Ilva: nazionalizzazione, la sola soluzione

In e-mail il 5 Novembre 2019 dc:

Ilva: nazionalizzazione, la sola soluzione

La battaglia dell’Ilva assume oggi una valenza centrale.

LA BUFALA DELL’ACCORDO DI UN ANNO FA

L’accordo firmato un anno fa dal primo governo Conte (M5S-Lega) concedeva la principale azienda siderurgica italiana al più grande colosso della siderurgia mondiale, Arcelor Mittal. Le burocrazie sindacali firmatarie dell’accordo, CGIL, CISL, UIL, lo celebrarono come l’accordo del secolo, magnificandone le virtù: difesa dell’occupazione e dei diritti dei lavoratori, garanzia di risanamento ambientale, un orizzonte radioso.

Persino USB firmò, unendosi al coro. Il tutto a copertura, incredibile a dirsi, dell’allora governo M5S-Lega, ma anche col plauso del PD e di larga parte delle sinistre “radicali”.

Del resto… garantiva il mitico Maurizio Landini, neosegretario generale CGIL, come si poteva sconfessarlo?

Ma l’anno trascorso ha fatto tabula rasa di questa retorica.

Riduzione dell’occupazione reale a regime, selezione antisindacale delle riassunzioni, taglio dei diritti acquisiti per i lavoratori riassunti, aumento della cassa integrazione, risparmi sulla sicurezza del lavoro, ritardi sugli impegni ambientali.

Basti pensare che ad oggi i soli interventi di risanamento avvenuti, compresa la copertura dei parchi minerari, sono stati finanziati dai fondi sequestrati a Riva.

Insomma, un vero bidone. Come il nostro partito aveva denunciato e previsto.

Il “recesso” di ieri di Arcelor Mittal è solo la confessione pubblica di questa verità.

L’IMMUNITÀ PENALE PER IL PROFITTO

Il colosso franco-indiano ha acquistato gli stabilimenti ex Ilva dietro garanzia dell’immunità penale. Una clausola inesistente altrove. Sta a dire che la messa a norma della produzione dal punto di vista ambientale richiede un certo tempo, e che in questo tempo l’azienda è immune sotto il profilo giudiziario, cioè non risponde di reati ambientali o di mancata sicurezza sul lavoro.

L’esistenza stessa di questa clausola, quale condizione dell’acquisto, chiarisce, se ve n’era bisogno, la sua spregiudicatezza e persino la sua natura incostituzionale. Il profitto reclamava una zona franca a garanzia dei azionisti, governo e sindacati acconsentivano.

Ma dopo il tracollo elettorale dei Cinque Stelle a Taranto, e non solo, il panico dei parlamentari pugliesi, la minaccia di un loro abbandono, in particolare al Senato, col rischio conseguente di una possibile caduta del governo, il buon Di Maio è dovuto correre ai ripari concedendo alla fronda interna la rimozione parziale dell’immunità.

E Arcelor Mittal ha colto la palla al balzo per tirarsi fuori. Senza immunità penale il profitto se ne va.

LA GUERRA MONDIALE DELL’ACCIAIO

Una mossa contrattuale per riottenere lo scudo giudiziario, oppure per negoziare magari un nuovo accordo con tagli maggiori sull’occupazione? Lo vedremo. Certo l’operazione ha risvolti più ampi che vanno ben al di là dell’aspetto giuridico. Arcelor Mittal ha acquisito gli stabilimenti ex Ilva per sottrarli innanzitutto alla concorrenza. La sovrapproduzione dell’acciaio è enorme sul piano mondiale, anche per l’ingresso della concorrenza cinese. Tutti i grandi gruppi del settore sono dunque impegnati in una guerra senza risparmio di colpi. Questa guerra si combatte attraverso l’abbattimento dei costi: riduzione della manodopera, distruzione dei diritti, aggiramento delle clausole ambientali (laddove esistono).

Arcelor Mittal è in prima fila in questa guerra, una guerra che investe la siderurgia europea, a partire da Germania e Francia. L’Italia è solo un frammento di questa partita di domino.

I grandi azionisti di Arcelor si muovono e si muoveranno in Italia secondo le convenienze del proprio piano industriale globale. Di certo la nomina come nuovo amministratore delegato della mastina Lucia Morselli, nota “tagliatrice di teste” in fatto di posti di lavoro, non promette nulla di buono. Le cifre che circolano sui cosiddetti esuberi annunciano una possibile mattanza.

NON CI SONO PADRONI BUONI

Tutta la lunga esperienza della privatizzazione della siderurgia italiana conferma che non vi sono padroni buoni. Vi sono solo padroni interessati al profitto. A qualsiasi costo, per l’appunto, cancro incluso. Sempre con l’assistenza dello Stato, spesso con la complicità dei burocrati sindacali.

Padron Riva comprò nel 1995 la vecchia Italsider per un pugno di lire, allo scopo di spolparla per quasi vent’anni e portare in Svizzera i miliardi fatti, mentre le polveri sottili dei parchi scoperti avvelenavano Taranto. Le burocrazie sindacali, a partire da Taranto, finirono (letteralmente) sul libro paga dei Riva per garantire pace sociale in fabbrica e protezione sul territorio.

La vicenda della FIOM tarantina fu emblematica. Ora i nuovi acquirenti di Arcelor Mittal hanno prima avuto in dono dallo Stato un contratto vantaggioso penalmente immune, e ora minacciano di rifarsi contro gli operai, per di più pretendendo come faceva Riva la “solidarietà delle maestranze”.

Nessuna solidarietà va data invece ai nuovi padroni.

L’interesse di classe degli operai non ha nulla da spartire col loro. La siderurgia va certo salvaguardata, fuori e contro la pretesa specularmente opposta di chi chiede la chiusura degli stabilimenti (chi rivendica la chiusura nel nome del risanamento del territorio dia un occhiata al deserto di Bagnoli, presidiato da camorra e disperazione, e poi ne riparliamo). Ma gli operai non possono scegliere tra morire di fame o morire di cancro.

Possono e debbono rivendicare insieme lavoro e salute, diritti inseparabili, e possono farlo solo contro la legge del profitto. Per questo avanziamo la parola d’ordine della nazionalizzazione dell’Ilva, senza alcun risarcimento per i nuovi acquirenti, e sotto il controllo dei lavoratori.

NAZIONALIZZAZIONE E RICONVERSIONE

La produzione di acciaio è indispensabile, come il risanamento ambientale dei territori inquinati. Tenere insieme queste due esigenze è perfettamente possibile, sulla base delle acquisizione della tecnica e della scienza. La stessa Arcelor Mittal ha riconosciuto che la produzione di acciaio attraverso il gas e non il carbone è tecnicamente possibile, salvo lamentare i maggiori costi e dunque la non convenienza di mercato.

Ma la non convenienza per gli azionisti coincide con la massima convenienza per i lavoratori e la maggioranza della società.

Per questo gli stabilimenti ex Ilva vanno nazionalizzati sotto controllo operaio.

Perché solo gli operai, nel loro proprio interesse, possono tutelare i posti di lavoro, anche attraverso la riduzione dell’orario a parità di paga.

Perché solo gli operai, nel loro proprio interesse, possono conciliare la tutela del lavoro con la riorganizzazione radicale della produzione dell’acciaio, dando risposta reale alla domanda di sicurezza ambientale della popolazione povera dei quartieri.

Più in generale, va nazionalizzata l’intera produzione dell’acciaio, riorganizzando la produzione secondo un piano del lavoro definito dai lavoratori stessi, finalmente sottratto al cinismo cieco del mercato.

DI INCOMPATIBILE C’E SOLO IL CAPITALISMO

La nazionalizzazione è “incompatibile” con la legislazione della UE, con il libero mercato, con le virtù del capitale? È vero. Ma solo nel senso che è il capitale ad essere incompatibile con le esigenze della società umana.

La battaglia per la nazionalizzazione dell’ex Ilva o diventa una battaglia anticapitalistica per un governo dei lavoratori, o non è. Il PCL farà della battaglia per la nazionalizzazione l’asse del proprio intervento tra i lavoratori Ilva. Ed è una battaglia che non può limitarsi all’Ilva. Se la più grande azienda del Paese è sotto attacco, se sono in gioco 20.000 operai, sommando l’indotto, se è in gioco il cuore della produzione industriale su scala nazionale, lo scontro riguarda l’intero movimento operaio italiano. Il fronte unico a difesa del lavoro per la nazionalizzazione dell’Ilva è la parola d’ordine centrale di tutte le avanguardie di classe.

Marco Ferrando

Partito Comunista dei Lavoratori

Giù le mani di Salvini dalla scuola!

In e-mail il 21 Maggio 2019 dc:

Giù le mani di Salvini dalla scuola!

Unire le lotte contro un governo reazionario

21 Maggio 2019

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Quanto successo a Rosa Maria Dell’Aria, insegnante di italiano dell’Istituto industriale Vittorio Emanuele III di Palermo, è una vicenda gravissima. Condannata dall’Ufficio scolastico provinciale a due settimane di sospensione dal lavoro, con dimezzamento dello stipendio, perché non avrebbe «vigilato» sul lavoro di alcuni suoi studenti di 14 anni che, durante la Giornata della Memoria, avevano presentato un video in cui paragonavano le leggi razziali del 1938 con il “decreto sicurezza” del ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Si mette così in discussione la libertà d’insegnamento e di pensiero, soprattutto quando essa consiste nel veicolare messaggi antifascisti e antirazzisti. Non provocano invece scalpore e nessun provvedimento disciplinare i casi dei docenti Manfredo Bianchi di Carrara, nostalgico della Repubblica Sociale Italiana, e Sebastiano Sertori di Venezia, antisemita dichiarato.

Questo avviene nell’Italia del governo giallo-verde, uno dei governi più reazionari della storia della Repubblica, fautore di provvedimenti antiproletari come il “decreto sicurezza”, strumento di condanna delle lotte sociali, come quella per la casa, e dei lavoratori, con l’aggravamento dei procedimenti repressivi in caso di picchetti e blocchi stradali; mentre promuove l’autonomia differenziata, utile a dividere i lavoratori della pubblica amministrazione, della sanità e della scuola con contratti regionali, distruggendo l’istituto dei CCNL e bloccando così sul nascere ogni lotta di rilevanza nazionale.

Per questo motivo giudichiamo la firma dell’Intesa del 24 aprile un cedimento dei sindacati confederali al governo, spezzando sul nascere un movimento tra gli insegnanti che vedeva per la prima volta uniti sindacati confederali, sindacati di base e associazioni della scuola in una lotta comune contro precariato e regionalizzazione.

Giudichiamo anche la solidarietà espressa nei confronti della docente di Palermo da molti nel M5S, alleato della Lega nell’approvazione dei provvedimenti reazionari suddetti, mera propaganda elettorale in vista delle elezioni europee, chiaro tentativo dei pentastellati di recuperare il voto di settori dell’elettorato di sinistra.

Come Partito Comunista dei Lavoratori esprimiamo la nostra solidarietà incondizionata, di classe e antifascista a Rosa Maria Dell’Aria ed a Lavinia Cassaro, licenziata in maniera spettacolare perché ha osato protestare contro una brutale aggressione della polizia ad un corteo antifascista.

Solo con un’ampia mobilitazione dei lavoratori, della scuola come di tutte le categorie, si può porre un argine dal basso e di massa alla deriva reazionaria che sta investendo l’Italia, e colpisce sempre più i lavoratori. Mentre infatti provvedimenti come la Legge Fornero o l’abrogazione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori non sono stati minimamente toccati, decine di migliaia di lavoratori precari della scuola, nonostante la promessa di una loro stabilizzazione sia stata uno dei cavalli di battaglia della Lega e del M5S, non hanno visto ancora nei fatti alcun provvedimento di miglioramento della loro condizione lavorativa.

Solo costruendo una vertenza generale che unisca tutti i lavoratori si potranno difendere anche le più basilari libertà democratiche ed i fondamentali diritti, come quello al lavoro ed all’istruzione.

Giù le mani dalla scuola pubblica! Via il ministro della reazione!
No al governo Salvini-Di Maio! Via i decreti sicurezza!

Partito Comunista dei Lavoratori

La legittima difesa di Salvini

In e-mail il 7 Marzo 2019 dc:

La legittima difesa di Salvini

Contro la “legittima” difesa (dei padroni) di Salvini, rivendichiamo la legittima difesa dei lavoratori contro governo e padroni

 

Il Ministro degli Interni celebra la nuova legge sulla legittima difesa. Peggio dell’art.52 del codice penale Rocco-Mussolini del 1930. Quello riconosceva formalmente il principio della proporzionalità tra offesa e difesa, la nuova legge invece la abroga: la difesa è sempre legittima. Non è passata la proposta leghista di evitare persino l’indagine del magistrato. Ma il “sempre” serve a promettere l’assoluzione di chi spara e eventualmente uccide.

Colpisce lo scarto tra realtà ed effetto propagandistico della legge. Nella realtà i casi di legittima difesa sono pochissimi. Appena 2 nel 2016. Normalmente i relativi processi si chiudono con l’archiviazione da parte del magistrato. Dov’è dunque la strombazzata emergenza delle persecuzioni giudiziarie contro “i cittadini che si difendono”? Il vero effetto dell’annuncio della legge è un altro: da un lato assicurare a Salvini un tornaconto elettorale, che è la sua vera preoccupazione, dall’altro legittimare preventivamente chi uccide a tutela della proprietà, anche chi uccide per vendetta.

Un’esagerazione polemica? No, ed è Salvini che lo conferma. Il Ministro degli Interni, con telecamera al seguito, ha abbracciato un certo Angelo Peveri, vittima di un furto di gasolio, che ha sparato a freddo al ladro rumeno dopo averlo pestato e fatto inginocchiare. Neppure i suoi difensori avevano invocato la legittima difesa, è Salvini che l’ha rivendicata. Il messaggio è inequivocabile. La giustizia privata, l’esecuzione sul posto, sono benedetti dal Ministero degli Interni, contro ogni principio elementare di civiltà giuridica.

La proprietà è più importante della vita: questo è il sottotesto della nuova legge. Il decreto sicurezza ha trasformato il blocco stradale e il blocco delle merci in reato penale, contro i diritti di lotta dei lavoratori e a tutela dei proprietari.

Sempre a tutela dei proprietari si muove la nuova legge. Se lavoratori in lotta irrompono negli uffici aziendali della proprietà, o occupano gli stabilimenti, i padroni e le loro guardie private si sentiranno legittimati a far fuoco, magari a causa del “grave turbamento”?

Di certo la nuova legge, e soprattutto il nuovo Ministro degli Interni, possono coprire e incoraggiare le pratiche più reazionarie, anche al di là dei termini formali del dispositivo approvato.

L’aggressione compiuta ieri contro i facchini in sciopero dell’azienda Zara a Roma, da parte di quindici vigilantes armati di pistole elettriche e tubi di ferro, prova che non si tratta di fantascienza. I lavoratori occupavano il magazzino per chiedere stipendi arretrati e applicazione del contratto. I vigilantes sono intervenuti a tutela della proprietà, e su suo mandato. La nuova legge sarà usata e abusata proprio a difesa di questi metodi.

Lo Stato borghese che sgombera con le ruspe gli accampamenti di cartone dei migranti di San Ferdinando gettandoli su una strada è lo stesso che tutela i proprietari che li sfruttano per 12 ore a 2 euro all’ora.

È lo stesso Stato che tutela degrado ed emarginazione delle periferie metropolitane, brodo di coltura di criminalità e delinquenza.

Strizzare l’occhio al fai da te della giustizia privata è solo l’altra faccia dell’ingiustizia pubblica. L’ingiustizia di una società basata sullo sfruttamento, che sacrifica tutto alla legge del profitto. L’ordine pubblico che lo Stato difende è solo l’ordine di questa legge.

Contro questa legge, contro questo ordine, rivendichiamo la difesa legittima di tutti i lavoratori e lavoratrici, nelle loro lotte di resistenza, nel loro diritto alla rivoluzione.

Partito Comunista dei Lavoratori

Gilet gialli: è lotta di classe

In e-mail il 26 Dicembre 2018 dc:

Gilet gialli: è lotta di classe

di Aldo Calcidese

I pennivendoli della borghesia e del revisionismo avevano decretato già da molto tempo la fine della lotta di classe, un concetto arcaico e superato.

Hanno fatto finta di non vedere che l’ondata reazionaria, fascista e xenofoba che investe ormai tutti i Paesi non è altro che l’espressione della più feroce e spietata lotta di classe dei padroni contro i proletari e i lavoratori.

In Ungheria il ”sovranista” Orban ha fatto approvare ”la legge sulla schiavitù” che porta da 250 a 400 ore l’anno il monte ore che le imprese possono chiedere a operai e impiegati.

Il pagamento delle ore extra può essere effettuato entro 3 anni.

In Austria un altro governo ”sovranista” dispone che le imprese possono chiedere ai dipendenti di lavorare fino a 12 ore al giorno e 60 ore alla settimana.

In Russia Putin ha dato mandato al governo di Medvedev di chiedere l’innalzamento di 5 anni dell’età pensionabile per gli uomini, da 60 a 65 anni, quando la durata della vita media per gli uomini è di 67 anni, e di 8 anni per le donne, da 55 a 63.

In Brasile il governo Temer stabilisce che la durata normale della giornata lavorativa sia di 12 ore e che la pensione piena si potrà avere con 49 anni di lavoro, quando la vita media è di 66 anni!

In Francia Macron ha completato l’attacco alle 35 ore iniziato già con la legge Fillon nel 2003.

UNA LUCE NEL BUIO

Nel tenebroso panorama della reazione borghese, si è accesa improvvisamente una luce.

Ancora una volta il segnale viene dalla Francia, quella Francia in cui per la prima volta il proletariato ha tentato l’assalto al cielo.

Una rivolta popolare scuote tutto il Paese, con imponenti manifestazioni che hanno rotto la pace sociale tanto utile ai padroni.

Naturalmente i pennivendoli come sempre di fronte a un grande movimento di massa si sono soffermati su qualche macchina incendiata.

Il movimento che si è scatenato in tutto il Paese e che coinvolge operai, disoccupati, lavoratori, studenti, ha espresso precisi obiettivi e rivendicazioni come l’aumento dei salari, il diritto alla casa, le tasse sui grandi capitali.

Il carattere politico delle manifestazioni si è espresso nello slogan ”BOURGEOIS PARIS SOUMET TOI!-BORGHESE PARIGI SOTTOMETTITI, (ARRENDITI)!

Macron ha avuto paura e si è presentato in una conferenza stampa in cui, balbettando, ha recitato una specie di ”mea culpa” e accettato, almeno a parole, le richieste.

Anche l’ Unione Europea, sempre forte con i deboli, si è spaventata, e ha concesso alla Francia di andare oltre il 3% del debito.

Altro che il 2,04 ”coraggiosamente conquistato” da grillini e leghisti!

La borghesia francese, una classe marcia e corrotta, ha una storia infinita di crimini contro il suo popolo e contro altri popoli.

Ha soffocato nel sangue con le armi prussiane la rivolta dei comunardi nel 1871, ha commesso crimini e infamie in Indocina, in Algeria e in altri Paesi, fino all’ultima impresa, la distruzione della Libia per appropriarsi del petrolio di quel Paese e per impedire a Gheddafi di aprire una banca panafricana.

Nel grande movimento di massa che si sta sviluppando spetterà naturalmente ai comunisti assumerne la direzione per indirizzarlo verso l’unico obiettivo, che è l’abbattimento della dittatura borghese.

Nella terribile situazione attuale, ancora una volta l’alternativa è SOCIALISMO O BARBARIE.

Ma, come ebbe ad affermare Bertolt Brecht, in una situazione in cui sembrava che il fascismo dovesse dominare tutto il mondo, ”LA NOTTE PIÙ LUNGA ETERNA NON È”

“Non saremo schiavi”

In e-mail il 17 Dicembre 2018 dc:

“Non saremo schiavi”: la ribellione contro il regime di Orban

ungheria_proteste

Per la prima volta, dopo dieci anni, il regime reazionario di Orban incontra un’opposizione di massa.

Centinaia di migliaia di lavoratori e di giovani in larga parte del Paese hanno preso la parola contro il governo.

La miccia è stata una legge antioperaia varata dal governo dai caratteri scopertamente provocatori. Una legge che prevede 400 ore di straordinari all’anno, una settimana lavorativa di sei giorni o oltre dieci ore giornaliere per cinque giorni. Il lavoratore può formalmente rifiutare, salvo rischiare il licenziamento.

Si tratta dunque di uno strumento di legge offerto ai padroni per incrementare in modo massiccio lo sfruttamento del lavoro. Il padronato ungherese plaude entusiasta alla legge. Ancor più plaudono la Opel, la Mercedes, l’Audi, le grandi aziende straniere in particolare tedesche, ma anche italiane, che in Ungheria fanno affari d’oro. La sovranità nazionale sbandierata da Orban è a tutti gli effetti la sovranità dei padroni contro i lavoratori.

“Non saremo schiavi”. Questo è lo slogan che ha animato le proteste contro la legge.

Le manifestazioni indette dai sindacati hanno registrato un’ampia partecipazione operaia, e hanno visto l’ingresso in campo di decine di migliaia di studenti. Gli studenti già erano in fase di mobilitazione a favore della libertà di studio e di ricerca nelle università. La saldatura con le manifestazioni dei lavoratori è apparsa loro naturale.

Non si tratta di rituali manifestazioni dell’opposizione liberaldemocratica, si tratta di manifestazioni di massa e di classe, le prime dopo lungo tempo nella storia d’Ungheria.

Le manifestazioni si sono susseguite con una parabola ascendente negli ultimi cinque giorni, e con tratti radicali. A Budapest la polizia ha dovuto disperdere più volte la folla di lavoratori e giovani che assedia gli edifici dell’Assemblea Nazionale, il Parlamento ungherese. La parola d’ordine dello sciopero generale per la revoca della “legge della schiavitù” ha fatto il suo ingresso nelle strade e nelle piazze della capitale.

Com’è naturale, tutte le forze politiche dell’opposizione cercano il proprio posto al sole nella protesta: Momentum, Dialogo per l’Ungheria, persino i fascisti di Jobbik. Ma la linea dello scontro è estranea all’impostazione liberale come all’impostazione nazionalista e xenofoba. Al contrario, essa è dettata come non mai dalla contrapposizione tra capitale e lavoro, tra capitalisti e operai.

Il ruolo dei sindacati è non a caso centrale. La campagna ossessiva di Orban contro i migranti, che ha intossicato milioni di ungheresi, svela sempre più il suo carattere ipocrita. Il problema dell’Ungheria non è rappresentato dai migranti, praticamente assenti, ma dalla massiccia emigrazione di 600.000 ungheresi verso altri Paesi in cerca di migliori condizioni di vita. La battaglia contro la legge della schiavitù mette a nudo questa verità, e conquista il senso comune di massa.

Chi profetizzava che destra e sinistra sono categorie novecentesche ritrova questo confine proprio in Ungheria, proprio nel Paese indicato a modello dai sovranismi nazionalisti alla Salvini, proprio nel Paese presentato dai populismi reazionari di tutta Europa come paradigma di stabilità e di ordine.

Naturalmente siamo solo all’inizio di una battaglia di massa, di cui seguiremo dinamica e sviluppi. Ma certo i fatti dimostrano che neppure i regimi più consolidati in apparenza sono al riparo della lotta di classe, che prima o poi si riaffaccia e presenta il conto.

La vicenda ungherese ci parla anche di questo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Di Maio e i padroni

In e-mail il 12 Dicembre 2018 dc:

Di Maio e i padroni

Il quotidiano di Confindustria Il Sole 24 Ore ha ospitato sabato 8 dicembre una lunga lettera aperta agli industriali del Ministro Luigi Di Maio, con tanto di titolo di apertura di prima pagina: “Di Maio alle imprese: lavoriamo insieme”.

Il titolo tiene fede all’articolo. Un ministro del lavoro che ignora le pietose richieste di incontro delle burocrazie sindacali propone formalmente ai padroni «un metodo di confronto continuo»: l’avvio di un «tavolo permanente per le piccole e medie imprese» per «permettervi di fare gli imprenditori» e «capire insieme qual è la direzione che deve prendere lo sviluppo dell’Italia».

Il cuore mieloso della lettera è naturalmente la Legge di stabilità.

Nello stesso momento in cui il governo svuota ulteriormente le proprie elemosine sociali su reddito e pensioni per rassicurare le banche e la Commissione Europea, Di Maio garantisce pubblicamente i padroni sui vantaggi della finanziaria per i loro profitti: abbassamento delle tasse al 15% per le piccole imprese nel 2019, con la promessa di estenderlo nel 2020; abbattimento dell’ IRES dal 24% al 15% (anche per chi “assume” lavoratori precario); proroga del superammortamento renziano per gli investimenti; sgravio contributivo sino a 80.000 euro l’anno per le assunzioni a tempo indeterminato; un miliardo ogni anno per la sovvenzione degli investimenti in “alta tecnologia”.

Infine l’annuncio per il futuro di 200 miliardi mobilitati attraverso la Cassa Depositi e Prestiti per le infrastrutture, e l’ulteriore liberalizzazione del codice degli appalti (quella che moltiplica gli omicidi bianchi).

Dopo l’offerta di un simile Bengodi, Di Maio conclude la lettera ai padroni con parole alate: «L’Italia è come una maestosa aquila che si è spezzata le zampe… Se lavoreremo insieme presto potremmo nuovamente spiccare il volo». A prescindere dall’incerta sintassi, il messaggio è inequivoco: il M5S offre le ali ai capitalisti, come hanno fatto negli ultimi decenni tutti i governi padronali, nessuno escluso. Con una differenza duplice: il M5S si rivolge a tutti i padroni, non solo ai grandi, e porta loro in dote il consenso sociale di milioni di operai, impiegati, disoccupati, cioè di quelli che continueranno a pagare l’80% del carico fiscale per finanziare le regalie alle imprese.

In conclusione: Di Maio vuole contendere alla Lega il blocco piccolo-medio borghese proprietario del Nord, per la stessa ragione per cui Salvini vuole scendere a Sud e invadere le roccaforti elettorali 5 Stelle. I due imbroglioni di governo si disputano le grazie dei padroni, mentre invocano i voti degli sfruttati.

Sino a quando reggerà questa truffa?

Partito Comunista dei Lavoratori

Un governo leghista… a cinque stelle

In e-mail il 24 Maggio 2018 dc:

Un governo leghista… a cinque stelle

 24 Maggio 2018

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Il governo annunciato Di Maio-Salvini – Conte è solo un prestanome – è una minaccia reazionaria per i lavoratori, per le lavoratrici, per tutti gli sfruttati. Piccole elemosine sociali non riescono a nascondere questa verità.

Naturalmente la nostra denuncia non ha niente a che fare con le “critiche” del PD o dell’Unione Europea, unicamente preoccupati dei conti pubblici del capitale. La nostra denuncia muove dalle ragioni opposte: quelle dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati.

Il nuovo governo tutela innanzitutto la peggiore eredità di Renzi.
Mentre gli operai muoiono sul lavoro anche perché ricattati dalla precarietà e dalla cancellazione dei diritti, il nuovo governo non solo conserva il Jobs Act e tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, ma reintroduce i famigerati voucher.
Mentre salgono in Borsa i profitti di grandi imprese e banche, il nuovo governo abbassa la tassa sui profitti al 15%, nel quadro di una riforma fiscale in cui chi ha di più paga di meno. È il più grande regalo fiscale ai padroni dell’intero dopoguerra.

Si promettono concessioni su reddito di cittadinanza e pensioni.
Ma il reddito è condizionato all’accettazione di lavoro precario, e 41 anni di contributi sono un miraggio per i giovani dopo una vita di precariato. Intanto si mantiene l’automatismo delle aspettative di vita per l’età pensionabile, a tutela del capitale finanziario. Ma soprattutto queste stesse promesse non hanno copertura. Non è un caso. Se vuoi regalare una montagna di soldi ai padroni, se vuoi continuare a pagare il debito pubblico alle banche, non puoi finanziare neppure le elemosine che prometti. O le promesse resteranno tali o saranno messe sul conto dei “beneficiari” con nuovi tagli sociali.

Salvini e Di Maio hanno già pensato a una valvola di sfogo della delusione sociale: la campagna odiosa contro gli immigrati. Il piano di segregazione e cacciata di 500.000 immigrati cosiddetti clandestini (perché privati di diritti) si combina con la discriminazione persino degli immigrati “regolari” in fatto di asili e sussidi. Una discriminazione esplicitamente etnica. È un caso che CasaPound plauda al nuovo governo?

“Prima gli italiani” ha un sottotitolo: “prima i capitalisti”, a spese di tutti gli altri.
Nessuna fiducia può essere riposta nel M5S di Di Maio, che va a braccetto con lo xenofobo Salvini.

È ora di mettere in campo un programma di lotta indipendente che unifichi la classe lavoratrice:
Per la cancellazione del Jobs Act e di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro.
Per la riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di salario, ripartendo il lavoro tra tutti.
Per la pensione a 60 anni o con 35 anni di lavoro, pagato dalla tassazione progressiva dei grandi patrimoni, rendite, profitti.
Per un vero salario ai disoccupati che cercano lavoro, pagato dall’abolizione dei trasferimenti pubblici alle imprese private.

Solo una lotta generale per queste rivendicazioni può unificare 17 milioni di lavoratori salariati, e attorno ad essi l’esercito dei disoccupati.
Solo la lotta per un governo dei lavoratori può dare una prospettiva a questa mobilitazione: a partire dall’esproprio delle aziende che licenziano, dall’abolizione del debito pubblico verso le banche, dalla loro nazionalizzazione.

Cambiano i governi, ma sono tutti al servizio del capitalismo. Solo un governo dei lavoratori può fare pulizia.

Partito Comunista dei Lavoratori