La storia insegna ma non ha scolari

In e-mail il 28 Agosto 2019 dc:

La storia insegna ma non ha scolari

di Lucio Garofalo

La caduta del governo giallo-verde, al di là delle simpatie e delle opinioni politiche di ciascuno di noi, non è da salutare con troppo entusiasmo poiché, in questo momento, non esiste un’alternativa politica valida, tanto meno funzionale agli interessi delle classi lavoratrici.

In qualche misura si è replicato il copione delle manovre che nel 2011 fecero cadere il governo Berlusconi, favorendo l’ascesa di Monti a Palazzo Chigi. Con le conseguenze nefaste che ben sappiamo: su tutte, cito la “riforma Fornero” e otto anni (!) di austerity.

Politiche che hanno generato in Italia oltre 5 milioni di poveri assoluti.

Ed è sempre l’austerity il “modello” di politica economica alla base delle privatizzazioni e dei disastri (anzi, delle stragi) come il crollo del viadotto di Genova del 14 agosto 2018. La linea perseguita dal governo Monti e dai vari governi targati PD (soprattutto Renzi) è stata costellata da una sequela di costrizioni e ricatti dettati dall’alto per imporre, nel modo più tassativo, quelle controriforme ostili ed impopolari sofferte in Italia negli ultimi anni.

Il solo fatto che il governo giallo-verde non sia stato succube dei diktat di Bruxelles e della BCE è certo da ritenersi un segnale incoraggiante, nella misura in cui si è interrotta la politica decennale e mortifera dell’austerity che ha imperversato negli ultimi tempi.

È questo il modo più corretto e realistico di ragionare e di analizzare i fatti nella loro cruda e nuda realtà, e non secondo i nostri più intimi desideri, né in base alle nostre aspettative o simpatie personali. Almeno ciò è l’approccio più serio e ponderato per quei comunisti più sinceri e coerenti, e non faziosi, né dogmatici.

Invece, per i fantocci e i clown “sinistrati”, che non si degnano di leggere la realtà con una lente di sincerità intellettuale, bensì la deformano a proprio piacimento, il discorso è diverso.

Ai “compagnucci” che sbraitano contro il “mostro leghista” mi permetto di ricordare che “governi tecnici” imposti dalla Troika (in uno stile alla Monti) sarebbero più deleteri di un governo con Salvini. Un’eventuale “sterzata a destra” si traduce nei contenuti e nelle priorità trascritte nell’agenda politica, e non nei simboli di partito. Altrimenti, mi si risponda come mai le peggiori politiche di tipo socio-economico degli ultimi anni sono state realizzate sotto l’egida di quei partiti che, almeno in teoria, e cioè verbalmente, si dichiarano “di sinistra”.

Credo che i simboli e le etichette formali non contino più delle azioni concrete e dei fatti, in politica come in altre dimensioni e in altri settori della vita sociale. Mi riferisco non solo al PD di Renzi e Gentiloni, oggi di Zingaretti, bensì anche ai governi presieduti da Prodi (nel 1996 e 2006), appoggiati da Rifondazione ai tempi di Fausto Bertinotti.

Purtroppo, si sa che: “la storia insegna, ma non ha scolari”, come ci spiegava Gramsci.

Una riflessione sui 20 anni del PRC

In e-mail il 28 Febbraio 2011 dc:

Una riflessione sui 20 anni del PRC

di Lucio Garofalo

Il mio rapporto politico e personale con Rifondazione Comunista nell’arco della sua storia ormai ventennale, non è stato sempre costante e lineare, ma si è caratterizzato a fasi alterne e in un modo conflittuale, quasi una sorta di sentimento di “amore e odio”. Ho sempre fatto politica seduto “’ncoppa lo ceraso”, cioè sul ciliegio. Ebbene, faccio presente che in cima al ciliegio si respira un’aria salubre, ma soprattutto si ha una visione onesta e distaccata del mondo. Credo che quando si perde il senso  dell’ironia e della  critica, cioè la capacità  di leggere ironicamente e criticamente la realtà, si rischia di farsi inglobare dal “sistema”. Invece, la scelta di sovrastare il mondo dall’alto consente di avere una visione lucida ed obiettiva. Restare “’ncoppa lo  ceraso” è un privilegio concesso alle menti libere di volare in alto, cioè di pensare in grande.

Sono sempre stato un comunista atipico, intransigente verso le ingiustizie commesse dal potere. Senza dubbio sono schietto e leale, perciò inviso ai farisei. A modo mio sono coerente, non un millantatore che predica bene ma razzola male. Probabilmente sono uno che predica male e razzola peggio. Ho sempre diffidato dei custodi dei partiti-chiesa, simili ad altari incensati e a santuari in cui militano maestri ed apostoli, chierici laici e seminaristi devoti con i loro abiti talari e le felpe da battaglia, le processioni e gli inni sacri, le cerimonie liturgiche e le feste, i decaloghi e le penitenze, le confessioni, le scomuniche e le epurazioni, le abiure e le ritrattazioni, gli scandali e gli esorcismi.

All’atto della sua nascita, nel 1991, ricordo che ho immediatamente aderito al progetto ideale che ha ispirato il Partito della Rifondazione Comunista, benché avessi deciso di non farmi la tessera, cosa che avvenne in seguito. D’altronde, la mia provenienza dall’esperienza di Democrazia Proletaria, in cui ho militato nella sezione giovanile di Lioni, mi ha spinto a simpatizzare subito per il nuovo soggetto politico, abbracciando il disegno fondativo (anzi, ri-fondativo) delle aspirazioni comuniste in una fase storica in cui il mondo assisteva al crollo del “socialismo reale” in URSS e nell’Europa orientale.

La mia iscrizione al PRC avvenne per la prima volta nel 1995, quando fui candidato alle elezioni provinciali ottenendo un discreto successo anche in termini numerici. Ma il risultato più importante fu la costituzione di un Circolo nel mio paese. Successivamente ho vissuto un lungo distacco dal partito per rientrare nel 2001 sull’onda delle mobilitazioni contro il G8 di Genova. Nel 2003 ho vissuto un altro momento significativo anche dal punto di vista elettorale quando mi candidai in una lista di Rifondazione alle elezioni amministrative del mio Comune. L’esperienza militante nel PRC è durata fino all’anno seguente. Da allora ho deciso di non rinnovare più la tessera del partito.

Le ragioni del mio allontanamento dal partito sono state di ordine politico e personale. Anzitutto le involuzioni compiute dal magico parolaio, l'(in)Faust Presidente, artefice degli abbagli più clamorosi e delle più tortuose giravolte, della metamorfosi kafkiana per antonomasia, anzi della metamorfosi faustiana, dello zig-zag ideologico. Non si erano mai viste serpentine così azzardate nella storia del movimento operaio e sindacale italiano. E’ estremamente difficile raccontare le innumerevoli svolte e contro svolte compiute dall’ex segretario rifondarolo: prima in senso movimentista, poi ghandiano, infine governista e militarista. Addio alla lotta di classe e al comunismo, addio al sindacalismo operaio, addio al pacifismo, addio al partito. E per cosa? Per una poltrona che fu occupata anche dal fondoschiena della Pivetti? Ma ne valeva la pena? Come il dottor Faust che vendette l’anima al diavolo, l’(in)Faust ha svenduto le battaglie di una vita, ottenendo in cambio un incarico istituzionale simbolico, privo di poteri decisionali.

Poi c’è stato il congresso più infuocato e cammellato nella storia del PRC, in cui si è consumato uno scontro per nulla epico che non ha concesso tregue alle faide intestine tra gli sceicchi del partito. Se qualcuno avesse avuto bisogno di un riscontro, la vicenda ha confermato ancora una volta che i burocrati sanno occuparsi solo di insulsi cavilli burocratici. In una cornice surreale si celebrò l’apoteosi del cretinismo parlamentare. Falsi poeti e parolai al comando del partito, in evidente crisi d’astinenza, sono pronti ad adagiare nuovamente il proprio deretano sugli scranni del Parlamento borghese.

Oggi mi pare che il progetto della Federazione della Sinistra sia una forzatura imposta dalla ristrutturazione del quadro politico che ha affossato i partiti minori. Se le ragioni della nascita del cartello sono di ordine elettoralistico, temo che il processo non possa che approdare ad un’accozzaglia di sigle ereditate dai partiti che si sono già dimostrati subalterni ai poteri forti nel Paese. In passato abbiamo assistito ad un singolare fenomeno di scissione degli “atomi comunisti”. L’ultima “scissione subatomica” è stata quella della “particella vendoliana” dopo il congresso di Chianciano. Tuttavia, voler rimettere insieme le “particelle atomiche” che si erano frazionate in precedenza solo per riconquistare qualche seggio in Parlamento non mi pare un serio progetto comunista.