spenderà precocemente la carta incauta di un’apertura al M5S. Chiederà probabilmente elezioni politiche, proverà a rilanciare il PD, rifare i suoi gruppi parlamentari (oggi prevalentemente renziani), ricostruire un campo di centrosinistra con chi a sinistra gli farà da stampella.

Con quale obiettivo?

Quello di sempre: riconquistare il governo del capitalismo italiano, amministrare i suoi interessi, riverniciare il tutto con un po’ di salsa progressista. Con chi governare lo vedrà in base agli equilibri del nuovo Parlamento, e senza escludere nessuna soluzione, neppure quella di un governo con il M5S.

Il movimento operaio e le sue ragioni sociali non hanno nulla da spartire col PD, oggi come ieri.

La demarcazione dal PD di un campo di classe dei lavoratori e delle lavoratrici resta una necessità inaggirabile, che l’esperienza dei fatti confermerà ogni giorno, contro ogni illusione.

Partito Comunista dei Lavoratori
Ateoagnosticismo, Laicità e Laicismo, Politica e Società

Perché non possiamo non dirci anticlericali

Da Micromega

Perché non possiamo non dirci anticlericali

 

di Carlo Troilo

Anche quest’anno l’anniversario del Concordato – pur essendo particolarmente importante perché è il novantesimo – rischiava di passare pressoché inosservato e di ridursi a qualche notizia di cronaca sulla patetica cerimonia che ogni anno vede i vertici delle istituzioni italiane nazionali (presidenti dei due rami del Parlamento, capo del governo e ministri a vario titolo competenti) e locali (presidente della Regione Lazio e sindaco di Roma) recarsi alla ambasciata italiana presso la Santa Sede per incontrare le più alte gerarchie del Vaticano e “festeggiare” quel Concordato clerico-fascista che ha ridotto la laicità dello Stato ed ha regalato alla Chiesa privilegi economici scandalosi: il prezzo pagato dal Duce per ottenere la legittimazione della sua dittatura da parte di un Vaticano che aveva “rimosso”, fra le altre vergogne del fascismo, anche l’uccisione di un coraggioso prete antifascista, don Giovanni Minzoni, massacrato a bastonate dai sicari di Italo Balbo il 23 agosto del 1923.
Un Concordato che andrebbe abrogato o quanto meno profondamente modificato, come in parte era avvenuto con la revisione Craxi-Casaroli del 1984: una buona revisione subito neutralizzata perché lo stesso governo Craxi – ed ancor più i governi successivi – hanno di fatto annullato, con una serie di leggi pro-Vaticano, i progressi fatti con quell’accordo.

Per questo, mi sono fatto promotore di un “appello” – firmato fino ad oggi (prima ancora di essere reso pubblico) da 200 esponenti della cultura o militanti per i diritti civili – in cui si chiedono tre cose:

– Abolizione dell’ora di religione.

– Revisione degli attuali criteri per la ripartizione della quota (circa il 50 %) dell’8 per mille “non destinato”, che privilegiano nettamente la Chiesa Cattolica.

– Revisione delle norme relative all’IMU sui beni immobili della Chiesa e azione determinata per dare attuazione alla recente sentenza della Corte Europea, recuperando nella misura del possibile l’ICI non pagata in passato (4-5 miliardi di euro).

“Tre provvedimenti ‘facili’ – conclude l’appello – in attesa di trovare le soluzioni giuridiche e le condizioni politiche per rimettere profondamente in discussione il Concordato, così da ridurre l’ingerenza del Vaticano nella politica italiana, volta ad impedire la conquista di nuovi diritti civili”.

Nei numerosi colloqui che ho avuto con amici e conoscenti per indurli a firmare l’appello ho ricevuto spesso due raccomandazioni, che qui riassumo.

La prima è quella di non attaccare “i cattolici” ma solo le gerarchie vaticane. E su questa sono d’accordo, ed anzi mi pento di non avere inserito nell’appello un accenno al ruolo positivo svolto da tante associazioni cattoliche operanti nel sociale. Cercherò di rimediare nel corso delle iniziative che seguiranno alla pubblicazione dell’appello.

La seconda è quella di evitare di apparire anticlericale. Su questa non sono d’accordo, e provo a spiegare perché. Lo faccio anche come dirigente della “Associazione Luca Coscioni per la libertà della ricerca scientifica” che si batte, oltre che per la ricerca, per i diritti civili, in particolare sul tema delle scelte di fine vita. Su entrambi questi terreni, infatti, il nemico da battere è rappresentato innanzitutto dalle alte gerarchie ecclesiastiche, che sulla libertà della ricerca, e più in generale del pensiero, si sono espresse da secoli con i tribunali ed i roghi (Galileo Galilei e Giordano Bruno sono i casi più clamorosi). E continuano incessantemente nella loro azione oscurantista, come dimostrano fra l’altro le battaglie su cellule staminali embrionali, utilizzo di embrioni, riproduzione in vitro e contraccezione.

Il Vaticano è stato da sempre il nemico da battere per consentire la conquista di nuovi diritti civili e poi – una volta conquistati – per assicurare la concreta possibilità di fruire di quei diritti (la vicenda degli obiettori di coscienza è il caso più vistoso di “sabotaggio” di una legge dello Stato da parte del Vaticano e delle sue potenti strutture ospedaliere).

Lo sa bene un ottantenne come me, che è stato impegnato da giovane nelle campagne per il divorzio e per l’aborto e, in anni più recenti, in quella per il Testamento Biologico e per la legalizzazione della eutanasia.

Voglio ricordare in particolare la durissima battaglia portata avanti dal Cardinale Ruini – per venti anni onnipotente presidente della CEI – con una entrata a gamba tesa nella politica italiana per far mancare il quorum nel referendum per l’abolizione della legge 40 sulla Procreazione Medicalmente Assistita (PMA), che aveva introdotto una serie di divieti inumani, al punto di configurarsi come una legge contro la PMA. Ma lo stesso scontro si è verificato per le unioni civili, che l’Italia ha riconosciuto venti anni dopo i PACS francesi.

A queste mie osservazioni la risposta più frequente è l’invito a considerare la grande apertura di Papa Bergoglio ed il suo impegno umanitario.

Purtroppo, non condivido affatto il diffuso entusiasmo per il Papa argentino, anche senza considerare i dubbi espressi da alcuni giornalisti del suo paese sulla sua convivenza con la spietata dittatura del generale Videla.

Papa Francesco, a mio avviso, è abile come tutti i gesuiti nel dire e nel non fare. Tre esempi per dare concretezza a questa mia valutazione.

Lo sfarzo del Vaticano. Per alcune sue scelte iniziali Francesco fu subito definito “il Papa della austerità” da una stampa sempre benigna – e spesso servile – con il Vaticano. Ma dinanzi ad uno scandalo come quello dell’attico del cardinale Bertone – ristrutturato a caro prezzo anche con soldi destinati ai piccoli malati del Bambin Gesù – non risulta che il Papa sia intervenuto (almeno pubblicamente). Né ci sono altri segnali di un minore sfarzo fra le alte sfere ecclesiastiche. Mi colpiscono ogni volta le vetrine dei due negozi di abbigliamento per alti prelati nei pressi del Pantheon: haute couture per i seguaci di Cristo in una Italia con cinque milioni di poveri.

La pedofilia nella Chiesa. Prima di Francesco, non ricordo alcun Papa così spietatamente determinato – sempre a parole – nel combattere la pedofilia nella Chiesa e soprattutto gli alti prelati accusati di aver protetto i preti pedofili alle loro dipendenze. In questo caso il contrasto fra il dire e il fare è stato davvero clamoroso e particolarmente vergognosa la scarsissima attenzione della stampa italiana. La vicenda più clamorosa è quella del Cardinale australiano George Pell. Bergoglio lo volle a capo del neonato Dicastero economico, che aveva l’obiettivo di mettere in ordine conti, bilanci e finanze della Città del Vaticano. E la nomina avvenne benché fossero già note le accuse che la Magistratura australiana muoveva a Pell, chiedendone invano l’estradizione. Un tira e molla durato anni, finché Pell non ha più potuto evitare di rientrare in patria per affrontare il processo e le nuove accuse di due suoi connazionali che affermano di essere stati abusati dallo stesso Pell: con successiva condanna del Cardinale (nel dicembre scorso) che diverrà definitiva dopo una nuova fase processuale in primavera. Non è stata invece una scelta di Bergoglio ma di Giovanni Paolo II e dell’allora segretario di Stato Angelo Sodano quella di aiutare il Cardinale di Boston Bernard Law chiamandolo in Vaticano e nominandolo Arciprete alla Basilica di Santa Maria Maggiore. Law è stato reso tristemente famoso dal film “Spotlight” e si è sottratto grazie al suo ruolo in Vaticano alla giusta condanna che lo attendeva negli Stati Uniti. Quando è morto, pochi giorni prima dello scorso Natale, il Vaticano ha deciso di dedicargli solenni funerali in san Pietro e Papa Bergoglio ha scelto – a mio avviso del tutto inopportunamente – di parteciparvi.

Il dramma dei migranti. A Papa Bergoglio vanno riconosciute molte e decise prese di posizione a favore della accoglienza dei migranti. Prese di posizione che sembrarono destinate a tradursi in fatti concreti nel settembre del 2015 quando il Papa, in un solenne discorso, invitò tutte le parrocchie italiane ad ospitare almeno una famiglia di migranti. Poiché le parrocchie in Italia sono 25mila, avrebbero trovato ospitalità circa 100mila migranti. In pratica, il problema della loro accoglienza sarebbe stato risolto per anni. Purtroppo, secondo recenti inchieste giornalistiche, quasi nessuna parrocchia ha accolto migranti. Né risulta che il Papa sia tornato con forza sull’argomento, non fosse che per riaffermare la sua autorità. Per non dire che nella vicenda della nave Diciotti – dopo l’inumano comportamento del nostro ministro degli Interni – i 10 migranti (sottolineo: dieci) “assegnati” all’Italia sono stati ospitati non dalla Chiesa Cattolica ma da quella Valdese.

Una notazione finale: è noto che in Italia i ginecologi che praticano l’aborto sono circa il 20%, mentre tutti gli altri sono obiettori di coscienza: alcuni per convinzione, altri per convenienza (è più piacevole dedicarsi ai parti che agli aborti), altri ancora (i tanti che lavorano nelle strutture ospedaliere cattoliche) per ovvia necessità.

Sono dunque dei medici che fanno la scelta più difficile e dolorosa. Ma lo fanno, oltre che per personale convinzione, per obbedire ad una legge dello Stato, che dopo 40 anni è riconosciuta come una delle migliori al mondo e che ha ridotto di molto il numero degli aborti che si verificavano quando abortire era reato. Ebbene, Bergoglio non ha esitato a definirli “sicari”. E ancora una volta il silenzio – o le rare e flebili proteste – hanno dimostrato come il Vaticano ed i Papi siano praticamente intoccabili. Ho detto “i Papi”, ma aggiungo “e i Cardinali”, ricordando solo una delle scelte a mio giudizio vergognose di uno di loro, il Cardinale Ruini, che negò a Piergiorgio Welby i funerali religiosi, benché li chiedessero la moglie Mina, la madre e la sorella di Welby, tutte credenti e praticanti. Una pagina di crudeltà che appare ancor più ingiustificabile e feroce se si pensa che pochi giorni prima della morte di Welby nella Cattedrale di Santiago del Cile erano stati celebrati – presenti diversi Cardinali – i solenni funerali di Augusto Pinochet, uno dei peggiori boia del secolo scorso.

Per tutte queste ragioni sono e mi dichiaro anticlericale. E ricordo il mio nonno paterno – medico condotto in un paesino delle montagne abruzzesi, vecchio liberale mangiapreti – che trascorreva qualche ora degli interminabili inverni componendo filastrocche conto i preti. Una la ricordo ancora:

Sono preti e tanto basta

Sono tutti di una pasta

E guardarsene bisogna

Come fossero la rogna.

Ma per rifarmi ad una fonte più autorevole, provo a parafrasare il titolo di un famoso libro di Benedetto Croce: “Perché non posso non dirmi anticlericale”.

(28 gennaio 2019)

Comunicati, Politica e Società

La legittima difesa di Salvini

In e-mail il 7 Marzo 2019 dc:

La legittima difesa di Salvini

Contro la “legittima” difesa (dei padroni) di Salvini, rivendichiamo la legittima difesa dei lavoratori contro governo e padroni

 

Il Ministro degli Interni celebra la nuova legge sulla legittima difesa. Peggio dell’art.52 del codice penale Rocco-Mussolini del 1930. Quello riconosceva formalmente il principio della proporzionalità tra offesa e difesa, la nuova legge invece la abroga: la difesa è sempre legittima. Non è passata la proposta leghista di evitare persino l’indagine del magistrato. Ma il “sempre” serve a promettere l’assoluzione di chi spara e eventualmente uccide.

Colpisce lo scarto tra realtà ed effetto propagandistico della legge. Nella realtà i casi di legittima difesa sono pochissimi. Appena 2 nel 2016. Normalmente i relativi processi si chiudono con l’archiviazione da parte del magistrato. Dov’è dunque la strombazzata emergenza delle persecuzioni giudiziarie contro “i cittadini che si difendono”? Il vero effetto dell’annuncio della legge è un altro: da un lato assicurare a Salvini un tornaconto elettorale, che è la sua vera preoccupazione, dall’altro legittimare preventivamente chi uccide a tutela della proprietà, anche chi uccide per vendetta.

Un’esagerazione polemica? No, ed è Salvini che lo conferma. Il Ministro degli Interni, con telecamera al seguito, ha abbracciato un certo Angelo Peveri, vittima di un furto di gasolio, che ha sparato a freddo al ladro rumeno dopo averlo pestato e fatto inginocchiare. Neppure i suoi difensori avevano invocato la legittima difesa, è Salvini che l’ha rivendicata. Il messaggio è inequivocabile. La giustizia privata, l’esecuzione sul posto, sono benedetti dal Ministero degli Interni, contro ogni principio elementare di civiltà giuridica.

La proprietà è più importante della vita: questo è il sottotesto della nuova legge. Il decreto sicurezza ha trasformato il blocco stradale e il blocco delle merci in reato penale, contro i diritti di lotta dei lavoratori e a tutela dei proprietari.

Sempre a tutela dei proprietari si muove la nuova legge. Se lavoratori in lotta irrompono negli uffici aziendali della proprietà, o occupano gli stabilimenti, i padroni e le loro guardie private si sentiranno legittimati a far fuoco, magari a causa del “grave turbamento”?

Di certo la nuova legge, e soprattutto il nuovo Ministro degli Interni, possono coprire e incoraggiare le pratiche più reazionarie, anche al di là dei termini formali del dispositivo approvato.

L’aggressione compiuta ieri contro i facchini in sciopero dell’azienda Zara a Roma, da parte di quindici vigilantes armati di pistole elettriche e tubi di ferro, prova che non si tratta di fantascienza. I lavoratori occupavano il magazzino per chiedere stipendi arretrati e applicazione del contratto. I vigilantes sono intervenuti a tutela della proprietà, e su suo mandato. La nuova legge sarà usata e abusata proprio a difesa di questi metodi.

Lo Stato borghese che sgombera con le ruspe gli accampamenti di cartone dei migranti di San Ferdinando gettandoli su una strada è lo stesso che tutela i proprietari che li sfruttano per 12 ore a 2 euro all’ora.

È lo stesso Stato che tutela degrado ed emarginazione delle periferie metropolitane, brodo di coltura di criminalità e delinquenza.

Strizzare l’occhio al fai da te della giustizia privata è solo l’altra faccia dell’ingiustizia pubblica. L’ingiustizia di una società basata sullo sfruttamento, che sacrifica tutto alla legge del profitto. L’ordine pubblico che lo Stato difende è solo l’ordine di questa legge.

Contro questa legge, contro questo ordine, rivendichiamo la difesa legittima di tutti i lavoratori e lavoratrici, nelle loro lotte di resistenza, nel loro diritto alla rivoluzione.

Partito Comunista dei Lavoratori
Laicità e Laicismo, Politica e Società

Perché la sinistra non sceglie la laicità?

Su MicroMegaa il 21 Febbraio 2019 dc:

Perché la sinistra non sceglie la laicità?

di Matteo Gemolo

A Ginevra è stata di recente confermata con un referendum la legge sulla laicità che vieta ai funzionari pubblici di esibire simboli religiosi nell’esercizio delle loro funzioni. Una norma di buon senso eppure fortemente contrastata dalle forze politiche di sinistra che, annebbiate da un malinteso multiculturalismo, hanno perso completamente la barra della laicità e dei diritti.

Col 55,05% dei voti favorevoli, attraverso un referendum domenica 10 febbraio Ginevra ha dato la propria benedizione alla nuova legge sulla laicità (LLE 11764), voluta e approvata nel maggio del 2018 dal Consiglio di Stato. Dopo due anni di approfondimenti e studi da parte della Commissione dei diritti dell’uomo e sotto l’impulso in particolare del magistrato e consigliere liberale Pierre Maudet, gli 11 articoli che compongono questa legge si ripromettono di aggiornare e ricontestualizzare la precedente normativa che Ginevra aveva adottato agli inizi del ‘900 e rivisto l’ultima volta nel 2012.
La legge del 2018 si staglia sul panorama multiculturale svizzero attuale con l’obiettivo chiaro e netto di osteggiare la sempre più forte diffusione di fenomeni in contrasto col convivere democratico, quali radicalismo, fanatismo, proselitismo e comunitarismo religioso.
In modo particolare, questa legge rappresenta un passo importante proprio nel processo di secolarizzazione della Svizzera stessa, la cui carta costituzionale (vale la pena ricordarlo) si apre ancora con l’originario motto risalente al 1848: “Au nom de Dieu tout-poussant”, retaggio di un passato calvinista mai realmente dimenticato. Se, da un lato, la Costituzione federale della Confederazione svizzera enuncia esplicitamente principi come la libertà di coscienza e di culto, dall’altro, quella stessa carta non impone una neutralità religiosa che altre democrazie nel continente europeo hanno ritenuto necessario implementare (prima fra tutte la Francia), lasciando di fatto aperta la possibilità ai singoli cantoni di determinare la propria religione “ufficiale”. Non stupirà dunque constatare che tra tutti i 26 cantoni svizzeri, le sole Ginevra e Neuchâtel rimarcano in Costituzione la propria natura “laica”.
Come enunciato in testa al progetto di legge, gli obiettivi dell’LLE 11764 sono i seguenti: 1) proteggere la libertà di coscienza, di credenza e non credenza; 2) preservare la pace religiosa; 3) definire la cornice appropriata alle relazioni tre le autorità e le organizzazioni religiose.

 

Gli articoli 2 e 3 definiscono la “neutralità religiosa dello Stato” e rimarcano il seguente principio: “Lo Stato è laico. Esso osserva una neutralità religiosa. Non finanzia né sponsorizza alcuna organizzazione religiosa.” Sulla falsariga di questi primi tre articoli, i restanti 8 precisano come questa laicità “teorica” si possa e debba concretamente esplicitare.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non tutte queste norme hanno entusiasmato i sedicenti progressisti seduti nel ramo sinistro del parlamento ginevrino.
Alcune di esse, in particolare l’articolo 6 e 7, hanno dato aria all’ennesima tromba “islamofobica”, suonata in perfetta sincronia dai soliti rappresentati delle comunità religiose e, come da copione un po’ più stonati, anche dai membri del Partito Socialista, dei Verdi e di Ensemble à gauche. Ad essere contestate sono le misure che impongono una rinnovata neutralità religiosa, obbligando i funzionari in contatto col pubblico e gli eletti dei consigli cantonali e municipali a non ostentare alcun simbolo religioso durante l’esercizio delle proprie funzioni.
Dunque: via le grosse croci appese al collo, via kippah e via pure i veli… ma mentre per quel che riguarda i primi due casi, la sinistra ginevrina non sembra aver lamentato alcun attentato alla libertà religiosa (con buona pace dei vari cattolici ed ebrei ortodossi in città), un gran baccano si è creato intorno alla tanto vessata questione del velo islamico.
Tra le varie voci, il socialista Cyril Mizrahi ha rimarcato sprezzante quanto questa nuova legge sulla laicità, al contrario della precedente del 2012, tenda ad “imporre la laicità a tutti”, rappresentando una “negazione del fenomeno religioso” tout court. Come se “negare il fenomeno religioso” ed “imporre la laicità” in quello stesso spazio pubblico in cui cittadini si recano per ricevere dei servizi da parte dello Stato (comuni, scuole ecc.), rappresentasse un fatto antidemocratico e liberticida.
La socialista Carole-Anne Kast ha rincarato la dose con queste preoccupanti parole: “Se passerà la legge, sarò costretta a separarmi da cinque donne che indossano il velo. (…) Queste donne aiutano i bambini a scuola o si prendono cura di loro dopo la scuola. Cosa dirò ai genitori?”
Tra le fila di una certa sinistra dal laicismo a giorni alterni si dà ormai per scontato che quelle donne non potranno che scegliere di tenersi il velo; si dà ormai per consumato lo scontro tra laicità e comunitarismo e nel farlo la si dà vinta di fatto a quell’idea razzista, bigotta e coloniale che vuole rappresentare le donne musulmane come appartenenti ad una comunità religiosa incapace di trasformarsi, evolvere e mettersi in discussione.
Quello che sembra non venire colto da coloro i quali continuano a confondere i diritti degli individui con i diritti delle comunità è che, al contrario di alcune pratiche comunitariste sul corpo delle donne realmente violente, l’esercizio della laicità richiesto ai rappresentati pubblici in questa nuova legge non ha un carattere invasivo, non amputa e non recide, non lede in alcun modo la persona, né tanto meno priva l’individuo della libertà di professare il proprio culto.
La rimozione di un velo o di un kippah dalla testa di chi rappresenta lo Stato è meramente temporanea e segue questo basilare principio: vi è il diritto del cittadino a vedersi garantita una neutralità religiosa nello spazio pubblico che precede ed è prioritario rispetto al diritto dei singoli funzionari pubblici e rappresentati delle istituzioni di vestirsi come diavolo gli pare.
Una questione seria ed incredibilmente attuale si apre dunque di fronte a noi: perché lasciare ai soli fedeli religiosi la possibilità di ostentare i propri simboli mentre quella stessa libertà non viene concessa, per esempio, ai tifosi di una squadra di calcio o ai membri di un club di poker? Perché i crocefissi sui muri delle scuole sì e gli educatori con le magliette da hooligan o i berretti con visiera di protezione no? All’interno di un contesto laico, perché la religione continua ad avere dei canali preferenziali rispetto ad altri accorpamenti tra individui di natura culturale, sportiva o artistica?
Stupisce che la nuova e rinnovata neutralità che questa legge sulla laicità chiede ai funzionari pubblici e agli eletti di rispettare sia interpretata da più voci sedicenti laiche e progressiste come un’offesa e un attacco nei confronti delle congregazioni religiose ed in modo particolare di quella musulmana. A coloro che in nome del multiculturalismo si dichiarano indignati di fronte ad un presunto torto fatto a una minoranza religiosa (senza rendersi conto che questa restrizione vale anche per gli appartenenti ai culti di maggioranza) ricordo che non vi sarebbe alcun torto se un privilegio ingiustificato non fosse stato precedentemente concesso.
Sabine Tiguemounine, deputata municipale dei Verdi, l’unica politica fino a questo momento ad indossare lo hijab in consiglio a Meyrin ha dichiarato al quotidiano svizzero Le Libre: “La gente mi conosce come quella lì!”, facendo riferimento al proprio copricapo. Ora che la nuova legge sulla laicità è definitivamente passata, sarebbe interessante capire se l’agenda politica che ha portato Sabine Tiguemounine a sedere tra i banchi dei Verdi sia o meno prioritaria e/o in contraddizione rispetto alla propria personale rivendicazione d’appartenenza ad una comunità religiosa. Delle due l’una: si può sposare la laicità senza indugio, mettendo da parte anche la propria fede e i dettami che essa impone per spirito di servizio, o si può fare come fanno i sindaci leghisti in Italia che, invocando una fantomatica libertà di coscienza, decidono di contravvenire alla legge, non celebrando per esempio le unioni di fatto, perché in contrasto con i propri “valori religiosi”.
Comunicati, Cronaca, Politica e Società

Olimpiadi a Milano e Cortina?

In e-mail il 18 Febbraio 2019 dc:

Olimpiadi a Milano e Cortina?

COMUNICATO STAMPA: 
 
dichiarazione di Antonello Patta – segretario regionale Rifondazione Comunista Lombardia – in merito alla candidatura di Milano e Cortina come città ospiti delle Olimpiadi invernali del 2026 
 
«Il Partito della Rifondazione Comunista considera irresponsabile la scelta del sindaco di Milano e dei Presidenti delle Regioni Lombardia e Veneto di candidarsi ad ospitare le olimpiadi invernali del 2026. 
 
Con questa operazione si dà il via, come avvenuto in altre olimpiadi ad esempio quelle di Torino, ad un grande spreco di soldi pubblici a vantaggio di privati, soldi che potrebbero essere spesi molto meglio a beneficio delle comunità. 
 
Rifondazione Comunista avvierà domani, 19 febbraio, una grande campagna in Lombardia ed in Veneto per sensibilizzare le cittadine e i cittadini sulle gravi criticità del progetto previsto sia per quanto riguarda i contenuti sia per il metodo che è stato seguito per avviarlo.

I bisogni del territorio, delle comunità, delle attività produttive, delle cittadine e dei cittadini sono altri e richiedono che le risorse vengano utilizzate verso un grande piano di tutela e salvaguardia di territorio, ambiente, abitazioni, edifici pubblici, impianti produttivi, beni architettonici.

L’unica vera grande opera di cui abbiamo bisogno. 
 
Questa è la risposta necessaria per: 
 
– Valorizzare le comunità montane che ancora non hanno abbandonato la spina dorsale del nostro paese e che portano avanti un ‘agricoltura ricca di migliaia di prodotti unici al mondo.  
 
– Offrire ai giovani un’alternativa all’emigrazione con lavori che riscoprano i mille tesori nascosti del nostro paese, primo al mondo per quantità e valore dei siti protetti dall’UNESCO, tra i quali le Dolomiti, oltraggiate da questa proposta. 
 
– Mettere in campo processi decisionali che coinvolgano le varie comunità in un processo partecipativo capace di elaborare proposte e di guidarne la realizzazione. 
 
Il Prc/SE con questa proposta intende anche indicare la strada alternativa di utilizzo delle risorse che, nella condizione di crisi economica e occupazionale che si riaffaccia nel paese può diventare un volano importante per un rilancio economico di qualità, rispettoso dei diritti e dell’ambiente». 
 
 
Milano, 15/2/2019 
Partito della Rifondazione Comunista/Sinistra Europea_Lombardia
Milano, Via Benaco n°16
www.rifondazionelombardia.it
prclombardia@gmail.com
Politica e Società

La secessione dei ricchi

In e-mail il 15 Febbraio 2019 dc:

La secessione dei ricchi

Il referendum lombardo-veneto (Zaia-Maroni) del 2017 sulla cosiddetta autonomia regionale sta partorendo il frutto annunciato. Il governo giallo-bruno sta varando un’intesa con i governatori di Lombardia e Veneto che colpisce il lavoro salariato e la popolazione povera, in particolare del Sud.

Il meccanismo è semplice nella sua brutalità. I governatori del Nord vogliono allungare le mani su una fetta più grande delle risorse fiscali. Inizialmente la richiesta di Zaia era di poter trattenere localmente il cosiddetto residuo fiscale, cioè lo scarto tra gettito fiscale prodotto e trasferimento statale alla Regione. Siccome la richiesta, così formulata, aveva difficoltà a passare, ora si persegue lo stesso obiettivo in una forma diversa: si chiede allo Stato un trasferimento di competenze alla Regione che motivi una “maggiore compartecipazione” della stessa al gettito territoriale (dell’Irpef, dell’Irap, della tassa sull’auto…).

Il significato sociale e di classe dell’operazione è evidente. Le tre Regioni più ricche d’Italia, che fanno insieme più del 40% del PIL, chiedono e ottengono di sottrarsi ampiamente alla redistribuzione nazionale dell’introito fiscale. Maggiore è la quota che si accaparrano, minore è la quota che verrà riservata al resto d’Italia. In un contesto segnato dalla disuguaglianza sempre più ampia tra Nord e Sud in fatto di occupazione, servizi, prestazioni, il governo giallo-bruno arreca una nuova mazzata al Meridione.

Ma non si tratta di sola ripartizione territoriale. I governi regionali di Lombardia e Veneto (con alla coda la giunta regionale emiliana del PD) chiedono il pieno controllo di tutto il sistema degli incentivi alle imprese, la gestione della cassa integrazione e delle cosiddette politiche attive del lavoro (reddito di cittadinanza incluso); il controllo di autostrade, ferrovie, aeroporti; la regionalizzazione dei rapporti di lavoro nella scuola, dell’alternanza scuola-lavoro, del rapporto con le scuole private; pieni poteri in fatto di sanità, inclusa la gestione dei fondi sanitari integrativi; e persino la gestione della previdenza complementare, della protezione civile, dell’ordinamento sportivo locale.

Insomma, i governi regionali si candidano ad avere mano libera su ogni terreno. La disponibilità di maggiori risorse fiscali consentirà loro di continuare a ridurre le tasse sui profitti, di allargare le regalie pubbliche alle imprese private, di liberalizzare e privatizzare ulteriormente prestazioni sociali e servizi pubblici. Più ridurranno la spesa sociale più aumenteranno l’assistenza ai padroni. In cambio offriranno qualche piccolo privilegio corporativo ai propri “residenti”, pagato con la frantumazione contrattuale dei lavoratori, e dunque con l’attacco alla loro forza collettiva.

La Lega finanzia con questo accordo gli impegni assunti col padronato. Salvini non ha potuto onorare adeguatamente la promessa della flat tax nella prima legge di stabilità, dovendo accordarsi col M5S sul reddito di cittadinanza. Ora compensa la promessa mancata regalando alla piccola e media borghesia del Nord una nuova fetta di soldi e di potere. Pagano i salariati, del Nord e del Sud. Paga ovunque la popolazione povera. Il paradosso è che Salvini sfonda elettoralmente nella popolazione povera del Sud nel momento stesso in cui le carica sul groppo l’ingrasso ulteriore del padronato del Nord. E che il M5S sventola al Sud il reddito di cittadinanza nel momento stesso in cui concorre con Salvini, e alla coda di Salvini, nello spogliare le masse meridionali.

Per ora la truffa tiene, il consenso al governo resta alto. La memoria popolare di PD e FI è sufficiente per assicurare a Conte un sostegno sociale reale, mentre la passività dei sindacati continua ad offrigli un margine di manovra propagandistico. Ma i nodi si aggrovigliano, la coperta è stretta, le contraddizioni aumentano. È l’ora di rilanciare una opposizione sociale e di massa. Le chiacchiere di Landini stanno a zero. È l’ora di una lotta vera.

Partito Comunista dei Lavoratori
Cultura, Politica e Società

L’oikocrazia come “soluzione”

Da MicroMega 1 Febbraio 2019 dc:

L’oikocrazia come “soluzione” (totalitaria) al problema del rapporto tra élites e masse

di Fabio Armao

Nel mese di gennaio si è svolto, sulle pagine di la Repubblica, un ampio e ricco dibattito sul ruolo delle élites (e sul loro sostanziale fallimento) avviato da un articolo di Alessandro Baricco. Tutti gli interventi, tuttavia, hanno di fatto riproposto l’immagine di un mondo diviso in due, tra élites e masse, rimanendo ancorati a quelle categorie novecentesche che lo stesso Baricco, nel libro The Game, dimostra essere state superate dalla rivoluzione digitale.
Il problema, potremmo dire in una battuta, è che oggi non ci sono più le élites tradizionali, ma non ci sono più neanche le masse, e questo perché la Rete ha colonizzato anche la società reale oltre che il mondo virtuale. Entrambi questi attori sono sostituiti da network sociali sempre più complessi i cui “vertici” (come ci insegna la teoria dei grafi) sono rappresentati da cricche: sottoinsiemi di individui che si conoscono tra di loro. In altre parole, da clan. Le élites stavano alle classi, come i clan stanno alla società globale.

 

Come si è arrivati a questa situazione? Il passaggio di millennio, dopo la caduta dei regimi comunisti e la fine della Guerra fredda, ha visto innescarsi un processo di ristrutturazione globale della società che sta investendo ogni dimensione della vita quotidiana degli individui e le istituzioni cui essi hanno finora affidato l’organizzazione dei propri interessi e della propria stessa sopravvivenza.

La politica dei partiti di massa, della lotta di classe e della difesa degli interessi collettivi ha lasciato il posto a una congerie molto più ricca e diversificata di attori, capaci di attingere, a seconda delle necessità, alle risorse tipiche delle diverse sfere sociali: politica, economica e civile, producendo di volta in volta delle proprie, originali, configurazioni di potere. Lo Stato moderno, che ha incarnato negli ultimi cinque secoli l’istituzione di riferimento delle dinamiche sociali, ancora esiste. Il network che aveva costruito e implementato nel tempo, quella comunità internazionale che, nel corso del Novecento, era arrivata infine a comprendere al proprio interno tutte le terre emerse, è ancora attivo. Ma non è l’unico network, né, oggi, necessariamente il più rilevante.

I nuovi protagonisti di questa grande trasformazione sono gruppi capaci di attingere a mix originali di risorse della più diversa natura proprio grazie alla riscoperta dei vantaggi dei legami di tipo clanico e che, in breve tempo, si dimostrano in grado di coniugare locale e globale meglio di quanto non riescano a fare le vecchie istituzioni statali, a un costo più basso e senza i vincoli imposti dal rispetto delle regole democratiche.

Un esempio ovvio è la criminalità organizzata nelle sue diverse manifestazioni: dalla mafia, al terrorismo, ai signori della guerra. Ma la logica del clan è tornata prepotentemente alla ribalta in politica, basti pensare all’amministrazione “familistica” di Donald Trump negli Usa o di Bolsonaro in Brasile, o ai cerchi e i gigli magici di italiana memoria (per non parlare delle web tribes (Nota mia: Tribù del Web) delle attuali forze di governo). E caratterizza ormai anche le dinamiche apparentemente algide delle élites finanziarie e dei Ceo (Nota mia: sta per Chief Executive Officer, letteralmente Ufficiale Capo Esecutivo, in Italia si dice Amministratore Delegato!) delle grandi corporation (Nota mia: corporazioni) multinazionali. Dall’età dei diritti individuali si è così transitati, senza alcuna soluzione di continuità e senza significative opposizioni, in un’era dominata dalla società globale dei clan che, per esser chiari, costituisce la morte della democrazia novecentesca.

Questa proliferazione dei clan si concretizza in una forma di governo che potremmo definire, con un neologismo, oikocrazia, termine che deriva dall’unione del termine greco kratos, potere, con oikos, che identifica la casa, ma anche la famiglia, il clan (e, per questo, costituisce la radice anche della parola economia). L’oikocrazia, quindi, vuole definire una forma politica caratterizzata da due principali elementi: la riscoperta del clan come struttura di riferimento del sistema sociale e la prevalenza degli interessi economici, privati, su quelli politici, pubblici.

In estrema sintesi, l’oikocrazia rappresenta l’inveramento del World Wide Web, ha i propri programmatori e server in Occidente e, aspetto curioso, pur avendo cominciato a manifestarsi già a partire dalla seconda metà del Novecento, ha conosciuto un’espansione senza precedenti proprio dopo il 1989, considerato anche l’anno di nascita del web su Internet. In un gioco a parti invertite, adesso è la società umana che si adegua ai progressi tecnologici, sforzandosi di emularne la ricchezza di forme e di strutture, e dando vita a modelli di network sociali sempre più complessi.

L’oikocrazia arriva a proporsi come un modello universale che soprassiede alle tradizionali declinazioni della politica, dalla democrazia all’autoritarismo – regimi dei quali, semmai, tenderà a emulare le forme, riducendoli a epifenomeni (prenderne atto, tra l’altro, “risolve” l’attuale dibattito sul carattere fascista o meno di alcuni governi cosiddetti sovranisti).

Ed ha due principali corollari: 1) riporta le città al centro dell’universo politico, incrementando un processo che era già stato avviato dalla globalizzazione, trasformandole con sempre maggior frequenza in luoghi di esercizio del potere coercitivo, oltre che di riproduzione continua e inesauribile dell’accumulazione originaria delle risorse; 2) propone una ridefinizione continua degli spazi di legalità che mette di fatto in discussione la certezza stessa del diritto, come dimostra la proliferazione senza precedenti dei delitti dei potenti (corruzione, clientelismo, ecc.) che, non a caso, coinvolgono in maniera sempre più diretta gruppi di criminalità organizzata, avvantaggiati dal fatto di poter fare ricorso alla minaccia o all’uso diretto della violenza.

Visto da questa prospettiva, il “nuovo disordine mondiale” appare più comprensibile, ma questo non può essere di alcuna consolazione. L’oikocrazia, infatti, non segna solo la fine dell’età dei diritti individuali e il conseguente ingresso in un’era nella quale l’autonomia e la libertà del singolo vengono subordinate agli interessi e alla volontà della “famiglia” di riferimento. La logica che ne governa la diffusione nel World Wide Web reale prefigura la nascita di una nuova forma di totalitarismo che potremmo definire “neoliberale”.

Del vecchio progenitore statualistico, che si era incarnato nel nazifascismo e nel comunismo, l’odierno Behemoth – per riprendere il titolo dell’opera di Franz Neumann sul nazismo[1] – sembra essere una riproduzione in millesimo (e, quindi, più difficile da identificare come tale), perché si manifesta a livello micro, in una dimensione locale, in una molteplicità di luoghi differenti allo stesso tempo. Eppure mantiene intatta la propria essenza totalitaria basata su una particolare organizzazione monistica e autoritaria, che sta riducendo ogni dibattito (e la cultura stessa) a mera propaganda e riscopre la violenza come strumento quotidiano e pervasivo di risoluzione dei conflitti.

Il mostro odierno sgorga dal basso, dal territorio, generato da una logica di mercato, da una domanda ormai fuori controllo di denaro, indispensabile alla sopravvivenza stessa del capitalismo finanziario, per poi evolversi attraverso la costruzione di reti transnazionali di oikocrazie che, diversamente dal passato, non hanno più bisogno di complessi apparati istituzionali di propaganda e di sofisticate ideologie centrate sulla supremazia di una nazione, una razza o una particolare dottrina politica, perché sanno avvantaggiarsi del fatto che i moderni social media consentono a chiunque di raggiungere e mobilitare con facilità “porzioni di masse” – si tratti di un politico populista, di un leader di un gruppo terroristico o di un boss del narcotraffico.

A questi stessi attori si deve poi anche l’evoluzione della violenza totalitaria, che non ha bisogno di assumere la forma dello scontro militare tra forze armate tradizionali, perché si accontenta di mantenere le popolazioni in una condizione guerra civile globale permanente: conflitti interni allo Stato, affidate a piccole unità di “soldati” dotati di armi “leggere”, che si trasformano nella condizione quotidiana di un numero crescente di ignari cittadini, e destinati a riverberare comunque a livello internazionale (basti pensare al fenomeno dei migranti in fuga dalla guerra)[2].

Verrebbe quasi da pensare che, prima di cadere sconfitti, i vecchi totalitarismi novecenteschi abbiano fatto in tempo a disseminare dei geni che, con il tempo, si sono riprodotti in nuove creature mischiandosi con altri fattori “ereditari” storico-culturali specifici del luogo.

Ed è come se alcuni di questi geni si fossero inoculati persino all’interno delle trionfanti democrazie, modificandone o sovvertendone, persino, la natura ma permettendo loro, al contempo, di celare tale mutazione continuando a mostrare all’esterno la propria maschera democratica. Il risultato è che, quasi senza accorgercene, abbiamo imboccato una fase di modernizzazione regressiva che – andando oltre la società del rischio prefigurata da Ulrick Beck[3] – sta già producendo una società autoimmune, incapace persino di riconoscere i propri agenti patogeni e, di conseguenza, destinata ad alimentare i propri mali, invece che a debellarli.

NOTE

[1] F. Neumann, 1977 [1942], Behemoth. Struttura e pratica del nazionalsocialismo. Milano: Feltrinelli.

[2] F. Armao, 2015, Inside War. Understanding the Evolution of Organised Violence in the Global Era. Warsaw/Berlin: De Gruyter.

[3] U. Beck, 2000, La società del rischio. Verso una seconda modernità. Roma: Carocci

Cronaca, Politica e Società

Gilet gialli: è lotta di classe

In e-mail il 26 Dicembre 2018 dc:

Gilet gialli: è lotta di classe

di Aldo Calcidese

I pennivendoli della borghesia e del revisionismo avevano decretato già da molto tempo la fine della lotta di classe, un concetto arcaico e superato.

Hanno fatto finta di non vedere che l’ondata reazionaria, fascista e xenofoba che investe ormai tutti i Paesi non è altro che l’espressione della più feroce e spietata lotta di classe dei padroni contro i proletari e i lavoratori.

In Ungheria il ”sovranista” Orban ha fatto approvare ”la legge sulla schiavitù” che porta da 250 a 400 ore l’anno il monte ore che le imprese possono chiedere a operai e impiegati.

Il pagamento delle ore extra può essere effettuato entro 3 anni.

In Austria un altro governo ”sovranista” dispone che le imprese possono chiedere ai dipendenti di lavorare fino a 12 ore al giorno e 60 ore alla settimana.

In Russia Putin ha dato mandato al governo di Medvedev di chiedere l’innalzamento di 5 anni dell’età pensionabile per gli uomini, da 60 a 65 anni, quando la durata della vita media per gli uomini è di 67 anni, e di 8 anni per le donne, da 55 a 63.

In Brasile il governo Temer stabilisce che la durata normale della giornata lavorativa sia di 12 ore e che la pensione piena si potrà avere con 49 anni di lavoro, quando la vita media è di 66 anni!

In Francia Macron ha completato l’attacco alle 35 ore iniziato già con la legge Fillon nel 2003.

UNA LUCE NEL BUIO

Nel tenebroso panorama della reazione borghese, si è accesa improvvisamente una luce.

Ancora una volta il segnale viene dalla Francia, quella Francia in cui per la prima volta il proletariato ha tentato l’assalto al cielo.

Una rivolta popolare scuote tutto il Paese, con imponenti manifestazioni che hanno rotto la pace sociale tanto utile ai padroni.

Naturalmente i pennivendoli come sempre di fronte a un grande movimento di massa si sono soffermati su qualche macchina incendiata.

Il movimento che si è scatenato in tutto il Paese e che coinvolge operai, disoccupati, lavoratori, studenti, ha espresso precisi obiettivi e rivendicazioni come l’aumento dei salari, il diritto alla casa, le tasse sui grandi capitali.

Il carattere politico delle manifestazioni si è espresso nello slogan ”BOURGEOIS PARIS SOUMET TOI!-BORGHESE PARIGI SOTTOMETTITI, (ARRENDITI)!

Macron ha avuto paura e si è presentato in una conferenza stampa in cui, balbettando, ha recitato una specie di ”mea culpa” e accettato, almeno a parole, le richieste.

Anche l’ Unione Europea, sempre forte con i deboli, si è spaventata, e ha concesso alla Francia di andare oltre il 3% del debito.

Altro che il 2,04 ”coraggiosamente conquistato” da grillini e leghisti!

La borghesia francese, una classe marcia e corrotta, ha una storia infinita di crimini contro il suo popolo e contro altri popoli.

Ha soffocato nel sangue con le armi prussiane la rivolta dei comunardi nel 1871, ha commesso crimini e infamie in Indocina, in Algeria e in altri Paesi, fino all’ultima impresa, la distruzione della Libia per appropriarsi del petrolio di quel Paese e per impedire a Gheddafi di aprire una banca panafricana.

Nel grande movimento di massa che si sta sviluppando spetterà naturalmente ai comunisti assumerne la direzione per indirizzarlo verso l’unico obiettivo, che è l’abbattimento della dittatura borghese.

Nella terribile situazione attuale, ancora una volta l’alternativa è SOCIALISMO O BARBARIE.

Ma, come ebbe ad affermare Bertolt Brecht, in una situazione in cui sembrava che il fascismo dovesse dominare tutto il mondo, ”LA NOTTE PIÙ LUNGA ETERNA NON È”

Cultura, Media:Cinema, Televisione, Teatro, Musica, Varie: attualità, costume, stampa etc

La finta realtà televisiva

Da Hic Rhodus , 13 Maggio 2015 dc:

La finta realtà televisiva costruisce vere opinioni negli spettatori

di Claudio Bezzi

Mi faccio vanto di non guardare mai certe reti televisive e in particolare certi programmi. Lo so, è un atteggiamento snob indegno di un sociologo, commentatore e blogger, ma la mia ostilità è troppo forte e trovo modo di spiegarvela a partire dal recente caso di Striscia la notizia che ha licenziato in diretta due inviati, Fabio e Mingo, dopo avere appurato che la loro inchiesta su un finto avvocato barese era una bufala inventata di sana pianta, come altri servizi precedenti. La faccenda è venuta alla luce solo perché si è mossa la Procura che ha deciso di perseguire il presunto reo chiedendo atti e carte inesistenti. Se Fabio e Mingo si fossero limitati a costruire finti servizi su casi meno “sensibili” per un procuratore probabilmente sarebbero ancora al loro posto a scandalizzare bravi cittadini con finti preti, finti cartomanti, finti pescivendoli e altre finzioni che da decenni (questo è il punto) la televisione spazzatura propina per lo scandalo dei benpensanti, la rabbia degli indignati, l’incredulità dei creduli.

In queste ultime righe vi ho già spiegata in sintesi la ragione del mio sospetto verso questa forma comunicativa: ciò che arriva al cervello della gente non è una verità o una falsità o un documento o una finzione o una pubblicità o un reality: è un messaggio che comunque incide sugli schemi mentali coi quali viene poi interpretata la realtà e che ho altre volte citati nei miei articoli (per esempio QUI e anche QUI). La decodifica dei messaggi televisivi (e – da un paio di decenni – di Internet) è assai meno semplice e scontata di quanto creda la persona mediamente colta e intelligente ed è invece orientata consapevolmente alla massificazione, all’identificazione e alla costruzione di una determinata rappresentazione sociale:

manipulation-television-brainwashing-frithIL SISTEMA DI RAPPRESENTAZIONI SOCIALI CHE NE DERIVA, SOPRATTUTTO PER I GRANDI CONSUMATORI DI TV, È PROFONDAMENTE INFLUENZATO DAI SISTEMI DI RAPPRESENTAZIONE SOCIALE CHE PROVENGONO DALLA TV, CHE IN QUESTO MODO SI SOVRAPPONGONO GLI ALTRI SISTEMI DI RAPPRESENTAZIONE SOCIALE, LI INGLOBANO, E LI RICICLANO IN CONTINUAZIONE IN UN BLOB CHE ALLA FINE PRODUCE UNO “SPOSTAMENTO DI REALTÀ”. SECONDO GERBNER QUESTO SPOSTAMENTO DI REALTÀ È FONDATO SUL FATTO CHE I GRANDI CONSUMATORI, CIOÈ COLORO CHE SONO ESPOSTI ALLA TV PER OLTRE QUATTRO/CINQUE ORE AL GIORNO, TROVANO NELLA TV UN SOGGETTO CHE CONTRIBUISCE IN MANIERA DECISIVA ALLA DEFINIZIONE DELLE RAPPRESENTAZIONI MENTALI E SOCIALI DELLA REALTÀ. […] I GRANDI CONSUMATORI TENDONO A DARE “RISPOSTE TELEVISIVE” AI PROBLEMI SOCIALI ED INDIVIDUALI PIÙ ALTE DI QUELLI MENO ESPOSTI, CON I SEGUENTI ESITI RISPETTO A COLORO CHE SONO MENO ESPOSTI:

– SOVRASTIMA DELLA QUANTITÀ DI VIOLENZA ATTUATA NELLA SOCIETÀ;

– MAGGIORE SENSO DI INSICUREZZA;

– MINORE AUTOSTIMA;

– MAGGIORE PROPENSIONE AL RAZZISMO;

– MAGGIORE PROPENSIONE A  PERCEPIRE GLI ANZIANI E I DEBOLI COME MARGINALI;

– ANSIA PIÙ ELEVATA;

– MAGGIORE PROPENSIONE ALLA INTROIEZIONE DI RUOLI SESSUALI PIÙ STEREOTIPATI;

– MAGGIORE INSODDISFAZIONE CIRCA IL PROPRIO STILE DI VITA. (ANGELINI, VEDI RISORSE).

La televisione generalista è ancora una fonte preminente di notizie-spettacolo per una vasta generazione analogica, anziana e non molto scolarizzata (senza che ciò escluda ampie porzioni di giovani poco sfiorati dall’appartenere alla generazione digitale); per mantenere la propria presa sugli spettatori i palinsesti si sono trasformati, aggiornati, puntando alla contaminazione dei generi e alla loro con-fusione: i reality, per esempio, sono spettacolo, con un po’ di “vita vera”, con una spruzzata di informazione; Striscia la notizia, come Le iene e altri format, fa informazione fra comicità, marketing e spettacolo (o fa spettacolo fra informazione e marketing?) mentre i siparietti di Crozza sono comici ma si basano su un piuttosto esplicito messaggio politico. Tutto viene ammantato di leggerezza (per “intrattenere”) ma tutto ha un’apparenza di realtà (per “convincere”).

manipulation_1499345Questa grande narrazione televisiva ha una continuità anche passando da programma a programma, ed è una narrazione caratterizzata dal tipo di pubblico che ciascuna emittente intende fidelizzare, più o meno giovane, più o meno colto… Le televisioni generaliste destinate al grande pubblico forniscono rappresentazioni coerenti del mondo attraverso i telegiornali come attraverso le fiction, i reality e gli altri programmi proposti. Lo spettatore trova quindi delle cornici di senso coerenti, che impara a riconoscere e fare proprie, in cui incastonare specifici casi, fatti eclatanti, aneddoti. L’aneddoticità esemplare è importante perché costituisce una forma comunicativa basilare, semplice e facilmente comprensibile. La denuncia del finto avvocato barese di Striscia non era un discorso sull’Ordine degli Avvocati e i procedimenti per accedervi, non un discorso sulla Giustizia e i suoi eventuali difetti e neppure un complesso discorso morale sulla cattiveria dell’uomo ma semplicemente un episodio, un aneddoto, un ritaglio (in questo caso falso) estratto da una vastità incomprensibile se non riducendola a caso esemplificativo, esattamente come fanno le riviste di gossip che affiancano lo scandaletto della diva al delitto efferato alla ricetta di cucina. La costruzione di questi “casi”, la loro ripetuta proposizione, si affianca all’interpretazione della vita come caso e fortuna dei quiz a premi, del pianto in diretta, della sciagura aerea, della protagonista del telefilm… Tutto è collocato su uno sfondo piatto, senza spessore, che si adatta allo spettatore come lo spettatore si conforma ad esso.

Ecco perché programmi come Striscia la Notizia sono ben lontani da quello che sostengono di essere: sono a tutti gli effetti e consapevolmente programmi di disinformazione di massa, o di diseducazione se preferite. Programmi che contribuiscono pesantemente alla costruzione di schemi mentali orientati a una certa visione di mondo che include anche la visione politica. Non c’è bisogno di fare esplicitamente propaganda a un leader o a un partito, anzi il contrario; si costruisce un tessuto ideologico, culturale e informativo disponibile ad accogliere determinate visioni anche politiche. Il berlusconismo in fondo cos’è stato, se non un grande scenario ottimistico di milioni di posti di lavoro, ristoranti pieni, presunto prestigio internazionale incastonati da aneddoti frammentati centrati sul leader, dalla mamma al bunga bunga, dal Milan al viso insanguinato dopo il quasi-attentato? Il tutto collegato da un messaggio ripetitivo, ossessivo, ripetuto fino all’esasperazione (i comunisti, le toghe rosse…). I vent’anni di berlusconismo trascorsi sono stati un palinsesto televisivo vincente, come le televisioni berlusconiane (e la RAI che si è prontamente accodata) sono state la realtà del berlusconismo.

tv-buyLa conclusione non riguarda più Striscia o Berlusconi ma la generale manipolazione cui siamo soggetti. I falsi televisivi, le bufale, le finzioni spacciate per cronaca sono esistite da quando questa televisione si è affermata: i quiz pilotati, i falsi scoop, i finti processi e i finti clamorosi incontri e le finte sorprese recitate da attori, i finti pianti in diretta, i finti reality dove l’imprevisto è attentamente programmato, tutto questo va assieme alle notizie dei telegiornali date a metà, date prima o dopo altre per connotarle emotivamente, accompagnate o no da filmati, da “schede” o da commenti a studio, e ancora tutto questo va assieme alla clamorosa finta narrazione dei talk show, autentica truffa informativa sulla quale mi sono già intrattenuto tempo fa. Ho parlato solo di televisione, ma sulla disinformazione via Internet (molto più veloce e penetrante per ragioni diverse) potete leggere alcuni vecchi post, sempre attuali:

Risorse:

Economia, Politica e Società

Una legge truffa per i lavoratori e le lavoratrici

In e-mail il 3 Gennaio 2019 dc:

Una legge truffa per i lavoratori e le lavoratrici

2 Gennaio 2019

Ora che la Legge di stabilità è stata approvata, possiamo aggiungere alle considerazioni già espresse un giudizio d’insieme. Doveva essere “la manovra del popolo”, è invece una legge truffa.

La Legge Fornero rimane, con la sola parentesi di tre anni della cosiddetta “quota 100” (che quota 100 non è per via del vincolo dei 38/62 anni). Una parentesi che sarà finanziata in parte, oltretutto, dal blocco parziale dell’indicizzazione delle pensioni, voluto proprio dal governo Monti-Fornero. Peraltro moltissimi lavoratori e (soprattutto) lavoratrici interessati saranno esclusi persino dalla “parentesi”, per via del numero insufficiente dei contributi maturati o, di fatto, per la penalizzazione legata al minor numero dei contributi stessi.

Il cosiddetto reddito di cittadinanza, che attende ancora il decreto attuativo, assomiglia sempre più a un incentivo all’assunzione rivolto alle imprese. Lo stesso quotidiano di Confindustria ha commentato con compiacimento: «Le imprese entrano a pieno titolo nell’operazione reddito di cittadinanza. Il reddito di cittadinanza inizia ad avere sempre più la veste di vera politica attiva» (Il Sole 24 Ore, 28 dicembre 2018). Siamo al punto che persino Matteo Renzi, sulle colonne di Corriere della Sera, ha rivendicato la versione annunciata del reddito di cittadinanza come continuità degli incentivi del Jobs act.

Ma soprattutto il punto è: chi paga? Per poter sventolare sotto elezioni il drappo di due bandiere-elemosina e al tempo stesso mediare con la UE e rispettare il Fiscal compact – cioè il patto col capitale finanziario – i due imbroglioni Di Maio e Salvini hanno fatto l’operazione più semplice. Hanno spostato il carico di spesa sul 2020 e il 2021 con una gigantesca clausola di salvaguardia sull’Iva: 23 miliardi sul 2020 e 28,8 miliardi sul 2021.

Le elemosine sdrucite di oggi sono messe sul conto futuro dei “beneficiari” attraverso un aumento massiccio delle imposte indirette ammazza-salari o attraverso un taglio corrispondente delle spese sociali. Semplicemente, ai “beneficiari” questo non viene detto. A loro si comunica la «svolta storica», l’«abolizione della povertà», l’«orgoglio ritrovato dell’Italia» e altre idiozie spazzatura.

Peraltro, l’anticipo del conto è già in parte scritto, nero su bianco, nella manovra approvata.

La scuola subisce un taglio triennale di 4 miliardi, dal taglio al sostegno al taglio dell’edilizia scolastica.

Le privatizzazioni e dismissioni di beni pubblici previste sul solo 2019 ammontano a 19 miliardi, mentre nello stesso anno diminuiscono in assoluto gli investimenti pubblici.

Le assunzioni vengono bloccate nel 2019 in larga parte della pubblica amministrazione, con la mancata sostituzione di chi andrà in pensione e una pesante ricaduta su servizi già collassati, in particolare nella sanità.

Vengono sbloccate le tasse locali, con un via libera ai Comuni per nuovi rincari di Irpef, Imu, Tasi.

Si tagliano verticalmente, com’è noto, le spese per l’assistenza e l’integrazione dei migranti (dai famosi 35 euro vengono decurtati da 18 a 24 su affitto, pasti, biancheria, formazione).

All’altro capo della società le cose vanno diversamente.

Le imprese incassano la deducibilità dell’Imu sui capannoni al 40% (Di Maio puntava al 50%), l’ulteriore abbattimento della tassa sugli utili reinvestiti, anche in contratti a termine, dal 24% al 15% (Ires), la riduzione del 32% dei contributi per gli “infortuni” sul lavoro (Inail), la liberalizzazione degli appalti senza gara entro i 150.000 euro.

Le piccole imprese e i liberi professionisti incassano la flat tax al 15% sul fatturato sino ai 65000 euro nel 2019, e sino ai 100000 nel 2020.

Le banche e le assicurazioni che pagano un obolo triennale di 5 miliardi, prevedibilmente scaricato sui conti correnti e sulla clientela, intascano i 70 miliardi ordinari di soli interessi annui sul debito pubblico, per di più prevedibilmente maggiorati, di due miliardi, per via dell’aumento intervenuto dello spread (divario del tasso d’interesse tra titoli pubblici italiani e tedeschi) e della fine del Quantitative Easing della BCE.

Quanto ai salariati pubblici e privati, continueranno a reggere sulle proprie spalle l’intero edificio della società borghese.

Nulla muterà per loro.

Continueranno a pagare l’80% del carico fiscale.

Continueranno a subire la vacanza contrattuale nel settore pubblico.

Continueranno a subire il Jobs act di Renzi, rimasto intatto in tutti gli aspetti essenziali, a partire dall’abolizione dell’articolo 18.

Continueranno a subire il precariato (il famoso decreto dignità che doveva “abolirlo” ha esteso l’uso dei contratti a termine dal 20% al 30% dell’organico aziendale).

Continueranno a lavorare nei giorni festivi nella grande distribuzione e nel commercio, visto che la promessa di cancellarli è rimasta tale.

Mentre sotto la pressione delle Regioni a guida leghista, Veneto in testa, il governo ha avviato un progetto di autonomie regionali che tratterrà al Nord il grosso del residuo fiscale a scapito del Mezzogiorno, e mirerà a differenziare prestazioni e condizioni giuridiche e contrattuali del lavoro su basi territoriale. Un colpo frontale ai lavoratori e alle lavoratrici di tutta Italia.

Sino a quando? Sino a quando non si produrrà una grande ribellione sociale, di classe e di massa, che ponga l’interrogativo su quale classe governerà l’Italia: se i padroni o i lavoratori.

Partito Comunista dei Lavoratori

Comunicati, Politica e Società

La pillola dell’obbedienza

In e-mail da Democrazia Atea il 21 Dicembre 2018 dc:

La pillola dell’obbedienza

Marco Bussetti, Ministro dell’Istruzione, ex allenatore di basket di Gallarate (Varese), è l’esempio vivente di come sia vincente il modello che sostituisce la razionalità con la superstizione, che mortifica la cultura sostituendola con l’approssimazione, che elimina ideologie e orientamenti politici per sostituirli con il praticume spiccio e che, non avendo una visione complessiva dell’istruzione, ha stipulato un protocollo d’intesa con l’Ordine dei pediatri che ha, tra le sue finalità, quella di preparare gli insegnanti alla somministrazione di farmaci agli alunni con patologie speciali.

Finora, in presenza di patologie, i docenti potevano facoltativamente rendersi disponibili alla somministrazione, ma non vi era alcun obbligo.

La facoltà, da adesso, si trasformerà in obbligo e diventerà, con il tempo, come sempre accade, un requisito premiante.

Per sapere dove andremo a parare con questa trovata basta guardare la deriva nelle scuole statunitensi.

Le finalità dichiarate sono quelle di promuovere la salute e il benessere degli alunni.

Le reali finalità, ovviamente, sono altrove e la cialtroneria impedisce di chiarire ciò che nemmeno loro hanno compreso, al contrario dei lobbIsti farmaceutici che sono dietro questa iniziativa.

Democrazia Atea ha sempre sostenuto che dal prontuario farmaceutico dovesse essere escluso il Ritalin, noto anche come “la pillola dell’obbedienza”, la cui introduzione era stata richiesta sin dal 2004 dalla Novartis.

L’uso del Ritalin è stato oggetto di critiche severe per l’uso che se ne è fatto negli Stati Uniti per sedare i bambini affetti da iperattività, a fronte di una crescente incapacità genitoriale che ha preferito sedare farmacologicamente i propri figli piuttosto che mettere in discussione il proprio stile di vita.

Una crescente incapacità genitoriale si registra anche in Italia e la conseguenza si conferma nell’aumento significativo di bambini che mostrano iperattività e deficit di attenzione.

L’introduzione di questo farmaco si prospetta anche in Italia come soluzione farmacologica alla incapacità genitoriale che, in assenza di un monitoraggio sulle condizioni di assunzione, porterà alla eccessiva medicalizzazione ed è certo che si tenderà a celarne i gravi effetti collaterali, tra i quali la morte, l’alterazione cromosomica e la ideazione suicidaria, che il Ritalin produrrà nei bambini.

Contrastare il Ritalin significa operare una scelta politica atteso che le famiglie saranno poste nella sconcertante alternativa tra ricorrere ad un farmaco pericoloso e non risolutivo, che però sarà posto a carico del servizio sanitario nazionale, oppure pagarsi autonomamente le terapie psichiatriche non medicalizzate, lunghe nel tempo ma risolutive.

La scelta cadrà inevitabilmente, come accaduto negli Stati Uniti, sulla risolutività immediata garantita dal farmaco, a scapito di una terapia lunga e costosa.

Impedire che questo farmaco possa essere diffuso significherà operare una scelta di rieducazione psichica e sociale dei bambini, impedendo l’assunzione di un prodotto che li renderebbe terminali di un processo redditizio legato al profitto farmacologico.

Quando i docenti saranno stati formati alla somministrazione dei farmaci sarà evidente che non si tratterà di somministrare solamente i farmaci salvavita ma, come già accade oltreoceano, saranno somministrati psicofarmaci per neutralizzare chimicamente una risposta di adattamento di tutti quei bambini che non si sentono compresi, né dai genitori, né dagli insegnanti.

Carla Corsetti
Segretario nazionale di Democrazia Atea
Componente del coordinamento nazionale di Potere al Popolo

Comunicati, Politica e Società

Il M5S sale sugli F-35

In e-mail il 21 Dicembre 2018 dc:

Il M5S sale sugli F-35

Per anni la propaganda grillina ha tuonato contro gli sprechi dei jet militari, in particolare contro gli F-35. Per raccattare voti in tutte le direzioni, anche la posa antimilitarista è sembrata uno strumento utile.

Ora contrordine!

Scalata la vetta del governo nazionale, conquistato il Ministero della Difesa (Elisabetta Trenta), conquistato il sottosegretariato alla Difesa (Angelo Tofalo), il M5S si è messo rapidamente l’elmetto. «Da tanti anni abbiamo parlato di questi F-35 in maniera distorta… Non possiamo rinunciare a una grande capacità tecnologica per la nostra aeronautica, che ci mette avanti rispetto a tanti altri Paesi» dichiara ora compunto il sottosegretario Tofalo. Via libera dunque alla messe di miliardi per aerei da guerra.

Il M5S di governo ha bisogno di mettere radici nel cuore profondo dello Stato, innanzitutto nell’apparato militare. La nomina di alti gradi dell’Esercito o dei Carabinieri in ruoli di governo (Ambiente) e sottogoverno non è un fatto casuale. Il M5S cerca legittimazione e riconoscimenti presso i poteri forti, per questo li lusinga con particolari attenzioni. La pioggia di miliardi negli F-35 è il prezzo dell’operazione. Pagheranno la sanità, la scuola, il lavoro.

Doveva essere “il governo del cambiamento”, ma a cambiare sono solo i governanti (del capitale). Per il resto tutto come prima, a partire dal cinismo e dall’ipocrisia.

Partito Comunista dei Lavoratori
Cultura, Laicità e Laicismo, Politica e Società

Avanzi di fedeltà

In e-mail il 20 Dicembre 2018 dc da Democrazia Atea:

Avanzi di fedeltà

Il ministro della paura e della insicurezza pronuncia un discorso alla scuola di formazione politica della Lega, ad uso e consumo dell’imbecillità:

“Io penso che una vita vissuta senza credere che alla fine dei nostri giorni ci sia qualcosa è una vita a cui manca qualcosa. E lo dico da ultimo dei credenti, perché mi piacerebbe credere di più. Ma quando c’è qualcuno che pensa che [in una scuola] Dio e Gesù siano fuori posto, che pensa che ‘Tu scendi dalla stelle’ debba uscire dalle classi, questo non è un insegnante, è una persona che va curata, che deve cambiare mestiere.”

Un simile discorso solletica l’identità religiosa a scapito della coscienza critica che invece si nutre del dubbio e della ricerca di contenuti.

La tirannide non passa attraverso la militarizzazione, basta fomentare la discriminazione su base religiosa e la popolazione si trasforma in un esercito pronto a delinquere in nome del capo.

In prima fila, a oltraggiare il cadavere di Mussolini, c’erano i fascisti milanesi.

La storia non insegna e si ripete.

I primi ad abbandonarlo saranno coloro che oggi lo sostengono.

Non tutti, qualche tifoso gli resterà comunque fedele.

Carla Corsetti
Segretario nazionale di Democrazia Atea
Componente del coordinamento nazionale di Potere al Popolo

Economia, Politica e Società

Il “sacco di Milano”

In e-mail il 14 Dicembre 2019 dc:

La spirale dell’urbanistica predatoria: il “sacco di Milano”

dell’avvocato Sullam

Il futuro degli ex scali ferroviari e dell’ex Area Expo è al centro del dibattito urbanistico e della politica milanese. La “valorizzazione” di queste aree, già di proprietà pubblica, è l’ultima tappa della più che ventennale politica di “rigenerazione urbana”, che ha riempito le tasche di finanzieri, banchieri, immobiliaristi, promotori e costruttori edili, architetti di fama, affaristi vari, mentre svuotava i portafogli dei lavoratori e dei giovani, costretti a pagare fitti crescenti e mutui gravosi o ad allontanarsi sempre più dalla metropoli.

Il filo ininterrotto di quello che si può chiamare “il Sacco urbanistico di Milano” si dipana dalla Giunta Albertini a quella Moratti e passa poi dal “centro-destra” al “centro-sinistra” di Pisapia e Sala.

1. La Giunta Albertini (1997-2006) avvia e gestisce il Sacco di Milano.

La Giunta Albertini, sostenuta da Forza Italia – Lega Lombarda – Alleanza Nazionale e spalleggiata in Regione dalla Giunta Formigoni, dominata dai ciellini, si insedia nel 1997, quando si è ormai conclusa la lunga smobilitazione della grande industria milanese e – con essa – di gran parte della rete di piccole e medie fabbriche ad essa collegata.

Milano si è trasformata da metropoli industriale in città-ufficio e metropoli finanziaria, sede di banche, assicurazioni, società immobiliari, che si sono impadronite o possono disporre delle aree industriali dismesse, la cui superficie complessiva supera i 1000 ettari. La Giunta Albertini, con l’Assessore all’urbanistica, il ciellino Lupi1, avvia il piano battezzato “Ricostruire la Grande Milano”, la cui filosofia consiste nel lasciare mano libera ai proprietari e costruttori nell’utilizzo di ogni area disponibile, grande o piccola, in deroga al Piano Regolatore.

In pratica ogni proprietario è padrone a casa sua, libero di costruire cià che vuole dopo averlo richiesto all’Amministrazione comunale. A tal fine vengono utilizzati tutti gli strumenti della cosiddetta urbanistica contrattata, che pone il Comune al servizio delle promozioni edilizie: PII (Piani di Intervento Integrato); PRU (Programmi di Riqualificazione Urbana); Varianti al Piano Regolatore Generale, mediante i quali il privato strappa al Comune elevati indici di edificabilità, che indicano i metri quadrati costruibili per ogni metro quadro di terreno.

Già sotto la precedente giunta leghista Formentini era stata approvata la Variante al PRG Bicocca, madre di tutte le operazioni di cosiddetta rigenerazione urbana, che consentiva di edificare sull’area degli ex stabilimenti Pirelli un enorme quartiere universitario e residenziale (ben 570.000 mq di “superficie lorda di pavimento” su 750.000 mq di terreno, con un indice dello 0,76) per salvare i conti del disastrato monopolio della gomma, che con Tronchetti Provera alla guida giocava la carta della speculazione immobiliare (Pirelli RE – Real Estate).

Sotto il binomio Albertini – Lupi si assiste all’orgia edilizia, con l’esplosione delle sopraelevazioni degli stabili esistenti, consentita da una speciale normativa regionale, e – per quello che qui interessa – con l’approvazione e l’avvio di altri 16 programmi, per complessivi 5.000.000 mq di superficie territoriale e oltre 2.500.000 mq di superficie lorda di pavimento, che si riportano nella tabella seguente (che comprende anche la Variante Bicocca).

1 Lupi metterà a frutto l’esperienza iniziata a Milano varando nel 2014 il suo Piano Casa in qualità di ministro dei lavori pubblici. Vedi l’articolo “Il piano casa Renzi – Lupi, un sogno per gli immobiliaristi, un incubo per i proletari” su R.C. marzo-aprile 2014.

 

Ambito

Sup. territ.

S.L.P.

Indice

Pll Montecity Rogoredo

1.150.000

614.000

0,53

Variante al PRG Bicocca

750.000

570.000

0,76

Accordo di programma Bovisa

642.000

250.000

0,39

PRU Rubattino ex Innocenti Maserati

611.200

301.950

0,49

PRU Palizzi Ex Finalube

453.870

135.935

0,30

Accordo di programma Portello

380.000

158.000

0,42

Pompeo Leoni Ex Om

313.900

153.082

0,49

Pll Adriano Marelli

310.000

230.000

0,74

Accordo di programma e PRUSST Porta Vittori

300.000

120.000

0,40

Citilife area Ex Fiera

255.000

300.000

1,18

Garibaldi repubblica (escluso il polo istituzionale)

230.000

116.000

0,50

PRU Lorenteggio ex Dalmine Scac

166.311

68.610

0,41

Lodi Ex Tibb Tecnomasio

68.600

33.054

0,48

Variante al PRG Ansaldo

47.000

70.500

1,50

Ex Motta

32.600

21.244

0,65

Via Grazioli

23.729

5.4233

0,65

Via Savona e Brunelleschi

27.424

22.508

0,82

TOTALI

5.761.534

3.170.306

Indice medio 0,63

Ciascuno di questi interventi attrae – come un magnete – una miriade di operazioni edilizie minori, su piccole aree vicine o su edifici da ristrutturare. Inoltre, la Giunta dà il via al Piano Parcheggi, che prevede lo scavo di decine di autorimesse sotterranee, con un investimento previsto di 2 miiardi di Euro.

Dietro ad ogni operazione, grande o piccola che sia, stanno le banche – Intesa/Unicredit/BPM in testa – che aprono le vanne del credito facile per importi miliardari a favore di immobiliaristi, promotori e costruttori, con la speranza di recuperarli presto e di erogare nuovi mutui ai compratori dei singoli appartamenti. È una ruota che gira vorticosamente, mossa dall’aspettativa di prezzi crescenti.

Il decennio Albertini termina in un’atmosfera euforica col varo dei maggiori interventi di rigenerazione urbana: CityLife sull’area della Fiera in zona Sempione (il nostro Central Park secondo Albertini), Porta Nuova sull’area Garibaldi-Repubblica (il nuovo centro direzionale, residenziale e commerciale di lusso), Montecity Rogoredo sulle aree ex Montedison di Linate ed ex acciaieria Redaelli di Rogoredo (destinata a diventare la nuova Montenapoleone secondo il promotore Zunino che le aveva acquistate), sotto il segno degli Archistar di fama mondiale, che li hanno progettati.

Tra il 2000 e il 2015 viene stravolto il tessuto urbano di Milano, definitivamente occupato da quartieri residenziali di gran lusso per i nuovi ricchi, costruiti come gated communities, aree urbane privatizzate, recintate e sorvegliate (CityLife e Bosco Verticale a Porta Nuova); da quartieri riservati ai ceti medi più abbienti, peraltro incompiuti e sforniti di qualsiasi servizio a parte il supermercato “Esselunga” che si installa ovunque (Lambrate-Rubattino; Rogoredo; Pompeo Leoni- ex OM; Crescenzago ex Marelli) e da centri direzionali sorti sulle aree dismesse dall’industria.

Questi quartieri vengono innestati nel corpo della città senza un disegno urbanistico complessivo, anzi contro di esso: non hanno strade di accesso né linee di trasporto pubblico adeguate ai nuovi flussi di traffico, le infrastrutture sono molto ridotte rispetto al costruito, vi è carenza di servizi comuni aperti e fruibili dalla cittadinanza, se non a pagamento.

Soprattutto, la loro edificazione elimina in radice la possibilità di costruire quartieri popolari o servizi comuni, perchè ogni area disponibile è stata consegnata alla predazione privatistica, che si avvita sulla valorizzazione di ogni centimetro quadrato di terreno e così esclude un utilizzo sociale del territorio urbano.

 

Giunto al termine del mandato, nel 2005 Albertini vuole chiuderlo in gloria: il Comune stipula con Ferrovie dello Stato S.p.A. l’Accordo Di Programma (ADP) per la riqualificazione di sette scali urbani, aventi una superficie complessiva di circa 1.300.000 mq (130 ettari), su cui costruire – mediante appositi PII – nuovi quartieri residenziali e direzionali con alta densità edilizia. È la prima volta che gli scali ferroviari, ormai in gran parte inutilizzati dopo la smobilitazione delle industrie, fanno capolino nella politica urbanistica meneghina.

A conclusione dell’esame della politica urbanistica del decennio Albertini va anche detto che l’esperienza di deroga generalizzata alla regolamentazione urbanistica vigente, accumulata a Milano, viene messa a frutto dalla contigua Regione Lombardia con il varo della L.R. 12/2005, che in luogo del rigido Piano Regolatore Generale istituisce il Piano di Governo del Territorio, strumento super-flessibile a disposizione della proprietà immobiliare e della speculazione edilizia, che viene di seguito esaminato.

2. La Giunta Moratti (2006 – 2011): i sogni del PGT e di Expo 2015.

Albertini lascia il posto di Sindaco a Letizia Moratti, collega di centro-destra, esponente di un proprio gruppo politico-affaristico collegato, ma concorrente, con Berlusconi. Il nuovo Assessore all’urbanistica è Masseroli, ciellino come Lupi e come lui sodale di Formigoni, Presidente della Giunta regionale, che si dedica alla stesura del nuovo Piano di Governo del Territorio (PGT), mentre la Sindaca, collaborando con il governo Prodi, lancia la candidatura di Milano a sede dell’Expo Universale del 2015. PGT e Expo sono le due gambe su cui deve avanzare la “trasformazione urbana” di Milano, avviata da Albertini.

Il PGT viene adottato nel febbraio 2011 al termine della sindacatura Moratti, ma la Giunta non riesce a pubblicarlo prima delle elezioni del maggio seguente. Il PGT Masseroli serve a consolidare ed “eternizzare” la predazione privatistica del territorio milanese, rompendo con la tradizione urbanistica borghese del ‘900, che con il Piano Regolatore Generale ordinava lo sviluppo della città secondo le esigenze dell’industria (aree industriali, aree residenziali, aree di edilizia popolare, aree a verde, ecc…) e afferma il dominio della finanza parassitaria su tutto il territorio.

Il Piano Regolatore assegnava a ogni terreno una destinazione d’uso precisa, che ne determinava il valore, ben diverso se l’area era agricola, industriale, commerciale, residenziale libera ovvero pubblica, ecc.

Il PGT Masseroli introduce invece il principio dell’indifferenza funzionale, che abolisce la suddivisione del territorio urbano, propria del Piano Regolatore, in zone a diversa destinazione allo scopo di consentire ai proprietari di costruire immobili per qualsiasi uso o di ristrutturarli mutando le destinazioni d’uso precedenti, secondo le cangianti esigenze del mercato immobiliare e della richiesta di servizi.

Il PGT, inoltre, assegna ad ogni proprietario di suolo urbano un eguale diritto di edificazione, in base al criterio della perequazione estesa introdotto dalla Legge Regionale 12/2005 (democrazia della proprietà immobiliare ovvero dei ricchi).

Di conseguenza questo diritto, che inerisce al terreno, non può andare perduto: semplicemente, se il proprietario – privato o pubblico o ente religioso o morale che sia – di un determinato terreno non può edificarlo perchè l’area è destinata a verde pubblico o a servizi (ospedali, caserme, scuole e perfino chiese), egli può trasferire il diritto di edificare su un altro terreno di sua proprietà o cederlo a proprietari di altri terreni, sommandolo al diritto pertinente a quell’area.

Il trasferimento del diritto può così avvenire da terreni periferici a terreni centrali o comunque aventi una rendita differenziale più elevata, aumentando la volumetria disponibile per costruzioni che hanno maggior valore di mercato ed incoraggiando la costruzione in altezza, lanciata sotto Albertini con le tre Torri di Citylife, la torre Unicredit e il Bosco Verticale di Porta Nuova, il “Formigone” nuova sede della Regione, ecc..

Va anche sottolineato che il PGT Masseroli assegna ad ogni metro quadrato di terreno cittadino un indice unico di edificabilità pari a 0,5 che è elevatissimo (si possono costruire 0,5 mq per ogni mq di terreno posseduto o trasferire il diritto su altri terreni).

 

Il territorio urbano viene così trasformato in capitale da vendere senza più vincoli, spostando i diritti edificatori da aree di minor valore a aree più pregiate, come se fossero mattoncini Lego.

I diritti di edificazione perequati e la indifferenza funzionale propria di qualsiasi area diventano un assegno circolare nelle mani dei proprietari, privati, pubblici o religiosi che siano. La circolazione dei terreni e quella degli immobili dismessi viene così facilitata. Con essa cresce la centralizzazione della proprietà immobiliare in poche mani, favorendo la valorizzazione e rigenerazione urbana di aree sempre più grandi.

La finanza mette così definitivamente le sue mani sulla città, in quanto con il PGT si passa dal periodo anarchico dell’urbanistica contrattata in deroga al PRG all’anarchia urbanistica eretta a sistema: finanzieri immobiliaristi costruttori, accumulate diritti di edificazione, costruite dove più vi conviene e come volete, arricchitevi!

Il PGT, quindi, apre la strada allo sconvolgimento permanente della città e con esso della vita quotidiana dei cittadini, che – a seconda delle scelte dei padroni della metropoli – potranno trovarsi in pochi anni circondati da enormi palazzi, quartieri direzionali, centri commerciali, che tolgono aria, luce e panorama e portano traffico, inquinamento, rifiuti, sporcizia.

Completa il PGT la densificazione edilizia. Masseroli consente di costruire con alti indici di edificabilità, in previsione dell’aumento della popolazione residente da 1.300.00 a 1.700.00 persone. Anche a Milano arriva il tempo dei grattacieli, con la giustificazione ecologica di evitare il consumo del suolo.

Si affianca al PGT il progetto Expo 2015, che Milano strappa nel 2008 alla concorrente turca Smirne.

Senza entrare nell’analisi complessiva di Expo 20152, va sottolineato – sul piano strettamente urbanistico – che la scelta del terreno per la sede dell’Expo, da parte della Moratti, non è affatto casuale.

L’area Expo, situata all’estrema periferia nord-ovest di Milano e in parte nel Comune di Rho, è un terreno agricolo, confinante con la Fiera di Milano-Rho e con l’area di Cascina Merlata, chiuso da svincoli autostradali e rilevati ferroviari, inquinato dagli sversamenti della ex raffineria IP su cui è sorta la nuova Fiera.

Ha tre proprietari: la Fondazione Fiera, che ne possiede poco più del 50 per cento ma ha sulle spalle un forte debito, l’immobiliarista Cabassi, proprietario di un terzo circa, e il Comune di Milano per il residuo.

Vale 16 € al mq, prima della sua trasformazione in area edificabile, grazie alla quale il valore si decuplica al momento della vendita alla società pubblica Arexpo, creata proprio a questo scopo e munita di un mutuo di 300 milioni di Euro erogato dalle grandi banche nazionali. Arexpo acquista il terreno: la Fondazione Fiera Milano, che è un feudo di Comunione e Liberazione in combutta con Assolombarda, può coprire il suo indebitamento e Cabassi realizzare, a spese pubbliche, una forte plusvalenza. Inoltre, la Lega Coop, che intende costruire sulla contigua area di Cascina Merlata un grande quartiere residenziale in una zona poco servita e collegata, potrà trarre vantaggio dalle opere e infrastrutture previste per Expo3.

2 Vedi l’opuscolo (Nota mia: non presente qui)
3 Riportiamo la propaganda veicolata da un articolo di “MilanoToday”: “A Cascina Merlata sorgerà “Uptown, il nuovo ‘quartiere’ di lusso di Milano, […] interamente geotermico e teleriscaldato. Il primo in Italia totalmente a impatto zero, con edifici in classe A e zero emissioni. Il tutto, naturalmente, senza perdere di vista la bellezza”, una cittadella di 12 mila abitanti comprensiva di “Uptown park”, un parco verde urbano di 250 mila metri quadri attrezzati, di “Uptown school”, un plesso scolastico che va dalla materna alla media, e di “Merlata Mall”, il centro commerciale più grande di Milano (cfr. “MilanoToday”, 1o giugno 2016).

 

Dietro alla scelta della Moratti, caduta su un terreno estremamente periferico, inquinato e chiuso da barriere autostradali e ferroviarie, stanno quindi interessi potenti. Inoltre, il terreno individuato dalla Sindaca, che si può ormai chiamare l’area del miracolo a Milano, si trova sulla storica direttrice nord-ovest di sviluppo della metropoli, che segue la linea del Sempione, che va da Citylife al Portello-Fiera e da questo alla nuova Fiera Milano-Rho. Infine, ai lati di questa direttrice stanno le vicine aree della Bovisa e dello Scalo ferroviario Farini, la più importante di quelle indicate nell’Accordo di Programma Comune/F.S del 2005.

Moratti e Masseroli continuano, peraltro, a trattare con F.S. riguardo agli scali4; e l’Accordo di Programma per la loro trasformazione urbana viene inserito nel nuovo PGT, che prevede un’altissima volumetria a favore di F.S.

I sogni di gloria di Moratti e Masseroli si infrangono sul muro della crisi finanziaria e immobiliare, che dal 2008 al 2011 travolge anche Milano, e affondano nel pantano dei conflitti di potere tra le cordate affaristico-politiche, che puntano a controllare i finanziamenti pubblici miliardari da stanziare per Expo 2015.

4 Sotto la Giunta Moratti, Comune e Ferrovie dello Stato proseguono la trattativa per il riutilizzo degli scali: nel 2007 si insedia una segreteria tecnica; nell’aprile 2008, viene effettuata la Valutazione Ambientale Strategica, pubblicata nel dicembre 2009. Viene delineato un nuovo quadro programmatico che disciplina gli scali come ATU (Ambiti di Trasformazione Urbana). Il Comune concede un’elevata potenzialità edificatoria, pari a 0,65 mq per ogni mq di superficie, addirittura aumentata a 1 mq per mq di superficie nel PGT approvato all’inizio del 2011!

Qui interessa il primo aspetto, perchè la crisi immobiliare travolge i protagonisti dell’urbanistica contrattata.

Cade per primo Zunino, il cui gruppo Risanamento fallisce, facendo abortire il progetto Montecity, di cui è stato realizzato solo il quartiere di edilizia convenzionata, con l’abbandono della nuova Montenapoleone progettata dall’architetto Norman Foster5.

Lo segue nella rovina il gruppo Coppola, impegnato nella costruzione del quartiere di lusso sull’area dell’ex Scalo Vittoria, tuttora incompleto e vuoto.

Soprattutto crolla il gruppo Ligresti Sai-Fondiaria, che sotto l’ala di Mediobanca ha avuto per decenni il controllo di oltre metà delle aree edificabili di Milano e aveva costituito un gigante assicurativo-immobiliare-edilizio6.

La voragine dei debiti accumulati dai grandi immobiliaristi piomba i bilanci delle maggiori banche milanesi, i cui crediti sono ormai incagliati o inesigibili. Le grandi e piccole operazioni edilizie lanciate sotto Albertini e proseguite con il vento in poppa sotto la Moratti si arenano nella crisi delle vendite e nel gelo del credito bancario, che sgonfia la corsa al rialzo dei prezzi degli immobili, carburante della spirale speculativa avviata dal 1996. Il mercato immobiliare e la politica urbanistica milanese ballano ormai sui debiti, travolgendo la Giunta Moratti e portando al potere la Giunta Pisapia.

3. La Giunta Pisapia (2011-2016) tiene a galla i padroni della città.

Pisapia e la sua alleanza di centro-sinistra sbaragliano la Moratti nel giugno del 2011, sull’onda di un vasto malcontento popolare e anche con il sostegno di importanti frazioni della finanza meneghina, scontenta della paralisi del centro-destra cittadino. Assessore all’urbanistica e Vice Sindaca è l’avvocata amministrativista De Cesaris, rappresentante della lista arancione del Sindaco, che si assume il compito di far approvare definitivamente il PGT Masseroli, adeguandolo alla

5 Il fallimento di Risanamento travolge anche il progetto di Renzo Piano per l’area ex Falck di Sesto san Giovanni.
6 Ligresti aveva acquisito con Generali ed Allianz l’area ex Fiera Milano, dove stava edificando Citylife (da cui era dovuto uscire cedendo la propria quota ai due soci), possedeva tutte le cascine ai confini di Milano, in particolare l’area in zona Ripamonti destinata alla costruzione del CERBA del Prof. Veronesi (che non vedrà mai la luce). Il suo gruppo, quindi, avrebbe tratto enormi vantaggi dal PGT di Masseroli.

 

mutata situazione economica e del mercato, mentre Pisapia si getta a corpo morto nell’opera di condurre in porto Expo 2015, collaborando con il Commissario Straordinario Beppe Sala. Non vi è quindi alcun mutamento di rotta rispetto agli obiettivi della Giunta precedente.

La Giunta Pisapia per prima cosa vara definitivamente il PGT il 22 maggio 2012, apportandovi le modifiche sulle quali per mesi la De Cesaris ha raccolto le osservazioni e l’adesione degli operatori e professionisti del settore edilizio.

Viene conservata l’essenza del PGT Masseroli: la perequazione e l’indifferenza funzionale, per lasciare mano libera alla predazione privatizzatrice del territorio.

Si riduce invece l’indice unico di edificabilità da 0,5 a 0,35 mq/mq, perchè i progetti ottimistici di sviluppo della città, cui si era ispirata la Giunta Moratti, non hanno più ragione di essere nel pieno della crisi sistemica, con migliaia di nuovi appartamenti invenduti nella metropoli e il credito bancario quasi inesistente: sognare di aumentare la popolazione cittadina di 400.000 abitanti e di aprire migliaia di nuovi cantieri per costruire grandi volumetrie, oltre che inutile, è pericoloso per la tenuta dei prezzi immobiliari e la conclusione di tutti i progetti in corso, che trovano compratori con estrema lentezza7. La modifica del PGT, approvata dalla Giunta Pisapia serve pertanto a mettere in sicurezza i valori immobiliari.

In secondo luogo, Pisapia coadiuva Sala nel tentativo di riprendere il tempo perduto tra il 2008 e il 2011 per il progetto Expo, avviando l’esecuzione delle opere indispensabili per inaugurare l’Esposizione nel 2015. Tra il 2011 e l’inizio del 2015 Milano si fa bella per Expo, spendendo centinaia di milioni di Euro sottratti dal bilancio comunale agli interventi sociali ed investendone altri in Arexpo.

La Giunta, attenta alle esigenze di finanzieri, costruttori, albergatori e operatori turistici, affittacamere e professionisti vari, sostiene Expo 2015 per affermare un nuovo Modello Milano, efficiente, concorrenziale, attrattivo per capitali turisti e uomini d’affari, e per contribuire così alla ripresa del mercato immobiliare. La validità, per la finanza immobiliare, della politica urbanistica della Giunta Pisapia viene confermata dagli investimenti miliardari dei fondi sovrani dei petro-Stati del Golfo Persico, che acquistano tra il 2013 ed il 2016 grandi immobili di pregio e l’intero quartiere di Porta Nuova, da poco terminato dal promotore Coima di Manfredi Catella.

Rispetto alle esigenze abitative dei lavoratori e dei giovani, quindi, nulla cambia tra Moratti e Pisapia, tra centro-destra e centro-sinistra. La stella polare di entrambi è l’interesse dei padroni della città, la valorizzazione dei terreni, delle case e della metropoli nel suo complesso: che è il motore del processo di espulsione dei ceti popolari dalla metropoli, se non riescono a pagare affitti esosi o mutui che li strangolano.

Il successo di Expo 2015, gli investimenti immobiliari esteri e il relativo alleggerimento della stretta creditizia, favorito dalla BCE, consentono di riprendere il filo della trasformazione urbana, interrotto dalla crisi del 2008-2011.

A metà del 2015, al centro della politica urbanistica, messo in cascina il PGT e aperti i cancelli di Expo, stanno due questioni: l’uso delle aree ferroviarie e il destino dell’ex area Expo.

Si tratta, in complesso, di circa 2.500.000 mq, 250 ettari, su cui si intrecciano gli interessi delle società pubbliche proprietarie delle aree (gruppo FS e Arexpo), delle banche interessate al finanziamento dei vari progetti, dei costruttori, ecc. E sono le due questioni sulle quali la Giunta Pisapia si sfalda8.

La crisi della Giunta si manifesta sul nuovo Accordo Di Programma (ADP) con il Gruppo F.S. per la rigenerazione e riqualificazione urbana degli scali ferroviari, trattato a lungo dall’Assessore De Cesaris e sottoscritto dal Sindaco nel giugno 2015, per sostituire il precedente ADP Moratti del 2009.

7 Ad esempio, Citylife, che prevedeva di terminare i lavori entro il 2015, è costretta ad eliminare parte del progetto e chiedere alla Giunta Pisapia, che la concede, la proroga del termine dei lavori al…2023
8 Il 22 marzo 2015 lo stesso Pisapia aveva annunciato la propria intenzione di non ricandidarsi per un secondo mandato nel 2016.

 

L’ADP De Cesaris riguarda sette scali ferroviari che, dal più grande al più piccolo, sono i seguenti: Farini (superficie utilizzabile e trasformabile di 500.000 mq); Porta Romana (220.000 mq); San Cristoforo (120.000 mq); Porta Genova (100.000 mq); Lambrate (50.000 mq); Certosa e Rogoredo (30.000 mq ciascuno).

A parte gli scali molto periferici di San Cristoforo, Rogoredo, Certosa e Lambrate, quelli di Farini e Porta Romana sono ormai divenuti semi-centrali e quello di Porta Genova centralissimo. Inoltre, Farini ha una posizione strategica tra l’asse del Sempione e il nuovo centro di Porta Nuova; mentre Porta Genova e Porta Romana si trovano nelle ex aree industriali colonizzate da moda, design, Università Bocconi.

L’ADP Moratti concedeva a F.S. un’alta densità edilizia, pari a 822.000 mq di superficie lorda di pavimento, ma prevedeva la quota del 50% da destinarsi all’edilizia a canone agevolato o concordato e all’edilizia convenzionata in proprietà, da costruire in ciascuno degli scali (si affermava il principio del mix abitativo, che impone la presenza del cosiddetto housing sociale accanto all’edilizia di pregio).

L’ADP De Cesaris riduce la s.l.p. (superficie lorda di pavimento) a 674.500 mq, destina maggiori superfici a verde, ma consente a F.S. di riservare ben 518.000 mq all’edilizia residenziale più pregiata, sacrificando la superficie destinata all’edilizia popolare e convenzionata a 155.000 mq (pari a 2.600 alloggi di 60 mq).

Per giunta prevede la concentrazione dell’housing sociale negli scali super periferici di Certosa, Rogoredo e Lambrate, che rimangono in funzione; riserva a verde tutto lo scalo periferico di San Cristoforo destinato a diventare un parco lineare di 140.000 mq lungo il Naviglio; concede in tal modo a F.S. l’opportunità di destinare ad edilizia di pregio le aree degli scali più centrali di Porta Genova, Farini, Porta Romana, concentrando negli ultimi due i diritti edificatori e contribuendo ad aumentare i ricavi dell’operazione Scali.

La valorizzazione delle aree garantita dal Comune al Gruppo F.S. è dunque massima, mentre è minima la cura per le esigenze abitative dei lavoratori e dei giovani, confinati in zone disagiate. L’indice di democraticità urbanistica della Giunta di centro-sinistra è addirittura inferiore a quello dell’aristocratica Moratti!

L’Assessore De Cesaris si dimette il 14/7/20159, aggravando la crisi della Giunta Pisapia, che difatti non riesce a far ratificare dalla propria maggioranza e dal Consiglio Comunale la Delibera con cui il Sindaco aveva sottoscritto l’ADP pattuito con il Gruppo F.S.

In questo quadro politico la Giunta Pisapia non può neppure pensare di cimentarsi sulla questione del futuro utilizzo dell’Area Expo. Entrambe le questioni vengono lasciate alla Giunta che dal giugno 2016 prenderà il posto di quella arancione.

4. La Giunta Sala (2016 in avanti) prosegue il Sacco di Milano.

La nuova Giunta di centro-sinistra si insedia nel luglio 2016. Assessore all’urbanistica è il piddino Maran. Nel programma di Sala, ex Commissario Straordinario di Expo 2015, campeggiano: il varo dell’ADP per gli ex scali ferroviari; l’utilizzo dell’ex Area Expo; l’aggiornamento del PGT, che dipende dai primi due punti; il risanamento di quartieri Aler degradati, situati vicino a ex-scali ferroviari (Giambellino e Corvetto).

Per quanto riguarda gli scali Maran non perde tempo. Concorda con F.S. Sistemi Urbani S.r.l. (società cui sono state conferite le aree degli ex scali da valorizzare) una campagna di marketing urbano, mediante articoli sui maggiori quotidiani e soprattutto con la mostra alla Triennale – intitolata Dagli scali, la nuova città – che nel dicembre 2016 presenta dei progetti di massima dei nuovi quartieri, elaborati da vari Archistar con la solita tecnica del rendering-fumo negli occhi. Il Comune spaccia queste iniziative – attuate dal promotore edilizio F.S. Sistemi Urbani – come parte dell’attività di ascolto e partecipazione dei cittadini, mentre tratta con F.S. qualche modifica dell’ADP De Cesaris – Pisapia, abortito nel 2015. In questo clima promozionale, il 23 giugno 2017

9 Viene sostituita da Alessandro Balducci, professore di pianificazione e politiche urbane e Pro-Rettore del Politecnico di Milano

 

viene stipulato da Comune di Milano, Regione Lombardia, F.S. (con F.S. Sistemi Urbani e RFI) il nuovo ADP, cui partecipa perfino un fondo immobiliare privato proprietario di un’area all’interno dello Scalo Farini10. Il Consiglio Comunale approva l’ADP venti giorni dopo: ci sono voluti 15 anni, ma F.S. ce l’ha fatta.

10 L’ADP Sala prevede lo stesso elevato indice di edificazione (0,65) concesso da Pisapia a F.S., che così ottiene la possibilità di edificare 674.000 mq di s.l.p. Di questi, solo 155.000 mq, pari al 23% saranno dedicati a edilizia agevolata o a canone concordato, come con Pisapia, più ulteriori 47.180 mq per abitazioni di edilizia convenzionata (7% del costruito, appartamenti da 2.700-3000 €/mq). Muta la quota di edilizia non residenziale (uffici, servizi, commerci), che sale dal 6% al 30% della volumetria, riducendo la quota dell’edilizia residenziale libera di pregio al 40% pari a 269.600 mq. Dato che l’ADP Sala – Maran prevede più aree verdi, la volumetria sarà costruita in altezza, con nuove torri abitative che svetteranno sulla città. In cambio, come già previsto nell’ADP De Cesaris, per soddisfare l’interesse pubblico che ha consentito di ricorrere allo strumento amministrativo dell’ADP e non a quello più complesso della Variante al PGT, F.S. s’impegna ad investire ben…..50 milioni di Euro per lo sviluppo della Circle Line, linea su ferro attorno a Milano, sfruttando i collegamenti già esistenti tra gli ex scali. L’interesse pubblico di tutta l’operazione Scali si riduce pertanto, come il biblico piatto di lenticchie, ad un investimento di …50 milioni nella rete ferroviaria milanese, a fronte di un utile 20 volte superiore.

L’ADP è una vittoria per F.S. ed una sconfitta per la cittadinanza milanese. Con esso il Comune riconosce F.S., attraverso Sistemi Urbani S.r.l., come legittimo proprietario privato delle aree su cui insistono i 7 scali ferroviari e sancisce il suo diritto di deciderne la destinazione urbanistica con operazioni di trasformazione e rigenerazione, volte a massimizzare la propria rendita immobiliare ed il profitto ottenibile come promotore edilizio.11

Come è apparso molto chiaramente con la citata campagna di marketing urbano che ha preparato il terreno al varo dell’ADP, il Comune di Milano svolge una funzione ancillare rispetto agli interessi privati di F.S., come fece ai tempi dell’Amministrazione Albertini con gli speculatori immobiliari allora attivi e potenti.

Si tratta di una questione politica e giuridica di grande importanza, perchè le aree degli scali ferroviari furono acquisite dallo Stato e conferite alle Ferrovie dello Stato per lo sviluppo dei trasporti pubblici.

La loro natura demaniale imporrebbe, una volta terminata la destinazione ferroviaria al servizio di industrie da tempo smobilitate, una nuova destinazione ad uso pubblico e al servizio della città, certamente non l’utilizzo delle aree per far sorgere quartieri destinati ai ricchi, desolatamente vuoti come molti immobili di CityLife o le Torri Solaria a Porta Nuova. Né l’originaria natura delle aree e l’interesse pubblico potrebbero essere superati dal fatto che l’Ente F.S. sia stato trasformato in S.p.A., posseduta al 100% dal Ministero dei Trasporti, e abbia poi costituito un gruppo di società operative, tra cui la suddetta F.S. Sistemi Urbani S.r.l. cui ha conferito quei terreni.

11 Secondo l’urbanista Gabriele Mariani, su Arcipelago Milano del 31/5/2017, il totale degli oneri di urbanizzazione e dei costi di costruzione, progettazione, finanziari dell’intera operazione sui 7 scali ammonterebbe a 1,259 miliardi di euro, mentre i ricavi sul costruito vendibile liberamente ammonterebbero a 2,244 miliardi, con una plusvalenza di 985 milioni. L’urbanista Roberto Camagni giunge a una stima leggermente superiore, includendo anche la vendita degli immobili di edilizia convenzionata.

Invece, sta avvenendo esattamente il contrario nel nome della tutela del patrimonio di F.S. in vista della quotazione in Borsa della società e dei guadagni dei privati che ne acquisteranno le azioni.

Si chiude così nel peggiore dei modi un ventennio di predazione privatizzatrice del territorio urbano, favorita da tutte le amministrazioni comunali, e inizia la fase della privatizzazione speculativa delle grandi aree in origine demaniali, che ormai rappresentano la maggior riserva per le future operazioni di rigenerazione urbana e speculazione fondiaria.

In questa nuova fase, sarà lo Stato proprietario a speculare sulle aree da valorizzare in barba alla loro destinazione pubblica. Infatti, dopo la questione degli ex scali ferroviari, si aprirà quella dell’utilizzo della Piazza d’Armi di Baggio nonché delle caserme Montello, Rubattino, Mameli, dei Magazzini raccordati Centrale e di altri terreni di proprietà pubblica, tutte inserite nel PGT vigente dal 2012 come ATU (Ambiti di Trasformazione Urbana) al pari degli ex scali ferroviari.

 

Si può quindi concludere che la ri-generazione degli ex scali ferroviari o delle caserme, previste nel PGT di Milano, servirà – attraverso la gestione diretta delle operazioni immobiliari oppure attraverso la vendita dei terreni pubblici ai grandi promotori finanziario-immobiliari – a generare rendite e profitti privati in danno della cittadinanza, definitivamente spogliata della possibilità di utilizzare socialmente aree demaniali, sulle quali si svilupperà ulteriormente la città dei ricchi e degli affari, riservata ai possidenti e al consumo pagante12.

La logica di privatizzazione immobiliare caratterizza anche il progetto messo in piedi da governo, Comune di Milano, Regione Lombardia per utilizzare l’ex area Expo, ma in questo caso si va oltre: l’operazione potrà andare in porto solo se ci saranno finanziamenti pubblici molto ingenti, all’ombra dei quali gli investitori privati avranno profitti e rendite garantiti nel tempo. Vediamo in quale modo.

12 Nel 2013 il Ministero dell’Economia ha costituito Invimit Sgr (investimenti Immobiliari Italiani Sgr), che così si presenta: “L’obiettivo di fondo …è, operando in ottica e con logiche di mercato, di cogliere le opportunità derivanti dal generale processo di valorizzazione e dismissione del patrimonio immobiliare pubblico, attraverso l’istituzione, l’organizzazione e la gestione di fondi comuni di investimento chiusi immobiliari, come previsto dagli artt. 33 e 33-bis del Decreto Legge 98/2011” intitolato Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria, emanato dal Governo Monti. Invimit dovrebbe essere il veicolo per la vendita del demanio statale e di quello degli Enti Locali, in collaborazione con ANCI e Cassa Depositi e Prestiti

La società pubblica Arexpo13 ha indetto nel febbraio 2017 un bando ristretto per affidare in concessione ad uno sviluppatore immobiliare tutta l’area, destinata a diventare sede del Parco della Scienza del Sapere e dell’Innovazione.

Lo sviluppatore deve presentare un idoneo masterplan per l’area, a suo tempo perfettamente attrezzata ed infrastrutturata a spese pubbliche, sulla base del quale potrà gestirla per 99 anni, in cambio del pagamento di un canone annuo, con cui Arexpo restituirà il mutuo contratto con le banche per acquistare il terreno destinato all’Esposizione.

L’investimento richiesto al vincitore del bando è elevato, nell’ordine di alcuni miliardi di Euro. La garanzia dell’investimento sta nel fatto che nel Parco della Scienza si insedierà l’Human Technopole dell’Istituto Italiano di Tecnologia, che occuperà il Palazzo Italia già costato 60 milioni di Euro; verranno trasferiti da Città Studi i Dipartimenti Scientifici dell’Università Statale di Milano; verrà costruito il nuovo Ospedale Galeazzi del Gruppo Rotelli-Policlinico San Donato.

13 Azionisti di Arexpo sono attualmente: il Ministero dell’Economia, 39,28%; Regione Lombardia e Comune di Milano, ciascuno per il 21,05%; Fiera Milano per il 16,80%; Comune di Rho per lo 0,61%. L’ex Assessore all’urbanistica De Cesaris è stata nominata nel CdA Arexpo, mentre il Presidente è Giovanni Azzone, rettore del Politecnico, ed Amministratore Delegato è il leghista avvocato Giuseppe Bonomi, in rappresentanza della Regione. È da notare il fatto che il Politecnico appoggia il trasferimento delle facoltà scientifiche della Statale nell’area Expo, perchè interessato ad espandersi a Città Studi.

Questo nucleo dovrebbe attrarre migliaia di ricercatori, dipendenti, docenti, medici, degenti e loro familiari, oltre a quasi 20.000 studenti, consentendo allo sviluppatore di urbanizzare l’area secondo il masterplan approvato, costruendo immobili direzionali, destinati ad ospitare imprese specializzate nella ricerca, immobili residenziali, per negozi e servizi, la cui locazione o cessione lo ripagherà dei costi e gli garantirà profitti…secolari.

A parte il cospicuo finanziamento statale di 150 milioni annui per 10 anni, già stabilito dal governo Renzi in favore di Human Technopole, è previsto l’ulteriore investimento di 380 milioni di Euro, da parte dell’Università Statale, per consentire la costruzione delle nuove sedi, aule, laboratori delle facoltà scientifiche. Questo ulteriore importo è posto per un terzo a carico del governo, dovrebbe provenire per un altro terzo dalla cessione delle sedi universitarie di Città Studi e per il resto da un prestito bancario la cui restituzione graverà sul bilancio dell’Università per decenni.

Si tratta di enormi risorse pubbliche, che per quanto riguarda il trasferimento delle facoltà scientifiche verranno spese inutilmente, essendo quelle strutture perfettamente inserite nel quartiere di Città Studi, ove sono sorte e si sono nel tempo rinnovate, con investimenti meno gravosi14.

Come detto, l’Area Expo è proprio l’area dei miracoli: in passato, la vendita ad Arexpo, a prezzo decuplicato, di questa landa agricola e inquinata ha consentito a Fondazione Fiera di sanare i propri debiti; nei decenni a venire sarà una benedizione per i profitti dello sviluppatore immobiliare e consentirà ad Arexpo di ripagare il mutuo contratto con le banche; nel frattempo farà girare tanti soldi nei cantieri per costruire il Parco della Scienza e per sostituire, a Città Studi, le ex facoltà scientifiche abbandonate dalla Statale.

14 Contro il trasferimento delle facoltà scientifiche si stanno mobilitando comitati di residenti di Città Studi, timorosi di vedere stravolto il quartiere che è da sempre organizzato attorno alla vita universitaria e anche di perdere fonti di reddito garantite dalla presenza degli studenti (locazioni, servizi, ecc.)

 

Come si vede, anche nel Modello Milano ̧ magnificato dal potere e dalla sua stampa come campione nella ricerca-tecnologia-industria 4.0 – etc. etc., vale sempre il vecchio adagio: finchè gira il mattone tutto gira…ma a spese di chi? E con questo veniamo alle questioni di classe poste dallo sviluppo del parassitismo finanziario-immobiliare.

5. I due volti della metropoli del capitale parassitario: case di lusso e posti-letto in alloggi e tuguri sovraffollati.

La politica urbanistica è sempre stata una delle manifestazioni più importanti del potere borghese. Fino al 1980 circa essa ha contemperato i rapporti tra i proprietari fondiari e quelli tra la proprietà fondiaria e le altre frazioni della borghesia, tra le quali predominava il capitale industriale, che aveva la necessità di disporre di aree per la produzione e di una crescente forza-lavoro, da alloggiare a buon mercato.

Il predominio dell’industria ha quindi favorito, in determinati periodi, la costruzione di case popolari e alloggi a riscatto.

Il processo di accumulazione del capitale è entrato in crisi dalla metà degli anni ’70 del secolo scorso. Dagli anni ‘80 si è affermato il capitale parassitario (unione di capitale bancario- assicurativo-industriale-immobiliare), con la trasformazione dei grandi gruppi monopolistici in gruppi parassitari finanziario-immobiliari, non solo proprietari di fabbriche in funzione ma – sempre di più – di fabbriche smobilitate, le cui enormi aree sono divenute terreni da valorizzare, fonte di elevate plusvalenze e rendite, essenziali nell’epoca della crisi dell’accumulazione e dei crolli finanziari.

Il dominio di questa forma di capitale ha inciso sulla politica urbanistica, in particolare a Milano e in Lombardia, sostituendo – come abbiamo descritto – la rigidità dei piani regolatori generali con la flessibilità dei piani di governo del territorio, adattabili ad ogni occasione ed esigenza di valorizzazione urbana. Questa svolta è stata senz’altro utile al capitale parassitario ed alle sue grandi iniziative immobiliari, ma ha soddisfatto gli interessi di tutta la proprietà immobiliare, grande media e piccola, che ha avuto campo libero per sopraelevazioni, ristrutturazioni, sanatorie, ecc.

Orbene, abbiamo verificato che a Milano i grandi progetti di riqualificazione e trasformazione urbana sono stati decine negli ultimi 25 anni e che sono state migliaia le iniziative edilizie di importanza minore.

L’intensa attività edilizia si è sviluppata perchè il mercato immobiliare della metropoli ha garantito un crescente livello di canoni e prezzi: Milano, infatti, è la metropoli del caro-affitti e dunque delle rendite elevate, che hanno contribuito a tenere i prezzi di vendita di case e terreni al livello necessario per le aspettative ed iniziative dei grandi, medi e piccoli speculatori immobiliari.

Il caro-affitti a Milano poggia su due talloni: il posto letto e l’aumento continuo dei canoni dell’edilizia residenziale pubblica, in una situazione – che dura da un trentennio – di blocco della costruzione di alloggi popolari e di abbandono del patrimonio esistente.

Il posto letto riguarda sia gli immigrati, per i quali puà raggiungere anche i trecento euro al mese in alloggi e tuguri periferici malridotti e stipati di disperati, sia gli studenti fuori-sede, per i quali è più elevato ancora (dai 400 Euro nella camera a due letti ai 600 Euro della singola). Si tratta di decine di migliaia di contratti per gli uni e per gli altri15.

15 Oltre ai contratti per il posto letto il successo di Expo 2015 ha messo le ali al mercato delle locazioni turistiche, tipo Air BnB, che spinge in su i canoni dei contratti di locazione ordinaria.

Quanto ai canoni delle case popolari, dal 1997 in avanti si sono accavallate le leggi regionali, che hanno portato gli affitti e anche le spese a un livello vicino a quello dell’edilizia privata, escludendo dagli aumenti del canone solo la c.d. fascia sociale, che corrisponde ai pensionati con la minima16.

16 Dopo un ventennio di aumenti dei canoni e abbandono del patrimonio, peraltro, lo stesso concetto di edilizia residenziale pubblica, vecchio di un secolo, sta per essere sostituito dalla Regione Lombardia – come vedremo in altro scritto – con quello di servizio abitativo.

Al contempo, il blocco della costruzione di alloggi popolari e l’esistenza di uno stock di circa 10.000 alloggi vuoti, perchè inagibili e non manutenzionati da ALER e Comune di Milano, hanno ridotto al lumicino le assegnazioni di case di edilizia residenziale pubblica, gettando sul mercato privato non meno di 20.000 nuclei familiari iscritti nelle graduatorie.

 

Su questi solidi talloni, il mercato dell’affitto a Milano è sempre stato tonico per la proprietà, anche nelle fasi più acute della crisi tra il 2010 e il 2014 e malgrado la continua riduzione dei salari individuali e dei redditi familiari dei lavoratori, ed è stato mantenuto vitale da un sistema di leggi statali e regionali, che hanno tutelato i proprietari e sfavorito gli inquilini (vedi la L. 431/1998 che ha definitivamente liberalizzato gli affitti e l’introduzione della cedolare secca sui redditi da locazione privata; vedi le leggi regionali sull’ERP e i contributi in conto affitto agli inquilini, che sono serviti ai locatori privati per non abbassare canoni insostenibili).

La buona salute del mercato locativo si è così tradotta nella possibilità di spuntare canoni di 600-700 Euro mensili per il bilocale e di 800-900 Euro per il trilocale nei quartieri periferici, e affitti molto superiori nelle zone semicentrali e centrali della città.

Insomma: investire nel mattone a Milano è convenuto, soprattutto a fronte del calo dei tassi obbligazionari e dei crack borsistici.

Sulla base di questi specifici rapporti economici e sociali, favorevoli alla rendita, il capitale parassitario finanziario-immobiliare ha potuto valorizzare Milano, stravolgendo nell’ultimo quarto di secolo l’urbanistica e il volto della metropoli, nella quale sono sorti i nuovi quartieri di lusso e sono stati gentrificati i vecchi quartieri popolari, con il progressivo allontanamento di pensionati, lavoratori, giovani di fronte all’avanzata dei ceti possidenti.

Tuttavia, bisogna sempre avere presente che la Milano metropoli competitiva, città della finanza, dei quartieri per ricchi e polo mondiale del consumo di lusso, non potrebbe esistere se le dominanti imprese bancarie e finanziarie, se i gruppi della moda e le imprese della ricerca, se i gruppi della sanità privata e la miriade di aziende commerciali, pubblicitarie, turistiche, di ristorazione, ecc. non avessero a disposizione la massa di forza-lavoro flessibile e sottopagata, locale e immigrata, femminile e maschile, che la fa funzionare di giorno e di notte.

Forza-lavoro che per sopravvivere si ammassa in periferia e nell’hinterland, in abitazioni dai canoni troppo elevati per i suoi salari, dalle quali viene poi espulsa e costretta a ricercare soluzioni peggiori, in coabitazione o in tuguri da occupare provvisoriamente.

La metropoli del capitale parassitario ha dunque due volti, inscindibili e contrapposti, perchè lo splendore del primo vive dell’immiserimento e della fatica del secondo.

6. Il ruolo delle amministrazioni locali nella metropoli del capitale parassitario.

La moderna questione delle abitazioni a Milano, determinata da questi precisi rapporti di classe favorevoli al capitale parassitario finanziario-immobiliare e – dietro ad esso – a tutta la proprietà immobiliare, ha portato le amministrazioni locali (Regione e Comune di concerto con Governo e Prefettura) ad adeguare la propria azione al servizio del blocco di potere dominante e contro il proletariato.

Gli assessorati all’urbanistica di Regione e Comune sono diventati un apparato tecnico, numeroso e ben pagato ai suoi vertici, al servizio della valorizzazione immobiliare, cui si è votato anima e corpo, partecipando ai progetti di urbanistica contrattata con i potenti rappresentanti della finanza immobiliare e i professionisti al loro servizio e poi elaborando il sistema legislativo e regolamentare della massima libertà del capitale edilizio e immobiliare su tutto il territorio (e anche al di sotto della superficie), espresso dal PGT.

Dal canto loro gli assessorati all’edilizia residenziale pubblica, della Regione e del Comune, sono da più di vent’anni i gestori della liquidazione del settore.

 

L’edilizia residenziale pubblica è stata praticamente strozzata con la fine del sistema Gescal di finanziamento della costruzione di alloggi popolari in affitto o a riscatto, terminato definitivamente nel 1992. Successivamente, sotto l’impulso di leggi statali e regionali, essa è entrata nella fase della vendita di parte del suo patrimonio e dell’aziendalizzazione della gestione (sostituzione degli Istituti Autonomi con le ALER), fondata sull’aumento dei canoni e sulla carenza di alloggi da assegnare, perdendo così la sua storica funzione di calmiere del mercato delle locazioni.

Ed ormai, dopo la bancarotta dell’ALER, si prepara una nuova fase nella quale, come è avvenuto per la sanità, si apriranno le porte alla totale privatizzazione del settore, con l’ingresso di grandi investitori privati.

Non si puà peraltro affermare che lo Stato e le amministrazioni locali mancano di terreni e risorse per costruire alloggi popolari: è vero invece il contrario. I terreni di proprietà pubblica ci sono, ma vengono riservati all’edilizia di pregio sul mercato. I capitali ci sarebbero, ma vengono dirottati verso le opere di imbellettamento della città per i ricchi ed il consumo, come il progetto di Riaprire i Navigli (Nota mia: sono favorevole, complessivamente, alla riapertura dei Navigli).

La riapertura dei Navigli, per cui il progressista Pisapia fece addirittura un referendum nel 2011, è già stata avviata con la riqualificazione della Darsena. Oggi, essa aleggia nei progetti della Giunta Sala, che sarebbe disponibile ad investire decine, se non centinaia di milioni di Euro, per dare lustro alle zone più centrali della città e più valore immobiliare ai ricchi proprietari dei palazzi che vi si affacciano (Nota mia: è questo, purtroppo il punto dolente).

In questo quadro, il Settore ERP del Comune di Milano, che gestisce le graduatorie e le assegnazioni, si è trasformato nell’arcigno notaio della non-assegnazione: lo stesso PGT De Cesaris-Pisapia del 2012 fa – vedi pagina 69 – l’inventario dell’impotenza, contabilizzando tra il 2009 e il 2012 una media di 1.100 assegnazioni di alloggi (di cui la metà da graduatoria e l’altra metà in deroga alla graduatoria, per l’emergenza abitativa), a fronte di domande di assegnazione pari a 22.193 nel 2009, 20.120 nel 2010, 21.396 nel 2011 e 23.424 (dato previsto) a fine 2012.

Il PGT prevede altresì che nel quinquennio successivo fino al 2017 possa aversi la disponibilità di 6.800 alloggi (di cui 2.500 inutilizzati e recuperabili) a fronte di uno stock di 29.000 domande di assegnazione, con un deficit o bisogno abitativo di edilizia popolare pari a 22.200 abitazioni.

È questo il risultato delle decine di programmi di urbanistica contrattata delle Giunte Albertini e Moratti, il cui scopo era quello di produrre migliaia di abitazioni di pregio e signorili, proprio come l’ADP per la rigenerazione degli Scali ferroviari, che si limita a programmare la costruzione di uno stock di 2.600 piccoli alloggi in housing sociale, pari al….10% del fabbisogno stimato nel PGT.

Impotenti sul piano delle assegnazioni, i dirigenti e funzionari del Settore ERP e dei gestori ALER e MM, con l’appoggio di Polizia Locale, Assistenti Sociali, Polizia di Stato e Carabinieri, hanno sistematicamente operato per arginare e reprimere le occupazioni di alloggi popolari sfitti, che riguardano una piccola percentuale del patrimonio pubblico ma sono un indicatore dell’intollerabilità della situazione abitativa del proletariato giovanile italiano ed immigrato.

Gli occupanti vengono da anni immediatamente individuati e se possibile sloggiati, denunciati come delinquenti da privare dei diritti essenziali17 e indicati come responsabili della carenza di alloggi da assegnare a coloro che sono in graduatoria: alloggi che non ci sono e, soprattutto, non ci saranno, perchè questo è il risultato della spirale crescente dell’urbanistica predatoria a Milano, sotto il dominio del capitale parassitario finanziario-immobiliare

17 Vedi l’art. 5 del Decreto Lupi del 2014, che impone il taglio delle utenze e il blocco anagrafico degli occupanti.

 

7. Lottare contro il dominio del capitale parassitario sulla metropoli.

Il capitale parassitario finanziario-immobiliare domina la metropoli a partire dal territorio, dal suo utilizzo, dal potere di impadronirsi di aree, immobili, strutture sia private sia pubbliche per ricavarne plusvalenze e rendite.

Per di più, il suo organico collegamento con la finanza pubblica fa di quest’ultima una leva a disposizione delle operazioni immobiliari. E questo tratto, relativamente recente per quanto riguarda in modo specifico il sostegno pubblico all’investimento edilizio- immobiliare e non a quello nel campo produttivo, dà un indice del grado di parassitismo raggiunto dal sistema capitalistico italiano.

In secondo luogo, come abbiamo visto nel caso milanese, l’avanzata di questa forma di capitale sul territorio trascina e rafforza tutte le frazioni della proprietà immobiliare.

Si crea così un blocco sociale di interessi parassitari molto più esteso che nelle precedenti fasi dello sviluppo capitalistico, che – distogliendo e congelando enormi risorse nel settore immobiliare alla ricerca di plusvalenze e rendite – contribuisce sia alla stagnazione/recessione produttiva sia alla creazione di bolle speculative che incidono gravemente sulla solidità delle banche. È questo un ulteriore indice del marcimento del sistema capitalistico italiano.

In terzo luogo, e conseguentemente, la crescita della presa di questo blocco sulla metropoli produce un processo di immiserimento relativo ed anche di impoverimento assoluto del proletariato metropolitano.

Il processo di immiserimento relativo del proletariato va considerato sia in rapporto all’enorme accumulo di ricchezza mobiliare e immobiliare nelle mani del capitale parassitario locale e internazionale, che investe su Milano, sia in rapporto specifico con il costo della vita metropolitano.

A Milano, infatti, è più alto che in altre città e regioni d’Italia il costo dei mezzi di sussistenza, a cominciare dal costo dell’abitazione: qui – per così dire – si è costretti a mangiare mattoni, ovverossia a pagare affitti molto elevati, alte spese condominiali, rate di mutuo spesso insopportabili.

È più elevato il costo dei trasporti, della formazione, etc., necessari alla riproduzione della forza-lavoro. Inoltre, nella metropoli finanziaria che funziona 24 ore/giorno per 365 giorni all’anno, gravano sui lavoratori il peso esistenziale della disponibilità totale al lavoro nonchè l’aumento del ricatto padronale, della precarietà del lavoro e del sottosalario. In questa condizione di precarietà strutturale il passo dall’immiserimento relativo all’impoverimento assoluto può essere molto breve.

In quarto luogo, e conseguentemente a quanto sin qui considerato, si può affermare che il dominio del capitale parassitario e della rendita sulla metropoli si presenta come dominio totale: territoriale, sociale, lavorativo, culturale, politico.

E pertanto si è dotato, nel tempo e sempre più incisivamente, di un nuovo apparato tecnico-burocratico-amministrativo-poliziesco, in Regione Comune Questura Prefettura, e di un arsenale di leggi e regolamenti, che servono da un lato a spianare la via al libero investimento finanziario-immobiliare, dall’altro a prevenire e reprimere i conflitti sociali (abitativi, ambientali, di uso del territorio, ecc…) prodotti da tale assoluta libertà.

 

Per togliere di mezzo qualsiasi equivoco, va chiarito che questo arsenale legislativo ha fatto tabula rasa, sul terreno urbanistico e sul terreno dell’edilizia residenziale pubblica, di tutti i principi giuridici progressisti elaborati nella fase di crescita dell’accumulazione del capitale, trainata dall’industria.

Nell’epoca del dominio del capitale parassitario svanisce la nozione di bene pubblico, che non viene più considerato nella sua funzione e destinazione materiale, bensì solo per la sua stima di valore in danaro, base per la sua vendita e trasformazione in proprietà privata, fonte di rendita e plusvalenza per il capitale parassitario che se ne può appropriare, col pretesto della riduzione del debito pubblico. Quindi, con questo pretesto, oggi di tutto si fa mercato.

Del pari il diritto all’abitazione, che pur non avendo rango costituzionale aveva ispirato il sistema dell’edilizia residenziale pubblica, non ha più ragione di esistere se non come diritto ad abitare una casa di cui si è proprietari o di pagare un affitto di mercato a chi (ente pubblico o privato locatore) ne è proprietario. In altri termini, nulla si può avere fuori dal mercato immobiliare e chi sta fuori dal mercato può crepare.

Giungiamo così alla conclusione che la lotta al dominio del blocco di potere parassitario- finanziario-immobiliare sulla metropoli ha senso ed è possibile solo se poggia sul proletariato e ne rappresenta gli interessi di classe, economici e politici, in modo autonomo dagli interessi della moderna piccola e media borghesia metropolitana, che in gran parte dipende dal capitale parassitario e dallo sviluppo delle sue iniziative favorevoli alla proprietà immobiliare.

Questa lotta non può limitarsi a rivendicazioni immediate e particolari, anche se sacrosante, quali la soddisfazione del bisogno abitativo; la riduzione dei canoni a livelli sopportabili per i salari; il mantenimento del patrimonio edilizio pubblico, la sua manutenzione e la costruzione di nuovi alloggi; la destinazione a scopi sociali di aree demaniali e il divieto della loro appropriazione privata, che costituirebbe una perdita definitiva per la cittadinanza e ne escluderebbe gran parte dal loro uso, riservato al solo consumo pagante e/o al censo di chi vi abita.

Ogni rivendicazione deve essere collegata alla condizione proletaria (aumento del salario, salario minimo garantito, riduzione dell’orario) e inserita nel quadro della lotta al potere, della denuncia della specifica azione e funzione dell’apparato dello Stato, della Regione e del Comune a favore del capitale parassitario, che richiedono la costituzione di una forte e ramificata organizzazione politica e rivoluzionaria, capace di riunire le mille spinte e comitati che agiscono e lottano nella metropoli finanziaria. (I.)

LA CASA POPOLARE: UN NUOVO AFFARE PER LA FILIERA DEL SETTORE IMMOBILIARE E PER LA FINANZA E UN SOGNO SEMPRE PIU’ IRREALIZZABILE PER I POVERI.

Il Consiglio regionale lombardo ha approvato nel luglio 2016 la nuova legge regionale (L.R.n.16/2016 – Disciplina regionale dei servizi abitativi) in tema di case popolari, apportando alcune modifiche nel maggio 2017.

Si tratta di un nuovo affare per la filiera legata al settore immobiliare e per la finanza parassitaria, per vendere ciò che resta del patrimonio pubblico e per contribuire a finanziare le imprese del settore, attraverso i fondi per la ristrutturazione degli alloggi, per garantire la proprietà immobiliare contro la morosità ed impedire la riduzione dei canoni nel settore privato ed infine per sottoporre ad un controllo asfissiante i poveri, per i quali la casa popolare resta una chimera.

MITO E REALTÀ DELL’EDILIZIA RESIDENZIALE PUBBLICA

Una interessata leggenda racconta che l’edilizia residenziale pubblica sia stata – e dovrebbe essere – un’attività diretta all’acquisizione, alla costruzione e al recupero di fabbricati da destinare ad abitazioni per i c.d. meno abbienti, al fine di realizzare il miglioramento delle condizioni di vita di questi ultimi, applicando il principio solidaristico nel quadro della c.d. giustizia distributiva.

Sfatiamo il mito e passiamo alla sostanza delle cose, con particolar attenzione a questo ultimo provvedimento legislativo.

Mai la borghesia italiana ha avuto alcun afflato solidaristico verso i ceti meno abbienti.

Mai si è sognata di costruire case popolari per venire incontro alle esigenze del proletariato.

Nel secolo scorso l’edilizia popolare ha avuto la stessa dinamica di altri ambiti economici. Dinamica contraddistinta dai conflitti interni alla classe dominante, e dagli appetiti delle varie frazioni capitaliste, nonché dalle lotte del proletariato. Sviluppo e contrazione delle costruzioni pubbliche si sono alternate quali conseguenze del processo di industrializzazione e di concentrazione operaia e proletaria nelle città (a partire dalla legge Luzzatti del 1903), dell’avvento del fascismo (con la contraddittoria politica sull’urbanesimo, l’abrogazione del blocco dei fitti ed il divieto agli allora IACP di produrre direttamente cementi e materiali vari, con la volontà di agevolare le imprese edili), della seconda guerra mondiale (a seguito delle distruzioni di parte del patrimonio pubblico e conseguente ricostruzione – legge Tupini e quasi contestuale Piano Fanfani, nel 1949), dell’ondata migratoria interna e della congiunturale politica di finanziamento dell’edilizia pubblica da parte dello Stato (che tra il 1952 ed il 1954, ha destinato a tale scopo il 25% della spesa pubblica); della fine del c.d. miracolo economico e della crisi del 1975; sino alla complessiva finanziarizzazione dell’economia italiana dagli anni ‘90 in avanti.

In questa cornice il proletariato e le classi popolari si sono mossi per contrastare e combattere l’afflato solidaristico della classe dominante, che si è manifestato, nel corso del tempo, con l’emigrazione forzata, l’eliminazione del blocco dei fitti, l’affitto di veri e propri tuguri, la costruzione di quartieri dormitorio e di case minime al minor costo possibile e con materiali il più scadenti possibile (il razionalismo urbanistico), l’aumento dei fitti, gli sfratti e gli sgomberi.

Una serie di lotte sono state via via organizzate per ottenere abitazioni dignitose, contro il caro canone e per l’occupazione collettiva degli alloggi pubblici irragionevolmente lasciati vuoti. Vale la pena di rammentare, in proposito, la lotta contro l’aumento dei canoni, condotta tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ‘70, che vide la partecipazione di centinaia di nuclei familiari impegnati in manifestazioni per l’autoriduzione dei fitti, che portò gli allora IACP e le Giunte Comunali a fare marcia indietro, e le lotte per ottenere la sanatoria delle occupazioni c.d. abusive, che portò a regolarizzare le situazioni abitative.

In questo quadro l’edilizia popolare ha sempre avuto quale convitato di pietra – direttamente o indirettamente – il capitale finanziario (banche e assicurazioni), che sin dai primi anni del secolo scorso consentì ai Comuni di ottenere finanziamenti per costruire case popolari, mantenendo, sempre, una condizione di supremazia sui Comuni e, poi, sugli IACP, così determinando il processo di sviluppo e/o contrazione dell’edilizia popolare.

A ciò si aggiunga che l’intervento dello Stato è sempre stato caratterizzato da un lato da un finanziamento estremamente ridotto dell’edilizia pubblica – a parte il suddetto periodo del dopoguerra, finalizzato principalmente ad incrementare l’occupazione lavorativa – e, dall’altro, dal tentativo di subordinare le gestioni locali a strumenti di intervento centralistico (INA CASA e, poi, GESCAL), col precipuo scopo di garantire la rendita immobiliare e favorire la greppia industriale legata al cemento e quella finanziaria.

Giusto perchè non tutto trapassi impunemente nel dimenticatoio, è opportuno rammentare, in proposito, che lo Stato ha sempre – sin dal 1923 – concesso l’esenzione dall’imposta sui fabbricati e dalle imposte locali a privati e società che avessero costruito case popolari, nonché contributi e fondi vari ed ancora va rammentato l’intervento dell’Istituto Nazionale delle Assicurazioni (INA).

L’INA, attraverso il settore specificamente costituito in proposito nel quadro del Piano Fanfani, Gestione INA-casa, ha gestito per anni la distribuzione dei fondi per la realizzazione delle case popolari, intervenendo persino sulle modalità di definizione delle caratteristiche degli alloggi, con l’obiettivo di costruirne il maggior numero con il minor costo, spesso in deroga alle previsioni dei P.R.G., provvedendo all’acquisto dei terreni, spesso collocati in posizione periferica, contribuendo, in tal modo, al finanziamento diretto ed indiretto della rendita attraverso la valorizzazione fondiaria dei terreni privati, al finanziamento della filiera legata alle costruzioni immobiliari (imprenditori del cemento ed articolazioni varie), alla cementificazione territoriale ed alla realizzazione di quelli che sono diventati veri e propri quartieri dormitorio destinati al proletariato urbanizzato.

Ed allorché il patrimonio INA-Casa venne posto in liquidazione (1963, inizio GESCAL), lo Stato favorì la cessione degli alloggi in proprietà.

In un quindicennio il giro di investimenti raggiunse quasi 900 miliardi di lire. Altro che principio solidaristico e giustizia distributiva.

VENIAMO AD OGGI

Certe premesse vanno rammentate, perchè consentono di comprendere meglio l’attualità.

La nuova legge regionale lombarda in materia di edilizia pubblica è solo l’ultimo tassello di una serie di interventi statali (vedi, di recente, il Piano Casa statale del 2014) e regionali, ma contiene alcuni elementi di novità. In realtà si può affermare che questa legge segna un punto di non ritorno nella dinamica di smantellamento definitivo dell’edilizia residenziale pubblica, decretandone persino la fine nominalistica.

La nuova legge, infatti, non indica più neppure i termini edilizia residenziale pubblica, che – dopo oltre un quarantennio – letteralmente spariscono e vengono sostituiti da nuovi termini: servizi abitativi pubblici e servizi abitativi sociali. La modifica non è semplicemente semantica, risponde alla realtà ed alle nuove esigenze, in parte ormai affermate ed in parte ancora da imporre. Ma la fine delle case popolari è un fatto assodato, come meglio si capirà al termine dell’esame della legge, suggellata anche da una delle disposizioni transitorie e finali.

Vediamo, dunque, l’impianto della normativa, con riferimento specifico agli elementi più caratteristici relativi alla logica affaristica e di controllo dei poveri che la impregna.

L’incipit, ovviamente, è come da leggenda. Il fine della disciplina introdotta sarebbe quello “di soddisfare il fabbisogno abitativo primario e di ridurre il disagio abitativo dei nuclei familiari, nonché di particolari categorie sociali in condizioni di svantaggio” (art.1 c.1); il nuovo sistema dei servizi abitativi dovrebbe assolvere “a una funzione di interesse generale e di salvaguardia della coesione sociale” (idem, c.2).

Passiamo oltre. Non senza sottolineare come il passaggio semantico sia significativo: il fabbisogno abitativo viene soddisfatto attraverso servizi. E i servizi – come è noto – debbono essere pagati.

La legge procede sin da subito ad evidenziare il lato affaristico che la contraddistingue, indicando i soggetti che provvederanno ad erogare e gestire i servizi abitativi al fianco delle Aler e dei Comuni: i c.d. “operatori accreditati, quali soggetti del terzo settore, cooperative ed altri operatori anche a partecipazione pubblica” (artt. 1 e 4). Insomma anche soggetti privati entrano nel business. Ma, in fondo, non è che la presa d’atto di quanto già avvenuto: cooperative varie ed MM Casa, società del Comune di Milano – tanto per indicarne alcuni – ne fanno già parte.

A questo punto, occorre comprendere cosa diavolo siano questi novelli servizi abitativi, tra i quali, peraltro, viene immediatamente in evidenza il tratto di sostegno alla rendita immobiliare. L’articolo 1 distingue infatti: a – i servizi abitativi pubblici che sono destinati a soddisfare il bisogno abitativo dei nuclei familiari in stato di disagio economico, familiare ed abitativo (traduzione: genericamente i poveri); b – i servizi abitativi sociali che sono destinati a soddisfare il bisogno abitativo dei nuclei familiari aventi una capacità economica che non consente né di sostenere un canone di locazione o un mutuo sul mercato abitativo privato né di accedere ad un servizio abitativo pubblico (traduzione: quelli che possono pagare un canone vicino anche se non eguale a quello di mercato); c – le azioni per sostenere l’accesso ed il mantenimento dell’abitazione che riguardano il mercato abitativo privato e i servizi abitativi sociali (…) e le azioni volte a favorire la proprietà dell’alloggio (…) (traduzione: garanzia pubblica del versamento del canone a favore dei proprietari privati e degli operatori accreditati che gestiscono gli alloggi non destinati ai poveri, garanzia alle banche ed alle finanziarie erogatrici di mutui per l’acquisto di immobili).

L’inizio, quindi, è promettente, ma lo sviluppo non è da meno.

L’art. 3 dopo aver elencato le funzioni dei comuni, tipiche di questo ambito, introduce una novità. Stabilisce infatti che i comuni possono attivare servizi di agenzie per l’abitare riguardanti l’orientamento dei cittadini in merito alle opportunità di reperire alloggi in locazione a prezzi inferiori a quelli di libero mercato, lo svolgimento di azioni di sostegno alla locazione e di attività di garanzia nei confronti dei proprietari nei casi di morosità incolpevole.

Queste agenzie per l’abitare – visto lo scopo – non pare che si differenzino molto dalle normali agenzie immobiliari18.

La legge, poi, stabilisce che: ”Al fine di incrementare l’offerta di servizi abitativi pubblici e sociali, l’apporto di unità abitative di proprietà da parte degli operatori accreditati, costituisce titolo preferenziale nelle procedure di evidenza pubblica per l’affidamento della gestione dei servizi abitativi pubblici e sociali” (art. 4). In sostanza, gli operatori accreditati19 che dispongono di alloggi vuoti e vogliono evitare i problemi delle possibili morosità o degli sfratti, possono metterli a disposizione dei servizi abitativi. In tal modo non solo godranno di maggiori titoli per entrare nel business (accreditamento) bensì otterranno la garanzia del versamento del canone e, occorrendo, disporranno di procedure più snelle e rapide per gli eventuali sfratti.

Il settore immobiliare ringrazia sentitamente.

 

18 Per inciso vale la pena di rilevare come queste agenzie per l’abitare somiglino molto alle agenzie per il lavoro di cui al Decreto legislativo 276/2003 (“Art. 4. Agenzie per il lavoro 1. Presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali è istituito un apposito albo delle agenzie per il lavoro ai fini dello svolgimento delle attività di somministrazione, intermediazione, ricerca e selezione del personale, supporto alla ricollocazione professionale. Il predetto albo è articolato in cinque sezioni: a) agenzie di somministrazione di lavoro abilitate allo svolgimento di tutte le attività di cui all’articolo 20; b) agenzie di somministrazione di lavoro a tempo indeterminato abilitate a svolgere esclusivamente una delle attività specifiche di cui all’articolo 20, comma 3, lettere da a) a h);c) agenzie di intermediazione; d) agenzie di ricerca e selezione del personale; e) agenzie di supporto alla ricollocazione professionale”) e ad uno dei decreti del Jobs Act (quello concernente gli ex disoccupati oggi semplicemente lavoratori a disposizione – “La rete dei servizi per le politiche del lavoro è costituita dai seguenti soggetti, pubblici o privati: (…) : e) le Agenzie per il lavoro, di cui all’articolo 4 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, e gli altri soggetti autorizzati all’attività di intermediazione ai sensi dell’articolo 12 del presente decreto;”). Queste ultime si dovrebbero occupare di reperire lavoro per i disoccupati. Viene da pensare che le amministrazioni comunali e gli uffici provinciali del lavoro non abbiano personale sufficiente per fronteggiare queste incombenze. Ma, come è noto, a pensar male si fa sempre bene. In realtà, alle diverse, ma affaristicamente simili, filiere, si aggiungono nuovi soggetti che partecipano alle rispettive greppie.

19 Qui occorrerebbe aprire il capitolo del c.d. accreditamento, ma l’esperienza, in Regione Lombardia, del sistema di accreditamento nella sanità è un esempio sotto gli occhi di tutti.

 

I SERVIZI ABITATIVI PUBBLICI

Tralasciamo le disposizioni concernenti le Aler – oggetto di una parte importante della legge che merita un commento a sè quanto meno in ordine alla concentrazione e centralizzazione delle Aziende – e passiamo alle specifiche indicazioni concernenti i servizi abitativi.

I primi servizi presi in considerazione dalla disciplina sono i servizi abitativi pubblici: quelli – rammentiamo – destinati genericamente ai poveri. Ma è proprio la legge che dispone che non tutti i poveri possono beneficiare di tale provvidenza. La nuova disciplina infatti stabilisce che “I nuclei familiari in condizioni di indigenza accedono ai servizi abitativi pubblici attraverso la presa in carico da parte dei servizi sociali comunali, nell’ambito di programmi volti al recupero dell’autonomia economica e sociale”. Segue la definizione della condizione di indigenza, corrispondente ad una soglia di povertà assoluta e di grave deprivazione materiale (…)”, con parametro economico l’assegno sociale erogato dall’INPS.

In sostanza i poveri – per essere tali – sono solo quelli individuati e riconosciuti come tali dagli organismi assistenziali. Come nel medio evo, ma con metodi attualizzati dalla moderna filantropia, mediante il sistema di controllo pervasivo dei servizi sociali. E per i pochi beneficiari, non solo si tratta di passare attraverso la cruna di un ago, bensì occorrerà anche sottoporsi ai diktat dei servizi (il c.d. programma di recupero dell’autonomia economica e sociale)20.

E non basta. Siccome è noto che la povertà aumenta e non si può certo provvedere a tutti i poveri, lo stesso articolo pone dei paletti. Nei servizi abitativi pubblici, le assegnazioni riguardanti coloro che sono presi in carico dai servizi sociali comunali, sono disposte nella misura massima del 20 per cento delle unità abitative annualmente disponibili”.

20 Si tratta, ancora una volta, dello stesso sistema utilizzato sempre per i disoccupati dal predetto decreto del Jobs Act al fine di ottenere qualche agevolazione (Art. 19 – Stato di disoccupazione – 1. Sono considerati disoccupati i lavoratori privi di impiego che dichiarano, in forma telematica, al portale nazionale delle politiche del lavoro di cui all’articolo 13, la propria immediata disponibilità allo svolgimento di attività lavorativa ed alla partecipazione alle misure di politica attiva del lavoro concordate con il centro per l’impiego).

Per gli altri, evidentemente, resta sempre la ….provvidenza. O la strada.

Tralasciamo le modalità di accesso a tale servizio, perchè verranno disciplinate attraverso regolamenti e vedremo che cosa verrà fuori. Tuttavia, un elemento di un certo interesse appare subito. Il regolamento che dovrà occuparsi di disciplinare le condizioni oggettive e soggettive di disagio, nonché i relativi punteggi per la formazione delle graduatorie, non pare che debba esplicitamente prevedere l’ipotesi dello sfratto da una abitazione privata tra quelle che determinano l’esistenza della condizione di disagio ed un maggior punteggio ai fini dell’assegnazione, come sino ad ora è avvenuto.

Ipotesi – lo sfratto – che ha caratterizzato – e caratterizza – i nuclei familiari in condizioni di indigenza che dovrebbero essere i principali fruitori di questi servizi.

Per la precisione, l’ipotesi dello sfratto viene autonomizzata e può dar luogo ad una assegnazione di tipo emergenziale ma limitata nel tempo. La legge stabilisce infatti che “Al fine di contenere il disagio abitativo di particolari categorie sociali, soggette a procedure esecutive di rilascio degli immobili adibiti ad uso di abitazione e per ogni altra esigenza connessa alla gestione di situazioni di grave emergenza abitativa, (…), ALER e comuni destinano una quota del proprio patrimonio abitativo a servizi abitativi transitori, (…), nella misura massima del 10 per cento delle unità abitative disponibili alla data di entrata in vigore della presente legge.

Le unità abitative a tali fini individuate sono temporaneamente escluse dalla disciplina dei servizi abitativi pubblici. Tali unità abitative sono assegnate ai nuclei familiari in possesso dei requisiti per l’accesso ai servizi abitativi pubblici per una durata massima di dodici mesi non rinnovabili, (…). I comuni possono incrementare la disponibilità di servizi abitativi transitori con unità abitative conferite da soggetti pubblici e privati, compresi gli operatori accreditati, da reperire attraverso procedure ad evidenza pubblica e da disciplinare mediante apposite convenzioni (…)”21.

21 Nota bene: nella versione della legge antecedente alle modifiche intervenute nel maggio 2017 la misura del 10 per cento delle unità destinate a tali soggetti aveva un riferimento mobile, ovverosia dovevano essere le unità disponibili annualmente. Ora sono a termine: solo quelle disponibili all’atto della entrata in vigore della legge. Una volta terminate non è dato capire che succederà.

Insomma: gli sfrattati – che come è noto sono in assoluta maggioranza per morosità (22) – non hanno diritto, in quanto tali, ai servizi abitativi pubblici. Le unità abitative a disposizione degli sfrattati saranno limitatissime (il 10% delle disponibili) e per giunta per un periodo ridicolo (dodici mesi). In compenso, i soggetti privati – nessuno escluso – potranno conferire propri alloggi. Temporaneamente. Ovvio. E l’affare prosegue.

Naturalmente, ma questa non è una novità, il canone di locazione dei servizi abitativi pubblici è destinato a compensare i costi di gestione, compresi gli oneri fiscali, e a garantire la manutenzione ordinaria per la buona conservazione del patrimonio immobiliare. Tuttavia, tra le novità, occorre segnalare l’estensione del sistema dei controlli sui servizi abitativi pubblici, che prevede la realizzazione di impianti di videosorveglianza – che, se ritenuti costi di gestione, partecipano alla formazione del canone – e la possibile utilizzazione di servizi di guardia particolare giurata.

Per i fruitori – pochi – dei servizi abitativi pubblici – i poveri – ci sarà quindi un accurato e pervasivo sistema di controllo (preventivo: quello dei servizi sociali; e permanente: videosorveglianza e guardie giurate). Risultato: soldi anche per le imprese che si occuperanno dei sistemi di videosorveglianza e per quelle di guardiania. La filiera si estende a nuovi soggetti.

Non poteva mancare l’ennesima previsione di vendita degli alloggi pubblici. Vuoti liberi od assegnati. Non importa. La legge stabilisce che gli enti proprietari possono procedere alla alienazione e valorizzazione di unità abitative esclusivamente per esigenze di razionalizzazione, economicità e diversificazione della gestione del patrimonio, nella misura massima del 15 per cento delle unità abitative di cui risultano proprietari alla data di entrata in vigore della presente legge.

 

22 Provvedimenti di sfratto emessi a Milano – Ministero dell’Interno – Ufficio Centrale di Statistica – Gli sfratti in Italia – Anno 2015.

Necessità locatore

  1. 2005  3
  2. 2006  (a) 35
  3. 2007  32
  4. 2008  74
  5. 2009  76
  6. 2010  87
  7. 2011  (a) 20
  8. 2012  (a) 167
  9. 2013  (a) 0
  10. 2014  0
  11. 2015  (a) 0

a) – Dati incompleti

Finita locazione

1.210 852 728 772 246 695 718 821 243 197 169

Morosità /

Altra causa

1.270 1.236 1.302 1.434 2.252 5.684 4.359 3.936 3.886 4.330 4.076

Totale

2.483 2.123 2.062 2.280 2.574 6.466 5.097 4.924 4.129 4.527 4.245

In particolare, per quelli liberi, è prevista la vendita degli alloggi ubicati in aree o immobili di pregio e di quelli non assegnabili perché in stato di grave degrado.
Tuttavia, è notorio che le ultime procedure di alienazione non sono andate proprio a buon fine. Alla Regione sono noti i dati relativi alla composizione sociale e alle capacità economiche degli assegnatari (23) e gli alloggi vuoti spesso non sono affatto appetibili. Quindi è prevista una alternativa alla vendita, definita valorizzazione. Ovverosia:

a) la locazione a canone agevolato, di norma non inferiore al 40 per cento del canone di mercato; b) la locazione nello stato di fatto, a soggetti intermedi, quali enti, associazioni senza scopo di lucro e istituzioni, con finalità statutarie di carattere sociale;
c) la locazione a usi non residenziali, al fine di promuovere la diversificazione funzionale all’interno dei quartieri e l’insediamento di attività economiche di nuova formazione.
Insomma, al posto di destinare risorse per la rimessa in pristino degli alloggi e la conseguente assegnazione ai poveri, gli alloggi verranno locati ad altri soggetti con un canone agevolato ovvero a soggetti intermedi.

I SERVIZI ABITATIVI SOCIALI

Lo spezzettamento del complesso patrimoniale pubblico regionale in servizi abitativi pubblici e sociali ha una finalità precisa, che ben si comprende leggendo anche le disposizioni riguardanti questi ultimi.

La legge stabilisce che “Ai fini della presente legge il servizio abitativo sociale consiste nell’offerta e nella gestione di alloggi sociali a prezzi contenuti destinati a nuclei familiari con una capacità economica che non consente loro né di sostenere un canone di locazione o un mutuo sul mercato abitativo privato, né di accedere ad un servizio abitativo pubblico”. Ed il servizio abitativo sociale “comprende sia alloggi sociali destinati alla locazione permanente o temporanea, sia alloggi destinati alla vendita dopo un periodo minimo di locazione di otto anni.”

In sostanza questi servizi sono destinati a coloro che, pur non potendo accedere al mercato privato immobiliare (locazioni o proprietà), possiedono comunque una capacità reddituale che consente loro di versare un canone appetibile per i gestori (Aler o privati).

E questi alloggi potranno anche essere ceduti al termine di un periodo di locazione corrispondente al termine del primo rinnovo di una locazione privata.

Rientrano tra questi servizi quelli a canone agevolato, quelli abitativi temporanei, i residenziali universitari e i fondi immobiliari. Vediamo di cosa si tratta.

Innanzitutto, i servizi abitativi a canone agevolato sono quelli cui si applica un canone che copre gli oneri di realizzazione, recupero o acquisizione, nonché i costi di gestione (art. 33). Ed il canone, come abbiamo sopra visto è stabilito attraverso una convenzione che deve indicarne anche i criteri i parametri e i prezzi di cessione per gli alloggi concessi in locazione con patto di futura vendita.

I servizi abitativi temporanei sono invece quelli da destinare al soddisfacimento del fabbisogno temporaneo di particolari categorie sociali, determinato da situazioni meritevoli di tutela, quali ragioni di lavoro, studio, salute.

Infine, vengono costituiti i Fondi immobiliari per l’acquisizione, la realizzazione e la gestione integrata di immobili per i servizi abitativi sociali nonché per la promozione di strumenti finanziari anche innovativi dedicati a questo tema, con la partecipazione di soggetti pubblici o privati. A tal fine, la Regione si avvale della collaborazione di Finlombarda s.p.a (…). Tale linea di intervento è rivolta alle persone che non possiedono i requisiti per accedere a servizi abitativi pubblici, disponendo di un reddito che tuttavia non consente di accedere agli affitti a libero mercato.

23 Nel patrimonio residenziale gestito dalle Aziende Casa abitano poco meno di 2 milioni di persone. Le situazioni di estrema fragilità sociale sono vastissime. In particolare tra questi vi sono: 150 mila disabili, 500 mila ultrasessantacinquenni, 124 mila immigrati extracomunitari. Ed un terzo delle famiglie dichiara redditi al di sotto di 10 mila euro l’anno.

AZIONI PER L’ACCESSO ED IL MANTENIMENTO DELL’ABITAZIONE: UNA GARANZIA PER LA RENDITA IMMOBILIARE E FINANZIARIA

 

Terminiamo l’esame della nuova normativa con le c.d. azioni per l’accesso ed il mantenimento dell’abitazione

Si tratta di un complesso di iniziative tutte finalizzate a favorire la proprietà immobiliare e la rendita finanziaria, senza dimenticare imprese di costruzione ed altri soggetti imprenditoriali o cooperative edilizie.

Si parte con i c.d. aiuti ai nuclei familiari in difficoltà nel pagamento dei mutui. E si stabilisce che la Regione promuove intese con gli istituti bancari per sostenere i cittadini in grave difficoltà economica, ovvero in situazione di insolvenza temporanea dovuta a morosità incolpevole nel pagamento delle rate del mutuo per l’acquisto della prima casa o per sfratti dovuti a pignoramenti immobiliari. Quale tipo di intese saranno promosse è facile da immaginare. L’aiuto, più che alle famiglie in difficoltà, è fornito alle banche, delle quali sono arcinote le esposizioni conseguenti ai mutui non onorati.

Si prosegue con i c.d. aiuti ai nuclei familiari per l’acquisto dell’abitazione principale. E si stabilisce che la Regione promuove misure di agevolazione finanziaria per favorire l’acquisto della prima casa da destinare ad abitazione principale. Cosa siano le misure di agevolazione finanziaria non ci vuole una scienza per comprenderlo. Comunque, è evidente che i beneficiari di ultima istanza saranno ancora banche e finanziarie.

Si passa poi alle c.d. iniziative per il mantenimento dell’abitazione in locazione. La legge prevede:
a) il sostegno economico ai conduttori, con contratto registrato ad uso abitativo, in difficoltà nel pagamento del canone di locazione di cui alla legge 431/1998;
b) l’attuazione di iniziative finalizzate al reperimento di alloggi da concedere in locazione a canoni concordati, ovvero attraverso la rinegoziazione delle locazioni esistenti, di cui all’articolo 11 della legge 431/1998;
c) il contrasto del fenomeno della morosità incolpevole intesa come situazione di sopravvenuta impossibilità a provvedere al pagamento del canone locativo a ragione della perdita o consistente riduzione della capacità reddituale del nucleo familiare.

Si tratta, quindi, di misure che mirano a sostenere il mercato delle locazioni private, garantendo il versamento del canone ai proprietari, ovvero facilitando questi ultimi attraverso contratti a canone concordato. L’iniziativa, in questo caso, è destinata alla rendita immobiliare.

Tutto bisogna porre in essere, per scongiurare un calo dei canoni.

In più, per completare l’opera, viene stabilito che le predette iniziative possono essere intraprese attraverso la costituzione di agenzie per la casa, fondi di garanzia o attività di promozione in convenzione con imprese di costruzione ed altri soggetti imprenditoriali o cooperative edilizie. Un aiutino anche a questi ultimi non guasta, vista la nota crisi del settore. Dall’altro lato si prevede che comunque le forme di sostegno ai nuclei familiari in condizioni di indigenza devono prevedere la presa in carico da parte dei servizi sociali. Ovverosia che gli indigenti non possono scampare al controllo preventivo dei servizi sociali.

Ancora, si prevedono aiuti ai nuclei familiari in condizione di morosità incolpevole. Ma su questo argomento si demanda il tutto ai regolamenti di Giunta. Staremo a vedere.

Non poteva mancare la costituzione dello specifico Fondo per l’accesso ed il mantenimento dell’abitazione, destinato alle finalità di questa ultima parte della disciplina ed in particolare per la concessione di contributi integrativi per il pagamento dei canoni di locazione, a favore dei conduttori con contratto registrato ad uso abitativo in situazione di difficoltà nel pagamento dei suddetti canoni.

Infine, un aiuto anche ai costruttori. Nella più classica delle tradizioni.

Tra le disposizioni transitorie e finali la legge dispone che:
per gli interventi finalizzati alla realizzazione di unità abitative destinate a servizi abitativi pubblici e sociali, il contributo sul costo di costruzione non è dovuto; per gli interventi di nuova costruzione riguardanti servizi abitativi pubblici, se previsti all’interno del piano dei servizi, gli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria non sono dovuti; per gli interventi di nuova costruzione riguardanti servizi abitativi sociali, gli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria possono essere ridotti da parte dei comuni fino al 100 per cento degli stessi; per gli interventi di manutenzione straordinaria e di ristrutturazione riguardanti servizi abitativi pubblici e sociali, gli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria, se dovuti, sono quelli riguardanti gli interventi di nuova costruzione ridotti della metà, salva la facoltaà per i comuni di deliberare ulteriori riduzioni.

Come abbiamo anticipato all’inizio dell’esame della nuova disciplina, di case popolari, per i ceti meno abbienti, non si potrà più parlare.

Abbiamo visto come la suddivisione del complessivo patrimonio, che costituiva l’edilizia residenziale pubblica sul territorio regionale, in servizi abitativi pubblici e sociali comporti che per i poveri sostanzialmente non resti più nulla.

Ed a suggellare la normativa vi è la disposizione prevista dall’art. 43 c. 10:

“Ai fini di quanto disposto dalla presente legge, l’espressione ‘edilizia residenziale pubblica’ presente in altre disposizioni regionali, legislative o regolamentari, deve intendersi equivalente all’espressione ‘servizi abitativi pubblici’, qualora non diversamente specificato, individuando un servizio di interesse economico generale, e in quanto tale, oggetto di specifici obblighi di servizio pubblico”.

Solo quelli pubblici. Più chiaro di così.

CHE FARE

La questione alloggi è un nodo dei rapporti sociali. Il nodo che intercorre tra proprietari (privati e pubblici) e non proprietari di casa (in Italia il 15% circa della popolazione, ma a Milano il 40%) nel quadro dello sfruttamento capitalistico del lavoro salariato.

Mentre abbondano case vuote – private e pubbliche – nelle metropoli ed anche nei piccoli centri, aumentano sfratti e sgomberi. Ed il bisogno abitativo, che non può trovare alcuna soddisfazione nel mercato privato, non ha alcuno sbocco nell’edilizia pubblica.

Nel 2014 il Piano Casa statale Renzi – Lupi aveva posto le premesse per questo ultimo sviluppo cui la Regione Lombardia si è adeguata (vedi R.C. Marzo/Aprile 2014). Il che prelude ad analoghi interventi anche in altre regioni.

La nuova legge regionale lombarda si inserisce nel solco tracciato del sostegno senza limiti alla rendita ed alla finanza, dell’abolizione dell’edilizia residenziale pubblica, smantellata e trasformata in un servizio abitativo finalizzato a produrre profitti per le imprese private che verranno accreditate ed otterranno la gestione degli immobili e strumento per ulteriori speculazioni ed affari di imprese varie, attraverso la svendita del residuo patrimonio pubblico esistente, la ristrutturazione la demolizione e ricostruzione. Profitti garantiti – nelle intenzioni – dalla svendita, dall’aumento dei canoni e delle spese e dall’eliminazione – sfratti e sgomberi – degli inquilini – operai, proletari, disoccupati, pensionati – non in grado di acquistare l’alloggio posto in vendita e neppure di versare canoni e spese.

Ma l’esplosività della questione abitativa, raggiunta dopo un decennio di crisi, è il risultato combinato della prolungata – ed ormai datata – politica di abbandono e privatizzazione del patrimonio pubblico, del tentativo di sostenere comunque rendita e finanza e della riduzione- perdita del salario, come dimostrano l’aumento esponenziale degli sfratti per morosità nel privato e nel pubblico e l’accumulo del debito nei confronti dei gestori pubblici del patrimonio abitativo. Debito che ha raggiunto cifre da capogiro e che viene a sua volta garantito attraverso l’istituzione di fondi e la capillare azione di recupero forzoso della morosità.

Date queste premesse risulta evidente come la questione abitativa sia irresolubile sul mero terreno della difesa della casa o, peggio ancora, in nome di un inesistente diritto alla casa nel quadro del sistema capitalista.

Il punto centrale è – e resta – il rapporto tra capitale e lavoro.

Ormai da un trentennio i salari scendono ma da un decennio salari e pensioni si perdono, mentre tra la gioventù è dilagata la precarietà strutturale e la conseguente gratuitificazione del lavoro.

E se non ci sono i soldi per sopravvivere è difficile pensare che ve ne possano essere per impiccarsi con un mutuo o per pagare l’affitto.

Ma se è vero che il fattore principale e determinante del livello dei consumi (qui inteso come quantità di mezzi di sussistenza necessari al lavoratore per riprodursi socialmente, di cui il “bene casa” costituisce un articolo) è dato dal livello del salario, è altresì vero che il livello del salario non si determina automaticamente per effetto delle cosiddette “leggi di mercato”, ma sulla base dei rapporti di forza tra padroni e operai. Rapporti che, per quanto riguarda i lavoratori, sono determinati dalla loro capacità di lotta e di organizzazione.

In questi ultimi anni è rimasto certamente alto il livello di conflitto tra il variegato movimento per la casa e il potere centrale e locale. Roma, Napoli, Torino, Milano – solo per citarne alcune – hanno assistito a manifestazioni di varia natura. Tuttavia – nella sostanza – il movimento si è contraddistinto essenzialmente per iniziative contro gli sgomberi nel pubblico ed in parte contro gli sfratti nel privato. Picchetti anti sfratto sono stati effettuati in diverse città per contrastare sfratti e sgomberi e decine di manifestazioni sono state effettuate per evidenziare la drammatica situazione dei senza casa.

Tuttavia, persino il livello insostenibile dei canoni nel privato, specialmente nelle città, è rimasto in secondo piano nelle azioni del movimento per la casa. E del tutto priva di adeguata risposta è stata l’iniziativa di varie Aziende e Comuni per riscuotere i canoni non versati dai c.d. morosi, per debiti che ormai complessivamente raggiungono cifre assolutamente impagabili.

Ma se la specializzazione di un movimento sulla questione abitativa, senza alcun rapporto con quel che accade nel lavoro è di per sè negativa, l’estrema specializzazione sul solo fronte degli sgomberi e degli sfratti. Pur se nell’immediato ed in qualche caso si è rivelata utile, non intacca minimamente la prospettiva del potere e l’attuazione dei suoi piani.

La questione abitativa è un problema della più generale condizione di esistenza proletaria e va affrontato nel quadro complessivo, con adeguate indicazioni di lotta.

In primo luogo, i comitati per la casa che compongono il variegato movimento per la casa non possono continuare ad agire come membra separate dell’organismo proletario ed agitare la questione abitativa come “vertenza sociale” slegata dai più urgenti e centrali problemi di vita e di sopravvivenza delle masse proletarie come quello della mancanza perdita e stracciamento del salario. La lotta sul terreno casa deve porre a base dell’azione specifica la rivendicazione generale, immediata e comune a tutti i lavoratori, del salario minimo garantito di € 1.250,00 mensili intassabili a favore di disoccupati cassintegrati sottopagati pensionati con importi inferiori. Su questa base incardinare la richiesta specifica di azzerare la morosità nei confronti di tutti gli inquilini e occupanti colpiti da disoccupazione riduzione perdita di salario.

In secondo luogo, i lavoratori non debbono né sottostare né rimettersi alle decisioni statali e debbono sempre porre i loro bisogni e interessi a base di ogni loro richiesta. La rivendicazione giusta è che i canoni, in generale per case private e pubbliche e salve le situazioni di bisogno e/o di indigenza, in cui va applicato l’esonero, non superino il 10% del salario o della pensione del maggiore percettore.

In terzo luogo, va svolto nei caseggiati popolari un lavorio capillare e metodico di propaganda e di organizzazione allo scopo di convogliare nelle azioni di difesa e di lotta inquilini e occupanti, eliminando attriti e divisioni tra assegnatari e occupanti, tra occupanti “storici” e occupanti “recenti” ed emarginando le condotte prevaricatrici individuali o di gruppo.

Gli inquilini e gli occupanti debbono costituire la prima linea di difesa e di lotta nel blocco degli sfratti e degli sgomberi e un baluardo nella difesa degli occupanti per necessità. Una parte di questo lavorio va svolta inoltre tra i richiedenti alloggio in lista di attesa per accelerare l’assegnazione delle case sfitte ed esercitare una pressione crescente per la requisizione e assegnazione di case vuote.

In quarto luogo i comitati per la casa debbono stringere forti legami tra di loro, creare un fronte comune attrezzarsi adeguatamente per potere affrontare la militarizzazione urbana. Gli sgomberi sono da tempo azioni militari ad alta intensità di guerra. E lo “stop agli sgomberi” richiede adeguati livelli di organizzazione. Fondamentale e decisiva nell’impedire gli sgomberi è la resistenza degli inquilini, la solidarietà del caseggiato, poi conta il resto.

Trascinare nell’azione i caseggiati, coinvolgere il quartiere, sbarrare il passo alle forze dell’ordine, contrastando le false “campagne di legalità” che mistificano la realtà perchè la pretesa “legalità” è solo il paravento delle ruberie pubbliche e lo strumento di repressione ed esproprio della gente impoverita.

Scacciare inoltre dai quartieri popolari i neofascisti che, per acquisire simpatie, chiedono case “solo per gli italiani”, nascondendo ipocritamente il fatto che di case vuote ce ne sono decine di migliaia che restano da decenni sfitte proprio per mantenere alti gli affitti e che ora vengono poste in vendita.

In quinto e ultimo luogo bisogna collegare e ancorare la lotta per la casa alla più generale battaglia di classe per l’esproprio di immobiliari, palazzinari, grossi e medi proprietari e la socializzazione dei mezzi di produzione.

Occorre, quindi, un’organizzazione stabile capace di superare ogni settorialismo e ricondurre tutte le iniziative che già si svolgono sul terreno della lotta per la casa nel più ampio fronte di lotta politica allo Stato ed al dominio di classe.

Solo così è possibile resistere effettivamente agli attacchi di Stato, finanza, immobiliari e padroni e soddisfare le esigenze di operai, disoccupati, pensionati proletari.

Economia, Politica e Società

Lavori sempre più “sporchi”

In e-mail il 17 Dicembre 2018 dc:

Lavori sempre più “sporchi”

Le offerte di lavoro sembrano ormai delle barzellette: lavoro gratuito o semi-gratuito, contratti di apprendistato con anni di esperienza, reintroduzione del cottimo, rimborsi spese al posto dei salari, zero diritti e nessuna garanzia. Certo, padroni e padroncini potrebbero vergognarsi un po’ delle loro “offerte di lavoro”. Si dice che la colpa non è loro, è della crisi. La concorrenza incalza infatti anche tra i capitalisti: si fa già fatica ad ottenere un profitto, figuriamoci se ci sono soldi per i salari. O così o si chiude.

Ecco da dove viene l’esigenza del Reddito di Cittadinanza dei 5 stelle: dalla necessità di spingere i lavoratori sempre più impoveriti ad accettare lavori sempre più di “sporchi”, in modo da preservare i profitti dei capitalisti. Per questo la loro proposta si completa con una serie di agevolazioni alle imprese volenterose che assumono questi lavoratori poveri e un po’ sfaticati. Il Movimento 5 stelle non vuole combattere il lavoro precario, da cui discendono disagi sociali e povertà, ma istituzionalizzarlo e generalizzarlo. I poveri non devono stare per strada, devono andare in fabbrica.

In Italia, come in tutti i Paesi capitalistici, la ricchezza è polarizzata. Non c’è da stupirsi, capitale chiama capitale, povertà chiama povertà, questo è il capitalismo: da un lato il capitale produce interesse e profitto che accrescono ulteriormente il capitale già accumulato, dall’altro il salario sotto il livello di sussistenza consente di accumulare solo miseria e debiti.

In effetti, accanto ai nove milioni di italiani poveri registrati dall’Istat che i grillini vorrebbero sostentare e rispedire al lavoro, ci sono 307.000 famiglie che contano il loro patrimonio finanziario in milioni di dollari e 22 famiglie che lo contano in miliardi.

Questo 1,2% della popolazione si spartisce il 21% della ricchezza finanziaria complessiva del Paese (a questa ricchezza finanziaria si deve poi aggiungere la ricchezza reale, fatta di abitazioni, oggetti di valore, fabbricati non residenziali, capitale fisso e terreni, concentrata anch’essa nelle stesse mani). E la tendenza è verso la crescita della polarizzazione.

Oltre alla ricchezza direttamente nelle mani delle famiglie, si deve poi considerare il patrimonio intestato a società finanziarie, che sempre in mani private (di un certo peso) finisce.

Insomma, l’Italia è un Paese ricco sia dal punto di vista dell’economia reale che da quello del patrimonio finanziario. E questa ricchezza è già quasi tutta in mani private.

I soldi ci sono e sono pure tanti, Il problema sono le disuguaglianze.

Se valesse veramente la media, la questione del RdC non si porrebbe nemmeno: il RdC ce l’avremmo già grazie alla rendita finanziaria e tutti saremmo anche proprietari di casa.

E invece l’Italia è fatta di persone che faticano a pagare l’affitto e non sanno nemmeno cosa sono i titoli e le azioni. La ricchezza finanziaria viaggia di padre in figlio a pacchetti da sei-dieci zeri. Questo è il dato da cui partire.

Contro questa deriva politica, bisogna ripartire da Marx e dalla sua critica.

“I problemi del capitalismo non si risolvono distribuendo redditi ma combattendo il capitale e arginando i suoi effetti”.

I diritti del lavoratore, incluso il diritto a un salario dignitoso, si conquistano con la lotta sul posto di lavoro. E lì che si valorizza il capitale ed è lì che i lavoratori hanno i migliori strumenti per impedire che il capitale li ingoi del tutto.

Partito Comunista dei Lavoratori

Economia, Politica e Società

“Non saremo schiavi”

In e-mail il 17 Dicembre 2018 dc:

“Non saremo schiavi”: la ribellione contro il regime di Orban

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Per la prima volta, dopo dieci anni, il regime reazionario di Orban incontra un’opposizione di massa.

Centinaia di migliaia di lavoratori e di giovani in larga parte del Paese hanno preso la parola contro il governo.

La miccia è stata una legge antioperaia varata dal governo dai caratteri scopertamente provocatori. Una legge che prevede 400 ore di straordinari all’anno, una settimana lavorativa di sei giorni o oltre dieci ore giornaliere per cinque giorni. Il lavoratore può formalmente rifiutare, salvo rischiare il licenziamento.

Si tratta dunque di uno strumento di legge offerto ai padroni per incrementare in modo massiccio lo sfruttamento del lavoro. Il padronato ungherese plaude entusiasta alla legge. Ancor più plaudono la Opel, la Mercedes, l’Audi, le grandi aziende straniere in particolare tedesche, ma anche italiane, che in Ungheria fanno affari d’oro. La sovranità nazionale sbandierata da Orban è a tutti gli effetti la sovranità dei padroni contro i lavoratori.

“Non saremo schiavi”. Questo è lo slogan che ha animato le proteste contro la legge.

Le manifestazioni indette dai sindacati hanno registrato un’ampia partecipazione operaia, e hanno visto l’ingresso in campo di decine di migliaia di studenti. Gli studenti già erano in fase di mobilitazione a favore della libertà di studio e di ricerca nelle università. La saldatura con le manifestazioni dei lavoratori è apparsa loro naturale.

Non si tratta di rituali manifestazioni dell’opposizione liberaldemocratica, si tratta di manifestazioni di massa e di classe, le prime dopo lungo tempo nella storia d’Ungheria.

Le manifestazioni si sono susseguite con una parabola ascendente negli ultimi cinque giorni, e con tratti radicali. A Budapest la polizia ha dovuto disperdere più volte la folla di lavoratori e giovani che assedia gli edifici dell’Assemblea Nazionale, il Parlamento ungherese. La parola d’ordine dello sciopero generale per la revoca della “legge della schiavitù” ha fatto il suo ingresso nelle strade e nelle piazze della capitale.

Com’è naturale, tutte le forze politiche dell’opposizione cercano il proprio posto al sole nella protesta: Momentum, Dialogo per l’Ungheria, persino i fascisti di Jobbik. Ma la linea dello scontro è estranea all’impostazione liberale come all’impostazione nazionalista e xenofoba. Al contrario, essa è dettata come non mai dalla contrapposizione tra capitale e lavoro, tra capitalisti e operai.

Il ruolo dei sindacati è non a caso centrale. La campagna ossessiva di Orban contro i migranti, che ha intossicato milioni di ungheresi, svela sempre più il suo carattere ipocrita. Il problema dell’Ungheria non è rappresentato dai migranti, praticamente assenti, ma dalla massiccia emigrazione di 600.000 ungheresi verso altri Paesi in cerca di migliori condizioni di vita. La battaglia contro la legge della schiavitù mette a nudo questa verità, e conquista il senso comune di massa.

Chi profetizzava che destra e sinistra sono categorie novecentesche ritrova questo confine proprio in Ungheria, proprio nel Paese indicato a modello dai sovranismi nazionalisti alla Salvini, proprio nel Paese presentato dai populismi reazionari di tutta Europa come paradigma di stabilità e di ordine.

Naturalmente siamo solo all’inizio di una battaglia di massa, di cui seguiremo dinamica e sviluppi. Ma certo i fatti dimostrano che neppure i regimi più consolidati in apparenza sono al riparo della lotta di classe, che prima o poi si riaffaccia e presenta il conto.

La vicenda ungherese ci parla anche di questo.

Partito Comunista dei Lavoratori
Politica e Società, Scienza e Natura, Sondaggi

La divulgazione scientifica provoca danni?

Da Hic Rhodus il 17 Dicembre 2018 dc:

La divulgazione scientifica provoca danni?

di Ottonieri

Spoiler: pare di sì. Intendiamoci, sto per affrontare un tema estremamente scivoloso, perché dovrò basarmi su una definizione di danno che sarà di per sé controversa, e che potrebbe essere contestata dalle stesse persone che indicherò come concausa del danno in questione. Insomma, sto per infilarmi in un ginepraio da cui potrei non uscire.

Eppure, è difficile ignorare la questione, e tanto più difficile lo è per noi che già in passato abbiamo pubblicato diversi articoli sulla (crescente?) tendenza dei cittadini di paesi progrediti e dove la cultura scientifica è sviluppata, se non necessariamente diffusa, a compiere scelte irrazionali e contrarie alle evidenze, appunto, scientifiche. Io stesso, in alcuni post (ad esempio questo e questo) ho cercato di superare i limiti della semplice osservazione del fenomeno per addentrarmi nel più insidioso territorio della ricerca delle cause del fenomeno stesso.

Ma andiamo con ordine. Cominciamo quindi da un articolo pubblicato sulla rivista medica Lancet, intitolato The State of Vaccine Confidence, nel quale si annota con preoccupazione che

“L’OMS ha riportato 52.958 casi di morbillo in Europa a partire dall’inizio del 2018, più del doppio dei 23.757 casi riscontrati in Africa nello stesso periodo. Nell’inverno 2017-2018 gli USA hanno registrato circa 80.000 decessi per influenza a seguito di un record di oltre 950.000 ricoveri per ragioni legate all’influenza”

Cosa vuol dire? Essenzialmente che la disponibilità di vaccini contro il morbillo o contro l’influenza non basta a evitare un aumento delle vittime di morbillo e influenza se i cittadini per i quali la vaccinazione è raccomandata non si vaccinano.

Ovviamente, i vaccini non sono tutti uguali; anzi, parlare di “vaccini” è fuorviante, come se tutti avessero la stessa efficacia, gli stessi effetti collaterali, le stesse indicazioni e controindicazioni, e soprattutto come se tutte le malattie che essi prevengono fossero ugualmente diffuse e pericolose.

Tutti questi parametri, e altri, contribuiscono alla valutazione che conduce le autorità sanitarie a stabilire quali vaccinazioni siano raccomandate e per chi; ed è appena il caso di osservare che noi normali cittadini non solo non abbiamo accesso a tutte le informazioni necessarie a questa valutazione, ma non disponiamo (soprattutto) delle conoscenze e delle metodiche necessarie per compiere la valutazione stessa, frutto della ricerca scientifica. Per decidere a quale quota e velocità è opportuno che viaggi un aereo di linea è certamente necessario conoscere una serie di dati sull’aereo, la rotta, le condizioni meteorologiche, eccetera.

Tuttavia, se anche io conoscessi perfettamente tutti questi dati resterei incapace di stabilire quota e velocità ottimali per l’aereo: l’informazione non è condizione sufficiente per la conoscenza.

Premesso questo, il motivo per cui ad esempio in Europa ci sono molti più casi di morbillo che in un continente più popoloso e con standard igienici e sanitari mediamente molto inferiori è probabilmente ricercabile nell’affollata figura qui sotto, pubblicata nella ricerca The State of Vaccine Confidence 2016, che mostra chiaramente come l’Europa sia di gran lunga il continente più scettico circa la sicurezza e l’utilità dei vaccini (inutile dirlo, tra i paesi più scettici c’è l’Italia), mentre i paesi africani e del sud-est asiatico sono i meno scettici.

Fonte: EBioMedicine, The State of Vaccine Confidence 2016

Inutile osservare che l’Europa è anche, generalmente parlando, una delle aree dove i cittadini hanno più facilmente accesso a informazioni di ogni genere, incluse quelle di carattere scientifico e medico. La ricerca infatti ha riscontrato che

“Paesi con alti livelli di istruzione e un buon accesso ai servizi sanitari sono associati a livelli più bassi di opinioni positive [verso i vaccini], indicando l’emergere di una relazione inversa tra le opinioni sui vaccini e le condizioni socioeconomiche”

Cosa si può concludere da queste osservazioni? Una possibilità, naturalmente, è che chi è scettico verso i vaccini (o, forse più esattamente, verso le raccomandazioni delle autorità sanitarie) abbia ragione: nessun farmaco è assolutamente sicuro, né è giustificato un atteggiamento fideistico verso “i vaccini” o qualsiasi altro trattamento medico, e anche le autorità possono commettere errori per mille ragioni, incluse quelle dolose.

Forse la maggiore disponibilità di informazioni fa sì che gli scettici europei abbiano capito quello che sfugge ai meno informati africani? L’esperienza dice il contrario: senza pretendere di discutere qui la letteratura in materia, il morbillo tra gennaio e settembre 2018 ha provocato 37 morti in Unione Europea, di cui sei in Italia su circa 2.600 casi: sono numeri sufficientemente bassi da non generare un vero allarme, ma basta risalire all’inizio degli anni Ottanta per trovare nel nostro Paese medie annue di 40.000 – 50.000 casi segnalati (stimati essere forse il 10% di quelli reali), con il conseguente pedaggio in termini di parecchie decine di morti l’anno e molti più casi di complicazioni gravi.

A fronte di questo, la frequenza tipica di complicazioni derivanti da effetti avversi del vaccino combinato è riportata nella tabella qui sotto. In pratica, anche se tutti i neonati italiani fossero vaccinati entro il primo anno di età, l’effetto sarebbe avere in media uno o due casi di complicazioni gravi ma non fatali. La differenza tra il costo sociale delle complicazioni da vaccino e quello della maggior diffusione della malattia è un danno quantificabile, sostenuto a più livelli da tutti i cittadini, e imputabile appunto alle scelte divergenti dalle raccomandazioni di cui sopra.

Fonte: http://www.epicentro.iss.it

Ma naturalmente queste sono solo informazioni: e le informazioni da sole, come abbiamo visto, non generano di per sé conoscenza, né cambiano il modo preconcetto di pensare delle persone. Al contrario: l’ampia disponibilità di informazioni, più o meno attendibili e certificate, fa sì che ciascuno tenda a selezionare e “adottare” quelle che possono essere interpretate a favore delle sue credenze preesistenti, trovando invece modi per dichiarare inattendibili quelle che le confuterebbero (“non crederete mica alle statistiche dell’OMS, vero? Vi indico io una fonte affidabile!”).

Anzi, un recente articolo della rivista Scientific American riporta risultati di alcune ricerche in ambito psicologico che fanno ritenere che una maggiore preparazione su argomenti scientifici e sulla matematica, e un “punteggio” più alto in quello che gli autori definiscono “actively open-minded thinking”, non solo non riducano la tendenza ad accettare solo l’evidenza scientifica che rafforza i propri preconcetti, ma addirittura l’accentuino. Come evidenzia la figura qui sotto, relativa alle opinioni sul riscaldamento globale, più aumenta il grado di “alfabetizzazione scientifica” delle persone, più queste tendono ad adottare con forza l’opinione allineata con il proprio schieramento politico.

Fonte: Scientific American, cit.

Come spiegare risultati così sorprendenti? L’autore di alcune ricerche citate nell’articolo propone questa interpretazione:

“È razionale a livello individuale per i comuni componenti del pubblico [della comunicazione] recepire le informazioni in modo tale da ricondurle saldamente alle posizioni che prevalgono nel gruppo sociale o politico in cui essi si identificano”

Insomma, per molti la conferma del proprio senso di identità è più importante di sostenere un’opinione scientificamente corretta, e disporre di maggiori informazioni e preparazione serve solo a essere più efficaci nel trovare conferme ai propri preconcetti “di schieramento” nel mare delle informazioni cui abbiamo accesso.

Anche essere abituati a riflettere sulle proprie posizioni (l’indice CRT della figura, che sta per Cognitive Reflection Test) non sembra condurre a opinioni più scientificamente corrette, anzi. E, come dicevo in apertura, adottare attivamente non solo opinioni, ma anche scelte pratiche, divergenti dalla migliore policy definita dagli esperti sulla base delle conoscenze scientifiche disponibili, ha un costo personale e spesso sociale che si traduce in un danno collettivo più o meno grave (si noti che questo è un caso diverso da quello di chi, ad esempio, pur sapendo che il fumo fa male continua a fumare: una cosa è rifiutare di seguire una raccomandazione sanitaria per ottenere un piacere, un’altra cosa è rifiutare di seguire una raccomandazione sanitaria senza contropartita perché si rifiuta di credere che essa sia valida).

Il paradossale risultato è che aumentare gli sforzi nella divulgazione scientifica potrebbe avere come risultato il rafforzarsi delle opinioni antiscientifiche, e investire per rendere “aperto” l’accesso alle informazioni di base (che non sono conoscenza) ha probabilmente l’effetto di moltiplicare le interpretazioni errate delle informazioni stesse!

Dobbiamo quindi giungere all’amara conclusione che “si stava meglio quando si stava peggio” e che non ci sia modo di indurre il cittadino medio del mondo sviluppato a utilizzare in modo intellettualmente corretto la messe di informazioni e gli strumenti di informatizzazione di base di cui dispone? Oppure trincerarci in una posizione “antidemocratica” e cercare piuttosto di sottrarre all’opinione pubblica la possibilità di influenzare le policy pubbliche su temi scientifici?

Lo stesso articolo di Scientific American propone una possibile alternativa: l’attitudine che, unita all’alfabetizzazione scientifica e alla disponibilità di informazioni conduce a ridurre la polarizzazione delle opinioni sarebbe la curiosità scientifica. Il grafico qui sotto indica che la probabilità che una persona preferisca leggere un articolo che sostiene una posizione opposta a quella che si è predisposti a sostenere aumenta quasi proporzionalmente a un indice scelto per misurare la “curiosità scientifica”.

Fonte: Scientific American, cit.

Il risultato è che se si ripete la prova precedente, si vede che la distanza tra i due “poli” su un argomento politicamente divisivo come il riscaldamento globale si riduce al crescere della “curiosità scientifica”:

Fonte: D. Kahan et al., Science Curiosity and Political Information Processing

Conclusioni? A mio avviso, una che confuta le mie precedenti convinzioni e una che le conferma:

1) la formazione e l’informazione scientifica “convenzionali” non solo non aumentano la conoscenza scientifica diffusa ma rischiano di produrre l’effetto opposto. Chi fa divulgazione e comunicazione su argomenti scientifici (incluso immagino articoli come questo…) deve chiedersi se non stia agendo in modo controproducente rispetto ai propri obiettivi.

2) la scienza non è una collezione di informazioni e teorie ma un metodo di formazione della conoscenza, che si basa sui fatti e non su schemi preconcetti. Promuovere quel metodo e la passione per la ricerca della conoscenza è più importante che diffondere “informazioni”.

D’altronde, anch’io devo accettare i fatti anche quando non sono in linea con le mie idee presistenti, no?

Politica e Società, Storia

I veri Bush

In e-mail il 06 Dicembre 2018 dc, pubblicato su MarxXXI il 03 Dicembre 2018 dc:

I veri Bush

di Pino Cabras

Proponiamo un commento di Pino Cabras, parlamentare M5S, su George Bush. Nel fiume di retorica totalmente acritica, se non addirittura agiografica, questo è uno dei pochi commenti che merita di essere letto.

In morte dell’ex presidente USA George Herbert Walker Bush (1924-2018), si stanno già sprecando i commenti giornalistici e istituzionali che ne esaltano la figura. Preparatevi a una scorpacciata di buone parole e santificazioni postume. Molti commentatori che quando parlano di Putin aggiungono sempre in automatico, quasi fosse un secondo cognome, la formula «ex-spia-del-Kgb», trascureranno, altrettanto in automatico, un dettaglio biografico che riguarda Bush, l’essere stato direttore della Cia.

Trascureranno cioè una qualificazione più accurata di uno dei quadri dirigenti della guerra fredda, un personaggio emblematico di un sistema che ha plasmato l’infrastruttura imperiale americana. L’appartenenza di Bush ai settori più opachi delle classi dirigenti statunitensi non è insomma una nota a margine della Storia, un incidente di percorso, una piccolezza, bensì la chiave per capire il suo ruolo con sufficiente respiro storico. Ho letto anni fa il documentatissimo saggio di Russ Baker “Family of Secrets” (Bloomsbury, 2008), che ripercorre l’incredibile galleria di azioni sporche collegabili in episodi decisivi della storia USA a quel gruppo patrizio di cui i Bush sono una componente centrale.

Poiché nei fatti quella dei Bush è una dinastia, come per tutte le dinastie ci si deve muovere dai patriarchi, a partire dal nonno del defunto, ossia Samuel Prescott Bush, tra il 1914 e il 1918 un fedelissimo di Percy A. Rockfeller (padrone della City Bank e della Remington Arms Co.), amministratore della War Industries Board (industria a produzione militare che si espanse moltissimo grazie alla prima guerra mondiale), socio del magnate della finanza Bernard Baruch e del ‘banchiere nero’ Clarence Dillon , habitué dei circoli esclusivi dell’alta finanza che originarono il CFR (Council of Foreign Relations).

Si deve poi passare a suo figlio (e padre del defunto), Prescott Sheldon Bush, amministratore e socio della Union Banking Corporation (UBC) [Ben Aris, Duncan Campbell, “How Bush’s grandfather helped Hitler’s rise to power,” «The Guardian», 25 settembre 2004. http://www.guardian.co.uk/usa/story/0,12271,1312540,00.html.] Il suo partner più importante in Germania era l’industriale nazista Fritz Thyssen: la banca fu fondata per finanziare la riorganizzazione dell’industria tedesca. Investiva ad esempio nell’Overby Development Company e nella Silesian-American Corporation (diretta dallo stesso Bush), da cui l’industria bellica di Hitler si approvvigionava di carbone anche dopo l’entrata in guerra degli USA.

Investiva inoltre nella compagnia di navigazione Hamburg-Amerika Line (poi denominata Hapag-Lloyd dopo la fusione con un’altra società), le cui navi, negli anni trenta, fornivano le milizie naziste di armi provenienti dagli Stati Uniti. L’attivismo del senatore Prescott Sh. Bush fu premiato: venne insignito dal regime nazista dell’‘Aquila tedesca’. Il certificato di attribuzione di questa onorificenza in data 7 marzo 1938 fu firmato da Adolf Hitler e dal segretario di Stato Otto Meissner, come risulta dagli archivi del Dipartimento della Giustizia statunitense. Nel corso del 2001 sono venuti a galla dei documenti impressionanti sui traffici di Prescott Sh. Bush.

Queste recenti ricerche dimostrano che quel Bush installò una fabbrica nei pressi di Auschwitz, dove lavorarono, ridotti in schiavitù, i prigionieri dei vicini campi di concentramento [Gli archivi vennero compulsati da John Loftus, presidente del Florida Holocaust Museum. Si veda Toby Rodgers, “Heir to the Holocaust, How the Bush Family Wealth is Linked to the Jewish Holocaust”, in «Clamor Magazine», maggio-giugno 2002.]

La nostra attenzione a questo punto può finalmente spostarsi su George Herbert Walker Bush, vicepresidente nell’amministrazione Reagan (1981-1989) e poi 41° presidente degli Stati Uniti (1989-1993). I suoi vasti interessi in zone oscure della morale politica hanno spaziato dalla copertura di certi traffici di droga a quelli di armi e petrolio, solo a stare alla vicenda Iran-Contra.

Citiamo alcuni passaggi di questa sfolgorante e spregiudicata carriera. Seguendo le orme dei suoi familiari, George debutta molto presto nei circoli anticomunisti dell’alta finanza nordamericana. Oltre ad aver occupato le massime cariche alla Casa Bianca, il suo cursus honorum lo vede fra i coordinatori del fallito sbarco nella Baia dei Porci a Cuba nel 1961, poi punto di riferimento del narco-dittatore panamense Noriega, infine superconsulente di Carlyle Group , ossia uno dei principali azionisti di molti fornitori delle forze armate americane. Ma fu anche direttore della CIA tra il 1976 e il 1977. Tra il 1981 e il 1986–da vicepresidente degli Stati Uniti–Bush selezionò decine di figure chiave dell’amministrazione coinvolte in colossali traffici nel mercato internazionale della droga.

Nello stesso periodo, e anche questa è cosa ben nota, furono molto fitti e costanti i rapporti tra la famiglia Bush e quella bin Lāden (tanto che entrambe hanno ricoperto posizioni rilevanti nel Carlyle Group). Khalifa, Bin Mafouz, Salem bin Lāden (fratellastro di Osāma) erano nel consiglio di amministrazione della BCCI quando scorrevano immensi flussi di denaro per l’affare Iran-Contra.

Quando, alla fine del 1980, alcuni emissari repubblicani s’incontrarono in segreto a Parigi con i khomeinisti moderati per far rimandare il rilascio degli ostaggi americani a Teheran e sconfiggere così Jimmy Carter alle elezioni, George padre arrivò in tutta fretta al vertice a bordo dell’aereo di Salem bin Lāden. I bin Lāden investirono nel Carlyle Group circa 1,3 miliardi di dollari e James Baker, a capo dello staff di Bush Senior, ha ammesso ufficialmente che Bush ha incontrato i bin Lāden anche nel novembre 1998 e nel gennaio del 2000.

Possiamo dunque cogliere già con pochi cenni che questo pezzo di “patriziato americano” rappresentato dalla dinastia dei Bush si tramanda una grande spregiudicatezza nei rapporti di potere con presunti nemici. Dentro le guerre, dentro i grandi affari dell’industria a produzione militare, dentro le consorterie di petrolieri che brindano all’uccisione dei Kennedy e al trionfo delle petromonarchie.

Sono strutture di potere che durano al di là delle singole persone, al punto che perfino una persona di ridottissime capacità come George W. Bush, figlio di George Herbert Walker Bush, è riuscito poi a diventare anche lui presidente, orgogliosamente dichiaratosi «a president of war» e dunque corresponsabile dei grandi disastri bellici di cui oggi ereditiamo le conseguenze.

Non uniamoci perciò alle canonizzazioni di Bush. Misuriamo semmai la serietà dei giornali dalla capacità di farne il vero ritratto.

Cultura, Laicità e Laicismo, Politica e Società, Sessualità

Atto di terrorismo religioso in una scuola pubblica

In e-mail da Democrazia Atea il 15 Dicembre 2018 dc:

Atto di terrorismo religioso in una scuola pubblica

Al Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca

Al Direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale per la Puglia

Al Direttore dell’Ufficio Scolastico Provinciale di Bari

Al Dirigente scolastico del Polo Liceale Galileo Galilei di Monopoli

All’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza

Apprendiamo dalle cronache giornalistiche che, nel corso dell’ora di religione, è stato consentito ad una associazione fondamentalista cattolica di proiettare immagini che riproducevano interruzioni di gravidanza.

Se per terrorismo secolare si intende il compimento di azioni violente messe in atto per modificare la società, per terrorismo religioso si intende invece il compimento di atti quali strumenti di identificazione e appartenenza ad una organizzazione per affermarsi politicamente, e in questo caso la violenza diventa un dovere religioso.

La visione di immagini volte a criminalizzare un diritto come l’aborto è di sicuro un  terrorismo di matrice religiosa.

Sia ben chiaro che non si parla di violenza fisica ma psicologica che si manifesta con parole e atti tesi a opprimere e a orientare la volontà di altre persone, nel caso di specie, dei minori.

Le immagini proiettate hanno determinato di sicuro un impatto psichico volto a negare alla interruzione di gravidanza, nella percezione dei minori, la qualificazione che sia un diritto delle donne, così come riconosciuto nelle convenzioni internazionali europee e nelle legislazioni dei Paesi più progrediti.

Sappiamo che l’aborto non è riconosciuto come diritto nei Paesi africani e nei Paesi asiatici, ed è evidente che il modello legislativo delle associazioni come quella protagonista di questa squallida vicenda sia quello africano o asiatico, ma si dà il caso che il modello legislativo italiano si sia smarcato da oltre quarant’anni dalle prospettive anacronistiche di questi personaggi.

Orbene, è innegabile che l’associazione che ha messo in atto un simile scempio, con la complicità dell’insegnante di religione, attraverso questa barbara intrusione abbia usato la scuola non con finalità divulgativa, ma con la scientifica determinazione di strumentalizzare l’istituzione scolastica per finalità connesse al fondamentalismo religioso, al pari di qualsiasi scuola coranica o indù.

Poiché il fondamentalismo cattolico non è contemplato nelle scuole laiche della Repubblica italiana, e poiché le vittime sono state degli studenti minorenni, si chiede che sia avviata una indagine volta ad individuare premesse e risvolti di questa vicenda, ma soprattutto a disporre quanto necessario affinché in nessuna scuola italiana possano ripetersi simili violenze psichiche a danno delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi.

Carla Corsetti

Segretario nazionale di Democrazia Atea

Economia, Politica e Società

Di Maio e i padroni

In e-mail il 12 Dicembre 2018 dc:

Di Maio e i padroni

Il quotidiano di Confindustria Il Sole 24 Ore ha ospitato sabato 8 dicembre una lunga lettera aperta agli industriali del Ministro Luigi Di Maio, con tanto di titolo di apertura di prima pagina: “Di Maio alle imprese: lavoriamo insieme”.

Il titolo tiene fede all’articolo. Un ministro del lavoro che ignora le pietose richieste di incontro delle burocrazie sindacali propone formalmente ai padroni «un metodo di confronto continuo»: l’avvio di un «tavolo permanente per le piccole e medie imprese» per «permettervi di fare gli imprenditori» e «capire insieme qual è la direzione che deve prendere lo sviluppo dell’Italia».

Il cuore mieloso della lettera è naturalmente la Legge di stabilità.

Nello stesso momento in cui il governo svuota ulteriormente le proprie elemosine sociali su reddito e pensioni per rassicurare le banche e la Commissione Europea, Di Maio garantisce pubblicamente i padroni sui vantaggi della finanziaria per i loro profitti: abbassamento delle tasse al 15% per le piccole imprese nel 2019, con la promessa di estenderlo nel 2020; abbattimento dell’ IRES dal 24% al 15% (anche per chi “assume” lavoratori precario); proroga del superammortamento renziano per gli investimenti; sgravio contributivo sino a 80.000 euro l’anno per le assunzioni a tempo indeterminato; un miliardo ogni anno per la sovvenzione degli investimenti in “alta tecnologia”.

Infine l’annuncio per il futuro di 200 miliardi mobilitati attraverso la Cassa Depositi e Prestiti per le infrastrutture, e l’ulteriore liberalizzazione del codice degli appalti (quella che moltiplica gli omicidi bianchi).

Dopo l’offerta di un simile Bengodi, Di Maio conclude la lettera ai padroni con parole alate: «L’Italia è come una maestosa aquila che si è spezzata le zampe… Se lavoreremo insieme presto potremmo nuovamente spiccare il volo». A prescindere dall’incerta sintassi, il messaggio è inequivoco: il M5S offre le ali ai capitalisti, come hanno fatto negli ultimi decenni tutti i governi padronali, nessuno escluso. Con una differenza duplice: il M5S si rivolge a tutti i padroni, non solo ai grandi, e porta loro in dote il consenso sociale di milioni di operai, impiegati, disoccupati, cioè di quelli che continueranno a pagare l’80% del carico fiscale per finanziare le regalie alle imprese.

In conclusione: Di Maio vuole contendere alla Lega il blocco piccolo-medio borghese proprietario del Nord, per la stessa ragione per cui Salvini vuole scendere a Sud e invadere le roccaforti elettorali 5 Stelle. I due imbroglioni di governo si disputano le grazie dei padroni, mentre invocano i voti degli sfruttati.

Sino a quando reggerà questa truffa?

Partito Comunista dei Lavoratori