Politica e Società

Occupyamo Piazza Affari!

Il volantino del sindacato di base CUB:

Occupyamo Piazza Affari!

Contro le politiche antisociali del governo e della Bce

I loro affari non devono più decidere sulle nostre vite. Per una società fondata sui diritti civili e sociali, sul pubblico, sull’ambiente e sui beni comuni.

 Misure “lacrime e sangue”sono la ricetta del governo delle banche e della finanza che, con il sostegno del centro-destra e del centro-sinistra, è ormai in carica da oltre tre mesi. Il massacro sociale del governo Monti dilagherà se verrà applicato il trattato europeo deciso dai governi Merkel, Sarkozy e Monti. Ora vogliono cambiare la Costituzione, senza consultare i cittadini e imponendo il pareggio di bilancio. Ora vogliono imporre un trattato, il fiscal compact, che impone la schiavitù del debito per vent’anni. Per vent’anni dovremo sacrificare i diritti sociali e quelli delle lavoratrici e dei lavoratori, per pagare il debito agli stessi affaristi e speculatori che l’hanno creato.

 Una crisi del sistema capitalista da cui le classi dominanti non riescono ad uscire. L’individuazione di “medici” come Monti in Italia o Papademos in Grecia, che in realtà non fanno che aggravare la malattia scaricando sui lavoratori e sulle classi popolari il peso della iniqua distribuzione del reddito con il conseguente peggioramento delle condizioni di vita e l’eliminazione di diritti conquistati con anni di lotte. Per questo diciamo NO alla precarietà e alla messa in discussione dell’articolo 18, alla distruzione dello stato sociale, dei diritti, della civiltà e della democrazia. Per questo diciamo NO alla distruzione dell’ambiente, alle grandi opere, alla Tav.

 Negazione della democrazia e repressionesono gli strumenti con cui le classi dominanti stanno cercando di fermare e dividere il movimento popolare che va opponendosi al dilagare della precarizzazione e della disoccupazione di massa: lo abbiamo visto in questi giorni in Val di Susa, ma anche contro molte lotte operaie e di resistenza sociale.

Chiediamo ai giovani e alle donne, alle lavoratrici e ai lavoratori, ai precari, ai pensionati e ai migranti, ai movimenti civili, sociali e ambientali, di organizzare insieme una risposta a tutto questo con una grande manifestazione nazionale a Milano il prossimo 31 marzo

Unire le lotte per un’opposizione sociale e politica di massa, capace di incidere, dal territorio, alla scuola e all’università, alle lotte per il lavoro: dalla Argol di Fiumicino alla Wagon-Lits di Milano, alla Alcoa di Portovesme, alla Fincantieri, alla Esselunga, alla Fiat e alle lotte dei migranti. Vogliamo manifestare assieme a tutti i popoli europei, schiacciati dalle politiche di austerità e dal liberismo, in particolare al popolo greco, sottomesso ad una tirannide finanziaria che sta distruggendo il paese.

 Vogliamo un diverso modello sociale ed economico in Italia e in Europa, fondato sul pubblico, sull’ambiente e sui beni comuni, per riconvertire il sistema industriale con tecnologie e innovazione, per la pace e contro la guerra, per lo sviluppo della ricerca sostenendo scuola pubblica e università, per garantire il diritto a sanità, servizi sociali e reddito per tutti, lavoro dignitoso, libertà e democrazia.

 Il 31 marzo tutte e tutti in piazza a Milano:

manifestazione nazionale a Piazza Affari

Occupyamo Piazza Affari. Costruiamo il nostro futuro

 


logo CUBComitatopromotore
“OccupyamoPiazzaAffari”

 Confederazione Unitaria di Base

Milano, V.le Lombardia, 20 tel. 02.70631804

cub.nazionale@tiscali.it  www.cub.it  http://www.cubvideo.it

Annunci
Politica e Società

L’uscita dalla crisi? In fondo a sinistra

L’uscita dalla crisi? In fondo a sinistra

di Lucio Garofalo 9 Gennaio 2012 dc

La razione di miseria imposta ai popoli portoghese, greco, italiano, spagnolo e, progressivamente, a tutti i popoli europei, non basterà a fermare la caduta di rendimento del capitale finanziario, per cui serviranno altre manovre finanziarie che spingeranno sempre di più verso una condizione di insopportabilità dei sacrifici imposti ai proletari. Ormai il capitalismo non ha più nulla con cui tacitare la protesta sociale, anzi, per sopravvivere è costretto ad estorcere ricchezze in dosi sempre maggiori. Se il presidente Obama è costretto a raddoppiare i fondi dell’assistenza sociale per finanziare sottobanco i grandi supermercati dei distretti popolari statunitensi al fine di evitare esplosioni sociali, se in Europa si procede all’abolizione di ogni copertura di welfare, se neppure uno solo dei grandi economisti borghesi è stato in grado di prospettare un modo per uscire dalla crisi, il processo di disfacimento totale del capitalismo ha una sua ragion d’essere ed è l’irrazionalità del capitalismo rispetto alle ragioni dell’intera umanità.

Oggi la miseria obbligatoria imposta dal proconsole della BCE per l’Italia, Mario Monti, al solo fine di garantire il pagamento degli interessi del debito pubblico italiano al capitale finanziario internazionale può valere qualche settimana di ripresa dei titoli italiani. Più del 97% di questi titoli sono incettati dalle banche che esigono i pagamenti, pena il default: sono le grandi banche mondiali, cui la BCE e le banche italiane sono consociate.

Di ripresa nemmeno l’ombra, anzi prosegue la liquidazione sistematica dell’industria e del piccolo commercio. La crisi abbatte chi non è abbastanza forte da resisterle: si contano già migliaia di piccoli esercizi commerciali chiusi con relativo numero di disoccupati. Questa ecatombe forza il mercato in direzione dei grandi gruppi commerciali, i grandi supermercati dove i prezzi sono stabiliti nell’ambito dei commerci internazionali. Ci avviamo verso un commercio con forti connotazioni autocratiche, verso cui i consumatori non dispongono di alcun mezzo di influenza e contrattazione. Al momento i grandi centri commerciali mantengono i prezzi al di sotto di quelli del piccolo commercio, fa parte della strategia per liquidare quest’ultimo e la quantità di merci vendute assicura ai grandi gruppi margini soddisfacenti di profitto, dato anche che possono servirsi di lavoro precario a basso costo. Quando essi avranno imposto condizioni di monopolio, allora potranno esercitare tutta la loro forza per spremere i consumatori.

Il piccolo commercio è stata una delle attività fondamentali della piccola borghesia urbana. Le sue attuali condizioni di reddito non sono dissimili da quelle dei proletari. Ma gran parte della sua sopravvivenza dipende dall’evasione fiscale sistematica, da essa  concepita come lotta di sopravvivenza contro lo Stato e la concorrenza. Essa è oggi un rimasuglio di ciò che era quando il fascismo la mobilitò contro il movimento operaio.

Crollata l’illusione berlusconiana in cui essa si riconosceva completamente, oggi la piccola borghesia urbana si trova sul baratro della sua scomparsa come ceto sociale. Il capitale finanziario la sacrifica per acquisire il potere di monopolizzare i commerci e utilizzarlo come forma di controllo e pressione sociale. E’ noto che i capitali dei grandi gruppi commerciali sono consociazioni internazionali gestite dalle banche. E’ evidente che per gli ultimi residui della piccola borghesia urbana e commerciale le prospettive future sono uno status di proletarizzazione, disoccupazione, precarietà. Ma bisogna stare attenti, poiché è proprio da questi ambienti sociali che sta riemergendo il pericolo del complottismo, dell’antisemitismo di ritorno, del razzismo contro gli extra-comunitari.

La crisi odierna è inequivocabilmente dovuta a fenomeni di sovrapproduzione e sottoconsumo, in sostanza deriva da una contrazione dei mercati che è un effetto della variazione della morfologia sociale. L’enorme rigonfiamento della massa proletarizzata, con la riduzione di gran parte dei ceti medi alla condizione salariata, significa che non ci sono abbastanza compratori per le merci: il proletariato non può ricomprare tutte le merci che esso stesso ha prodotto. Ma ciò rappresenta un’antinomia del capitalismo, dato che non può esistere una società composta esclusivamente da borghesi e proletari.

Di fronte alla proletarizzazione forzata della piccola borghesia urbana, il proletariato non può più combattere con gli strumenti, ormai anacronistici, della democrazia parlamentare borghese, un nemico di classe che ha finalmente gettato la maschera, uscendo allo scoperto e ponendosi direttamente al vertice di Stati come Italia e Grecia.

Un’analisi della situazione che sia attendibile, onesta e coerente, non può non generare una presa di posizione ferma ed intransigente di fronte all’inasprimento della crisi e alle soluzioni “lacrime e sangue” adottate dai governi in un quadro capitalistico. Governi che non sono più condizionati in modo occulto e latente, come succedeva all’interno dei precedenti scenari parlamentari, da lobby che fanno capo alle grandi banche d’affari e all’alta finanza, ma sono un’emanazione diretta e palese del sistema capitalista, poiché al vertice di Stati come l’Italia e la Grecia si sono ufficialmente insediati regimi guidati da tecnocrati ed alti funzionari del potere bancario e finanziario mondiale. Su questo punto non si può obiettare alcunché, a meno che non si voglia negare la pura evidenza.

Da sempre i parassiti della politica difendono strenuamente la loro inutile casta. A partire dal secondo dopoguerra, accusano i propri detrattori di “qualunquismo”. Negli ultimi tempi la chiusura autoreferenziale dei politici si è trascinata fino alle estreme conseguenze, attivandosi per neutralizzare la cosiddetta “antipolitica” e sfogando i propri rancori contro i vari movimenti di contestazione. L’istinto di autoconservazione della Casta resta fortissimo, ma l’insediamento del cosiddetto “governo tecnico” ha spiazzato i suoi “sacerdoti”: l’ascesa di Monti a Palazzo Chigi è stata caldeggiata dagli stessi politici, inclusi quelli che fingono di opporsi per evidenti ragioni elettoralistiche.

In un quadro di crescenti ingiustizie e diseguaglianze sociali, è inevitabile che le proteste, frutto della disperazione dilagante, non saranno più gestibili con gli strumenti tipici della legalità costituzionale e della democrazia liberale borghese, e da semplici movimenti di indignazione e contestazione pacifica e non violenta, potranno assumere la forma delle rivolte o dei tumulti di massa, ovvero una veste insurrezionale. Per cui serve la formazione di un blocco sociale e popolare, di impronta classista, che sia in grado di esercitare un ruolo critico e antagonista, intransigente e deciso, contro il regime dei banchieri, che è (per l’appunto) un’emanazione diretta e palese, persino dichiarata, di un blocco economico molto agguerrito che fa capo agli affari (di classe) del sistema bancario e dell’alta finanza internazionale, che sono evidentemente contrapposti in maniera irriducibile agli interessi del mondo del lavoro produttivo e salariato, precisamente a quelli delle classi operaie e, più in generale, delle masse proletarizzate.

Ma come e con quale durata temporale si potrà conseguire un simile obiettivo? E con quali metodi di lotta è possibile, oltre che necessario, agire per concretizzare tale progetto? Ed è un traguardo di breve termine, o di medio e lungo periodo? Sempre che sia realizzabile. Inoltre, ammesso che lo sia, il processo dovrà e potrà svilupparsi dal basso, quindi compiersi in modo spontaneo e auto-organizzato, o dovrà essere diretto dall’alto, cioè da un soggetto politico che si configuri come avanguardia rivoluzionaria? A tutti questi interrogativi, che non sono affatto accademici, astrusi o peregrini, ma estremamente pratici, occorre fornire una risposta. Una risposta che eventualmente può giungere solo dal basso, ovvero dal magma incandescente delle lotte sociali e materiali.

Politica e Società

Il fine ultimo delle teorie complottiste

Il fine ultimo delle teorie complottiste

di Lucio Garofalo 7 Gennaio 2012 dc

Il prototipo originario delle numerose concezioni esoteriche e complottiste è il Mein Kampf di Adolf Hitler. In un certo senso, il Mein Kampf rappresenta una sorta di “bibbia” contemporanea per i suoi epigoni. Senza correre il rischio di esagerare, si potrebbe definire come il “testo sacro” dei fautori più fanatici del complottismo, il “manuale” pratico e teorico-letterario, la principale fonte d’ispirazione a cui attingono le più assurde e svariate dietrologie esoteriche di provenienza nazista, o cripto-nazista.

La dottrina e la propaganda hitleriane erano ossessionate dalla retorica e dalla mistica incentrate sulla teoria del complotto esoterico giudaico per il dominio del mondo (gli Illuminati). L’ipotesi della cospirazione giudaica discende dalle opere di Alfred Rosenberg, l’ideologo ufficiale del nazional-socialismo. Il quale era convinto di rinvenire prove documentarie a favore delle sue idee nei famosi Protocolli di Sion. Non a caso Hitler (come gran parte dell’élite nazista) nutriva una passione viscerale per l’occultismo e l’esoterismo, l’astrologia e l’alchimia (gli stessi colori ufficiali del vessillo nazista sono i colori sacri dell’alchimia: nero, rosso e bianco), la magia, il mondo del mistero e del paranormale. Ma al di là delle visioni mistiche e deliranti di Hitler e Rosenberg, il fascino delle ideologie esoteriche e complottiste si spiega probabilmente in virtù della loro ingenuità farisaica e semplicistica, del loro conservatorismo forcaiolo, nella misura in cui offrono all’immaginario collettivo un comodo e rassicurante capro espiatorio identificabile in “cospiratori” che agiscono per corrompere e dominare il sistema, che siano gli Ebrei piuttosto che i massoni, o gli untori di manzoniana memoria.

In materia di complotti e trame segrete la storia offre numerosi casi emblematici di congiure di palazzo, tradimenti, azioni eversive e cospirative, dai tempi degli antichi imperatori romani, dall’assassinio ordito contro Giulio Cesare ad episodi più recenti, ai tentativi falliti contro lo stesso Hitler, ma le trame “oscure” del potere non sono riducibili a vicende che servono solo a mistificare la realtà delle cose, a banalizzare la narrazione storica sul potere. La cui natura è più articolata e complessa di quanto le farneticanti dietrologie esoteriche lascino supporre.

Il potere vigente nel quadro capitalistico, si pensi alle grandi banche d’affari, alle multinazionali, alle famigerate agenzie di rating, alle società assicurative, e ai “mostruosi” comitati d’affari e di potere che fanno capo al capitale finanziario cosmopolita, al di là dei nomi delle singole soggettività, a prescindere da ogni comoda narrazione mistica o esoterica, è costituito da un’entità anonima estremamente complessa e articolata, difficilmente identificabile in una sola, “onnipotente” personalità, o in un blocco compatto di individui criminali e privi di scrupoli, ed è tantomeno rappresentabile come un’associazione segreta e cospirativa su scala mondiale, come si tende a fantasticare nell’immaginario collettivo.

Oggi il fine ultimo di queste dietrologie è camuffare o mistificare la natura reale delle crisi capitaliste, e di questa crisi in particolare, per non scaricare le colpe sul sistema. Il quale, a seguire queste teorie fino in fondo, potrebbe funzionare se non fosse corrotto e sabotato da presunti cospiratori, da congiure giudaiche piuttosto che massoniche, o di altra origine. Simili congetture sono pericolosissime poiché distolgono l’attenzione dalle vere cause della crisi, che sono irrisolvibili almeno nel quadro capitalistico. Il capitale finanziario cosmopolita è un’entità anonima ed impersonale. Se è giusto parlare di capitale finanziario internazionale, considerando l’insieme dei fenomeni e le loro connessioni, non vuol dire che esista un disegno cospirativo unificato ed organizzato, come immaginava Adolf Hitler. E come sostengono i suoi epigoni sparsi, di ieri e di oggi.

Il sottoscritto non nega l’esistenza in Italia e in Grecia del regime dei banchieri, di tecnocrati quali Monti, Draghi ecc., che sono funzionari ed esecutori del capitale finanziario internazionale. Sin dal primo momento mi sono impegnato per denunciare pubblicamente, con vari articoli, la natura autoritaria, golpista e criminale, di questi regimi politici. Nel contempo cerco di far capire che, malgrado il salto di qualità compiuto sul versante della strategia politica dal capitale finanziario, un’entità anonima che si incarna ovviamente in alcune figure che fanno capo alle grandi banche d’affari, alla BCE, al FMI, alle agenzie di rating ecc., tuttavia ciò non mi impedisce di andare oltre questa elementare evidenza che nessuno è così sciocco da negare, poiché esiste un regime dei banchieri che si è ufficialmente insediato all’apice delle gerarchie statali in Italia e in Grecia. Quello che fino a ieri era un potere “occulto” che agiva “dietro le quinte” (uso una terminologia cara ai fanatici di complotti), oggi è uscito apertamente allo scoperto, per cui nessuno, tranne chi è cieco o in malafede, osa negarne l’esistenza.

Eppure la struttura del potere capitalistico è molto più estesa, articolata e profonda di quanto sembri e di quanto gli ottusi simpatizzanti di dietrologie vogliono far credere. Ed è inutile ripetere quanto ho già precisato a proposito della complessità e della natura impersonale e cosmopolita del capitalismo finanziario. Il punto critico dell’analisi che bisogna elaborare è la proletarizzazione massiva che porta ad un consumo sempre più ristretto, cioè alla miseria di massa, ma questa è appunto l’irreversibile conseguenza del dominio del capitale finanziario, che non è traducibile in una congiura. Il problema  è capire se di fronte all’insorgere delle proteste popolari il complesso del capitale finanziario è in grado di coordinarsi, oppure se una iniziativa forte del proletariato può accentuarne le divisioni interne.

Se si trattasse di un centro cospirativo unitario e coeso la domanda non avrebbe senso e, per vincerlo, servirebbe allearsi con alcuni settori della borghesia. In tal senso occorre sottolineare l’implicazione pratica più significativa dell’intero discorso, portando alle estreme conseguenze il sillogismo implicitamente contenuto nelle dietrologie esoteriche: se il potere del capitale finanziario fosse una struttura davvero monolitica, priva cioè di contraddizioni interne, un centro cospirativo rigidamente chiuso e settario, come pretendono di credere e farci credere i fautori di tali concezioni, temo che quel tipo di potere sarebbe inviolabile e non esisterebbero possibilità, né speranze, di salvezza per il genere umano. Per cui converrebbe rassegnarsi all’impotenza. E’ questa la conseguenza finale, ovviamente implicita, che scaturisce dal ragionamento insito nelle dietrologie esoteriche oggi nuovamente in voga.

Politica e Società

Un governo di classe, nel senso che sta dalla parte dei forti

Un governo di classe, nel senso che sta dalla parte dei forti

di Lucio Garofalo, 16 Dicembre 2011 dc

Quale prova inequivocabile ed esemplare di “equità” e “rigore” offertaci dall’esecutivo in carica abbiamo assistito all’immediato e prevedibile dietrofront, con la classica coda tra le gambe, in materia di cosiddette “liberalizzazioni”, uno storico cavallo di battaglia esaltato dall’ideologia bocconiana che è ascesa direttamente al governo della nazione.

Misero e tapino il professor Monti, vittima suo malgrado (si fa per dire) dei poteri forti, ha dovuto arrendersi alle micidiali pressioni e ai ricatti esercitati dai “peones” della politica, ma soprattutto ha ceduto alle ingerenze e alle richieste provenienti puntualmente dalle lobby parlamentari dei farmacisti (sempre in prima linea) e degli altri ordini corporativi che s’intromettono costantemente nelle vicende politiche nazionali, così come ha preservato e addirittura consolidato in partenza gli interessi costituiti degli evasori fiscali, delle principali banche d’affari e delle lobby finanziarie, dell’esercito e degli alti gradi militari, delle innumerevoli caste dei privilegiati e dei corrotti che infestano ed infettano la società, dei centri di potere più o meno occulti.

Come volevasi dimostrare, il governo Monti si è confermato estremamente “forte con i deboli e debole con i forti”, l’ennesimo governo che rivela una vocazione e un’indole “equa e rigorosa” con i “soliti noti”, ma palesemente incerta e titubante con i potenti.

E’ troppo facile bastonare i più deboli, le fasce meno protette della società e nel contempo rinunciare a stangare le categorie più forti solo perché hanno qualcuno che li rappresenta e li difende nelle aule parlamentari con un’inaudita esibizione di arroganza. In questo riflesso di ambiguità e di ipocrisia, ma non solo in questa ostentata debolezza, è inevitabile cogliere un segno di continuità con il governo Berlusconi, con l’aggiunta di ignobili aggravanti di ordine morale e politico che sono ingiustificabili nel caso specifico.

E’ troppo facile massacrare i pensionati e macellare i lavoratori dipendenti e nel contempo esitare, abdicare o ammutolire di fronte ai poteri forti, esentare il Vaticano che detiene il patrimonio immobiliare più ricco e più vasto del pianeta, mantenere le franchigie corporativistiche degli ordini professionali più chiusi e inaccessibili che agiscono come una vera palla al piede, per poi professarsi “liberisti” solo a chiacchiere.

E’ troppo facile esigere sacrifici crescenti dai “poveri cristi” e nel contempo introdurre le solite deroghe a favore degli interessi di classe egemoni nel nostro sgangherato Paese.

E’ troppo facile spogliare ed immiserire ulteriormente chi già possiede poco e nel contempo sovvenzionare le grandi banche d’affari, finanziare le scuole private dopo aver espropriato quelle pubbliche, rilanciare la corsa agli armamenti grazie alle ingenti risorse estorte alle masse popolari, alla sanità pubblica, agli enti locali, arricchire gli speculatori, gli affaristi e gli evasori fiscali, la curia pontificia romana, l’establishment economico-militare, gli ordini corporativi superprivilegiati, il ceto politico dominante, mentre s’affossa e s’impoverisce la parte sana del Paese, quella che lavora e produce, in modo particolare la classe operaia a cui viene sottratto tutto, reddito, dignità e diritti.

Politica e Società

Una fuoriuscita non dall’euro, ma dal capitalismo

Una fuoriuscita non dall’euro, ma dal capitalismo

di Lucio Garofalo, 30 Novembre 2011 dc

I mezzi di comunicazione ufficiali e la stragrande maggioranza dei partiti politici si mostrano asserviti ai poteri forti ed insistono nel raccontarci una moltitudine di ipocrisie e luoghi comuni (oltretutto banali) sulla crisi, sulle cause, sugli effetti e sui presunti rimedi, spacciati come “riforme”, ma che sono controriforme reazionarie che tendono ad abolire le più avanzate conquiste di civiltà e di progresso ottenute dai popoli europei, un bagaglio di preziosi successi storici conseguiti grazie alle lotte dei movimenti di massa sorti nel ’68: Stato sociale, diritti e tutele a beneficio del mondo del  lavoro, ecc.

Questi servi prezzolati professano (a chiacchiere) il nobile intento di scongiurare un duro “scontro generazionale” tra padri e figli, ma nei fatti agiscono per aizzare l’odio sociale attraverso drastiche controriforme che hanno precarizzato il mercato del lavoro ed hanno impoverito notevolmente le condizioni di lavoro e di vita di intere generazioni. Mi riferisco a quegli interventi legislativi assolutamente iniqui e devastanti (cito il pacchetto Treu e la Legge 30, meglio nota come “Legge Biagi”) rispetto ai quali le responsabilità dei governi succedutisi negli ultimi 15 anni, di centro-destra e “centro-sinistra”, sono praticamente trasversali agli schieramenti parlamentari. Gli stessi organi di informazione che ieri hanno preparato il terreno ideologico per promuovere le suddette controriforme, oggi agitano lo spauracchio propagandistico dello spread per esigere ulteriori sacrifici dei padri a favore dei figli, in nome di un presunto “patto generazionale” che è l’ennesimo raggiro istituzionale contro le famiglie dei lavoratori.

Un’altra menzogna propinata dai mezzi di comunicazione, è lo stereotipo secondo cui la crisi finanziaria sarebbe esplosa in quanto “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”. In realtà, le famiglie dei lavoratori, sia i padri che a maggior ragione i figli, negli ultimi 15 anni hanno visto ridursi drammaticamente il proprio reddito e il proprio tenore di vita, per cui la percentuale di chi ha effettivamente vissuto al di sopra delle proprie possibilità si riferisce a ristrette élite che fanno capo alle rendite e ai profitti capitalistici che hanno origine nell’alta finanza, ovvero nei giochi virtuali delle borse.

A coronamento di queste colossali bugie si propone la classica ciliegina sulla torta, vale a dire la persuasione comune, assolutamente falsa e mistificatoria, che solo il governo Monti “può salvarci dalla catastrofe”. Ma in che modo? Si pretende di curare il malato (nella fattispecie l’economia italiana, tuttavia il discorso è valido anche per altri Paesi) prescrivendo lo stesso trattamento farmacologico applicato finora, che si traduce in una serie di politiche basate sulle privatizzazioni e sulle liberalizzazioni selvagge, sulla restrizione dei diritti e degli spazi di libertà, sull’abbattimento dei salari e del potere d’acquisto dei lavoratori in seguito a scelte politiche (non “tecniche”) che produrranno una spirale viziosa e inarrestabile di rincari dei prezzi e delle imposte indirette, insomma tutte le “terapie ultraliberiste” che hanno provocato la malattia, ossia la crisi.

Si esigeranno sacrifici crescenti da parte delle masse popolari su cui si scaricheranno gli effetti dolorosi della crisi, inasprendo la pressione fiscale tramite l’aumento dell’IVA, la reintroduzione dell’ICI, il balzo dei prezzi dei generi di prima necessità ed altre misure di austerità che deprimeranno ulteriormente i consumi e serviranno solo ad acuire e accelerare la recessione, le cui radici affondano nelle contraddizioni strutturali insite nel sistema stesso, riconducibili a fenomeni ciclici di sovrapproduzione e sottoconsumo.

Un’altra idea ingannevole è lo “spread”, che implica l’esistenza di un’identità nazionale degli acquirenti dei titoli di Stato, che ovviamente non ha alcun fondamento, nel senso che in un’economia globale non può esistere, né si può concepire, un’identità nazionale degli indici di borsa, delle transazioni finanziarie e delle operazioni speculative sui mercati azionari, che per natura e per definizione sono sovranazionali. Lo spread, ossia il rendimento dei titoli di stato, è semplicemente il plusvalore che il capitale  finanziario estrae da ogni Paese e l’assillo dei detentori del potere nell’alta finanza è conservare o accrescere questo plusvalore, poiché negli ultimi anni i profitti industriali sono calati del 40% in Europa a causa del trasferimento delle produzioni manifatturiere in quei Paesi (ad esempio Brasile, Cina e India) dove il costo della manodopera è assolutamente irrisorio.

Il capitale finanziario internazionale ha dovuto esporre direttamente i suoi emissari, in Grecia e in Italia, per salvaguardare l’estrazione di plusvalore e mantenerlo esente da tasse. Ma se i provvedimenti annunciati da Monti non hanno determinato finora significative variazioni nell’andamento dei mercati azionari, vuol dire che neanche i suoi mandanti hanno la garanzia che riesca a compiere il piano di macelleria sociale che gli hanno commissionato. I governi europei, in evidente difficoltà di fronte alla crisi che incalza, pretendono sacrifici sempre maggiori dai lavoratori, ma nel contempo temono la minaccia di un default, addirittura il rischio di un crollo “catastrofico” dell’euro. Ma che senso ha tutto ciò per i proletari, per quei lavoratori precari a vita che non hanno nulla da perdere, se non le loro catene, e un avvenire senza dubbio migliore da guadagnare?

Se le élite finanziarie hanno deciso di impossessarsi direttamente del governo di alcuni Stati nazionali (vedi Italia e Grecia) rimuovendo ogni mascheramento politico dei propri interessi ed esautorando l’autorità politica per sostituirsi ad essa ed essere artefice in prima persona della società capitalistica, vuol dire che principi costituzionali come “democrazia”, “sovranità popolare”, “Stato sociale”, non hanno più ragion d’essere.

Dopo che sarà svanita l’immagine apparentemente “tecnica” del governo (un concetto che implica un presupposto di neutralità che è assolutamente inesistente, e non potrebbe essere altrimenti) nel lungo periodo sarà evidente che la lotta politica non è contro la “destra berlusconiana”, bensì contro i signori del denaro e dell’alta finanza, cioè le nuove oligarchie economiche che ormai spadroneggiano in Europa e nel mondo.

Al punto in cui siamo urge una fuoriuscita non dall’euro, ma dal capitalismo stesso. Il superamento di un sistema corrotto e fallito come il capitalismo non potrà avvenire solo con l’indignazione, ma serve una lotta cosciente e volontaria per eliminarlo. Servono l’azione e la creatività politica dell’odierno proletariato precario per elaborare la coscienza comune di questa necessità ed immaginare uno sbocco rivoluzionario in un’altra formazione storica. Per assurdo, il proletariato potrà vincere solo nel momento in cui abolirà se stesso in una realtà sociale senza antagonismi o divisioni tra le classi.

Politica e Società

Mari(o) e Monti

Mari(o) e Monti

di Lucio Garofalo, 11 Novembre 2011 dc

Il professor Mario Monti non è stato ancora designato capo del governo dall’inquilino del Quirinale, che ha subito provveduto a nominarlo senatore a vita, ed è già osannato trionfalmente dai media nazionali e internazionali vicini alle élite finanziarie, come il “salvatore della Patria”. In sostanza, senza che il Nostro abbia fatto assolutamente nulla, si celebra con ampio anticipo un successo assunto e garantito come verità a priori.

E’ l’ennesima prova di potenza che è in grado di esprimere la risonanza mediatica. Si riconferma come un elemento di fatto incontrovertibile che, presso determinati ambienti (economici, politici, mediatici e via discorrendo) che fanno capo agli interessi delle tecnocrazie finanziarie, si è voluto dipingere l’Italia come un Paese “in pericolo”.

Un “pericolo” amplificato e drammatizzato oltremisura sullo scenario costituito dal teatrino televisivo della politica e dei mass-media ufficiali, e che (paradossalmente, ovvero casualmente?) è un “pericolo” creato ad arte da quelle stesse istituzioni bancarie e finanziarie sovranazionali di cui Mario Monti è un esponente organico e riconosciuto.

Non a caso, il famigerato “spread” è immediatamente calato di molti punti percentuali grazie (si dice) alla credibilità e all’autorevolezza del personaggio in questione. E non poteva essere altrimenti, visto che Monti è esattamente un emissario, o fiduciario che dir si voglia, vale a dire un uomo di fiducia del mondo bancario e finanziario in cui sono predominanti le agenzie e i soggetti artefici della speculazione che ha assalito l’Italia.

Non si dimentichi che Monti è una personalità di spicco delle élite che dirigono il sistema della finanza capitalista che ormai spadroneggia nell’economia e nella politica in Europa e nel mondo. Come Romano Prodi, Lamberto Dini, Tommaso Padoa Schioppa, Mario Draghi, anche Monti è un tecnocrate proveniente dagli apparati della Goldman Sachs, catapultato nel potere pubblico e sponsorizzato (guarda caso) da Botteghe Oscure.

Politica e Società

La sovranità nella bancarotta del capitalismo

La sovranità nella bancarotta del capitalismo

di Lucio Garofalo

Si parla ormai abitualmente (e impropriamente) di “debito sovrano”. Ma non c’è nulla di più errato e fuorviante del concetto di “debito sovrano”, coniato non a caso in un momento storico in cui gli Stati nazionali hanno ceduto totalmente la loro sovranità e autonomia decisionale di fronte all’arroganza e allo strapotere dei mercati finanziari.

In un’assurda e perversa catena di domino, i bilanci degli Stati più esposti al debito pubblico sono a turno travolti e assorbiti nel dissesto finanziario, coinvolgendo le altre nazioni, per cui risulta sempre più complicato adottare le politiche di “austerità” che mirano ad intensificare oltremisura la pressione fiscale e ad inasprire l’offensiva contro le tutele sociali del mondo del lavoro, al fine di sottrarre ingenti risorse dirottate verso il capitale bancario e finanziario, poiché una simile prospettiva comporta la dissoluzione definitiva di ogni intesa sociale, causando e autorizzando la sollevazione del popolo.

Papandreu ha dovuto sottomettersi alle costrizioni delle oligarchie finanziarie e revocare il referendum appena poche ore dopo l’annuncio. Papandreou non è Lenin e non serviva una mente eccezionale per capirlo. Diversamente da Papandreou, Lenin avrebbe promosso il referendum dichiarando l’insolvenza del debito pubblico del suo Paese. D’altronde è esattamente ciò che fece nel 1917: denunciò il debito pubblico dell’impero zarista e promulgò un decreto che fece tremare il mondo, azzerando l’enorme debito accumulato dalla Russia nei confronti delle potenze occidentali. Invece Papandreou non ha affrontato la sfida, temendo che un default della Grecia avrebbe risucchiato nel baratro finanziario l’intera Europa: ha preferito demolire la democrazia piuttosto che contrastare ed eliminare l’accerchiamento usuraio del proprio popolo da parte del capitale finanziario. L’entità del debito pubblico greco è assai modesta, ma sufficiente a rompere i rapporti di forza vigenti negli assetti della finanza capitalista internazionale.

Salvare la Grecia è un’impresa già ardua per gli equilibri politici europei, ma salvare un mondo sull’orlo della bancarotta è un’impresa praticamente impossibile. In un sistema globale in cui si agita lo spauracchio della crisi e si pretende di usare l’arma del ricatto finanziario per costringere gli Stati nazionali a compiere scelte inique e impopolari, ogni governo rischia di trasformarsi in una mostruosa tirannide esercitata in nome delle banche, un abietto strumento di rapina ed estorsione che annienta ogni elemento di sovranità popolare. Solo pochi mesi fa la maggioranza degli Italiani non sapeva nemmeno che esistesse il Fondo Monetario Internazionale, mentre oggi lo scopre improvvisamente a tutela del Paese. Anche dopo l’imminente cacciata di Berlusconi il rapporto stretto con il FMI vincolerà l’azione dei futuri esecutivi nazionali. Nei periodi di assenza di credibilità e sovranità della politica, le tecnocrazie finanziarie hanno imposto direttamente i loro fiduciari alla guida di governi detti impropriamente “tecnici”. E’ già avvenuto in Italia negli anni ’90 con Ciampi, Dini, Amato. Accadrà di nuovo con Monti.

Chiudo con un episodio salito recentemente alla ribalta della cronaca, destando un certo scalpore: un negozio di gadget elettronici, situato nel centro di Roma, è stato assalito da un’enorme ressa di clienti attirati dall’offerta di prezzi stracciati. La notizia è la classica eccezione che conferma la regola, la riprova del delirio allucinante del capitalismo, una testimonianza ulteriore che certifica l’aberrazione consumistica di massa, una droga che procura demenza e assuefazione: chi non consuma, sprofonda in una crisi d’astinenza.

Laicità e Laicismo, Politica e Società

Democrazia Atea non accoglie con favore la nomina di Mario Monti

Dal gruppo Democrazia Atea di Facebook, intervento del 14 Novembre 2011 dc:

Democrazia Atea non accoglie con favore la nomina di Mario Monti

di Carla Corsetti, segretaria nazionale

Lo squallore del predecessore ha offuscato un giudizio obiettivo su Monti, un uomo che all’etica dei diritti umani e dei diritti costituzionali antepone i privilegi bancari e finanziari, senza tralasciare quelli vaticani.

Ha avuto il coraggio di elogiare la Gelmini per le riforme con le quali ha distrutto la scuola pubblica, in assoluta antitesi rispetto alle finalità costituzionali.

Ha elogiato Marchionne ovvero colui che si è fatto beffa dei diritti costituzionali delle classi lavoratrici.

Monti incarna il potere economico che non accetta più di essere rappresentato dal potere politico, ma si fa esso stesso potere politico in una commistione subdolamente antidemocratica.

Il nuovo governo mistificherà la parola “privilegio” e mediaticamente indurrà il popolo ad associare questo termine ai diritti acquisiti in tema di pensioni e di diritti sociali.

Il mantenimento dello Stato extracomunitario del Vaticano, a causa del suo cattolicesimo politico, resterà intatto.

Con Mario Draghi alla BCE e con Mario Monti in Italia gli speculatori finanziari internazionali avranno corsie preferenziali per rapinare le nostre ricchezze, privatizzando ciò che ancora non è stato privatizzato e acquisendo il controllo diretto delle banche italiane.

Monti è un uomo della Goldman Sachs, della Commissione Trilaterale, del Bilderberg, luoghi dove si consuma il disprezzo dell’umanità.

Mario Monti ha una idea della democrazia discutibile e pericolosa, ma se è riuscito ad essere incaricato per la Presidenza del Consiglio non ha fatto tutto da solo, deve il suo incarico alla inqualificabile pochezza dei nostri politici, beoti e conniventi.