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Il vuoto e il pieno. L’ultima battaglia.

Il vuoto e il pieno. L’ultima battaglia.

da Hic Rhodus, 26 Marzo 2018 dc, di Bezzicante

Il  vuoto

Siamo circondati dal vuoto. Il Terzo Millennio occidentale è caratterizzato dal vuoto culturale che non può che esprimerne uno sociale. La constatazione di questo vuoto mi opprime, mi schiaccia. Il vuoto ha un peso, ha una realtà. Il vuoto non è il nulla, ma un’assenza di significato che deve, per un principio cosmico, essere riempito da qualcosa: da simulacri, per lo più. Ombre, finzioni, apparenze, illusioni.

Andiamo in non luoghi dove la nostra solitudine interiore viene dimenticata, soffocata dalla moltitudine disperata che li frequenza. Frequentiamo non persone, vuote di cultura e di pensieri, massificate, alienate, con orizzonti valoriali che vanno dall’ufficio alla partita. Usiamo non cose, migliaia di non cose che hanno l’unica ed esclusiva funzione di riempire il vuoto.

Non abbiamo più un passato. Non ci piace, non lo conosciamo e quel po’ che affiora viene distorto e violato per adattarsi al non pensiero dominante. Non abbiamo più un futuro, inteso come prospettiva, orizzonte, destinazione e motivazione. Viviamo imprigionati in una minuscola bolla di presente, eternamente vuota.

Non più cittadini ma consumatori di oggetti a obsolescenza programmata, di tecnologie che non sono più strumenti per uno scopo ma segnali fini a loro stessi: produci-consuma-crepa.

Non più cittadini ma tifosi, perché il tifo come acritico senso di appartenenza è diventato il virus che uccide le democrazie: appartenenze con valori sottilissimi, idee intercambiabili, cornici giustificative fragili. E proprio per questa fragilità il tifo diventa cattivo, assoluto: non ha argomenti, e denudato – come il Re – si scopre vuoto e ha paura.

Senza titolo.001Il vuoto si presenta come mancanza del senso della storia, del futuro, del divenire. Siamo inchiodati qui e ora, intrappolati in un mondo virtuale. In ogni istante un miliardo di notizie: la metà sono false; un altro 30-35% sono parziali e fuorvianti. TAC! è arrivato il nuovo istante, col nuovo miliardo di notizie. Putin è cattivo. Grillo guadagna un pozzo di soldi. Sarà un parrucchino quello di Trump? Marielle Franco uccisa a Rio (Marielle chi?). All’Isola dei famosi due VIP hanno fatto l’amore. Balzerani conciona le sue vittime. C’è un sacco di plastica negli oceani e le api stanno morendo, ci sarà una connessione? Barboni  bruciati; gente picchiata per futili motivi; ragazzini bullizzati si suicidano.

È questa la mancanza di futuro di cui scrivo da un po’… è il senso del fluire storico che è rimasto intrappolato nel secolo scorso. La prospettiva verso la quale dirigersi, che fosse il Sol dell’Avvenire, lo sviluppo senza limiti promesso dal liberismo, l’Europa dei popoli o quel cavolo che vi pare. Non c’è più nulla. Tutto rotola in un meraviglioso piano inclinato in cui la produzione produce, i consumatori consumano, la robotizzazione si robotizza mentre guardiamo Netflix, poi ci lamentiamo che in realtà non c’è niente di buono.

In questo preciso momento, in questo istante, migliaia di persone sono morte. Fermatevi a pensarci un po’. Ci avete pensato? Bravi, intanto che pensavate ne sono morte altre migliaia, in grande parte bambini. In Africa, in Sud America, in Medio Oriente… Un sacco di altra gente marcisce in prigioni fetide, adattissime come ambientazioni di film d’azione. Quella gente viene torturata spesso in maniera orribile, e poiché nel mondo civilizzato dove noi grazie al cielo viviamo ciò non è possibile, chi dispone di buchi come Guantanamo va a torturare là perché così è legale.

Avete almeno sgranato gli occhi? Nel frattempo altre migliaia sono morti ammazzati, stuprati, affogati, o di fame, o in fondo al mare. Ebbene, lo dico con estrema sincerità e non per scrivere qualcosa di sensazionalistico: non me ne frega un cazzo.

Adesso, per favore, fermatevi a pensarci anche voi (mentre altre migliaia di persone muoiono, bla bla…); ammettetelo, non vi importa nulla. Chi fra voi sente profonda la fede cristiana sarà sinceramente dispiaciuto, tutto qui. Chi non ha tale fede vera, profonda, vissuta come conviene, potrà dire di essere (mooolto vagamente) dispiaciuto, ma così, perché bisogna dirlo. Sapete, quando ci si vede e ci si chiede “Come stai?” È solo un modo di dire. Cosa ci importa di come sta la gente? E GUAI se il disgraziato, invece di liquidare il tema con una breve frase rituale, attacca un bottone pernicioso sulla sua colica duodenale, sul fuoco di santantonio che non lo fa dormire, e semmai si prodiga in particolari disgustosi.

Chi ha un’età e ha vissuta l’epoca della riforma manicomiale, se è psichiatra; chi ha vissute le lotte delle donne, se è femminista; chi ha fatto politica nella Prima Repubblica, se è persona politicamente attiva; chi ha studiato quando ne valeva la pena; chi ha letto i libri giusti quando si leggevano i libri; chi ha viaggiato quando il viaggio non era un all inclusive; chi scriveva con la macchina da scrivere e faceva ricerca nelle biblioteche vere, tutti questi e gli altri sono andati in pensione o stanno contando i giorni, disperati, nel vedere la distruzione della psichiatria, dei diritti delle donne, della politica e di tutto il resto da parte di coloro che oggi sono sulla scena.

Il nostro retaggio, quelli per i quali abbiamo lottato e vissuto, figlio mio un giorno tutto questo sarà tuo. Ed è Luigi Di Maio. Ed è Diego Fusaro. Ed è Fabio Volo. Ed è Marco Travaglio. Ed è il bimbominkia che sputa sentenze su Twitter. Tutti costoro sono accumunati da un elemento comune, che caratterizza la nostra epoca di vuoto: il rumore.

Avete notato il rumore che ci circonda? Musica, parole, radio, i vicini, il cane, parole, martello pneumatico, parole, suoneria, parole, parole, parole. Io non riesco più a trovare dieci minuti di quiete assoluta. Impossibile. Il rumore è ottimo per riempire il vuoto, non serve nemmeno il silicone nelle fessure. Rumore assordante di parole per lo più prive di senso. Pareri inconsulti e aggettivi affilati e avverbi contaminanti. Parole. Tutti hanno un’opinione, dieci opinioni, un milione di opinioni. Chi ha competenze è sopraffatto.

In questo vuoto cacofonico sono pochissimi a vedere lontano. Moltissime brave persone che lottano e muoiono nei peggiori posti del mondo, gente come Marielle Franco, appunto: ammazzata. Ormai è più facile ammazzarli, questi sognatori sovversivi, che imprigionarli. Li ammazzi oggi, lasci che qualcuno protesti un po’, poi la nuova serie televisiva, il nuovo campionato del mondo, la fatica di scendere in piazza che poi si arriva sudati all’aperitivo, ecco, fanno il resto. Dopotutto, sapeva quel che faceva, no? Cazzi suoi.

E voi, difensori della Costituzione più bella del mondo, adoratori indignati dell’onestà e del nuovo che avanza, deturpatori seriali di prati e sentieri, voi che non siete razzisti ma persone di buon senso che non se ne può più di questi negri, ecco, voi, tutti voi, omologati di merda (cit. da “Maledetti vi amerò”, quindi da cinefili, quindi colta), voi non siete miei simili, o meglio: io, IO non sono in niente simile a voi, e il fatto che abbia anch’io due gambe e due braccia non v’inganni. Io sarò sempre il vostro nemico.

Il pieno

Ma il mondo è talmente grande e complesso che contiene anche le sue contraddizioni, e i germi per tutti i potenziali cambiamenti che noi non riusciamo a vedere e a sognare. Le esperienze di vita vissuta, di solidarietà, di comunità, di sacrificio, di pensiero, di costruzione di realtà positive macchiano il vuoto di molteplici, innumerevoli piccole isole di senso. Comunità ed esperienze laiche e religiose. Dove c’è bisogno, e rischio, e disperazione, nella prima linea della violenza e della malattia, come nel vuoto omologato della nostra società dove persone e gruppi usano la parola per richiamare, per segnalare, per ammonire, per indicare un’alternativa. Un percorso possibile. Un orizzonte verso il quale dirigersi.

Senza titolo.002Vorrei chiamare queste persone, tutte, avanguardie con questo significato specifico: individui che anziché omologarsi nel pensiero dominante immaginano, e attivamente indicano, uno scenario sociale, economico, culturale, morale, artistico, quelchevolete diverso, dove la diversità costituisce una rottura di schemi dati per assodati, una discontinuità alla quale lo statu quo si oppone, perché vista come minacciosa. La società dell’omologazione conosce il pericolo delle avanguardie e ha elaborato delle contromisure efficaci: l’assimilazione. Nella società globale dell’omologazione c’è posto per tutti i valori e il loro contrario, per tutti i comportamenti e per la loro negazione. Difficile essere discontinui per più di poco, essere irriverenti a sufficienza per produrre effetti durevoli, essere “nuovi” senza diventare immediatamente uno fra i tanti, tutti nuovi, tutti uguali.

Prendete le proteste a seno nudo delle Femen: in pochi anni sono diventate patetiche e imitate dall’industria pubblicitaria. I comportamenti sessuali tutti accettati e trattati con un linguaggio politicamente corretto, così come sono sparite dal vocabolario “femmina”, “negro”, “zingaro”, “puttana”, “handicappato”, “spazzino” e tante parole evocative, segnanti, connotate, certamente stigmatizzanti, è vero… Tutti stiamo attenti alle diversità ma, per includerle, dobbiamo usare un linguaggio poco connotato, sfumato, che di fatto sottolinea la nostra difficoltà ad accettare.

Senza titolo.001Le avanguardie si perdono in questo possente meccanismo omologatorio che tende a farle scomparire fra le altre, l’ennesima bizzarria, l’ennesima originalità che, con un po’ di fortuna, potrebbe essere trendy per una stagione. In più la sirena del successo, dell’effimero riconoscimento di quanto sei avanguardista, ma che bravo! ma che figo! e dai di televisione, di interviste, di libri, di blog! Controllare i presunti avanguardisti col successo mediatico è la strada più facile per smascherarli come falsi, poveri vanesi di limitato spessore culturale, o morale, o creativo. L’altro modo infallibile per smascherare i falsi avanguardisti da quelli veri è il rumore prodotto; gradassi insopportabili che urlano, additato, sbattono porte, dichiarano, statuiscono, predicano chiassosamente, producendo quel rumore di fondo utile solo a riempire il vuoto delle idee.

Il mondo dello spettacolo acceca i primi; quello della politica i secondi: Grillo, Emiliano, Bersani, De Magistris, Salvini, Berlusconi, esistono in quanto strillano. Riempiono il nostro vuoto col loro rumore, segno inequivocabile della loro nullità. Guardiamo piuttosto a coloro che lavorano (anche in politica) a testa bassa, ventre a terra, producendo cambiamenti reali e significativi.

Dobbiamo tutti diventare avanguardie. “Tutti”, nel senso di tutti coloro che hanno testa, cuore, volontà, indipendenza di giudizio. Poco più di quattro gatti. Ma l’orizzonte si stringe e si avvicina; il vuoto presto ci inghiottirà tutti, il futuro cesserà di esistere e l’ultimo seme appassirà. Tutti dobbiamo batterci, e lottare contro questo destino, che non è inevitabile. Una lotta accanita con pochi e chiari punti fermi:

1.     nessuna verità; solo relativismo sociale. Se il relativismo è sempre stato un pilastro del pensiero libero, è diventato oggi una vera strategia di sopravvivenza, perché fabbricare il falso non solo è facile, ma è diventata la regola;

2.     nessun a priori, nessuna ideologia fondativa, nessun territorio proibito solo perché qualcuno, un tempo, lo proibì. Significa: scrollarsi prepotentemente dalle spalle le ideologie del ‘900 che rimangono, a volte intatte e a volte camuffate, i più potenti vincoli del pensiero libero (libero, innanzitutto, di creare discontinuità);

3.     nessuna censura, nessun linguaggio “politicamente corretto”, perché la lotta dell’avanguardia partirà necessariamente dal linguaggio, che viene costantemente sottoposto a revisione, a costrizione, a omologazione. L’omologazione dei buoni sentimenti e delle giuste motivazioni è devastante e ne abbiamo costantemente degli esempi eclatanti che abbiamo segnalato puntualmente qui su HR.

Senza titolo.001Tutto qui. Ma difficile, difficile… Le pressioni sociali sono fortissime, malgrado l’apparenza contraria. Sembriamo tutti liberi nelle nostre diversità ma si tratta di libertà effimere, superficiali, riconducibili al melting pot mercantilista che ci domina, al pensiero globale che trita e digerisce le diversità effimere.

Essere avanguardia oggi (nel senso detto) significa ergersi sopra la massa degli omologati e cercare di far loro alzare lo sguardo a un altrove faticoso; che si tratti di scenari economici, di modelli di convivenza, di forme artistiche, di espressioni di solidarietà, di progetti politici… Ognuno di noi ha in questo un suo destino: la persona di fede additerà un orizzonte etico, di solidarietà e fratellanza; la persona di scienza uno che contemperi progresso e umanesimo; l’artista forme d’arte indipendenti e realmente nuove… Non è possibile una uniformità e aggregazione delle molteplici forme di speranza e rinnovamento oggi auspicabili. E non è detto che alcune di queste forme, anche generose, di proposta e di esempio, non confliggano fra loro. Non ha importanza il caos purché contrasti l’entropia dell’omologazione.

Avanti dunque!

Due parole soltanto: che Hic Rhodus sia sul versante liberistico e io su un altro finalmente l’ho capito. Che sia sul versante dell’abbandono delle ideologie, viste così cattive come io nemmeno immagino, anche. E che ne consideri una in particolare, quella comunista, identificandola fin dall’inizio con la sua deforme degenreazione stalinista, anche questo l’ho capito, ma, pur anch’io ormai avendo abbandonato, cosa fresca, freschisssima, ogni autodefinizione di di sinistra, rivoluzionario etc., non riesco ad accettare il concetto.

Ma la frase “…Chi non ha tale fede vera, profonda, vissuta come conviene, potrà dire di essere (mooolto vagamente) dispiaciuto, ma così, perché bisogna dirlo” non mi piace proprio, perché contrappone a chi ha fede, vista comunque come situazione positiva, a quelli che questa fede non hanno, allegramente accomunando gli idioti e i cretini, tantissimi, agli atei e agli agnostici, non proprio pochi (come me) che non hanno bisogno di una fede per avere opinioni decise ed anche compassionevoli, e nel concreto.

Anche “…chi scriveva con la macchina da scrivere e faceva ricerca nelle biblioteche vere” non mi piace, io scrivo col computer e col tablet, posso benissimo fare ricerce nelle biblioteche virtuali e, con lo sforzo che la mia certamente scarsa intelligenza mi consente, distinguere il vero dal falso e dall’approssimativo. Mi aspetto ora che venga condannato anche l’e-book come fece Umberto Eco e siamo a posto. Mi vengono in mente i miei compagnucci degli anni Settanta e Ottanta che, stupidamente, davano già allora tutte le colpe possibili al computer in sè (e atutto ciò che ne deriverebbe), e io mi sforzavo, invano, di spiegare loro che non è il mezzo in sé a dover essere giudicato nel bene, nel male e nella maggioritaria via di mezzo, ma il modo con cui il mezzo viene usato.

Beh, mi spiace, ma il “cammino” che voi indicate io non lo voglio compiere con le persone di fede, perché proprio contro queste, che fanno parte della massa omologata ed ignorante che tanto, e giustamente, viene criticata in questo articolo, bisogna procedere fermamente con un unico intento: andare avanti e spazzarle via.

Jàdawin di Atheia

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Io, di chi sono io?

Da Hic Rhodus 24 Aprile 2017 dc:

Io, di chi sono io?

di Bezzicante

Passata alla Camera la legge sul biotestamento. Ora andrà al Senato dove – posso scommettere – subirà variazioni dovendo così tornare alla Camera e, con un po’ di fortuna (a scanso di equivoci, sì, sono sarcastico), fra una cosa e l’altra, potrebbe anche finire la legislatura impedendo alla legge di vedere la luce. Una legge che, malgrado i cattolici à la Binetti si scaldino tanto, è una camomilla rispetto a una vera legge sull’eutanasia, o suicidio assistito. Con questa legge posso chiedere di interrompere le terapie se sono malato terminale; e il medico si può rifiutare di farlo. Per i credenti, immagino, sarà già uno scandalo questo, mentre per i laici stiamo parlando proprio del minimo, ancora insufficiente per dirci soddisfatti. E torniamo sempre allo stesso punto: il grande baratro culturale fra i tanti laici (e cattolici con un minimo di apertura mentale) e i pochi cattolici oltranzisti. Pochi. Perché tutti gli indicatori parlano di un’Italia ormai ampiamente secolarizzata in cui il peso politico dei cattolici è assolutamente sbilanciato. Sarà che abbiamo il Vaticano. Sarà che la Democrazia Cristiana non è mai morta. O più semplicemente che è più comodo, politicamente, non cavalcare i temi etici dalla parte della modernità.

Il punto chiave, da cui nasce questo dibattito fasullo, è stato ripreso anche nel titolo: di chi sono io? Se devo la mia vita a Dio, se vivo per rispondere ai Suoi precetti perché alla fine Suo sarà il giudizio, è inevitabile che non voglia sottrarmi al destino che Lui ha in serbo per me; che voglia vivere la vita così come Lui ha deciso per me, sofferenze incluse, perché Sua è la mia vita. Se Sua è la mia vita io non ne dispongo, non posso concluderla anzitempo, sottraendomi alla Sua volontà. Se invece la vita è mia, e sotto un principio di responsabilità voglio morire, per un motivo che riguarda solo me, la mia rappresentazione del mondo, la mia relazione col mondo, ebbene questa circostanza, questa volontà, sono unicamente mie. È noto che i valori non sono negoziabili: il cattolico non può rinunciare “un po’” alle sue convinzioni, accontentare “in parte” il suo Dio per venirmi incontro… e neppure io, laico, avrei intenzione di accettare una parte di cattolicesimo giusto per quieto vivere. Ognuno ha il sacrosanto (mai aggettivo fu più azzeccato) diritto di esprimere le proprie convinzioni e vivere in base esse, se ciò non impedisce agli altri di vivere bene.

Ed è qui che casca l’asino. Io non penso affatto di imporre ai cattolici l’eutanasia, se loro preferiscono vedere nella sofferenza della malattia la strada verso la santità. Perché mai i cattolici vogliono impormi la loro santità, da me negata, e obbligarmi a vivere secondo le loro coscienze? È esattamente questo che rende sbilanciato e ingiusto il dibattito: i cattolici oltranzisti (o, più in generale, chi difende questa idea) si rifanno a un’etica (in questo caso religiosa, come spesso accade) che non può essere dello Stato. Il punto chiave è semplicemente questo. Lo Stato (moderno, democratico, liberale, occidentale) non può avere etica, perché qualunque scelta etica sarebbe solo di alcuni, e non di tutti, e quindi sarebbe oppressiva per una parte dei suoi cittadini. Senza contare che l’etica cambia col tempo, nelle latitudini, rispetto alle circostanze e via discorrendo. Questi cattolici, quindi, accettano le regole dello stato democratico finché conviene a loro, poi usano gli strumenti che il medesimo stato offre (libertà di pensiero e di rappresentanza politica, innanzitutto) per affermare, e cercare di imporre, scelte etiche che fanno parte di un’altra ontologia, di un’altra provincia di significato, di un orizzonte culturale e valoriale affatto diverso.

Questi cattolici – e guardate che li capisco bene, specie quelli sinceri e non opportunisti – rispondono prima di tutto a Dio, poi alle leggi dello Stato. Ma le leggi di Dio (di quel dio) sono solo loro, mentre le leggi dello Stato sono di tutti, proprio perché laiche. I Testimoni di Geova non pretendono di imporre il rifiuto della trasfusione di sangue a tutti; gli ebrei non ci impongono di oziare il sabato; i vegani non impongono di evitare la carne; i liberali non pretendono di convertire per legge i socialisti. Le minoranze hanno tutte diritto di esistenza e convivenza in un ambiente armonico che le contempli tutte; questa si chiama inclusione. E l’inclusione ha senso, vita e sostanza in uno Stato plurale, tollerante e inclusivo, che accetta tutti ma senza fare prevalere nessuno. La Binetti (e tutti gli altri) si può dispiacere, e naturalmente è libera di biasimare (nel suo fòro interiore) chi la pensa diversamente; può anche scrivere meravigliosi articoli, e fare bellissime conferenze, nelle quali perorare il suo punto di vista, esattamente come l’Associazione Luca Coscioni ha diritto di sostenere la causa dell’eutanasia e cercare di fare proseliti. Quello che trovo inevitabile, ma fortemente irritante, è che Binetti, e tutti gli altri, siano rappresentanti del popolo che utilizzano una doppia appartenenza confliggente: sono parlamentari quando si votano questioni ordinarie, oppure quando occorre sostenere leggi favorevoli ai cattolici; e sono servi di Dio quando si tocca la dottrina cristiana che è, appunto, dei soli cristiani, e neppure di tutti.

Avanti quindi, ancora e ancora, per l’affermazione dei diritti civili che riguardano la visione etica di ogni singolo individuo; questioni personali e non negoziabili.

La mappa che riassume i principali post su temi analoghi:

 

Mappa 24 Ingombrante cattolicesimoEcco i link:

Il tema:

Vaticano:

Laicità dello Stato:

Ingerenze e provocazioni:

Come educare senza dogmi. Una guida per genitori atei e agnostici

Prima fonte: MicroMega http://temi.repubblica.it/micromega-online/ 14 Gennaio 2016 dc, pubblicato anche da Sestante il 18 Gennaio 2016 dc:

Come educare senza dogmi. Una guida per genitori atei e agnostici

di Cecilia M. Calamani (cronachelaiche.it)

«Mi batto per educare figli indipendenti, che ragionino in modo logico, svincolato dal dogma religioso». Con queste parole la blogger americana Deborah Mitchell spiega il perché del suo libro “Growing up godless”, tradotto e pubblicato in Italia dalla casa editrice Nessun Dogma con il titolo “Crescere figli senza dogmi”.

La domanda nasce a libro ancora chiuso: perché un’americana sente il bisogno di scrivere un libro su questo tema? Siamo talmente abituati allo stereotipo che dipinge gli Stati Uniti come il Paese della libertà per antonomasia che questo volume, una vera e propria guida per genitori atei e agnostici, fa un po’ effetto. Eppure la realtà, soprattutto in alcuni Stati – Mitchell è texana –, è ben diversa da come immaginiamo. E in effetti andando avanti nella lettura scopriamo una società chiusa e bigotta, ligia alle tradizioni e intollerante nei confronti del libero pensiero al punto di stigmatizzare con l’isolamento chi si professa ateo o agnostico. (nota mia: l’autore dell’articolo si stupisce, io e alcuni altri no, non abbiamo mai creduto in questo “stereotipo”, non abbiamo mai considerato in questo modo gli Usa…)

Come la stessa Mitchell riferisce, in Texas una delle prime domande che si fanno le persone quando si conoscono è quale chiesa frequentino. Il che stupisce poco se solo si legge cosa c’è scritto senza mezzi termini nella Carta costituzionale del Paese: «In questo Stato non verrà mai richiesto alcun test religioso per ricoprire un pubblico ufficio o una carica onorifica; né alcuno sarà mai escluso da una carica a motivo dei suoi sentimenti religiosi, purché ammetta l’esistenza di un Essere Supremo» (art. 1, par. 4). Ecco perché scegliere per i propri figli un’educazione libera dalla fede è un problema. Chi non crede per lo più si nasconde e segue i riti e le tradizioni della massa. Ed è quello che ha fatto anche Mitchell fino ai primi anni di vita dei suoi figli, quando ha deciso di uscire allo scoperto in famiglia e di aprire un blog, inizialmente dietro pseudonimo, per scrivere le sue esperienze di madre agnostica e confrontarsi con altri genitori nella sua stessa situazione.

Nel libro riporta la sua esperienza e anche quelle più significative delle persone con cui è venuta in contatto. Ne esce un prontuario per affrontare tutte le situazioni cui un genitore ateo o agnostico si trova di fronte quando vive in un ambiente che non ammette altri modi di essere se non quello scandito, nei valori così come nei tempi, dalla religione.

Il paragone con la situazione italiana, leggendo queste pagine scritte da un’occidentale, è d’obbligo. Se è vero che il nostro Paese è ancora molto poco secolarizzato e subisce una continua ingerenza da parte della Chiesa cattolica nella sfera legislativa (per tacere di quanto la foraggi finanziariamente), è anche vero che, almeno sulla carta, educare i figli al di fuori dei dettami religiosi è ormai un falso problema e lo dimostra la percentuale sempre più alta di ragazzi non battezzati o che disertano l’ora di religione a scuola.

Le difficoltà semmai riguardano il rapporto tra i nostri figli e le istituzioni scolastiche. Non solo è ancora previsto l’insegnamento della religione cattolica nell’orario curriculare, ma chi non se ne avvale – come già detto un numero sempre screscente di ragazzi – è costretto a girovagare per l’istituto, andare in altra classe o partecipare a uno dei rarissimi corsi alternativi allestiti nelle scuole per “raccogliere” gli studenti non credenti.

Potremmo poi parlare dei crocifissi ancora appesi nelle aule, delle recite natalizie che celebrano la nascita del figlio di dio (guarda caso spesso organizzate proprio dal docente di religione) o delle pagliacciate di certi amministratori leghisti che distribuiscono presepi nelle scuole del Nord, ma insomma il problema non è, o almeno non più, dichiarare in famiglia e al mondo di rifiutare le verità dogmatiche della fede.

Piuttosto, il punto è che una legislazione sempre più obsoleta non sta al passo con l’evoluzione culturale del Paese e la sperequazione dei diritti che ne consegue investe tutti i campi, istruzione inclusa. Diversa la situazione in Texas, dove la difficoltà di un’educazione laica per i propri figli è innanzitutto di origine sociale.

Ciò nonostante, il libro ci tocca da vicino sia perché gli Stati Uniti sono per noi un imprescindibile modello culturale di riferimento (nota mia: non certo per me!), sia perché focalizza bene alcuni aspetti che riguardano anche la nostra società. È innegabile che la fede religiosa faciliti il ruolo del genitore perché lo esime dall’onere di elaborare da sé risposte adeguate alle difficili domande dei figli.

Ad esempio, come spiegare a un bambino cosa significa morire senza farlo sprofondare nell’angoscia? Per un genitore credente è più semplice. Basta ricorrere al paradiso o all’aldilà attraverso una narrazione pronta all’uso che taciti (ma per quanto tempo?) i dubbi esistenziali del figlio e lo porti a credere in una vita in cielo dopo la morte. Tuttavia il ricorso alla religione deresponsabilizza il genitore, che si limita a ripetere quello che i propri genitori hanno ripetuto a lui senza aiutare lo sviluppo dell’autonomia di pensiero del figlio.

In questa delega alla fede poi c’è un ulteriore pericolo per la crescita consapevole e responsabile dei ragazzi e riguarda l’educazione sugli aspetti comportamentali. Mitchell lo descrive bene: «Ai bambini si insegna a essere buoni soltanto perché alla fine saranno ricompensati con la vita eterna, ma questo costituisce una debole base per la moralità, poiché si focalizza sul fare ciò che altri definiscono giusto agitando la carota di una ricompensa, e non sul fare ciò che ognuno considera giusto in base a un ragionamento. E, quel che è peggio, si può agire male più volte, visto che non poche religioni offrono il perdono mediante una serie di canti o preghiere».

Per dirla alla Margherita Hack, il non credente si comporta bene perché lo ritiene giusto, non perché spera in una ricompensa futura. Il che dà maggior vigore alle sue convinzioni morali.

Educare i figli al di fuori di comode verità prêt-à-porter è faticoso, sia chiaro, ma molto meno di quanto sembri. Spesso siamo noi, condizionati dal nostro vissuto culturale in un Paese in cui fino a trent’anni fa il cattolicesimo era religione di Stato, a proiettare sui nostri figli delle paure che loro neanche percepiscono perché liberi dai nostri preconcetti. Tuttavia, va anche detto che la libertà di pensiero è tra tutti il concetto più difficile da trasmettere perché si contrappone a quell’omologazione di massa – la religione ne è un esempio ma non l’unico – che rappresenta un comodo riparo soprattutto durante infanzia e adolescenza. Ma ne vale la pena.

Aiutare un figlio a costruire la propria strada invece di prenderla in prestito da chi dispensa verità predefinite lo rende più solido nei suoi valori e lo libera dal condizionamento ancestrale del peccato, una micidiale arma di ricatto che da millenni tiene in scacco coscienze e intelligenze.

Morale e religione non sono sinonimi e non è detto che vadano d’accordo. Nonostante la storia l’abbia dimostrato e la cronaca ce lo ricordi ogni giorno, il preconcetto che le vede strettamente collegate è duro a morire. Anche in Occidente.

UAAR, Circolo di Milano: manca la correttezza

UAAR, Circolo di Milano: manca la correttezza

di Jàdawin di Atheia, 7 Gennaio 2016 dc (aggiornato e modificato il 17 Maggio 2016 dc)

Alla fine del 2014 dc mi scrisse Luca Immordino di Palermo, che aveva visto questo blog, parlandomi di un libro che aveva scritto e proponendomi delle serate di presentazione.

Gli risposi che questo è un blog individuale e che non sono in grado di organizzare serate, ma che ne avrei parlato al Circolo Culturale Giordano Bruno di Milano, di cui sono socio dal 1995 dc e di cui curo posta elettronica e blog.

Il libro piacque e, a chiusura del ciclo di incontri marzo-giugno 2015 dc, il 14 Giugno fu presentato “Storia del sentimento religioso. Nascita, sviluppo e tramonto delle religioni”, edito da Cavinato Editore International, con la consueta relazione introduttiva del responsabile del Circolo, Pierino Marazzani, e l’intervento di Renato Pomari, ex-insegnante di religione.

L’autore, successivamente, propose l’iniziativa anche al Circolo di Milano dell’UAAR-Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, inviando copia cartacea ed e-book del libro. Circa sei mesi fa la coordinatrice del Circolo Valeria Rosini, che aveva affidato la lettura e la valutazione del libro ad uno dei soci, aveva confermato l’effettuazione della serata per il 23 Novembre 2015 dc.

Pochi giorni prima, in una conversazione telefonica, la coordinatrice aveva riferito che la presenza dei partecipanti ai loro eventi era mediamente di 300 e più persone e così sarebbe avvenuto pure per quella serata. Strano, perchè ho visto la “sede” del Circolo UAAR di Milano in via Porpora 45 a Milano, è uno scantinato e vi posso assicurare che, anche ammassate, è difficile che possano starci più di venti persone. A meno che ci si riferisse anche ad altre sedi ospitanti, non del Circolo di Milano.

In quella conversazione Luca Immordino riferì della serata al “Giordano Bruno” e la signora Rosini affermò, più o meno testualmente, “quelli sono quattro gatti che al massimo portano non più di dieci persone ai loro eventi”.

Pochi giorni più tardi, a cinque giorni dall’evento, la Rosini telefonò a Luca Immordino comunicando l’annullamento della presentazione perché il suo libro non era più gradito, motivando il fatto che non se ne riteneva il contenuto degno di una presentazione da parte dell’UAAR. Causa di un così repentino cambio di valutazione sarebbero state le imperfezioni grammaticali, le parti del libro scritte in modo non connesso tra loro, senza riferimenti bibliografici, con errori grossolani sulle teorie espresse e che denoterebbero disattenzione ed un lavoro frettoloso.

Luca Immordino non ha potuto annullare il volo aereo per Milano prenotato da tempo e recuperare così il denaro sborsato né organizzare per tempo una presentazione alternativa: entrambi siamo concordi  nel considerare tale comportamento privo di professionalità, correttezza e rispetto nei riguardi di tutte le persone coinvolte, al di là delle presunte carenze dell’opera, che non giustificherebbero comunque tutto ciò. Il Circolo UAAR di Milano ha avuto diversi mesi per valutare l’opera, e quanto è avvenuto non è assolutamente ammissibile.

Per parte mia vorrei solo ricordare alla signora Rosini, che al nostro Circolo ha affermato che “loro” (presumo gli atei e gli agnostici dell’UAAR) non sono contro le religioni, che noi “quattro gatti” del Circolo, anche con scarso pubblico a seguirci, siamo coerenti con quanto affermiamo e, facendo nostre le parole di Christoper Hitchens, affermiamo con orgoglio che siamo atei. Non siamo neutrali rispetto alla religione, le siamo ostili. Pensiamo che essa sia un male, non solo una falsità. E non ci riferiamo solo alla religione organizzata, ma al pensiero religioso in sè e per sè.

Contro l’agnosticismo

Chi inaugurò l’agnosticismo religioso fu Protagora di Abdera (491/481- 411 a.C.), con questa frase famosa: “Riguardo agli dei, non ho la possibilità di acc

Sorgente: Contro l’agnosticismo UAER, Unione Atei Emancipati Razionalisti

La potenza dell’assurdo: fra Babbo Natale e lepricauni

Fuffaro: Non ha senso che contestiate la mia teoria alternativa. Io dico che tutto è possibile, e voi non siete nessuno per dire che mi sbaglio. Razionalista: Se tutto fosse possibile, allora sareb…

Sorgente: La potenza dell’assurdo: fra Babbo Natale e lepricauni Blog: Italia Unita per la Scienza, 30 Novembre 2014 dc

Vaticano S.p.A.: populismo papalino e capitalismo ecclesiastico

Comunicato dal Partito Comunista dei Lavoratori, 3 Novembre 2015 dc

Vaticano S.p.A.: populismo papalino e capitalismo ecclesiastico

papi

L’arresto dell’”economo del Papa” Vallejo Balda da parte della Gendarmeria vaticana con l’accusa di “divulgazione di notizie riservate” rivela la lotta interna ai sacri palazzi di Oltretevere. L’intero commentario della stampa borghese parla dell’eroica lotta di “Santo Padre Francesco” per “ripulire il Vaticano” e della sorda resistenza degli ambienti vaticani a questa operazione di pulizia. Ma i conti non tornano, e anche la logica ha i suoi diritti.

Balda viene arrestato, su diretto mandato del Papa, per aver reso pubbliche delle informazioni riservate sulle sterminate proprietà vaticane, sulla continuità dei traffici IOR, sulla amministrazione truffaldina dei fondi pubblici e degli oboli privati da parte della macchina statale pontificia.

L’arresto è scattato solo dopo la notizia della uscita imminente di due libri dedicati alle rivelazioni.

Domanda: perché il Vaticano pretende che le informazioni sul suo stato patrimoniale e sulla sua gestione debbano restare “riservate”? Non era stata annunciata l’operazione trasparenza? Perché si ricorre addirittura all’arresto (con la minaccia di 8 anni di carcere) del responsabile, reale o presunto, delle rivelazioni? Perché si minaccia, come già in passato, di chiedere il blocco delle pubblicazioni editoriali annunciate?

La stampa borghese tace su questi interrogativi elementari. Ha paura anche solo a formularli. Si diffonde in pagine e pagine di retroscena, più o meno scandalistici, sulla figura di Balda e della sua collaboratrice, e sulle motivazioni interessate delle rivelazioni fatte (vendetta per una nomina mancata).

Ma sul contenuto delle rivelazioni, e soprattutto sulla ragione delle pretese censorie del Vaticano, nessun commento. Anzi, là dove si balbetta qualcosa, si ripete a pappagallo, per paura di sbagliare, la velina ufficiale vaticana: «Un tentativo di infangare l’azione di rinnovamento condotta da Papa», ecc ecc. Amen. Ma come? Un’azione di “pulizia” e “rinnovamento morale” non dovrebbe denunciare i mercimoni affaristici della macchina vaticana anziché arrestare chi li rivela?

UN PAPA PERONISTA A CACCIA DI CONSENSO. IL POPULISMO ECCLESIASTICO COME LEVA DI POTERE

La verità è più semplice, in una cornice più complicata e generale.

Papa Francesco, come ogni Papa, è il monarca assoluto di uno Stato teocratico che in tutto il mondo è parte organica del capitalismo, con possedimenti finanziari e immobiliari giganteschi. Come ogni Stato capitalista, ma con una presenza mondiale ineguagliabile, lo Stato Vaticano è attraversato da guerre per bande e cordate in lotta per il potere.

La novità dell’attuale Papa Bergoglio – non a caso di estrazione peronista – è che egli tenta di coprire la realtà dello Stato Vaticano con la promozione di un’immagine pubblica misericordiosa, attenta alla condizione dei poveri, meno dottrinaria, più comunicativa nei confronti del senso comune popolare.

Siamo in presenza di un Papa “populista”, mirato alla conquista del consenso pubblico, che fa leva sul consenso pubblico per accrescere il proprio potere assoluto nella Chiesa: modificando a proprio vantaggio i rapporti di forza con la Curia romana, con la Conferenza Episcopale, con la Segreteria di Stato vaticana, e più in generale con l’insieme delle strutture tradizionali dirette e indirette dell’istituzione ecclesiastica. Il braccio di ferro sotterraneo nel recente Sinodo è la cartina di tornasole della lotta in corso.

Un Papa dunque più “democratico”, più rispettoso della laicità dello Stato? Al contrario. Il Papa populista usa la propria ritrovata credibilità pubblica per allargare oltre misura il raggio d’intervento della propria Chiesa.

Ricerca e ottiene pubblica udienza presso le camere congiunte del Parlamento italiano, presso il Parlamento europeo, presso lo stesso Congresso americano, per avere su di sé i riflettori del mondo, carpire nuovi consensi e dunque maggiore forza politica.

Si fa diretto protagonista sulla scena internazionale intervenendo come intermediario del negoziato tra USA e Cuba per la restaurazione del capitalismo a Cuba; e persino del negoziato tra Stato colombiano e FARC per la loro integrazione nel capitalismo colombiano.

Promuove una politica di “pacificazione” ecumenica con le altre Chiese e autorità religiose (ebraiche, greche ortodosse, islamiche…) per allargare la propria influenza presso le basi di massa delle altre fedi, e dunque estendere il proprio peso politico internazionale.

Infine invade Roma con un Giubileo di venti milioni annunciati di fedeli, pretendendo dallo Stato e dal Comune di Roma una rapida funzione di servizio, pagata con risorse pubbliche: anche per questo scarica il sindaco delle nozze gay, a favore di un commissario prefettizio in grado di amministrare la grande torta del nuovo business capitolino e di lustrare a dovere l’immagine pubblica del Papa nell’anno della Misericordia.

Nel frattempo attiva tutti i canali di interlocuzione possibili col mondo laico, dalle telefonate con Scalfari sino all’incredibile lettera di riconoscimento… al consigliere romano Alzetta (detto Tarzan): cercando dal primo lo sdoganamento della cultura laica, e dal secondo forse un’attenzione di riguardo alle proprietà vaticane nella gestione dell’occupazione delle case a Roma.

Un Papa, dunque, “totale”, pervasivo di ogni campo a 360 gradi, proiettato quotidianamente nella sfera temporale come mai in precedenza, determinato a risollevare la forza della Chiesa ad ogni latitudine istituzionale, dopo anni di crisi e decadenza della sua pubblica credibilità (corruzione, pedofilia, crimini dello IOR…).

LA REALTÀ DEL CAPITALISMO ECCLESIASTICO CHE BERGOGLIO VORREBBE COPRIRE

Ecco allora il perché della reazione poliziesca del Pontefice “misericordioso” alle rivelazioni di un prelato infedele. Perché proprio quelle rivelazioni mostrano lo scarto abnorme tra l’immagine pauperistica della Chiesa che il Papa populista vuole accreditare, e la intatta miseria morale della Chiesa reale, quale parte inseparabile del capitalismo italiano e mondiale.

La Chiesa che detiene quasi 5 miliardi in sole proprietà immobiliari, spesso facendosele valutare “un euro” per evadere il fisco.

Che fa 60 milioni ogni anno vendendo benzina, sigarette, vestiti pregiati a basso costo, attraverso 41.000 tessere a raccomandati vip e amici degli amici nella sola città di Roma.

Che imbosca i 380 milioni annui dell’Obolo di San Pietro, destinandoli a ben altri usi dalla “carità evangelica”.

Che truffa sull’8 per mille con la complicità dello Stato italiano, come confessa la stessa Corte dei Conti.

Che, contro la sbandierata moralizzazione, continua a proteggere attraverso lo IOR i conti bancari di grandi costruttori coinvolti nella ristrutturazione a prezzi stracciati di proprietà vaticane.

Per citare solamente alcune anticipazioni pubbliche delle rivelazioni annunciate.

Qualcuno si può stupire se il populista Papa Francesco si sente minacciato dalla verità e preferisce arrestarla? Il solo aspetto comico è che gli autori dei libri incriminati invece di rivendicare le proprie rivelazioni come demistificazione del nuovo corso papalino e denunciare le minacce ricevute, si affrettano a presentare il proprio lavoro “come un aiuto fornito al Santo Padre” (Nuzzi). La potenza del nuovo Pontefice strappa reverenze insospettabili.

La sinistra riformista italiana, anch’essa succube del nuovo Pontificato (perché succube dell’ordine capitalista), si chiude non a caso in un ermetico silenzio di fronte alle nuove rivelazioni. Vendola e Ferrero non si sono forse sperticati per due anni nel lodare Papa Francesco come campione della lotta al “liberismo” e nuova autorità morale di riferimento, coprendo su tutta la linea il nuovo corso populista del papato? La “nuova cosa rossa” in gestazione cerca la benedizione del Papa. Avallando le sue mistificazioni tra i lavoratori.

Il PCL, in quanto partito di classe e anticapitalista, rilancerà una forte campagna pubblica anticlericale ed antipapalina, in occasione del Giubileo e delle elezioni comunali a Roma. E chiama tutte le organizzazioni del movimento operaio e tutte le associazioni coerentemente laiche ad una azione comune di controinformazione e denuncia su questo terreno elementare.

Partito Comunista dei Lavoratori