Per un’iniziativa unitaria di mobilitazione contro il governo Conte di tutte le sinistre di opposizione

In e-mail l’8 Settembre 2019 dc:

Per un’iniziativa unitaria di mobilitazione contro il governo Conte di tutte le sinistre di opposizione

A: Potere al Popolo, Sinistra Anticapitalista, Lotta Comunista, Partito Comunista, Sinistra Classe Rivoluzione, Partito Comunista Italiano

A: Il sindacato è un’altra cosa-opposizione CGIL, Confederazione Unitaria di Base, Sindacato Generale di Base, Sindacato Intercategoriale Cobas, Unione Sindacale di Base, Confederazione Cobas, Unione Sindacale Italiana

Il governo Conte bis nasce sotto il segno poteri forti, nazionali e internazionali. Un governo salutato dall’entusiasmo della Borsa e del capitale finanziario, e al tempo stesso sostenuto dai principali sindacati, dalla sinistra parlamentare (Sinistra Italiana), e in parte, seppur criticamente, dal PRC. Tutto ciò designa uno scenario politico nuovo.

Il programma reale del governo PD-M5S è il riflesso della sua natura sociale: privilegiamento degli interessi europeisti della grande impresa, concertazione con la burocrazia sindacale, consolidamento dell’asse atlantista in politica estera, sostegno attivo agli interessi specifici dell’imperialismo italiano, innanzitutto in Africa. Le stesse rivendicazioni democratiche dei movimenti di opposizione a Salvini (sociali, antirazzisti, femministi, ambientalisti) sono destinate ad essere cestinate, mentre la compromissione nel governo o attorno al governo della sinistra politica e sindacale (CGIL) lascerà a Salvini il monopolio dell’opposizione e uno spazio obiettivo di rivincita.

Il nostro partito si colloca senza riserve all’opposizione del nuovo governo. Per questo sosterremo ogni iniziativa di lotta del movimento operaio e dei movimenti sociali e democratici, a difesa della loro autonomia, contro ogni logica di subordinazione all’esecutivo. In questo quadro appoggiamo l’azione di sciopero generale promosso da CUB, SGB, SI Cobas, USI per il 25 ottobre, e riteniamo sarebbe importante la massima convergenza unitaria di tutto il sindacalismo di classe attorno a questa iniziativa, contro ogni logica di frammentazione e concorrenza tra sigle.

Più in generale consideriamo importante la più ampia unità d’azione delle sinistre di opposizione sul terreno dell’opposizione al governo. Abbiamo bisogno di costruire una vera unità d’azione dell’opposizione di classe. Per questo proponiamo, in tempi brevi, un incontro nazionale delle sinistre di opposizione che discuta e definisca l’agenda comune delle iniziative di mobilitazione e di lotta contro il governo.

Non si tratta ovviamente di risolvere divergenze di impostazione strategica che hanno una radice nella storia del movimento operaio e che si sono in questi anni consolidate, né dunque si tratta per parte nostra di perseguire aggregazioni politiche confuse basate sulla rimozione di tali divergenze. Rivendichiamo la nostra autonomia quanto rispettiamo l’autonomia altrui. Ciò che proponiamo invece è combinare la massima chiarezza del confronto con la massima unità sul piano dell’azione comune contro il governo e il padronato, facendo dell’opposizione di classe e di massa al governo il terreno centrale di unità d’azione, fuori e contro ogni logica settaria.

Pensiamo che un coordinamento nazionale unitario delle sinistre di opposizione potrebbe rappresentare un punto di riferimento comune per migliaia di militanti e attivisti di diversa collocazione, ed anche un fattore di incoraggiamento e valorizzazione delle loro disponibilità di lotta.

Su questa proposta contatteremo direttamente le vostre organizzazioni per verificare le concrete disponibilità. Per parte nostra siamo naturalmente disponibili a convergere su iniziative da altri proposte che abbiano la stessa logica e finalità unitaria.

Partito Comunista dei Lavoratori

Riflessioni a briglia sciolta

In e-mail il 14 Luglio 2019 dc:

Riflessioni a briglia sciolta

di Lucio Garofalo

Riconosco di essere una persona caratterialmente scettica e diffidente, persino malpensante. Ideologicamente sono un ateo marxista. Sono stato ripetutamente  disilluso dalla vita, amareggiato da esperienze negative, tradito dal comportamento spregiudicato di numerosi pseudo compagni e dai falsi partiti politici di “sinistra”.

Francamente sono molto arrabbiato contro i falsi moralisti e i falsi compagni, i parolai e i “pifferai magici” della sinistra borghese, affetta dal morbo del “cretinismo parlamentare”. L’esperienza storica ha dimostrato che costoro aspirano solo ad adagiare il proprio deretano sopra un comodo ed ambito scranno all’interno delle istituzioni borghesi per ricavarne potere, gloria, ricchezza, privilegi e immunità personali, fregandosene delle sofferenze e dei bisogni della gente, delle istanze dei loro elettori.

La mia posizione di critica netta e intransigente mi ha procurato problemi di solitudine politica, condannandomi ad una sorta di ostracismo e di esilio morale, di isolamento nel territorio dove abito. Ma tant’è. Credo di essere sufficientemente forte e vaccinato verso tale situazione, abbastanza immune rispetto alla violenza morale ed esistenziale esercitata dai conformismi di massa, compresi quelli imposti dalla “sinistra”, essendo abituato al ruolo, senza dubbio scomodo, di bastian contrario, di ribelle anticonformista e di “cane sciolto”, per cui la condizione di marginalità non mi turba affatto.

Ultimamente ho cercato di uscire dall’isolamento politico provando ad infrangere il clima di chiusura ed ostilità creato nei miei confronti dai vari “forchettoni”, “rossi”, “bianchi” o “neri” che siano. I quali dettano legge soprattutto in alcune realtà di provincia come l’Irpinia. Una terra costretta ad un livello di sudditanza semifeudale, le cui popolazioni sono soggette a ricatti e condizionamenti perpetui e ad un mostruoso giogo clientelare. Non dobbiamo dimenticare che il territorio dove abito rappresenta da lustri un feudo incontrastato di Ciriaco De Mita e dei suoi galoppini. L’Irpinia è da sempre una roccaforte elettorale e clientelare della peggiore Democrazia cristiana.

Tuttavia, non mi lascio mai sopraffare dallo sconforto o, peggio, dalla depressione, né da rancori e risentimenti, ma reagisco sempre con rabbia e indignazione, riscoprendo “prodigiosamente” una spinta motivazionale che mi restituisce un fervido entusiasmo e una volontà combattiva, un desiderio tenace ed impetuoso di lotta e di riscatto. Forse perché sono uno spirito libero e ribelle, consapevole della lezione della storia. La quale insegna che è addirittura possibile, quindi concepibile, la realizzazione dell’utopia.

Si pensi che fino al XVIII secolo, ovvero il “secolo dei lumi”, la schiavitù del lavoro, la servitù della gleba e la tirannia aristocratico-feudale erano viste quali elementi ineluttabili e immodificabili, al limite come fenomeni conseguenti a leggi naturali, come una realtà che era sempre esistita e sarebbe durata in eterno, e non come dati storici transeunti, soggetti a trasformazioni rivoluzionarie determinate dalle forze produttive e sociali in movimento e in lotta sia per necessità oggettive che per volontà soggettive.

Eppure, alla fine del 1700 la rivoluzione francese e il radicalismo giacobino, mobilitando le masse popolari e contadine, spazzarono via il feudalesimo e l’assolutismo monarchico con tutti i suoi assurdi privilegi aristocratici, il servaggio, l’oscurantismo religioso e tutte le anticaglie medioevali. Parimenti, fino ad Abramo Lincoln nessuno avrebbe mai immaginato che la schiavitù, ritenuta per secoli come una situazione naturale e ineluttabile, una condizione ineliminabile e permanente dell’umanità, potesse un giorno essere abolita, almeno giuridicamente, sebbene non ancora soppressa sul piano materiale. E lo stesso si potrebbe dire per un fenomeno quale il cannibalismo, un’abitudine alimentare millenaria dei popoli primitivi, che oggi farebbe inorridire chiunque. E così per altre pratiche consuetudinarie, usanze e costumi del genere umano.

Pertanto, perché ritenere già persa in partenza la lotta politica a tutela dei lavoratori, in difesa dei salari più bassi e più deboli, una battaglia che si attesta oltretutto su posizioni difensiviste di salvaguardia e di retroguardia? Nel senso che non si aspira a fare la rivoluzione, a prendere il potere conquistando il “Palazzo d’Inverno”, ma si tratta di informare e sensibilizzare l’opinione pubblica promuovendo una presa di coscienza sulle tematiche che investono direttamente la vita quotidiana e la condizione dei lavoratori.

Non vorrei allontanarmi dal tema in questione. Ricordo che una delle radici ideologiche dell’opportunismo risiede precisamente nell’elettoralismo borghese. Personalmente sostengo con estrema durezza la critica contro l’opportunismo in quanto costituisce il male storico del movimento comunista internazionale. Non c’è bisogno di scomodare Lenin o Rosa Luxemburg per dimostrare la validità di tale tesi, basta guardarsi attorno.

L’interesse e il calcolo opportunistico, l’autoritarismo e il verticismo burocratico, l’arrivismo, l’ambizione e il carrierismo individuale, le invidie e i personalismi eccessivi, questi ed altri atteggiamenti piccolo-borghesi, purtroppo assai diffusi in determinati settori della cosiddetta “sinistra radicale” (e non solo negli ambienti della sinistra borghese e riformista), costituiscono un male ben peggiore dell’isolamento personale.

La principale preoccupazione per un’autentica forza antagonista e di classe, di ispirazione comunista e anticapitalista, non può essere la “questione elettorale”. Non credo che la priorità politica di una soggettività comunista, specie in un momento di crisi epocale del sistema sociale vigente, una crisi segnata da crescenti disordini e conflitti (si pensi al caso emblematico della Grecia) che minano le basi stesse dell’assetto capitalistico globale, possa essere il tema della rappresentanza elettorale.

L’esperienza storica dovrebbe insegnarci che il pericolo per un’autentica sinistra comunista e di classe è costituito da ciò che si chiamava polemicamente la “febbre elettoralistica”, cioè la frenetica ricerca del successo elettorale, la conquista a tutti i costi del potere o di una quota di rappresentanza nell’attuale ordinamento statale borghese. E’ esattamente questa impostazione burocratica ed elettoralistica che rischia di aprire la strada all’affermazione di tendenze opportunistiche e individualistiche piccolo-borghesi, all’emergere di atteggiamenti di corruzione e di sfrenate ambizioni di carriera. Come, d’altronde, dovrebbe insegnarci l’esperienza storica del PRC.

In passato la base elettorale del PRC e delle altre formazioni della “sinistra radicale” era costituita da un mini-blocco sociale composto in gran parte da operai e giovani lavoratori precari, eco-pacifisti, attivisti no-global, ecc. I quali hanno giustamente reso pan per focaccia, sfruttando l’unica arma a propria disposizione, vale a dire l’arma del voto, per espellerli dalle istituzioni parlamentari a cui si erano tanto affezionati, infliggendo loro la punizione che meritavano e che gli ha arrecato dolore e frustrazione, procurandogli una logorante astinenza dall’esercizio del potere: “il potere logora chi non ce l’ha”, come afferma un vecchio ed astuto volpone democristiano che ha maturato una lunga esperienza ai massimi vertici del potere politico in Italia. Fare clic per cancellare la replica.

Pertanto, bisogna prendere atto della verità storica a 360 gradi. Negli ultimi anni il PRC era diventato un vero e proprio “covo” di opportunisti e forchettoni, burocrati e funzionari di partito ambiziosi ed arrivisti. Dunque, solo dopo aver fatto chiarezza fino in fondo e dopo aver svolto un’igienica e necessaria opera di autocritica, solo a quel punto ritengo che si possa avviare in maniera legittima e credibile un processo di ricomposizione di un’autentica e moderna sinistra anticapitalista e di classe in Italia.

Per quanto concerne la questione dell’isolamento, a me pare che questo costituisca un problema della politica in generale. Tutti i partiti politici soffrono il distacco e la disaffezione della gente, ma in fondo è sempre stato così, almeno in Italia. Il popolo italiano è storicamente un popolo ignorante e qualunquista, privo di senso civico e di moralità pubblica. Lo stesso Pier Paolo Pasolini scriveva nel lontano 1973: “La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c’è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline”. Più chiaro di così.

In fondo, anche Guicciardini lo aveva compreso diversi secoli fa: il popolo italiano bada solo al proprio “particulare”, persegue solo i propri affari personali senza capire che i propri interessi possono coincidere e identificarsi con quelli altrui. Ma anche ai più grandi marxisti rivoluzionari è capitato talvolta di essere isolati. Rosa Luxemburg, ad esempio, è sempre stata un’esponente isolata e minoritaria all’interno del movimento operaio e socialdemocratico internazionale, e lo stesso Lenin, prima di prendere il potere in Russia, ha sofferto una condizione di marginalità e di solitudine politica.

Il bilancio di Tsipras

In e-mail l’11 Luglio 2019 dc:

Il bilancio di Tsipras

In Grecia le elezioni politiche, come già le precedenti europee, confermano la legge fisica della lotta di classe. Come disse l’avvocato Agnelli: occorrono a volte governi di sinistra per fare le politiche di destra. Salvo aggiungere che per questa stessa ragione è la destra che poi ritorna in sella.

Il partito Nuova Democrazia, la tradizionale destra greca, era un partito con le ossa rotte prima dell’esperienza Tsipras, travolto assieme al PASOK dal crollo di credibilità dei vecchi partiti di governo.

Il crollo dell’economia greca, il lungo calvario dei memorandum e l’esperienza della crudele austerità dettata dalla troika avevano sospinto dopo il 2008 una potente radicalizzazione del movimento operaio e popolare nel segno del rigetto delle politiche dominanti. L’ascesa elettorale di Syriza dal 4% del 2009 al 36% del 2015 fu semplicemente la registrazione distorta di questa ribellione di massa.

Il trionfo dell’oxi contro la troika, con il ripudio del suo ricatto, ne rappresentò il naturale prolungamento. Se la destra oggi è tornata al governo della Grecia è perché quella enorme domanda di svolta è stata clamorosamente tradita. Un tradimento che ha trascinato con sé il riflusso della mobilitazione e della coscienza, a tutto vantaggio della reazione.

I sostenitori italiani di Tsipras, più o meno critici, per ultimo Salvatore Prinzi (Potere al Popolo), dicono che sì, forse Tsipras “ha sbagliato”, ma dopotutto non aveva alternative.

Se avesse rotto con la UE «avrebbe fatto la fine di un Allende o peggio di un Masaniello», del resto il popolo non era così radicale come sembrava, ecc. ecc. Non potendo riverire Tsipras nel momento della sua disfatta (come fecero invece nel momento della sua ascesa, seminando illusioni a piene mani), gli intellettuali riformisti assolvono retrospettivamente la sua politica come obbligata, scaricando sulle masse la responsabilità dell’accaduto. In altri termini, il popolo ha in definitiva il governo che si merita; dedichiamoci quindi al piccolo cabotaggio del mutualismo («C’è da togliere illusioni, proponendo allo stesso tempo cose concrete, fattibili»), senza troppi grilli per la testa.

La verità è ben diversa.

Dopo sei anni di straordinaria mobilitazione di massa, che aveva distrutto il vecchio sistema politico greco e portato Syriza al governo, l’alternativa c’era. Ma poteva porsi solo sul terreno di una rottura anticapitalista: solo sul terreno di misure che rompessero le compatibilità di sistema (cancellazione del debito pubblico, nazionalizzazione delle banche, esproprio degli armatori); solo sul terreno della costruzione di strutture di autorganizzazione di massa che supportassero queste misure e concentrassero nelle proprie mani il potere.

Le classi dominanti greche ed europee avrebbero reagito?

Naturalmente. O qualcuno pensa che “il potere del popolo” possa realizzarsi senza resistenze dei capitalisti? Ma la linea di scontro sarebbe stata chiara non solo in Grecia ma su scala continentale. La rottura della Grecia col capitale finanziario che l’affamava avrebbe potuto diventare un fattore di mobilitazione internazionale del movimento operaio, di sviluppo della sua coscienza e di possibile contagio, anche a beneficio dei rapporti di forza nella Grecia stessa. Vittoria assicurata? Solo gli imbecilli possono pensarlo. Ma certo quella era l’unica via possibile per vincere.

Tsipras ha perseguito la via esattamente opposta: la via sicura per condannare alla sconfitta la domanda di svolta che aveva raccolto.

La leggenda per cui Tsipras avrebbe voluto il cambiamento ma i rapporti di forza l’hanno impedito è una falsificazione dei fatti. Syriza rappresentava nella sua nascita ed evoluzione un classico soggetto riformista. Ben prima del 2015 Tsipras s’era attivato su scala internazionale alla ricerca di una legittimazione presso gli ambienti dominanti, negli USA e in Europa. Il governo di Syriza con ANEL (un partito reazionario di destra) fu sin dall’inizio, nella sua stessa composizione, un segnale di collaborazione con gli imperialismi europei e con le classi dominanti greche, a partire dagli armatori.

Da subito Tsipras ha accettato il piano inclinato del negoziato coi creditori della troika, gli affamatori dei lavoratori greci a cui questi si erano ribellati. La capitolazione clamorosa del luglio 2015 fu dunque il destino annunciato di una intera politica. I quattro anni successivi hanno solamente misurato l’enormità del suo prezzo, in termini economici e politici.

Per quattro anni il governo Tsipras ha pagato le cambiali al capitale finanziario mettendole sul conto della popolazione povera di Grecia, proprio come i governi precedenti. “Abbiamo restituito una Grecia coi conti in ordine”, “abbiamo riportato la Grecia in Borsa”, dichiara oggi Tsipras in occasione del passaggio di consegne.

Ha ragione.

Pensioni tagliate, salari falcidiati, aumento delle imposte indirette, privatizzazioni su larga scala (porti, areoporti, servizi idrici inclusi): i conti sono stati risanati nell’unico modo che il capitalismo conosce. I titoli pubblici greci sono tornati appetibili per i creditori grazie all’umiliazione del debitore.

Insomma, un vero banchetto per i capitalisti a spese dei lavoratori e dei disoccupati.

E non si tratta di misure una tantum. Tsipras ha assicurato al capitale finanziario la continuità di avanzi primari del 3,5% per gli anni a venire come pegno della propria credibilità, ciò significa la continuità strutturale dei tagli alla spesa sociale per rassicurare le banche. Del resto le pubbliche lodi dei governi europei al ritrovato “realismo” di Tsipras si sono sprecati in questi anni. E non solo per ragioni economiche. Il governo Tsipras è stato per molti aspetti la soluzione politica migliore per gli imperialismi dell’Unione Europea. Infatti solo un governo come quello di Syriza poteva imporre alla classe lavoratrice la continuità dei memorandum in modo relativamente pacifico, contenendo e disperdendo le resistenze sociali. Laddove aveva fallito la vecchia socialdemocrazia del PASOK è invece riuscita la nuova socialdemocrazia di Syriza.

Questo è il vero e unico successo di Tsipras.

Torneremo sulla vicenda greca per approfondirla. Ma certo l’esperienza del governo Tsipras è la documentazione viva del fallimento del riformismo come strumento di emancipazione, sullo sfondo della grande crisi del capitalismo. Razionalizzare questo fallimento è la prima necessaria condizione per costruire una prospettiva alternativa: classista, anticapitalista, rivoluzionaria.

Partito Comunista dei Lavoratori

Considerazioni anarchiche sul Venezuela

In e-mail il 14 Marzo 2019 dc:

Considerazioni anarchiche sul Venezuela: contro Maduro e Guaidò-Per un mondo nuovo, rivoluzionario ed autogestionario

In Venezuela è in atto una lotta per il potere tra opposti capitalismi, quasi due facce della stessa medaglia.

Da una parte un falso “socialismo” rossobruno incarnato da Maduro (erede di Chavez), regime corrotto, militarizzato e repressivo sostenuto da alcune potenze internazionali e sottomesso anch’esso agli interessi di determinate multinazionali.

Questa dittatura, nonostante il petrolio e le immense ricchezze del Paese, ha in questi anni costretto il popolo a vivere di stenti e miseria, senza cibo, sanità e medicinali. Con la violenza quotidiana dei militari, della polizia e delle squadre della morte governative.

Dall’altra vi sono i difensori del capitalismo liberale e delle false “democrazie”, che appoggiano Juan Guaidò e il suo tentativo di prendere il potere, sostenuto dalla destra fascista e appoggiato dagli Stati Uniti di Trump e dal blocco della gran parte degli Stati occidentali. 

L’interesse di questa cordata non è per le condizioni di vita e la miseria del popolo bensì l’intento è arrivare a gestire le ricchezze del Paese continuando l’arricchimento di pochi e lo sfruttamento e la miseria di molti.

In mezzo vi è il popolo manipolato e spinto a crepare per sostenere un dittatore rossobruno o un golpista burattino di Trump e delle multinazionali.

Noi anarchici chiamiamo alla lotta per un’altra e unica via che cancelli ogni potere statalista e capitalista, sia esso rappresentato da Maduro che da Guaidò.

Siamo con chi scende in piazza per difendere i suoi diritti e per riconquistare libertà, dignità e nuove condizioni di vita.

La nostra è la lotta per un confederalismo rivoluzionario, autogestito, assembleare e solidaristico che unisca tutte le classi oppresse del Venezuela come di ogni altra parte del mondo.

NESSUN CAPITALISMO

NESSUNA DITTATURA

Ma un mondo nuovo di Libertà e di trasformazione sociale.

Gruppo Anarchico “Malatesta” di Ancona

Il mito maoista

Inoltrato in e-mail il 16 Settembre 2018 dc:

Il sonno della ragione genera mostri. Il mito maoista e gli utili idioti dell’Occidente

Spunti di riflessione: Mario Tesini eLorenzo Zambernardi ( a cura di), Quel che resta di Mao. Apogeo e rimozione di un mito occidentale, Introduzione di Gianni Belardelli, Le Monier, Firenze, 2018, pagine VII-304, €22.

Sulle onde del Sessantotto, navigò il maoismo, un fenomeno cultural-politico apparentemente stravagante. In realtà, fu stravagante per le manifestazioni che esso assunse in Occidente. E a questi aspetti mi sembra si soffermi il ponderoso libro curato da Mario Tesini e Lorenzo Zambernardi. Forse per presunzione non ho letto il libro, ben conoscendo il clima in cui fermentò in Italia il maoismo, e di cui fui partecipe, ma per un periodo tanto breve che non esige la mia autocritica. Motivo per cui, ritengo di potermi basare sulla lunga recensione (ben due pagine) di Paolo Mieli (Chi gridava viva Mao, «Corriere della Sera» 5 settembre 2018, p. 36). (Nota mia: il venduto e voltagabbana Paolo Mieli è proprio una garanzia, ma prendiamolo pure per buona…)

In breve, il libro raccoglie un florilegio (per non dir bestiario) di giudizi espressi negli anni Settanta da esponenti della cultura e della politica – in gran parte italiani – su Mao e sulla «via cinese al socialismo». Gli encomi degli intellettuali sono risibili, a volte demenziali (il giornalista Alberto Jacoviello sentenziò che «Mao aveva trasformato la Cina in un paese di filosofi»); ma anche i politici non scherzavano, basta sentire la Rossana Rossanda…

Di fronte a tanta insipienza, ci si aspetterebbe una spiegazione più approfondita di quella che i curatori abbozzano qua e là. Certamente, in Occidente, l’infatuazione maoista si consumò nel giro di pochi anni e coinvolse ambienti abbastanza limitati. Ebbe comunque un effetto spettacolare e, soprattutto, offre un desolante spettacolo sullo spessore intellettuale e morale di molti illustri maître à penser, assai osannati, ieri e oggi, ne nomino alcuni, ma la schiera è lunga. A questo punto, sarebbe opportuna una bella riflessione sulla forza delle ideologie dominanti … ma questa è un’altra storia.

Mi fermo a un livello più basso, cercando di spiegare i motivi che animarono la regia di quel grande spettacolo. A mio avviso, sono essenzialmente due e sono tra loro strettamente connessi.

La via cinese al socialismo

A metà degli anni Cinquanta, via via che la Repubblica Popolare Cinese definiva la propria fisionomia economica e sociale, entrarono in crisi i rapporti con l’ingombrante partner sovietico. La Cina non aveva alcuna intenzione di vivere nella condizione di «satellite». E sarebbe stato un’assurdità. Non stupisce che la leadership cinese spiasse l’occasione per defilarsi. Nel 1956, il XX Congresso del Pcus offrì alla Cina i pretesti politici per costruire una propria via al socialismo, autonoma e diversa da quella dell’Urss, ma in linea con il dogma marxista-leninista. In poche parole, la Cina non faceva altro che rivendicare la propria indipendenza nazionale.

In quelle circostanze, la Cina cercò di accattivarsi le simpatie degli ambienti politici e intellettuali occidentali. Per esempio, nel 1955, una folta delegazione italiana visitò la Cina, riportandone un’immagine entusiasta (vedi: Aa. Vv., La Cina d’oggi, «Il Ponte», Anno XII, Suppl. al n. di aprile 1956, La Nuova Italia, Firenze, 1956, pp. 728). Ne facevano parte: Ferruccio Parri, Norberto Bobbio, Piero Calamandrei, Francesco Flora, Carlo Cassola, Cesare Musatti … ovvero, il fior fiore dell’intellighenzia democratica. Costoro furono l’avanguardia di quello stuolo di proseliti che, nel decennio successivo, avrebbe inneggiato al presidente Mao, senza pudore.

Nel frattempo, i rapporti sino-sovietici si erano deteriorati, in un clima di reciproche accuse, coinvolgendo tutti i partiti comunisti che confermarono la loro fede sovietica (tranne il Partito del Lavoro d’Albania). Il colpo di grazia venne nel 1961, con il ritiro degli specialisti russi dalla Cina.

L’isolamento dal «mondo comunista» aggravava il quasi completo isolamento diplomatico. Pochissimi Paesi riconoscevano la Cina, poiché il suo riconoscimento toccava la questione spinosa del seggio permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, allora detenuto dalla Cina nazionalista (Taiwan), secondo la volontà yankee.

Per rompere l’isolamento, la Cina scatenò una grandiosa campagna propagandistica, il cui fulcro era la formazione di partiti comunisti «veramente marxisti-leninisti», alternativi e concorrenti a quelli filo moscoviti. Nella seconda metà degli anni Sessanta, Pechino diffuse periodici e opuscoli in una quarantina di lingue, ben curati graficamente e con tirature altissime, il Libretto rosso, con i pensieri del presidente Mao, raggiunse il miliardo di copie.

Tanto fumo, e l’arrosto brucia…

Lo spettacolo propagandistico era inversamente proporzionale ai risultati realmente conseguiti dalla via cinese al socialismo. Privo dei mezzi e dei tecnici forniti da Mosca, il governo cinese dette spazio all’improvvisazione, proposta con fantasiose espressioni: Cento fiori, Grande balzo in avanti … Il fallimento di questi esperimenti velleitari provocò un grave dissesto economico e pericolose tensioni sociali, che Mao affrontò creativamente, con la parola d’ordine: Bombardiamo il quartier generale, lanciando la Grande rivoluzione culturale proletaria e suscitando il movimento delle Guardie rosse, che coinvolse, si calcola, circa 30 milioni di studenti.

Le dimensioni e le ripercussioni dei fatti di Cina furono una fonte di enormi equivoci per l’intellighenzia occidentale che visse l’iniziativa maoista in chiave libertaria, come fosse una poderosa spinta democratica, verso un effettivo potere dal basso…

In realtà, le Guardie Rosse erano l’embrione di una burocrazia statal-partitica di estrazione studentesca, il cui compito era prendere il controllo nelle fabbriche e nelle campagne, eliminando i vecchi quadri statal-politici, con la pretestuosa accusa di aver provocato i dissesti, da cui l’indicazione di Mao: Sparate sul quartier generale! Ma non sul Grande Timoniere, ovviamente. L’epurazione si risolse in un paio d’anni (1966-1968), dopo di che le Guardie Rosse – che stavano prendendo alla lettera le indicazioni del Presidente – furono a loro volta emarginate e normalizzate.  Il testimone passò ai militari. Epurazione prima e normalizzazione dopo avvennero in un clima di grande violenza, fu una vera guerra civile che, ovviamente, l’intellighenzia occidentale ignorò allegramente, anzi, travisò completamente gli eventi cinesi, esaltandoli in un’idilliaca, demenziale, visione.

A questo punto, si potrebbe arguire che la Cina, a livello propagandistico, qualche risultato l’avesse raggiunto, mascherando disastri e violenze.  Sotto un profilo meno labile l’enorme sforzo (pagato col sangue e sudore dei proletari e contadini cinesi) ebbe ricadute politiche modeste. In Asia e in Africa qualche partito comunista sposò il maoismo, ma per breve tempo: nel 1971 gli accordi con gli Usa raffreddarono gli ardori antimperialisti, accesi dal maoismo. Intanto la Cina aveva ottenuto il riconoscimento internazionale e il seggio nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu. E si era emancipata dal rapporto con l’Unione sovietica.

Un pasticcio all’italiana, ma per palati forti

In Occidente, nei primi anni Sessanta, sorsero partitini filo cinesi (gli emme-elle, come furono definiti) con un peso sociale irrisorio (tranne in alcune brevi occasioni) e, presto, si frammentarono. Significativa è l’esperienza dell’Italia, dove la nascita del partito filocinese fu il frutto di un ambiente assai eterogeneo, per di più con componenti contrastanti. Politicamente, a parte i nostalgici stalinisti, c’erano quadri che erano stati emarginati dal partito sull’onda del XX Congresso del Pcus (febbraio 1956, cui fece eco il VII Congresso del Pci, dicembre 1956) e militanti scontenti di una prassi di corto respiro, sia rispetto alle aspettative resistenziali sia rispetto ai mutamenti sociali, prodotti dal boom economico. E non tutti erano nostalgici di Stalin, anzi, alcuni vedevano in Mao un antidoto antiburocratico.

Queste erano manifestazioni superficiali di un malessere-dissenso che, nel Pci, aveva radici più profonde. La sua prassi politica, pur senza rispondere ai mutamenti sociali, subiva, per forza di cose, l’allentamento di quell’alleanza tra classe operaia e piccola borghesia produttiva (artigiani e contadini), sulla quale il partitone aveva costruito la propria strategia politica. Di conseguenza, il Pci restava fermo in mezzo al guado, nonostante le acque si stessero agitando.

Il movimento filocinese attrasse alcune frange contadine, soprattutto in Calabria, ma fu un idillio di breve durata. Nel 1968 la contestazione studentesca esprimeva il fermento dei ceti medi emergenti, trascurati dal Pci. Costoro reclamavano un posto al sole nei ruoli e nelle professioni sollecitate, e in parte create, dalla crescita della struttura produttiva italiana, in cui l’industria e il terziario avevano ristretto gli spazzi del vecchio mondo agricolo e artigiano. Un piccolo mondo antico, da cui la scuola stentava a emanciparsi. Motivo per cui l’istruzione fu un fattore che connotò fortemente la contestazione studentesca in Italia.

Inizialmente, i nuovi ceti emergenti italiani furono suggestionati dalle Guardie Rosse cinesi ed ebbero qualche simpatia per il movimento emme-elle, la loro adesione fu però limitata ed effimera, e soprattutto fu problematica, tanto da sollevare contrasti che, nel giro di due/tre anni, ne provocarono la disgregazione e la scomparsa. Andavano prendendo il sopravvento altre organizzazioni (Avanguardia Operaia e Manifesto in primis) che, pur esprimendo una generica simpatia per Mao, meglio rispondevano ai mutamenti sociali in corso. A incensare Mao, restarono solo gli intellettuali nostalgici del bel tempo che fu …(Nota mia: clamoroso il caso di una quarta di copertina del giornale Avanguardia Operaia, con un articolo molto critico e allarmato sulla campagna contro la cosiddetta Banda dei Quattro, ritenuti i rivoluzionari nel maoismo. Il giornale venne ritirato e l’articolo sostituito con un altro, molto più moderato….)

Alcuni di costoro si pentirono, sposando ideologie decisamente bacchettone per non dire reazionarie. Stendo un velo pietoso su di loro, tanto contano come il due di picche. Il loro sciocco fanatismo ebbe però deleterie conseguenze alla fine degli anni Settanta, quando il modo di produzione capitalistico entrava in una fase di crisi irreversibile, mentre il mondo «comunista», con l’Urss, si avviava a un tragico tramonto e la Cina si avviava sull’impervia via di un capitalismo sui generis… ma pur sempre capitalismo.

L’avanguardia della regressione

Proprio in questa congiuntura storica, che avrebbe richiesto lucidità intellettuale e politica, trionfò un acritico pentimento che, in prima linea, vide coloro che, un momento prima, avevano brillato per il loro ottuso fanatismo. Fin qui, non ci sarebbe nulla di male, non era la prima volta e non sarà l’ultima che s’incontrano pentiti sulla via di Damasco. Ma c’è un aspetto particolarmente fetente.  Costoro, i pentiti, crearono il brodo di cultura intellettuale in cui sarebbe germogliata l’«avanguardia della regressione»: i «nouveaux philosophes».

La via fu aperta nel 1975, dal vecchio maoista pentito André Glucksmann, con La cuoca e il mangia-uomini: sui rapporti tra Stato, marxismo e campi di concentramento (edizione italiana: L’erba voglio, Milano, 1977), in cui egli stabilisce una stretta equazione tra nazismo e comunismo. Gli argomenti addotti, per quanto modesti, crearono il clima per i più raffinati argomenti di Bernard-Henri Lévy, vero leader dei «nouveaux philosophes».

Prese così avvio una campagna contro il «totalitarismo» sans phrase, fondata su un’impostazione squisitamente metafisica, priva di connotati storico-sociali, che dà spazio a tutte le ambiguità possibili, favorendo scelte politiche reazionarie, mascherate da una foglia di fico liberal-democratica, spesso assai esile e frusta. Come dicevo, folta è la schiera dei pentiti passati, armi e bagagli, al servizio della classe dominante. E costoro furono tanto meglio accolti, quanto più il sistema mostrava le sue crepe.  Il loro compito diventava prezioso, poiché, stroncando senza appello i miti di redenzione sociale del Novecento, celebravano, di converso, l’accettazione di una società che, nonostante gli evidenti segni di declino, sarebbe «il migliore dei mondi possibili». A santificare il presente giunse, nel 1992, Francis Fukuyama, annunciando la «fine della storia»: così è, così è stato e così sarà. Amen.

Corollario di questo debosciato clima ideologico fu la deriva antiautoritaria e pacifista che ha impestato i cascami della fu sinistra antagonista e/o radicale, con l’approdo ai più screditati lidi parlamentari e, in genere, legalitari, da cui non sono immuni neppure alcuni eredi degeneri del povero Bakunin. Sempre in nome dell’antiautoritarismo… benché, come sappiamo, la rivoluzione non sia un pranzo di nozze … lo diceva anche il presidente Mao.

Prima di concludere, due parole su alcuni riferimenti bibliografici riportati da Mieli: sono opere ex post, uscite nella seconda metà degli anni Settanta (per esempio egli cita: Simon Leys, Ombre cinesi. Il fenomeno totalitario in Cina, Traduzione di Alberto Flores d’Arcais, Sugrco, Milano, 1978), quando le magagne cinesi erano venute a galla, e solo i dementi non le vedevano. Ma, già da tempo, circolavano, anche in Italia, libri che offrivano un’apprezzabile visione critica sulla Cina di Mao, ricordo:

– Philippe Devillers, Mao parla da sé. La carriera e il potere di Mao prima e dopo la rivoluzione culturale rivelati da lui stesso, Traduzione di Lapo Berti, Longanesi, Milano, 1970.

– Jean Esmein, Storia della rivoluzione culturale cinese, Traduzione di Giovanni Ferrara, Laterza, Bari, 1971.

– Charles Reeve, La tigre di carta. Saggio sullo sviluppo del capitalismo in Cina dal 1949 al 1972, Edizioni La Fiaccola, Ragusa, 1974.

Come si vede, son tutti libri pubblicati dapprima in Francia. In Italia, c’erano pubblicazioni marxiste di sinistra, spesso con approfondite analisi, ma non riscuotevano molti riscontri. Sulla scena, imperversava la Mariantonietta Maciocchi …

Dino Erba, Milano, 16 settembre 2018.

La mitologia bolscevica

Inoltrata in e-mail il 7 Agosto 2018 dc:

La mitologia bolscevica

LA MITOLOGIA BOLSCEVICA DALL’ASSALTO AL CIELO ALLA DISCESA AGLI INFERI

A PROPOSITO DI UN BUON LIBRO: CHRISTIAN SALMON, Il progetto Blumkin, Laterza, Bari-Roma, 2018, pp. 263. € 18.

Era un cekista e un poeta, un mistico e un assassino, fu amico dei più grandi poeti e dei boia della Lubjanka (p. 256).

NEL CENTENARIO DELLA RIVOLUZIONE RUSSA, o meglio della sua versione bolscevizzata, si è detto e scritto di tutto e di più. Come ho avuto occasione di osservare.

In un panorama letterario spesso banalotto, il libro di Christian Salmon offre spunti di riflessione inediti, e spesso anomali, sulle suggestioni, e mitologie, che suscitarono la rivoluzione e che essa, poi, suscito, pervadendo tutto il Novecento, ai quattro angoli della Terra. Un aspetto certamente indagato (Nota 1) ma che lascia molti lati in ombra. Mi riferisco a quelle pulsioni ideologiche (o psichiche) che «pesano come un incubo sul cervello dei viventi», per dirla con Marx e che, all’improvviso, come un fiume carsico, emergono alla superficie. Si scatenano allora forze e passioni imprevedibili, in cui politica e religione si confondono, generando comportamenti apparentemente inconsulti, irrazionali, fanatici … l’«eclissi della ragione», secondo Max Horkheimer.

GUERRA, FAME, STRAGI … ECLISSI DELLA RAGIONE

A mio parere, l’eclissi della ragione ebbe il suo esordio negli orrori della guerra mondiale, orrori senza fine, mai conosciuti prima dall’umanità e che, in Russia, in quegli anni, toccarono il culmine, preparando il terreno a successivi orrori. Anche se i bolscevichi furono responsabili di grandi orrori, essi vi furono trascinati per i capelli. Il colpo di Stato bolscevico del 25 ottobre (7 novembre) 1917 provocò uno spargimento di sangue a ben vedere limitato, considerando il clima infuocato di tensioni e di scontri. La svolta cruenta avvenne con l’occupazione di Ucraina, Bielorussia e di vaste aree della Russia occidentale da parte della Germania, nonché di zone più limitate da parte di Austria-Ungheria e Impero e Ottomano, durante e in seguito le trattative di pace di Brest-Litovsk (inizio 1918).

Con il crollo degli Imperi centrali e la conseguente evacuazione dei loro eserciti dilagarono le armate bianche zariste, sostenute dall’Intesa che, già prima, si era preparata all’intervento. In quelle circostanze caotiche crebbe il marasma sociale, accompagnato da guerre, stragi, carestie, malattie – i quattro cavalieri dell’Apocalisse –, esacerbate dalla sfacciata opulenza di pochi che strideva con la miseria di molti. I bolscevichi, per farvi fronte, dovettero opporre violenza a violenza. Non c’erano alternative, caso mai si potrebbe ragionare come sarebbe stato meglio gestire la violenza. Senza fare chiacchiere accademiche.

Nota 1 Ne accenno in La rivoluzione russa. Cent’anni di equivoci. Marx, i marxisti e i costruttori del socialismo, All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2017, p. 7. Oltre a questo aspetto, nel libro affronto altre questioni, congruenti con le tematiche proposte da Salmon.

A questo proposito, ritengo assai peregrina la tesi avanzata da Francesco Dei, nel suo recente e poderoso studio (La rivoluzione sotto assedio. vol. I, Storia militare della guerra civile russa 1917-1918, Vol. II, Storia militare della guerra civile russa 1919-1922, Mimeis, Milano, 2018). Dei sostiene che la propaganda bolscevica ingiganti, pro domo sua, l’entità dell’intervento estero a favore delle armate bianche, che giustificherebbe l’estrema violenza repressiva dell’Armata Rossa. Non per nulla, Dei parla di guerra civile, mentre in realtà ci fu una vera e propria aggressione contro la Russia sovietica, soprattutto da parte di Inghilterra e Francia, nonché Polonia, con, sullo sfondo, Giappone e Stati Uniti. Oltre a queste evidenti circostanze eccezionali, l’orrore bolscevico fu attizzato anche dalla presunzione, conscia o inconscia, di redimere il mondo. Anche col sangue.

ASSALTO AL CIELO E DISCESA AGLI INFERI

L’orrore bolscevico (il terrore rosso) è noto fin dalle origini, e non per merito di studiosi amanti dello status quo (per non dire reazionari), di ieri e di oggi. Anzi, l’orrore è noto perché fu esaltato, fin dall’inizio, dallo stesso regime bolscevico. Al Terzo congresso panrusso dei soviet (10 gennaio 1918), il marinaio Anatolij Zelez- njakov dichiarò:

«Siamo pronti a fucilare non pochi, ma centinaia e migliaia, se sarà necessario un milione: sì, un milione» (Nota 2).

Nota 2 Ettore Cinnella, La Russia verso l’abisso. La storia della rivoluzione che sconvolse il mondo, Della Porta Editori, Pisa-Cagliari, 2017 (nuova edizione), p. 199.

La riflessione dovrebbe volgersi all’atmosfera carica di esaltazione palingenetica, in cui apparvero scritti come La scheggia di Vladimir Zazubrin (Nota 3). Un «libro terribile», secondo Lenin. Per tentare di capire l’origine di questa caduta agli inferi, mi sembra utile porre attenzione a un’affermazione di Salmon:

« […] la gloriosa rivoluzione d’Ottobre, fu oggetto di tre narrazioni successive: all’inizio fu l’epopea collettiva e anonima, quella degli operai e dei contadini, poi l’opera romanzesca dei teorici e degli strateghi bolscevichi, infine la prova del genio di uno solo. Epopea, romanzo, agiografia, sono i tre generi letterari ai quali la storiografia sovietica si rifà in successione. Ma la transizione dall’uno all’altro non è così immediata» (p. 64).

Nota 3 Vladimir Zazubrin, La scheggia. Racconto su lei e ancora su lei, A cura di Serena Vitale, Adelphi, Milano, 1990. Scritto nel 1923, Lenin lo giudicò un «libro terribile». Nel 1992, è stato girato il film Il cekista, con la regia di Aleksandr Rogozhkin. Argomento, le esecuzioni sommarie. La Lei del titolo è la rivoluzione. L’asettica descrizione degli orrori si inscrive nel medesimo filone letterario, sorto con la guerra, in cui rientra Nelle tempeste d’acciaio, di Ernst Jünger.

 

È proprio la transizione, da un genere letterario all’altro, l’argomento implicitamente affrontato da Salmon. Il filo conduttore della sua ricerca sono le vicende di Jakov Blumkin che, pur abbracciando solo un quindicennio, o poco piu, (1914-1929), offrono una sintesi quanto mai emblematica sulla nascente, e futura, civiltà bolscevica. Laddove mi è possibile, evito fermamente di dire sovietica. Così come evito di dire stalinista. Attributi entrambi fonte di equivoci.

ANGELI E DEMONI DI UNA TRAGICA MITOLOGIA

Jakov Blumkin nacque a Odessa alle soglie del Novecento, in una famiglia ebrea di bassa condizione sociale. Come lo era la maggior parte di loro. Una situazione che contribuì a fargli abbracciare scelte politiche radicali, eredi della tradizione populista e anarchica, con corollario di espropri e attentati. La guerra esacerbò i suoi orientamenti eversivi. Nel 1917, l’emergenza rivoluzionaria lo vide aderire al Partito Socialista Rivoluzionario, schierandosi subito con la tendenza di sinistra (Esse-Erre di sinistra). Nell’ottobre, i socialisti rivoluzionari di sinistra sostennero i bolscevichi e fecero parte della coalizione governativa sovietica, contribuendo in primis alla legge agraria (la terra ai contadini).

I socialisti rivoluzionari di sinistra condivisero cruciali responsabilità governative, come l’adesione di molti di loro – tra cui Blumkin – alla nascente Ceka (il servizio di sicurezza sorto il 20 dicembre 1917). Ciò nonostante, permanevano molte divergenze che esplosero riguardo alla pace di Brest-Litovsk. Mal digerita anche da molti esponenti bolscevichi. In quel clima di tensioni, maturò l’attentato all’ambasciatore tedesco Wilhelm Mirbach (6 luglio 1918), di cui Blumkin fu l’esecutore, favorito dal suo ruolo di cekista.

Formalmente, il governo sovietico condannò l’omicidio, costringendo l’autore a darsi alla macchia. L’imminente sconfitta degli Imperi Centrali contribuì tuttavia a smorzarne le implicazioni politiche. Tanto è vero che, nella primavera del 1919, egli fu reintegrato, «con tutti gli onori», nella Ceka, anche grazie alla sua dichiarazione di fede bolscevica. Nel frattempo, dilagava la guerra civile. Blumkin vi partecipo, svolgendo rischiose missioni. Fu inoltre a diretto contato con Trotsky, col quale strinse un solido rapporto. Che, nel 1929, gli costò la fucilazione.

In quegli anni, la sua vita si fuse con lo spirito dell’epoca. Sotto tutti gli aspetti. Uno spirito pervaso da un’estrema presunzione di onnipotenza (ὕβρις, dicevano i greci), in tutto, nelle arti (il Proletkul’t ispirato da Aleksandr Bogdanov in primis) come nelle scienze (la disastrosa agrobiologia di Trofim Lysenko). Passando attraverso i chiari di luna di una politica sempre più succuba della ragion di Stato furono tentate sperimentazioni apparentemente ardite, ma il più delle volte demenziali, culminate in quella disastrosa ingegneria sociale che, per settant’anni, segnò l’esistenza dei «sovietici».

Ho osservato che Lenin e il bolscevismo rappresentano la sintesi teorica (alla «russa») tra il volontarismo eversivo di Bakunin e l’oggettivismo evoluzionista di Kautsky, apparentemente divergenti, ma entrambi fondati sulla medesima fede nelle sorti progressive dell’umanita, protese verso uno sviluppo senza limiti.

 

Per inciso, il progressismo è una concezione insita nella civiltà occidentale, madre del modo di produzione capitalistico, da cui i bolscevichi mai si affrancarono. Anzi. Essi pretesero di innestare il capitalismo – con la pretesa di controllarlo politicamente – in un ambiente assolutamente refrattario, col risultato di riprodurne una copia mostruosa.

Dalle premesse di questo nefasto esito, si dovrebbe iniziare, quando si parla della rivoluzione russa. Altrimenti si cade nelle spire di una moralistica politologia, più o meno reazionaria.

IL PATHOS DEL RIVOLUZIONARIO DI PROFESSIONE

Seguendo l’accurata ricostruzione di Salomon, vediamo Blumkin vivere il pathos di un eroe romantico: egli fu «esportatore» della rivoluzione e visionario «poeta», come molti «rivoluzionari di professione» del Novecento. Quasi tutti fans di Josif Stalin e con una forte propensione al martirio.

Esportando la rivoluzione nell’Oriente, «rivoluzionari di professione» come Blumkin ne rigenerarono il già dilagante fascino, ora non più in chiave colonialista (alla Kipling), bensì in chiave eversiva, catartica, con afflati mistici, sulla scia del colonnello Lawrence e del professor Guénon. In quelle circostanze, ci furono ambigue concessioni alla parapsicologia, sempre sulla spinta di un incontrollabile delirio di onnipotenza.

Sono questi i risvolti di un bolscevismo poco o per nulla conosciuto, ancor meno di quello scientismo mistico che ebbe il suo antesignano nel medico bolscevico Aleksandr Bogdanov (lo stesso del Proletkul’t). Un tema che Salmon sfiora, parlando del Pantheon dei Cervelli di Mosca, con una grottesca ironia, degna di Michail Bul- gakov.

IN LUCE GLI INTELLETTUALI, IN OMBRA I PROLETARI

Seppur a volo d’uccello, ho ripercorso i molteplici aspetti che Salmon illumina. Devo però concludere che egli si sofferma essenzialmente sull’«opera romanzesca dei teorici e degli strateghi bolscevichi». Per quanto ben sviluppato, il libro lascia quindi in ombra «l’epopea collettiva e anonima, quella degli operai e dei contadini». Coloro che la rivoluzione la fecero. E la difesero, tentando di portarla alle sue conseguenze estreme. E auspicabili. Costoro, la makhnovcina, Kronstadt … nonché molti altri fatti e molte altre voci, fuori dai convenzionali percorsi politici, restano avvolti nelle nebbie di una storiografia conformista che sarebbe ora di spazzare via. Dopo cent’anni.

DINO ERBA, MILANO, 3 agosto 2018.

Blumkin fu il primo bolscevico fucilato perché simpatizzante dell’opposizione. Non fu mai riabilitato.

La morte di un manager dispotico e il futuro degli operai FCA

Inoltrato in e-mail il 26 Luglio 2018 dc, pubblico nonostante provenga da un partito stalinista:

La morte di un manager dispotico e il futuro degli operai FCA

Sergio Marchionne, l’a.d. di FCA, è morto. 
I comunisti non versano lacrime per un manager che è stato per 14 anni il salvatore dei profitti della famiglia Agnelli, lo spietato estorsore del plusvalore creato dal lavoro non pagato degli operai, il buttafuori dei sindacalisti combattivi e il compratore dei collaborazionisti che hanno appoggiato i suoi piani, i quali sono ora “profondamente addolorati”.

Il dirigente d’azienda più pagato d’Italia (nel 2015 ha intascato 54 milioni di euro, più o meno il monte salari annuo degli operai di Mirafiori) realizzò dopo la grande crisi del 2008 l’acquisizione della Chrysler, grazie ad un accordo con Obama. 
Cinque miliardi di profitti annui sono il suo ultimo bottino, ottenuto spremendo come limoni gli operai.

Nessuna meraviglia se viene santificato dalla borghesia, che lo qualifica come “un gigante”. 

Senza dubbio lo è stato dello sfruttamento e del comando capitalistico, che sono tanto più feroci quanto più si sviluppa la produzione su larga scala.

Per i proletari d’avanguardia la morte di Marchionne – un manager integrato nell’oligarchia finanziaria, che usava il bastone in fabbrica e il pullover in TV – è più leggera di una piuma. 

Sono altre le questioni che pesano: quale sarà il futuro delle fabbriche? 
Quali ricadute occupazionali? 
Come far ripartire la lotta?

Con la nomina del nuovo a.d. Manley, che viene dalla Chrysler, è prevedibile che FCA se ne andrà sempre più verso gli USA dove il marchio Jeep viene maggiormente prodotto e venduto.

Lo spostamento della produzione dall’altra parte dell’Atlantico sarà anche una conseguenza della politica di Trump, che condiziona tutte le multinazionali dell’auto. 

La minaccia del presidente nordamericano di imporre dazi doganali del 25% sulle vetture importate non può essere ignorata dalla famiglia Agnelli, pena la perdita di ingenti profitti.

A ciò va aggiunto un altro fattore: la strategia di FCA è sempre più centrata su SUV Jeep, auto di lusso Maserati e auto “premium”. 

I vertici aziendali hanno capito che non possono battere la concorrenza di monopoli come Volkswagen, Renault, Ford, Toyota, in un mercato automobilistico come quello europeo che è sempre più saturo a causa della riduzione del potere d’acquisto dei lavoratori. 

Per sopravvivere puntano su auto di alta gamma dai volumi di vendita inferiori.

L’ennesimo piano industriale FCA non offre alcuna certezza per il futuro degli stabilimenti italiani e nessun dettaglio su tempi e luoghi di produzione dei nuovi modelli. 

Non è difficile prevedere la fermata a breve della produzione della Fiat Punto a Melfi, e lo stop dell’Alfa Romeo Mito a Mirafiori, per concentrarsi sulla produzione di un SUV Maserati.

La produzione di Panda e 500 finirà in Polonia, dove il prezzo orario della forza-lavoro è circa un terzo di quella italiana. 
Forse a Pomigliano si produrrà un piccolo SUV Jeep.

A Melfi, una volta eliminata la Punto, rimarrà la Renegade, ma bisognerà vedere con quali volumi produttivi. A ciò si aggiunge l’addio al diesel che viene prodotto a Pratola Serra e a Cento, mentre la 500 elettrica è ancora un sogno.

Praticamente in Italia non verranno più prodotte utilitarie con il marchio Fiat. 

La fine dell’era Marchionne segna anche l’epilogo di un processo iniziato da decenni che comporterà riflessi devastanti sul piano occupazionale in tutte le fabbriche, non solo Mirafiori e Pomigliano. 

Si prospettano cassa integrazione a go-go e licenziamenti che diverranno massivi quando scoppierà la nuova crisi. 
Altro che la piena occupazione promessa da “Marpionne”!

Quale risposta mettere in campo? 
La forza di Marchionne e di FCA nell’ultimi anni si è basata sulla debolezza e sulla divisione degli operai, favorite dai collaborazionisti politici e sindacali.

Questo significa che nella misura in cui si svilupperà la mobilitazione e il fonte unico di lotta degli operai sarà molto più difficile per FCA far passare il suo piano antioperaio.

Sosteniamo perciò l’azione comune dal basso, realizzata sulla base della difesa intransigente degli interessi e dei diritti degli sfruttati. 

La solidarietà e l’unione sono necessità assoluta per gli operai dinanzi a cui sta il capitale monopolistico. Smascheriamo tutti coloro che vi si oppongono, svigorendo la lotta operaia e dividendo i lavoratori per aiutare i capitalisti.

Non bisogna aspettare che cali la mannaia. 
Nemmeno è possibile nutrire illusioni su FCA e sui sindacati complici. 
Tanto meno ci si può fidare di un governo nazional-populista spudoratamente asservito ai padroni, che oggi onora il suo manager preferito.

Bisogna ripartire al più presto con le assemblee e gli scioperi contro l’intensificazione dello sfruttamento, per forti aumenti salariali e condizioni di lavoro migliori, per la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, per la difesa dei posti di lavoro stabili in tutte le fabbriche, contro i licenziamenti di massa e quelli politici.

Questa lotta riguarda l’intera classe operaia, che con essa riprenderà fiducia nella sua enorme forza e nella giustezza dei suoi scopi: l’abolizione della schiavitù salariata e la socializzazione dei mezzi di produzione, per farla finita con lo sfruttamento, l’oppressione, la miseria, le guerre di rapina.

Perciò diciamo che è sempre più necessaria una direzione politica che sostenga nella lotta gli interessi comuni degli operai, portandovi la coscienza di classe: il partito indipendente e rivoluzionario degli operai. Tutti i proletari avanzati possono e debbono dare un importante contributo in questo senso.

Uniamoci, lottiamo, organizziamoci assieme!

25 luglio 2018
Piattaforma Comunista – per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia

Visita il sito http://www.piattaformacomunista.com