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L’invasione a casa loro

In e-mail il 20 Giugno 2018 dc:

L’invasione a casa loro

La corsa al grande affare dell’auto elettrica sospinge la concorrenza tra gli Stati imperialisti per l’accaparramento delle materie prime che la riguardano: litio e cobalto in primo luogo, ma anche rame e nickel. Negli ultimi due anni per effetto dell’accresciuta domanda il prezzo di litio e cobalto è più che triplicato; quello di rame e nickel segue a ruota. I profitti delle compagnie vanno alle stelle. Le aziende capitalistiche del settore minerario, dopo anni di crisi, sembrano vivere una seconda giovinezza. La Cina in particolare non bada a spese per dominare ogni fase della filiera produttiva delle batterie dell’auto futura, nella previsione che essa diventerà un fenomeno di massa e dunque un grande mercato della competizione mondiale.

L’Africa è oggi il principale teatro della corsa al cosiddetto “oro bianco” (litio).

In Congo, in Niger, in Costa d’Avorio centinaia di aziende minerarie europee e cinesi moltiplicano gli investimenti estrattivi comprando a prezzi stracciati i terreni e sfruttando per dodici ore al giorno i nuovi proletari espulsi dalle campagne. Lo sfruttamento dei bambini nelle miniere del Congo raggiunge tali livelli di orrore e di cinismo da superare abbondantemente in crudeltà la prima rivoluzione industriale in Gran Bretagna. I governi dell’Africa subsahariana sono asserviti alle grandi compagnie minerarie e si contendono i loro favori con offerte fiscali a tasso zero e un buon numero di mazzette. Gli Stati imperialisti e i loro apparati diplomatici, sgomitando gli uni contro gli altri, amministrano gli affari delle proprie aziende, facendo da intermediari. I cosiddetti aiuti allo sviluppo dell’Africa servono a oliare l’ingranaggio di questa rapina. I corpi militari delle innumerevoli missioni (prossima quella italiana in Niger) sono arma di pressione negoziale sul campo.

Analoga rapina in Corno d’Africa, con interessi diversi. L’Etiopia ne è l’epicentro. Qui si sta sviluppando un gigantesco comparto di supersfruttamento dell’industria tessile. Tutti i grandi marchi internazionali del settore – americani, europei, cinesi – si sono gettati sull’enorme disponibilità di manodopera a basso costo, senza protezione sindacale, soprattutto femminile. I soli investimenti cinesi occuperanno a breve due milioni di lavoratori e lavoratrici etiopi. I grandi marchi italiani investono qui come in Bangladesh.

L’intera filiera internazionale del fast fashion si è data appuntamento in Etiopia, per apparecchiarvi la produzione a basso costo consentita da salari da fame e orari di lavoro senza limite. La rivista Business Week racconta dei corsi lampo di cinque giorni per “imparare la disciplina” cui vengono sottoposti i giovani arruolati nel lavoro industriale che provengono dalle campagne. I loro nuovi padroni sono spesso coloro che hanno espropriato la loro terra, con l’aiuto delle autorità locali.

Naturalmente gli uffici di statistica parlano entusiasti del miracolo africano, snocciolando l’aumento del Pil dei Paesi coinvolti (il Pil della Costa D’Avorio è cresciuto l’anno scorso dell’8%). Ma chi pensa che questo significhi sviluppo dell’Africa tenga bene a mente questo dato: fame e malnutrizione conoscono oggi una nuova impennata proprio nel continente nero, per candida ammissione della stessa agenzia umanitaria delle Nazioni Unite (Le Monde, 12 giugno). «Ogni volta che la fame cresce dell’1%, le migrazioni crescono del 2%» afferma, dati alla mano, David Beasley, direttore del cosiddetto Programma alimentare mondiale, che confessa così inconsapevolmente il proprio annunciato fallimento (e l’ipocrisia delle Nazioni Unite).

Cosa resta allora di fronte a ciò delle campagne reazionarie sull’”aiutiamoli a casa loro”?

La verità capovolge l’attuale senso comune. Sono i capitalisti di “casa nostra” a invadere “casa loro”, a saccheggiare le loro risorse, espropriare le loro terre, sfruttare le loro braccia, arruolarli nelle proprie guerre. Le grandi migrazioni dall’Africa sono anche la fuga da questa rapina e dai suoi effetti. Recidere le radici dell’immigrazione significa restituire ai popoli africani la loro casa oggi occupata abusivamente dai nostri padroni. Gli stessi che “in casa nostra” tagliano salari, lavoro, pensione, salute, per ingrassare i propri profitti.

I padroni europei, americani e cinesi non devono esibire permessi di soggiorno, carte in regola, diritti di cittadinanza, per accamparsi in Africa. A loro basta il potere della propria ricchezza e la forza militare dei propri Stati: gli stessi strumenti che hanno usato in forme diverse nelle lunghe stagioni dello schiavismo e del colonialismo. Per questo la rivoluzione sociale contro il capitale è l’unica vera soluzione storica del dramma migratorio. In Europa, in Africa, ovunque.

Partito Comunista dei Lavoratori

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Elezioni e destre neofasciste

In e-mail l’8 Gennaio 2018 dc:

Elezioni e destre neofasciste: daremo battaglia anche nella tribuna elettorale

Affrontare minacce e aggressioni con un programma anticapitalista e di classe e con l’autodifesa militante!

3 Gennaio 2018

caccapau

Mentre i governi del PD si adoperano a mettere in pratica le leggi “razziali” Minniti-Orlando, contro migranti e poveri, e le aggressioni imperialistiche in Medio Oriente e Africa, passate presenti e future (Iraq, Afghanistan, Bosnia, Kossovo, Libia, Niger), in territorio italiano si sviluppa su questo brodo di coltura il radicamento delle forze politiche neofasciste.

Radicamento che si lascia appresso una scia di misfatti, minacce, intimidazioni e aggressioni fisiche in continua crescita quantitativa e qualitativa, attivando peraltro una macabra spirale concorrenziale tra i vari soggetti in campo di questa galassia reazionaria: CasaPound, Forza Nuova, Lealtà e Azione, Fronte Veneto Skinhead, Generazione Identitaria, Fiamma Tricolore etc.

Come al solito si confermano, nella prassi degli obiettivi di questi atti, le finalità di queste organizzazioni. Così, colpendo migranti e profughi, fanno leva sulla concorrenza interna alla classe proletaria per ricostruire un irregimentazione delle masse sfruttate nella prospettiva nazionalistica, imperialistica, razzista che accompagna i timori e le aspirazioni di una piccola borghesia in difficoltà e di un ceto medio impoverito e terrorizzato, tanto dalla gran massa di povertà quanto dal grande capitale finanziario e industriale, a cui poi finisce per asservirsi.

Allo stesso tempo si colpiscono i sindacalisti più combattivi, i militanti della sinistra e in particolare di quella antagonista, anticapitalista, rivoluzionaria – come nel caso della nostra compagna e ex-candidata a sindaco per Genova Cinzia Ronzitti, attualmente RSU CGIL-FILCAMS impegnata nella vertenza contro la chiusura de La Rinascente – ossia le realtà che più di tutte possono incarnare la reale prospettiva per le masse sfruttate e oppresse, per la classe lavoratrice nel suo complesso e internazionalmente.

Le elezioni politiche si avvicinano, e queste organizzazioni neofasciste cominceranno – e in parte già hanno cominciato – a cercare atti eclatanti, provocazioni, nuove azioni squadriste per lanciare le proprie candidature, liste e organizzazioni.

Una delle prime realtà ad annunciare la propria presenza elettorale sarà proprio Casa Pound Italia, con il proprio neosegretario e candidato premier Simone Di Stefano. La stessa CasaPound che ha già macinato notevoli risultati elettorali come il 9% a Ostia, il terzo posizionamento a Lucca, l’elezione di svariati consiglieri comunali e di municipio, l’adesione formale del sindaco del comune di Trenzano (Brescia). CPI è tra le realtà più attive e coinvolte nelle aggressioni – di CasaPound erano gli squadristi che tentarono l’atto intimidatorio alla festa genovese del PCL aggredendo la compagna Ronzitti, sempre di CasaPound era Gianluca Casseri, il militante che ammazzò a Firenze Samb Modou, Diop Mor e ferì gravemente Moustapha Dieng.

È ragione di maggior attenzione, decisione e determinazione la presenza alle elezioni di una forza coerentemente antifascista, nel pieno significato che assume quel termine, che deve riassumere in sé la necessità di contrastare le organizzazioni e le ideologie, così come quelle delle forze politiche dominanti che vi danno copertura e che se ne fanno strumento, accompagnando un’aspra battaglia e un duro lavoro per la costruzione di un programma che unisca tutta la classe lavoratrice, senza distinzioni di nazionalità, etnia, religione, orientamento sessuale e genere, in un fronte unico di classe e di massa contro i responsabili della macelleria sociale di cui siamo vittime: le borghesie nazionali e internazionali e i governi, espressione delle tendenze dominanti entro le prime.

Il Partito Comunista dei Lavoratori, dentro il cartello della lista “Per una sinistra rivoluzionaria”, si candida a portare avanti questo programma e a contrastare queste organizzazioni su ogni terreno – nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei quartieri e anche nelle tribune elettorali – senza mediazioni o titubanze.

In questo quindi, invitiamo tutte le organizzazioni della sinistra, tutte le organizzazioni sindacali, tutti i centri sociali, le associazioni locali e nazionali – come l’ANPI e l’ARCI – tutti i militanti e gli attivisti sinceramente antifascisti alla massima attenzione e alla salvaguardia di tutti i compagni e le compagne che in questa campagna elettorale si esporranno sotto le insegne dell’antifascismo e dell’anticapitalismo.

Farlo costruendo mobilitazioni, organizzando l’autodifesa militante di scioperi, cortei e comizi, e sviluppando un piano di propaganda e intervento che riduca gli spazi di agibilità di queste organizzazioni dando slancio all’unica reale alternativa per gli sfruttati e gli oppressi: la rivoluzione per il governo dei lavoratori e delle lavoratrici e l’instaurazione del socialismo su scala internazionale, partendo dagli Stati uniti socialisti d’Europa.

Partito Comunista dei Lavoratori

“Per una sinistra rivoluzionaria”

In e-mail l’8 Dicembre 2017 dc:

Presentata la lista «Per una sinistra rivoluzionaria»

 8 Dicembre 2017
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Ieri a Roma presso il Centro congressi di Via Cavour si è tenuta la conferenza stampa di presentazione della lista “Per una sinistra rivoluzionaria”, un cartello unitario del Partito Comunista dei Lavoratori e di Sinistra Classe Rivoluzione. Il simbolo della lista reca la scritta indicata e i simboli delle due organizzazioni politiche promotrici.

Abbiamo sottolineato l’unicità della nostra lista nel panorama della sinistra italiana.

L’unica lista che assume a proprio riferimento la classe dei lavoratori, non “il popolo” o i “cittadini”, in contrapposizione alla classe dei capitalisti.

L’unica lista che collega le lotte di opposizione e resistenza sociale ad una prospettiva apertamente rivoluzionaria: quella di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro forza e organizzazione, che riorganizzi la società su basi socialiste. È questo il governo che incarna l’unico vero possibile potere del popolo. Contro quella illusione di “sovranità popolare” sancita dalle costituzioni borghesi che maschera solamente la sovranità dei capitalisti.

Infine, l’unica lista che non si è compromessa con le politiche dominanti. A differenza di MDP, il cui gruppo dirigente ha votato tutto il peggio dei governi Monti, Letta, Renzi, contro i lavoratori e gli sfruttati, incluso il Jobs Act. A differenza del Partito della Rifondazione Comunista, che una volta scaricato da MDP decide di imboscarsi nella lista di Je so’ pazzo, ma che ha governato per cinque anni negli ultimi venti (i due governi Prodi), votando Pacchetto Treu, detassazione dei profitti, missioni di guerra.

La nostra è l’unica sinistra che non c’è: una sinistra rivoluzionaria sempre e comunque dalla parte dei lavoratori e di tutti gli oppressi.

PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA

IL PROGRAMMA PER UNA SINISTRA RIVOLUZIONARIA

Siamo entrati nel decimo anno dall’inizio della crisi economica. Renzi, Gentiloni, Padoan e Draghi ci dicono che la crisi è oramai finita, ma le cose non stanno realmente così. La ripresa italiana è la più bassa in Europa, il nostro Pil è ancora ben lontano dai livelli pre-crisi e in questi anni è andato perduto il 25% della capacità produttiva del Paese. La crisi però non ha colpito tutti allo stesso modo in questi dieci anni. Da una parte sono aumentati i disoccupati, i salari sono crollati, il lavoro si è precarizzato e molti piccoli commercianti sono stati costretti a chiudere; dall’altra le grandi aziende, le multinazionali e i gruppi finanziari hanno fatto profitti favolosi e i top manager hanno incassato compensi d’oro spropositati. Tutti i dati confermano che la disuguaglianza sociale non è mai stata così alta. Eppure tutte le forze dell’arco parlamentare italiano non fanno altro che tutelare gli interessi di questa elite economica. Basti pensare a come tutti i leader politici, Salvini e Di Maio compresi, sono andati a scodinzolare al convegno di Cernobbio, che riunisce ogni anno il gotha dell’alta finanza. Oppure basta ricordarsi di come tutti i governi dagli anni 90’ ad oggi non abbiano fatto altro che tagliare i finanziamenti ai servizi sociali che riguardano tutti (sanità, pensioni, scuola, ricerca…) per drenare quattrini a favore delle grandi imprese sotto le forme più svariate (incentivi economici, sgravi fiscali, investimenti pubblici, privatizzazioni…).

Tutto questo è inaccettabile ed è durato fin troppo. È ora di una rivoluzione, che rovesci completamente questo sistema politico-economico in cui i diritti, i bisogni e le aspirazioni dei tanti sono calpestati in nome dei super-profitti di pochi. Fino ad oggi hanno governato i banchieri, gli speculatori, i faccendieri… proprio quelli che la crisi l’hanno provocata. È ora che al governo vadano i lavoratori, che invece finora la crisi l’hanno pagata. Ci hanno sempre detto che non ci sono le risorse per una politica diversa, per una politica a favore delle classi popolari. Ma in realtà queste risorse ci sono, il problema è che sono concentrate nelle mani di una ristretta minoranza. È lì che dobbiamo andare a prenderle per metterle a disposizione della società nel suo complesso. Finché non faremo questo, non ci sarà mai un vero cambiamento.

NO AL PAGAMENTO DEL DEBITO

Qualsiasi governo voglia davvero prendere misure a sostegno dei lavoratori, dei disoccupati e dei pensionati si troverà innanzitutto di fronte all’ostacolo rappresentato dall’Unione Europea e dal pagamento degli interessi sul debito pubblico. Le istituzioni europee in questi anni non hanno fatto altro che imporre in modo inflessibile le più spietate politiche di austerità, proprio per far rispettare il pagamento del debito.

È bene ricordare che il debito dello Stato italiano è stato contratto solo in minima parte da famiglie e piccoli risparmiatori, mentre il grosso è nelle mani di banche, assicurazioni e fondi d’investimento, sia nazionali che internazionali. Di fatto ci hanno spremuto con le politiche di lacrime e sangue solo ed esclusivamente per garantire la remunerazione del grande capitale finanziario.

Di fronte a questa vergogna, tutte le forze politiche si limitano a parlare di “avviare trattative con le istituzioni europee”, ma il caso della Grecia ci ha insegnato che la Trojka non è disponibile a fare la minima concessione, a costo di trascinare un intero paese nella miseria più nera. Non è possibile fare politiche di spesa sociale e allo stesso tempo restare all’interno dei parametri di questa Unione Europea.

  • Abolizione del pareggio di bilancio nella Costituzione.
  • Rifiuto del pagamento del debito, tranne che ai piccoli risparmiatori.
  • Rottura unilaterale dei trattati europei, NO all’Unione europea capitalista.

PER LA NAZIONALIZZAZIONE DEL SISTEMA BANCARIO

Mentre l’Istat ci dice che 18 milioni di italiani sono a rischio povertà, il governo ha stanziato la bellezza di 26 miliardi di euro per salvare le banche venete e il Monte dei Paschi di Siena. E questo potrebbe essere solo l’inizio, visto che l’intero sistema bancario italiano è in sofferenza a causa dell’alto numero di crediti deteriorati.

Anche la Banca Centrale Europea ha pompato liquidità a piene mani sui mercati finanziari per tenere a galla le banche. Il conto di questo fiume di denaro è stato presentato alle popolazioni dei vari paesi europei attraverso le politiche di austerità.

In pratica tutti i sacrifici che ci hanno imposto sono serviti per consentire alle banche di mantenere alto il livello dei profitti, proseguire nelle loro speculazioni azzardate e premiare i manager responsabili del dissesto con liquidazioni a sei zeri.

  • Nazionalizzazione del sistema bancario, senza indennizzo per i grandi azionisti e con garanzia pubblica per i depositi dei piccoli risparmiatori.
  • Creazione di un’unica grande banca pubblica nazionale, in grado di mettere in campo gli investimenti necessari a rilanciare l’economia.

 

LA LOTTA ALLA DISOCCUPAZIONE E LA DIFESA DEL SALARIO

I governi in questi anni hanno trovato un modo molto originale per combattere la disoccupazione: consentire alle aziende di licenziare più facilmente, sia con il Jobs Act che con i contratti precari. Il risultato è che i posti i lavoro non sono aumentati, ma sono diminuiti. In Italia ci sono oggi più di 3 milioni di disoccupati e tutti i nuovi contratti sono a termine.

Peraltro la disoccupazione è stata trasformata in un business: gli uffici pubblici di collocamento sono stati sostituiti da agenzie interinali private e i corsi di formazione per i disoccupati sono serviti solo per incassare i fondi europei.

Anche chi un lavoro ce l’ha, ha visto ridurre drasticamente il potere d’acquisto del suo stipendio. I salari italiani sono tra i più bassi d’Europa. Tanti, pur di lavorare, hanno accettato condizioni di lavoro sempre peggiori. Giornate di lavoro di 10-12 ore, lavoro domenicale, finte partite iva, corrieri pagati a consegna… fino al lavoro nero e al caporalato.

Siamo arrivati al paradosso del lavoro gratuito: il sociologo Domenico De Masi, tenuto in grande considerazione dal Movimento 5 Stelle, sostiene che per ridurre la disoccupazione, i disoccupati dovrebbero lavorare gratis…

Tutto questo deve essere completamente ribaltato. Per aumentare l’occupazione innanzitutto bisogna che chi ha un lavoro non lo perda; in secondo luogo il lavoro disponibile deve essere distribuito tra tutti attraverso la riduzione dell’orario di lavoro. Inoltre ai lavoratori e ai disoccupati devono essere riconosciuti i mezzi necessari per vivere dignitosamente.

  • Abolizione del Jobs Act, ripristino dell’art. 18 e sua estensione a tutti i lavoratori dipendenti. Nessuno deve essere licenziato senza giusta causa.
  • Trasformazione dei contratti precari in contratti a tempo indeterminato.
  • Salario minimo intercategoriale fissato per legge, non inferiore ai 1.200 euro mensili.
  • Una nuova scala mobile che indicizzi tutti i salari all’inflazione reale.
  • Salario garantito ai disoccupati pari all’80% del salario minimo.
  • Riduzione dell’orario di lavoro a un massimo di 32 ore settimanali a parità di salario.
  • Abolizione delle agenzie interinali e ritorno al collocamento pubblico.
  • Contrasto frontale al lavoro nero, le aziende che ne fanno uso devono essere espropriate.

UN’ECONOMIA SOTTO IL CONTROLLO DEI LAVORATORI

Ci hanno sempre raccontato che “il privato funziona meglio”, eppure la crisi ha completamente sfatato questo mito. Guardiamo a cosa hanno portato le privatizzazioni: aumento generalizzato di prezzi e tariffe, peggioramento complessivo dei servizi ai cittadini e peggioramento delle condizioni di lavoro dei dipendenti delle aziende privatizzate. Le privatizzazioni e le esternalizzazioni hanno inoltre aperto la strada, attraverso il sistema degli appalti e dei sub-appalti, alle infiltrazioni della criminalità organizzata in una serie di settori, come quello dei rifiuti.

Ancora più desolante è il panorama delle infinite crisi industriali. Non si contano le imprese che, nonostante gli aiuti pubblici, hanno chiuso, licenziato e delocalizzato all’estero per risparmiare sulla manodopera.

In questi casi la soluzione non può essere “l’intervento pubblico”, che in Italia va sempre a finire allo stesso modo: lo Stato ci mette i soldi, ma la gestione e i profitti rimangono nelle mani dei privati. È invece necessario rimettere in discussione la proprietà e la gestione private di una serie di attività economiche. Questo è ancor più vero nel campo dei servizi essenziali per la collettività (energia, acqua, trasporti, telecomunicazioni…), che per la loro stessa natura non possono essere impostati sulla logica del profitto.

Non si tratta solo di nazionalizzazioni, ma di controllo dei lavoratori sulla produzione. Nelle grandi aziende “la proprietà” non ha alcun ruolo attivo: si tratta di cordate di grandi azionisti, che si limitano a nominare il management e intascarsi i dividendi in modo totalmente parassitario. La gestione delle imprese deve essere affidata agli operai, agli impiegati e ai tecnici che ci lavorano ogni giorno, che le conoscono in modo approfondito e che le fanno funzionare concretamente.

Aziende dirette da un comitato democraticamente eletto da tutti i lavoratori, senza il fardello degli utili agli azionisti e dei bonus milionari ai manager, potranno funzionare molto meglio di prima.

  • Esproprio di tutte le aziende che chiudono, licenziano e delocalizzano.
  • Nazionalizzazione di tutte le aziende privatizzate.
  • Nazionalizzazione dei grandi gruppi industriali, senza indennizzo eccetto che per i piccoli azionisti.
  • Nazionalizzazione delle reti di trasporti, telecomunicazioni, energia, acqua e ciclo dei rifiuti.
  • Tutte le azienda nazionalizzate siano poste sotto il controllo e la gestione dei lavoratori.

PENSIONI PUBBLICHE E DIGNITOSE PER TUTTI

Viviamo in un mondo paradossale, dove tutto funziona all’incontrario. Da una parte abbiamo la disoccupazione giovanile al 35% e dall’altra riforme che continuano ad alzare l’età pensionabile. Così ci sono i giovani che non trovano lavoro e allo stesso tempo gli anziani che sono costretti a continuare a lavorare.

Si dice che questo è necessario per i conti dell’Inps. In realtà le casse dei lavoratori dipendenti sono sostanzialmente in pareggio. Il problema è che sono a carico dell’Inps una gran quantità di spese che niente hanno a che fare con le pensioni. È il caso degli ammortizzatori sociali, ma anche della decontribuzione fiscale sulle nuove assunzioni regalata da Renzi agli imprenditori assieme al Jobs Act.

Se vogliamo creare lavoro per i giovani, cominciamo mandando in pensione chi ha già lavorato tutta una vita.

  • Abolizione della legge Fornero.
  • In pensione con 35 anni di lavoro o 60 anni di età.
  • Pensione pari all’80% dell’ultimo salario e comunque non inferiore al salario minimo.

PER UN SISTEMA SANITARIO UNIVERSALE E GRATUITO

Anni di tagli hanno devastato il sistema sanitario nazionale. Negli ospedali mancano i fondi, c’è carenza di personale e le apparecchiature non sono adeguate.

Il processo di privatizzazione ha poi portato a una divisione di classe tra pazienti di serie A, che possono permettersi di pagare le prestazioni e hanno una corsa preferenziale, e pazienti di serie B, che invece devono aspettare mesi per un esame, spesso all’interno della stessa struttura.

  • Raddoppio immediato dei fondi destinati alla sanità.
  • Abolizione di ogni finanziamento alla sanità privata e della pratica privata all’interno delle strutture pubbliche. Per un unico sistema sanitario pubblico e gratuito.
  • Abolizione dei ticket sui medicinali e sulle prestazioni specialistiche.
  • Nazionalizzazione sotto controllo dei lavoratori dell’industria farmaceutica.
  • Difesa dei piccoli presidi ospedalieri.

PER UN’ISTRUZIONE PUBBLICA, GRATUITA E DEMOCRATICA

Le scuole e le università italiane versano in uno stato pietoso, soprattutto per la mancanza di risorse adeguate. Tutti i costi vengono scaricati sulle famiglie: aumento delle tasse scolastiche e universitarie, contributi extra richiesti alle famiglie, riduzione delle borse di studio… In questo modo il diritto allo studio non è garantito per tutti, tanto più che aumentano i numeri chiusi e i test d’ingresso.

Il governo Renzi ha peggiorato una situazione già compromessa. Con la riforma della “Buona Scuola” le scuole sono state trasformate in aziende in concorrenza tra loro. Con l’alternanza scuola-lavoro, utilizzando la scusa di “formare i giovani”, gli studenti vanno a fornire manodopera gratuita alle aziende e l’unica cosa che imparano è ad essere sfruttati.

  • Abolizione della Buona Scuola e dell’alternanza scuola-lavoro
  • Raddoppio dei fondi destinati alla pubblica istruzione. No a qualsiasi finanziamento alle scuole private.
  • Per un piano nazionale di edilizia scolastica.
  • No al numero chiuso e ai test d’ingresso nelle università e nelle scuole.
  • No ai contributi delle famiglie alle spese scolastiche. La scuola pubblica deve essere gratuita.
  • Per una scuola pubblica, laica e gratuita per tutti.

PER L’UNITÀ TRA LAVORATORI ITALIANI E IMMIGRATI

Ci vogliono far credere che la colpa di tutti i mali – dalla disoccupazione ai tagli dei servizi sociali, dal degrado delle periferie al problema casa – sia degli immigrati. Tutti i partiti fanno a gara a chi adotta la posizione più razzista e repressiva sul tema dell’immigrazione. In questa competizione disgustosa il ministro Minniti si è aggiudicato il primo premio, appaltando la gestione dei profughi alle bande di tagliagole libici, in totale dispregio dei diritti umani.

Ogni menzogna è buona per alimentare il clima d’odio contro gli stranieri. La balla più clamorosa è quella per cui gli immigrati ricevono soldi dallo Stato, quando in realtà i fondi pubblici vengono intascati dai privati che gestiscono i centri di accoglienza, dove i migranti sono reclusi in condizioni disumane.

In realtà oggi in Italia gli immigrati rappresentano una parte importante della classe lavoratrice in molti settori, dall’edilizia alla logistica, dalla manifattura all’assistenza sanitaria. Ogni legge che discrimina gli immigrati non fa altro che indebolire i lavoratori nel loro complesso e alimentare una guerra tra poveri, utile solo a chi vuole mantenere l’attuale sistema di potere.

  • Abolizione del decreto Minniti, della Bossi-Fini e di tutte le leggi che discriminano gli immigrati.
  • Abolizione del reato di immigrazione clandestina.
  • Diritto di voto per chi risiede in Italia da un anno.
  • Cittadinanza dopo 3 anni per chi ne faccia richiesta.
  • Cittadinanza italiana per tutti i nati in Italia.

LA LOTTA PER I DIRITTI DELLE DONNE

Tutte le forze politiche oggi fanno un gran parlare di violenza sulle donne, discriminazioni di genere, di abusi sessuali… ma nei fatti quale assistenza ricevono le donne in difficoltà dallo Stato? I consultori pubblici sono stati in gran parte smantellati.

L’assistenza dei parenti anziani ricade interamente sulle famiglie. Persino il diritto all’aborto è messo in discussione dall’obiezione di coscienza dei medici, che raggiunge in media livelli tra il 70 e l’80%.

Dietro la retorica “rosa” a buon mercato la realtà è che, con il peggioramento della legislazione sul lavoro e i tagli ai servizi, è peggiorata anche la condizione delle donne. Di quale diritto alla maternità si può parlare per una lavoratrice precaria o assunta con il Jobs Act? Come potrà resistere alle molestie sessuali del suo datore di lavoro una lavoratrice che rischia di essere licenziata e lasciata in mezzo ad una strada? Come può una donna con figli emanciparsi davvero se non ci sono abbastanza posti negli asili nido pubblici e le rette degli asili privati sono proibitive?

  • Applicazione del pieno diritto all’aborto. Abolizione dell’obiezione di coscienza del personale medico.
  • Ripristino e potenziamento dei consultori pubblici.
  • Rete capillare di asili nido e scuole materne, pubblici e gratuiti, che coprano l’effettivo orario lavorativo.
  • Rete di strutture pubbliche per il sostegno ai parenti anziani.

PER IL RISCATTO DEL MEZZOGIORNO

Durante la crisi il divario tra Nord e Sud si è ulteriormente accentuato. Nel Mezzogiorno il 46% della popolazione è a rischio povertà e la disoccupazione giovanile in certe zone tocca punte del 60%. Nel giro di vent’anni sono emigrati due milioni e mezzo di persone dal Sud.

La presa della criminalità organizzata sul territorio diventa sempre più soffocante. La mafia, camorra e la ‘ndrangheta monopolizzano grandi fette dell’economia e spesso l’intreccio tra amministrazioni pubbliche, gruppi imprenditoriali e organizzazioni criminali è così fitto che è impossibile distinguere tra attività legali e illegali.

  • Piano di investimenti pubblici per il potenziamento dell’industria, delle infrastrutture e dei servizi al Sud.
  • Bonifica immediata dei territori inquinati da rifiuti tossici.
  • Esproprio delle aziende legate alla criminalità organizzata e confisca dei beni dei mafiosi.

LA DIFESA DELL’AMBIENTE

A mettere in pericolo l’ambiente in cui viviamo è soprattutto la logica del profitto. Inquinamento, speculazione edilizia, trivellazioni stanno distruggendo il territorio e la qualità della vita.

Si investono miliardi in grandi opere, come la Tav, che hanno un alto impatto ambientale e sono utili solo per far guadagnare le imprese di costruzione. E intanto le reti periferiche e i trasporti per i pendolari sono in stato di abbandono.

Il territorio, devastato dalla cementificazione selvaggia, è allo stremo: ogni pioggia diventa un’alluvione e ogni scossa sismica una tragedia.

  • Per un piano nazionale di riassetto idro-geologico del territorio.
  • Abbattimento degli eco-mostri e riqualificazione delle aree degradate.
  • Esproprio e riconversione delle aziende che inquinano.
  • No alle grandi opere inutili, per un trasporto pubblico efficiente e gratuito.

RIPRENDIAMOCI I SINDACATI

Durante la crisi i sindacati si sono dimostrati incapaci di contrastare efficacemente l’offensiva padronale. Ogni accordo sindacale non ha fatto altro che ratificare i passi indietro del movimento operaio. La distanza tra le burocrazie sindacali e i lavoratori che dovrebbero rappresentare non è mai stata così forte.

A questo si aggiunga che sono state adottate leggi volte a limitare pesantemente il diritto di sciopero, soprattutto nel pubblico servizio. Anche sul terreno della rappresentanza sindacale, con il Testo Unico del 10 gennaio 2014, si è imposto un giro di vite aumentando il peso degli apparati sindacali a scapito del controllo dal basso da parte dei lavoratori.

Sosteniamo tutte le lotte reali promosse dalle forze sindacali di classe, dentro una battaglia più generale per l’unificazione del movimento operaio.

I lavoratori devono riprendersi i loro sindacati e trasformarli nuovamente in organizzazioni democratiche di lotta, che siano in grado di difendere davvero i loro diritti.

  • Abolizione di tutte le leggi anti-sciopero.
  • Rappresentanze sindacali democratiche, con i soli delegati eletti dai lavoratori.
  • Piena agibilità per tutte le organizzazioni sindacali.
  • I rappresentanti sindacali devono essere revocabili in qualsiasi momento dell’assemblea che li ha eletti.
  • Salario operaio per i funzionari sindacali.

ROVESCIARE UN FISCO CLASSISTA

Si fa un gran parlare di lotta all’evasione, ma senza il minimo risultato concreto. Questo perché il sistema fiscale italiano è strutturato in modo da intrappolare i piccoli e lasciar passare i grandi. Mentre i lavoratori dipendenti vedono una fetta troppo grande della loro busta paga svanire in tasse e i piccoli commercianti sono letteralmente strangolati dalla pressione fiscale, i grandi patrimoni vengono messi al sicuro nei paradisi fiscali.

Tutti i governi si sono ben guardati da andare a toccare le rendite più alte e invece hanno spostato il peso del carico fiscale sui redditi bassi, anche attraverso il continuo innalzamento delle imposte indirette come l’Iva che, essendo slegate dal reddito, colpiscono soprattutto i ceti meno abbienti.

  • Abolizione delle imposte indirette.
  • Tassazione fortemente progressiva, che vada a colpire soprattutto i grandi patrimoni.
  • Esproprio del patrimonio dei grandi evasori fiscali.

LA LOTTA PER I DIRITTI CIVILI E DEMOCRATICI

Non solo siamo costretti ad una quotidianità di disoccupazione, precariato e sfruttamento, ma lo Stato pretende di regolamentare e reprimere in modo bigotto tutti gli altri aspetti della nostra vita, dalle preferenze sessuali alla gestione del tempo libero.

  • Estensione del matrimonio anche alle coppie dello stesso sesso.
  • La possibilità di adozione deve essere indipendente dalla composizione del nucleo famigliare.
  • Abolizione delle leggi repressive del consumo di stupefacenti e di tutte le misure liberticide sia legali che amministrative (daspo, coprifuoco ecc.) rivolte in particolare contro le forme di socialità libere e non commerciali.

PER IL DIRITTO ALLA CASA

Il problema della casa riguarda un numero di persone sempre più grande. Prezzi, affitti e mutui sono al di fuori della portata di disoccupati e lavoratori precari. Il numero di case popolari è ridotto ai minimi termini e crescono ogni anno gli sfratti, i pignoramenti e le esecuzioni immobiliari. Allo stesso tempo le città sono sempre più cementificate a causa della speculazione edilizia e in tutta Italia ci sono ben 7 milioni di case sfitte, molte di queste appartenenti alle grandi immobiliari.

  • Censimento e riutilizzo di tutte le case sfitte.
  • Esproprio del patrimonio delle grandi immobiliari.
  • Per un piano nazionale di edilizia popolare.

PER LA LAICITA’ DELLO STATO

È inaccettabile che in Italia la Chiesa cattolica eserciti continue ingerenze sui diritti e sulle libertà delle persone. D’altro canto la Chiesa non assolve solo ai suoi compiti “spirituali”, ma è una vera e propria potenza economica, che controlla uno sterminato patrimonio immobiliare, banche e grandi consorzi imprenditoriali come la Compagnia delle Opere. Come se tutto questo non bastasse, la Chiesa gode ancora di consistenti privilegi statali e finanziamenti pubblici.

  • Per la separazione tra Stato e Chiesa.
  • Abolizione del Concordato e dell’8 per mille. Nessun finanziamento pubblico o regime fiscale di favore per le confessioni religiose.
  • Esproprio del patrimonio immobiliare e finanziario della Chiesa e delle sue organizzazioni collaterali.
  • Abolizione dell’ora di insegnamento della religione cattolica nelle scuole.

NO ALL’IMPERIALISMO

Lo Stato italiano non ha i fondi per le scuole e gli ospedali, ma spende miliardi di euro in armamenti e missioni militari all’estero. Le truppe italiane in Iraq, in Libano, etc. non sono lì per portare la pace, ma per tutelare gli interessi economici delle imprese italiane.

La proiezione estera delle imprese italiane, a partire dall’Europa dell’Est e dall’Africa, a caccia di materie prime ei di lavoro a basso costo ha un carattere classicamente imperialista.

Mentre Trump apre un focolaio di guerra dopo l’altro dalla Corea alla Palestina, è semplicemente scandaloso ma significativo che l’Italia sia ancora parte della coalizione militare della Nato guidata dall’imperialismo Usa.

  • Drastica riduzione delle spese militari.
  • Ritiro delle missioni militari all’estero.
  • Fuori l’Italia dalla Nato. Chiusura delle basi Nato e americane sul territorio italiano.

PER IL GOVERNO DEI LAVORATORI

Il sistema di democrazia parlamentare in Italia è marcio. Il parlamento non è più simbolo di “sovranità e rappresentanza popolare”, ma sinonimo di privilegi, scandali e corruzione.

Tutto si riduce ad una finzione. Ogni cinque anni ci chiamano a votare, ma tanto il programma di governo è già scritto dalle banche, dalla Confindustria e dalle istituzioni europee. Tutte le decisioni fondamentali vengono prese da una potente burocrazia statale che nessuno ha eletto: banche centrali, dirigenti dei ministeri, enti amministrativi, commissioni di esperti, garanti, magistrati, prefetti…

La risposta a questa crisi politica non è quella di “riavvicinare i cittadini” a queste vecchie istituzioni screditate in nome di una falsa democrazia. Bisogna invece creare nuove istituzioni, in grado di rappresentare davvero i giovani, i lavoratori, i disoccupati e i pensionati.

Serve una democrazia dei lavoratori, fatta di consigli di delegati eletti nei luoghi di lavoro e di studio, di comitati nei quartieri popolari, di assemblee popolari cittadine. La vecchia burocrazia statale deve essere smantellata e il controllo dei lavoratori deve essere esteso a tutti i rami della vita pubblica.

  • Eleggibilità e revocabilità di tutte le cariche pubbliche.
  • Un tetto alla retribuzione delle cariche pubbliche, che corrisponda allo stipendio medio di un lavoratore qualificato.
  • Controllo dei lavoratori a tutti i livelli della pubblica amministrazione.

UNA PROSPETTIVA INTERNAZIONALISTA

Questo programma entra apertamente in contrasto con tutte le compatibilità del sistema capitalista. D’altronde il capitalismo ha dimostrato di essere un sistema che funziona solo per una ristretta minoranza, ma non è in grado di risolvere i problemi delle grandi masse.

Il nostro modello non è certo il “socialismo reale” che esisteva nei Paesi dell’est, dove tutto era deciso dall’alto da un’onnipotente burocrazia statale e i diritti politici dei lavoratori erano calpestati. Il socialismo per cui ci battiamo è quello in cui le principali leve dell’economia non sono nelle mani di un’oligarchia parassitaria, ma appartengono a tutti e il loro utilizzo viene pianificato democraticamente attraverso il controllo dei lavoratori.

Questo programma non può essere realizzato su scala nazionale, non vogliamo isolare l’Italia dal resto del mondo. Siamo anzi convinti che se ci mettessimo con decisione su questa strada rivoluzionaria, offrendo finalmente un’alternativa all’austerità senza fine dell’Unione Europea, saremmo seguiti dalle classi lavoratrici di un paese europeo dopo l’altro.

Solo così si potrebbe ricreare la base per un’unità genuina tra le nazioni europee, attraverso una federazione volontaria costruita su basi economiche completamente nuove.

  • Per la federazione socialista d’Europa

 

Partito Comunista dei Lavoratori

Sulla Catalogna

In e-mail il 30 Ottobre 2017 dc:

Comunicato congiunto di CNT, CGT e Solidaridad Obrera sulla situazione in Catalogna

Le organizzazioni sottoscritte, in qualità di sindacati a livello nazionale, condividono la stessa preoccupazione per la situazione in Catalogna, per la repressione che lo Stato ha scatenato, per la riduzione dei diritti e delle libertà che questo presuppone e paventa e per l’aumento di un nazionalismo rancido che si ripropone in gran parte dello Stato spagnolo.

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Noi difendiamo l’emancipazione di tutti i lavoratori della Catalogna e nel resto del mondo. Forse, in questo contesto, è necessario ricordare che noi non intendiamo il diritto all’autodeterminazione in modo statalista, come proclamano i partiti e le associazioni nazionalisti, bensì come diritto all’autogestione della nostra classe in un determinato territorio. In questo senso, l’autodeterminazione si realizza più attraverso il controllo della produzione e del consumo da parte dei lavoratori e di una democrazia diretta dal basso verso l’alto, organizzata secondo principi federalisti, piuttosto che con l’istituzione di una nuova frontiera o con la creazione di un nuovo Stato.

Come internazionalisti, sappiamo che la solidarietà tra i lavoratori non deve limitarsi ai confini nazionali, per cui ci importa poco dove questi vengono tracciati. Ciò che ci sembra molto preoccupante è la reazione che si sta vivendo in molte parti del resto dello Stato, con l’esaltazione di uno spagnolismo rancido, che ricorda per lo più epoche passate, coccolato da parte dei media e in sintonia con la deriva autoritaria del governo, viatico per l’imprigionamento di persone accusate di aver convocato atti di disobbedienza o per l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione. Siamo consapevoli che questa epidemia nazionalista pone le basi per ulteriori tagli dei diritti e delle libertà, contro cui dobbiamo agire in modo preventivo. L’asfissiante unità delle cosiddette “forze democratiche” per giustificare la repressione, fa presagire un quadro desolante per tutte le dissidenze future. Sembra che il regime post-franchista che ci governa da 40 anni, serrerà i ranghi per garantire la sua continuità.

Questo regime, che è esistito ed esiste in Catalogna e nel resto della Spagna, ritiene che sia in gioco la sua sopravvivenza. Ampiamente messo in discussione e immerso in una profonda crisi di legittimità, questo regime è allarmato all’accumularsi di fronti aperti. La minaccia per l’integrità territoriale dello Stato si aggiunge agli scandali di corruzione, al discredito della monarchia, alla questione dei salvataggi finanziari e dei tagli che sono stati imposti alla popolazione, al malcontento per la schiavitù nei luoghi di lavoro derivata dalle recenti riforme del lavoro, allungando l’età pensionabile e tagliando gli assegni pensionistici, ecc … Gli appelli continui per difendere la Costituzione devono essere intesi come rintocchi di campane per affrontare questa vera e propria crisi esistenziale in cui versa il regime. Il pericolo è che in questo processo si legittimo e diventino normalità i comportamenti repressivi come quelli recentemente osservati in molte città catalane. O peggio.

Ovviamente non sappiamo in quale senso evolveranno gli eventi. Rimarremo attenti a ciò che succede, pronti a difendere gli interessi dei lavoratori in tutto lo Stato. Ci opporremo con tutte le nostre forze alla repressione e alla legittimazione, già in atto, delle manifestazioni della destra radicale. Naturalmente, non ci metteremo al servizio delle strategie dei partiti politici i cui obiettivi ci sono estranei. Allo stesso tempo, non smetteremo di incoraggiare le mobilitazioni della classe lavoratrice quando è essa stessa a decidere, infine, è il momento di scrollarsi di dosso la dittatura di élite politiche ed economiche che da troppo tempo gestiscono il controllo del territorio per servire esclusivamente i propri interessi. Come sindacati di classe combattivi e libertari saremo nelle strade, nelle mobilitazioni, come abbiamo dimostrato in molte occasioni, contro la repressione, per i diritti e per le libertà, contro i tagli e contro la corruzione.

La crisi catalana può essere il punto di volta di un modello di stato morente. Se questo cambiamento andrà in una certa direzione o in un’altra dipenderà dalla nostra capacità, come classe, di portare il processo in atto nella direzione opposta alla repressione e alla crescita dei nazionalismi. Speriamo che il risultato finale sia più libertà e più diritti e non viceversa. La posta in gioco è alta.

PER I DIRITTI E PER LE LIBERTA’! NO ALLA REPRESSIONE CONTRO LE CLASSI LAVORATRICI!

CGT – Solidaridad Obrera – CNT
(traduzione a cura di Alternativa Libertaria/fdca – Ufficio Relazioni Internzionali)
Link esterno: http://cnt.es/noticias/comunicado-conjunto-de-cnt-cgt-y…lunya

La catena di (sant)’Antonio della sinistra riformista

In e-mail l’11 Giusgno 2017 dc:

La catena di (sant)’Antonio della sinistra riformista

La crisi politica e la sinistra italiana

10 Giugno 2017

sinistrati

È in scena un nuovo passaggio della crisi politica, con ripetute convulsioni e capovolgimenti di fronte.

Il 21 maggio Renzi e Berlusconi sembravano aver concluso uno scambio politico vincente: Renzi concede a Berlusconi una legge elettorale a impianto proporzionale con soglia di sbarramento al 5%, dando la possibilità al Cavaliere di sganciarsi dall’abbraccio della Lega e di correre liberamente per un proprio ritorno di governo (con Renzi); Berlusconi concede a Renzi il semaforo verde per elezioni politiche anticipate, che eviterebbero al fiorentino le spine avvelenate della prossima legge di stabilità, da delegare al prossimo governo dopo il voto. Entrambi interessati, Renzi e Berlusconi, a una legge elettorale che garantiva il pieno controllo delle segreterie su candidature ed eletti.

Attorno a questo patto scattava la improvvisa convergenza di Lega e M5S. La prima libera di giocare in tempi brevi la partita di incasso della recente stagione lepenista, prima che possa disperdersi. Il secondo interessato a capitalizzare l’assenza di ogni premio elettorale di coalizione per giocarsi direttamente il testa a testa col PD , offrendo per di più a Grillo e Casaleggio la selezione dei propri nominati.

Questo patto Renzi-Grillo-Berlusconi-Salvini giungeva a prenotare pubblicamente non solo le elezioni in autunno, ma la data stessa del voto (il 24 settembre), mettendo la presidenza della Repubblica di fronte al fatto compiuto di un accordo apparentemente blindato dall’80% del Parlamento.

Ma le quattro gambe non hanno retto. Le contraddizioni interne a M5S e PD, unite al mal di pancia trasversale di settori parlamentari contrari alla legge elettorale e/o al voto anticipato, hanno prodotto alla Camera un incidente letale al momento del voto sugli emendamenti. Il PD si è rapidamente sfilato annunciando la “morte” della legge e attribuendo la responsabilità al M5S. Il M5S ha gridato al “tradimento” del PD. La verità è che quanto avvenuto misura l’estrema fragilità del patto politico e dei suoi principali contraenti.

LA CRISI POLITICA DI FRONTE A UN NUOVO BIVIO

Ora la crisi politica è di fronte a un nuovo bivio che interroga innanzitutto il PD. Insistere nella richiesta delle elezioni a settembre o accettare il decorso della conclusione della legislatura? Entrambe le vie sono impervie.

Insistere sul voto a settembre significa o riprendere rapidamente la tela del patto saltato provando a ricomporre l’accordo a quattro sulla legge elettorale proporzionale, oppure dichiarare il fallimento definitivo di ogni ipotesi di nuova legge elettorale, sancire la fine del governo Gentiloni, e puntare sul voto anticipato col Consultellum. Soluzioni molto difficili. La prima, sostenuta da Berlusconi, sconta il logoramento dei rapporti politici tra PD e M5S, oltretutto entrambi sfibrati da quanto avvenuto. La seconda richiede di uniformare i sistemi di voto tra Camera e Senato, possibile solo attraverso una legge e non per decreto (data l’indisponibilità di Mattarella). Ma quale legge, con quale maggioranza, e in quali tempi? Il gioco dell’oca riporta le bocce al punto di partenza.

Accettare il decorso di fine legislatura è l’opzione sostenuta dal capitale finanziario, da Confindustria, dalla grande stampa borghese e soprattutto dalla presidenza della Repubblica: tutti interessati a mettere al sicuro la prossima legge di stabilità e ad evitare complicazioni sui mercati. Ma il governo Gentiloni è in grado di reggere la navigazione della propria fragile maggioranza, pesantemente minata dallo scontro avvenuto tra PD e suoi alleati (Alfano e MDP) e attesa dal salto a ostacoli di ogni prova parlamentare (voucher, ius soli, biotestamento e soprattutto legge di stabilità)?

Verificheremo gli sviluppi. Ma quanto è avvenuto misura una volta di più le particolarità della crisi italiana. Il crollo del vecchio bipolarismo non è stato rimpiazzato da un nuovo equilibrio politico. Tutto procede al buio. La crisi di governabilità delle relazioni politiche è il portato fisiologico di questo fatto.

IL GIOCO DELLE MASCHERE A SINISTRA. L’INGANNO DEL 18 GIUGNO

In compenso, al di là del suo epilogo, la vicenda dell’ultimo mese ha rappresentato una formidabile cartina di tornasole della realtà della sinistra italiana, mostrando il volto scoperto di tutti i suoi attori. Lungo il piano inclinato di una infinita catena di sant’Antonio, in un’autentica commedia dell’arte.

Il primo attore di scena è Campo Progressista di Giuliano Pisapia.
Testimonial del Sì al referendum istituzionale, Pisapia ha sperato sino all’ultimo in un accordo col PD di Renzi. E Renzi aveva investito inizialmente sulla figura di Pisapia e sulla possibile coalizione con Campo Progressista per prevenire la scissione del PD e chiuderle lo spazio politico. Ma dopo la sconfitta del 4 dicembre e dopo la scissione, quel ruolo diventava inutile e ingombrante. Ingenerosamente scaricato da Renzi, Pisapia sogna ora il rifacimento del “vero centrosinistra”, con la benedizione di tutti i padri putativi dell’Ulivo (Prodi, Veltroni, Letta) e con la sponsorizzazione di Repubblica. La sua preoccupazione principale sembra quella di indossare i panni (impossibili) di un nuovo Prodi per federare sinistra e PD. Cioè per coalizzarsi con… Renzi nel prossimo Parlamento. La repulsione ostentata verso la sinistra cosiddetta radicale è il pegno della sua fedeltà (postuma) al renzismo. L’imbarco sul proprio carro del personale borghese liberale o di estrazione cattolica è la ricerca di un attestato di affidabilità presso i salotti democratici del capitale.

MDP è il secondo attore.
Minacciati nella loro stessa sopravvivenza politica e istituzionale, Bersani e D’Alema sanno bene che la soglia del 5% è tutt’altro che scontata. Per questo chiedono a Pisapia di evitare ostracismi a sinistra, in particolare verso Sinistra Italiana. C’è bisogno di caricare tutti sul medesimo carro: “una sola lista a sinistra” è la loro parola d’ordine. “Unità, unità, unità”! L’iniziativa del 18 giugno, formalmente promossa da Falcone e Montanari (in realtà da D’Alema) vuole offrire a questa campagna unitaria una coreografia civica e “popolare”. Il tutto per fare cosa? Per sbarcare nel prossimo Parlamento e «chiedere al PD di scegliere tra MDP e Berlusconi», come ha detto Bersani. In altre parole, per fare una coalizione di governo col PD. Cioè con Renzi. C’è forse da meravigliarsi, visto che Bersani e i suoi hanno votato le politiche antioperaie di Renzi (inclusa l’abolizione dell’articolo 18) e si presentano oggi come i migliori tutori del governo Gentiloni?

Sinistra Italiana è il terzo attore.
La sua massima aspirazione è evitare di essere esclusa dal carro, e rimanere appiedata. Il congresso fondativo di SI aveva formalmente celebrato l’alternatività a Renzi e al renzismo. Di più: aveva sentenziato «la fine del vecchio centrosinistra». Ma era solo il tentativo di difendere lo spazio politico e contrattuale del proprio fortino dalle insidie concorrenziali del nuovo MDP. Ora la campagna di Nicola Fratoianni impugna la bandiera dell’”unica lista a sinistra”. Ossia del blocco con Bersani e Pisapia, aspiranti rifacitori dell’eterno centrosinistra. La manifestazione del 18 giugno serve a riequilibrare il rapporto di forze con Pisapia, a rimuovere le sue resistenze, a sancire la legittimità della presenza di SI nel grande accordo unitario. Lo stesso sostegno di SI alla legge elettorale di Renzi-Berlusconi-Grillo-Salvini, incluso lo sbarramento del 5%, è indicativa: siccome c’è lo sbarramento sarà più facile essere imbarcati a bordo. Ci si può meravigliare se si considera che i gruppi dirigenti di Sinistra Italiana, già coinvolti nei governi Prodi, già in blocco col PD di Bersani, sono gli stessi che tuttora governano diverse regioni col PD di Renzi, con tanto di tagli a sanità e servizi?

Rifondazione Comunista è il quarto attore.
Il suo congresso aveva rivendicato solennemente la fine di ogni ambiguità circa i rapporti col PD e il centrosinistra («liberista e antipopolare»). Il nuovo segretario Maurizio Acerbo aveva formalmente rivendicato sulle colonne de Il Fatto il rifiuto di ogni subordinazione «a Pisapia e D’Alema» nel nome di una sinistra finalmente alternativa. Ma ora Acerbo e l’ex ministro Ferrero figurano tra i primi firmatari dell’appello unitario del 18 giugno per una unica lista della sinistra. Cioè, se le parole hanno un senso, per una lista con Pisapia e Bersani. Gli stessi che rivendicano la prospettiva della coalizione di governo col PD nel prossimo Parlamento. Sotto le vesti truccate di “una lista civica, democratica e costituzionale”, anche il PRC, alla coda di SI, prova dunque a inserirsi nel grande cartello unitario dell’aborrito centrosinistra? Certo, un partito che titola il proprio congresso con la parola “rivoluzione” nel mentre sostiene il governo Tsipras, nuovo governo della troika in Grecia, non merita davvero un attestato di affidabilità.

PER UN PARTITO INDIPENDENTE DEI LAVORATORI

Ora il fallimento del patto tra Renzi e Berlusconi sulla legge elettorale concordata può disfare la tela del grande accordo a sinistra. E magari diversi attori in commedia riprenderanno ognuno la propria maschera. Ma non si può rimuovere la lezione di fondo dell’esperienza avvenuta. Non siamo in presenza di “politiche sbagliate”, per quanto recidive, e di “errori”, per quanto ripetuti. Siamo in presenza di gruppi dirigenti della sinistra italiana la cui unica vera ambizione è la propria salvezza o ricollocazione istituzionale, nel grande gioco della democrazia borghese, nella prospettiva del governo del capitalismo.

La classe lavoratrice, a partire dalla sua avanguardia, ha bisogno di costruire il proprio partito indipendente. Sul solo terreno possibile: quello anticapitalista e rivoluzionario.

Partito Comunista dei Lavoratori

La bestemmia e la morale della Chiesa Cattolica

In e-mail il 17 Marzo 2017 dc dal compagno Masaniello del PCL-Partito Comunsta dei Lavoratori

La bestemmia e la morale della Chiesa Cattolica

di Masaniello

In Italia fino al 1999 bestemmiare in pubblico era reato penale, oggi c’è “solo” una sanzione pecuniaria, che va da 51 a 309 euro, nonostante la laicità dello Stato. Perché mi punisci quindi se non credo? Io potrei offendermi se vilipendi il salame, ma tant’è.

È curioso il nostro ordinamento giuridico: fascisti in ogni dove, nei social, nelle piazze, nelle università, nelle forze dell’ordine, nonostante la legge 645 del 20 giugno del 1952, e si condanna una bestemmia.

Ma del resto l’Italia non è nuova a queste contraddizioni, nel caso della Chiesa Cattolica poi dà il meglio di sé. Basti pensare all’8 x1000 che frutta alla Chiesa un miliardo e undici milioni di euro all’anno, o alla proprietà del 22% del patrimonio immobiliare sul suolo italico, ovviamente esentasse.

Qualcuno chiederà: “la Chiesa ha tutti questi soldi?”

Se consideriamo il patrimonio assai sottostimato queste sono briciole, si dice che la Chiesa Cattolica abbia 2 miliardi di euro di beni immobiliari nel mondo, senza contare le riserve d’oro (alcune stime interne della segreteria di Stato parlano di 140 miliardi di euro, il doppio della Banca d’Italia), lo IOR (Banca Vaticana) che gestisce un patrimonio da 6 miliardi di euro, nonostante questa negli ultimi 30 anni sia al centro degli scandali italiani, dallo scandalo Enimont a Calciopoli, per non dimenticare le uccisioni di Giorgio Ambrosoli e di Roberto Calvi insieme alla sua segretaria.

Si stima che la Chiesa abbia 1 miliardo e 272 milioni di fedeli a cui vengono taciuti i segreti più nefasti sui rappresentanti di un ipotetico dio, uomini che sotto l’abito talare nascondono abusi sessuali su minori e donne prevalentemente povere, passando per festini a base di sesso e droga, uomini che la domenica predicano bene ma durante la settimana razzolano molto male.

Ovviamente il Vaticano tacita, minimizza e non condanna, o lo fa se è proprio obbligato come nello scandalo statunitense in cui, tra il 1950 e il 2002, 10.667 americani denunciano o riferiscono di abusi sessuali da parte dei servitori di dio.

Il Vaticano verificò 6 mila casi. Dopo l’inchiesta si presero provvedimenti disciplinari nei confronti di 1021 preti, mentre 3300 non hanno avuto nessun processo perché morti, dopo l’inchiesta non si è mai saputo chi fossero gli abusati, né tanto meno la Santa Sede chiese scusa. Anzi la Chiesa asserì che i preti che compiono atti di pedofilia lo fanno perché omosessuali, non volendo affrontare né tanto meno risolvere il problema. Il Vaticano spinge sempre di più nell’ignoranza i suoi seguaci.

Marx diceva che la religione è l’oppio dei popoli, mentre Leonardo da Vinci esortava ad aprire gli occhi nei confronti della Chiesa, per non parlare di Giordano Bruno o di altre grandi menti pensanti bruciate sul rogo.

Eppure la chiesa fa cassa su tutto, dalle opere benefiche ai lasciti dei fedeli, addirittura nei santuari più famosi del mondo non è raro vedere una cassetta per le offerte per fare usare la toilette, oltre agli oboli per vedere le opere di inestimabile valore custodite all’interno del Vaticano e in chiese, monasteri o luoghi di culto. La Chiesa fa soldi anche per le case in affitto per i pellegrini che vanno in cerca di una grazia, tra cui molti malati, da cui il Vaticano spreme 4 miliardi di euro all’anno. Pensate che Propaganda Fide, l’ufficio che dirige l’attività missionaria, gestisce un patrimonio di 10 miliardi di euro.

Il Vaticano ha bisogno di propaganda? Cos’è, la Chiesa di Gesù Cristo o uno Stato capitalistico? La risposta è ovvia.

Eppure non bisogna andare molto lontano per capire cos’è la Chiesa, dalle crociate all’inquisizione a oggi: possiamo tranquillamente dire che è lo Stato più assassino al mondo. Basti pensare alla benedizione papale di svariate guerre nella storia europea e mondiale (tra cui la conquista coloniale dell’Etiopia nel 1936… non nel medioevo!) e  ai Patti Lateranensi in cui si diede appoggio al fascismo nonostante l’uccisione a bastonate di don Giovanni Minzoni (per mano fascista). I patti sancirono accordi per benefit propri e non per il popolo o i fedeli, benefit di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze, dal maestro di religione al crocifisso negli edifici pubblici.

Calcolando l’immensità di tali ricchezze viene da chiedersi quante vite si potrebbero salvare, potendole usare realmente per il bene dei diseredati, e non del clero. Dicono che la Chiesa è speranza, ma chi di speranza vive disperato muore, come i milioni di poveri che muoiono di malattie o di deperimento, citati solo ogni tanto nel sermone della domenica.

L’essere umano non ha bisogno della carità cristiana, l’essere umano ha bisogno della dignità, di essere libero da qualsiasi catena, religiosa e capitalistica. Per conquistare questa libertà occorre smettere di chiedere timidamente ciò che ci spetta, e attendere una vergognosa carità, ma prenderlo con la forza dei numeri, che è dalla parte di noi sfruttati.

Il sole non sorge più a Ovest

in e-mail il 31 Gennaio 2017 dc:

Il Sole non sorge più a Ovest

Dino Erba e altri

Il sole non sorge più a Ovest

Significati e forme delle rivoluzioni al tempo della Grande Crisi

Riflettendo con Marx: razze, etnie, genere e l’immancabile sfruttamento operaio

All’Insegna del Gatto Rosso, Milano, 2017, pagine 162.

Contributo € 15 (comprese le spese di spedizione)

Richiedere a: dinoerba48@gmail.com

Secondo un luogo comune molto diffuso, Marx sarebbe un teorico del progresso. Conseguenza o premessa di questo stereotipo è una concezione della storia unilineare, etnocentrica, o meglio eurocentrista, che è prevalsa tra molti di coloro che si professano marxisti, magari con pretese rivoluzionarie. Essa si fonda su una miope lettura di Marx, limitata ad alcuni passi del Manifesto del Partito Comunista e ad alcuni scritti di poco successivi. È un’interpretazione limitata nello spazio e nel tempo. È stata assolutamente fuorviante, poiché ha investito tutte le opere di Marx imponendo i medesimi criteri interpretativi etnocentrici, con le conseguenze deleterie che si sono viste per tutto il Novecento.

Quando il sole doveva sorgere a Ovest.

Alla luce delle passate esperienze rivoluzionarie e alla luce dei recenti sconvolgimenti sociali, ho sottoposto a critica il concetto di sviluppo delle forze produttive e la visione eurocentrista che ne è il presupposto.

I testi che ho raccolto in questo libro prendono lo spunto dal libro di Kevin B. Anderson sugli scritti «tardivi» di Marx, (1870-1883), riguardanti le società precapitalistiche, o meglio non occidentali, in merito a razza, etnicità, nazionalità e genere.

Sul filo di queste riflessioni gli scritti «tardivi» di Marx spostano l’asse della rivoluzione dalle metropoli dell’Occidente al Sud del Mondo. Sono le aree in cui il modo di produzione capitalistico ha incontrato molte resistenze, creando situazioni socio-economiche ibride, frutto di un capitalismo innestato (come accenna Engels a proposito della Russia) che ha fatto poi degenerare, atrofizzare e distorcere i modi di produzione preesistenti che via via esso incontrava. E non certo a causa di una presunta «arretratezza» che, invece, è stata il frutto marcio del «trapianto del capitalismo», anche se apparentemente il trapianto era andato a buon fine.

In un contesto economico-sociale mondiale che, in tutti i modi, cerca di respingerlo, il modo di produzione capitalistico costituisce un’eccezione, o meglio: un disgraziato accidente.

Oggi, nel Sud del Mondo, la fragilità dell’innesto balza in primo piano clamorosamente, immediatamente e violentemente, sotto i colpi dell’attuale crisi sistemica.

Solo in un secondo momento gli effetti della deflagrazione della periferia si ripercuoteranno (e in parte si stanno già ripercuotendo) sul centro, sull’Occidente,  con tempi e modalità differenti.

In Europa siamo agli inizi, ma già si intravvedono situazioni, come i flussi migratori, del tutto inedite che non possono essere affrontate con i criteri tipici della fase di sviluppo del modo di produzione capitalistico, sia quelli inerenti l’Ottocento sia quelli inerenti la Golden Age (o Les Trente Glorieuses), ovvero gli anni 1945-1975 di eccezionale espansione economica.

Il filo conduttore proposto consente di mettere a fuoco le tematiche insite nelle elaborazioni «tardive» di Marx, cercando di focalizzare aspetti che oggi sono di dirompente attualità, in primis etnia e genere, mentre sullo sfondo emerge, prepotente, l’esigenza della lotta senza quartiere contro il lavoro e contro la democrazia.

Mi auguro di essere riuscito a districarmi in un vero ginepraio, pratico e teorico.

Ho voluto includere contributi di altr* compagn* per allargare il confronto, cercando di vedere le cose da prospettive differenti.

Nel loro insieme tutti gli scritti proposti vogliono stimolare una riflessione, per poter approfondire, e chiarire (se possibile) le questioni più scottanti.