“Perché, da iraniana, ho sofferto nel vedere il velo sul palco delle sardine”

Ottimo articolo su Micromega, 19 Dicembre 2019 dc:

“Perché, da iraniana, ho sofferto nel vedere il velo sul palco delle sardine”

“Perché gran parte di voi femministe e persone di sinistra date sempre la parola solo alle donne musulmane col velo? Perché non date mai voce a tutte quelle donne che ogni giorno lottano per toglierselo il velo, in Italia e nel mondo?”. L’accorato appello di una donna iraniana che vive in Italia e che afferma: “Se volete chiamarmi islamofoba avete il mio permesso, perché io ho una vera fobia dell’islam. L’islam mi ha fatto sempre male. Sia quando vivevo in Iran, sia adesso che sono qui in Italia”.
di Atussa Tabrizi

Mi chiamo Atussa, sono una donna, sono iraniana e sono atea.

Quello che ho visto una settimana fa sul palco delle sardine a Roma mi ha fatto male, come quando in Iran sono stata arrestata dalla polizia morale perché non ero vestita adeguatamente (avevo una sciarpa sui capelli).

Non sono sicura se le sardine hanno intenzione di lottare per la laicità o vogliono solo andare contro il razzismo di persone come Meloni e Salvini, ma chiaramente non hanno nessuna idea di cosa sia la laicità dello Stato. Vanno contro croci e madonne di Salvini e Meloni con il velo e con pensieri oscurantisti.

Il velo per me, in quanto donna iraniana, è simbolo di oppressione, simbolo del male.

Non so cosa pensavano le sardine quando hanno deciso di presentare Nibras Asfa come un simbolo di laicità contro Meloni e Salvini, ma chiedo loro se non potevano dare voce a un’altra donna. Una donna – italiana o straniera – che crede nella laicità e nella libertà delle donne.

Se voi, sardine, come la maggior parte delle persone di sinistra e delle femministe italiane, pensate davvero che sostenere una donna col velo significa sostenere la sua libertà, state sbagliando.

È vero che ci sono persone come Meloni e Salvini che non vedono bene le donne con il velo, ed è vero che le donne con il velo vengono disturbate per strada nei Paesi occidentali, ma non dobbiamo e non dovete dimenticare che nei Paesi musulmani le donne che decidono di mettere il velo sono la minoranza, se non proprio inesistenti.

La maggioranza delle donne sono obbligate a metterlo, e non appena ne hanno l’occasione se lo tolgono.

Guardate il mio Paese per esempio, guardate come le donne tolgono il velo sapendo che saranno arrestate e condannate al carcere o anche peggio.

Guardate le donne in Arabia Saudita che con quella piccola, finta libertà che hanno ottenuto ultimamente la prima cosa che fanno è togliere il velo.

Guardate le donne come Ayan Hirsi Ali. Perché la maggior parte di voi femministe e di sinistra non parla mai di queste donne ma invece sempre, dico SEMPRE, delle donne musulmane col velo. Perché non date mai voce a una donna di origine straniera contro il velo e contro l’islam? Perché non sostenete mai queste persone?

Sicuramente andare contro il cristianesimo di Salvini e Meloni scegliendo l’islam è la scelta più sbagliata. Non si può lottare per la laicità presentando una donna musulmana, come non si può farlo con una suora cristiana. Se volete andare avanti a lottare contro i pensieri oscurantisti di Salvini e Meloni, l’islam non è la scelta giusta.

donne musulmane che credono nella laicità e vogliono cambiare qualcosa per le donne dovrebbero sostenere le donne che lottano per la libertà in Paesi come Arabia Saudita, Iran, Indonesia.

E invece spesso le donne che non mettono il velo sono considerate contro l’islam, blasfeme, non modeste e addirittura prostitute. E chi critica l’islam è considerato islamofobo e razzista.

La parola islamofobia è stata inventata dai musulmani con il supporto di una grande parte delle persone di sinistra per collegare subito qualsiasi tipo di critica contro l’islam al razzismo.

Mentre, come sappiamo, essere musulmano non è una caratteristica di un gruppo di persone legata a una “razza”.

Se volete chiamarmi islamofoba avete il mio permesso, perché io veramente ho una fobia dell’islam, perché l’islam mi ha fatto sempre male. Sia quando vivevo in Iran, sia adesso che sono qui in Italia.

Peggio di tutto questo è presentare tutte le donne immigrate come donne simili a Nibras Asfa, mentre anche qui in Italia tante donne immigrate soffrono e lottano per la loro libertà fuori dalla gabbia dell’islam e del velo.

Mie care sardine, se volete fare i veri rivoluzionari, se volete cambiare qualcosa, non dovete dare precedenza alle donne col velo, ma esattamente al contrario dovete dare spazio alle donne che lottano per i loro diritti, nei Paesi in cui anche lottare per un proprio diritto è punibile, e dovete imparare da loro come si lotta contro qualsiasi tipo di oscurantismo.

Voglio concludere ripetendo quello che ho detto all’inizio: mi chiamo Atussa, sono orgogliosamente una donna, sono iraniana, sono atea e sono orgogliosamente contro l’islam e il velo.

 

Riflessioni a briglia sciolta

In e-mail il 14 Luglio 2019 dc:

Riflessioni a briglia sciolta

di Lucio Garofalo

Riconosco di essere una persona caratterialmente scettica e diffidente, persino malpensante. Ideologicamente sono un ateo marxista. Sono stato ripetutamente  disilluso dalla vita, amareggiato da esperienze negative, tradito dal comportamento spregiudicato di numerosi pseudo compagni e dai falsi partiti politici di “sinistra”.

Francamente sono molto arrabbiato contro i falsi moralisti e i falsi compagni, i parolai e i “pifferai magici” della sinistra borghese, affetta dal morbo del “cretinismo parlamentare”. L’esperienza storica ha dimostrato che costoro aspirano solo ad adagiare il proprio deretano sopra un comodo ed ambito scranno all’interno delle istituzioni borghesi per ricavarne potere, gloria, ricchezza, privilegi e immunità personali, fregandosene delle sofferenze e dei bisogni della gente, delle istanze dei loro elettori.

La mia posizione di critica netta e intransigente mi ha procurato problemi di solitudine politica, condannandomi ad una sorta di ostracismo e di esilio morale, di isolamento nel territorio dove abito. Ma tant’è. Credo di essere sufficientemente forte e vaccinato verso tale situazione, abbastanza immune rispetto alla violenza morale ed esistenziale esercitata dai conformismi di massa, compresi quelli imposti dalla “sinistra”, essendo abituato al ruolo, senza dubbio scomodo, di bastian contrario, di ribelle anticonformista e di “cane sciolto”, per cui la condizione di marginalità non mi turba affatto.

Ultimamente ho cercato di uscire dall’isolamento politico provando ad infrangere il clima di chiusura ed ostilità creato nei miei confronti dai vari “forchettoni”, “rossi”, “bianchi” o “neri” che siano. I quali dettano legge soprattutto in alcune realtà di provincia come l’Irpinia. Una terra costretta ad un livello di sudditanza semifeudale, le cui popolazioni sono soggette a ricatti e condizionamenti perpetui e ad un mostruoso giogo clientelare. Non dobbiamo dimenticare che il territorio dove abito rappresenta da lustri un feudo incontrastato di Ciriaco De Mita e dei suoi galoppini. L’Irpinia è da sempre una roccaforte elettorale e clientelare della peggiore Democrazia cristiana.

Tuttavia, non mi lascio mai sopraffare dallo sconforto o, peggio, dalla depressione, né da rancori e risentimenti, ma reagisco sempre con rabbia e indignazione, riscoprendo “prodigiosamente” una spinta motivazionale che mi restituisce un fervido entusiasmo e una volontà combattiva, un desiderio tenace ed impetuoso di lotta e di riscatto. Forse perché sono uno spirito libero e ribelle, consapevole della lezione della storia. La quale insegna che è addirittura possibile, quindi concepibile, la realizzazione dell’utopia.

Si pensi che fino al XVIII secolo, ovvero il “secolo dei lumi”, la schiavitù del lavoro, la servitù della gleba e la tirannia aristocratico-feudale erano viste quali elementi ineluttabili e immodificabili, al limite come fenomeni conseguenti a leggi naturali, come una realtà che era sempre esistita e sarebbe durata in eterno, e non come dati storici transeunti, soggetti a trasformazioni rivoluzionarie determinate dalle forze produttive e sociali in movimento e in lotta sia per necessità oggettive che per volontà soggettive.

Eppure, alla fine del 1700 la rivoluzione francese e il radicalismo giacobino, mobilitando le masse popolari e contadine, spazzarono via il feudalesimo e l’assolutismo monarchico con tutti i suoi assurdi privilegi aristocratici, il servaggio, l’oscurantismo religioso e tutte le anticaglie medioevali. Parimenti, fino ad Abramo Lincoln nessuno avrebbe mai immaginato che la schiavitù, ritenuta per secoli come una situazione naturale e ineluttabile, una condizione ineliminabile e permanente dell’umanità, potesse un giorno essere abolita, almeno giuridicamente, sebbene non ancora soppressa sul piano materiale. E lo stesso si potrebbe dire per un fenomeno quale il cannibalismo, un’abitudine alimentare millenaria dei popoli primitivi, che oggi farebbe inorridire chiunque. E così per altre pratiche consuetudinarie, usanze e costumi del genere umano.

Pertanto, perché ritenere già persa in partenza la lotta politica a tutela dei lavoratori, in difesa dei salari più bassi e più deboli, una battaglia che si attesta oltretutto su posizioni difensiviste di salvaguardia e di retroguardia? Nel senso che non si aspira a fare la rivoluzione, a prendere il potere conquistando il “Palazzo d’Inverno”, ma si tratta di informare e sensibilizzare l’opinione pubblica promuovendo una presa di coscienza sulle tematiche che investono direttamente la vita quotidiana e la condizione dei lavoratori.

Non vorrei allontanarmi dal tema in questione. Ricordo che una delle radici ideologiche dell’opportunismo risiede precisamente nell’elettoralismo borghese. Personalmente sostengo con estrema durezza la critica contro l’opportunismo in quanto costituisce il male storico del movimento comunista internazionale. Non c’è bisogno di scomodare Lenin o Rosa Luxemburg per dimostrare la validità di tale tesi, basta guardarsi attorno.

L’interesse e il calcolo opportunistico, l’autoritarismo e il verticismo burocratico, l’arrivismo, l’ambizione e il carrierismo individuale, le invidie e i personalismi eccessivi, questi ed altri atteggiamenti piccolo-borghesi, purtroppo assai diffusi in determinati settori della cosiddetta “sinistra radicale” (e non solo negli ambienti della sinistra borghese e riformista), costituiscono un male ben peggiore dell’isolamento personale.

La principale preoccupazione per un’autentica forza antagonista e di classe, di ispirazione comunista e anticapitalista, non può essere la “questione elettorale”. Non credo che la priorità politica di una soggettività comunista, specie in un momento di crisi epocale del sistema sociale vigente, una crisi segnata da crescenti disordini e conflitti (si pensi al caso emblematico della Grecia) che minano le basi stesse dell’assetto capitalistico globale, possa essere il tema della rappresentanza elettorale.

L’esperienza storica dovrebbe insegnarci che il pericolo per un’autentica sinistra comunista e di classe è costituito da ciò che si chiamava polemicamente la “febbre elettoralistica”, cioè la frenetica ricerca del successo elettorale, la conquista a tutti i costi del potere o di una quota di rappresentanza nell’attuale ordinamento statale borghese. E’ esattamente questa impostazione burocratica ed elettoralistica che rischia di aprire la strada all’affermazione di tendenze opportunistiche e individualistiche piccolo-borghesi, all’emergere di atteggiamenti di corruzione e di sfrenate ambizioni di carriera. Come, d’altronde, dovrebbe insegnarci l’esperienza storica del PRC.

In passato la base elettorale del PRC e delle altre formazioni della “sinistra radicale” era costituita da un mini-blocco sociale composto in gran parte da operai e giovani lavoratori precari, eco-pacifisti, attivisti no-global, ecc. I quali hanno giustamente reso pan per focaccia, sfruttando l’unica arma a propria disposizione, vale a dire l’arma del voto, per espellerli dalle istituzioni parlamentari a cui si erano tanto affezionati, infliggendo loro la punizione che meritavano e che gli ha arrecato dolore e frustrazione, procurandogli una logorante astinenza dall’esercizio del potere: “il potere logora chi non ce l’ha”, come afferma un vecchio ed astuto volpone democristiano che ha maturato una lunga esperienza ai massimi vertici del potere politico in Italia. Fare clic per cancellare la replica.

Pertanto, bisogna prendere atto della verità storica a 360 gradi. Negli ultimi anni il PRC era diventato un vero e proprio “covo” di opportunisti e forchettoni, burocrati e funzionari di partito ambiziosi ed arrivisti. Dunque, solo dopo aver fatto chiarezza fino in fondo e dopo aver svolto un’igienica e necessaria opera di autocritica, solo a quel punto ritengo che si possa avviare in maniera legittima e credibile un processo di ricomposizione di un’autentica e moderna sinistra anticapitalista e di classe in Italia.

Per quanto concerne la questione dell’isolamento, a me pare che questo costituisca un problema della politica in generale. Tutti i partiti politici soffrono il distacco e la disaffezione della gente, ma in fondo è sempre stato così, almeno in Italia. Il popolo italiano è storicamente un popolo ignorante e qualunquista, privo di senso civico e di moralità pubblica. Lo stesso Pier Paolo Pasolini scriveva nel lontano 1973: “La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c’è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline”. Più chiaro di così.

In fondo, anche Guicciardini lo aveva compreso diversi secoli fa: il popolo italiano bada solo al proprio “particulare”, persegue solo i propri affari personali senza capire che i propri interessi possono coincidere e identificarsi con quelli altrui. Ma anche ai più grandi marxisti rivoluzionari è capitato talvolta di essere isolati. Rosa Luxemburg, ad esempio, è sempre stata un’esponente isolata e minoritaria all’interno del movimento operaio e socialdemocratico internazionale, e lo stesso Lenin, prima di prendere il potere in Russia, ha sofferto una condizione di marginalità e di solitudine politica.

Perché non possiamo non dirci anticlericali

Da Micromega

Perché non possiamo non dirci anticlericali

 

di Carlo Troilo

Anche quest’anno l’anniversario del Concordato – pur essendo particolarmente importante perché è il novantesimo – rischiava di passare pressoché inosservato e di ridursi a qualche notizia di cronaca sulla patetica cerimonia che ogni anno vede i vertici delle istituzioni italiane nazionali (presidenti dei due rami del Parlamento, capo del governo e ministri a vario titolo competenti) e locali (presidente della Regione Lazio e sindaco di Roma) recarsi alla ambasciata italiana presso la Santa Sede per incontrare le più alte gerarchie del Vaticano e “festeggiare” quel Concordato clerico-fascista che ha ridotto la laicità dello Stato ed ha regalato alla Chiesa privilegi economici scandalosi: il prezzo pagato dal Duce per ottenere la legittimazione della sua dittatura da parte di un Vaticano che aveva “rimosso”, fra le altre vergogne del fascismo, anche l’uccisione di un coraggioso prete antifascista, don Giovanni Minzoni, massacrato a bastonate dai sicari di Italo Balbo il 23 agosto del 1923.
Un Concordato che andrebbe abrogato o quanto meno profondamente modificato, come in parte era avvenuto con la revisione Craxi-Casaroli del 1984: una buona revisione subito neutralizzata perché lo stesso governo Craxi – ed ancor più i governi successivi – hanno di fatto annullato, con una serie di leggi pro-Vaticano, i progressi fatti con quell’accordo.

Per questo, mi sono fatto promotore di un “appello” – firmato fino ad oggi (prima ancora di essere reso pubblico) da 200 esponenti della cultura o militanti per i diritti civili – in cui si chiedono tre cose:

– Abolizione dell’ora di religione.

– Revisione degli attuali criteri per la ripartizione della quota (circa il 50 %) dell’8 per mille “non destinato”, che privilegiano nettamente la Chiesa Cattolica.

– Revisione delle norme relative all’IMU sui beni immobili della Chiesa e azione determinata per dare attuazione alla recente sentenza della Corte Europea, recuperando nella misura del possibile l’ICI non pagata in passato (4-5 miliardi di euro).

“Tre provvedimenti ‘facili’ – conclude l’appello – in attesa di trovare le soluzioni giuridiche e le condizioni politiche per rimettere profondamente in discussione il Concordato, così da ridurre l’ingerenza del Vaticano nella politica italiana, volta ad impedire la conquista di nuovi diritti civili”.

Nei numerosi colloqui che ho avuto con amici e conoscenti per indurli a firmare l’appello ho ricevuto spesso due raccomandazioni, che qui riassumo.

La prima è quella di non attaccare “i cattolici” ma solo le gerarchie vaticane. E su questa sono d’accordo, ed anzi mi pento di non avere inserito nell’appello un accenno al ruolo positivo svolto da tante associazioni cattoliche operanti nel sociale. Cercherò di rimediare nel corso delle iniziative che seguiranno alla pubblicazione dell’appello.

La seconda è quella di evitare di apparire anticlericale. Su questa non sono d’accordo, e provo a spiegare perché. Lo faccio anche come dirigente della “Associazione Luca Coscioni per la libertà della ricerca scientifica” che si batte, oltre che per la ricerca, per i diritti civili, in particolare sul tema delle scelte di fine vita. Su entrambi questi terreni, infatti, il nemico da battere è rappresentato innanzitutto dalle alte gerarchie ecclesiastiche, che sulla libertà della ricerca, e più in generale del pensiero, si sono espresse da secoli con i tribunali ed i roghi (Galileo Galilei e Giordano Bruno sono i casi più clamorosi). E continuano incessantemente nella loro azione oscurantista, come dimostrano fra l’altro le battaglie su cellule staminali embrionali, utilizzo di embrioni, riproduzione in vitro e contraccezione.

Il Vaticano è stato da sempre il nemico da battere per consentire la conquista di nuovi diritti civili e poi – una volta conquistati – per assicurare la concreta possibilità di fruire di quei diritti (la vicenda degli obiettori di coscienza è il caso più vistoso di “sabotaggio” di una legge dello Stato da parte del Vaticano e delle sue potenti strutture ospedaliere).

Lo sa bene un ottantenne come me, che è stato impegnato da giovane nelle campagne per il divorzio e per l’aborto e, in anni più recenti, in quella per il Testamento Biologico e per la legalizzazione della eutanasia.

Voglio ricordare in particolare la durissima battaglia portata avanti dal Cardinale Ruini – per venti anni onnipotente presidente della CEI – con una entrata a gamba tesa nella politica italiana per far mancare il quorum nel referendum per l’abolizione della legge 40 sulla Procreazione Medicalmente Assistita (PMA), che aveva introdotto una serie di divieti inumani, al punto di configurarsi come una legge contro la PMA. Ma lo stesso scontro si è verificato per le unioni civili, che l’Italia ha riconosciuto venti anni dopo i PACS francesi.

A queste mie osservazioni la risposta più frequente è l’invito a considerare la grande apertura di Papa Bergoglio ed il suo impegno umanitario.

Purtroppo, non condivido affatto il diffuso entusiasmo per il Papa argentino, anche senza considerare i dubbi espressi da alcuni giornalisti del suo paese sulla sua convivenza con la spietata dittatura del generale Videla.

Papa Francesco, a mio avviso, è abile come tutti i gesuiti nel dire e nel non fare. Tre esempi per dare concretezza a questa mia valutazione.

Lo sfarzo del Vaticano. Per alcune sue scelte iniziali Francesco fu subito definito “il Papa della austerità” da una stampa sempre benigna – e spesso servile – con il Vaticano. Ma dinanzi ad uno scandalo come quello dell’attico del cardinale Bertone – ristrutturato a caro prezzo anche con soldi destinati ai piccoli malati del Bambin Gesù – non risulta che il Papa sia intervenuto (almeno pubblicamente). Né ci sono altri segnali di un minore sfarzo fra le alte sfere ecclesiastiche. Mi colpiscono ogni volta le vetrine dei due negozi di abbigliamento per alti prelati nei pressi del Pantheon: haute couture per i seguaci di Cristo in una Italia con cinque milioni di poveri.

La pedofilia nella Chiesa. Prima di Francesco, non ricordo alcun Papa così spietatamente determinato – sempre a parole – nel combattere la pedofilia nella Chiesa e soprattutto gli alti prelati accusati di aver protetto i preti pedofili alle loro dipendenze. In questo caso il contrasto fra il dire e il fare è stato davvero clamoroso e particolarmente vergognosa la scarsissima attenzione della stampa italiana. La vicenda più clamorosa è quella del Cardinale australiano George Pell. Bergoglio lo volle a capo del neonato Dicastero economico, che aveva l’obiettivo di mettere in ordine conti, bilanci e finanze della Città del Vaticano. E la nomina avvenne benché fossero già note le accuse che la Magistratura australiana muoveva a Pell, chiedendone invano l’estradizione. Un tira e molla durato anni, finché Pell non ha più potuto evitare di rientrare in patria per affrontare il processo e le nuove accuse di due suoi connazionali che affermano di essere stati abusati dallo stesso Pell: con successiva condanna del Cardinale (nel dicembre scorso) che diverrà definitiva dopo una nuova fase processuale in primavera. Non è stata invece una scelta di Bergoglio ma di Giovanni Paolo II e dell’allora segretario di Stato Angelo Sodano quella di aiutare il Cardinale di Boston Bernard Law chiamandolo in Vaticano e nominandolo Arciprete alla Basilica di Santa Maria Maggiore. Law è stato reso tristemente famoso dal film “Spotlight” e si è sottratto grazie al suo ruolo in Vaticano alla giusta condanna che lo attendeva negli Stati Uniti. Quando è morto, pochi giorni prima dello scorso Natale, il Vaticano ha deciso di dedicargli solenni funerali in san Pietro e Papa Bergoglio ha scelto – a mio avviso del tutto inopportunamente – di parteciparvi.

Il dramma dei migranti. A Papa Bergoglio vanno riconosciute molte e decise prese di posizione a favore della accoglienza dei migranti. Prese di posizione che sembrarono destinate a tradursi in fatti concreti nel settembre del 2015 quando il Papa, in un solenne discorso, invitò tutte le parrocchie italiane ad ospitare almeno una famiglia di migranti. Poiché le parrocchie in Italia sono 25mila, avrebbero trovato ospitalità circa 100mila migranti. In pratica, il problema della loro accoglienza sarebbe stato risolto per anni. Purtroppo, secondo recenti inchieste giornalistiche, quasi nessuna parrocchia ha accolto migranti. Né risulta che il Papa sia tornato con forza sull’argomento, non fosse che per riaffermare la sua autorità. Per non dire che nella vicenda della nave Diciotti – dopo l’inumano comportamento del nostro ministro degli Interni – i 10 migranti (sottolineo: dieci) “assegnati” all’Italia sono stati ospitati non dalla Chiesa Cattolica ma da quella Valdese.

Una notazione finale: è noto che in Italia i ginecologi che praticano l’aborto sono circa il 20%, mentre tutti gli altri sono obiettori di coscienza: alcuni per convinzione, altri per convenienza (è più piacevole dedicarsi ai parti che agli aborti), altri ancora (i tanti che lavorano nelle strutture ospedaliere cattoliche) per ovvia necessità.

Sono dunque dei medici che fanno la scelta più difficile e dolorosa. Ma lo fanno, oltre che per personale convinzione, per obbedire ad una legge dello Stato, che dopo 40 anni è riconosciuta come una delle migliori al mondo e che ha ridotto di molto il numero degli aborti che si verificavano quando abortire era reato. Ebbene, Bergoglio non ha esitato a definirli “sicari”. E ancora una volta il silenzio – o le rare e flebili proteste – hanno dimostrato come il Vaticano ed i Papi siano praticamente intoccabili. Ho detto “i Papi”, ma aggiungo “e i Cardinali”, ricordando solo una delle scelte a mio giudizio vergognose di uno di loro, il Cardinale Ruini, che negò a Piergiorgio Welby i funerali religiosi, benché li chiedessero la moglie Mina, la madre e la sorella di Welby, tutte credenti e praticanti. Una pagina di crudeltà che appare ancor più ingiustificabile e feroce se si pensa che pochi giorni prima della morte di Welby nella Cattedrale di Santiago del Cile erano stati celebrati – presenti diversi Cardinali – i solenni funerali di Augusto Pinochet, uno dei peggiori boia del secolo scorso.

Per tutte queste ragioni sono e mi dichiaro anticlericale. E ricordo il mio nonno paterno – medico condotto in un paesino delle montagne abruzzesi, vecchio liberale mangiapreti – che trascorreva qualche ora degli interminabili inverni componendo filastrocche conto i preti. Una la ricordo ancora:

Sono preti e tanto basta

Sono tutti di una pasta

E guardarsene bisogna

Come fossero la rogna.

Ma per rifarmi ad una fonte più autorevole, provo a parafrasare il titolo di un famoso libro di Benedetto Croce: “Perché non posso non dirmi anticlericale”.

(28 gennaio 2019)

Avanzi di fedeltà

In e-mail il 20 Dicembre 2018 dc da Democrazia Atea:

Avanzi di fedeltà

Il ministro della paura e della insicurezza pronuncia un discorso alla scuola di formazione politica della Lega, ad uso e consumo dell’imbecillità:

“Io penso che una vita vissuta senza credere che alla fine dei nostri giorni ci sia qualcosa è una vita a cui manca qualcosa. E lo dico da ultimo dei credenti, perché mi piacerebbe credere di più. Ma quando c’è qualcuno che pensa che [in una scuola] Dio e Gesù siano fuori posto, che pensa che ‘Tu scendi dalla stelle’ debba uscire dalle classi, questo non è un insegnante, è una persona che va curata, che deve cambiare mestiere.”

Un simile discorso solletica l’identità religiosa a scapito della coscienza critica che invece si nutre del dubbio e della ricerca di contenuti.

La tirannide non passa attraverso la militarizzazione, basta fomentare la discriminazione su base religiosa e la popolazione si trasforma in un esercito pronto a delinquere in nome del capo.

In prima fila, a oltraggiare il cadavere di Mussolini, c’erano i fascisti milanesi.

La storia non insegna e si ripete.

I primi ad abbandonarlo saranno coloro che oggi lo sostengono.

Non tutti, qualche tifoso gli resterà comunque fedele.

Carla Corsetti
Segretario nazionale di Democrazia Atea
Componente del coordinamento nazionale di Potere al Popolo

I Nuovi Crociati

In e-mail da Democrazia Atea il 25 Luglio 2018 dc:

I Nuovi Crociati

Barbara Saltamartini, ex AN ora Lega, ha presentato una proposta di legge con la quale intende imporre il simbolo del crocifisso in tutte le scuole, in tutti gli edifici pubblici e in tutti i porti.

La poverina, e con lei tutti i minus habentes che la sostengono in questa iniziativa, pensano di dare ad intendere alla loro base elettorale, che così facendo fermeranno l’islamizzazione della società italiana, ma soprattutto con questa iniziativa pensano di stendere un velo pietoso sulla loro assoluta incapacità a governare.

Insomma, la solita arma di distrazione delle masse.

Pensare di spiegare ad una persona pentafascioleghista cosa sia il principio di laicità ha la stessa utilità che lavare la testa all’asino.

La proposta di legge della Saltamartini, nella sua articolazione, conferma quello che Democrazia Atea sostiene da sempre, ovvero che il crocifisso non è affatto un simbolo religioso, ma un simbolo di propaganda politica.

I simboli sono qualificabili come religiosi solo se esposti nella cornice del culto che li esprime, ma al di fuori dei luoghi di culto e al di fuori della sfera privata e personale di chi li condivide, i simboli smettono di essere religiosi e diventano simboli politici.

Un simbolo diventa politico quando viene brandito con lo scopo di far prevaricare un gruppo di potere sugli altri.

È invece culturale quando diventa l’effige di un gruppo sociale o comunque quando, nella convenzionalità comunicativa, lo si associa a molteplici contenuti evocativi.

Solo quando rimane circoscritto alla sfera religiosa può mantenere un significato legato alla credenza, ma al di fuori del contesto rituale, liturgico, fideistico, perde queste valenze e ne assume altre.

Nella proposta leghista si legge: “Il Crocifisso, emblema di valore universale della civiltà e della cultura cristiana, è riconosciuto quale elemento essenziale e costitutivo e perciò irrinunciabile del patrimonio storico e civico-culturale dell’Italia, indipendentemente da una specifica confessione religiosa”.
Quindi lo secolarizzano, pur di imporlo, e dicono che rappresenta un elemento essenziale della cultura italiana.

Nella loro infinita pochezza i leghisti non hanno evidentemente valutato che la secolarizzazione di un simbolo religioso comporta che si cristallizzi il suo significato socio-culturale non solo nella prospettiva da loro auspicata, ma anche in quella da loro superficialmente ignorata: come simbolo culturale il crocifisso è prevalentemente il simbolo del genocidio dei nativi americani, del genocidio delle donne durante l’inquisizione, è il simbolo degli stupratori sessuali seriali clericali, delle guerre di aggressione degli eserciti occidentali, dello sterminio degli ebrei nei campi nazisti, tutte azioni poste in essere in adesione a quella simbologia.

Non sorprende come i cattolici non siano stati in grado di difendere il loro crocifisso dalla strumentalizzazione politica.
Pur di imporlo accetteranno che sia un partito politico, la Lega, a secolarizzarlo irreversibilmente.
Ne chiedono l’ostensione persino nei porti, quegli stessi porti che nella storia dell’umanità sono stati sempre luoghi di accoglienza e ora, chiusi da quella fazione politica, sono diventati, nell’immaginario collettivo, luoghi di ostilità.

Bene avrebbero fatto i cattolici a proteggerlo nella riservatezza della sfera del culto, ma hanno da sempre difeso la loro imposizione anche a chi non condivideva la loro simbologia.

Hanno esultato sentendo che sarebbe stato imposto, e ora gli resterà difficile affermare che è un simbolo di pace, con quella proposta di legge è diventato politicamente il simbolo della disumanità e della barbarie leghista.

http://www.democrazia-atea.it

Laicità come Costituzione vuole

In e-mail il 19 Giugno 2018 dc da Democrazia Atea:

Laicità come Costituzione vuole

In diversi Comuni cittadini esprimono dissenso sullo scampanio dei campanili parrocchiali.

Si tenga presente che vigono già norme per limitarne la eccessiva, ridondante emissione sonora.

Non si tratta, come di solito eccepito, di “tradizione”, peraltro tradizione corrispondente al periodo in cui il credo cattolico era divenuto religione dello Stato e quindi  obbligatoria, non più conciliabile con i principi Costituzionali del 1948.

Fu per questo che si pose tardivamente (1984) mano alla revisione del Concordato: fu sancita solo la facoltatività della scelta religiosa.

Restò obbligatoria in altro modo il finanziamento pubblico del clero ed attività complementari: la “congrua”, ovvero lo stipendio statale ai parroci, fu sostituito con l’8xMille, mentre per la riparazione o costruzione di chiese fu assegnato il 7% degli oneri di urbanizzazione, pagati dai cittadini per il ritiro di una concessione edilizia; questo 7% è erogato ogni anno dai Comuni alle diocesi, non alle parrocchie, che per il nuovo Diritto Canonico sono ora autonomi soggetti giuridici.

Sulla questione del “suono delle campane” sintetizzo l’esperienza  ultima di Massafra.

Ho inoltrato un esposto a Procura, Prefetto, Sindaco, Comando di Polizia Locale e Vescovo.

1) Il primo a rispondere è stato il dirigente di Polizia per lamentare la mancanza di apparecchio fonometrico;

2) poi L’Arpa di Taranto per riportare le normative vigenti ed i costi per il controllo (minimo € 636, 89) che il Comune avrebbe già assunto con determina dirigenziale.

3) il Vescovo per far differire l’inizio dello scampanio dalle ore 6,00 alle 7,00.

L ‘Arpa ha richiamato la circolare n.33 del 13 maggio 2002 della Conferenza Episcopale che affida alle Diocesi il compito di regolamentare le modalità di uso delle campane, nel rispetto del contesto sociale, senza arrecare disturbo.

La stessa CEI, dopo condanne e multe ai parroci, ha precisato che le emissioni sonore debbono avvenire “nei soli orari diurni, con breve durata dei rintocchi e moderata intensità” .

Il DPCM 14.11.97 precisa altresì: “-a: valgono stessi limiti per funzioni religiose, mentre tutte le manifestazioni assoggettate ad autorizzazioni da parte dei Comuni, come da regolamenti provinciali e regionali”.

L’Arpa richiama ancora decisioni della Cassazione Prima Sez.Pen. (n.443/2001 e n.2316/1998) per uso delle campane non “indiscriminato”, (cioè non “ad libitum”, ma “ad limitum”, n.d.r.).

Tribunale di Monza ha stabilito il limite di 40 rintocchi, mentre il Tribunale di Roma con provvedimento del  9 maggio 2011 ha disposto lo scampanio dalle 7,00 e per soli 20 secondi.

A Massafra invece, con riferimento alla pratica seguita dalle parrocchie di San Lorenzo e del Carmine, la prima si è adeguata all’orario di inizio, cioè dalle ore 7.00, con rintocchi ridotti da 200 a 150, con richiami ad una messa, a tre riprese: mezz’ora prima, un quarto d’ora prima, all’inizio del rito, una ridondante, non prevista procedura.

La seconda parrocchia rimane “autonoma” rispetto alle indicazioni del vescovo con scampanio dalle ore 6,00 che tanti reclami “caldi” da parte di fedeli confinanti ha provocato.

In più non manca, alle 21,00, un finale saluto musicale dal relativo operatore parrocchiale.

Il rispetto del principio costituzionale della laicità, cioè equidistanza dalle confessioni, parità, uguaglianza fra le varie concezioni della vita, filosofiche o culturali, senza preferenze o privilegi, potrà tutelare tutti da ogni futura presenza confessionale.

Giacomo Grippa

Referente di Democrazia Atea

Il vuoto e il pieno. L’ultima battaglia.

Il vuoto e il pieno. L’ultima battaglia.

da Hic Rhodus, 26 Marzo 2018 dc, di Bezzicante

Il  vuoto

Siamo circondati dal vuoto. Il Terzo Millennio occidentale è caratterizzato dal vuoto culturale che non può che esprimerne uno sociale. La constatazione di questo vuoto mi opprime, mi schiaccia. Il vuoto ha un peso, ha una realtà. Il vuoto non è il nulla, ma un’assenza di significato che deve, per un principio cosmico, essere riempito da qualcosa: da simulacri, per lo più. Ombre, finzioni, apparenze, illusioni.

Andiamo in non luoghi dove la nostra solitudine interiore viene dimenticata, soffocata dalla moltitudine disperata che li frequenza. Frequentiamo non persone, vuote di cultura e di pensieri, massificate, alienate, con orizzonti valoriali che vanno dall’ufficio alla partita. Usiamo non cose, migliaia di non cose che hanno l’unica ed esclusiva funzione di riempire il vuoto.

Non abbiamo più un passato. Non ci piace, non lo conosciamo e quel po’ che affiora viene distorto e violato per adattarsi al non pensiero dominante. Non abbiamo più un futuro, inteso come prospettiva, orizzonte, destinazione e motivazione. Viviamo imprigionati in una minuscola bolla di presente, eternamente vuota.

Non più cittadini ma consumatori di oggetti a obsolescenza programmata, di tecnologie che non sono più strumenti per uno scopo ma segnali fini a loro stessi: produci-consuma-crepa.

Non più cittadini ma tifosi, perché il tifo come acritico senso di appartenenza è diventato il virus che uccide le democrazie: appartenenze con valori sottilissimi, idee intercambiabili, cornici giustificative fragili. E proprio per questa fragilità il tifo diventa cattivo, assoluto: non ha argomenti, e denudato – come il Re – si scopre vuoto e ha paura.

Senza titolo.001Il vuoto si presenta come mancanza del senso della storia, del futuro, del divenire. Siamo inchiodati qui e ora, intrappolati in un mondo virtuale. In ogni istante un miliardo di notizie: la metà sono false; un altro 30-35% sono parziali e fuorvianti. TAC! è arrivato il nuovo istante, col nuovo miliardo di notizie. Putin è cattivo. Grillo guadagna un pozzo di soldi. Sarà un parrucchino quello di Trump? Marielle Franco uccisa a Rio (Marielle chi?). All’Isola dei famosi due VIP hanno fatto l’amore. Balzerani conciona le sue vittime. C’è un sacco di plastica negli oceani e le api stanno morendo, ci sarà una connessione? Barboni  bruciati; gente picchiata per futili motivi; ragazzini bullizzati si suicidano.

È questa la mancanza di futuro di cui scrivo da un po’… è il senso del fluire storico che è rimasto intrappolato nel secolo scorso. La prospettiva verso la quale dirigersi, che fosse il Sol dell’Avvenire, lo sviluppo senza limiti promesso dal liberismo, l’Europa dei popoli o quel cavolo che vi pare. Non c’è più nulla. Tutto rotola in un meraviglioso piano inclinato in cui la produzione produce, i consumatori consumano, la robotizzazione si robotizza mentre guardiamo Netflix, poi ci lamentiamo che in realtà non c’è niente di buono.

In questo preciso momento, in questo istante, migliaia di persone sono morte. Fermatevi a pensarci un po’. Ci avete pensato? Bravi, intanto che pensavate ne sono morte altre migliaia, in grande parte bambini. In Africa, in Sud America, in Medio Oriente… Un sacco di altra gente marcisce in prigioni fetide, adattissime come ambientazioni di film d’azione. Quella gente viene torturata spesso in maniera orribile, e poiché nel mondo civilizzato dove noi grazie al cielo viviamo ciò non è possibile, chi dispone di buchi come Guantanamo va a torturare là perché così è legale.

Avete almeno sgranato gli occhi? Nel frattempo altre migliaia sono morti ammazzati, stuprati, affogati, o di fame, o in fondo al mare. Ebbene, lo dico con estrema sincerità e non per scrivere qualcosa di sensazionalistico: non me ne frega un cazzo.

Adesso, per favore, fermatevi a pensarci anche voi (mentre altre migliaia di persone muoiono, bla bla…); ammettetelo, non vi importa nulla. Chi fra voi sente profonda la fede cristiana sarà sinceramente dispiaciuto, tutto qui. Chi non ha tale fede vera, profonda, vissuta come conviene, potrà dire di essere (mooolto vagamente) dispiaciuto, ma così, perché bisogna dirlo. Sapete, quando ci si vede e ci si chiede “Come stai?” È solo un modo di dire. Cosa ci importa di come sta la gente? E GUAI se il disgraziato, invece di liquidare il tema con una breve frase rituale, attacca un bottone pernicioso sulla sua colica duodenale, sul fuoco di santantonio che non lo fa dormire, e semmai si prodiga in particolari disgustosi.

Chi ha un’età e ha vissuta l’epoca della riforma manicomiale, se è psichiatra; chi ha vissute le lotte delle donne, se è femminista; chi ha fatto politica nella Prima Repubblica, se è persona politicamente attiva; chi ha studiato quando ne valeva la pena; chi ha letto i libri giusti quando si leggevano i libri; chi ha viaggiato quando il viaggio non era un all inclusive; chi scriveva con la macchina da scrivere e faceva ricerca nelle biblioteche vere, tutti questi e gli altri sono andati in pensione o stanno contando i giorni, disperati, nel vedere la distruzione della psichiatria, dei diritti delle donne, della politica e di tutto il resto da parte di coloro che oggi sono sulla scena.

Il nostro retaggio, quelli per i quali abbiamo lottato e vissuto, figlio mio un giorno tutto questo sarà tuo. Ed è Luigi Di Maio. Ed è Diego Fusaro. Ed è Fabio Volo. Ed è Marco Travaglio. Ed è il bimbominkia che sputa sentenze su Twitter. Tutti costoro sono accumunati da un elemento comune, che caratterizza la nostra epoca di vuoto: il rumore.

Avete notato il rumore che ci circonda? Musica, parole, radio, i vicini, il cane, parole, martello pneumatico, parole, suoneria, parole, parole, parole. Io non riesco più a trovare dieci minuti di quiete assoluta. Impossibile. Il rumore è ottimo per riempire il vuoto, non serve nemmeno il silicone nelle fessure. Rumore assordante di parole per lo più prive di senso. Pareri inconsulti e aggettivi affilati e avverbi contaminanti. Parole. Tutti hanno un’opinione, dieci opinioni, un milione di opinioni. Chi ha competenze è sopraffatto.

In questo vuoto cacofonico sono pochissimi a vedere lontano. Moltissime brave persone che lottano e muoiono nei peggiori posti del mondo, gente come Marielle Franco, appunto: ammazzata. Ormai è più facile ammazzarli, questi sognatori sovversivi, che imprigionarli. Li ammazzi oggi, lasci che qualcuno protesti un po’, poi la nuova serie televisiva, il nuovo campionato del mondo, la fatica di scendere in piazza che poi si arriva sudati all’aperitivo, ecco, fanno il resto. Dopotutto, sapeva quel che faceva, no? Cazzi suoi.

E voi, difensori della Costituzione più bella del mondo, adoratori indignati dell’onestà e del nuovo che avanza, deturpatori seriali di prati e sentieri, voi che non siete razzisti ma persone di buon senso che non se ne può più di questi negri, ecco, voi, tutti voi, omologati di merda (cit. da “Maledetti vi amerò”, quindi da cinefili, quindi colta), voi non siete miei simili, o meglio: io, IO non sono in niente simile a voi, e il fatto che abbia anch’io due gambe e due braccia non v’inganni. Io sarò sempre il vostro nemico.

Il pieno

Ma il mondo è talmente grande e complesso che contiene anche le sue contraddizioni, e i germi per tutti i potenziali cambiamenti che noi non riusciamo a vedere e a sognare. Le esperienze di vita vissuta, di solidarietà, di comunità, di sacrificio, di pensiero, di costruzione di realtà positive macchiano il vuoto di molteplici, innumerevoli piccole isole di senso. Comunità ed esperienze laiche e religiose. Dove c’è bisogno, e rischio, e disperazione, nella prima linea della violenza e della malattia, come nel vuoto omologato della nostra società dove persone e gruppi usano la parola per richiamare, per segnalare, per ammonire, per indicare un’alternativa. Un percorso possibile. Un orizzonte verso il quale dirigersi.

Senza titolo.002Vorrei chiamare queste persone, tutte, avanguardie con questo significato specifico: individui che anziché omologarsi nel pensiero dominante immaginano, e attivamente indicano, uno scenario sociale, economico, culturale, morale, artistico, quelchevolete diverso, dove la diversità costituisce una rottura di schemi dati per assodati, una discontinuità alla quale lo statu quo si oppone, perché vista come minacciosa. La società dell’omologazione conosce il pericolo delle avanguardie e ha elaborato delle contromisure efficaci: l’assimilazione. Nella società globale dell’omologazione c’è posto per tutti i valori e il loro contrario, per tutti i comportamenti e per la loro negazione. Difficile essere discontinui per più di poco, essere irriverenti a sufficienza per produrre effetti durevoli, essere “nuovi” senza diventare immediatamente uno fra i tanti, tutti nuovi, tutti uguali.

Prendete le proteste a seno nudo delle Femen: in pochi anni sono diventate patetiche e imitate dall’industria pubblicitaria. I comportamenti sessuali tutti accettati e trattati con un linguaggio politicamente corretto, così come sono sparite dal vocabolario “femmina”, “negro”, “zingaro”, “puttana”, “handicappato”, “spazzino” e tante parole evocative, segnanti, connotate, certamente stigmatizzanti, è vero… Tutti stiamo attenti alle diversità ma, per includerle, dobbiamo usare un linguaggio poco connotato, sfumato, che di fatto sottolinea la nostra difficoltà ad accettare.

Senza titolo.001Le avanguardie si perdono in questo possente meccanismo omologatorio che tende a farle scomparire fra le altre, l’ennesima bizzarria, l’ennesima originalità che, con un po’ di fortuna, potrebbe essere trendy per una stagione. In più la sirena del successo, dell’effimero riconoscimento di quanto sei avanguardista, ma che bravo! ma che figo! e dai di televisione, di interviste, di libri, di blog! Controllare i presunti avanguardisti col successo mediatico è la strada più facile per smascherarli come falsi, poveri vanesi di limitato spessore culturale, o morale, o creativo. L’altro modo infallibile per smascherare i falsi avanguardisti da quelli veri è il rumore prodotto; gradassi insopportabili che urlano, additato, sbattono porte, dichiarano, statuiscono, predicano chiassosamente, producendo quel rumore di fondo utile solo a riempire il vuoto delle idee.

Il mondo dello spettacolo acceca i primi; quello della politica i secondi: Grillo, Emiliano, Bersani, De Magistris, Salvini, Berlusconi, esistono in quanto strillano. Riempiono il nostro vuoto col loro rumore, segno inequivocabile della loro nullità. Guardiamo piuttosto a coloro che lavorano (anche in politica) a testa bassa, ventre a terra, producendo cambiamenti reali e significativi.

Dobbiamo tutti diventare avanguardie. “Tutti”, nel senso di tutti coloro che hanno testa, cuore, volontà, indipendenza di giudizio. Poco più di quattro gatti. Ma l’orizzonte si stringe e si avvicina; il vuoto presto ci inghiottirà tutti, il futuro cesserà di esistere e l’ultimo seme appassirà. Tutti dobbiamo batterci, e lottare contro questo destino, che non è inevitabile. Una lotta accanita con pochi e chiari punti fermi:

1.     nessuna verità; solo relativismo sociale. Se il relativismo è sempre stato un pilastro del pensiero libero, è diventato oggi una vera strategia di sopravvivenza, perché fabbricare il falso non solo è facile, ma è diventata la regola;

2.     nessun a priori, nessuna ideologia fondativa, nessun territorio proibito solo perché qualcuno, un tempo, lo proibì. Significa: scrollarsi prepotentemente dalle spalle le ideologie del ‘900 che rimangono, a volte intatte e a volte camuffate, i più potenti vincoli del pensiero libero (libero, innanzitutto, di creare discontinuità);

3.     nessuna censura, nessun linguaggio “politicamente corretto”, perché la lotta dell’avanguardia partirà necessariamente dal linguaggio, che viene costantemente sottoposto a revisione, a costrizione, a omologazione. L’omologazione dei buoni sentimenti e delle giuste motivazioni è devastante e ne abbiamo costantemente degli esempi eclatanti che abbiamo segnalato puntualmente qui su HR.

Senza titolo.001Tutto qui. Ma difficile, difficile… Le pressioni sociali sono fortissime, malgrado l’apparenza contraria. Sembriamo tutti liberi nelle nostre diversità ma si tratta di libertà effimere, superficiali, riconducibili al melting pot mercantilista che ci domina, al pensiero globale che trita e digerisce le diversità effimere.

Essere avanguardia oggi (nel senso detto) significa ergersi sopra la massa degli omologati e cercare di far loro alzare lo sguardo a un altrove faticoso; che si tratti di scenari economici, di modelli di convivenza, di forme artistiche, di espressioni di solidarietà, di progetti politici… Ognuno di noi ha in questo un suo destino: la persona di fede additerà un orizzonte etico, di solidarietà e fratellanza; la persona di scienza uno che contemperi progresso e umanesimo; l’artista forme d’arte indipendenti e realmente nuove… Non è possibile una uniformità e aggregazione delle molteplici forme di speranza e rinnovamento oggi auspicabili. E non è detto che alcune di queste forme, anche generose, di proposta e di esempio, non confliggano fra loro. Non ha importanza il caos purché contrasti l’entropia dell’omologazione.

Avanti dunque!

Due parole soltanto: che Hic Rhodus sia sul versante liberistico e io su un altro finalmente l’ho capito. Che sia sul versante dell’abbandono delle ideologie, viste così cattive come io nemmeno immagino, anche. E che ne consideri una in particolare, quella comunista, identificandola fin dall’inizio con la sua deforme degenreazione stalinista, anche questo l’ho capito, ma, pur anch’io ormai avendo abbandonato, cosa fresca, freschisssima, ogni autodefinizione di di sinistra, rivoluzionario etc., non riesco ad accettare il concetto.

Ma la frase “…Chi non ha tale fede vera, profonda, vissuta come conviene, potrà dire di essere (mooolto vagamente) dispiaciuto, ma così, perché bisogna dirlo” non mi piace proprio, perché contrappone a chi ha fede, vista comunque come situazione positiva, a quelli che questa fede non hanno, allegramente accomunando gli idioti e i cretini, tantissimi, agli atei e agli agnostici, non proprio pochi (come me) che non hanno bisogno di una fede per avere opinioni decise ed anche compassionevoli, e nel concreto.

Anche “…chi scriveva con la macchina da scrivere e faceva ricerca nelle biblioteche vere” non mi piace, io scrivo col computer e col tablet, posso benissimo fare ricerce nelle biblioteche virtuali e, con lo sforzo che la mia certamente scarsa intelligenza mi consente, distinguere il vero dal falso e dall’approssimativo. Mi aspetto ora che venga condannato anche l’e-book come fece Umberto Eco e siamo a posto. Mi vengono in mente i miei compagnucci degli anni Settanta e Ottanta che, stupidamente, davano già allora tutte le colpe possibili al computer in sè (e atutto ciò che ne deriverebbe), e io mi sforzavo, invano, di spiegare loro che non è il mezzo in sé a dover essere giudicato nel bene, nel male e nella maggioritaria via di mezzo, ma il modo con cui il mezzo viene usato.

Beh, mi spiace, ma il “cammino” che voi indicate io non lo voglio compiere con le persone di fede, perché proprio contro queste, che fanno parte della massa omologata ed ignorante che tanto, e giustamente, viene criticata in questo articolo, bisogna procedere fermamente con un unico intento: andare avanti e spazzarle via.

Jàdawin di Atheia