Politica e Società

La storia insegna ma non ha scolari

In e-mail il 28 Agosto 2019 dc:

La storia insegna ma non ha scolari

di Lucio Garofalo

La caduta del governo giallo-verde, al di là delle simpatie e delle opinioni politiche di ciascuno di noi, non è da salutare con troppo entusiasmo poiché, in questo momento, non esiste un’alternativa politica valida, tanto meno funzionale agli interessi delle classi lavoratrici.

In qualche misura si è replicato il copione delle manovre che nel 2011 fecero cadere il governo Berlusconi, favorendo l’ascesa di Monti a Palazzo Chigi. Con le conseguenze nefaste che ben sappiamo: su tutte, cito la “riforma Fornero” e otto anni (!) di austerity.

Politiche che hanno generato in Italia oltre 5 milioni di poveri assoluti.

Ed è sempre l’austerity il “modello” di politica economica alla base delle privatizzazioni e dei disastri (anzi, delle stragi) come il crollo del viadotto di Genova del 14 agosto 2018. La linea perseguita dal governo Monti e dai vari governi targati PD (soprattutto Renzi) è stata costellata da una sequela di costrizioni e ricatti dettati dall’alto per imporre, nel modo più tassativo, quelle controriforme ostili ed impopolari sofferte in Italia negli ultimi anni.

Il solo fatto che il governo giallo-verde non sia stato succube dei diktat di Bruxelles e della BCE è certo da ritenersi un segnale incoraggiante, nella misura in cui si è interrotta la politica decennale e mortifera dell’austerity che ha imperversato negli ultimi tempi.

È questo il modo più corretto e realistico di ragionare e di analizzare i fatti nella loro cruda e nuda realtà, e non secondo i nostri più intimi desideri, né in base alle nostre aspettative o simpatie personali. Almeno ciò è l’approccio più serio e ponderato per quei comunisti più sinceri e coerenti, e non faziosi, né dogmatici.

Invece, per i fantocci e i clown “sinistrati”, che non si degnano di leggere la realtà con una lente di sincerità intellettuale, bensì la deformano a proprio piacimento, il discorso è diverso.

Ai “compagnucci” che sbraitano contro il “mostro leghista” mi permetto di ricordare che “governi tecnici” imposti dalla Troika (in uno stile alla Monti) sarebbero più deleteri di un governo con Salvini. Un’eventuale “sterzata a destra” si traduce nei contenuti e nelle priorità trascritte nell’agenda politica, e non nei simboli di partito. Altrimenti, mi si risponda come mai le peggiori politiche di tipo socio-economico degli ultimi anni sono state realizzate sotto l’egida di quei partiti che, almeno in teoria, e cioè verbalmente, si dichiarano “di sinistra”.

Credo che i simboli e le etichette formali non contino più delle azioni concrete e dei fatti, in politica come in altre dimensioni e in altri settori della vita sociale. Mi riferisco non solo al PD di Renzi e Gentiloni, oggi di Zingaretti, bensì anche ai governi presieduti da Prodi (nel 1996 e 2006), appoggiati da Rifondazione ai tempi di Fausto Bertinotti.

Purtroppo, si sa che: “la storia insegna, ma non ha scolari”, come ci spiegava Gramsci.

Comunicati, Politica e Società

«Marxisti» per Conte premier

In e-mail il 27 Agosto 2019 dc:

«Marxisti» per Conte premier

«Marxisti per Conte: da D’Alema al PRC, la sinistra che vuole baciare il rospo». Così titola oggi il quotidiano La Repubblica, in relazione all’annunciato governo PD-M5S. Non esagera, e il fatto è clamoroso. Sinistra Italiana e PRC, in forme diverse, rivendicano la formazione del nuovo governo e auspicano l’eventuale presidenza Conte, in oggettiva compagnia di ampi settori di Confindustria, del Vaticano, di Comunione e Liberazione, della burocrazia sindacale. È triste, ma è la realtà.

SINISTRA ITALIANA PRENOTA UN POSTO AL GOVERNO (O NEL SOTTOGOVERNO)

La Direzione Nazionale di Sinistra Italiana ha così deciso lo scorso sabato, con 60 voti a favore e un solo contrario. «Siamo di fronte alla possibilità di una vera svolta… È possibile un limpido accordo tra sinistra, PD, M5S per la formazione del nuovo governo… Siamo ottimisti… L’agenda che si va definendo rompe col renzismo e Salvini», dichiara enfaticamente la risoluzione approvata. Si dà pertanto mandato a Loredana De Petris e a Nicola Fratoianni di negoziare il “governo di svolta”.

C’è davvero da stropicciarsi gli occhi.

Il M5S ha governato con la Lega sino a poche settimane fa, e avrebbe continuato per altri tre anni se non fosse stato scaricato da Salvini: ha votato senza fiatare tutte le misure più reazionarie contro gli immigrati e contro le lotte dei lavoratori (decreto sicurezza bis), ha gestito in prima persona le campagne securitarie contro i “taxi del mare” (Di Maio). Si è rivelato una volta di più per quello che è: un partito di vocazione reazionaria, buono per tutte le stagioni. Non “uno vale uno”, ma uno vale l’altro, l’importante è la propria salvezza istituzionale (nel loro linguaggio, “le poltrone”).

Il PD è il punto di riferimento dei poteri forti, il partito che più di ogni altro ha scardinato i diritti del lavoro (art.18), ha colpito la scuola pubblica (Buona Scuola), ha cogestito la secessione dei ricchi (Emilia-Romagna), ha promosso in prima persona la segregazione dei migranti in Libia (Minniti) concimando il peggiore terreno della destra. E ora, in pochi giorni, PD e M5S sarebbero diventati i garanti di una svolta storica?

La presunta rottura col renzismo e con Salvini è aria fritta, persino formalmente.

Giuseppe Conte, candidato premier per ogni governo, ha detto in queste ore che non rinnega il governo con Salvini, né lo hanno fatto i Cinque Stelle. Quanto ai renziani, sono i principali sponsor del nuovo governo e parte decisiva dei gruppi parlamentari che gli voteranno la fiducia. Dov’è la rottura?

Naturalmente il nuovo governo farà un po’ di maquillage, limerà i decreti più impresentabili (ma non più di tanto), venderà come “svolta” ogni mutamento di virgola, confezionerà il tutto con toni aulici e profetici. Ma solo per nascondere una politica di conservazione sociale su tutte le questioni decisive. A questo serve la stessa fumosità dell’agenda, dalla “tutela dell’ambiente” alla “pace nel mondo” ai “valori” della democrazia. E questo dimostra lo stesso documento della Direzione di Sinistra Italiana, che non a caso si guarda bene dal rivendicare, ad esempio, come condizione dell’accordo, la semplice abrogazione del Jobs act, della Buona Scuola, della legge Fornero, chiamandole con nome e cognome. Perché sa che l’accordo di governo con PD e M5S richiede la rinuncia persino alle misure più elementari di svolta, e ciò che conta per Sinistra Italiana, al di là delle chiacchiere, non è “la svolta” ma il rientro sospirato nel gioco politico di governo, meglio con qualche sottosegretariato. Questa è la prosa, per la poesia c’è sempre tempo.

RIFONDAZIONE COMUNISTA INVOCA IL GOVERNO PD-M5S

Anche Maurizio Acerbo insiste da quindici giorni sulla rivendicazione di un governo tra PD e M5S, con accorati appelli pubblici, quasi giornalieri. Tutta l’argomentazione muove dall’esigenza di “mettere Salvini all’opposizione”. Cosa naturalmente giusta, ma ad una condizione: non lasciare il monopolio dellopposizione… a Salvini. E dunque denunciare la natura trasformista del nuovo governo e dei suoi attori, spiegare la sua natura di classe, combattere l’eterna illusione di un possibile governo amico, contrastare la subordinazione annunciata della burocrazia sindacale al nuovo governo .

Purtroppo il segretario del PRC fa l’opposto. Qua e là dichiara le proprie “divergenze programmatiche e di visione” con PD e M5S (come se si trattasse di un confronto politico-culturale, e non di una opposta collocazione di classe), ma al centro di tutto pone l’appello a PD e M5S perché facciano un governo insieme («è loro dovere di fronte al Paese e alla storia»), rivendica apertamente Conte presidente del Consiglio («Il veto su Conte è assurdo, perché l’avvocato comunque è più solido di Di Maio o Fico»), loda Maurizio Landini per il suo sostegno all’operazione («ho apprezzato le parole di Landini perché ha dimostrato autonomia», non si capisce francamente da chi).

Tutto questo non segna una collocazione di opposizione, ma tutt’al più di pressione critica sul nuovo governo. Al quale Acerbo raccomanda una solo misura decisiva: la riforma della legge elettorale in senso proporzionale. Che naturalmente sarebbe importante in sé, ma non definisce affatto la natura di classe del governo che eventualmente la vara.

E qui torniamo al punto.

I comunisti sono per definizione, come diceva la grande Rosa Luxemburg, un partito di opposizione irriducibile a tutti i governi del capitale. Rimuovere in tutto o in parte questo principio elementare significa solo preparare disastri per i lavoratori, per i comunisti e per le stesse ragioni della democrazia politica, come dimostra la lunga storia dei fronti popolari di staliniana memoria. Farlo, per di più, di fronte a un governo PD-M5S, dopo l’esperienza degli ultimi vent’anni, è davvero un’enormità, che persino i giornalisti borghesi sono costretti a segnalare con una certa incredulità.

Vedremo gli sbocchi del negoziato di governo, ormai in pieno corso. Ma quello che oggi si annuncia è il ritorno della sinistra cosiddetta radicale nel governo della borghesia, o nella sua orbita.

Una volta fu Romano Prodi, con la partecipazione suicida della grande (all’epoca) Rifondazione, oggi forse è Giuseppe Conte con la raccomandazione di ciò che è sopravvissuto a quel suicidio. Col risultato di regalare proprio a Salvini, il peggiore degli arnesi reazionari, la rendita di posizione di unico avversario del governo.

La storia si ripete, e non certo in meglio.

Il M5S non sarebbe nato senza l’autodistruzione di Rifondazione tra le braccia di Prodi, né Salvini avrebbe il consenso che ha tra gli operai senza le compromissioni della sinistra politica e sindacale nell’austerità. Ogni volta che si è fatto il “fronte democratico contro la destra” è proprio la destra che ha sfondato. Non è bastata la lezione dei fatti? Si vuole ogni volta ricominciare da capo?

Partito Comunista del Lavoratori

Comunicati, Cronaca, Politica e Società

Olimpiadi a Milano e Cortina?

In e-mail il 18 Febbraio 2019 dc:

Olimpiadi a Milano e Cortina?

COMUNICATO STAMPA: 
 
dichiarazione di Antonello Patta – segretario regionale Rifondazione Comunista Lombardia – in merito alla candidatura di Milano e Cortina come città ospiti delle Olimpiadi invernali del 2026 
 
«Il Partito della Rifondazione Comunista considera irresponsabile la scelta del sindaco di Milano e dei Presidenti delle Regioni Lombardia e Veneto di candidarsi ad ospitare le olimpiadi invernali del 2026. 
 
Con questa operazione si dà il via, come avvenuto in altre olimpiadi ad esempio quelle di Torino, ad un grande spreco di soldi pubblici a vantaggio di privati, soldi che potrebbero essere spesi molto meglio a beneficio delle comunità. 
 
Rifondazione Comunista avvierà domani, 19 febbraio, una grande campagna in Lombardia ed in Veneto per sensibilizzare le cittadine e i cittadini sulle gravi criticità del progetto previsto sia per quanto riguarda i contenuti sia per il metodo che è stato seguito per avviarlo.

I bisogni del territorio, delle comunità, delle attività produttive, delle cittadine e dei cittadini sono altri e richiedono che le risorse vengano utilizzate verso un grande piano di tutela e salvaguardia di territorio, ambiente, abitazioni, edifici pubblici, impianti produttivi, beni architettonici.

L’unica vera grande opera di cui abbiamo bisogno. 
 
Questa è la risposta necessaria per: 
 
– Valorizzare le comunità montane che ancora non hanno abbandonato la spina dorsale del nostro paese e che portano avanti un ‘agricoltura ricca di migliaia di prodotti unici al mondo.  
 
– Offrire ai giovani un’alternativa all’emigrazione con lavori che riscoprano i mille tesori nascosti del nostro paese, primo al mondo per quantità e valore dei siti protetti dall’UNESCO, tra i quali le Dolomiti, oltraggiate da questa proposta. 
 
– Mettere in campo processi decisionali che coinvolgano le varie comunità in un processo partecipativo capace di elaborare proposte e di guidarne la realizzazione. 
 
Il Prc/SE con questa proposta intende anche indicare la strada alternativa di utilizzo delle risorse che, nella condizione di crisi economica e occupazionale che si riaffaccia nel paese può diventare un volano importante per un rilancio economico di qualità, rispettoso dei diritti e dell’ambiente». 
 
 
Milano, 15/2/2019 
Partito della Rifondazione Comunista/Sinistra Europea_Lombardia
Milano, Via Benaco n°16
www.rifondazionelombardia.it
prclombardia@gmail.com
Comunicati, Politica e Società

La catena di (sant)’Antonio della sinistra riformista

In e-mail l’11 Giusgno 2017 dc:

La catena di (sant)’Antonio della sinistra riformista

La crisi politica e la sinistra italiana

10 Giugno 2017

sinistrati

È in scena un nuovo passaggio della crisi politica, con ripetute convulsioni e capovolgimenti di fronte.

Il 21 maggio Renzi e Berlusconi sembravano aver concluso uno scambio politico vincente: Renzi concede a Berlusconi una legge elettorale a impianto proporzionale con soglia di sbarramento al 5%, dando la possibilità al Cavaliere di sganciarsi dall’abbraccio della Lega e di correre liberamente per un proprio ritorno di governo (con Renzi); Berlusconi concede a Renzi il semaforo verde per elezioni politiche anticipate, che eviterebbero al fiorentino le spine avvelenate della prossima legge di stabilità, da delegare al prossimo governo dopo il voto. Entrambi interessati, Renzi e Berlusconi, a una legge elettorale che garantiva il pieno controllo delle segreterie su candidature ed eletti.

Attorno a questo patto scattava la improvvisa convergenza di Lega e M5S. La prima libera di giocare in tempi brevi la partita di incasso della recente stagione lepenista, prima che possa disperdersi. Il secondo interessato a capitalizzare l’assenza di ogni premio elettorale di coalizione per giocarsi direttamente il testa a testa col PD , offrendo per di più a Grillo e Casaleggio la selezione dei propri nominati.

Questo patto Renzi-Grillo-Berlusconi-Salvini giungeva a prenotare pubblicamente non solo le elezioni in autunno, ma la data stessa del voto (il 24 settembre), mettendo la presidenza della Repubblica di fronte al fatto compiuto di un accordo apparentemente blindato dall’80% del Parlamento.

Ma le quattro gambe non hanno retto. Le contraddizioni interne a M5S e PD, unite al mal di pancia trasversale di settori parlamentari contrari alla legge elettorale e/o al voto anticipato, hanno prodotto alla Camera un incidente letale al momento del voto sugli emendamenti. Il PD si è rapidamente sfilato annunciando la “morte” della legge e attribuendo la responsabilità al M5S. Il M5S ha gridato al “tradimento” del PD. La verità è che quanto avvenuto misura l’estrema fragilità del patto politico e dei suoi principali contraenti.

LA CRISI POLITICA DI FRONTE A UN NUOVO BIVIO

Ora la crisi politica è di fronte a un nuovo bivio che interroga innanzitutto il PD. Insistere nella richiesta delle elezioni a settembre o accettare il decorso della conclusione della legislatura? Entrambe le vie sono impervie.

Insistere sul voto a settembre significa o riprendere rapidamente la tela del patto saltato provando a ricomporre l’accordo a quattro sulla legge elettorale proporzionale, oppure dichiarare il fallimento definitivo di ogni ipotesi di nuova legge elettorale, sancire la fine del governo Gentiloni, e puntare sul voto anticipato col Consultellum. Soluzioni molto difficili. La prima, sostenuta da Berlusconi, sconta il logoramento dei rapporti politici tra PD e M5S, oltretutto entrambi sfibrati da quanto avvenuto. La seconda richiede di uniformare i sistemi di voto tra Camera e Senato, possibile solo attraverso una legge e non per decreto (data l’indisponibilità di Mattarella). Ma quale legge, con quale maggioranza, e in quali tempi? Il gioco dell’oca riporta le bocce al punto di partenza.

Accettare il decorso di fine legislatura è l’opzione sostenuta dal capitale finanziario, da Confindustria, dalla grande stampa borghese e soprattutto dalla presidenza della Repubblica: tutti interessati a mettere al sicuro la prossima legge di stabilità e ad evitare complicazioni sui mercati. Ma il governo Gentiloni è in grado di reggere la navigazione della propria fragile maggioranza, pesantemente minata dallo scontro avvenuto tra PD e suoi alleati (Alfano e MDP) e attesa dal salto a ostacoli di ogni prova parlamentare (voucher, ius soli, biotestamento e soprattutto legge di stabilità)?

Verificheremo gli sviluppi. Ma quanto è avvenuto misura una volta di più le particolarità della crisi italiana. Il crollo del vecchio bipolarismo non è stato rimpiazzato da un nuovo equilibrio politico. Tutto procede al buio. La crisi di governabilità delle relazioni politiche è il portato fisiologico di questo fatto.

IL GIOCO DELLE MASCHERE A SINISTRA. L’INGANNO DEL 18 GIUGNO

In compenso, al di là del suo epilogo, la vicenda dell’ultimo mese ha rappresentato una formidabile cartina di tornasole della realtà della sinistra italiana, mostrando il volto scoperto di tutti i suoi attori. Lungo il piano inclinato di una infinita catena di sant’Antonio, in un’autentica commedia dell’arte.

Il primo attore di scena è Campo Progressista di Giuliano Pisapia.
Testimonial del Sì al referendum istituzionale, Pisapia ha sperato sino all’ultimo in un accordo col PD di Renzi. E Renzi aveva investito inizialmente sulla figura di Pisapia e sulla possibile coalizione con Campo Progressista per prevenire la scissione del PD e chiuderle lo spazio politico. Ma dopo la sconfitta del 4 dicembre e dopo la scissione, quel ruolo diventava inutile e ingombrante. Ingenerosamente scaricato da Renzi, Pisapia sogna ora il rifacimento del “vero centrosinistra”, con la benedizione di tutti i padri putativi dell’Ulivo (Prodi, Veltroni, Letta) e con la sponsorizzazione di Repubblica. La sua preoccupazione principale sembra quella di indossare i panni (impossibili) di un nuovo Prodi per federare sinistra e PD. Cioè per coalizzarsi con… Renzi nel prossimo Parlamento. La repulsione ostentata verso la sinistra cosiddetta radicale è il pegno della sua fedeltà (postuma) al renzismo. L’imbarco sul proprio carro del personale borghese liberale o di estrazione cattolica è la ricerca di un attestato di affidabilità presso i salotti democratici del capitale.

MDP è il secondo attore.
Minacciati nella loro stessa sopravvivenza politica e istituzionale, Bersani e D’Alema sanno bene che la soglia del 5% è tutt’altro che scontata. Per questo chiedono a Pisapia di evitare ostracismi a sinistra, in particolare verso Sinistra Italiana. C’è bisogno di caricare tutti sul medesimo carro: “una sola lista a sinistra” è la loro parola d’ordine. “Unità, unità, unità”! L’iniziativa del 18 giugno, formalmente promossa da Falcone e Montanari (in realtà da D’Alema) vuole offrire a questa campagna unitaria una coreografia civica e “popolare”. Il tutto per fare cosa? Per sbarcare nel prossimo Parlamento e «chiedere al PD di scegliere tra MDP e Berlusconi», come ha detto Bersani. In altre parole, per fare una coalizione di governo col PD. Cioè con Renzi. C’è forse da meravigliarsi, visto che Bersani e i suoi hanno votato le politiche antioperaie di Renzi (inclusa l’abolizione dell’articolo 18) e si presentano oggi come i migliori tutori del governo Gentiloni?

Sinistra Italiana è il terzo attore.
La sua massima aspirazione è evitare di essere esclusa dal carro, e rimanere appiedata. Il congresso fondativo di SI aveva formalmente celebrato l’alternatività a Renzi e al renzismo. Di più: aveva sentenziato «la fine del vecchio centrosinistra». Ma era solo il tentativo di difendere lo spazio politico e contrattuale del proprio fortino dalle insidie concorrenziali del nuovo MDP. Ora la campagna di Nicola Fratoianni impugna la bandiera dell’”unica lista a sinistra”. Ossia del blocco con Bersani e Pisapia, aspiranti rifacitori dell’eterno centrosinistra. La manifestazione del 18 giugno serve a riequilibrare il rapporto di forze con Pisapia, a rimuovere le sue resistenze, a sancire la legittimità della presenza di SI nel grande accordo unitario. Lo stesso sostegno di SI alla legge elettorale di Renzi-Berlusconi-Grillo-Salvini, incluso lo sbarramento del 5%, è indicativa: siccome c’è lo sbarramento sarà più facile essere imbarcati a bordo. Ci si può meravigliare se si considera che i gruppi dirigenti di Sinistra Italiana, già coinvolti nei governi Prodi, già in blocco col PD di Bersani, sono gli stessi che tuttora governano diverse regioni col PD di Renzi, con tanto di tagli a sanità e servizi?

Rifondazione Comunista è il quarto attore.
Il suo congresso aveva rivendicato solennemente la fine di ogni ambiguità circa i rapporti col PD e il centrosinistra («liberista e antipopolare»). Il nuovo segretario Maurizio Acerbo aveva formalmente rivendicato sulle colonne de Il Fatto il rifiuto di ogni subordinazione «a Pisapia e D’Alema» nel nome di una sinistra finalmente alternativa. Ma ora Acerbo e l’ex ministro Ferrero figurano tra i primi firmatari dell’appello unitario del 18 giugno per una unica lista della sinistra. Cioè, se le parole hanno un senso, per una lista con Pisapia e Bersani. Gli stessi che rivendicano la prospettiva della coalizione di governo col PD nel prossimo Parlamento. Sotto le vesti truccate di “una lista civica, democratica e costituzionale”, anche il PRC, alla coda di SI, prova dunque a inserirsi nel grande cartello unitario dell’aborrito centrosinistra? Certo, un partito che titola il proprio congresso con la parola “rivoluzione” nel mentre sostiene il governo Tsipras, nuovo governo della troika in Grecia, non merita davvero un attestato di affidabilità.

PER UN PARTITO INDIPENDENTE DEI LAVORATORI

Ora il fallimento del patto tra Renzi e Berlusconi sulla legge elettorale concordata può disfare la tela del grande accordo a sinistra. E magari diversi attori in commedia riprenderanno ognuno la propria maschera. Ma non si può rimuovere la lezione di fondo dell’esperienza avvenuta. Non siamo in presenza di “politiche sbagliate”, per quanto recidive, e di “errori”, per quanto ripetuti. Siamo in presenza di gruppi dirigenti della sinistra italiana la cui unica vera ambizione è la propria salvezza o ricollocazione istituzionale, nel grande gioco della democrazia borghese, nella prospettiva del governo del capitalismo.

La classe lavoratrice, a partire dalla sua avanguardia, ha bisogno di costruire il proprio partito indipendente. Sul solo terreno possibile: quello anticapitalista e rivoluzionario.

Partito Comunista dei Lavoratori

Politica e Società

Una riflessione sui 20 anni del PRC

In e-mail il 28 Febbraio 2011 dc:

Una riflessione sui 20 anni del PRC

di Lucio Garofalo

Il mio rapporto politico e personale con Rifondazione Comunista nell’arco della sua storia ormai ventennale, non è stato sempre costante e lineare, ma si è caratterizzato a fasi alterne e in un modo conflittuale, quasi una sorta di sentimento di “amore e odio”. Ho sempre fatto politica seduto “’ncoppa lo ceraso”, cioè sul ciliegio. Ebbene, faccio presente che in cima al ciliegio si respira un’aria salubre, ma soprattutto si ha una visione onesta e distaccata del mondo. Credo che quando si perde il senso  dell’ironia e della  critica, cioè la capacità  di leggere ironicamente e criticamente la realtà, si rischia di farsi inglobare dal “sistema”. Invece, la scelta di sovrastare il mondo dall’alto consente di avere una visione lucida ed obiettiva. Restare “’ncoppa lo  ceraso” è un privilegio concesso alle menti libere di volare in alto, cioè di pensare in grande.

Sono sempre stato un comunista atipico, intransigente verso le ingiustizie commesse dal potere. Senza dubbio sono schietto e leale, perciò inviso ai farisei. A modo mio sono coerente, non un millantatore che predica bene ma razzola male. Probabilmente sono uno che predica male e razzola peggio. Ho sempre diffidato dei custodi dei partiti-chiesa, simili ad altari incensati e a santuari in cui militano maestri ed apostoli, chierici laici e seminaristi devoti con i loro abiti talari e le felpe da battaglia, le processioni e gli inni sacri, le cerimonie liturgiche e le feste, i decaloghi e le penitenze, le confessioni, le scomuniche e le epurazioni, le abiure e le ritrattazioni, gli scandali e gli esorcismi.

All’atto della sua nascita, nel 1991, ricordo che ho immediatamente aderito al progetto ideale che ha ispirato il Partito della Rifondazione Comunista, benché avessi deciso di non farmi la tessera, cosa che avvenne in seguito. D’altronde, la mia provenienza dall’esperienza di Democrazia Proletaria, in cui ho militato nella sezione giovanile di Lioni, mi ha spinto a simpatizzare subito per il nuovo soggetto politico, abbracciando il disegno fondativo (anzi, ri-fondativo) delle aspirazioni comuniste in una fase storica in cui il mondo assisteva al crollo del “socialismo reale” in URSS e nell’Europa orientale.

La mia iscrizione al PRC avvenne per la prima volta nel 1995, quando fui candidato alle elezioni provinciali ottenendo un discreto successo anche in termini numerici. Ma il risultato più importante fu la costituzione di un Circolo nel mio paese. Successivamente ho vissuto un lungo distacco dal partito per rientrare nel 2001 sull’onda delle mobilitazioni contro il G8 di Genova. Nel 2003 ho vissuto un altro momento significativo anche dal punto di vista elettorale quando mi candidai in una lista di Rifondazione alle elezioni amministrative del mio Comune. L’esperienza militante nel PRC è durata fino all’anno seguente. Da allora ho deciso di non rinnovare più la tessera del partito.

Le ragioni del mio allontanamento dal partito sono state di ordine politico e personale. Anzitutto le involuzioni compiute dal magico parolaio, l'(in)Faust Presidente, artefice degli abbagli più clamorosi e delle più tortuose giravolte, della metamorfosi kafkiana per antonomasia, anzi della metamorfosi faustiana, dello zig-zag ideologico. Non si erano mai viste serpentine così azzardate nella storia del movimento operaio e sindacale italiano. E’ estremamente difficile raccontare le innumerevoli svolte e contro svolte compiute dall’ex segretario rifondarolo: prima in senso movimentista, poi ghandiano, infine governista e militarista. Addio alla lotta di classe e al comunismo, addio al sindacalismo operaio, addio al pacifismo, addio al partito. E per cosa? Per una poltrona che fu occupata anche dal fondoschiena della Pivetti? Ma ne valeva la pena? Come il dottor Faust che vendette l’anima al diavolo, l’(in)Faust ha svenduto le battaglie di una vita, ottenendo in cambio un incarico istituzionale simbolico, privo di poteri decisionali.

Poi c’è stato il congresso più infuocato e cammellato nella storia del PRC, in cui si è consumato uno scontro per nulla epico che non ha concesso tregue alle faide intestine tra gli sceicchi del partito. Se qualcuno avesse avuto bisogno di un riscontro, la vicenda ha confermato ancora una volta che i burocrati sanno occuparsi solo di insulsi cavilli burocratici. In una cornice surreale si celebrò l’apoteosi del cretinismo parlamentare. Falsi poeti e parolai al comando del partito, in evidente crisi d’astinenza, sono pronti ad adagiare nuovamente il proprio deretano sugli scranni del Parlamento borghese.

Oggi mi pare che il progetto della Federazione della Sinistra sia una forzatura imposta dalla ristrutturazione del quadro politico che ha affossato i partiti minori. Se le ragioni della nascita del cartello sono di ordine elettoralistico, temo che il processo non possa che approdare ad un’accozzaglia di sigle ereditate dai partiti che si sono già dimostrati subalterni ai poteri forti nel Paese. In passato abbiamo assistito ad un singolare fenomeno di scissione degli “atomi comunisti”. L’ultima “scissione subatomica” è stata quella della “particella vendoliana” dopo il congresso di Chianciano. Tuttavia, voler rimettere insieme le “particelle atomiche” che si erano frazionate in precedenza solo per riconquistare qualche seggio in Parlamento non mi pare un serio progetto comunista.