Economia, Politica e Società

Una legge truffa per i lavoratori e le lavoratrici

In e-mail il 3 Gennaio 2019 dc:

Una legge truffa per i lavoratori e le lavoratrici

2 Gennaio 2019

Ora che la Legge di stabilità è stata approvata, possiamo aggiungere alle considerazioni già espresse un giudizio d’insieme. Doveva essere “la manovra del popolo”, è invece una legge truffa.

La Legge Fornero rimane, con la sola parentesi di tre anni della cosiddetta “quota 100” (che quota 100 non è per via del vincolo dei 38/62 anni). Una parentesi che sarà finanziata in parte, oltretutto, dal blocco parziale dell’indicizzazione delle pensioni, voluto proprio dal governo Monti-Fornero. Peraltro moltissimi lavoratori e (soprattutto) lavoratrici interessati saranno esclusi persino dalla “parentesi”, per via del numero insufficiente dei contributi maturati o, di fatto, per la penalizzazione legata al minor numero dei contributi stessi.

Il cosiddetto reddito di cittadinanza, che attende ancora il decreto attuativo, assomiglia sempre più a un incentivo all’assunzione rivolto alle imprese. Lo stesso quotidiano di Confindustria ha commentato con compiacimento: «Le imprese entrano a pieno titolo nell’operazione reddito di cittadinanza. Il reddito di cittadinanza inizia ad avere sempre più la veste di vera politica attiva» (Il Sole 24 Ore, 28 dicembre 2018). Siamo al punto che persino Matteo Renzi, sulle colonne di Corriere della Sera, ha rivendicato la versione annunciata del reddito di cittadinanza come continuità degli incentivi del Jobs act.

Ma soprattutto il punto è: chi paga? Per poter sventolare sotto elezioni il drappo di due bandiere-elemosina e al tempo stesso mediare con la UE e rispettare il Fiscal compact – cioè il patto col capitale finanziario – i due imbroglioni Di Maio e Salvini hanno fatto l’operazione più semplice. Hanno spostato il carico di spesa sul 2020 e il 2021 con una gigantesca clausola di salvaguardia sull’Iva: 23 miliardi sul 2020 e 28,8 miliardi sul 2021.

Le elemosine sdrucite di oggi sono messe sul conto futuro dei “beneficiari” attraverso un aumento massiccio delle imposte indirette ammazza-salari o attraverso un taglio corrispondente delle spese sociali. Semplicemente, ai “beneficiari” questo non viene detto. A loro si comunica la «svolta storica», l’«abolizione della povertà», l’«orgoglio ritrovato dell’Italia» e altre idiozie spazzatura.

Peraltro, l’anticipo del conto è già in parte scritto, nero su bianco, nella manovra approvata.

La scuola subisce un taglio triennale di 4 miliardi, dal taglio al sostegno al taglio dell’edilizia scolastica.

Le privatizzazioni e dismissioni di beni pubblici previste sul solo 2019 ammontano a 19 miliardi, mentre nello stesso anno diminuiscono in assoluto gli investimenti pubblici.

Le assunzioni vengono bloccate nel 2019 in larga parte della pubblica amministrazione, con la mancata sostituzione di chi andrà in pensione e una pesante ricaduta su servizi già collassati, in particolare nella sanità.

Vengono sbloccate le tasse locali, con un via libera ai Comuni per nuovi rincari di Irpef, Imu, Tasi.

Si tagliano verticalmente, com’è noto, le spese per l’assistenza e l’integrazione dei migranti (dai famosi 35 euro vengono decurtati da 18 a 24 su affitto, pasti, biancheria, formazione).

All’altro capo della società le cose vanno diversamente.

Le imprese incassano la deducibilità dell’Imu sui capannoni al 40% (Di Maio puntava al 50%), l’ulteriore abbattimento della tassa sugli utili reinvestiti, anche in contratti a termine, dal 24% al 15% (Ires), la riduzione del 32% dei contributi per gli “infortuni” sul lavoro (Inail), la liberalizzazione degli appalti senza gara entro i 150.000 euro.

Le piccole imprese e i liberi professionisti incassano la flat tax al 15% sul fatturato sino ai 65000 euro nel 2019, e sino ai 100000 nel 2020.

Le banche e le assicurazioni che pagano un obolo triennale di 5 miliardi, prevedibilmente scaricato sui conti correnti e sulla clientela, intascano i 70 miliardi ordinari di soli interessi annui sul debito pubblico, per di più prevedibilmente maggiorati, di due miliardi, per via dell’aumento intervenuto dello spread (divario del tasso d’interesse tra titoli pubblici italiani e tedeschi) e della fine del Quantitative Easing della BCE.

Quanto ai salariati pubblici e privati, continueranno a reggere sulle proprie spalle l’intero edificio della società borghese.

Nulla muterà per loro.

Continueranno a pagare l’80% del carico fiscale.

Continueranno a subire la vacanza contrattuale nel settore pubblico.

Continueranno a subire il Jobs act di Renzi, rimasto intatto in tutti gli aspetti essenziali, a partire dall’abolizione dell’articolo 18.

Continueranno a subire il precariato (il famoso decreto dignità che doveva “abolirlo” ha esteso l’uso dei contratti a termine dal 20% al 30% dell’organico aziendale).

Continueranno a lavorare nei giorni festivi nella grande distribuzione e nel commercio, visto che la promessa di cancellarli è rimasta tale.

Mentre sotto la pressione delle Regioni a guida leghista, Veneto in testa, il governo ha avviato un progetto di autonomie regionali che tratterrà al Nord il grosso del residuo fiscale a scapito del Mezzogiorno, e mirerà a differenziare prestazioni e condizioni giuridiche e contrattuali del lavoro su basi territoriale. Un colpo frontale ai lavoratori e alle lavoratrici di tutta Italia.

Sino a quando? Sino a quando non si produrrà una grande ribellione sociale, di classe e di massa, che ponga l’interrogativo su quale classe governerà l’Italia: se i padroni o i lavoratori.

Partito Comunista dei Lavoratori

Laicità e Laicismo, Politica e Società

Il resto di niente

da Democrazia Atea il 23 Febbraio 2015 dc:

Il resto di niente

Le critiche di Landini a Renzi non sono passate inosservate.

Ma Renzi non è in grado di replicare nel merito e allora attacca Landini sul fatto che tra Marchionne e la Fiom, ha vinto Marchionne, e lo fa con un sarcasmo davvero squallido.

Se fosse stato un uomo di sinistra, avrebbe valutato la difficoltà di Landini verso Marchionne con cosciente amarezza.

Ma Renzi è un uomo di destra, privo di sensibilità costituzionale, e in tema di giustizia sociale il massimo che può fare è farsi scrivere da qualcuno un twitter sul proprio iPhone.

Renzi sta con naturalezza dalla parte del “padrone”.

Di certo Landini è approdato al sindacato provenendo dal mondo del lavoro, mentre Renzi è approdato alla politica provenendo dalla “Ruota della Fortuna” di Mike Buongiorno.

Landini ha una formazione politica che lo porta a stare sempre dalla parte dei lavoratori.

Renzi ha la spregiudicatezza di chi lotta solo per se stesso.

In questa partita di involuzione sociale ci si mette anche Debora Serracchiani, la quale ha rilasciato dichiarazioni preoccupanti circa il suo stato confusionale.

Ha detto che la riforma del Jobs Act è stata varata dal Governo e non si è resa conto che il Governo ha soltanto messo la firma su una proposta confezionata da Confindustria.

La Serracchiani si è spinta oltre e ha detto che quella del Jobs Act è una riforma “di sinistra”.

Siccome non risulta che abbia un deficit cognitivo o che abbia una patologia di dissociazione psichiatrica, la Serracchiani è sicuramente in malafede.

Anche lei fa parte di quella nutrita schiera di destrorsi che ritengono di essere di sinistra solo perché si sono iscritti al Partito Socialista Europeo.

L’unica sinistra presente oggi in Parlamento è SEL, un partito cattolico e privo di sensibilità sulle tematiche della laicità, incapace di rinnovare la propria segreteria anche dopo le imbarazzanti telefonate del suo Segretario ai proprietari dell’ILVA, e che non si fa scrupolo di coalizzarsi con un partito di destra, il PD, sia nelle elezioni politiche che nelle elezioni amministrative.

Benedetto Croce è stata forse l’ultima espressione della destra italiana antifascista.

Dopo di lui tutti i partiti italiani di destra sono stati fascisti.

Con il PD torna in Parlamento, dopo molti lustri, un partito di destra antifascista, lontano dalla ideologia liberale di Croce, ma comunque antifascista.

Purtroppo è una magra consolazione, e per dirla con le parole di Striano, è “il resto che si deve al niente”.

Carla Corsetti
Segretario Nazionale di Democrazia Atea

 

Comunicati, Politica e Società

Occupyamo Piazza Affari!

Il volantino della CUB-Confederazione Unitaria di Base

Occupyamo Piazza Affari!

Contro le politiche antisociali del governo e della Bce

I loro affari non devono più decidere sulle nostre vite. Per una società fondata sui diritti civili e sociali, sul pubblico, sull’ambiente e sui beni comuni.

  Misure “lacrime e sangue” sono la ricetta del governo delle banche e della finanza che, con il sostegno del centro-destra e del centro-sinistra, è ormai in carica da oltre tre mesi. Il massacro sociale del governo Monti dilagherà se verrà applicato il trattato europeo deciso dai governi Merkel, Sarkozy e Monti. Ora vogliono cambiare la Costituzione, senza consultare i cittadini e imponendo il pareggio di bilancio. Ora vogliono imporre un trattato, il fiscal compact, che impone la schiavitù del debito per vent’anni. Per vent’anni dovremo sacrificare i diritti sociali e quelli delle lavoratrici e dei lavoratori, per pagare il debito agli stessi affaristi e speculatori che l’hanno creato.

  Una crisi del sistema capitalista da cui le classi dominanti non riescono ad uscire. L’individuazione di “medici” come Monti in Italia o Papademos in Grecia, che in realtà non fanno che aggravare la malattia scaricando sui lavoratori e sulle classi popolari il peso della iniqua distribuzione del reddito con il conseguente peggioramento delle condizioni di vita e l’eliminazione di diritti conquistati con anni di lotte. Per questo diciamo NO alla precarietà e alla messa in discussione dell’articolo 18, alla distruzione dello stato sociale, dei diritti, della civiltà e della democrazia. Per questo diciamo NO alla distruzione dell’ambiente, alle grandi opere, alla Tav.

  Negazione della democrazia e repressione sono gli strumenti con cui le classi dominanti stanno cercando di fermare e dividere il movimento popolare che va opponendosi al dilagare della precarizzazione e della disoccupazione di massa: lo abbiamo visto in questi giorni in Val di Susa, ma anche contro molte lotte operaie e di resistenza sociale.

Chiediamo ai giovani e alle donne, alle lavoratrici e ai lavoratori, ai precari, ai pensionati e ai migranti, ai movimenti civili, sociali e ambientali, di organizzare insieme una risposta a tutto questo con una grande manifestazione nazionale a Milano il prossimo 31 marzo

Unire le lotte per un’opposizione sociale e politica di massa, capace di incidere, dal territorio, alla scuola e all’università, alle lotte per il lavoro: dalla Argol di Fiumicino alla Wagon-Lits di Milano, alla Alcoa di Portovesme, alla Fincantieri, alla Esselunga, alla Fiat e alle lotte dei migranti. Vogliamo manifestare assieme a tutti i popoli europei, schiacciati dalle politiche di austerità e dal liberismo, in particolare al popolo greco, sottomesso ad una tirannide finanziaria che sta distruggendo il paese.

  Vogliamo un diverso modello sociale ed economico in Italia e in Europa, fondato sul pubblico, sull’ambiente e sui beni comuni, per riconvertire il sistema industriale con tecnologie e innovazione, per la pace e contro la guerra, per lo sviluppo della ricerca sostenendo scuola pubblica e università, per garantire il diritto a sanità, servizi sociali e reddito per tutti, lavoro dignitoso, libertà e democrazia.

  Il 31 marzo tutte e tutti in piazza a Milano:

manifestazione nazionale a Piazza Affari

Occupyamo Piazza Affari. Costruiamo il nostro futuro

Piazzale Medaglie d’Oro ore 14-MM3 Porta Romana

 

Comitato Promotore “OccupyamoPiazzaAffari”

 

 Confederazione Unitaria di Base

Milano, V.le Lombardia, 20 tel. 02.70631804

cub.nazionale@tiscali.it  www.cub.it  http://www.cubvideo.it

 

Politica e Società

Il programma “neodemocristiano” di Monti

Il programma “neodemocristiano” di Monti

di Lucio Garofalo

Una volta i colpi di Stato li organizzavano ufficialmente i colonnelli, non a caso si chiamavano (giustamente) “golpe militari”. Oggi li ispirano e li eseguono direttamente i banchieri e i tecnocrati della finanza, affiancati anche da generali, emissari della Confindustria e referenti del Vaticano, ma ipocritamente sono definiti “governi tecnici”.

Non si tratta di analisi dietrologiche o complottiste, ma è la semplice presa d’atto di quanto accade sotto i nostri occhi. Nella migliore delle ipotesi, persino in Parlamento, si osa discutere di “sospensione della democrazia”. Ad insinuare simili accuse, che si preferisce liquidare molto comodamente come “farneticazioni ossessive”, non sono pericolosi sovversivi o bolscevichi, ma giornalisti prezzolati e burocrati al servizio dell’apparato berlusconiano, nonché alti funzionari di partito organicamente inseriti nei Palazzi del potere che agiscono da anni all’interno delle istituzioni rappresentative.

Viceversa, sorprende (ma non troppo) che esponenti storici del cosiddetto “centro-sinistra”, i quali fingevano di schierarsi all’opposizione e azzardavano ogni ingegnosa costruzione dialettica, parlando apertamente (non a torto) di “regime” e di “emergenza democratica” per criticare l’atteggiamento arrogante e semi-dispotico assunto da Berlusconi, oggi non hanno battuto ciglio e non hanno proferito verbo per denunciare l’intervento destabilizzante (poiché trattasi di eversione in piena regola) attuato per rovesciare il “sultanato” di Berlusconi (che non va assolutamente rimpianto) e insediare un esecutivo “tecnico” che si preannuncia più sinistro e funesto del governo precedente.

Il caricaturista Vauro ha recentemente disegnato una vignetta, pubblicata sul Manifesto, in cui un personaggio domanda: “E la democrazia?”, mentre un altro risponde: “L’hanno pignorata le banche!”. Una sintesi geniale e perfetta di quanto è accaduto nella realtà.

Anzitutto, la squadra del neonato governo concentra una serie di figure legate a doppio filo con i poteri forti che da sempre condizionano il destino del nostro Paese: le principali banche (UniCredit, Banca Intesa, Mediobanca e altri grossi istituti di credito), la Confindustria, il Vaticano, i vertici militari e la Nato. Tali poteri sono compresi e rappresentati nel governo presieduto da Monti, in cui figurano numerosi portavoce della Confindustria e del sistema economico dominante, ammiragli, esperti bocconiani e docenti di altre università private, fiduciari delle gerarchie ecclesiastiche e così via.

Il loro compito sarà essenzialmente tecnico-esecutivo, ossia tradurre in provvedimenti immediati le direttive politiche dettate dai vertici della BCE, la cui linea è sposata dalle più forti lobbies e istituzioni economiche mondiali, dal Fondo Monetario Internazionale ai centri più o meno occulti dell’establishment bancario e finanziario sovranazionale. Si potrebbe azzardare che Mario Monti è l’esecutore di un piano di commissariamento del governo italiano, il cui mandante è esattamente Mario Draghi alla guida della BCE. Da un governo composto da fascisti, piduisti, mafiosi e puttanieri, con a capo il satrapo e satiro di Arcore, autodefinitosi “premier a tempo perso”, si è passati direttamente ad un esecutivo formato da banchieri, autorità militari, tecnici confindustriali e referenti della curia pontificia. E’ quanto meno arduo e imbarazzante scegliere il “meno peggio”.

La concretizzazione dei punti politici prescritti dall’alto al governo del nostro Paese, da parte di quei soggetti che sono l’espressione e l’emanazione diretta delle oligarchie finanziarie di cui la BCE costituisce il supremo vertice istituzionale, detto in parole semplici ma veritiere, comporterà una vera e propria macelleria sociale, il massacro dei diritti democratici e sindacali, di quelle tutele sociali che hanno garantito finora il mondo del lavoro in Italia, o almeno una parte consistente di esso. Parlare, dunque, di “lacrime e sangue” potrebbe sembrare addirittura un eufemismo. Il professor Monti ha esplicitamente annunciato un piano di “sacrifici” accompagnati (a chiacchiere) da principi di “equità”. E’ facile presumere che incasseremo solo i sacrifici, senza equità.

Dalle enunciazioni programmatiche ancora piuttosto ambigue, vaghe e generiche, a tal punto che Monti è stato definito “democristiano”,  si evince una palese mancanza di rottura rispetto alla linea seguita dal precedente governo. Al contrario, si ravvisa un intimo legame di continuità con la politica adottata da Berlusconi e dai suoi ministri anzitutto sul fronte economico-sociale, in particolare sul tema dell’istruzione scolastica.

Non è un caso che, nel discorso di insediamento ufficiale, il professor Mario Monti abbia esplicitamente accennato all’istituto dell’INVALSI, individuato e indicato come il criterio alla base di un presunto meccanismo “meritocratico” da introdurre nel mondo della scuola italiana per determinare la carriera economica e professionale degli insegnanti.