Marx e l’omofobia

in e-mail il 24 Febbraio 2016 dc:

Marx e l’omofobia

È da poco trascorso (sotto silenzio) un anniversario storico estremamente importante: il 21 febbraio 1848 venne pubblicata a Londra la prima edizione del “Manifesto del Partito Comunista” di Karl Marx e Friedrich Engels.

Attuale più che mai. Oggi, in molti invocano il ritorno della Vecchia Talpa: “E quando la rivoluzione avrà condotto a termine questa seconda metà del suo lavoro preparatorio, l’Europa balzerà dal suo seggio e griderà: ben scavato, vecchia talpa!”. Colgo l’occasione per avanzare alcune riflessioni personali.

Il pensiero di Marx non esprime un dogma inviolabile, il vecchio barbuto di Treviri non aveva mica ragione su tutto. Altrimenti si rischia di farne un feticcio, arrecando un grave torto allo stesso Karl. Come fanno coloro che usano Marx come più gli fa comodo. Mi spiego meglio. Ad esempio, risulta che Marx fosse omofobo. Ma è normale. Era una persona dell’Ottocento.

In oltre un secolo e mezzo, la cosiddetta “morale” (anche quella borghese) è profondamente mutata. La concezione morale è uno degli aspetti più relativi, soggettivi e mutevoli di una società. La morale cambia secondo il costume (o malcostume) del tempo. Oggi i gay non si possono più additare con disprezzo o mettere alla berlina, come faceva (giusto per indicare un esempio) il PCI negli anni Cinquanta, con atteggiamenti di bigottismo ipocrita. Siffatto moralismo di segno vetero-stalinista appare fuori tempo massimo. In sostanza, temo convenga essere relativisti, anziché moralisti.

A dirla tutta, gli omofobi sono omosessuali repressi o latenti, secondo una teoria di Freud. Un dato è certo: l’omosessualità è una questione resa oramai neutrale, come il femminismo, da parte di un sistema che ingloba ed assimila tutto, omologa ogni istanza, disinnescando il carattere eversivo, di classe, di vertenze che potrebbero detonare fermenti rivoluzionari.

Inoltre, sfatiamo una favola metropolitana secondo cui Adolf Hitler sarebbe stato un omofilo ed avrebbe esaltato l’omosessualità. Basti vedere chi furono sterminati nei lager nazisti, oltre ad ebrei, slavi, zingari, comunisti, anarchici, disabili. Si potrebbe insistere con richiami storici alle antiche civiltà, in particolare al mondo greco-romano, laddove l’omosessualità e la bisessualità erano comportamenti non solo ammessi e tollerati dalla “morale” del tempo, bensì talmente diffusi da costituire la “normalità”. Non a caso, un novero assai vasto di celebri figure dell’antichità classica erano notoriamente gay o bisessuali: Socrate, Giulio Cesare, Achille e Patroclo, Alessandro Magno, gli imperatori Nerone e Adriano e numerosi altri ancora.

Mi pare che taluni abbiano le idee confuse. Accostare l’omosessualità ed il femminismo all’ideologia della morte e del decadentismo borghese non ha senso. Anche l’aborto, il diritto inalienabile ad abortire, non è comparabile ad un’ideologia decadente. Al contrario, si tratta di una conquista di civiltà e di progresso. Il controllo delle nascite è una politica estremamente sensata e pragmatica. Un semi-Stato socialista, ovverossia proletario, avrebbe il dovere di pianificare una seria politica rivolta al controllo demografico.

Inoltre, un buon comunista si schiera sempre dalla parte di chi soffre una discriminazione sociale. Come affermava “Che” Guevara. E l’omofobia indica precisamente una forma di oppressione o discriminazione sociale. Per cui vorrei spendere qualche parola a proposito del vetero-moralismo bigotto del PCI, rammentando l’ostracismo e l’ostilità che soffrì Pasolini, disprezzato ed emarginato a destra e manca. La morale è un dato relativo e mutevole, che varia secondo i costumi del momento. Marx ed Engels non avevano ragione su tutto. Altrimenti si corre il rischio di essere dogmatici.

Per contro, Rosa Luxemburg era assai più all’avanguardia dei succitati vecchietti e dello stesso Lenin. Né bisogna dimenticare Clara Zetkin, amica intima di Rosa. Due straordinarie figure femminili che forniscono dei fulgidi esempi di intelligenza, coraggio, coerenza, integrità morale ed intellettuale.

Lucio Garofalo

 

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Il sole non sorge più a Ovest

in e-mail il 31 Gennaio 2017 dc:

Il Sole non sorge più a Ovest

Dino Erba e altri

Il sole non sorge più a Ovest

Significati e forme delle rivoluzioni al tempo della Grande Crisi

Riflettendo con Marx: razze, etnie, genere e l’immancabile sfruttamento operaio

All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2017, pagine 162.

Contributo € 15 (comprese le spese di spedizione)

Richiedere a: dinoerba48@gmail.com

Secondo un luogo comune molto diffuso, Marx sarebbe un teorico del progresso. Conseguenza o premessa di questo stereotipo è una concezione della storia unilineare, etnocentrica, o meglio eurocentrista, che è prevalsa tra molti di coloro che si professano marxisti, magari con pretese rivoluzionarie. Essa si fonda su una miope lettura di Marx, limitata ad alcuni passi del Manifesto del Partito Comunista e ad alcuni scritti di poco successivi. È un’interpretazione limitata nello spazio e nel tempo. È stata assolutamente fuorviante, poiché ha investito tutte le opere di Marx imponendo i medesimi criteri interpretativi etnocentrici, con le conseguenze deleterie che si sono viste per tutto il Novecento.

Quando il sole doveva sorgere a Ovest.

Alla luce delle passate esperienze rivoluzionarie e alla luce dei recenti sconvolgimenti sociali, ho sottoposto a critica il concetto di sviluppo delle forze produttive e la visione eurocentrista che ne è il presupposto.

I testi che ho raccolto in questo libro prendono lo spunto dal libro di Kevin B. Anderson sugli scritti «tardivi» di Marx, (1870-1883), riguardanti le società precapitalistiche, o meglio non occidentali, in merito a razza, etnicità, nazionalità e genere.

Sul filo di queste riflessioni gli scritti «tardivi» di Marx spostano l’asse della rivoluzione dalle metropoli dell’Occidente al Sud del Mondo. Sono le aree in cui il modo di produzione capitalistico ha incontrato molte resistenze, creando situazioni socio-economiche ibride, frutto di un capitalismo innestato (come accenna Engels a proposito della Russia) che ha fatto poi degenerare, atrofizzare e distorcere i modi di produzione preesistenti che via via esso incontrava. E non certo a causa di una presunta «arretratezza» che, invece, è stata il frutto marcio del «trapianto del capitalismo», anche se apparentemente il trapianto era andato a buon fine.

In un contesto economico-sociale mondiale che, in tutti i modi, cerca di respingerlo, il modo di produzione capitalistico costituisce un’eccezione, o meglio: un disgraziato accidente.

Oggi, nel Sud del Mondo, la fragilità dell’innesto balza in primo piano clamorosamente, immediatamente e violentemente, sotto i colpi dell’attuale crisi sistemica.

Solo in un secondo momento gli effetti della deflagrazione della periferia si ripercuoteranno (e in parte si stanno già ripercuotendo) sul centro, sull’Occidente,  con tempi e modalità differenti.

In Europa siamo agli inizi, ma già si intravvedono situazioni, come i flussi migratori, del tutto inedite che non possono essere affrontate con i criteri tipici della fase di sviluppo del modo di produzione capitalistico, sia quelli inerenti l’Ottocento sia quelli inerenti la Golden Age (o Les Trente Glorieuses), ovvero gli anni 1945-1975 di eccezionale espansione economica.

Il filo conduttore proposto consente di mettere a fuoco le tematiche insite nelle elaborazioni «tardive» di Marx, cercando di focalizzare aspetti che oggi sono di dirompente attualità, in primis etnia e genere, mentre sullo sfondo emerge, prepotente, l’esigenza della lotta senza quartiere contro il lavoro e contro la democrazia.

Mi auguro di essere riuscito a districarmi in un vero ginepraio, pratico e teorico.

Ho voluto includere contributi di altr* compagn* per allargare il confronto, cercando di vedere le cose da prospettive differenti.

Nel loro insieme tutti gli scritti proposti vogliono stimolare una riflessione, per poter approfondire, e chiarire (se possibile) le questioni più scottanti.

 

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Dove va il sindacalismo di base?

in e-mail il 30 Gennaio 2017 dc:

Ricevo e volentieri diffondo, con la domanda: Dove va il sindacalismo di base?

d. e.

Dove va il sindacalismo di base?

Tra montature e cattiva coscienza

In queste ore si è detto e scritto molto sulla vicenda di Aldo Milani.

Oggi su numerosi giornali che avevano riportato con grande spazio la notizia dell’arresto di ” due sindacalisti del sicobas” per estorsione, ben poco spazio dedicato al rilascio di ALdo Milani e men che mai alle dichiarazioni del legale della organizzazione sindacale.

Nella “giustizia ” italiana si è condannati senza avere commesso il fatto, i media sparano la notizia con articoloni ma le notizie successive di tenore opposto spariscono tra i fiumi di inchiostro, quasi invisibili a chi sfoglia i giornali. Rimandiamo a un paio di articoli che almeno trattano con attenzione gli accadimenti

– http://popoffquotidiano.it/2017/01/28/aldo-milani-e-fuori-crolla-il-teorema-contro-il-sicobas/

http://www.controlacrisi.org/notizia/Lavoro/2017/1/29/48735-caso-milani-cade-il-castelo-di-accuse-la-procura-di-modena/

A distanza di ore possiamo tuttavia trarre alcune riflessioni.

La risposta dei facchini è stata significativa non solo con gli scioperi tra venerdì e sabato ma con almeno 2000 presenti davanti al carcere di Modena. A poche ore dai fatti c’è stato chi, come la Confederazione Cobas, ha subito preso le distanze rivendicando il copyright del termine cobas e nell’ottica di rassicurare i ben pensanti ha subito ribadito che loro con i fatti di Modena non avevano nulla a che vedere. Peccato poi che al momento della scarcerazione di Milani abbiano preferito tacere e non correggere la loro affrettata posizione. Di sicuro la Confederazione Cobas non ha niente a che vedere con la piazza di Modena e con il conflitto sociale che le lotte dei facchini esprimono. Fa male scriverlo ma quel comunicato redatto poteva nascere dalla mente solo di chi è ormai lontano dai luoghi del conflitto e pensa che il suo mondo sia ancora centrale nel panorama sindacale.

L’augurio, sincero, è che tanti militanti dei cobas, come quelli della scuola di Varese e Milano, prendano le distanze dal comunicato del loro portavoce, lo facciano non per polemica ma solo per riaprire una discussione e un confronto sui fatti e sulle prospettive future perché sia ben chiaro che quanto accaduto a Milani non sarà un episodio isolato.

Quel comunicato, lo diciamo con sincerità, offende anche l’intelligenza e la militanza decennale di tanti esponenti dei Cobas, del loro portavoce in primis. Una presa di distanza dai fatti che stride con atteggiamenti ben diversi manifestati in tante altre occasioni.

Ai sindacalisti che nei luoghi di lavoro parleranno dei cobas come estorsori ricordiamo cosa hanno fatto i loro leaders nazionali tra viaggi con i soldi degli iscritti e pensioni auree sulla pelle degli esodati e di quanti in pensione ci vanno con una miseria.

Silenzio incredibile da parte di tanti, Usb, Cub, Sgb, silenzio da numerose realtà sociali e politiche. Chi urla contro il testo unico sulla rappresentanza sindacale non ha speso una parola a sostegno di Aldo Milani.

Capiamo l’imbarazzo di leggere che un dirigente nazionale viene arrestato con la gravissima accusa di estorsione, ma possibile che a nessuno sia venuto in mente che poteva trattarsi di una trappola e almeno mostrare a mezzo stampa qualche forma di solidarietà?

Possibile che nessuno abbia pensato che questo arresto rappresenti un cambio di linea, una azione repressiva, una macchina del fango con ripercussioni negative sulle stesse relazioni sindacali?

Forse in molti non lo hanno capito, ma al di là dei fatti, delle ingenuità, delle trappole, nel nostro paese la gogna mediatica è stata usata tante volte, soprattutto quando non si riusciva a contrastare il nemico di classe in altro modo, per arrestare i movimenti sociali del resto è nata anche la strategia della tensione.

Occorre che sia fatta piena luce sui fatti nell’interesse di Aldo che ha parlato a lungo con il giudice visto che non aveva nulla da nascondere, occorre che tutti noi, solidali e non, si avvii una riflessione non solo sull’arresto di Milani ma su quanto sta succedendo nel Paese.

Una riflessione che tratti anche dei silenzi di quanti ogni giorno vengono a farci lezione ma al momento di manifestare solidarietà perdono l’uso della parola e le loro stesse mani abbandonano la tastiera del pc.

Pubblicato da Delegati e Lavoratori Indipendenti Pisa 06:23

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Nell’88° anniversario della nascita del Partito Comunista d’Italia

in e-mail il 22 Gennaio 2017 dc dal CIRCOLO DI INIZIATIVA PROLETARIA GIANCARLO LANDONIO

Nell’88° anniversario della nascita del Partito Comunista d’Italia

– L’unico modo per far pagare la crisi a padroni banchieri parassiti è quello di spodestarli dal potere. Scatenare la guerra di classe. Battersi per la dittatura del proletariato.
Nell’88° anniversario della nascita del Partito Comunista d’Italia

[Novantasei anni addietro], il 21 gennaio 1921 nasceva a Livorno il Partito Comunista d’Italia (P.C.d’It.). Il P.C.d’It., alle cui origini noi ci rifacciamo, fu la prima organizzazione di classe dei lavoratori italiani che si propose la rivoluzione proletaria e che fece tremare la borghesia. Partendo dalla fondazione del P.C.d’It., al cui nome si richiamano tuttora i rimasugli delle vie nazionali al socialismo (elettoralisti, stalinisti, maoisti), ripercorriamo a grandi tappe il cammino percorso in quanto la strada già fatta getta luce sul presente e aiuta a capire la realtà e i compiti odierni del movimento comunista autentico.

1921-1926

Il P.C.d’It. nasce dalla scissione del Partito Socialista Italiano. La scissione avviene sui famosi 21 punti di Mosca, che dettano le condizioni per l’ingresso nell’Internazionale Comunista (I.C.), cioè nel partito mondiale della rivoluzione, e che delimitano in modo netto i rivoluzionari dai riformisti. Il P.C.d’It. si propone di guidare la classe operaia nella lotta contro la borghesia per la dittatura del proletariato sul piano interno e internazionale nella scia della Rivoluzione d’Ottobre del 1917 in Russia. Esso fissa il programma in questi 10 punti e principii:

1) Nell’attuale regime sociale capitalista si sviluppa un sempre crescente contrasto fra le forze produttive ed i rapporti di produzione, dando origine alla antitesi di interessi ed alla lotta di classe fra il proletariato e la borghesia dominante.

2) Gli attuali rapporti di produzione sono protetti e difesi dal potere dello Stato borghese che, fondato sul sistema rappresentativo della democrazia, costituisce l’organo della difesa degli interessi della classe capitalistica.

3) Il proletariato non può infrangere né modificare il sistema dei rapporti capitalistici di produzione da cui deriva il suo sfruttamento, senza l’abbattimento violento del potere borghese.

4) L’organo indispensabile della lotta rivoluzionaria del proletariato è il partito politico di classe. Il Partito Comunista, riunendo in sé la parte più avanzata e cosciente del proletariato, unifica gli sforzi delle masse lavoratrici, volgendoli dalle lotte per gli interessi di gruppi e per risultati contingenti alla lotta per l’emancipazione rivoluzionaria del proletariato. Il Partito ha il compito di diffondere nelle masse la coscienza rivoluzionaria, di organizzare i mezzi materiali di azione e di dirigere, nello svolgimento della lotta, il proletariato.

5) La guerra mondiale, causata dalle intime, insanabili contraddizioni del sistema capitalistico che produssero l’imperialismo moderno, ha aperto la crisi di disgregazione del capitalismo in cui la lotta di classe non può che risolversi in conflitto armato tra le masse lavoratrici ed il potere degli Stati borghesi.

6) Dopo l’abbattimento del potere borghese, il proletariato non può organizzarsi in classe dominante che con la distruzione dell’apparato di stato borghese e con l’instaurazione della propria dittatura, ossia basando le rappresentanze dello Stato sulla base produttiva ed escludendo da ogni diritto politico la classe borghese.

7) La forma di rappresentanza politica nello Stato proletario è il sistema dei Consigli dei lavoratori (operai e contadini), già in atto nella rivoluzione russa, inizio della Rivoluzione proletaria mondiale e prima stabile realizzazione della dittatura proletaria.

8) La necessaria difesa dello Stato proletario contro tutti i tentativi controrivoluzionari può essere assicurata solo col togliere alla borghesia ed ai partiti avversi alla dittatura proletaria ogni mezzo di agitazione e di propaganda politica e con la organizzazione armata del proletariato per respingere gli attacchi interni ed esterni.

9) Solo lo Stato proletario potrà sistematicamente attuare tutte quelle successive misure di intervento nei rapporti della economia sociale con le quali si effettuerà la sostituzione del sistema capitalistico con la gestione collettiva della produzione e della distribuzione.

10) Per effetto di questa trasformazione economica e delle conseguenti trasformazioni di tutta l’attività della vita sociale eliminata la divisione della società in classi, andrà anche eliminandosi la necessità dello Stato politico il cui ingranaggio si ridurrà progressivamente a quello della razionale amministrazione delle attività umane.

[Livorno 21 gennaio 1921]

Finché è diretto da Bordiga Repossi Fortichiari, e in quella fase anche da Grieco e Terracini, il P.C.d’It. mantiene ferma la linea rivoluzionaria classista. E tiene testa alla reazione liberale e al terrorismo fascista. Ma nel giugno del 1923, quando Bordiga e altri membri del Comitato Esecutivo (C.E.) vengono arrestati e reclusi nelle carceri fasciste, l’I.C., che cominciava a inclinare sulla scivolosa tattica del fronte unico e del governo operaio (governi socialdemocratici appoggiati dai comunisti), procede d’autorità alla sostituzione del C.E. Nell’agosto del 1924, dopo un biennio di lotte interne, l’I.C. sopprime definitivamente la prima direzione del P.C.d’It. e impone una direzione di centro-destra. Questa nuova direzione è composta da Gramsci Togliatti Scoccimarro Mersù Maffi. Ed è ligia alla politica del fronte democratico antifascista. Gramsci è l’artefice italiano della svolta. La nuova direzione propugna la linea coalizionista del governo operaio e contadino, linea esperimentata in modo fallimentare in altri paesi; e porta il giovane partito comunista a rimorchio delle frazioni democratiche della borghesia.

Al terzo Congresso del partito, che si svolge in clandestinità a Lione in Francia nel gennaio del 1926, il centro gramsciano elimina definitivamente la sinistra, trasforma in programma la nuova linea e rompe completamente col PCd’It. Bordiga potrà solo, per la sua carica, intervenire al sesto esecutivo allargato dell’I.C., ove ha solo la possibilità di denunciare la politica nazionalista di Stalin e i gravi rischi per l’Internazionale. Col congresso di Lione finisce, nella forma e nella sostanza, il P.C.d’It. E al suo posto si trovano due distinti e opposti movimenti: il Partito Comunista Italiano e la Sinistra Comunista. Il primo proiettato verso l’interclassismo e il trasformismo; il secondo ancorato al programma rivoluzionario. Con ciò si conclude la prima tappa del percorso comunista.

1927-1945

Nel 1926 a Mosca il centro staliniano si impadronisce definitivamente del partito e dei posti di comando dello Stato dei Soviet (URSS), mettendo a tacere la sinistra. Esso rompe col leninismo. Ammaina la bandiera della rivoluzione internazionale ed inalbera quella riformista e impossibile del socialismo in un solo paese. Negli anni che seguono, per scroccare lavoro gratuito agli operai russi nonché l’appoggio operaio internazionale, Mosca contrabbanda l’industrializzazione del paese come edificazione del socialismo. Ed avvia lo sterminio dei rivoluzionari, degli artefici della rivoluzione d’ottobre e degli infaticabili combattenti comunisti, che avevano fatto tremare il mondo capitalista e acceso la fiducia nel passaggio al comunismo. La Sinistra Comunista resiste alla repressione fascista e allo stalinismo. I nuclei, sfuggiti al fascismo, sono molto attivi all’estero (Francia e Belgio) ove cercano di tenere i legami e di portare il loro contributo pratico teorico (guerra civile in Spagna). Con l’arresto di Gramsci (fine 1926) il PCI passa nelle mani di Togliatti, che coopera alla calunnia e allo sterminio dei rivoluzionari. Nel 1936 egli propone a Mussolini un patto di pacificazione nazionale.

Nell’agosto del 1939 il nazismo occupa la Polonia e scatena la seconda guerra mondiale. È la prosecuzione, a scala allargata, della prima guerra imperialistica. E, come questa, è guerra di rapina e di ripartizione del mondo. I gruppi della Sinistra Comunista denunciano la natura imperialistica del conflitto e dei belligeranti: dell’asse nazi-fascista (Italia – Germania – Giappone) e della coalizione democratica (Francia – Inghilterra – USA – Russia). Il Pci si schiera a sostegno della coalizione. Nel 1943 i gruppi della Sinistra Comunista danno vita al Partito Comunista Internazionalista, di cui il nostro raggruppamento è una derivazione, allo scopo di riproporre il programma di Livorno e organizzare la classe operaia contro i due schieramenti di guerra. Il Pci si allea con la monarchia (svolta di Salerno), promuove la resistenza partigiana contro i fasci-nazisti a favore degli anglo-franco-americani-russi; accetta la spartizione dell’Europa tra USA e Russia; si subordina al modello occidentale.

Su questi eventi si conclude la seconda tappa del percorso comunista; che segna, da una parte, il rilancio del programma del 1921; dall’altra, la trasformazione compiuta del Pci in un partito democratico-borghese.

1946-1980

Nel quadro della divisione del mondo e dell’Europa, stabilita dalle potenze vincitrici a Yalta e Postdam, la sconfitta borghesia italiana avvia la ricostruzione post-bellica subalterna del sistema. La ricostruzione capitalistica, presentata da Dc e Pci come sviluppo dell’Italia libera e democratica, si svolge sui sacrifici dei proletari e dei contadini e sulla repressione poliziesca delle lotte operaie e bracciantili. Togliatti, ministro di grazia e giustizia, lascia in galera i rivoluzionari e gli anarchici e libera invece i fascisti.

Negli anni cinquanta e sessanta Stati Uniti e Russia consolidano il loro condominio sull’Europa; mentre si confrontano in Asia Africa America Latina ove, intervenendo quali gendarmi, cercano di prendere il posto delle ex potenze colonialiste (Inghilterra, Francia, Belgio, Portogallo). L’economia italiana si inserisce nell’ascesa occidentale e raggiunge, unitamente al Giappone e alla Germania, i livelli più alti di sviluppo industriale. Il movimento internazionalista, e in particolare Rivoluzione Comunista che si forma nel 1964, articola il programma rivoluzionario lavorando all’organizzazione autonoma del proletariato sul piano professionale e politico. Il Pci di Togliatti poi di Longo e di Berlinguer si integra sempre più strettamente allo sviluppo monopolistico italiano in nome della via nazionale, democratica al socialismo e assume compiti d’ordine sempre più repressivi.

Negli anni settanta, che chiudono il periodo di espansione post-bellica con l’ascesa degli imperialismi europei e giapponese ed aprono e completano la fase di riorganizzazione dei monopoli, i lavoratori e le avanguardie si trovano a un cambio di marcia. Nel primo quinquennio si conclude il ciclo di lotte rivendicative e di miglioramento, iniziato nel 1968. Nel secondo incomincia la difesa proletaria contro la riorganizzazione monopolistica. Rivoluzione Comunista opera alla costruzione dell’organizzazione autonoma della classe operaia e della gioventù. Il Pci sviluppa il ruolo di partito d’ordine e di sostegno alla finanziarizzazione dell’economia, passando dalla via democratica al socialismo all’alternativa democratica (compromesso storico).

Gli avvenimenti che si succedono in questa terza tappa, evidenziano la fisionomizzazione rivoluzionaria sempre più netta del movimento internazionalista e la trasformazione reazionaria del Pci con la contrapposizione sempre più forte tra il primo e il secondo.

1981-2009 e oltre

Gli anni ottanta e novanta sono contrassegnati dall’aggravamento della crisi generale di sovrapproduzione e dalla trasformazione del capitale industriale-finanziario in capitale finanziario parassitario, dalle aggressioni e dall’acuimento delle rivalità interimperialistiche, dalla trasformazione della politica in affare e dei partiti in agenzie di affari, dalla esplosione delle lotte sociali e nazionali, dallo smisurato divario tra ricchi e poveri. Il nostro raggruppamento approfondisce e allarga il lavorio per l’organizzazione classista delle avanguardie proletarie, delle forze attive giovanili e delle forze più combattive della classe operaia. E promuove, fase dopo fase, la lotta offensiva, la linea mobilitativa, l’armamento proletario. Il Pci di Natta e Occhetto si trasforma in un partito di affari (PDS), rotella dell’attacco al salario alle pensioni e alle condizioni di vita e di lavoro delle masse. E con D’Alema e Fassino (Ds) in un’agenzia a servizio della finanza del militarismo del familismo e della chiesa. Il 16 febbraio 2008 i diessini si sciolgono definitivamente ed entrano a far parte, insieme ai post-democristiani social-cattolici, del Partito democratico; cioè di una pluriagenzia ibrida a servizio del potere usuraio e militaristico.

[I “post-piccisti” e i “post-democristiani social-cattolici” si tramutano in un ibrido reazionario denominato “Partito Democratico”. Gli epigoni di Togliatti – il grande traditore del Partito Comunista d’Italia e del proletariato – abbandonano qualsiasi “reminiscenza sociale” e si collocano a servizio dell’usura e del militarismo totalitario. n.d.r.]

Questa quarta tappa segna dunque la validità incontestabile, alla luce storica, del programma di Livorno e l’ignominia senza fondo in cui continuano a infognarsi i suoi traditori e rettificatori.

La costruzione del partito

Bisogna ora chiedersi e vedere quali cause e fattori hanno determinato la sconfitta rovinosa del movimento comunista mondiale e a che punto siamo con la prospettiva del comunismo. Vediamo, in estrema sintesi, queste cause e fattori e il punto di collocazione della prospettiva comunista.

1º) La disgregazione interna e il soffocamento del “movimento comunista” ad opera dello stalinismo del nazi-fascismo della democrazia parlamentare 1924-1952)

La prima causa è costituita dalla disarticolazione del movimento comunista in tendenze contrastanti e del sopravvento nel seno della Terza Internazionale delle tendenze nazionaliste sostenitrici del socialismo in un solo paese. La seconda causa dall’incapacità delle ale di sinistra, bordighiane trotskiste lussemburghiste, di costituire un raggruppamento autonomo, a scala mondiale, in opposizione all’Internazionale stalinizzata. La terza causa nello sterminio dei rivoluzionari, operato in Russia dall’apparato di polizia speciale staliniano; e nel parallelo soffocamento, operato in Italia dal fascismo in Germania dal nazismo, altrove e successivamente dalle polizie e para-polizie (Klu Klux Klan) dalle democrazie parlamentari. Nel dopoguerra Palmiro Togliatti, ministro di grazia e giustizia, concede l’amnistia ai fascisti lasciando in galera rivoluzionari e anarchici. Quindi gli anni che vanno dal 1924 al 1952 costituiscono il periodo della disgregazione e distruzione fisica del movimento comunista e della concomitante falsificazione del marxismo-leninismo.

2º) La riproposizione della teoria e della pratica comunista ad opera dei raggruppamenti internazionalisti e l’esplosione, nel quadro dello sviluppo post-bellico e delle sue contraddizioni, di movimenti opposizionali “operaisti” – “filocinesi” – “studenteschi” – “autonomi” – “brigatisti” (1953-1979)

La rivolta operaia di Berlino Est (1953) e l’insurrezione ungherese (1956) segnano l’inizio del risveglio proletario e della decomposizione dello stalinismo. Si riprendono lentamente le forze di sinistra sopravvissute allo sterminio precedente. E cercano l’aggancio con le nuove generazioni. Ma accanto ad esse è un succedersi di movimenti opposizionali, internisti e terzomondisti, che irrompono via via sulla scena politica, ognuno cercando di trascinare i proletari col proprio particolare richiamo al marxismo. Così, con lo sviluppo quantitativo del movimento operaio legato all’espansione industriale degli anni cinquanta e sessanta, si ha l’apparizione dell’operaismo; con lo svolgersi delle guerre di liberazione nazionale il riassetto interimperialistico e la spaccatura tra Mosca e Pechino, la comparsa del movimento filocinese; con la crescita del movimento operaio e la massificazione della scuola, la contestazione antisindacale e quella studentesca alla fine degli anni sessanta; con la riorganizzazione monopolistica dell’economia e la trasformazione reazionaria della democrazia e del Pci (compromesso storico), la comparsa degli autonomi e dei brigatisti negli anni settanta. Quindi gli anni che vanno dal 1953 al 1979 sono il periodo della riproposizione della prospettiva comunista ad opera di ristrette minoranze di ispirazione internazionalista.

3º) La prospettiva e il movimento, comunisti, nella crisi generale del sistema; nella trasformazione del modello industriale in schiavismo tecnologico e della politica in affare; e nel marcimento della società (1980-in avanti)

Negli anni ottanta e novanta, con lo sviluppo della crisi generale dell’imperialismo e dei suoi processi disgreganti, cresce l’influenza dell’indirizzo comunista tra le avanguardie proletarie e l’interesse della gioventù per il marxismo-leninismo non adulterato. Anche se il 20º secolo si è chiuso senza vedere in primo piano un vero e proprio movimento comunista rivoluzionario, ci sono tutte le premesse per costruirlo sia sul piano interno che su quello internazionale. La costruzione del partito è da tempo nel processo storico come necessità politica per le forze attive del proletariato. Piuttosto c’è da dire che gli intralci che frenano la costruzione del partito non nascono, come in passato, dalla babele di tendenze di pseudo-sinistra aclassiste e apartitiche, ma dai fenomeni di marcimento e di disgregazione della società. Ed è quindi in questo versante che bisogna profondere acume ed energie per venire a capo con la forza della comprensione e con la perseveranza organizzativa delle difficoltà reali.

Concludendo possiamo dunque affermare che la prospettiva comunista è, per la stragrande maggioranza del genere umano, più totale e mondiale più attuale e necessaria di quanto fosse a Livorno 1921.

La crisi e il marcimento irreversibili della società capitalistica

A chiusura di questo [96°] anniversario del P.C.d’It., che cade nel cuore della più vasta e profonda crisi generale del sistema capitalistico, consideriamo tre esigenze della costruzione del partito.

1º) Ritmi della crisi e ritmi dell’organizzazione

Una questione che in questo decennio si è fatta sempre più acuta, sul piano del movimento pratico e ancor di più su quello specifico delle mobilitazioni, è il divario tra i ritmi di sviluppo dei processi materiali di crisi e i ritmi tenuti dal processo di organizzazione politica delle forze antagoniste e rivoluzionarie della gioventù. Vediamo cosa possiamo fare in concreto per contenere questo divario e per superarlo col tempo.

Prima di tutto bisogna prendere atto di un fatto storico: la radicalità dei comportamenti giovanili. La carica operativa della gioventù contemporanea non ha eguali nel passato. I giovani dello stadio dello schiavismo tecnologico non hanno paura di nulla. Hanno in sé la forza di rottura dell’accumulo secolare di tutte le contraddizioni dell’epoca imperialistica. Tuttavia questi giovani, a prescindere dal fatto che la coscienza non segue i ritmi degli eventi, si trovano di fronte a enormi difficoltà di comprensione della società in cui vivono e di orientamento. Essi debbono ricostruire quasi tutto di sana pianta: la teoria, il programma, il partito della rivoluzione. Ricostruzione che richiede tempi lunghi, senza contare le cadute e gli insuccessi. Per cui perdura in questa fase la sfasatura tra i ritmi della crisi del sistema e i ritmi dell’organizzazione politica delle forze attive della gioventù e questa sfasatura non consente a quest’ultima di imprimere alla situazione il segno della propria forza potenziale.

In secondo luogo da questa consapevolezza bisogna trarre l’insegnamento pratico che la tattica, il fare concreto, l’azione, deve tendere a stimolare l’organizzazione politica delle forze attive giovanili e a coinvolgere le punte più mature nella costruzione del partito. Occorre cioè che il lavorio politico, che noi svolgiamo quotidianamente in vari campi, dedichi attenzione e sforzi, operando in questi campi e/o in qualsiasi altra situazione di lotta, all’avvicinamento e al coinvolgimento nell’attività organizzativa dei giovani più sensibili e combattivi. Quindi ogni organizzazione di base, ogni organismo di lotta del partito, ogni militante e simpatizzante attivo, traducendo in pratica la parola d’ordine del 30º Congresso “avvicinare i giovani al partito“, deve operare col precipuo intento: a) di coagulare mettere insieme e ricomporre sul piano politico le forze attive giovanili che emergono nel dato campo di lotta; b) di promuovere il loro raggruppamento organizzativo stabile al di là della specifica lotta contingente in cui esse si trovano; c) di avvicinarle all’organizzazione di partito coinvolgendole nel lavoro politico permanente.

2º) I nuclei del “programma rivoluzionario”

Il programma rivoluzionario è il corredo fondamentale che serve a dotare le avanguardie proletarie le forze attive giovanili e tutti i combattenti per il potere proletario delle cognizioni storico-sociali-politiche della lotta, della sua metodologia di azione e di indagine, della sua prospettiva di potere, dei suoi scopi finali. Esso non si identifica, né si esaurisce, col Manifesto Comunista di Marx-Engels il Che fare e Stato e Rivoluzione di Lenin, o con la letteratura marxista-leninista. E’ un compendio di marxismo, di analisi storico-scientifica aggiornata dello sviluppo dell’economia e della società, dell’adeguamento dell’armamentario tattico-strategico. Esso riassume e chiarifica, in particolar modo, le condizioni di conquista del potere e i compiti della fase di transizione.

Riferito al periodo attuale il programma rivoluzionario deve avere, come riferimento teorico essenziale, il marxismo-leninismo genuino, non inquinato dal nazionalismo staliniano dal maoismo e dal castrismo; come obbiettivi discriminanti, l’abbattimento dello Stato – imperialistico o nazionale – con l’instaurazione della dittatura del proletariato e l’unione internazionale dei proletari; come metodologia di lotta, l’impiego di tutti i mezzi adatti e necessari compresa la lotta armata; come prime misure post-rivoluzionarie, la socializzazione dei mezzi di produzione e la deaccumulazione. Esso deve avere inoltre come nuclei specifici le seguenti acquisizioni. Prima: la consapevolezza che la società capitalistica è in fase avanzata di marcimento; e che la forma specifica di capitale predominante, il capitale finanziario parassitario, non solo dilapida le forze produttive del lavoro sociale, ma produce la distruzione umana e ambientale come sua logica vitale. Seconda: la consapevolezza che le bande finanziarie-parassitarie dominanti impiegano il potere statale come macchina di terrore per garantirsi la sottomissione e il controllo dei lavoratori, immigrati e locali. Terza: la consapevolezza che il militarismo bellico è una metodologia imperialistica per razziare lavoro e risorse; e che questa metodologia non si esaurisce nell’aggressivismo delle super potenze nei confronti dei paesi oppressi (deboli o arretrati) ma investe i paesi imperialistici nei loro rapporti reciproci. Quarta: la consapevolezza che occorre dedicare un capillare lavorio tra i giovani per trasformare il loro sentimento di rifiuto del marcio e di slancio per il pulito in molla di azione rivoluzionaria.

3º) L’identità comunista

Infine occorre fare qualche precisazione sull’identità comunista dato che sono vari i raggruppamenti politici che fanno appello al comunismo e che è salutare avere un contrassegno distintivo. Con questo intento precisiamo. L’identità comunista si radica consolida e manifesta, in questa fase, nei seguenti tre ancoraggi pratico-teorici: 1) nella lotta incessante contro il padronato le bande finanziario-parassitarie gli apparati di violenza dello Stato a difesa degli interessi proletari e nella trasformazione di questa lotta, sotto la direzione del partito rivoluzionario, in assalto armato al potere capitalista per l’instaurazione della dittatura del proletariato; 2) nella promozione dell’unione internazionale dei lavoratori per la soppressione del potere capitalista in tutto il mondo e la costruzione di una società senza classi; 3) nella corretta coscienza storica e teorico-politica delle vicende cha hanno contrassegnato il movimento comunista mondiale dalla Rivoluzione d’Ottobre (25 ottobre 1917) in avanti (degenerazione della 3ª Internazionale; sterminio stalinista delle forze rivoluzionarie russe e degli altri paesi per mascherare lo sviluppo del capitalismo con l’impossibile edificazione isolata del socialismo; asservimento dei sedicenti partiti comunisti a Mosca o a Washington nonché agli imperialisti del proprio paese) e dei caratteri putrefattivi della società dei nostri giorni. È un contrassegno descrittivo, non simbolico come dovrebbe essere, ma forse per questo estremamente più adatto alle forze attive giovanili nel loro processo di delimitazione-identificazione.

Milano 21/1/2017 (riedizione integrale del 2009) – Piazza Morselli 3.

L’Esecutivo Centrale di RIVOLUZIONE COMUNISTA  

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O Cremaschi, oh icché tu dici?

in e-mail il 15 Gennaio 2017 dc:

Ricevo e volentieri diffondo il bell’articolo di Michele Cataldo. Parole sante …

O Cremaschi, oh icché tu dici?

   Giorgio Cremaschi, ex membro di segreteria nazionale della Fiom Cgil oggi in pensione, spesso invitato nei talk show quale voce del dissenso sindacale e politico, torna con una nuova presa di posizione sull’articolo 18 e sui referendum manifestando perplessità sulle decisioni della Corte costituzionale. Ora, che le costituzioni democratico-borghesi siano l’organo del brigantaggio borghese nei confronti del proletariato è un fatto risaputo perlomeno dalla rivoluzione francese. Dal punto di vista borghese Napoleone definì bene il concetto: la legge è uguale per tutti, ma non è detto che tutti debbano essere uguali. Difatti il principio “La legge è uguale per tutti” è fatta proprio per ingannare le disuguaglianze sociali, cioè gli oppressi, gli sfruttati, i più deboli.

   Di che meravigliarsi dunque che la Corte costituzionale di fronte alla crisi capitalistica in generale e delle difficoltà della borghesia italiana in particolare sceglie di obbedire a sua Maestà il Capitale piuttosto che alla dignità del proletariato? “Estendere –  per legge secondo Cremaschi – la tutela contro i licenziamenti ingiusti nelle aziende industriali e di servizio fino ai 5 dipendenti”? Ma dove vive Giorgio Cremaschi?  E a che cosa si appella l’ex segretario Fiom? Al fatto che già in altre occasioni si sono svolti i referendum sull’articolo 18, “perché vietarlo ora”? S’indigna. A questo punto delle due l’una: o Giorgio Cremaschi è così ingenuo da essere convinto che il voto referendario modifica il rapporto di forza fra le classi (e non lo crediamo) oppure è scoraggiato a tal punto dalla debolezza del proletariato in questa fase in Italia e in Occidente da legarsi a quello che passa il convento. Siccome non lo riteniamo ingenuo dobbiamo optare per la seconda ipotesi: è scoraggiato tanto quanto lo è il proletariato, i precari e i disoccupati italiani di questo periodo. Non ha torto.

   Ma se è così, discutiamo allora sul modo in cui rivolgersi ai lavoratori per incoraggiarli alla mobilitazione. E proprio Giorgio Cremaschi, che si è tanto impegnato nel referendum contro Renzi insieme a tanti altri compagni, gruppi, organizzazioni sindacali e politiche, dovrebbe trarre un bilancio serio e ammettere che la crocetta sul NO in una cabina elettorale non ha modificato per niente i rapporti di forza, perché non è stata messa in campo nessuna forza reale. Erano illusi i lavoratori e i disoccupati che sono accorsi in massa a votare NO, ma hanno certamente contribuito a illudersi ulteriormente tutte quelle posizioni alla Giorgio Cremaschi che puntavano su quel NO elettorale per modificare i rapporti fi forza.

Questo il punto in questione.

E Cremaschi dovrebbe sapere molto bene, vista l’esperienza che ha, che in ogni rinnovo contrattuale o ristrutturazione aziendale, quando si arriva al referendum, vuol dire che la battaglia è stata già persa, e ci si arriva per giustificare la necessità della firma, dei rientro in fabbrica e così via. L’articolo 18 fu il risultato di vere e dure lotte della classe lavoratrice italiana, ma anche la possibilità da parte del capitalismo affluente dell’Italia di una precisa fase storica di fare concessioni.

   Ai lavoratori va detto la verità, che tra l’altro già conoscono perché vivono su questa nuda terra, piuttosto che alimentare in essi il senso del minimo sforzo che tende a nascondersi e a scansare lo scontro che si presenta come assoluta necessità per arrestare l’arretramento scompaginato e continuo in atto da alcuni decenni.

Alla domanda presente fra i lavoratori “ma se lottiamo le aziende delocalizzano” bisogna rispondere che l’alternativa alla non lotta, equivale alla rassegnazione che non esclude affatto la delocalizzazione.

Peggio ancora l’altro interrogativo anch’esso presente: “ma se lottiamo per migliorare le nostre condizioni i padroni perdono di competitività e l’azienda chiude”. Una preoccupazione reale, più che legittima alla quale abbiamo l’obbligo di rispondere: è stato proprio l’atteggiamento remissivo degli ultimi trentacinque anni a far arretrare e umiliare la loro causa, da quando hanno accettato senza colpo ferire tutti i ricatti del padronato italiano con il compiaciuto assoggettamento dei gruppi dirigenti delle maggiori organizzazioni sindacali.

È bene essere chiari e fino in fondo: si è trattato di un processo generalizzato per tutto l’Occidente, il proletariato si è cullato e adagiato sulla complementarietà e oggi è prigioniero di essa e non sa come uscirne. Dunque oggi più che mai la questione è internazionale, come una catena composta da tanti anelli che tengono in piedi il tutto. Ma se le vecchie generazioni – i nati nei due decenni dopo la fine della seconda guerra mondiale – sono rassegnate per ragioni oggettive. La stessa cosa non può esserlo per le generazioni successive che devono cominciare a prendere nelle proprie mani le sorti del proprio destino, non rassegnarsi a vivere di lamento e delegare continuamente ora a questo ora a quel simbolo che sbraita senza costrutto. Bisogna sviluppare la forza d’urto.

Al diavolo elettoralisti e referendari arresi al capitalismo come ultima sponda dell’umanità proprio quando esso è in crisi generale come sistema. Al diavolo vecchi tromboni sfiatati che non hanno mai suonato una buona musica da giovani, figurarsi da adulti. Al diavolo comici da strapazzo che si atteggiano a ribelli per finire da impettiti dilettanti allo sbaraglio a far da cordone sanitario a un capitalismo in crisi. Al diavolo teorici che si propongono di fare la respirazione bocca a bocca al capitalismo in crisi. Al diavolo trumpisti di tutto il mondo, salvinisti di ogni risma che pensano di far girare all’indietro la ruota della storia. Al diavolo tutti coloro che pensano di sottrarsi alla sfida che le contraddizioni della crisi capitalistica impone. Al diavolo tutti quegli sciacalli atterriti dalla presenza degli immigrati, perché “ci vengono a occupare”. Gli immigrati hanno una sola, grave colpa, quella di non avere ancora la forza di prendervi a calci in culo fin dentro le vostre case, nei vostri casinò, nei vostri bordelli che vi siete costruiti rapinando le loro zone di ogni ben di dio. Pregate, fratelli, pregate affinché non raggiungano mai l’esasperazione e la forza necessaria a porre fine alle odierne tragedie perpetrate sulle loro spalle.

 Altro che referendum! O Cremaschi, oh icché tu dici?

Michele Castaldo

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Tanto rumore per nulla

in e-mail il 12 Gennaio 2017 dc:

Tanto rumore per nulla

Che fine ha fatto il No Sociale?

A un mese dalla strepitosa vittoria del No al referendum costituzionale, sembra che nulla sia cambiato. Renzi, uscito dalla porta, è subito rientrato dalla finestra, con le sembianze di Gentiloni. Il nuovo governo ha solo fatto un piccolo maquilagge.

Come prima? No, più di prima!

In alcuni casi, il cambio di poltrona serve a tamponare le falle della gestione precedente. Per esempio, all’istruzione, dove l’ex sindacalista Valeria Fedeli è chiamata a rimediare al valzer delle cattedre, causato dalla buona scuola di Valeria Giannini.

In altri, ci sono da affrontare problemi più spinosi, come il crescente flusso di profughi, demonizzati con la scusa del terrorismo. Per questo, agli interni, c’è Marco Minniti che ha riesumato i Cie, i Centri di identificazione ed espulsione, istituiti nel 2008 dal governo Berlusconi con la legge Bossi-Fini. Veri e propri lager, il cui unico scopo è creare paura e malessere tra profughi e migranti, per dissuaderli dal venire in Italia.

Al lavoro resta Giuliano Poletti. Deve solo fare qualche piccolo ritocco indolore al JobsAct, attenuando il ricorso sfrenato ai voucher che si sono rivelati un comodo espediente per coprire il lavoro nero. Corollario dell’imperante lavoro precario.

Con le nubi che si stanno addensando all’orizzonte politico, i vuoti di potere sono pericolosi. Motivo per cui, nel fronte del NO, si è presto frantumata l’opposizione parlamentare al governo Renzi. A destra e a sinistra. Ed è sempre più flebile la voce di coloro che chiedono le elezioni anticipate. Di fronte a Pil depresso, baraonda bancaria, licenziamenti dilaganti, calamità naturali, profughi in arrivo, e con credibilità politica in caduta libera, tra i partiti dell’opposizione è prevalso un prudente «buon senso» che, magari, potrà dare qualche vantaggio. Con le elezioni anticipate, invece, c’è il rischio di trovarsi con un pugno di mosche.

Nel gioco al massacro tra partiti, sta naufragando anche il Movimento 5 Stelle, ultima spiaggia della democrazia parlamentare italiana.

Ma questi sono problemi loro. Vediamo cosa succede nel fronte sociale, nel fronte delle lotte. Che invece ci riguarda.

Se Atene piange, Sparta non ride

In queste circostanze, il No sociale ha mostrato tutta la sua deleteria sostanza. Finita la kermesse elettoralistica, si è visto chiaramente che il No sociale portava solo acqua al mulino di una presunta opposizione parlamentare di sinistra. Peggio, poiché alla prova dei fatti, quel mulino macina a vuoto, stante l’ignavia della sinistra parlamentare. Dopo la «vittoria» del 4 dicembre, quella sinistra non è stata in grado di (o non ha voluto?) prendere la ben che minima iniziativa!

Ben più gravi sono le conseguenze nei confronti delle lotte proletarie, nei posti di lavoro, nei quartieri e nelle piazze. L’adesione al No sociale ha prodotto una deviazione politica che si è tradotta in un arretramento per buona parte del sindacalismo di base (la Cub di Tiboni in primis, con al seguito Sgb ecc.). Eccezioni meritorie il SolCobas e poche altre sigle, tra cui una parte dell’Usi-Ait.

Particolarmente sconcertante è stata la posizione del SiCobas che, dopo il delitto padronale di Piacenza (14 settembre), si è messo al carro dell’Usb. Ovvero al carro di un sindacato che, come è noto, è la longa manus di quella composita diaspora di nostalgici del fu Pci (cascami di Rifondazione & Co.), di cui ripropongono la medesima logica politica, senza capire che oggi è fuori tempo massimo. E può fare solo danni.

Lo stesso è avvenuto con alcune realtà politiche, anche di ben diverso orientamento. Realtà che, pur con una presenza assai più modesta, nelle situazioni di lotta erano comunque riuscite a conquistarsi spazi, a volte significativi. Dopo la capriola referendaria, dovranno faticare per recuperare il terreno perduto. Per ora, qualcuno si sta arrampicando sugli specchi per dare un significato alle sue scelte dissennate.

Del referendum istituzionale, non ce ne poteva frega di meno. Era l’occasione ideale per una forte astensione che solo dei collusi e degli sciocchi hanno voluto ostacolare.

Che dire? All’origine di questa balorda vicenda, c’è quella strategia politica che vuole separare la lotta economica dalla lotta politica e che, oggi più mai, ci porta in un vicolo cieco. Sempre più tetro.

È una strategia che rivela il disprezzo per l’autonomia politica e teorica dei proletari, da parte di coloro che pretendono di averne la rappresentanza politica.

Certo, l’Italia è un paese cattolico, dove siamo abituati ad affidarci alla provvidenza, e a raccomandarci a qualche santo in paradiso, per evitare la fatica di assumerci le nostre responsabilità. Ma fino a quando?

Seguendo questa strada, mai si uscirà dall’in-ferno del capitale.

Dino Erba, Milano, 12 gennaio 2017.

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Pacho, un esempio da non seguire

in e-mail il 9 Gennaio 2017 dc

Pacho, un esempio da non seguire

Sabato 7 gennaio 2017, Eduardo Dellagiovanna (Pacho), un compagno argentino esule politico in Italia dalla fine degli anni 70, ha deciso di morire sparandosi un colpo di pistola nella sua abitazione nel centro di Brescia. Prima di spararsi, Pacho ha inviato via e-mail una lettera a Radio Onda d’Urto e ad alcuni altri amici e amiche (vedi allegato).

È una lettera struggente che ci invita a una profonda e impietosa riflessione.

Pacho era un esule argentino, con un passato peculiare, ma la sua vicenda è simile a quella di molti di noi. E ci riguarda.

La sua morte di è certamente dovuta alle spietate leggi del capitale che, in Italia, sono impersonate dalla signora Fornero & Co.

A questo tragico evento, un sostanziale contributo l’ha anche dato l’IDEOLOGIA DEL LAVORO, un’ideologia dissennata che lega la nostra esistenza al lavoro: senza lavoro non abbiamo diritto di esistere. Chi non lavora NON MANGIA, ovvero muore.

Da quando è scoppiata la crisi (2007), i suicidi dei senza lavoro sono in costante aumento (vedi lo studio dell’Università di Zurigo pubblicato su «Lancet Psychiatry», vol. 2, n. 3, marzo 2015).

È troppo bello, per lorsignori che vorrebbero vederci uscire di scena in punta di piedi, ricorrendo al suicidio, per non turbare la loro società di merda con la vergognosa presenza dei senza lavoro.

Dovrebbe essere ormai chiaro, se non chiarissimo, che tutte le lotte che in questi anni hanno richiesto il LAVORO hanno prodotto solo un crescente peggioramento delle nostre condizioni di lavoro e di vita, generando NUOVA DISOCCUPAZIONE.  E GRANDE SOLITUDINE.

Per uscire da questo desolante destino, non chiediamo il lavoro, PRETENDIAMO il SALARIO GARANTITO, che consenta di far fronte alle nostre esigenze di vita.

E perché la nostra sia un vita veramente dignitosa, rifiutiamo le elemosine del reddito di cittadinanza, reddito di base, ecc. Questi sono solo espedienti per rendere sopportabile, e controllare, la miseria crescente che bussa alle nostre porte.

Non chiedere, riprendere il maltolto.

  1. e., Milano, 9 gennaio 2017.

La lettera di Pacho.

ALL’AUTORITA’ LEGALE CHE CORRISPONDA:

Un giorno (veramente oggi è 07 Gennaio 2017), incominciai a scrivere quello che penso e da qualche maniera vivo da tanto tempo, anni per essere sincero (e faro il tentativo di spiegarlo, provando ad essere sintetico).

Mi permetto, per evitare interpretazione equivoche, di farlo nella mia madrelingua, dove meglio posso  raccontarvi le mie ragioni, anche se non è facile in queste circostanze .Vi chiedo di trovare un interprete o traduttore, Grazie.

Io, Eduardo Dellagiovanna ( più conosciuto con il soprannome “Pacho” dagli amici) sto per compiere 66 anni (il 30/01/2017); dal Gennaio 2015 tra ferie, permessi retribuiti, cassa Integrazione etc. non sto più lavorando. Impossibile proseguire con le collaborazioni esterne (personalmente “collaboratore della Provincia di Brescia nel settore Trasporto pubblico” tramite Cooperativa Sociale, per la legislazione e i tagli di bilancio politici, per tanto disoccupato “ufficiale” dal Giugno 2015 e riscuoto un sussidio di disoccupazione (INPS-Naspi) che terminerà ad Aprile o Giugno del 2017 non lo so esattamente (oggi non mi interessa più); quindi dopo oltre 34 anni di contributi pensionistici allo stato italiano, con le nuove disposizioni legali in materia (grazie sig.ra Fornero!), io resterei 18 mesi senza la possibilità economica di sopravvivere, dato che non avrei entrate fino al momento in cui la legge mi permetterebbe di percepire una pensione.

La mia possibilità reale di poter trovare un’occupazione oggi in Italia, per “arrivare all’età del pensionamento” è così poco probabile come vincere una lotteria senza possedere il numero vincente.

L’ultimo sussidio che ho ricevuto (il 14/12/2016) è stato di 599,00 euro; come potrete immaginare, è totalmente insufficiente. Quando iniziai a riceverlo era di 880 euro (anche se il mio stipendio sfiorava i 1.300 mensili e già mi costava arrivare alla fine del mese, però pagavo tutte le fatture.

Ho letto su Facebook (non so se sia vero) dichiarazioni di un ministro Italiano che con 350,99 euro si può vivere dignitosamente, lo stesso che dichiarò che i giovani andassero all’estero (questo è verità perchè ha ritrattato pubblicamente), senza commenti…., in tal caso provi lui, che mi risulta incassi qualcosa come 10.000 euro mensili, a spiegarmi come faccio io a pagare 380,00 euro di affitto più luce, gas, acqua, telefono, prestito bancario -180,00 mensile- e mangiare per sopravvivere?, gran sorete…mi piacerebbe pubblicare le mie riflessioni-condizioni di vita (per lo meno queste che condivido con milioni di persone in questo paese e nel mondo) ma credo che mi censurerebbero su Facebook; soltanto per vedere quanti “likes” riceverei…e, naturalmente, che mi risponda anche se io non potrò leggere (la sua risposta) perchè per me sarà “time over”…

Se a questa situazione aggiungo il mio stato fisico (la cardiopatia e il tumore alla corda vocale) il mio stato psicologico; la mia separazione e posteriore divorzio nel 1997 (?) la mia lenta ma certa dipendenza dall’alcohol (vino per essere chiaro e al tabacco 25/30 sigarette al giorno) la malattia della mia compagna nel 2006 che è terminata con la sua morte quando aveva compiuto 44 anni di vita (2009), l’infarto risolto con 3 by-pass nel 2010; il suicidio della mia seconda ex-moglie in quello stesso anno, il tumore e operazione del carcinoma nella mia corda vocale nel 2013, la disoccupazione…. credo che la conclusione (mi riferisco alla mia azione) era e sarà evidente, l’unica possibile. Forse l’ho cercata con altri mezzi ma è un cammino molto lento per le mie necessità attuali.

Dopo tutto, cosa mi resta?, che io perda amici stretti e sinceri?; ho perso la mia autostima e ciò ha provocato che il mio istinto di sopravvivenza (eros, crolli davanti al mio thanatos), di conservazione scarseggi; quando mi sveglio, ciò che mi spinge ad alzarmi è la mia vescica piena…e l’appetito dei miei gatti.

Psicologicamente, la mancanza di soluzioni possibili e/o reali mi angoscia e deprime. Ha chiamato la mia banca (o la finanziaria) perchè devo due rate del prestito (saranno 3 il 27/01/2017), le bollette che mi arrivano e confesso, non sono cifre esose (chissà per un politico o un occupato sia differente, ma per me 1.000 o 1.00.000 fa lo stesso: qualunque cifra NON POSSO PAGARLA). Semplicemente perchè non l’ho.

Perdonate l’analisi superficiale e ripetitiva del sistema e cause… ma in quest’ ultimo momento ragiono con i gomiti.

Non ho più voglia di vivere nè incentivi per farlo;la questione sta peggiorando non da giorno a giorno, ma da ora in ora.

Dovrei faremi una visita medica oculistica (è dieci anni che non lo faccio, vedo malissimo!) ma; non ho denaro.

Dovrei consultare un dentista (ho vari elementi in auto-espulsione per non parlare dell’igiene dentale) ma; non ho denaro.

Dovrei rinnovare il mio porto d’armi, il passaporto, il vestiario, etc. non ho denaro.

Le fatture già arrivate che dovrei cancellare a Gennaio 2017 (per non parlare di quelle scadute) ma; non ho denaro per saldarle..

Questa è la mia vita oggi in un paese “democratico” (con una costituzione bellissima e disapplicata) dove un parlamentare (destra-centro-sinistra?) -in 1 mese guadagna quanto io non guadagno in 1 anno (ll NASPI non contempla neppure una tredicesima!) e la sopportazione di questa realtà, situazione (non solo in Italia) diventa per mè troppo pesante. Politiche e sistema di governo decidono come devo morire, se di fame o di debiti; mi hanno tolto l’illusione che la vita anche se difficile è bella; non sopravvivo con il sorriso di un bambino o la bellezza di un tramonto /albeggiare; questo sistema mi impone che se non pago e/o non produco, non servo, per tanto scompaio.

Confesso, non mi hanno vinto i militari argentini, ma adesso non ne posso più. Ho sottostimato il nemico (sistema), non lo credevo, non lo immaginavo tanto inumano e feroce ( como direbbe Galeano). In ogni modo non rinnego assolutamente tutta la mia vita militante in Sudamerica. In Italia ho militato per anni in solidarietà e cooperazione internazionale, ho conosciuto la generosità umana di tanti italiani e non solo, ma generosità reale.

Devo chiedere “aiuto” al municipio?, non credo che sia corretto, la mia esperienza di vita per dirlo in qualche maniera (capitemi, non è un momento in cui penso serenamente per esprimere idee e sentimenti): credo che corretto sia che ciò che mangio e consumo, devo guadagnarmelo!.

Possibilità attuali in Italia nella mia situazione di guadagnarmelo: nessuna!!!

Mi dispiace per quegli amici sinceri che mi circondano; non li nomino per timore a non menzionarli tutti e anche alla proprietaria di questa casa, la dottoressa A.V. alla quale devo 7 mesi di affitto non saldato, realmente non se lo merita ma non sono in condizioni di pagare, semplicemente non ho il denaro nè possibilità di averlo.

Chiedo, (neppure so a chi farlo) immagino ai Servizi Sociali del Municipio della Città di Brescia dove vivo e risiedo, dato che sono indigente e non ho familiari in Italia, di essere cremato nel modo più laico, semplice e rapido possibile, al tempo stesso ripeto, mi piacerebbe che i miei gatti non siano sacrificati.

Nessuno mi ha suggerito questa soluzione; è il sistema vigente e la mia impotenza che mi produce ciò che mi porta a prendere questa mia decisione, l’unica possibile. Questo è tutto, sicuramente i miei amici si incaricheranno di dare comunicazione ai miei parenti che ancora ho in Argentina.

Chiedo a tutti, sinceramente scusa per i problemi reali e burocratici che credo (polizia, pompieri, amici destinatari di questo messaggio, etc.)

Dovranno entrare dalla via e utilizzare qualcosa per tagliare la catenella di sicurezza della porta d’ingresso (1° piano, porta a destra -vetri e sbarre, unica), la seconda possibilità è dalla via, la finestra grande all’altezza del balcone del mio vicino che lascerò aperta. Non voglio lasciare un arma alla mercè di qualunque persona che entri nel mio domicilio. Nella cassaforte (aperta, troverete le munizioni).

 (Recordatevi della mia richiesta per i miei meravigliosi gatti anche se sarà difficile e soprattutto che non li separino dopo 10 anni di vita in comune tra di loro ).

Eduardo (Pacho) Dellagiovanna. – Vicolo del Moro, 15 – primo piano – Città di Brescia (Centro Storico). Per aprire il portone d’ingresso dalla via, dovrete disturbare qualche vicino.

P.S. 1.: Ieri mi ha chiamato la banca: per il 27/12 avrei dovuto pagare 360,00 euro e, è arrivata la fattura dell’energia elettrica e del gas: 108 e qualcosa euro…non li ho.

Mi restano (oggi 06/01/2017) sul mio C/C meno di 1,85 cent di euro e nel portafoglio niente, ho potuto fumare grazie alla generosità di Elizabetta ieri, al pranzo di Beppe e 50,00 euro che mi ha lasciato Gigio la settimana scorsa….più i pranzi pagati da Livio.

Come si potrà apprezzare, non ho scritto questo in un solo giorno, è quasi come un diario.

Termino con un haiku del meraviglioso scrittore uruguaiano Mario Benedetti:

Dopo tutto

la morte è solo un sintomo,

del fatto che ci è stata una vita…

P.S. 2: PiChiedo scusa per lo stato della casa (pulizia, ordine, etc.), como immaginerete, è da tempo ciò che meno mi preoccupa.

Condividete questo ultimo messaggio (se volete) con chi considerate gli possa interessare o cancellatelo.

Ancora grazie e chau a tutti. Oggi 07/01/2017. . .

Pacho.

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