Ateoagnosticismo, Laicità e Laicismo, Politica e Società

I Nuovi Crociati

In e-mail da Democrazia Atea il 25 Luglio 2018 dc:

I Nuovi Crociati

Barbara Saltamartini, ex AN ora Lega, ha presentato una proposta di legge con la quale intende imporre il simbolo del crocifisso in tutte le scuole, in tutti gli edifici pubblici e in tutti i porti.

La poverina, e con lei tutti i minus habentes che la sostengono in questa iniziativa, pensano di dare ad intendere alla loro base elettorale, che così facendo fermeranno l’islamizzazione della società italiana, ma soprattutto con questa iniziativa pensano di stendere un velo pietoso sulla loro assoluta incapacità a governare.

Insomma, la solita arma di distrazione delle masse.

Pensare di spiegare ad una persona pentafascioleghista cosa sia il principio di laicità ha la stessa utilità che lavare la testa all’asino.

La proposta di legge della Saltamartini, nella sua articolazione, conferma quello che Democrazia Atea sostiene da sempre, ovvero che il crocifisso non è affatto un simbolo religioso, ma un simbolo di propaganda politica.

I simboli sono qualificabili come religiosi solo se esposti nella cornice del culto che li esprime, ma al di fuori dei luoghi di culto e al di fuori della sfera privata e personale di chi li condivide, i simboli smettono di essere religiosi e diventano simboli politici.

Un simbolo diventa politico quando viene brandito con lo scopo di far prevaricare un gruppo di potere sugli altri.

È invece culturale quando diventa l’effige di un gruppo sociale o comunque quando, nella convenzionalità comunicativa, lo si associa a molteplici contenuti evocativi.

Solo quando rimane circoscritto alla sfera religiosa può mantenere un significato legato alla credenza, ma al di fuori del contesto rituale, liturgico, fideistico, perde queste valenze e ne assume altre.

Nella proposta leghista si legge: “Il Crocifisso, emblema di valore universale della civiltà e della cultura cristiana, è riconosciuto quale elemento essenziale e costitutivo e perciò irrinunciabile del patrimonio storico e civico-culturale dell’Italia, indipendentemente da una specifica confessione religiosa”.
Quindi lo secolarizzano, pur di imporlo, e dicono che rappresenta un elemento essenziale della cultura italiana.

Nella loro infinita pochezza i leghisti non hanno evidentemente valutato che la secolarizzazione di un simbolo religioso comporta che si cristallizzi il suo significato socio-culturale non solo nella prospettiva da loro auspicata, ma anche in quella da loro superficialmente ignorata: come simbolo culturale il crocifisso è prevalentemente il simbolo del genocidio dei nativi americani, del genocidio delle donne durante l’inquisizione, è il simbolo degli stupratori sessuali seriali clericali, delle guerre di aggressione degli eserciti occidentali, dello sterminio degli ebrei nei campi nazisti, tutte azioni poste in essere in adesione a quella simbologia.

Non sorprende come i cattolici non siano stati in grado di difendere il loro crocifisso dalla strumentalizzazione politica.
Pur di imporlo accetteranno che sia un partito politico, la Lega, a secolarizzarlo irreversibilmente.
Ne chiedono l’ostensione persino nei porti, quegli stessi porti che nella storia dell’umanità sono stati sempre luoghi di accoglienza e ora, chiusi da quella fazione politica, sono diventati, nell’immaginario collettivo, luoghi di ostilità.

Bene avrebbero fatto i cattolici a proteggerlo nella riservatezza della sfera del culto, ma hanno da sempre difeso la loro imposizione anche a chi non condivideva la loro simbologia.

Hanno esultato sentendo che sarebbe stato imposto, e ora gli resterà difficile affermare che è un simbolo di pace, con quella proposta di legge è diventato politicamente il simbolo della disumanità e della barbarie leghista.

http://www.democrazia-atea.it

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Ipazia

in e-mail l’8 Maggio 2016 dc:

Ipazia: astronoma, filosofa, matematica, martire pagana ed eroina del libero pensiero

“Agorà” è un film a dir poco stupendo, la cui proiezione andrebbe proposta in tutti gli ordini di scuola tranne, per ovvie ragioni di età, l’infanzia e i primi anni della primaria.

Giusto per far comprendere ai ragazzi che il fondamentalismo religioso non è un fenomeno che appartiene solo al mondo islamico, ma è trasversale a tutte le esperienze di culto ed alle confessioni di qualsiasi origine e latitudine.

Quando, all’alba del V secolo dopo Cristo, i talebani erano soprattutto i cristiani, in un impero (quello romano) ormai diventato “cristiano”.

Nel 392 d. C. l’imperatore Teodosio emanò una legge speciale contro i culti pagani nel tollerante Egitto. Da quel momento in poi i quadri dirigenti del Cristianesimo, assorto ormai a religione di Stato, intrapresero una mobilitazione punitiva proprio nella capitale della cultura ellenica dov’era nata e dove insegnava Ipazia.

All’origine dell’ostilità di Cirillo, il vescovo di Alessandria d’Egitto, più che la misoginia o l’astio confessionale, era l’invidia – secondo il bizantino Suidas – per la sua influenza politica. Era una partita a tre quella che si giocava per il potere ad Alessandria tra l’antica élite pagana, stretta alla rappresentanza del governo imperiale, i dirigenti cristiani che aspiravano a soppiantarla e la comunità giudaica, la prima lobby dominante, gruppo di pressione rivale.

Il primo atto tragico dell’episcopato di Cirillo fu il pogrom anti-ebraico, che anticiperà l’assalto verso l’establishment pagano, incarnato nella figura di Ipazia. Se la ragione e la fede costituiscono i due binari paralleli lungo i quali si è mossa la storia dell’Occidente nel corso degli ultimi duemila anni, i testi che meglio ne rappresentano l’immutabile distanza sono senza dubbio Elementi di Euclide e la Bibbia, cioè le due summe del pensiero matematico greco e della mitologia religiosa giudaico-cristiana, la cui efficacia ispirativa è testimoniata proprio dall’incredibile numero di edizioni raggiunte da entrambi (duemila, una media di una all’anno dalla prima “pubblicazione”).

L’episodio più emblematico dell’irriducibile contrasto fra le due ideologie accadde nel marzo del 415 d. C., quando un assassinio impresse, come disse Gibbon in Declino e caduta dell’impero romano, “una macchia indelebile” sul cristianesimo. La vittima fu una donna: Ipazia, detta “la musa” o “la filosofa”. Il mandante fu un vescovo: Cirillo, il patriarca di Alessandria d’Egitto.

Ipazia fu massacrata da un gruppo di monaci cristiani, i parabolani, una sorta di talebani dell’epoca, che costituivano la milizia personale del vescovo. Ipazia divenne così una martire del paganesimo, ma soprattutto un’eroica paladina della libertà di pensiero.

È assai improbabile che con il battage pubblicitario e la serie di dibattiti promossi attorno al film “Agorà” di Alejandro Amenabar qualcuno non abbia mai sentito nominare Ipazia.

In una Alessandria dove si scontrarono l’ultima aristocrazia legata al paganesimo, il nuovo potere religioso rappresentato dal vescovo Cirillo ed una vasta comunità ebraica, visse ed insegnò questa straordinaria filosofa neoplatonica, matematica ed astronoma, che si diceva fosse bellissima ed idolatrata dai suoi allievi. Una banda di parabolani, talebani ante litteram al servizio del vescovo Cirillo, si scagliò sul corpo di Ipazia e lo fece letteralmente a pezzi.

Lucio Garofalo

Laicità e Laicismo, Politica e Società, Sessualità, Varie: attualità, costume, stampa etc

Il burkini non è un diritto umano

da Hic Rhodus 17 Agosto 2016 dc:

Il burkini non è un diritto umano

burkini-islam

Abbiamo da poco commentato la pretesa di imporre i propri simboli religiosi, con riferimento al velo e al rifiuto della stretta di mano femminile.

Il quel post ce la prendevamo in particolare con due atteggiamenti islamici ma siamo stati attenti a includere tutti i simboli di qualunque religione, incluso il crocifisso, per intenderci.

La nostra idea è che in una società inclusiva e pluralista e, soprattutto, laica, i simboli religiosi ostentati siano divisivi, stimolino la diffidenza, creino competizione e cattiva comprensione del prossimo, e non servono grandi studi sociologici per dimostrarlo.

Una società liberale e tollerante garantisce la libertà di culto a chiunque (inclusa la libertà di rifiutare qualunque culto) nella sfera privata, ma cerca di evitare l’ostentazione antagonista.

Per questo riteniamo che il velo integrale che copre il viso alle donne (tipo niqab e burka) non sia tollerabile, mentre l’hijab sì.

Ora è scoppiato il caso del burkini (costume da mare integrale) vietato a Cannes e in Corsica. Protestano le donne musulmane rivendicando la libertà di vestire come pare a loro ma sbagliano, almeno sul piano dialettico.

È naturale che ognuno vesta come gli pare: se io voglio attraversare il centro con un tutù rosa, le scarpe gialle e una farfalla di cartapesta come copricapo non me lo può impedire nessuno, e se per una qualche ragione mia moglie volesse stare in spiaggia con un costume integrale, ugualmente nessuno potrebbe avere da ridire. Ma le donne islamiche che indossano il burkini lo fanno in quanto islamiche, non per una scelta personale, estetica o igienica. Il burkini rappresenta un’ostentazione identitaria sovente imposta socialmente dal loro gruppo di appartenenza in nome di vaghi precetti semi-religiosi (che tali non sono, come chiarimmo a proposito del velo).

Il concetto non è “vesto come mi pare” bensì “vesto un simbolo religioso identitario e divisivo”. È una questione di motivazione e di contesto che fa la differenza, non il capo d’abbigliamento in sé.

Per difendere le ragioni delle donne musulmane Ikram Ben Aissa denuncia la limitazione alla libertà delle donne imposta a Cannes. L’Autrice dice anche alcune cose giuste, nel suo articolo, ma il cuore del suo ragionamento non è da me condivisibile quando scrive:

Che si vadano a formulare dei divieti fondati sull’idea che indossare un velo implichi un legame col fanatismo è un qualcosa d’inaccettabile.

Sì.

Ostentare il velo integrale (o il burkini) ha a che fare col fanatismo, non meno dell’ostentazione della croce per il cristiano che si segna tre volte prima di salire in treno.

Poiché è assolutamente chiaro che non si tratta di un precetto religioso obbligatorio (lo abbiamo argomentato nel già citato post sul velo) ed è noto che molte donne islamiche (in Paesi tolleranti) non sentono il bisogno di indossarlo, ne consegue che è una scelta individuale (soggetta a molte pressioni sociali) per dichiararsi, per distinguersi, per escludersi.

È esattamente questa scelta individuale così motivata che diviene inaccettabile.

Prosegue l’Autrice:

I cittadini dovrebbero sentirsi liberi d’indossare ciò che vogliono! Quand’è che i musulmani in Europa verranno rispettati e trattati da cittadini alla pari? Quand’è che la smetteremo di marginalizzare milioni di cittadini europei musulmani, e in particolar modo le donne?

L’esagerazione come strumento retorico è noto.

Dove sarebbero i milioni di cittadini europei musulmani marginalizzati?

I cittadini europei musulmani, come quelli buddisti, testimoni di Geova, induisti etc., vivono, lavorano, studiano esattamente come tutti gli altri, soggetti alle stesse regole, norme e leggi.

Anche regole e norme “sociali”, non quindi scritte nei codici. Il cittadino musulmano ha tutti i diritti di andare alla moschea, rispettare il ramadan e seguire un atteggiamento (femminile) fondato sulla modestia e la discrezione, ma credo che abbia meno diritti riguardo l’ostentazione, come detto, e ripeto che ciò vale per tutte le religioni (e per gli atei) inclusa la cristiana.

La cosa che più mi colpisce e incuriosisce, comunque, è questa impossibilità di capirsi. Ikram Ben Aissa crede fortemente che siano lesi i diritti umani delle donne islamiche

Pare che i diritti umani non siano più garantiti per tutti — quindi dovremo trovare un modo per guadagnarceli.

e non si compenetra minimamente nei valori europei che pure cita all’inizio del suo pezzo.

Non comprende, per esempio, che la libertà di tutti passa per delle limitazioni per ciascuno, nessuno può fare ciò che vuole in nome di presunti diritti: io amerei moltissimo restare nudo in spiaggia, ma so che non lo posso fare (se non in specifici luoghi deputati) perché sarebbe ritenuto offensivo e immorale da altri.

Ma non rivendico un “diritto umano” Schermata 2016-08-16 alle 12.41.01violato. Anche una commentatrice islamica, in coda al pezzo citato, litiga con un altro, italiano, scrivendo a stampatello “ci vestiamo come pare a noi e non dobbiamo rendere conto a voi. Pensate alle vostre donne che vanno in giro nude”.

Anche questo sfogo lascia intendere la barriera culturale voluta e difesa: c’è un “voi” che lasciate le donne nude (=immorali) e un “noi” che difendiamo la fede, la tradizione, la virtù (=giuste).

Ciò mostra l’ostentazione divisiva che si richiamava prima. Io ricordo bene di avere visto, in una spiaggia a sud della Turchia, in anni felici in cui Erdogan non era diventato il despota attuale, donne turche col velo nero integrale chiacchierare tranquillamente con amiche turche in bikini. Mi sembrò subito un bell’esempio di reciproca tolleranza e integrazione che, temo, sta finendo anche in Turchia. Com’è noto in diversi Paesi islamici particolarmente integralisti, però, sarebbe impossibile vedere una scena simile. Il velo è obbligatorio e i bikini non sono permessi neppure a occidentali. Ikram Ben Aissa rivendica il proprio “diritto umano” al burkina dimenticando i diritti umani basilari dei milioni di donne in Arabia Saudita e altri paradisi islamici.

Io credo, in conclusione, che il problema della reciproca comprensione sia a uno stadio ancora piuttosto arretrato.

La diffidenza occidentale, spessissimo immotivata, è alimentata dal repentino aumento degli immigrati, dai frequenti attentati terroristici e da mestatori nostrani che soffiano apposta sulla paura.

Ma una persona intelligente non può ignorare questi fattori. L’allarme sociale di questi anni rispetto al terrorismo islamico, ancorché esagerato non nasce per caso, e la sua matrice religiosa non può essere ignorata: come non capire, quindi, che ostentare il burkini appare a taluni come una provocazione? Come non capire che pretendere il presunto “diritto umano” di indossarlo si presta a critiche, ulteriore diffidenza, esasperazione, come la sparata di Picardo sul diritto alla poligamia.

Insomma, noi occidentali dovremmo certamente imparare a essere meno diffidenti e più tolleranti, ma l’Europa nasce da un profondo e doloroso processo di secolarizzazione, durato secoli e pagato sangue, che deve essere compreso da chi chiede di vivere qui, e qui viene accolto nel rispetto di tutti i diritti umani.

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Come educare senza dogmi. Una guida per genitori atei e agnostici

Prima fonte: MicroMega http://temi.repubblica.it/micromega-online/ 14 Gennaio 2016 dc, pubblicato anche da Sestante il 18 Gennaio 2016 dc:

Come educare senza dogmi. Una guida per genitori atei e agnostici

di Cecilia M. Calamani (cronachelaiche.it)

«Mi batto per educare figli indipendenti, che ragionino in modo logico, svincolato dal dogma religioso». Con queste parole la blogger americana Deborah Mitchell spiega il perché del suo libro “Growing up godless”, tradotto e pubblicato in Italia dalla casa editrice Nessun Dogma con il titolo “Crescere figli senza dogmi”.

La domanda nasce a libro ancora chiuso: perché un’americana sente il bisogno di scrivere un libro su questo tema? Siamo talmente abituati allo stereotipo che dipinge gli Stati Uniti come il Paese della libertà per antonomasia che questo volume, una vera e propria guida per genitori atei e agnostici, fa un po’ effetto. Eppure la realtà, soprattutto in alcuni Stati – Mitchell è texana –, è ben diversa da come immaginiamo. E in effetti andando avanti nella lettura scopriamo una società chiusa e bigotta, ligia alle tradizioni e intollerante nei confronti del libero pensiero al punto di stigmatizzare con l’isolamento chi si professa ateo o agnostico. (nota mia: l’autore dell’articolo si stupisce, io e alcuni altri no, non abbiamo mai creduto in questo “stereotipo”, non abbiamo mai considerato in questo modo gli Usa…)

Come la stessa Mitchell riferisce, in Texas una delle prime domande che si fanno le persone quando si conoscono è quale chiesa frequentino. Il che stupisce poco se solo si legge cosa c’è scritto senza mezzi termini nella Carta costituzionale del Paese: «In questo Stato non verrà mai richiesto alcun test religioso per ricoprire un pubblico ufficio o una carica onorifica; né alcuno sarà mai escluso da una carica a motivo dei suoi sentimenti religiosi, purché ammetta l’esistenza di un Essere Supremo» (art. 1, par. 4). Ecco perché scegliere per i propri figli un’educazione libera dalla fede è un problema. Chi non crede per lo più si nasconde e segue i riti e le tradizioni della massa. Ed è quello che ha fatto anche Mitchell fino ai primi anni di vita dei suoi figli, quando ha deciso di uscire allo scoperto in famiglia e di aprire un blog, inizialmente dietro pseudonimo, per scrivere le sue esperienze di madre agnostica e confrontarsi con altri genitori nella sua stessa situazione.

Nel libro riporta la sua esperienza e anche quelle più significative delle persone con cui è venuta in contatto. Ne esce un prontuario per affrontare tutte le situazioni cui un genitore ateo o agnostico si trova di fronte quando vive in un ambiente che non ammette altri modi di essere se non quello scandito, nei valori così come nei tempi, dalla religione.

Il paragone con la situazione italiana, leggendo queste pagine scritte da un’occidentale, è d’obbligo. Se è vero che il nostro Paese è ancora molto poco secolarizzato e subisce una continua ingerenza da parte della Chiesa cattolica nella sfera legislativa (per tacere di quanto la foraggi finanziariamente), è anche vero che, almeno sulla carta, educare i figli al di fuori dei dettami religiosi è ormai un falso problema e lo dimostra la percentuale sempre più alta di ragazzi non battezzati o che disertano l’ora di religione a scuola.

Le difficoltà semmai riguardano il rapporto tra i nostri figli e le istituzioni scolastiche. Non solo è ancora previsto l’insegnamento della religione cattolica nell’orario curriculare, ma chi non se ne avvale – come già detto un numero sempre screscente di ragazzi – è costretto a girovagare per l’istituto, andare in altra classe o partecipare a uno dei rarissimi corsi alternativi allestiti nelle scuole per “raccogliere” gli studenti non credenti.

Potremmo poi parlare dei crocifissi ancora appesi nelle aule, delle recite natalizie che celebrano la nascita del figlio di dio (guarda caso spesso organizzate proprio dal docente di religione) o delle pagliacciate di certi amministratori leghisti che distribuiscono presepi nelle scuole del Nord, ma insomma il problema non è, o almeno non più, dichiarare in famiglia e al mondo di rifiutare le verità dogmatiche della fede.

Piuttosto, il punto è che una legislazione sempre più obsoleta non sta al passo con l’evoluzione culturale del Paese e la sperequazione dei diritti che ne consegue investe tutti i campi, istruzione inclusa. Diversa la situazione in Texas, dove la difficoltà di un’educazione laica per i propri figli è innanzitutto di origine sociale.

Ciò nonostante, il libro ci tocca da vicino sia perché gli Stati Uniti sono per noi un imprescindibile modello culturale di riferimento (nota mia: non certo per me!), sia perché focalizza bene alcuni aspetti che riguardano anche la nostra società. È innegabile che la fede religiosa faciliti il ruolo del genitore perché lo esime dall’onere di elaborare da sé risposte adeguate alle difficili domande dei figli.

Ad esempio, come spiegare a un bambino cosa significa morire senza farlo sprofondare nell’angoscia? Per un genitore credente è più semplice. Basta ricorrere al paradiso o all’aldilà attraverso una narrazione pronta all’uso che taciti (ma per quanto tempo?) i dubbi esistenziali del figlio e lo porti a credere in una vita in cielo dopo la morte. Tuttavia il ricorso alla religione deresponsabilizza il genitore, che si limita a ripetere quello che i propri genitori hanno ripetuto a lui senza aiutare lo sviluppo dell’autonomia di pensiero del figlio.

In questa delega alla fede poi c’è un ulteriore pericolo per la crescita consapevole e responsabile dei ragazzi e riguarda l’educazione sugli aspetti comportamentali. Mitchell lo descrive bene: «Ai bambini si insegna a essere buoni soltanto perché alla fine saranno ricompensati con la vita eterna, ma questo costituisce una debole base per la moralità, poiché si focalizza sul fare ciò che altri definiscono giusto agitando la carota di una ricompensa, e non sul fare ciò che ognuno considera giusto in base a un ragionamento. E, quel che è peggio, si può agire male più volte, visto che non poche religioni offrono il perdono mediante una serie di canti o preghiere».

Per dirla alla Margherita Hack, il non credente si comporta bene perché lo ritiene giusto, non perché spera in una ricompensa futura. Il che dà maggior vigore alle sue convinzioni morali.

Educare i figli al di fuori di comode verità prêt-à-porter è faticoso, sia chiaro, ma molto meno di quanto sembri. Spesso siamo noi, condizionati dal nostro vissuto culturale in un Paese in cui fino a trent’anni fa il cattolicesimo era religione di Stato, a proiettare sui nostri figli delle paure che loro neanche percepiscono perché liberi dai nostri preconcetti. Tuttavia, va anche detto che la libertà di pensiero è tra tutti il concetto più difficile da trasmettere perché si contrappone a quell’omologazione di massa – la religione ne è un esempio ma non l’unico – che rappresenta un comodo riparo soprattutto durante infanzia e adolescenza. Ma ne vale la pena.

Aiutare un figlio a costruire la propria strada invece di prenderla in prestito da chi dispensa verità predefinite lo rende più solido nei suoi valori e lo libera dal condizionamento ancestrale del peccato, una micidiale arma di ricatto che da millenni tiene in scacco coscienze e intelligenze.

Morale e religione non sono sinonimi e non è detto che vadano d’accordo. Nonostante la storia l’abbia dimostrato e la cronaca ce lo ricordi ogni giorno, il preconcetto che le vede strettamente collegate è duro a morire. Anche in Occidente.

Laicità e Laicismo, Politica e Società, Sessualità

Il gender è una cosa bellissima 

Sorgente: Il gender è una cosa bellissima | Sestante

Articolo originale su http://www.internazionale.it 15 Dicembre 2015 dc

Il gender esiste ed è una cosa bellissima.

Invece l’ideologia gender è una creatura inesistente ma con un fine abbastanza preciso.

“Uno dei temi trattati al Sinodo è quello dell’ideologia gender che non parla più di ‘sessi’ ma di ‘generi’ per superare la divisione biologica maschio-femmina, minacciando l’esistenza della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Si è parlato dell’imposizione di questa teoria come pensiero unico nelle scuole, calpestando il diritto primario dei genitori all’educazione dei figli” (Sinodo. Maradiaga: ideologia gender distrugge famiglia e società, 10 ottobre 2015, Radio Vaticana).

E quale sarebbe la soluzione a questo mostro a più teste del gender? “Il Vangelo, la parola di Dio! Perché la parola di Dio illumina tutti i secoli, illumina tutto il tempo, illumina tutte le diverse società, non per un assolutismo, ma per una luce. Non per niente il Signore Gesù ci dice: ‘Io sono la luce del mondo’”.

E quel mondo è semplice e ordinato, come lo descrive la Genesi: “Maschio e femmina Dio li creò”.

La sessualità umana è un universo molto complesso, impossibile da ridurre a una visione binaria

Ma nel frattempo ci siamo accorti che non ci sono solo maschi e femmine, che l’identità di genere può non coincidere con il sesso, che non c’è un unico orientamento sessuale buono e giusto (quello eterosessuale) e che addirittura può variare, che i ruoli di genere non sono intrinsecamente determinati dall’appartenenza a un sesso.

La sessualità umana è un universo molto complesso, impossibile da ridurre a una visione binaria F e M anche se ci fermiamo sul piano biologico, figuriamoci quando ci spostiamo su quello delle preferenze e su quello del significato di essere donna o essere uomo.

Quella visione di un mondo semplice e ordinato è incompatibile con la realtà.

La scuola è il terreno di scontro preferito e la protezione dei bambini innocenti è la scusa preferita. “Per affermare il diritto prioritario della famiglia nell’educazione dei figli contro l’ideologia gender nelle scuole, Generazione famiglia, in collaborazione con la nostra ProVita onlus, con i Giuristi per la vita e Voglio la mamma, presenta due importanti iniziative. Si tratta della giornata nazionale per il diritto di priorità educativa della famiglia e dell’’Operazione Caro Ministro’” (ProVita e Generazione Famiglia uniti contro il gender: unisciti a noi!, 18 novembre 2015, Notizie ProVita).

Un giorno “di assenza simbolica dalla scuola […] per ribadire che nell’educazione sessuale, affettiva e morale viene prima la famiglia” e una lettera da inviare al ministro dell’istruzione da parte dei “genitori preoccupati per l’introduzione delle teorie gender nelle scuole”.

Caro ministro, ti scrivo perché dobbiamo denunciare la temibile ideologia gender, ovvero

l’idea che l’identità sessuale della persona non sia radicata nel suo essere maschio o femmina e non si sviluppi intorno a questa fondamentale realtà biologica, ma che consista nella momentanea e assolutamente autonoma autopercezione di sé, che permetterebbe a ciascuno di ‘sentirsi’ (e dunque essere ed essere riconosciuto dalla società in quanto) uomo, donna o appartenente a una serie sterminata di altre ‘identità di genere’ (cisgender, transgender, bigender, agender, pangender, genderfluid, ecc.).

I nostri figli devono essere sottratti al “monopolio culturale con cui associazioni Lgbtqia (lesbian, gay, bisexual, transsexual, queer, intersex, asexual) impongono ai nostri figli e nipoti visioni sulla sessualità ascientifiche, spesso funzionali alla sponsorizzazione all’interno delle scuole di questioni di natura politica come le rivendicazioni del ‘matrimonio gay’ e della c.d. ‘omogenitorialità’”.

E ancora: “L’ideologia che tende a destrutturare gli individui e la società e che chiamiamo ‘gender’. ‘C’era una volta un gatto che si comportava in modo strano……’” (Gender a scuola: immedesimarsi nel Canegatto, 26 novembre 2015, Notizie ProVita).

La citazione viene dall’inizio di una favola letta da una maestra in una quarta elementare, ma per l’articolo di ProVita non si tratta di una favola come tante altre e soprattutto nasconde un obiettivo ben preciso, ovvero “far conoscere ai bambini alcune miserie del mondo degli adulti e renderli più ‘tolleranti’ nei confronti della diversità”.

È l’ennesima dimostrazione che “l’ideologia sia viceversa penetrata ovunque, anche nelle scuole tenute da ignare suore”.

E gli ignari bambini devono subire la lettura del Canegatto, continua ProVita:

“È proprio necessario far crescere i bambini così in fretta? Qual è la ragione per la quale invece di lasciarli tranquilli a vivere la loro infanzia si inizia a metterli al corrente di quel guazzabuglio che è il mondo degli adulti? Anche qui ognuno si può esercitare in prima persona a cercare di capire la ragione per la quale ai bambini si vuole togliere l’infanzia, quel periodo che chi ha qualche anno sulle spalle ricorda, con tenerezza e nostalgia, come un periodo meraviglioso di un mondo incantato in cui babbo Natale lanciava le caramelle giù dal camino. Qualcuno ha deciso che ci deve levare anche il ricordo del periodo meraviglioso che dovrebbe essere l’infanzia, ha deciso che bisogna togliere ai bambini i miti irrazionali, bisogna immergerli nella realtà cruda di un mondo che non ha pietà per nessuno ed è bene, dunque, che siano abituati da subito al nuovo mondo in cui i miti sono scomparsi e al loro posto sono arrivati i variopinti colori Lgbtp, dove il ‘p’ non sta per pedofili, come era all’inizio della rivoluzione arcobaleno, ma per pansessuali, quella sessualità perversa polimorfa che Sigmund Freud aveva scoperto essere l’essenza dell’animo dei bambini e che qualcuno si ostina invece a voler vedere come puro e incontaminato.”

E poi basterebbe sapere chi è l’autore della favola incriminata per sentire odore di bruciato: “Luigi Malerba, definito come scrittore e sceneggiatore, ma, si badi bene, Malerba è solo uno pseudonimo perché il cognome vero dell’autore è Luigi Bonardi. La ‘mala erba’ entra, dunque, nelle aule dei bambini delle elementari e le insegnanti sono talmente benpensanti che non si rendono conto di diventare il veicolo della follia del gender”.

In principio fu la teoria del genere femminile

Ma qual è l’origine della “rivoluzione gender”? Tutto comincia con la Conferenza internazionale su popolazione e sviluppo dell’Onu del 1994. Il rapporto finale ha una posizione rivoluzionaria sulle donne: uguaglianza, promozione delle loro condizioni, parità tra i sessi. Inevitabile l’attacco ai ruoli predefiniti e angusti di moglie e madre. Il rapporto adottato dalla Conferenza del Cairo segna un momento storico condannando duramente la riduzione delle donne alle funzioni riproduttive e alla maternità, scrive Odile Fillod in Le mariage raté du Vatican et de la science.

“L’adozione di questo rapporto è un dramma per Dale O’Leary, la cui militanza pro-vita si fonda sull’impegno esplicitamente antifemminista”.

La posizione di Dale O’Leary – ultraconservatrice, cattolica e prolifesulle donne è esemplare.

Nel 1995 a Pechino si svolge la quarta conferenza mondiale sulla donna. Basta leggere le dichiarazioni riportate in sintesi all’inizio per comprendere il taglio “femminista radicale” del rapporto:

“La comunità ritiene la parità fra le donne e gli uomini un principio fondamentale. I diritti delle donne e delle ragazze sono inalienabili, indivisibili e costituiscono parte integrante dei diritti universali dell’uomo. Le politiche e i programmi devono insistere sui provvedimenti a favore del riconoscimento della funzione fondamentale svolta dalle donne nei processi sociali, economici e politici, della partecipazione delle donne alla gestione del potere e del loro accesso all’indipendenza economica. […] Far sì che le donne del mondo intero abbiano il diritto di decidere, come persone libere e responsabili, il numero di figli desiderati, l’intervallo tra due nascite, il momento della gravidanza, e che esse dispongano in proposito delle informazioni e dei mezzi necessari.”

O’Leary e i conservatori di tutto il mondo sono molto allarmati. Questa agitazione porterà alla realizzazione del Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche. Sarà Jutta Burggraf a redigere il lemma “gender”. Il femminismo mette in discussione il capofamiglia e la gerarchia familiare, e questo non sta bene.

Burggraf accusa l’ideologia di genere di mettere in discussione la famiglia e il suo ruolo sociale. Condanna la volontà di liberarsi della vocazione materna delle donne come destino necessario e unico per tutte. Il “femminismo radicale” aveva osato considerare l’istinto materno come un prodotto sociale e culturale, e non come un istinto viscerale e intrinseco.

La natura femminile, secondo Burggraf, incoraggia l’incontro e lo scambio, perché è costruita per dare la vita; è la natura femminile a essere delicata, capace di ascoltare i bisogni altrui e di dedicarsi agli altri.

Si parte dal sistema riproduttivo e si arriva direttamente ai ruoli predefiniti “in quanto donna”.

La furia “antigender” è sorprendente solo se la si considera un capriccio passeggero. Provare a togliere loro il giocattolo è pericoloso. Perché poi vogliono riprenderselo e per farlo sono disposti a deformare termini e concetti, cercando i modi più tortuosi per ribadire discriminazioni e ingiustizie senza doverle chiamare così. Perché nessuno vuole essere esplicitamente un bigotto e un sostenitore di forme di apartheid, nessuno vuole ammettere di aver tirato su i recinti dei buoni e dei cattivi – che decidono loro e che devono rimanere ben separati perché altrimenti l’infezione si propaga – né di aver costruito riserve dove infilare i non presentabili. Se poi venite a messa, vi perdoniamo. Ma se volete i diritti, se chiedete non pietà e condiscendenza ma uguaglianza, ecco allora siete radicali, estremisti, ideologi del gender e relativisti sciovinisti. Siete individui confusi, moralmente dubbi e sessualmente lussuriosi. Qualcuno deve pur riportarvi alla ragione e al senso del pudore.

Nostalgia dell’oppressione

Ma chi deve autorizzarci a sentirci donna o uomini o qualcosa nel mezzo o qualcosa che ancora non sappiamo dire e a verificarne le condizioni necessarie e sufficienti? Dobbiamo chiedere il permesso se vogliamo cambiare il nostro corpo? Possiamo avere rapporti sessuali con chi ci pare oppure non averne senza dover spiegare e giustificare?

Opengender è uno dei termini usati da Paul B. Preciado in Testo tossico che io ogni volta traduco mentalmente: non rompeteci i coglioni.

“Il mio genere non appartiene né alla mia famiglia, né allo Stato, né all’industria farmaceutica”, scrive Preciado. “Il mio genere non appartiene nemmeno al femminismo, non alla comunità lesbica e neppure alla teoria queer”.

È davvero troppo da digerire per chi è affezionato ai ruoli fissi e alla natura femminile remissiva e tollerante, che saluta sempre e dice grazie e per favore.

Il gender è assenza di oppressione riguardo ai comportamenti, alle preferenze, alle identità sessuali e di genere; ai ruoli di genere predefiniti e alle nature umane sdoppiate in femminile e maschili, rigide e immodificabili; al possibile cambiamento del nostro corpo.

L’ideologia gender è la nostalgia per quell’oppressione.

Questo articolo è un estratto del libro New gen(d)eration. Orgoglio e pregiudizio di genere.

Ateoagnosticismo, Economia, Laicità e Laicismo, Politica e Società

Vaticano S.p.A.: populismo papalino e capitalismo ecclesiastico

Comunicato dal Partito Comunista dei Lavoratori, 3 Novembre 2015 dc

Vaticano S.p.A.: populismo papalino e capitalismo ecclesiastico

papi

L’arresto dell’”economo del Papa” Vallejo Balda da parte della Gendarmeria vaticana con l’accusa di “divulgazione di notizie riservate” rivela la lotta interna ai sacri palazzi di Oltretevere. L’intero commentario della stampa borghese parla dell’eroica lotta di “Santo Padre Francesco” per “ripulire il Vaticano” e della sorda resistenza degli ambienti vaticani a questa operazione di pulizia. Ma i conti non tornano, e anche la logica ha i suoi diritti.

Balda viene arrestato, su diretto mandato del Papa, per aver reso pubbliche delle informazioni riservate sulle sterminate proprietà vaticane, sulla continuità dei traffici IOR, sulla amministrazione truffaldina dei fondi pubblici e degli oboli privati da parte della macchina statale pontificia.

L’arresto è scattato solo dopo la notizia della uscita imminente di due libri dedicati alle rivelazioni.

Domanda: perché il Vaticano pretende che le informazioni sul suo stato patrimoniale e sulla sua gestione debbano restare “riservate”? Non era stata annunciata l’operazione trasparenza? Perché si ricorre addirittura all’arresto (con la minaccia di 8 anni di carcere) del responsabile, reale o presunto, delle rivelazioni? Perché si minaccia, come già in passato, di chiedere il blocco delle pubblicazioni editoriali annunciate?

La stampa borghese tace su questi interrogativi elementari. Ha paura anche solo a formularli. Si diffonde in pagine e pagine di retroscena, più o meno scandalistici, sulla figura di Balda e della sua collaboratrice, e sulle motivazioni interessate delle rivelazioni fatte (vendetta per una nomina mancata).

Ma sul contenuto delle rivelazioni, e soprattutto sulla ragione delle pretese censorie del Vaticano, nessun commento. Anzi, là dove si balbetta qualcosa, si ripete a pappagallo, per paura di sbagliare, la velina ufficiale vaticana: «Un tentativo di infangare l’azione di rinnovamento condotta da Papa», ecc ecc. Amen. Ma come? Un’azione di “pulizia” e “rinnovamento morale” non dovrebbe denunciare i mercimoni affaristici della macchina vaticana anziché arrestare chi li rivela?

UN PAPA PERONISTA A CACCIA DI CONSENSO. IL POPULISMO ECCLESIASTICO COME LEVA DI POTERE

La verità è più semplice, in una cornice più complicata e generale.

Papa Francesco, come ogni Papa, è il monarca assoluto di uno Stato teocratico che in tutto il mondo è parte organica del capitalismo, con possedimenti finanziari e immobiliari giganteschi. Come ogni Stato capitalista, ma con una presenza mondiale ineguagliabile, lo Stato Vaticano è attraversato da guerre per bande e cordate in lotta per il potere.

La novità dell’attuale Papa Bergoglio – non a caso di estrazione peronista – è che egli tenta di coprire la realtà dello Stato Vaticano con la promozione di un’immagine pubblica misericordiosa, attenta alla condizione dei poveri, meno dottrinaria, più comunicativa nei confronti del senso comune popolare.

Siamo in presenza di un Papa “populista”, mirato alla conquista del consenso pubblico, che fa leva sul consenso pubblico per accrescere il proprio potere assoluto nella Chiesa: modificando a proprio vantaggio i rapporti di forza con la Curia romana, con la Conferenza Episcopale, con la Segreteria di Stato vaticana, e più in generale con l’insieme delle strutture tradizionali dirette e indirette dell’istituzione ecclesiastica. Il braccio di ferro sotterraneo nel recente Sinodo è la cartina di tornasole della lotta in corso.

Un Papa dunque più “democratico”, più rispettoso della laicità dello Stato? Al contrario. Il Papa populista usa la propria ritrovata credibilità pubblica per allargare oltre misura il raggio d’intervento della propria Chiesa.

Ricerca e ottiene pubblica udienza presso le camere congiunte del Parlamento italiano, presso il Parlamento europeo, presso lo stesso Congresso americano, per avere su di sé i riflettori del mondo, carpire nuovi consensi e dunque maggiore forza politica.

Si fa diretto protagonista sulla scena internazionale intervenendo come intermediario del negoziato tra USA e Cuba per la restaurazione del capitalismo a Cuba; e persino del negoziato tra Stato colombiano e FARC per la loro integrazione nel capitalismo colombiano.

Promuove una politica di “pacificazione” ecumenica con le altre Chiese e autorità religiose (ebraiche, greche ortodosse, islamiche…) per allargare la propria influenza presso le basi di massa delle altre fedi, e dunque estendere il proprio peso politico internazionale.

Infine invade Roma con un Giubileo di venti milioni annunciati di fedeli, pretendendo dallo Stato e dal Comune di Roma una rapida funzione di servizio, pagata con risorse pubbliche: anche per questo scarica il sindaco delle nozze gay, a favore di un commissario prefettizio in grado di amministrare la grande torta del nuovo business capitolino e di lustrare a dovere l’immagine pubblica del Papa nell’anno della Misericordia.

Nel frattempo attiva tutti i canali di interlocuzione possibili col mondo laico, dalle telefonate con Scalfari sino all’incredibile lettera di riconoscimento… al consigliere romano Alzetta (detto Tarzan): cercando dal primo lo sdoganamento della cultura laica, e dal secondo forse un’attenzione di riguardo alle proprietà vaticane nella gestione dell’occupazione delle case a Roma.

Un Papa, dunque, “totale”, pervasivo di ogni campo a 360 gradi, proiettato quotidianamente nella sfera temporale come mai in precedenza, determinato a risollevare la forza della Chiesa ad ogni latitudine istituzionale, dopo anni di crisi e decadenza della sua pubblica credibilità (corruzione, pedofilia, crimini dello IOR…).

LA REALTÀ DEL CAPITALISMO ECCLESIASTICO CHE BERGOGLIO VORREBBE COPRIRE

Ecco allora il perché della reazione poliziesca del Pontefice “misericordioso” alle rivelazioni di un prelato infedele. Perché proprio quelle rivelazioni mostrano lo scarto abnorme tra l’immagine pauperistica della Chiesa che il Papa populista vuole accreditare, e la intatta miseria morale della Chiesa reale, quale parte inseparabile del capitalismo italiano e mondiale.

La Chiesa che detiene quasi 5 miliardi in sole proprietà immobiliari, spesso facendosele valutare “un euro” per evadere il fisco.

Che fa 60 milioni ogni anno vendendo benzina, sigarette, vestiti pregiati a basso costo, attraverso 41.000 tessere a raccomandati vip e amici degli amici nella sola città di Roma.

Che imbosca i 380 milioni annui dell’Obolo di San Pietro, destinandoli a ben altri usi dalla “carità evangelica”.

Che truffa sull’8 per mille con la complicità dello Stato italiano, come confessa la stessa Corte dei Conti.

Che, contro la sbandierata moralizzazione, continua a proteggere attraverso lo IOR i conti bancari di grandi costruttori coinvolti nella ristrutturazione a prezzi stracciati di proprietà vaticane.

Per citare solamente alcune anticipazioni pubbliche delle rivelazioni annunciate.

Qualcuno si può stupire se il populista Papa Francesco si sente minacciato dalla verità e preferisce arrestarla? Il solo aspetto comico è che gli autori dei libri incriminati invece di rivendicare le proprie rivelazioni come demistificazione del nuovo corso papalino e denunciare le minacce ricevute, si affrettano a presentare il proprio lavoro “come un aiuto fornito al Santo Padre” (Nuzzi). La potenza del nuovo Pontefice strappa reverenze insospettabili.

La sinistra riformista italiana, anch’essa succube del nuovo Pontificato (perché succube dell’ordine capitalista), si chiude non a caso in un ermetico silenzio di fronte alle nuove rivelazioni. Vendola e Ferrero non si sono forse sperticati per due anni nel lodare Papa Francesco come campione della lotta al “liberismo” e nuova autorità morale di riferimento, coprendo su tutta la linea il nuovo corso populista del papato? La “nuova cosa rossa” in gestazione cerca la benedizione del Papa. Avallando le sue mistificazioni tra i lavoratori.

Il PCL, in quanto partito di classe e anticapitalista, rilancerà una forte campagna pubblica anticlericale ed antipapalina, in occasione del Giubileo e delle elezioni comunali a Roma. E chiama tutte le organizzazioni del movimento operaio e tutte le associazioni coerentemente laiche ad una azione comune di controinformazione e denuncia su questo terreno elementare.

Partito Comunista dei Lavoratori

Laicità e Laicismo, Politica e Società

Il Senato di Vaticalia

Da Democrazia Atea il 25 Maggio 2015 dc:

Il Senato di Vaticalia

Ministri del PD, raccogliendo l’eredità della destra berlusconiana e interpretandola con maggior disprezzo per le classi lavoratrici, non perdono occasione per mostrare insofferenza contro le organizzazioni sindacali.

Eppure in tema di politiche del lavoro i sindacati dovrebbero essere interlocutori privilegiati.

In sintonia con l’insofferenza dei Ministri verso i sindacati, il Senato della Repubblica italiana si è adeguato.

Dovendo raccogliere pareri qualificati in tema di reddito minimo garantito, in audizione ha convocato tale Bregantini, in arte arcivescovo.

Costui, pur sapendo di far parte di una casta di mantenuti, pur sapendo di essere inserito in una struttura parassitaria che si alimenta con il prelievo fiscale degli italiani, pur sapendo di essere una sanguisuga inutile alla vita, si è pure preso il lusso di dire che il reddito minimo garantito è una forma di assistenzialismo negativo.

Uno che per mestiere campa sulle spalle degli altri esprime giudizi contro una misura di sostegno alla dignità umana sollecitata da una Direttiva europea già dal 2002.

È insopportabile sapere che il Senato, per assumere una qualsiasi iniziativa legislativa, possa aver consultato un ministro di uno Stato extracomunitario.

L’anomalia del Vaticano, comunque, non sta solo nel fatto che è uno Stato formato solo da maschi, ma anche che in quel sistema malato nessuno lavora, non c’è alcuna realtà produttiva, eppure i cittadini del Vaticano hanno un reddito pro capite di 407.000,00 euro l’anno.

Dal pulpito della sua ricchezza di mantenuto Bregantini si è espresso negativamente contro una misura economica che ha come finalità il mantenimento della dignità sociale.

Del resto quando il loro capo parla di Chiesa povera intende una comunità di fedeli poveri, non di certo la povertà dei mediatori mercificati della spiritualità.

Bregantini è andato in Senato a dire che è preferibile una società di poveri privati della dignità e che il reddito minimo garantito intralcia l’influenza che la pretaglia ha sulla società, posto che una società cui è tutelata la dignità potrebbe affrancarsi dallo sfruttamento clericale.

I senatori che lo hanno ascoltato, del resto, per arrivare a programmare una simile audizione, devono essere stati ispirati davvero da un rigurgito di imbecillità.

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Comunione e discriminazione

Da Democrazia Atea il 10 Maggio 2015 dc:

Comunione e discriminazione

Erano molte le religioni primitive, soprattutto nell’antica Grecia, nelle quali si praticava la teofagia, intesa come consumo rituale di cibo considerato parte stessa della divinità.

La teofagia non è altro che la metamorfosi religiosa simbolica della antropofagia.

Nell’età contemporanea è presente ancora in molti culti, tra i quali quello cattolico, nel quale prende il nome comune di “comunione”.

In Italia è sempre più frequente che il predetto rituale di teofagia costituisca motivo di discriminazione nei confronti di coloro che non lo praticano.

È anche accaduto che alcune maestre di scuola elementare in Toscana, ritenendo di fare cosa gradita al loro dio, abbiano discriminato nella loro classe i bambini esonerati dal rituale teofago facendo regali solo a coloro che invece lo praticavano.

Le riforme scolastiche che il PD sta imponendo al Paese vanno nella direzione della scuola confessionalistica che è l’esatto contrario della scuola pubblica e laica.

Ad oggi, però, questa deriva non si è ancora compiuta e possiamo ancora affermare che le maestre che premiano i rituali teofagici in classe sono responsabili, quantomeno sotto il profilo risarcitorio, di atti di discriminazione.

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Tradizioni

da Democrazia Atea 5 Aprile 2015 dc:

Tradizioni

Le stagioni astronomiche della Terra sono sempre state scandite dagli equinozi e dai solstizi, e non c’è popolazione che non abbia legato a questi eventi astronomici riti e divinità.

L’equinozio di primavera si lega alla rinascita arborea e in generale alla fertilità della terra.

I simboli delle uova, ad esempio, intesi come talismani di fertilità, sono presenti in moltissimi culti arcaici, dall’Europa all’Asia.

Come ogni anno si ripete l’equinozio di primavera, allo stesso modo ogni anno si ripetono i culti propiziatori con le rappresentazioni della morte e della rinascita, e con il cibarsi di uova che, nel rituale collettivo, diventa la partecipazione individuale alla nuova vita e quindi alla resurrezione.

Con il radicamento delle usanze e delle consuetudini si ottiene anche un altro risultato antropologico, ovvero l’identificazione di un gruppo umano che si riconosce in quelle usanze e in quelle consuetudini, che si riconosce nelle tradizioni.

Nella trasmissione delle tradizioni tra individui dello stesso gruppo sociale, si consuma l’esclusione degli altri.

Con la tradizione le consuetudini si bloccano, si cristallizzano, per consentire coesione e sicurezza.

Al di fuori della tradizione si perde il legame con il gruppo perché non ci si identifica più nel legante condiviso dagli altri.

Le ritualità religiose ne sono l’espressione antropologicamente più statica e respingente.

Al di fuori della tradizione, tuttavia, si sceglie la scoperta e la crescita, l’esplorazione e lo scambio.

Non c’è evoluzione nella tradizione, quanto piuttosto la negazione di un processo di crescita culturale cui ogni individuo può intelligentemente aspirare passando attraverso l’elaborazione autonoma di ciò che già conosce.

Conoscere le tradizioni ha senso solamente nella capacità di ricordarle avendole già relegate ad un tempo passato.

Solo così si impedisce che le società rimangano ancorate alle pressioni illogiche di chi ne trae potere attraverso il loro perpetuarsi come stile di vita e non come folklore da sagra di provincia.

Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea

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L’assurdo di Napoli

da Democrazia Atea 21 Marzo 2015 dc:

L’assurdo di Napoli

Luigi De Magistris, già collaudato baciatore di ampolle, Sindaco di una città della Repubblica italiana, offre al monarca vaticano le chiavi della città di Napoli, e lo fa con “deferente gratitudine”.

De Magistris, ex magistrato, già condannato in primo grado, non si accontenta di questa “sottomissione” teocratica, e, nella veste istituzionale che ancora ricopre, chiede al capo di Stato di una monarchia nella quale il codice canonico ha prevalenza giuridica sul codice penale “l’affermazione dei Principi di Giustizia e Legalità”.

Il monarca vaticano, dal canto suo, nel giorno in cui si viene a sapere che le automobili vaticane erano utilizzate per un traffico di oro e diamanti nel Burundi, chiede ai criminali di convertirsi al cattolicesimo.

Sembra il canovaccio di una commedia di Ionesco, ma di assurdo c’è che è tutto reale.

Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea

Cultura, Laicità e Laicismo, Politica e Società

Si torna alle benedizioni nelle scuole?

da Cobas scuola Bologna – 14 Marzo 2015 dc:

Si torna alle benedizioni nelle scuole?

A Bologna un attacco alla laicità della scuola statale

In un Istituto comprensivo di Bologna sta accadendo una vicenda paradossale.

Tutto inizia un paio di mesi fa, quando tre parroci delle parrocchie locali inviano una lettera al Dirigente per chiedere di poter dare la benedizione pasquale agli alunni delle tre scuole dell’Istituto. Il Consiglio di Istituto, senza nemmeno perdere tempo per mettere all’ordine delgiorno la richiesta, dibatte nelle “varie” e vota a maggioranza la benedizione a scuola. Salvo accorgersi poi che la faccenda non rappresentava un assolvimento burocratico scontato, macostituiva una decisione pesante, che non aveva chiari appigli normativi, che capovolgeva le consuetudini delle scuole in questione, che non partiva da esigenze o richieste di alcuna componente diffusa (genitori o docenti), che tra l’altro era stata presa in modo irrituale perché con votazione di un tema non incluso nell’ordine del giorno.

A questo punto uno potrebbe pensare che un tale sbilanciamento, effettuato solamente per accontentare tre parroci, poteva rientrare almeno parzialmente e divenire occasione di verifica della normativa e di ascolto delle componenti scolastiche, insomma: poteva essere occasione di un’apertura ad una dialettica “democratica”.

Invece di lì a meno di un mese il Consiglio viene riconvocato con l’inclusione della “benedizione” quale oggetto dell’ordine del giorno e, sotto gli occhi esterrefatti di alcuni docenti presenti come pubblico, la celebrazione del rito viene approvata, con le sole limitazioni di non essere obbligatoria (ci mancherebbe anche questo) e di venir svolta non nell’orario curricolare. A nulla valgono le proposte di mediazione di chi propone una strada più rispettosa della fisionomia pluralista e costituzionale della scuola pubblica, quella di affiggere nelle bacheche della scuola un cartello delle parrocchie con l’appuntamento alle rispettive chiese: la determinazione della maggioranza è di ferro e non viene scalfita.

Per comprendere bene su quale terreno si innesta tale determinazione però occorre conoscere qualche dato aggiuntivo. Bisogna sapere cioè che nel 1993, oltre vent’anni prima, quello stesso Istituto scolastico aveva approvato addirittura la celebrazione di riti cattolici all’interno dell’orario curricolare e che già allora un ricorso al Tar aveva cassato come illegittima questa pratica e nella motivazione aveva aggiunto che anche come attività in orario extrascolastico la pratica non era giustificata, sostanzialmente perché la benedizione o la messa è la celebrazione di un rito e la scuola non è luogo deputato a ciò. Almeno la scuola statale, perché nelle scuole confessionali il problema non si pone.

Quindi sembra di capire che, passati vent’anni, pur non essendo intervenuti cambiamenti legislativi sul tema, un nuovo tentativo nella stessa scuola esprime la volontà di riprovare a far entrare nella scuola un rito cattolico creando un precedente significativo. La speranza degli ostinati sostenitori del prete a scuola (e – immaginiamo – di quei preti che hanno avanzato la richiesta) è evidentemente quella di provare a incrinare il carattere laico che caratterizza in parte la scuola italiana (teniamo presente che comunque a scuola sono previste due ore di insegnamento della religione cattolica) facendo marcare il territorio al sacerdote attraverso la benedizione, una benedizione che le anime credenti potrebbero benissimo recarsi a ricevere nella chiesa viciniore.

A questo punto un gruppo non piccolo di insegnanti e genitori di quell’Istituto si ritrova a ragionare su tale scelta e – non condividendone le ragioni e avendo dubbi sulla legittimità – decide di rivolgersi ad un avvocato e – a proprie spese – di fare ricorso al Tar. Sono evidentemente insegnanti che considerano la scuola statale come uno spazio in cui non si svolgono riti religiosi, ma semmai si parla di religioni studiandone gli aspetti culturali.

Pensano che la presenza nella società italiana di scolaresche sempre più composite per credo religioso o non religioso suggerisca comportamenti che non creino divisioni tra alunni credenti e alunni non credenti in quella religione specifica o non credenti affatto; reputano quindi scontata la tutela dello spazio scolastico – curricolare ed extracurricolare – dalle celebrazioni religiose di qualsiasi confessione. Questi insegnanti e genitori quindi ricorrono e attendono di sapere dalla magistratura amministrativa chi ha ragione sulla legittimità – poiché il diritto a confrontarsi sulla base di
diverse opinioni lo garantisce la Costituzione. Il pronunciamento sulla richiesta di sospensiva è previsto per il 26 marzo e quindi rimarrebbe tutto il tempo, qualora la sospensiva non venisse accordata, per dare corso successivamente alla delibera del Consiglio di Istituto.

Su questa situazione però si innesta un incredibile capovolgimento mediatico delle posizioni.

Attorno a questi docenti e genitori che hanno un’opinione diversa si scatena una canea mediatica vergognosa, a tratti intimidatoria, francamente imbarazzante. Dapprima Don Raffaele Buono afferma in un testo inviato alla stampa che “l’effetto della benedizione sarà di
incoraggiamento e consolazione per chi crede in un Dio d’amore e misericordia; per chi non crede sarà certo meno preoccupante dello sventolare di una bandiera nera”. Poi l’allusione all’Isis fa scuola e riappare più volte. Vediamo alcune citazioni: per Camillo Langone su “il Giornale nuovo” (prima pagina, titolo principale) ricorrere al Tar diventa “una mossa degna del califfato”, i professori sono “indiavolati”, “la sinistra che tifa per l’Isis” e le ragioni dei ricorrenti sono bollate come “delirio laicista”. “Il Resto del Carlino” titola “sì alle benedizioni, basta con i prepotenti”, il direttore descrive gli insegnanti ricorrenti come “pervasi da spirito ideologico che mal si concilia con la funzione che svolgono”, il vicedirettore decreta: “gente come gli 11 di cui sopra andrebbero a loro volta portati davanti ai giudici perché impediscono ad altri di coltivare i propri valori”… Fermiamoci qui. Appellarsi ad uno strumento costituzionale della giustizia amministrativa diviene un atto bollato come vergognoso e violento: il fango mediatico ha realizzato il suo scopo: oscurare il dibattito e demonizzare i soggetti che la pensano diversamente (molti – tra l’altro – cattolici praticanti).

Ma ciò non è bastato a suggerire riflessioni e a rallentare la determinazione di chi ritiene che si debba procedere con forza verso queste benedizioni. Oggi, 12 marzo 2014, un nuovo Consiglio di Istituto, convocato in tutta fretta, ha fissato l’organizzazione delle benedizioni per i giorni precedenti la data del pronunciamento del Tar, in modo da vanificare il ricorso dei docenti e dei genitori e per mettere tutti – giudici del Tar compresi – di fronte al fatto compiuto
(oltretutto con voto favorevole della rsu Flc-Cgil). Tutto ciò nonostante nel frattempo il Consiglio di interclasse di una delle tre scuole si sia riunito e, tra le altre materie all’ordine del giorno, abbia discusso sul tema esprimendo praticamente all’unanimità (un solo astenuto) l’imbarazzo per una scelta che risulta divisiva per i bambini e le famiglie, fuori dalle tradizionali scelte educative della scuola, non in linea con la precedente sentenza del Tar.

In definitiva quindi si conferma la determinazione della maggior parte dei consiglieri d’istituto di andare avanti nonostante tutto e a tutti i costi mentre l’unica voce proveniente dal basso (i docenti di una scuola riuniti in un organo collegiale) esprime un parere diametralmente opposto che non viene preso in considerazione.

I Cobas – Comitati di base della scuola sostengono insegnanti e genitori in questa lotta per la laicità della scuola, per il rispetto delle diverse scelte religiose o non religiose di ognuno.

Deplorano i toni e i contenuti fortemente diffamatori e intimidatori di molti interventi giornalistici sul tema, si stupiscono che dalla dirigenza dell’istituto non emerga una parola di difesa della professionalità dei docenti che sono ricorsi al Tar in virtù dei loro pieni diritti di cittadinanza. La scuola statale italiana è laica e la Costituzione garantisce tale laicità. Queste forzature in direzione clericale rivelano solamente la pochezza delle argomentazioni di questi paladini della benedizione a tutti i costi.

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Bergoglio come se fosse Antani

da Democrazia Atea il 20 Gennaio 2015 dc:

Bergoglio come se fosse Antani

I Capi dello Stato Vaticano si sono negati, almeno apparentemente, la sessualità e nello stesso tempo legano al fallo l’autorevolezza delle loro asserzioni, perché si autoproclamano infallibili, un po’ come gli Ayatollah in Iran che non possono essere contestati da nessuno quando esprimono le loro interpretazioni religiose.

Sia il Capo di Stato Vaticano che l’Ayatollah iraniano si sono arrogati il potere di imporre alle masse le regole morali che interpretano secondo convenienza a fini di potere.

E non è difficile che un capo cattolico e un capo islamico possano trovarsi sulla stessa lunghezza d’onda quando si tratta di reprimere la libertà d’espressione.

Gli integralisti islamici, nell’attualità del loro medioevo, uccidono, mentre invece il finto povero Bergoglio, che il medioevo vorrebbe restaurarlo, di fronte a ciò che reputa offesa incita a tirare di pugni.

Una espressione più sessista e maschilista, come quella recentemente profferita davanti alle telecamere, non sarebbe stata ugualmente idonea ad interpretare la volgarità del suo pensiero.

Nel suo mondo misogino infatti le donne devono essere protette con i pugni, perché l’insulto ad una donna, qualunque esso sia, non può trovare nel sistema processuale sanzionatorio la giusta valutazione, ma deve trovare nella violenza l’espressione di riaffermazione della proprietà, e per giunta non in via diretta, ma attraverso il maschio preposto a difesa della femmina subordinata.

Forse nel prossimo sinodo decideranno che la reazione con i pugni sarà una new entry nei manuali del catechismo cattolico, e così decenni di cultura della non-violenza andranno a farsi friggere, perché anche l’ultimo dei bulli di periferia sarà in grado di picchiare e di giustificarsi dicendo “lo ha detto Bergoglio”.

Per fortuna una buona parte delle donne italiane non si riconosce nella miseria maschilista di un recinto nel quale non c’è autonomia di scelta né di giudizio.

Molte donne hanno compreso che la sottomissione al maschio va interpretata come devianza patologica, e sanno che la dignità non si concilia con la violenza del messaggio religioso cattolico, ma con l’affermazione delle regole di diritto, e maggiormente quelle che si devono adire in via diretta quando si subisce un’offesa.

Stavolta Bergoglio ha detto una castroneria di troppo, ha travalicato la consapevolezza dei suoi limiti, si crede infallibile e ha lasciato trapelare la sua vera natura che è stata allevata in un retroterra di ordinario maschilismo.

Le donne consapevoli non hanno bisogno di essere difese con i pugni.

Le donne consapevoli non hanno bisogno dei messaggi subliminali di un triste gesuita che ogni giorno di più sproloquia come “come se fosse antani”.

Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea

Ateoagnosticismo, Laicità e Laicismo, Politica e Società, Storia

Il terrorismo è frutto della religione?

dal nuovo Autore del blog, 8 Gennaio 2015 dc:

Il terrorismo è frutto della religione?

di Luca Immordino

Il 7 Gennaio 2015 dc a Parigi, presso la sede del periodico settimanale satirico Charlie Hebdo, è occorso un gravissimo episodio di inaudita violenza e crudeltà, perpetrato da fanatici in nome della religione musulmana, contro gente innocente e contro le più elementari regole di umanità.

Ecco descritti brevemente i fatti. Dalle prime sommarie ricostruzioni tre persone giungevano a bordo di un’autovettura presso la sede della rivista satirica. Dall’auto scendevano due individui a volto coperto ed armati di kalashnikov che costringevano una donna, che lavorava lì, a farsi aprire la porta d’ingresso immettendo il suo codice di accesso. Appena entrati è iniziata la strage che, una volta terminata, ha avuto come conseguenza la morte di 12 persone ed il ferimento di altre 11, di cui 5 in modo grave.

Sempre dalle registrazioni sonore e dalle riprese video, nonché dalle testimonianze dei sopravvissuti, si è avuto modo di accertare che la strage è stata effettuata per motivi religiosi da estremisti islamici. Il giornale in questione si occupava di satira che spesso aveva come tematica la religione, compresa l’attualità del fenomeno dell’estremismo islamico. Per questa sua attività era stato additato dalla quasi totalità degli ambienti religiosi come dissacrante e, da alcuni di questi, condannato apertamente con gravi minacce anche di morte, seguite da intimidazioni.

Le religioni, purtroppo, sono state e sono fonti di efferati crimini per le loro caratteristiche dogmatiche che si impongono come ordini assoluti, non contestabili ed ai quali bisogna obbedire a pena di severissime punizioni divine. Tutte le religioni contengono nei loro testi, considerati “sacri”, ordini e minacce di terribili punizioni contro chi non si allinea al volere divino. Ecco un breve esempio limitato alla religione più diffusa in “Occidente”, tratto dal Nuovo Testamento ritenuto, per così dire, più morbido ed illuminato rispetto al Vecchio Testamento: “Guai alle città incredule! – Allora [Gesù] cominciò ad inveire contro le città in cui aveva compiuto la maggior parte di miracoli, perché non si erano convertite:«guai a te, Corazin! Guai a te, Betsaida! Poiché, se i prodigi che sono stati compiuti in mezzo a voi fossero stati fatti a Tiro e Sidone, da tempo in cilicio e cenere avrebbero fatto penitenza. Ebbene, vi dico che nel giorno del giudizio la sorte che toccherà a Tiro e Sidone sarà più mite della vostra. E tu, Cafarnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Sino agli inferi sarai precipitata. Poiché, se a Sodoma fossero stati compiuti i prodigi che si sono compiuti in te, sarebbe rimasta fino ad oggi. Ebbene, vi dico che nel giorno del giudizio la sorte che toccherà alla terra di Sodoma sarà più mite della tua»”. (Bibbia, Nuovo Testamento, vangelo secondo Matteo 11,19).

Questi testi, sui quali si fondano le più grandi religioni contemporanee, hanno origini incerte e remote, sono stati tramandati anche in modo non genuino e con modifiche nel corso dei secoli, e rispecchiano una visione cristallizzata ed obsoleta che si basa su concezioni ormai superate.

C’è anche da dire anche che la quantità di attentati è minima rispetto alla percentuale di popolazione credente. Ciò è da ricollegarsi al fatto che ogni credente ha un modo diverso di interpretare la stessa religione ed al giorno d’oggi la percentuale di persone praticanti è di molto inferiore rispetto a chi si definisce credente. È impressionante, rispetto alle stragi compiute da squilibrati od altri soggetti, il fatto che quelle compiute a sfondo religioso forniscono a determinati individui ulteriori motivazioni per perseguire e giustificare certi gesti estremi, quali sono gli attentati terroristici. Questo determina la maggiore incidenza di atti terroristici per opera di questi ultimi, rispetto a quelli compiuti per motivazioni non legate alla religione. D’altronde in passato, come nel presente, la stragrande maggioranza delle guerre è da attribuirsi a motivazioni religiose (iniziando dalle crociate e finendo alle recenti guerre che vedono in contrapposizione “Occidente” e “Mondo Islamico”).

Cos’è allora che differenzia le varie religioni? È vero che la stragrande maggioranza degli attentati terroristici avvenuti in Occidente sono opera di fanatici islamici, ma è anche vero che episodi gravissimi sono stati commessi da estremisti cristiani, come per esempio l’ultimo, di eccezionale gravità, avvenuto in Norvegia. In questo Paese scandinavo nel 2011 un fanatico della religione cristiana uccise brutalmente a colpi d’arma da fuoco 77 persone, quasi tutte giovani, e ne ferì più di 300, anch’esse per la maggioranza ragazzi.

Ampliando questa breve analisi anche ad un’altra grande religione mondiale, bisogna dire che in India si registrano molti atti terroristici a sfondo religioso, compiuti anche da credenti appartenenti alla religione induista.

Il problema è da ricercare nella mitigazione nell’osservanza dei dettami religiosi dovuta alla nascita ed allo sviluppo dei valori laici, secondo i quali conta il reciproco rispetto nei rapporti umani e non il prevalere, in questi, dei dettami divini. Guardando più specificamente il caso dell’ “estremismo religioso musulmano”, possiamo tranquillamente affermare che, a livello storico, è facilmente constatabile che nei Paesi dove si è affermato l’Islam non si è avuto un periodo che possiamo paragonare al nostro illuminismo: “Contrariamente a quanto affermatosi nell’Europa moderna il movimento musulmano per la riforma non fu interessato a revisioni dottrinali, né il rapporto con la modernità fu avvertito quale processo di adattamento all’ideologia della modernizzazione, così come proposta dalla cultura europea nell’Ottocento. L’Islam in quanto sistema di atti di culto non poteva essere soggetto ad alcuna revisione”. (Antonino Pillitteri “Introduzione allo studio della storia contemporanea del mondo arabo”, Laterza editore, Bari 2008, pagina 18). Si pensi che le istituzioni statali dei Paesi islamici sono ancora intrise profondamente da elementi religiosi, come ad esempio l’applicazione della legge coranica nel campo del diritto. Un’altra causa dell’affermarsi di gruppi estremisti è da ricercarsi in fattori geopolitici. Durante il contrasto fra le due superpotenze mondiali U.R.S.S. ed U.S.A., infatti, gli americani fomentarono e finanziarono i gruppi islamici più estremisti in modo da poterli utilizzare contro il nemico sovietico. L’Unione Sovietica era un Paese ufficialmente ateo e per di più confinava con numerosi Paesi islamici ed addirittura, nelle repubbliche sovietiche ad essi confinanti, vi era una lunga tradizione legata alla religione musulmana: dopo il crollo dell’U.R.S.S., con la proclamazione d’indipendenza di queste ex repubbliche sovietiche, è stata adottata come religione ufficiale quella islamica.

Laicità e Laicismo, Sessualità, Varie: attualità, costume, stampa etc

Perché gli eterosessuali devono difendere con convinzione i diritti degli omosessuali

“Perché gli eterosessuali devono difendere con convinzione i diritti degli omosessuali” sul sito « Hic Rhodus, 10 Settembre 2014 dc

Laicità e Laicismo, Politica e Società, Sessualità

Incesto, ecco perché ha senso depenalizzarlo

Incesto, ecco perché ha senso depenalizzarlo – Il Fatto Quotidiano. 29 Settembre 2014 dc. Finalmente qualche parola fuori dal coro di ipocrisie reazionarie e bigotte!

Ateoagnosticismo, Laicità e Laicismo, Politica e Società

Laique e Laico

da Democrazia Atea www.democrazia-atea.it 30 Luglio 2014 dc:

Laique e Laico

Alcuni linguisti dicono che la lingua è l’uso che se ne fa, ovvero l’uso che ne fa nel quotidiano la maggioranza della gente che parla quella lingua.
 
In Francia con il termine laïque la maggioranza dei francesi intende comunemente “colui che esige la separazione tra lo Stato e le religioni”.
 
Tuttavia, in Italia, con il termine laico la maggioranza degli italiani, nell’uso quotidiano che fa di tale termine, intende “cattolico non chierico”.
 
Laico, in Italia, per esempio, è l’inserviente del convento.
 
Può quindi accadere che un candido laicista, sentito che un italiano si dichiara laico, gli chieda: “Allora anche tu vuoi la netta separazione tra lo Stato e le religioni?”
 
E che poi, con la bocca aperta e gli occhi strabuzzati, si senta rispondere: “Ma manco per niente, io voglio che noi cattolici continuiamo ad avere tutti i privilegi che abbiamo, anzi, se possibile dovremmo rimarcare anche di più il fatto che l’Italia è cattolica, gli altri possono al massimo essere tollerati, specie ora che arrivano tutti questi pericolosi alieni.”
 
Ah …
 
È vero che la Corte Costituzionale ha statuito il supremo principio costituzionale di laicità dello Stato, ma nel farlo ha usato la formula “Supremo Principio di laicità o non-confessionalità”.
 
Ed è quel “o non-confessionalità” che marca la differenza tra la competenza linguistica dei giudici della Corte Costituzionale e il candido laicista.
 
Se in italiano volete dire laïque senza ingenerare equivoci sorrisi di assenso nell’interlocutore cattolico, dovete usare non-confessionale.
 
Allora vedrete che il “laico” ci terrà subito a rimarcare che lui è cattolico e giammai non-confessionale.
 
Laïque (colui che esige la separazione tra lo Stato e le religioni) è falso amico di “laico” (cattolico non chierico), è invece sinonimo inequivocabile di non-confessionale (colui che esige la separazione tra lo Stato e le religioni).
 
In questo caso, evitare i falsi amici è semplice e redditizio. Perché insistete con la traduzione letterale?
 
Fiorenzo Nacciariti

Ateoagnosticismo, Laicità e Laicismo, Politica e Società

Padova in croce

Da Democrazia Atea www.democrazia-atea.it il 27 Luglio 2014 dc:

Padova in croce

Egregio signor Sindaco,

fingo stupore nell’apprendere che Lei si pone in continuità con il percorso intrapreso dal suo partito, ovvero, blandire politicamente il cattolicesimo più becero e reazionario, presentando provocatoriamente mozioni in favore della presenza del crocifisso negli edifici pubblici comunali, provinciali e regionali.

Il suo attaccamento alla dittatura fascista e all’ossequio verso i regi decreti è imbarazzante.

Le sfugge che nel frattempo è intervenuta una Repubblica e una ‘carta dei diritti’ comunemente chiamata Costituzione, sulla quale lei ha prestato giuramento, e intuisco, a questo punto, quale valore morale il suo cattolicesimo le suggerisce rispetto alla solennità di un impegno.

Qualora non le fosse nota, le suggerisco la lettura della sentenza n. 439 del 1.3.2000 con la quale la IV Sezione penale della Corte di Cassazione ha sentenziato l’illiceità dell’ostensione dei crocifissi negli uffici pubblici perché violano il Principio Supremo di Laicità che si sostanzia – come costantemente affermato dalla Corte Costituzionale – nell’obbligo dello Stato e dei suoi funzionari di essere neutrali, imparziali ed equidistanti nei confronti di tutte le religioni e di tutti i singoli cittadini, in relazione alla loro fede o credo.

Solo questo aspetto dovrebbe suggerirle qualche dubbio sulle modalità etiche con le quali amministra il Comune che rappresenta.

Non le sarà sfuggito che l’art. 3 della Costituzione dice che “tutti i cittadini hanno pari dignità e sono uguali dinanzi alla legge, senza distinzione di religione” e che la religione cattolica è solo una delle circa 30.000 religioni, sette e aggregazioni tribali del pianeta.

Ed inoltre che l’art. 8 della Costituzione dice che “tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge”; che l’art. 19 della Costituzione dice che “tutti hanno il diritto di professare liberamente la propria fede o non fede religiosa, di farne propaganda e di esercitarne il culto anche in pubblico”; che l’art. 9 della Convenzione internazionale sui diritti dell’Uomo dice che “ogni persona ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione”; che l’art. 14 della medesima convenzione dice che “il godimento dei diritti civili e delle libertà riconosciuti nella presente Convenzione deve essere garantito a tutti.”

In ultima, ma non meno importante , cito la sentenza n. 203 del 1989, con la quale la Corte costituzionale ha inteso affermare l’esistenza nel nostro ordinamento della cosiddetta Laicità Positiva, quella cioè della “non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale”.

Il simbolo cattolico, a tutto voler concedere, è anche esteticamente inquietante atteso che raffigura un cadavere appeso ad una croce, e anche sotto questo aspetto non è ammissibile che possa essere imposto senza dare, nel contempo, la possibilità a tutti i cittadini di potere esporre il simbolo religioso che più li rappresenta.

Né vi sarebbe alcun motivo di negare, ad esempio, ad un pastafariano di esporre, accanto al cadavere appeso alla croce, il proprio simbolo che consta di uno scolapasta.

Nella foto che campeggia sul suo profilo Facebook si legge lo slogan “Massimo Bitonci Sindaco di tutti” e auguro vivamente ai suoi concittadini che il significato che lei attribuisce allo slogan non sia diverso da quello che deve essere attribuito al giuramento sulla Costituzione.

In attesa di conoscere quale significato intende attribuire al Principio di Laicità, porgo distinti saluti.

Ciro Verrati
Segretario Provinciale di Venezia di Democrazia Atea

Laicità e Laicismo, Politica e Società, Sessualità

194, prove di sharia cattolica

194, prove di sharia cattolica Libero Pensiero n.ro 68 Giugno 2014 dc

Laicità e Laicismo, Politica e Società, Sessualità

Aborto: prima la donna, poi l’obiettore.

Aborto: prima la donna, poi l’obiettore. Rivoluzione nei consultori del Lazio – micromega-online – micromega. 1 Luglio 2014 dc

Ateoagnosticismo, Laicità e Laicismo, Storia

La Bibbia è falsa! – Il Fatto Quotidiano

La Bibbia è falsa! – Il Fatto Quotidiano. di Mauro Barberis, 1 maggio 2014 dc