Italiani brava gente? Questa sì che sarebbe una novità!

Su Hic Rhodus il 13 Marzo 2020 dc:

Italiani brava gente? Questa sì che sarebbe una novità!

di Claudio Bezzi

Ben comprendendone la necessità positiva, e in parte apprezzando anche lo sforzo, non nego di stupirmi un pochino nella descrizione dell’italianità positiva, capace, vincente che ne danno Cerasa sul FoglioBergamini sul RiformistaSevergnini sul Corriere e altri.

Intanto: calma e gesso. Aspettiamo di veder passare una settimana, poi due, poi semmai tre, senza vedere benefici immediati (deve passare “la coda” dell’epidemia, quella degli infettati in questi giorni che si manifesteranno nei giorni a venire), e vedremo come si comporterà il paese. Vedremo le partite iva a spasso senza reddito, i baristi chiusi, le aziende in ginocchio, ma anche semplicemente la vicina di casa senza il parrucchiere, l’umarel senza lavori in corso da guardare, lo studente senza movida e il giovane rampante senza apericena. Vedremo cosa diranno, cosa faranno.

Squarci di interviste, filmati apparsi sui quotidiani, ma anche la mia semplice osservazione diretta, vanno tristemente ad aggiungersi alla grande fuga da Milano dei giorni scorsi, all’assalto ai supermercati, alla gente che continua ad ammucchiarsi ignara, a formare un quadro complessivo che a me pare confermare che no, per niente, gli italiani sono gli stessi inaffidabili di sempre.

A questo punto mi assale un dubbio: e se tutta la mia diffidenza sulle capacità degli italiani di essere ordinati, razionali, composti, fosse solo un mio enorme errore? Se fossimo un popolo stravagante, sì, sempre a un passo dal baratro, ma alla fine capace di quel colpo di reni che ci rende così speciali, così sublimi? Che bello essere italiani! E che si fottano in Europa, che mica ci hanno capiti! Noi, ora, ci caviamo fuori dall’impaccio con un esempio storico di civismo, mo vediamo cosa combineranno loro, visto che l’onda virale gli si sta scagliando addosso! Ecco: se mi fossi sempre sbagliato io? Un vecchio brontolone, un cinico fuori della realtà, ecco quello che sono! Uno che gioca a fare l’antitaliano fuori tempo, che se lo potevano permettere il buon Montanelli, Pasolini anche, forse Moravia, ma io…

E però – ve lo dico – un tarlo continua a rodermi. Possibile che un popolo così virtuoso (virtuoso solo alla fine, sì, in zona Cesarini e preso per bavero, ma al dunque virtuoso) abbia potuto esprimere una classe dirigente così assolutamente sotto la soglia della decenza? Possibile che il meraviglioso e maledetto Sud stia già col culo stretto temendo l’affollamento negli ospedali, che farebbe crollare in due e due quattro una Sanità cronicamente malandata e saccheggiata (da chi? Dai sabaudi?). Possibile che certi stronzi che non nomino con nome e cognome per non beccarmi una querela (non ho i soldi di Travaglio, io non posso permettermelo) possano andare in giro a dire cose orrende, spaventose, false, non solo senza essere denunciati ma ricevendo lodi, ricevendo soldi, accumulando fan? Come si conciliano questi estremi?

Insomma: l’ipotesi di una virtù italica che al dunque saprebbe emergere, mi pare scontrarsi con tutta la storia italica, almeno dal ‘900 a oggi, che in mille modi mi mostra particolarismo, egotismo, superficialità, piccole furbizie e ricerca della linea di comportamento civico meno faticosa possibile.

Sto cercando allora di riflettere, da sociologo, sulle interdipendenze fra sottosistemi (economico, sociale, culturale…) per cercare di capire se sia possibile essere, assieme, dei furbetti da strapazzo ma anche dei pazienti disposti a sacrifici; dei populisti gradassi ma anche dei generosi capaci di solidarietà; dei fanfaroni egocentrici ma anche cittadini con senso civico. 

Pensa che ti ripensa non trovo una sola teoria sociologica, antropologica, psicologico-sociale, in grado di confortarmi in questa visione positiva.

I valori che sottostanno al tipico carattere nazionale (narcisismo, egoismo, familismo…) sono totalmente contrari ai valori che sorreggono il buon comportamento civico (sacrificio, senso della comunità, responsabilità). A meno di non ricorrere a teorie psichiatriche quali il doppio legame di Bateson, che farebbe di noi un popolo non solo meraviglioso, ma anche completamente pazzo. Può essere…

Chi vivrà (è tristemente il caso di dirlo) vedrà. Il vostro stanco e cinico blogger promette solennemente che una volta passata questa crisi (qualche settimana come dice Conte? Qualche mese come suggeriscono le proiezioni matematiche?) verrà su queste pagine a lodare le meravigliose virtù dei suoi connazionali, se sarà stato il caso di lodarle, facendo una feroce autocritica e promettendo di migliorare il suo caratteraccio per il futuro. 

In caso contrario io – e il blog tutto – faremo il nostro usuale lavoro di riflessione e di critica, e non cercheremo di indorare la pillola con lodi immeritate a un popolo che da decenni non pare azzeccarne una.

Intanto, spero come voi,

#iorestoacasa

(In copertina: il vostro blogger guarda mestamente fuori della finestra, dovendo restare in casa. Foto scattata da lui medesimo) (Nota mia: foto omessa)

Omologati di merda!

Da Hic Rhodus, 30 Gennaio 2020 dc:

Omologati di merda!

di Claudio Bezzi

Ci dice l’Eurispes che Il 15,6% degli italiani nega la Shoah (nel 2004 era il 2,7%). E il 16,1% (era l′11,1% oltre quindici anni fa) ridimensiona la portata dell’Olocausto, sostenendo che avrebbe determinato un numero di vittime inferiore a quanto documentato dai libri di storia.

Ok. Perché i titoloni sui giornali? Non avrei saputo dire se la massa dei negazionisti o quasi-negazionisti fosse il 14,7, il 15,6 o qualcos’altro, ma che fosse una massa consistente era logico. In un’epoca in cui i complottisti delle scie chimiche fanno convegni in sedi istituzionali, i no-vax hanno ampio diritto di parola, i terrapiattisti impazzano, i terrorizzati dal coronavirus hanno crisi isteriche (ieri alla radio, da Nicoletti, una buona metà di ascoltatori in diretta temeva l’apocalisse, imputandola a misteriosi laboratori segreti di guerra batteriologica) e i pentadementi sono al governo, di cosa esattamente dovrei stupirmi?

Ma veramente credevate che il crollo dell’Impero Romano fosse stato causato dall’ennesima invasione barbarica che avrebbe soppiantato il più imponente e meglio organizzato esercito del mondo? Le cause furono interne, le lotte intestine, il cristianesimo, la crisi economica e sociale e via narrando. Ecco: noi stiamo assistendo a qualcosa di simile. Non serve mica un asteroide per distruggerci, né un virus della malora, o l’Isis. Fanno enormi più danni Netflix, Facebook, i selfie, il populismo, la sistematica distruzione della scuola, la democrazia impotente nell’epoca del globalismo, le ideologie che non si decidono a morire, il pensiero breve…

(P.S. Il titolo è una citazione cinematografica… lascio ai cinefili scoprire quale la fonte…)

“Perché, da iraniana, ho sofferto nel vedere il velo sul palco delle sardine”

Ottimo articolo su Micromega, 19 Dicembre 2019 dc:

“Perché, da iraniana, ho sofferto nel vedere il velo sul palco delle sardine”

“Perché gran parte di voi femministe e persone di sinistra date sempre la parola solo alle donne musulmane col velo? Perché non date mai voce a tutte quelle donne che ogni giorno lottano per toglierselo il velo, in Italia e nel mondo?”. L’accorato appello di una donna iraniana che vive in Italia e che afferma: “Se volete chiamarmi islamofoba avete il mio permesso, perché io ho una vera fobia dell’islam. L’islam mi ha fatto sempre male. Sia quando vivevo in Iran, sia adesso che sono qui in Italia”.
di Atussa Tabrizi

Mi chiamo Atussa, sono una donna, sono iraniana e sono atea.

Quello che ho visto una settimana fa sul palco delle sardine a Roma mi ha fatto male, come quando in Iran sono stata arrestata dalla polizia morale perché non ero vestita adeguatamente (avevo una sciarpa sui capelli).

Non sono sicura se le sardine hanno intenzione di lottare per la laicità o vogliono solo andare contro il razzismo di persone come Meloni e Salvini, ma chiaramente non hanno nessuna idea di cosa sia la laicità dello Stato. Vanno contro croci e madonne di Salvini e Meloni con il velo e con pensieri oscurantisti.

Il velo per me, in quanto donna iraniana, è simbolo di oppressione, simbolo del male.

Non so cosa pensavano le sardine quando hanno deciso di presentare Nibras Asfa come un simbolo di laicità contro Meloni e Salvini, ma chiedo loro se non potevano dare voce a un’altra donna. Una donna – italiana o straniera – che crede nella laicità e nella libertà delle donne.

Se voi, sardine, come la maggior parte delle persone di sinistra e delle femministe italiane, pensate davvero che sostenere una donna col velo significa sostenere la sua libertà, state sbagliando.

È vero che ci sono persone come Meloni e Salvini che non vedono bene le donne con il velo, ed è vero che le donne con il velo vengono disturbate per strada nei Paesi occidentali, ma non dobbiamo e non dovete dimenticare che nei Paesi musulmani le donne che decidono di mettere il velo sono la minoranza, se non proprio inesistenti.

La maggioranza delle donne sono obbligate a metterlo, e non appena ne hanno l’occasione se lo tolgono.

Guardate il mio Paese per esempio, guardate come le donne tolgono il velo sapendo che saranno arrestate e condannate al carcere o anche peggio.

Guardate le donne in Arabia Saudita che con quella piccola, finta libertà che hanno ottenuto ultimamente la prima cosa che fanno è togliere il velo.

Guardate le donne come Ayan Hirsi Ali. Perché la maggior parte di voi femministe e di sinistra non parla mai di queste donne ma invece sempre, dico SEMPRE, delle donne musulmane col velo. Perché non date mai voce a una donna di origine straniera contro il velo e contro l’islam? Perché non sostenete mai queste persone?

Sicuramente andare contro il cristianesimo di Salvini e Meloni scegliendo l’islam è la scelta più sbagliata. Non si può lottare per la laicità presentando una donna musulmana, come non si può farlo con una suora cristiana. Se volete andare avanti a lottare contro i pensieri oscurantisti di Salvini e Meloni, l’islam non è la scelta giusta.

donne musulmane che credono nella laicità e vogliono cambiare qualcosa per le donne dovrebbero sostenere le donne che lottano per la libertà in Paesi come Arabia Saudita, Iran, Indonesia.

E invece spesso le donne che non mettono il velo sono considerate contro l’islam, blasfeme, non modeste e addirittura prostitute. E chi critica l’islam è considerato islamofobo e razzista.

La parola islamofobia è stata inventata dai musulmani con il supporto di una grande parte delle persone di sinistra per collegare subito qualsiasi tipo di critica contro l’islam al razzismo.

Mentre, come sappiamo, essere musulmano non è una caratteristica di un gruppo di persone legata a una “razza”.

Se volete chiamarmi islamofoba avete il mio permesso, perché io veramente ho una fobia dell’islam, perché l’islam mi ha fatto sempre male. Sia quando vivevo in Iran, sia adesso che sono qui in Italia.

Peggio di tutto questo è presentare tutte le donne immigrate come donne simili a Nibras Asfa, mentre anche qui in Italia tante donne immigrate soffrono e lottano per la loro libertà fuori dalla gabbia dell’islam e del velo.

Mie care sardine, se volete fare i veri rivoluzionari, se volete cambiare qualcosa, non dovete dare precedenza alle donne col velo, ma esattamente al contrario dovete dare spazio alle donne che lottano per i loro diritti, nei Paesi in cui anche lottare per un proprio diritto è punibile, e dovete imparare da loro come si lotta contro qualsiasi tipo di oscurantismo.

Voglio concludere ripetendo quello che ho detto all’inizio: mi chiamo Atussa, sono orgogliosamente una donna, sono iraniana, sono atea e sono orgogliosamente contro l’islam e il velo.

 

Scrivere non è più una professione, e la colpa è di…

Su Hic Rhodus il 17 Dicembre 2019 dc:

Scrivere non è più una professione, e la colpa è di…

di Ottonieri

In questi giorni, ho letto con attenzione due post selezionati su Facebook da The Frontpage Post, un’interessante pagina che sceglie e ripropone i post giudicati più meritevoli di sfuggire all’inesorabile oblio che inghiotte ciò che tutti noi scriviamo sui Social. L’idea è buona e ben condotta, e ogni tanto leggo qualcuno dei contenuti suggeriti dalla pagina; come dicevo, negli ultimi giorni ne ho letti due, scritti da due giornaliste sullo stesso argomento, e cioè l’insostenibilità della condizione del “giornalista” (si capirà poi perché uso le virgolette).

Il primo post è stato scritto da Barbara D’Amico, collaboratrice di Corriere della Sera e non solo, che (per ironia della sorte, o forse no) ha scritto anche di lavoratori free lance nella rubrica La nuvola del lavoro. Ebbene, dopo anni (la D’Amico ne ha 36), di fronte all’ennesimo taglio senza preavviso ai compensi che riceveva per i suoi “pezzi” (15 Euro lordi ad articolo, una cifra onestamente imbarazzante), ha deciso di dar lei stessa un taglio e interrompere il lavoro per il Corriere. Lo scrive con sincerità quasi brutale:

“SE IL LAVORO DEI COLLABORATORI NEL GIORNALISMO NON È RITENUTO ECONOMICAMENTE SOSTENIBILE PERCHÉ CONTINUARE AD AVVALERSENE?”

Il suo annuncio non è rimasto senza seguito. Il sito di informazione Lettera 43 le ha dedicato un’intervista nella quale la D’Amico ha sottolineato che la sua condizione non è certo isolata, e che dopo il suo post è stata contattata da molti free lance, che l’hanno ringraziata per aver avuto il coraggio di denunciare una patologia di sistema che penalizza chi di fatto fa il giornalista ma non ne ricava un reddito dignitoso. Che il caso di Barbara D’Amico sia tipico lo dimostra il secondo post che dicevo, scritto da Sara Mauricollaboratrice del Giornale, che racconta una vicenda personale non dissimile (la Mauri è praticamente coetanea della D’Amico), per giungere alla stessa conclusione: “Con quei numeri, la situazione non era economicamente sostenibile (grassetto mio).

La mia interpretazione di queste situazioni è semplice: i contratti che una volta erano normali oggi sono un miraggio per qualunque giovane, anzi, anche per un non più tanto giovane con alle spalle anni di “professione”. Il precariato, che in questo settore si confonde col nobile appellativo di free lance, è la regola a cui è ben difficile sfuggire, e di giornalismo free lance non si vive. Anzi, come si legge in questo vecchio articolo, il giornalismo free lance è morto di fame. E una professione in cui non si guadagna abbastanza da sopravvivere non è una professione. Può essere un hobby, un lusso, al limite un investimento per poi fare altro, ma non una professione.

E non è solo il giornalismo a non essere più una professione. Poche settimane fa, sempre tramite Facebook (eh, sì; come confesserò alla fine, io faccio parte del problema), ho scoperto un’intervista illuminante pubblicata sulla rivista culturale online Pangea. A essere intervistato era un editor di successo, che su Facebook si cela dietro lo pseudonimo di Monica Rossi, e che, senza troppi peli sulla lingua, smantella la “professione” di scrittore:

“SE TI DEFINISCI SCRITTORE VUOL DIRE CHE, IN CONCRETO, QUELLO È IL TUO LAVORO. CON I PROVENTI DEI TUOI LIBRI CI PAGHI L’AFFITTO, LE BOLLETTE, LA SPESA, LA MACCHINA, LE VACANZE, I VESTITI, LA SCUOLA PER I FIGLI? ALLORA SI, SEI UNO SCRITTORE. SE INVECE CON I PROVENTI DEI TUOI LIBRI CI PAGHI GIUSTO UNA CENA, UNA CASSAPANCA, UNA BORSETTA, UNA VACANZA O UN MOTORINO ALLORA VUOL DIRE CHE SEI UNO CHE FA TUTT’ALTRO E POI SCRIVE. […] ANCORA, SE CON I PROVENTI DEI TUOI LIBRI CI PUOI COMPRARE GIUSTO UN’AUTOMOBILE MA NEL CONTEMPO INSEGNI SCRITTURA CREATIVA, COLLABORI CON UN QUOTIDIANO, HAI UN BLOG E FAI TUTTO CIÒ CHE È INERENTE ALL’EDITORIA E ARRIVI AGEVOLMENTE A FINE MESE, BEH MI SPIACE, NON SEI COMUNQUE UNO SCRITTORE.”

Ecco fatto: senza troppi giri di parole, la tua professione è scrittore, o giornalista, se i soldi che spendi tutti i giorni vengono dalla vendita di libri e articoli che scrivi; altrimenti no.

Semplice e vero.

Ma quanti sono, secondo questo criterio, gli scrittori e i giornalisti?

Pochissimi, direi: per gli scrittori, basti leggere questo articolo, che sintetizza: “In Italia gli autori che possono permettersi di vivere di soli romanzi sono una decina al massimo” (e non chiediamoci troppo di cosa vivessero Svevo, o Calvino, o altri nostri grandi narratori).

Ma un’attività in cui ogni anno diecimila entusiasti provano a “entrare”, e alla fine forse uno diventa un “caso letterario” e si unisce alla decina di privilegiati di cui sopra, non è una professione, altrimenti sarebbe una professione anche giocare al SuperEnalotto.

E nel caso del giornalismo le cose non vanno molto diversamente, come abbiamo visto, a parte coloro che in anni migliori sono entrati in una redazione e oggi devono difendere coi denti il posto di lavoro dalla crisi di vendite di quotidiani e riviste.

Scrivere, in Italia, non è più una professione, punto e basta.

Nella migliore delle ipotesi, può essere un modo per conquistare visibilità e sfruttarla facendo i conduttori o gli opinionisti in TV e alla radio, entrando in politica, diventando influencer, blogger o Youtuber, insegnando scrittura ad altri aspiranti “non professionisti”.

Ma come mai è accaduto questo, e di chi è la colpa?

Ci ho pensato su, ritornando alla fine degli anni Ottanta, prima dell’esplosione del Web. Allora io m’affacciavo in edicola quasi tutti i giorni, e in libreria almeno un paio di volte al mese, restandoci ore. Compravo un quotidiano tutti i giorni, riviste tutti i mesi, e almeno una trentina di libri l’anno: la lettura era il mio principale capitolo di spesa, al quale dedicavo direi non meno di 700-800.000 lire l’anno, senza contare i regali a parenti e amici.

E oggi?

Oggi, lo confesso, spenderò forse un decimo di quella cifra.

Per i quotidiani, zero assoluto, anche perché, onestamente, tolte le notizie d’agenzia ci trovo pochissimo che valga la pena di leggere; piuttosto, a seconda dell’argomento, mi rivolgo a fonti online (solo per fare un esempio, per l’economia leggo lavoce.info, che secondo me non ha niente da invidiare al Sole 24 Ore e ha meno lacciuoli), tipicamente gratuite.

Per i libri, leggo meno e comunque compro ormai quasi solo e-book, che in genere costano molto meno dei libri cartacei: quest’anno ho finalmente letto Alla ricerca del tempo perduto, e l’e-book mi è costato 5,99 Euro anziché i 60 o 70 che avrei speso per un’edizione cartacea ben fatta.

Peggio ancora, pubblico qui su Hic Rhodus articoli che, buoni o cattivi (io immodestamente confesso di non ritenerli peggiori di tanti che si leggono sui siti informativi professionali), sono totalmente gratuiti, senza neanche il fastidio della pubblicità, e con Claudio Bezzi abbiamo autopubblicato su Amazon alcuni libri, sempre “hicrhodusiani”, ovviamente a un prezzo simbolico.

La conclusione è inesorabile: se è vero che la scrittura non è più una professione, la colpa non è degli editori (neanche quelli a pagamento), dello spirito corporativo dei “vecchi” giornalisti, della TV che ci ha rimbambito o dei Social che ci risucchiano il tempo tra polemiche e giochini: la colpa è mia, personalmente e direttamente mia.

Per fare inadeguata ammenda, offro una cena al primo scrittore o giornalista che ne faccia richiesta, a patto che non sia un professionista

La disinformazione di Ma.ta

17 Novembre 2019 dc

La disinformazione di Ma.ta

di Jàdawin di Atheia

Da tempo sostengo che nei programmi di Rai, come in tutti gli altri, dovrebbero essere presenti, in incognito e mai gli stessi, dei correttori: i correttori delle scempiaggini che vengono dette nei programmi, anche da autorevoli esperti.

È intollerabile che in televisione vengano dette tonnellate di scempiaggini, e di errori di italiano, senza che i responsabili vengano sbugiardati davanti al loro amato pubblico.

L’ultimo episodio a cui mi è capitato di assistere è in questa settimana o nella precedente: su Rai1 c’è il programma Unomattina, al cui interno c’è una rubrica su salute e alimentazione, “condotta” da quella che chiamerò, senza troppa fantasia, Ma.ta: sostituite al punto la giusta lettera e scoprirete subito di chi si tratta.

La sventurata ha voltuto citare, ad esempio delle diete improvvisate e deleterie per la salute, quella dello sciroppo d’acero, affermando, avendo alle spalle le immagini di persone obese che camminavano per strada, che era ovvio che, assumendo questo sciroppo (lasciando intendere: oltre la solita alimentazione, ovviamente sbagliata) le persone addirittura aumentassero ulteriormente di peso!

L’esperta Ma.ta non sa, o non lo sanno gli autori delle parole che ha pronunciato (ho il sospetto, infatti, che l’individua non sia autrice nemmeno di quello che dice), che lo sciroppo d’acero (detto anche succo d’acero), estratto dalla pianta omonima principalmente in Canada ma anche negli Usa, e raffinato per ebollizione in tre gradi di concentrazione e densità, viene usato da moltissimo tempo essenzialmente come dolcificante in alternativa a zucchero e miele, e come componente di dolci e torte. Chi si recasse negli Usa e in Canada lo troverà sicuramente sui tavoli dei bar e delle tavole calde accanto a sale, zucchero, olio e aceto, e anche a varie salse.

Cercando in internet si trovano numerose pagine dedicate a questo prodotto, indico qui quella in Wikipedia, consultata ora, di cui voglio riportare l’inizio: Lo sciroppo d’acero viene oggi prodotto dalle province orientali del Canada ed in alcune zone degli Stati Uniti. La linfa viene raccolta all’inizio della primavera (in genere in marzo o aprile) quando l’acero è in stato quiescente, in aree di coltivazione note come sugarbush o sugarwoods. La linfa è composta di sostanza solida di circa il 3-5%, in gran parte costituita da saccarosio. È inoltre composta da acido malico, potassio, calcio, ferro, vitamine e componenti fenoliche. Lo sciroppo deriva dal processo di concentrazione della linfa, che si effettua in costruzioni ad hoc chiamate sugarshacks o cabanes à sucre; può essere classificato in base al grado di translucenza (per esempio dal più al meno translucente: fancy, grade A, grade B).

La dieta, con molte varianti, nasce come azione depurativa della durata di un giorno.

Consiglio di eseguire una ricerca in internet con la stringa dieta dello sciroppo d’acero: ci sarà da leggere e divertirsi, sicuro!

Vi spiego ora la versione che conosco io, e che ho personalmente sperimentato con successo nella versione dieta di 10 giorni.

Molto pratico è usare le bottigliette di acqua minerale da 500 cl, meglio se oligominerale.

Si versano tre cucchiai da minestra di sciroppo d’acero, un cucchiaio di succo di limone e una spolveratina di peperoncino piccante in polvere (pochi granelli sono più che sufficienti), si chiude la bottiglia, si agita bene e si tiene in frigo, se si preferisce bere la bevanda fresca.

Nella dieta depurativa questo preparato viene usato un giorno solo alla settimana, preferibilmente un giorno sempre fisso, le tre bottigliette sostituiscono i tre pasti della giornata (colazione, pranzo e cena), è importante non assumere altri cibi o bevande: vi assicuro che si può fare, con un po’ di volontà. La funzione è, come accennato, depurativa.

Le proprietà, vitaminiche ed energetiche, contenute nello sciroppo d’acero, unitamente al fatto che è il terzo dolcificante meno calorico dopo la melassa, di canna da zucchero o di barbabietola, e la stevia, che il succo di limone fornisce vitamina C e che il peperoncino piccante in polvere fornisce un po’ di energia supplementare fanno sì che l’acero fornisca proteine, energia e sostanza senza grassi e tutte le altre sostanze che normalmente assumiamo.

Io, a suo tempo, ho usato un prodotto, in vendita nelle erboristerie, risultato di una miscela di sciroppo d’acero e succo di palma tropicale, le cui proprietà si compensano reciprocamente. Non vorrei fare pubblicità ma trovo necessario informare che lo potete trovare qui: ha anche una bella e colorata confezione. Nel sito sono indicate anche tre diete-tipo con il succo.

I dieci giorni si iniziano con, al primo giorno, una sola bottiglietta, in sostituzione del pasto che preferite. Il secondo giorno sono due, sempre a scelta, poi la sostituzione sarà integrale dal terzo all’ottavo giorno, il nono sarà di due pasti sostituiti, il decimo sarà di uno, all’undicesimo si riprende la dieta normale. Ovviamente senza recuperare con spaghetti alla carbonara per primo, stinco al forno con patate fritte per secondo e sacher torte per dolce….

Io ho perso sei chili ma non ho proseguito col mantenimento, che consiste nel seguire la dieta integrale di tre bottigliette in un giorno fisso della setitmana, sempre uguale.

Ovviamente, nel giro di alcuni mesi, ho ripreso i chili persi ma questo succede in tutte le diete: a una prima fase d’impatto va sempre fatto seguire il mantenimento, che deve essere costante. È anche chiaro che, se si segue una dieta costante nel tempo (cioè perpetua) non si ha questo inconveniente.

Si può anche praticare la dieta, per una settimana o dieci giorni, due volte all’anno, preferibilmente in primavera e in autunno (stagioni di maggiore cambiamento rispetto alla precedente), con o senza giorno settimanale fisso di mantenimento. Ci sono, comunque, ulteriori varianti.

Quindi, cara signora Ma.ta, è invitata a informarsi, prima di dire stupidaggini.

 

 

 

Spegniamo le parole…

Da Hic Rhodus il 22 Marzo 2019 dc:

Spegniamo le parole…

di Claudio Bezzi

Graziano dice un’infinità di nulla (più di ogni uomo a Venezia). Le sue ragioni sono come due chicchi di grano sepolti in due staia di pula: ci metterai tutto il giorno a trovarli, e quando li hai trovati, non valgono la fatica che hai fatto. (William Shakespeare, Il Mercante di Venezia)

Di Battista è sparito. Da un mese non se ne sa più nulla. Eppure sta su tutte le pagine dei quotidiani da giorni, da settimane… Di Battista è sparito Di Battista è sparito Di Battista è sparito Di Battista è sparito Di Battista è sparito Di Battista è sparito Di Battista è sparito…

BASTA! Di Battista è diventato una presenza ingombrante e stomachevole, ne stiamo facendo indigestione con la sua scelta nannimorettiana di “non esserci” per essere più visibile.

***

Per non dire dei Ferragnez. Cosa fanno, realmente, nella vita? Per carità, niente moralismi: una è una fashion blogger e l’altro un cantante rap, due nobilissime attività del Terzo millennio che li ha resi multimilionari senza sudare eccessivamente… Ma oltre le loro indubbie competenze, la loro fortuna è stata costruita sull’abilissima capacità di esserci sempre, ma proprio sempre, su tutti i social media, su tutti i quotidiani, vendendo, in realtà, non pareri di moda l’una e canzonette l’altro, bensì la narrazione di loro medesimi, l’ennesima favola moderna e falsa con tanto di storia d’amore a lieto fine (per ora)… Il segno profondo del loro successo è l’inserimento del neologismo ‘Ferragnez’ nell’annuale lista della Treccani… Hanno vinto loro, questo è il senso della loro stordente cacofonia di vita.

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Luca Traini sui caricatori degli attentatori di Christchurch. Una nullità, un fallito, un pazzoide la cui vicenda è racchiusa in un trascurabile battito di ciglia della Storia. Ma ecco che un esaltato suprematista gli dà, con una semplice scritta sul caricatore, una specie di immortalità: Traini come simbolo, come modello, come archetipo suprematista. Sarà pure finito nel Pantheon delle forze oscure ma quel semplice gesto, con un pennarello su un pezzo di metallo e poi (nell’ “e poi” c’è il senso della pragmatica del linguaggio) l’uso mortale di quel metallo, ha reso Traini qualcosa di diverso, lo ha trasfigurato. Da adesso si potrà aggettivare il suo nome come si fa con quello dei Grandi (buoni o cattivi): Marx → marxiano/marxista (seguace di); Mussolini → mussoliniano (ispirato da); Traini → trainiano (suprematista bianco)…

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Tajani dice una bischerata su Mussolini. È solo una bischerata. Una caduta di stile, uno scivolone grave per un politico navigato, tanto più spacciato come “moderato”. Una cosa che detta al bar non vale neppure una replica (alzi la mano chi non ha mai sentito qualche fesso dire “Mussolini ha fatto anche cose buone”). Ma se intelligenti cronisti, a questa sparata di Tajani, avessero fatto spallucce e non se lo fossero filato? Avremmo evitato le furiose polemiche, le rituali repliche dell’ANPI, due faticosissime giornate su Facebook a dire tutto e (specialmente) nulla su questa sua miserabile uscita… Tajani sarebbe rimasto confinato al suo ruolo di politico di scarsa rilevanza, anziché trasformarsi in COLUI CHE HA OSATO INNEGGIARE A MUSSOLINI!!!111!!!

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Ma la nausea mi assale, alla fine, con la ragazzina con le treccine che adesso prende il premio Nobel, salva il pianeta dall’inquinamento, riceverà sei o sette lauree honoris causa, scriverà un bestseller e si butterà in politica, per la gioia materiale, sia chiaro, di coloro che hanno costruito un’immagine, una strategia di comunicazione, un business, e per quella effimera dei ragazzini al potere che scioperano, gridano, nel tripudio giornalistico che annusa la fuffa e la fa diventare realtà. Amici biologi, amici ambientalisti, amici geologi, climatologi e via discorrendo, è finita la pacchia (cit.), ora i problemi li risolve Greta. Sipario.

La parola, nella società 2.0 del Terzo Millennio, da strumento di rappresentazione e costruzione di senso è diventata senso in sé, è diventata l’oggetto attorno al quale costruiamo un senso (ovvero: si è capovolto il rapporto di significazione), è diventata la narrazione (indipendente da ciò che viene narrato). Le conseguenze sociali, in particolare quelle di potere, sono enormi.

La finta realtà televisiva

Da Hic Rhodus , 13 Maggio 2015 dc:

La finta realtà televisiva costruisce vere opinioni negli spettatori

di Claudio Bezzi

Mi faccio vanto di non guardare mai certe reti televisive e in particolare certi programmi. Lo so, è un atteggiamento snob indegno di un sociologo, commentatore e blogger, ma la mia ostilità è troppo forte e trovo modo di spiegarvela a partire dal recente caso di Striscia la notizia che ha licenziato in diretta due inviati, Fabio e Mingo, dopo avere appurato che la loro inchiesta su un finto avvocato barese era una bufala inventata di sana pianta, come altri servizi precedenti. La faccenda è venuta alla luce solo perché si è mossa la Procura che ha deciso di perseguire il presunto reo chiedendo atti e carte inesistenti. Se Fabio e Mingo si fossero limitati a costruire finti servizi su casi meno “sensibili” per un procuratore probabilmente sarebbero ancora al loro posto a scandalizzare bravi cittadini con finti preti, finti cartomanti, finti pescivendoli e altre finzioni che da decenni (questo è il punto) la televisione spazzatura propina per lo scandalo dei benpensanti, la rabbia degli indignati, l’incredulità dei creduli.

In queste ultime righe vi ho già spiegata in sintesi la ragione del mio sospetto verso questa forma comunicativa: ciò che arriva al cervello della gente non è una verità o una falsità o un documento o una finzione o una pubblicità o un reality: è un messaggio che comunque incide sugli schemi mentali coi quali viene poi interpretata la realtà e che ho altre volte citati nei miei articoli (per esempio QUI e anche QUI). La decodifica dei messaggi televisivi (e – da un paio di decenni – di Internet) è assai meno semplice e scontata di quanto creda la persona mediamente colta e intelligente ed è invece orientata consapevolmente alla massificazione, all’identificazione e alla costruzione di una determinata rappresentazione sociale:

manipulation-television-brainwashing-frithIL SISTEMA DI RAPPRESENTAZIONI SOCIALI CHE NE DERIVA, SOPRATTUTTO PER I GRANDI CONSUMATORI DI TV, È PROFONDAMENTE INFLUENZATO DAI SISTEMI DI RAPPRESENTAZIONE SOCIALE CHE PROVENGONO DALLA TV, CHE IN QUESTO MODO SI SOVRAPPONGONO GLI ALTRI SISTEMI DI RAPPRESENTAZIONE SOCIALE, LI INGLOBANO, E LI RICICLANO IN CONTINUAZIONE IN UN BLOB CHE ALLA FINE PRODUCE UNO “SPOSTAMENTO DI REALTÀ”. SECONDO GERBNER QUESTO SPOSTAMENTO DI REALTÀ È FONDATO SUL FATTO CHE I GRANDI CONSUMATORI, CIOÈ COLORO CHE SONO ESPOSTI ALLA TV PER OLTRE QUATTRO/CINQUE ORE AL GIORNO, TROVANO NELLA TV UN SOGGETTO CHE CONTRIBUISCE IN MANIERA DECISIVA ALLA DEFINIZIONE DELLE RAPPRESENTAZIONI MENTALI E SOCIALI DELLA REALTÀ. […] I GRANDI CONSUMATORI TENDONO A DARE “RISPOSTE TELEVISIVE” AI PROBLEMI SOCIALI ED INDIVIDUALI PIÙ ALTE DI QUELLI MENO ESPOSTI, CON I SEGUENTI ESITI RISPETTO A COLORO CHE SONO MENO ESPOSTI:

– SOVRASTIMA DELLA QUANTITÀ DI VIOLENZA ATTUATA NELLA SOCIETÀ;

– MAGGIORE SENSO DI INSICUREZZA;

– MINORE AUTOSTIMA;

– MAGGIORE PROPENSIONE AL RAZZISMO;

– MAGGIORE PROPENSIONE A  PERCEPIRE GLI ANZIANI E I DEBOLI COME MARGINALI;

– ANSIA PIÙ ELEVATA;

– MAGGIORE PROPENSIONE ALLA INTROIEZIONE DI RUOLI SESSUALI PIÙ STEREOTIPATI;

– MAGGIORE INSODDISFAZIONE CIRCA IL PROPRIO STILE DI VITA. (ANGELINI, VEDI RISORSE).

La televisione generalista è ancora una fonte preminente di notizie-spettacolo per una vasta generazione analogica, anziana e non molto scolarizzata (senza che ciò escluda ampie porzioni di giovani poco sfiorati dall’appartenere alla generazione digitale); per mantenere la propria presa sugli spettatori i palinsesti si sono trasformati, aggiornati, puntando alla contaminazione dei generi e alla loro con-fusione: i reality, per esempio, sono spettacolo, con un po’ di “vita vera”, con una spruzzata di informazione; Striscia la notizia, come Le iene e altri format, fa informazione fra comicità, marketing e spettacolo (o fa spettacolo fra informazione e marketing?) mentre i siparietti di Crozza sono comici ma si basano su un piuttosto esplicito messaggio politico. Tutto viene ammantato di leggerezza (per “intrattenere”) ma tutto ha un’apparenza di realtà (per “convincere”).

manipulation_1499345Questa grande narrazione televisiva ha una continuità anche passando da programma a programma, ed è una narrazione caratterizzata dal tipo di pubblico che ciascuna emittente intende fidelizzare, più o meno giovane, più o meno colto… Le televisioni generaliste destinate al grande pubblico forniscono rappresentazioni coerenti del mondo attraverso i telegiornali come attraverso le fiction, i reality e gli altri programmi proposti. Lo spettatore trova quindi delle cornici di senso coerenti, che impara a riconoscere e fare proprie, in cui incastonare specifici casi, fatti eclatanti, aneddoti. L’aneddoticità esemplare è importante perché costituisce una forma comunicativa basilare, semplice e facilmente comprensibile. La denuncia del finto avvocato barese di Striscia non era un discorso sull’Ordine degli Avvocati e i procedimenti per accedervi, non un discorso sulla Giustizia e i suoi eventuali difetti e neppure un complesso discorso morale sulla cattiveria dell’uomo ma semplicemente un episodio, un aneddoto, un ritaglio (in questo caso falso) estratto da una vastità incomprensibile se non riducendola a caso esemplificativo, esattamente come fanno le riviste di gossip che affiancano lo scandaletto della diva al delitto efferato alla ricetta di cucina. La costruzione di questi “casi”, la loro ripetuta proposizione, si affianca all’interpretazione della vita come caso e fortuna dei quiz a premi, del pianto in diretta, della sciagura aerea, della protagonista del telefilm… Tutto è collocato su uno sfondo piatto, senza spessore, che si adatta allo spettatore come lo spettatore si conforma ad esso.

Ecco perché programmi come Striscia la Notizia sono ben lontani da quello che sostengono di essere: sono a tutti gli effetti e consapevolmente programmi di disinformazione di massa, o di diseducazione se preferite. Programmi che contribuiscono pesantemente alla costruzione di schemi mentali orientati a una certa visione di mondo che include anche la visione politica. Non c’è bisogno di fare esplicitamente propaganda a un leader o a un partito, anzi il contrario; si costruisce un tessuto ideologico, culturale e informativo disponibile ad accogliere determinate visioni anche politiche. Il berlusconismo in fondo cos’è stato, se non un grande scenario ottimistico di milioni di posti di lavoro, ristoranti pieni, presunto prestigio internazionale incastonati da aneddoti frammentati centrati sul leader, dalla mamma al bunga bunga, dal Milan al viso insanguinato dopo il quasi-attentato? Il tutto collegato da un messaggio ripetitivo, ossessivo, ripetuto fino all’esasperazione (i comunisti, le toghe rosse…). I vent’anni di berlusconismo trascorsi sono stati un palinsesto televisivo vincente, come le televisioni berlusconiane (e la RAI che si è prontamente accodata) sono state la realtà del berlusconismo.

tv-buyLa conclusione non riguarda più Striscia o Berlusconi ma la generale manipolazione cui siamo soggetti. I falsi televisivi, le bufale, le finzioni spacciate per cronaca sono esistite da quando questa televisione si è affermata: i quiz pilotati, i falsi scoop, i finti processi e i finti clamorosi incontri e le finte sorprese recitate da attori, i finti pianti in diretta, i finti reality dove l’imprevisto è attentamente programmato, tutto questo va assieme alle notizie dei telegiornali date a metà, date prima o dopo altre per connotarle emotivamente, accompagnate o no da filmati, da “schede” o da commenti a studio, e ancora tutto questo va assieme alla clamorosa finta narrazione dei talk show, autentica truffa informativa sulla quale mi sono già intrattenuto tempo fa. Ho parlato solo di televisione, ma sulla disinformazione via Internet (molto più veloce e penetrante per ragioni diverse) potete leggere alcuni vecchi post, sempre attuali:

Risorse:

Ignoranza ed idiozia

Ignoranza ed idiozia

di Jàdawin di Atheia

Solo poche righe: da qualche giorno in televisione gira una pubblicità di un noto apparecchio acustico. A un signore fanno dire il beneficio che ha con quel prodotto, e dice quasi esattamente “riesco a sentire bene gli audi dei film….”.

Ovviamente a me sono cominciate le convulsioni: è più o meno dalle medie che so che audio e video non vogliono il plurale. Ma gli idioti autori dello spot, ignoranti e beceri, evidentemente non lo sanno.

Probabilmente qualche telespettatore sì, lo ha fatto notare a quell’emittente (o, chissà, se ne sono accorti da soli…) e le parole sono prontamente (dopo circa due settimane) cambiate in “riesco a sentire bene i dialoghi dei film…”. A parte che in un film non ci sono solo i dialoghi (bastava dire il sonoro, o il suono), è una buona cosa. Non voglio fare pubblicità positiva, ma questa emittente finisce per “sette”.

Un’altra emittente non se n’è invece accorta, e si continua a sentire di “audi”. Non voglio fare pubblicità negativa, ma questa televisione finisce per “quattro”, e si proclama anche “nuova”.

Ci siamo persi in un universo parallelo

Dal sito Hic Rhodus del 5 Ottobre 2018 dc:

Ci siamo persi in un universo parallelo

di Claudio Bezzi

Questo post tratta di cose che sappiamo, e che abbiamo discusso e argomentato molte volte su HR. Il motivo per riprendere l’argomento è il salto di qualità. Delle bufale. Un salto di qualità ben lungi dall’essere concluso e che sta per approdare a livelli indistinguibili di mistificazione della realtà.

Per iniziare vi presento questa allucinante trovata del Milanese abbruttito che ha messo in giro questo scherzo (presentato come tale, qui siamo sul piano del gioco e della demistificazione, non della bufala). Vi prego di guardarlo prima di proseguire con la lettura.

 

Quello che ha colpito me, e presumo anche voi, è la facilità con la quale tante persone dichiarano di conoscere Christian Vogue, che è un personaggio inventato. Al netto di chi ha mentito sapendo di mentire (una minoranza, presumo), la risposta positiva (“conosco Christian Vogue, lo seguo, mi piace il suo stile…”) nasce da qualcosa di più del semplice desiderio, più o meno inconscio, di compiacere l’intervistatore; io credo – e qui inizio a tremare – che nel flusso caotico e massivo delle informazioni “formato social”, c’è ormai talmente tanto posto per tutto, incluse molteplici gradazioni di vero/falso, plausibile/implausibile, reale/apparente, che la figura di Christian Vogue diventa “vera”, “reale” e per ciò spesso in qualche oscuro modo “già nota”, “già frequentata”, per il fatto stesso che si palesa con tutti i cliché di una post verità del momento: bella donna al braccio, fotografi che paparazzano e – attenzione – molteplici altre persone che fotograno e chiedono selfie, ciascuna che ritiene “vero” il personaggio perché reso tale dagli altri.

La verità diventa vera perché la rendiamo tale in un coro autodiretto. O meglio: questa verità è per forza di cose sollecitata dall’esterno, voluta, imposta coscientemente; ma poi si auto-alimenta.

Schermata 2018-09-19 alle 12.16.26Dal gioco, dall’esperimento del Milanese imbruttito, passiamo ora alle fake news, ormai chiaramente uno strumento consapevolmente agito come randello politico. In questi giorni è apparsa questa: Enrico Mentana avrebbe ucciso con l’automobile un bimbo sulle strisce;

come vedete il falsario ha messo una certa cura nel copiare logo e caratteri tipici del quotidiano la Repubblica, in modo da far apparire come autentico ritaglio di giornale la sua menzogna; fino a poco tempo fa analoghe bugie venivano realizzate in maniera più grossolana; andavano bene 2-3 anni fa ma, a furia di indicare questa piaga, evidentemente una certa (piccola) percentuale di utenti social Schermata 2018-09-19 alle 12.27.41sono diventati più diffidenti, e quindi il nuovo livello è la falsificazione del medium, oltre che del messaggio (e chi ricorda Luhman sa che così, indubbiamente, la falsità viene enormemente rafforzata). Analoga a  questa bufala su Mentana quella contro il debunker David Puente, sempre con grafica la Repubblica, infamato con l’accusa di essere un pedofilo (accostando questo alle sue origini semitiche.)…

Ce ne sono state altre ancora, ma avete capito il senso.

Oggi chiunque, assolutamente chiunque, può essere attaccato, e pesantemente, in un modo che “appare” vero. Mi aspetto che – con tecnologie ancora costose ma già presenti – si possano a breve costruire dei video in cui il giornalista o il politico scomodo viene ritratto compiere illeciti (ricordate la principessa Leila nell’ultimo Star Wars; l’attrice Carrie Fischer, morta prima di poter fare le riprese, è stata ricostruita digitalmente). A quel punto diventa facile cadere in una rete di percorsi veri (ma quali?), quasi veri, in piccola parte veri, assolutamente falsi, sostenuti da immagini, da video, da migliaia di indignati che concorrono a dare vita, a sostenere, sollevare, diffondere quel falso. E se milioni di mosche mangiano merda, cribbio, significherà pure che hanno ragione, e quindi via, tutti imbrancati nella facile esaltazione degli indignati da salotto (una categoria odiosa), a sanzionare e diffondere. Chi potrà salvarsi?

Che poi, stiamo scoprendo, ci sono, sì, persone isolate che costruiscono i falsi per sbarcare il lunario, ma in generale non solo c’è una regia, ma una vera e propria  organizzazione attenta a cogliere, dal flusso dei social, quegli ‘alert’ che segnalano codice giallo uscire dal novecento per battere salvini_cover Claudio Bezzi copianotizie sgradite, attivisti insistenti, l’espandersi di opinioni pericolose. A noi promotori di Codice giallo (io e la mia amica ed editor Fantasma-madre) sono già partite le “trollate”, a volte sciocche e a volte minacciose, nel corso della prima settimana di uscita del volume; ancora roba da poco, ma ci possiamo aspettare, ora che abbiamo iniziato una promozione più capillare) di diventare a breve bersagli di un flame anche più inquietante.

A scanso di equivoci: io non sono pregiudicato, non ho investito nessuno, non sono pedofilo, non ho molestato donne, non ho evaso milioni e neppure centesimi, non sono satanista, non ho imbrogliato sul curriculum, non mi sono comperato la laurea, non sono massone, né illuminato, né rettiliano, Soros non mi ha mai dato un centesimo, Bilderberg non so neppure dove sia, non ho mai maltratto un’animale e raccolgo la cacca della mia cagna al parco. Tutto ciò a futura memoria.

Infine: guardate che la proposta di Vito Crimi di tagliare i fondi per l’editoria, sembra superficialmente un attacco a Berlusconi (ma poi: un sottosegretario fa proposte di legge contro un individuo o un impresa?) e alla stampa sostenuta dal denaro pubblico (vecchia canzone dei populisti casaleggini) ma è – nel disegno attuale – un attacco alla stampa libera, che spesso senza quel fondo sarebbe destinata a morire. L’attacco all’editoria (mascherata da norma per ristabilire presunte equità) è una faccia dell’attacco del governo grigio-nero alla libertà di stampa e di opinione, esattamente come l’esercito di troll e bufalari che – con tutta evidenza – persegue un disegno al servizio di… mettete voi nome e cognome, è facile. A breve ci aspettiamo una bella censura ai blog (no, non ci riferiamo alle norme europee sul copyright), alle manifestazione di piazza e, perché no, una bella censura alle email.

No, non sto scherzando.

Bigotti e lecchini: la Rai è occupata!

Bigotti e lecchini: la Rai è occupata!

di Jàdawin di Atheia

Da tempo mi trattengo: ora però non ci riesco più. Benché questo blog non abbia certo il seguito di tanti altri, e mi basterebbe averne il 10%, debbo scaricare un po’ di rabbia.

La Rai è sempre stata Radiotelevisione Apostolica Italiana, ma penso che negli ultimi vent’anni, e soprattutto da quando c’è il grande falso e imbroglione Francesco, la tracotanza, la sfacciataggine e il marciume filo-cattolico di tutta la Rai, dalle maestranze più basse ai dirigenti, passando per presentatori, conduttori, nani e ballerine, abbia raggiunto livelli impensabili neanche durante i monocolori DC.

La Rai, dunque, è occupata! È occupata da uno Stato straniero. Questo Stato è il Vaticano che, oltretutto, ha talmente potere che è riuscito a farsi chiamare, da tutti gli altri, “Santa Sede”, travalicando la sua denominazione ufficiale di “Stato della Città del Vaticano”.

Questa occupazione è nello stile della piovra, simbolo che giustamente gli anticlericali hanno assegnato alla Chiesa: avvolge tutto, si ramifica in ogni dove, in ogni ufficio, in ogni settore, in ogni trasmissione, e la Rai addirittura dedica un proprio settore e relativo sito, http://www.raivaticano.rai.it/ proprio al Vaticano!

Facciamo qualche esempio, proprio in quello che è più evidente ai telespettatori: conduttrici e conduttori. Così, come mi vengono in mente.

Belle immagini, posti stupendi, neve immacolata, montagne svettanti e valli verdi: mi piace la montagna e vedo Linea bianca su Rai 1, cercando di dimenticare, da freddofilo quale sono, Linea blu (pur amando anche il mare). Ma il bel Massimiliano Ossini, pur simpatico, passa di vetta in vetta, soprattutto quelle, numerosissime, con l’immancabile croce, il suo compagno Lino Zani dal gran naso dice io sono cattolico, lui dice “anch’io lo sono”, si inginocchia e fa il segno della croce, alla faccia del pluralismo nell’informazione o, meglio, della sua neutralità. In altre trasmissioni fa lo stupido segno senza nemmeno spiegarlo. E così via, di chiesa in chiesa, di croce in croce, di prete in prete.

Unomattina, sempre su Rai 1, è condotto da Benedetta Rinaldi e Franco Di Mare. I due sono simpatici e la prima è pure bella e ridanciana ma anche loro rispettano, e sembrano proprio sinceri e convinti, il diktat filo-cattolico e soprattutto filo-Bergoglio.

Ma è Storie italiane, che subito segue dal lunedì al venerdì intorno alle 10, che si prende tutte le licenze con la sua conduttrice Eleonora Daniele. Bella e bionda (non sappiamo se vera o tinta), l’Eleonora atteggia il viso contrito quando si parla di brutte notizie, non lo fa benissimo ma sempre meglio dello zerbino Fabio Fazio, si aggira per lo studio sempre impeccabile e sempre con scarpe con tacco 12 e forma rigorosamente a punta (speravamo che la nefasta moda stesse passando….), con lei il lecchinaggio ipocrita e moralista verso la religione cattolica ed il suo monarca straniero raggiunge vette altissime, quasi sempre ospitando in studio il prete in rigoroso clergyman, ma grigio. A volte il prete cambia, e con lui l’abito “normale”, ma la tracotanza è la stessa.

E spesso c’è anche l’ausilio di una orrenda suora che si dice “laica”, e tutti sfornano, a richiesta, le loro opinioni e talvolta con quale protervia! Loro sanno benissimo di giocare in casa….

Ma dovete vederla e sentirla, l’Eleonora, quando qualcuno in studio o in collegamento appena appena si azzarda ad andare fuori dal coro! Lei si indigna, si arrabbia, afferma che “queste cose” lì, da lei, non si possono dire, non sono permesse, e che caspita! Ma scherziamo?

Con La vita in diretta, che segue, con la stessa frequenza, intorno alle 15, non si scherza: il conduttore Marco Liorni (di cui lo sfortunato predecessore Lamberto Sposini ci sembrava, sotto questo aspetto, decisamente meglio) e la bella Francesca Fialdini sono ambasciatori in Italia, ma simpaticamente e pagati dai contribuenti, del monarca straniero oltre Tevere. In occasione del compleanno del dittatore argentino addirittura gli dedicano, annunciata dal faccione sorridente ed estatico del Marco, l’intera prima parte del programma. E tutto il resto della trasmissione, appena possibile, è improntata a questo rivoltante vassallaggio moralista e bacchettone.

Con Zero e lode, il simpatico gioco in onda sullo stesso canale, ci si può anche divertire ma il suo conduttore, Alessandro Greco, fa le imitazioni di Bergoglio, dice “il nostro amato papa”, betamente ignorando, oltre ai non cristiani, anche quel 9-14% (statistiche cattoliche) di spettatori atei, agnostici e non credenti che, insieme a tutti gli altri con il canone, possono permettere alla Rai di lautamente pagarlo per fare il lecchino della setta cristiana. In un momento del programma c’era, manco a dirlo, una domanda di argomento religioso e lui si è rivolto allo “zerologo” Francesco Lancia chiedendo se ci fosse una risposta relativa “alla Madonna, la mamma di Gesù”: la risposta, per puro caso, non c’era, e lui era visibilmente dispiaciuto, povero cocchino di Bergoglio……

 

(articolo in progress, mano a mano mi vengono in mente i nefasti epigoni…..)

 

Pessima organizzazione, programmi difettosi o attacco alieno?

Pessima organizzazione, programmi difettosi o attacco alieno?

di Jàdawin di Atheia

La pessima azienda nella quale lavoravo, grande e meschina al tempo stesso nelle Telecomunicazioni, ha una mutua interna,. alla quale si chiedono rimborsi di prestazioni varie, secondo una normativa e un tariffario ben preciso. Ultimamente ho messo a posto un po’ di denti, chiedevo il rimborso e mediamente dopo due mesi mi arrivava, direttamente sul conto, la somma erogata. Per l’ennesima volta mi arriva uno scritto, questa volta datato 09.03.2018, nel quale c’è scritto (BADATE BENE, LEGGETE ATTENTAMENTE) “A seguito della sua richiesta di erogazione……la informiamo che l’ammontare complessivo……è stato determinato nella misura di E. 104,00 (non sanno usare nemmeno il carattere dell’euro!) CHE LE VERRA’ CORRISPOSTO NEL MESE DI DICEMBRE (2017)”

 

INPS: parlarne male è come sparare sulla Croce Rossa…

Non posso più tacere sull’inefficienza di questi signori. Esperienza personale, ottobre 2017 dc

INPS: parlarne male è come sparare sulla Croce Rossa…

di Jàdawin di Atheia

Sono pensionato, e quindi è abbastanza frequente che entri nel sito dell’Inps: lo facevo anche quando lavoravo.

Solo per la consultazione avevo ottenuto il Pin di 16 cifre poi, seguendo la procedura, ho ottenuto il Pin Dispositivo, di 8 caratteri, con cui si hanno più possibilità nel sito.

Il sito era pessimo: confuso, illogico, caotico. Tra il 2016 dc e il 2017 dc ne hanno tanto strombazzato il rifacimento in meglio, ma le attese sono state superiori al concreto miglioramento.

Nel frattempo ho ottenuto lo SPID-Servizio Pubblico Identità Digitale, tramite Poste Italiane. E ho utilizzato anche questo servizio, che potrebbe essere comunque migliorato.

Per entrare in My INPS ci sono dunque tre possibilità: con il PIN, e la maschera che si apre recita “Per l’accesso ai servizi online è necessario il possesso di un codice PIN rilasciato dall’INPS oppure di una identità SPID o di una Carta Nazionale dei Servizi (CNS).” Ritengo di conoscere abbastanza bene l’italiano: queste tre modalità sembrerebbero dunque ALTERNATIVE tra loro. Una, o l’altra, o l’altra ancora. La seconda modalità è dunque lo SPID, e la terza è la Carta Nazionale dei Servizi, ma questo sistema è più complicato perché devi avere il lettore di smart card collegato e i driver dello stesso nel pc.

Qualche mese fa, per stampare il listino della pensione (o, meglio, dell’isopensione, vedi Articolo 4 della cosiddetta Legge Fornero) netro digitando il Pin ma mi compare un errore che, come al solito, dice che la Userid o la password sono errate (senza ovviamente sfruttare la teconologia che è in grado di dire quale delle due digitazioni è errata). Non sono stato ad indagare, e sono entrato con lo SPID.

La stessa cosa è successa in ottobre 2017 dc: ho ottenuto quello che volevo con lo SPID ma ho voluto chiedere al tanto pubblicizzato servizio INPS risponde l’informazione definitiva.

Le risposte arrivano in e-mail.

Leggete bene da qui in poi: io ho fatto questa domanda:

“AVEVO UN PIN PER ACCESSO A INPS, DIVENTATO PIN DISPOSITIVO. HO POI ATTIVATO LO SPID TRAMITE POSTE.IT DAL 19/04/2016, DA ALLORA NON RIESCO A ENTRARE IN INPS COL PIN DISPOSTIVO (RICEVO UN MESSAGGIO DI ERRORE DELLO USERID O DEL PIN!), MA SOLO CON LO SPID. IL PROBLEMA È CHE NON HO LETTO DA NESSUNA PARTE CHE, EVENTUALMENTE, L’ACCESSO CON LO SPID “ANNULLA” L’ACCESSO CON IL PIN DISPOSITIVO, MI POTETE CHIARIRE QUESTO PUNTO? GRAZIE”. (Nota bene, io ho scritto in minuscolo, l’orrendo tutto maiuscolo lo hanno trasformato loro)

Con un po’ di attenzione si dovrebbe capire che la domanda è: ora che ho lo SPID per entrare in INPS non serve più il PIN, che mi da infatti errore?

I genii dell’INPS mi hanno così risposto:

“Gli utenti già in possesso di un PIN possono accedere a tutti i servizi loro autorizzati anche con le credenziali SPID.”

I commenti li lascio a voi……

 

Imprecisione ed incoerenza anche in Zeus News

Imprecisione ed incoerenza anche in Zeus News

di Jàdawin di Atheia

Zeus News (Indirizzo) è un sito che si descrive così: Zeus News è un notiziario dedicato a quanto avviene nel mondo di Internet, dell’informatica, delle nuove tecnologie e della telefonia fissa e mobile…

Invia, a chi ne fa richiesta, una newsletter con alcuni degli articoli pubblicati, raggiungibili direttamente dai link presenti nelle e-mail.

A mio avviso proprio un sito dedicato a Internet, all’informatica e alle nuove teconolgie dovrebbe essere preciso e coerente, quanto più possibile, in quello che scrive.

Ebbene, oltre che avere, tra gli “esperti” su Telecom Italia un dipendente della stessa che è spesso più disinsformato ed impreciso di chi in Telecom non è, continua a fare confusione, come gli stessi dirigenti di Telecom Italia, i suoi dipendenti e tutti i giornalisti e i sindacalisti, sullo stesso nome di questa azienda.

Ora, un po’ di chiarezza: nel 1995 dc naque, per dedicarsi all’attività di vendita e gestione della telefonia mobile, la società Telecom Italia Mobile Spa come scissione parziale di Telecom Italia Spa. Questa società faceva parte del Gruppo Telecom Italia e veniva per lo più nominata con la sua sigla, TIM (o Tim, se si preferisce).

Nel 2004 dc, il giorno 1 Marzo,  Telecom Italia Mobile Spa-TIM viene incorporata nuovamente in Telecom Italia Spa e la sua attività prosegue come linea-divisione interna di Telecom. Vengono create due società, probabilmente tuttora esistenti, per dividere ulteriormente l’attività ex-Tim tra la parte italiana, di cui si sarebbe dovuta occupare Tim Italia Spa, e la parte internazionale, che sarebbe stata affidata a Tim International B.V., entrambe controllate al 100% da Telecom Italia Spa. A giugno avviene il completamento dell’incorporazione di Tim in Telecom. Le due società citate rimangono esistenti e “vuote”, senza compiti e senza attività, pronte all’occorrenza, evidentemente.

Nel 2014 dc Telecom Italia inizia a fare dei cambiamenti, per lo più senza sostanza e senza senso, e a scegliere il marchio TIM (che ovviamente si ostinano a chiamare brand – e l’operazione rebranding, in piena coerenza con lo smodato uso dell’inglese a tutti i costi anche nel nominare la propria struttura interna) per tutte le attività di telefonia. In un comunicato in e-mail ai dipendenti e nella propria Intranet, verso la fine del 2015 dc, vuole convincere i più riottosi che “noi siamo TIM!”, salvo poi, alla fine dello stesso comunicato, affermare che anche indicare Telecom Italia “va bene”!

Concludendo, richiamo i pochi miei lettori alla sostanza: NON ESISTE Tim Spa, invece CONTINUANO AD ESISTERE Telecom Italia Spa, AL CUI INTERNO c’è la ex-Telecom Italia Mobile-TIM Spa, e, come scatole vuote (se ancora esistono), Tim Italia Spa e Tim International B.V. Ragion per cui NON HA SENSO ed è INESATTO, IMPRECISO, FALSO, NON RISPONDENTE AL VERO E FUORVIANTE dire e scrivere “Tim ha fatto…”, “Tim ha detto….”, “Le azioni di Tim…..”!

Nell’articolo  Il governo si prepara a entrare in Telecom Italia, pubblicato il 23 Dicembre 2016 dc e che mi ha dato lu spunto per scrivere queste brevi note,  Zeus News si contraddice fin dal sottotitolo, scrivendo La CDP è pronta a rilevare quote di TIM. Nel corso dell’articolo c’è sei volte Tim e una volta Telecom Italia.

Leggi l’articolo originale su ZEUS News – http://www.zeusnews.it/n.php?c=24906

AGGIORNAMENTO dell’11 Marzo 2017 dc:

Ho richiesto, tramite pratiche.it, una Visura Camerale Storica: è un documento in pdf di oltre 2000 pagine nel quale sono elencate tutte le variazioni, di qualsiasi tipo, di Telecom Italia Spa da una certa data ad oggi. La denominazione dell’azienda compare nel documento in TUTTO MAIUSCOLO in questo modo

TELECOM ITALIA SPA O TIM S.P.A.

A parte che non si dovrebbe mai usare il tutto maiuscolo (e in questo caso la “o” tra la prima denominazione e la seconda, che è congiunzione-nel senso “Telecom Italia Spa oppure Tim Spa-, nel tutto maiuscolo potrebbe sembrare parte stessa della denominazione!, ma questo và ascritto alle Camere di Commercio, ritengo, e non certo alle aziende) e che la sigla di Società per Azioni compare la prima volta senza punti e la seconda con i punti, il che è ridicolo e senza senso, si deduce che l’Azienda ha fatto una variazione proprio della denominazione ufficiale in tempi molto recenti (tra la fine del 2016 dc e l’inizio del 2017 dc, secondo me), ma di questa stessa variazione non c’è traccia nella visura camerale storica che ho consultato. In ogni caso il ridicolo rimane, faccio sempre l’esempio, già usato in altre occasioni, dell’azienda Star: se avesse fatto coma ha fatto Telecom Italia avrebbe potuto decidere di chiamarsi come il suo prodotto di maggior successo, la Patatina Pai e, per adeguarsi formalmente, avrebbe modificato la propria denominazione in STAR SPA O PATATINA PAI SPA……

 

Il burkini non è un diritto umano

da Hic Rhodus 17 Agosto 2016 dc:

Il burkini non è un diritto umano

burkini-islam

Abbiamo da poco commentato la pretesa di imporre i propri simboli religiosi, con riferimento al velo e al rifiuto della stretta di mano femminile.

Il quel post ce la prendevamo in particolare con due atteggiamenti islamici ma siamo stati attenti a includere tutti i simboli di qualunque religione, incluso il crocifisso, per intenderci.

La nostra idea è che in una società inclusiva e pluralista e, soprattutto, laica, i simboli religiosi ostentati siano divisivi, stimolino la diffidenza, creino competizione e cattiva comprensione del prossimo, e non servono grandi studi sociologici per dimostrarlo.

Una società liberale e tollerante garantisce la libertà di culto a chiunque (inclusa la libertà di rifiutare qualunque culto) nella sfera privata, ma cerca di evitare l’ostentazione antagonista.

Per questo riteniamo che il velo integrale che copre il viso alle donne (tipo niqab e burka) non sia tollerabile, mentre l’hijab sì.

Ora è scoppiato il caso del burkini (costume da mare integrale) vietato a Cannes e in Corsica. Protestano le donne musulmane rivendicando la libertà di vestire come pare a loro ma sbagliano, almeno sul piano dialettico.

È naturale che ognuno vesta come gli pare: se io voglio attraversare il centro con un tutù rosa, le scarpe gialle e una farfalla di cartapesta come copricapo non me lo può impedire nessuno, e se per una qualche ragione mia moglie volesse stare in spiaggia con un costume integrale, ugualmente nessuno potrebbe avere da ridire. Ma le donne islamiche che indossano il burkini lo fanno in quanto islamiche, non per una scelta personale, estetica o igienica. Il burkini rappresenta un’ostentazione identitaria sovente imposta socialmente dal loro gruppo di appartenenza in nome di vaghi precetti semi-religiosi (che tali non sono, come chiarimmo a proposito del velo).

Il concetto non è “vesto come mi pare” bensì “vesto un simbolo religioso identitario e divisivo”. È una questione di motivazione e di contesto che fa la differenza, non il capo d’abbigliamento in sé.

Per difendere le ragioni delle donne musulmane Ikram Ben Aissa denuncia la limitazione alla libertà delle donne imposta a Cannes. L’Autrice dice anche alcune cose giuste, nel suo articolo, ma il cuore del suo ragionamento non è da me condivisibile quando scrive:

Che si vadano a formulare dei divieti fondati sull’idea che indossare un velo implichi un legame col fanatismo è un qualcosa d’inaccettabile.

Sì.

Ostentare il velo integrale (o il burkini) ha a che fare col fanatismo, non meno dell’ostentazione della croce per il cristiano che si segna tre volte prima di salire in treno.

Poiché è assolutamente chiaro che non si tratta di un precetto religioso obbligatorio (lo abbiamo argomentato nel già citato post sul velo) ed è noto che molte donne islamiche (in Paesi tolleranti) non sentono il bisogno di indossarlo, ne consegue che è una scelta individuale (soggetta a molte pressioni sociali) per dichiararsi, per distinguersi, per escludersi.

È esattamente questa scelta individuale così motivata che diviene inaccettabile.

Prosegue l’Autrice:

I cittadini dovrebbero sentirsi liberi d’indossare ciò che vogliono! Quand’è che i musulmani in Europa verranno rispettati e trattati da cittadini alla pari? Quand’è che la smetteremo di marginalizzare milioni di cittadini europei musulmani, e in particolar modo le donne?

L’esagerazione come strumento retorico è noto.

Dove sarebbero i milioni di cittadini europei musulmani marginalizzati?

I cittadini europei musulmani, come quelli buddisti, testimoni di Geova, induisti etc., vivono, lavorano, studiano esattamente come tutti gli altri, soggetti alle stesse regole, norme e leggi.

Anche regole e norme “sociali”, non quindi scritte nei codici. Il cittadino musulmano ha tutti i diritti di andare alla moschea, rispettare il ramadan e seguire un atteggiamento (femminile) fondato sulla modestia e la discrezione, ma credo che abbia meno diritti riguardo l’ostentazione, come detto, e ripeto che ciò vale per tutte le religioni (e per gli atei) inclusa la cristiana.

La cosa che più mi colpisce e incuriosisce, comunque, è questa impossibilità di capirsi. Ikram Ben Aissa crede fortemente che siano lesi i diritti umani delle donne islamiche

Pare che i diritti umani non siano più garantiti per tutti — quindi dovremo trovare un modo per guadagnarceli.

e non si compenetra minimamente nei valori europei che pure cita all’inizio del suo pezzo.

Non comprende, per esempio, che la libertà di tutti passa per delle limitazioni per ciascuno, nessuno può fare ciò che vuole in nome di presunti diritti: io amerei moltissimo restare nudo in spiaggia, ma so che non lo posso fare (se non in specifici luoghi deputati) perché sarebbe ritenuto offensivo e immorale da altri.

Ma non rivendico un “diritto umano” Schermata 2016-08-16 alle 12.41.01violato. Anche una commentatrice islamica, in coda al pezzo citato, litiga con un altro, italiano, scrivendo a stampatello “ci vestiamo come pare a noi e non dobbiamo rendere conto a voi. Pensate alle vostre donne che vanno in giro nude”.

Anche questo sfogo lascia intendere la barriera culturale voluta e difesa: c’è un “voi” che lasciate le donne nude (=immorali) e un “noi” che difendiamo la fede, la tradizione, la virtù (=giuste).

Ciò mostra l’ostentazione divisiva che si richiamava prima. Io ricordo bene di avere visto, in una spiaggia a sud della Turchia, in anni felici in cui Erdogan non era diventato il despota attuale, donne turche col velo nero integrale chiacchierare tranquillamente con amiche turche in bikini. Mi sembrò subito un bell’esempio di reciproca tolleranza e integrazione che, temo, sta finendo anche in Turchia. Com’è noto in diversi Paesi islamici particolarmente integralisti, però, sarebbe impossibile vedere una scena simile. Il velo è obbligatorio e i bikini non sono permessi neppure a occidentali. Ikram Ben Aissa rivendica il proprio “diritto umano” al burkina dimenticando i diritti umani basilari dei milioni di donne in Arabia Saudita e altri paradisi islamici.

Io credo, in conclusione, che il problema della reciproca comprensione sia a uno stadio ancora piuttosto arretrato.

La diffidenza occidentale, spessissimo immotivata, è alimentata dal repentino aumento degli immigrati, dai frequenti attentati terroristici e da mestatori nostrani che soffiano apposta sulla paura.

Ma una persona intelligente non può ignorare questi fattori. L’allarme sociale di questi anni rispetto al terrorismo islamico, ancorché esagerato non nasce per caso, e la sua matrice religiosa non può essere ignorata: come non capire, quindi, che ostentare il burkini appare a taluni come una provocazione? Come non capire che pretendere il presunto “diritto umano” di indossarlo si presta a critiche, ulteriore diffidenza, esasperazione, come la sparata di Picardo sul diritto alla poligamia.

Insomma, noi occidentali dovremmo certamente imparare a essere meno diffidenti e più tolleranti, ma l’Europa nasce da un profondo e doloroso processo di secolarizzazione, durato secoli e pagato sangue, che deve essere compreso da chi chiede di vivere qui, e qui viene accolto nel rispetto di tutti i diritti umani.

Delle cose bizzarre che Dio proibisce e della laicità dello Stato

Da Hic Rhodus  5 Agosto 2016 dc:

Delle cose bizzarre che Dio proibisce e della laicità dello Stato

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di Bezzicante

Permettetemi una dichiarazione preliminare, una sorta di excusatio non petita che chiunque abbia un po’ di dimestichezza con lo scrivere e il comunicare sa che non si deve fare, mai. In questo post tratterò comportamenti religiosi che contrastano col vivere in una comunità laica. La prima parte del post girerà intorno alla natura di questi comportamenti: sono veramente “religiosi”? Voglio dire: certe cose decisamente bizzarre le ha veramente volute Dio? Capite subito che il fatto stesso che io giudichi ‘bizzarri’ determinati comportamenti che, per taluni, sono sacri e vincolanti e oggetto dello sguardo divino mi colloca immediatamente fuori dalla capacità di comprenderli. Sono laico. Non solo credo nella necessità di uno stato laico e nella separazione fra fede e politica, fra chiesa e istituzioni ma, sostanzialmente, sono distante dal devozionismo, dalla fede, dal conseguente forte coinvolgimento emotivo dei credenti. Il mio linguaggio è un linguaggio differente, mi assumo le colpe dell’incomprensione. E questa era l’excusatio per la prima parte dell’articolo. La seconda parte, più breve, prescinde dalle mie incomprensioni e dalle vostre fedi; riguarda la pretesa, in uno stato laico occidentale, di tenere rigorosamente separate la sfera religiosa da quella politica per tutti, compresi gli immigrati e coloro che credono in altre religioni (differenti dalla cristiana) per i quali scatta spesso un meccanismo etnocentrico all’incontrario. Per timore di essere giudicati razzisti si concede di più, assai di più, di quanto la nostra tradizione laica chieda. E ora le premesse sono finite e potete leggervi l’articolo.

Ho già trattato a suo tempo la questione del velo islamico segnalando che l’obbligo a indossarlo, per le donne musulmane, non è una questione di religione ma di identità culturale sostanzialmente condizionata da una società misogina; in quel vecchio post ho utilizzato fonti islamiche per la prima affermazione (il velo non c’entra col Corano) e un’importante e ampia ricerca internazionale che fornisce evidenze sulla seconda (la diffusione del velo è correlata con la tolleranza e l’apertura della società di appartenenza). Di questioni analoghe ce ne sono in tutte le religioni, ciascuna delle quali sostiene che dio vuole che si mangino oppure no determinati cibi, ci si tagli oppure no il prepuzio, ci si comporti in determinati modi fra le lenzuola e via discorrendo. Un tratto evidente di ciò che viene definita ‘secolarizzazione’ (ne abbiamo parlato QUI) è l’abbandono di questi costrutti privi di aderenza con una fede religiosa piantata nel XXI secolo; si può continuare a credere in dio, con devozione e passione, rinunciando a credere che sia peccato mangiar carne il venerdì, per esempio. Ma la secolarizzazione è un processo che riguarda la modernità e il lento progredire delle idee attraverso i secoli. Non in tutto il mondo e non in tutte le religioni i percorsi sono stati simili, e parlare di secolarizzazione nelle aree islamiche più tradizionali è abbastanza sciocco (alcune ragioni le rammenta Galli della Loggia QUI).

Analoga alla questione del velo c’è una bizzarra ritrosia alla stretta di mano:

In una regione nel nord della Svizzera due studenti musulmani saranno obbligati a stringere la mano alle professoresse all’inizio e alla fine della lezione, come è tradizione nel Paese elvetico, ma in questo modo verranno meno ai dettami della loro religione che vieta i contatti fisici tra uomini e donne che non abbiano un legame di parentela (Fonte: Corriere della Sera; l’articolo illustra la sequela di polemiche suscitate da questa decisione).

Ho quindi percorso lo stesso procedimento utilizzato per il velo e sono andato a cercarmi fonti islamiche che mi illuminassero e ho trovato questa che dice che sì, è proprio vietato, a un uomo, stringere la mano a una donna che non gli appartenga (testuale), o che non sia una delle sue parenti “strette” (fonte). Questa prima fonte, eruditissima e ricca di riferimenti non cita mai il Corano ma solo seguaci illustri, giureconsulti, sceicchi devoti e così via: un po’ come se un cattolico citasse noti dottori della chiesa, teologi medioevali e simili. Idem altre fonti come QUESTA di donne musulmane (si cita la moglie del profeta e il Corano solo come fonte indiretta in merito alla modestia ed esemplarità – in generale – del comportamento femminile); così molteplici fonti italiane che riportano la medesima spiegazione e anche fonti inglesi… che riportano la medesima spiegazione (letteralmente! Evidentemente tutti traggono e traducono da una medesima centrale teologica): per esempio QUESTA che però (traducendo meglio l’originale) spiega come la fonte sia un’Hadith, parte della Sunna che, dopo il Corano, è un testo sacro per i musulmani. Non ve la voglio far lunga in questa prima parte dell’articolo, e arrivo alla conclusione. Diversamente dal velo, la stretta di mano sembra indubbiamente parte del contesto religioso islamico anche se – questo è importante – non è il Corano (ispirato da Dio in persona) ma la Sunna. Come un cattolico che affermi una verità religiosa non contenuta nel Vangelo ma nelle Lettere di Paolo. Ma forse sottilizzo troppo io…

A seconda del vostro livello di religiosità sarete portati a credere che certe prescrizioni siano aggiunte dall’apparato religioso che sempre circonda le fedi, aggiunte a volte infelici, non necessarie al rapporto vero e autentico con dio, oppure al contrario potreste ritenere che tutte queste diverse fonti siano comunque ispirate dalla divinità, quindi sacre e prescrittive. Comunque la pensiate, però, segnalo che ragionate su testi letterari, su dichiarazioni, testimonianze… vale a dire parole di uomini e donne (ispirate da dio?) e quindi interpretabili. Ed è la faccenda dell’interpretazione della parola umana che mi confonde: prendiamo per esempio la circoncisione: le principali tre religioni monoteiste attingono allo stesso testo sacro (la Genesi, 17: 10) per obbligare alla circoncisione (ebraismo), per praticarla ma senza un chiaro obbligo religioso (islam), per non praticarla affatto (cristiani, ma non i cristiani copti che invece la praticano). Quindi la Genesi, parola di Dio, è diversamente interpretata e praticata. Se interpretiamo la Sua parola, figuriamoci quella degli interpreti, dei commentatori e dei costruttori di sovrastrutture di mediazione con la divinità.

Tutto questo per dire che stabilire in maniera rigida, assoluta e indiscutibile che Dio, proprio Lui in persona, trovi offensivo che un uomo stringa la mano, come segno educato di saluto, a una donna che “non gli appartiene”, ecco: stabilire in maniera incontrovertibile che sia Dio a volerlo lo trovo alienante. Capisco che dio voglia l’amore e proibisca l’omicidio e accetto anche che voglia essere lodato e santificato, per carità, ma che pretenda un prepuzio in pagamento di un pegno o che trovi riprovevole una stretta di mano mi sembra quantomeno bizzarro.

Fine della prima parte.

La seconda parte di questo articolo cambia completamente registro e si interroga su come deve comportarsi una società liberale (con riferimento al caso svizzero sul quale abbiamo aperto). Vedo due possibilità:

  • possibilità n° 1: siamo liberali, quindi tolleranti, quindi inclusivi, quindi rispettiamo tutti; se siete musulmani e non volete stringere la mano alla professoressa, in quanto femmina che non vi appartiene, bene: avete ogni diritto a farlo anche all’interno della nostra società;
  • possibilità n° 2: siamo liberali, quindi tolleranti, quindi inclusivi, quindi (qui cambiamo la frase) rigettiamo comportamenti tesi all’esclusione (come sono tutti i simboli religiosi); se siete musulmani, o ebrei, o cattolici ciò riguarda la vostra sfera privata e non quella della convivenza pubblica.

Guarda caso si tratta delle due antitetiche posizioni assunte dalla corte UE in due distinti casi riguardanti il velo ma è questa seconda idea che informa correttamente il pensiero democratico liberale occidentale. È per questa ragione che dovrebbero essere banditi i simboli religiosi dagli uffici pubblici, che il velo integrale dovrebbe essere proibito, che la stretta di mano può essere rifiutata solo come oltraggio e non come ferma adesione a un precetto imperscrutabile.

Si dirà che in questo modo si calpestano i diritti di quei credenti. Li offendiamo imponendo i nostri valori laici. Vero. In caso contrario, però, sarebbero loro a imporre i loro valori religiosi. Non c’è via d’uscita: è un gioco che prevede un perdente, il religioso o il laico. Sotto un profilo logico ha poca importanza che il religioso sbianchi in volto, dia in escandescenze e si faccia prendere una sincope dall’obbligo di laicità, mentre il laico semmai fa spallucce e – in virtù della sua apertura mentale – se ne infischi del crocifisso a scuola e dei molteplici obblighi religiosi non richiesti. Sotto il profilo logico c’è un torto che viene commesso a danno di un cittadino, religioso o laico. Per questo sempre la logica suggerisce che in una società moderna deve vincere il primato della laicità. Se nel privato ogni cittadino ha diritto di credere in ciò che vuole, nella vita associata bisogna azzerare le differenze, i contrasti, le potenziali guerre di religione. Come cittadini, uguali doveri e diritti. Non qualche diritto in più per i cattolici, o per i musulmani o per i pastafariani (ed è questo il senso di una recente sentenza della Corte di giustizia UE).

Io credo veramente che stiamo sbagliando molto con i cittadini portatori di altre culture e valori. Siamo capaci di chiudere le frontiere allarmati dai flussi migratori, ma poi siamo così incerti da accettare comportamenti ostili da quei cittadini che brandiscono la fede come simbolo identitario negativo. Dire per esempio che le donne musulmane non devono portare il velo suona come xenofobia, islamofobia. Io credo onestamente che le donne islamiche non debbano portare il velo integrale (quindi: sì hijiab non integrale; no burqa o niqab); credo che se porgo la mano in segno di saluto (semmai non sapendo che per lei, donna musulmana, non è corretto) mi aspetto che la mano mi venga stretta; così come credo che la CEI non debba mettere bocca su alcuna legge dello Stato italiano, che il Concordato vada abolito e il crocifisso tolto dai luoghi pubblici. Credere nell’uguaglianza, quella dei diritti e della cittadinanza, significa rispettare tutte le religioni fino al confine, non superabile, della laicità inclusiva e universalista dello stato.

Credo anche che sia una questione di igiene mentale. O culturale. Se smettessimo tutti di ostentare identità assolute e non negoziabili come quella religiosa, saremmo tutti meno impauriti dai diversi. Cadrebbero molti pregiudizi e, vedendoci più uguali, daremmo tutti meno spazio alle imbecillità fondamentaliste.

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Buffon: in perfetto “stile” Juventus

Buffon: in perfetto “stile” Juventus

di Jàdawin di Atheia

Mi spiace abbassarmi allo stesso livello di tutti i tifosi, che ho sempre biasimato, sempre considerati degli alienati e da cui ho sempre cercato di distinguermi. Ma il mio passato di interista, iniziato in tenera età e da cui invano tento sempre di allontanarmi, non mi rende in grado di resistere al commento acido, tipico del tifoso, malato di un errato senso dello sport e dell’agonismo.

Qualche giorno fa il signor Buffon, portiere della Juventus e della nazionale, ha rilasciato delle dichiarazioni in cui dice che dal 2007 non ci sono state squadre italiane che abbiano vinto la Champions League, ignorando volutamente l’Inter.

Questo atteggiamento, pur non sorprendendo, offende non solo gli interisti ma anche tutti i tifosi veri del calcio, che ben sanno, oltre le illazioni su atteggiamenti fascisti del nostro, che la Juventus, i cui giocatori hanno corso per il campo con un bandierone con scritto “31” senza che nessuno li sanzionasse, è la squadra più padronale del mondo, in quanto squadra della Fiat. In quanto squadra della Fiat, azienda che da più di 150 anni gode di periodici e sostanziosi finanziamenti dello Stato, e che il suo degno amministratore delegato ha avuto la sfacciataggine di negare in un’intervista alla Rai, ha goduto, fin dalla nascita, di innumerevoli favori da parte di organizzatori, arbitri, guardialinee, designatori arbitrali, istituzioni nazionali e internazionali dello “sport”, tanto che qualcuno ha conteggiato che almeno dieci o undici dei suoi scudetti siano stati raggiunti in questo modo.

Che il suo peggior rapresentante, pluri indagato per intrallazzi e corruzione e mai punito, anche se forse è il migliore in campo, si lasci andare a simili sprezzanti dichiarazioni non fa che avvalorare quanto di peggio i veri tifosi e i veri amanti dello sport, in Italia come nel mondo, hanno sempre pensato: di lui, della sua squadra e dell’allenatore che ha avuto, altro pessimo esempio di arroganza e presunzione che ora, allenatore della nazionale, fa di tutto perché molti tifino contro la nazionale, e io sono fra questi. Finché c’è lui.

 

 

 

Ansia per il futuro? Allora NON leggete cosa vi aspetta. 2 – Lavoro e istituzioni, e una conclusione

Da Hic Rhodus 23 Marzo 2016 dc:

Ansia per il futuro? Allora NON leggete cosa vi aspetta. 2 – Lavoro e istituzioni, e una conclusione

Il lavoro

Schermata 2016-03-06 alle 09.59.51Che il lavoro stia cambiando è sotto gli occhi di tutti. E le tecnologie sono il più potente strumento di cambiamento del lavoro. Studi recenti indicano che il 47% della forza lavoro è a rischio imminente negli Stati Uniti a causa dell’automazione, e la penetrazione dei robot nell’industria e nei servizi è stata documentata abbastanza recentemente anche da HR (in due articoli, il primo QUI e il secondo QUI).

Una delle ricadute sociali di maggiore interesse di questa automazione è l’incremento delle disuguaglianze, in quanto il loro impatto sarà molto diverso in differenti aree del mondo: città tradizionalmente manifatturiere rischiano di soffrire un collasso del mercato locale del lavoro assai superiore a città dove l’automazione avrà meno impatti (uno studio per le città americane QUI, pp. 30-36). Schermata 2016-03-06 alle 10.11.44Naturalmente ci saranno nuovi lavori che rimpiazzeranno quelli persi (addirittura 98 milioni di europei fino al 2025, fonte OxfordMartin su dati Cedefop): l’ampio studio della OxfordMartin appena citato indica in oltre 4 milioni le figure professionali nella sanità necessarie negli Stati Uniti da qui al 2022, ci sono poi la green economy e diversi altri settori. Ma, come indica chiaramente lo stesso rapporto, le nuove occupazioni del futuro richiedono competenze elevate che non saranno sempre immediatamente disponibili risultando, conseguentemente, in un possibile deperimento delle potenzialità di sviluppo:

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Un problema chiave resta quindi il prodursi di gap occupazionali gravi dovuti al combinato disposto fra automazione da un lato e rapida possibilità di rimpiazzo di nuove professioni ad alta qualifica.

Ciascuno dei due corni del problema è a sua volta il prodotto di molteplici fattori (demografici, geopolitici, energetici, relativi all’obsolescenza di settori maturi, alle politiche nazionali e così via).

Un esempio chiaro di possibile scenario negativo l’offre la Cina in questi giorni: il governo cinese sta seriamente pensando di ricollocare almeno 6 milioni di lavoratori delle industrie zombie (acciaio, cemento, carbone) ormai improduttive e tenute in vita solo grazie a contributi statali (fonte). Ora, la Cina può ancora permettersi (ma per poco) di immaginare ricollocazioni, pensionamenti e sussidi per una tale massa di persone, evitando così tremende conseguenze sociali. Ma certamente non se lo può permettere l’Occidente. E lo sviluppo tecnologico in questi anni procede a ritmi più veloci di quelli naturali del ricambio generazionale: questo significa che le ragioni dell’economia (sviluppo, produzione, guadagno) si scontreranno con quelle della demografia e della formazione di masse imponenti di lavoratori.

Formazione

E allora diamo un’occhiata prospettica anche a questo tema, che con tutta evidenza diventerà cruciale per la vita di milioni di individui.

Innanzitutto l’Unione Europea – ben consapevole del problema – ha un occhio di riguardo su istruzione e formazione professionale, con programmi ad esse dedicate (fonte: Europarlamento): onestamente la “strategia Europa 2020”, per quanto encomiabile, non sembra all’altezza delle sfide tratteggiate sopra e in Italia – dove il problema è particolarmente acuto – il problema rimane insoluto malgrado le esplicite denunce.

Gli attuali percorsi di istruzione e formazione, infatti, non sembrano rispondere alle esigenze delle persone né a quelle delle imprese. Lo testimoniano i dati dell’indagine Excelsior che, tra le altre cose, denuncia il rischio della carenza di profili professionali adatti a rispondere alle esigenze del futuro del mercato del lavoro italiano.

Lo testimoniano anche i dati sugli abbandoni scolastici degli studenti italiani ancora lontani dai benchmark europei (19,3% in Italia contro l’obiettivo di Lisbona del 14,8%), nonché quelli su forme più o meno marcate di disadattamento scolastico. Dati che sollevano più di un sospetto sulla bassa attrattività per i giovani dei contenuti e delle modalità degli apprendimenti promossi nelle scuole, vuoi perché incapaci di comunicare con il destinatario vuoi perché spogliati di qualsiasi proiezione realistica sull’inserimento lavorativo. […] le proiezioni al 2020 sulla domanda e offerta di lavoro evidenziano che il nostro Paese rischia di farsi trovare impreparato ai prossimi cambiamenti del mercato del lavoro. Sul primo versante, la domanda di lavoro, le ricerche del Centro europeo per lo Sviluppo della Formazione Professionale (CEDEFOP) esprimono la chiara tendenza verso una economia della conoscenza e dei servizi, che avrà bisogno di lavoratori sempre più qualificati.

Nel 2020 l’economia europea domanderà il 31,5% di occupati con alti livelli di istruzione e qualificazione, il 50% con livelli intermedi mentre i posti di lavoro per i soggetti con bassi livelli di qualificazione crolleranno dal 33% del 1996 al 18,5%. (Fonte: Commissione di studio e di indirizzo sul futuro della formazione in Italia)

L’Italia sembra avere imboccato strade diverse, rinunciando a finanziare adeguatamente la ricerca, con un sistema scolastico molto peggiorato nel tempo che non prepara adeguatamente i giovani e con alti tassi di dispersione scolastica: il lettore interessato troverà molti articoli su questi temi qui su HR.

Istituzioni

Ed eccoci alla fine di un percorso. La formazione dei cittadini, capaci di adeguarsi alle esigenze del mercato evitando drammatiche disuguaglianze, è compito delle istituzioni pubbliche, come le politiche energetiche, come quelle rurali e molte altre di cui abbiamo parlato nella precedente puntata. Ma anche le istituzioni, in quanto “prodotto sociale”, evolvono, cambiano, si adattano e non sempre approdano alla migliore condizione per decidere al meglio, e tempestivamente, le politiche pubbliche necessaria per la propria comunità. Quello che occorre, nel terzo millennio, è un governo FLAT Schermata 2016-03-06 alle 11.21.31(Flatter, Agile, Streamlined, Tech-enabled, secondo la definizione del World Economic Forum nel suo documento The Future of Government). Questa idea propone una governance (ciò che viene sintetizzato sotto la prima parte della sigla FLAT) di tipo partecipativo che alcuni autori hanno già argomentatamente criticato come scarsamente possibile nel mondo complesso (ne abbiamo ampiamente parlato su HR).

Analoghe proposte (coinvolgimento dei cittadini, governo come semplice facilitatore nella distribuzione dei servizi, etc.) sono presenti nei rapporti di diversi think tank specie di area anglofona, per esempio in Future of Government di PWC) che vagheggia un “nuovo capitalismo” propositore di economie locali sostenibili, e in Gov2020: A Journey into the Future of Government di Deloitte e altri. Tutto molto ottimistico. L’evidenza mostra una storia assolutamente diversa, di scarsa possibilità reale di partecipazione dei cittadini, di predominio di gruppi di potere non sempre espliciti, di differenze irriducibili nelle forme di governo anche entro comunità retoricamente indicate come omogenee (per esempio entro l’Unione Europea) e, soprattutto, differenze al limite del conflitto fra Paesi “liberali”, Paesi “autoritari”, Paesi teocratici.

Queste ultime differenze sono altamente significative perché il futuro del mondo (controllo demografico, accesso alle risorse, riduzione delle disuguaglianze e tutto quanto visto fin qui) non può che essere armonico, concordato, guidato da una regia unica.  Impossibile progredire da soli, impossibile governare i processi in ambiti ristretti in un mondo che distribuisce i problemi e gli errori (le conseguenze delle guerre, le conseguenze dell’inquinamento, le conseguenze della povertà sono globali anche quando le cause sono locali). Ma, come detto, il potenziale fallimento dei vecchi governi occidentali di fronte alle veloci e imponenti sfide dei prossimi anni è sotto gli occhi di tutti.

Recentemente Akhilesh Pillalamarri, a partire da considerazioni sull’impossibile coniugazione fra democrazie liberali e teocrazie islamiste, si interroga sui possibili sviluppi di governi “vincenti” rispetto alle sfide di cui abbiamo parlato:

The problem with democracy in the long run is that it will always be hijacked by people with an agenda or special interests simply because it is impossible for hundreds of millions of people to directly participate in the government. Groups with money, power, or influence easily sway governmental policies by claiming to be doing the “will of the people.” This trend has become especially pronounced over the past few decades in countries as different as the United States and India. In a country with multiple interest groups and multiple cultures like India, it is very hard to get anything done without protests, despite best intentions. What is to be done when a country cannot experience good governance because individuals and groups within it hide behind the plutocratic shield of electoral democracy? There is an answer to this question from Asia, though it is much maligned in the West. It is a system of governance that avoids both the pitfalls of totalitarianism, North Korea style, and the dysfunctionalism seen in modern American politics. The concept of semi-liberal autocracy is not new nor is it unique to Asia — many 18th and 19th century Enlightenment European states were also organized on such lines. In short, this method of governance and development amounts to rule by an oligarchy that fills its ranks with technocrats or knowledgeable individuals that can dominate the system, whatever its formal constitutional structure: monarchy (Victorian Britain, Meiji Japan), aristocratic alliance (the United Arab Emirates, essentially), republic (the Founding Fathers of the United States), or a single-party state like China. Decisions are made and implemented at the highest level with relatively little outside interference but at the same time, people are free to go about their daily lives without the state constantly breathing down their necks. (Fonte: The Future of Government: What We Can Learn from Asia, “The Diplomat”, 19 Giugno 2015).(Nota mia: non trovo corretto l’inserimento di un testo non tradotto)

L’idea che il modello cinese – così poco conosciuto e molto ideologicamente equivocato – possa diventare un modello di efficacia democratica anche in Occidente è sostenuto da diversi commentatori, come per esempio Daniel A. Bell sull’AtlanticEric X. Li sul New York Times e altri. In questo momento non sto prendendo parte: ciò che sto riferendovi, in conclusione a questo paragrafo, è che ciò che servirebbe – così ben descritto idealisticamente dai primi think tank citati, auspicato dall’Unione Europea, eccetera – pare difficilmente raggiungibile, in tempi ragionevoli e con efficacia, dalle forme di governo occidentali basate su un concetto di democrazia liberale che aveva ragion d’essere – e possibilità di dispiegare i suoi effetti – nel secolo breve, come tale velocemente passato, e che immaginare nuove forme di democrazia guardando a come sviluppano altre forme di governo non è vietato, non è un tabù nella più acclamata delle democrazie liberali dell’Occidente. Discuterne, comunque la si pensi, è diventato urgente.

Tentiamo una conclusione

La conclusione a queste due puntate di sguardi veloci nel nostro possibile futuro dipende molto dal personale livello di ottimismo di ciascuno. Si possono cercare altre e diverse fonti, si può calcare la mano su questi fattori o su altri, ma è difficile sottrarsi all’idea di un imminente punto di svolta nella condizione umana.

Un numero enorme e crescente di individui che lotterà per l’accesso alle risorse, per l’acqua e il cibo, lottando contro condizioni climatiche sempre più avverse; migrazioni bibliche; cambiamenti dei confini nazionali; guerre. Ma anche sviluppo scientifico e tecnologico, miglioramento delle pratiche mediche, possibilità di vite più lunghe e interessanti… per alcuni. Non per tutti.

Comunque la pensiate credo il futuro riservi aspre disuguaglianze nel globo, sia fra Paesi diversi sia internamente ai Paesi (sul tema troverete diversi articoli qui su HR): le disuguaglianze potranno essere stemperate, se non risolte, solo con governi capaci di cambiare, adattarsi, integrarsi fra loro, anche immaginando forme differenti di governance, di accesso dei meritevoli alle cariche decisionali, di distribuzione delle risorse.

Questi cambiamenti, se mai ci saranno, serviranno presto, perché veloce sta arrivando il punto di non ritorno, e purtroppo è difficile immaginare di cambiare, tutti noi, nell’arco di questa generazione e della prossima, in maniera così epocale e condivisa. E, se volete, è questo il vero nocciolo del mio personale pessimismo.

Tradizioni

da Democrazia Atea 5 Aprile 2015 dc:

Tradizioni

Le stagioni astronomiche della Terra sono sempre state scandite dagli equinozi e dai solstizi, e non c’è popolazione che non abbia legato a questi eventi astronomici riti e divinità.

L’equinozio di primavera si lega alla rinascita arborea e in generale alla fertilità della terra.

I simboli delle uova, ad esempio, intesi come talismani di fertilità, sono presenti in moltissimi culti arcaici, dall’Europa all’Asia.

Come ogni anno si ripete l’equinozio di primavera, allo stesso modo ogni anno si ripetono i culti propiziatori con le rappresentazioni della morte e della rinascita, e con il cibarsi di uova che, nel rituale collettivo, diventa la partecipazione individuale alla nuova vita e quindi alla resurrezione.

Con il radicamento delle usanze e delle consuetudini si ottiene anche un altro risultato antropologico, ovvero l’identificazione di un gruppo umano che si riconosce in quelle usanze e in quelle consuetudini, che si riconosce nelle tradizioni.

Nella trasmissione delle tradizioni tra individui dello stesso gruppo sociale, si consuma l’esclusione degli altri.

Con la tradizione le consuetudini si bloccano, si cristallizzano, per consentire coesione e sicurezza.

Al di fuori della tradizione si perde il legame con il gruppo perché non ci si identifica più nel legante condiviso dagli altri.

Le ritualità religiose ne sono l’espressione antropologicamente più statica e respingente.

Al di fuori della tradizione, tuttavia, si sceglie la scoperta e la crescita, l’esplorazione e lo scambio.

Non c’è evoluzione nella tradizione, quanto piuttosto la negazione di un processo di crescita culturale cui ogni individuo può intelligentemente aspirare passando attraverso l’elaborazione autonoma di ciò che già conosce.

Conoscere le tradizioni ha senso solamente nella capacità di ricordarle avendole già relegate ad un tempo passato.

Solo così si impedisce che le società rimangano ancorate alle pressioni illogiche di chi ne trae potere attraverso il loro perpetuarsi come stile di vita e non come folklore da sagra di provincia.

Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea

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LA MEMORIA VIRTUALE E LECATOMBE DEI SITI – lUnità.it. Pubblicato il 29 Gennaio 2009 dc nell’edizione Nazionale (pagina 11) nella sezione “Politica

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“Professoressa? Meglio prostituta!”. su Lucidamente 3 Gennaio 2015 dc

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