“Perché, da iraniana, ho sofferto nel vedere il velo sul palco delle sardine”

Ottimo articolo su Micromega, 19 Dicembre 2019 dc:

“Perché, da iraniana, ho sofferto nel vedere il velo sul palco delle sardine”

“Perché gran parte di voi femministe e persone di sinistra date sempre la parola solo alle donne musulmane col velo? Perché non date mai voce a tutte quelle donne che ogni giorno lottano per toglierselo il velo, in Italia e nel mondo?”. L’accorato appello di una donna iraniana che vive in Italia e che afferma: “Se volete chiamarmi islamofoba avete il mio permesso, perché io ho una vera fobia dell’islam. L’islam mi ha fatto sempre male. Sia quando vivevo in Iran, sia adesso che sono qui in Italia”.
di Atussa Tabrizi

Mi chiamo Atussa, sono una donna, sono iraniana e sono atea.

Quello che ho visto una settimana fa sul palco delle sardine a Roma mi ha fatto male, come quando in Iran sono stata arrestata dalla polizia morale perché non ero vestita adeguatamente (avevo una sciarpa sui capelli).

Non sono sicura se le sardine hanno intenzione di lottare per la laicità o vogliono solo andare contro il razzismo di persone come Meloni e Salvini, ma chiaramente non hanno nessuna idea di cosa sia la laicità dello Stato. Vanno contro croci e madonne di Salvini e Meloni con il velo e con pensieri oscurantisti.

Il velo per me, in quanto donna iraniana, è simbolo di oppressione, simbolo del male.

Non so cosa pensavano le sardine quando hanno deciso di presentare Nibras Asfa come un simbolo di laicità contro Meloni e Salvini, ma chiedo loro se non potevano dare voce a un’altra donna. Una donna – italiana o straniera – che crede nella laicità e nella libertà delle donne.

Se voi, sardine, come la maggior parte delle persone di sinistra e delle femministe italiane, pensate davvero che sostenere una donna col velo significa sostenere la sua libertà, state sbagliando.

È vero che ci sono persone come Meloni e Salvini che non vedono bene le donne con il velo, ed è vero che le donne con il velo vengono disturbate per strada nei Paesi occidentali, ma non dobbiamo e non dovete dimenticare che nei Paesi musulmani le donne che decidono di mettere il velo sono la minoranza, se non proprio inesistenti.

La maggioranza delle donne sono obbligate a metterlo, e non appena ne hanno l’occasione se lo tolgono.

Guardate il mio Paese per esempio, guardate come le donne tolgono il velo sapendo che saranno arrestate e condannate al carcere o anche peggio.

Guardate le donne in Arabia Saudita che con quella piccola, finta libertà che hanno ottenuto ultimamente la prima cosa che fanno è togliere il velo.

Guardate le donne come Ayan Hirsi Ali. Perché la maggior parte di voi femministe e di sinistra non parla mai di queste donne ma invece sempre, dico SEMPRE, delle donne musulmane col velo. Perché non date mai voce a una donna di origine straniera contro il velo e contro l’islam? Perché non sostenete mai queste persone?

Sicuramente andare contro il cristianesimo di Salvini e Meloni scegliendo l’islam è la scelta più sbagliata. Non si può lottare per la laicità presentando una donna musulmana, come non si può farlo con una suora cristiana. Se volete andare avanti a lottare contro i pensieri oscurantisti di Salvini e Meloni, l’islam non è la scelta giusta.

donne musulmane che credono nella laicità e vogliono cambiare qualcosa per le donne dovrebbero sostenere le donne che lottano per la libertà in Paesi come Arabia Saudita, Iran, Indonesia.

E invece spesso le donne che non mettono il velo sono considerate contro l’islam, blasfeme, non modeste e addirittura prostitute. E chi critica l’islam è considerato islamofobo e razzista.

La parola islamofobia è stata inventata dai musulmani con il supporto di una grande parte delle persone di sinistra per collegare subito qualsiasi tipo di critica contro l’islam al razzismo.

Mentre, come sappiamo, essere musulmano non è una caratteristica di un gruppo di persone legata a una “razza”.

Se volete chiamarmi islamofoba avete il mio permesso, perché io veramente ho una fobia dell’islam, perché l’islam mi ha fatto sempre male. Sia quando vivevo in Iran, sia adesso che sono qui in Italia.

Peggio di tutto questo è presentare tutte le donne immigrate come donne simili a Nibras Asfa, mentre anche qui in Italia tante donne immigrate soffrono e lottano per la loro libertà fuori dalla gabbia dell’islam e del velo.

Mie care sardine, se volete fare i veri rivoluzionari, se volete cambiare qualcosa, non dovete dare precedenza alle donne col velo, ma esattamente al contrario dovete dare spazio alle donne che lottano per i loro diritti, nei Paesi in cui anche lottare per un proprio diritto è punibile, e dovete imparare da loro come si lotta contro qualsiasi tipo di oscurantismo.

Voglio concludere ripetendo quello che ho detto all’inizio: mi chiamo Atussa, sono orgogliosamente una donna, sono iraniana, sono atea e sono orgogliosamente contro l’islam e il velo.

 

Scrivere non è più una professione, e la colpa è di…

Su Hic Rhodus il 17 Dicembre 2019 dc:

Scrivere non è più una professione, e la colpa è di…

di Ottonieri

In questi giorni, ho letto con attenzione due post selezionati su Facebook da The Frontpage Post, un’interessante pagina che sceglie e ripropone i post giudicati più meritevoli di sfuggire all’inesorabile oblio che inghiotte ciò che tutti noi scriviamo sui Social. L’idea è buona e ben condotta, e ogni tanto leggo qualcuno dei contenuti suggeriti dalla pagina; come dicevo, negli ultimi giorni ne ho letti due, scritti da due giornaliste sullo stesso argomento, e cioè l’insostenibilità della condizione del “giornalista” (si capirà poi perché uso le virgolette).

Il primo post è stato scritto da Barbara D’Amico, collaboratrice di Corriere della Sera e non solo, che (per ironia della sorte, o forse no) ha scritto anche di lavoratori free lance nella rubrica La nuvola del lavoro. Ebbene, dopo anni (la D’Amico ne ha 36), di fronte all’ennesimo taglio senza preavviso ai compensi che riceveva per i suoi “pezzi” (15 Euro lordi ad articolo, una cifra onestamente imbarazzante), ha deciso di dar lei stessa un taglio e interrompere il lavoro per il Corriere. Lo scrive con sincerità quasi brutale:

“SE IL LAVORO DEI COLLABORATORI NEL GIORNALISMO NON È RITENUTO ECONOMICAMENTE SOSTENIBILE PERCHÉ CONTINUARE AD AVVALERSENE?”

Il suo annuncio non è rimasto senza seguito. Il sito di informazione Lettera 43 le ha dedicato un’intervista nella quale la D’Amico ha sottolineato che la sua condizione non è certo isolata, e che dopo il suo post è stata contattata da molti free lance, che l’hanno ringraziata per aver avuto il coraggio di denunciare una patologia di sistema che penalizza chi di fatto fa il giornalista ma non ne ricava un reddito dignitoso. Che il caso di Barbara D’Amico sia tipico lo dimostra il secondo post che dicevo, scritto da Sara Mauricollaboratrice del Giornale, che racconta una vicenda personale non dissimile (la Mauri è praticamente coetanea della D’Amico), per giungere alla stessa conclusione: “Con quei numeri, la situazione non era economicamente sostenibile (grassetto mio).

La mia interpretazione di queste situazioni è semplice: i contratti che una volta erano normali oggi sono un miraggio per qualunque giovane, anzi, anche per un non più tanto giovane con alle spalle anni di “professione”. Il precariato, che in questo settore si confonde col nobile appellativo di free lance, è la regola a cui è ben difficile sfuggire, e di giornalismo free lance non si vive. Anzi, come si legge in questo vecchio articolo, il giornalismo free lance è morto di fame. E una professione in cui non si guadagna abbastanza da sopravvivere non è una professione. Può essere un hobby, un lusso, al limite un investimento per poi fare altro, ma non una professione.

E non è solo il giornalismo a non essere più una professione. Poche settimane fa, sempre tramite Facebook (eh, sì; come confesserò alla fine, io faccio parte del problema), ho scoperto un’intervista illuminante pubblicata sulla rivista culturale online Pangea. A essere intervistato era un editor di successo, che su Facebook si cela dietro lo pseudonimo di Monica Rossi, e che, senza troppi peli sulla lingua, smantella la “professione” di scrittore:

“SE TI DEFINISCI SCRITTORE VUOL DIRE CHE, IN CONCRETO, QUELLO È IL TUO LAVORO. CON I PROVENTI DEI TUOI LIBRI CI PAGHI L’AFFITTO, LE BOLLETTE, LA SPESA, LA MACCHINA, LE VACANZE, I VESTITI, LA SCUOLA PER I FIGLI? ALLORA SI, SEI UNO SCRITTORE. SE INVECE CON I PROVENTI DEI TUOI LIBRI CI PAGHI GIUSTO UNA CENA, UNA CASSAPANCA, UNA BORSETTA, UNA VACANZA O UN MOTORINO ALLORA VUOL DIRE CHE SEI UNO CHE FA TUTT’ALTRO E POI SCRIVE. […] ANCORA, SE CON I PROVENTI DEI TUOI LIBRI CI PUOI COMPRARE GIUSTO UN’AUTOMOBILE MA NEL CONTEMPO INSEGNI SCRITTURA CREATIVA, COLLABORI CON UN QUOTIDIANO, HAI UN BLOG E FAI TUTTO CIÒ CHE È INERENTE ALL’EDITORIA E ARRIVI AGEVOLMENTE A FINE MESE, BEH MI SPIACE, NON SEI COMUNQUE UNO SCRITTORE.”

Ecco fatto: senza troppi giri di parole, la tua professione è scrittore, o giornalista, se i soldi che spendi tutti i giorni vengono dalla vendita di libri e articoli che scrivi; altrimenti no.

Semplice e vero.

Ma quanti sono, secondo questo criterio, gli scrittori e i giornalisti?

Pochissimi, direi: per gli scrittori, basti leggere questo articolo, che sintetizza: “In Italia gli autori che possono permettersi di vivere di soli romanzi sono una decina al massimo” (e non chiediamoci troppo di cosa vivessero Svevo, o Calvino, o altri nostri grandi narratori).

Ma un’attività in cui ogni anno diecimila entusiasti provano a “entrare”, e alla fine forse uno diventa un “caso letterario” e si unisce alla decina di privilegiati di cui sopra, non è una professione, altrimenti sarebbe una professione anche giocare al SuperEnalotto.

E nel caso del giornalismo le cose non vanno molto diversamente, come abbiamo visto, a parte coloro che in anni migliori sono entrati in una redazione e oggi devono difendere coi denti il posto di lavoro dalla crisi di vendite di quotidiani e riviste.

Scrivere, in Italia, non è più una professione, punto e basta.

Nella migliore delle ipotesi, può essere un modo per conquistare visibilità e sfruttarla facendo i conduttori o gli opinionisti in TV e alla radio, entrando in politica, diventando influencer, blogger o Youtuber, insegnando scrittura ad altri aspiranti “non professionisti”.

Ma come mai è accaduto questo, e di chi è la colpa?

Ci ho pensato su, ritornando alla fine degli anni Ottanta, prima dell’esplosione del Web. Allora io m’affacciavo in edicola quasi tutti i giorni, e in libreria almeno un paio di volte al mese, restandoci ore. Compravo un quotidiano tutti i giorni, riviste tutti i mesi, e almeno una trentina di libri l’anno: la lettura era il mio principale capitolo di spesa, al quale dedicavo direi non meno di 700-800.000 lire l’anno, senza contare i regali a parenti e amici.

E oggi?

Oggi, lo confesso, spenderò forse un decimo di quella cifra.

Per i quotidiani, zero assoluto, anche perché, onestamente, tolte le notizie d’agenzia ci trovo pochissimo che valga la pena di leggere; piuttosto, a seconda dell’argomento, mi rivolgo a fonti online (solo per fare un esempio, per l’economia leggo lavoce.info, che secondo me non ha niente da invidiare al Sole 24 Ore e ha meno lacciuoli), tipicamente gratuite.

Per i libri, leggo meno e comunque compro ormai quasi solo e-book, che in genere costano molto meno dei libri cartacei: quest’anno ho finalmente letto Alla ricerca del tempo perduto, e l’e-book mi è costato 5,99 Euro anziché i 60 o 70 che avrei speso per un’edizione cartacea ben fatta.

Peggio ancora, pubblico qui su Hic Rhodus articoli che, buoni o cattivi (io immodestamente confesso di non ritenerli peggiori di tanti che si leggono sui siti informativi professionali), sono totalmente gratuiti, senza neanche il fastidio della pubblicità, e con Claudio Bezzi abbiamo autopubblicato su Amazon alcuni libri, sempre “hicrhodusiani”, ovviamente a un prezzo simbolico.

La conclusione è inesorabile: se è vero che la scrittura non è più una professione, la colpa non è degli editori (neanche quelli a pagamento), dello spirito corporativo dei “vecchi” giornalisti, della TV che ci ha rimbambito o dei Social che ci risucchiano il tempo tra polemiche e giochini: la colpa è mia, personalmente e direttamente mia.

Per fare inadeguata ammenda, offro una cena al primo scrittore o giornalista che ne faccia richiesta, a patto che non sia un professionista

La disinformazione di Ma.ta

17 Novembre 2019 dc

La disinformazione di Ma.ta

di Jàdawin di Atheia

Da tempo sostengo che nei programmi di Rai, come in tutti gli altri, dovrebbero essere presenti, in incognito e mai gli stessi, dei correttori: i correttori delle scempiaggini che vengono dette nei programmi, anche da autorevoli esperti.

È intollerabile che in televisione vengano dette tonnellate di scempiaggini, e di errori di italiano, senza che i responsabili vengano sbugiardati davanti al loro amato pubblico.

L’ultimo episodio a cui mi è capitato di assistere è in questa settimana o nella precedente: su Rai1 c’è il programma Unomattina, al cui interno c’è una rubrica su salute e alimentazione, “condotta” da quella che chiamerò, senza troppa fantasia, Ma.ta: sostituite al punto la giusta lettera e scoprirete subito di chi si tratta.

La sventurata ha voltuto citare, ad esempio delle diete improvvisate e deleterie per la salute, quella dello sciroppo d’acero, affermando, avendo alle spalle le immagini di persone obese che camminavano per strada, che era ovvio che, assumendo questo sciroppo (lasciando intendere: oltre la solita alimentazione, ovviamente sbagliata) le persone addirittura aumentassero ulteriormente di peso!

L’esperta Ma.ta non sa, o non lo sanno gli autori delle parole che ha pronunciato (ho il sospetto, infatti, che l’individua non sia autrice nemmeno di quello che dice), che lo sciroppo d’acero (detto anche succo d’acero), estratto dalla pianta omonima principalmente in Canada ma anche negli Usa, e raffinato per ebollizione in tre gradi di concentrazione e densità, viene usato da moltissimo tempo essenzialmente come dolcificante in alternativa a zucchero e miele, e come componente di dolci e torte. Chi si recasse negli Usa e in Canada lo troverà sicuramente sui tavoli dei bar e delle tavole calde accanto a sale, zucchero, olio e aceto, e anche a varie salse.

Cercando in internet si trovano numerose pagine dedicate a questo prodotto, indico qui quella in Wikipedia, consultata ora, di cui voglio riportare l’inizio: Lo sciroppo d’acero viene oggi prodotto dalle province orientali del Canada ed in alcune zone degli Stati Uniti. La linfa viene raccolta all’inizio della primavera (in genere in marzo o aprile) quando l’acero è in stato quiescente, in aree di coltivazione note come sugarbush o sugarwoods. La linfa è composta di sostanza solida di circa il 3-5%, in gran parte costituita da saccarosio. È inoltre composta da acido malico, potassio, calcio, ferro, vitamine e componenti fenoliche. Lo sciroppo deriva dal processo di concentrazione della linfa, che si effettua in costruzioni ad hoc chiamate sugarshacks o cabanes à sucre; può essere classificato in base al grado di translucenza (per esempio dal più al meno translucente: fancy, grade A, grade B).

La dieta, con molte varianti, nasce come azione depurativa della durata di un giorno.

Consiglio di eseguire una ricerca in internet con la stringa dieta dello sciroppo d’acero: ci sarà da leggere e divertirsi, sicuro!

Vi spiego ora la versione che conosco io, e che ho personalmente sperimentato con successo nella versione dieta di 10 giorni.

Molto pratico è usare le bottigliette di acqua minerale da 500 cl, meglio se oligominerale.

Si versano tre cucchiai da minestra di sciroppo d’acero, un cucchiaio di succo di limone e una spolveratina di peperoncino piccante in polvere (pochi granelli sono più che sufficienti), si chiude la bottiglia, si agita bene e si tiene in frigo, se si preferisce bere la bevanda fresca.

Nella dieta depurativa questo preparato viene usato un giorno solo alla settimana, preferibilmente un giorno sempre fisso, le tre bottigliette sostituiscono i tre pasti della giornata (colazione, pranzo e cena), è importante non assumere altri cibi o bevande: vi assicuro che si può fare, con un po’ di volontà. La funzione è, come accennato, depurativa.

Le proprietà, vitaminiche ed energetiche, contenute nello sciroppo d’acero, unitamente al fatto che è il terzo dolcificante meno calorico dopo la melassa, di canna da zucchero o di barbabietola, e la stevia, che il succo di limone fornisce vitamina C e che il peperoncino piccante in polvere fornisce un po’ di energia supplementare fanno sì che l’acero fornisca proteine, energia e sostanza senza grassi e tutte le altre sostanze che normalmente assumiamo.

Io, a suo tempo, ho usato un prodotto, in vendita nelle erboristerie, risultato di una miscela di sciroppo d’acero e succo di palma tropicale, le cui proprietà si compensano reciprocamente. Non vorrei fare pubblicità ma trovo necessario informare che lo potete trovare qui: ha anche una bella e colorata confezione. Nel sito sono indicate anche tre diete-tipo con il succo.

I dieci giorni si iniziano con, al primo giorno, una sola bottiglietta, in sostituzione del pasto che preferite. Il secondo giorno sono due, sempre a scelta, poi la sostituzione sarà integrale dal terzo all’ottavo giorno, il nono sarà di due pasti sostituiti, il decimo sarà di uno, all’undicesimo si riprende la dieta normale. Ovviamente senza recuperare con spaghetti alla carbonara per primo, stinco al forno con patate fritte per secondo e sacher torte per dolce….

Io ho perso sei chili ma non ho proseguito col mantenimento, che consiste nel seguire la dieta integrale di tre bottigliette in un giorno fisso della setitmana, sempre uguale.

Ovviamente, nel giro di alcuni mesi, ho ripreso i chili persi ma questo succede in tutte le diete: a una prima fase d’impatto va sempre fatto seguire il mantenimento, che deve essere costante. È anche chiaro che, se si segue una dieta costante nel tempo (cioè perpetua) non si ha questo inconveniente.

Si può anche praticare la dieta, per una settimana o dieci giorni, due volte all’anno, preferibilmente in primavera e in autunno (stagioni di maggiore cambiamento rispetto alla precedente), con o senza giorno settimanale fisso di mantenimento. Ci sono, comunque, ulteriori varianti.

Quindi, cara signora Ma.ta, è invitata a informarsi, prima di dire stupidaggini.

 

 

 

Spegniamo le parole…

Da Hic Rhodus il 22 Marzo 2019 dc:

Spegniamo le parole…

di Claudio Bezzi

Graziano dice un’infinità di nulla (più di ogni uomo a Venezia). Le sue ragioni sono come due chicchi di grano sepolti in due staia di pula: ci metterai tutto il giorno a trovarli, e quando li hai trovati, non valgono la fatica che hai fatto. (William Shakespeare, Il Mercante di Venezia)

Di Battista è sparito. Da un mese non se ne sa più nulla. Eppure sta su tutte le pagine dei quotidiani da giorni, da settimane… Di Battista è sparito Di Battista è sparito Di Battista è sparito Di Battista è sparito Di Battista è sparito Di Battista è sparito Di Battista è sparito…

BASTA! Di Battista è diventato una presenza ingombrante e stomachevole, ne stiamo facendo indigestione con la sua scelta nannimorettiana di “non esserci” per essere più visibile.

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Per non dire dei Ferragnez. Cosa fanno, realmente, nella vita? Per carità, niente moralismi: una è una fashion blogger e l’altro un cantante rap, due nobilissime attività del Terzo millennio che li ha resi multimilionari senza sudare eccessivamente… Ma oltre le loro indubbie competenze, la loro fortuna è stata costruita sull’abilissima capacità di esserci sempre, ma proprio sempre, su tutti i social media, su tutti i quotidiani, vendendo, in realtà, non pareri di moda l’una e canzonette l’altro, bensì la narrazione di loro medesimi, l’ennesima favola moderna e falsa con tanto di storia d’amore a lieto fine (per ora)… Il segno profondo del loro successo è l’inserimento del neologismo ‘Ferragnez’ nell’annuale lista della Treccani… Hanno vinto loro, questo è il senso della loro stordente cacofonia di vita.

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Luca Traini sui caricatori degli attentatori di Christchurch. Una nullità, un fallito, un pazzoide la cui vicenda è racchiusa in un trascurabile battito di ciglia della Storia. Ma ecco che un esaltato suprematista gli dà, con una semplice scritta sul caricatore, una specie di immortalità: Traini come simbolo, come modello, come archetipo suprematista. Sarà pure finito nel Pantheon delle forze oscure ma quel semplice gesto, con un pennarello su un pezzo di metallo e poi (nell’ “e poi” c’è il senso della pragmatica del linguaggio) l’uso mortale di quel metallo, ha reso Traini qualcosa di diverso, lo ha trasfigurato. Da adesso si potrà aggettivare il suo nome come si fa con quello dei Grandi (buoni o cattivi): Marx → marxiano/marxista (seguace di); Mussolini → mussoliniano (ispirato da); Traini → trainiano (suprematista bianco)…

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Tajani dice una bischerata su Mussolini. È solo una bischerata. Una caduta di stile, uno scivolone grave per un politico navigato, tanto più spacciato come “moderato”. Una cosa che detta al bar non vale neppure una replica (alzi la mano chi non ha mai sentito qualche fesso dire “Mussolini ha fatto anche cose buone”). Ma se intelligenti cronisti, a questa sparata di Tajani, avessero fatto spallucce e non se lo fossero filato? Avremmo evitato le furiose polemiche, le rituali repliche dell’ANPI, due faticosissime giornate su Facebook a dire tutto e (specialmente) nulla su questa sua miserabile uscita… Tajani sarebbe rimasto confinato al suo ruolo di politico di scarsa rilevanza, anziché trasformarsi in COLUI CHE HA OSATO INNEGGIARE A MUSSOLINI!!!111!!!

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Ma la nausea mi assale, alla fine, con la ragazzina con le treccine che adesso prende il premio Nobel, salva il pianeta dall’inquinamento, riceverà sei o sette lauree honoris causa, scriverà un bestseller e si butterà in politica, per la gioia materiale, sia chiaro, di coloro che hanno costruito un’immagine, una strategia di comunicazione, un business, e per quella effimera dei ragazzini al potere che scioperano, gridano, nel tripudio giornalistico che annusa la fuffa e la fa diventare realtà. Amici biologi, amici ambientalisti, amici geologi, climatologi e via discorrendo, è finita la pacchia (cit.), ora i problemi li risolve Greta. Sipario.

La parola, nella società 2.0 del Terzo Millennio, da strumento di rappresentazione e costruzione di senso è diventata senso in sé, è diventata l’oggetto attorno al quale costruiamo un senso (ovvero: si è capovolto il rapporto di significazione), è diventata la narrazione (indipendente da ciò che viene narrato). Le conseguenze sociali, in particolare quelle di potere, sono enormi.

La finta realtà televisiva

Da Hic Rhodus , 13 Maggio 2015 dc:

La finta realtà televisiva costruisce vere opinioni negli spettatori

di Claudio Bezzi

Mi faccio vanto di non guardare mai certe reti televisive e in particolare certi programmi. Lo so, è un atteggiamento snob indegno di un sociologo, commentatore e blogger, ma la mia ostilità è troppo forte e trovo modo di spiegarvela a partire dal recente caso di Striscia la notizia che ha licenziato in diretta due inviati, Fabio e Mingo, dopo avere appurato che la loro inchiesta su un finto avvocato barese era una bufala inventata di sana pianta, come altri servizi precedenti. La faccenda è venuta alla luce solo perché si è mossa la Procura che ha deciso di perseguire il presunto reo chiedendo atti e carte inesistenti. Se Fabio e Mingo si fossero limitati a costruire finti servizi su casi meno “sensibili” per un procuratore probabilmente sarebbero ancora al loro posto a scandalizzare bravi cittadini con finti preti, finti cartomanti, finti pescivendoli e altre finzioni che da decenni (questo è il punto) la televisione spazzatura propina per lo scandalo dei benpensanti, la rabbia degli indignati, l’incredulità dei creduli.

In queste ultime righe vi ho già spiegata in sintesi la ragione del mio sospetto verso questa forma comunicativa: ciò che arriva al cervello della gente non è una verità o una falsità o un documento o una finzione o una pubblicità o un reality: è un messaggio che comunque incide sugli schemi mentali coi quali viene poi interpretata la realtà e che ho altre volte citati nei miei articoli (per esempio QUI e anche QUI). La decodifica dei messaggi televisivi (e – da un paio di decenni – di Internet) è assai meno semplice e scontata di quanto creda la persona mediamente colta e intelligente ed è invece orientata consapevolmente alla massificazione, all’identificazione e alla costruzione di una determinata rappresentazione sociale:

manipulation-television-brainwashing-frithIL SISTEMA DI RAPPRESENTAZIONI SOCIALI CHE NE DERIVA, SOPRATTUTTO PER I GRANDI CONSUMATORI DI TV, È PROFONDAMENTE INFLUENZATO DAI SISTEMI DI RAPPRESENTAZIONE SOCIALE CHE PROVENGONO DALLA TV, CHE IN QUESTO MODO SI SOVRAPPONGONO GLI ALTRI SISTEMI DI RAPPRESENTAZIONE SOCIALE, LI INGLOBANO, E LI RICICLANO IN CONTINUAZIONE IN UN BLOB CHE ALLA FINE PRODUCE UNO “SPOSTAMENTO DI REALTÀ”. SECONDO GERBNER QUESTO SPOSTAMENTO DI REALTÀ È FONDATO SUL FATTO CHE I GRANDI CONSUMATORI, CIOÈ COLORO CHE SONO ESPOSTI ALLA TV PER OLTRE QUATTRO/CINQUE ORE AL GIORNO, TROVANO NELLA TV UN SOGGETTO CHE CONTRIBUISCE IN MANIERA DECISIVA ALLA DEFINIZIONE DELLE RAPPRESENTAZIONI MENTALI E SOCIALI DELLA REALTÀ. […] I GRANDI CONSUMATORI TENDONO A DARE “RISPOSTE TELEVISIVE” AI PROBLEMI SOCIALI ED INDIVIDUALI PIÙ ALTE DI QUELLI MENO ESPOSTI, CON I SEGUENTI ESITI RISPETTO A COLORO CHE SONO MENO ESPOSTI:

– SOVRASTIMA DELLA QUANTITÀ DI VIOLENZA ATTUATA NELLA SOCIETÀ;

– MAGGIORE SENSO DI INSICUREZZA;

– MINORE AUTOSTIMA;

– MAGGIORE PROPENSIONE AL RAZZISMO;

– MAGGIORE PROPENSIONE A  PERCEPIRE GLI ANZIANI E I DEBOLI COME MARGINALI;

– ANSIA PIÙ ELEVATA;

– MAGGIORE PROPENSIONE ALLA INTROIEZIONE DI RUOLI SESSUALI PIÙ STEREOTIPATI;

– MAGGIORE INSODDISFAZIONE CIRCA IL PROPRIO STILE DI VITA. (ANGELINI, VEDI RISORSE).

La televisione generalista è ancora una fonte preminente di notizie-spettacolo per una vasta generazione analogica, anziana e non molto scolarizzata (senza che ciò escluda ampie porzioni di giovani poco sfiorati dall’appartenere alla generazione digitale); per mantenere la propria presa sugli spettatori i palinsesti si sono trasformati, aggiornati, puntando alla contaminazione dei generi e alla loro con-fusione: i reality, per esempio, sono spettacolo, con un po’ di “vita vera”, con una spruzzata di informazione; Striscia la notizia, come Le iene e altri format, fa informazione fra comicità, marketing e spettacolo (o fa spettacolo fra informazione e marketing?) mentre i siparietti di Crozza sono comici ma si basano su un piuttosto esplicito messaggio politico. Tutto viene ammantato di leggerezza (per “intrattenere”) ma tutto ha un’apparenza di realtà (per “convincere”).

manipulation_1499345Questa grande narrazione televisiva ha una continuità anche passando da programma a programma, ed è una narrazione caratterizzata dal tipo di pubblico che ciascuna emittente intende fidelizzare, più o meno giovane, più o meno colto… Le televisioni generaliste destinate al grande pubblico forniscono rappresentazioni coerenti del mondo attraverso i telegiornali come attraverso le fiction, i reality e gli altri programmi proposti. Lo spettatore trova quindi delle cornici di senso coerenti, che impara a riconoscere e fare proprie, in cui incastonare specifici casi, fatti eclatanti, aneddoti. L’aneddoticità esemplare è importante perché costituisce una forma comunicativa basilare, semplice e facilmente comprensibile. La denuncia del finto avvocato barese di Striscia non era un discorso sull’Ordine degli Avvocati e i procedimenti per accedervi, non un discorso sulla Giustizia e i suoi eventuali difetti e neppure un complesso discorso morale sulla cattiveria dell’uomo ma semplicemente un episodio, un aneddoto, un ritaglio (in questo caso falso) estratto da una vastità incomprensibile se non riducendola a caso esemplificativo, esattamente come fanno le riviste di gossip che affiancano lo scandaletto della diva al delitto efferato alla ricetta di cucina. La costruzione di questi “casi”, la loro ripetuta proposizione, si affianca all’interpretazione della vita come caso e fortuna dei quiz a premi, del pianto in diretta, della sciagura aerea, della protagonista del telefilm… Tutto è collocato su uno sfondo piatto, senza spessore, che si adatta allo spettatore come lo spettatore si conforma ad esso.

Ecco perché programmi come Striscia la Notizia sono ben lontani da quello che sostengono di essere: sono a tutti gli effetti e consapevolmente programmi di disinformazione di massa, o di diseducazione se preferite. Programmi che contribuiscono pesantemente alla costruzione di schemi mentali orientati a una certa visione di mondo che include anche la visione politica. Non c’è bisogno di fare esplicitamente propaganda a un leader o a un partito, anzi il contrario; si costruisce un tessuto ideologico, culturale e informativo disponibile ad accogliere determinate visioni anche politiche. Il berlusconismo in fondo cos’è stato, se non un grande scenario ottimistico di milioni di posti di lavoro, ristoranti pieni, presunto prestigio internazionale incastonati da aneddoti frammentati centrati sul leader, dalla mamma al bunga bunga, dal Milan al viso insanguinato dopo il quasi-attentato? Il tutto collegato da un messaggio ripetitivo, ossessivo, ripetuto fino all’esasperazione (i comunisti, le toghe rosse…). I vent’anni di berlusconismo trascorsi sono stati un palinsesto televisivo vincente, come le televisioni berlusconiane (e la RAI che si è prontamente accodata) sono state la realtà del berlusconismo.

tv-buyLa conclusione non riguarda più Striscia o Berlusconi ma la generale manipolazione cui siamo soggetti. I falsi televisivi, le bufale, le finzioni spacciate per cronaca sono esistite da quando questa televisione si è affermata: i quiz pilotati, i falsi scoop, i finti processi e i finti clamorosi incontri e le finte sorprese recitate da attori, i finti pianti in diretta, i finti reality dove l’imprevisto è attentamente programmato, tutto questo va assieme alle notizie dei telegiornali date a metà, date prima o dopo altre per connotarle emotivamente, accompagnate o no da filmati, da “schede” o da commenti a studio, e ancora tutto questo va assieme alla clamorosa finta narrazione dei talk show, autentica truffa informativa sulla quale mi sono già intrattenuto tempo fa. Ho parlato solo di televisione, ma sulla disinformazione via Internet (molto più veloce e penetrante per ragioni diverse) potete leggere alcuni vecchi post, sempre attuali:

Risorse:

Ignoranza ed idiozia

Ignoranza ed idiozia

di Jàdawin di Atheia

Solo poche righe: da qualche giorno in televisione gira una pubblicità di un noto apparecchio acustico. A un signore fanno dire il beneficio che ha con quel prodotto, e dice quasi esattamente “riesco a sentire bene gli audi dei film….”.

Ovviamente a me sono cominciate le convulsioni: è più o meno dalle medie che so che audio e video non vogliono il plurale. Ma gli idioti autori dello spot, ignoranti e beceri, evidentemente non lo sanno.

Probabilmente qualche telespettatore sì, lo ha fatto notare a quell’emittente (o, chissà, se ne sono accorti da soli…) e le parole sono prontamente (dopo circa due settimane) cambiate in “riesco a sentire bene i dialoghi dei film…”. A parte che in un film non ci sono solo i dialoghi (bastava dire il sonoro, o il suono), è una buona cosa. Non voglio fare pubblicità positiva, ma questa emittente finisce per “sette”.

Un’altra emittente non se n’è invece accorta, e si continua a sentire di “audi”. Non voglio fare pubblicità negativa, ma questa televisione finisce per “quattro”, e si proclama anche “nuova”.

Ci siamo persi in un universo parallelo

Dal sito Hic Rhodus del 5 Ottobre 2018 dc:

Ci siamo persi in un universo parallelo

di Claudio Bezzi

Questo post tratta di cose che sappiamo, e che abbiamo discusso e argomentato molte volte su HR. Il motivo per riprendere l’argomento è il salto di qualità. Delle bufale. Un salto di qualità ben lungi dall’essere concluso e che sta per approdare a livelli indistinguibili di mistificazione della realtà.

Per iniziare vi presento questa allucinante trovata del Milanese abbruttito che ha messo in giro questo scherzo (presentato come tale, qui siamo sul piano del gioco e della demistificazione, non della bufala). Vi prego di guardarlo prima di proseguire con la lettura.

 

Quello che ha colpito me, e presumo anche voi, è la facilità con la quale tante persone dichiarano di conoscere Christian Vogue, che è un personaggio inventato. Al netto di chi ha mentito sapendo di mentire (una minoranza, presumo), la risposta positiva (“conosco Christian Vogue, lo seguo, mi piace il suo stile…”) nasce da qualcosa di più del semplice desiderio, più o meno inconscio, di compiacere l’intervistatore; io credo – e qui inizio a tremare – che nel flusso caotico e massivo delle informazioni “formato social”, c’è ormai talmente tanto posto per tutto, incluse molteplici gradazioni di vero/falso, plausibile/implausibile, reale/apparente, che la figura di Christian Vogue diventa “vera”, “reale” e per ciò spesso in qualche oscuro modo “già nota”, “già frequentata”, per il fatto stesso che si palesa con tutti i cliché di una post verità del momento: bella donna al braccio, fotografi che paparazzano e – attenzione – molteplici altre persone che fotograno e chiedono selfie, ciascuna che ritiene “vero” il personaggio perché reso tale dagli altri.

La verità diventa vera perché la rendiamo tale in un coro autodiretto. O meglio: questa verità è per forza di cose sollecitata dall’esterno, voluta, imposta coscientemente; ma poi si auto-alimenta.

Schermata 2018-09-19 alle 12.16.26Dal gioco, dall’esperimento del Milanese imbruttito, passiamo ora alle fake news, ormai chiaramente uno strumento consapevolmente agito come randello politico. In questi giorni è apparsa questa: Enrico Mentana avrebbe ucciso con l’automobile un bimbo sulle strisce;

come vedete il falsario ha messo una certa cura nel copiare logo e caratteri tipici del quotidiano la Repubblica, in modo da far apparire come autentico ritaglio di giornale la sua menzogna; fino a poco tempo fa analoghe bugie venivano realizzate in maniera più grossolana; andavano bene 2-3 anni fa ma, a furia di indicare questa piaga, evidentemente una certa (piccola) percentuale di utenti social Schermata 2018-09-19 alle 12.27.41sono diventati più diffidenti, e quindi il nuovo livello è la falsificazione del medium, oltre che del messaggio (e chi ricorda Luhman sa che così, indubbiamente, la falsità viene enormemente rafforzata). Analoga a  questa bufala su Mentana quella contro il debunker David Puente, sempre con grafica la Repubblica, infamato con l’accusa di essere un pedofilo (accostando questo alle sue origini semitiche.)…

Ce ne sono state altre ancora, ma avete capito il senso.

Oggi chiunque, assolutamente chiunque, può essere attaccato, e pesantemente, in un modo che “appare” vero. Mi aspetto che – con tecnologie ancora costose ma già presenti – si possano a breve costruire dei video in cui il giornalista o il politico scomodo viene ritratto compiere illeciti (ricordate la principessa Leila nell’ultimo Star Wars; l’attrice Carrie Fischer, morta prima di poter fare le riprese, è stata ricostruita digitalmente). A quel punto diventa facile cadere in una rete di percorsi veri (ma quali?), quasi veri, in piccola parte veri, assolutamente falsi, sostenuti da immagini, da video, da migliaia di indignati che concorrono a dare vita, a sostenere, sollevare, diffondere quel falso. E se milioni di mosche mangiano merda, cribbio, significherà pure che hanno ragione, e quindi via, tutti imbrancati nella facile esaltazione degli indignati da salotto (una categoria odiosa), a sanzionare e diffondere. Chi potrà salvarsi?

Che poi, stiamo scoprendo, ci sono, sì, persone isolate che costruiscono i falsi per sbarcare il lunario, ma in generale non solo c’è una regia, ma una vera e propria  organizzazione attenta a cogliere, dal flusso dei social, quegli ‘alert’ che segnalano codice giallo uscire dal novecento per battere salvini_cover Claudio Bezzi copianotizie sgradite, attivisti insistenti, l’espandersi di opinioni pericolose. A noi promotori di Codice giallo (io e la mia amica ed editor Fantasma-madre) sono già partite le “trollate”, a volte sciocche e a volte minacciose, nel corso della prima settimana di uscita del volume; ancora roba da poco, ma ci possiamo aspettare, ora che abbiamo iniziato una promozione più capillare) di diventare a breve bersagli di un flame anche più inquietante.

A scanso di equivoci: io non sono pregiudicato, non ho investito nessuno, non sono pedofilo, non ho molestato donne, non ho evaso milioni e neppure centesimi, non sono satanista, non ho imbrogliato sul curriculum, non mi sono comperato la laurea, non sono massone, né illuminato, né rettiliano, Soros non mi ha mai dato un centesimo, Bilderberg non so neppure dove sia, non ho mai maltratto un’animale e raccolgo la cacca della mia cagna al parco. Tutto ciò a futura memoria.

Infine: guardate che la proposta di Vito Crimi di tagliare i fondi per l’editoria, sembra superficialmente un attacco a Berlusconi (ma poi: un sottosegretario fa proposte di legge contro un individuo o un impresa?) e alla stampa sostenuta dal denaro pubblico (vecchia canzone dei populisti casaleggini) ma è – nel disegno attuale – un attacco alla stampa libera, che spesso senza quel fondo sarebbe destinata a morire. L’attacco all’editoria (mascherata da norma per ristabilire presunte equità) è una faccia dell’attacco del governo grigio-nero alla libertà di stampa e di opinione, esattamente come l’esercito di troll e bufalari che – con tutta evidenza – persegue un disegno al servizio di… mettete voi nome e cognome, è facile. A breve ci aspettiamo una bella censura ai blog (no, non ci riferiamo alle norme europee sul copyright), alle manifestazione di piazza e, perché no, una bella censura alle email.

No, non sto scherzando.